Marina Grillo, recensione del DIZIONARIO AFFETTIVO DELLA LINGUA EBRAICA DI BRUNO OSIMO

Adoro i dizionari letterari, da me considerate liste un po’ più elaborate, quelli che nascondono sempre storie bellissime quasi con leggerezza. E in quanto portatrice insana di liste e dizionari non potevo sfuggirmi l’ultimo libro di Bruno Osimo, Dizionario affettivo della lingua ebraica (Marcos y Marcos).
(per continuare la lettura clicca sul link sottostante:)
http://www.internostorie.it/recensioni/dizionario-affettivo-della-lingua-ebraica-di-bruno-osimo/

Entrevista com Bruno Osimo. Anna Palma, Andréia Guerini «Cadernos de Tradução», 2008, ISSN 2175-7968, Florianópolis, Brasil.

INTERVISTA A BRUNO OSIMO

1. Com’è nato il suo interesse per la traduzione?

Nonostante il lavoro fatto su di me per capirlo, non posso dire di essere arrivato a una

soluzione precisa. Da un lato credo che abbia avuto un ruolo l’educazione materna, dopo la

quale ho avuto modo di attribuire estrema importanza alla precisione delle sfumature nel modo

di esprimersi, forse anche un po’ come una sorta di reazione; dall’altra il contesto

indirettamente cosmopolita della mia educazione, sia perché sono ebreo e figlio di due persone

entrambe perseguitate dalle leggi razziali italiane e scampate al nazismo grazie alla fuga e

anche alla fortuna, sia perché mio padre viaggiava molto per lavoro e, ogni volta che tornava,

mi accorgevo che in quello che raccontava c’era sempre un residuo, qualcosa che, per capirla,

occorreva conoscere direttamente. Qualcosa d’intraducibile senza residuo.

2. Come sono stati accolti i suoi libri in Italia e all’estero?

In Italia i miei libri sono stati accolti bene, ma in sordina. Sono adottati in molti atenei e scuole

di specializzazione, ma, forse anche grazie al fatto che il mio editore, Hoepli, sembra non amare

le promozioni e gli eventi pubblici, non sono mai stati presentati in nessun luogo. All’estero,

ovviamente, c’è il grande limite della lingua. La lingua italiana è minoritaria ovunque. Ciò

nonostante, le poche recensioni sono uscite tutte all’estero.

Bisogna anche dire che il decennio che quest’anno compiono i miei libri (la prima edizione del

Manuale del traduttore è del 1998, e sono contento di festeggiare l’evento con i lettori di XXX)

è stato un decennio di trasformazione dell’università italiana, con la drastica riduzione dei corsi

in «lingue e letterature straniere moderne» e la fioritura di quelli in «mediazione linguistica»

(livello B.A.) e «traduzione» (livello M.A.). Questo ha comportato, per molti ex docenti di

letteratura, un reinserimento, il trovare un ruolo nuovo all’interno del proprio o di altri

dipartimenti. Molti docenti di traduzione erano stati formati come esperti di letteratura, e hanno

a volte un atteggiamento di sufficienza e di superiorità sia verso la traduzione, che considerano

“solo” un mestiere, sia verso i manuali, in quanto tipo di testo diametralmente opposto ai

discorsi “accademici”. Si può immaginare come abbiano considerato un libro che racchiude

entrambi questi difetti! Devo confessare che, durante il dottorato di ricerca, dovevo tenere

nascosta alla maggior parte dei docenti del collegio la pubblicazione dei miei libri, perché li

consideravano un titolo di demerito in quanto “didattici” e non “scientifici”.

3. Qual è il ruolo che la traduzione occupa nello scenario italiano? E quale quello degli Studi

della Traduzione fatti in Italia rispetto agli altri paesi dell’UE?

In Italia la traduzione ha un ruolo fondamentale, poiché la cultura italiana, dopo la fase

dominante dell’impero romano, attraversa un periodo di declino culturale. È perciò del tutto

naturale che (come afferma Even-Zohar), in quanto cultura periferica del polisistema culturale,

al suo interno la traduzione occupi una posizione centrale: è di qui che passano i testi che

importiamo dalle culture via via dominanti: quella statunitense in primis, soprattutto per quanto

riguarda la saggistica. In campo narrativo, è ora in fase di fortissima dominanza – rispetto

all’esiguità numerica – la cultura israeliana. Comunque in Italia si traduce molto: e si pubblicano

più traduzioni che originali, diversamente da quanto succede, per esempio, nei paesi anglofoni.

Per quanto riguarda gli studi sulla traduzione in Italia, siamo abbastanza arretrati rispetto ad

altri paesi europei. Anche se, a mio parere, è tutta l’Europa occidentale che sconta

un’arretratezza rispetto, da un lato, alla scuola semiotica estone e slava, e, dall’altro, rispetto

all’insegnamento fondamentale dello statunitense Charles Sanders Peirce. È vero che nei Paesi

Bassi, in Belgio, nel Regno unito e in Francia si pubblica molto di più sulla traduzione, ma è

anche vero che tali studi non sempre sono aperti alle autentiche novità rivoluzionarie degli studi

pubblicati nei paesi slavi negli anni Sessanta. Per esempio, il fondamentale libro di Popovič, La

scienza della traduzione, che ho curato in edizione italiana per Hoepli, prima era uscito solo in

slovacco, russo e tedesco, ed è tuttora fortemente sottovalutato dai più; il seminale libro di

Lûdskanov, Una concezione semiotica della traduzione, che sta uscendo da Hoepli nella

primavera del 2008, oltre all’edizione bulgara conosce solo una versione in francese

sgrammaticato, con una tiratura esigua e una diffusione pressoché nulla. E Lotman e Peirce,

che non hanno mai scritto esplicitamente sulla traduzione, hanno però dato un contributo

essenziale, se lo si sa e lo si vuole cogliere.

4. In Italia i traduttori sono riconosciuti? Hanno i loro diritti autorali riconosciuti e sono

remunerati come vorrebbero e dovrebbero?

In Italia, dove i traduttori sono importanti almeno quanto i camionisti (ossia moltissimo) per

l’economia del paese, perché si è scelta la politica di tradurre i modelli culturali altrui, anziché

proporre modelli propri (così come si è scelto di costruire autostrade anziché ferrovie), se

fossero compatti potrebbero paralizzare il paese, in mancanza di tariffe e condizioni adeguate.

Invece c’è l’epidemia di una malattia, apparentemente infettiva, la “traduttósi”, che causa nel

paziente un’insana voglia di tradurre a qualsiasi condizione e a qualsiasi prezzo… Scherzi a

parte, la domanda di traduzione è inferiore all’offerta, che è davvero enorme. Ci sono centinaia

di persone disposte a tradurre anche gratis, solo per l’onore (da chi tale è considerato) di avere

il proprio nome stampato, in piccolo, in una pagina che nessuno mai guarda, quella del

copyright. Vicino al copyright, e non in relazione a esso, perché nel 99% dei casi la legge sul

diritto d’autore viene disattesa e le traduzioni vengono pagate a forfait, senza nessuna

percentuale sulle vendite. A questo si aggiunge che il livello medio (e sottolineo «medio») di

cultura editoriale dei redattori e degli editor è scarso, che non hanno nessuna idea di cosa

significhi la qualità di una traduzione, o meglio, che hanno un’idea ben precisa di una qualità

della traduzione che penalizza il testo a vantaggio della sua (presunta: e sottolineo «presunta»)

vendibilità. In base a questa logica, qualsiasi sopruso è lecito ai danni del testo (sia il

prototesto, l’originale, sia il metatesto, il frutto della fatica del traduttore), purché ciò lo renda

più “leggibile”. Ma il concetto di «leggibilità» dipende dal concetto di lettore implicito che ci si

forma, e, a mio modo di vedere, gli editori tendono ad avere una visione del lettore implicito

come molto più ignorante e stupido di com’è in realtà il lettore medio.

Con ciò credo di avere implicitamente risposto anche alla seconda metà della domanda: no, i

traduttori italiani sono mal pagati e hanno uno status da paria, inferiore perfino a quello già

bassissimo (in Italia) degli insegnanti (il cui stipendio è inferiore a quello di un bancario). Ma un

po’ è anche colpa nostra: anziché piangerci addosso, dovremmo avere maggiore autostima,

dimostrare più coraggio ed essere meno disposti a subire. Insomma: il masochismo è curabile.

Propongo una psicoterapia intensiva per tutti, magari con convenzioni e sconti per la categoria.

5. Teoria e pratica della traduzione possono essere dissociate tra loro? In che misura teoria e

critica della traduzione possono aiutare a migliorare la qualità della traduzione?

Non penso che possa esistere una teoria della traduzione dissociata dalla pratica, né una pratica

dissociata dalla teoria. Quando la teoria era dissociata dalla pratica, per esempio con Catford e

Fëdorov negli anni Cinquanta e Sessanta, nessun traduttore ci credeva, perché a tutti saltava

all’occhio che si trattava di una teoria solo linguistica, che non contemplava tutti gli aspetti

extralessicali, primo tra tutti la cultura. La pratica dissociata dalla teoria è invece un’utopia, perché

le scelte che un traduttore fa, le fa comunque, che lui si renda conto o no segue una teoria,

esplicita o implicita. Altrimenti le sue scelte le farebbe a caso, e non credo che ci sia nessuno

disposto a sostenerlo. Popovič parla di teoria implicita della traduzione in riferimento a questo

fenomeno. Si potrebbe anche cercare di fare una storia della teoria della traduzione basata sulle

traduzioni pratiche. Più la teoria è implicita, più si corre il rischio di commettere incongruenze, di

avere una strategia traduttiva incoerente con sé stessa.

La cultura della critica della traduzione, diffondendosi, non può che migliorare le condizioni di

lavoro dei traduttori, e la qualità del prodotto così come viene poi considerato “finito”, ossia nella

fase finale di consumo da parte dei clienti. In mancanza di chiarezza su cosa s’intende per «qualità

della traduzione», si rischia di perseguire due fini diversi e inconciliabili: la facilitazione della

lettura, ottenuta mediante l’eliminazione degli scogli; e la preparazione di un testo presentato

come «altrui», ossia che conserva molte delle caratteristiche che lo connotano come traduzione di

un altro testo che proviene da una cultura diversa. Spesso in Italia si persegue il primo dei due fini,

ma non lo si dichiara quasi mai, anche perché risulterebbe offensivo per i clienti-lettori: si

attribuisce loro scarsa curiosità e poco interesse per ciò che il resto del mondo ha da offrirci; si

attribuisce loro fretta, disinteresse, desiderio di consumo veloce. Se vogliamo che i bagnanti

possano accedere a una costa piena di scogli, abbiamo due possibilità: fare una colata di cemento

e creare comodi scivoli, oppure attrezzare i bagnanti perché riescano a valicare la scogliera. Nel

primo caso, i bagnanti arrivano, ma non c’è più nulla da vedere.

6. Ci parli del suo interesse per la scuola di Tartu, di com’è nato e dell’importanza che ha avuto

e che ha nei suoi studi di Traduttologia.

Quando ero studente, la professoressa Elda Garetto, mia relatrice di laurea, mi diede un libro in

russo che, dal punto di vista grafico, aveva un aspetto molto modesto: era La traduzione totale, di

Peeter Torop. Leggendo quel libro, mi accorsi che, per quanto fosse molto difficile per me da

capire, trattava i problemi a un livello completamente diverso da quello a cui ero abituato: molto

più scientifico, metodico, ambizioso. Rimasi colpito dal contrasto tra il basso profilo dell’edizione

(sembrava una dispensa qualsiasi) e l’altissimo rigore del contenuto. Scrissi all’autore, e da lì prese

vita dapprima la traduzione, poi l’edizione italiana, poi l’amicizia con Peeter, poi la collaborazione.

In sostanza (lo dico con un po’ di vergogna per la mia ignoranza), scoprii la scuola di Tartu a

7. Attualmente lei fa parte di un progetto all’interno dell’Università di Tartu, ci può spiegare

Lo Stato estone, pur essendo molto più povero dello Stato italiano, ha una politica lungimirante e

sa che è molto importante, per il bene della nazione, investire nella ricerca. Di conseguenza ci

sono, anche nel campo della semiotica della traduzione, progetti di ricerca in cui sono a volte

coinvolti studiosi internazionali come guest researcher. Un progetto riguarda la storia della

traduzione e dovrebbe sfociare nella pubblicazione di un libro in inglese sull’argomento, distribuito

dalla Tartu University Press. Naturalmente in chiave semiotica. Un altro progetto riguarda la

riscoperta di Roman Jakobson e dell’enorme patrimonio nella sua opera per quanto riguarda la

8. Lei ha pubblicato diverse traduzioni di racconti e romanzi dal russo e dall’inglese. Nella

selezione dei libri da tradurre in italiano, su quali criteri si basa principalmente? E in che

misura le case editrici vi partecipano? La scelta del testo di un determinato autore da

tradurre è una fase che fa già parte, secondo lei, del processo traduttorio?

Tranne in rari casi (come L’isola di Sahalin di Čehov o L’ebreo in Russia e L’Angelo sigillato di

Leskov) nella mia vita la scelta è stata totalmente dell’editore. Fosse per me, per esempio,

tradurrei le opere complete di Čehov e lo considererei un grande onore e piacere. Invece

Mondadori, dopo avere cominciato la pubblicazione di tutti i racconti, a ritroso, cominciando dai più

recenti, a un certo punto si è fermato, senza preavviso. Peccato.

La scelta del testo fa parte senz’altro della critica della traduzione e del processo traduttivo. Si

tratta, come dice Popovič, di critica preventiva. Tra l’altro, difficilissima da fare, perché bisogna

essere esperti di marketing, di sociologia e di psicologia sociale. Non sono certo che coloro che la

fanno abbiano tutte queste competenze. E pensare che il primo lavoro che si offre a un aspirante

traduttore è proprio quello di leggere un libro e preparare la scheda di lettura che serve a prendere

tale decisione… Credo che si dovrebbe investire di più in questo campo, per ottenere risultati più

9. Nella sua traduzione del libro di Torop, La traduzione Totale, nelle Avvertenze per il lettore,

lei spiega la translitterazione dei caratteri cirillici ai quali si è attenuto, aggiungendo anche

alcune “norme spicciole di pronuncia”. Questo suo procedimento affinché il lettore possa

avvicinarsi, nella pronuncia anche solo interiorizzata dei nomi propri, a quella più vicina alla

lingua originale, sottolinea la sua preoccupazione anche per i suoni della cultura emittente.

Quando traduce testi letterari, quale criterio usa con i nomi propri di personaggi o di luoghi,

li traduce o no? e perché? E come si comportano o si sono comportati gli altri traduttori dal

russo in italiano o in altre lingue, sempre a questo proposito?

Io credo che nella traduzione di testi non strettamente utilitaristici lo scopo sia quello di far

conoscere al lettore mondi diversi, culture diverse, usi e costumi diversi. La traduzione la vedo

come strumento per combattere il provincialismo che affligge tutti noi e che, forse, sta anche alla

base di molti conflitti. Di conseguenza, quando non ho limiti imposti dall’editore, conservo nomi

propri sia di persona sia di luogo sia di istituzione nella forma più simile possibile a quella della

cultura originaria, fatto salvo l’alfabeto latino. Un disastro avviene quando, per esempio, si

traducono i nomi delle università, ciò che spesso le rende irriconoscibili, come quel giornalista che

ha tradotto “Washington University” con “Università di Washington”, proponendo al lettore italiano

qualcosa di interamente falso: si tratta dell’università intitolata a George Washington, e ha sede a

Saint Louis, nel Missouri. Solo le istituzioni che hanno nomi in più lingue (come l’UE) possono

essere nominate in quelle lingue. Che la cultura emittente sia quella russa o qualsiasi altra non fa

nessuna differenza. Le culture hanno una loro peculiarità che va rispettata e che è utile conoscere,

anche quando non si è disposti a condividerla. Dato che però le norme di traslitterazione non

tengono conto delle difficoltà dei non addetti ai lavori, e per la trascrizione delle lingue con alfabeto

cirillico è uscito un aggiornamento nel 1995 che semplifica il lavoro agli addetti ma lo complica per

i profani (per esempio, la lettera â serve ora a traslitterare un carattere cirillico che si pronuncia

«ia»), io sono favorevole a un’applicazione degli standard ISO, ma anche a una spiegazione iniziale

per i lettori con esempi semplici di pronunce di parole più locali possibili.

Molti traduttori dal russo sono rimasti fermi allo standard precedente, del 1968, anche perché nella

slavistica italiana c’è poco aggiornamento e una tendenza alla conservazione e al dogma. Quello

standard aveva il grave difetto di non comportare una corrispondenza biunivoca tra segno cirillico e

segno latino, con la conseguenza che nelle biblioteche, per esempio, i catalogatori che non sanno il

russo non sempre erano in grado di ricostruire la grafia originaria.

10. Nella sua opinione, lo studioso di Traduttologia ed il traduttore hanno un ruolo politico-

sociale nella società attuale? Se sì, qual è? Allo stesso modo, qual è l’impatto della

Traduttologia nelle case editrici, e in che modo può cambiare la relazione tra queste e

l’edizione del testo tradotto, tra queste ed i traduttori?

Il traduttore e il traduttologo hanno un ruolo molto importante. Non sono soltanto lo specchio del

modo in cui una cultura “legge” le altre, ma sono anche una forza attiva di riflessione su tale

relazione interculturale e di indirizzamento di tale lettura.

Le case editrici sono aziende, ma questo, oltre a essere un male, può anche essere un bene.

Spesso i redattori nel rapporto coi traduttori chiamano in causa il bilancio aziendale per giustificare

proposte di compensi esigui. È importante capire che il bilancio può crescere se, invece di pensare

alla produzione libraria in senso quantitativo, la si pensa in senso qualitativo. In questo senso

traduttologo e traduttore possono essere di enorme aiuto. Se si desse ascolto al traduttore e al

traduttologo anche come consulenti di commercializzazione, si potrebbe rivoluzionare il modo di

fare i libri, e i lettori si sentirebbero più coinvolti, come avviene in Israele, che ha il tasso di lettura

11. Alcuni dei suoi libri sono disponibili in modo integrale in Rete. Che opinione ha del ruolo di

Internet nella diffusione della cultura e della conoscenza in generale? Ed in particolare che

importanza ha la Rete nella produzione intellettuale, nell’interscambio tra i ricercatori, nel

migliorare la qualità delle traduzioni, ecc.?

Internet ha solo pochi anni ma è già uno strumento la cui assenza sembra inconcepibile. Il mio

modo di lavorare, negli ultimi quindici anni, è cambiato in modo radicale grazie a internet. I miei

allievi non riescono nemmeno a pensare di poter fare una traduzione senza stare costantemente

online. Le potenzialità di internet per gli scambi tra ricercatori sono enormi. Anche questa intervista

ne è una testimonianza e una dimostrazione.

Quanto al diritto d’autore e ai libri online, credo fermamente nel diritto dell’autore di avere una

retribuzione dai suoi lettori, e considero la fotocopia abusiva un vero e proprio furto, come anche

la copia abusiva di CD e DVD. Se un autore mette a disposizione online alcune risorse che sono di

sua proprietà, bene, allora questo è un fenomeno diverso. Ma l’onestà di fondo degli utenti viene

data per scontata. E ci si aspetta un gesto di reciprocità.

Angela Catrani intervista Bruno Osimo sul tema della traduzione

Dal momento in cui l’uomo ha iniziato a interrogarsi su se stesso, il problema delle diverse lingue che si parlano nel mondo ha incuriosito, affascinato, preoccupato, tanto che una delle prime “storie” raccontate nella Bibbia, e declinate in varie forme artistiche e culturali, è la storia biblica sulle origini delle differenze linguistiche, racconto che nella sua struttura narrativa sfiora il mito: parlo, naturalmente, dell’episodio noto come La Torre di Babele, che spiega come la proliferazione nel mondo di migliaia di lingue differenti sia stata una punizione divina per la superbia dell’uomo. Forse è proprio questa punizione divina che mi porto addosso, la mia assoluta incapacità di imparare una lingua straniera, ad avermi, per contrasto, fatto innamorare prima delle lingue cosiddette morte, il latino e il greco, e poi della scienza della traduzione, e dei traduttori in particolare, da me considerati ponte necessario (e vitale) per accedere agli amatissimi libri scritti in origine in altra lingua. La traduzione, ci insegnano i semiologi, è intorno a noi, filtra il mondo attraverso i nostri occhi e le nostre orecchie, attraversa i nostri studi e le nostre conoscenze. La percezione che ognuno di noi ha di un qualsiasi oggetto, anche il più comune, è talmente diversa che a volte occorre proprio una “traduzione” in un linguaggio codificato e fisso. Apro la conversazione con Bruno Osimo, professore universitario, semiotico, traduttore, scrittore. La sua competenza mi aiuterà a entrare nel tema, a districarmi tra significato e significante, tra metatesto e paratesto, cercando di capire cosa renda così affascinante e misteriosa questa scienza. Bruno Osimo studia le lingue da quando, come racconta nel suo libro Dizionario affettivo della lingua ebraica, ha scoperto che la lingua che parlava sua madre non era italiano, ma il tamponico, cioè una lingua volta a tradurre la realtà perché non ci faccia troppo male. Inglese e russo sono le sue lingue d’elezione e di insegnamento, a cui si affianca la Scienza della traduzione, materia fondamentale del primo anno della Scuola per interpreti e traduttori, laurea triennale.

Angela Catrani

Caro Bruno, ho la fortuna di conoscerti ormai da qualche anno, da quando ho superato la timidezza dopo aver letto il Dizionario affettivo e ti ho fatto i complimenti tramite Facebook. Sorprendentemente mi rispondesti e da quel momento avviammo un dialogo proficuo e costruttivo, almeno per me. Per Voland, due anni fa, hai affrontato una traduzione inconsueta e innovativa de I racconti di Odessa di Gogol, una traduzione in cui hai potuto mettere in atto tutta la teoria della Scienza della traduzione, rompendo gli argini rispetto a una staticità e piattezza che forse ha attraversato tutta la narrativa tradotta in Italia: il linguaggio che usi fa ampio utilizzo di parole dialettali, neologismi, errori, cercando di proiettare il lettore nella cultura poliedrica, multiforme, oserei dire “caciarona” della Odessa della fine dell’Ottocento. Partiamo proprio da qui: cosa e come una traduzione letteraria deve rispettare del testo originario?

Bruno Osimo

La tua domanda apre molti spiragli anche sui costrutti culturali impliciti nell’ambiente da cui è stata generata. Volendo ci si potrebbe domandare cos’è una traduzione “letteraria”: io sono incline a pensare alle traduzioni come processi – “letterari” o no – teoricamente identici e sempre creativi. Quando il testo è artistico, anche la traduzione ha una componente artistica, che comunque si affianca a quella razionale, necessariamente propria del traduttore. Ci si potrebbe domandare anche cosa significa «rispettare». Il primo rispetto che si deve all’originale penso che sia riconoscerne l’alterità, o meglio riconoscere l’alterità della traduzione. Trovo che presentare le traduzioni come “equivalenti” dell’originale sia un pericoloso processo di negazione. È rispetto prima di tutto della realtà delle cose. Riconoscimento della propria impotenza («Non posso leggere quel libro in originale perché non so quella lingua»); riconoscimento che la traduzione comporta alcuni passaggi mentali anche parzialmente inconsci e che è quindi sempre traduzione intersemiotica, frutto di pesanti influenze e interferenze della poetica del traduttore; quindi riconoscimento che le culture che s’incontrano e si scontrano nel processo traduttivo sono almeno tre: quella emittente, quella traducente, quella ricevente. Rispetto del lettore, che non va imbonito a credere che sta leggendo “lo stesso libro”, ma educato a pensare che ne sta leggendo un altro, non solo scritto in un’altra lingua da un’altra persona che è un altro autore, ma anche scritto in un diverso linguaggio culturalmente parlando: il linguaggio che il traduttore ha inventato apposta per riuscire a mettere in comunicazione prototesto e cultura ricevente. Quello che ho detto riflette una visione del mondo delle culture come fenomeni eterogenei e reciprocamente interessanti, e quindi la traduzione come inserimento dell’altrui nel proprio; ma naturalmente esiste anche la traduzione intesa come assorbimento, furto, prestito, che quindi si configura come appropriazione dell’altrui. È un po’ come la differenza che c’è tra citazione e plagio. Il plagio (traduzione appropriante) non è sempre volontario: può anche essere inconscio e anzi forse lo è nella maggior parte dei casi. Forse il rispetto del testo originario in essenza è rispetto per sé stessi, cura per l’autodefinizione di sé e altrettanta cura per la definizione dell’altro, delimitazione del proprio e dell’altrui e individuazione di strategie comunicative che esprimano la dialettica tra queste tre entità: altrui primario (segno), proprio traduttivo (interpretante), altrui secondario (oggetto). Sempre tenendo conto che nel mare dell’intertestualità sempre più feconda, concetti come «prototesto» e «testo primario» possono solo avere valore relativo, allo stesso modo in cui in semiotica l’interpretante del primo segno può a sua volta farsi segno “primario” di una successiva triade.

A. C.

I passaggi inconsci di cui parli riguardano i processi culturali impliciti del traduttore o moti emotivi legati al contenuto del testo che si sta traducendo?

Bruno Osimo

I passaggi inconsci riguardano sia l’inconscio soggettivo del traduttore sia, per così dire, l’inconscio della cultura di

appartenenza del traduttore. Possono verificarsi interferenze tra l’ideologia (in senso profondo, psichico) del traduttore e l’ideologia del testo, che danno luogo a quella che Popovič chiama «traduzione polemica». Possono anche esserci “zone d’ombra” della cultura ricevente intesa come collettivo, e allora nascono difficoltà di decodifica di determinati elementi del prototesto perché manca la specializzazione percettivo-cognitiva necessaria.

A. C.

Come e quanto entra la psiche del traduttore e quanto è opportuno che si cerchi di restare il più neutri possibili?

Bruno Osimo

La pretesa di neutralità del traduttore è – secondo me – insensata, e forse ha un parallelo nella pretesa di neutralità dello psicoterapeuta. Se, come ci diceva già Kant, la percezione è giudizio, già la percezione è ideologica, e con questo la neutralità è inesistente fin da subito. Il traduttore non deve restare neutro, ma deve dichiarare la propria ideologia. Messo a confronto con il prototesto, e con la necessità di proiettarne il senso sulla cultura ricevente, il traduttore elabora (consapevolmente o no) un linguaggio nuovo, fatto su misura per convogliare ciò che soggettivamente per il traduttore è il senso dominante del prototesto verso la cultura ricevente. Nel paratesto (per esempio in una postfazione) il traduttore denuda la propria strategia, denuncia la propria ideologia interpretativa, dichiara i propri intenti comunicativi e, nel contempo, confessa anche il proprio residuo (loss, perdita, lutto): anziché negarlo, il lutto, lo elabora (proprio come avviene in psicoanalisi) e lo svela al lettore.

A. C.

Riesci a farmi qualche esempio pratico, di traduzioni famose, per esempio? Oppure di risoluzione di un conflitto interno?

Angela Catrani, Bruno Osimo

Prendiamo come esempio il concetto di pošlost’ in Čehov. La pošlost’ deriva dal verbo hodit’ che significa «andare» ed è una specie ben precisa di volgarità. La volgarità è un concetto molto culturospecifico. Per esempio, nella cultura italiana contemporanea «volgarità» è spesso accostato a sessualità e a pornografia. In Čehov invece la pošlost’ è spesso accostata alla sytnost’, ossia alla sazietà. Se si considera l’opera di Čehov nell’insieme, si trovano svariati riferimenti alla sazietà, sia alimentare sia monetaria sia sul piano di quelli che ora chiameremmo i comfort, che è disprezzata dai personaggi che sono alter ego dell’autore. La sazietà materiale porta a una sorta di “sazietà spirituale” che è nemica dell’intelligenza, della curiosità, dell’attività che in ebraico si chiama tiqun olam, ossia riparare il mondo, valore di cui Čehov, non ebreo, sembra però carico.

Se si traduce Čehov in italiano, la cultura italiana presenta un enorme “buco nero” intorno a questo concetto. Buona parte delle attività popolari in Italia – mangiare, bere, sdraiarsi al sole, tradire il partner, fare il furbo, cavarsela con mezzucci – sono pošlye per Čehov, mentre da noi è considerato stereotipicamente volgare, che ne so, sfogliare Playboy o esprimersi in termini scatologici. In altre parole, la cultura espressa da un racconto di Čehov, letta dal mediatore culturale che è il traduttore e proiettata sulla attuale cultura italiana di massa produce una sorta di corto circuito. C’è un antropologo statunitense, Michael Agar, che definisce questi cortocircuiti «rich points», punti di arricchimento, perché dal punto di vista del confronto con culture altre avere un momento di smarrimento in cui non si riesce a capire/tradurre qualcosa è benefico e arricchisce. Qui si parrà la tua nobilitate, traduttore, perché ci sono due strategie con due esiti molto diversi. Una strategia stucca e liscia il muro e poi fa un ritocco di pittura, perché non si noti che la differenza culturale ha prodotto una crepa e magari fatto cadere un pezzo d’intonaco. L’altra strategia non persegue la liscezza del muro, ma insegue la dialettica tra le differenze: lascia che l’intonaco si stacchi, anzi fa cadere anche quello tremolante non ancora staccato, e poi fissa il muro e permette a chi lo osserva di accettarlo per quello che è: il frutto di un confronto tra culture diverse.

In termini strettamente traduttivi, il primo mediatore trova una soluzione andante (pošlyj, per l’appunto), trova un traducente come gretto o triviale e procede con il suo lavoro; il secondo mediatore apre un varco nella cultura cehoviana, parla della pošlost’ nella prosfazione o nelle note, informa i lettori che si trovano di fronte a un rich point, e chi ha voglia di arricchirsi si arricchisca (con l’aiuto del traduttore), e gli altri pàssino oltre.

A. C.

Come ultima domanda vorrei parlare proprio della tua particolare traduzione de I racconti di Odessa, completa, come da te teorizzato, di una prefazione in cui dichiari il tuo intento traduttorio. Questo apparato paratestuale diventa così parte integrante e necessaria di un libro, che non è più e solo di Babel, ma diventa di Babel-Osimo (come tra l’altro è dichiarato in copertina). Ci puoi raccontare la genesi di questo libro e della libertà che ti ha concesso l’editore di Voland?

Bruno Osimo

La traduzione mi è stata commissionata (non ho scelto io il testo) in quanto traduttore-autore (purtroppo in Italia si tende a pensare che un traduttore che non scrive anche in proprio sia uno scalino più giù nella scala socioculturale) perché la collana è riservata a classici tradotti da scrittori. Questa impostazione, già di suo, implica che il traduttore non sia stato incaricato di un lavoro di bassa manovalanza (come ahimè avviene a volte nella mentalità dell’editore) ma abbia anche una sua sfera di autonomia. In effetti ho intrapreso la traduzione senza preparazione e, man mano che procedevo, mi sono reso conto che mi stavo addentrando in un mondo stranissimo, caratterizzato non da una sola cultura ma dall’incontro/scontro di tante culture in un cronotopo variopinto, eterogeneo, screziato. Se ero sconcertato io, che nel cunicolo ero il capofila con la torcia accesa nell’elmetto, figuriamoci quelli in fila dietro di me – i lettori – che sarebbero passati più frettolosamente e con meno possibilità d’illuminazione – pensavo.

La mia preoccupazione dominante in questo frangente era di evitare il più possibile l’appiattimento. Da lettore mi stavo gustando un piatto esotico pieno di combinazioni creative di sapori inediti e come autore non volevo consegnare a mia volta ai miei lettori un anonimo sofficino surgelato da sbattere nel microonde e trangugiare spensieratamente. Quindi mi sono ingegnato come potevo per creare un (sotto) linguaggio, uno stile, dei tratti che dessero al lettore italiano l’idea di qualcosa di strano, di nuovo, di esotico, forse non del tutto comprensibile, ma che stimola la curiosità e la voglia di conoscere e di esplorare. Daniela Di Sora è stata molto collaborativa e non solo ha assecondato la mia richiesta di scrivere una postfazione, ma mi ha addirittura proposto una prefazione, che è molto più impegnativa e “invadente” dal punto di vista del lettore. Lavorare così è un lusso (in Italia) e credo che bisognerebbe adoperarsi tutti per trasformarla da eccezione a regola.

Bruno Osimo è nato a Milano il 14 dicembre 1958 in una famiglia culturalmente ebraica laica non osservante. Ha un diploma di traduttore dal russo e dall’inglese e un dottorato in scienza della traduzione. Dal 1980 traduce per l’editoria e per le aziende. Dal 1989 è docente di traduzione e scienza della traduzione presso la Civica Scuola Interpreti e Traduttori di Milano. Dal 1998 pubblica con Hoepli testi sulla traduzione (il più recente è il «Manuale del traduttore di Giacomo Leopardi»). Nel 2002 ha pubblicato l’articolo «On psychological aspects of translation» su Sign Systems Studies e da allora sviluppa questo filone di ricerca. Dal 2007 traduce e divulga autori importanti dell’est europeo nel campo della semiotica della traduzione: Jakobson, Lotman, Torop, Popovič, Lûdskanov, Revzin, Rozencvejg. Dal 2011 ha pubblicato tre romanzi con Marcos y Marcos: “Dizionario affettivo della lingua ebraica”, “Bar Atlantic”, “Disperato erotico fox”.

osimo@trad.it

Angela Catrani nasce a Rimini e vive vicino a Bologna, in una grande casa ecologica di legno, con il marito, due figli e un cane. Dopo la Maturità classica, si laurea con lode in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Bologna. Appassionata lettrice fin da bambina, alla classica domanda su “cosa vuoi fare da grande” risponde “Leggere”. Dato il suo carattere determinato, persegue il suo obiettivo e ora di professione principalmente legge e studia. Non aveva ancora terminato gli studi universitari e già lavorava in una casa editrice, Il Mulino, a cui è seguita una seconda casa editrice d’arte; ora lavora per una cooperativa sociale di Imola, Il Mosaico, per cui cura tutto il settore editoriale dei libri per bambini, in stretta sinergia con l’editore Bacchilega. Scrive articoli per riviste on line e per blog. Ha molte passioni e grandi entusiasmi, tra cui i libri per bambini, che ritiene essere una delle più alte espressioni artistiche in cui si possano coniugare spontaneità, eccellenza e bellezza.

angela.catrani@gmail.com

Pubblicato nel mese di febbraio 2016

www.aracne-rivista.it Rubriche 2016 – Transiti

Transiti #2

Iscritta nel Pubblico Registro della Stampa del Tribunale di Rimini: n° 11 del 24-05-2011 ISSN: 2239-0898

Čechov, Casa con mezzanino, nuova traduzione


copertina dom s mezoninom

Casa con mezzanino (racconto di un pittore)

I

Fu sei-sette anni fa, vivevo in un distretto del governatorato di T., nella tenuta del possidente Belokùrov, un giovane che si alzava molto presto, portava la poddëvka1, la sera beveva birra e continuava a lamentarsi con me di non riuscire a trovare comprensione da nessuna parte in nessuno. Lui viveva nella dépendance in giardino, e io nella vecchia casa padronale, nell’enorme sala con colonne, che non aveva mobili a eccezione del divano largo su cui dormivo e del tavolo su cui facevo i solitari. Qui sempre, anche col bel tempo, c’era qualcosa che fischiava nelle vecchie stufe Amosov2, e durante i temporali tutta la casa tremava e, sembrava, cadeva a pezzi, e faceva un po’ paura, soprattutto di notte, quando tutte e dieci le grandi finestre venivano all’improvviso illuminate da un lampo.

Condannato dalla sorte al continuo ozio, non facevo decisamente nulla. Per ore intere guardavo dalle mie finestre il cielo, gli uccelli, i vialetti, leggevo tutto quello che mi portavano dalla posta, dormivo. A volte uscivo di casa e fino a tarda sera passeggiavo senza meta.

Una volta, mentre tornavo a casa, senza volere mi ritrovai in un podere che non conoscevo. Il sole si stava già nascondendo, e sulla segale in fiore si distendevano le ombre della sera. Due file di abeti vecchi, piantati uno vicino all’altro, molto alti, si ergevano come due muri continui, formando un vialetto scuro, bello. Varcai con facilità la siepe e m’incamminai per questo vialetto, scivolando sugli aghi d’abete che coprivano il terreno per qualche centimetro. Era silenzioso, buio, e solo in alto sulle cime degli alberi tremolava qua e là una luce chiara dorata che si rifletteva sulle ragnatele formando un arcobaleno. Forte, fin soffocante era l’odore degli aghi. Poi svoltai in un lungo vialetto di tigli. Anche qui desolazione e vecchiaia; il fogliame dell’anno passato frusciava con tristezza sotto i piedi e al crepuscolo le ombre si nascondevano tra gli alberi. A destra, nel vecchio frutteto, di malavoglia, con voce flebile cantava un rigogolo, anche lui vecchio, probabilmente. Ma ecco che finirono anche i tigli; passai accanto a una casa bianca con un terrazzo e un mezzanino, e davanti a me d’un tratto si rivelò una vista sul cortile padronale e su un ampio laghetto con una kupal’nâ3, con una distesa di salici verdi, con un paesino sull’altra riva, con un campanile alto e stretto, sul quale ardeva una croce, riflettendo il sole che tramontava. Per un momento mi avvolse l’incanto di qualcosa di caro, di molto familiare, come se avessi già visto questo stesso panorama da bambino.

E vicino alle colonne di pietra bianca, che dal cortile conducevano ai campi, vicino alle colonne robuste con i leoni, c’erano due ragazze. Una di loro, la maggiore, esile, pallida, molto bella, con una chioma di folti capelli castani, con una piccola bocca ostinata, aveva un’espressione severa e mi degnò a malapena di uno sguardo; l’altra invece, ancora molto giovane – avrà avuto diciasette o diciotto anni, non di più – anche lei esile e pallida, con la bocca grande e con gli occhi grandi, mi guardò sorpresa, mentre le passavo accanto, disse qualcosa in inglese e si imbarazzò, e mi sembrava di conoscere anche queste due facce graziose da molto tempo. E tornai a casa con la stessa sensazione di quando si fa un bel sogno.

Da lì a poco, a mezzogiorno, mentre io e Belokùrov stavamo passeggiando vicino a casa, all’improvviso, frusciando sull’erba, entrò nel cortile una carrozza molleggiata, con dentro una di quelle ragazze. Era la maggiore. Veniva a farci firmare una petizione a favore delle vittime dell’incendio. Senza guardarci, ci raccontò con molta serietà nei dettagli quante case erano andate a fuoco nel villaggio di Siânov, quanti uomini, donne e bambini erano rimasti senza tetto e che cosa intendeva fare come prima cosa il comitato per le vittime dell’incendio, di cui ora faceva parte. Dopo averci fatto firmare, mise via il foglio e cominciò subito a salutarci.

«Pëtr Petróvič, vi siete completamente dimenticato di noi» disse lei a Belokùrov, dandogli la mano. «Venite, e se monsieur N. (pronunciò il mio cognome) vorrà dare un’occhiata a come vivono gli ammiratori del suo talento, e venire a trovarci, io e la mamma ne saremo felici».

Feci un inchino.

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The Fundamentals of Translation, ebook by Bruno Osimo

fundamentals copertina

Bruno Osimo

The Fundamentals of Translation

Introductory Course with Exemplifying Tables for B. A. Students

translations by Alice Rampinelli, Anna Paradiso, Bruno Osimo

ISBN 9788898467099

1 Communicating always means translating

1.1 What is translation?

When speaking about translation, people usually think of the trasposition of a text from a language (a natural code) to another, different from the one in which the text was originally conceived and written. As a matter of fact, that is just a peculiar subprocess within the boundless universe of translation. One of the first steps towards a more scientific and complete approach to translation as it is generally thought of consists in acknowledging all its potential aspects.

The translation process is often described with metaphors relating to space and movement. In some languages the terms referring to “source text” and “target text” are undoubtedly linked to the notion of “space”. In Italian, for instance, “testo di partenza” and “testo d’arrivo” (literally, “starting text” and “arrival text”) refer to the semantic field of runs and races. The same is true, for example, for the French “texte de départ” and “texte d’arrivée”.

To some extent, it seems that translation were a sort of transportation of something (apparently words) from one place to another. And this might be due to the fact that even the Latin word from which “translation” derives, “translatus”, comes from the verbtrans-fero meaning “to bring on the opposite side of”. But even though it is true that translation has a spatial dimension, it also has a temporal and cultural one, all three made up of a number of other interrelated elements.

To avoid all the words which are too explicitly linked to the semantic field of departures and arrivals, which remind of military targets (“target text”) or which imply the misleading idea that there were no previous influences on the first text (“source text”), one may call “original” the text from which the translation process stems, and “translation” the text resulting from it. However, the word “translation” does not allow to make a distinction between the process and the outcome.

That is why the ideal terms would be “prototext” (i.e. “first text”, the original text) and “metatext” (i.e. the subsequent text, deriving from the first one). Such terms were coined by the Slovak semiotician Anton Popovič (1933-1984), who gave a substantial boost to translation studies in the 1960s and 1970s. Unfortunately, his ideas spread to the Western countries only after he had prematurely died.

It is also necessary to define the notion of “text”. The first definition that comes to mind when speaking of a text is a consistent group of written words with a unified structure that makes it a whole. But according to semiotics, the notion of “text” needs to be extended to nonverbal languages, such as music, figurative arts, cinema, advertisement, natural environment, street signals, and so on.

The consequences of such a widening of horizons are clear: if by “translation” we mean any process transforming a prototext into a metatext, with the text belonging to any verbal or nonverbal language or code (and by the way, prototext and metatext can even be expressed with the same code!), then the notion of “translation process” embraces a very wide range of processes, related to all possible transformations of texts.

That is why the translation process includes apparently different phenomena, such as film translation (often called “movie version”, a definition which does not stress its belonging to the sphere of translation) and intertextual translation (quotations, references, allusions, and so on). Already in 1683 the French churchman and scholar Pierre-Daniel Huet wrote in his De interpretatione:

the term “translation” also refers to the clarification of abstruse doctrines, to the interpretation of enigmas and dreams, to the interpretation of oracles, to the solution of complex issues, and, finally, to the spreading of all that is unknown. (Huet 1683:18)
immagini1

In the previous table, each row contains a communicative act which belongs to the translation process. Let us see some examples of translation processes.

The first row shows the standard interlingual translation process. The prototext is expressed in a natural code (i.e. in a language – English for instance – that differs from artificial codes such as, say, mathematics), and its transformation into a metatext is textual (both metatext and prototext are verbal texts) and interlingual (the prototext language is different from the metatext language).

The second row shows paraphrase: the process is the same as interlingual translation, but paraphrase usually occurs within the same language, as the content of the message is simply re-expressed with other words.

Quotations may take on the form of references or allusions especially if their ‘delimiters’ (such as inverted commas) are missing: sometimes it is a very hard task for the reader to recognize them as alien texts which were originally part of another, far different text. Even quotations are forms of translation because a word or a sentence uttered by someone in a given context and co-text (→ section 3.1) is re-uttered in a new context and co-text. In this way, the original utterance is now part of a new text: it is ‘translated’. The Internet and all the other telecommunication media are exponentially increasing intertextuality in our every-day communication practice. It is extremely easy for people with access to the Internet to come into contact with the other’s words, and the most modern communicative acts are consequently intertexts, i.e. intertextual translations.

Among the different types of intersemiotic translation there are also reading and writing, all the stages of dream elaboration as both intra- and interpersonal phenomena (i.e. reporting the dream, transcribing it), and psychotherapy, consisting both in the repeated translation of affects, feelings, and drives into words, and in the decoding and recoding of such words, which finally act as a feedback for the patient.

* * *

 

With a scientific explanation for the translation process as its goal, contemporary translation science does not only deal with interlingual translation. The present course on the fundamentals of translation does not aim at teaching how to translate – the translation practice represents a subsequent phase in the education of translators –, but at shading light on an often taken for granted and unconsciously practiced activity, as well as at paving the way for the interlingual translation practice.

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copertinasilva

Prefazione

Silva si è manifestata nella frazione di Passano (Deiva) nell’agosto del 2008 e – non incoraggiata – ci ha seguìto fino a casa. Angelo, il veterinario, le dava più o meno un anno. È entrata nella nostra vita con le zampe di velluto, senza fare rumore, per non disturbare. Nemmeno abbaiava, solo nel sonno, ogni tanto, le venivano fuori degli abbaietti trattenuti, in falsetto. Per il resto dove la mettevi stava, fosse la sua cuccia, l’automobile, il Bar Atlantic, o la panchina fuori dal supermercato ad aspettare chi faceva la spesa. Solo una volta, mentre facevo la spesa con mio figlio, si è divincolata dal collare e ci è corsa incontro trovandoci nel reparto latticini.

A fine agosto 2013 aveva tentato una specie di fuga – forse con l’idea di andarci a cercare chissà dove – immettendosi sull’autostrada vicino al casello di Deiva, camminando sull’angusto marciapiedino che c’è nelle gallerie in quel tratto. Anonime persone sensibili e preoccupate evidentemente l’avevano scorta ed erano riuscite ad accostare in una piazzola d’emergenza per farla salire, consegnandola poi agli uomini della Salt, che ci avevano telefonato da Spezia dove l’avevano tenuta fino al nostro arrivo, apparentemente tranquilla. E un mese dopo una non meglio spiegata paralisi l’aveva immobilizzata per una settimana, ma subito dopo aveva ripreso le sue corse da lepre.

Paralisi simile l’ha colpita il 20 settembre 2015, solo che questa volta non si è ripresa, e il giorno dopo il suo cuore si è fermato.

La voragine che s’è aperta con la sua mancanza nei cuori di noi tutti ci ha fatto capire molto anche di noi stessi. Gli esseri meno invadenti, più beneducati, si fanno strada nel cuore degli altri in modo quasi impercettibile, ma poi lasciano un grande vuoto.

Queste liriche, in parte mie in parte dei miei famigliari, sono in sua memoria.

Bruno Osimo

5 ottobre 2015

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Roman Jakobson’s Translation Handbook

Bruno Osimo1

 

 

This book is based on the principle that it is possible to create a text out of the writings of an author, focusing on a subject that had not necessarily been considered central or fundamental in the original author’s view. Roman Jakobson wrote many articles and books, that only partially dealt with translation. My intention here is to synthesize his thought on translation by collecting a number of quotations from different papers and essays of different times, originally written in various languages, and rearranging them according to my own criteria.

 

jakobson handbook copertina

The result is a series of paragraphs and chapters whose identity derives from the assembling of heterogeneous texts that, however, see one given topic from different perspectives. The first chapters focus on inner language as a nonverbal code, and the consequences of the continuous shift from verbal to nonverbal and viceversa occurring during speech, writing – coding –, hearing, reading – decoding –, and therefore occurring within the translation process itself. The notion of “intersemiotic translation” is considered from a new perspective.

In the central chapter Jakobson’s distinctive features method is applied to translation. Using the similarity/contiguity and imputed/factual variables, taken from Peirce’s writings, Jakobson realizes that one of the four actualizations is missing from Peirce’s treatment. Translation, that according to Jakobson is not equivalence but evolution of sense, may well be imputed similarity, the missing actualization of the aforementioned variables.

In the third chapter the focus is on the difference between humane disciplines and exact sciences, and where translation studies belong. Scientific method should be limited to exact disciplines or extended to humane fields as well? This decision has many implications, starting from the name of our discipline – translation science, translatology, translation studies, translation theory – passing through scientific terminology and arriving to semiotics, that according to Jakobson is the science within which the translation discipline should develop itself. Since in classic times disciplines were divided into trivium (humane fields) and quadrivium (sciences), following Jakobson’s semiotic path would mean to overcome trivium, to get out of triviality, in a sense.

In a slightly different form the three chapters were published as articles as follows:

 

(2009). Jakobson and the mental phases of translation. Mutatis Mutandis, 2(1), 73 – 84.

(2008) Translation as imputed similarity”. Sign Systems Studies 36.2:315-339.

(2016) Translation from rags to riches in Jakobson. Sign Systems Studies, still to be defined.

 

 

 

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Dinda L. Gorlée: Goethe’s glosses to translation, tesi di Chiara Dell’Orto

Dinda L. Gorlée: Goethe’s glosses to translation

Relatore: professor Bruno Osimo

CHIARA DELL’ORTO

Fondazione Milano
Civica Scuola Interpreti e Traduttori

Scuola Superiore per Mediatori Linguistici via Alex Visconti, 18 20151 MILANO

Diploma in Mediazione linguistica Dicembre 2015

© Dinda L. Gorlée: «Goethe’s glosses to translation» 2012 © Chiara Dell’Orto per l’edizione italiana 2015

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Dinda L. Gorlée: Goethe’s glosses to translation

Abstract in italiano

La presente tesi propone la traduzione dell’articolo Goethe’s glosses to translation di Dinda L. Gorlée, pubblicato sul volume 40, numero 3/4 del Sign Systems Studies, rivista accademica di semiotica. Il testo tradotto affronta sotto vari aspetti il concetto di triadicità, in contrapposizione con quello di dualismo. Semioticamente questo concetto è stato preso in considerazione da Peirce, nella sua triade semiotica di segno-oggetto-interpretante e nelle sue categorie di Primità, Secondità, Terzità. In traduzione, sia Jakobson che Goethe hanno sostenuto l’idea dell’esistenza di tre tipi di traduzione. Goethe ha formulato questa idea durante la stesura del suo West-Östlicher Divan, sorta di traduzione/parafrasi della versione in arabo del Divan di Hāfez. Attraverso le glosse a margine nelle Noten und Abhandlungen e nei Paralipomena, Goethe ha inoltre cercato di giustificare la libertà presasi nel tradurre e nel ricreare una nuova versione dell’opera persiana.

English abstract

The document proposes the Italian translation of the article Goethe’s glosses to translation by Dinda L. Gorlée, published on Sign Systems Studies. The article deals with the notion of triadicity, as opposed to that of duality. Semiotically, this concept was considered by Peirce in his semiotic sign-object- interpretant triad and in his threefold categories of Firstness, Secondness and Thirdness. In translation, both Jakobson and Goethe supported the idea of the existence of three types of translation. Goethe had this idea writing his West-Östlicher Divan, his personal translation/paraphrase of the Arabic version of Hafiz’ Divan. Through the marginal glosses in Noten und Abhandlungen and Paralipomena, Goethe also tried to justify the liberties he took when translating and recreating a new version of the Persian work.

Zusammenfassung

Diese Diplomarbeit schlägt die italienische Übersetzung des Artikels Goethe’s glosses to translation von Dinda L. Gorlée vor, der im Band 40 Nummer 3/4 der akademischen Zeitschrift von Semiotik Sign Systems Studies veröffentlicht wurde. Der Artikel befasst sich unter verschiedenen Aspekten mit dem Konzept der Triadizität im Gegensatz zu der Dualität. Semiotisch wurde dieses Konzept von Peirce in seiner semiotischen Triade Zeichen-Objekt- Interpretant und seine dreifachen Kategorien Erstheit, Zweitheit und Drittheit in Erwägung gezogen. Im Bereich der Übersetzung unterstutzten sowohl Jakobson als auch Goethe die Idee der Existenz von drei Arten Übersetzung. Goethe hatte diese Idee während des Schreibens seines West-östlichen Divan, eine Art Übersetzung/Paraphrase der arabischen Version des Hafis‘ Diwans. Durch die Randglossen in Noten und Abhandlungen und Paralipomena Goethe versuchte auch zu rechtfertigen die Freiheit, die er sich bei der Übersetzung und Wiederschaffung einer neuen Version des persischen Werkes genommen hatte.

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1 PREFAZIONE…………………………………………………………………………………………………………………………………..5

1.1 Introduzione al testo …………………………………………………………………………………………………………………………………………..5 1.2 Scelte traduttive…………………………………………………………………………………………………………………………………………………6 2 TRADUZIONE CON TESTO A FRONTE …………………………………………………………………………………………………. 7

3 RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI……………………………………………………………………………………………………………50

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1.1 Introduzione al testo

1 PREFAZIONE

La presente tesi ha come oggetto la traduzione dell’articolo Goethe’s glosses to translation di Dinda L. Gorlée, pubblicato nel 2012 su Sign Systems Studies 40(3/4). L’autrice, ricercatrice olandese di semiotica e traduzione, è a capo di un ufficio di traduzione giuridica multilingue all’Aja. Collabora inoltre con l’università norvegese di Bergen agli Archivi Wittgenstein e con quella di Helsinki presso il dipartimento di ricerche traduttologiche. L’articolo tratta principalmente di semiotica, traduzione e mediazione culturale, citando vari nomi di personaggi importanti e famosi nei rispettivi campi. Partendo dalla sua esperienza e dalle amicizie “semiotiche” che l’hanno indirizzata verso quel percorso di studi, l’autrice parla di come nel corso degli anni l’approccio e l’atteggiamento del traduttore verso la traduzione siano cambiati. Da un approccio duale o diadico, che è stato per molto tempo quello convenzionale e che ha dominato l’intero mondo della traduttologia fino a mezzo secolo fa, si è passati a considerare maggiormente un approccio triadico. Quest’ultimo, orientato verso la dottrina, anch’essa triadica, dei segni semiotici di Peirce, ha generato il nuovo metodo traduttivo: la semiotraduzione. Basandosi su questo nuovo metodo di pensiero progressivo, Goethe ha individuato, così come Jakobson, tre tipi di traduzione. La sostanziale differenza tra i due sta nel fatto che Goethe ha valutato i tre gradi di corrispondenza possibile tra prototesto e metatesto, mentre Jakobson, con i suoi tre tipi di traduzione (intralinguistica, interlinguistica e intersemiotica), ha dato per scontata la mancanza di equivalenza. I tre tipi di traduzione goethiani, da lui chiamati anche «epoche», possono essere così definiti: traduzione linearmente prosaica, parodistica e identica all’originale. Nel primo tipo si assiste a una Verdeutschung (termine coniato da Schleiermacher), una “germanificazione”, in cui il prototesto scompare e la traduzione risulta così una versione completamente germanizzata. Secondo Goethe una prosa lineare è la scelta migliore per questo primo tipo. Il secondo tipo presenta il dualismo domesticazione-straniamento, ovvero la Verfremdung. La traduzione perde la sua

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attenzione filologica per il prototesto e si assiste a una riformulazione. Il terzo e ultimo tipo è quello più elevato e più difficoltoso da mettere in pratica, poiché il traduttore perde la sua identità nazionale, adattandola al gusto estetico della massa. La traduzione è identica all’originale sia nel significato che nei procedimenti ritmici, metrici e retorici. Goethe ha formulato quest’idea dell’esistenza di tre tipi di traduzione nelle glosse a margine del suo West-östlicher Divan, rieditate nelle Noten und Abhandlungen e nei Paralipomena. Il West-östlicher Divan, versione personale goethiana in tedesco del Divan persiano di Hāfez, scritto in caratteri arabi, è la dimostrazione sia dell’applicazione del concetto e dell’approccio triadico alla traduzione da parte di Goethe, sia dell’erudizione propria di Goethe (la conoscenza della lingua araba non era cosa comune a quel tempo e, a onor del vero, nemmeno oggigiorno) e della mediazione culturale tra oriente e occidente, uno degli scopi fondamentali di quest’opera.

1.2 Scelte traduttive

Quando è stato possibile reperire la fonte (dal sito ufficiale del Deutsches Textarchiv), le citazioni presenti nel testo di autori tedeschi (Goethe e Eckermann) sono state tradotte direttamente dall’originale.

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2 TRADUZIONE CON TESTO A FRONTE

Friendship

Amicizia

When I find myself recollecting some instances of meeting Juri Lotman, I vividly remember the turmoil between East and West, making us captive of the political history and alienizing all personal contact. Lotman’s effective appeal to my invitation to become, together with Thomas A. Sebeok, key speakers of the First Congress of the Norwegian Association of Semiotics in Bergen (1989), became a semiotic extravaganza, unforgettable for all present. Translation was a crucial issue, but it seemed to work between semiotic friends. Sebeok addressed Lotman “mostly in German, with snatches of French, interspersed by his shaky English and my faltering Russian” (Sebeok 2001: 167). During one of the events of the congress, Lotman whispered to me in French, as I guess, that translation was on the program in the semiotic school in Tartu. I thought that the brief remark was a smart anecdote, but I had misunderstood Lotman’s cryptic words, alas!

Quando mi trovo a pensare ad alcune volte in cui incontrai Juri Lotman, ripercorro vividamente l’atmosfera di confusione tra Est e Ovest che ci rendeva prigionieri della storia politica e ci isolava da tutti i nostri contatti personali. L’efficace appello di Lotman al mio invito a diventare con Thomas A. Sebeok oratore principale del Primo Congresso della Norwegian Association of Semiotics a Bergen (1989) diventò uno stravagante spettacolo semiotico, indimenticabile per tutti i presenti. La traduzione era un tema cruciale, ma sembrava di lavorare tra amici semiotici. Sebeok si rivolgeva a Lotman “perlopiù in tedesco, con frammenti in francese, inframezzati dal suo inglese precario e dal mio russo zoppicante” (Sebeok 2001: 167). Nel corso di un evento durante il congresso, Lotman mi sussurrò in francese che, come credo di aver capito, la traduzione era nel programma della scuola semiotica di Tartu. Pensai che quel commento fosse soltanto un brillante aneddoto, ma aimè avevo frainteso le parole criptiche di Lotman.

The semiotic approach to translation – semiotranslation – had for many years been my lonely adventure. To write the methodology of Charles Peirce’s semiotics in a doctoral dissertation was against the

L’approccio semiotico alla traduzione – semiotraduzione – è stato per molti anni la mia avventura solitaria. Scrivere una tesi di dottorato sulla metodologia semiotica di Charles Peirce andava contro il volere

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opinion of my university superiors, so I worked on the enterprise alone. Later, under the inspiration of Sebeok, Peircean translation had turned into my “mono-mania”. In October 1999, if I remember well, I met for the first time Peeter Torop during the 7th International Congressof the International Association for Semiotic Studies in Dresden. Immediately, we became friends, although we had in the beginning no real language in common, but needed to communicate through half-words, body movements, and gesture. We have stayed honest friend until today (and hopefully tomorrow). My words of friendship are a simple yet affectionate statement but, in a time of professional wilderness, I fully realize that having a real friend overcomes our active busyness to trust in the truth and luxury of the language of friendship.

dei miei docenti universitari. Decisi così di intraprendere il cammino da sola. Successivamente, ispirata da Sebeok, la traduzione peirceiana diventò la mia monomania. Nell’ottobre del 1999, se mi ricordo bene, incontrai per la prima volta Peeter Torop durante il Settimo Congresso Internazionale della International Association for Semiotic Studies a Dresda. Siamo diventati subito amici nonostante all’inizio non avessimo alcuna lingua in comune e quindi comunicassimo con mezze parole, movimenti del corpo e gesti. Siamo rimasti buoni amici fino a oggi (e spero lo saremo anche domani). Le mie parole d’amicizia sono una dichiarazione semplice ma affettuosa, tuttavia, in un’epoca di aridità professionale, mi sono resa pienamente conto che avere un vero amico ci fa superare le difficoltà contingenti e confidare nella verità e nel lusso del linguaggio dell’amicizia.

Lotman’s hidden and secret words were realized in the friendship between Peeter and myself. A friendship between two semiotic translation theoreticians exists in our case to challenge the “old” rules of linguistic translatology into producing a new semiotic theory about the plural and manifold activity of making sense of a source text into a target text. Translatology – translating (process) and translation (product) – starts from the original, Romantic unity of the ego

L’amicizia tra me e Peeter era incentrata sulle parole segrete e nascoste di Lotman. L’amicizia tra due teorici della semiotraduzione esiste nel nostro caso per sfidare le “vecchie” leggi della traduttologia linguistica e produrre una nuova teoria semiotica che riguarda la plurale e molteplice attività del ricavare il senso di un prototesto in un metatesto. La traduttologia – il tradurre (processo) e la traduzione (prodotto) – parte dall’originale – l’unità romantica dell’Io alita la

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breathing his or her individual fashion of translation traversing the fixed and normative unity of language-and-grammar, but the perspective has now changed into the revolutionary advance of the plurality of the translator’s signatures. Translating (process) and translation (product) create a living and radical form of Roman Jakobson’s transmutation, inside and outside the source text, producing new target reactions of the “chaotic” symbiosis of language- and-culture.

propria modalità individuale di traduzione attraverso l’unità fissa e normativa di lingua e grammatica – ma la prospettiva ora è cambiata, con la rivoluzionaria pluralità delle firme del traduttore. Il tradurre (processo) e la traduzione (prodotto) creano una nuova forma vivente e radicale della trasmutazione di Roman Jakobson, dentro e fuori il prototesto, scatenando così nuove metareazioni della simbiosi “caotica” dell’insieme di lingua e cultura.

Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832), the Romantic poet- dramatist-novelist-philosopher and scientist (anatomy, botany) of German culture, came close to defining the modern version of translatology. In his days, he saw translation – including annotation, retranslation, and even lexicography – of a literary work in the German language as a means of performing a vital service for particularly classical literature. Goethe introduced the concept of world literature , building and mediating the cultural and political identity of the German princedoms into one national home (Venuti 1998: 77-78). However, at

Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832), poeta, drammaturgo, romanziere, filosofo e scienziato (anatomia, botanica) del romanticismo tedesco, arrivò quasi a definire la versione moderna di traduttologia. Considerava la traduzione di un’opera letteraria in lingua tedesca – compresa di annotazioni, ritraduzione e perfino lessicografia – un mezzo atto a rendere un servizio vitale per la letteratura, soprattutto per quella classica. Goethe introdusse il concetto di letteratura mondiale, costruendo e fondendo l’identità politica e culturale dei principati tedeschi in una patria nazionale (Venuti 1998: 77-78).

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informal kinds of causeries with his younger secretary Johann Peter Eckermann (1792-1854)1 – indeed, early forms of “interviews” occurring in Goethe’s study of the Weimar Palais, during dinner, in the library, in the garden, or taking walks together – Goethe interpreted as “translator” of his own experiences, the similarity between botanical

Comunque, durante causeries informali con il suo giovane segretario Johann Peter Eckermann (1792-1854) – in realtà erano “interviste” ante litteram che si verificavano nello studio di Goethe nel Palais di Weimar, a cena, in biblioteca, in giardino o facendo una passeggiata insieme – Goethe interpretò come traduttore delle proprie esperienze, la

1 This footnote is an informal excursus to punctuate formally the acute angle to understand the two ways of Goethe’s work in formal and informal writings, as argued here separately and in mediation. Semiotically, both reflect knowledge and metaknowledge, unfolding in the formation of reasoning in Peirce’s three categories: argumentative deduction, experimental induction, and hypothetical abduction reflect the two concepts of formality and informality, that are not separate but interactive in whole and parts. The formal mind is the pure cognition of semiosis (logical Thirdness, with nuances of Secondness and Firstness) and the informal mind is the degenerate pseudo-semiosis (real or fictional Secondness, with nuances of Firstness and Thirdness). In literary genres, Peirce’s categories represent description, narration, and dissertation. Formal works are the flow of text-oriented thought-signs, to have essentially one interpretation, whereas informal works embody culture-oriented “factors – the bodily states and external conditions – and these interrupt logical thought and fact” (Esposito 1980: 112). The informal stories are the picaresque variety of narrative genres. The flow of episodes, plots, anecdotes, and other impressionistic and causal narrations can embrace many meanings, even ambiguous and contradictory senses.

In Lotman’s cultural semiosis, the “constant flux” (1990: 151) of knowledge and metaknowledge throws light on the dialogic interaction of different human semiospheres (1990: 125ff.). The structural boundaries of formal cultural (moral, ethical, ideological) space may be crossed by all kinds of informal human (self-) expressions reflecting various cultures. In literary language, the crosswise dialog between formal and informal codesdemonstrates how and when human cultures (and subcultures) move away from domestic codes to shift to adopting new and strange codes. Lotman exchanges the formal “stereotype-images” into the informal image of what is described as “the unknown Dostoevsky” or “Goethe as he really was” to give a “true understanding” of literary personalities and their works (1990: 137). See also metaknowledge in the encyclopedic information of Sebeok (1986: 1: 529–534) and Greimas (1982: 188–190, 192).

Goethe’s formal attitude about literary translation will focus on his creative translation of his West-ostlicher Divan. His informal view will be argued about his own self-explanatory notes, explaining the complexities of his German translation of the Arabic verse. In this article, Goethe’s informal attitude about literary translation will be discussed: firstly, in the editor’s “table-talk literature” (1946: viii) of Goethe’s Conversations with Eckermann, and secondly, Goethe’s self- explanatory notes, explaining the German translation of his Divan verse. The latter, the Divan and the notes, shows the difference between Lotman’s terms of “central and peripheral spheres of culture” (1990: 162). The Divan is “the central sphere of culture … constructed on the principle of an integrated structural whole, like a sentence”, whereas the notes are “the peripheral sphere … organized like a cumulative chain organized by the simple joining of structurally independent texts” (Lotman 1990: 162). Lotman adds that “This organization best corresponds to the function of these texts: of the first to be a structural model of the world and of the second to be a special archive of anomalies” (Lotman 1990: 162).

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form, shape, or pattern to:

somiglianza tra forma botanica, struttura o modello di:

[...] a green plant shooting up from its root, thrusting forth strong green leaves from the sturdy stem, and at least terminating in a flower. The flower is unexpected and startling, but come it must – nay, the whole foliage has existed only for the sake of that flower [...]. This is the ideal – this is the flower. The green foliage of the extremely real introduction is only there for the sake of this ideal, and only worth anything on account of it. For what is the real in itself? We take delight in it when it is represented with truth – nay, it may give us a clearer knowledge of certain things; but the proper gain to our higher nature lies alone in the ideal, which proceeds from the heart of the poet. (Eckermann 1946: 155; see 327)

[...] una pianta verde che germoglia dalle radici, il cui robusto stelo da vita a verdi e vigorose foglie ai lati e termina, infine, con un fiore. – Il fiore era inaspettato e sorprendente ma doveva venire; sì, il verde fogliame era lì solo per lui [...]. Questo è l’ideale, questo è il fiore. Il verde fogliame della più che reale esposizione è lì solo per questo ideale e vale qualcosa soltanto in sua virtù. Ma che cos’è il reale in sé? Ci rallegriamo quando viene rappresentato con verità, sì, può anche darci una conoscenza più ampia di certe cose; ma la vera vittoria per la nostra natura superiore risiede ancora soltanto nell’ideale, che emerge dal cuore del poeta. (Eckermann 1836: Bd.1, 302)

Goethe’s footnotes to the phenomenon of translation explained the organic form of translation, attaining the long-cultivated ambition to blossom and fruit. Anticipating the idea of intersemiotic translation, Goethe’s approach seemed in some ways to anticipate biosemiotics. Indeed, the wilderness of the thistle path – shooting up from the wild rhizomes, thrusting forth thorny weeds with sharp spines and prickly margins – comes alive in the nomadic wanderings into the translator’s semiosis or pseudo-semiosis (Kull, Torop 2003, Gorlée 2004a). As a warning against the business of “a thousand hindrances” of translation, Goethe’s proverb said “one must not expect grapes from thorns, or figs from thistles [...]” (Eckermann 1946: 385, 199). After his botanical analogy, Goethe added in spirited inspiration: “The like has often

Le note a piè pagina di Goethe sul fenomeno della traduzione spiegavano la forma organica della traduzione, realizzando l’ambizione, a lungo coltivata, di fiorire e dare frutti. Anticipando l’idea di traduzione intersemiotica, l’approccio di Goethe sembrava in qualche modo anticipare anche l’idea di biosemiotica. In effetti il deserto del sentiero dei cardi – che germogliano dai rizomi selvatici, facendo crescere foglie spinose con spine aguzze e margini setolosi – prende vita nei nomadi vagabondaggi della semiosi o pseudosemiosi del traduttore (Kull, Torop 2003, Gorlée 2004a). Come un avvertimento rispetto all’impresa dei “mille ostacoli” della traduzione, un proverbio di Goethe recitava “non bisogna aspettarsi l’uva dalle spine né i fichi dai rovi [...]” (Eckermann 1848: Bd.3, 158). Dopo la sua analogia botanica

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happened to me in life; and such cases led to a belief in a higher influence, in something daemonic, which we adore without trying to explain further” (Eckermann 1946: 385). Friendship, I guess.

Goethe aggiunse, brillantemente ispirato: “Mi è spesso successo qualcosa di simile nella vita; e casi del genere portano a credere in un influenza superiore, qualcosa di demoniaco, che noi adoriamo senza cercare di spiegare ulteriormente” (Eckermann 1848: Bd.3, 158). L’amicizia, credo.

Semiotranslation

Semiotraduzione

The conventional view of translation is the dual (or dyadic) approach that has tended to predominate the whole of translation studies. This comprehensive theory of translation studies was used as a systematic guideline and, semiotically, was based on the twofold concepts of Ferdinand de Saussure’s language theory – signifier and signified, langue and parole, denotation and connotation, matter and form, sound and meaning, as well as synchrony and diachrony. The semiologically oriented language theory was in agreement with Saussure’s system of contrastive terms, while the dual dichotomies produced, for example, Hjelmslev’s expression and content, form and substance, and Jakobson’s code and message, selection and combination, metaphor and metonymy, whole and details. However Sebeok’s inner and outer, vocal and nonvocal, verbal and nonverbal,

L’approccio convenzionale alla traduzione è quello duale (o diadico) che ha dominato l’intera traduttologia. Questa teoria completa della traduzione fu usata come linea guida sistematica e, semioticamente, era basata sui duplici concetti della teoria del linguaggio di Ferdinand de Saussure – signifiant e signifié, langue e parole, denotazione e connotazione, sostanza e forma, suono e significato, così come sincronia e diacronia. La teoria del linguaggio orientata semiologicamente concordava con il sistema dei termini contrastivi di Saussure, mentre le dicotomie creavano, per esempio, espressione e contenuto, forma e sostanza di Hjelmslev, codice e messaggio, selezione e combinazione, metafora e metonimia, insieme e particolari di Jakobson. Tuttavia, per quanto riguarda interno ed esterno, vocale e nonvocale, verbale e nonverbale, segni e sistemi segnici linguistici e

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linguistic and nonlinguistic sign and sign systems, as well as Lotman’s primary and secondary modelling systems, internal and external communication, closed and open cultures, cultural center and periphery, tended not towards Saussure’s contrastive oppositions, but reflect a continuum, echoing relational structure of evolutionary progress. They grasp aspects of dynamic modes of expression, as found in Peirce’s threefold (or triadic) doctrine of semiotic signs.

nonlinguistici di Sebeok, così come i sistemi di modellizzazione primaria e secondaria, la comunicazione interna ed esterna, le culture aperte e chiuse, il centro e la periferia della cultura di Lotman, non sono orientati verso le opposizioni contrastive di Saussure, ma riflettono un continuum, riecheggiando la struttura relazionale del progresso evolutivo. Essi colgono modalità espressive dinamiche, come quelle presenti nella triplice (o triadica) dottrina dei segni semiotici di Peirce.

Within the threefold categories, the two-step model of translation studies of the linguistic (or multilingual) relation between the production and the producer, or the producing activity and reproductive activity, loses the primary importance. So does the ideal of perfect equivalence produced in the target language stand for the “same” place in the source language. The “old” model of classical equivalence has produced the paradigm of evaluating in the lines of the argument a yes/no response. The dual explanation judges translation according to the dual dichotomies of language: translation studies and translation practice, translation process and translation product, translatability and untranslatability, prescriptive (normative) and descriptive translation, co-textual and contextual translations, as well as source-oriented and target-oriented translations, faithful and

Nell’ambito delle tre categorie, il modello traduttologico diadico della relazione linguistica (o multilingue) tra produzione e produttore, o attività produttiva riproduttiva, perde la sua importanza primaria. Così l’ideale di equivalenza perfetta prodotta nella lingua ricevente sta per lo “stesso” posto nella lingua emittente. Il modello “vecchio” dell’equivalenza classica ha prodotto una valutazione sì/no sul piano dell’argomento. La spiegazione diadica giudica la traduzione in accordo con le dicotomie diadiche del linguaggio: traduttologia e pratica della traduzione, processo traduttivo e prodotto, traducibilità e intraducibilità, traduttologia prescrittiva (normativa) e descrittiva, traduzioni cotestuali e contestuali, così come traduzioni orientate verso il prototesto e verso il metatesto, traduzione libera e fedele, traduzione linguistica e artistica, traduzione naturalizzante e estraniante,

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free translation, linguistic and artistic translation, naturalizing and alienating translation, exotization and acculturation of translations, historization and actualization (assimilation) of translations, accuracy and receptibility of translations, and many others emanating from semiological (structuralist) approaches to translation studies (Greimas 1982: 351-352).

esotizzazione e acculturazione delle traduzioni, storicizzazione e attualizzazione (assimilazione) delle traduzioni, accuratezza e recettibilità delle traduzioni e molte altre che provengono da approcci semiologici (strutturalisti) alla traduttologia (Greimas 1982: 351-352).

Semiotranslation is the “new” methodology, characterized as Peirce’s doctrine of detecting and analyzing signs as a “progressive” thinking method, different from Saussure. Hijacked by Peirce, as my situation was, away from the camp of Saussure, the outlook of translation studies and the translation of meaning was based on the division and subdivision of the framework of Peirce’s logical terms. The semiotic sign or representamen, object, and interpretant, divided into various threeway elements, correspond to Peirce’s categories of Firstness, Secondness, Thirdness. The threeway elements are not separate but interact with each other in semiosis, when possible. Translators, as human interpreters, work with pseudo-semiosis or Peirce’s degenerate semiosis (Gorlée 1990; see fn. 1), as argued here. Semiotranslation channels a dynamic network of Peircean interpretant- signs, considered as artificial “sign-things” which are still alive, and thus

La dottrina peirceiana consistente nell’individuare e analizzare i segni come metodo di pensiero “progressivo”, diverso da Saussure, genera il metodo “nuovo”, la semiotraduzione. Le prospettive della traduttologia – peirceianamente dirottata, come la mia situazione, lontano dal campo di Saussure – e della traduzione del significato erano basate sulla divisione e suddivisione della struttura dei termini logici di Peirce. Il segno semiotico o representamen, l’oggetto e l’interpretante, divisi in vari elementi triadici, corrispondono alle categorie peirceiane di Primità, Secondità e Terzità. Gli elementi triadici non sono separati ma, quando possibile, interagiscono tra loro semioticamente. Come argomento qua, i traduttori, in qualità di interpreti umani, lavorano con la pseudosemiosi o con la semiosi degenerata di Peirce (Gorlée 1990; vedi nota 1). La semiotraduzione crea una rete dinamica di segni-interpretanti di Peirce, considerati

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progressively growing in time. A translation is a (re)creative work by a translator (or various translators), going through successive moods, aspects, and phases of the never-ending acts of translation. Simplifying the complex tasks of the translator, the vague and impromptu translations, made by so-called “bad” translators bringing in unintegrated and illogical impressions, could under the fortunate circumstances of “good” translators grow to become clear translations, giving higher determined and logical features – or performing any interpretant-messages whatsoever between “good” and “bad” (Gorlée 2004a: 167, 2004b) in what can be called intermediate types.

“segni-cose” artificiali, che sono tutt’ora vivi e crescono progressivamente nel tempo. Una traduzione è un lavoro (ri)creativo di uno o più traduttori che passa via via attraverso diversi stati d’animo, aspetti e fasi di atti traduttivi interminabili. Semplificando i compiti complessi del traduttore, le traduzioni vaghe e improvvisate, eseguite dai cosiddetti traduttori “cattivi” che mettono insieme impressioni nonintegrate e illogiche, potrebbero, nelle mani di traduttori “buoni”, crescere e diventare traduzioni chiare, con migliori caratteristiche logiche e determinate – o produrre messaggi-interpretanti a metà strada tra “buono” e “cattivo” (Gorlée 2004a: 167, 2004b) in quelli che possono essere chiamati tipi intermedi.

Peirce’s mental activity of threeway subdivision had the cultural flavor of detecting all kind of signs and nonsigns, analyzing both linguistic and nonlinguistic (graphical, acoustic, optical and other) messages (see Sebeok 1985) interplaying with each other in the outer and inner speech expressed in the sensation, emotion, and attention of the new media. Between Saussure – in agreement with Nida’s formal and dynamic equivalence (1964) – but tending toward Peirce, Jakobson’s three types of translation (1959) gave widening significances to the traditional concept of translation, defined as: (1)

L’attività mentale delle suddivisioni triadiche peirceiane aveva il gusto culturale dell’individuare tutti i tipi di segni e nonsegni, analizzando sia i messaggi linguistici che nonlinguistici (grafici, acustici, ottici e altri) (vedi Sebeok 1985) che interagivano l’uno con l’altro nel discorso interno ed esterno espresso nella sensazione, emozione e nell’attenzione dei nuovi media. Nel contesto Saussuriano – in accordo con l’equivalenza formale e dinamica di Nida (1964) – ma tendendo verso Peirce, i tre tipi di traduzione di Jakobson (1959) resero più significativa la concezione tradizionale di traduzione, definendola

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Intralingual translation or rewording is an interpretation of verbal signs by means of other signs of the same language, (2) Interlingual translation or translation proper is an interpretation of verbal signs by means of some other language, and (3) Intersemiotic translation or transmutation is an interpretation of verbal signs by means of signs of nonverbal sign systems. (Jakobson 1959: 233)

come: (1) la traduzione intralinguistica o riformulazione è un’interpretazione di segni verbali per mezzo di altri segni verbali della stessa lingua, (2) la traduzione interlinguistica o traduzione propriamente detta è l’interpretazione di segni verbali per mezzo di segni di un’altra lingua e (3) la traduzione intersemiotica o transmutazione è l’interpretazione di segni verbali per mezzo di segni provenienti da sistemi segnici nonverbali. (Jakobson 1959: 233)

Jakobson’s threefold division of translations gives the translational concept new and extralinguistic horizons beyond merely the accurate “rewording” and less accurate “translation proper” to the free and unbounded “transmutation” (Gorlée 1994: 156ff.). The wider phenomenon, including an “unconventional” repertoire of extensive forms of translations, was either supported or rejected, by purely linguistic translation theoreticians, as being non-empirical and “radical”. Jakobson’s On linguistic aspects of translation (1959) is now included in The Translation Studies Reader (Venuti 2004: 138-143), but in this recent manual of translation studies, semiotics is not (yet) mentioned as a methodology of translation studies2.

I tre tipi di traduzione di Jakobson aprono orizzonti nuovi ed extralinguistici al concetto traduttivo che vanno semplicemente oltre la “riformulazione”, più precisa, la “traduzione propriamente detta”, meno precisa, spingendosi fino alla “transmutazione”, libera e senza limiti (Gorlée 1994: 156 e seguenti). Il fenomeno allargato, che comprende anche un repertorio “non convenzionale” di forme estensive di traduzione, fu sia supportato che rifiutato da teorici della traduzione a impostazione rigidamente lessicale, poiché considerato non empirico e “radicale”. Il saggio On linguistic aspects of translation (1959) di Jakobson fa ora parte del recente manuale The Translation Studies Reader (Venuti 2004: 138-143), nel quale però la semiotica non

2 Jakobson’s cardinal functions of language can be pairwise attached or matched to the triad of Peirce’s categories, though they are not identical to them and their correlation is interactive and may vary upwards and downwards with the communicational instances and textual network (Gorlée 2008).

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è (ancora) menzionata come metodo traduttologico.

The criticism of semiology (in the French tradition: structuralism) and its symbiosis with translation studies may be summarized in the following three points: (1) the linguistic imperialism, in which a linguistic model can be applied to nonlinguistic objects in a metaphorical replacement, without doing justice to the nature of the nonlinguistic objects, (2) semiology is basically the study of signifiers, and does not ask what signs mean but how they mean, the object that refers to the sign; meaning become wholly a sign-internal affair, while Peirce’s interpretant-sign falls outside the sign and is not studied and not described, and finally (3) binarism, the division into a priori dual oppositions is presented as the instrument for exhaustive analysis, claiming to lead to objective, scientific conclusions; without analyzing the meaningful aspects of language and culture, time and space of the dynamic idea-potentiality of the sign in the human mind, that is identified and translated into the interpretant-sign (see Savan 1987- 1988: 15-72).

La critica della semiologia (secondo la tradizione francese <<strutturalismo>>) e la sua simbiosi con la traduttologia possono essere riassunte nei seguenti tre punti: (1) l’imperialismo linguistico, in cui un modello linguistico può essere applicato a oggetti nonlinguistici in una sostituzione metaforica, senza rendere giustizia alla natura degli oggetti nonlinguistici, (2) la semiologia è fondamentalmente lo studio dei signifiant e non si chiede che cosa significano i segni, ma come significano, l’oggetto che fa riferimento al segno; il significato diventa un affare totalmente interno al segno, mentre il segno-interpretante peirceiano è esterno al segno, non viene studiato e nemmeno descritto e infine (3) il binarismo, la divisione in opposizioni duali a priori, è presentata come lo strumento per un’analisi esaustiva, con la pretesa di condurre a conclusioni scientifiche e oggettive; senza analizzare gli importanti aspetti di lingua e cultura, tempo e spazio dell’idea- potenzialità dinamica del segno nella mente umana, che viene identificata e tradotta nel segno-interpretante (vedi Savan 1987-1988: 15-72).

Peirce’s semiotics argues that any scientific inquiry is best conceived as a dynamic truth-searching process, that is goal-directed

La semiotica di Peirce sostiene che qualsiasi indagine scientifica è concepita come un processo dinamico di ricerca della verità, orientato

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(teleological) but with no fixed results, no fixed methods, no fixed redefinitions, and no fixed agents. All results, methods, and agents are temporary habits, which are repeatable and nonrepeatable patterns of behavior. The same is also true for interpretative translation – or semiotranslation. Peirce’s idea dramatically changes the whole traditional approach, that as argued concentrates heavily on the basically unverifiable dichotomies labeled as a dogmatic form of dual expression. Semiotranslation offers answers of an evolutionary and sceptical nature about the possibility (or impossibility) of translatability and untranslatability, equivalence and fidelity/infidelity, the function and role of intelligence, will, and emotion of the translator’s fallabilistic mind, translation and retranslation, the fate of the source text, the destiny of the target text, and other semiotic questions.

verso un obiettivo (teleologico) ma senza risultati fissi, metodi fissi, ridefinizioni fisse, né agenti fissi. Tutti, sia risultati che metodi e agenti sono abitudini temporanee, pattern ripetibili e non ripetibili di comportamento. Lo stesso si può dire per la traduzione interpretativa – o semiotraduzione. L’idea di Peirce cambia drasticamente l’intero approccio tradizionale che, come sostenuto, si concentra perlopiù su dicotomie sostanzialmente non verificabili, etichettate come forma dogmatica di espressione duale. La semiotraduzione offre risposte di natura evolutiva e scettica alla possibilità (o impossibilità) di traducibilità o intraducibilità, equivalenza e fedeltà/infedeltà, alla funzione e al ruolo dell’intelligenza, della volontà e dell’emozione della mente fallibile del traduttore, della traduzione e ritraduzione, del fato del prototesto e del destino del metatesto e altre questioni semiotiche.

Sebeok’s encouragement deepened my interest in Peirce’s semiotics, but it dawned on me that Jakobson’s organic concept of translation adhered a unified whole in Lotman’s semiotic theory of culture. The natural inclination to visualize translation from Peirce’s logics was capitalized in Lotman’s universe of translation that joined

L’incoraggiamento di Sebeok ha reso più profondo il mio interesse per la semiotica peirceiana, ma mi sono resa conto che il concetto organico di traduzione di Jakobson aderiva in toto alla teoria semiotica della cultura di Lotman. La naturale inclinazione a visualizzare la traduzione dalla logica peirceiana è stata valorizzata nell’universo della

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language and culture into what I called the concept of linguïculture (Anderson and Gorlée 2011).3 The expansive system of semiotranslation includes culture and becomes linguïculture, grown and developed in Peeter Torop’s concept of total translation (in 1995, in Russian, with following publications), celebrated in the seminar Culture in Mediation: Total Translation, Complementary Perspectives (2010) in his honor. Torop’s linguïculture and his semiotranslation are actively involved in reaching the ultimate goal of Jakobson’s intersemiotic translation transferred to the forms and shapes of interartistic and interorganic transmutation.

traduzione lotmaniano, che ha unito lingua e cultura in ciò che ho chiamato linguïculture (Anderson e Gorlée 2011). L’ampio sistema della semiotraduzione comprende la cultura e diventa linguïculture, maturata e sviluppata nel concetto di traduzione totale di Peeter Torop (nel 1995, in russo, e successivamente tradotto), celebrata in suo onore nel seminario Culture in Mediation: Total Translation, Complementary Perspectives (2010). La linguïculture di Torop e la sua semiotraduzione sono attivamente coinvolte nel raggiungere l’obiettivo finale della traduzione intersemiotica di Jakobson, trasmessa alle forme e alle figure della transmutazione interartistica e interorganica.

Returning to humanist Goethe, long ago he visualized intersemiotics in the conversational approach to Eckermann, stating that:

Ritornando all’umanista Goethe, tempo fa egli si immaginò l’intersemiotica nell’approccio conversazionale con Eckermann, affermando che:

The plant goes from knot to knot, closing at last with the flower and

La pianta va da nodo a nodo, terminando infine con il fiore e il seme.

3 Linguïculture is coined from “language” and “culture” to suggest their direct connection at a cognitive-intentional-intuitive level beyond that of the mere word, sentence, or discourse. Linguïculture, as language-cum-culture, follows an earlier term, languaculture (Agar 1994a, 1994b), according to Agar himself an “awkward term” (1994b: 60) meaning language-and culture. Languaculture is used by Agar to argue his anthropological fieldwork (1994b: 93, 109ff. 128, 132, 137, 253f.), discussing the patterns of linguo-cultural expressions, happening in personal (low-content) or collectivistic (high-content) messages (Agar 1994a: 222). Linguïculture broadens languaculture to other areas and directions, different from Agar with a semiotic approach (Agar 1994b: 47f.). In the linguistic etymology of the binomial construction, the first unit must be affixed to the second: instead of Agar’s Latin root, halftranslated into French, “lengua” into “langua” (languaculture), the proposed “lingui-” in the transposition linguiculture, derived from Latin “lingua” with final affix –i attached after the root, will capture the speech units together with the attached cultural clues.

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the seed. In the animal kingdom it is the same. The caterpillar and the tape-worm go from knot to knot, and at last form heads. With the higher animals and man, the vertebral bones grow one upon another, and terminate with the head, in which the powers are concentrated [...]. Thus does a nation bring forth its heroes, who stand at the heads like demigods to protect and save [...] many last longer, but the greater part have their places supplied by others and are forgotten by posterity. (Eckermann 1946: 292)

Nel regno animale non è diverso. Il bruco, il verme solitario vanno da nodo a nodo e formano infine una testa; per quanto riguarda animali di natura superiore ed esseri umani, le vertebre sono posizionate una sopra l’altra fino a raggiungere la testa, dove si concentrano le forze. [...] E così un popolo si crea i propri eroi che, come semidei, sono in prima fila nella protezione e nella cura; [...] alcuni durano più a lungo; la maggior parte viene sostituita da altri e dimenticata dai posteri. (Eckermann 1836: Bd.2, 65-66)

Goethe with his brother-in-arms Friedrich von Schiller (1759-1805), belong to the Geniezeit, expressing the strong belief in the progress of individual work to turn into cultural and scientific heroes – an opinion that was relevant in the epoch of the progress of the industrial revolution. Goethe mentioned the practical and theoretical evolutionism of literature, mineralogy, and meteorology (Eckermann 1946 292-294) but as we see, his genre of semiotranslation bears fruit from one to another language and stands for the continuity in the future.

Goethe e il suo caro amico Friedrich von Schiller (1759-1805), appartengono alla Geniezeit, che esprime la forte convinzione che il corso del lavoro individuale trasformi in eroi della cultura e della scienza – parere che è stato rilevante durante la rivoluzione industriale. Goethe ha citato l’evoluzionismo pratico e teorico della letteratura, della mineralogia e della meteorologia (Eckermann 1946: 292-294), ma come si può vedere il suo genere di semiotraduzione porta i suoi frutti da un linguaggio all’altro e rappresenta la continuità nel futuro.

Truchement

Truchement

During the Sturm und Drang (Storm and Stress) years of Goethe’s youth, Friedrich Schleiermacher’s (1768-1834) (Störig 1963 38-70; trans. Lefevere 1977 66-89 retrans. By Susan Pernofski in Venuti 2004: 43-63) dual or dyadic idea of translation of Greek and Latin literature was the standard definition for translation and critics of translations.

Negli anni dello Sturm und Drang (Tempesta e Impeto) della gioventù di Goethe, la concezione duale o diadica schleiermacheriana della traduzione (1768-1834) (Störig 1963 38-70; tradotto da Lefevere 1977 66-89 ritradotto da Susan Pernofski in Venuti 2004: 43-63) della letteratura greca e latina era la definizione standard per i traduttori e

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Schleiermacher took a distance from informal “newspaper articles and ordinary travel literature” where he argued that translation is “little more than a mechanical task” (Venuti 2004: 44f.) and concentrated on the formal peculiarities of “old” literature. The new world with strange words and obscure sentences, rhymed in antique hexameter had to be transmogrified to a version of German, the native tongue, adorned with classical insights to imitate a “true” approximation of the classical authors and the sacred writings. The translator needed to be a philologist, a poet, and a classical or theological scholar, to respond to the complexities of the profession. The alternative attitudes of the translator were characterized by Schleiermacher as Verfremdung – imitating the source language, creating a foreignness of the German translation – or Verdeutschung – approximating the target language and producing a germanization of the translation. In Schleiermacher’s (and Goethe’s) day, only a tiny elite of the readers had access to the knowledge of foreign languages, in the sense that real paraphrases or imitations can lead to misconceptions and misunderstandings. Schleiermacher stressed that language is a creative game and “no one has his language mechanically attached to him from the outside as if by straps” (trans. qtd. in Venuti 2004: 56f.). Translation is for translators

per i critici della traduzione. Schleiermacher prendeva una certa distanza da “articoli di giornale e comune letteratura di viaggio” informali in cui sosteneva che la traduzione è “poco più di un’attività meccanica” (Venuti 2004: 44-45) e si concentrava sulle peculiarità formali della “vecchia” letteratura. Il nuovo mondo di strane parole e frasi oscure, concepito in esametri antichi e in rima, doveva essere magicamente trasformato in una versione in tedesco, la lingua madre, impreziosito da approfondimenti classici, per imitare una “vera” approssimazione degli autori classici e delle sacre scritture. Il traduttore doveva essere un filologo, un poeta e uno studioso classico o teologico per far fronte alle difficoltà della professione. Gli atteggiamenti alternativi del traduttore sono stati caratterizzati da Schleiermacher come Verfremdung – imitazione della lingua emittente, creazione di uno straniamento della traduzione tedesca – o Verdeutschung – approssimazione della lingua ricevente e germanizzazione della traduzione. Ai tempi di Schleiermacher (e Goethe) solo una piccola élite di lettori conosceva le lingue straniere, nel senso che parafrasi o imitazioni reali potevano portare a malintesi e incomprensioni. Schleiermacher sottolineò che la lingua è un gioco creativo e che “non siamo collegati meccanicamente alla nostra lingua dall’esterno con

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not so claustrophobic as it seems a bootstrapping operation (Merrel 1995: 98).

delle cinghie” (Schleiermacher 1838: 233). Per quanto sembri un’operazione di bootstrapping, la traduzione non è così claustrofobica per i traduttori (Merrel 1995: 98).

Goethe’s priorities started indeed from the work of classical authors (Homer, Euripides, Sophocles, Plato, Cicero), the sacred writings (Old and New Testaments), and traditional epics (Nibelungenlied). Since Goethe was the multilingual humanist of the old Western secular culture, he broadened the landscape to the socio-literary discussion of more modern or contemporary writers, such as Alighieri Dante, Jean- Baptiste Molière, William Shakespeare, Lord George Byron, and Walter Scott. Goethe had a classical mind, but his unique genius and his global significance were universal and transdisciplinary. He was strongly attentive to old and new developments in music, theatre, opera, architecture, Serbian songs, Chinese novels into what he called the global ideal of the “higher world-literature” (Eckermann 1946: 263). Goethe knew French, English, Italian, Latin, Greek, Hebrew, and Arabic and had translated works by Denis Diderot, François Voltaire, Benvenuto Cellini, Lord Byron and others. Translation was Goethe’s

Le priorità di Goethe partivano infatti dalle opere di autori classici (Omero, Euripide, Sofocle, Platone, Cicerone), le sacre scritture (Antico e Nuovo Testamento) e poemi epici tradizionali (Nibelungenlied). Essendo Goethe l’umanista multilingue dell’antica cultura laica occidentale, ampliò gli orizzonti verso una discussione socio-letteraria di autori più moderni o contemporanei come Dante Alighieri, Jean- Baptiste Molière, William Shakespeare, Lord George Byron e Walter Scott. Goethe aveva una mente classica, ma il suo genio unico e la sua importanza globale erano universali e transdisciplinari. Prestava molta attenzione ai vecchi e nuovi sviluppi di musica, teatro, opera, architettura, canzoni serbe, romanzi cinesi verso ciò che lui chiamava idea globale di “letteratura mondiale superiore“ (Eckermann 1946: 263). Goethe sapeva francese, inglese, italiano, latino, greco, ebraico e arabo e aveva tradotto opere di Denis Diderot, François Voltaire, Benvenuto Cellini, Lord Byron e altri. Aveva un interesse speciale per la

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special concern; he had been a translator himself and was fully aware of the troubles with the critical translation of literary works.4 Together with the brothers August Wilhelm and Friedrich von Schlegel (1767- 1845, 1772-1829), who broadened the significances of translation to Indian literature, Goethe introduced Oriental literature to Western readers.

traduzione; era lui stesso un traduttore ed era pienamente consapevole delle difficoltà della traduzione critica di opere letterarie. Insieme ai fratelli August Wilhelm e Friedrich von Schlegel (1767-1845, 1772-1829), i quali aumentarono l’importanza della traduzione per la letteratura indiana, Goethe fece conoscere la letteratura orientale ai lettori occidentali.

Goethe’s spiritual revolt out of his artistic and political life was writing Faust, his masterwork, in which the final volume II was completed in the last years of his life, during his conversations with Eckermann. In a quasi-autobiographical history, Goethe told the words and actions of a heroic man of enlightenment struggling between God and Mephistopheles. Bemused with magical dreams and wild passions for charming or even fatal women – recalling the Cartesian duality of mind and body –Faust sought energy and redemption through love, study and good works. Before Faust, Goethe’s first escape was pilgrimage from bourgeois civilization to the “otherness” of the cultures of Oriental life, that was in Germany otherwise regarded than

La ribellione spirituale di Goethe nella sua vita artistica e politica fu quella di scrivere il Faust, il suo capolavoro, il cui II volume finale fu completato nei suoi ultimi anni di vita, durante le sue conversazioni con Eckermann. In una storia quasi autobiografica, Goethe racconta le azioni e le parole di un eroe dell’Illuminismo che combatte tra Dio e Mefistofele. Disorientato da sogni magici e passioni selvagge per donne attraenti o addirittura fatali – che richiamano il dualismo cartesiano mente-corpo – Faust ricerca l’energia e la redenzione nell’amore, nello studio e nelle opere buone. La prima fuga di Goethe, anteriore al Faust, fu il pellegrinaggio dalla civiltà borghese alla “diversità” delle culture orientali, in Germania considerato diversamente dalle

4 In Goethe’s informal Conversations with Eckermann (1946), an intralingual translation of the actual conversations, the phenomenon of interlingual translation is repeated and discussed many times: specifically (1946: 65, 78, 160, 163ff., 199, 309, 320, 341, 385, 395, 396, 400, 410) and references to Goethe’s intersemiotic translation (1946: 135f., 303, 320).

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the British and French explorations of the East (Said 2003). In Goethe’s Germany, the Orient was an imaginative and unknown world of mysteries, with the alien customs of a Muslim continent and speaking Arabic, the language of the cryptic but sacred Islam.

esplorazioni francesi e inglesi dell’est (Said 2003). Nella Germania di Goethe l’oriente era considerato un mondo di misteri, fantasioso e sconosciuto, con usanze strane di un continente musulmano che parla l’arabo, la lingua del criptico ma sacro Islam.

Goethe was transmogrified into a Western Orientalist – although a salon Orientalist, since he never traveled to the East to study Arabic in situ. He composed the German translation of the Persian ghasal lyric of Hafiz5 (14th century), written in Arabic script. In the years of Goethe’s translation of Hafiz, the study of Orientalism changed his Western scale of art into a paradise of Oriental art (Said 2003). The basic elements are not the familiar Western “Skulptur und Bild, sondern Ornament und Kalligraph” (sculpture and image but rather ornament and calligraphy, my trans) (Solbrig 1973: 84). The mystical understanding of the recitation of the Quran, the metaphors of a beautiful rose with hundred leaves, and the nightingale’s song had to be symbolized, fictionalized, and to a certain degree allegorized (Solbrig 1973: 96). The rhetorical symbolisms of Hafiz’ mystical trance, drunk on the wine of

Goethe si era magicamente trasformato in un orientalista occidentale – anche se un orientalista da salotto, non essendo mai andato in oriente a studiare arabo in loco. Tradusse in tedesco i poemi lirici (ghazal) persiani di Hāfez (IV secolo) scritti in caratteri arabi. Negli anni della traduzione goethiana di Hāfez lo studio dell’Orientalismo passò da un punto di vista occidentale sull’arte all’arte orientale come paradiso (Said 2003). Gli elementi base non sono le familiari e occidentali “Skulptur und Bild, sondern Ornament und Kalligraph” (scultura e immagine, ma ornamento e calligrafo) (Solbrig 1973: 84). L’interpretazione mistica della recitazione del Corano, le metafore di una bella rosa con centinaia di foglie e del canto dell’usignolo dovevano essere simbolizzate, romanzate e in un certo senso allegorizzate (Solbrig 1973: 96). I simbolismi retorici della trance mistica di Hāfez,

5 Hafiz (original name: Shams ud-din Mohammad) (c.1325–1390) was a Persian poet (Shiraz, now Iran) of the ghazals or odes. Belonged to the order of dervishes and was a member of the mystical Sufi sect. Hafiz has been the subject of an enormous and still growing scholarship of Oriental studies, but will here only be indicated in some details.

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the beloved sultana, were translated into Goethe’s own sensual desire worded in his love poetry.6

ubriaco del vino dell’amata sultana, sono stati tradotti nel desiderio sensuale di Goethe stesso, espresso nelle sue poesie d’amore.

Goethe mediated not in person, but in fine arts between East and West. His German West-östlicher Divan was no ordinary translation but he composed a retranslation and reversion, or better a:

Goethe mediò tra oriente e occidente, non in prima persona, ma tramite le belle arti. Il suo West-östlicher Divan Tedesco non era una semplice traduzione, bensì una ritraduzione e una nuova versione, o meglio un:

Truchement [which] derives nicely from the Arabic turjaman, meaning “interpreter”, “intermediary”, or “spokesman”. On the one hand, Orientalism acquired the Orient as literally and as widely as possible; on the other, it domesticated this knowledge to the West, filtering it through regulatory codes, classifications, specimen cases, periodical reviews, dictionaries, grammars, commentaries, editions, translations, all of which together formed a simulacrum of the Orient and reproduced it materially in the West, for the West. (Said 2003: 166; see Paker 1998: 571)

Truchement [che] deriva dall’arabo turjaman, che significa “interprete”, “intermediario”, o “portavoce”. Da un lato l’Orientalismo ha acquisito l’oriente in maniera più letterale e ampia possibile; dall’altro, ha addomesticato questa conoscenza per l’occidente, filtrandola attraverso codici normativi, classificazioni, casi tipo, recensioni su periodici, dizionari, grammatiche, commentari, edizioni, traduzioni, che tutti insieme formavano un simulacro dell’oriente e lo riproducevano materialmente in occidente, per l’occidente. (Said 2003: 166; vedi Paker 1998: 571)

Goethe’s West-östlicher Divan (tr. West-Eastern Divan) (1814-1819)7 is the formal paraphrase of the Oriental narratives of Hafiz.8 However

Il West-östlicher Divan (Divan Occidentale-Orientale) di Goethe (1814-1819) è la parafrasi formale delle narrazioni orientali di Hāfez.

6 See Thubron (2009). Sufi poetry was religious and didactic verse, but is at times full of mystical satire with parodies and travesties. The criticism of the complexity of Islam society can turn into a flirt “with public obloquy and social danger, as if to prove that their love of God was wholly disinterested, uninfluenced by, indeed, contemptuous of, the social approval sought by the outwardly pious. Wine, forbidden to Muslims, becomes the emblem of divinity: homoeroticism (forbidden in theory, though not always in practice) is a recurring theme, where the divine is manifested in the beauty of beardless boys (Ruthven 1997: 65–66).

7 For the German original of the West-ostlicher Divan including Noten und Abhandlungen and Paralipomena (Goethe1952, published in East Germany) and without Paralipomena (Goethe 1958, published in West Germany). For Noten und Abhandlungen, see Storig (1963: 35–37). For the English translation of West- östlicher Divan, see Goethe (1998), of Noten und Abhandlungen, see Lefevere (1977: 35–37), retranslated by Sharon Sloan in Venuti (2004: 64–66). The English translation of Paralipomena (Goethe 1952) is my own.

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Goethe was acquainted with Hafiz through the German translation of Divan (1812), written by the Austrian diplomat and Orientalist Joseph Freiherr von Hammer-Purgstall (1774-1856). As Goethe explained in his Divan (1952: 183-185, 1958: 302-304), he had from 1814 read von Hammer-Purgstall’s recent translations of Hafiz’ ghazals. This reading aroused so vividly his deeper emotions, that he felt encouraged and stimulated into making his own retranslation. Indeed, Oriental studies was in Goethe’s days a pioneer project, so that Hammer’s translation in German was a bold experiment in Oriental scholarship.9 Hammer- Purgstall had sent his translated book to Goethe, with the artistic dedication “Dem Zaubermeister das Werkzeug” (a tool for the magician, my trans.) (Solbrig 1973: 13,37). Hammer’s translation was basically an interlinear version, a word-for-word imitation retaining the Arabic words and their different meanings (polysemy) for the learned audience of Orientalists. Yet in Goethe’s vision, Hammer’s philological translation became a dynamic exhortation to develop further into elegant poetry for Western man and woman.

Goethe era venuto a conoscenza di Hāfez grazie alla traduzione tedesca del Divan (1812), scritta dal diplomatico e orientalista austriaco Joseph Freiherr von Hammer-Purgstall (1774-1856). Come Goethe spiegò nel suo Divan (1952: 183-185, 1958: 302-304), aveva letto a partire dal 1814 le ultime traduzioni di von Hammer-Purgstall dei ghazal di Hāfez. Questa lettura suscitò le sue emozioni più profonde, così da sentirsi incoraggiato e stimolato a creare una propria ritraduzione. Ai tempi di Goethe l’orientalistica era un progetto pionieristico, perciò la traduzione di Hammer in tedesco era un esperimento ardito nel campo degli studi orientali. Hammer-Purgstall aveva inviato il suo libro tradotto a Goethe con la dedica creativa “Dem Zaubermeister das Werkzeug” (Al prestigiatore, lo strumento) (Solbrig 1973: 13,37). La traduzione di Hammer era fondamentalmente una versione interlineare, un’imitazione parola per parola che manteneva le parole arabe e le loro differenti accezioni (polisemia) per il pubblico colto di orientalisti. Tuttavia nella visione di Goethe, la traduzione filologica di Hammer divenne un’esortazione dinamica all’ulteriore sviluppo verso

8 The Oxford English Dictionary refers that the Persian word “divan”, untranslated into German and English, was “[o]riginally, in early use, a brochure, or fascicle of written leaves or sheets, hence a collection of poems” (OED 1989: 4: 882).

9 Joseph Hammer-Purgstall was a multilingual scholar. Beyond his native language, German, he knew Arabic, Persian, Turkish, Greek, Latin, Spanish, Italian, French, English, Hebrew, and Russian (Solbrig 1973: 45).

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una poesia elegante per gli uomini e le donne occidentali.

Hammer’s poetic simplicity was compared by Henri Broms to a forgotten treasure of “rough diamonds”, although in his beautiful metaphor Broms recognized that “their roughness in no fault, it is, rather, as if these original, simple rhythms might give a clearer sight of Hafiz’ world than many later interpretations” (1968: 46-47). Eastern and Western man and woman do not use the same structures and their minds use different logics (Broms 1990). Goethe was a visionary poet and his duty was to animate Hafiz’ lyrical poems for the “popular” elixir of Western life (Eckermann 1946: 271). He read Hammer’s poetically rough translation as a tool to mix his meanings in retranslation. There was in those days no affair of plagiarism, claiming responsibility for Goethe’s copying or stealing Hammer’s words or ideas. Indeed, Goethe highly appreciated Hammer’s translation – “mit Achtung und Anerkennung” (“with esteem and recognition”, my trans.) (Solbrig 1973: 16), “höchster Lob“ (“highster praise”, my trans.) (Lentz 1958: 21) – and vice versa. He consulted Hammer-Purgstall’s treatise again and again to solve many of his translational problems. At the same time, Goethe never wrote about the lack of artistic value of the alien words and ambiguities used by Hammer-Purgstall, that, as it seemed to

La semplicità poetica di Hammer fu paragonata da Henri Broms a un tesoro dimenticato di “diamanti grezzi”, anche se nella sua bella metafora Broms riconobbe che “il loro essere grezzi non è un difetto, ma piuttosto come se questi originai e semplici ritmi potessero dare una visione più chiara del mondo di Hāfez rispetto a molte interpretazioni successive” (1968: 46-47). Gli uomini e le donne orientali e occidentali non utilizzano le stesse strutture e la loro mente utilizza logiche diverse (Broms 1990). Goethe era un poeta visionario e il suo dovere era quello di animare le liriche di Hāfez per il “popolare” elisir di lunga vita occidentale (Eckermann 1946: 271). Egli lesse la traduzione poeticamente grezza di Hammer come strumento per miscelare i suoi significati nella ritraduzione. All’epoca non si parlò di plagio pretendendo responsabilità da parte di Goethe per aver copiato o rubato le parole o le idee di Hammer. Infatti Goethe apprezzò molto la traduzione di Hammer – “mit Achtung und Anerkennung” (“con stima e riconoscimento”), “höchster Lob” (“massima lode”) (Lentz 1958: 21) – e vice versa. Consultò più volte il trattato di Hammer-Purgstall per risolvere molti dei suoi problemi traduttivi. Allo stesso tempo Goethe non scrisse mai della mancanza di valore artistico delle parole straniere

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Goethe, were “created” for his poetic verse (Lentz 1958: 24).

e delle ambiguità usate da Hammer-Purgstall, che secondo Goethe, erano state “create” per i suoi versi poetici (Lentz 1958: 24).

Goethe had been deeply interested in Zoroastrianism, Mohammad’s Quran, and Bedouin poetry. Yet his thoughts must have remembered when he was a boy and heard the Oriental storytelling of the beautiful and captivating princess Sheherazade, whose marvelous fantasies of Oriental wealth, food and drink, and sex were to pleasure her husband, the king of Samarkand. The original stories of the popular (but unfinished) collection, Thousand and One Nights or Arabian Nights (Mommsen 1981: ix–xxiii, 101–118, 290–295), had been written in Arabic, but were translated to French in 12 volumes of Abbé Antoine Galland’s Les mille et une nuits (1704–1717) and then retranslated from French into other European languages, including German (Mommsen 1981: xv).

Goethe era profondamente interessato allo Zoroastrismo, al Corano di Maometto e alla poesia beduina. Tuttavia i suoi pensieri devono avergli ricordato di quando era un ragazzo e ascoltava il racconto orientale della bella e affascinante principessa Shahrazād, le cui incredibili fantasie di ricchezza, cibo e bevande e sesso orientali avevano lo scopo di dare piacere al marito, il re di Samarcanda. Le storie originali della famosa (ma incompleta) raccolta Le mille e una notte (Mommsen 1981: ix–xxiii, 101–118, 290–295) furono scritte in arabo ma tradotte in francese nei 12 volumi de Les mille et une nuits di Abbé Antoine Galland (1704–1717) e successivamente ritradotte dal francese nelle altre lingue europee, compreso il tedesco (Mommsen 1981: xv).

The popular Arabian tales, and the variants and imitations of this Western pilgrimage, had nothing to do with the impoverished life of Eastern men and women confined to the desert and held in low repute by the Muslim code of the Islamic Middle East (Said 2003: 64f., 193ff.). From the informal coffeehouse pleasure to the formal amusement of Goethe’s genius, as man of Western taste, he turned, with his intimate

I racconti arabi popolari, le varianti e le imitazioni di questo pellegrinaggio occidentale non avevano niente a che fare con la vita povera degli uomini e le donne orientali, confinati nel deserto e tenuti in condizioni di scarsa rispettabilità dal codice musulmano del Medio Oriente islamico (Said 2003: 64-65, 193 e seguenti). Dal piacere informale della caffetteria al divertimento formale del genio di Goethe,

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narration and wealth of local color, the Divan into a dramatic imagery between reality and romance, a travesty in which romance was stronger than reality. Despite the religious war of Christendom and Islam, Goethe felt free in the poetic retranslation to identify himself with his prophetic “twin brother” Hafiz. He also took the liberty to disguise Marianne von Willemer (1784–1860), his mistress, to play the role of poetess Suleika (Nicoletti 2002: 349-376).

in quanto uomo dal gusto occidentale, con la sua narrazione intima e la sua ricchezza di colori locali, trasformò il Divan in un insieme di immagini teatrali tra realtà e storia d’amore, parodia in cui il la storia d’amore era più forte della realtà. Nonostante la guerra religiosa tra Cristianesimo e Islam, Goethe si sentì libero nella ritraduzione poetica di identificarsi con il suo profetico “fratello gemello” Hāfez. Si prese inoltre la libertà di nascondere Marianne von Willemer (1784–1860), la sua amante, dietro il ruolo della poetessa Suleika (Nicoletti 2002: 349- 376).

Goethe followed the poetic verse of Hafiz’ ghazals (from Arabic “spinning”), that were Sufi-inspired poems of varying length and made up of a number of 4 to 14 couplets, all upon the same rhyme, playing together a pattern of variations on the main theme. The rhyme is repeated throughout the poem, but the off lines are unrhymed (aa, ab, ac, etc.). In the final couplet, the poet signs his name. The continuity of ghazals is, for Western eyes, rhapsodic and incoherent. To give the hidden meaning a sense, Goethe had expanded the couplet into a stanza up to 30 lines and made the ghazal a logical unity. In terms of style, he did not use the style of “old” quasi-Oriental writing, the historicizing or retrospective approach, en vogue in the Western world

Goethe seguì la struttura poetica dei ghazal (dall’arabo “filatura”) di Hāfez, poesie ispirate al sufismo, di vara lunghezza e composte da un minimo di 4 a un massimo di 14 distici, tutti con la stessa rima, fornendo un modello di variazioni sul tema principale. La rima è ripetuta per tutta la poesia, ma i versi di chiusura di ogni strofa non sono rimati (aa, ab, ac, ecc.). Il distico finale contiene la firma del poeta. La continuità dei ghazal è, agli occhi occidentali, rapsodica e incoerente. Per dare un senso al significato nascosto, Goethe aveva ampliato il distico in una strofa con 30 versi e reso il ghazal un’unità logica. In termini di stile non utilizzò quello della “vecchia” scrittura quasi-orientale, l’approccio storicizzante o retrospettivo in voga nel

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to approximate the Oriental world-picture to the West. Goethe abandoned his earlier two-step model of either exoticizing or naturalizing translation and tried to give the translated cycle of the poetic verse and essays a new, modernized, and actual expression in the German Divan.

mondo occidentale per approssimare l’immagine del mondo orientale all’occidente. Goethe abbandonò il suo precedente modello diadico di traduzione esotizzante o naturalizzante e cercò di conferire al ciclo tradotto di versi poetici e saggi una nuova, moderna e attuale espressione nel Divan tedesco.

The target-oriented truchement meant that the translator Goethe had to a certain degree modified linguistically and culturally the source text to suit his reality, taste, and critical standards, attributing modern ideas, persons, things, etc. to the target readership (Gorlée 1997: 162). Taking some scientific distance from Hammer-Purgstall’s philological translation, Goethe wrote with what sounded like the suddenly liberated translator of bridging socio-cultural differences (Fink 1982). Despite the traditional models, Goethe was free and followed his own lyric-prosaic “Spielformen” (Scholz 1990), that is playful forms of abductive literature, including the free mixture of foreign and native elements. As a globalized botanist, Goethe offered “something like a rhizomatic model” of “the desert and the oasis [...] rather than forest and field” (Deleuze, Guattari 1987: 18; see Gorlée 2004a). Goethe’s Divan collection is not Hammer’s monolog but a role-playing dialog, or even trialog.

Il truchement orientato verso il metatesto significava che il traduttore Goethe aveva in una certa misura modificato linguisticamente e culturalmente il prototesto per adattarlo alla propria realtà, ai propri gusti e standard critici, attribuendo idee, persone, cose moderne ecc. al pubblico della cultura ricevente (Gorlée 1997: 162). Prendendo una certa distanza scientifica dalla traduzione filologica di Hammer-Purgstall, Goethe scrisse con quello che sembrava il traduttore improvvisamente emancipato delle differenze socioculturali (Fink 1982). Nonostante i modelli tradizionali, Goethe era libero e seguì le sue “Spielformen” lirico-prosaiche (Scholz 1990), ossia forme giocose di letteratura abduttiva, tra cui il libero mix di elementi stranieri e nativi. In quanto botanico globalizzato, Goethe offrì “qualcosa di simile a un modello rizomatico” de “il deserto e l’oasi [...] anziché del bosco e del campo” (Deleuze, Guattari 1987: 18; vedi Gorlée 2004a). Il Divan di Goethe non è il monologo di Hammer, ma un

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dialogo o addirittura un trialogo, con un gioco di ruolo.

(Meta)statements

(Meta)dichiarazioni

In Goethe’s Divan cycle, the formal story went hand in hand with the informal asides: the Noten und Abhandlungen (tr. Notes and Essays) and then Paralipomena (1818–1819). In both marginal glosses10, Goethe coped with the doubles entendres of the Divan’s rewording, paraphrasing, amplifying, reinterpreting, condensing, parodying, and commenting of the revision and (re)-translation. The comments, redactions, adjuncts, phrases, paragraphs, fragments, and at times even misplacings and misunderstandings are published to better understand the techniques, plots, motifs, and types of the German Divan. Goethe’s informal marginalia reflected his own metastatements – Merrell’s “counterstatements, counterpropositions, counterarguments, and countertexts” (1982: 132) – about the analytical differences with respect to the statements of creative translation (Popovič 1975: 12–13; see fn. 1).

Nel ciclo del Divan di Goethe la storia formale andava di pari passo con le digressioni informali: le Noten und Abhandlungen (Note e Trattati) e Paralipomena (1818–1819). In entrambe le glosse a margine Goethe fece i conti con i doppi sensi della riformulazione, della parafrasi, dell’ampliamento, della reinterpretazione, della condensazione, della parodia, del commentare la revisione e la (ri)traduzione del Divan. Commenti, redazioni, aggiunte, frasi, paragrafi, frammenti e a volte anche errori di collocazione e fraintendimenti vengono pubblicati per comprendere al meglio le tecniche, le trame, i motivi e i tipi del Divan tedesco. I marginalia informali di Goethe riflettevano le sue metadichiarazioni – le “controdichiarazioni, controposizioni, controargomenti e controtesti” di Merrel (1982: 132) – sulle differenze analitiche rispetto alle dichiarazioni della traduzione creativa (Popovič 1975: 12–13; vedi nota 1).

One of the last glosses features Goethe’s new opinion: the threefold

Una delle ultime glosse include la nuova opinione di Goethe: il

10 A gloss (from Greek glossa “tongue”, “language”) – used in the title as keyword of the article – is an intellectual or naive explanation, by means of a marginal note of a previous text; sometimes used of the foreign or obscure word that requires explanation.

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model of translation. Goethe’s concept of translation manifests the information, and reproduction, and adaptation of the real and fictitious specificity of Western “orientalized” translations from Oriental literary works. In a selection of the paragraphs of the Notes, Goethe stated that:

modello di traduzione triadico. Il concetto di traduzione goethiano esprime l’informazione, la riproduzione e l’adattamento della reale e finzionale specificità delle traduzioni occidentali “orientalizzate” di opere letterarie orientali. In una selezione dei paragrafi delle Note, Goethe affermò che:

There are three kinds of translation. The first acquaints us with the foreign countries on our own terms; a plain prose translation is best in this purpose. Prose in and of itself serves as the best introduction: it completely neutralizes the formal characteristics of any sort of poetic art and reduces even the most exuberant waves of poetic enthusiasm to still water. The plain prose translation surprises us with foreign splendors in the midst of our national domestic sensibility; in our everyday lives, and without our realizing what is happening to us – by lending our lives a nobler air – it genuinely uplifts us. Luther’s Bible translation will produce this kind of effect with each reading.

Esistono tre tipi di traduzione. Il primo ci fa conoscere i paesi esteri con i nostri sensi; in questo caso una semplice prosa è la migliore. La prosa, infatti, elevando completamente tutte le caratteristiche di ogni sorta di arte poetica e riducendo anche l’entusiasmo poetico a un minimo livello, garantisce il miglior servizio iniziale, sorprendendoci con eccellenze straniere nel pieno della nostra domesticità, della nostra vita di tutti i giorni e, senza che noi capiamo cosa ci stia accadendo, conferendoci uno stato d’animo più nobile, realmente ci eleva. Ogni lettura della traduzione luterana della Bibbia produce un tale effetto.

Much would have gained, for instance, if the Nibelungen had been set in good, solid prose at the outset, and labeled as popular literature. Then the brutal, dark, solemn, and strange sense of chivalry would still have spoken to us in its full power. Whether this would still be feasible or even advisable now is best decided by those who have more rigorously dedicated themselves to these matters of antiquity.

Se i Nibelungen fossero stati scritti in una buona prosa e bollati come libro popolare, si sarebbe guadagnato molto di più e lo strano, solenne, cupo, e grigio senso di cavalleria si sarebbe ancora rivolto a noi nel pieno del suo potere. Se questo sia ancora consigliabile o fattibile, possono deciderlo al meglio coloro che si sono dedicati con decisione a questi affari antichi.

A second epoch follows, in which the translator endeavors to transport himself into the foreign situation but actually only appropriates the foreign idea and represents it as his own. I would like to call such an epoch parodistic, in the purest sense of that word. It is most often men of wit who feel drawn to the parodistic. The French make use of this style in the translation of all poetic works: Delille’s

Segue una seconda epoca, in cui il traduttore deve calarsi nella condizione straniera, ma in realtà si appropria solo del senso straniero e con i propri sensi si sforza di rappresentarlo. Vorrei chiamare tale epoca parodistica, nel senso più puro della parola. Sono perlopiù persone ricche d’ingegno che si sentono chiamati a svolgere questo tipo di attività. I francesi si servono di questo tipo di traduzione per

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translations provide hundreds of examples.11 In the same way that the French adapt foreign words to their pronunciation, they adapt feelings, thoughts, even objects; for every foreign fruit there must be a substitute grown in their own soil.

tutte le opere poetiche; si possono trovare centinaia di esempi nelle traduzioni di Delille. Così come adattano parole straniere alla loro pronuncia, i francesi procedono allo stesso modo con sentimenti, pensieri, sì anche con oggetti e per ogni frutto straniero pretendono un surrogato che sia cresciuto sul loro suolo, proveniente dalla loro terra.

[...] Because we cannot linger for very long in either a perfect or an imperfect state but must, after all, undergo one transformation after another, we experienced the third epoch of translation, which is the final and highest of the three. In such periods, the goal of the translation is to achieve perfect identity with the original, so that the one does not exist instead of the other but in the other’s place.

[...] Poiché si può stare fermi per molto sia in uno stato di perfezione che di imperfezione, ma una trasformazione dopo l’altra deve pur sempre avvenire, così abbiamo vissuto il terzo periodo, che è il più elevato e l’ultimo dei tre, quello in cui lo scopo è produrre una traduzione identica all’originale, così che uno non venga considerato piuttosto che l’altra, ma che prenda il suo posto.

This kind met with the most resistance in its early stages, because the translator identifies so strongly with the original that he more or less gives up the uniqueness of his own nation, creating this third kind of text for which the taste of the masses has to be developed.

Questo tipo ha inizialmente riscontrato le resistenze maggiori, poiché il traduttore, che si identifica fortemente con l’originale, rinuncia (più o meno) all’originalità della sua nazione e così si va a creare un terzo tipo, che deve formarsi secondo il gusto della massa.

At first the public was not at all satisfied with Voss 12(who will never be fully appreciated) until gradually the public’s ear accustomed itself to this new kind of translation and became comfortable with it. Now anyone who assesses the extent of what has happened, what versatility has come to the Germans, what rhythmical and metrical advantages are available to the spirited, talented beginner, how Ariosto and Tasso, Shakespeare and Calderon have been brought to us two and three times over as Germanized foreigners, may hope that literary history will openly acknowledge who was the first to choose this path in spite of so

Voss, poeta mai abbastanza stimato e apprezzato, non poteva soddisfare il pubblico finché non si fosse abituato al nuovo tipo di traduzione e non si fosse trovato a proprio agio con esso. Chi ora, in questo momento osserva ciò che è successo, la versatilità che è entrata a far parte dei tedeschi, quali benefici retorici, ritmici, metrici possedevano i giovani di spirito e talentuosi, come Ariosto e Tasso, Shakespeare e Calderon ci sono stati fatti passare come stranieri germanizzati due o tre volte, egli può sperare che la storia letteraria dica apertamente chi per primo, tra molti ostacoli, intraprese questa

11 Abbe Jacques Delille (1738–1813) translated Virgil’s Georgics and Aeneid into German. 12 Johann Heinrich Voss (1751–1826) translated Homer into German hexameters.

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many and varied obstacles.

via.

For the most part, the works of von Hammer indicate a similar treatment of oriental masterpieces; he suggests that the translation approximate as closely as possible the external form of the original work.

Per la maggior parte, le opere di von Hammer richiedono un trattamento simile ai capolavori orientali, per i quali è consigliata una traduzione più vicina possibile alla forma esterna dell’originale.

[...] Now would be the proper time for a new translation of the third type that would not only correspond to the various dialects, rhythms, meters, and prosaic idioms in the original but would also, in a pleasant and familiar manner, renew the poem in all of its distinctiveness for us. [...]

[...] Ora sarebbe giunto il momento di una traduzione del terzo tipo, che corrisponderebbe ai diversi dialetti, le diverse modalità linguistiche ritmiche, metriche e prosaiche dell’originale e rinnova piacevolmente e in maniera a noi familiare la poesia in tutte le sue caratteristiche. [...]

The reason why we also call the third epoch the final one can be explained in a few words. A translation that attempts to identify itself with the original ultimately comes close to an interlinear version and greatly facilitates our understanding of the original. We are led, yes, compelled as it were, back to the source text: the circle, within which the approximation of the foreign and the familiar, the known and the unknown constantly move, is finally complete. (Venuti 2004: 64–66; original Goethe 1952: 2: 186–189, 1958: 5: 304–307)13

Perché la terza epoca viene chiamata anche l’ultima, lo si spiega in poche parole. Una traduzione che ha come scopo di identificarsi con l’originale, alla fine si avvicina alla versione interlineare e facilita molto la comprensione dell’originale; con questo veniamo così ricondotti al teso base, guidati per così dire. Viene così finalmente chiuso tutto il cerchio, all’interno del quale si muovono l’approssimazione di ciò che è straniero e familiare, ciò che è conosciuto e sconosciuto. (Goethe 1952: 2: 186–189, 1958: 5: 304–307)

As discussed by Venuti (2005: 801), Goethe’s first phase concerns the radical domestication of the target language (Verdeutschung), making the reader forget that the text really is a translation of a

Come discusso da Venuti (2005: 801), la prima fase di Goethe riguarda la radicale addomesticazione della lingua ricevente (Verdeutschung), facendo dimenticare al lettore che il testo è in realtà

13 The 1952 edition offered a non-philological edition of Goethe’s unchanged “original” style in old-German, without rectifying capitalization, punctuation, parentheses, grammatical misconstructions, and so forth (Goethe 1952). The 1958 is a standard edited edition. For discussion of Goethe’s Notes, see chronologically Pannwitz (1917: 240–243), Lentz (1958), Rado (1982), Wertheim (1983), Steiner (1975: 256–260), and Nicoletti (2002).

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previous work. The source text has “disappeared” and the translation is a totally Germanized version. The second phase is a duality of domestication and foreignizing (Verfremdung). The translation loses the closeness to the source text and becomes an alienated world formulated and reformulated in a somewhat biased translation between source and target texts. The reader of franglais and other mixtures of languages is aware that the translator has mediated between both texts and becomes puzzled. The third phase is a manipulation to accord with some ideology, prejudice, dogma, or belief. The source text has been modified, even mutilated, peripherically, or almost beyond recognition. Indeed, such manipulation, away from the source center, may happen (fn. 1), and be accepted, welcomed, or simply ignored in the target culture, due to the linguistic and cultural distance between the codes involved, the temporal and/or spatial distance between the text-to-be-translated and the translated text, and/or for other reasons, be they social, political, religious, institutional, commercial, and so on.

una traduzione di un opera precedente. Il prototesto è “scomparso” e la traduzione è una versione completamente germanizzata. La seconda fase presenta il dualismo domesticazione-straniamento (Verfremdung). La traduzione perde la sua vicinanza al prototesto e diventa un mondo estraneo formulato e riformulato in una traduzione con un bias tra prototesti e metatesti. Il lettore di franglais e alti mix di lingue è consapevole che il traduttore ha mediato tra i due testi e diventa confuso. La terza fase presenta una manipolazione per concordare con ideologie, pregiudizi, dogmi o credenze. Il prototesto è stato modificato, perfino mutilato, perifericamente, o reso quasi irriconoscibile. Infatti una tale manipolazione, che porta lontano dal centro di origine, può succedere (nota 1) ed essere accettata, accolta, o semplicemente ignorata dalla cultura ricevente a causa della distanza linguistica e culturale tra i codici coinvolti, la distanza temporale e/o spaziale tra il prototesto e il metatesto e/o per altre ragioni, siano esse sociali, politiche, religiose, istituzionali, commerciali e così via.

Goethe offered an alternative to Schleiermacher’s dual approach of translation to a third “move” (Robinson 1998: 98) from the historical context of German culture to the nostalgia of exotic life and the erotic

Goethe offrì un’alternativa all’approccio diadico di Schleiermacher alla traduzione con una terza “mossa” dal contesto storico della cultura tedesca alla nostalgia della vita esotica e dell’amore erotico

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love of the Orient, as delicately restructured by himself. The orientalized metempsychosis of two fictional cultures had challenged Goethe’s new vision in the informal glosses to translation: was the Arabic Divan retranslated into German language more than a nomadic enthusiasm for Oriental religion and culture? Was Goethe’s triadic mention of translation a linguistic-anthropological symbol mixing Orient and Occident? Was Goethe, the greatest cosmopolitan of his days, in terms of sheer erudition and mastery of the Eastern material, a crosscultural critic of East and West?

dell’oriente, così come delicatamente ristrutturato da lui stesso. La metempsicosi orientalizzata di due culture finzionali aveva sfidato la nuova visione di Goethe nelle glosse informali alla traduzione: il Divan arabo ritradotto in lingua tedesca era più di un nomade entusiasmo per la religione e la cultura orientale? Il concetto triadico di traduzione di Goethe era un simbolo linguistico-antropologico di legame tra oriente e occidente? Goethe, il più grande cosmopolita del suo tempo, in termini di pura erudizione e padronanza della materia orientale, era un critico interculturale di oriente e occidente?

The Paralipomena are metacomments of his own comments. They work as Goethe’s catalogue-type information for his own use and are merely unmediated fragments, plagued by spelling mistakes and grammatical errors (see fn. 13). Without their later unedited publication (in Goethe 1952), the simplicity of Goethe’s metadata would have been lost and “forgotten”. 14 The whole text is as follows:

I Paralipomena sono metacommenti dei suoi stessi commenti. Fungono da catalogo di informazioni per uso proprio e non sono altro che frammenti non mediati, colmi di errori ortografici e grammaticali (vedi nota 13). Senza la loro pubblicazione successiva non revisionata (in Goethe 1952), la semplicità dei metadati di Goethe sarebbe andata “dimenticata”. L’intero testo è il seguente:

Three kinds
1, To reconcile foreign productions and the fatherland. 2, Further attempt against the foreign to achieve a middle situation. 3, final attempt to make translation and original identical

Tre tipi
1, riconciliare le produzioni straniere con la madrepatria. 2, ulteriori sforzi contro lo straniero per ottenere una situazione media. 3, sforzo finale che renda la traduzione e l’originale identici

14 The plural Paralipomena (from Greek paraleipein “to leave aside”, “to omit”) signify “forgotten” postscripts, supplements, or reflections of a previous book or fragment. Goethe’s Paralipomena has hardly been discussed.

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of all three the Germans can indeed show examples of exemplary pieces. more than approaching the foreign situation we should certainly note, to cheer loudly on the works of von Hammer, directing us on this way. even warmly welcoming the hexameter and pentameter from the first concept of translation.

Di tutti e tre i tedeschi possono di fatto dare esempi di pezzi esemplari. Più che avvicinarci alla situazione straniera, dovremmo certamente prender nota e incitare a gran voce le opere di von Hammer, portandoci su questa via. Perfino accogliendo calorosamente l’esametro e il pentametro derivante dalla prima concezione di traduzione.

The strangeness of the transfigurations into Greek and Latin of the excellent Jones,15 recalls the foreign country, customs, and taste, meaning that the study of the content totally destroys the originality of the poems.

La stranezza delle trasfigurazioni in greco e latino dell’eccellente Jones ricorda il paese straniero, i costumi e i gusti, il che significa che lo studio del contenuto distrugge totalmente l’originalità della poesia.

The grotesque enterprise of Mr. [any name] to rework Firdusi16 in the sense of alienating it from the Orient without bringing it close to the West.

La grottesca impresa del signor [nome qualsiasi] di rielaborare Firdusi nel senso di estraniarlo dall’oriente senza avvicinarlo all’occidente.

A prose translation should be far better than one transformed into an alien unsuitable rhythm.

Una traduzione in prosa sarebbe sicuramente migliore di una trasformata in un ritmo alieno e inadatto.

Von Hammer translation, retaining line by line of the original, is on its own correct, perhaps can Mr. [any name] decide now to accept these intents and purposes, to accomplish for himself and the bookseller in charge of the printing a flourishing business.

La traduzione di von Hammer, che conserva l’originale riga per riga, è di per se corretta, forse può il signor [nome qualsiasi] decidere ora di accettare queste intenzioni e scopi per ottenere per se stesso e per il libraio responsabile della stampa un fiorente profitto.

The translator will not harvest any thanks and the publisher no

Il traduttore non otterrebbe alcun ringraziamento e l’editore alcun

15 Sir William Jones (1746–1794), an English polyglot with knowledge of twenty-eight languages, was an eminent Oriental and Sanskrit scholar. Jones was interested in Hafiz and translated the sacred texts of Eastern religions. He pronounced the genealogical connection of Sanskrit with Greek and Latin, and the languages of Europe.

16 Firdusi (transliterated as Firdausi, Ferdowsi, or Firdowski) (932–1020) was the Persian poet who wrote the Iranian national epic, the Shahnamah. 37

profit. (My trans. from Goethe 1952: 3: 130–131)

guadagno. (Goethe 1952: 3: 130–131)

The chaotic Paralipomena naturally uses a different style of writing than the ordered paragraphs of the Notes. The informal tone reflects the emotional voice of Goethe’s personal words, but his dry and business-like actions speak louder. The pitch of Paralipomena lay in the postscript: how to cook Goethe’s West-Eastern Divan into a success story. Goethe focused on the production’s costs: to win the spectacular bestseller the business went at the expense of his associates (including the translator).

I caotici Paralipomena usano naturalmente un altro stile di scrittura rispetto agli ordinati paragrafi delle Note. Il tono informale riflette la voce emotiva delle parole personali di Goethe, ma le sue azioni monotone da uomo d’affari parlano molto più forte. Il punto più intenso dei Paralipomena è nel post scriptum: come trasformare il Divan occidentale orientale goethiano in una storia di successo. Goethe si concentrò sui costi di produzione: per diventare un bestseller, gli affari andarono a scapito dei suoi collaboratori (traduttore incluso).

East and West mingle in bizarre juxtaposition, but they do not mix in Goethe’s labyrinth of fragments. Guided by the spatiotemporal distance to Hafiz, Goethe mediates semiotically in cultural differences of morals and scholarship as a human and spiritual alternative. His agenda of the Notes reflects a psychological and anthropological understanding of Eastern ideas, concepts, meaning, and nuance. The public interest of cross-cultural scholarship is translated into the free association of poetry. The results are striking, including a new vision of translation. At the same time, Goethe’s hidden agenda arises in the bottom line of Paralipomena to determine the effectiveness of the agreement. The “negotiation” of bridging cultures and national

Oriente e occidente si mescolano in una bizzarra giustapposizione, ma non si mixano nel labirinto di frammenti goethiano. Guidato dalla distanza spaziotemporale da Hāfez, Goethe media semioticamente tra differenze culturali di morale e sapere come alternativa umana e spirituale. La sua pianificazione delle Note riflette una comprensione psicologica e antropologica di idee, concetti e sfumature orientali. L’interesse pubblico del sapere interculturale è tradotto nell’associazione libera della poesia. I risultati sono straordinari e comprendono una nuova visione della traduzione. Allo stesso tempo la pianificazione nascosta di Goethe compare in conclusione dei Paralipomena, determinando l’efficacia dell’accordo. La “negoziazione”

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experiences becomes on dark spots an over-confidence, changing into a purely commercial affair – an unhappy return to bourgeois civilization.

di culture ed esperienze nazionali nelle zone oscure diviene un eccesso di sicurezza, trasformandosi in un affare puramente commerciale – un infelice ritorno alla civiltà borghese.

Semiotic mediation

Mediazione semiotica

Goethe’s caravan of sign translation – from information and reproduction until adaptation – makes the target text become more and more visible in Peirce’s interpretants, and the source text more and more invisible. Goethe’s various “epochs” – Peirce’s Secondness indicating the spatiotemporal object under the force of haeccity (MS 909: 18 = CP: 1.405, 1890–1891) – were transported to signify the whole sign of the trajectory of translation. Semiotic signs play the role of a mediator between thought and reality, so that the “bringing together” of translation is grounded not on genuine Thirdness, but rather on the “middle, medium, means, or mediation” of the original sign (Parmentier 1985: 42 and passim) to produce mediate interpretants.

La carovana goethiana della traduzione segnica – dall’informazione e riproduzione fino all’adattamento – rende il metatesto sempre più visibile negli interpretanti di Peirce e il prototesto sempre più invisibile. Le varie “epoche” di Goethe – la Secondità di Peirce che indica l’oggetto spaziotemporale sotto la forza dell’ecceità (MS 909: 18 = CP: 1.405, 1890–1891) – furono portate a significare tutto il segno della traiettoria della traduzione. I segni semiotici svolgono il ruolo di un mediatore tra pensiero e realtà, in modo che il “mettere insieme” di una traduzione non sia basato sull’autentica Terzità, ma piuttosto su “medio, medium, mezzi o mediazione” del segno originale (Parmentier 1985: 42 e passim) per produrre interpretanti mediati.

Goethe’s and Jakobson’s three types of translation are the same in grammatical number, but differ on “such distinctions as objective and subjective, outward and inward, true and false, good and bad [...]” (MS 304: 39, 1903). From a more external viewpoint, Goethe valued the

I tre tipi di traduzione di Jakobson e Goethe sono uguali in quantità, ma diversi per quanto riguarda “distinzioni tra oggettivo e soggettivo, esterno e interno, vero e falso, buono e cattivo [...]”(MS 304: 39, 1903). Da un punto di vista più esterno, Goethe ha valutato i tre gradi di

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three degrees of possible equivalence between source and target texts, whereas Jakobson’s intralingual, interlingual, and intersemiotic translations took the lack of equivalence for granted as the standard “equivalence in difference” (1959: 233). From an internal viewpoint, Goethe’s truchement disguised translation in a liberated mode of a subjective translation, while Jakobson judged externally the distance between source and target language. Then Jakobson broadened their mutual translatability outside “ordinary language” (1959: 234) to translate the cultural (inter)relations (unmarked and marked forms and functions) into the target version (Mertz 1985: 13–16). Jakobson stated that the bilingual and bicultural dilemma of implying linguïculture defied all efforts of translatability, representing the “Gordian knot by proclaiming the dogma of untranslatability” (1959: 234). Semiotranslation can untie the intricate knot, cutting through untranslatability to claim Jakobson’s degrees of a relative translatability – not arriving at Goethe’s genial work, but an effort to solve the complexities.

equivalenza possibile tra prototesto e metatesto, mentre le traduzioni intralinguistica, interlinguistica e intersemiotica di Jakobson hanno dato per scontata la mancanza di equivalenza in quanto “equivalenza nella differenza” (1959: 233). Da un punto di vista interno, il truchement di Goethe ha nascosto la traduzione in un tipo emancipato di traduzione soggettiva, mentre Jakobson ha giudicato esternamente la distanza tra prototesto e metatesto. Inoltre Jakobson ha ampliato la loro traducibilità reciproca al di fuori del “linguaggio ordinario” (1959: 234) per tradurre le (inter)relazioni (inter)culturali (forme e funzioni marchiate e non) in una metaversione (Mertz 1985: 13–16). Jakobson affermò che il dilemma bilingue e biculturale che implica la linguïculture si sottrae a tutti gli sforzi di traducibilità, rappresentando il “nodo gordiano proclamando il dogma dell’intraducibilità” (1959: 234). La semiotraduzione può sciogliere quel nodo intricato, dando un taglio all’intraducibilità, per rivendicare i gradi di una relativa traducibilità di Jakobson – non arrivando all’opera geniale di Goethe, ma compiendo uno sforzo per risolvere le complessità.

Translation is freedom with a bold (re)action of the translator to reach his or her signature of the “same” meaning. The sign action is semiotic mediation, acting under the forces of reality and thought. In

La traduzione è libertà con un’audace (re)azione del traduttore per ottenere la propria segnatura dello “stesso” significato. L’azione segnica è mediazione semiotica, che agisce sotto le forze di realtà e

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translation, Firstness – sign – and Secondness – object – are linked to connect to the “medium” of Thirdness (CP: 1.337, 1909). Peirce wrote that:

pensiero. Nella traduzione, Primità – segno – e Secondità – oggetto – sono unite per connettere il “medium” della Terzità (CP: 1.337, 1909). Peirce scrisse che:

As a medium, the Sign is essentially in a triadic relation, to its Object which determines it, and to its Interpretant which it determines. In its relation to the Object, the Sign is passive; that is to say, its correspondence to the object is brought about by an effect upon the Sign, the Object remaining unaffected. On the other hand, in its relation to the Interpretant the Sign is active, determining the Interpretant without being itself thereby affected.

Come un medium, il segno è essenzialmente in una relazione triadica con il suo oggetto che lo determina e con il suo interpretante da lui determinato. Nella relazione con l’oggetto il segno è passivo; ciò significa che la corrispondenza con l’oggetto è causata da un effetto sul segno, e l’oggetto non viene toccato. Dall’altro lato, nella relazione con l’interpretante, il segno è attivo e determina l’interpretante senza venirne lui stesso inficiato.

But at this point certain distinctions are called for. That which is communicated from the Object through the Sign to the Interpretant is a Form; that is to say, it is nothing like an existent, but is a power, is the fact that something would happen under certain conditions. This Form is really embodied in the object, meaning that the conditional relation which constitutes the form is true of the Form as it is in the Object. In the Sign it is embodied only in a representative sense, meaning that whether by virtue of some real modification of the Sign, or otherwise, the Sign becomes endowed with the power of communicating it to an interpretant. It may be in the interpretant directly, as it is in the Object, or it may be in the Interpretant dynamically, as [the] behavior of the Interpretant [...] (MS 793: 2–5 = (in different version) EP: 2: 544, 1906)

Ma a questo punto certe distinzioni sono necessarie. Ciò che viene comunicato dall’oggetto all’interpretante attraverso il segno è una forma; vale a dire che non è nulla come un esistente, ma è un potere, è il fatto che qualcosa potrebbe accadere in certe condizioni. Questa forma è veramente incarnata nell’oggetto, ciò significa che la relazione condizionale che costituisce la forma è vera della forma così come lo è dell’oggetto. Nel segno è incarnata solo in un senso rappresentativo, cioè o in virtù di qualche reale modifica al segno, o altrimenti, il segno si dota del potere di comunicarlo all’interpretante. Può essere nel’interpretante direttamente, com’è nell’oggetto, o può essere nell’interpretante dinamicamente, come comportamento dell’interpretante [...].(MS 793: 2–5 = (in una versione diversa) EP: 2: 544, 1906)

Thirdness in translation is no purely intellectual interaction of First and Second into Third, but becomes a fantasy of a Second in relation to a First, without a real Third. Peirce wrote that:

La Terzità nella traduzione non è l’interazione puramente intellettuale del primo e del secondo nel terzo, ma diventa una fantasia di un secondo in relazione ad un primo, senza un terzo reale. Peirce

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scrisse che:

A man gives a brooch to his wife. The merely mechanical part of the act consists in his laying the brooch down while uttering certain sounds, and her taking it up. There is no genuine triplicity here; but there is no giving, either. The giving consists in his agreeing that a certain intellectual principle shall govern the relations of the brooch to his wife. (CP: 2.86, 1902)

Un uomo da una spilla alla moglie. La parte puramente meccanica dell’atto consiste nell’uomo che appoggia la spilla emettendo suoni e la donna che la raccoglie. Qui non c’è vera triplicità; ma non vi è nemmeno alcun dono. Il dono consiste nel concordare da parte di lui sul fatto che un certo principio intellettuale governerà le relazioni tra la spilla e sua moglie. (CP: 2.86, 1902)

The jewel of Goethe’s creative and recreative work West-östlicher Divan actively involves the knowledge of Hafiz and von Hammer- Purgstall, but the “mere congeries of dual characters” (MS 901: 13 = CP: 1.371, 1885) are brought in such a way that the synthesis (Thirdness) lies on Goethe’s way of translation, and particularly on himself as the translating poet.

Il gioiello dell’opera creativa e ricreativa West-östlicher Divan di Goethe coinvolge attivamente la conoscenza di Hāfez e von Hammer- Purgstall, ma “la mera congerie dei personaggi duali” (MS 901: 13 = CP: 1.371, 1885) è presente in modo tale che la sintesi (Terzità) si trovi sulla via goethiana della traduzione e in particolare su se stesso come poeta traducente.

In a literary work, the triadicity is dissolved into the “true duality” (MS 909: 11 = CP: 1.366, 1890–1891) of sign and object to embody the German interpretants in verse of Hafiz’ Arabic Divan. Goethe’s “alienated” treasure-box reflects his will and effort of mediation, based not alone on knowledge of foreign languages, but on his artistic genius and aesthetic life. Peirce returned to an Oriental tinge, when he continued as followed about semiosis and mediation:

In un opera letteraria la triadicità si dissolve nel “vero dualismo” (MS 909: 11 = CP: 1.366, 1890–1891) segno-oggetto per incorporare gli interpretanti tedeschi nei versi del Divan arabo di Hāfez. La scatola del tesoro “alienata” di Goethe riflette la sua volontà e il suo sforzo di mediazione, basati non solo sulla conoscenza di lingue straniere, ma sul suo genio artistico e sulla sua vita estetica. Peirce tornò a una sfumatura orientale quando continuò a trattare di semiosi e mediazione come segue:

The merchant in the Arabian Nights threw away a datestone which

Il mercante in Le mille e una notte lanciò una pietra datata che colpì

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struck the eye of a Jinnee. This was purely mechanical, and there was no genuine triplicity. The throwing and the striking were independent of one another. But had he aimed at the Jinnee’s eye, there would have been more than merely throwing away the stone. There would have been genuine triplicity, the stone being not merely thrown, but thrown at the eye. Here, intention, the mind’s action, would have come in. Intellectual triplicity, or Mediation, is my third category. (CP: 2.86, 1902)17

l’occhio di un genio. Ciò fu puramente meccanico, e non c’era vera triplicità. Il lanciare e il colpire erano indipendenti l’uno dall’altro. Ma se avesse mirato a colpire l’occhio del genio, ci sarebbe stato più di un semplice lanciare la pietra. Ci sarebbe stata vera triplicità, la pietra non sarebbe semplicemente stata lanciata ma lanciata verso l’occhio. Qui sarebbe entrata in gioco l’intenzione, l’azione della mente. La triplicità intellettuale, o mediazione, è la mia terza categoria. (CP: 2.86, 1902)

In the understanding of Goethe’s Divan and the “spontaneous” discovery of applying a triadic translation, the “good”, “bad”, and “intermediate” sign-events of translation modify and mediate the literary form of the accidental interpretants, made by pure chance and effort (CP: 1.337, 1909). Goethe’s intermediate (re)translation reflects not genuine semiosis – the “perfect” sign of Thirdness – but offers “imperfect” signs. Pseudo-semiosis is represented in the translation composed by human interpreters. The “quasi-minds” (MS 793: 2, 1906 = EP: 2: 544, 1906) create new but biased quasi-translations, on the

Nella comprensione del Divan di Goethe e nella scoperta “spontanea” di applicare una traduzione triadica, i segni-eventi “buoni”, “cattivi” e “intermedi” della traduzione modificano e mediano la forma letteraria degli interpretanti casuali, fatta da puro caso e sforzo (CP: 1.337, 1909). La (ri)traduzione intermedia goethiana non riflette la vera semiosi – il segno “perfetto” della Terzità – ma offre segni “imperfetti”. La pseudosemiosi è rappresentata nella traduzione scritta da interpreti umani. Le “quasi-menti” (MS 793: 2, 1906 = EP: 2: 544, 1906) creano quasi-traduzioni nuove ma con un bias, sulla base di

17 The passage of Arabian Nights about accidental Thirds is repeated in Peirce’s episode: “’How did I slay thy son?’ asked the merchant, and the jinnee replied, ‘When thou threwest away the date-stone, it smote my son, who was passing at the time, on the breast, and he died forthright.’ Here there were two independent facts, first that the merchant threw away the date-stone, and second that the date-stone struck and killed the jinnee’s son. Had it been aimed at him, the case would have been different; for then there would have been a relation of aiming which would have connected together the aimer, the thing aimed, and the object aimed at, in one fact. What monstrous injustice and inhumanity on the part of that jinnee to hold that poor merchant responsible for such an accident!” (MS 909: 12 = CP: 1.365, 1890–1891) and mentioned again in “the date-stone, which hit the Jinnee in the eye” (CP: 1.345, 1903).

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ground of quasi-signs made by the quasi-thought of a quasi-mind (Gorlée 2004b)18. Quasi-translations bring forth not the intellectual mind, but rather some unanalyzable, unpredictable, unsystemic, and controversial qualities of the feeling and mind of the interpreter- translator, manifesting instead of the high-level mental semiosis the lower-level idea of Goethe’s wicked travesty of the real facts.

quasi-segni prodotti da quasi-pensieri di una quasi-mente (Gorlée 2004b). Le quasi-traduzioni non danno vita alla mente intellettuale, ma piuttosto ad alcune qualità non analizzabili, imprevedibili, non sistemiche e controverse dei sentimenti e della mente dell’interprete- traduttore, manifestando invece della semiosi mentale di alto livello, l’idea di basso livello dell’audace parodia goethiana dei fatti reali.

Quasi- or pseudo-Thirdness is called “Betweenness or Mediation in its simplest and most rudimentary form” (CP: 5.104, 1903). This degenerate sign relation brings together and takes apart – semiotically, deconstructs and constructs – Goethe’s glosses on the plurality of translation (CP: 2.89ff., 1902). The deterioration of the triadic relation into a dyadic or degenerate semiosis can define the varieties of intermediate types. The thought-off content of Goethe’s Notes is regulated by the duality of first degenerate signs, but the ramified lines of the Paralipomena agree with second degenerate signs (Parmentier 1985: 39f.).19 In first or singly degenerate signs, the interpretant points

La quasi- o pseudo-Terzità è chiamata “betweeness o mediazione nella sua forma più semplice e rudimentale” (CP: 5.104, 1903). Questa relazione segnica degenerata unisce e smonta – semioticamente, decostruisce e costruisce – le glosse di Goethe sulla pluralità della traduzione (CP: 2.89 e seguenti, 1902). Il deterioramento della relazione triadica in una o semiosi diadica o degenerata può definire le varietà di tipi intermedi. Il contenuto pensato delle Note di Goethe è regolato dal dualismo dei primi segni degenerati, ma i righi ramificati dei Paralipomena concordano con i secondi segni degenerati (Parmentier 1985: 39-40). Nei primi segni degenerati o segni degenerati

18 Quasi-signs, see Gorlée (2004b: 66f., 87, 129f., 137, 148); quasi-thought, see Gorlée (2004b: 145, 203ff., 206ff., 214, 217ff.); quasi-mind, see Gorlée (2004b: 66f., 87, 129f., 137, 148).

19 See Buczyńska-Garewicz (1979, 1983), Gorlee (1990), and Merrell (1995). Peirce’s formal concept of degeneracy and its informal examples were specifically explained in his later years, from 1885 and ending in 1909; see Peirce’s informal letter to Victoria Lady Welby (1837–1912) with a glossary of intermediate types (PW: 194, 1905).

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directly to its object, but does not interact with the sign. For Peirce, the interpretant “forcibly directs [...] to a particular object, and there it stops” (CP: 1.361, 1885) without giving a specific reaction. The reaction is degenerate Secondness with a nuance of Firstness and Thirdness. In second or doubly degenerate signs, the interpretant relates to the sign and the object in separate sign-events, to make its own sense representing the interpreter’s personal meaning. The degenerate Firstness with a nuance of Secondness and Thirdness gives “a pure dream – not any particular existence, and yet not general” (CP: 3.362, 1885).

singolarmente l’interpretante indica direttamente il suo oggetto, ma non interagisce con il segno. Per Peirce l’interpretante “si dirige forzatamente [...] verso un oggetto particolare e lì si ferma” (CP: 1.361, 1885) senza reagire in modo specifico. La reazione è la Secondità degenerata con una sfumatura di Primità e Terzità. Nei secondi segni o segni doppiamente degenerati l’interpretante si correla al segno e all’oggetto in segni-eventi separati, per dare il proprio senso, che rappresenta il significato personale dell’interprete. La Primità degenerata con sfumature di Secondità e Terzità dà “un puro sogno – non una esistenza particolare e tuttavia nemmeno generale” (CP: 3.362, 1885).

Goethe was steadily accustomed to bilingual and bicultural identities in the “radically new sort of element” (CP: 1.471, 1896) of his project, connecting and disconnecting Hafiz and von Hammer-Purgstall within his German Divan. He thus practiced in the definitions of the Notes a scientific proposition20, identifying related and otherwise unrelated things about the types of translations in his experience. Peirce’s proposition was a singly degenerate arrangement, made “in a living

Goethe era costantemente abituato a identità bilingui e biculturali nel “tipo di elemento radicalmente nuovo” (CP: 1.471, 1896) del suo progetto, collegando e scollegando Hāfez e von Hammer-Purgstall all’interno del suo Divan tedesco. Egli praticò così nelle definizioni delle Note una proposizione scientifica, identificando aspetti correlati e altrimenti non correlati sui tipi di traduzioni della sua esperienza. La proposizione di Peirce era un accordo singolarmente degenerato, fatto

20 “Proposition” is one of Peirce’s favourite terms, omnipresent in his writings about language, interpretation, utterance, and meaning. 45

effort to make its interpreter believe it true” (MS 646: 16, 1910). Goethe asserted that the dyadic connection of active sign and passive object (CP: 1.471, 1896) was known as Schleiermacher’s duality of paraphrases and imitations. Yet Goethe’s “triad brings a third sort of element, the expression of thought, or reasoning, consisting of a colligation of two propositions, not mere dyadic propositions, however, but general beliefs; and these two propositions are connected by a common term and tend to produce a third belief” (CP: 1.515, c.1896). Goethe wanted to affect the readers by the freedom of his third agent, adaptation – a germane but extraneous element to the interactive duality. In a proposition, Peirce stated that:

“in uno sforzo vitale per renderlo vero al suo interprete” MS 646: 16, 1910). Goethe sostenne che la connessione diadica tra segno attivo e oggetto passivo (CP: 1.471, 1896) era conosciuta come il dualismo schleiermacheriano tra parafrasi e imitazioni. Tuttavia la “triade [di Goethe] porta un terzo tipo di elemento, l’espressione del pensiero, o ragionamento, che consiste nel collegare due proposizioni, non semplici proposizioni diadiche, comunque, ma pensieri generali; e queste due proposizioni sono connesse da un termine comune e tendono a produrre un terzo pensiero” (CP: 1.515, c.1896). Goethe voleva colpire i lettori con la libertà del suo terzo agente, l’ adattamento – un elemento attinente ma estraneo al dualismo interattivo. In una proposizione, Peirce affermò che:

[...] there are in the dyad two subjects of different character, though in special cases the difference may disappear. These two subjects are the units of the dyad. Each is one, though a dyadic one. Now the triad in like manner has not for its principal element merely a certain unanalyzable quality sui generis. It makes [to be sure] a certain feeling in us. (CP: 1.471, 1896)

[...] nella diade ci sono due soggetti di caratteri diversi, anche se in casi speciali la differenza può scomparire. Questi due soggetti sono le unità della diade. Ciascuno è uno, anche se diadico. Ora, la triade in modo simile non ha come suo elemento principale solo una certa qualità non analizzabile sui generis. Ci suscita [a dire il vero] una certa sensazione. (CP: 1.471, 1896)

Contrary to scientific method, “[...] it is to be understood that proposition, judgment, and belief are logically equivalent (though in other respects different)” (MS 789: 2, n.d.). Despite the doubts that “a proposition is nothing existent, but is a general model, type, or law

Contrariamente al metodo scientifico, “[...]è da intendersi che proposizione, giudizio e credenza sono logicamente equivalenti (anche se sotto altri aspetti diversi)” (MS 789: 2, s.d.). nonostante i dubbi che “una proposizione non sia nulla di esistente, ma sia un modello

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according to which existents are shaped” (MS 280: 29, c.1905), Goethe took his responsibility of the propositional announcement, supporting the three types of translation as a general idea.

generale, un tipo, o un accordo di legge in base al quale si sono formati gli esistenti” (MS 280: 29, c.1905), Goethe si prese la responsabilità dell’annuncio proposizionale, supportando i tre tipi di traduzione come idea generale.

Peirce announced that “[i]n science, a diagram or analogue of the observed fact leads on to a further analogy” (MS 909: 12f. [see 42] = CP: 1.367, 1890– 1891). The approximative approach of the “reactionally degenerate” (CP: 5.73, 1902) glosses of the Notes is again deconstructed in the doubly degenerate list of Paralipomena. The separate lines depend not really on intellectual performance (Thirdness), but sketch the design of the “qualitatively degenerate” (CP: 5.73, 1902) moods and tones of thought of Goethe’s own self. Goethe’s images of self-depiction in the edited version “address themselves to us, so that we fully apprehend them. But it is a paralyzed reason that does not acknowledge others that are not directed to us, and does not suppose still others of which we know nothing definitely” (MS 4: 49, 1904; my italics). Goethe’s “airy nothingness” (CP: 4.241, 1902) means that the sign of “Brute Actuality of things and facts” (Secondness) has weakened beyond the meaningful occurrence into the undetermined and vague quality of “suchness” (Firstness) (CP: 1.303, c.1894, CP:

Peirce annunciò che “[i]n scienza un diagramma o qualcosa di analogo, dei fatti osservati conduce a un’ulteriore analogia” ” (MS 909: 12-13 [vedi 42] = CP: 1.367, 1890– 1891). L’approccio approssimativo delle glosse “reazionalmente degenerate” (CP: 5.73, 1902) delle Note è ancora una volta decostruito nella lista doppiamente degenerata dei Paralipomena. Le linee separate non dipendono realmente da performance intellettuali (Terzità), ma abbozzano il disegno degli umori e dei toni “qualitativamente degenerati” del pensiero di Goethe stesso. Le immagini dell’autorappresentazione di Goethe nella versione revisionata “si rivolgono a noi, così che possiamo comprenderle pienamente. Ma è una ragione paralizzata che non riconosce altri che non siano rivolti verso di noi e non suppone nemmeno altri di cui non sappiamo assolutamente niente”(MS 4: 49, 1904; corsivo aggiunto). Il “nulla d’aria” (CP: 4.241, 1902) di Goethe significa che il segno della “bruta attualità delle cose e dei fatti” (secondità) si è indebolita oltre la significativa occorrenza ed è diventato “talità” (primità) di qualità vaga

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1.326, c.1894, CP: 1.304, c.1905), independent from the object (Gorlée 2009). To illustrate the empty pages of “Translations” in Paralipomena, Peirce wrote something analogous, saying that:

e indeterminata (CP: 1.303, c.1894, CP: 1.326, c.1894, CP: 1.304, c.1905), indipendente dall’oggetto (Gorlée 2009). Per illustrare le pagine vuote di “traduzioni” nei Paralipomena, Peirce scrisse qualcosa di analogo, affermando che:

Combine quality with quality after quality and what is the mode of being which such determinations approach indefinitely but altogether fail ever to attain? It is, as logicians have always taught, the existence of the individual. Individual existence whether of a thing or of a fact is the first mode of being that suchness fails to confer. (CP: 1.456, c.1896)

Combinare qualità con qualità dopo qualità e qual è il modo di essere che certe determinazioni avvicinano indefinitamente ma non riescono mai a raggiungere interamente? È, come i logici hanno sempre insegnato, l’esistenza dell’individuo. L’esistenza individuale sia essa di una cosa o di un fatto è il primo modo di essere che la talità non riesce a conferire. (CP: 1.456, c.1896)

The mere Firstness is a “rough impression” (SS: 194, 1905) reflecting the “Sign’s Soul, which has its Being in its power of serving as intermediary between its Object and a Mind. Such, too, is a living consciousness, and such the life, the power of growth, of a plant” (CP: 6.455, 1908). Grasping the possibility of understanding the hidden idea of a “dark instinct of being a germ of thought” (CP: 5.71, 1902), the reader is brought “face to face with the very character signified” (NEM 4: 242, 1904), with the expressions and emotions of Goethe’s own self- portrait.

La mera Primità è una “grezza impressione” (SS: 194, 1905) che riflette l’”anima del segno, che ha il suo essere nel suo potere di fungere da intermediario tra l’oggetto e la mente. Tale è anche una coscienza viva e tale la vita, la forza di crescita di una pianta” (CP: 6.455, 1908). Cogliendo la possibilità di comprendere l’idea nascosta di un “istinto oscuro di essere un germe di pensiero” (CP: 5.71, 1902), il lettore è portato “faccia a faccia con il carattere stesso significato” (NEM 4: 242, 1904), con le espressioni e le emozioni dell’autoritratto di Goethe.

With “only a fragment or a completer sign” (NEM 4: 242, 1904) in Goethe’s Paralipomena, the last and final point of intermediate types has been argued in bricolages (Firstness) (Gorlée 2007: 224ff.).

Con “solo un frammento o un segno più completo” (NEM 4: 242, 1904) nei Paralipomena di Goethe, l’ultimo e finale punto dei tipi intermedi è stato messo in discussione nel bricolages (Primità) (Gorlée

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Translation started out as pure intellectual Thirdness, but was accurately and sharply weakened into mixed concepts of Secondness and Thirdness, mingling with Thirdness. Pseudo-translation is degenerate thought, mediated into a representation of the fact according to a possible idea. Goethe’s images of translation are not reasoned, but rely on experience and education. In the Notes and the Paralipomena, degenerate translation gave in Peirce’s perspective “just one unseparated image, not resembling a proposition in the smallest particular [...]; but it never told you so. Now in all imagination and perception there is such an operation by which thought springs up; and its only justification is that it subsequently turns out to be useful” (CP: 1.538, 1903) – like Goethe’s thing of beauty in West-östlicher Divan.

2007: 224 e seguenti). La traduzione iniziò come pura e intellettuale Terzità, ma fu accuratamente e acutamente indebolita in concetti misti di Secondità e Terzità, inframezzandosi alla Terzità. La pseudotraduzione è pensiero degenerato, mediato in una rappresentazione del fatto secondo un’idea possibile. Le immagini goethiane della traduzione non sono ragionate, ma fanno affidamento sull’esperienza e l’istruzione. Nelle Note e nei Paralipomena, la traduzione degenerata ha dato, secondo la prospettiva di Peirce, ”una sola immagine non separata, che non somigliava a una proposizione nel più piccolo dei particolari [...] ma non è mai stato detto. Ora, in ogni immaginazione e percezione vi è una tale operazione con la quale il pensiero salta su; e la sua unica giustificazione è che risulta poi utile” (CP: 1.538, 1903) – come il fatto della bellezza nel West-östlicher Divan goethiano.

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Alessandro de Lachenal, LA SCUOLA DI NITRA (E MOLTO ALTRO)

Cominciò con una domanda, apparentemente generica, su una lista di discussione. In realtà risultò ben mirata, perché mi fece rendere conto quasi subito di non saper trovare assolutamente nulla sull’argomento Nitra school – nonostante i libri ben impilati sugli scaffali e qualche altro chiletto di fotocopie impolverate (ricettacolo di temibilissimi pesciolini d’argento).
Ed è finito con un convegno proprio a Nitra, organizzato presso l’università statale diCostantino il Filosofo [1] (così chiamata dal 1996, dopo esser stata fondata quattro anni prima a aprtire da un istituto pedagogico esistente dal 1959) dal locale Dipartimento di studi traduttivi (posso tradurre così ‘Translation Studies’?), dall’Istituto di letterature mondiali dell’Accademia slovacca delle scienze e dalCETRA, il Centro di studi traduttivi di Lovanio.
Una joint venture inedita e (anche per questo) interessante, rispecchiata pure dal titolo assegnato all’intera manifestazione: Some Holmes and Popovič in All of Us?, che Bruno Osimo mima nel suo intervento, fissato per le 14,30 di oggi (giovedì 8 ottobre, nella sessione 1): Any Holmes and Popovič in any of us Italians?

Il logo del convegno slovacco.

Il logo del convegno slovacco.

Tutti gli altri relatori col programma completo li trovate in un PDF di 8 pagine a questo link.
Andate invece sul sito ufficiale per ogni altra informazione, compresa la sponsorizzazione dell’editore Brill, che ha innestato un catalogo tipicamente accademico sulla lunga e nobile tradizione editoriale dei Paesi Bassi (sebbene oggi l’azienda abbia sede non più solo a Leida, ma anche a Boston e Tokyo).

 

Per chi non conosca bene Holmes e Popovič, dirò subito che condividono una morte prematura attorno alla metà degli anni Ottanta, la quale forse ha impedito loro di dispiegare tutte le implicazioni delle loro proposte, che però sono state accolte tempestivamente e in maniera estremamente positiva dalla comunità dei ricercatori interessati.

James Stratton Holmes (1924-1986) figura in quasi tutte le trattazioni di storia più recente della traduzione, nella cui ricostruzione ha assunto, grazie al saggio The Name and Nature of Translation Studies del 1972 (ma pubblicato tre anni più tardi), il ruolo di fondatore della corrente omonima: da un lato voleva opporsi sia all’impressionismo dell’approccio letterario, sia alle pretese di scientificità (ritenute eccessive) dell’approccio linguistico imperante, ma dall’altro ampliava le prospettive di studio e riflessione in una direzione che poi sarebbe stata ‘culturologica’. [2]
Un suo saggio del 1969 sulla traduzione poetica (La versificazione: le forme di traduzione e la traduzione delle forme, tradotto da Margherita Di Michiel) è incluso nell’antologia curata da Siri Neergard, Teorie contemporanee della traduzione(Bompiani 1995, 20022, pp. 239-256); che sia un contributo secondario rispetto al tema qui escusso lo dimostra, credo, il fatto che l’introduzione stessa della curatrice gli dedica una sola paginetta (p. 36), sebbene l’apporto di Holmes alle ‘grandi manovre’ della traduttologia sia comunque riconosciuto nelle note 3 e 17 da Neergard.

Anton Popovič (1933-1984) è invece l’esponente più noto (si fa per dire…) in Occidente della scuola slovacca di Nitra, ed è merito assoluto di Osimo la presenza sul mercato librario italiano del suo testo chiave, «un pilastro della scienza della traduzione»: Teória umeleckého prekladu (Bratislava 1975), che tradotta da Daniela Laudani, rivista da Osimo e collazionata sull’edizione sovietica seriore (Problemy chudožestvennogo perevoda, Moskva 1980) ha dato origine a La scienza della traduzione. Aspetti metodologici. La comunicazione traduttiva (Hoepli 2006), «la prima traduzione in una lingua al di qua della vecchia cortina di ferro». [3]
Opportunamente sia la traduttrice sia Laura Salmon [4] rammentano la collaborazione fra i due studiosi ed, è ancora Osimo che affianca le loro schede nel suo Storia della traduzione. Riflessioni sul linguaggio traduttivo dall’antichità ai contemporanei (Hoepli 2002, pp. 212-5)

A Guerini, A Palma – recensione ad «Anton Popovič. La scienza della traduzione. Aspetti metodologici. La comunicazione traduttiva». «Cadernos de Tradução», 2009

Popovič (1933 – 1984) pode ser considerado, junto com Holmes e outros, um dos precursores do nascimento da disciplina ciência da tradução. Conhecido também como teórico eslovaco da literatura e da tradução, neste livro segue o filão aberto por Jakobson sobre a concepção semiótica da tradução, seguido mais tarde por Torop com a Tradução Total (2000). Popovič propõe um modelo universal de processo tradutório, considerado em sua acepção interdisciplinar, e não mais como uma área ou subárea da linguística ou da literatura. Fundamento para a moderna ciência da tradução, este livro apresenta as bases para a refundação da disciplina, utilizando uma nova e mais científica terminologia: prototexto e metatexto, por exemplo, no lugar de texto de partida e texto de chegada. Por prototexto deve-se entender o texto original, considerado pelo estudioso eslovaco como modelo primário, que serve como base para as manipulações textuais de segundo grau (ex.: tradução). O metatexto é definido por Popovič como o modelo do prototexto, a modalidade de realização da invariante intertextual entre os dois textos. A relação metatexto-prototexto pode ser definida como relação invariante-variante. O livro, composto pelos sete capítulos nos quais é dividido, contém também glossário, referências bibliográficas, bibliografia e índice analítico. A Introdução é escrita por um dos tradutores do livro, Bruno Osimo, grande conhecedor das teorias desenvolvidas por autores da escola de Tartu. Osimo afirma que a tradução deste livro é “literal, adequada, livre” e para traduzir as palavras russas e eslovacas sempre usou apenas o seu exato “equivalente” (p. IX). Osimo ainda informa que este livro é o “pilar da ciência da tradução”, publicado em 1975, em língua eslovaca, que só teve uma edição em russo, de 1980, e que agora foi vertido para o italiano; ressalta, também, que mereceria uma tradução em outras línguas e sugere o inglês, por ser a língua 184 Resenhas franca do momento (p. XI). Em inglês, temos o Dictionary for the Analysis of Literary Translation (1975-76), a partir de aulas que Popovič lecionou em Alberta (Canadá). Este trabalho de Popovič nos mostra que a tradução é uma disciplina autônoma e pode viver fora das sombras da linguística, da teoria e da crítica literária. Isso é factível se a tradução for estudada a partir de um ponto de vista semiótico e interdisciplinar. Podemos dizer que a base deste livro se encontra no breve ensaio de Jakobson, “Aspectos Linguísticos da Tradução”, de 1959, e mais tarde (20 anos depois) ganha corpo com Torop e a Tradução Total, principalmente na ampliação da questão da tradução metatextual. Além disso, como mostra Osimo ainda na sua Introdução, neste livro o autor mostra que não existe uma divisão entre arte e ciência/teoria nos estudos aqui propostos, pois os dois ramos devem caminhar juntos. Mas é o próprio Popovič a nos dar uma ideia geral do livro quando afirma que “com este livro desejo dar um panorama das questões tradutórias fundamentais do ponto de vista da teoria da comunicação” e responde aos seguintes questionamentos “elementares”: “o que é a tradução, como nasce, de que tipo de texto se trata” (p. XXVII), pois, segundo ele à época, havia uma lacuna de trabalhos teóricos sólidos nesse setor. Ademais, a teoria da tradução proposta por Popovič deve se desenvolver sob a égide da teoria semiótica da comunicação, abrindo-se para o campo interdisciplinar. Nos países eslavos, o método científico é utilizado também nas disciplinas humanísticas, e La scienza della traduzione. Aspetti metodologici considera a análise literária baseada exclusivamente em paradigmas lógicos. É o que caracteriza também o estudo do processo tradutório dentro da tradução semiótica, um conceito de tradução lato sensu, a que Torop (2000) chamará de Tradução Total. Ressalte-se que como processo tradutório se entende qualquer transformação de um “primeiro” texto (prototexto) em um “segundo” texto (metatexto), verbal ou extraverbal. O capítulo 1, acrescentado pelo autor na ocasião da publicação russa, em 1980, resume a situação em que se encontrava a ciência da tradução, e nele o autor sistematiza os grupos de Resenhas 185 pesquisa, dentro dos níveis teó- ricos e de observação prática em que esta ciência estava dividida. Popovič distingue três grupos: o dos “pesquisadores solitários”, criticado por ele já que considera imprescindível, para um estudioso, conhecer a literatura sobre a sua disciplina; o grupo dos centros de pesquisas sobre tradução literária, importantes também pela divulgação de seus trabalhos; o grupo das escolas de pesquisa tradutória. A escola soviética é aqui considerada ocupando o primeiro lugar em nível mundial. O capítulo 2, sobre as questões metodológicas e comparativistas, é dedicado às várias metodologias de pesquisa, à teoria da tradução literária e à ciência da tradução em uma perspectiva interdisciplinar. Apontamos como relevantes a introdução do conceito de Ljudskanov do “princípio da invariante funcional do texto” (p. 120), assim como a formação multidisciplinar do tradutor que, além do talento estilístico, deve conhecer as línguas e seus sistemas (linguística contrastiva) e o significado ideológico (sociocultural) do trabalho tradutório. A tradução como processo comunicativo é o tema do capí- tulo 3. Aqui, temos a contribui- ção mais específica dos estudos de Popovič, em que o processo tradutório é analisado a partir do processo comunicativo. Nesse capítulo é feita uma importante crítica à tradução como gênero, e é enfrentado o conceito da “traduzionalità” [traduzibilidade] da comunicação textual, definido como a contradição própria vs outro no texto, que pode ser subdividido em uma série de oposições (naturalização vs estrangeirização; folclorização vs urbanização etc.). Os papéis do leitor na comunicação da tradução e do redator na sua composição estão presentes ainda no terceiro capítulo, enquanto no capítulo 4 o metatexto é detalhado em uma análise da estrutura a partir das noções de invariante e transformações estilísticas, chegando à estrutura linguística e à tipologia da tradução. O capítulo 5 aborda a questão da comunicação no estilo tradutório. O estilo do texto e a estilística do tradutor são analisados como elementos para a compreensão em nível textual e do discurso, e como são transpostos no metatexto. Considerações centrais quando se fala em tradução literária já que, como Popovič nos lembra, “[a] tradução não é 186 Resenhas simples substituição de palavras em nível linguístico e temático segundo regras gramaticais” (p. 69). As normas estilísticas da cultura receptora e do metatexto estão incluídas nesse estudo. Os capítulos 6, 7 e 8 são dedicados respectivamente aos problemas de semiótica da tradução, aos contextos da tradução e aos desdobramentos práticos da tradução. Entre os problemas de semiótica está o fator intertemporal da tradução, o conceito que expressa a divergência cronológica entre os receptores do prototexto e do metatexto (problemas de diferenças entre tempo e espaço da cultura do metatexto e do prototexto). No 7° capítulo, Popovič se dedica à tradução intracultural, conhecida também como atualização de textos antigos ou de traduções antigas; aos outros textos que estão perto do metatexto; à dimensão textual definida “metacomunicação”, ou seja, a tudo que acontece com o texto na cadeia comunicativa após a sua produção. Ao final do livro, uma lista em ordem alfabética dos termos utilizados e suas definições tem o papel de nortear os leitores dentro da tradutologia. Trata-se da tradução ao italiano do Dictionary for the Analysis of Literary Translation. Para finalizar, podemos dizer que o livro é destinado a tradutores, pesquisadores, docentes de tradução que se dedicam à tradu- ção de maneira geral, mas mais especificamente aos que se interessam por crítica da tradução. Graças à edição italiana, primeira tradução em língua ocidental (embora não franca), temos a oportunidade de conhecer mais a fundo o trabalho deste grande pesquisador e grande comparatista eslovaco, que nos abre uma luz sobre os estudos escritos em línguas eslavas, riquíssimos em contribuição científica sobre tradução, mas muito pouco conhecidos no ocidente por causa – ironicamente em se fa- – ironicamente em se fa ironicamente em se falando de tradução – das barreiras linguísticas

Andréia Guerini Anna Palma UFSC

Popovič, Anton. La scienza della traduzione. Aspetti metodologici. La comunicazione traduttiva. Milano: Hoepli, 2007, 189 p. Tradução de Daniela Laudani e Bruno Osimo.