come e perché mi è piaciuto tradurre i Racconti di Odessa di Babel’

Quando Daniela di Sora mi ha chiesto di tradurre I racconti di Odessa di Babel’, non li avevo mai letti. Avevo letto L’armata a cavallo in una traduzione vecchia e noiosissima e, come spesso succede in questi casi, a torto avevo pensato di non leggere altro Babel’. Pensieri che si fanno così, o almeno nel mio caso che io ho fatto così, senza una pausa di meditazione. Pensieri fugaci, incontrollati, inconsapevoli, impliciti, che poi sono quelli che regolano buona parte della mia vita.
La gentile insistenza di Daniela mi ha fatto bene, e sono stato costretto sia ad avere a che fare con una casa editrice bella – sì lo so, le case editrici non sono belle, brutte, si devono usare altri aggettivi più appropriati – una casa editrice bella, dicevo, che non solo non è poco, ma è proprio tanto.
Isaak Èmmanuìlovič , inoltre, è risultato ebreo proprio come me (cioè poco, o meglio tanto, insomma, un po’, quel tanto che basta per fare un marchio indelebile ma non per andare in sinagoga né per sentirsi appartenente a una religione o tantomeno da farsene tagliare via un tuchèl), insomma di quella subspecie d’ebreo che scrive scrive d’essere ebreo ma poi nella vita vera non lo “fa”.
Come se non bastasse, anche Isaak Èmmanuìlovič faceva il traduttore: ha tradotto la cultura degli ebrei odessiti, gangster di prim’ordine, nella cultura dei non odessiti, così anche noi abbiamo potuto vedere come vivevano. (E vivevano in modo ben strano!) La sua libertà espressiva, la sua capacità traduttiva non sono però piaciute a Iosif Vissariònovič, che l’ha fatto fucilare.
Daniela di Sora invece non solo non mi ha fatto fucilare, ma nemmeno deportare, e ci siamo conosciuti e abbiamo anche presentato la collana insieme a Milano al Castello Sforzesco, e mi ha anche detto che alcune delle idee bislacche che ho scritto nella prefazione quasi quasi le condivide. Ma questo è un segreto, che resti tra noi.

i libri in affitto

La casa di mattoni è finita e da domani lo chalet di legno verrà dato in affitto (a qualcuno che non abbia paura del possente soffio del lupo cattivo). Nel sito abbiamo scritto che tra le varie dotazioni dello chalet, oltre al tostapane, oltre alla vespa, oltre al microonde e alla lavastoviglie, ci sono “libri”. In effetti negli ultimi otto anni ho preso l’abitudine di portare qui tutti i doppioni o comunque quelli per i quali a Milano non c’è spazio. Ora però nell’imminenza dell’arrivo di sconosciuti che si muoveranno tra i miei mobili e le mie pentole e i miei libri, faccio un’ultima capatina per vedere se c’è qualcosa da portare nella piccola libreria della casa nuova, quattro piccoli scaffali, perché per ora non ci sono ancora i mobili ‘veri’.
La collana del Pavone l’ho già portata via d’ufficio perché la colleziono. Poi ci sono i libri che amo, anche se l’edizione è qualsiasi, neutra, né bella né brutta. La storia e Menzogna e sortilegio li prendo perché Elsa non può rimanere sola con sconosciuti, porto L’insostenibile leggerezza dell’essere, Canetti in inglese (la traduzione italiana di Renata Colorni non la reggo e il tedesco non lo so). La tregua e Se questo è un uomo, e Diario di Anne Frank ce li ho qui in un’edizione Einaudi recente, col dorsino celeste, quasi quasi li lascio. Poi ci ripenso: E se per qualche motivo vengono profanati, magari usati come sottopentola, o aperti spaparanzati giù di piatto? Non potrei sopportarlo, anche se come oggetto non sono un gran che. E li porto. Le edizioni Feltrinelli recenti le lascio tutte, però alcuni titoli li porto via: Il gattopardo e Il tropico del cancro in edizione rilegata anni Sessanta. Lo stesso per Bompiani: Eco può rimanere tutto tranne la regina Loana, ma mi porto via Uomini e topi del 1940 e Pian della tortilla del 1953 e anche La perla a cura di Oreste del Buono. Che tu sia per me il coltello e A un cerbiatto somiglia il mio amore hanno orrende copertine deturpate da modelli e modelle in posa, e qui il dilemma è difficile: è più grave lasciarli in balia degli sconosciuti o portarli nella piccola libreria ‘d’emergenza’ della casa nuova con le loro copertine invadenti in mezzo alle tinte pastello degli anni Sessanta? Finisco per portarli, rivoltando la sovracoperta al contrario in modo che sembrino bianchi, e con loro viene anche Il responsabile delle risorse umane in una triviale economica einaudi, pure con foto agghiacciante in copertina anche se grigia. Mémoires d’une jeune fille rangée lo prendo perché magari finalmente lo leggo. La BUR vecchia la porto via per affetto, ma anche la BUR meno vecchia, quella degli anni Settanta, sempre per affetto.
E Le poesie d’amore del Novecento? Da un lato se ne può pure rimanere, magari viene una coppia romantica e se lo legge. Massì, lasciamolo, tanto più che per la maggior parte sono traduzioni e le poesie tradotte… è meglio perderle che trovarle. E ve lo dice uno che ci prova, a tradurle…

“La scoiattola d’autunno. Nove poesie”, ISBN 9788890859731, ebook autopubblicato

scoiattola

Da oggi in tutte le librerie online la mia raccolta di poesie “La scoiattola d’autunno. Nove poesie”, ISBN 9788890859731, ebook al prezzo di 0,99 euro (novantanove centesimi).

Il librino fa parte di un progetto sperimentale di autopubblicazione, nel quale rientreranno sia opere mie sia mie traduzioni. Alcune di queste ultime le pubblicherò con l’etichetta dei Dragomanni.

Per l’acquisto con amazon.it il link è http://www.amazon.it/scoiattola-dautunno-Nove-poesie-ebook/dp/B00BNK8VG6/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1363841519&sr=1-1

Rizzoli.it http://libreriarizzoli.corriere.it/La-scoiattola-d-autunno.-Nove-poesie/uyasEWcVeowAAAE9i1owTiqi/pc?CatalogCategoryID=Ve6sEWcWzAEAAAErqrgdhq_J&Root=eBook

Narcissus: http://www.ultimabooks.it/la-scoiattola-d-autunno-nove-poesie

Mondadori: http://www.inmondadori.it/scoiattola-d-autunno-Nove-Bruno-Osimo/eai978886755659/

tutti gli altri: https://www.google.it/search?q=%22la+scoiattola+d’autunno%22&rlz=1C5CHFA_enIT510IT510&aq=f&oq=%22la+scoiattola+d’autunno%22&aqs=chrome.0.57j62l3.10146&sourceid=chrome&ie=UTF-8

PROSSIMAMENTE ANCHE LA VERSIONE CARTACEA!

Estonia, un paese giovane e gargliardo [2005]

peeter a tartu durante conferenzaEstonia, un paese giovane e gagliardo
RICERCA ÜBER ALLES
A volte la stabilità (sociale, politica, economica…) è nemica dell’innovazione e della voglia di crescere. Invece la giovane età, un senso dell’identità nazionale a lungo represso e finalmente liberabile e liberato, possono dare luogo alla sensazione che tutto sia possibile non solo nel futuro, ma nel futuro immediato.
Dopo la breve parentesi d’indipendenza nazionale (1920-1940), l’Estonia ha conosciuto di nuovo la libertà nel 1991, quindici anni fa. E nel 2004 già entrava nell’Unione europea. In questi pochi anni, grazie al forte entusiasmo, alle ingenti risorse destinate alla ricerca e alle doti dei suoi abitanti, l’Estonia si è inserita a pieno titolo tra i paesi più avanzati del mondo.
Un po’ è favorita dalla posizione geografica. Nonostante la maggior parte degli europei occidentali si ostini a confonderla con la confinante Lettonia (toponimo italiano, ma in tutto il resto del mondo si chiama Latvija) e con la Lituania (Lietuvos), l’Estonia è l’unica a confinare con la capitale mondiale del cellulare: Helsinki dista un’ora e mezzo di traghetto veloce e tre ore con quello normale, mentre Pietroburgo è raggiungibile via treno (la tratta è del 1870) in poco tempo. E se nei weekend i finlandesi vengono a Tallinn per godere dei prezzi bassi di alcol, parrucchiere e manicure, succede anche che i docenti estoni vadano in Finlandia a lavorare qualche semestre per riuscire a mettere via il denaro necessario per l’acquisto di un appartamento. La Finlandia dichiara di essere «A land of semiotics», ma riesce a esserlo anche grazie al sostanzioso apporto dei colleghi al di là del golfo.
La caratteristica più eclatante dell’Estonia è la presenza di due città complementari: Tartu e Tallinn. La prima, a metà strada tra il lago Vorts e il lago Peipus, nel centro-sud-est del paese, è sede della più antica università dell’Europa nordorientale (1632), che oltre alla veneranda età vanta la cattedra di semiotica più famosa del mondo, fondata durante l’occupazione sovietica da Jurij Lotman. La vita di Tartu essenzialmente ruota intorno all’università, la città è circondata da boschi e distese pianeggianti (la cima più notevole dell’intero paese è alta 317 metri), e già a pochi metri dal centro, incamminandosi a piedi, si possono incontrare sconfinate distese di verde.
Tallinn invece è la capitale turistica sul mar Baltico, è sede del governo e del parlamento, e ha un centro storico molto pittoresco che normalmente è pressoché l’unica area visitata dai turisti occidentali. Pungolata da senso d’inferiorità per la presenza della prestigiosa università a Tartu, negli ultimissimi mesi ha radunato tutte le istituzioni di formazione superiore sparse per farsi riconoscere ateneo, e già molti studenti occidentali vi fioccano tramite scambi Erasmus attratti dall’esotismo e dalla calorosa e informale accoglienza dei docenti locali.
Ülar Ploom, capo del Dipartimento di lingue romanze e traduttore di Umberto Eco, proiettando gli standard italiani ce lo si potrebbe immaginare come un rampante poco avvicinabile che si lascia dare del tu soltanto dai pari grado: invece è un quarantenne molto simpatico e gioviale privo della pompa e della formalità nostrana. E Peeter Torop, nonostante occupi a Tartu la poltrona che fu di Lotman, è un simpatico cinquantenne che nella cucina di casa sua s’intrattiene amichevolmente tanto coi colleghi provenienti dall’estero quanto coi dottorandi e con gli amici.
Le due capitali, che insieme mettono insieme un terzo del milione e mezzo di abitanti dell’intero paese, comunicano soltanto tramite un nastro d’asfalto fangoso largo non più di otto metri, e un collegamento di autobus ogni mezz’ora che impiegano a percorrere il tragitto più del volo Milano-Tallinn. Sembra quasi che nessuna delle due città voglia fare il primo passo per creare una ferrovia, o un’autostrada o qualche altro collegamento più saldo, ognuna orgogliosa del proprio splendido isolamento.
Ma l’isolamento è un fatto puramente di superficie. Se è vero che un estone sopra i settant’anni considera la propria dimora adatta a viverci soltanto se dal giardino non è possibile scorgere nemmeno in lontananza nessun’altra abitazione, è anche vero che l’Estonia è la patria di Skype, il software che sta rivoluzionando la comunicazione globale. Benché il capitale della società che commercializza il prodotto che serve a telefonare gratis tramite internet sia soprattutto svedese e danese, e il capitale al sicuro a Lussemburgo, quattro ingegneri software che l’hanno compilato sono gli estoni Ahti Heinla, Priit Kasesalu, Jaan Tallin e Toivo Annus. E, grazie alla potenza di internet, questo fatto sta a catena facendo accendere i riflettori sulla più settentrionale delle repubbliche baltiche, tanto che il New York Times di recente le ha dedicato un intero articolo.
Spesso stentiamo ancora a riconoscere l’Estonia in mezzo alle varie repubbliche che sono appena entrate o stanno per entrare nell’Unione europea. Ma se continueremo a investire così poco in ricerca, nel giro di pochi anni la situazione si invertirà, e la fuga di cervelli prenderà la direzione di questo paese, dove l’università è al servizio della ricerca e non degli scatti di carriera di questo o quel baronetto dimezzato.

BRUNO OSIMO

Nella foto: Peeter Torop a un convegno sulla traduzione