Adeguarsi
o adeguare
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Di Seconda Mano
di Laura Bocci
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Alcune culture tendono all’autosufficienza, all’au–toreferenzialità, mentre altre propendono maggiormente verso l’altrui, e dall’altro assorbono spunti, influenze, linfa vitale. Questo discorso vale tanto per i sistemi collettivi quanto per gli individui. E quanto più una cultura è disposta ad assorbire dalle altre, tanto più dipende dalle traduzioni.
Le traduzioni possono soddisfare in modo più o meno completo la curiosità dei lettori di esplorare mondi e sistemi diversi, e ciò dipende dalla strategia adottata dai traduttori e dai loro committenti, gli editori. Il testo tradotto può puntare sulla leggibilità, sulla scorrevolezza, e ciò spesso a scapito della possibilità di conoscere dettagli esotici e storici o comunque peculiari dell’opera come appare nell’originale. Oppure si può scegliere come dominante traduttiva la conoscenza di ciò che è estraneo, sul piano del contenuto ma anche del linguaggio, e allora si produce un testo di lettura più lenta, più ponderata, ma anche di maggiore soddisfazione.
Intorno a questa questione, che tuttora predomina nel dibattito sulla traduzione, ruota questo saggio autobiografico che ha il pregio di rendere accessibile al vasto pubblico dei lettori quella che normalmente è una diatriba tra addetti ai lavori. Perché se vogliamo che le politiche editoriali accettino gradualmente che una traduzione non deve necessariamente essere scorrevole (se non lo era l’originale), né facilmente digeribile, i primi da educare sono i lettori, che “fanno” il mercato a cui gli editori cercano di adeguarsi.
Il viaggio ci porta nelle Tunisi, Berlino, Heidelberg, Jena, Londra dei nostri giorni, ma spesso vi sono puntate anche indietro nel tempo, perché i classici di cui si parla sono sempre visti nella loro dimensione umana, quotidiana, vulnerabile e senza piedistalli. Una particolare attenzione è dedicata a figure femminili, come quella di Bettine Brentano von Arnim, che popolano il mondo della traduzione spesso da una posizione di scarsa visibilità: dove la condanna all’invisibilità del traduttore è rinforzata da quella di essere donna, quanto meno nell’Ottocento. Laura Bocci ha il merito di riuscire a parlare della nostra professione, il mestiere più antico del mondo, senza risultare lamentosa come succede spesso ai nostri colleghi. Notevole è anche che vi siano tuttora editori di dimensioni industriali e non artigianali disposti a scommettere su un libro che per l’argomento che tratta non sarà mai un best seller, per di più editandolo con cura davvero amorevole.
Bruno Osimo