Apr 102018
 

Interpretazione consecutiva:

un’analisi semiotica

SILVIA MORO

Fondazione Milano

Civica Scuola Interpreti e Traduttori “Altiero Spinelli”

Scuola Superiore per Mediatori Linguistici

via Francesco Carchidio 2 – 20144 Milano

Relatore: Professor Bruno Osimo

Diploma in Mediazione linguistica

Aprile 2018

Questa tesi è conforme alla norma UNI ISO 7144:1997

Copyright © Silvia Moro

A Susanna

Silvia Moro

Interpretazione consecutiva: un’analisi semiotica

ABSTRACT IN ITALIANO

L’interpretazione consecutiva è un processo di comunicazione che si realizza attraverso una serie di traduzioni intersemiotiche tra lingue naturali, codice della presa di note e linguaggi interni. I diversi passaggi traduttivi generano un residuo comunicativo. Per gestire tale residuo, l’interprete – che ricopre simultaneamente diverse funzioni di mittente e destinatario – deve elaborare una strategia traduttiva e sviluppare al contempo un sistema di presa di note efficace ed efficiente ai fini dell’autocomunicazione: un linguaggio personale che consiste nell’associazione di segni, oggetti e interpretanti e può essere descritto tramite la triade della significazione di Peirce.

ENGLISH ABSTRACT

Consecutive interpreting is a communication process comprising a series of passages of intersemiotic translation between natural languages, a note-taking code and I-I languages. The translation process implies a translation loss. Being an addresser and an addressee at once, an interpreter needs to handle such loss by working out a translation strategy, as well as by fine-tuning an effective, efficient note-taking system for the purpose of self-communication. Such system is the interpreter’s own note-taking language, consisting in a set of relationships between signs, objects and interpretants, thereby being described by Peirce’s semiotic triad.

RÉSUMÉ EN FRANÇAIS

L’interprétation consécutive est un processus de communication se composant d’une série de traductions intersémiotiques entre des langues naturelles, un code de prise de notes et des langages intérieurs. Ces différents passages traductifs engendrent de la perte communicative. Étant à la fois destinateur et destinataire, l’interprète doit gérer cette perte, en développant une stratégie traductive ainsi qu’un système de prise de notes efficace et efficient pour la communication Moi-Moi. Ce système constitue le langage personnel de prise de notes de l’interprète, se composant d’un ensemble de relations entre des signes, des objets et des interprétants et pouvant être expliqué par la triade sémiotique de Peirce.

Sommario

Introduzione 6

1 L’interpretazione consecutiva 8

1.1 Rozan: la presa di note 9

1.2 Allioni: le fasi dell’interpretazione consecutiva 10

2 Il linguaggio della presa di note 14

2.1 Metalinguaggio o linguaggio 14

2.2 Linguaggi naturali e linguaggi artificiali 17

2.3 Il sistema della presa di note: un linguaggio naturale? 19

2.4 Interpretazione consecutiva e creatività 21

3 La comunicazione nell’interpretazione consecutiva 23

3.1 Il modello della comunicazione di Jakobson 24

3.2 Il modello della comunicazione di Shannon e Weaver 26

4 Segni e semiosi 29

4.1 Una grammatica per l’interpretazione consecutiva 29

4.2 Peirce: la semiosi 31

5 La traduzione intersemiotica nell’interpretazione consecutiva 34

5.1 Lotman: il linguaggio interno 34

5.2 La traduzione intersemiotica 35

5.3 Informazione invariante e residuo comunicativo 38

5.4 Un modello della comunicazione per l’interpretazione consecutiva 41

Conclusioni 46

Riferimenti bibliografici 48

Introduzione

Questa tesi nasce dall’interesse suscitato dall’interpretazione consecutiva e, in particolare, dall’elaborazione di un personale sistema di segni per la presa di note, vissuta come una sfida ma anche e soprattutto come un divertissement. Poiché i manuali e i testi che si propongono come modelli guida per l’aspirante interprete alle prese con i simboli sono già numerosi e sostanzialmente esaustivi, si è pensato di considerare l’interpretazione consecutiva e la presa di note da un punto di vista semiotico. Infatti, se la scienza della traduzione (scritta) gode di ampia considerazione e studio in una prospettiva semiotica, non si può dire altrettanto dell’interpretazione consecutiva. Questa, pur ricoprendo un ruolo talvolta marginale nell’attività lavorativa di un interprete, risulta invece fondamentale nella sua formazione in quanto insegnamento propedeutico all’interpretazione simultanea. Per questa ragione appare utile proporre un’interpretazione semiotica specifica per la traduzione consecutiva.

Verranno ripercorse brevemente le peculiarità e le fasi dell’interpretazione consecutiva secondo la visione di autori scelti, in particolare Jean-François Rozan e Sergio Allioni, per poi proseguire con un’analisi degli aspetti che caratterizzano il codice della presa di note. Ci si propone, nello specifico, di sostenere la tesi della langue tierce: i segni della presa di note e le regole che li organizzano in un sistema costituirebbero un linguaggio a tutti gli effetti. Facendo riferimento ai parametri utilizzati da Lûdskanov per distinguere linguaggi naturali e linguaggi artificiali, si avanza l’ipotesi che il linguaggio della presa di note possa essere assimilato ai primi più che ai secondi.

Si considererà poi l’interpretazione consecutiva in quanto processo comunicativo secondo i modelli della comunicazione di Jakobson, da un lato, e di Shannon e Weaver, dall’altro. Una scelta in tale direzione permette di osservare attraverso una lente di ingrandimento la figura dell’interprete, che si muove tra più livelli comunicativi (il macrocontesto e il microcontesto) con destinatari e priorità diversi, e ricoprendo lui stesso diverse funzioni di produttore e ricevente del messaggio.

Si entrerà quindi nel merito della produzione dei segni per il linguaggio della presa di note, per evidenziare (ancora una volta) quanto questo linguaggio sia soggettivo e personale e spiegare questa soggettività attraverso la triade della significazione di Peirce e i suoi interpretanti, portando degli esempi concreti di segni e di alcune possibilità di significazione per i medesimi. La trattazione proseguirà quindi con il linguaggio interno di Lotman, strettamente legato al concetto di interpretante, e la traduzione intersemiotica, traduzione che interessa l’intero processo dell’interpretazione consecutiva. Si sottolineerà inoltre – facendo riferimento a Shannon e Weaver, Torop, Lûdskanov e Osimo in particolare – la costante presenza, nell’interpretazione consecutiva, di fattori che contribuiscono alla formazione di un residuo comunicativo. Di questo residuo l’interprete deve occuparsi, adottando una strategia traduttiva che contempli il ricorso a metatesti: si proporrà quindi di considerare la memoria, importantissima nel lavoro dell’interprete, un apparato paratestuale.

Si tenterà infine di formulare un modello della comunicazione per l’interpretazione consecutiva che tenga conto degli elementi analizzati, dei diversi passaggi intersemiotici e del residuo comunicativo. L’obiettivo del presente lavoro è dunque presentare l’interpretazione consecutiva in una luce che per questa disciplina è quanto meno inusuale, nella speranza di favorire una più approfondita comprensione e dunque una più consapevole padronanza dei meccanismi e degli strumenti in essa coinvolti.

1

L’interpretazione consecutiva

L’interpretazione consecutiva è «quel particolare tipo di traduzione orale di un discorso orale, da una lingua di partenza LP verso una lingua di arrivo LA […] effettuata solo dopo che l’oratore ha terminato il suo discorso» (Allioni 1998: 3). In questo processo, il traduttore (nello specifico, l’interprete) si avvale di due strumenti principali: la memoria e l’annotazione.

Diverse sono le tesi circa l’essenzialità del ruolo degli appunti (e dei simboli) nell’interpretazione consecutiva: una corrente vuole che si tratti di uno strumento secondario, talvolta superfluo, quando non addirittura d’impiccio, «una forma di masochismo» (Russo 1998: XL). Non mancano i teorici e professionisti del campo che ne sostengono, invece, l’estrema utilità e ne propongono modelli sistematici – per un excursus dei quali si rimanda alla prefazione di Mariachiara Russo in Elementi di grammatica per l’interpretazione consecutiva di Sergio Allioni (1998: XII-XXXVII). Non si vuole qui argomentare a favore di quest’ultima posizione, non si vogliono analizzare i pro e i contro del ricorso agli appunti: già molti testi hanno fornito analisi convincenti in merito. Tra questi, Manuel de l’interprète. Comment on devient interprète de conférences (1952) di Jean Herbert, La prise de notes en interprétation consécutive (1956) di Jean-François Rozan, Handbuch der Notizentechnik für Dolmetscher: ein Weg zur sprachunabhängigen Notation (Manuale di tecnica di presa d’appunti per interpreti: una via all’annotazione indipendente dalla lingua1, 1989) di Heinz Matyssek, Improved ways of teaching consecutive interpretation (1989) di Wilhelm Weber, il già citato Elementi di grammatica per l’interpretazione consecutiva (1998) di Sergio Allioni, Interpretation. Techniques and Exercises (2005) di James Nolan. L’intento è, piuttosto, quello di percorrere brevemente le peculiarità e le fasi dell’interpretazione consecutiva secondo la visione di due autori in particolare, Rozan e Allioni, per proseguire poi con un’analisi dei processi coinvolti in questa disciplina da un punto di vista semiotico.

1.1 Rozan: la presa di note

Quello di Jean-François Rozan, interprete presso l’ONU per dieci anni e professore presso l’Università di Ginevra per quattro, è senza dubbio un contributo importante. È suo infatti La prise de notes en interprétation consécutive (pubblicato nel 1956) – manuale che costituisce ancora oggi «l’ABC della presa di note nella consecutiva»2. Rozan propone un sistema elaborato grazie anche agli insegnamenti di Jean Herbert e al confronto con gli interpreti con cui collabora durante l’esercizio della professione. Nell’introduzione al suo “eserciziario”, Rozan precisa che la tecnica da lui presentata vuole essere di ispirazione per l’utente, il cui compito sarà quello di personalizzarla al fine di garantirne l’efficienza (2004: 11). L’interprete deve elaborare il proprio codice – costituito da regole e segni frutto di una personale ricerca.

Rozan propone sette principi:

  1. annotazione delle idee anziché delle parole;

  2. regole di abbreviazione;

  3. connettivi;

  4. negazione;

  5. enfasi,

  6. disposizione in verticale e

  7. décalage (Allioni 1998: 119, ovvero disposizione in diagonale dei segni)3;

e venti simboli, di cui dieci essenziali, suddivisi in:

  1. simboli di espressione,

  2. simboli di movimento,

  3. simboli di corrispondenza e

  4. simboli per i concetti che ricorrono più frequentemente4.

È importante, per Rozan, che l’attenzione dell’interprete non sia affaticata da un’eccessiva quantità di simboli da dover ricordare e decifrare, ma possa dedicarsi a una buona analisi del testo. Tale analisi non deve essere, infatti, rimandata al momento della lettura delle note, ma deve terminare prima. In questo modo, le note svolgeranno il loro compito: dare all’interprete una visione d’insieme immediata e favorire una restituzione fluente e accurata del messaggio (2004: 25).

Rozan riprende, inoltre, un’indicazione importante di Herbert: che i simboli non rappresentino degli equivalenti di singole parole delle lingue naturali, ma comprendano, invece, un più ampio numero di significati – appartenenti al medesimo campo semantico – i quali dovranno essere via via ricavati dal contesto e dal cotesto (Rozan 2004: 25; Russo 1998: XV). Come infatti si vedrà nei prossimi capitoli, nella traduzione interlinguistica non è possibile compiere una traduzione per equivalenze. Se ne desume che il codice della presa di note non è un glossario di corrispondenze biunivoche simbolo-parola: i segni che lo compongono sono (proprio come le parole delle lingue naturali) polisemici.

1.2 Allioni: le fasi dell’interpretazione consecutiva

Il secondo contributo che si vuole prendere in considerazione è quello di Sergio Allioni, interprete presso la Commissione Europea a Bruxelles. Nel suo Elementi di grammatica per l’interpretazione consecutiva, Allioni affronta le tematiche legate alla disciplina secondo la linguistica e la psicologia cognitiva, occupandosi dei «problemi connessi alla lingua, alla memoria, al pensiero e alla comunicazione» (Russo 1998: XXXVIII).

Allioni propone «il superamento della fatidica (e mitica) barriera dei “venti simboli” [...] e l’adozione di regole combinatorie complesse» (1998: 165). A sostegno di questa tesi, spiega che un interprete, essendo solito lavorare con diverse lingue naturali dal lessico ricco e dalla grammatica complicata, non incontrerà particolari difficoltà nell’apprendimento e nell’utilizzo di un ulteriore linguaggio – linguaggio, peraltro, semplificato rispetto alle lingue naturali (1998: 165). Secondo Allioni le note, descrivendo le lingue, svolgono una funzione metalinguistica (funzione che verrà messa in discussione nel prossimo capitolo): si tratta di un metalinguaggio destinato alla comunicazione dell’interprete con sé stesso (1998: IX). Del resto l’interprete – unico autore e destinatario degli appunti – è, generalmente, il solo al quale tali appunti risultino comprensibili (1998: 30). La selezione e l’organizzazione delle componenti di questo codice ha l’obiettivo di creare un sistema di presa di note che svolga la propria funzione – metalinguistica – in modo adeguato. Il codice deve permettere una scrittura rapida durante l’annotazione e una lettura scorrevole durante la resa: deve cioè essere efficiente ed efficace, in modo da ottimizzare il processo di self-communication (Allioni 1998: IX).

Allioni suddivide il processo dell’interpretazione consecutiva in tre fasi: preparazione, elaborazione e ricostruzione, suddivisione principalmente basata «sulle differenze qualitative fra i processi mentali in gioco» (1998: 3). Nella prima fase, l’interprete riceve e integra le nuove informazioni nel suo sistema di conoscenze. Prima che il discorso dell’oratore abbia inizio, l’interprete richiama alla memoria le informazioni e le conoscenze che gli saranno utili in quel frangente, informazioni inerenti l’oratore, il contesto e il tema centrale del discorso. Questo gli consentirà, inoltre, di elaborare dei simboli e/o delle abbreviazioni ad hoc, relativi a concetti e termini specialistici che si aspetta verranno trattati (Allioni 1998: 3-5). In occasione di un incontro dove è previsto che gli oratori portino esempi di scelte sostenibili per la vita quotidiana, per esempio, l’interprete dovrà assicurarsi che non manchino all’appello simboli per il clima, l’ambiente, l’impatto ambientale, lo spreco, il risparmio, le soluzioni ecosostenibili, le energie rinnovabili e così via.

Nella fase centrale dell’interpretazione consecutiva, caratterizzata da un maggior sovraccarico cognitivo, l’interprete «trasforma il discorso LP in […] una “base” strutturata di concetti e informazioni, di cui si avvarrà per sviluppare il suo discorso LA durante la ricostruzione» (1998: 5). Questa fase si articola in processi di micro- e macroelaborazione. Nella prima, che opera a livello di parole, sintagmi e proposizioni (il microlivello del discorso), Allioni distingue le operazioni di:

  1. ricezione;

  2. analisi;

  3. ristrutturazione;

  4. stoccaggio.

Queste operazioni si susseguono e concatenano, intersecandosi in una sorta di mutua cooperazione. Allioni spiega egregiamente cosa succede durante l’interpretazione:

[…] la corretta interpretazione semantica di una proposizione [operazione di analisi] può ad esempio chiarire il senso di una proposizione immediatamente successiva che sia foneticamente ambigua [operazione di ricezione], e viceversa (1998: 6).

La macroelaborazione, invece, si occupa – e preoccupa! – della coerenza globale nell’interpretazione consecutiva, operando un continuo confronto tra «input attuale e conoscenze già presenti in memoria» (1998: 7). Questo consente di costruire quello che Allioni chiama «schema globale», basato sui contenuti semantici significativi del discorso e sull’intenzione comunicativa dell’oratore (1998: 7). I due processi, micro- e macroelaborazione, si influenzano e si completano vicendevolmente: la microelaborazione fornisce infatti materiale per la costruzione dello schema globale che, a sua volta, si presterà come strumento critico durante la microelaborazione consentendo, per esempio, di colmare lacune dovute a una ricezione imperfetta.

Nella terza fase, la ricostruzione, l’interprete recupera e trasmette le informazioni immagazzinate durante la fase di elaborazione. Questa fase si articola in quattro momenti:

  1. lettura dei dati direttamente accessibili;

  2. ristrutturazione dei dati sotto forma di discorso;

  3. attualizzazione dei dati (insieme di conoscenze necessarie alla loro collocazione nel contesto);

  4. produzione di un discorso in LA, attraverso la traduzione delle informazioni e dei concetti elaborati nelle operazioni precedenti in lingua naturale (1998: 9).

L’autore degli Elementi di grammatica si interroga in merito alla forma di appunti più adeguata: quale forma garantisce al tempo stesso la massima rapidità di annotazione (massima trascrivibilità) e di lettura (massima accessibilità)? Una scelta in termini di lingua di partenza LP o lingua di arrivo LA si ripercuote sull’intero processo dell’interpretazione consecutiva. Annotare nella lingua di arrivo significherebbe infatti alleggerire la fase di ricostruzione, ma appesantire eccessivamente quella di elaborazione, durante la quale l’interprete si troverebbe a compiere una traduzione completa. Al contrario, la scelta della lingua di partenza per la presa di note consentirebbe sì una trascrizione rapida, ma lascerebbe tutta la traduzione a carico della fase di ricostruzione, con «conseguente lentezza nell’elaborazione e incertezze nella resa» (1998: 11).

Allioni rilegge la formula basilare della traduzione (segno LP → senso → segno LA) nell’ottica dell’interpretazione consecutiva e delle sue fasi di «comprensione, ritenzione e riproduzione del senso», approdando alla seguente suddivisione:

  1. segno LP → senso compreso;

  2. senso compreso → [elaborazione] → senso ritenuto;

  3. senso ritenuto → segno LA (1998: 12).

[…] la seconda parte del processo di traduzione in IC [interpretazione consecutiva] può operare fondamentalmente su unità di senso, e quindi indipendentemente dalla forma che queste possono assumere in LP o in LA (Allioni 1998: 12).

Questo significa che l’interprete, nella fase di elaborazione, opera su significati che sono svincolati da qualsiasi forma linguistica (delle lingue naturali di partenza e di arrivo) e si presentano sotto forma di materiale mentale, di interpretanti all’interno di un altro codice: il linguaggio interno. Già con la suddivisione in fasi di Allioni, ci si rende conto infatti della presenza imprescindibile – in tutto il processo traduttivo dell’interpretazione consecutiva – di fasi mentali e di traduzioni tra linguaggi verbali e linguaggio mentale interno (per un approfondimento delle quali si rimanda al quarto e al quinto capitolo).

2

Il linguaggio della presa di note

Allioni definisce il sistema della presa di note un «codice metalinguistico artificiale» (1998: 165). Il testo/appunti è una trascrizione che descrive i linguaggi naturali e, in particolare, la struttura più profonda del discorso dell’oratore – di cui sarebbe dunque una rappresentazione semantica (1998: 29; 31). Si tratta, per Allioni, di una «metalingua» che non è direttamente leggibile come possono esserlo i linguaggi naturali:«il testo/appunti è, in sé, povero di valore linguistico, che gli viene invece attribuito tramite l’interazione con la memoria» (Allioni 29).

Si vuole qui presentare tutt’altra ipotesi: che i segni usati dall’interprete nel suo testo/appunti e il relativo sistema rappresentino un vero e proprio linguaggio, linguaggio che condivide pochissimo con i linguaggi artificiali e che sembra invece condividere molto con i linguaggi naturali.

2.1 Metalinguaggio o linguaggio

Il codice della presa di note, con i suoi simboli, le sue abbreviazioni e le sue regole, non si può considerare, qui, un metalinguaggio. Un metalinguaggio descrive il linguaggio stesso: la funzione metalinguistica del discorso si verifica quando «il discorso è centrato sul c o d i c e» (Jakobson 2002b: 189). La lingua che si analizza e si descrive, che si spiega, diventa metalinguaggio (nonché linguaggio-oggetto analizzato, descritto e spiegato) e «[l]‘interpretazione di un segno linguistico per mezzo di altri segni della stessa lingua [...] è un’operazione metalinguistica» (Jakobson 2002a: 32). Quindi: un metalinguaggio è un linguaggio che parla di sé stesso con i suoi stessi segni. Questo significa che, per farsi metalinguaggio, un codice deve essere un linguaggio.

Il metalinguaggio può descrivere, analizzare e commentare anche altri linguaggi, non solo sé stesso. Il linguaggio verbale effettivamente è:

[...] il mezzo principale per tradurre la pittura, la musica, il balletto, il cinema e le altre espressioni della cultura nella memoria culturale. In questo senso, tradurre significa creare il linguaggio della comprensione e della descrizione, il metalinguaggio (Torop 2010: 2).

Esistono, secondo Louis Trolle Hjelmslev, linguaggi limitati e linguaggi illimitati. Un esempio di linguaggio limitato è quello matematico, mentre linguaggi illimitati sono i linguaggi naturali (Torop 2010: 58). È possibile effettuare una traduzione da un linguaggio illimitato a un altro linguaggio illimitato e da un linguaggio limitato a un linguaggio illimitato, ma l’operazione inversa (traduzione da linguaggio illimitato a linguaggio limitato) non è sempre possibile: «[i]l linguaggio naturale è di conseguenza l’unico sistema di segni in cui possono essere tradotti tutti gli altri sistemi di segni» (Torop 2010: 58).

Se è vero che nell’interpretazione consecutiva l’interprete utilizza il repertorio di simboli, abbreviazioni e regole che ha elaborato in un suo linguaggio, non è altrettanto vero che tale repertorio si auto-descriva svolgendo una funzione metalinguistica. Se, in ogni circostanza, gli appunti trattassero dell’interpretazione consecutiva, della creazione di un proprio modello di note e delle regole di tale modello, o se descrivessero altri linguaggi e le loro regole, ci si troverebbe senza dubbio di fronte a un metalinguaggio. Tuttavia, nel blocco di appunti di un interprete è raro (anche se non del tutto escludibile) che si possano trovare temi simili. Recentemente, il fotografo Michel Comte ha tenuto una lectio magistralis presso La Triennale di Milano, organizzata dall’Associazione Fotografi Italiani Professionisti – AFIP International. Sul palco, Compte e un’interprete con il suo blocco per gli appunti e la sua penna. Blocco che l’interprete ha usato per annotare le esperienze dell’oratore, aneddoti sulle sue fotografie e sui suoi incontri e, infine, la scelta di dedicare delle opere al tema ambientale. Nulla di tutto ciò era metalinguistico, dal punto di vista della presa di note. L’interprete ha usato gli appunti per fissare informazioni, quelle stesse informazioni che Comte esprimeva in inglese e che lei avrebbe dovuto restituire al pubblico in italiano.

Il codice della presa di note non descrive le lingue, né la lingua di partenza né la lingua di arrivo, né tanto meno descrive sé stesso: riporta invece i contenuti di un discorso – espresso in un linguaggio naturale – in un codice altro. Questo codice, talvolta, prende in prestito parole dalle lingue naturali note e condivise, per via della loro brevità (e quindi rapidità di annotazione) e per la loro capacità evocativa – l’efficienza e l’efficacia richieste al sistema cui fa riferimento Allioni. Questi prestiti però, una volta inseriti nel codice, svolgeranno una funzione simile a quella degli altri simboli ed elementi che lo compongono: non significheranno più quella sola parola ma si faranno portatori di più significati, attivati via via dal contesto specifico. Per esempio, prima del suo discorso vero e proprio, l’oratore potrebbe iniziare un incontro salutando i presenti, esprimendo la propria contentezza per l’invito e ringraziando gli organizzatori e sponsor dell’incontro: tutto questo potrebbe essere racchiuso, sul foglio dell’interprete, in un ( HI ) seguito da una rappresentazione stilizzata di un volto sorridente ( ) (ed eventualmente dai nomi degli organizzatori dell’evento o delle persone ringraziate).

Se il codice della presa di note non è un metalinguaggio, è un linguaggio? Da un punto di vista semiotico, linguaggio è ogni tipo di codice verbale e non verbale. In altre parole, linguaggi sono non solo i linguaggi naturali (le lingue), ma anche quelli «non verbali, come la musica, le arti figurative, il cinema, [...] la moda, l’ambiente naturale, i segnali stradali» (Osimo 2010a: 10). E, sempre semioticamente parlando, un testo è «qualsiasi cosa venga “letta” come insieme coerente, verbale o non» (Osimo 2011: 46). Non a caso, tra i principi che il testo/appunti dell’interprete deve rispettare, nel modello di Allioni, ci sono proprio coesione (continuità delle occorrenze nel livello superficiale) e coerenza (continuità del senso nel livello profondo) (1998: 38; 64-65). Allora, se il linguaggio non è solo quello verbale ma qualsiasi codice portatore di un significato in un processo comunicativo, e il testo è un insieme coeso e coerente di significati, una traduzione è ogni processo che esprima lo stesso contenuto di un prototesto in un metatesto (Osimo 2010a: 10). Esistono diversi tipi di traduzione e tutti si articolano in diversi passaggi traduttivi che sono riconducibili a un unico tipo di traduzione, quella che Jakobson definisce «traduzione intersemiotica» (di cui si parlerà più approfonditamente nell’ultimo capitolo).

A questo punto sembra opportuno procedere a un’analisi delle peculiarità dei linguaggi naturali e artificiali, in modo da trovare il posto della presa di note in questa suddivisione – ammesso che ciò sia possibile.

2.2 Linguaggi naturali e linguaggi artificiali

Allioni spiega che, se i linguaggi naturali sono condivisi con una comunità (e servono proprio per la comunicazione all’interno di essa), il codice della presa di note è utilizzato da una sola persona: l’interprete (1998: IX). Questo linguaggio si caratterizza in quanto linguaggio muto: si manifesta ed esprime contenuti sulla carta, contenuti che, come vedremo, l’interprete legge mentalmente, decodifica e ricodifica verbalmente nella lingua in cui deve restituire il discorso dell’oratore. Ma sono, queste, ragioni sufficienti per escludere il codice della presa di note dai linguaggi naturali e annoverarlo fra quelli artificiali? Anche i linguaggi artificiali possono essere utilizzati per la comunicazione all’interno di comunità (l’esperanto ne è un esempio) e, delle lingue naturali, la lingua dei segni è un linguaggio muto che si esprime tramite gesti e si percepisce (legge) tramite il canale visivo.

I linguaggi artificiali sono linguaggi regolati dalla convenzione e il significato dei segni di cui sono composti è predeterminato:

I linguaggi artificiali si fondano sul principio della corrispondenza biunivoca: ogni senso è riconducibile a uno e un solo mezzo linguistico e viceversa; ne consegue che i loro elementi (che non hanno mai valore connotativo) non possono essere polisemici […] (Lûdskanov 2008: 49).

I linguaggi artificiali sono isomorfi (Osimo 2010a: 13). In questo tipo di codici, basati su precise relazioni biunivoche che non dipendono dal contesto, non esiste omonimia né sinonimia: ciò rende la decodifica di testi e messaggi codificati in linguaggi artificiali molto più semplice rispetto alla decodifica di testi e messaggi codificati in linguaggi naturali (Lûdskanov 2008: 49-50). Lûdskanov definisce la decodifica degli elementi dei linguaggi artificiali «meccanica»: le associazioni sono predeterminate dal codice e dalle sue regole e questo consente la massima invarianza (concetto che si approfondirà nel quinto capitolo) nella traduzione (2008: 50). In altre parole, l’informazione contenuta nel prototesto e nel metatesto è la medesima e il residuo comunicativo è pari a zero.

Anche nei linguaggi naturali può verificarsi una situazione simile, ma solo con i «termini», quella categoria di segni linguistici che, in un contesto specialistico, hanno un significato preciso:

La terminologia diventa quindi un codice artificiale all’interno di un codice naturale, e al suo interno vige la monosemia al posto della polisemia del discorso informale; grazie alla monosemia che caratterizza questo tipo di linguaggio, nella traduzione interlinguistica si può parlare appropriatamente di «equivalenza» lessicale (Osimo 2011: 132).

Come nei linguaggi artificiali, nella terminologia non ci sono sinonimi, i termini prevedono una sola interpretazione possibile e i significati hanno valore denotativo e non connotativo (Osimo 2011: 184). Questo implica che, nella traduzione di termini, sarà possibile un alto grado di invarianza e il residuo sarà minimo se non nullo.

I linguaggi naturali non sono però composti solo da «termini», ma anche e soprattutto da «parole»: queste sono caratterizzate dalla polisemia, hanno cioè più sensi e interpretazioni possibili. Nella traduzione interlinguistica, perciò, non esiste l’equivalenza e i segni linguistici verbali non presentano corrispondenze biunivoche tra di essi: questo rende i linguaggi naturali dei linguaggi anisomorfi che, a differenza dei linguaggi artificiali, prevedono l’omonimia, la sinonimia, nonché una «diversa segmentazione della realtà» (Lûdskanov 2008: 51). Non solo: la traduzione interlinguistica esclude la possibilità di un’equivalenza segno-segno perché prevede, come si vedrà nel quinto capitolo, passaggi tra diversi tipi di codici, verbale e mentale, discreto e continuo (Osimo 2011: 63). E questi passaggi (intersemiotici) comportano inevitabilmente un residuo comunicativo. L’interpretazione degli elementi dei linguaggi naturali è di conseguenza strettamente legata al contesto:

[…] il significato di una parola o di un enunciato, che fa parte di un messaggio (testo), non è lo stesso di quello che quella parola o quell’enunciato possiede nel vocabolario, ma solo una sua parte attualizzata, specifica per un determinato contesto o per una serie ben delimitata di contesti (Straniero Sergio: 106).

La polisemia intrinseca ai linguaggi naturali mette l’interprete nella condizione di dover effettuare delle scelte. In funzione delle sue scelte, l’interprete attualizzerà un significato e non un altro, una sfumatura e non un’altra: si configura così un processo traduttivo «creativo» che è ben diverso dalla sostituzione meccanica che consentono – e a cui incatenano – i linguaggi artificiali:

[…] la traduzione verbale interlinguistica è un insieme di trasformazioni creative che un traduttore effettua dai segni del prototesto a quelli di un altro linguaggio naturale, conservando un’informazione invariante rispetto a un certo sistema di riferimento (Lûdskanov 2008: 51).

Così, le scelte di senso non sono predeterminate come nel caso dei linguaggi artificiali, ma vengono effettuate dall’interprete sulla base del contesto (Lûdskanov 2008: 51). Contesto che non è solamente quello esterno e oggettivo, ma anche quello interno al traduttore – e quindi soggettivo (Osimo 2017: 89).

2.3 Il sistema della presa di note: un linguaggio naturale?

In questa classificazione bipolare, dove si colloca il linguaggio usato nel testo/appunti dell’interprete di consecutiva? Come nei linguaggi artificiali, nel codice della presa di note i sinonimi (e gli omonimi) sono – quasi – del tutto assenti. Sarebbe controproducente pensare e utilizzare un sistema dotato di segni diversi per «Nazione», «Stato», «Paese», «State», «Country», «Nation», «Pays», «Patrie», «État», «Staat», ecc. Come esposto dal primo principio di Rozan (annotare i concetti e non le parole), sarà molto più efficiente ed efficace prevedere un solo segno per i concetti assimilabili che racchiuda tutto il campo semantico in un semplice ed evocativo ( ). O ancora, la presa di note sarà facilitata se l’interprete avrà a disposizione un segno unico ( : ) che esprima «dire», «affermare», «dichiarare», «sostenere», «precisare», «to say», «to state», «to declare», «affirmer», «déclarer», «sagen», «besagen», ecc. Un sistema efficiente ed efficace rispetterà così il principio di economia linguistica, cosa che non si potrebbe dire di un sistema di corrispondenze biunivoche segno-parola. Il codice della presa di note può essere (ed è auspicabile che sia) economico nel tempo impiegato per la scrittura, nel numero di tratti che deve compiere la mano e nello sforzo mentale richiesto per la produzione dei segni (Alexieva 1994: 203-204). Inoltre, maggiore sarà il carico informativo (semantico) dei segni, maggiore sarà il loro potere di attivazione (Alexieva 1994: 204). Per quanto riguarda l’omonimia, difficilmente l’interprete avrà un simbolo per «radio» associato sia all’osso dell’avambraccio sia all’apparecchio elettronico. Ancora più difficile è che il simbolo scelto per «vita», «esistenza», «vite», «life», «vie», «Leben» possa prestarsi a significare anche la pianta della «vite».

L’assenza (in linea di massima) di sinonimi e omonimi è forse l’unica delle caratteristiche analizzate in precedenza che si riscontra sia nei linguaggi artificiali sia nel linguaggio della presa di note. Contrariamente a quanto si sarebbe detto sulla base della definizione iniziale di Allioni, infatti, linguaggi naturali e linguaggio della presa di note hanno molto in comune.

I segni linguistici della presa di note sono polivalenti: sono associati non a singoli vocaboli ma a insiemi di significati, a campi semantici più o meno vasti. Questo vuol dire che «ogni segno potrà veicolare un contenuto estremamente ampio e differenziato» (Allioni 1998: 91). Le associazioni segno-significato possono inoltre avere sia valore denotativo che valore connotativo: quando un simbolo viene scelto provvisoriamente come portatore di un certo significato in una singola interpretazione per poi scomparire, ha carattere connotativo. Quando invece l’uso di un simbolo e della sua associazione a un dato significato viene mantenuto e consolidato, tale simbolo acquista carattere denotativo (si parlerà ancora del carattere denotativo/connotativo nel quarto capitolo). Si tratta, come per i linguaggi naturali, di un linguaggio caratterizzato dalla polisemia e, quindi, dall’impossibilità di un’equivalenza assoluta. Questo costituisce un vantaggio per l’interprete, che può disancorarsi dal singolo vocabolo, sfuggendo così al rischio di perdere il filo del discorso qualora non ricordi l’esatta e univoca traduzione di un simbolo. Un esempio di polisemia nel linguaggio della presa di note può essere il seguente: dopo aver scelto un simbolo per «concorrenza» ( ) e aver preso in prestito da un’insegnante il simbolo per «guerra» ( ), si è notato che il secondo era sì evocativo (e quindi efficace) ma non di rapida scrittura (e quindi inefficiente). Si è allora pensato di racchiudere i campi semantici dei due simboli in uno solo, o meglio, di estendere il campo semantico del primo simbolo ( ), che ora include i significati di «battaglia», «lotta», «guerra», «competizione», «concorrenza» e così via – tra cui si dovrà via via scegliere in base al contesto specifico.

2.4 Interpretazione consecutiva e creatività

Torop definisce la traduzione un processo nel quale gli elementi testuali, a seconda della loro importanza e della loro traducibilità, vengono conservati (tradotti), omessi, modificati e aggiunti:

[…] in qualsiasi processo traduttivo vi è interrelazione di elementi tradotti, omessi, modificati e aggiunti. Questa interrelazione riflette, da una parte, differenze culturali-linguistiche tra i testi, dall’altra le peculiarità del lavoro del traduttore e le funzioni della traduzione (Torop 2010: 78).

Lavoro del traduttore che – nella traduzione interlinguistica – si distingue per il suo carattere creativo. Questo deriva dal fatto che i linguaggi naturali sono anisomorfi (sono costituiti cioè da elementi polisemici) e rendono una traduzione interlinguistica molto diversa da una semplice sostituzione di equivalenti (Torop 2010: 8). Mentre i linguaggi artificiali (e la terminologia settoriale) si basano sulla convenzione e la loro traduzione è determinata da scelte predeterminate e sostituzioni meccaniche, tra i linguaggi naturali non ci sono corrispondenze biunivoche e non esiste «una traduzione assoluta o ideale» (Torop 2010: 79). Anzi, la traduzione interlinguistica tra linguaggi naturali si realizza attraverso una serie di scelte creative:

[…] il meccanismo del processo traduttivo verbale interlinguistico ha sempre, indipendentemente dal genere testuale che si traduce, un carattere creativo condizionato dalla natura linguistica di questa operazione e dallo specifico dei linguaggi naturali che presuppone scelte non predeterminate riguardo ai mezzi linguistici dovute a tutte le differenze strutturali dei linguaggi naturali (Lûdskanov 2008: 61).

Contrariamente a quanto avviene nei linguaggi artificiali, i significati del linguaggio della presa di note non sono univocamente predeterminati, ma sono di volta in volta inferiti in base al contesto (e al cotesto). Dato che i segni delle lingue naturali sono polisemici, ma lo sono anche i segni del linguaggio della presa di note, ogni passaggio traduttivo dell’interpretazione consecutiva comporta un certo grado di creatività. La decodifica del testo/appunti e la sua ricodifica nella lingua di arrivo avviene tramite una serie di scelte soggettive in base alle quali l’interprete, a seconda dei casi, attualizza uno o un altro significato. E, proprio per via della creatività insita nel processo traduttivo, non esiste una sola traduzione possibile ma «sulla base di un unico prototesto si può creare una serie di metatesti diversi potenzialmente di pari valore» (Torop 2010: 79).

L’ultima barriera che rimane a separare il linguaggio della presa di note dai linguaggi naturali è il suo utilizzo strettamente personale: se infatti le lingue si sono sviluppate spontaneamente per favorire la comunicazione interpersonale, quello della presa di note resta un linguaggio (un sistema) elaborato intenzionalmente dall’interprete per comunicare con sé stesso ai fini dell’interpretazione consecutiva.

3

La comunicazione nell’interpretazione consecutiva

Il codice e il testo della presa di note sono finalizzati esclusivamente alla comunicazione dell’interprete con sé stesso in quello che Allioni definisce «autoconsumo linguistico» (1998: 30). Nessuno oltre all’interprete legge il testo/appunti che, essendo scritto in un codice estremamente personale, risulta decifrabile a lui e lui solo.

Nell’interpretazione consecutiva coesistono due situazioni comunicative che Allioni distingue in:

    1. situazione globale o macrocontesto, che si riferisce ai passaggi della comunicazione tra oratore e interprete, e successivamente tra interprete e ricettore, e

    2. un secondo tipo di situazione comunicativa più ristretta, il microcontesto, che interessa il «processo di comunicazione con sé stesso dell’interprete» (1998: 70).

Il fine dell’interpretazione consecutiva intesa come macrocontesto è quello di favorire l’interazione comunicativa tra mittente e ricevente (oratore e suo interlocutore o pubblico), interazione dove l’interprete fa da tramite. Nel microcontesto, invece, l’interprete si rivolge a sé stesso: «emittente e ricettore coincidono nella figura dell’interprete, che scrive il testo a proprio esclusivo uso e consumo» (Allioni 1998: 30).

Come ogni evento comunicativo, anche l’interpretazione consecutiva, il macrocontesto e il microcontesto si possono analizzare dal punto di vista dei modelli che descrivono la comunicazione. In particolare, si sceglie qui di fare un confronto iniziale tra l’interpretazione consecutiva e il modello della comunicazione di Jakobson, mettendo in evidenza le diverse sfaccettature che caratterizzano il ruolo dell’interprete a seconda che si consideri il macrocontesto o il microcontesto. Seguirà un confronto con il modello di Shannon e Weaver, che permette di introdurre un elemento assente in quello jakobsoniano, ma presente nell’interpretazione consecutiva: il rumore semiotico.

3.1 Il modello della comunicazione di Jakobson

Nel saggio Linguistica e poetica, Roman Jakobson definisce i sei elementi che costituiscono la comunicazione verbale:

Il m i t t e n t e invia un m e s s a g g i o al d e s t i n a t a r i o. Per essere operante, il messaggio richiede in primo luogo il riferimento a un c o n t e s t o [...], contesto che possa essere afferrato dal destinatario, e che sia verbale, o suscettibile di verbalizzazione; in secondo luogo esige un c o d i c e interamente, o almeno parzialmente, comune al mittente e al destinatario (o, in altri termini, al codificatore e al decodificatore del messaggio); infine un c o n t a t t o, un canale fisico e una connessione psicologia fra il mittente e il destinatario, che consenta loro di stabilire e di mantenere la comunicazione (2002b: 185).

 

CONTESTO

MITTENTE MESSAGGIO DESTINATARIO

CONTATTO

CODICE

Figura 3.1 Lo schema della comunicazione di Jakobson.

Applicando il modello comunicativo di Jakobson all’interpretazione consecutiva intesa come macrocontesto, si può individuare un mittente-oratore che produce un messaggio rivolgendosi a un destinatario-interlocutore (o pubblico). Il codice in cui il messaggio è formulato non è però condiviso da mittente e destinatario ed è proprio per questo motivo che si rende necessaria la figura dell’interprete: questi si fa carico di decodificare il messaggio del mittente (formulato in LP) e di ricodificarlo in modo che sia comprensibile al destinatario (riformulandolo in LA). L’interprete permette quindi di stabilire e mantenere la comunicazione tra mittente-oratore e destinatario-interlocutore – comunicazione altrimenti impossibile – svolgendo così la funzione di canale comunicativo. Non solo: l’interprete è anche il primo ricevente del messaggio dell’oratore e, nel riportare tale messaggio al destinatario a seguito di una decodifica e di una ricodifica, diventa mittente a sua volta. La presenza di codifica e decodifica in tutti questi e nei passaggi del microcontesto indica, ancora una volta, che si tratta di processi caratterizzati da un certo residuo dovuto ai diversi cambi di codice (oggetto dell’ultimo capitolo).

Figura 3.2 Macrocontesto e microcontesto nell’interpretazione consecutiva.

Se si considera il livello del microcontesto, ai passaggi e ai ruoli considerati finora se ne aggiungono altri. All’interno della comunicazione superiore mittente-destinatario, dove l’interprete fa da tramite tra oratore e interlocutore, si configura infatti un ulteriore processo comunicativo: la presa di note, dove l’interprete usa il testo/appunti per comunicare con sé stesso. In questo processo l’interprete è mittente e destinatario al tempo stesso, e usa un linguaggio che lui solo conosce per produrre un messaggio (testo/appunti) cui lui solo avrà accesso, in una comunicazione dove il canale è rappresentato dalla penna e dal blocco per gli appunti di cui l’interprete si serve per annotare i contenuti del discorso dell’oratore e impostare la traduzione consecutiva. E, poiché «ogni comportamento verbale è orientato verso uno scopo» (Jakobson 2002b: 183), si considera la comunicazione tra oratore e interlocutore lo scopo nel macrocontesto, mentre lo scopo nel microcontesto è la comunicazione dell’interprete con sé stesso affinché possa adeguatamente svolgere il ruolo di canale comunicativo nel macrocontesto.

Nel microcontesto, l’interprete è non solo autore, ma anche lettore modello e lettore empirico del testo/appunti. In quanto autore, l’interprete opera delle scelte (creative) in funzione del suo lettore modello (ovvero lui stesso) che leggerà le note in un momento successivo per tradurle in un messaggio nella lingua dell’interlocutore (LA). Dall’interprete-lettore modello, l’interprete-autore si aspetta che abbia ben memorizzato il discorso dell’oratore e che sappia interpretare e fare buon uso del testo/appunti come supporto alla memoria, risolvendo anche eventuali parti di testo lasciate incerte in fase di annotazione a causa della fretta. Il lettore empirico (che è l’interprete-lettore reale, con le sue lacune e i suoi lapsus) condivide, in linea di massima, il codice dell’autore, ma potrà essere agitato e leggere un passaggio in maniera inaccurata, potrà non ricordare con esattezza un passaggio che non è stato ben annotato e quindi non corrispondere all’immagine ideale di lettore per cui l’interprete-autore ha scritto il testo/appunti. L‘interprete-autore deve perciò scrivere il suo testo/appunti in modo che sia quanto più comprensibile e utile al suo lettore, ricordando che il residuo comunicativo è dato anche «dall’errore di calcolo nell’elaborazione del lettore modello» (Osimo 2010a: 41). In questo senso, si sconsiglia (il più delle volte) di improvvisare, in fase di annotazione, un simbolo che poi, in fase di lettura, l’interprete-lettore empirico potrebbe non riuscire a decodificare.

Da una simile analisi risulta quindi che, nel processo comunicativo dell’interpretazione consecutiva, l’interprete ricopre il ruolo di ricevente → mittente → destinatario → mittente, in una continua mediazione tra macro- e microcontesto.

3.2 Il modello della comunicazione di Shannon e Weaver

Jakobson deriva il suo modello dal modello matematico della comunicazione di Shannon e Weaver (Osimo 2011: 24). Secondo il modello di Shannon e Weaver (1949), nella comunicazione (telefonica) sono coinvolte due figure: emittente e ricevente. La mente dell’emittente è la fonte del messaggio, che viene elaborato, codificato e trasmesso tramite un canale (il telefono). Il messaggio viene recepito dal ricevente e arriva alla sua destinazione, la mente del ricevente, dopo una sua decodifica.

Figura 3.3 Lo schema della comunicazione di Shannon e Weaver.

L’elemento importante che manca nel modello di Jakobson è il rumore semiotico, che può interferire con la trasmissione del messaggio. Il rumore semiotico è costituito da tutti quegli elementi che vanno a ostacolare la comunicazione: dalle interferenze o malfunzionamenti della linea telefonica ai rumori esterni che coprono la voce del parlante, fino alla mancata condivisione (da parte di emittente e ricevente) del bagaglio linguistico e culturale necessario per la comprensione del messaggio – quello che Lûdskanov definisce «un sistema di riferimento comune» che rispecchia un’esperienza condivisa della realtà (2008: 28).

Nell’interpretazione consecutiva, il rumore semiotico può essere dato dai rumori vari che non permettono all’interprete di cogliere tutte le parole del discorso (colpi di tosse dei presenti, una sedia che viene spostata) oppure dalla fine dell’inchiostro della penna con cui l’interprete sta prendendo appunti. O ancora, da interferenze di altro tipo come: incompetenza linguistica dell’interprete, culture diverse, interpretazioni diverse, diversi passaggi di codifica e decodifica… Ora, se il rumore semiotico è costituito da quei disturbi che alterano o possono alterare il segnale «eliminandolo, [o] rendendone difficile la captazione» (Eco 2016: 65), sicuramente interessa anche il caso in cui l’interprete (a causa di “buchi” nel testo/appunti che fatica a integrare con la memoria) non riesce a ricostruire un passaggio del discorso. Oppure il caso in cui simboli particolarmente polisemici rallentano l’interprete nella (de)codifica del significato più consono. O ancora, il caso in cui simboli tra loro simili, annotati frettolosamente, si prestano a essere confusi e interscambiati, diventando così fonte di rumore semiotico e, quindi, di un potenziale residuo. Tuttavia, è bene ricordare che l’interprete non si affida esclusivamente al supporto cartaceo, bensì a un’interazione e integrazione costanti tra appunti e memoria: questo – e la logica che mai lo deve abbandonare – gli consente di interpretare nel modo corretto gli appunti. Durante la lettura, inoltre, la mente attinge al suo repertorio di grafemi e trascura in modo automatico errori e imperfezioni presenti nel testo «a vantaggio della possibilità sensata più prossima» (Osimo 2011: 91). Nella proposizione «il cane rincore l gtto», si riconosce immediatamente che il cane rincorre il gatto. Si tratta di un esempio decisamente banale, ben lontano dai disorsi on cui si tova a che fre un itrprete. Ma di fronte ad annotazioni errate o ambigue, la mente dell’interprete attua inferenze, correzioni e scelte, aiutata dalla memoria, dalle conoscenze e dalla logica. Se nel testo/appunti l’interprete ha annotato in maniera ambigua un simbolo che potrebbe essere «Paese» ( ) o «prodotto» ( ), nella sua mente userà contesto, cotesto e corrispondenze logiche possibili (oltre alla memoria, naturalmente) per desumere l’interpretazione corretta.

4

I segni e la semiosi

Dopo aver analizzato l’interpretazione consecutiva dal punto di vista comunicativo, sembra ora opportuno entrare nello specifico della produzione dei segni che ne compongono il linguaggio (o meglio, il linguaggio personale che l’interprete elabora per l’autocomunicazione) e di come tali segni abbiano e/o acquistino significato.

4.1 Una grammatica per l’interpretazione consecutiva

La proposta procedurale di Allioni vuole essere una grammatica per l’interpretazione consecutiva, un sistema di regole per la produzione di segni e «per la loro organizzazione in sintagmi, proposizioni e frasi nell’ambito del testo/appunti» (1998: 81). I simboli e le abbreviazioni della presa di note costituiscono un linguaggio proprio perché regolati da convenzioni grammaticali e sintattiche, che ne garantiscono l’efficienza comunicativa (Russo 1998: XLII). Lo sviluppo di un linguaggio organizzato e stabile per l’interpretazione consecutiva (come organizzati e stabili sono i linguaggi naturali) non è il fine ultimo dell’interprete (Russo 1998: XLIII). Lo sforzo che la produzione e l’apprendimento del linguaggio richiede (come del resto richiede l’apprendimento di ogni nuova lingua) viene ampiamente «[ri]compensato dalla padronanza dell’interprete, in sede ufficiale di lavoro, derivante dall’affidabilità e solidità della tecnica sviluppata» (Russo 1998: XLIII).

Allioni, come Rozan, non dimentica di sottolineare che la sua proposta fornisce una serie di regole e procedure affinché l’interprete possa sviluppare il «proprio personale repertorio di segni» che, organizzati, andranno a costituire il codice (1998: 85). Queste regole non interessano soltanto l’elaborazione di un personale sistema di presa di note con le sue associazioni tra forma e contenuto dei segni, ma anche la continua verifica alla quale tale sistema deve essere sottoposto. Allioni distingue tra sistema virtuale (repertorio di segni e regole) e sistema attuale (il testo/appunti): l’interprete osserva l’uso effettivo nel testo/appunti (attualizzazione del linguaggio) dei segni scelti (sistema virtuale) e verifica l’efficacia e l’efficienza del linguaggio da lui elaborato. Efficacia ed efficienza sono i parametri necessari perché i segni soddisfino il principio di adeguatezza: i segni dovranno quindi essere quanto più prontamente «accessibil[i] in memoria, rapidamente trascrivibil[i], e direttamente riconoscibil[i] durante la rilettura» (Allioni 1998: 86). Il processo di verifica permette all’interprete di effettuare una selezione a posteriori dei segni adeguati, selezione che avviene in funzione dell’uso riscontrato nel sistema attuale (il testo/appunti) (Allioni 1998: 103).

Si può dire allora che i segni sono soggetti al «ciclo della connotazione» (Osimo 2010b: 76). Quando viene introdotto un nuovo simbolo o quando si aggiunge un significato a un simbolo già presente nel proprio repertorio, l’associazione tra il simbolo e il concetto ha carattere connotativo, ovvero non è ancora consolidata. Non tutti i significati connotativi hanno lunga vita: «alcuni hanno fortuna e si diffondono, mentre altri si spengono» (Osimo 2010b: 75). La nuova associazione attraversa una fase di verifica di adeguatezza, fase durante la quale il simbolo o la associazione hanno fortuna o sfortuna. Nel primo caso, vengono mantenuti, acquistando carattere denotativo: si perpetua così una relazione costante tra segno e contenuto che stabilisce quella che Eco chiama «convenzione semiotica» (2016: 41). Nel secondo caso l’uso di quel simbolo o di quella associazione decade, a favore di altri tipi di scelte. È comunque bene ricordare che, trattandosi di segni polisemici, gli elementi del linguaggio della presa di note rimangono caratterizzati da un certo valore connotativo.

L’interprete può ricavare segni per il suo sistema sia dai linguaggi naturali sia dai codici artificiali. Fonti utili sono il cirillico, i sinogrammi (caratteri cinesi), la punteggiatura, i segnali stradali, le emoticon e le icone delle applicazioni dei telefoni cellulari, i loghi commerciali, i simboli matematici. L’interprete metterà in atto una «parziale risemantizzazione» (Allioni 1998: 87). I segni scelti andranno infatti a costituire elementi del codice personalissimo dell’interprete e, in quanto tali, non denoteranno più ciò che denotano nel codice da cui vengono presi in prestito, ma acquisiranno nuovi significati, quelli che l’interprete – istintivamente o arbitrariamente – avrà attribuito loro. Spesso infatti la forma dei simboli è:

[…] totalmente arbitraria (ovvero culturale, legata a preferenze individuali), anche se spesso tali scelte vengono giustificate sulla base dell’iconismo: la pretesa “affinità” tra forma del segno e ciò che il segno designa, o il suo contenuto (Allioni 1998: 88).

Le associazioni tra forma e contenuto sono quindi arbitrarie e soggettive (nonché creative). Ma come avvengono queste associazioni?

4.2 Peirce: la semiosi

Quello che in semiotica viene chiamato «segno» deriva dall’interazione di un soggetto con il mondo esterno: un oggetto determina un segno che a sua volta determina un’idea nella mente di un soggetto, idea che vuole rappresentare quello stesso oggetto che ha determinato il segno. È la triade della significazione di Charles Sanders Peirce, dove l’idea nella mente del soggetto determinata dal segno (o dall’oggetto) viene chiamata «interpretante».

Figura 4.1 La triade della significazione di Peirce.

I passaggi fra i tre poli della triade di Peirce, oggetto-segno-interpretante, si realizzano tramite una mediazione creativa: «il significato non è dunque passivamente causato dall’oggetto» (Bonfantini 1980: XXXI), così come il segno non è intrinsecamente correlato all’oggetto – che esiste indipendentemente da esso – ma rappresenta una convenzione per indicarlo. Dunque il segno, che ha funzione informativa e carattere convenzionale, sta per un oggetto e «questa relazione (stare-per) è mediata da un interpretante» (Eco 2016: 38; Lûdskanov 2008: 26). Significato è quindi il contenuto, il senso di un segno, mentre il segno è il mezzo linguistico codificato per esprimere tale contenuto: entrambi – significato e segno – sono rappresentazioni (traduzioni) di un oggetto del mondo esterno (Lûdskanov 2008: 27). E, se si considera il significato (l’interpretante) alla stregua di una traduzione, il segno diventa prototesto e l’oggetto metatesto – o viceversa l’oggetto prototesto e il segno metatesto (Osimo 2011: 211).

Secondo Peirce, l’interpretante (il significato del segno) non è altro che l’«effetto» che quel segno veicola. In altre parole, è la rappresentazione emotiva, soggettiva che «stabilisce e riconosce la relazione» tra segno e oggetto nel processo semiotico (Osimo 2010a: 58). Questo significa che il soggetto è entrato in relazione con quel segno e quell’oggetto e ne ha prodotto una rappresentazione mentale. Questa rappresentazione mentale è tutt’altro che un’entità fissa e invariabile: è provvisoria e locale (Osimo 2010a: 83). Costituisce cioè una rappresentazione temporanea frutto degli affetti e delle esperienze del soggetto, rappresentazione che si evolve via via che l’individuo matura nuove esperienze, visioni ed emozioni in relazione a quel segno e a quell’oggetto, rendendo l’intero processo della significazione un processo soggettivo e in continua evoluzione:

Secondo Peirce, il segno sta per un oggetto secondo un certo punto di vista soggettivo, e in una determinata circostanza, con la mediazione di un segno mentale, l’interpretante. L’interpretante è soggettivo ed evolutivo, e quindi anche la semiosi è un processo variabile nello spazio, nel tempo, e nelle diverse culture (Osimo 2010a: 159-160).

Lo stesso segno produce quindi interpretanti diversi (soggettivi) in ogni persona: l’interpretante che media tra un oggetto e un segno in un soggetto sarà solo parzialmente assimilabile all’interpretante che media tra lo stesso oggetto e lo stesso segno in un altro soggetto (Osimo 2011: 27).

Ora, si è più volte sottolineato che il linguaggio della presa di note è particolarmente personale. E proprio nel personale meccanismo della significazione e nei personali interpretanti va ricercata la causa: ciò a cui istintivamente un segno rimanda nella mente di un interprete non è ciò a cui lo stesso segno rimanda nella mente di altri soggetti e interpreti. I segni della presa di note – ma ancor più i loro significati – derivano dalle personali esperienze dell’interprete, dagli stimoli a cui è soggetto, dagli input che accoglie (si tenga presente che si può prendere spunto da qualsiasi cosa). Derivano anche, banalmente, dalle sue conoscenze linguistiche. Ecco un esempio: nell’elenco di segni compilato per la presa di note, si è scelto di indicare «luogo», «territorio» con il simbolo di Google Maps che rappresenta la destinazione: (). Un interprete che ha tra le sue lingue attive (o passive) il tedesco potrebbe aver invece optato per la parola tedesca «Ort», che sicuramente offre altrettanta efficienza (rapidità di annotazione), ma talvolta non sufficiente efficacia (immediata significazione). O ancora: il segno che in musica rappresenta una pausa di un ottavo () può essere associato (per la somiglianza con le prime due lettere di «opportunità», «opportunity», «opportunité») a «opportunità», «possibilità», «chance», «occasion», mentre per un altro interprete potrà significare «pausa», «stallo», o qualcos’altro ancora, o nulla. O ancora: è dal logo della casa produttrice di ventilatori e climatizzatori Vortice che si è ottenuto il simbolo per «colpire», «ripercuotersi», «affecter»: ( ).

Dato che il processo di significazione tutto (ogni interpretazione di un segno in un interpretante, di un interpretante in un oggetto, di un oggetto in un interpretante e di un interpretante in un segno) è una traduzione, non potrà sfuggire a «una parziale perdita (residuo traduttivo) e [a] un’invarianza (coincidenza di senso) solo parziale» (Osimo 2017: 53). Questi passaggi semiotici e le relative perdite sono l’oggetto del prossimo e ultimo capitolo.

5

La traduzione intersemiotica nell’interpretazione consecutiva

In questo ultimo capitolo verranno introdotti il linguaggio interno di Lotman, il concetto di informazione invariante di Lûdskanov e la traduzione totale di Torop, per arrivare, infine, a una proposta di modello comunicativo per l’interpretazione consecutiva che tenga conto di tutti gli elementi utilizzati – in questo e negli scorsi capitoli – per analizzarne i meccanismi.

5.1 Lotman: il linguaggio interno

Jurij Mihailovič Lotman individua due tipi di canale comunicativo, rispettivamente determinati da due possibili direzioni della trasmissione di un messaggio: comunicazione Io-Egli e comunicazione Io-Io (2001: 112). Nella comunicazione tradizionale Io-Egli, un messaggio viene trasmesso da un soggetto Io, che possiede l’informazione, a un destinatario terzo Egli. Esiste però un secondo tipo di comunicazione, dove un soggetto Io comunica a sé stesso un’informazione già nota, ed è questo il caso della direzione Io-Io. L’annotazione in un diario dei propri stati d’animo costituisce un esempio di quella che Lotman definisce «autocomunicazione» (2001: 113). Questa autocomunicazione è resa possibile dal linguaggio Io-Io che, prima di Lotman, Vygotskij ha definito «discorso interno», un discorso muto – privo di vocalizzazione – che riduce le parole, trasformandole in segni di parole (Lotman 2001: 119-120; Osimo 2011: 68).

Riprendendo il modello della comunicazione di Jakobson, Lotman spiega che, nel sistema Io-Egli, variabili sono i due poli estremi del modello (mittente e destinatario), mentre codice e messaggio rimangono costanti. Nel sistema Io-Io, invece, il depositario dell’informazione rimane invariato – mittente e destinatario sono la stessa persona – ed è il messaggio che, riformulato, acquisisce un nuovo significato. Questo nuovo significato deriva dal fatto che il messaggio iniziale viene ricodificato in «un secondo codice supplementare, […] ricevendo così i connotati di un messaggio nuovo» (2001: 113). Ciò significa che si ha non più uno, bensì due messaggi, in due codici differenti. Inoltre, se nel sistema Io-Egli il mittente, nel trasmettere il messaggio a un altro destinatario, rimane immutato, nel sistema Io-Io il destinatario è il mittente ristrutturato (tramite l’autocomunicazione): il processo autocomunicativo trasforma l’Io (Lotman 2001: 114).

In altre parole, l’Io emittente è più giovane dell’Io ricevente, anche se può trattarsi di poche frazioni di secondo; ciò che conta è che non è più interamente la stessa persona, perché quel frammento d’esperienza in più l’ha modificata, ciò che permette l’evoluzione del senso e il dialogo intrasoggettivo. Tale dialogo, secondo Lotman, è l’unico ad aggiungere significato all’enunciato iniziale, poiché il suo scopo non è informare l’altro di qualcosa che al mittente era già noto, ma di stimolare sé stesso a formulare una visione più evoluta di qualcosa (Osimo 2011: 65).

Il linguaggio interno di Lotman è il linguaggio mentale personale che permette all’individuo di “tradurre” e comprendere la realtà esterna ed è fatto proprio delle rappresentazioni mentali di Peirce, gli interpretanti: è un «codice interno individuale e non condivisibile in quanto tale, non verbale, che permette a ciascuno di conoscere e riconoscere» (Osimo 2011: 95).

5.2 La traduzione intersemiotica

Nel suo saggio sugli aspetti linguistici della traduzione, Jakobson elabora «una concezione semiotica della traduzione» (Osimo 2010a: 14), distinguendo tre forme di interpretazione di un segno linguistico:

  1. traduzione endolinguistica o riformulazione, quando i segni linguistici sono tradotti in altri segni della stessa lingua;

  2. traduzione interlinguistica (traduzione propriamente detta), quando i segni linguistici sono tradotti in un’altra lingua;

  3. traduzione intersemiotica o trasmutazione, quando i segni linguistici sono tradotti per mezzo di sistemi di segni non linguistici (2002: 57).

Per meglio comprendere l’ultima tipologia di traduzione, basti pensare all’adattamento cinematografico di un romanzo o alla messa in musica di un componimento poetico. La traduzione intersemiotica è dunque un «processo che comport[a] un cambiamento di tipo di codice» (Osimo 2010a: 20). Cambiamento che può essere da un linguaggio non verbale a un altro linguaggio non verbale, da un linguaggio verbale a un altro linguaggio verbale, da un linguaggio verbale a un linguaggio non verbale (e allora è una traduzione «deverbalizzante») e da un linguaggio non verbale a un linguaggio verbale (e allora è una traduzione verbalizzante) (Lûdskanov 2008: 46; Torop 2010: 11).

Applicando questa distinzione ai processi coinvolti nell’interpretazione consecutiva, si può dire che in essa coesistono e si intersecano traduzione interlinguistica e traduzione intersemiotica. A livello di macrocontesto (comunicazione oratore-interlocutore) l’interprete svolge la funzione di canale comunicativo e traduce il messaggio dell’oratore da una lingua A in una lingua B perché possa essere compreso dal suo destinatario finale, effettuando così una traduzione interlinguistica. Invece, a livello di microcontesto (comunicazione interprete mittente-interprete destinatario), l’interprete traduce il messaggio dalla lingua A dell’oratore nel suo linguaggio della presa di note per poi tradurlo da quest’ultimo nella lingua B per il destinatario finale. In questo caso si hanno quindi due traduzioni intersemiotiche tra codici di tipo diverso: le lingue naturali A e B e il codice della presa di note.

La traduzione intersemiotica non comprende però solo le traduzioni tra linguaggi verbali e linguaggi non verbali, ma anche:

[…] ogni singolo atto di comprensione (passiva) o codifica (attiva), perché si dà per scontato che ciascuna codifica/decodifica necessita di una traduzione da/verso un discorso interno mentale [...] perché ciascun individuo pensi e decodifichi/produca un discorso (Osimo 2011: 215).

La traduzione intersemiotica sta dunque alla base della semiosi (che è una traduzione) e di qualsiasi processo traduttivo, comprese le prime due tipologie jakobsoniane di traduzione, endolinguistica (intralinguistica) e interlinguistica. Aleksandăr Lûdskanov afferma infatti che la traduzione interlinguistica non è altro che una serie di processi di traduzione intersemiotica, di passaggi «dal verbale al mentale e dal mentale al verbale» (Osimo 2008: XIII). E così anche la traduzione intralinguistica. Ma anche la lettura, la scrittura, l’ascolto e la produzione di un discorso sono processi traduttivi intersemiotici e tutti attraversano una fase mentale, fase fondamentale e intrinseca a «qualsiasi atto di significazione (e traduzione)» (Osimo 2017: 27; 95). Nella lettura e nell’ascolto si ha un processo di deverbalizzazione, dove il prototesto (insieme di segni scritti in un caso, orali nell’altro) è verbale e viene tradotto (decodificato) in un metatesto non verbale (fatto di interpretanti): «[l]a percezione delle parole lette [o ascoltate] diventa, in prima istanza, una serie d’interpretanti, elaborati poi nel linguaggio interno» (Osimo 2011: 94). Nella scrittura e nella produzione orale di un discorso si ha invece un processo di verbalizzazione: il prototesto è un insieme di segni mentali (non verbali), di interpretanti che vengono tradotti (codificati) in un metatesto verbale.

A questo punto, dal momento che la traduzione – qualsiasi traduzione – comporta «necessariamente un passaggio attraverso il codice mentale, non verbale, e quindi una trasmutazione semiotica» (Osimo 2011: 66), si deve riconsiderare quanto detto in merito ai passaggi traduttivi dell’interpretazione consecutiva. Questa si configura infatti come una serie di traduzioni intersemiotiche: l’interprete ascolta l’oratore e comprende il suo messaggio, effettuando una traduzione intersemiotica deverbalizzante dal linguaggio verbale A al linguaggio interno. Dopodiché produce un messaggio che annota sul blocco degli appunti, traducendo dal linguaggio interno al codice della presa di note. Quando arriva il momento di rendere il messaggio al destinatario finale, l’interprete rilegge il testo/appunti e lo traduce dal linguaggio della presa di note nel linguaggio interno. Infine compie una traduzione intersemiotica verbalizzante e, partendo dal linguaggio interno, formula il messaggio nel linguaggio verbale B del destinatario finale, l’interlocutore dell’oratore (o il suo pubblico).

La traduzione – e l’interpretazione consecutiva – consiste quindi in una serie di atti di codifica e decodifica:

Per «codifica» s’intende la rappresentazione di una certa informazione attraverso i mezzi messi a disposizione da una certa lingua, mentre per «decodifica» s’intende l’operazione opposta; in altre parole l’estrapolazione di una certa informazione da un messaggio codificato nella forma di una certa lingua (Lûdskanov 2008: 25).

Lûdskanov individua cinque livelli gerarchicamente ordinati nella struttura dei linguaggi naturali, che sono il livello grafico o fonetico (livello più superficiale), il livello semico, il livello morfologico, il livello sintattico e il livello semantico (livello più profondo) (2008: 24). La decodifica segue «passaggi successivi dal livello superficiale a quello profondo», quindi dal livello grafico o fonetico al livello semantico, mentre la codifica segue «passaggi successivi dal livello più profondo a quello superficiale», dal livello semantico al livello grafico o fonetico (Lûdskanov 2008: 55-56).

All’interno della traduzione intesa come processo, Lûdskanov distingue due fasi, una di analisi e una di sintesi. Queste due fasi rappresentano, rispettivamente, l’inizio e la fine del processo traduttivo, processo che «scorre tra due testi, [è] una relazione tra originale e traduzione» (Torop 2010: 25; 37). Va precisato che analisi e sintesi non si susseguono in modo lineare nella mente del traduttore: non rappresentano cioè «un ordine cronologico del lavoro del traduttore, ma rappresentano il suo orientamento, che ci permette di stabilire lo scopo complessivo della traduzione, la sua dominante» (Lûdskanov 2008: 55; Torop 2010: 37). Se infatti il processo di analisi è rivolto al prototesto e consiste nella sua decodifica e comprensione (significazione, attribuzione di senso), il processo di sintesi è rivolto al metatesto e al lettore della traduzione (o al consumatore del metatesto, quindi anche alla persona che ascolta un discorso) (Torop 2010: 37). Questo perché il traduttore (e quindi anche l’interprete) dovrà mettere in atto una strategia che definisca la sua dominante e il suo lettore modello, in modo da trasmettere un’informazione invariante e gestire quanto meglio possibile il residuo comunicativo.

5.3 Informazione invariante e residuo comunicativo

Peeter Torop introduce il concetto di «traduzione totale» e vi racchiude non solo la traduzione interlinguistica in senso stretto, ma tutti i tipi di traduzione (intralinguistica, metatestuale, intersemiotica, intertestuale, ecc.), aspirando a un modello unico, tassonomico e virtuale, che possa descrivere ogni processo traduttivo:

Tassonomico perché permette di descrivere tutti i tipi di traduzione possibili. Virtuale perché il processo traduttivo è sempre una relazione tra prototesto e metatesto, e l’attualizzazione concreta del modello è legata, da una parte, allo specifico del prototesto e ai fini del metatesto, e dall’altra è definita dalla presenza della personalità creativa del traduttore nel processo traduttivo (Torop 2010: 95).

Poiché non esiste traduzione – interlinguistica quanto meno – senza residuo comunicativo (senza cioè una perdita di parte del messaggio), la traduzione totale prevede una strategia traduttiva per la gestione di tale residuo: il traduttore deve in primo luogo individuare la dominante e il lettore modello del testo e della sua traduzione e, in secondo luogo, individuare quegli «elementi che, se necessario, vanno sacrificati pregiudicando quanto meno possibile l’integrità del testo» (Torop 2010: 78; 99). Gli elementi che non vengono tradotti nel metatesto (nella traduzione) andranno inseriti, per quanto possibile, nell’apparato metatestuale, ovvero nei testi che accompagnano la traduzione, completandola e agevolandone la decodifica, supplendo così «a ciò che non viene espresso direttamente nel testo tradotto» (Osimo 2010a: 27; 95). Sono esempi di metatesti le note, le postfazioni e i commentari, ma anche il titolo stesso di un testo.

Il processo traduttivo (e comunicativo) si configura quindi come processo di approssimazione il cui scopo è quello di «veicolare un’informazione invariante rispettando quella veicolata dal prototesto» (Lûdskanov 2008: 46). In altre parole, nel processo traduttivo c’è un prototesto, un messaggio fonte dell’informazione che il traduttore percepisce, decodifica, comprende, codifica e restituisce in un metatesto, e l’informazione contenuta nel metatesto «deve, per quanto possibile, essere invariante rispetto all’informazione contenuta [nel prototesto]» (Lûdskanov 2008: 41-42).

L’informazione invariante (la dominante) viene definita anche in base al lettore modello che ci si prefigura. È anche in funzione del lettore modello, infatti, che il traduttore definisce la dominante e il non-detto, l’implicito e di conseguenza il residuo:

Individuare la dominante di un testo – e decidere di conseguenza quale sia questo residuo – è legato anche alla prefigurazione del lettore modello. In funzione di un determinato lettore modello, il traduttore sceglie come dominante l’aspetto di quel dato testo che ritiene più importante, e tollera come residuo gli elementi che ritiene secondari (Osimo 2011: 102-103).

Il residuo è un dunque elemento inevitabile di qualsiasi passaggio comunicativo e traduttivo. Esso è dovuto al rumore semiotico, interferenza che si presenta potenzialmente in ogni scambio tra un mittente e un destinatario e quindi – nella traduzione interlinguistica – tra mittente e traduttore-ricevente prima e tra traduttore-mittente e lettore (destinatario finale) poi. Non solo: il semplice fatto che ogni traduzione (e comunicazione) attraversa una fase mentale con il suo linguaggio interno e la differenza stessa tra il linguaggio interno e il linguaggio verbale implicano un residuo. Il linguaggio interno infatti è «molto più veloce; molto più prontamente disponibile; molto più facilmente comprensibile dall’interno; molto più preciso» del linguaggio verbale e quindi molto più economico (Osimo 2010a: 34). Questo perché, mentre il linguaggio verbale è discreto (ha una sintassi lineare e si possono individuare i singoli elementi o unità che lo compongono), il linguaggio Io-Io è continuo: è fatto di pensieri che «sfumano uno nell’altro» e non sono circoscrivibili in singoli elementi distinti gli uni dagli altri (Osimo 2011: 20; 142). Così il linguaggio interno e il linguaggio verbale sono di «natura intrinsecamente e strutturalmente diversa» e qualsiasi traduzione tra i due linguaggi comporta inevitabilmente la perdita di una parte del messaggio, dunque un certo residuo comunicativo (Osimo 2011: 21).

Un altro aspetto da tenere in considerazione è che il linguaggio interno è fatto di interpretanti (rappresentazioni mentali della realtà esterna): questi sono per definizione personali e soggettivi e determinano, di conseguenza, la soggettività dei processi di semiosi e di interpretazione. La comunicazione (e la traduzione) presuppone la formulazione e la comprensione di un messaggio, che viene sottoposto a una codifica e a una decodifica. Codifica e decodifica vengono effettuate da due persone diverse, mittente e destinatario, che avranno ai rispettivi poli – come prototesto nel primo caso e come metatesto nel secondo caso – interpretanti soggettivi e dunque rappresentazioni mentali differenti di quello stesso messaggio:

Il residuo comunicativo è dovuto in parte – ed è una parte molto importante – proprio alla discrepanza tra le modalità di codifica dell’emittente e le modalità di decodifica del ricevente. In altre parole, il residuo comunicativo è dovuto alla discrepanza tra gli interpretanti dell’emittente e gli interpretanti del ricevente (Osimo 2011: 27).

Questo implica che ogni consumatore del metatesto, nella decodifica del messaggio avrà una perdita di informazione rispetto a quanto espresso dal mittente e quindi un residuo.

C’è poi il residuo dato dalla strategia narrativa dell’autore prima e dalla strategia traduttiva del traduttore poi, strategia volta alla scelta della dominante e del lettore modello del testo di cui si è parlato poc’anzi. Da non dimenticare infine il fatto che possono verificarsi casi in cui il traduttore ha un’insufficiente conoscenza linguistica e culturale, a causa della quale può estrapolare (in fase di analisi) solo una minore quantità d’informazione, generando così un ulteriore residuo (Lûdskanov 2008: 54).

5.4 Un modello della comunicazione per l’interpretazione consecutiva

Bruno Osimo rielabora il modello classico della comunicazione (emittente, ricevente, codice, canale, residuo, messaggio) mettendo in evidenza i vari passaggi intersemiotici e i residui via via generati nel processo traduttivo (2011: 153). Partendo da tale modello si propone qui un’analisi dell’interpretazione consecutiva che, come ogni processo comunicativo (e traduttivo), avviene tramite passaggi intersemiotici e che, come ogni processo comunicativo (e traduttivo), comporta un residuo.

Figura 5.1 Il linguaggio interno nell’interpretazione consecutiva

L’oratore ha preparato e pronuncia un discorso in una lingua A. Non è però riuscito (sia in fase di preparazione sia in fase di enunciazione) a convertire del tutto il materiale mentale in parole: si ha un primo residuo (R), dato dalla traduzione intersemiotica tra linguaggio mentale continuo e linguaggio verbale discreto (e dalla strategia comunicativa dell’oratore in funzione di una certa dominante e di un certo destinatario modello). Tra oratore e interprete-ricevente si presentano delle interferenze (rumori vari) che ostacolano la ricezione del messaggio e portano – potenzialmente – alla generazione di un secondo residuo (R₂). L’interprete-ricevente ascolta e, per comprendere il messaggio, lo decodifica: compie una traduzione intersemiotica deverbalizzante dal linguaggio verbale discreto al linguaggio interno continuo (fatto di interpretanti che differiscono dagli interpretanti dell’oratore), generando ulteriore residuo comunicativo che si decide qui di accorpare al residuo precedente (R₂). Bisogna ricordare che questa traduzione intersemiotica comprende già (almeno parzialmente) una traduzione interlinguistica in senso stretto: l’interprete svolge pur sempre la funzione di canale del macrocontesto e deve quindi trasferire i contenuti espressi nella lingua A dell’oratore in una lingua B per il destinatario finale. Ipotizzando che la lingua A sia la lingua “straniera” e che la lingua B sia la lingua madre dell’interprete, l’interprete potrebbe (in questa fase, ma anche in tutte quelle successive) avere difficoltà nella comprensione o compiere errori traduttivi, dovuti a una conoscenza incompleta della lingua “altra” (ma anche a lacune di ordine culturale), e accrescere quindi la mole del secondo residuo. Quanto detto per la traduzione da una lingua A straniera alla lingua B madre vale naturalmente anche per il processo inverso, ovvero per la traduzione dalla lingua madre a una lingua straniera.

Figura 5.2 L’interferenza nell’interpretazione consecutiva

Avendo compreso il messaggio dell’oratore per mezzo delle sue rappresentazioni mentali, l’interprete deve poi produrre un messaggio scritto per sé stesso. È l’autocomunicazione: l’interprete si fa mittente e compie una traduzione intersemiotica verbalizzante dal suo linguaggio interno (continuo) al suo linguaggio della presa di note (che è scritto e discreto). Ma poiché non tutto quello che ha elaborato nel linguaggio interno viene inserito nel testo/appunti si ha un terzo residuo (R₃) – sempre incrementato dalla discrepanza tra i suoi interpretanti e quelli dell’oratore e da una potenziale incompetenza (inter)linguistica, nonché dalla strategia traduttiva adottata. In questa fase (come in ogni atto comunicativo tra un mittente e un destinatario) si possono inoltre presentare delle interferenze (la penna mal funzionante, un foglio che si strappa inavvertitamente nel cambiare pagina) che possono andare a disturbare l’annotazione e ad accrescere ulteriormente il residuo (R₃).

Quando il discorso dell’oratore termina, giunge il momento per l’interprete di rileggere il testo/appunti, che viene sottoposto a una decodifica: l’interprete opera una traduzione intersemiotica deverbalizzante dal codice (discreto) della presa di note al linguaggio interno (continuo). Gli interpretanti che rappresentano mentalmente il messaggio in questa fase (interpretanti dell’interprete-produttore del discorso per l’interlocutore) non sono più gli interpretanti della fase di decodifica del discorso dell’oratore (interpretanti dell’interprete-ricevente del discorso). Va ricordato infatti che il linguaggio interno stesso attribuisce un nuovo significato al messaggio e che gli interpretanti sono entità provvisorie e locali: nell’ascoltare il discorso dell’oratore, l’interprete avrà approfondito in qualche modo la sua conoscenza della realtà e modificato le sue rappresentazioni mentali a riguardo. Nella fase di decodifica del testo/appunti, si possono poi presentare delle interferenze: un segno può risultare di difficile decodifica a causa dell’annotazione frettolosa o dell’impossibilità di ricordare un certo passaggio del discorso. L’interprete-lettore empirico si stacca dall’interprete-lettore modello per cui il testo/appunti è stato scritto e questo determina un quarto residuo (R₄).

Dopodiché, l’interprete effettua un’ultima traduzione intersemiotica – verbalizzante – dal suo linguaggio interno (continuo) alla lingua B (discreta) del destinatario finale, l’interlocutore (o pubblico). Ma anche qui parte del materiale mentale non arriva a essere espresso verbalmente e lascia così un quinto residuo (R₅), al quale non mancano di contribuire la potenziale incompetenza (inter)linguistica dell’interprete e le scelte determinate dalla strategia traduttiva. Tra interprete-mittente e destinatario finale del messaggio (come sempre tra un mittente e un destinatario) si possono poi interporre delle interferenze come rumori vari che coprono la voce dell’interprete, malfunzionamenti del microfono e differenze culturali. Queste interferenze generano un ulteriore residuo (R₆). Lo stesso destinatario finale della comunicazione nell’interpretazione consecutiva (l’interlocutore dell’oratore), per comprendere il messaggio, deve sottoporlo a una decodifica nel suo linguaggio mentale. Opera quindi una traduzione intersemiotica deverbalizzante dal linguaggio verbale discreto al suo linguaggio interno (continuo), accrescendo il residuo finale (R₆). Quest’ultimo residuo è dato anche, a sua volta, dalla differenza tra gli interpretanti del destinatario finale-interlocutore, gli interpretanti dell’interprete e gli interpretanti dell’oratore, nonché dallo scarto tra l’interlocutore come consumatore empirico del messaggio e l’interlocutore modello che invece l’interprete si è prefigurato nella sua strategia traduttiva.

L’interprete deve prevedere una gestione del residuo derivato da tutti i passaggi traduttivi dell’interpretazione consecutiva. Parte di questo residuo – nella traduzione scritta – può essere collocato nei metatesti, i testi che affiancano e trattano del testo principale. Nell’interpretazione consecutiva intesa a livello di macrocontesto (comunicazione oratore-interlocutore), è però difficile pensare a possibilità paratestuali per la gestione del residuo: il metatesto (testo principale) è costituito dalla traduzione orale dell’interprete, che non viene generalmente accompagnata da altri testi come avviene invece nel caso di un’opera scritta.

A livello di microcontesto (comunicazione dell’interprete con sé stesso), si può considerare invece la memoria come apparato paratestuale per la gestione di una parte del residuo. Del resto, anche la memorizzazione è un processo traduttivo, nel quale «si verificano trasformazioni di segni di un prototesto in segni di un altro codice conservando un’informazione invariante» (Lûdskanov 2008: 45). L’interprete non annota infatti tutte le informazioni del discorso nel suo testo/appunti, ma effettua una cernita sulla base delle possibilità tempistiche e anche sulla base delle sue conoscenze, individuando la dominante in funzione dell’interprete-lettore modello. Un esempio: se si parla di una decisione del Presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump, al cui noto disinteresse e ostruzionismo nei confronti delle tematiche ambientali si fa cenno in un inciso, l’interprete potrà appuntare ( Trump ) (che racchiude nel suo significato anche «Presidente degli Stati Uniti d’America») e rappresentare quell’inciso con due parentesi ( ( ) ), o inserire al più il simbolo di ambiente sbarrato tra le parentesi ( () ) (principio di negazione di Rozan) per aiutare la memoria a ricordare il tema dell’inciso. Si può dire quindi che la memoria, per l’interprete, funge da apparato metatestuale per una migliore decodifica e comprensione del testo/appunti, che viene integrato con le informazioni memorizzate e non annotate.

Conclusioni

L’interprete, nell’interpretazione consecutiva, fa affidamento su due strumenti: i suoi appunti e la sua memoria. E, considerata l’interpretazione consecutiva secondo i modelli della comunicazione, si possono distinguere due livelli comunicativi, macrocontesto e microcontesto. Nel macrocontesto, l’interprete è canale comunicativo tra oratore e interlocutore. Nel microcontesto, si può notare come l’interprete svolga diverse funzioni: è ricevente del messaggio dell’oratore, è mittente del messaggio scritto nel testo/appunti di cui è anche lettore modello e lettore empirico (quindi destinatario) ed è infine mittente del messaggio finale che verrà ascoltato dal vero destinatario del processo dell’interpretazione consecutiva, l’interlocutore o pubblico. L’interprete produce quindi due metatesti: il testo/appunti e le informazioni memorizzate. Se si considera il testo/appunti il testo principale, la traduzione, si può considerare la memoria come apparato paratestuale per esprimere ciò che non è stato riportato nel testo/appunti. Testo/appunti e testo memorizzato sono entrambi volti alla produzione del messaggio ultimo, il metatesto orale nella lingua dell’interlocutore.

Il testo/appunti è scritto in quello che si configura come un vero e proprio linguaggio, elaborato dall’interprete stesso. Malgrado l’intento iniziale di dichiarare quello della presa di note un linguaggio naturale al pari di inglese, tedesco, lingua dei segni e cinese, non si è potuto prescindere dalla caratteristica prima delle lingue naturali: il loro spontaneo sviluppo per la comunicazione tra membri di un gruppo. Il codice della presa di note condivide molti principi regolatori e strutturali con i linguaggi naturali, ne condivide la polisemia degli elementi e l’impossibilità di una traduzione interlinguistica basata su sostituzioni meccaniche tra equivalenti, ma non ne condivide il primo principio fondante: il linguaggio della presa di note resta artificiale nella sua genesi, elaborato consapevolmente dall’interprete e utile a lui solo, ai fini dell’autocomunicazione.

La creazione di questo linguaggio si spiega attraverso la semiosi peirciana e gli interpretanti, che ne determinano la singolarità – si può quasi dire che esista un linguaggio della presa di note per ciascun interprete e per ciascuno studente di mediazione linguistica. I segni del linguaggio della presa di note sono messi in relazione a oggetti della realtà esterna e alle idee mentali dell’interprete relative a quegli oggetti: sono scelti e dotati di significato proprio in funzione della loro capacità evocativa e quindi della loro stretta relazione con le esperienze dell’interprete e i suoi interpretanti.

L’interpretazione consecutiva e i passaggi in cui la medesima si articola pongono dunque il problema della distinzione tra linguaggio verbale (esterno) e linguaggio mentale (interno), tra linguaggio discreto e continuo. I ripetuti passaggi di codifica e decodifica, nonché i diversi linguaggi che si relazionano e vicendevolmente si traducono, comportano un residuo comunicativo – aumentato inoltre dal rumore semiotico e dalla strategia traduttiva dell’interprete. Il modello finale proposto, lungi dall’essere comprensivo di tutte le variabili presenti nell’interpretazione consecutiva, vuole semplicemente tirare le fila dell’analisi compiuta. Tale modello ricalca i modelli classici della comunicazione integrandoli con le figure presenti nell’interpretazione consecutiva, i concetti di residuo e interferenza, di linguaggio interno e dunque di traduzione verbalizzante e deverbalizzante.

Analizzare l’interpretazione consecutiva e la presa di note da un punto di vista semiotico potrebbe rivelarsi non solo interessante ma anche utile. Utile perché si mette in evidenza – e soprattutto si motiva – l’estrema soggettività della significazione dei simboli e delle associazioni segno-contenuto. Troppo spesso infatti lo studente, per pigrizia o per riverenza, si lascia affascinare e intimidire dai simboli proposti nei manuali e dai docenti, rinunciando allo sviluppo di un proprio sistema e sottovalutando il potenziale di segni che, elaborati e/o scelti da lui personalmente, possono rivelarsi estremamente più efficienti ed efficaci. Un linguaggio e un repertorio di segni messi a punto dallo studente in prima persona risponderebbero maggiormente al principio di adeguatezza, favorendo una più completa padronanza dell’autocomunicazione (la scrittura del testo/appunti e la sua lettura) e garantendo, di conseguenza, una migliore performance nel macrocontesto.

Riferimenti bibliografici

Alexieva B. 1994 «On Teaching Note-taking in Consecutive Interpreting». In C. Dollerup e A. Lindegaard (a cura di), Teaching Translation and Interpreting 2: Insights, Aims and Visions. Amsterdam/Philadelphia: Benjamins 199-206.

Allioni S. 1998 Elementi di grammatica per l’interpretazione consecutiva. Trieste: Scuola superiore di lingue moderne per interpreti e traduttori.

Bonfantini M. A. 1980 «Introduzione. La semiotica cognitiva di Peirce». In C. S. Peirce, Semiotica. I fondamenti della semiotica cognitiva.A cura di M. A. Bonfantini, L. Grassi, R. Grazia. Traduzione di M. A. Bonfantini, L. Grassi, R. Grazia. Torino: Einaudi XXI-LV.

Eco U. 2016 Trattato di semiotica generale. Milano: La nave di Teseo.

Gillies A. 2004 «Foreword». In J.-F. Rozan 2004: 7-8.

Jakobson R. 2002 «Aspetti linguistici della traduzione». In Saggi di linguistica generale. A cura di L. Heilmann. Traduzione di L. Heilmann e L. Grassi. Milano: Feltrinelli 56-64.

Jakobson R. 2002a «Due aspetti del linguaggio e due tipi di afasia». In Saggi di linguistica generale. A cura di L. Heilmann. Traduzione di L. Heilmann e L. Grassi. Milano: Feltrinelli 22-45.

Jakobson R. 2002b «Linguistica e poetica». In Saggi di linguistica generale. A cura di L. Heilmann. Traduzione di L. Heilmann e L. Grassi. Milano: Feltrinelli 181-218.

Lotman Ju. M. 2001 «I due modelli della comunicazione nel sistema della cultura». In Ju. M. Lotman e B. A. Uspenskij, Tipologia della cultura. A cura di R. Faccani e M. Marzaduri. Traduzione di M. Barbato Faccani, R. Faccani, M. Marzaduri e S. Molinari. Milano: Bompiani 111-133.

Lûdskanov A. 2008 Un approccio semiotico alla traduzione. Dalla prospettiva informatica alla scienza traduttiva. A cura di B. Osimo. Traduzione dal francese di V. Albertocchi, G. D’Alò, E. De Candia, F. Picerno, L. Revelant, V. Sanguinetti, E. Scarmagnani, M. Zampieri. Milano: Hoepli.

Osimo B. 2008 «Attualità di Aleksandăr Lûdskanov per la scienza della traduzione». In Lûdskanov 2008: VII-XIX.

Osimo B. 2010 «Peeter Torop per la scienza della traduzione». In P. Torop 2010: VII-XXIX.

Osimo B. 2010a Propedeutica della traduzione. Corso introduttivo con tabelle sinottiche. Milano: Hoepli.

Osimo B. 2011 Manuale del traduttore. Guida pratica con glossario. Milano: Hoepli.

Osimo B. 2017 Manuale di traduzione di Roman Jakobson. Milano: Blonk.

Rozan J.-F. 2004 Note-taking in Consecutive Interpreting. A cura di A. Gillies e B. Waliczek. Traduzione inglese di A Gillies. Kraków: Tertium 6-61.

Russo M. 1998 «Prefazione». In S. Allioni 1998: XI-XLVII.

Straniero Sergio F. 1999 «Verso una sociolinguistica interazionale dell’interpretazione». In C. Falbo, M. Russo e F. Straniero Sergio (a cura di), Interpretazione simultanea e consecutiva. Problemi teorici e metodologie didattiche. Milano: Hoepli 103-139.

Torop P. 2010 La traduzione totale. Tipi di processo traduttivo nella cultura. A cura di B. Osimo. Traduzione di B. Osimo. Milano: Hoepli.

1Traduzione italiana del titolo in Russo 1998: XXVI.

2Traduzione personale. In originale: «the ABC of consecutive note-taking» (Gillies 2004: 7).

3Traduzione personale. Nel testo consultato: «1. Noting the Idea Rather than the Word 2. The Rules of Abbreviation 3. Links 4. Negation 5. Emphasis 6. Verticality 7. Shift» (Rozan 2004: 15).

4Traduzione personale. Nel testo consultato: «A. The Symbols of Expression», «B. The Symbols of Motion», «C. The Symbols of Correspondence», «D. Symbols for Things» – in particolare, in merito all’ultima categoria, «symbols for concept words which recur most frequently» (Rozan 2004: 25-31).

May 312016
 

Il meccanismo di realizzazione

della traduzione: Lûdskanov Aleksand ̋r LÛDSKANOV, Le mécanisme de réalisation de la traduction

FRANCESCA PICERNO

Scuole Civiche di Milano Fondazione di partecipazione Dipartimento Lingue
Scuola Superiore per Mediatori Linguistici via Alex Visconti, 18 20151 MILANO

Relatore Prof. Bruno OSIMO

Diploma in Scienze della Mediazione Linguistica estate 2006

© Aleksand ̋r Lûdskanov & Association Jean-Favard pour le développe- ment de la linguistique quantitative 1969

© Francesca Picerno per l’edizione italiana 2006

Abstract in italiano

L’obiettivo di questa tesi è tradurre e analizzare la terza parte del libro Traduction humaine et traduction mécanique scritto dal traduttologo e semiotico bulgaro Aleksand ̋r Lûdskanov nel 1969. L’opera è un’indagine sul meccanismo di realizzazione del processo traduttivo effettuato da un traduttore umano e della nascente traduzione meccanica. Nel primo capi- tolo viene effettuata un’analisi degli aspetti peculiari del prototesto. In primo luogo si mette in luce il fatto che l’autore scrive in una lingua di- versa dalla sua lingua madre (il francese) e si illustrano le conseguenze che ne derivano, soprattutto l’imprecisione lessicale, e quindi le difficoltà di comprensione e il conseguente residuo traduttivo. Si evidenzia poi la difficoltà di coniugare una concezione nuova e moderna del processo tra- duttivo con quella di coniare una terminologia adeguata e coerente con tale concezione. L’analisi traduttologica prende in esame la dominante del testo, il lettore modello, la strategia traduttiva e il residuo traduttivo. In chiusura vengono presentati esempi di calchi francesi sul bulgaro e termini che sono risultati problematici nella resa italiana. Il secondo ca- pitolo contiene la traduzione in italiano con il testo a fronte dell’originale di cui si è voluto mantenere la peculiare forma editoriale, ossia la stampa anastatica del testo originale redatto con la macchina da scrivere.

3

Résumé en français

L’objectif de ce mémoire est de traduire et analyser la troisième partie du livre Traduction humaine et traduction mécanique écrit par le chercheur bulgare en traductologie et sémiotique Aleksand ̋r Lûdskanov en 1969. Cet ouvrage présente une enquête sur le mécanisme de réalisation de l’opération traduisante effectuée par un traducteur humain et de la nais- sante traduction automatique. Dans le premier chapitre on a effectué une analyse des traits caractéristiques du texte source. Tout d’abord on fait remarquer que l’auteur s’exprime dans une langue différente de sa langue maternelle et on met en lumière les consequences qui en découlent, sur- tout l’imprécision lexicale et donc les difficultés de compréhension et le résidu traductif. En suite on souligne le problème de conjuguer une conception nouvelle et moderne de la traduction avec la nécéssité de for- ger un vocabulaire convenable et cohérent avec cette conception. L’ana- lyse traductologique examine la dominante du texte, son lecteur modèle, la stratégie traductive et le résidu traductif. À la fin du chapitre on pro- pose des exemples de calques français sur le bulgare et des termes qui on posé des problèmes de traduction. Le deuxième chapitre contient la tra- duction en italien avec le texte original en regard dont on a conservé l’aspect typographique caractéristique, c’est-à-dire la reproduction anas- tatique du texte original tapé à la machine.

4

English abstract

The object of this dissertation is the translation and analysis of the third part of the book Traduction humaine et traduction mécanique written in 1969 by the Bulgarian translation theorist and semiotician Aleksand ̋r Lûdskanov. The work carries out a study on the mechanism of human translation and the emerging automatic translation. The first chapter of the dissertation provides an analysis of the main features of the source text. First of all it highlights the fact that the book is written in a different language from the author’s mother tongue and shows its consequences, such as lexical inaccuracy and therefore comprehension difficulties and translation loss. Then it points out the difficulty in combining a new and modern view of translation with the creation of a proper and coherent vo- cabulary. The analysis of the text’s translatability considers its dominant, the target reader, the translation strategy and the translation loss. At the end of the chapter some examples illustrate loan-words and calques from Bulgarian and some vocabulary problems. The second chapter includes the Italian translation and the French source text maintaining its peculiar form, i.e. the anastatic reproduction of the original typewritten copy.

5

Sommario

Abstract in italiano …………………………………………………………………………………………. 3 Résumé en français…………………………………………………………………………………………. 4 English abstract ……………………………………………………………………………………………… 5 Sommario ………………………………………………………………………………………………………. 6 1 – Prefazione………………………………………………………………………………………………….. 7

1.1 Analisi traduttologica ………………………………………………………………………………. 9 1.2 I calchi sul bulgaro ………………………………………………………………………………… 12 1.3 Problemi di terminologia ………………………………………………………………………… 15 1.4 Legenda delle sigle ………………………………………………………………………………… 17 1.5 Riferimenti bibliografici …………………………………………………………………………. 19

2 – Traduzione con testo a fronte……………………………………………………………………. 21 2.0 Terza parte – Alcuni problemi della traduzione tradizionale………………………… 22 2.1 Capitolo 1 – La traduzione tradizionale …………………………………………………….. 22 2.2 Capitolo 2 – Il meccanismo di realizzazione della traduzione da una lingua naturale a un’altra ……………………………………………………………………………………….. 26

2.2.1 L’informazione necessaria alla traduzione …………………………………………. 26 2.2.2 Il principio funzionale ……………………………………………………………………… 32 2.2.3 L’approccio linguistico e letterario……………………………………………………. 40

2.3 Riferimenti bibliografici …………………………………………………………………………. 45

6

1 – Prefazione

Questa tesi consiste nella traduzione e l’analisi di un passo del libro Traduction humaine et traduction mécanique scritto da Aleksand ̋r Lûdskanov, già professore all’Università di Sofia e direttore del Progetto di traduzione meccanica e di linguistica matematica, presso l’Istituto di matematica dell’Accademia Bulgara delle Scienze. L’opera, dapprima scritta in bulgaro, (Preveždat čovekat i mašinata, Sofia, Nauka y Izkustvo, 1968), fu successivamente tradotta dall’autore stesso in lingua francese e pubblicata nel 1969 dalla casa editrice parigina Dunod. Ne esistono inoltre una tradu- zione tedesca e una polacca.

L’estratto da me tradotto corrisponde alla parte terza (capitoli 1 e 2) del secon- do volume dell’opera.

La peculiarità di questo testo, e dell’intera opera da cui è tratto, risiede nel fatto che è stato redatto in una lingua diversa dalla lingua madre dell’autore, il che comporta non solo imprecisioni e talvolta veri e propri errori di tipo ortografico, grammaticale ecc., ma soprattutto difficoltà nella comprensione di alcune espressioni e termini, e nella loro traduzione, poiché la precisione terminologica – fondamentale trattandosi di un testo settoriale, un saggio scientifico – è qui compromessa dalla non totale padro- nanza della lingua da parte di chi scrive. La difficoltà di comprensione di alcune e- spressioni talvolta è stata superata ricostruendo il probabile significato risalendo alla

7

lingua bulgara (attraverso la consultazione di un dizionario bulgaro-francese), il che ha permesso di svelare calchi francesi sulla lingua bulgara. Altre volte l’imprecisione terminologica e le inesattezze lessicali sono state superate analizzando il significato e riformulando in italiano secondo il canone di questo genere e secondo la terminologia propria della traduttologia (si vedano gli esempi pratici).

Un altro tratto peculiare del testo di Lûdskanov è rappresentato dal suo aspetto editoriale: l’opera è stata infatti redatta con la macchina da scrivere e la stampa è ana- statica, le conseguenze sono evidenti: scarsa qualità grafica del testo, limiti di impagi- nazione e una serie di imprecisioni redazionali (mancanza delle parentesi, del carattere corsivo, impossibilità di inserire le note a piè di pagina ecc.). Questo aspetto è in evi- dente contrasto con l’importanza teorica delle argomentazioni esposte nell’opera, so- prattutto se si considera l’epoca in cui il volume è stato pubblicato.

Non dimentichiamo infatti la novità rappresentata dai concetti elaborati da Lû- dskanov nella sua opera. Nella prima metà del Novecento gli studi relativi alla tradu- zione sono caratterizzati da una divisione, una scarsa comunicazione tra i ricercatori occidentali e quelli dei paesi “socialisti”. In questi anni, proprio nei paesi dell’Europa dell’est, che sono stati in un certo senso precursori dei progressi fondamentali conse- guiti dalla moderna disciplina della traduzione, si va definendo il nuovo concetto di «scienza della traduzione» (in opposizione alla precedente teoria della traduzione); gli studi sulla traduzione non vengono più intesi come una branca della linguistica ma bensì orientati verso la semiotica. Negli anni Settanta-Ottanta verrà riconosciuto mag- giormente l’aspetto extralinguistico e culturale della traduzione e postulato l’anisomor-

8

fismo delle lingue naturali. La traduzione non viene più intesa come la sostituzione di materiale con del materiale equivalente, un reperimento di corrispondenze, ma bensì come un lavoro di trasposizione che deve necessariamente tenere conto di elementi e- xtralinguistici e culturali. Di conseguenza è in questo momento che si va coniando e poi traducendo da una lingua all’altra una serie di termini nuovi nel campo della tradu- zione (a volte mutuati dall’inglese), tra i quali ad esempio source language e target language, e lo stesso termine di «scienza della traduzione». Lûdskanov ne utilizza al- cuni arrischiando delle traduzioni francesi talvolta arbitrarie (si veda negli esempi lan- gue de départ e langue d’arrivée); altri vocaboli, allora nuovi, sono poi entrati stabil- mente a far parte del lessico proprio della traduttologia e sono stati canonizzati nelle diverse lingue.

1.1 Analisi traduttologica

Traduction humaine et traduction mécanique è un testo tecnico, settoriale, ca- ratterizzato dal lessico e il registro propri delle pubblicazioni scientifiche, si distingue quindi per la ricchezza di termini tecnici (soprattutto terminologia semiotica), per la precisione terminologica e i lunghi periodi argomentativi. È annoverabile fra i cosid- detti «testi chiusi» (Eco 1979), i cui termini hanno valore puramente denotativo e in- formativo e il cui scopo è trasmettere delle informazioni precise a un lettore modello preciso; è un testo che non ammette molteplici possibilità interpretative. Tuttavia, per quanto normalmente il linguaggio settoriale possa essere definito quasi isomorfo se pa-

9

ragonato a quello dei testi aperti, in questo caso, a causa del fatto che l’autore si espri- me in una lingua diversa dalla sua lingua madre, questo isomorfismo è intaccato dalla sua conoscenza linguistica imperfetta (si vedano gli esempi). Di qui le difficoltà di comprensione di alcuni passi del testo e di alcuni termini tecnici usati a volte impro- priamente.

La dominante del prototesto – ovvero la componente essenziale attorno alla quale è focalizzato un testo e che ne assicura l’integrità (Jakobson) – è dunque di tipo informativo ed è esplicitata fin dal titolo: si tratta di un testo tecnico che approfondisce il tema della realizzazione della traduzione umana e della neonata traduzione automati- ca. La funzione informativa prevale senza dubbio su quella estetica, cioè la forma, che è qui assolutamente secondaria, e anzi talvolta rappresenta un ostacolo alla compren- sione del testo.

Allo stesso modo, il lettore modello del testo di Lûdskanov è senza dubbio un “addetto ai lavori”, uno specialista del settore, uno studioso di traduttologia. È ipotiz- zabile anche uno studente di un corso avanzato di traduttologia. Inoltre la scelta di scrivere in francese è riconducibile alla volontà dell’autore di raggiungere con la sua opera un pubblico più vasto di quello raggiungibile con la versione originale in bulgaro, e più precisamente un pubblico occidentale. Come si è già detto, in questi anni gli studi sulla traduzione avevano preso corsi diversi nei paesi dell’Europa dell’est e in quelli occidentali, e probabilmente l’intenzione dell’autore era quella di rendere note le sue indagini anche fra i ricercatori occidentali.

10

Se la mia traduzione fosse finalizzata alla pubblicazione (e non fosse la mia tesi di laurea), il lettore modello postulato potrebbe essere lo stesso del prototesto, cioè uno scienziato della traduzione o uno studente ad alti livelli. Tuttavia, non bisogna trascu- rare che una traduzione effettuata dopo un lasso di tempo così ampio dalla comparsa dell’originale (quasi quarant’anni), visti gli enormi cambiamenti e i progressi conse- guiti nell’ambito della scienza della traduzione, comporta un cambiamento quantome- no parziale del lettore modello e della strategia traduttiva. Come si è detto sopra, nella seconda metà del secolo scorso la terminologia della disciplina traduttologica si è evo- luta e infine definita nelle diverse lingue ed è assolutamente necessario tenere conto di questi cambiamenti. Inoltre la traduzione in italiano implica un restringimento del nu- mero dei possibili lettori empirici ai soli studiosi italiani. E in secondo luogo una tesi ha come lettore modello i docenti della Commissione di Laurea.

Il residuo comportato dalla mia traduzione in italiano è essenzialmente imputa- bile ai problemi di comprensione di alcune espressioni e alla difficoltà di renderle in i- taliano utilizzando un lessico corretto e coerente con il linguaggio semiotico in uso og- gigiorno. Inoltre il francese di Lûdskanov, caratterizzato da periodi lunghi, contorti, e- laborati, spesso ridondanti, non agevola certo la comprensione globale del prototesto. Del resto il residuo prodotto dalla traduzione in italiano non è altro che una conse- guenza ulteriore dell’uso da parte dell’autore di una lingua diversa dalla sua lingua madre. Questo fatto di per sé ha già comportato un primo residuo nella stesura del pro- totesto, ovvero la perdita di tutto quel materiale che l’autore non è riuscito a convoglia-

11

re nel suo scritto a causa della conoscenza incompleta della lingua francese. La tradu- zione di una traduzione poi non può che comportare un’ulteriore perdita di senso.

Un altro aspetto che rientra nel residuo traduttivo è costituito dagli esempi di corrispondenza tra parole bulgare, russe e francesi che Lûdskanov porta a sostegno delle sue argomentazioni (si veda ad esempio la tabella a pagina 36) e che ho deciso di non tradurre per non alterare la loro valenza autonimica. Il lettore che non conosca tali lingue non ha la possibilità di comprendere gli esempi e di conseguenza ne deriva una nuova perdita di senso.

1.2 I calchi sul bulgaro

CONDITIONNELLEMENT

A una prima lettura l’avverbio conditionnellement (pagina 70 del testo francese) risultava alquanto incomprensibile; per tradurlo correttamente in italiano si è reso dun- que necessario effettuare una ricerca. Consultando il world wide web eurodict.com ho reperito i seguenti traducenti bulgari per la parola francese conditionnel:

conditionnel, le

adj. et m. (lat. conditionalis)
1 условен, зависещ от условие; mode ~ условно наклонение; réflexe ~ псих.,

физиол. условен рефлекс;

12

2 m. грам. условно наклонение. ◊ Ant. absolu, catégorique, formel, incondi- tionnel, net.

Ecco ora i significati francesi che ho trovato cercando la parola bulgara условен (quel- la che viene riportata come primo significato di conditionnel):

условен

прил

  1. 1  conditionné, e; условни рефлекси réflexes conditionnés;
  2. 2  convenu, e; ~ сигнал signal convenu;
  3. 3  грам conditionnel, elle; условно наклонение mode conditionnel; условна пр- исъда condamnation avec sursis.In questo modo ho potuto verificare con certezza che, come già intuibile dal

contesto della frase in cui si presentava il termine in questione, nella lingua bulgara la parola corrispondente al francese conditionnel possiede anche l’accezione di convenu (si veda il significato 2), che in italiano vuol dire convenuto, stabilito, e quindi con- venzionale.

A questo punto ho potuto tradurre l’avverbio conditionnellement con la parola italiana convenzionalmente:

«[...] ce que nous avons désigné conditionnellement par le terme d’analyse extralin- guistique».
«[...] quello che abbiamo definito convenzionalmente con il termine analisi extralin- guistica».

13

CARACTÉRISTIQUE

«La similitude générique de ces deux notions d’opérations traduisantes (en d’autres termes la caractéristique par le genus proximum de Lin→ Ljn) réside [...]»
(pagina 51 del testo francese).

In questa frase il sostantivo caractéristique risultava incomprensibile e appa- riva evidente non solo che non era traducibile con l’italiano «caratteristica» ma che an- che in francese era scorretto in quanto seguito dalla preposizione par (per mezzo di, at- traverso, mediante). Nuovamente è sorto il dubbio di un possibile calco sul bulgaro e inferendo dal contesto si è ipotizzato che caractéristique stesse in realtà per il sostanti- vo dalla stessa radice caractérisation. Nel sito http://sa.dir.bg/sa.htm si è consultato il dizionario inglese-bulgaro SA Dictionary 2005 e cercando il termine characterization si sono reperiti i seguenti traducenti bulgari:

characterization

  1. 1  характеристика, охарактеризиране;
  2. 2  обрисовка на характер в роман, пиеса и пр.

Cercando poi il primo significato di characterization sul dizionario bulgaro-francese ho trovato la seguente definizione:

характеристика

ж
caractéristique f; (атестация) références fpl; имам добра ~ avoir de bonnes références.

14

In questo modo ho avuto la conferma che caractéristique può essere un calco involon- tario sul bulgaro e ho deciso di tradurre la frase in questione come segue:

«La similitudine generica fra questi due tipi di processo traduttivo (in altre parole, la caratterizzazione in base al genus proximum di Lin→ Ljn) risiede [...]».

1.3 Problemi di terminologia

LANGUE D’ENTRÉE, LANGUE DE DÉPART LANGUE DE SORTIE, LANGUE D’ARRIVÉE

Come si è detto, fino agli anni Settanta la traduzione era intesa come un repe- rimento di equivalenti e il loro trasporto dal testo originale a quello di destinazione. Quest’idea era consolidata dalla metafora dello spostamento nello spazio, del “traslo- co”, rappresentata dall’utilizzo delle espressioni «lingua di partenza» e «lingua d’arrivo» (Osimo 2004b).

Se l’opera di Lûdskanov è innovativa per la concezione della traduzione che propugna (intesa in termini semiotici e non linguistici, come processo di trasposizione di un’informazione invariante, che deve tener conto del contesto extralinguistico), non lo è tuttavia sul fronte della terminologia francese. Nel testo infatti sono presenti i ter- mini langue d’entrée e de départ e langue de sortie e d’arrivée, che sono molto proba- bilmente traduzioni imprecise ma molto diffuse dell’inglese source e target language e che sembrano accreditare la concezione della traduzione come trasporto.

15

Coerentemente con la strategia traduttiva messa in atto, queste espressioni sono state tradotte con «emittente» e «ricevente»; questi termini, nati con l’avvento della moderna scienza della traduzione, tengono infatti conto dell’aspetto extralinguistico e culturale del processo traduttivo. Altrettanto coerenti con questo aspetto sono i termini «prototesto» (cioè il testo originale, il testo della cultura emittente, da cui si avvia il processo traduttivo) e «metatesto» (cioè il testo della traduzione, il testo della cultura ricevente, a cui si giunge mediante il processo traduttivo) coniati dal testologo slovac- co Anton Popovič nel 1976 e entrati ormai a pieno titolo nel gergo della moderna tra- duttologia.

SIGNIFIANT/SIGNIFIÉ; SIGNIFICATION

Nel prototesto occorrono spesso i termini signifiant e signifié. Tali vocaboli (coniati dal linguista svizzero Saussure nel 1906) sono entrati stabilmente a far parte della terminologia della linguistica. Il signifié è la parte del segno linguistico che per Saussure coincide con il concetto, mentre il signifiant costituisce l’aspetto grafico o fonico, la manifestazione materiale di una parola, che insieme al signifiant costituisce il segno linguistico.

Si è deciso di non tradurre questi termini con le parole italiane «significato» e «significante» perché si è tenuto conto del fatto che in francese esistono due vocaboli: signifié e signification (anch’esso presente nel testo) che possiedono un unico tradu- cente italiano: «significato» e si è voluto evitare che «significato» coincidesse sia con

16

signifié che con signification. Nella terminologia infatti è assolutamente necessario che non ci siano confusioni di questo tipo tra termini e parole. Signifié si riferisce esclusi- vamente al termine saussuriano che significa una parte del signe e quindi ha una valen- za prettamente settoriale. Signification invece è la parola generica usata in ambito an- che linguistico per indicare quello che Peirce chiama «oggetto».

1.4 Legenda delle sigle

Nel testo di Lûdskanov sono presenti numerose sigle e abbreviazioni, eccone una lista con relativa illustrazione:

I

q (t)

I (Tn)

I (Td)

L

Li (i = 1,2,3…)

L1 Ln

Lni (i = 1,2,3…)

Ln1 La

Lai (i = 1,2,3…)

La1 Lint

Linti (i = 1,2,3…)

informazione;
quantità d’informazione;
informazione necessaria alla traduzione;
informazione necessaria alla traduzione, disponibile;
codice in generale (concetto sovraordinato);
un codice qualunque;
un codice dato;
lingua umana naturale in generale (concetto sovraordinato);
una lingua umana naturale qualunque;
una lingua umana naturale data;
linguaggio artificiale;
un linguaggio artificiale qualunque;
un linguaggio artificiale dato;
linguaggio d’intermediazione in generale (concetto sovraordina- to);
un linguaggio d’intermediazione qualunque;

17

Lint1 un linguaggio d’intermediazione dato;
Li→Lj concetto generale di traduzione da un codice qualunque a un al-

tro codice qualunque;
L1→L2 traduzione da un codice dato a un altro codice dato;

Lni→Lnj concetto generale di traduzione da una lingua umana naturale qualunque a un’altra lingua umana naturale qualunque;

Ln1→Ln2 traduzione da una lingua umana naturale data a un’altra lingua umana naturale data;

Lai→Laj concetto generale di traduzione da un linguaggio artificiale qua- lunque a un altro linguaggio artificiale qualunque;

La1→La2 traduzione da un linguaggio artificiale dato a un altro linguaggio artificiale dato.

18

1.5 Riferimenti bibliografici

ANGELOV S. B ̋lgarskiât kompûteren rečnik. SA Dictionary 2004-2005. Disponibile in internet all’indirizzo http://sa.dir.bg/sa.htm. Consulta- to nel maggio 2006.

ECO U. 1979 Lector in fabula. La cooperazione interpretativa nei testi narrativi, Milano, Bompiani.

ECO U. 1997 Kant e l’ornitorinco, Milano, Bompiani.

EURODICT 2004 – Eurodict Free Online Dictionary Bulgarian English Turkish, Varna (Bulgaria), KoralSoft, 2004. Disponibile in internet all’indirizzo http://www.eurodict.com/. Consultato nel maggio 2006.

JAKOBSON R. 1959 On linguistic aspects of translation, in Jakobson 1987: 428-435. Traduzione: Aspetti linguistici della traduzione, 1959, in Saggi di linguistica generale, Milano, Feltrinelli, 1966: 56- 64.

LÛDSKANOV A. 1969 Traduction humaine et traduction mécanique, Parigi, Dundod.

OSIMO B. 2001 Propedeutica della traduzione. Corso introduttivo con tavole sinottiche, Milano, Hoepli.

OSIMO B. 2002 Storia della traduzione. Riflessioni sul linguaggio traduttivo dall’antichità ai contemporanei, Milano, Hoepli.

OSIMO B. 2004a Manuale del traduttore. Guida pratica con glossario. Seconda edizione, Milano, Hoepli.

OSIMO B. 2004b La traduzione totale: spunti per lo sviluppo della scienza della traduzione, Udine, Forum.

19

POPOVIČ A. 2006 La scienza della traduzione. Aspetti metodologici – La comunicazione traduttiva, a cura di Bruno Osimo, Milano, Hoepli.

TOROP P. 1995 Total ́nyj perevod, Tartu, Tartu University Press; trad. it. La traduzione totale, a cura di Bruno Osimo, Modena, Logos, 2000.

20

2 – Traduzione con testo a fronte

21

2.0 Terza parte – Alcuni problemi della traduzione tradizionale

Quanto abbiamo illustrato nella parte precedente ci ha permesso di constatare l’analogia di principio esistente fra tutti i tipi di processo traduttivo indipendentemente dai codici da e verso i quali si traduce, dal genere di messaggio e dalla natura del sog- getto che effettua questa operazione – un uomo o una macchina. In questa parte, limi- tando per necessità la nostra trattazione, tenteremo, naturalmente senza alcuna pretesa di esaustività, di descrivere alcuni aspetti specifici del meccanismo linguistico della traduzione tradizionale (TT) di testi scritti (ovvero la traduzione dalla forma scritta di una lingua naturale alla forma scritta di un’altra lingua naturale – Lni → Lnj – realizzata da un traduttore umano), di analizzare alcuni momenti essenziali della realizzazione di questo tipo di processo traduttivo e di formulare alcune riflessioni sulla polemica acce- sissima nell’ambito della traduzione letteraria fra i fautori dell’approccio linguistico e quelli dell’approccio letterario. Lo studio di questi problemi e soprattutto del carattere creativo del processo traduttivo ci permetterà di descrivere in modo più chiaro la gene- si e la natura dei problemi linguistici fondamentali della TA.

2.1 Capitolo 1 – La traduzione tradizionale

Il concetto di traduzione da una lingua naturale a un’altra, effettuata da un tra- duttore umano (indipendentemente dal genere testuale che si traduce – scientifico, giornalistico, letterario o politico) non è, come si è già visto, che un tipo, una specie,

22

un caso particolare del concetto generico di traduzione da un codice qualsiasi e a un altro codice qualsiasi (Li → Lj ). La similitudine generica fra questi due tipi di pro- cesso traduttivo (in altre parole, la caratterizzazione in base al genus proximum di Lni → Lnj) risiede , come si è già visto, nella loro natura semiotica comune, nel fatto che, sempre e in tutti i casi, queste operazioni consistono in trasformazioni e sostitu- zioni di segni che conservano un’informazione invariante. Ma è evidente che il pro- cesso traduttivo Lni → Lnj, proprio in quanto specie, deve definirsi non soltanto in ba- se al genus proximum ma anche in base alla differentiam specificam. Dalla defini- zione generica di traduzione (Li → Lj) e dalla classificazione proposta sopra risulta che ogni tipo di traduzione o piuttosto di processo traduttivo si distingue per i tratti specifici dei codici (le lingue) tra i quali viene effettuato. La traduzione Lni → Lnj consiste in un passaggio da una lingua naturale data a un’altra lingua naturale data e di conseguenza è logico desumere i suoi tratti specifici proprio dai tratti specifici delle lingue umane naturali (Ln). Dal punto di vista che ci interessa il modo migliore di met- tere in luce questi tratti specifici delle lingue naturali (Ln) è confrontarle con i linguag- gi artificiali (La).

Gli elementi degli La si fondano su una convenzione totale, ovvero il significato di ognuno di essi è preliminarmente e rigorosamente determinato. Gli La si fondano sul principio della corrispondenza biunivoca – ogni signifié è riconducibile a uno e un solo signifiant e viceversa; ne consegue che i loro elementi (che non hanno mai valore con- notativo) non possono essere polisemici; inoltre non possono essere né omonimici né sinonimici. D’altronde, in teoria, il sistema di queste lingue non è strutturato in diversi livelli. Questi tratti specifici degli La semplificano al massimo la comprensione dei messaggi concretizzati nei loro segni e di conseguenza anche i processi di analisi, pro- duzione e sintesi. Secondo la definizione adottata nella seconda parte della nostra trat- tazione, la comprensione di un messaggio presuppone l’identificazione univariante dei

23

significati attualizzati degli elementi linguistici. Ma, come abbiamo già fatto notare, gli elementi degli La (così come le relative regole grammaticali) hanno sempre uno e un solo significato, il quale è del tutto indipendente dal contesto. D’altronde, poiché abbiamo a- dottato il punto di vista secondo il quale i significati delle espressioni linguistiche (o piut- tosto le loro descrizioni) coincidono con le loro traduzioni (le corrispondenze), è evidente che la comprensione dei messaggi formulati nei termini degli La si riduce all’identificazione della corrispondenza di ogni elemento. Di conseguenza, la compren- sione degli elementi di questi linguaggi combinati in un messaggio coincide con la loro traduzione. Tenendo a mente che i significati, le corrispondenze, degli elementi degli La sono sempre determinati preliminarmente (nella memoria dell’uomo o nel cosiddetto «codice»), non è difficile giungere alla conclusione che la loro comprensione, così co- me il processo traduttivo di cui possono essere oggetto, si riduce a una sostituzione meccanica (cioè a una scelta preliminarmente regolamentata – si veda la quarta parte) di un elemento con un altro secondo le regole del codice. In virtù del fatto che le corri- spondenze sono stabilite dal codice e che sono la descrizione degli unici significati che possiedono gli elementi del messaggio immesso, questa sostituzione permette di otte- nere in uscita la stessa informazione veicolata dal corrispondente messaggio immesso. Così, se abbiamo a disposizione un codice nel quale ad ogni lettera dell’alfabeto bulga- ro viene fatta corrispondere una cifra intera decimale seguendo la successione delle let- tere dell’alfabeto (a – 0, b – 1, v – 2 ecc.), possiamo “tradurre” ogni parola bulgara in codice decimale con una semplice sostituzione meccanica delle lettere secondo quanto indicato dal codice; così la parola kibernetika verrà tradotta 10 8 1 5 16 13 5 18 8 10 0.

Non è necessario sottolineare che questi problemi si porranno in modo comple- tamente diverso nel caso delle lingue naturali: esse infatti non sono (e non possono es- sere) fondate sul principio della corrispondenza biunivoca; la maggior parte dei loro elementi (che possono avere valore connotativo) sono polisemici e si distinguono per omonimia, sinonimia e talvolta per una convenzionalità imperfetta, e i loro sistemi so-

24

no strutturati in vari livelli. Inoltre, il confronto fra due lingue naturali da un punto di vista formale, cioè della corrispondenza dei signifiant, mostra che una data lingua na- turale può disporre di elementi che non esistono nell’altra, che hanno strutture diverse ecc. Osserviamo anche i casi di diversa segmentazione della realtà a seconda delle lin- gue. In conseguenza di tutti questi tratti specifici delle lingue naturali, la comprensione di un messaggio concretizzato nella forma di una qualsiasi Lni e i processi di analisi, sintesi, produzione e traduzione differiscono profondamente dagli stessi processi quando hanno per oggetto un messaggio concretizzato nella forma di un qualsiasi Lai, e presuppongono un’identificazione preliminare dei significati attualizzati (cioè i signifié) degli elementi linguistici del messaggio immesso, nel corso del processo di compren- sione (analisi), e dei corrispondenti mezzi d’espressione (cioè i signifiant), durante il processo di produzione (sintesi). Ma poiché è possibile che un signifiant possa avere più signifié e viceversa, questa identificazione presuppone che la scelta del signifié o del signifiant attualizzato venga realizzata facendo riferimento a un linguaggio di in- termediazione dato (si veda di seguito) e al contesto.

Abbiamo evidenziato sopra che il processo di comprensione e il processo tra- duttivo che hanno per oggetto messaggi concretizzati nei termini degli La non presup- pongono scelte preliminarmente non regolamentate e hanno carattere meccanico. Al contrario, in virtù dello specifico delle Lni, il processo di comprensione e il processo traduttivo che hanno per oggetto messaggi concretizzati nei termini di queste lingue presuppongono una scelta di questo tipo (si veda di seguito una trattazione più appro- fondita nel capitolo IV). Designeremo con il termine «creativo» (in opposizione a meccanico) qualsiasi processo che presupponga una o più scelte preliminarmente non regolamentate (si veda la quarta parte). Il tratto più specifico del processo traduttivo Lni→ Lnj consiste appunto nel suo carattere creativo. Vedremo in seguito che i principali problemi della TA sono condizionati dalla necessità di formalizzare e automatizzare

25

proprio il carattere creativo del processo traduttivo fra due lingue naturali.
Muovendo dalla definizione generica Li → Lj proposta e dai tratti specifici delle Ln menzionati, possiamo precisare che la traduzione tradizionale Lni → Lnj consiste in un insieme di trasformazioni creative che un traduttore umano effettua dai segni del messaggio immesso a quelli di un’altra lingua naturale, conservando un’informazione

invariante rispetto a un sistema di riferimento dato.
Quanto abbiamo detto finora mostra che il tratto più caratteristico della tradu-

zione tradizionale è costituito dalla sua natura linguistica creativa. Alcuni aspetti di questo problema sono oggetto del capitolo successivo.

2.2 Capitolo 2 – Il meccanismo di realizzazione della traduzione da una lingua naturale a un’altra

Il modo più razionale di mettere in evidenza la natura linguistica e creativa del processo traduttivo Lni → Lnj consiste nell’analizzare il meccanismo di realizzazione di tale operazione da parte di un traduttore umano nelle sue due fasi – l’analisi e la sintesi. Alcuni dei problemi che si incontrano durante la realizzazione di queste due fasi sono oggetto dei tre paragrafi di questo capitolo.

2.2.1 L’informazione necessaria alla traduzione

Muovendo dai tratti specifici delle lingue naturali, introdurremo qui un concet- to di capitale importanza sia per la teoria della traduzione tradizionale che per quella della traduzione automatica (che, per quanto ne sappiamo, finora non è mai stato for- mulato dalla letteratura teorica): il concetto di informazione necessaria alla traduzio- ne – I (Tn ) (si veda Lûdskanov 1964: 310).

Chiunque si sia trovato a effettuare una traduzione (così come è sempre stato messo in luce da coloro che hanno trattato i problemi della traduzione) sa bene che nel-

26

la maggior parte dei casi un’espressione linguistica o un mezzo linguistico è in sé in- traducibile fuori dal contesto. Cerchiamo di osservare ciò che sta dietro a questa verità elementare. Per tradurre un messaggio61 concretizzato nella forma di una data Lni in un’altra lingua naturale data, tale messaggio deve essere compreso. Questa compren- sione (in altre parole l’identificazione del senso, dell’informazione veicolata dal mes- saggio, inclusi tutti i fattori di tipo emozionale, stilistico ecc. – livello l1) che presup- pone un’analisi e dei passaggi successivi dal livello più superficiale a quello più pro- fondo della lingua data, si riduce in ultima istanza a un’identificazione univariante (u- na scelta) dei significati attualizzati degli elementi linguistici del messaggio immesso. Questa scelta, che non è stata preliminarmente regolamentata (si veda di seguito la quarta parte), presuppone, come d’altronde qualsiasi scelta, non solo la conoscenza de- gli elementi (dei dati) tra i quali verrà operata e delle relative regole, ma innanzitutto la presenza di una certa informazione, la quale deve permettere di effettuare la scelta data attenendosi alle regole date.

Ed è proprio alla luce di questo fatto che è possibile comprendere l’importanza dell’affermazione comune secondo la quale gli elementi delle Ln sono intraducibili fuo- ri dal contesto: nella maggior parte dei casi sono intraducibili fuori dal contesto (nel senso più ampio del termine) poiché, se analizzati singolarmente e indipendentemente dagli altri, generalmente non permettono di estrapolare una quantità sufficiente di in- formazione necessaria a effettuare la scelta corrispondente e di conseguenza alla loro comprensione e traduzione. Se si opera un confronto con i linguaggi artificiali è possi- bile osservare in modo ancora più chiaro questo aspetto fondamentale del processo tra- duttivo tra le lingue naturali.

Supponiamo che un dato individuo conosca il bulgaro, il linguaggio Morse e il russo. Di conseguenza sa che alla lettera a dell’alfabeto bulgaro corrisponde . – del lin-

61 Per semplificare il nostro lavoro, con l’espressione messaggio immesso intenderemo una frase. Ma pur ammettendo questa semplificazione, non dobbiamo dimenticare che molto spesso, e soprattutto quando oggetto del processo traduttivo sono testi letterari, la comprensione di una data frase dipende dalla comprensione del paragrafo, dell’intero capitolo dell’opera, dei suoi legami col mondo esterno, ecc.

27

guaggio Morse (ovvero il significato di a = . -) e che la parola bulgara d ̋rvodelec ha due significati in russo: stolâr (falegname) e plotnik (carpentiere). Nel primo caso l’in- formazione che si ricava analizzando il singolo elemento (cioè lo stabilire o il sapere che a = . -) è sufficiente per poterlo comprendere e tradurre (in quanto non si pone nes- suna scelta) in virtù del fatto che gli La si fondano sul principio della corrispondenza biunivoca e non sono mai polisemici. Ma nel secondo caso le cose stanno diversamen- te: l’informazione ricavata dall’analisi del singolo elemento (ovvero lo stabilire o il sa- pere che d ̋rvodelec → stolâr o plotnik) non è sufficiente per effettuare la scelta neces- saria, cioè per stabilire se il vero significato è rappresentato dalla prima o dalla seconda corrispondenza. Se teniamo a mente questo fatto, non è difficile constatare che per es- sere in grado di operare la scelta necessaria e quindi di capire e tradurre una data e- spressione linguistica, il traduttore deve disporre di (o essere in grado di estrapolare) una quantità di informazione maggiore di quella che può essere ricavata dall’elemento corrispondente stesso. Indicheremo l’insieme di informazioni su un’espressione o su una data struttura linguistica che il traduttore umano deve essere in grado di accumula- re per poterla comprendere e quindi tradurre con il termine «informazione necessaria alla traduzione» – I (Tn). La quantità e la composizione di questa I (Tn) sono sempre condizionate dai tratti peculiari di una coppia di lingue naturali date (per esempio Ln1 e Ln2 ) e di conseguenza variano per le diverse coppie di lingue, così come per la tradu- zione dei diversi tipi di testo da una lingua naturale data a un’altra lingua naturale data (si veda anche Lûdskanov 1964).

Detto questo è opportuno porsi la seguente domanda: in che modo e da che fon- te il traduttore umano può accumulare l’I (Tn)? Muovendo da quanto affermato sopra in merito al problema della determinazione dei significati delle espressioni linguistiche, possiamo a grandi linee rispondere come segue: il traduttore può accumulare tale in- formazione attraverso un’analisi linguistica, facendo riferimento in primo luogo al

28

contesto linguistico dell’espressione da tradurre nel messaggio immesso, e in secondo luogo riferendosi al sistema della lingua stessa del messaggio impressa nella sua me- moria (in questo caso il Lint1, cioè il sistema di riferimento, coincide con la Ln1). Tutta- via (come si mette in evidenza sempre e a ragione nei trattati dedicati ai problemi della traduzione letteraria), talvolta l’informazione ricavata attraverso l’analisi linguistica non è sufficiente, in quanto la scelta del traduttore deve essere condizionata anche dal- la conoscenza dell’epoca, dei tratti peculiari dell’opera, del punto di vista letterario e estetico dell’autore, ecc. In tutti questi casi si usa dire, in modo non del tutto esatto, che il traduttore compie un riferimento alla realtà. Questo tipo di riferimento è un ele- mento imprescindibile della cosiddetta «analisi extralinguistica».62

Quanto abbiamo affermato finora ci permette di tracciare le seguenti linee generali del meccanismo linguistico del processo traduttivo: la realizzazione della pri- ma fase di questa operazione – l’analisi – è finalizzata a estrapolare l’informazione veicolata dal messaggio immesso; tale estrapolazione presuppone la comprensione. Il processo di comprensione consiste in un’identificazione univariante (una scelta) dei si- gnificati attualizzati degli elementi linguistici del messaggio immesso. Grazie allo spe- cifico delle lingue naturali (e soprattutto al fatto che esse non si fondano sul principio della corrispondenza biunivoca), questa identificazione, o meglio questa scelta, che è di natura creativa, può essere effettuata soltanto disponendo di una serie di dati com- plementari. L’insieme dei dati che è possibile ricavare dall’analisi del singolo elemento linguistico, di questi dati complementari (compresa la conoscenza della coppia di lin-

62 Non dimentichiamo che il modo in cui stiamo descrivendo i fatti è ancora molto semplificato perché in verità il traduttore non opera un confronto direttamente con la realtà stessa, bensì con le sue cono- scenze sulla realtà, le quali possono esistere nella sua memoria solo nella forma di un dato codice. Di conseguenza, anche qui ci troviamo di fronte a un’analisi linguistica. D’altra parte, il traduttore si trova talvolta obbligato a sforzarsi di “vedere”, di immaginare i fatti a cui ha assistito l’autore, e questo pro- cesso d’immaginazione è di fatto una traduzione dal secondo sistema di segni al primo e viceversa. Infi- ne, nel caso in cui tale procedimento non dia i risultati sperati, il traduttore può vedersi obbligato a esa- minare le “cose” stesse. Di conseguenza, l’analisi che abbiamo definito «extralinguistica» presuppone dei riferimenti non solo alla realtà stessa ma anche ai due sistemi di segni.

29

gue naturali date), costituisce l’informazione necessaria alla traduzione I (Tn). In virtù dello specifico delle lingue naturali tale I (Tn) può in teoria essere ricavata attraverso due tipi di analisi – l’analisi linguistica e l’analisi extralinguistica. Per quanto concerne l’ana- lisi linguistica, può basarsi soltanto sui signifiant (analisi linguistica formale) e/o sui si- gnifié (analisi del contenuto). La realizzazione di questi due tipi di analisi presuppone passaggi successivi tra i vari livelli della lingua data e riferimenti a un linguaggio d’intermediazione dato Lint1 che è impresso nella memoria del traduttore (o che si concre- tizza sotto forma di vocabolario, manuali, regole ecc.). Questo linguaggio d’intermedia- zione contiene in primo luogo la Ln1 nella quale sono espressi i significati degli elementi linguistici del messaggio immesso (per un lettore che non conosce altre lingue è la lingua dell’originale, mentre per il traduttore sono la lingua del messaggio immesso e la lingua ricevente messe in relazione da un sistema semiotico sovrastante) e in secondo luogo un insieme di dati sulla realtà, codificati attraverso il primo e il secondo sistema di segni. L’immagine che abbiamo appena delineato è sicuramente molto semplificata, cionono- stante, da un lato è in grado di dare un’idea dell’ampiezza e la complessità dei problemi che la teoria della traduzione dovrebbe ma non ha finora affrontato, e dall’altro permette di formulare delle considerazioni di grande importanza per la teoria della traduzione u- mana e per la teoria della TA: la necessità di realizzare nel corso del processo traduttivo l’analisi linguistica ed extralinguistica è condizionata dalla natura stessa delle lingue na- turali e della traduzione medesima; la determinazione della quantità, della composizione e degli elementi costitutivi dell’I (Tn) per delle coppie di lingue date deve rappresentare una delle preoccupazioni fondamentali di qualsiasi teoria non generale della traduzione; la formalizzazione dell’analisi extralinguistica e la “trasformazione” dell’analisi lingui- stica fondata sui signifié in analisi linguistica formale costituiscono la conditio sine qua non della TAe ne determinano i problemi linguistici fondamentali.63

63 Dobbiamo notare che l’introduzione del concetto di I (Tn) permette di formulare

30

Questa sommaria descrizione di alcuni degli aspetti del meccanismo di analisi ci ha permesso di constatare che il carattere creativo del processo traduttivo tra due lingue naturali si manifesta nella necessità di effettuare delle scelte preliminarmente non regolamentate tra i significati (signifié) attualizzati degli elementi linguistici del messaggio immesso. A questo punto ci apprestiamo ad esaminare in che modo tale problema si pone durante il processo di sintesi.

un’ipotesi che dovrebbe essere oggetto di un’analisi approfondita. Per semplificare le cose possiamo affermare che l’I (Tn) comprende tutto quello che il traduttore deve sa- pere per realizzare una comunicazione totale, cioè per essere in grado di individuare, sia durante il processo di comprensione sia durante il processo traduttivo, un’informa- zione invariante (ovviamente nella misura in cui questo è possibile). Tuttavia può ac- cadere che per diverse ragioni il traduttore non sia in grado di estrapolare l’I (Tn) (a causa della scarsa conoscenza delle lingue, della realtà ecc.) e che nel corso dell’analisi egli estrapoli una quantità minore d’informazione. Questo fatto evidente, a cui inoltre sono imputabili gli innumerevoli e deplorevoli insuccessi nella pratica della traduzione, ci obbliga a vedere, oltre al lato soggettivo, il lato oggettivo del problema, e ci porta a formulare la seguente conclusione: lo studio del meccanismo linguistico del processo traduttivo tra due lingue naturali condiziona non solo l’introduzione del concetto di I (Tn), ma anche del concetto di «informazione traduttiva disponibile» – I (Td). L’introduzione e l’analisi logica di questo concetto prospettano le seguenti possibilità: si dovrebbero ricercare le cause dell’intraducibilità fra due lingue date proprio nel rap- porto fra l’informazione necessaria e l’informazione disponibile. È possibile variare in modo consapevole la quantità e la composizione dell’I (Td) e ottenere di conseguenza delle traduzioni aventi gradi di approssimazione diversi. È soprattutto il caso della co- siddetta traduzione scolastica, della traduzione parola per parola ecc. Allo stesso modo, è proprio alla luce di queste considerazioni che si dovrebbe ricercare la spiegazione te- orica dei numerosi e ben noti casi di pratica della traduzione nei quali, per motivi di ti- po sociale (si veda Meteva 1963), il traduttore si allontana più o meno dal testo origi- nale. Analogamente constatiamo l’esistenza di rapporti diversi tra l’informazione ne- cessaria e quella disponibile nel cosiddetto approccio 95% della teoria e della pratica della TA, nei diversi tipi di traduzione automatica semplificante ecc.

31

2.2.2 Il principio funzionale

La realizzazione della prima fase del processo traduttivo, cioè l’analisi (analisi linguistica formale, del contenuto e extralinguistica, passaggi successivi dal livello su- perficiale a quello profondo, riferimento al Linti dato) deve permettere al traduttore di effettuare le scelte necessarie, di individuare i significati da attualizzare (signifié) degli elementi linguistici del messaggio immesso, in altri termini, di comprenderlo, ricavar- ne l’informazione che veicola e raccogliere di conseguenza l’I (Tn). È evidente che l’informazione che il traduttore ha estrapolato dal messaggio immesso, come del resto qualsiasi altra informazione, esiste soltanto nella forma di un dato codice. Questa con- statazione ci induce a formulare un’altra importante conclusione: il Linti dato serve so- litamente non solo da sistema di riferimento nel processo di comprensione, ma anche da codice nei cui simboli l’informazione che il traduttore ha estrapolato dal messaggio immesso si concretizza nella sua memoria. Di conseguenza, la prima fase del processo traduttivo tra due lingue naturali date può essere rappresentato come Lni → Linti, ovvero come una traduzione dalla lingua naturale emittente a un linguaggio d’intermediazione dato, come una scelta dei signifié degli elementi linguistici del messaggio immesso e la loro rappresentazione attraverso i mezzi del Lint dato.

Ci accingiamo ora ad analizzare alcuni aspetti della seconda fase del processo traduttivo Lni → Lnj, cioè la sintesi.64 È evidente che se è possibile rappresentare la fase

64 È opportuno sottolineare ancora una volta che nella mente del traduttore queste due fasi non si susseguono in una successione lineare ideale come le abbiamo descritte so- pra. Tenendo conto di questa osservazione dobbiamo constatare l’esistenza di un pro- blema molto importante (che fino ad ora non è mai stato oggetto di indagini scientifi- che) – il fatto che il processo di realizzazione di queste due fasi, o piuttosto il processo di realizzazione di ognuna di esse in particolare, si suddivide ulteriormente nei diversi livelli della comunicazione e nei livelli delle strutture delle rispettive lingue. Il che sol- leva inoltre un altro problema di grande interesse e rilevanza per la teoria della TA – quello di determinare la successione dei diversi tipi di analisi linguistica nel processo

32

di analisi come Lni → Linti, la fase di sintesi può essere rappresentata in modo inverso come Linti → Lnj, cioè come una traduzione dal linguaggio d’intermediazione dato alla lingua naturale ricevente, come una scelta dei signifiant degli elementi di questa lingua. Nella parte precedente della nostra trattazione abbiamo preso in esame alcuni aspetti del pro- cesso di codifica, produzione e sintesi di un messaggio linguistico, e abbiamo osservato che in linea di principio questi processi sono analoghi ai processi di analisi, decodifica e comprensione, ma avvengono in senso inverso. Anche durante il processo di sintesi il tra- duttore fa riferimento al linguaggio d’intermediazione dato, effettua passaggi successivi dal livello più profondo a quello superficiale e sceglie i signifiant (livello l5) degli ele- menti della lingua ricevente per comporre il messaggio d’uscita. Bisogna osservare che normalmente, durante la realizzazione del processo traduttivo tra due lingue naturali date, il Linti impiegato come sistema di riferimento durante la comprensione (l’analisi) coincide con il Linti impiegato durante la sintesi. Inoltre ne consegue che, come abbiamo già detto (si veda lo schema a pagina 30 e Mounin 1964), il linguaggio d’intermediazione impiega- to nel processo traduttivo deve essere un sistema semiotico sovraordinato che metta in re- lazione i mezzi e le strutture delle due lingue naturali date e che rifletta i loro modi diversi di segmentare la realtà. A questo punto non ci occuperemo più di queste questioni e prenderemo in esame un altro aspetto del meccanismo linguistico di sintesi.

Supponiamo che attraverso l’analisi il traduttore abbia estrapolato l’informazio- ne veicolata dal messaggio immesso e che adesso debba esprimere tale messaggio at- traverso i mezzi della lingua naturale ricevente (Lnj). Una delle tesi fondamentali della filosofia marxista materialista dimostra che non esistono contenuti senza forma e quin- di contenuti inesprimibili. Ma tale tesi, in linea teorica incontestabile, solleva una serie di problemi pratici nell’ambito della traduzione che sono stati a lungo causa di equivo- ci. Il traduttore legge il messaggio immesso, lo comprende e incomincia a tradurlo. Ma come dimostra lo studio del lavoro pratico del traduttore, dopo aver letto il messaggio

della TA – l’analisi lessicale, morfologica e sintattica (si veda per esempio Ânakiev 1963).

33

immesso, ad esempio un libro (ammesso che si sia preso la briga di leggerlo prima), il traduttore non lo chiude e inizia a scrivere indipendentemente dal prototesto, ma parte dai mezzi linguistici di questo testo, dalle frasi, le costruzioni, le parole, gli elementi grammaticali ecc., in altre parole sostituisce gli elementi linguistici del messaggio im- messo con elementi linguistici (o combinazioni di elementi) della lingua ricevente. Ed è proprio in questo momento e proprio al livello della forma degli elementi linguistici (signifiant) che si pone il seguente problema: in che modo il traduttore può svolgere il suo compito nella consapevolezza che gli elementi delle due lingue date non coincido- no, che una di esse può disporre di elementi che l’altra non possiede, che il numero e i campi dei loro significati sono diversi, così come sono diverse le loro valenze connota- tive e stilistiche, il modo in cui esse segmentano il mondo esterno, ecc. (si veda Lû- dskanov 1963, 1959, 1958a, 1958b in cui questo problema è esaminato in modo detta- gliato e si introducono i concetti di «equivalenza funzionale» e «principio funzionale»).

È evidente che questo problema non può essere risolto al livello della forma (l5) degli elementi linguistici, dei signifiant, ma a livelli più profondi e più precisamente al livello dei significati degli elementi linguistici (l1), dell’informazione che veicolano, cioè al livello dei signifié. Semplificando, possiamo descrivere la situazione nel se- guente modo: in virtù del suo signifié, ogni elemento linguistico veicola una certa in- formazione e possiede una certa funzionalità – quella di suscitare la comparsa di una serie di percezioni intellettuali e emozionali nella coscienza del soggetto percepente. Le stesse percezioni possono essere suscitate nella coscienza di un locutore di un’altra lingua attraverso altri mezzi linguistici che normalmente differiscono dai primi per la forma. Di conseguenza, una traduzione “mezzo linguistico per mezzo linguistico” a partire dal livello dei signifiant è impossibile (poiché generalmente essi non coincido- no), ma è invece possibile realizzare una traduzione funzionale determinando, nel cor- so dell’analisi, la funzionalità degli elementi linguistici del messaggio immesso e, a partire dai signifié determinati, è possibile esprimere questa funzionalità attraverso i

34

mezzi della lingua ricevente (Lnj ), i quali differiscono dai primi dal punto di vista for- male. D’altra parte, è evidente che la funzionalità degli elementi linguistici del mes- saggio immesso è condizionata dall’informazione che devono trasmettere, ed è proprio su questo fatto evidente che si fonda il principio funzionale della traduzione, conside- rato uno strumento fondamentale per la realizzazione del processo traduttivo tra due lingue naturali, indipendentemente dal genere testuale che si traduce. Per essere in gra- do di stabilire che l’elemento B di Lnj corrisponde all’elemento A di Lni si deve partire da qualcosa che le due lingue hanno in comune, ossia un invariante. Questo invariante deve essere cercato nella funzionalità degli elementi linguistici, nell’informazione che veicolano, ed è a questo livello che è possibile trovare una soluzione al problema che si era posto.

Osserviamo un altro aspetto di questo problema. A causa del loro diverso svi- luppo storico, le differenze tra degli elementi linguistici dati, appartenenti a coppie di lingue naturali diverse, non sono le stesse. In altre parole, la barriera linguistica fra due lingue date differisce dalla barriera linguistica che separa altre due lingue date. Analo- gamente, da un punto di vista formale, la differenza tra gli elementi appartenenti a li- velli diversi e a sottocodici diversi (livelli stilistici) di una stessa lingua non è la stessa. Per esempio, è risaputo che la differenza tra il lessico terminologico di due lingue na- turali date è molto inferiore alla differenza tra i loro elementi connotativi; questo per- mette di distinguere diversi tipi (classi) di corrispondenze sulla base della loro “distan- za” formale (al livello dei signifiant) dai rispettivi elementi immessi (si veda Lûdska- nov 1963, 1958).65 Non è difficile constatare che, vista la diversa “distanza” dai rispet- tivi elementi immessi, l’individuazione, durante il processo traduttivo, delle corrispon-

65 Così per esempio si può parlare di corrispondenze assolute (traktor – tracteur), di corrispondenze di- rette (Haus – maison), di corrispondenze indirette (stol – table), di corrispondenze ottenute attraverso sostituzioni, compensazioni e anche tramite la trasposizione di immagini letterarie, ecc.

35

denze appartenenti alle diverse classi, presuppone quantità diverse di I (Tn), per esem- pio la quantità di I (Tn) di cui si deve disporre per stabilire una corrispondenza assoluta, mettiamo tracteur – traktor, è molto inferiore a quella necessaria a effettuare una “compensazione” in un’altra parte del testo e con altri mezzi, e che l’impiego di diversi tipi di corrispondenza crea l’illusione che esistano gradi diversi di fedeltà a seconda del generale testuale che si traduce (si veda una trattazione più dettagliata in Lûdska- nov 1959 e relativa bibliografia). A partire da questa impressione illusoria alcuni autori fanno il seguente ragionamento: poiché i diversi tipi di testo da tradurre si caratterizza- no per l’impiego di elementi linguistici di un certo tipo (per esempio i testi scientifici per l’impiego di elementi terminologici e i testi letterari per l’impiego di elementi con- notativi) e poiché questi tipi di elementi linguistici hanno diversi tipi di corrispondenza, il grado di fedeltà della traduzione dei diversi tipi di testo deve variare. Questo punto di vista, a nostro parere errato (si veda Lûdskanov 1959), così come il punto di vista secondo il quale il grado di libertà66 che il traduttore può permettersi varia secondo il

66 La pratica della traduzione dimostra che il traduttore gode di una certa libertà nella scelta dei mezzi linguistici. Questo ci obbliga a fare la seguente considerazione: può apparire paradossale, ma questa libertà è la conseguenza del fatto che le lingue naturali e i loro elementi non sono descritti in modo sufficientemente preciso. Quando le relati- ve scienze saranno in grado di fornire una descrizione esatta del sistema dei segnali degli elementi emozionali ed estetici e della loro percezione nel tessuto di un’opera let- teraria, così come dei rispettivi elementi linguistici e di tutti i fattori che determinano l’equivalenza o la non-equivalenza di questi mezzi linguistici, la libertà del traduttore si trasformerà, secondo l’espressione molto azzeccata di Engels, in una necessità con- sapevole. Quindi, se il traduttore sa che nel caso in cui trovi i fattori di equivalenza x, y, z, …, può e deve scegliere per l’elemento A di Lni l’elemento B di Lnj in quanto corri- spondenti, non deve fare altro che realizzare l’operazione logica x ^ y ^ z, ^, …, ^ n → B ed è evidente che in queste circostanze non avrà alcuna libertà di scelta. Se invece, in virtù della sinonimia degli elementi di Lnj potesse scegliere la corrispondenza C, ciò significherebbe che C è l’erede della stessa implicazione x ^ y ^ z, ^, …, ^ n → C, da cui consegue che B ≈ C, cioè che sono identici e che quindi anche in questo caso non si può parlare di libertà di scelta.

36

genere testuale (per esempio libertà minima quando si traducono testi scientifici e li- bertà massima quando si traduce una poesia), sono la conseguenza delle apparenti dif- ferenze al livello della forma, dei signifiant, delle due lingue, e della mancata com- prensione del fatto che le differenze formali nascondono l’invariante comune che le unisce – la loro funzionalità comune, la stessa informazione che veicolano. Possiamo rappresentare graficamente quanto detto secondo il seguente schema:

Livelli formali (signifiant) degli elementi lin- guistici – l5

1

2

3

4

traktor

k ̋ŝa

kaka

t ̋p kato galoš

Livelli semantici (signifié) degli elementi lin- guistici

tracteur

maison

soeur ainée

bête à manger du foin

Livello della funzionalità invariante (informa- zione) veicolata dagli elementi linguistici – l1

1

2

3

4

Questo schema mostra in modo evidente che dal punto di vista dell’identità for- male (signifiant – l5) la corrispondenza di 1 è molto più vicina al rispettivo elemento lin- guistico di partenza di quanto non lo sia la corrispondenza dell’elemento 3 o dell’elemento 4. Queste differenze formali sarebbero ancora maggiori se avessimo preso in considerazione degli elementi d’immissione che esprimono simbolizzazioni letterarie o personificazioni, per esempio colori, forze della natura, venti ecc. (si veda Cary 1957 e Problèmes 1957). Eppure, nonostante le differenze formali più o meno grandi rispetto a- gli elementi immessi, i diversi tipi di corrispondenza hanno in linea teorica qualcosa in comune – il fatto di veicolare la stessa informazione dei rispettivi elementi immessi, di avere la stessa funzionalità, la quale rappresenta il loro invariante al livello l1. Possiamo

37

definire la manifestazione di questi invarianti in una data lingua con il termine «equiva- lenza funzionale» (si veda Lûdskanov 1958), e la realizzazione della sintesi attraverso una scelta fra queste equivalenze con il termine «principio funzionale».

L’introduzione del concetto di principio funzionale e di equivalenza funzionale crea le condizioni preliminari per poter risolvere non solo i problemi evidenziati sopra, ma anche altri altrettanto importanti per la teoria della traduzione, quali la fedeltà, la tra- ducibilità e lo scopo della traduzione (si veda una trattazione più dettagliata in Lûdskanov 1959, 1963). Diversamente da quanto sostengono alcuni autori, la traduzione, in quanto strumento della realizzazione di qualsiasi comunicazione bilingue, non può avere uno scopo diverso da quello della comunicazione stessa, la quale, se si osservano le cose da un certo livello di astrazione, consiste sempre e in tutti i casi nel trasmettere un’informazione invariante. Allo stesso modo la traduzione non può che avere sempre e in tutti i casi lo stesso scopo – quello di trasmettere un’informazione invariante.67 Poiché il processo tra- duttivo, in tutti i casi e applicato a tutti i generi testuali, può avere soltanto uno scopo (tranne i casi in cui questo scopo venga consapevolmente modificato con l’introduzione dei sistemi di “riferimenti complementari”), anche il grado di fedeltà della traduzione de- ve essere sempre lo stesso e non varia in base al genere testuale che si sta traducendo né in base al lettore – si tratta sempre di una fedeltà funzionale. Nel processo di traduzione di testi di generi diversi, il grado di fedeltà resta invariato, ciò che cambia invece sono le strade e i mezzi che il traduttore impiega per conseguire questa fedeltà, utilizzando in al- cuni casi delle corrispondenze assolute che danno l’illusione di un grado di fedeltà mag- giore, e in altri delle corrispondenze indirette, delle compensazioni ecc. che danno l’illusione di un grado di fedeltà minore e di conseguenza l’illusione di una maggiore li- bertà.

67 Così in certi casi il testo originale, cioè il messaggio immesso, può avere lo scopo di suscitare perce- zioni intellettuali (per esempio un trattato scientifico) e in altri percezioni emozionali (per esempio una poesia lirica), ma lo scopo della traduzione dei due testi immessi sarà sempre lo stesso: trasmettere l’in- formazione contenuta nell’originale.

38

Ma la constatazione che ci interessa maggiormente è la seguente: la realizza- zione della prima fase del processo traduttivo – l’analisi – nel corso della quale il tra- duttore passa dal livello dei signifiant a quello dei signifié, dal livello l5 al livello l1 di Lin (dalla forma grafica del messaggio immesso all’informazione che veicola e alla sua rappresentazione nei termini del linguaggio d’intermediazione dato – Liint), cioè com- prende il messaggio, presuppone, vista la natura specifica delle lingue naturali (poli- semia, omonimia, sinonimia, diversa segmentazione della realtà ecc.) una scelta fra i significati attualizzati (signifié) degli elementi linguistici del messaggio. Allo stesso modo, la realizzazione della seconda fase del processo traduttivo – la sintesi68 – nel corso della quale il traduttore passa dal livello dei signifié espressi nella forma del Liint al livello l5 di Ljn (dall’informazione rappresentata nei mezzi del linguaggio di interme- diazione al messaggio prodotto), ovvero produce il messaggio d’uscita che deve veico- lare un’informazione invariante rispetto a quella veicolata dal messaggio immesso, presuppone, in virtù dello stesso specifico delle lingue naturali, una scelta dei corri- spondenti elementi (signifiant) della lingua ricevente.

Di conseguenza, il meccanismo del processo di analisi e di sintesi, che costitui- scono le due fasi del processo traduttivo tra due lingue naturali date (Lin → Ljn ), pre- suppone la realizzazione di un dato numero di scelte.69 Non è difficile rendersi conto che la necessità di queste scelte è condizionata dalla natura stessa delle lingue natura-

68 Osserviamo che dal punto di vista linguistico uno dei problemi più interessanti del processo di sintesi è costituito dalla descrizione del meccanismo di una sintesi poliva- riante, cioè una sintesi che renda tutte le espressioni dell’informazione immessa con- template dalla lingua ricevente e la scelta della migliore variante dal punto di vista sti- listico (si veda Mel ́čuk, Žolkovskij 1968).

69 Tra l’altro, la constatazione che l’analisi e la sintesi sono due processi analoghi che avvengono in senso inverso deriva dalle stesse considerazioni che abbiamo fatto nella seconda parte del nostro saggio in relazione al processo di decodifica e di comprensio- ne da un lato, e del processo di codifica e di produzione dall’altro.

39

li (inoltre questa constatazione è avvalorata dal fatto che operazioni analoghe applicate ai messaggi formulati nei termini degli Lia non presuppongono delle scelte di questo ti- po), e che, a causa dell’attuale stato della linguistica, della teoria della letteratura, della psicologia, dell’estetica ecc., queste scelte hanno carattere creativo (si veda di seguito la quarta parte) poiché non sono preliminarmente regolamentate né descritte da un punto di vista formale, così come non lo sono tutti i fattori di equivalenza e di non- equivalenza, le regole e i criteri delle relative scelte.

Quanto abbiamo detto ci permette di formulare la seguente conclusione: il meccanismo del processo traduttivo tra due lingue naturali date (Lin → Ljn) ha sempre, indipendentemente dal genere testuale che si traduce, un carattere creativo condizio- nato dalla natura linguistica di questa operazione e dallo specifico delle lingue natu- rali che presuppone scelte preliminarmente non regolamentate fra i signifié e i signi- fiant a tutti i livelli delle lingue naturali.

La descrizione del carattere linguistico creativo del processo traduttivo Lin → Ljn effettuato da un traduttore umano e la constatazione che sia il carattere creativo che la necessità dell’analisi linguistica, extralinguistica e dell’approccio funzionale (nel processo di traduzione di testi di qualsiasi genere) sono condizionati dalla natura lin- guistica stessa di questa operazione e non da cause esterne, ci permette di esprimere delle valutazioni su un altro tema molto discusso.

2.2.3 L’approccio linguistico e letterario

Come abbiamo già osservato nella nostra breve trattazione relativa allo svilup- po storico della pratica e della teoria della traduzione (si veda sopra la prima parte), i primi passi dei fautori della concezione linguistica della traduzione hanno incontrato

40

una forte resistenza da parte dei sostenitori della concezione letteraria (soprattutto degli stessi traduttori), i quali contestavano la tesi della natura linguistica del processo tradutti- vo che, secondo loro, avrebbe carattere puramente (o almeno quasi puramente) letterario. Partendo da questo punto di vista, gli autori in causa fanno considerazioni di questo tipo:

«Purtroppo qui [cioè nel campo della traduzione letteraria] la situazione non è soddisfacente. Nella misura in cui vengono studiate, le questioni relative alla tra- duzione letteraria sono trattate in modo isolato rispetto ai grandi problemi che emergono nella letteratura del realismo socialista [...] e d’altronde, per molti teo- rici della letteratura sovietica, nemmeno sussistono. Così per esempio, nelle ope- re di L. Timofeev, G. Abramovič e altri, non si trova una sola parola sulla tradu- zione letteraria [...], il che dimostra una certa esitazione da parte loro di fronte a questi problemi. Analogamente, le opere degli esperti in traduzione, del resto po- co numerosi, non apportano sufficiente chiarezza in questo campo. Per esempio, A.V. Fëdorov considera la traduzione una forma di attività creativa nell’ambito della lingua e l’analizza da un punto di vista prettamente linguistico, senza mai accennare al fatto che la traduzione letteraria sia un’attività creativa nell’ambito della letteratura. La traduzione letteraria è un fenomeno della nostra letteratura nazionale e di conseguenza l’approccio ai suoi problemi deve essere letterario» (si veda Lejtes 1955: 103 e Rossel ́s 1955: 190 e sg).

L’essenza di questo tipo di punti di vista può essere riassunta come segue: poiché la traduzione letteraria è una specie, un tipo di attività letteraria, presuppone e necessita un approccio letterario, mentre l’approccio linguistico, necessario nell’ambito della tra- duzione non letteraria, se applicato alla traduzione letteraria non può che condurre al for- malismo (osserviamo che a questo proposito esistono posizioni più moderate che ammet- tono la necessità di entrambi gli approcci, ma «con un ruolo preponderante di quello lette- rario»). Opinioni di questo tipo hanno dato vita al dibattito sulla priorità dell’approccio letterario nell’ambito della traduzione letteraria. Pur non potendo qui analizzare in modo

41

approfondito la questione (si veda Lûdskanov 1963), dobbiamo sottolineare che dal no- stro punto di vista queste convinzioni sono inaccettabili. Nonostante affermino in modo categorico la necessità dell’approccio letterario, questi autori di solito non ne chiariscono l’essenza. Un’analisi dei loro scritti permette di affermare che a loro avviso l’approccio letterario avviene nel seguente modo: traducendo un’opera letteraria, ovvero scegliendo in ultima istanza gli elementi di Ljn che permetteranno al messaggio prodotto di suscitare le stesse percezioni estetiche nella coscienza del lettore (in altre parole realizzando le scelte necessarie dei signifié e dei signifiant), il traduttore deve tenere conto di un vasto numero di fatti extralinguistici. E poiché questi fatti extralinguistici sono solitamente di natura letteraria – lo stile, il credo letterario, il contesto emozionale ecc. – l’approccio ri- ceve il nome «letterario». È assolutamente incontestabile che il traduttore debba tenere conto di tutti questi fatti e di molti altri ancora. Ma affermare che ciò sia condizionato dal- la natura specifica della traduzione letteraria è un errore. In fondo, il riferirsi a tutti questi fatti è un riferirsi a dei fatti extralinguistici o, in altre parole, costituisce quello che abbia- mo definito convenzionalmente con il temine «analisi extralinguistica». Ma come questa stessa analisi e la necessità di effettuarla, tali fatti sono condizionati dalla natura delle lin- gue naturali (è incontestabile che le opere letterarie esistono solo nella forma di una data lingua naturale). Di conseguenza, dobbiamo constatare che l’approccio letterario non è che una manifestazione della necessità generale di realizzare, durante il processo tradut- tivo, un’analisi extralinguistica; tale necessità è condizionata dalla natura linguistica di questo processo e si manifesta, sebbene in altre forme, durante la traduzione di tutti i ge- neri testuali. Pensiamo a quel punto di vista molto diffuso e in sé giusto secondo il quale il traduttore di testi scientifici (per esempio di un trattato di chimica organica o di zoologia) deve possedere delle conoscenze nei relativi ambiti scientifici. Queste conoscenze però sono necessarie unicamente alla realizzazione dell’analisi extralinguistica. Ma questo

42

fatto incontestabile ci permette forse di affermare che la traduzione di testi scientifici di questo tipo ha una natura chimica o zoologica e richiede un approccio chimico o zo- ologico?

La necessità di fare riferimento alla realtà e di effettuare un’analisi extralingui- stica condizionata dalla natura stessa delle lingue naturali e del processo traduttivo, è una necessità generale che sussiste nella traduzione di tutti i generi testuali concretiz- zati nella forma delle lingue naturali. Questa necessità generale si manifesta in modo diverso nella traduzione dei diversi generi testuali, ma ciò non permette di concludere che la necessità dell’approccio letterario (manteniamo il termine solo per non scostarci dalla tradizione) sia condizionata da motivazioni letterarie e dalla natura “letteraria” di questo genere di traduzione.

Per non tornare più su questi problemi, ci sembra opportuno spendere qualche parola sull’aspetto estetico della traduzione letteraria. Quanto abbiamo enunciato fino ad ora, e soprattutto il punto di vista semiotico generale sulla traduzione che abbiamo proposto, potrebbe dare l’impressione che sottovalutiamo questo aspetto della tradu- zione letteraria. Una tale impressione sarebbe errata. Non si può negare che anche le emozioni estetiche più profonde che l’opera letteraria originale deve suscitare sono il risultato di una comunicazione emozionale, fondata su una comunicazione intellettuale (si veda sopra la seconda parte). Ne consegue che il punto di vista semiotico sulla tra- duzione non solo è lontano dal sottovalutare questo aspetto del problema della tradu- zione letteraria, ma anzi fornisce una base comune per la sua analisi scientifica. Pos- siamo parlare dell’influenza estetica dell’opera originale e soprattutto della sua tradu- zione senza conoscere il meccanismo di questa influenza? Inoltre questo punto di vista si afferma in quanto la teoria della letteratura (che secondo i fautori dell’approccio let- terario dovrebbe contemplare la teoria della traduzione letteraria) inizia a compiere tentativi sempre più sistematici di penetrare nella natura dell’atto letterario creativo e di descriverlo in modo esatto alla luce dei principi della semiotica, della teoria dell’informazione e della cibernetica.

43

Ed è proprio il coordinamento degli studi funzionali della traduzione letteraria in quanto tipo di processo traduttivo, con gli studi tradizionali della traduzione lettera- ria in quanto prodotto, che permetterà di creare le condizioni necessarie allo sviluppo della scienza, ribadiamo della scienza, della traduzione letteraria in quanto ambito di applicazione della teoria generale della traduzione, il che esclude la negazione ingiusti- ficata degli uni come degli altri.

In questa parte abbiamo cercato di fornire una descrizione di alcuni aspetti del meccanismo linguistico del processo traduttivo fra due lingue naturali realizzato da un traduttore umano. Questa trattazione, sebbene sommaria e incompleta, mostra la com- plessità di questi problemi e fa intuire le indagini approfondite e di lunga durata neces- sarie a una loro descrizione esatta e spiegazione scientifica. Non è difficile rendersi conto che questi problemi diventano sempre più complessi e difficili da risolvere quando si intende affidare la realizzazione del processo traduttivo a una macchina, cioè realizzare una traduzione automatica. Alcuni dei problemi che la riguardano sono og- getto dell’ultima parte del nostro lavoro.

44

2.3 Riferimenti bibliografici

ÂNAKIEV M. 1963 B ̋lgarsko stihoznanie, Sofiâ.
CARY E. 1957 Traduction et poésie, in Babel, n. 1.
LEJTES A. 1955 Hudožestvennyj perevod kak âvlenie rodnoj literatury, in Voprosy

hudožestvennogo perevoda, Sovetskij Pisatel ́, Moskvà.
LÛDSKANOV A. 1958a Princip ̋t na funkcionalnite ekvivalenti – osnova na teoriâta i

praktikata na prevoda, in Ezik i literatura, n. 5.
LÛDSKANOV A. 1958b Vvedenie v teoriû perevoda, A. V. Fëdorov, in Ezik i literatu-

ra, n. 6.
LÛDSKANOV A. 1959 Za stepenta na točnostta na prevoda, in Ezik i literatura, n. 1. LÛDSKANOV A. 1963 Za predmeta, mâstoto, sistematikata i metodologiâta na obŝa-

ta teoriâ na prevoda, Sofiâ, tesi di laurea, vol. 1 e 2.
LÛDSKANOV A. 1964 Osnovi na teoriâta ma mašinniâ prevod s ogled na rusko-

b ̋lgarski MP, in Godišnik na Sofiiskiâ Universitet, Filologičeski Fakultet, vol.

58, prima parte.
MEL ́ČUK I. A., ŽOLKOVSKIJ A. K. 1968 O vozmožnom metode i instrumentah se-

mantičeskogo sinteza, in Problemy kibernetiki, n. 19.
METEVA E. 1963 Nekrasov v b ̋lgarski prevod, in Godišnik na Sofiiskiâ Universitet,

Filologičeski Fakultet, vol. 57.
MOUNIN G. 1964 Les problèmes théoriques de la traduction, Gallimard, Paris. PROBLÈMES 1957 Problèmes de la couleur, Exposés et discussions du Colloque du

Centre de Recherches de Psychologie comparative, S.E.V.P.E.N. ROSSEL ́S V. 1955 Perevod i nacional ́noe svoeobrazie podlinnika, in Voprosy hu-

dožestvennogo perevoda, Sovetskij Pisatel ́, Moskvà.

45