Aspetti psicologici della traduzione

La scienza della traduzione sta attraversando una fase iniziale di autodefinizione. Il saggio di JAkobson Aspetti linguistici della traduzione, di cui questo articolo riecheggia il titolo, a dispetto del significato letterale delle parole, apriva, nel 1959, lo studio della traduzione a discipline non coincidenti con la linguistica, in primo luogo alla semiotica. Molti sviluppi della semiotica della traduzione – in particolare la teoria della traduzione totale di Peeter Torop – traggono spunto dalla celebre categoria della «traduzione intersemiotica o trasmutazione» individuata in quell'articolo del 1959.
In questo articolo mi propongo di delineare i contributi che alla scienza della traduzione possono giungere da un'altra disciplina: la psicologia. Tali contributi si articolano essenzialmente in tre punti: l'interpretazione percettiva del prototesto; il passaggio del testo attraverso la mente del traduttore, processo che non consiste in un semplice moto di traslazione, ma implica una vera e propria duplice traduzione verso il linguaggio mentale e da questo verso il codice del testo tradotto; e i meccanismi di difesa che si attuano quando si svolge la critica e l'autocritica (revisione) della traduzione.
La percezione del testo
Il primo punto riguarda l'atto interpretativo insito nella percezione stessa del prototesto, ossia nella lettura iniziale anche superficiale del testo originale. Già Peirce – che non a caso si era occupato approfonditamente anche di psicologia, con un intero capitolo di un suo saggio sull'argomento intitolato «Pensieri-segni» – aveva introdotto nel processo di significazione intrinseco alla lettura il concetto di interpretante, inteso come segno prodotto dalla nostra mente in reazione alla percezione di un segno (grafico, nel caso della lettura), che ci rimanda a un oggetto (esterno o interno, a seconda che si tratti, poniamo, di «albero» o «malinconia»).
Lungi dall'essere una reazione oggettiva al segno grafico, una reazione biochimica standard uguale per tutti i lettori alle prese con la percezione di una data parola, l'interpretante è un segno psichico soggettivo, frutto dell'intera esperienza che il soggetto ha compiuto con parole o concetti o sentimenti legati per qualsiasi motivo alla parola in questione. L'interpretante è soggettivo perché soggettiva è l'esperienza di ciascuno di noi.
La lingua in cui pensiamo, la lingua in cui sogniamo, non è un codice naturale. È vero che succede di sentir dire frasi come «Dopo due settimane che mi trovavo al seminario di Granada, sognavo in spagnolo». Questo non significa che il linguaggio del sogno sia lo spagnolo, ma che nel sogno sono presenti anche parole in qualsiasi forma e che queste parole sono in un codice naturale. Il sogno, di per sé, ha un linguaggio suo, e questo spiega le difficoltà con cui riusciamo a metterlo in parole, sia che lo trascriviamo sia che lo raccontiamo. E un linguaggio, perdipiù, multimediale, poiché può coinvolgere simultaneamente tutti i sensi. La traduzione del suo contenuto in parole, trattandosi di un testo non (completamente) verbale da trasformare in codice naturale, è di tipo intersemiotico.
Anche quando pensiamo, la velocità del pensiero è assai superiore a quella della verbalizzazione. Il pensiero è una sorta di discorso interno in un codice interno comprensibile solo in quest'àmbito. Il ricorso alla parola avviene soltanto quando diviene necessario esprimere il pensiero all'esterno. Lo ha visto Vygotskij nell'infante, capace di tradurre nel proprio linguaggio interno gli stimoli esterni e di collegarli, riconoscerli (semiotizzarli) molto tempo prima di imparare a usare attivamente il linguaggio esterno fatto di parole.
Qualsiasi tentativo di ridurre le relazioni tra le parole a simboli della matematica, qualsiasi tentativo di trattare il codice linguistico come se fosse composto di segni isomorfi, anche senza prendere in considerazione tutti i problemi connessi alla differenza tra culture, è fallimentare in partenza proprio a causa della natura intrinsecamente mutevole della relazione individuo-parola. Oltre a essere frutto di esperienze mentali soggettive, questa relazione è anche diacronicamente variabile in funzione del progressivo arricchirsi delle esperienze.
La percezione del testo è un processo traduttivo che ha come "originale" il testo letto e come "traduzione" un insieme di interpretanti che, una volta immessi nella mente, continuano a modificarsi, producendo effetti a catena in cui gli interpretanti si fanno, a loro volta, segni per ulteriori processi di significazione che utilizzano come oggetti altro materiale presente nella mente e producono interpretanti nuovi. La lettura, specie se feconda, produce in noi reazioni anche di lungo periodo.
Lettura e scrittura come processo traduttivo doppio
Il fatto che la lingua serva, con maggiore o minore efficacia, a comunicare con altri individui non è in contraddizione con la soggettività dell'esperienza linguistica di ciascuno di noi: basta tenere conto della presenza di un altro passaggio, quello che dal linguaggio interno (termine di Vygotskij) traduce verso l'esterno nel momento in cui sappiamo di doverci far intendere da qualcuno.
Lungi dall'essere paragonabili a macchine o condutture, i traduttori non si limitano a un input-output, a una partenza-arrivo, come telegrafisti che trascrivono in lettere dell'alfabeto latino (o altro alfabeto di codice naturale) i punti e le linee del Morse.
Il traduttore legge il testo e lo traduce in un insieme di interpretanti, lo interpreta in modo totalmente o parzialmente inconsapevole, anche soltanto per poter pensare di averlo "capito". Gli automatismi che si creano nel traduttore professionale non traggano in inganno: non stanno a significare la presenza di "equivalenti", ma solo il ripetersi di esperienze cognitive simili.
D'altra parte il traduttore, e in misura ancora maggiore lo studente di traduzione, è indotto a pensare in termini di passaggio diretto dal prototesto al metatesto sia dalle esercitazioni di carattere valutativo che si volgono talora nelle scuole superiori (versioni di latino, greco, inglese ecc. che hanno lo scopo non di creare [meta]testi ma di valutare il grado di apprendimento di vocaboli e regole grammaticali e sintattiche); sia dall'esistenza e dall'uso costante di dizionari bilingui, che si presentano non come ausili provvisori, tentativi, incompleti e potenzialmente fuorvianti, ma come elenchi di "equivalenti"; sia dall'esistenza dei dizionari monolingui, che si presentano non come elenchi di interpretazioni parziali e possibili, ma come elenchi di "significati"; sia dalla scarsa coscienza che dei processi traduttivi (anche in termini di percezione, lettura, scrittura) si ha nella nostra cultura.
Se Freud ha intuito l'esistenza di un'entità, l'inconscio, che ha rivoluzionato il modo di pensare alla volontà umana e al libero arbitrio, la psicologia contemporanea, postulando l'esistenza di un linguaggio interno di cui non siamo consapevoli e che usiamo di continuo, rivoluziona il modo di pensare alle relazioni tra segno e oggetto e, in traduzione, tra segno del prototesto e segno del metatesto. La partecipazione attiva (e spesso inconscia) della mente del traduttore nell'interpretare e nel rielaborare il testo, e la conseguente inevitabile infiltrazione di materiali personali, privati del traduttore (affetti, sensazioni, sentimenti, ricordi, esperienze, traumi, idiosincrasie, lapsus, per fare solo alcuni esempi) fanno del processo traduttivo una manipolazione (a prescindere dalla presenza di una manipolazione anche voluta, esterna, guidata da ragioni ideologiche di cui il traduttore è consapevole) inconsapevole e involontaria. Riprendendo la poco felice metafora spaziale della traduzione come percorso, oltre alla "partenza" e all'"arrivo", la mente del traduttore è un altro dei luoghi in cui avviene la traduzione, tanto più interessante e potenzialmente insidioso in quanto trascurato da una gran parte dei discorsi che si fanno sulla traduzione. Un luogo di perdizione, una selva dantesca, nel senso che là si ha la fatidica perdita di una parte del contenuto del messaggio che, secondo la concezione della traduzione totale di Torop, può essere ricuperato solo sotto forma di apparato paratestuale.
Revisione e meccanismi di difesa
Un terzo aspetto nel quale la psicologia può dare contributi essenziali alla scienza della traduzione è quello delle ultime fasi del processo traduttivo: la revisione del metatesto da parte del traduttore e, quando avviene, la revisione da parte del redattore o del critico, intesa in quest'ultimo caso come recensione.
Innanzitutto, alla luce del passaggio del testo attraverso una fase di materiale psichico, risulta comprensibile la difficoltà dell'autocorrezione, dello spirito autocritico nei confronti della prima stesura. L'equilibrio dell'Io è salvaguardato anche da meccanismi di difesa che censurano alcuni aspetti della realtà a vantaggio della stabilità e del funzionamento del soggetto. Dato che può risultare molto disturbante per un traduttore rendersi conto che il primo frutto della sua fatica è – come in taluni casi può succedere – inelegante, goffo, poco coeso, ossia scarsamente testo in senso etimologico, succede che si attivino meccanismi a protezione della percezione di tale testo come migliore di quanto non sia, a detrimento delle capacità di autocritica. Grazie al fatto che gli interpretanti sono in continua evoluzione, frapporre un lasso temporale tra la prima stesura e la revisione contribuisce a far aumentare la capacità autocritica, il distacco: il testo proprio di un po' di tempo fa viene percepito come testo (maggiormente) altrui, e quindi più criticabile.
Per quanto riguarda la revisione delle traduzioni da parte di redattori, i problemi si moltiplicano a causa della soggettività della percezione del linguaggio. Idiosincrasie e preferenze individuali per determinate modalità espressive, diverse esperienze testuali, a volte anche diverse finalità comunicative creano divergenze tra traduttore e redattore, a volte inconciliabili, a volte ricomponibili soltanto sotto forma di compromessi nel quali le possibilità di mediazione sono in funzione diretta dei rapporti di forza esistenti tra traduttore e redattore (o editore che il redattore rappresenta).
Nel campo delle recensioni di traduzioni, spesso il fatto che il testo sia tradotto da un'altra lingua non emerge in nessun modo, come è implicito nell'approccio alla traduzione definito da Toury «accettabile». Questo tipo di traduzione si configura pertanto come finzione nella finzione. Ma anche per le traduzioni la cui identità di metatesti è più evidente, spesso la recensione critica non fa menzione di tutti gli aspetti che riguardano la traduzione, limitandosi a recensire l'originale. In questo modo non solo si trascura di recensire in che modo la versione si propone di mediare tra cultura emittente e cultura ricevente, ma si rimuove anche il problema della ricettività di una cultura nei confronti di quei determinati testi altrui, dando per scontato che la ricettività del testo nella cultura ricevente sia la medesima che nella cultura che tale testo ha prodotto, anche se spesso non è così. In questo campo, la psicologia è quindi d'aiuto per capire le ragioni per cui in una cultura si tenda a relegare l'esistenza del «sistema della letteratura tradotta all'interno del polisistema letterario» (Toury) a esistenza del tutto o in parte inconscia e in che modo possano interagire l'ermeneutica del traduttore e quella del critico.
Ricadute didattiche
Dato che tali contributi della psicologia alla traduzione modificano in modo radicale la concezione dell'attività traduttiva, è importante che se ne prenda coscienza fin dalle prime fasi della formazione del traduttore. Per questo motivo nei corsi di propedeutica della traduzione (e nel libro omonimo che ho pubblicato) – rivolti agli studenti dei primi anni – dedico una parte importante a questa problematica.

Bruno Osimo