Peeter Torop, La traduzione totale, Edizioni dell’università di Tartu (in lingua russa).
Uno dei mestieri più antichi del mondo, e di grande attualità in questi tempi di multiculturalità, la traduzione per molto tempo non ha avuto l’attenzione che si merita. Gli studi sulla traduzione sono stati appannaggio dei linguisti, degli storici e dei filosofi del linguaggio, dei semiologi, ma fino a pochi anni fa non era nata la scienza della traduzione, o traduttologia.
Non desta perciò meraviglia che uno di primi compiti della novella disciplina sia quello di fare i conti con le terminologie diverse che le varie scienze usavano per parlare dei medesimi temi traduttivi: e a questo scopo i traduttologi devono tradurre — scusate il bisticcio — in una lingua comune, e comprensibile a tutti, gli sforzi teorici già finora compiuti da varie parti.
Questa “metametatraduzione” è solo metà di ciò che Torop intende per “traduzione totale”: l’altra metà consiste nell’ampliamento dei problemi e dei fenomeni che costituiscono l’oggetto della traduttologia. Scopriamo così che per traduzione si può intendere anche la trasposizione di un romanzo in film (la traduzione intersemiotica di Jakobsón), o corredare di un apparato critico una traduzione letteraria.
Una totalità della traduzione che si contrappone all’attenzione quasi nulla nei suoi confronti da parte di critici e pubblico. E sì che nel già complesso gioco di interazioni tra influenze letterarie che è la cultura universale le traduzioni svolgono un ruolo di primo piano che complica ulteriormente il quadro: infatti spesso costituiscono l’unica “voce” di un testo in tutti i paesi in cui il testo viene recepito in lingua altra dall’originale. Se, poi, il traduttore ha omesso di cogliere o di riprodurre i linguaggi bachtinianamente “altrui” (citazioni, parafrasi, allusioni ecc.), il fruitore della traduzione (che in questo caso non è totale) riceve solo parte del frutto originale.
L’esempio della trasposizione filmica dà modo a Torop di soffermarsi sul ruolo visivo del testo. Il lettore di una traduzione ha molto in comune con lo spettatore di un film. Non è solo la lingua al centro della coerenza traduttiva, ma anche l’unità acustica e visiva, tale quale un film, perché venga stimolata in modo adeguato la fantasia del fruitore. La struttura di mondo (un’eco di Eco) del testo, conservando la propria multilingualità semiotica, va ricostruita in un altro codice linguistico. A questo scopo occorre compiere un’analisi parametrica dei cronotopi dell’originale per stabilire la dominante del testo, e puntare sul risultato di tale analisi per impostare le strategie traduttive.
Un libro traboccante di spunti, questo di Peeter Torop, allievo di Lotman e Bachtin, docente a Tartu e Helsinki e, auspicabilmente, presto tradotto in italiano.
Bruno Osimo
1° febbraio 1998