Vasilij Grossman Vita e destino Prima parte

1

Sopra la terra c’era nebbia. Sui cavi dell’alta tensione, tesi lungo la strada, rilucevano i riverberi dei fari delle auto.

Non pioveva, ma all’alba la terra diventò umida, e quando si accendeva il segnale di interdizione sull’asfalto bagnato appariva una vaga chiazza rossastra. Il respiro del lager si sentiva da molti chilometri di distanza – vi tendevano, addensandosi sempre più, cavi, strade e binari. Questo era uno spazio pieno di linee rette, uno spazio di rettangoli e parallelogrammi che fendevano la terra, il cielo autunnale, la nebbia.

Cominciò l’urlo prolungato e sommesso di sirene distanti.

La strada si avvicinava alla ferrovia, e la colonna di automobili, cariche di cemento in sacchi di carta, si mosse per qualche tempo quasi alla stessa velocità del treno merci, infinitamente lungo. Gli autisti in cappotto militare non gettavano neanche uno sguardo ai vagoni che passavano accanto, alle chiazze pallide delle facce.

Dalla nebbia sbucò la recinzione del lager: file di cavi metallici, tesi tra pali di cemento armato. Le baracche si estendevano a formare larghe vie dritte. Nella loro monotonia si manifestava la disumanità dell’enorme lager.

Neanche tra un milione di isbe russe ce ne sono o ce ne possono essere due tanto simili da non distinguersi. Tutto ciò che è vivo è irripetibile. È inconcepibile che siano identici due esseri umani, due cespugli di rosa canina… La vita si attenua là dove la violenza tenta di cancellarne l’originalità e le peculiarità.

L’occhio attento e negligente del macchinista canuto osservava il susseguirsi delle colonnine di calcestruzzo, degli alti piloni con i riflettori girevoli, delle torri di cemento, dove attraverso il vetro si scorgeva la sentinella vicino alla mitragliatrice di torretta. Il macchinista fece un cenno all’aiutante, la locomotiva emise un segnale di avviso. Apparve la garitta illuminata dall’elettricità, la fila di macchine davanti alla sbarra a strisce, il rosso occhio bovino del segnale.

Da lontano si fecero sentire i fischi del convoglio che veniva in direzione opposta. Il macchinista disse all’aiutante:

– È Zucker, lo riconosco da quella voce pimpante, ha scaricato e se ne fila a Monaco con la ferraglia vuota.

Rombando, il convoglio vuoto incontrò il treno in arrivo al lager, l’aria lacerata si mise a scoppiettare, cominciarono a baluginare gli spiragli grigi tra i vagoni, d’improvviso i brandelli rotti dello spazio e della luce del mattino autunnale si riunirono in un tessuto che correva ritmicamente. L’aiutante del macchinista, tirato fuori di tasca uno specchietto, si diede uno sguardo alla guancia sudicia. Il macchinista con un gesto gli chiese lo specchietto.

L’aiutante disse con voce agitata:

– Ah, Genosse[1] Apfel, credetemi, potevamo tornare per pranzo, invece che alle quattro di mattina stanchi morti, se solo non ci si metteva questa disinfestazione dei vagoni. Come se poi la disinfestazione non si poteva farla da noi allo snodo.

Il vecchio si era stufato di quegli eterni discorsi sulla disinfestazione.

–  Dai un po’ il segnale lungo – disse – ci mandano non a quella di riserva, ma dritti alla piattaforma di scarico principale.

 

2

Nel lager tedesco, a Mihail Sidorovič Mostovskij toccò impiegare sul serio la sua conoscenza delle lingue straniere per la prima volta dopo il Secondo congresso del Komintern. Prima della guerra, quando viveva a Leningrado non gli capitava spesso di parlare con stranieri. Ora gli tornavano in mente gli anni in cui era emigrato a Londra e in Svizzera, dove nella comunità dei rivoluzionari si parlava, discuteva e cantava in molte lingue europee.

Il suo vicino di tavolaccio, il prete italiano Gardi, disse a Mostovskij che nel lager viveva gente di cinquantasei nazionalità.

Il destino, il colore del viso, i vestiti, lo strascicare dei passi, l’universale zuppa di ravizzone[2] e sagù[3] artificiale che i detenuti russi chiamavano «occhio di pesce» – tutto questo era identico per le decine di migliaia di abitanti delle baracche del lager.

Per i capi nel lager le persone si distinguevano dal numero e dal colore della fascetta di stoffa cucita sulla giacca: rossa per i politici, nera per i sabotatori, verde per i ladri e gli assassini.

Per via della diversità di lingue le persone non si capivano, ma erano legate da uno stesso destino. Esperti di fisica molecolare e di manoscritti antichi giacevano sul tavolaccio accanto a contadini italiani e pastori croati incapaci di scrivere il proprio nome. Quello che un tempo ordinava la colazione al cuoco e preoccupava la governante col suo poco appetito e quello che mangiava baccalà andavano insieme al lavoro, sbattendo le suole di legno, e si guardavano attorno con angoscia – magari stavano arrivando i Kostträger[4] – i portatori delle marmitte, «Kostrighi» come li chiamavano gli abitanti russi dei block.

Nel destino delle persone del lager l’affinità nasceva dalle differenze. Che nelle visioni del passato ci fosse un giardinetto vicino a una polverosa strada italiana, o il cupo fragore del mare del Nord, o un abat-jour di carta arancione nella casa del dirigente del personale al confine di Bobrujsk – per tutti i detenuti, senza eccezione, il passato era meraviglioso.

Quanto peggiore era stata la vita prima del lager, con tanto più zelo uno mentiva. Questa bugia non aveva scopi pratici, ma serviva a glorificare la libertà: fuori dal lager non si può essere infelici…

Prima della guerra questo era chiamato lager per criminali politici.

Poi era apparso un tipo nuovo di detenuti politici, creato dal nazionalsocialismo: criminali che non avevano commesso crimini.

Molti detenuti erano finiti nel lager perché in una conversazione con amici avevano espresso critiche al regime hitleriano, per una barzelletta a sfondo politico. Non avevano fatto volantinaggio né aderito a partiti clandestini. Ciò di cui li si accusava era che avrebbero potuto fare tutto questo.

Anche la reclusione dei prigionieri di guerra nei campi di concentramento politici era un’innovazione del nazismo. C’erano piloti inglesi e americani, abbattuti in territorio tedesco, e comandanti e commissari dell’Armata Rossa, interessanti per la Gestapo. Da loro si aspettavano informazioni, collaborazione, consulenze, firme in calce a dichiarazioni di ogni sorta.

Nel lager si trovavano sabotatori, cioè assenteisti che avevano cercato di abbandonare il lavoro nelle fabbriche e nei cantieri bellici senza autorizzazione. Anche la reclusione nel campo di concentramento di lavoratori per aver lavorato male era una conquista del nazionalsocialismo.

Nel lager si trovavano persone con pezze lilla sulle giacche: emigranti tedeschi che avevano lasciato la Germania nazista. Anche questa era un’innovazione del nazismo: chi lasciava la Germania, per quanto lealmente si fosse comportato all’estero, diventava un nemico politico.

Le persone con la fascia verde sulla giacca – ladri e scassinatori – erano i privilegiati dei lager politici; il comando militare si appoggiava a loro per la sorveglianza sui politici.

Anche nel potere del detenuto criminale su quello politico si manifestava lo spirito innovativo del nazionalsocialismo.

Nel lager si trovavano persone il cui destino era così singolare che non era stato trovato un colore di pezza che ne descrivesse uno simile. Ma anche per l’indiano incantatore di serpenti, per il persiano arrivato da Teheran a studiare la pittura tedesca, per il cinese studente di fisica il nazionalsocialismo preparava un posto sul tavolaccio, una gavetta di brodaglia e dodici ore di lavoro di scavo.

Giorno e notte continuava il viaggio dei treni merci verso i lager della morte, verso i campi di concentramento. Nell’aria c’erano i colpi delle ruote, il muggito delle locomotive, il fragore degli stivali di centinaia di migliaia di prigionieri che andavano al lavoro con numeri blu a cinque cifre cuciti addosso. I lager diventarono le città della Nuova Europa. Crescevano e si ampliavano con la propria planimetria, con i propri vicoli e piazze, gli ospedali, con i propri bazar di roba usata, i crematori e gli stadi.

Come sembravano ingenue e addirittura bonariamente patriarcali le vecchie carceri costrette nelle periferie cittadine in confronto a queste città-lager, in confronto al bagliore nero-vermiglio sopra i forni crematori, che faceva impazzire.

Sembrava che per il controllo di una tale massa di deportati servissero armate enormi di guardie e sorveglianti, che pure sfioravano il milione. Ma non era così. Gente con l’uniforme delle SS non compariva nelle baracche per settimane! Nelle città-lager i detenuti stessi si fecero carico delle mansioni di polizia. I detenuti stessi controllavano che venisse rispettato il regolamento interno delle baracche, badavano a che in cucina arrivassero solo patate marce e gelate, mentre quelle grandi e buone venissero smistate verso i depositi alimentari per l’esercito.

Erano detenuti i medici e i batteriologi negli ospedali e nei laboratori del carcere, i netturbini che spazzavano i marciapiedi del carcere, lo erano gli ingegneri che provvedevano alla luce del carcere, al calore del carcere, ai pezzi delle macchine del carcere.

La feroce ed efficiente polizia del lager – i kapò, che portavano sulla manica sinistra una larga fascia gialla, i Lagerältester, i Blockältester, gli Stubenältester – teneva sotto il proprio controllo tutta la verticale della vita del lager, dalle faccende che lo riguardavano nella sua interezza alle vicende private che succedevano di notte sui tavolacci. I detenuti erano ammessi alle operazioni segrete del regno del lager – persino alla stesura delle liste per la selezione, al trattamento degli inquisiti nelle Dunkelkammer[5] – portapenne di cemento. Sembrava che, sparendo i capi, i detenuti avrebbero continuato a mantenere la stessa alta tensione nei cavi, in modo che non si scappasse via ma si lavorasse.

Questi kapò e blockältester facevano da comandanti, ma sospiravano e a volte addirittura piangevano per coloro che portavano ai forni crematori… Tuttavia questo sdoppiamento non arrivava fino in fondo, nella lista per la selezione i propri nomi non ce li mettevano. A Mihail Sidorovič sembrava particolarmente sinistro che il nazionalsocialismo non arrivasse nel lager con un monocolo, superbo come un allievo ufficiale, estraneo al popolo. Il nazionalsocialismo viveva nel lager alla buona, non era isolato dal popolo minuto, scherzava al modo del popolo, e ridevano ai suoi scherzi; era un plebeo e si comportava in modo semplice, conosceva alla perfezione sia la lingua che l’anima e lo spirito di coloro che aveva privato della libertà.

 

 


[1] Tedesco: compagno.

[2] Pianta simile al cavolo, coltivata per i semi oleiferi.

[3] Farina alimentare ricavata dal midollo di parecchie specie di palme.

[4] Tedesco: portatori del cibo.

[5] Tedesco: camera oscura.

Vladimir Nabokov, Lolita traduzione dal russo di Владимир Набоков, Лолита MARTINA RICCIARDI Mémoire de traduction littéraire Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli» di Milano

Vladimir Nabokov, Lolita

Владимир Набоков, Лолита

     

MARTINA RICCIARDI

 

 

Université de Strasbourg

Institut de Traducteurs d’Interprètes et de Relations Internationales

Fondazione Milano Lingue

Master in Traduzione

 

primo supervisore: Prof. Bruno OSIMO

secondo supervisore: Dott.ssa Ema STEFANOVSKA

 

 

 

Master: Arts, Lettres, Langues

Mention: Langues et Interculturalité

Spécialité: Traduction et interprétation

Parcours: Traduction littéraire

Estate 2015

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

© Azbuka-Klassika, Sankt Peterburg, 2014

© Martina Ricciardi per l’edizione italiana 2015

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alimentare un rapporto affettivo con ciò che si fa produce effetti imprevedibili […] Perché un traduttore asettico e spassionato funziona come un computer, cioè, almeno per ora, funziona male.

Laura Salmon

 

 

English Abstract

 

 

For my final dissertation I translated the Russian version of Lolita by Vladimir Nabokov, a book firstly written in English and then translated into Russian by the author himself. I also analysed the narratological aspects of this novel such as the narrator, the focalization and the time of narration. In the third and last part of this thesis I analysed and commented my translation identifying the model reader, the dominant of the prototext and the translation loss. I also tried to explain the choices I made during the translation with the aim of preserving the peculiarities of the prototext as much as possible.

 

 

SOMMARIO

 

English Abstract 4

Traduzione: Lolita 6

Analisi Narratologica 48

1. Nabokov: cenni biografici 48

2. Lolita 49

3. La questione del narratore 51

4. Focalizzazione 52

5. Tempo della narrazione 54

Analisi traduttologica 56

1. Introduzione 56

2. Stile e registro del prototesto 57

3. Lettore modello e dominante 58

4. Strategie traduttive 60

5. Residuo traduttivo 61

Riferimenti bibliografici 63

 

Traduzione: Lolita

Лолита, свет моей жизни, огонь моих чресел. Грех мой, душа моя. Ло-ли-та: кончик языка совершает путь в три шажка вниз по нёбу, чтобы на третьем толкнуться о зубы. Ло. Ли. Та.

Она была Ло, просто Ло, по утрам, ростом в пять футов (без двух вершков и в одном носке). Она была Лола в длинных штанах. Она была Долли в школе. Она была Долорес на пунктире бланков

. Но в моих объятьях она была всегда: Лолита.Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Peccato mio, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un viaggio di tre passetti sul palato per toccare, al terzo, i denti. Lo. Li. Ta.

Era Lo, solo Lo, al mattino, un metro e cinquanta centimetri d’altezza (meno sei pollici con un calzino solo). Era Lola in pantaloni lunghi. Era Dolli a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei moduli. Ma tra le mie braccia era sempre: Lolita.

 

А предшественницы-то у нее были? Как же – были… Больше скажу: и Лолиты бы не оказалось никакой, если бы я не полюбил в одно далекое лето одну изначальную девочку. В некотором княжестве у моря (почти как у По).

Когда же это было, а?

Приблизительно за столько же лет до рождения Лолиты, сколько мне было в то лето. Можете всегда положиться на убийцу в отношении затейливости прозы.

Уважаемые присяжные женского и мужеского пола! Экспонат Номер Первый представляет собой то, чему так завидовали Эдгаровы серафимы – худо осведомленные, простодушные, благородно крылатые серафимы… Полюбуйтесь-ка на этот клубок терний.

Ma di predecessore ne ha avute? Certo che ne ha avute… Dirò di più: non ci sarebbe stata nessuna Lolita se io, in un’estate lontana, non mi fossi innamorato di una bambina iniziale. In un principato sul mare (quasi come in Poe).

Ma quand’è che è stato, eh?

Approssimativamente, tanti anni prima della nascita di Lolita quanti ne avevo io quell’estate. Potete sempre fare affidamento su un assassino per l’inventività della prosa.

Egregi giurati di sesso femminile e maschile! Il reperto numero primo rappresenta quello che tanto invidiavano i serafini di Edgar – i malinformati, sempliciotti, nobilmente alati serafini… Ammirate un po’ questo groviglio di spine.

2

Я родился в 1910-ом году, в Париже. Мой отец отличался мягкостью сердца, легкостью нрава – и целым винегретом из генов: был швейцарский гражданин, полуфранцуз-полуавстриец, с Дунайской прожилкой. Я сейчас раздам несколько прелестных, глянцевито-голубых открыток.

 

2

Sono nato nel 1910, a Parigi. Mio padre si distingueva per morbidezza di cuore, leggerezza d’indole – e tutt’un’insalata di geni: era cittadino svizzero, mezzo francese-mezzo austriaco, con una vena di Danubio. Adesso distribuirò alcune cartoline meravigliose, celeste lucido.

Ему принадлежала роскошная гостиница на Ривьере. Его отец и оба деда торговали вином, бриллиантами и шелками (распределяйте сами). В тридцать лет он женился на англичанке, дочке альпиниста Джерома Дунна, внучке двух Дорсетских пасторов, экспертов по замысловатым предметам: палеопедологии и Эоловым арфам (распределяйте сами).Era proprietario di un lussuoso albergo sulla Riviera francese. Suo padre e tutti e due i suoi nonni erano commercianti di vino, di brillanti e di seta (metteteli in ordine voi). A trent’anni si è sposato con un’inglese figlia dell’alpinista Jerome Dunn, e nipote di due pastori del Dorset, esperti di materie astruse: paleopedologia e le arpe eolie (metteteli in ordine voi).Обстоятельства и причина смерти моей весьма фотогеничной матери были довольно оригинальные (пикник, молния); мне же было тогда всего три года, и, кроме какого-то теплого тупика в темнейшем прошлом, у меня ничего от нее не осталось в котловинах и впадинах памяти, за которыми – если вы еще в силах выносить мой слог (пишу под надзором) – садится солнце моего младенчества: всем вам, наверное, знакомы эти благоуханные остатки дня, которые повисают вместе с мошкарой над какой-нибудь цветущей изгородью и в которые вдруг попадаешь на прогулке, проходишь сквозь них, у подножья холма, в летних сумерках – глухая теплынь, золотистые мошки.

 

Le circostanze e la causa della morte della mia fotogenicissima madre sono state piuttosto originali (un picnic, un fulmine); allora avevo tre anni e, fatta eccezione per un tiepido vicolo cieco nel passato buissimo, di lei non mi è rimasto niente negli avvallamenti e nelle cavità della memoria, dietro i quali – se avete ancora la forza di sopportare il mio stile (scrivo sotto sorveglianza) – tramonta il sole della mia infanzia: conoscerete tutti, forse, questi resti aromatici del giorno che stanno sospesi con i moscerini sopra una qualche siepe in fiore e nei quali t’imbatti d’un tratto durante una passeggiata, li attraversi, ai piedi di una collina, nel crepuscolo estivo – un tepore sordo, moscerini dorati.Старшая сестра матери, Сибилла, бывшая замужем за двоюродным братом моего отца – вскоре, впрочем, бросившим ее, – жила у нас в доме в качестве не то бесплатной гувернантки, не то экономки. Впоследствии я слышал, что она была влюблена в моего отца и что однажды, в дождливый денек, он легкомысленно воспользовался ее чувством – да все позабыл, как только погода прояснилась.La sorella maggiore di mia madre, Sibilla, era stata la moglie del cugino di mio padre – che presto, però, l’ha lasciata – viveva a casa nostra in qualità non si sa se d’istitutrice o di governante non retribuita. Poi sono venuto a sapere che era stata innamorata di mio padre e che una volta, in un giorno di pioggia, lui, a cuor leggero, s’è approfittato del suo sentimento – e poi s’è dimenticato tutto non appena il tempo s’è rischiarato.Я был чрезвычайно привязан к ней, несмотря на суровость – роковую суровость – некоторых ее правил. Может быть, ей хотелось сделать из меня более добродетельного вдовца, чем отец.Ero estremamente legato a lei, nonostante la severità – una severità fatale – di alcune sue regole. Forse voleva fare di me un vedovo più virtuoso di mio padre.

У тети Сибиллы были лазоревые, окаймленные розовым глаза и восковой цвет лица. Она писала стихи. Была поэтически суеверна. Говорила, что знает, когда умрет – а именно когда мне исполнится шестнадцать лет – и так оно и случилось.Zia Sibilla aveva gli occhi azzurri, bordati di rosa, e un colore cereo in faccia. Scriveva poesie. Era poeticamente superstiziosa. Diceva di sapere quando sarebbe morta – proprio quando avrei compiuto sedici anni – e proprio così è accaduto.Ее муж, испытанный вояжер от парфюмерной фирмы, проводил большую часть времени в Америке, где в конце концов основал собственное дело и приобрел кое-какое имущество.

Suo marito, esperto commesso viaggiatore di una casa di profumi, trascorreva gran parte del tempo in America, dove ha finito per fondare un’impresa propria e s’è comprato qualche immobile.Я рос счастливым, здоровым ребенком в ярком мире книжек с картинками, чистого песка, апельсиновых деревьев, дружелюбных собак, морских далей и улыбающихся лиц. Вокруг меня великолепная гостиница «Мирана Палас» вращалась частной вселенной, выбеленным мелом космосом, посреди другого, голубого, громадного, искрившегося снаружи.Io crescevo felice, n bambino sano in un mondo brillante di libri con le illustrazioni, di sabbia pulita, di aranci, di cani amichevoli, di orizzonti marini e di facce sorridenti. L’eccelso albergo «Mirana Palace» ruotava intorno a me come un universo privato, un cosmo sbiancato a gesso dentro quell’altro, celeste, enorme, che scintillava fuori.От кухонного мужика в переднике до короля в летнем костюме все любили, все баловали меня. Пожилые американки, опираясь на трость, клонились надо мной, как Пизанские башни. Разорившиеся русские княгини не могли заплатить моему отцу, но покупали мне дорогие конфеты.Dal tizio in cucina col grembiule al re in abito estivo, tutti mi volevano bene, tutti mi viziavano. Le americane attempate, appoggiandosi al bastone, s’inclinavano sopra di me come torri di Pisa. Le principesse russe cadute in miseria non potevano restituire i debiti a mio padre, ma mi compravano caramelle costose.Он же, mon cher petit papa, брал меня кататься на лодке и ездить на велосипеде, учил меня плавать, нырять, скользить на водяных лыжах, читал мне Дон-Кихота и «Les Miserables», и я обожал и чтил его, и радовался за него, когда случалось подслушать, как слуги обсуждают его разнообразных любовниц – ласковых красавиц, которые очень много мною занимались, воркуя надо мной и проливая драгоценные слезы над моим вполне веселым безматеринством.E lui, mon cher petit papa, mi portava in barca e in bicicletta, m’insegnava a nuotare, a fare i tuffi, a fare sci nautico, mi leggeva Don Quijote e Les Miserables, e io lo adoravo e lo ammiravo e mi rallegravo per lui quando mi capitava di origliare i domestici che discutevano delle sue varie amanti – dolci bellezze che si occupavano molto di me, tubandomi sopra e versando lacrime preziose sulla mia gioiosissima orfanità di madre.Я учился в английской школе, находившейся в нескольких километрах от дома; там я играл в «ракетс» и «файвс» (ударяя мяч об стену ракеткой или ладонью), получал отличные отметки и прекрасно уживался как с товарищами, так и с наставниками.Ho studiato in una scuola inglese a pochi kilometri da casa; lì giocavo a rackets e fives (si fa battere la palla contro il muro con la racchetta o con il palmo della mano), prendevo ottimi voti e andavo perfettamente d’accordo sia con i compagni sia con gli educatori.До тринадцати лет (т. е. до встречи с моей маленькой Аннабеллой) было у меня, насколько помнится, только два переживания определенно полового порядка: торжественный благопристойный и исключительно теоретический разговор о некоторых неожиданных явлениях отрочества, происходивший в розовом саду школы с американским мальчиком, сыном знаменитой тогда кинематографической актрисы, которую он редко видал в мире трех измерений;Fino ai tredici anni (ovvero fino all’incontro con la mia piccola Annabella) ho avuto, per quanto mi ricordo, solo due esperienze di tipo specificatamente sessuale: una chiacchierata solenne, decorosa e puramente teorica riguardo ad alcuni eventi inaspettati dell’adolescenza, sostenuta nel roseto della scuola con un bambino americano, figlio di un’attrice di cinema allora molto famosa che nel mondo tridimensionale lui vedeva di rado;и довольно интересный отклик со стороны моего организма на жемчужно-матовые снимки с бесконечно нежными теневыми выемками в пышном альбоме Пишона «La Beaute Humaine», который я тишком однажды извлек из-под груды мрамористых томов Лондонского «Graphic» в гостиничной библиотеке.e una reazione piuttosto interessante da parte del mio organismo a delle foto perlacee opache con recessi d’ombra infinitamente dolci nel sontuoso album di Pichon La Beauté Humaine, che una volta ho tirato fuori piano piano da sotto una montagna di tomi marmorizzati di The Graphic di Londra nella biblioteca dell’albergo.Позднее отец, со свойственным ему благодушием, дал мне сведения этого рода, которые по его мнению могли мне быть нужны;Poi mio padre, con la sua tipica bonarietà, mi ha dato le informazioni di questo genere che secondo lui mi potevano servire;это было осенью 1923-го года, перед моим поступлением в гимназию в Лионе (где мне предстояло провести три зимы); но именно летом того года отец мой, увы, отсутствовал – разъезжал по Италии вместе с Mme de R. и ее дочкой – так что мне некому было пожаловаться, не с кем посоветоваться.

era l’autunno del 1923, appena prima della mia iscrizione al ginnasio di Lione (dove avrei passato tre inverni); ma proprio l’estate di quell’anno mio padre, ahimè, non era presente – viaggiava per l’Italia con Mme de R. e sua figlia –  quindi non avevo nessuno con cui sfogarmi, né a cui chiedere consiglio.

3

Аннабелла была, как и автор, смешанного происхождения: в ее случае – английского и голландского.

3

Annabella, proprio come l’autore, aveva origini miste: nel suo caso – inglese e olandese.

В настоящее время я помню ее черты куда менее отчетливо, чем помнил их до того, как встретил Лолиту.Oggi mi ricordo i suoi lineamenti assai meno distintamente di come li ricordavo prima di conoscere Lolita.У зрительной памяти есть два подхода: при одном – удается искусно воссоздать образ в лаборатории мозга, не закрывая глаз (и тогда Аннабелла представляется мне в общих терминах, как-то: «медового оттенка кожа», «тоненькие руки», «подстриженные русые волосы», «длинные ресницы», «большой яркий рот»); при другом же – закрываешь глаза и мгновенно вызываешь на темной внутренней стороне век объективное, оптическое, предельно верное воспроизведение любимых черт: маленький призрак в естественных цветах (и вот так я вижу Лолиту).La memoria visiva ha due approcci: col primo, si riesce a ricostruire un’immagine nel laboratorio del cervello con perizia, senza chiudere gli occhi (e allora Annabella mi appare in termini generici come: «pelle color miele», «braccia sottili», «capelli chiari, corti», «ciglia lunghe», «bocca grande, lucida»); mentre con l’altro chiudi gli occhi e d’un tratto richiami nella parte buia, interna delle palpebre la rappresentazione oggettiva, ottica, veritiera come non mai dei tratti amati: un piccolo fantasma  a tinte naturali (e proprio così vedo Lolita).Позвольте мне поэтому в описании Аннабеллы ограничиться чинным замечанием, что это была обаятельная девочка на несколько месяцев моложе меня. Ее родители, по фамилии Ли (Leigh), старые друзья моей тетки, были столь же, как тетя Сибилла, щепетильны в отношении приличий. Они нанимали виллу неподалеку от «Мираны».Lasciate quindi che nel descrivere Annabella mi limiti a osservare in maniera composta che era una bambina incantevole, più giovane di me di qualche mese. I suoi genitori, di cognome Leigh, erano vecchi amici di mia zia e, come zia Sibilla, estremamente scrupolosi in fatto di decoro. Avevano affittato una villa non lontano dal «Mirana».Этого лысого, бурого господина Ли и толстую, напудренную госпожу Ли (рожденную Ванесса ван Несс) я ненавидел люто. Сначала мы с Аннабеллой разговаривали, так сказать, по окружности.Questo signor Leigh, calvo, abbronzato e la signora Leigh, grassa, incipriata (nata Vanessa Van Ness) li odiavo a morte. All’inizio io e Annabella parlavamo, per così dire, del più e del meno.Она то и дело поднимала горсть мелкого пляжного песочка и давала ему сыпаться сквозь пальцы.Di tanto in tanto lei prendeva una manciata di sabbia fina e la lasciava scorrere tra le dita.Мозги у нас были настроены в тон умным европейским подросткам того времени и той среды, и я сомневаюсь, чтобы можно было сыскать какую-либо индивидуальную талантливость в нашем интересе ко множественности населенных миров, теннисным состязаниям, бесконечности, солипсизму и тому подобным вещам. Нежность и уязвимость молодых зверьков возбуждали в обоих нас то же острое страдание.I nostri cervelli erano in sintonia con gli adolescenti europei intelligenti di quel tempo e di quell’ambiente e dubito che si potesse trovare un talento individuale nel nostro interesse per la pluralità dei mondi abitati, per i tornei tennistici, l’infinito, il solipsismo e cose del genere. La tenerezza e la vulnerabilità delle bestioline risvegliavano in noi la stessa acuta sofferenza.Она мечтала быть сестрой милосердия в какой-нибудь голодающей азиатской стране; я мечтал быть знаменитым шпионом.

 

Внезапно мы оказались влюбленными друг в дружку – безумно, неуклюже, бесстыдно, мучительно; я бы добавил – безнадежно, ибо наше неистовое стремление ко взаимному обладанию могло бы быть утолено только, если бы каждый из нас в самом деле впитал и усвоил каждую частицу тела и души другого; между тем мы даже не могли найти места, где бы совокупиться, как без труда находят дети трущоб.Lei sognava di diventare infermiera in un paese asiatico dove si moriva di fame; io sognavo di diventare una spia famosa.

Di colpo ci ritrovammo innamorati – follemente, goffamente, spudoratamente, dolorosamente; e aggiungerei disperatamente, visto che la nostra smania sfrenata di possesso reciproco si sarebbe potuta placare solo se ognuno di noi due avesse di fatto assorbito e assimilato ogni particella del corpo e dell’anima dell’altro; e invece non riuscivamo neanche a trovare un posto dove accoppiarci come, senza fatica, lo trovano i bambini degli slum.После одного неудавшегося ночного свидания у нее в саду (о чем в следующей главке) единственное, что нам было разрешено, в смысле встреч, – это лежать в досягаемости взрослых, зрительной, если не слуховой, на той части пляжа, где было всего больше народу.Dopo un appuntamento notturno non riuscito nel suo giardino (del quale parlerò nel prossimo capitolo) l’unica cosa che ci era permessa fare, sul fronte incontri, era rimanere distesi nel dal campo visivo, se non uditivo, degli adulti in quella parte della spiaggia dove c’era più gente.Там, на мягком песке, в нескольких шагах от старших, мы валялись все утро в оцепенелом исступлении любовной муки и пользовались всяким благословенным изъяном в ткани времени и пространства, чтобы притронуться друг к дружке: ее рука, сквозь песок, подползала ко мне, придвигалась все ближе, переставляя узкие загорелые пальцы, а затем ее перламутровое колено отправлялось в то же длинное, осторожное путешествие; иногда случайный вал, сооруженный другими детьми помоложе, служил нам прикрытием для беглого соленого поцелуя; эти несовершенные соприкосновения доводили наши здоровые и неопытные тела до такой степени раздражения, что даже прохлада голубой воды, под которой мы продолжали преследовать свою цель, не могла нас успокоить.

Là, sulla sabbia morbida, a pochi passi dai grandi, stavamo sdraiati tutta la mattina nella furia intorpidita del tormento d’amore e approfittavamo d’ogni benedetto difetto nella tessitura del tempo e dello spazio per sfiorarci: la sua mano, tra la sabbia, strisciava verso di me facendosi sempre più vicina, spostando le sottili dita abbronzate e poi il suo gomito di madreperla partiva per un viaggio lungo, cauto; a volte un bastione occasionale costruito dagli altri bambini più piccoli ci serviva da copertura a un fuggente bacio salato; questi contatti incompiuti conducevano i nostri corpi sani e inesperti fino a un livello tale d’eccitazione che nemmeno il fresco dell’acqua celeste, sotto la quale continuavamo a perseguire il nostro fine, riusciva a calmarci.Среди сокровищ, потерянных мной в годы позднейших скитаний, была снятая моей теткой маленькая фотография, запечатлевшая группу сидящих за столиком тротуарного кафе: Аннабеллу, ее родителей и весьма степенного доктора Купера, хромого старика, который в то лето ухаживал за тетей Сибиллой.Fra i tesori che ho perduto negli anni degli ultimi vagabondaggi, c’era una piccola foto scattata da mia zia che raffigurava un gruppo di persone sedute al tavolino nel café-trottoir: Annabella, i suoi genitori e il serissimo dottor Cooper, un vecchio zoppo che quell’estate faceva la corte a zia Sibilla.Аннабелла вышла не слишком хорошо, так как была схвачена в то мгновение, когда она собралась пригубить свой chocolat glace, и только по худым голым плечам да пробору можно было узнать ее (поскольку помню снимок) среди солнечной мути, в которую постепенно и невозвратно переходила ее красота; я же, сидевший в профиль, несколько поодаль от других, вышел с какой-то драматической рельефностью: угрюмый густобровый мальчик в темной спортивной рубашке и белых хорошо сшитых шортах, положивший ногу на ногу и глядевший в сторону.Annabella non è venuta troppo bene, poiché l’hanno còlta nell’istante in cui stava per assaggiare il suo chocolat glace e la si riconosceva solo dalle braccia magre, nude e dalla riga dei capelli (da quello che ricordo delle fotografie) in mezzo alla foschia solare nella quale la sua bellezza, a poco a poco e irrimediabilmente, si trasformava; e io, di profilo, un po’ distante dagli altri, sono venuto con una sorta di drammatico rilievo: un ragazzo cupo, dalle sopracciglia folte con una camicia sportiva scura e dei pantaloncini con un bel taglio, le gambe accavallate e lo sguardo di lato.

Фотография была снята в последний день нашего рокового лета, всего за несколько минут до нашей второй и последней попытки обмануть судьбу.La fotografia è stata scattata l’ultimo giorno della nostra estate fatale, solo qualche minuto prima del nostro secondo e ultimo tentativo d’ingannare il destino.Под каким-то крайне прозрачным предлогом (другого шанса не предвиделось, и уже ничто не имело значения) мы удалились из кафе на пляж, где нашли наконец уединенное место, и там, в лиловой тени розовых скал, образовавших нечто вроде пещеры, мы наскоро обменялись жадными ласками, единственным свидетелем коих были оброненные кем-то темные очки.Con un pretesto molto trasparente (non si pretendeva un’altra chance e ormai niente aveva più senso) dal caffè ci siamo diretti in spiaggia, dove finalmente abbiamo trovato un posto appartato e lì, all’ombra lilla degli scogli rosei che formavano una specie di grotta, frettolosi ci scambiavamo avide carezze, di cui unico spettatore era un paio di occhiali scuri che qualcuno aveva perso.Я стоял на коленях и уже готовился овладеть моей душенькой, как внезапно двое бородатых купальщиков – морской дед и его братец – вышли из воды с возгласами непристойного ободрения, а четыре месяца спустя она умерла от тифа на острове Корфу.Io ero in ginocchio ed ero già pronto а possedere il mio angelo quando, di colpo, due bagnanti con la barba – nonno mare e suo fratello – sono usciti dall’acqua con esclamazioni d’osceno incoraggiamento, e quattro mesi dopo lei è morta di tifo sull’isola di Corfù.

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Снова и снова перелистываю эти жалкие воспоминания и все допытываюсь у самого себя, не оттуда ли, не из блеска ли того далекого лета пошла трещина через всю мою жизнь.

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Sfoglio ancora e ancora questi ricordi penosi e continuo a domandarmi tra me e me se la crepa che attraversa tutta la mia vita non si sia generata dal bagliore di quell’estate lontana.

Или, может быть, острое мое увлечение этим ребенком было лишь первым признаком врожденного извращения? Когда стараюсь разобраться в былых желаниях, намерениях, действиях, я поддаюсь некоему обратному воображению, питающему аналитическую способность возможностями безграничными, так что всякий представляющийся мне прошлый путь делится без конца на развилины в одуряюще сложной перспективе памяти.O, forse, la mia infatuazione per questa bambina è stata solo il primo segno di un’innata perversione? Quando provo a dare un senso ai desideri, agli intenti, alle azioni del passato, cedo a una fantasia retrospettiva che nutre la capacità analitica di alternative infinite, così ogni strada passata che mi si presenta davanti si divide in biforcazioni senza fine nell’inebriante, complicata prospettiva della memoria.Я уверен все же, что волшебным и роковым образом Лолита началась с Аннабеллы.

 

Eppure sono convinto che, in modo magico e fatale, Lolita è cominciata da Annabella.Знаю и то, что смерть Аннабеллы закрепила неудовлетворенность того бредового лета и сделалась препятствием для всякой другой любви в течение холодных лет моей юности.So, inoltre, che la morte di Annabella ha rafforzato l’insoddisfazione di quell’estate delirante e ha fatto da ostacolo a qualsiasi altro amore nel corso delle fredde estati della mia giovinezza.Духовное и телесное сливалось в нашей любви в такой совершенной мере, какая и не снилась нынешним на все просто смотрящим подросткам с их нехитрыми чувствами и штампованными мозгами. Долго после ее смерти я чувствовал, как ее мысли текут сквозь мои. Задолго до нашей встречи у нас бывали одинаковые сны. Мы сличали вехи. Находили черты странного сходства.Spirituale e corporeo si fondevano nel nostro amore con quella perfezione che gli adolescenti di oggi, che si limitano a guardare tutto coi loro sentimenti ingenui e i cervelli fatti con lo stampino, non se la sognano nemmeno. Per molto tempo dopo la sua morte ho sentito i suoi pensieri scorrere tra i miei. Molto tempo prima del nostro incontro facevamo gli stessi sogni. Raffrontavamo le nostre storie. Scoprivamo i tratti di una strana affinità.В июне одного и того же года (1919-го) к ней в дом и ко мне в дом, в двух несмежных странах, впорхнула чья-то канарейка. О, Лолита, если б ты меня любила так!

A giugno di quello stesso anno (1919) in casa sua e in casa mia, in due paesi lontani, è entrato un canarino. O, Lolita, se tu mi avessi amato così!Я приберег к концу рассказа об Аннабелле описание нашего плачевного первого свидания.Mi sono tenuto per la fine della storia di Annabella la descrizione del nostro primo lacrimevole appuntamento.Однажды поздно вечером ей удалось обмануть злостную бдительность родителей.Una sera tardi lei è riuscita a ingannare la malevola vigilanza dei genitori.В рощице нервных, тонколистых мимоз, позади виллы, мы нашли себе место на развалинах низкой каменной стены.In un boschetto di mimose dalle foglie sottili, nervose, dietro la villa, abbiamo trovato un posto sui resti di un muretto di pietra.В темноте, сквозь нежные деревца виднелись арабески освещенных окон виллы – которые теперь, слегка подправленные цветными чернилами чувствительной памяти, я сравнил бы с игральными картами (отчасти, может быть, потому, что неприятель играл там в бридж).Nell’oscurità, tra i teneri alberelli, si vedevano gli arabeschi delle finestre illuminate della villa che ora, un po’ riordinate dagli inchiostri colorati della memoria sensibile, paragonerei a delle carte da gioco (forse perché là il nemico stava giocando a bridge).Она вздрагивала и подергивалась, пока я целовал ее в уголок полураскрытых губ и в горячую мочку уха.Lei rabbrividiva e si contraeva mentre le baciavo l’angolino delle labbra socchiuse e il lobo ardente dell’orecchio.Россыпь звезд бледно горела над нами промеж силуэтов удлиненных листьев: эта отзывчивая бездна казалась столь же обнаженной, как была она под своим легким платьицем.Una distesa di stelle ardeva pallido sopra di noi tra i profili delle foglie allungate: quest’abisso sensibile sembrava tanto nudo quanto lo era lei sotto il suo vestitino leggero.На фоне неба со странной ясностью так выделялось ее лицо, точно от него исходило собственное слабое сияние.La sua faccia si delineava sullo sfondo del cielo con una singolare nitidezza,  come se da lei emanasse un proprio, fievole bagliore.Ее ноги, ее прелестные оживленные ноги, были не слишком тесно сжаты, и когда моя рука нашла то, чего искала, выражение какой-то русалочьей мечтательности – не то боль, не то наслаждение – появилось на ее детском лице.Le sue gambe, le sue meravigliose gambe agili, non erano troppo serrate, e quando la mia mano ha trovato quello che cercava, è apparsa sul suo viso di bambina un’espressione sognante, di sirena – ora di dolore, ora di piacere.Сидя чуть выше меня, она в одинокой своей неге тянулась к моим губам, причем голова ее склонялась сонным, томным движением, которое было почти страдальческим, а ее голые коленки ловили, сжимали мою кисть, и снова слабели.Lei, seduta un po’ più in alto di me, nella sua estasi solitaria, s’allungava fino alle mie labbra, anzi, la testa le s’inclinava con un movimento inerme, languido, quasi sofferente, e le sue ginocchia nude cercavano, stringevano il mio polso e di nuovo si placavano.Ее дрожащий рот, кривясь от горечи таинственного зелья, с легким придыханием приближался к моему лицу.La sua bocca tremante, distorta dal sapore amaro della pozione misteriosa, con un leggero sussulto s’avvicinava alla mia faccia.Она старалась унять боль любви тем, что резко терла свои сухие губы о мои, но вдруг отклонялась с порывистым взмахом кудрей, а затем опять сумрачно льнула и позволяла мне питаться ее раскрытыми устами, меж тем как я, великодушно готовый ей подарить все – мое сердце, горло, внутренности, – давал ей держать в неловком кулачке скипетр моей страсти.

Cercava di calmare il tormento d’amore strofinando decisa le sue labbra secche sulle mie, ma all’improvviso si scostava con un movimento brusco e poi di nuovo mi s’avvicinava con aria tetra e mi lasciava mordere le sue labbra dischiuse, mentre io, magnanimo,

pronto a regalarle tutto – il cuore, la gola, le interiora – le davo da tenere nel suo pugno maldestro lo scettro della mia passione.Помню запах какой-то пудры – которую она, кажется, крала у испанской горничной матери – сладковатый, дешевый, мускусный душок; он сливался с ее собственным бисквитным запахом, и внезапно чаша моих чувств наполнилась до краев; неожиданная суматоха под ближним кустом помешала им перелиться.Mi ricordo un profumo di cipria – l’aveva rubato, mi pare, alla cameriera spagnola della madre – una fragranza di muschio dolciastra, da poco; si mescolava col suo naturale profumo di biscotto e la coppa dei miei sensi s’è riempita fino all’orlo; un trambusto inaspettato sotto il cespuglio vicino ha fatto sì che non traboccasse.Мы застыли и с болезненным содроганием в жилах прислушались к шуму, произведенному, вероятно, всего лишь охотившейся кошкой.Ci siamo pietrificati e con un brivido di dolore nelle vene abbiamo teso l’orecchio verso il rumore causato, probabilmente, da una gatta che andava a caccia.Но одновременно, увы, со стороны дома раздался голос госпожи Ли, звавший дочь с дико нарастающими перекатами, и доктор Купер тяжело похромал с веранды в сад.Ma contemporaneamente, ahimè, da casa risuonò la voce della signora Lee che chiamava la figlia a ondate sempre più bestiali e il dottor Cooper zoppicava pesantemente dalla veranda al giardino.Но эта мимозовая заросль, туман звезд, озноб, огонь, медовая роса и моя мука остались со мной, и эта девочка с наглаженными морем ногами и пламенным языком с той поры преследовала меня неотвязно – покуда наконец двадцать четыре года спустя я не рассеял наваждения, воскресив ее в другой.

Ma questo boschetto di mimose, la nebbia di stelle, il brivido, il fuoco, la rugiada di miele e la mia pena da allora sono rimaste dentro di me, e questa bambina con le gambe levigate dal mare e la lingua ardente da allora mi ha perseguitato con persistenza – finché finalmente, ventiquattro anni dopo, non ho scacciato l’ossessione facendola reincarnare in un’altra.

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Дни моей юности, как оглянусь на них, кажутся улетающим от меня бледным вихрем повторных лоскутков, как утренняя метель употребленных бумажек, видных пассажиру американского экспресса в заднее наблюдательное окно последнего вагона, за которым они вьются.

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I giorni della mia giovinezza, quando mi guardo indietro, sembrano volare via in un vortice pallido di ripetuti brandelli, come la tempesta mattutina di biglietti usati che il passeggero di un espresso americano vede turbinare dal finestrino panoramico dell’ultimo vagone.

В моих гигиенических сношениях с женщинами я был практичен, насмешлив и быстр. В мои университетские годы в Лондоне и Париже я удовлетворялся платными цыпками.Nei miei rapporti igienici con le donne ero pratico, derisorio e veloce. Nei miei anni d’università a Londra e a Parigi mi accontentavo delle pollastrelle a pagamento.Мои занятия науками были прилежны и пристальны, но не очень плодотворны.I miei studi di scienze erano assidui e attenti, ma non molto fruttuosi.Сначала я думал стать психиатром, как многие неудачники; но я был неудачником особенным; меня охватила диковинная усталость (надо пойти к доктору – такое томление); и я перешел на изучение английской литературы, которым пробавляется не один поэт-пустоцвет, превратясь в профессора с трубочкой, в пиджаке из добротной шерсти.All’inizio, come tanti falliti, pensavo di diventare uno psichiatra; ma io ero un fallito particolare; mi ha avvolto una stanchezza terribile (dovevo andare dal dottore – una tale debolezza); e sono passato allo studio della letteratura inglese, grazie alla quale campano molti poeti buoni a nulla che si trasformano in professori con la pipa e la giacca di lana buona.Париж тридцатых годов пришелся мне в пору. Я обсуждал советские фильмы с американскими литераторами. Я сидел с уранистами в кафэ «Des Deux Magots».La Parigi degli anni trenta era perfetta per me. Discutevo di film sovietici con i letterati americani. Sedevo al caffè «Des Deux Magots» con gli uranisti.Я печатал извилистые этюды в малочитаемых журналах. Я сочинял пародии – на Элиота, например:

 

Pubblicavo saggi tortuosi su riviste poco lette. Componevo parodie – di Eliot, ad esempio:Пускай фрейляйн фон Кульп, еще держась

За скобку двери, обернется… Нет,

Не двинусь ни за нею, ни за Фреской.

Ни за той чайкой…

Che Fräulein Von Kulp, tenendosi ancora

alla staffa della porta, si volti… No,

no non lа seguirò, e nemmeno l’Affresco.

Nemmeno quel gabbiano…Одна из моих работ, озаглавленная «Прустовская тема в письме Китса к Бенджамину Бейли», вызвала одобрительные ухмылки у шести-семи ученых, прочитавших ее.Uno dei miei lavori, dal titolo Il tema proustiano in una lettera di Keats a Benjamin Bailey ha suscitato dei sorrisetti di approvazione ai sei-sette studiosi che l’hanno letto.Я пустился писать «Краткую историю английской поэзии» для издателя с большим именем, а затем начал составлять тот учебник французской литературы (со сравнительными примерами из литературы английской) для американских и британских читателей, которому предстояло занимать меня в течение сороковых годов и последний томик которого был почти готов к напечатанию в день моего ареста.

Mi sono lanciato a scrivere Breve storia della poesia inglese per un editore di grande fama, e poi ho cominciato a fare quel manuale di letteratura francese (con esempi comparati di letteratura inglese) per lettori americani e britannici che mi ha tenuto occupato per tutti gli anni Quaranta e il cui ultimo tomo era quasi pronto per la stampa il giorno del mio arresto.Я нашел службу: преподавал английский язык группе взрослых парижан шестнадцатого округа. Затем в продолжение двух зим был учителем мужской гимназии.Avevo trovato un lavoro: insegnavo inglese a un gruppo di anziani parigini del sedicesimo arrondissement. Poi nei due inverni successivi sono stato professore in un ginnasio maschile.Иногда я пользовался знакомствами в среде психиатров и работников по общественному призрению, чтобы с ними посещать разные учреждения, как, например, сиротские приюты и школы для малолетних преступниц, где на бледных, со слипшимися ресницами отроковиц я мог взирать с той полной безнаказанностью, которая нам даруется в сновидениях.

A volte approfittavo delle mie conoscenze tra gli psichiatri e gli assistenti sociali per visitare con loro vari istituti come, ad esempio, orfanotrofi e riformatori per minorenni dove potevo fissare le ragazzine pallide dalle ciglia appiccicate con quella totale impunità che ci è concessa nei sogni.А теперь хочу изложить следующую мысль.Ora, invece, voglio esporre il seguente pensiero.В возрастных пределах между девятью и четырнадцатью годами встречаются девочки, которые для некоторых очарованных странников, вдвое или во много раз старше них, обнаруживают истинную свою сущность – сущность не человеческую, а нимфическую (т. е. демонскую); и этих маленьких избранниц я предлагаю именовать так: нимфетки.

Tra i nove e i quattordici anni d’età s’incontrano delle bambine che ad alcuni pellegrini incantati, due o più volte più vecchi di loro, rivelano la loro reale essenza – non un’essenza umana, ma ninfesca (ovvero, demoniaca); e propongo di chiamare queste piccole elette così: ninfette.Читатель заметит, что пространственные понятия я заменяю понятиями времени. Более того: мне бы хотелось, чтобы он увидел эти пределы, 9–14, как зримые очертания (зеркалистые отмели, алеющие скалы) очарованного острова, на котором водятся эти мои нимфетки и который окружен широким туманным океаном.Il lettore noterà che sostituisco i concetti spaziali con concetti di tempo. Ma c’è di più: vorrei che vedesse questi confini, nove-quattordici, come contorni visibili (acque basse specchiate, scogli rosati) di un’isola incantata sulla quale si trovano queste mie ninfette e che è circondata da un immenso oceano nebbioso.Спрашивается: в этих возрастных пределах все ли девочки – нимфетки? Разумеется, нет.

Domanda: in questi limiti d’età, tutte le bambine sono ninfette? Certo che no.Иначе мы, посвященные, мы, одинокие мореходы, мы, нимфолепты, давно бы сошли с ума.Altrimenti noi iniziati, noi navigatori solitari, noi ninfoletti, saremmo impazziti da tempo.Но и красота тоже не служит критерием, между тем как вульгарность (или то хотя бы, что зовется вульгарностью в той или другой среде) не исключает непременно присутствия тех  таинственных черт – той сказочно-странной грации, той неуловимой, переменчивой, душеубийственной, вкрадчивой прелести, – которые отличают нимфетку от сверстниц, несравненно более зависящих от пространственного мира единовременных явлений, чем от невесомого острова завороженного времени, где Лолита играет с ей подобными.Ma nemmeno la bellezza funge da criterio, mentre la volgarità (o almeno quello che viene chiamato «volgarità» in questo o quell’ambiente) di sicuro non esclude la presenza di quei tratti misteriosi – quella grazia singolare, fiabesca, quella meraviglia impercettibile, mutevole, animocida, suadente – che distinguono una ninfetta dalle sue coetanee incomparabilmente più dipendenti dal mondo spaziale dei fenomeni straordinari piuttosto che all’isola imponderabile del tempo incantato dove Lolita gioca con le sue simili.Внутри тех же возрастных границ число настоящих нимфеток гораздо меньше числа некрасивых или просто «миленьких», или даже «смазливых», но вполне заурядных, пухленьких, мешковатых, холоднокожих, человечьих по природе своей девочек, с круглыми животиками, с косичками, таких, которые могут или не могут потом превратиться в красивых, как говорится, женщин (посмотрите-ка на иную гадкую пышечку в черных чулках и белой шляпке, перевоплощающуюся в дивную звезду экрана).Entro questi stessi confini d’età, il numero delle vere ninfette è di gran lunga inferiore al numero delle bambine brutte, o solo “carine”, o anche “bellocce” ma  decisamente mediocri, grassottelle, impacciate, con la pelle fredda, di natura umana, con i pancini rotondi, le treccine, quelle che poi possono o non possono trasformarsi, come si suol dire, in belle donne (guardate un po’ un’altra ripugnante cicciona con le calze nere e il cappello bianco che si trasforma in una meravigliosa stella dello schermo).Если попросить нормального человека отметить самую хорошенькую на групповом снимке школьниц или гэрл-скаутов, он не всегда ткнет в нимфетку.A chiedere a un uomo normale d’indicare la più carina tra le scolare o tra le girl-scout in una foto di gruppo, non sempre sceglierà una ninfetta.Надобно быть художником и сумасшедшим, игралищем бесконечных скорбей, с пузырьком горячего яда в корне тела и сверхсладострастным пламенем, вечно пылающим в чутком хребте (о, как приходится нам ежиться и хорониться!), дабы узнать сразу, по неизъяснимым приметам – по слегка кошачьему очерку скул, по тонкости и шелковистости членов и еще по другим признакам, перечислить которые мне запрещают отчаяние, стыд, слезы нежности – маленького смертоносного демона в толпе обыкновенных детей: она-то, нимфетка, стоит среди них, неузнанная и сама не чующая своей баснословной власти.

Bisogna essere artisti o pazzi, oggetto d’offese infinite, con una bolla di veleno ardente alla radice della pelle e una fiamma iperlibidinosa sempre accesa nella sensibile spina dorsale (oh, come siamo costretti a rannicchiarci e nasconderci!) per riconoscere subito, attraverso indizi inspiegabili – il profilo leggermente felino degli zigomi, la sottigliezza degli arti lisci come seta e altri segni ancora che la disperazione, la vergogna, le lacrime di tenerezza mi vietano di elencare – il piccolo demone micidiale in una follia di bambini ordinari: lei, la ninfetta, sta in piedi in mezzo a loro, lei stessa ignara e senza il minimo fiuto del suo potere favoloso.И еще: ввиду примата времени в этом колдовском деле, научный работник должен быть готов принять во внимание, что необходима разница в несколько лет (я бы сказал, не менее десяти, но обычно в тридцать или сорок – и до девяноста в немногих известных случаях) между девочкой и мужчиной для того, чтобы тот мог подпасть под чары нимфетки.E ancora: visto il primato del tempo in questa faccenda stregonesca, il ricercatore deve essere pronto a prendere in considerazione che è necessaria una differenza di alcuni anni (direi non meno di dieci, ma generalmente trenta o quaranta – e fino a novanta in rari casi conosciuti) tra una bambina e un uomo, per far sì che quello possa cadere sotto l’incantesimo della ninfetta.Тут вопрос приспособления хрусталика, вопрос некоторого расстояния, которое внутренний глаз с приятным волнением превозмогает, и вопрос некоторого контраста, который разум постигает с судорогой порочной услады.Qui è questione di adattamento del cristallino, questione di una certa distanza che l’occhio interno supera con piacevole agitazione, e questione di un certo contrasto che l’intelletto percepisce con un vizioso spasmo di delizia.«Когда я был ребенком и она ребенком была» (всё Эдгаровый перегар), моя Аннабелла не была для меня нимфеткой: я был ей ровня; задним числом я сам был фавненком на том же очарованном острове времени; но нынче, в сентябре 1952-го года, по истечении двадцати девяти лет, мне думается, что я могу разглядеть в ней исходное роковое наваждение.«Quand’ero piccolo e lei era piccola» (tutto alito d’avvinazzato di Edgar), la mia Annabella non era una ninfetta per me; io ero pari a lei; in retrospettiva, ero anch’io un faunetto sulla stessa isola incantata del tempo; ma ora, a settembre del 1952, ventinove anni dopo, credo di riuscire a distinguere in lei la fatale ossessione originaria.Мы любили преждевременной любовью, отличавшейся тем неистовством, которое так часто разбивает жизнь зрелых людей.Ci amavamo di un amore prematuro, che si differenziava per quella frenesia che così spesso distrugge la vita degli adulti.Я был крепкий паренек и выжил; но отрава осталась в ране, и вот я уже мужал в лоне нашей цивилизации, которая позволяет мужчине увлекаться девушкой шестнадцатилетней, но не девочкой двенадцатилетней.

Io ero un ragazzo forte e sono sopravvissuto; ma il veleno è rimasto nella ferita ed ecco che io mi sono fatto uomo in seno alla nostra civiltà, che permette a un uomo d’invaghirsi di una ragazza di sedici anni ma non di una bambina di dodici.Итак, немудрено, что моя взрослая жизнь в Европе была чудовищно двойственна. Вовне я имел так называемые нормальные сношения с земнородными женщинами, у которых груди тыквами или грушами, внутри же я был сжигаем в адской печи сосредоточенной похоти, возбуждаемой во мне каждой встречной нимфеткой, к которой я, будучи законоуважающим трусом, не смел подступиться.E così non c’è da meravigliarsi se la mia vita di adulto in Europa era mostruosamente sdoppiata. Fuori avevo le cosiddette relazioni normali con donne terrestri, con seni a zucca o a pera, ma dentro bruciavo in una fornace infernale di libidine intensa eccitata da ogni ninfetta che incontravo alla quale io, essendo un codardo rispettoso della legge, non osavo avvicinarmi.Громоздкие человечьи самки, которыми мне дозволялось пользоваться, служили лишь паллиативом.Le ingombranti femmine umane di cui ero autorizzato a servirmi facevano solo da palliativo.Я готов поверить, что ощущения, мною извлекаемые из естественного соития, равнялись более или менее тем, которые испытывают нормальные большие мужчины, общаясь с нормальными большими женщинами в том рутинном ритме, который сотрясает мир; но беда в том, что этим господам не довелось, как довелось мне, познать проблеск несравненно более пронзительного блаженства.Sono disposto a credere che le sensazioni ottenute da un naturale coito equivalevano, più o meno, a quelle che provano gli uomini adulti normali quando hanno a che fare con donne adulte  normali in quella routine che scuote il mondo; ma il guaio è che questi signori non hanno avuto modo, come ho avuto modo io, di sperimentare il barlume d’una beatitudine di gran lunga più penetrante.Тусклейший из моих к поллюции ведущих снов был в тысячу раз красочнее прелюбодеяний, которые мужественнейший гений или талантливейший импотент могли бы вообразить.Il più scialbo tra i sogni che mi portavano alla polluzione era mille volte più pittoresco degli adulteri che un genio coraggiosissimo o un impotente pieno di talento possano immaginare.Мой мир был расщеплен. Я чуял присутствие не одного, а двух полов, из коих ни тот, ни другой не был моим; оба были женскими для анатома; для меня же, смотревшего сквозь особую призму чувств, «они были столь же различны между собой, как мечта и мачта».Il mio mondo era spaccato in due. Fiutavo la presenza non di uno, ma di due sessi, dei quali né l’uno né l’altro era mio; per un anatomista erano entrambi femminili; ma per me, che guardavo attraverso uno speciale prisma dei sensi, «erano diversi tra loro, come sogno e segno».Все это я теперь рационализирую, но в двадцать – двадцать пять лет я не так ясно разбирался в своих страданиях.  Тело отлично знало, чего оно жаждет, но мой рассудок отклонял каждую его мольбу.Ora tutto questo lo razionalizzo, ma a venti-venticinque anni non vedevo così chiaro nelle mie sofferenze. Il corpo sapeva benissimo cosa bramava, ma la mia ragione respingeva ogni sua preghiera. Мной овладевали то страх и стыд, то безрассудный оптимизм.S’impossessavano di me a volte paura e vergogna, a volte un ottimismo irrazionale.Меня душили общественные запреты. Психоаналисты манили меня псевдоосвобождением от либидобелиберды.Le proibizioni della società mi soffocavano. Gli psicoanalisti mi blandivano con la pseudoliberazione dalla libidoassurdità.То, что единственными объектами любовного трепета были для меня сестры Аннабеллы, ее наперсницы и кордебалет, мне казалось подчас предзнаменованием умопомешательства.Il fatto che gli unici oggetti della mia trepidazione amorosa fossero le sorelle di Annabella, le sue migliori amiche e il corpo di ballo, a volte mi sembrava una premonizione di demenza.Иногда же я говорил себе, что все зависит от точки зрения и что, в сущности, ничего нет дурного в том, что меня до одури волнуют малолетние девочки.A volte mi dicevo che dipendeva tutto dai punti di vista e che, in sostanza, non c’è niente di strano nel rincretinire dietro le bambine piccole.Позволю себе напомнить читателю, что в Англии, с тех пор как был принят закон (в 1933-ем году) о Детях и Молодых Особах, термин «гэрл-чайльд» (т. е. девочка) определяется, как «лицо женского пола, имеющее от роду свыше восьми и меньше четырнадцати лет» (после чего, от четырнадцати до семнадцати, статут определяет это лицо как «молодую особу»).Mi concederò di rammentare al lettore che in Inghilterra, da quando è stata approvata la legge (nel 1933) sui bambini e i giovani, il termine «girl-child» (ossia bambina) definisce una «persona di sesso femminile avente più di otto e meno di quattordici anni» (dopodiché, dai quattordici ai diciassette, lo statuto definisce questa persona «giovane»).С другой стороны, в Америке, а именно в Массачусетсе, термин «уэйуард чайльд» (непутевое дитя) относится технически к девочке между семью и семнадцатью годами, которая «общается с порочными и безнравственными лицами».In America, d’altro canto, precisamente in Massachusetts, il termine «wayward child» (bambina scapestrata) tecnicamente si riferisce a una bambina tra i sette e i diciassette anni che «ha a che fare con persone viziose e immorali».Хью Броутон, полемический писатель времен Джемса Первого, доказал, что Рахаб была блудницей в десять лет.Hugh Broughton, uno scrittore polemico dei tempi di James I, ha dimostrato che Rahab a dieci anni faceva la peripatetica.Все это крайне интересно, и я допускаю, что вы уже видите, как у меня пенится рот перед припадком – но нет, ничего не пенится, я просто пускаю выщелком  разноцветные блошки счастливых мыслей в соответствующую чашечку. Вот еще картинки.Tutto questo è molto interessante e capisco che voi mi vedete già con la bava in preda a una crisi – ma no, niente bava, mi limito a far saltare le pulci variopinte dei pensieri felici nel loro piattino. Ecco altre immagini.Вот Виргилий, который (цитирую старого английского поэта) «нимфетку в тоне пел одном», хотя по всей вероятности предпочитал перитон мальчика.Ecco Virgilio che (cito un vecchio poeta inglese) «cantava la ninfetta in un sol ton», anche se con ogni probabilità preferiva il perineo di un bambino.Вот две из еще несозревших дочек короля Ахнатена и его королевы Нефертити, у которых было шесть таких – нильских, бритоголовых, голеньких (ничего, кроме множества рядов бус), с мягкими коричневыми щенячьими брюшками, с длинными эбеновыми глазами, спокойно расположившиеся на подушках и совершенно целые после трех тысяч лет.Ecco due delle non ancora puberi figlie del re Akhenaton e della regina Nefertiti, che ne avevano sei – nilotiche, teste rasate, nude (nulla tranne tante file di perline), con soffici pancini marroni, da cuccioli, con lunghi occhi d’ebano, adagiate tranquille su cuscini e perfettamente intatte dopo tremila anni.Вот ряд десятилетних невест, которых принуждают сесть на фасциний – кол из слоновой кости в храмах классического образования. Брак и сожительство с детьми встречаются еще довольно часто в некоторых областях Индии.Ecco una serie di spose decenni costrette a sedere sul fascinum – una pertica d’avorio nei templi della cultura classica.  In alcune regioni dell’India, il matrimonio e il concubinato con le bambine sono ancora piuttosto frequenti.Так, восьмидесятилетние старики-лепчанцы сочетаются с восьмилетними девочками, и кому какое дело.E i vecchi lepcha ottantenni si uniscono in matrimonio con bambine di otto anni, e a nessuno importa niente.В конце концов Данте безумно влюбился в свою Беатриче, когда  минуло только девять лет ей, такой искрящейся, крашеной, прелестной, в пунцовом платье с дорогими каменьями, а было это в 1274-ом году, во Флоренции, на частном пиру, в веселом мае месяце.Alla fine Dante s’è innamorato alla follia della sua Beatrice che lei aveva solo nove anni, così radiosa, imbellettata, adorabile, col suo vestito cremisi, le pietre preziose, ed era il 1274, a Firenze, a un banchetto privato nell’allegro mese di maggio.Когда же Петрарка безумно влюбился в свою Лаурину, она была белокурой нимфеткой двенадцати лет, бежавшей на ветру, сквозь пыль и цветень, сама как летящий цветок, среди прекрасной равнины, видимой с Воклюзских холмов.

E quando Petrarca s’è innamorato alla follia della sua Laurina, lei era una ninfetta bionda di dodici anni che correva nel vento, tra la polvere e il polline, come un fiore svolazzante, nella meravigliosa pianura che si vede dalle colline di Valchiusa.Но давайте будем чопорными и культурными. Гумберт Гумберт усердно старался быть хорошим. Ей-Богу, старался.Ma su, facciamo i cerimoniosi e gli educati. Humbert Humbert ha provato in ogni modo a fare il bravo. Ci ha provato, viva Iddio.Он относился крайне бережно к обыкновенным детям, к их чистоте, открытой обидам, и ни при каких обстоятельствах не посягнул бы на невинность ребенка, если была хотя бы отдаленнейшая возможность скандала.Era molto cauto nei confronti delle bambine ordinarie, della loro purezza aperta alle offese e in nessunissimo caso avrebbe mai attentato all’innocenza di una fanciullina, se ci fosse stata anche solo la più remota possibilità di uno scandalo.Но как билось у бедняги сердце, когда среди невинной детской толпы он замечал ребенка-демона, «enfant charmante et fourbe» – глаза с поволокой, яркие губы, десять лет каторги, коли покажешь ей, что глядишь на нее.Ma come gli batteva il cuore, al poveretto, quando in mezzo a una schiera d’innocenti notava una fanciullina-demone, un’«enfant charmante et fourbe» – gli occhi languidi, le labbra lucide, dieci anni di galera se solo le fai vedere che la stai guardando.Так шла жизнь. Гумберт был вполне способен иметь сношения с Евой, но Лилит была той, о ком он мечтал.

Così andava la vita. Humbert era perfettamente in grado di avere rapporti con Eva, ma era Lilith quella che sognava.Почкообразная стадия в развитии грудей рано (в 7/10 лет) наступает в череде соматических изменений, сопровождающих приближение половой зрелости.Lo stadio reniforme dello sviluppo del seno (a 10,7 anni) avviene insieme a una serie di cambiamenti somatici concomitanti all’avvicinarsi della maturità sessuale.А следующий известный нам признак – это первое появление (в 11 2/10 лет) пигментированных волосков. Моя чашечка полным-полна блошек.E il segnale successivo che conosciamo è la prima comparsa (a 11,2 anni) dei peli pigmentati. Il mio piattino è stracolmo di pulci.Кораблекрушение. Коралловый остров. Я один с озябшей дочкой утонувшего пассажира.Un naufragio. Un atollo. Sono da solo con la figlia infreddolita d’un passeggero annegato.Душенька, ведь это только игра! Какие чудесные приключения я, бывало, воображал, сидя на твердой скамье в городском парке и притворяясь погруженным в млеющую книгу.Amore, guarda che è solo un gioco! Che avventure meravigliose che m’è capitato d’immaginare seduto sulla panchina dura dei giardini pubblici e fingendomi immerso in un libro illanguidente.Вокруг мирного эрудита свободно резвились нимфетки, как если бы он был приглядевшейся парковой статуей или частью светотени под старым деревом.Le ninfette correvano e saltavano libere intorno al placido erudito, come se fosse una statua ben ambientatasi nel parco o facesse parte del chiaroscuro sotto il vecchio albero.Как-то раз совершенная красотка в шотландской юбочке с грохотом поставила тяжеловооруженную ногу подле меня на скамейку, дабы окунуть в меня свои голые руки и затянуть ремень роликового конька – и я растворился в солнечных пятнах, заменяя книжкой фиговый лист, между тем как ее русые локоны падали ей на поцарапанное колено, и древесная тень, которую я с нею делил, пульсировала и таяла на ее икре, сиявшей так близко от моей хамелеоновой щеки.Una volta, una bellezza perfetta in gonnellina scozzese ha appoggiato con vicino a me sulla panchina, il piede pesantemente bardato, per poi affondare dentro di me le sue braccia nude e stringere la cinghia del pattino a rotelle – io mi sono sciolto nelle chiazze del sole, facendo del libro una foglia di fico, mentre i riccioli castano chiaro le cadevano sul ginocchio sbucciato e l’ombra degli alberi che dividevo con lei pulsava e si dissolveva sul suo polpaccio che brillava così vicino alla mia guancia di camaleonte.Другой раз рыжеволосая школьница повисла надо мною в вагоне метро, и оранжевый пушок у нее под мышкой был откровением, оставшимся на много недель у меня в крови.Un’altra volta, una scolara dai capelli rossi s’è attaccata sopra di me sul metro e la peluria arancione sotto l’ascella è stata una rivelazione che m’è rimasta nel sangue per molte settimane. Я бы мог пересказать немало такого рода односторонних миниатюрных романов. Окончание некоторых из них бывало приправлено адовым снадобием.Potrei riferire molte storie d’amore a senso unico in miniatura di questo genere.  In alcuni casi il finale capitava fosse condito con una pozione infernale . Бывало, например, я замечал с балкона ночью, в освещенном окне через улицу, нимфетку, раздевающуюся перед услужливым зеркалом.Capitava, ad esempio, che di notte notassi dal balcone, in una finestra illuminata dall’altra parte della strada, una ninfetta che si spogliava davanti a uno specchio servizievole.В этой обособленности, в этом отдалении видение приобретало невероятно пряную прелесть, которая заставляла меня, балконного зрителя, нестись во весь опор к своему одинокому утолению.In questo isolamento, in questa lontananza, la visione acquisiva un incanto particolarmente intensa che costringeva me, spettatore del balcone, a correre a tutta velocità verso il mio solitario appagamento.Но с бесовской внезапностью нежный узор наготы, уже принявший от меня дар поклонения, превращался в озаренный лампой отвратительно голый локоть мужчины в исподнем белье, читающего газету у отворенного окна в жаркой, влажной, безнадежной летней ночи.

Ma con una repentinità diabolica, il motivo delicato della nudità, che da me si era già preso il dono della venerazione, si trasformava nell’orribile braccio nudo, illuminato da una lampadina, d’un uomo in biancheria intima che leggeva il giornale alla finestra aperta in una calda, umida, disperata notte d’estate.Скакание через веревочку. Скакание на одной ноге по размеченной мелом панели. Незабвенная старуха в черном, которая сидела рядом со мной на парковой скамье, на пыточной скамье моего блаженства (нимфетка подо мной старалась нащупать укатившийся стеклянный шарик), и которая спросила меня – наглая ведьма – не болит ли у меня живот.

Salto della corda. Salto su una gamba sola sopra un riquadro disegnato col gesso. Un’indimenticabile vecchia in nero seduta vicino a me su una panchina del parco, la tormentosa panchina della mia beatitudine (la ninfetta sotto di me cercava a tastoni una biglia che era rotolata via) e che mi ha chiesto – l’insolente megera – se mi facesse male la pancia.Ах, оставьте меня в моем зацветающем парке, в моем мшистом саду. Пусть играют они вокруг меня вечно, никогда не взрослея.

Oh, lasciatemi nel mio parco fiorente, nel mio giardino coperto di muschio. Che giochino intorno a me in eterno, senza crescere mai.

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Кстати: я часто спрашивал себя, что случалось с ними потом, с этими нимфетками.

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A proposito: spesso mi sono domandato cosa gli succedesse, poi, a queste ninfette.

В нашем чугунно-решетчатом мире причин и следствий, не могло ли содрогание, мною выкраденное у них, отразиться на их будущем? Nel nostro mondo di griglie di ghisa di cause ed effetti, è possibile che il brivido che io gli ho rubato condizioni il loro futuro?Вот, была моей – и никогда не узнает. Хорошо. Но не скажется ли это впоследствии, не напортил ли я ей как-нибудь в ее дальнейшей судьбе тем, что вовлек ее образ в свое тайное сладострастие? Ecco, è stata mia e non lo saprà mai. Bene. Ma in seguito non si ripercuoterà, non ho in qualche modo rovinato il suo destino successivo, visto che ho trascinato la sua immagine nella mia voluttà segreta?О, это было и будет предметом великих и ужасных сомнений!

 

 Oh, questo era e sarà oggetto di dubbi enormi e terribili!Я выяснил, однако, во что они превращаются, эти обаятельные, сумасводящие нимфетки, когда подрастают.Ho capito, tuttavia, in cosa si trasformano quando crescono queste ninfette incantevoli, che fanno impazzire.Помнится, брел я как-то под вечер по оживленной улице, весною, в центре Парижа.Mi ricordo che verso sera vagavo per una via animata, in primavera, nel centro di Parigi.Тоненькая девушка небольшого роста прошла мимо меня скорым тропотком на высоких каблучках; мы одновременно оглянулись; она остановилась, и я подошел к ней.Una ragazza esile, di bassa statura camminava vicino a me a passo svelto sui tacchi alti; ci siamo guardati nello stesso momento; si fermò, e io mi sono avvicinato a lei.Голова ее едва доходила до моей нагрудной шерсти; личико было круглое, с ямочками, какое часто встречается у молодых француженок.La sua testa mi arrivava a stento ai peli del petto; aveva un faccino rotondo, con le fossette, di quelle che spesso si vedono alle giovani francesi.Мне понравились ее длинные ресницы и жемчужно-серый tailleur, облегавший ее юное тело, которое еще хранило (вот это-то и было нимфическим эхом, холодком наслаждения, взмывом в чреслах) что-то детское, примешивавшееся к профессиональному fretillement ее маленького ловкого зада.Mi sono piaciute le sue ciglia lunghe e il suo tailleur grigio-perla che le cadeva bene sul corpo giovane che ancora custodiva (ecco l’eco ninfico, il brivido di gioia, il sussulto nei lombi) qualcosa di bambina che si mescolava al fretillement professionale del suo piccolo, agile sedere.Я осведомился о ее цене, и она немедленно ответила с музыкальной серебряной точностью (птица – сущая птица!): «Cent».Mi sono informato sul suo prezzo e lei ha risposto in fretta, con musicale precisione argentina (un uccello – un autentico uccello!): «Cent».Я попробовал поторговаться, но она оценила дикое глухое желание у меня в глазах, устремленных с такой высоты на ее круглый лобик и зачаточную шляпу (букетик да бант): «Tant pis», – произнесла она, перемигнув, и сделала вид, что уходит.Ho provato a contrattare, ma lei ha valutato il desiderio selvaggio, sordo nei miei occhi concentrati sull’altezza della fronte rotonda e sul cappello rudimentale (un mazzolino di fiori, un fiocco): «Tant pis» ha pronunciato lei, sbattendo le palpebre, e ha fatto per andarsene.Я подумал: ведь всего три года тому назад я мог видеть, как она возвращается домой из школы! Эта картина решила дело.Ho pesato: solo tre anni fa avrei potuto vederla tornare a casa da scuola! Quest’immagine ha deciso l’affare.Она повела меня вверх по обычной крутой лестнице с обычным сигналом звонка, уведомляющим господина, не желающего встретить другого господина, что путь свободен или несвободен – унылый путь к гнусной комнатке, состоящей из кровати и биде. Как обычно, она прежде всего потребовала свой petit cadeau, и, как обычно, я спросил ее имя (Monique) и возраст (восемнадцать).Mi ha portato su per la solita scala ripida con il solito segnale del campanello che avvisava un signore non desideroso di incontrare un altro signore se la strada era libera o non era libera – una strada tetra, che portava a una stanzetta ripugnante con un letto e un bidet. Come al solito, prima di tutto lei ha voluto il suo petit cadeau e, come al solito, io le ho chiesto il nome (Monique) e l’età (diciotto).Я был отлично знаком с банальными ухватками проституток: ото всех них слышишь это dixhuit – четкое чирикание с ноткой мечтательного обмана, которое они издают, бедняжки, до десяти раз в сутки.Ero perfettamente consapevole delle maniere banali delle prostitute: ti senti sempre dire da tutte loro questo dixhuit ­– un distinto cinguettio dalla nota di un inganno sognante che loro, poverette, emettono fino a dieci volte al giorno.Но в данном случае было ясно, что Моника скорее прибавляет, чем убавляет себе годика два.Ma in quel caso era chiaro che Monica si era aggiunta al massimo due annetti.Это я вывел из многих подробностей ее компактного, как бы точеного и до странности неразвитого тела.L’ho dedotto da molti particolari del suo corpo compatto, come cesellato, e poco sviluppato da sembrare strano.Поразительно быстро раздевшись, она постояла с минуту у окна, наполовину завернувшись в мутную кисею занавески, слушая с детским удовольствием (что в книге было бы халтурой) шарманщика, игравшего в уже налитом сумерками дворе.Dopo essersi spogliata con una velocità sorprendente, s’è messa un attimo alla finestra, per metà avvolta nella sudicia mussolina della tenda, ad ascoltare con piacere  infantile (che in un libro sarebbe una sciatteria) un organetto che suonava nel cortile già colmo di crepuscolo.Когда я осмотрел ее ручки и обратил ее внимание на грязные ногти, она проговорила, простодушно нахмурясь: «Oui, ce n’est pas bien», – и пошла было к рукомойнику, но я сказал, что это неважно, совершенно неважно.Quando le ho guardato le manine e le ho fatto notare le unghie sporche, lei ha detto, accigliandosi ingenuamente: «Oui, ce n’est pas bien», e ha fatto per andare al lavandino, ma io le ho detto che non importava, non importava affatto.Со своими подстриженными темными волосами, светло-серым взором и бледной кожей она была исключительно очаровательна.Con i suoi capelli corti, castani, lo sguardo di un grigio luminoso e la pelle cerea, era straordinariamente incantevole.Бедра у нее были не шире, чем у присевшего на корточки мальчика. Более того, я без колебания могу утверждать (и вот, собственно, почему я так благодарно длю это пребывание с маленькой Моникой в кисейно-серой келье воспоминания), что из тех восьмидесяти или девяноста шлюх, которые в разное время по моей просьбе мною занимались, она была единственной, давшей мне укол истинного наслаждения.I suoi fianchi non erano più larghi di quelli di un bambino seduto sui calcagni. Inoltre posso senza dubbio confermare (ed ecco, in sostanza, perché prolungo con gratitudine questa permanenza con la piccola Monica nella cella grigio-mussola della memoria) che tra quelle ottanta o novanta sgualdrine che diverse volte, su mia richiesta, si sono prese cura di me, lei è stata la sola a farmi un’iniezione di puro godimento.«Il était malin, celui, qui a invent? ce truc-l?», – любезно заметила она и вернулась в одетое состояние с той же высокого стиля быстротой, с которой из него вышла.

«Il était malin, celui, qui a inventé ce truc-là?» mi ha fatto gentilmente notare lei e si è rimessa il vestito con quella solita velocità sopraffina con la quale se l’era tolto.Я спросил, не даст ли она мне еще одно, более основательное, свидание в тот же вечер, и она обещала встретить меня около углового кафе, прибавив, что в течение всей своей маленькой жизни никогда еще никого не надула. Мы возвратились в ту же комнату.Le ho chiesto se mi avrebbe concesso un altro incontro, più convincente, quella sera stessa, e lei mi ha giurato che ci saremmo incontrati vicino al caffè all’angolo, aggiungendo che in tutta la sua piccola vita non aveva mai fregato nessuno. Tornammo in quella stessa stanza. Я не мог удержаться, чтобы не сказать ей, какая она хорошенькая, на что она ответила скромно: «Tu es bien gentil de dire ?a», – а потом, заметив то, что я заметил сам в зеркале, отражавшем наш тесный Эдем, а именно: ужасную гримасу нежности, искривившую мне рот, исполнительная Моника (о, она несомненно была в свое время нимфеткой!) захотела узнать, не стереть ли ей, avant qu’on se couche, слой краски с губ на случай, если захочу поцеловать ее.Non sono riuscito a trattenermi dal dirle quanto fosse carina e lei ha risposto, modesta: «Tu es bien gentil de dir ça» e poi, notando quello che io ho notato nello specchio che rifletteva il nostro piccolo Eden, cioè: una tremenda smorfia di tenerezza che mi deformava la bocca, la diligente Monica (oh, a suo tempo senza dubbio è stata una ninfetta!) voleva sapere se doveva togliersi, avant qu’on se couche, lo strato di rossetto dalle labbra nel caso volessi baciarla.Конечно, захочу. С нею я дал себе волю в большей степени, чем с какой-либо другой молодой гетерой, и в ту ночь мое последнее впечатление от Моники и ее длинных ресниц отзывает чем-то веселым, чего нет в других воспоминаниях, связанных с моей унизительной, убогой и угрюмой половой жизнью.Certo che voglio. Con lei mi sono lasciato andare più che con qualsiasi altra giovane etèra e la mia ultima impressione di quella notte su Monica e sulle sue lunghe ciglia ha il sapore di qualcosa di allegro, che non è presente negli altri ricordi legati alla mia umiliante, squallida, cupa vita sessuale.Вид у нее был необыкновенно довольный, когда я дал ей пятьдесят франков сверх уговора, после чего она засеменила в ночную апрельскую морось с тяжелым Гумбертом, валившим следом за ее узкой спиной.Sembrava davvero contenta quando le ho dato cinquanta franchi in più di quanto accordato, dopodiché ha sgambettato nel freddo notturno d’aprile mentre Humbert si affrettava pesante dietro la sua schiena stretta.Остановившись перед витриной, она произнесла с большим смаком: «Je vais m’acheter des bas!» – и не дай мне Бог когда-либо забыть маленький лопающийся звук детских губ этой парижаночки на слове «bas», произнесенном ею так сочно, что «а» чуть не превратилось в краткое бойкое «о».

Dopo essersi fermata davanti a una vetrina ha detto di gran gusto: «Je vais m’acheter des bas!» – e che Dio non mi faccia mai dimenticare il piccolo suono sprezzante delle labbra infantili di questa parigina alla parola «bas», pronunciato in maniera così calda che per poco la «a» non si è trasformata in una vivace «o» breve.Следующее наше свидание состоялось на другой день, в два пятнадцать пополудни у меня на квартире, но оно оказалось менее удовлетворительным: за ночь она как бы повзрослела, перешла в старший класс и к тому же была сильно простужена.Il nostro appuntamento successivo è stato il giorno dopo, alle due e un quarto del pomeriggio nel mio appartamento ma si è rivelato meno soddisfacente: era come se in una notte lei fosse cresciuta, fosse stata promossa alla classe superiore e per di più s’era raffreddata ben bene.Заразившись от нее насморком, я отменил четвертую встречу – да, впрочем, и рад был прервать рост чувства, угрожавшего обременить меня душераздирающими грезами и вялым разочарованием.

Visto che mi ha attaccato il raffreddore, ho annullato il quarto appuntamento –  tra l’altro ero contento di porre fine alla crescita del sentimento che minacciava di gravarmi con strazianti fantasie e con un’indolente delusione.Так пускай же она останется гладкой тонкой Моникой – такой, какою она была в продолжение тех двух-трех минут, когда беспризорная нимфетка просвечивала сквозь деловитую молодую проститутку.E allora lasciamo che Monica resti liscia, snella – così com’era per quei due-tre minuti in cui la ninfetta abbandonata a se stessa s’intravedeva attraverso la piccola, abile prostituta.Мое недолгое с нею знакомство навело меня на ряд мыслей, которые, верно, покажутся довольно очевидными читателю, знающему толк в этих делах.La nostra breve conoscenza ha dato il via a una serie di pensieri che, giustamente, appariranno abbastanza evidenti al lettore che conosce queste faccende.По объявлению в непристойном журнальчике я очутился, в один предприимчивый день, в конторе некоей Mile Edith, которая начала с того, что предложила мне выбрать себе спутницу жизни из собрания довольно формальных фотографий в довольно засаленном альбоме («Regardez-moi cette belle brune?» – уже в подвенечном платье).Grazie a un’inserzione in un giornaletto sconcio, in un giorno audace mi sono ritrovato nell’ufficio di una certa Mile Edith che ha iniziato a propormi di scegliere la mia compagna di vita tra una serie di fotografie piuttosto formali in un album piuttosto bisunto («Regardez-moi cette belle brune?» – già con il vestito da sposa).Когда же я оттолкнул альбом и неловко, с усилием, высказал свою преступную мечту, она посмотрела на меня, будто собираясь меня прогнать.Quando ho allontanato l’album e ho fatto trapelare con sforzo, goffo, il mio sogno criminoso, lei mi ha guardato come se volesse mandarmi via.Однако, поинтересовавшись, сколько я готов выложить, она соизволила обещать познакомить меня с лицом, которое «могло бы устроить дело».Però, dopo essersi interessata su quanto fossi disposto a tirare fuori, ha acconsentito e mi ha promesso di farmi incontrare con la persona che «potrebbe organizzare la faccenda».На другой день астматическая женщина, размалеванная, говорливая, пропитанная чесноком, с почти фарсовым провансальским выговором и черными усами над лиловой губой, повела меня в свое собственное, по-видимому, обиталище и там, предварительно наделив звучным лобзанием собранные пучком кончики толстых пальцев, дабы подчеркнуть качество своего лакомого, как розанчик, товара, театрально отпахнула занавеску, за которой обнаружилась половина, служившая по всем признакам спальней большому и нетребовательному семейству;Il giorno dopo una donna asmatica, imbellettata, chiacchierona, che puzzava d’aglio, con un accetto provenzale quasi farsesco e dei baffi neri sopra il labbro violaceo, mi ha portato in quella che, evidentemente, era la sua abitazione e lì, dopo essersi data preventivamente un sonoro bacio alle dita grasse raccolte a grappolo per sottolineare la qualità della sua merce prelibata, come una rosellina, in maniera teatrale ha scostato una tenda dietro la quale si è palesata la metà che, a quanto pareva, faceva da stanza da letto a una famiglia numerosa e poco esigente;но на сцене сейчас никого не было, кроме чудовищно упитанной, смуглой, отталкивающе некрасивой девушки, лет по крайней мере пятнадцати, с малиновыми лентами в тяжелых черных косах, которая сидела на стуле и нарочито няньчила лысую куклу.ma ora sulla scena non c’era nessuno, se non una ragazza mostruosamente grassa, olivastra, brutta da far venire la nausea, di più o meno quindici anni, con dei nastri color lampone nelle pesanti trecce nere, seduta su una sedia che ninnava con convinzione una bambola pelata.Когда я отрицательно покачал головой и попытался выбраться из ловушки, сводня, учащенно лопоча, начала стягивать грязно-серую фуфайку с бюста молодой великанши, а затем, убедившись в моем решении уйти, потребовала «son argent».Quando ho scosso la testa per rifiutare e ho cercato di fuggire da quella trappola, la ruffiana, balbettando in fretta, ha iniziato a togliere il maglioncino grigio-sporco dal busto della giovane gigantessa e poi, convintasi della mia decisione ad andarmene, ha chiesto «son argent».Дверь в глубине комнаты отворилась, и двое мужчин, выйдя из кухни, где они обедали, присоединились к спору. Были они какого-то кривого сложения, с голыми шеями, чернявые; один из них был в темных очках.S’è aperta la porta in fondo alla stanza e due uomini, uscendo dalla cucina dove stavano pranzando, si sono uniti alla discussione.  Erano curvi, con il collo nudo, i capelli neri; uno di loro aveva gli occhiali scuri.Маленький мальчик и замызганный, колченогий младенец замаячили где-то за ними.Dietro di loro sono apparsi dietro bambino piccolo e un giovanotto lercio, traballante.С наглой логичностью, присущей кошмарам, разъяренная сводня, указав на мужчину в очках, заявила, что он прежде служил в полиции – так что лучше, мол, раскошелиться.Con la logica insolente propria d’un incubo, la furiosa ruffiana, indicando l’uomo con gli occhiali, ha dichiarato che prima lavorava in polizia – quindi era meglio che sborsassi.Я подошел к Марии (ибо таково было ее звездное имя), которая к тому времени преспокойно переправила свои грузные ляжки со стула в спальне на табурет за кухонным столом, чтобы там снова приняться за суп, а младенец между тем поднял с полу ему принадлежавшую куклу.Mi sono avvicinato a Maria (questo era il suo nome stellare), che, nel frattempo, aveva silenziosamente trasferito le sue cosce pesanti dalla sedia della camera da letto allo sgabello del tavolo della cucina, per metter mano nuovamente alla zuppa, mentre il bambino raccoglieva da terra la bambola che gli apparteneva.В порыве жалости, сообщавшей некий драматизм моему идиотскому жесту, я сунул деньги в ее равнодушную руку.Preso da uno slancio di pietà che trasmetteva un certo effetto drammatico al mio gesto idiota, le ho ficcato i soldi nella mano indifferente.Она сдала мой дар экс-сыщику, и мне было разрешено удалиться.

Lei ha consegnato il mio dono all’ex agente e mi hanno lasciato andare via.

 

 

 

 

 

 

Analisi Narratologica

 

 

1.       Nabokov: cenni biografici

 

 

The kind of Russian family to which I belonged—a kind  now extinct—had, among other virtues, a traditional leaning toward the comfortable products of Anglo-Saxon civilization

(Nabokov 1988: 79)

 

 

Figlio di Vladimir Dmitrievič Nabokov ed Elena Ivanovna Rukavišnikova, Vladimir Nabokov nasce nel 1899 a Carskoe Selo, vicino a San Pietroburgo. Dopo la rivoluzione del 1917, lascia la Russia insieme alla famiglia per trasferirsi prima a Cambridge – dove porta a termine gli studi in slavo e lingue romanze – poi a Berlino e infine a Parigi. Nel 1940 decide di abbandonare anche il vecchio continente e, accompagnato dalla moglie Vera e dal figlio Dmitrij, approda negli Stati Uniti, che nel 1945 diventano, ufficialmente, la sua seconda patria. Qui lavora come entomologo e insegna letteratura russa e francese alla Cornell University di Ithaca per undici anni.

Il 1940 è un anno importante per Nabokov e scandisce il doloroso passaggio dal russo all’inglese come lingua di creazione letteraria, definita dallo stesso autore «a second-rate brand of English» e «a stiffish, artificial thing, which may be all right for describing a sunset or an insect, but which cannot conceal poverty of syntax and paucity of domestic diction when I need the shortest road between warehouse and shop» (Nabokov 1988: 106). Il ventennio statunitense, inoltre, diventa importante anche per la traduzione. Dopo essersi dedicato alla traduzione di classici russi in inglese – in particolare dell’Evgénij Onégin di Puškin – Nabokov inizia a tradurre buona parte della sua stessa produzione. In particolare, traduce in inglese un romanzo scritto in russo (Kamera obskura), e traduce in russo un romanzo scritto in inglese (Lolita).

 

Nel 1960 si apre il terzo e ultimo ventennio della vita di Nabokov, che decide di ritornare in Europa e di stabilirsi in Svizzera, a Montreux, dove muore nel 1977.

2.      Lolita

 

Lolita è un romanzo scritto originariamente in inglese e pubblicato, per la prima volta, nel 1955 in Francia dalla Olympia Press, una casa editrice specializzata in narrativa erotica, dopo essere stato rifiutato da vari editori americani. Ebbe immediatamente un successo enorme e diventò un caso letterario apprezzato da scrittori e critici letterari tra i più rispettati del tempo: tra questi, Graham Greene, che in un’intervista al The Sunday Times di Londra, lo riteneva un capolavoro. Di lì a poco il Ministero degli Interni britannico ne bloccò la distribuzione e il governo francese decretò che ne fossero ritirate tutte le copie in commercio. Negli Stati Uniti il romanzo fu pubblicato solo nel 1958, e in Italia nel 1962.

Dieci anni dopo la pubblicazione francese, Nabokov – a fronte, probabilmente, di tutte le critiche al suo romanzo che venne considerato pornografico, quasi incestuoso – decise di provvedere alla traduzione in russo di Lolita, con queste interessanti motivazioni:

 

[…] it occurred to me one day — while I was glancing at the varicolored spines of Lolita translations into languages I do not read, such as Japanese, Finnish or Arabic — that the list of unavoidable blunders in these fifteen  or twenty versions would probably make, if collected, a fatter volume than any of them. I had checked the French translation, which was basically very good yet would have bristled with unavoidable errors had I not corrected them. But what could I do with Portuguese or Hebrew or Danish? Then I imagined [...] that [...] somebody might produce a Russian version of Lolita. I trained my inner telescope upon that particular point in the distant future and I saw that every paragraph, pockmarked as it is with pitfalls, could lend itself to hideous mistranslation. In the hands of a harmful drudge, the Russian version of Lolita would be entirely degraded and botched by vulgar paraphrases or blunders. So I decided to translate it myself. (Nabokov 1973: 37-38)

 

Come scrive Alessia Marelli in una recensione al libro pubblicata per il sito «Progetto Babele», Lolita è forse uno dei libri più erroneamente citati e incompresi nella storia della letteratura. È vero che il romanzo parla delle ossessioni di un uomo adulto per una bambina o, come viene definita dal protagonista, una «ninfetta», ma non bisogna dimenticare che quella di Humbert è anche una disperata ricerca della felicità e dell’amore, un tentativo di superare i disagi esistenziali e di combattere contro se stesso, di convivere con un lato scomodo del suo essere in un mondo dove non c’è spazio, né speranza, per persone come lui. Ed è proprio un mondo corrotto e vittima del pregiudizio quello che descritto da Nabokov, un mondo in cui, ormai, non c’è speranza per nessuno.

Tuttavia, queste sono solo congetture che il lettore può o non può essere portato a fare nel corso della lettura. Lo stesso Nabokov nella postfazione al libro sembra voler dissuadere il lettore dal porsi le tipiche domande degli insegnanti di letteratura, del tipo «Qual è l’intento dell’autore?» oppure «Cosa sta cercando di dire?» e commenta:

 

Now, I happen to be the kind of author who in starting to work on a book, has no other purpose than toget rid of that book and who, when asked to explain its origin and growth, has to rely on such ancient ierms as Inter-reaction of Inspiration and Combination– which, I admit, sounds like a conjurer explaining one trick by performing another. (Nabokov :311)

 

La nascita di Lolita è stata, per Nabokov, tutt’altro che tranquilla. Iniziò la prima stesura del romanzo in russo, durante il suo soggiorno a Parigi tra il 1939 e il 1940; quasi dieci anni dopo, poi, «il palpito», che non gli era mai cessato del tutto, lo tormentò nuovamente e lo coinvolse in un nuovo sviluppo del romanzo, questa volta in inglese. La ninfetta, che prima era francese, ora aveva sangue irlandese. Il libro, dunque, si sviluppò lentamente, con molte interruzioni e digressioni.

In seguito alla prima pubblicazione, Lolita si portò dietro moltissime critiche e accuse: da quella di essere un romanzo immorale e pornografico a quella – ancor più dolorosa per lo scrittore – un romanzo antiamericano. La risposta più diretta a queste critiche è proprio tra le righe della postfazione a Lolita:

 

I am neither a reader nor a writer of didactic fiction, and, despite JohnRay’sassertion, Lolita has no moral in tow. For me a work of fiction exists only in so far as it affords me what I shall bluntly call esthetic bliss, that is a sense of being somehow, some-where, connected with other states of being where art (curiosity, tenderness, kindness, ecstasy) is the norm. (Nabokov 1995:315)

 

 

3.      La questione del narratore

 

 

In Figure III, Gérard Genette affronta la questione del narratore in termini di voce e lo definisce come l’istanza produttrice della narrazione, identificando due principali categorie:

 

  • Narratore eterodiegetico: è quello che non appartiene al mondo narrativo e in generale si esprime con la terza persona singolare.
  • Narratore omodiegetico: appartiene al mondo narrativo e spesso viene espresso con la prima persona singolare. A sua volta il narratore omodiegetico può essere autodiegetico se è il protagonista del racconto o allodiegetico se un personaggio interno al racconto, ma non il protagonista.

 

A queste due categorie Genette aggiunge un’ulteriore distinzione che risulta essere necessaria quando in un testo ci sono più livelli di narrazione:

  • narratore extradiegetico: è esterno rispetto a un racconto di primo livello (diegesi).
  • narratore intradiegetico: è interno al racconto di primo livello e, dal suo interno, narra una storia di secondo livello, che si rivolge ad altri attori del racconto di secondo livello.

Uno degli aspetti più importanti – in termini narratologici – ­ di Lolita, è senz’altro la questione del narratore. In questo romanzo, infatti, il narratore-protagonista accompagna il lettore per tutta la storia, è una figura costante che racconta, “senza filtri”, la sua storia, i suoi pensieri, le sue sensazioni. Essendo, dunque, il romanzo narrato in prima persona da Humbert Humbert, il narratore è omodiegetico e intradiegetico-autodiegetico.

È interessante notare, tuttavia, come alla fine del quinto capitolo il narratore cambi:

 

Xumbert Xumbert userdno staralsja byt’ xorošim. Ej-Bogu, staralsja. On otnosilsja krajne berezno k obyknovennym detjam, k ix čistote, otkrytoj obidam, i ni pri kakih obstojatel’stvah ne posjagnul by na nevinnost’ rebenka, esli byla xotja by otdalennejšaja vozmoznost’  skandala. No kak bilos’ u bednjagi serdce, kogda sredi nevinnoj detskoj tolpy on zamečal rebenka-demona, «enfant charmante et fourbe» – glaza s povolokoj, jarkie guby, desjat’ let katorgi, koli pokažeš’ ej, čto gljadiš’ na nee. Tak šla žižn’. Gumbert byl vpolne sposoben imet’ snošenija s Evoj, no Lilit byla toj, o kom on mečtal. (Nabokov 2012: 28)

 

In questo breve paragrafo, infatti, il narratore da omodiegetico diventa eterodiegetico e la narrazione passa in terza persona. La focalizzazione, tuttavia, rimane comunque interna: il narratore, benché eterodiegetico, racconta la storia dal punto di vista del protagonista.

 

 

4.      Focalizzazione

 

Nell’analisi di un testo narrativo, la focalizzazione è il punto di vista dal quale vengono presentati i fatti. Tuttavia Genette, in Figure III, preferisce non parlare di punto di vista ma piuttosto di quantità di informazioni. Distingue, quindi, tre tipi di focalizzazione:

  • Focalizzazione zero: il narratore è onnisciente, ha accesso a più informazioni del personaggio.
  • Focalizzazione interna: il narratore ha accesso allo stesso numero d’informazioni del personaggio. La prospettiva è collocata all’interno della coscienza di un personaggio. Può essere fissa se è attribuita allo stesso personaggio, variabile se attribuita a più personaggi o multipla se lo stesso evento viene narrato da più punti di vista.
  • Focalizzazione esterna: il narratore ha accesso a meno informazioni del personaggio in quanto vi è un’omissione totale dei suoi pensieri. Il fuoco (o la prospettiva) è situato al di fuori di ogni personaggio, in un punto dell’universo diegetico.

Essendo il narratore di Lolita omodiegetico, la focalizzazione non può che essere interna. In particolare, in questo caso la focalizzazione interna è anche fissa, perché, ovviamente, il punto di vista dal quale viene raccontata la storia è sempre quello di Humbert.  Il lettore, dunque, ha accesso ai pensieri, alle sensazioni, all’interiorità tout court del personaggio, come in questo caso

Itak, nemudreno, čto moja vzroslaja žižn’ v Evrope byla čudoviščno dvojstvenna. Vovne ja imel tak nazyvaemye normal’nye snošenija s zemnorodnymi ženšinami, u kotoryx grudi tykvami ili grušami, vnutri že ja byl sžigaem v adskoj peči sosredotočennoj pohoti, vozbuždaemoj vo mne každoj vstrečnoj nimfetkoj, k kotoroj ja, buduči zakonouvažajušim trusom, ne smel podstupit’sja. (Nabokov 2012: 25)

 

Essendo, dunque, la focalizzazione prevalentemente interna, è necessario fare un breve accenno anche alla rappresentazione dell’interiorità, un altro aspetto fondamentale in Lolita. Dorrit Cohn in Transparents Minds ha analizzato la rappresentazione dell’interiorità dei personaggi nella narrativa, basandosi sui testi più celebri del diciannovesimo secolo. Per quanto riguarda i racconti in prima persona, come nel caso di Lolita, Cohn ha dunque coniato tre termini per definire i diversi modi di rappresentare l’interiorità: auto-narrazione, monologo auto-citato e monologo auto-narrato. Cohn ci ricorda inoltre che nella narrazione in prima persona narratore e personaggio sono denotati dallo stesso pronome di prima persona «io», e la relazione che intercorre tra loro è una relazione di ordine psicologico reale, che è soggetta alle dinamiche della memoria. Ciò implica, tra l’altro, che il narratore in prima persona abbia un accesso alla coscienza del suo sé passato, di personaggio narrato, più limitato – secondo i limiti della memoria – di quello di un narratore onnisciente in terza persona.

Per quanto riguarda Lolita, il romanzo si presenta come una sorta di diario, o meglio, di confessione del protagonista che, partendo dai ricordi della sua infanzia e dalla sua prima infatuazione amorosa per Annabella, arriva a raccontare la sua storia con Lolita, dodicenne maliziosa e figlia di una vedova del New England che durante l’estate del 1947 accoglie come ospite pagante il colto e ambiguo professor Humbert Humbert.

Facendo riferimento alle categorie di Cohn, la narrazione si presenta, dunque, come un alternarsi di monologhi auto-citati e di monologhi auto-narrati. I primi, contraddistinti da citazioni occasionali di pensieri passati – introdotte tipicamente da verbi quali «mi dissi», «pensai» o espressioni simili – sono una componente comune delle narrazioni in prima persona tradizionali:

 

Ja podumal: ved’ vsego tri goda tomu nazad ja   mog videt’, kak ona vozvraščaetsja domoj iz školy! (Nabokov 2012:15)

 

I monologhi auto-narrati, invece, sono i più frequenti in Lolita e, sempre secondo la definizione di Cohn, consentono di rappresentare la coscienza di un personaggio sulla soglia incerta della verbalizzazione e si sviluppano in continuità – senza stacchi percettibili – con il contesto narrativo.

 

 

5.      Tempo della narrazione

 

 

In Lolita la narrazione è condotta da un narratore omodiegetico che racconta retrospettivamente, ricadendo cioè nel tipo classico del racconto ulteriore genettiano, ovvero il racconto al passato. Tuttavia, ciò non basta per qualificare tutta la narrazione come un’analessi. Il presente narrativo, infatti, è inizialmente identificabile nell’infanzia di Humbert Humbert e poi procede con il procedere della storia: l’arrivo a Ramsdale, l’incontro con Lolita, il matrimonio con la madre, la morte di quest’ultima e così via. La massa della narrazione riguarda, dunque, la storia di Humbert e di Lolita.

Da un punto di vista temporale, si potrebbero individuare eventuali prolessi e analessi a partire da questo presente narrativo. La prolessi più evidente è senz’altro riconducibile all’espediente retorico utilizzato da Nabokov: l’intera storia è infatti raccontata dal carcere, dove Humbert, in attesa del processo, scrive il suo libro di memorie, dal titolo Lolita o la confessione di un vedovo di razza bianca che, nella finzione del romanzo, perviene a John Ray, parente dell’avvocato di Humbert, che ne curerà la redazione per pubblicarlo, come richiesto dal suo cliente nel testamento.

Analisi traduttologica

 

 

«What is translation? On a platter

A poet’s pale and glaring head,

A parrot’ screech, a monkey’s chatter,

And profanation of the dead. [...]»

Vladìmir Nabókov

 

1.       Introduzione

 

La traduzione è una delle prime forme dell’interpretazione, la prima insidia per il traduttore – che può essere definito un lettore «particolare» – è costituita proprio dalla lettura del prototesto e dalla sua percezione. La traduzione interlinguistica è un processo dinamico che passa attraverso il linguaggio interno, il cosiddetto “mentalese”. E durante la lettura avviene una prima forma di traduzione, quella dal testo scritto al linguaggio mentale personale. Come sostiene Charles Pierce, quando leggiamo un testo si producono diversi interpretanti: ciascun interpretante prodotto dalla mente rimanda a un oggetto che può essere esterno o interno (ad esempio una certa sensazione legata a quell’oggetto). Essendo, dunque, il processo della lettura (e conseguentemente della traduzione) molto soggettivo, soggettive saranno anche le scelte del traduttore. È per questo che non si può parlare di traduzioni giuste e traduzioni sbagliate (salvo i casi di errata comprensione del prototesto). Un elemento importante di cui bisogna tener conto ancora prima di iniziare a tradurre è senz’altro la coerenza delle scelte traduttive. Stabilire la dominante del testo e il lettore modello permette di perseguire e mantenere questa coerenza. Come scrive Laura Salmon in Teoria della traduzione, il processo della traduzione è un compito di «problem solving»: significa, cioè, fare un progetto e, in base a quello, procedere all’eliminazione delle opzioni che sono incompatibili con le finalità (la dominante) stabilite. (Salmon 2007: 145)

 

2.      Stile e registro del prototesto

 

Un pastiche di stili, luoghi e rimandi intertestuali

 

Non è facile definire lo stile di Nabokov in Lolita. Sarebbe meglio parlare di un vero e proprio pastiche degli stili più disparati: all’interno di uno stesso periodo si possono trovare, infatti, la lingua colta del professor Humbert, il gergo di Lolita, il francese imperfetto di Charlotte, la madre della «ninfetta», lo stile didascalico delle guide per automobilisti. È proprio questo alternarsi di stili e registri a creare quella che al lettore potrebbe sembrare una vera e propria parodia dei personaggi, delle situazioni, dei luoghi.

Nabokov, inoltre, intesse il suo romanzo di dettagli: da quelli fisico-anatomici utilizzati nelle descrizioni dei personaggi, come nel caso della signora baffuta che accompagna Humbert da Maria:

 

Na drugoj den’ asmatičeskaja ženšina, razmalevannaja, govorlivaja, propitannaja česnokom, s počti farsovym provansal’skim vygovorom i černymi usami nad lilovoj guboj, povela menja v svoe sobstvennoe, po-vidimomu, obitališe i tam, predvaritel’no nadeliv zvučnym lobzaniem sobrannye pučkom končiki tolstyx pal’cev, daby podčerknut’ kačestvo svoego lakomogo, kak rozančik, tovara, teatral’no otpahnula zanavesku, za kotoroj obnaruzilas’ polovina, sluzivšaja po vsem prisnakam spal’nej bol’šomu i netrebovatel’nomu semejstvu; (Nabokov 2012: 33)

 

a quelli più intimi che rivelano tutte le sfaccettature delle emozioni dei personaggi.

Per Nabokov, i particolari sono tutto e la principale virtù dello scrittore è, infatti, proprio quella di

Mustering the best words, with every available lexical, associative, and rhythmic assistance, to express as closely as possible what one wants to express (Nabokov 1971)

 

Lo stile di Nabokov è inoltre allusivo e ricco di metafore vivaci e ardite. Ed è proprio attraverso l’uso della metafora che l’autore racconta le scene più ardite, dai primi incontri con Annabella a quelli con Lolita. Questo potrebbe mettere a tacere tutta quella buona fetta di critici che, per anni, ha sostenuto che Lolita fosse un romanzo erotico, carico di oscenità e scandalo. La descrizione del secondo incontro tra Humbert e Annabella è un esempio significativo: l’autore scrive che Humbert è «pronto a darle tutto» –

 

[…] moe serdce, gorlo, vnutrennosti, – daval ej deržat v nelovkom kulačke skipetr moej strasti.

Pomnju zapah kakoj-to prudy – kotoruju ona, kažetsja, krala u ispanskoj gorničnoj materi – sladkovatyj, duševnyj, muskusnyj dušok; on slivalsja s ee sobstvennym biskvitnym zapahom, i vnezapno čaša moih čuvstv napolnlas’ do kraev; neožidannaja sumatoha pod bližnim kustom pomešala im perelit’sja. (Nabokov 2012: 15)

 

Anche le descrizioni geografiche giocano un ruolo fondamentale in questo romanzo: le anonime cittadine della provincia americana del dopoguerra vengono descritte con minuziosa precisione. Dalle camere degli squallidi motel alle interminabili autostrade, dai drugstore e le stazioni di servizio ai campi da tennis e alle piscine; tutto contribuisce a creare quell’immagine stereotipata dell’America che fa da sfondo a tutto il romanzo.

Infine, lo stile di Lolita si contraddistingue anche per i numerosi rimandi intertestuali che Nabokov si diverte ad assembrare qua e là, sin dai primi capitoli. Da Edgar Allan Poe a Virgilio, da Dante a Petrarca, da Flaubert a Dostoevskij, il lettore si trova immerso dentro questo universo intertestuale in cui vengono citati e paragonati personaggi di opere letterarie, giudicati pittori e chiamate in causa avanguardie.

 

3.      Lettore modello e dominante

 

Prima di procedere alla traduzione di un qualsiasi testo, è necessario porsi due domande: chi leggerà il libro e in funzione di cosa si fa la traduzione? (Cavagnoli: 24)

Rispondendo alla prima domanda, il traduttore identificherà il suo lettore modello. Nel libro Lector in fabula, Umberto Eco scrive che il lettore modello è

 

un insieme delle condizioni di felicità, testualmente stabilite, che devono essere soddisfatte perché un testo sia pienamente attualizzato nel suo contenuto potenziale. (Eco: 62)

Quanto a Lolita, potrebbe essere opportuno identificare più di un lettore modello. Il lettore che legge per «pensarsi e per pensare», secondo una definizione di Goffredo Fofi, leggendo questo romanzo rimarrà colpito dalla magistrale capacità di Nabokov di descrivere l’interiorità dei personaggi e dalla velata critica alla società contemporanea. Un lettore più colto rimarrà affascinato anche dagli interminabili riferimenti intertestuali alla letteratura, alla psicoanalisi e all’arte. Ma Lolita potrebbe anche finire sul comodino dei lettori meno esigenti, che cercano nella lettura uno svago, un intrattenimento e che quindi soffermeranno la loro attenzione sulla storia d’amore tra Lolita e Humbert e i tormenti di quest’ultimo, lasciando in secondo piano, invece, gli elementi prima elencati.

 

Con la seconda domanda, invece, il lettore stabilisce la dominante della sua traduzione, la componente intorno alla quale si focalizza il testo. Il concetto di dominante è stato introdotto da Roman Jakobson che, nel capitolo The Dominant del libro Language in Literature, la definisce come

 

the focusing component of a work of art: it rules, determines, and tranforms the reading components (Jakobson: 41)

 

È importante stabilire la dominante, dunque, in quanto determina e trasforma le restanti componenti del testo e, aggiungerei, determina anche le scelte traduttive.

In questi primi sei capitoli di Lolita, la dominante è da individuare sia nel campo semantico, sia in quello espressivo. La coloritura dello stile di Nabokov, le sue stravaganti metafore e le descrizioni minuziose delle situazioni, degli incontri tra Humbert e Annabella e degli stati d’animo del protagonista, l’utilizzo di svariati aggettivi che, a tratti, rendono i periodi un po’ ridondanti, sono un tratto caratteristico che non può andare perso nella stesura del metatesto. Sono presenti, inoltre, moltissimi giochi di parole o neologismi creati dall’autore, come «psevdoosvoboždenie», «libidobeliberda», «dušeubistvennyj» che, in traduzione, sono rimasti tali: «pseudoliberazione», «libidoassurdità» e «animocida»perché tipici dello stile dell’autore.

 

 

4.      Strategie traduttive

 

Già nel 1813 Friedrich Schleiermacher individuò due vie, profondamente diverse, che il traduttore può intraprendere nel suo lavoro:

 

O il traduttore lascia il più possibile in pace lo scrittore e gli muove incontro il lettore, o lascia il più possibile in pace il lettore e gli muove incontro lo scrittore (Schleiermacher)

 

La prima strategia è quella dello straniamento, in cui il lettore si trova a contatto con una serie di elementi che risvegliano in lui il senso di lontananza, di specificità e di estraneità del testo tradotto e della cultura che esso rappresenta. La seconda strategia, invece, è quella addomesticante e manipola il prototesto secondo le caratteristiche della cultura d’arrivo, intervenendo a livello della lingua e dello stile, delle figure retoriche, dei cultural items e dei riferimenti alla realtà extratestuale.

La particolarità della versione dal russo di Lolita è che è una traduzione dall’inglese fatta dallo stesso Nabokov; questo romanzo nasce, infatti, in inglese ed è di ambientazione prevalentemente americana. Per questo nel testo non si trovano espliciti riferimenti alla cultura russa, né alla geografia russa. Le ambientazioni sono francesi (in particolare nella prima parte del romanzo, quando Humbert descrive la sua infanzia con Annabella) e poi, con lo sviluppo della storia, diventano americane. Tuttavia, si è cercato di mantenere quegli aspetti di estraneità tipici del prototesto, come le moltissime frasi e parole in francese, che sono rimaste tali anche in traduzione.

L’unico punto in cui è stato necessario un intervento a livello del prototesto è nel capitoloueinqie, quando Humbert spiega come per lui, i due sessi, fossero «Stol’ že različny meždu soboj, kak mečta i mačta» (Nabokov 2012: 27) I sostantivi russi «mečta» (sogno) e «mačta» (palla) si distinguono solo per la seconda lettera, e Nabokov li usa per spiegare come i due sessi, per lui, fossero piuttosto simili.

In traduzione, tuttavia, si è preferito mantenere intatto il messaggio che l’autore voleva trasmettere, la forza illocutoria, secondo la definizione di Austin, e di tradurre, quindi, non con «sogno» e «palla», ma con «sogno» e «segno», due parole che in italiano si differenziano solo per la seconda lettera, come quelle russe scelte dall’autore. A riprova di ciò, confrontando questa frase con il prototesto inglese, Nabokov scrive «were different to me as mist and mast» (Nabokov 1995: 18). In questo punto, dunque, la dominante del testo è il contenuto, il messaggio.

Infine, si è cercato di mantenere tutti i rimandi intratestuali del prototesto, nella ferma convinzione che facciano parte dello stile dell’autore. Si è cercato, dunque, di “combattere” contro quello che Milan Kundera nel suo saggio «Una frase» contenuto all’interno de I testamenti traditi definisce il bisogno di variare il lessico di cui soffrono parecchi traduttori. «Questa pratica sinonimizzatrice, in apparenza innocente,» scrive Kundera «quando viene applicata in modo sistematico finisce inevitabilmente con l’attenuare il pensiero originale» (Kundera: 113-114).

 

 

5.      Residuo traduttivo

 

 

«In qualsiasi forma di comunicazione, che comporti traduzione o no, si verifica una perdita» (Lefevere 1982:11)

Nella teoria della comunicazione, il residuo è quell’elemento del messaggio che non giunge a destinazione. Anche in traduzione una parte del messaggio contenuto nel prototesto può non arrivare a destinazione, ovvero può non essere presente nel metatesto. Ciò avviene quando il traduttore decide di non tradurre un dato elemento nel metatesto perché risulta una delle sottodominanti meno prioritarie o, comunque, risulta difficile da tradurre (Osimo: 307).

I residui traduttivi possono essere di tipo linguistico, sintattico o culturale. La differenza sostanziale che esiste tra le varie lingue e tra le varie culture, spesso, porta il traduttore a dover fare delle scelte, sacrificando un elemento della cultura o della lingua emittente. Per ovviare ai residui di traduzione può essere opportuno inserire una nota a piè di pagina o a fine volume.

Nel secondo capitolo di Lolita, il protagonista per descrivere il padre e sottolineare la sua provenienza eterogenea, lo definisce «celym vinegretom iz genov». La «vinegret» è un’insalata tipicamente russa che si distingue per il suo colore violaceo. Tuttavia, qui, l’aspetto culturale è una sottodominante rispetto al senso: il messaggio che si vuole trasmettere è proprio quello della mescolanza (propria dell’insalata) di geni che caratterizzava il padre. Per queste ragioni, si è scelto di tradurre con «insalata», in modo da favorire la leggibilità. Confrontando il prototesto russo con quello in inglese, inoltre, è emerso che anche in quest’ultimo Nabokov ha usato il termine «salad», a riprova del fatto che, in questo caso, la componente culturospecifica può essere considerata una sottodominante. Tuttavia il residuo, benché minimo, è presente. Ma d’altronde la traduzione è fatta di perdite che il traduttore deve individuare, accettare e, per quanto possibile, compensare.

 

 

Riferimenti bibliografici

Fonti primarie:

 

NABOKOV, VLADIMIR, Lolita, Sankt Peterburg, Azbuka-Klassica, 2012

 

Fonti secondarie:

 

CAVAGNOLI, FRANCA, La voce del testo. L’arte e il mestiere di tradurre, Milano, Feltrinelli, 2012

COHN, DORRIT, Transparent Minds: Narrative Modes for Presenting Consciousness in Fiction, Princeton University Press, 1978.

ECO, UMBERTO, Lector in Fabula, Milano, Bompiani, 1979

GENETTE, GÉRARD, Figure III, Torino, Giulio Einaudi editore, 1986

JAKOBSON, ROMAN, Language in Literature, Belknar Press, 1990

KUNDERA, MILAN, «Una Frase» in Kundera, Milan, I Testamenti traditi, Milano, Adelphi, 2000

MARELLI, ALESSIA, «Lolita» in Capelli, Marco, Progetto Babele Rivista Letteraria, 2002, http://www.progettobabele.it/rec_libri/MOSTRARECENSIONE.php?id=1661

NABOKOV, VLADIMIR, Speak, Memory, London, Weidenfeld and Nicholson, 1967

NABOKOV, VLADIMIR, Strong Opinions, New York, McGraw Hill, 1973

NABOKOV, VLADIMIR, The Annotated Lolita, New York, Vintage Books, 1991

OSIMO, BRUNO, Manuale del traduttore, Milano, Hoepli, 2001

SALMON, LAURA, Teoria della traduzione, Milano, Vallardi, 2003

SHENHER, ISRAEL, «The Old Magician At Home» in The New York Times on the web, 1997, https://www.nytimes.com/books/97/03/02/lifetimes/nab-v-magician.html

 

 

Eleonora Gennari, Dersu Uzala di Akira Kurosawa: analisi comparativa prototesto-metatesto (seconda scena)

Eleonora Gennari, Dersu Uzala di Akira Kurosawa: analisi comparativa prototesto-metatesto (seconda scena)

 

Abstract in italiano

Occupandosi della seconda scena del film di produzione russa-nipponica Dersu Uzala, il piccolo uomo delle grandi pianure (Дерсу Узала), diretto da Akira Kurosawa, questo articolo si pone l’obiettivo di analizzare i cambiamenti traduttivi avvenuti in fase di doppiaggio, e si presenta come un’analisi comparativa prototesto-metatesto tra la versione originale russa e quella italiana. Nella prefazione viene illustrato il metodo di lavoro e dunque la tabella analitica utilizzata come supporto durante il confronto approfondito tra i due testi. Nel corso dell’analisi comparativa si è cercato di tenere sempre in considerazione la natura audiovisiva del testo e i vincoli che ne derivano. È stata individuata una strategia traduttiva “accettabile”, che ha avuto come conseguenza un impoverimento della culturospecificità dell’originale.

 

English abstract

Working with the second scene of Dersu Uzala (Дерсу Узала), a Russian-Japanese co-production film directed by Akira Kurosawa, this paper aims at analyzing the translation shifts occurred in the dubbing phase, and therefore presents a comparative prototext-metatext analysis between the Russian original and the Italian translation. The foreword describes how the analysis was carried out and illustrates the analytical table supporting the detailed comparison between the two texts. In comparative analysis, the audiovisual character of the text and its consequent bonds have been considered. The conclusion points out the strategy spotted in the translation (“acceptability”) and its consequences as for the impoverishment of the original cultural specificities.

 

Резюме на русском языке

Занимаясь анализом второй сцены советско-японского художественного фильма Акиры Куросавы «Дерсу Узала», целью настоящей работы стало проанализировать изменения, которые произошли в переводе для дублирования, и представить сравнительный анализ русский прототекст – итальянский метатекст. В предисловии объясняется метод работы и дается аналитическая таблица, использованная при сравнении двух текстов. В ходе сравнительного анализа был принят во внимание аудиовизуальный характер текста и то, что из этого следует. В завершении указывается стратегия перевода (низкая переводность), следствием использования которой явилось обеднение культурных специфичностей оригинала.

Sommario

 

1.       Prefazione  5

2.       Confronto prototesto-metatesto  9

3.       Riflessioni e conclusioni 31

4.       Riferimenti bibliografici 35

 

 

 

  1. Prefazione

 

La presente tesi ha come oggetto l’analisi comparativa prototesto-metatesto di una scena tratta dal film Dersu Uzala, il piccolo uomo delle grandi pianure, (titolo originale: Дерсу Узала [Dersu Uzala]), una produzione russo-nipponica diretta dal regista Akira Kurosawa risalente al 1975. Il film, premiato con vari riconoscimenti tra cui il premio Oscar al miglior film straniero (1976), è la trasposizione cinematografica di due diari di viaggio dell’ufficiale, esploratore ed etnologo russo Vladimir Klavdievič Arsen’ev: il primo, По Уссурийскому Краю [Po Ussurijskomu Kraû], Nel profondo Ussuri, del 1921, e il secondo omonimo, Дерсу Узала [Dersu Uzala], del 1923. I due libri descrivono le sue numerose spedizioni nella regione siberiana del fiume Ussuri, confine naturale tra Russia e Cina, e dei monti Sihotè-Alin’, situati a nord di Vladivostok e affacciati sul Mare del Giappone. La pellicola, mettendo in luce le tradizioni e le usanze della popolazione dei Goldi, di cui il protagonista, Dersu Uzala, fa le veci, va a tracciare l’insolito e sincero rapporto d’amicizia che nascerà tra Dersu e il capitano Arsen’ev. Emblematico in quanto testimonianza dell’antica e radicata solidarietà tra le tribù siberiane e la natura, il film trasmette allo spettatore l’anima della taigà, il suo respiro, la sua magia e i suoi canti che d’improvviso possono diventare grida, e allo stesso tempo vuol essere campanello d’allarme, monito a non considerare il creato e i suoi abitanti – viventi o non – un libero campo di conquista e rapina.

Scopo di questa tesi è indagare i cambiamenti traduttivi applicati alla versione doppiata in italiano sulla base degli strumenti della scienza della traduzione, tenendo in particolare considerazione le peculiarità culturali di un pubblico russofono e uno italofono e cercando di individuare la strategia traduttiva in termini di accettabilità e adeguatezza (Toury). Nello specifico la scena presa in analisi è la seconda, nella quale il primo incontro tra Dersu e il capitano Arsen’ev si svolge in un arco temporale di circa 7 minuti (dal minuto 06:22 al minuto 13:13). Nella prima fase di lavoro, deciso di analizzare le tracce audio e non i sottotitoli per occuparsi con maggiore immediatezza degli aspetti orali della lingua, la candidata ha ascoltato attentamente entrambi gli audio (italiano 5.0 e russo originale) e, in mancanza di uno script ufficiale reperibile online, ha proceduto alla trascrizione delle battute, inserendole in tabelle che ne permettessero il confronto diretto tra prototesto (testo originale in lingua russa) e metatesto (testo tradotto in lingua italiana). Poiché una breve scena è risultata in lingua originale con sottotitoli in italiano, questa è stata opportunatamente evidenziata di rosso. Successivamente è iniziato il vero e proprio lavoro di analisi comparativa, supportato dall’utilizzo di una tabella analitica (Tabella 1) che riassume e incasella i possibili cambiamenti riscontrabili nel processo traduttivo. Le quattro righe orizzontali indicano quattro macroaree applicative, senso, forma, rapporti tra culture, e competenza del traduttore, all’interno delle quali è possibile individuare tipi reali di cambiamenti segnalabili al lettore, contrassegnati da delle sigle in maiuscolo. Nelle colonne verticali sono indicate per esteso le sigle, mentre spiegazioni ed esempi vanno a chiarire e illustrare ogni singola modifica potenzialmente riscontrabile. Infine, nell’analisi, si è tenuto presente di non essere di fronte a una mera traduzione testuale interlinguistica, bensì a una traduzione multimediale/audiovisiva, ragion per cui la strategia traduttiva è stata sicuramente vincolata da una serie di componenti che vanno oltre i valori semantici e pragmatici delle battute, come l’intonazione, la lunghezza delle parole, la prosodia e il sincronismo labiale.

 

sigla

spiegazione della sigla

cambiamento/ricadute sulla ricezione

Esempi

SENSO

A

Aggiunte

una singola parola è aggiunta

il gatto↠il gatto bianco

CS

Calchi Semantici e  Sintattici

calco di parola che determina senso diverso e incomprensibile

il tuo comportamento è morbido

M

cambiamento radicale di senso riguardante una parola (Word) o più, Mistranslation

il cambiamento è tale da compromettere il senso generale della frase

the triumph of spirit over  circumstance↠il trionfo della spiritualità sul caso

MOD

MODulazione: specificazione-generalizzazione, parole-termini, ambiguazione-disambiguazione

una parola è resa più specifica o più generica. un termine è diventato parola comune o viceversa. ridondanza semantica. modifica del livello di ambiguità di un’espressione in entrambi i sensi

non mi dà fastidio, lo sopporto

OM

Omissioni

una singola parola è omessa

il gatto bianco↠il gatto

FORMA

C

Cadenza, punteggiatura, rima, metrica, capoversi

è stato alterato uno di questi elementi, modificando il ritmo del testo

il capoverso dell’originale scompare nella traduzione o viceversa ne compare uno prima inesistente

CAC

CACofonia

allitterazioni, assonanze involontarie

le ostiche ostriche

ENF

ENFasi, ordine delle parole

dislocazioni, frase scisse, ordine anomalo delle parole, diversa accentuazione della frase

È te che volevo ↠ Io volevo te

P

Presentazione – forma grafica – layout – impaginazione

migliore/peggiore riproduzione degli aspetti grafici rispetto alle norme suggerite dal committente

Es. uso di virgolette alte/basse in modo difforme dalla stylesheet del committente

R

Registro, tipo di testo

uso di parole di registro uguale a/diverso da quello desiderato. migliore/peggiore

parmi d’udire un botto ↠ cos’è ‘sto casino?

S

Stile complessivo dell’autore

migliore/peggiore rendimento dello stile

per esempio sostituzione di congiunzioni alle virgole in un autore che ha la ripetizione della virgola come tratto poetico

U

Uso: locuzioni, collocazioni, calchi non semanticamente sbagliati, resa inefficace

una singola parola, sebbene non semanticamente sbagliata, è collocata in modo involontariamente marcato

l’ho mandato in quella città (anziché “a quel paese”)

è supposto saperlo

RAPPORTI TRA CULTURE

INTRA

uso di SINonimi, ripetizioni, rimandi intratestuali

sinonimizzazione e desinonimizzazione. coglimento di rimandi interni da un capo all’altro del testo. ridondanza lessicale

eliminazione (volontaria o involontaria) delle ripetizioni volutamente disseminate in parti diverse del testo per creare rimandi interni da una parte all’altra del testo

DT

destinatario – Dominante del Testo- leggibilità

migliore/peggiore coglimento del lettore modello e della dominante del testo

 Un testo volutamente complesso, con ricerca di forme peculiari, viene standardizzato anche se non è rivolto a un lettore modello standard

D

Deittici, rimandi interpersonali, punto di vista

migliore/peggiore riproduzione del punto di vista del narratore o del personaggio, ideologia personale

questo/quello, ora/allora, qui/là

I

rimandi Intertestuali, realia

migliore/peggiore coglimento dei rimandi esterni ad altri testi o altre culture

eliminazione (volontaria o involontaria) dei rimandi interculturali o intertestuali volutamente disseminati in parti diverse del testo per creare rimandi esterni dal testo ad altri testi/culture

COMPETENZA TRADUTTORE

O

Ortografia

errori d’ortografia nella cultura ricevente

un pò, qual’è, ti do

G-S

errori Grammaticali e Sintattici

errori di grammatica o sintassi nella cultura ricevente

sebbene è, inerente il, in stazione

E

Enciclopedia – precisione fattuale – conoscenza del mondo

la dotazione enciclopedica della traduttrice è insufficiente a colmare l’implicito culturale

blue helmets↠elmetti celesti

L

Logica

la logica della traduttrice è insufficiente a colmare l’implicito culturale

sapeva che non sarebbe sopravvissuta alla propria morte

Tabella 1
(Osimo 2013)

  1. Confronto prototesto-metatesto

 

Владимир Арсеньев: Что это? Vladimir Arsen’ev: Che c’è?

 

La scena dell’incontro tra il capitano Vladimir Arsen’ev e Dersu Uzala si apre con l’espressione di meraviglia e stupore pronunciata dal capitano, что это [čto èto], che parola per parola significherebbe cos’è. La traduzione italiana che c’è rappresenta un cambiamento di tipo MOD.

 

Олентьев: Камень сорвался. Никак спускается кто. Медведь! Olent’ev: È rotolata una pietra. Arriva qualcuno. Un orso!

 

Nella risposta del soldato Olent’ev il verbo perfettivo сорваться [sorvat’sâ] signfica propriamente staccarsi, sganciarsi, cadere o crollare improvvisamente: qui è stato attuato un cambiamento di tipo M, in quanto si è scelto di tradurre il verbo con rotolare che, anche nel significato intransitivo di avanzare girando su se stesso, cambia il senso dell’azione espressa. L’ordine delle parole soggetto-verbo risulta invertito, il che costituirebbe un cambiamento di tipo ENF, ma d’altro canto non possiamo considerarlo tale in quanto in italiano rende più scorrevole la battuta. La particella popolare introduttiva никак [nikak], che significa apparentemente, sembrerebbe e che esprime sorpresa e dubbio, è stata omessa nella parte successiva della frase con un cambiamento di tipo OM; qui inoltre il verbo imperfettivo спускаться [spuskat’câ] è stato reso con arrivare, che non esprime a pieno il significato di scendere, venir giù, che vi è racchiuso, e che si riferisce al venire giù dalla montagna: anche questo rappresenta un cambiamento di tipo M. Una resa più efficace poteva essere Forse scende qualcuno.

 

Дерсу Узала: Стреляй не надо! Моя люди! Здравствуй капитан! Dersu Uzala: Non spara! Io sono omo! Здравствуй капитан!

 

Dersu Uzala, essendo un gold, abitante indigeno della Siberia orientale, la cui lingua assomiglia al manciù, in russo ha un bagaglio lessicale ristretto e una struttura sintattica e grammaticale frammentaria e in alcuni parti errata. Il verbo imperfettivo che utilizza, стрелять [strelât’], è coniugato al modo imperativo seconda persona singolare ed è seguito dal verbo modale не надо [ne nado], mentre la forma corretta in russo sarebbe не надо стрелять [ne nado strelât’], ovvero il verbo modale seguito dall’infinito. La traduzione parola per parola della frase pronunciata da Dersu è *Spara! Non serve. Nella versione italiana notiamo un cambiamento di tipo OM in quanto il verbo modale è stato omesso. La continuazione della frase presenta di nuovo un tratto caratteristico del modo di parlare delle popolazioni siberiane: la sostituzione del pronome personale soggetto я [â], io, con il pronome possessivo femminile моя [moâ], mia. Il predicato nominale è inoltre completato dal sostantivo plurale люди [lûdi], persone, uomini, gente, invece che da quello singolare человек [čelovek], persona, uomo. La traduzione parola per parola della frase pronunciata da Dersu è *Mia sono gente. In italiano si può riscontrare un cambiamento di tipo MOD, in quanto si è scelto di utilizzare omo, la variante antica e popolare del sostantivo maschile uomo, per tradurre люди [lûdi], anche se era possibile mantenere il traducente plurale persone. Il tentativo probabilmente era quello di rievocare nel pubblico italiano la scorrettezza grammaticale dell’espressione, ma l’anacronismo potrebbe fuorviare l’ascoltatore, ancor più perché omo richiama alla mente di molti italiani il dialetto fiorentino o romano. Perciò si può dire che la traduzione nel suo complesso presenta anche cambiamenti di tipo I ed S, in quanto il rimando culturale non viene colto in modo efficace, mentre lo stile del protagonista vieni leggermente a modificarsi.

Infine, la battuta di saluto al capitano non è stata tradotta nella versione italiana: sarebbe stato adeguato un semplice Salve capitano! Pure questo costituisce un cambiamento di tipo I.

 

Солдат 1: Ну, глянь! И впрямь, человек. (смех) Soldato 1: Toh, guarda! È un uomo per davvero… (risa)

 

Nel modo di parlare dei soldati possiamo riscontrare delle caratteristiche tipiche dell’oralità, come l’affisso agglutinante ну [nu] abbinato all’imperativo глянь [glân’] per indebolire l’espressione del comando, e il verbo perfettivo глянуть [glânut’], che deriva dal sostantivo взгляд [vzglâd], sguardo, e significa dare un’occhiata, lanciare uno sguardo: questo viene usato come sinonimo del verbo глядеть [glâdet’] nelle espressioni colloquiali. La resa italiana Toh, guarda! costituisce un buon compromesso per rendere l’espressione. Potremmo però notare un cambiamento di tipo ENF nella conclusione della frase, in cui per davvero, traducente della particella di uso familiare впрямь [vprâm’], viene posposto al predicato nominale, spostando enfasi espressiva nella parte finale dell’enunciazione. Inoltre nel costrutto potremmo rilevare anche un cambiamento di tipo R, in quanto la frase nel complesso risulta di registro leggermente più elevato rispetto alla versione russa.

 

Солдат 2: А ты говоришь – медведь…! (смех) Soldato 2: Fifone! Un orso! Ma va’! (risa)

 

L’appellativo Fifone! costituisce un cambiamento di tipo A, poiché non compare nella versione russa; lo stesso vale per l’esclamazione presente alla fine della battuta, Ma va’. L’eliminazione del verbo говорить rappresenta un cambiamento di tipo OM. Una resa possibile poteva essere Un orso dici?

 

Владимир Арсеньев: Не хочешь ли поужинать с нами? Vladimir Arsen’ev: Non vuoi mangiare con noi?

 

Il verbo perfettivo поужинать [použinat’] significa propriamente cenare: la traduzione italiana mangiare rappresenta una generalizzazione, e un cambiamento di tipo MOD.

 

Дерсу Узала: Спасибо, капитан. Моя шибко хотю кушай, сегодня нечего не кушай. Dersu Uzala: Grazie, capitano. Mio molta molta fame, oggi mangiato niente!

 

Il tradurre моя [moâ] con mio rappresenta, rispetto alla battuta precedente dove era stato tradotto con io, una mancanza di coerenza nella traduzione, e un cambiamento di tipo INTRA. L’avverbio шибко [šibko], derivando dall’aggettivo d’uso popolare шибкий [šibkij], veloce, rapido, può voler dire sia velocemente, rapidamente, che molto, ovvero avere funzione di aggettivo. In questo caso la ripetizione dell’aggettivo molta rappresenta un’aggiunta non significativa dal punto di vista del senso, e un cambiamento di tipo MOD. L’espressione хотю кушай [hotû kušaj] significherebbe voglio mangiare, ma in russo viene perlopiù adoperata per esprimere il costrutto italiano ho fame, la traduzione fame non risulta semanticamente errata. La frase presenta però delle peculiarità difficilmente traducibili nella lingua d’arrivo, in quanto il verbo хотеть [hotet’], volere, è coniugato in modo errato (хотю [hotû] invece di хочу [hoču]) e il verbo кушать [kušat’], anche se significa mangiare, e in questo senso è sinonimo di обедать [obedat’], pranzare, e ужинать [užinat’], cenare, è un verbo colloquiale, di registro abbastanza basso, che di solito aggiunge all’invito a mangiare, a unirsi a tavola, una sfumatura di cortesia e gentilezza. Usato essenzialmente al modo imperativo o infinito, se coniugato alla prima o terza persona singolare esprime un che di solennità e sfarzo che rende l’espressione goffa e paradossalmente ridicola. Con molta probabilità Dersu lo ha sentito usare sempre all’imperativo e lo ha ripetuto esattamente allo stesso modo. In italiano non è possibile rendere questa sfumatura con un sinonimo del verbo mangiare, né impiegare un imperativo spiegherebbe a fondo l’utilizzo che è stato fatto di tale modo verbale in questo contesto: perciò possiamo catalogare questo problema di differenza culturale come un cambiamento di tipo I.

Nella seconda parte della frase, in cui testualmente Dersu direbbe *Oggi non c’è niente non mangiare!, la particella negativa не [ne], non, è stata tralasciata nella resa italiana con un cambiamento di tipo MOD. Qui valgono le stesse considerazioni in merito all’utilizzo del verbo кушать [kušat’] coniugato all’imperativo, e ai cambiamenti di tipo I/S. Inoltre l’inversione del sostantivo niente con il verbo mangiato rispetto alla versione originale comporta un cambiamento di tipo ENF, poiché sposta la focalizzazione sull’oggetto piuttosto che sull’azione. L’intera frase può essere catalogata come un cambiamento di tipo I, in quanto il lettore italiano sentendo parlare Dersu potrebbe facilmente pensare agli indiani dei film western che si diffondevano in Italia proprio negli anni Settanta (stesso decennio dell’uscita del film), che però non hanno niente a che fare con i Goldi della Siberia orientale.

 

Олентьев: Ты кто будешь-то? Китаец? Кореец? Olent’ev: Tu cosa saresti? Un cinese? Un coreano?

 

Il pronome кто [kto], chi, che si riferisce a persona o cosa animata è stato tradotto con il pronome interrogativo cosa, che si riferisce invece a un oggetto inanimato, e che trova il suo traducente russo in что [čto]. D’altra parte in italiano non c’è un traducente alternativo che non comporti un cambiamento radicale di registro, tipo Tu di che nazionalità sei? È perciò impossibile catalogare questo cambiamento per mancanza di alternative praticabili. La particella –то [to] unita al futuro del verbo essere быть [byt’] indica incertezza, vaghezza, e la traduzione con il condizionale italiano può essere una scelta efficace per riprodurre questa forma colloquiale russa. L’aggiunta invece degli articoli indeterminativi un davanti ai sostantivi cinese e coreano è un cambiamento di tipo U, in quanto rende l’espressione goffa; una resa naturale poteva prevedere la ripetizione del verbo essere: Sei cinese? Coreano?

 

Дерсу Узала: Моя гольд. Dersu Uzala: Io gold!

 

Qui si è nuovamente utilizzato il pronome personale io per tradurre моя [moâ], mia, il che comporta un cambiamento di tipo INTRA rispetto alle traduzioni delle battute precedenti e di tipo I/S rispetto al prototesto russo.

 

Олентьев: Ммм… Охотник? Olent’ev: Aaah… Cacciatore?

 

L’interiezione Mmm indica sia in russo che in italiano perplessità e dubbio, mentre l’espressione Aaah in questo caso esprime sorpresa, meraviglia: essendo i due sentimenti molto diversi tra loro, possiamo catalogare questo come un cambiamento di tipo M.

 

Дерсу Узала: Моя всё время на охота ходи, другой работа нету. Dersu Uzala: Io sempre vai a caccia, altro lavoro, niente.

 

Per моя [moâ], mia valgono le considerazioni precedenti. L’espressione на охота [na ohota] è grammaticalmente scorretta in quanto il verbo di moto in russo è seguito dal caso accusativo, che in questo caso sarebbe на охоту [na ohotu]: il fatto che in italiano questo errore venga omesso e l’espressione tradotta in modo standard, a caccia, costituisce un cambiamento di tipo I, in quanto il rimando culturale non viene colto, e di tipo S, visto che lo stile di Dersu ne risente. Per esempio si sarebbe potuto tradurre con vai caccia. Impiegare l’imperativo utilizzato erroneamente da Dersu, ходи [hodi], vai!, rappresenta invece un cambiamento di tipo INTRA rispetto alle scelte effettuate precedentemente (vedi l’uso del participio passato). Tra l’altro le forme dell’imperativo in italiano sono due, vai e va’, e di conseguenza avrebbero potuto utilizzare la forma tronca, va’, per non dar luogo ad equivoci con quella dell’indicativo. Anche nella parte finale della frase individuiamo un errore grammaticale commesso dal protagonista: il sostantivo работа [rabota], lavoro, dovrebbe essere coniugato al caso genitivo, работы [raboty], in quanto inserito in una frase negativa. Qui la traduzione del predicato нету [netu], forma colloquiale di нет [net], non c’è, con niente, costituisce un cambiamento di tipo U, poiché in russo la costruzione sintattica suona naturale se non fosse per la coniugazione errata del sostantivo, mentre in italiano suona molto strana e frammentaria, con il niente troppo marcato rispetto al russo нету. Questo problema potrebbe sempre rientrare nei cambiamenti di tipo I/S.

 

Олентьев: А живёшь где? Olent’ev: E dove vivi?

 

Qui l’inversione dell’avverbio где [gde], dove, con il verbo, non mantenuta nella versione italiana, potrebbe farci pensare a un cambiamento di tipo ENF, ma non possiamo considerarlo tale poiché, mentre in russo questa costruzione è particolarmente tipica del parlato, in italiano l’inversione avverbio-verbo sembrerebbe inconsueta e un po’ forzata.

 

Дерсу Узала: Моя дома нету. Сопка живи. Балаган делай – спи. Как дома – живи. Dersu Uzala: Io casa, niente. Sul monte vivi. Capanna fai e dormi. Come in casa vivi.

 

Per моя [moâ], mia e per la traduzione del predicato нету [netu] valgono le considerazioni precedenti. In riferimento a quest’ultimo bisogna però aggiungere che Dersu utilizza la stessa costruzione sintattica e le stesse parole per esprimere due concetti diversi: mentre precedentemente aveva usato нету [netu] per dire non c’è, qui utilizza il predicato per esprimere non ho. La forma colloquiale standard sarebbe «У меня нету дома» [u menâ netu doma], la frase pronunciata da Dersu suonerebbe come *Mia casa non ho. Possiamo perciò confermare che anche qui è avvenuto un cambiamento di tipo U e di tipo I/S.

Successivamente notiamo un cambiamento di tipo A in quanto Dersu non utilizza la preposizione su, che in russo in questo caso sarebbe «на» [na], per descrivere il luogo in cui abita, ma pronuncia semplicemente il sostantivo al caso nominativo. Poiché si tratta di un errore grammaticale tipico del suo modo di parlare, potremmo descrivere l’aggiunta anche come un cambiamento di tipo I. Il termine сопка [sopka], che deriva dall’antico slavo соп [sop], e dal verbo russo сыпать [sypat’], versare, si riferiva in origine ai rilievi vulcanici spenti o ancora attivi che si trovano in Estremo Oriente, in particolare in Kamčatka e nelle Isole Curili, ma con il tempo ha inglobato in sé anche il significato di monticello, piccola montagna arrotondata che si distingue dalle alte catene montuose che si trovano in queste aree. La traduzione monte rappresenta un cambiamento di tipo MOD; prendendo in considerazione il riferimento culturale a una realtà tipicamente orientale, potremmo classificarlo anche come I. Il termine балаган [balagan] si riferisce in modo particolare a baracche utilizzate per spettacoli o rappresentazioni, o per il commercio in manifestazioni e fiere; se ne può però riscontrare l’uso anche come sinonimo del termine юрта [ûrta], ovvero la tenda in uso presso i popoli nomadi. La traduzione capanna potremmo perciò considerarla un cambiamento di tipo I, in quanto in italiano si perde il rimando culturale. L’aggiunta della congiunzione e modifica la cadenza e il tono con cui viene espressa la frase, il che potrebbe essere inserito tra i cambiamenti di tipo C.

 

Олентьев: А сегодня видать ничего не добыл? Olent’ev: Oggi si direbbe che non hai preso niente.

 

Il fatto che la preposizione «а» non sia stata tradotta nella versione italiana rappresenta un cambiamento di tipo OM: quest’ultima viene utilizzata all’inizio di una frase per esprimere in modo più deciso e marcato un’idea o un’azione contrapposta a quella delle frasi precedenti e una traduzione plausibile poteva essere Eppure. La parola видать [vidat’], qui in funzione di predicato, esprime qualcosa di più certo della traduzione si direbbe, in quanto corrisponde a è evidente che, è chiaro che; nella versione italiana possiamo perciò vedere un cambiamento di tipo MOD. Il verbo добыть [dobyt’] ha tra i suoi significati quello di procurarsi, procacciarsi qualcosa spesso grazie a sforzi e fatica, e nel caso specifico grazie alla caccia; la traduzione prendere, pur rappresentando una generalizzazione, non può tuttavia essere catalogata come MOD, in quanto in italiano è la forma più naturale utilizzabile all’interno di questo contesto. Infine, mentre nella versione russa la battuta ha valenza interrogativa, in italiano diventa un’affermazione: questo potremmo considerarlo un cambiamento di tipo C per quanto riguarda le pause e il ritmo della declamazione e di tipo ENF per quanto riguarda l’espressività sintattica della frase. Inoltre si nota un generale innalzamento di registro (R), in particolare per quanto riguarda la parola видать [vidat’].

 

Дерсу Узала: Сегодня изюбря стреляй. Рана мало. Олень убегай. Моя догоняй. Люди следы там. Моя тихонько ходи. Думай, какой люди далеко сопка ходи? Хорошо посмотри – капитан есть, солдаты есть, тогда моя прямо приходи. Dersu Uzala: Oggi sparato al cervo. Ferita piccola. Cervo scappa via. Mio dietro. E orma omo visto. Io cammina pianino. Pensa, quale omo va lontano sui monti? Guardato bene: capitano c’è, soldati c’è, allora mio viene qui da voi, eheh.

 

Il termine изюбрь [izûbr’] indica un particolare tipo di cervo che abita in Asia orientale, il cui nome scientifico è Cervus elaphus xanthopygus, in italiano definito wapiti della Manciuria; pur rendendosi conto che una generalizzazione in questo contesto probabilmente è stata dettata della lunghezza del nome e dalla sua specificità, dobbiamo osservare un cambiamento di tipo MOD, visto che in russo il termine cervo trova il suo traducente in олень [olen’]. Una traduzione più filologica rispetto all’originale poteva prevedere l’utilizzo del sostantivo wapiti, o la traslitterazione fonetica del termine russo, isubra, come d’altronde se ne riscontra l’uso in inglese e in spagnolo. Visto il riferimento alla fauna asiatica, il cambiamento può essere classificato anche come I. La traduzione di мало [malo] con piccola rappresenta un cambiamento sia di tipo U che di tipo I/S: in russo il termine significa poco, in piccole quantità, e abbinato al termine рана, [rana], ferita, suona strano e goffo; in italiano, invece, l’aggettivo piccola è appropriato e naturale se si tratta di una ferita. La naturalizzazione del parlato di Dersu rappresenta perciò un mancato rimando culturale e stilistico. Il verbo догонять [dogonât’], essendo imperfettivo, esprime l’azione di rincorrere qualcuno o qualcosa al fine di raggiungerlo, mentre la sua forma perfettiva, догнать [dognat’], si può tradurre propriamente con raggiungere; la traduzione dietro risulta perciò accettabile, anche perché altre varianti in italiano sarebbero eccessivamente prolisse. La traduzione parola per parola della breve frase successiva è *Gente orme là. Per il commento del termine люди [lûdi] si rimanda alla terza battuta della scena (cambiamento di tipo MOD/I). La traduzione di там [tam], là, lì, con visto rappresenta un cambiamento di tipo D: il deittico ha la funzione di situare l’azione nello spazio, e nel caso concreto nel percorso fatto da Dersu all’inseguimento del wapiti. La versione italiana rende invece l’enunciato più vago, malgrado l’aggiunta della congiunzione e contribuisca a creare una certa consequenzialità nell’azione. Infine la frase risulta leggermente più complessa rispetto all’originale russo, con l’uso del participio passato che non fa minimamente parte del bagaglio lessicale del protagonista; ciò rientra nuovamente tra i cambiamenti a livello culturale (I). Per la traduzioni degli imperativi стреляй [strelâj], убегай [ubegaj], ходи [hodi], prima con il participio passato, sparato, poi con il presente, scappa, ed infine con l’imperativo, cammina, valgono le considerazioni precedenti riferite ai cambiamenti di tipo INTRA. L’alternarsi dei modi verbali è visibile anche più avanti: думай [dumaj], посмотри [posmotri], e приходи [prihodi], vengono tradotti rispettivamente con l’imperativo, pensa, il participio passato, guardato, e il presente, viene. Per quanto riguarda le osservazioni precedenti sulla traduzione di моя [moâ], mia, qui possiamo vedere molto chiaramente la mancanza di coerenza intratestuale, con io e mio che si seguono a distanza di poche parole. Per il commento della parola сопка [sopka] valgono di nuovo i commenti precedenti (MOD/I).

La traduzione della frase капитан есть, солдаты есть [kapitan est’, soldaty est’] con capitano c’è, soldati c’è rappresenta un cambiamento di tipo U: in russo есть [est’] è la terza persona singolare del verbo essere, ma poiché questo non viene coniugato al presente, есть [est’] assume spesso il significato di esistere, e può essere tradotto invariabilmente con c’è, ci sono. Ne consegue che mentre nella versione originale la frase suona naturale, in italiano la mancata concordanza tra soggetto e verbo rende l’enunciato goffo. Ciò potrebbe rientrare anche nei cambiamenti a livello stilistico (S). L’aggiunta del sintagma da voi di per sé non costituisce un’aggiunta di senso, in quanto esplicita ciò che in russo viene sottointeso, mentre l’omissione dell’avverbio прямо [prâmo], che poteva essere tradotto efficacemente con subito, o dritto, può essere considerato un cambiamento di tipo OM. La risatina di Dersu alla fine della battuta aggiunge una nota ironica che non percepiamo nella versione russa, e può essere considerata un cambiamento di tipo A.

 

Олентьев: (смех) Какой же ты охотник, коли изюбра смазал? Olent’ev: (risa) Che cacciatore sei se hai mancato il cervo?

 

La particella же [že] funge in questo caso da rafforzativo del concetto espresso, ed essendo tipica dell’oralità, abbassa il registro dell’enunciato (R). Una resa possibile in italiano poteva essere: Che razza di cacciatore sei. Anche la congiunzione коли [koli], se, è una forma popolare d’uso ormai antiquato, che abbassa il registro della frase (R). In italiano in questo caso si sarebbe potuto utilizzare il che polivalente per abbassare il registro e replicare la situazione di colloquialità. Nella traduzione del verbo смазать [smazat’] con mancare possiamo riscontrare un cambiamento di tipo MOD, poiché nel contesto questo significa colpire, ferire di striscio. Una traduzione efficace e, allo steso tempo, non troppo lunga rispetto al tempo della battuta, poteva essere non hai centrato.

 

Дерсу Узала: А твоя, всегда попадай? Dersu Uzala: Perché tu, colpisci sempre?

 

La resa italiana risulta troppo naturale rispetto alla frase pronunciata da Dersu, dove compaiono ancora il pronome possessivo al posto del soggetto e l’imperativo al posto del presente. Possiamo perciò rilevare nell’intero enunciato un cambiamento di tipo I ed un innalzamento di registro (R).

 

Олентьев: Мы люди военные, нам мазать не положено. Olent’ev: Ah, noi siamo militari, come facciamo a sbagliarci?

 

Nell’intero enunciato possiamo notare un cambiamento di tipo C/ENF, in quanto l’affermazione viene trasformata in una domanda retorica (vedi l’aggiunta dell’interiezione ah) e si vengono a modificare sia pause e ritmo, che espressività sintattica della declamazione. Inoltre possiamo notare un cambiamento di senso (M) nella traduzione del predicato положено [položeno], che significa non è previsto. Rendere l’espressione con come facciamo a introduce un concetto diverso, sottintendo ironicamente una presunta invincibilità dei soldati. A proposito del verbo мазать [mazat’], che propriamente significherebbe mancare il colpo, la traduzione sbagliarci rappresenta una generalizzazione (MOD). Se si riteneva più consono mantenere il verbo sbagliare si sarebbe potuto specificare cosa, ovvero la mira.

 

Дерсу Узала: Твоя – великий охотник! Все зверь постреляй – нам кушай нечего. Dersu Uzala: Tu grande cacciatore! Se tutte le bestie uccidi, noi mangiamo niente!

 

Nella prima parte della frase dobbiamo considerare che in russo la copula al presente è assente, e che la traduzione testuale sarebbe Tua sei un grande cacciatore! Possiamo perciò rilevare i problemi di uso, rimando culturale e stile (U/I/S) già presi in esame. L’introduzione della congiunzione se aggiunge un valore ipotetico, che se anche Dersu avesse voluto sottintendere, è espresso da una costruzione troppo complessa per la struttura linguistica che gli è propria. C’è da dire inoltre che lui utilizza, erroneamente, il sostantivo зверь [zver’], bestia, al singolare. Possiamo considerare tutta la prima parte della frase un cambiamento di tipo A ed I/S. Il verbo пострелять [postrelât’] è tipico della colloquialità, e sarebbe più efficace tradurlo con ammazzare, che è di registro più basso rispetto ad uccidere (cambiamento di tipo R). Per quanto riguarda il sintagma нам кушай нечего [nam kušaj nečego], possiamo riscontrare nella traduzione noi mangiamo niente un cambiamento di tipo MOD, in quanto la costruzione significa noi non abbiamo niente da mangiare, malgrado nel russo standard il pronome preceda l’infinito. Riscontriamo perciò ancora cambiamenti di tipo I/S.

 

Дерсу Узала: Эй, ты! Хватит языком болтать! Ладно, ладно. Вот, теперь, болтай болтай (смешок). Dersu Uzala: Ehi, basta parlare a vanvera! Va bene, va bene. E ora parla.
Владимир Арсеньев: Меня Арсеньев зовут. А тебя, как? Vladimir Arsen’ev: Io mi chiamo Arseniev, e tu?
Дерсу Узала: Дерсу Узала Dersu Uzala: Dersu Uzala.

 

Questa parte della scena verrà considerata in blocco in quanto nella pellicola italiana il doppiaggio non è presente, sostituito da sottotitoli per motivi non conosciuti (evidenziati in rosso nello script). Dalla qualità dell’immagine si può ipotizzare che la sequenza sia stata introdotta in un secondo momento, e per questa ragione non doppiata dalle voci protagoniste, ma è altresì plausibile che l’effetto sia stato voluto dalla produzione italiana per enfatizzare il momento delle presentazioni tra il capitano Arsen’ev e Dersu Uzala. Senza doppiaggio, i fruitori del film possono percepire chiaramente la cultura altra, molto distante dalla loro, di fronte a cui si trovano, e possono calarsi più a fondo nell’atmosfera del film. Viste le peculiarità del sottotitolaggio, che si configura come una forma di traduzione interlinguistica e per certi versi intersemiotica come conseguenza del trasferimento della lingua orale alla lingua scritta, non sarebbe utile ai fini del nostro lavoro operare un’analisi troppa puntigliosa, data la diversa natura dei due testi. Si può dire a proposito del verbo болтать [boltat’] che la traduzione parlare a vanvera si distanzia dal suo significato proprio, che è parlare troppo, senza sosta, ciarlare. In questo modo viene introdotto il concetto di parlare senza riflettere e senza stare attenti a quanto si dice, che invece in russo non è presente. Possiamo considerare questo un cambiamento di tipo MOD. Inoltre riteniamo opportuno sottolineare come la mancata ripetizione dell’imperativo parla nella prima battuta pronunciata da Dersu (in russo болтай болтай [boltaj boltaj]) costituisca un cambiamento di tipo R, poiché evitando la ripetizione enfatica tipica del parlato, non riproduce il registro del prototesto. Infine notiamo come la traslitterazione del nome Арсеньев non segua le norme internazionali (in riferimento all’anno di uscita del film in italiano, la norma ISO/R 9:1995), ma si basi su una traslitterazione fonetica ormai superata.

 

Владимир Арсеньев: Мм. А лет сколько? Vladimir Arsen’ev: Quanti anni hai?

 

In questa battuta l’interiezione Мм serve per esprimere comprensione e per facilitare il passaggio alla domanda successiva. In italiano si sarebbe potuto mantenerla esattamente identica, ma il fatto che si sia deciso di eliminarla non compromette il senso dell’enunciazione. Possiamo però notare un cambiamento di tipo ENF, poiché mentre in russo la focalizzazione è sulla parola сколько [skol’ko], quanti, in italiano viene utilizzata la struttura standard senza porre particolare enfasi su nessuna delle parole. Una resa efficace in questo caso poteva essere E anni, quanti?

 

Дерсу Узала: Хорошо не знаю. Моя уже много-много живи. Dersu Uzala: Mio non so bene. Mio già molto molto vissuto.

 

L’aggiunta del pronome mio nella traduzione della prima parte della frase costituisce un cambiamento di tipo I, poiché in questo caso non solo Dersu non esprime il soggetto, ma non commette errori né sintattici né grammaticali. Per l’imperativo живи [živi] tradotto con il participio passato valgono i commenti precedenti.

 

Владимир Арсеньев: Семья есть? Vladimir Arsen’ev: Hai famiglia?

 

Anche qui notiamo come la struttura sintattica utilizzata dal capitano venga standardizzata in italiano con un’espressione neutra (ENF), in cui non si pone l’accento su una particolare parola, a differenza del russo dove la focalizzazione è sulla parola есть [est’]. La forma neutra e completa sarebbe stata У тебя есть семья? [U tebâ est’ sem’â?]. Per rendere in modo efficace questa battuta si sarebbe potuto dire Famiglia ce l’hai?

 

Дерсу Узала: Все давно помирай. Раньше у меня жена была, сын и девчонка. Оспа все люди кончай. Теперь моя один остался. Dersu Uzala: Tutti tanto tempo morti. Prima moglie avevo, figlio e bambina. La peste tutti gli uomini ha ucciso. Adesso mio solo è rimasto.

 

Nella prima parte della battuta possiamo notare cambiamenti di tipo U/I/S: qui l’avverbio давно [davno], che significa propriamente da molto tempo, da un pezzo, in italiano è stato tradotto tralasciando la preposizione da, il che rende l’espressione goffa e grammaticalmente scorretta. Inoltre notiamo ancora la traduzione dell’imperativo помирай [pomiraj] con il participio passato morti; a proposito di questo verbo bisogna sottolineare che si tratta di una forma popolare di registro più basso rispetto al verbo standard умирать/умереть [umirat’/umeret’], il che potrebbe farci considerare la scelta del verbo morire un cambiamento di tipo R. Nella frase successiva il fatto che i sostantivi non siano preceduti da articoli indeterminativi crea ancora problemi di tipo U/I/S, in quanto, mentre in russo ciò è naturale all’interno di questa struttura, in italiano come risultato si ha una frase innaturale e goffa, che distorce il modo di parlare di Dersu. Per quanto riguarda la terza breve frase, possiamo dare un’interpretazione bivalente del cambiamento avvenuto, a seconda dell’accezione che attribuiamo al termine peste. Qui il sostantivo оспа [ocpa], che testualmente significa vaiolo, è stato tradotto con peste: se consideriamo le due malattie contagiose nella loro specificità, ovvero la prima in quanto trasmessa all’uomo dal gruppo dei Poxvirus, e la seconda dovuta al batterio Yersinia pestis, allora ci troviamo di fronte a un mutamento di senso (M). Se invece prendiamo in considerazione il significato più esteso del termine peste, ovvero quello di grave malattia contagiosa, possiamo vedere nell’enunciato una generalizzazione e catalogarlo come MOD. Qui notiamo anche un cambiamento di tipo INTRA, in quanto il termine люди [lûdi] è stato tradotto con uomini a dispetto delle battute precedenti in cui si era optato per omo. Pure in questo caso la traduzione del verbo кончать [končat’], ovvero ha ucciso, risulta di registro troppo elevato (R) rispetto al colloquiale verbo russo, che sarebbe più appropriato tradurre con far fuori, mandare all’altro mondo o al limite ammazzare.

 

Владимир Арсеньев: Послушай Дерсу. Мы обследуем здешние места. Хребты, перевалы, реки. Не пойдёшь ли к нам в проводники? Vladimir Arsen’ev: Ascolta Dersu. Noi dobbiamo esplorare questi posti. Monti, valli, fiumi. Non vuoi farci da guida?

 

Qui possiamo notare un cambiamento di tipo A, in quanto il verbo dobbiamo, e il concetto di “dovere”, non è presente nella versione russa, in cui il modo perfettivo del verbo обследовать [obsledovat’] esprime semplicemente il futuro dell’azione. Il termine хребет [hrebet] indica più esattamente un catena montuosa, un crinale, e di conseguenza la traduzione monti può essere catalogata come un cambiamento di tipo MOD. La traduzione valli a proposito del termine перевалы [pereval] rappresenta invece un mutamento di senso (M), poiché esso si riferisce ai valichi, ai varchi che mettono in comunicazione un monte con l’altro, mentre la valle è per definizione un’ampia depressione tra due pendici montuose, spesso attraversata longitudinalmente da un corso d’acqua.  

 

Дерсу Узала: Моя, думай надо. Dersu Uzala: Io, deve pensare.

 

Il predicato надо [nado] significa più propriamente occorre, aver bisogno, serve, ed è una forma invariabile che precede il verbo all’infinito; Dersu invece antepone al predicato il solito imperativo, in questo caso del verbo думать [dumat’], pensare. Per quanto riguarda la traduzione italiana, deve, possiamo perciò riscontrare un cambiamento di tipo MOD, mentre per l’ordine delle parole uno di tipo ENF, in quanto viene posta più enfasi espressiva sull’azione del pensare, piuttosto che sulla necessità di farlo.

 

Олентьев: Ен! Olentev: Eh!
Владимир Арсеньев: Ладно, ладно. Ну что ж, подумай. А теперь спать давайте. Vladimir Arsen’ev: Zitto tu. Va bene, pensaci. E adesso mettiamoci a dormire.

 

La traduzione zitto tu per l’espressione ладно, ладно [ladno, ladno] rappresenta un mutamento di senso abbastanza considerevole (M), poiché comunemente significa va bene, d’accordo (traduzione d’altro canto utilizzata nel sottotitolaggio della parte non doppiata, il che ci fa pensare anche a un cambiamento di tipo INTRA); inoltre anche il tono (C) con cui viene pronunciata la declamazione subisce una trasformazione, in quanto esso è più brusco e aspro rispetto al russo. Infine essendo l’espressione molto colloquiale potremmo vedere nell’uso dell’aggettivo zitto anche un innalzamento di registro (R). Nella traduzione dell’ultimo pezzo della frase, invece, viene a mancare un po’ della forza espressiva che percepiamo nella costruzione russa, e che forse sarebbe stato più efficace rendere con e adesso dormiamo, dai; potremmo definire anche questo un cambiamento di tipo ENF.

 

 

3.  Riflessioni e conclusioni

 

Malgrado la breve durata della scena analizzata, a ragione della ciclicità e ripetitività della maggior parte dei cambiamenti traduttivi riscontrati durante il lavoro di analisi, per estensione logica possiamo affermare che la strategia traduttiva adottata nel corso di tutto l’adattamento in italiano è stata quella della bassa traduzionalità (accettabile). Secondo la definizione dello scienziato della traduzione Toury, colui che sulla scia del concetto di «traduzionalità» di Popovič, ha introdotto i concetti di «adeguatezza» e «accettabilità», in questo caso il metatesto conserva pochissime caratteristiche del prototesto per via dei vari processi di naturalizzazione, modernizzazione e assimilazione culturale. Il metatesto risulta così più “facile” dal punto di vista della comprensione e meno “scioccante” per quanto concerne lo straniamento nei confronti di una cultura altra, ma se è vero che dal confronto matura la coscienza sia delle identità sia delle differenze, comporta altresì un minore arricchimento culturale. Di contro, una strategia traduttiva altamente traduzionale (adeguata), in cui il prototesto viene preservato come espressione di una cultura diversa, e semmai il fruitore del testo viene aiutato dal traduttore a percorrere la differenza cronotopica tra sé e l’originale, dà origine a un metatesto più impegnativo, ma che arricchisce di più (Osimo 2010).

A sostegno di questa tesi possiamo portare tutti i cambiamenti traduttivi riscontrati nella macroarea dei rapporti tra culture, e in modo specifico della sezione “rimandi intertestuali e realia” (I), che ammontano a ventidue e sono in assoluto il cambiamento più diffuso nella parte analizzata, malgrado in alcuni casi, come per i sostantivi “cervo”, “monte”, o “capanna” sarebbero state praticabili soluzioni più filologiche. In particolare abbiamo riscontrato molte problematiche nella resa e nell’adattamento del parlato di Dersu, che ipotizzando abbia imparato a comprendere la lingua e a parlare in russo solo grazie al contatto con ufficiali o esploratori russi in transito in quella zona dell’Asia, è possibile abbia assimilato gli imperativi degli ordini come tali, e continuato ad utilizzare questo modo verbale anche in strutture sintattiche differenti. Tenendo in considerazione la difficoltà di trovare in italiano dei modi per rendere gli errori e le espressioni colloquiali dell’originale che non portino lo spettatore italofono ad associare un gold agli indiani dei film western, o inglobino in sé ricadute dialettali, si deve però rivelare una banalizzazione della culturospecificità del protagonista, dovuta anche a semplificazioni o generalizzazioni. I cambiamenti di “uso” (U) e di “stile complessivo” (S) sono i più numerosi subito dopo quelli di “modulazione” (MOD). Si nota anche un impoverimento generale per quanto riguarda le forme espressive in termini di incisività e intenzione comunicativa: i molti cambiamenti di “enfasi” (ENF), introducendo espressioni più piatte e “corrette”, hanno standardizzato la polifonia del prototesto. Una scelta che invece si distanzia da questa strategia è quella di non doppiare il saluto di Dersu nel momento della conoscenza con il capitano Arsen’ev: quello Здравствуй капитан! [Zdravstvuj kapitan], non tentando di far passare il testo tradotto per un originale, ha il vantaggio di allertare lo spettatore riguardo alla presenza di una cultura altra. Per quanto riguarda l’innalzamento di “registro” (R), riscontrato in modo particolare nelle battute dei soldati, e saltuariamente anche nelle espressioni di Dersu e del capitano Arsen’ev, questo è sì legato, in parte, alla mancanza di traducenti adeguati, ma deriva anche da quell’abitudine tipicamente italiana di utilizzare nel doppiaggio una lingua patinata, scevra di inflessioni e caratterizzazioni dialettali e sociali, che proprio negli anni Settanta inizierà ad uscire dall’astrazione grazie al pensiero e lavoro di dialoghisti quali Ferdinando Contestabile[1], e che affonda le sue radici nell’omogeneizzazione linguistica imposta dal regime fascista negli anni Trenta (Paolinelli 2005:19).

Per quanto concerne gli aspetti legati al senso stesso della frase, le “omissioni” (OM) e le “aggiunte” (A) sono state relativamente poche (in entrambi i casi se ne sono contate cinque), mentre di mistranslation (M), decisamente molto più incisive per la completezza delle informazioni trasmesse, se ne sono riscontrate ben sei. È importante sottolineare come anche a livello di coerenza intratestuale (INTRA) si siano rivelate alcune discrepanze, implicanti una perdita per la strategia costruttiva del testo. Gli unici cambiamenti individuati con sporadicità sono stati quelli riguardanti i deittici e il punto di vista (D), di cui abbiamo avuto solo un esempio, e la cadenza e la metrica (C). Rifacendosi alla Tabella 1 menzionata nella Prefazione, possiamo aggiungere che oltre a non aver riscontrato nessun cambiamento relativo a calchi semantici e sintattici (CS), cacofonia (CAC), presentazione/forma grafica (P), e dominante del testo (DT), per ragioni ovvie – trascrizione effettuata dalla candidata – anche la macroarea della competenza del traduttore non ha trovato applicabilità.

A seguito all’individuazione della strategia traduttiva adottata nel doppiaggio potremmo ragionare sul fruitore modello che tale scelta implica: non solo si potrebbe assumere che questo tipo di fruitore abbia un potenziale cognitivo e una capacità di giudizio estetico minore rispetto a quello di un film sottotitolato (in cui l’elemento espressivo fondamentale della recitazione originale resta intatto), ma è un fruitore caratterizzato da un probabile atteggiamento passivo di fronte alla complessità del reale, disinteressato a tutto quanto sfugga a una comprensione immediata. Ciò, ovviamente, può essere considerato non molto lusinghiero da parte di chi, invece, proprio dagli stimoli linguistici e culturali e dal contatto e confronto con l’Altro crede che si arricchisca la propria identità. L’adattatore-dialoghista, in questo contesto, non sarà stato di sicuro l’unico responsabile della strategia, in quanto è il mercato cinematografico dominante a dettare, spesso, le norme della traducibilità. A questo proposito vale la pena menzionare la protesta che il regista giapponese elevò nei confronti della distribuzione italiana, rea di aver manomesso l’edizione originale del film per fini esclusivamente commerciali (Nazareno 2001). È evidente, poi, che il sistema del doppiaggio, nonostante e forse proprio a ragione della complessità di scomporre e riaccostare parole e immagini con lo scopo e ambizione di restituire una forma equivalente sul piano dell’espressione e soddisfacente su quello della comunicazione, intrinseci nel processo di traduzione filmica, si pone di per sé come il tipo di mediazione audiovisiva più accettabile. Se il sottotitolaggio presenta il vantaggio di non sostituirsi al prototesto, il doppiaggio va invece ad occultare la natura di testo tradotto.

4.  Riferimenti bibliografici

 

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-     Dal’ V. I. 1863-1866 Tolkovyj slovar’ živogo velikorusskovo âzyka Vladimira Dalâ, disponibile in internet all’indirizzo https://slovari.yandex.ru/~книги/Толковый%20словарь%20Даля/ consultato ad aprile 2015.

-     Dizionario dei Sinonimi e dei Contrari RCS Libri S.p.a., disponibile in internet all’indirizzo http://dizionari.corriere.it/dizionario_sinonimi_contrari/index.shtml consultato da aprile a maggio 2015.

-     Istituto dell’Enciclopedia Italiana fondato da Giovanni Treccani S.P.A., Enciclopedia Italiana di scienze, lettere ed arti Treccani 1925-2015, disponibile in internet all’indirizzo http://www.treccani.it, consultato da aprile a maggio 2015.

-     Kovalev V. 2007 ilKovalev, Dizionario di russo-italiano italiano-russo, Bologna: Zanichelli.

-     Kurosawa A. Дерсу Узала, Mosca, MOSFILM Cinema Concern con la partecipazione dello STUDIO 41 di Tokyo, 1975; versione italiana Dersu Uzala. Il piccolo uomo delle grandi pianure, sincronizzazione a cura della cooperativa di lavoro FONO ROMA con la collaborazione della CDC, Direzione del doppiaggio italiano Riccardo Cucciolla, Prato, General Video Recording, 2005.

-     Ludt C., Schroeder W., Rottmann O. e Kuehna R. 2003 «Mitochondrial DNA phylogeography of red deer (Cervus elaphus)», ResearchGate, disponibile in internet all’indirizzo http://www.researchgate.net/publication/8585775_Mitochondrial_DNA_phylogeography_of_red_deer_(Cervus_elaphus), consultato nel mese di aprile 2015.

-     Nazareno T. 2001 «AKIRA KUROSAWA: Biografia e filmografia». EDAV Educazione audiovisiva, Il portale degli studi sulla comunicazione del CiSCS, disponibile in internet all’indirizzo http://www.edav.it/articolo2.asp?id=384, consultato nel mese di giugno 2015.

-     Osimo B 2014 «Corso di traduzione». LOGOS non solo parole, disponibile in internet all’indirizzo http://courses.logos.it/IT/index.html consultato nel mese di maggio 2015.

-     Osimo B. 2004 Traduzione e qualità. Milano: Hoepli.

-     Osimo B. 2010 Propedeutica della traduzione. Seconda edizione, Milano: Hoepli.

-     Osimo B. 2013 Valutrad: un modello per la qualità della traduzione, Milano: Bruno Osimo.

-     Paolinelli M. e Di Fortunato E. 2005 Tradurre per il doppiaggio, Milano: Hoepli.

-     Russkij Vikislovar’, disponibile in internet all’indirizzo https://ru.wiktionary.org, consultato da aprile a maggio 2015.

-     Ušakov D. N. 1934-1940 Tolkovyj slovar’ Ušakova, dizionario di russo monolingue, disponibile in internet all’indirizzo http://dic.academic.ru/contents.nsf/ushakov/ consultato da aprile a maggio 2015.

-     Wikipedia, L’enciclopedia libera, disponibile in internet all’indirizzo https://it.wikipedia.org, consultata da aprile a giugno 2015.


[1] Intervistato da Cesare Biarese dichiarava: «L’abilità del dialoghista non consiste nel far parlare la gente nella maniera più pulita e perfetta, ma nel far parlare la gente così come parlerebbe una persona di quel rango in quella circostanza. Senza ricorrere al dialetto, beninteso. La capacità di sfrondare senza tradire l’originale, e di far parlare i preti come parlano i preti, e i droghieri come parlano i droghieri.»

Brian Harris, review of Alexander Lyudskanov’s book in Italian on unprofessionaltranslation

Ludskanov in Italian

SUNDAY, DECEMBER 6, 2009

Alexander Ludskanov and Natural Translation
The fundamental tenet of the Natural Translation (NT) Hypothesis is that all bilinguals can translate. The first person to state that explicitly was the brilliant Bulgarian semiotician Alexander Ludskanov (A.L.) in 1967. He did it in a book in Bulgarian; the literal translation of its title would be Human and Machine Translation. He translated the book into French himself in 1969, and what he wrote was this:
Grâce à une certaine intuition et à une certaine habitude, chaque sujet bilingue traduit d’une manière ou d’une autre. Par conséquent, la science de la TO [traduction humaine] n’avait pas à s’occuper de la question comment apprendre à l’homme à traduire, mais de la question comment lui apprendre à agir d’une manière ou d’une autre pour obtenir des résultats correspondant à certains critères acceptés a priori.
Here’s my English translation:
By intuition and habit, all bilingual people can translate in some way or other. Consequently the fundamental question for the study of human translation is not how to teach people to translate, but how to teach them to behave in a way that will produce results conforming to certain well-established, accepted criteria.
He couldn’t have said it better; but does that mean he was an early proponent of research on NT? Not at all. First, if you re-read his second sentence, you’ll see that what he recommends is not the study of the spontaneous phenomenon, but of how natural translators can be trained to translate according to the norms of their society. Secondly, the passage I’ve quoted only occurs in a footnote. He certainly knew what he was saying, but the fact that he didn’t put it in the body of his text means, IMHO, that like several other early discoverers of NT, he didn’t appreciate its full significance.

Never mind. He clearly saw that NT exists and that it’s universal.

A.L. impressed everyone who heard him lecture by the convincing clarity of his arguments – his first degree was in law. Alas, he died in 1976 at only fifty. My wife and I knew him and his family personally, and their little old-world house in Sofia. It was thanks to him that we and his other friends of the International Committee on Computational Linguistics were able to slip behind the Iron Curtain and visit Bulgaria (Sofia, Varna, the Black Sea coast) in those far-off days of the Communist regime. We were surprised by the high level of translation activities and of intellectual life in what most people in the West thought of as a Balkan backwater. This was partly due to the Bulgarians’ proximity to the linguists and scientists of the Soviet Union: A.L. himself had studied in Moscow. The Bulgarian government aped the Soviets, and A.L. received official support for his machine translation project because MT research was in vogue in the USSR. He was no supporter of the regime, but he’d managed to find a refuge in the Institute of Mathematics of the Bulgarian Academy of Science because, as he explained to me, “Mathematics is the only branch of learning that they haven’t found a way to politicize.”

There are a number of other interesting ideas in his book, but they aren’t directly relevant to this blog. What does it mean, however, to say that he was a semiotician? Semoticians study all kinds of sign systems (N.B. not just signs, but systems of signs). For them, languages are one kind of sign system, and there are others just as important. What would be such another? The genetic code, for example. For semioticians, therefore, a language translation is a conversion (or a series of conversions) of information-bearing signs, just as the transformation of DNA into RNA into protein is. (In this connection, see my July 25 post.) Semioticians think, as A.L. would have put it, “at a higher level of abstraction” than linguists.

To be continued.

References

Ludskanov, Ljudskanov, etc.: These are just variant transliterations of his Bulgarian name. Likewise Alexander, Alexandre, Aleksandar.

Aleksander L’udskanov. Prevezhdat chovekt i machinata. Sofia: Nauka i Izkustvo, 1967. 159 p. Published version of his doctoral thesis of 1964.

Alexandre Ljudskanov. Traduction humaine et traduction mécanique(Documents de linguistique quantitative 2 and 4). French translation by A.L. himself, Paris, Dunod, 1969, 2 fascicles.

The website of the International Committee on Computational Linguistics is at

http://nlp.shef.ac.uk/iccl/.

There’s an article in Wikipedia on the Institute of Mathematics of the Bulgarian Academy of Sciences.
POSTED BY TRANSLATOLOGY AT 2:19 AM

WEDNESDAY, DECEMBER 9, 2009

Ludskanov in Italian
This post is a continuation of the preceding one. Please read the other one first.

After A.L.’s death in 1976, his book on translation theory fell into oblivion except in Bulgaria, where it was republished and his memory was kept alive by his student and assistant Elena Paskaleva; and in Leipzig, where he’d been lecturing and the German translation was a textbook. There were several reasons for the neglect:

1. There was no English translation. Contrary to what some people might think, translation studies specialists are as dependent on translations as other people.

2. There was an excellent German translation, but it was made and published in East Germany when Europe was still divided. The French translation was in A.L.’s own imperfect French – and you know how picky the French are about their language; furthermore it was execrably printed. Even in intellectual spheres, appearances do count.

3. As time wore on, the parts of the book that had to do with computing went further and further out of date. A.L. foresaw this, and told me that future translators would have to update it. And then, around 1990, research on machine translation took a whole new direction.

4. Interest in the connections between translation and semiotics became focussed on literary and cultural semiotics, which were not A.L.‘s interest.

But now A.L.’s book and its ideas have been given new life. After the long neglect, an Italian translation has unexpectedly appeared. It was done from the French version by a team, and edited by Bruno Osimo, an enterprising and discerning teacher of translation and translation theory at the University of Milan and elsewhere in Italy (more about him at www.logosdictionary.org/corso_traduzione/bosimo.html).

He’s dealt with the problem of updating the computer science parts of the book by the simplest and most drastic method possible: he’s cut most of them out. As he says himself:
This is not a complete and unabridged translation of the 1967 work, which had 160 pages. Some chapters that were all about machine translation have been left out entirely… The other chapters have undergone editing so as to remove the technicalities of the most ’cybernetic’ aspects of the book; they would not mean much today to people who are interested in translation. [Cybernetic, in A.L.’s usage, conformed to the East European concept that computer science was a branch of cybernetics.] Altogether, the text has been reduced by about two fifths.
Compared with the revised Bulgarian edition and the German translation, the reduction is even more drastic. In the same spirit of reader-oriented translation,
The original Bulgarian contained a great many [quasi-mathematical] symbols and formulae. Here such abbreviations, etc., have been eliminated in order to make the text more readable.
Gone too are the many footnotes, and with them the passage about ‘intuitive’ translators that I cited at the beginning of the preceding post.

Never mind. The essential Ludskanov is there. It’s good to see the book in print again and made available to another generation. Perhaps somebody will be guided by Osimo’s editing to finally produce an English version.

The book is nicely printed, and at 10 euros it’s a bargain.

To be concluded.

References (see also the preceding post)

Aleksandar Lûdskanov. Un approccio semiotico alla traduzione. Dalla prospettiva informatica alla scienza traduttiva. Italian translation by Vanessa Albertocchi, Gaia d’Alò, Emilia de Candia, Francesca Picerno, Luca Revelant, Valeria Sanguinetti, Elisa Scarmagnani and Maura Zampieri from the French translation. Edited by Bruno Osimo. Milan: Hoepli, 2008. xix, 76 p.

Aleksander Lyudskanov. Prevezhdat chovekt i machinata. Revised and expanded edition, edited by Elena Paskaleva, with a preface by the eminent Bulgarian linguist Miroslav Yanakiev. Sofia: Narodna Kultura, 1980.

Elena Paskaleva. Alexander Ljudskanov. In W. J. Hutchins (ed.), Early Years in Machine Translation: Memoirs and Biographies of Pioneers, Amsterdam, Benjamins, 2000. pp. 361-376. For fast reading, go to http://books.google.com/books?id=CsPYkBRva1gC&pg=PA361&lpg=PA361&dq=ljudskanov&source=bl&ots=UyDck2F0OR&sig=HapR9t19kuWf_7AN-jePQuyKdOE&hl=es&ei=74obS_-3LdCu4QabzuHgAg&sa=X&oi=book_result&ct=result&resnum=5&ved=0CBwQ6AEwBA#v=onepage&q=ljudskanov&f=false, although there are a few pages missing.

Alexander Ljudskanov. Mensch und Maschine als Übersetzer. German translation by Gert Jäger and Hilmar Walter of the Karl-Marx University, Leipzig, from a greatly expanded source text. Halle: Niemeyer, 1972 / Munich: Hueber, 1973. 260 p. A.L. much preferred this translation to his own French one.

There’s also a Polish translation. Osimo says he couldn’t trace it, but it’s in the catalogue of the National Library of Poland.
POSTED BY TRANSLATOLOGY AT 2:19 AM

SATURDAY, DECEMBER 12, 2009

L’informazione traduttiva necessaria

This post is the conclusion of the two preceding ones, which should be read first.

One of the sections of Alexander Ludskanov’s magnum opus that Bruno Osimo has preserved in his Italian recension is, fortunately, 3.2.1 L’informazione traduttiva necessaria (The Information Needed for Translating). It was the subject of my last discussion with A.L. in Ottawa not long before he died.

I dwell on it here because it’s a matter that’s fundamental to all translating, whether machine, expert or natural. Only a layman thinks that a good knowledge of the two languages involved is enough information. For example, even if you know the verbs, the pronouns, the sentence forms, you can’t even translate appropriately such a simple message as “How are you?” into French, Spanish, etc., without also being informed what the social relationship is between the speaker and the hearer: Comment allez-vous? or Comment vas-tu? The term A.L. uses for such information is extralinguistic.

A.L. was acutely aware that the acquisition and incorporation of extralinguistic information presented a major problem for machine translation (MT). A few years before, in 1962, the Israeli logician and linguist Yehoshua Bar-Hillel (see photo), who was engaged in machine translation research at MIT, had declared it to be an insurmountable obstacle to the realization of what he called Fully Automatic High Quality Machine Translation. His pessimism put a damper on MT research in the United States. One of his examples was the apparently simple phrase slow neutrons and protons. In order to translate it correctly into languages that require agreement between nouns and their adjectives, it must be parsed either as (slow neutrons) + protons or as slow (neutrons + protons). But the choice between them depends on prior knowledge of, or newly acquired information about, nuclear physics. To A.L., as a semiotician, the extralinguistic information did not come directly from the world outside the translator (the ‘real world’) but from what was coded in other sign systems in the translator’s mind.

On the other hand, it’s not necessary, for the translation of a given text, that the translator possess, or have access to, the whole vast ocean of human knowledge. Each translation requires only a few drops from the ocean, and that, perhaps, might be acquirable and could be processed by a computer. Generally speaking, the more narrowly specialized the source text is, the less of the ocean is needed. But how to determine and specify precisely what information is required? That’s what we saw as the primary problem of l’informazione traduttiva necessaria.

Reference (see also the two preceding posts)

Yehosua Bar-Hillel (1915-1975). The future of Machine Translation. Times Literary Supplement, April 20, 1962. Bar-Hillel called extralinguistic information encyclopedic information. He later recanted in part and admitted that perhaps MT didn’t need to be High Quality or Fully Automatic. There’s an article on him in Wikipedia, which also tells us that his granddaughter, Gili Bar-Hillel, is the Hebrew translator of the Harry Potter series.

Photo: Wikipedia
POSTED BY TRANSLATOLOGY AT 5:13 AM
http://www.rapallorealestate.eu/

Anton Popovič. La scienza della traduzione. Aspetti metodologici. La comunicazione traduttiva. Review by Ubaldo Stecconi

Anton Popovič. La scienza della traduzione. Aspetti metodologici. La
comunicazione traduttiva, trs. Bruno Osimo and Daniela Laudani.
Milano: Editore Ulrico Hoepli, 2006. xx + 194 pp. ISBN 88-203-3511-5.
19 €. [Original: Teória umeleckého prekladu. Bratislava: Tatran, 1975.]
Reviewed by Ubaldo Stecconi (Brussels)

On May 1, 2004 ten new countries joined the EU and the division of the continent
into Western and Eastern blocs symbolically came to an end. According to many
commentators, the division had always been artificial: Europeans on opposite
sides had always shared more than their governments did. This is how Prof. Peter
Liba — who helped me put Anton Popovič’s work in its proper historical context
— put it: “We [under the totalitarian regime, behind the Iron Curtain] have never
stopped being in Europe and develop its cultural potential” (Liba 2006). From
a Western European viewpoint, this has been repeatedly confirmed as the institutional,
cultural, and intellectual heritage of the East has become progressively
familiar. The Italian edition of Teória umeleckého prekladu (1975) brings this realisation
to Translation Studies.
Anton Popovič (1933–1984) was not exactly unknown. A good academic
manager and organiser, his international links included Poland, Hungary, the
Netherlands, Canada, and the US. From his Cabinet of literary communication
at the University of Nitra, he established contacts with translation scholars (cf.
Holmes, de Haan and Popovič 1970; Popovič 1970) and the quality of his work
was recognised in Western circles (cf. Dimić 1984; Beylard-Ozeroff, Králová and
Moser-Mercer, eds. 1998; Tötösy de Zepetnek 1995; Zlateva 2000; Gentzler 2001).
However, according to Mr Osimo, who translated the text reviewed here with
Daniela Laudani, no extended part of his work has been available in the academic
lingua francas of the West (cf. pp. x–xi).1 Unfortunately, Italian is not exactly the
first choice as a lingua franca either. Teória umeleckého prekladu should appear in
more widely used languages, and I hope the reasons will be clear to you by the end
of this review.
Why did an interest in translated communication arise in Nitra in the late 1960s?
Prof. Liba informs us that the Cabinet of Literary Communication was born as
an interdisciplinary project of František Miko, a linguist, Popovič, a literary comparatist,
and other teachers. A covert disagreement with Marxist approaches to literature
lay in the background, but the project could push through because Nitra’s
marginal position eluded political monitoring. Secondly, those scholars felt they
had to critically come to terms with Western theories of literature. The initial interest
was thus literary studies, particularly Miko’s theory of style, which Popovič
74 Book reviews
— whose main interest had always been translation theory — later applied to literary
translation.
La scienza della traduzione appears 31 years after the Slovak original and 26
after the 1980 translation into Russian, on which it is also based. In spite of this,
many positions and insights still read fresh and provocative. How can it be that the
book does not show its age? I can think of two reasons: either Popovič was a Leonardo-like
genius way ahead of his time, or Translation Studies has been running
out of steam lately. This seems the conclusion Palma Zlateva reached at the end of
her comprehensive overview of the Russian edition of the work:
It is unfortunate that Popovič left us so early, before he could witness both the
influence of his ideas and our failure to overcome during these years some of the
pitfalls which he had been warning us in his writings. (Zlateva 2000: 115)
I believe she has a point. Already in the introduction, Popovič laments the lack of
a solid theoretical background in translation circles, especially practitioners (p.
xxvii). As we know, this is still the case. His solution is as follows: a theory of translation
can be developed on the basis of a more general semiotic theory of communication
and it should strive to remain an open interdisciplinary field. However,
this implies the danger that Translation Studies loses its individual character:
To prevent that researchers from other disciplines deny the science of translation
the status of an independent discipline, I have drawn a map of the relationships
between the science of translation, linguistics and comparative literature. (pp. xxviii–xxix)
The map appears at pages 12–13 and makes an interesting read if compared with
the Toury-Holmes map (e.g. in Toury 1995: 10) Western scholars are more familiar
with.
Popovič was bold and optimistic, but it seems to me that we have not moved
a lot forward since. Perhaps Translation Studies has chosen the wrong time to
fight for the independence of its province within the larger confederation of the
human sciences. Today’s research — both in the human and the natural sciences
— is no longer structured around disciplinary boundaries but around problems,
regardless of where their solutions may come from. At any rate, it is interesting
to note the close association between a solid theory for translation and a precise
technical terminology for its operational concepts. This attention to a ‘scientific’
terminology is demonstrated by a 30-page glossary that closes the book. The glossary
is explicitly presented as “a theoretical microsystem” (p. 147) and most of the
entries it includes read like an encyclopedia. Theory, specialist terminology, and
independence are three corners of one and the same figure for Popovič: “although
the science of translation has an interdisciplinary outlook, there exists a specific
Book reviews 75
domain for it which does not automatically borrow the terminology of the other
disciplines” (p. 5).
According to Prof. Liba, Popovič translated little and did not have a large firsthand
experience of literary translation. In spite of this, I found his remarks on the
practical act of translating insightful and to the point. Starting from the recognition
that any translation is a secondary model, Popovič writes that “Translating …
is a consequence of the clash between primary and secondary communication” (p.
47). This is a theoretical position that sets the stage for a dynamic and dialectical
view of translating.
One can find a first reflection of this view already in the terms proposed for
what we sometime call source and target texts. Popovič defines them prototext and
metatext, thus highlighting their distinct and convergent functions for the act of
translating. The prototext is defined as “Subject of intertextual continuity. Original
text, primary model which is the basis for second-degree textual operations” (p.
166). This definition suggests an ontological primacy for the act of translating, of
which the prototext is nothing more than a ‘basis’. Consistently, the metatext is
defined as a “Model of the prototext” which is the product of “a logopoietic activity
carried out by the author of the metatext” (p. 159). What are the crucial elements
around which this logopoietic activity revolves? Recalling the literary context in
which Popovič operated, it is not surprising that style comes first, with content and
expression distant seconds. “The concept of translational correspondence must be
defined above all at the stylistic level; content and language elements give equally
important functional contributions to it” (p. 76). At this point it should be obvious
that the text is the only workable unit of translation: “Ideally a translation that
strives to build stylistic similarities must be carried out at textual level” (p. 68).
This outlook has interesting consequences on the notion of equivalence. “The
art of translation is the exact reproduction of the prototext as a whole” (p. 82). This
statement should not be mistaken as endorsing such ideas as perfect equivalence
or identity. Popovič forcefully rejects the notion of total equivalence; in fact, his
core theoretical argument is the alternative and more realistic notion of change or
shift. Translators change the prototext precisely in order to convey it as exactly as
possible, “to possess it in its totality” (ibid.). Both absolute freedom and absolute
faithfulness are self-contradictory conceptions; in fact, translating can actually be
defined in terms of stylistic, linguistic or semantic shifts. There can be no trade-off
between faithfulness and freedom; rather, they are dialectically related.
The optimal situation is functional stylistic change; i.e. change whose goal is
the expression of the prototext’s character in a way that responds to the conditions
of the other system (p. 83). This state of affairs gives translators their fair share of
semiotic responsibility. Popovič has no doubt that translating involves creativity:
76 Book reviews
Every translator interprets the prototext and develops its creative potential.
(p. 126)
A translator is both more and less than a writer. Less, because his or her art is ‘secondary’.
More, because … he or she has to mix analytical thinking with creative
abilities; create according to fixed rules; and introduce the prototext into a new
context. (p. 38)
Because creativity means making choices, this complex translational task can be
neatly expressed as follows: “Translators choose within choices already made” (p.
39). As we know well, not everyone is convinced that translating involves creativity
yet. Those who deny translators’ creative efforts presuppose that translating is a
simple recording of the original; those who recognise them presuppose that translating
happens in the mind of the translator. Popovič would certainly prefer the
latter position as is evidenced by his rejection of the conception of the copy and of
machine translation: “Machine translation … is devoid of style; to use a figure, it
is ‘dehydrated’. Since it is not a text, automatic translation cannot even be regarded
as a translation in the first place” (p. 69).
Popovič refuses to accept that the copy, the perfect matching of all levels of expression
between prototext and metatext, is a desirable — if unreachable — limit
translators should tend to. In fact, the copy is the opposite of translation; its very
negation. It is not the first time a case needs to be made along these lines for the independence
of a form of semiotic work. A debate in early 16th century Italy compared
the expressive powers of painting to poetry and sculpture. Then too people wondered
whether painting originated in the imagination or was a mere recording of
something else. Today, we have no doubt that painters are creative artists, but before
the year 1500 they were regarded more or less as craftsmen. Masters such as Bellini,
Giorgione and Titian, active in Venice in the first three decades of the century, helped
change the public perception of painters. When will this happen to translators? Arguments
like those included in La scienza della traduzione can certainly bring that
time closer, and this is another reason why — I repeat — I hope this book will soon
appear in a language that is more familiar to the community of scholars.
Note
. All references to La Scienza della traduzione include page numbers only; all translations into
English are mine.
Book reviews 77
References
Beylard-Ozeroff, Ann, Jana Králová and Barbara Moser-Mercer, eds. 1998. Translators’ strategies
and creativity: Selected papers from the 9th International Conference on Translation and Interpreting,
Prague, September 1995 — In honor of Jiří Levý and Anton Popovič. AmsterdamPhiladelphia:
John Benjamins. [Benjamins Translation Library, 27.]
Dimić, Milan V. 1984. “Anton Popovič in Memoriam”. Canadian review of comparative literature
/ Revue Canadienne de Littérature Comparée. 11:2. 350.
Gentzler, Edwin. 2001. Contemporary translation theories (2nd edition). Clevedon: Multilingual
Matters.
Holmes, James S, Frans de Haan and Anton Popovič, eds. 1970. The nature of translation: Essays
on the theory and practice of literary translation. The Hague: Mouton.
Liba, Peter. 2006. Personal communication. 5 August.
Popovič, Anton. 1976. Dictionary for the analysis of literary translation. Edmonton: Department
of Comparative Literature, The University of Alberta.
Popovič, Anton. 1970. “The concept of ‘shift of expression’ in translation analysis”. Holmes et al.
1970. 78–90.
Toury, Gideon. 1995. Descriptive Translation Studies and beyond. Amsterdam-Philadelphia:
John Benjamins.
Tötösy de Zepetnek, Steven. 1995. “Towards a taxonomy for the study of translation”. Meta 40:3.
421–444. [Reworked version of Popovič 1976.]
Zlateva, Palma. 2000. “A wheel we have been reinventing. Review of Anton Popovic’s Problemy khudozhestvennogo
perevoda [Problems of Literary Translation]”. The translator 6:1. 109–116.
Reviewer’s address
European Commission
MADO 10/84
B-1049 BRUSSELS
Belgium
e-mail: ubaldo.stecconi@ec.europa.eu

Peirce e Freud. L’importanza di dire la verità nel discorso terapeutico, di Mara Camurri

Peirce e Freud. L’importanza di dire la verità nel discorso terapeutico

Peirce and Freud. The role of telling the truth in therapeutic speech

MARA CAMURRI

Université de Strasbourg

Institut de Traducteurs d’Interprètes et de Relations Internationales

Dipartimento di Lingue di Scuole Civiche Milano

Laurea Magistrale in Traduzione

supervisore: professor Bruno OSIMO

 Master: Arts, Lettres, Langues

Mention: Langues et Interculturalité

Spécialité: Traduction et interprétation

Parcours: Traduction professionnelle

estate 2014

 © 2000 Forum on Psychiatry and the Humanities of the Washington School of Psychiatry

© Mara Camurri per l’edizione italiana 2014

 Peirce e Freud. L’importanza di dire la verità nel discorso terapeutico

Peirce and Freud. The role of telling the truth in therapeutic speech

 

 

Abstract

 

Psychoanalysis requests the patient to express his thoughts verbally, including free associations and dreams, from which the therapist infers the unconscious conflicts causing the patient’s symptoms. Language has a liberating function, which can be clarified by Freud, structuralism and Peirce. Freud asks his patients not only to tell the truth, but also to promise absolute honesty (the fundamental rule of psychoanalysis). Structuralism explains very well the differentiating function of language which helps the mentally ill person to liberate him/herself from the domination of unmediated images. However, Peirce’s semiotic view of language deals better than structuralism with the Freudian insistence on telling the truth, and also introduces the idea of an interpretant which becomes a guide to action.

SOMMARIO

1. TRADUZIONE CON TESTO A FRONTE. 5

2. GLOSSARIO.. 47

2.1 GLOSSARIO DI CONSULTAZIONE RAPIDA INGLESE – ITALIANO.. 48

2.2 SCHEDE TERMINOLOGICHE.. 50

3. POSTFAZIONE. 66

3.1 ANALISI TESTUALE DELL’ORIGINALE.. 66

3.1.1 L’autore. 67

3.1.2 Il saggio. 67

3.2 ANALISI TRADUTTOLOGICA DELL’ORIGINALE.. 68

3.2.1 Il lettore modello. 68

3.2.2 Dominante e sottodominanti 69

3.2.3 Strategia traduttiva. 70

3.2.4 Individuazione e gestione del residuo traduttivo. 72

4. RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI 74

1. TRADUZIONE CON TESTO A FRONTE

 

Peirce and Freud

The Role of Telling the Truth

in Therapeutic Speech

Wilfried Ver Eecke

Peirce e Freud

L’importanza di dire la verità

nel discorso terapeutico

Wilfried Ver Eecke

Psychoanalysis attempts to help people who are caught up in dead-end strategies. It uses language to liberate them from these strategies. In this chapter I turn to Freud, structuralism, and Peirce to clarify the liberating function of language. The idea in Freud’s work that I concentrate upon is his demand for telling the truth. I then argue that structuralism is capable of highlighting very well the differentiating function of language which helps the mentally ill person to liberate herself from the domination of unmediated images, but that this theory is not as well equipped as Peirce’s semiotic view of language to deal with the demand for truth-telling in the therapeutic process. In discussing Peirce’s view of language, I also discuss how his view of the relation between talk and action differs from that of Freud. La psicoanalisi cerca di aiutare le persone che sono coinvolte in situazioni senza via di uscita. Per liberarle da tali situazioni utilizza la lingua. In questo capitolo mi occupo di Freud, dello strutturalismo e di Peirce per spiegare la funzione liberatoria della lingua. Nell’opera di Freud l’idea sulla quale mi concentro è la sua richiesta di dire la verità. Successivamente spiego che lo strutturalismo è in grado di evidenziare molto bene la funzione differenziante della lingua che aiuta la persona malata di mente a liberarsi dal dominio di immagini non mediate, ma che questa teoria non è così ben congegnata come la visione semiotica della lingua di Peirce in relazione alla richiesta di dire la verità nel processo terapeutico. Nell’analizzare il punto di vista di Peirce sulla lingua, esamino anche come la sua idea della relazione tra parola e azione differisca da quella di Freud.
The Liberating Function of Language in Freud La funzione liberatoria della lingua in Freud
In therapy, not all talk is liberating. For an illustration of what kind of speech liberates human beings, one might look to Freud’s papers on technique. In his “Further Recommendations on the Technique of Psychoanalysis”, Freud writes about the fundamental rule of psychoanalysis when he admonishes his patients: In terapia non tutte le conversazioni sono liberatorie. Per chiarire quale tipo di discorso è liberatorio per gli esseri umani, può essere utile esaminare gli scritti di Freud sulla tecnica. Nei suoi Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi, Freud scrive della regola fondamentale della psicoanalisi quando esorta i suoi pazienti:
What you tell me must differ in one respect from an ordinary conversation. Ordinarily you rightly try to keep a connecting thread running through your remarks and you exclude any intrusive ideas that may occur to you and any side-issues, so as not to wander too far from the point. But in this case you must proceed differently. You will notice that as you relate things various thoughts will occur to you which you would like to put aside on the ground of certain criticism and objections. You will be tempted to say to yourself that this or that is irrelevant here, or is quite unimportant, or nonsensical, so that there is no need to say it. You must never give in to these criticisms, but must say it in spite of them – indeed, you must say it precisely because you feel an aversion to doing so. Later on you will find out and learn to understand the reason for this injunction, which is really the only one you have to follow. So say whatever goes through your mind. Act as though, for instance, you were a traveller sitting next to the window of a railway carriage and describing to someone inside the carriage the changing views which you see outside. Finally, never forget that you have promised to be absolutely honest, and never leave anything out because, for some reason or another, it is unpleasant to tell it. [S.E. 12:134 – 35] In un punto il Suo racconto deve differenziarsi da una comune conversazione. Mentre Lei di solito cerca, giustamente, di tener fermo nella Sua esposizione il filo del discorso e di respingere tutte le idee improvvise e i pensieri secondari che lo intralciano, per non saltare, come si dice, di palo in frasca, qui deve procedere in modo diverso. Lei osserverà che durante il Suo racconto Le vengono in mente diversi pensieri, che vorrebbe respingere con determinate obiezioni critiche. Sarà tentato di dirsi: Questo o quello non c’entra oppure non ha alcuna importanza, oppure è insensato, perciò non c’è bisogno di dirlo. Non ceda mai a questa critica e nonostante tutto dica, anzi dica proprio perché sente un’avversione a dire. Il motivo di questa prescrizione – in fondo l’unica che Lei debba seguire – verrà a saperlo più tardi e imparerà a comprenderlo. Dica dunque tutto ciò che Le passa per la mente. Si comporti, per fare un esempio, come un viaggiatore che segga al finestrino di una carrozza ferroviaria e descriva a coloro che si trovano all’interno il mutare del panorama dinanzi ai suoi occhi. Infine non dimentichi mai di aver promesso assoluta sincerità e non passi sotto silenzio alcunché di cui le dispiaccia parlare per un motivo qualsiasi. (OSF 7:344)
At the end of his statement, he splits the recommendation in two parts, linguistically separated by the word “finally”. The first idea is a description of a process crucial to obtaining access to the unconscious. The second idea is a promise of absolute honesty. Al termine della sua affermazione, Freud divide la raccomandazione in due parti, separate linguisticamente dalla parola «infine». La prima idea è la descrizione di un processo fondamentale per avere accesso all’inconscio. La seconda idea è la promessa di assoluta sincerità.
The first idea deals with the process that alone gives access to the unconscious: saying whatever comes to one’s mind. Freud contrasts such manner of speaking with ordinary speech. Normally, he says, we “try to keep a connecting thread running through [our] remarks and… [we] exclude any intrusive ideas that may occur to [us] and any side-issues” (ibid.; my italics). Normal speech excludes. The purpose of the exclusion is to keep the unity of the story; however, it restricts the revealing process. Letting go of our control, responsible for producing unity in our story, so that indefinite revelation may occur in speaking is a process that Freud called free association (S.E. 20:40 – 47).[1] La prima idea riguarda l’unico processo che permette di accedere all’inconscio: dire tutto ciò che viene in mente. Freud confronta tale modo di parlare con il discorso comune. In genere, afferma, cerchiamo «di tener fermo nella [nostra] esposizione il filo del discorso e di respingere tutte le idee improvvise e i pensieri secondari» (ibid.; il corsivo è mio). Il discorso normale respinge. La finalità di respingere è di mantenere l’unità del racconto; tuttavia, così si frena il processo rivelatore. Allentare il controllo che crea unità nel nostro racconto, in modo che parlando possano emergere rivelazioni indefinite, è un processo che Freud chiamava libera associazione (OSF 10:107-114)[2]
This therapeutic method took the place of hypnosis, a technique that Freud had used in making symptoms disappear. When Freud noticed that patients treated by means of hypnosis created substitute symptoms, he at first used the technique of pressing his hand to his patients’ heads while asking them what came to their minds. Later he introduced the method of having his patients lie on a couch to talk about anything that came to mind. The significant change from the first to the third (and last) method was that talking was now done without hypnosis and thus with the patients’ full consciousness and full possession of will. With use of this last method, Freud left his patients with the ability to decide on their own what statements to make. Under the first method, hypnosis deprived his patients of such a choice. Questo metodo terapeutico sostituì l’ipnosi, un tecnica che Freud aveva utilizzato per fare scomparire i sintomi. Quando Freud si accorse che i pazienti trattati con l’ipnosi creavano sintomi sostitutivi, in un primo tempo usò la tecnica di premere la mano sulla testa del paziente chiedendogli cosa gli venisse in mente. In seguito introdusse il metodo di far sdraiare il paziente su un divano per parlare di tutto ciò che gli venisse in mente. Il passaggio significativo dal primo al terzo (e ultimo) metodo fu che ora la conversazione aveva luogo senza ipnosi e quindi con il paziente in stato di completa coscienza e pienamente in grado di esprimere la propria volontà. Seguendo questo ultimo metodo, Freud lasciava al paziente la facoltà di decidere per proprio conto quali affermazioni fare. Con il primo metodo, l’ipnosi privava i pazienti di tale scelta.
It is this opportunity for choice, flowing from his new technique, that Freud addresses in the second idea by insisting that his patients promise absolute honesty (Thompson 1994, 167 – 70). Freud thus makes a double moral demand: first, honesty and second, a promise to another person. Why this double moral demand? An explanation can be found in a footnote to Freud’s text: “Later, under the dominance of the resistances, obedience to it [the fundamental rule] weakens, and there comes a time in every analysis when the patient disregards it” (S.E. 12:135n). Here, Freud tells us that absolute honesty is impossible. Now, the honesty in question concerns honesty in revealing information about one’s own person. Thus, the honesty requested by Freud is a moral demand that concerns solely the patient’s attitude toward him or herself. However, Freud adds a second moral demand, one about an interpersonal relationship: the promise to be honest. Freud therefore makes the patient, from the beginning of the therapy, not only a moral agent (an honest talker), but also a moral coworker (someone who has made a promise to someone else).[3] È proprio questa possibilità di scelta, che nasce dalla sua nuova tecnica, che Freud richiama nella seconda idea quando pretende che i pazienti promettano assoluta sincerità (Thompson 1994:167-70). Freud così fa una doppia richiesta morale: in primo luogo la sincerità, e in secondo luogo una promessa a un’altra persona. Perché questa doppia richiesta morale? Una spiegazione si può trovare in una nota a piè di pagina nel testo di Freud: «In seguito, sotto il dominio delle resistenze, si cessa di seguirla [la regola fondamentale], e prima o poi per ciascuno viene il momento di superarla» (OSF 7:345n). Qui Freud ci dice che la sincerità assoluta è impossibile. Ora, la sincerità in questione è la sincerità nel rivelare informazioni su se stessi. Quindi la sincerità invocata da Freud è una richiesta morale che riguarda esclusivamente l’atteggiamento del paziente nei confronti di se stesso. Tuttavia, Freud aggiunge una seconda richiesta morale, che riguarda una relazione interpersonale: la promessa di essere sinceri. Freud pertanto rende il paziente, fin dall’inizio della terapia, non solo un agente morale (che parla sinceramente), ma anche un collaboratore morale (che ha fatto una promessa a un’altra persona).[4]
Let us analyze the implications of the double moral request. The first, the request to be honest, appears as a request by an outsider (the therapist) to a person with psychological difficulties. The request for honesty implies that the therapist affirms certain fundamental capacities in the patient, such as his ability to have a moral attitude toward words and persons. The patient is thereby credited with the capabilities to say true or false things to another and to judge the truth and falsity of his or her own statements. In addition, the patient is also granted the privilege of deciding whether or not to tell the truth, because Freud advises therapists not to try to confirm or disconfirm information given by the patient by checking with family members, friends or acquaintances. Freud thus makes the word of the patient the highest authority for establishing the truth about him- or herself. At the same time, the fact that the therapist must explicitly ask the patient to be honest is a warning that there is difficulty in eliciting honest talk about oneself. Freud points out that the patient will be tempted to deceive him- or herself by creating apparently legitimate excuses for not telling the complete truth. He therefore presents the patient with a conscious tool (the therapist’s explanation of why truth-telling will be difficult) to help him or her be more honest than he or she normally would be. Freud’s request for honesty thus affirms the patient’s abilities, but also warns and gives the patient a conscious tool to help increase honesty. Analizziamo le implicazioni della doppia richiesta morale. La prima, la richiesta di essere sinceri, si presenta come la richiesta di un estraneo (il terapeuta) a una persona con difficoltà psicologiche. La richiesta di sincerità comporta che il terapeuta confermi nel paziente alcune capacità fondamentali, come quella di avere un atteggiamento morale nei confronti di parole e persone. Al paziente si riconosce così la facoltà di dire il vero o il falso a un’altra persona e di giudicare la verità o la falsità delle sue stesse affermazioni. Inoltre al paziente è data la prerogativa di decidere se dire la verità oppure no, poiché Freud consiglia ai terapeuti di non cercare conferma o smentita delle informazioni fornite dal paziente controllando presso famigliari, amici o conoscenti. Freud così riconosce alla parola del paziente la più elevata autorità per stabilire la verità su se stesso. Allo stesso tempo, il fatto che il terapeuta debba chiedere esplicitamente al paziente di essere sincero è un avvertimento sulla difficoltà di riuscire a parlare sinceramente di se stessi. Freud sottolinea che il paziente sarà tentato di autoingannarsi inventando delle scuse apparentemente legittime per non dire tutta la verità. Quindi gli fornisce uno strumento consapevole (la spiegazione del terapeuta dei motivi per cui è difficile dire la verità) per aiutarlo a essere più sincero di quanto non sarebbe normalmente. La richiesta freudiana di sincerità conferma quindi le capacità del paziente, ma funge anche da avvertimento e gli fornisce uno strumento consapevole per aiutarlo a essere più sincero.
Freud does not stop here, however, but goes on to make a second request. He asks that the patient make a promise to the therapist to be honest. Freud states explicitly why that second demand is necessary. He claims that at one point or another, resistance will lead all patients to disregard the demand to be honest. Freud seems convinced that the conscious warning and the conscious tool given to the patient will be insufficient, though he does not seem prepared to say that his patients will become liars. Rather, Freud seems to say that his patients will be unable to remain truthful because unconscious forces will try to prevent the revelation of truth. Freud tuttavia non si ferma qui, ma avanza una seconda richiesta. Invita il paziente a promettere al terapeuta di essere sincero. Freud dichiara esplicitamente perché questa seconda richiesta è necessaria. Sostiene che prima o poi la resistenza porta tutti i pazienti a trascurare la richiesta di sincerità. Freud sembra convinto che l’avvertimento consapevole e lo strumento consapevole dati al paziente saranno insufficienti, tuttavia non intende dire che i suoi pazienti mentano consapevolmente. Piuttosto, Freud sembra dire che non sono in grado di restare sinceri perché forze inconsce tendono a impedire la rivelazione della verità.
I interpret Freud’s demand for a promise to tell the truth as an attempt to mobilize additional resources to deal with unconscious resistance to the revelation of truth. One possible way to clarify the meaning of these additional resources is to argue that a promise to another involves the hope for recognition by that other. As the promise requested is a promise to be moral, the hope for recognition present in this promise must be understood as a hope for recognition as a moral agent by another moral agent. Interpreto la richiesta freudiana di promettere di dire la verità come un tentativo di mobilitare risorse aggiuntive per affrontare la resistenza inconscia alla rivelazione della verità. Una possibile spiegazione del significato di tali risorse aggiuntive è l’idea che una promessa a un altro implica la speranza di riconoscimento da parte sua. Poiché la promessa richiesta è di carattere morale, la speranza di riconoscimento presente in questa promessa deve essere intesa quale speranza di riconoscimento come agente morale da parte di un altro agente morale.
Clearly, these two moral demands made by the therapist cannot be made gratuitously, as they in turn commit the therapist as well. The first demand for honesty is normally understood to commit the therapist to the moral duty to keep all information provided by the patient secret. The second demand exacting a promise to be honest commits the patient to a moral pact with the therapist and, in my view, obliges the therapist to accept the moral dimension of the therapeutic relation (S.E. 12:161). È chiaro che queste due richieste morali da parte del terapeuta non possono essere fatte in modo gratuito, poiché impegnano anche il terapeuta stesso. La prima richiesta di sincerità in genere sottintende l’impegno del terapeuta al dovere morale di mantenere segrete tutte le informazioni date dal paziente. La seconda richiesta, che esige la promessa di essere sinceri, impegna il paziente in un patto morale con il terapeuta e, a mio parere, obbliga quest’ultimo ad accettare la dimensione morale della relazione terapeutica (OSF 7:362).
According to the above analysis, therapeutic speech aims at truth. It is made difficult and sometimes impossible by resistance to telling the truth. I wish to explore in the remainder of the chapter how semiotics can explain better than, for instance, structuralism the demands made by Freud of the therapeutic process: telling the truth and overcoming the resistance to telling the truth. Secondo la suddetta analisi, il discorso terapeutico aspira alla verità. Raggiungere tale obiettivo è difficile e a volte impossibile a causa della resistenza a dire la verità. Nelle pagine seguenti vorrei esaminare come la semiotica possa spiegare meglio, ad esempio, dello strutturalismo le richieste di Freud nell’ambito del processo terapeutico: dire la verità e vincere la resistenza a dire la verità.
Understanding Different Dimensions of Language Comprendere le diverse dimensioni della lingua
THE STRUCTURALIST INTERPRETATION OF LANGUAGE L’INTERPRETAZIONE STRUTTURALISTICA DELLA LINGUA
Jacques Lacan has relied upon a structuralist interpretation of language in order to highlight the help that speaking can provide in dealing with resistances originating, for instance, in unconscious unmediated images (the imaginary). He articulates a helpful destructive function of language. Jacques Lacan si è affidato all’interpretazione strutturalistica della lingua per sottolineare l’aiuto offerto dall’espressione verbale nell’affrontare le resistenze che hanno origine, ad esempio, nelle immagini inconsce non mediate (l’immaginario). Teorizza quindi un’utile funzione distruttiva della lingua.
The structuralist view of language, introduced by Ferdinand de Saussure, stresses the idea that language is not possible without difference. That difference is present in the basic building blocks of language – sounds (phonemes) – but it is also present in words and their meanings. At the level of sounds, language is not possible if one cannot recognize the difference between different sounds. Spanish speakers do not recognize the difference between the sounds b and v. Under such a condition, one cannot use the English words bow and vow. People from East Asia speak languages where the difference between r and l is not recognized. Under that condition, the words red and led could not be used as meaningful words. La visione strutturalistica della lingua, proposta da Ferdinand de Saussure, sottolinea l’idea che non c’è lingua senza differenza. Tale differenza è presente nelle unità linguistiche minime – suoni (fonemi) – ma anche nelle parole e nei loro significati. Al livello dei suoni, la lingua non è concepibile se non si è in grado di riconoscere la differenza tra suoni diversi. Gli ispanofoni non riconoscono la differenza tra i suoni b e v. In tale condizione non è possibile usare le parole inglesi bow e vow. Gli abitanti dell’Asia orientale parlano lingue in cui la differenza tra r e l non è riconoscibile. In questa situazione le parole red e led non potrebbero essere parole significative.
The idea of difference is also central in the structuralist explanation of meaning. One of the phenomena that the structuralists want to explain is that a word can have different meanings over time, between different authors or between different languages. Therefore, Saussure objected to the theory that the meaning of a word is a fixed idea (Saussure 1959, 116). Instead, he defined the meaning of a word (the signified) as a chunk of the universe of all meaning. The chunk of meaning attached to a word is the meaning left over by all the other signifiers. Thus, the presence of two words in English, mutton and sheep, where French only has one word, mouton, means that the English word mutton has a different meaning than the French word mouton, even though they have the same root. The meaning of words consists in the differences imposed on the universe of meaning by the presence of all signifiers. The meaning of words is thus established by a system of differences. That system is not fixed – it is flexible, even floating. L’idea di differenza è importante anche nella concezione strutturalistica del significato. Uno dei fenomeni che gli strutturalisti vogliono spiegare consiste nel fatto che una parola può avere significati diversi nel corso del tempo, in autori diversi e in lingue diverse. Di conseguenza Saussure contestava la teoria che il significato di una parola fosse un concetto fisso (Saussure 1967:141). Piuttosto, definiva il significato di una parola (signifié) come una frammento dell’universo del significato complessivo. Il frammento di significato attribuito a una parola è il significato lasciato libero da tutti gli altri signifiant. Quindi l’esistenza di due parole inglesi, mutton e sheep, che corrispondono in francese a una sola parola, mouton, vuol dire che la parola inglese mutton ha un significato diverso dalla parola francese mouton, sebbene abbiano la stessa radice. Il significato delle parole consiste nelle differenze imposte all’universo dei significati dalla presenza di tutti i signifiant. Il significato di una parola è quindi stabilito da un sistema di differenze. Quel sistema non è fisso ma è flessibile, perfino fluttuante.
This theory can be applied, for example, to the floating meaning of the word courage in American English. Thus, as the word aggressivity loses its negative meaning and comes to mean being assertive, or being active, it starts appropriating meanings that in other languages are attached to the word courage (or its translation). Thus, using a word implies that the speaker asserts a chunk of meaning left over by the meaning associated with other words. Speaking thus requires making differences, requires making a cut in the universe of meaning and reserving a chunk of meaning to the word that is used. Questa teoria può essere applicata, ad esempio, al significato fluttuante della parola courage in inglese americano. Così, mentre la parola aggressivity perde il significato negativo e arriva a significare essere assertivo, o essere attivo, comincia ad appropriarsi di significati che in altre lingue sono associati alla parola courage (o ai suoi traducenti). Quindi, l’uso di una parola implica che il parlante le attribuisca una parte di significato lasciata libera dal significato associato ad altre parole. Parlare implica quindi fare differenze, ritagliare nell’universo dei significati un frammento di significato da riservare alla parola utilizzata.
Motivation is often guided by images. A mother says that she made her son a lawyer. Her somewhat passive son might fuse in the image that sustains his decision to remain a lawyer not only the desire of the mother but also all kinds of reasons: it is a profession in which one is allowed to talk a lot, one earns a good income, one’s good income is earned legally, one’s Saturdays are spent pleasantly, and one can easily change jobs in and out of public service. When the young person is asked, however, to say why he wants to be a lawyer, he is not able to present, all at once, the total attractiveness of the image of being a lawyer. Rather, he must start cutting up the attractiveness of the image and he must select specific reasons for the desirability of being a lawyer. The young person must start with a reason connected with either the income received by lawyers, or the Saturday habits of lawyers, or the opportunity to talk that lawyers have. Speaking (i.e., using language) thus imposes on the speaker the necessity of making differences, of cutting up what is a vague unity in the form of an image. La motivazione è spesso guidata da immagini. Una madre dice di aver fatto di suo figlio un avvocato. Il figlio, una persona piuttosto passiva, potrebbe fondere nell’immagine che sostiene la sua decisione di continuare a fare l’avvocato non solo il desiderio della madre ma anche qualsiasi altro tipo di motivo: è una professione che consente di parlare molto, si guadagna bene e in modo onesto, si trascorrono dei sabati piacevoli, ed è facile cambiare posto di lavoro dentro e fuori il settore pubblico. Tuttavia, se si chiede al giovane di dire perché vuole fare l’avvocato, non è in grado di esprimere, contemporaneamente, tutti gli aspetti interessanti dell’immagine dell’avvocato. Piuttosto, deve iniziare a scomporre l’attrattività dell’immagine e a selezionare i motivi particolari del valore della professione di avvocato. Il giovane deve iniziare con un motivo collegato o al reddito degli avvocati, o a come passano il sabato gli avvocati, o alla possibilità di parlare che hanno gli avvocati. Parlare (ossia, usare la lingua) impone quindi al parlante la necessità di fare delle differenze, di scomporre ciò che nella forma di un’immagine è un’entità vaga.
Lacan uses the structuralist interpretation of language to explain the liberating capability of language. In their capability of fusing, images can become illusionary and captivating. Language, by requiring the use of difference, breaks up, cuts up. If the patient is asked to talk about his or her captivating images, then we understand that the use of language is almost mechanically liberating (Muller and Richardson 1982, 8 – 9). Lacan usa l’interpretazione strutturalistica della lingua per spiegarne la capacità liberatoria. Con la loro possibilità di fondere tra loro diversi elementi, le immagini possono diventare illusorie e seducenti. La lingua, che impone l’uso della differenza, spezza e frammenta. Se si chiede al paziente di parlare delle proprie immagini seducenti, è comprensibile che l’uso della lingua sia quasi meccanicamente liberatorio (Muller e Richardson 1982:8-9).
By presenting the helpful function of language as its ability to cut up the vague unity present in images, the helping function of language is, in my view, reduced too much to a negative task. The more positive function of language is suggested by what might next happen to the young lawyer in his therapy sessions. He might start “giving involuntarily indices [about the role of his mother] which the astute analyst will seize upon in order to transform unconscious representations into language” (Vergote 1997, 56). I will, therefore, look for a way to better understand the positive contribution made by speaking in a psychoanalytic context. A positive function of speaking and of language is suggested by the two moral demands by Freud: honesty and the promise to be honest. Lacan himself understands the need for a positive function of language and formulates that need in the same moral vocabulary that Freud did: “The unconscious is that chapter of my history that is marked by a blank or occupied by a falsehood: it is the censored chapter. But the truth can be rediscovered: usually it has already been written down elsewhere” (1997, 50; my italics).[5] Presentando la funzione pratica della lingua come capacità di scomporre l’entità vaga delle immagini, tale funzione a mio parere viene eccessivamente ridotta a un compito negativo. Un ruolo maggiormente positivo della lingua è suggerito da ciò che potrebbe capitare al giovane avvocato nelle sedute di terapia successive. Potrebbe iniziare a «fornire indizi involontari [sul ruolo della madre] che l’abile analista è in grado di cogliere al volo per trasformare le rappresentazioni inconsce in lingua» (Vergote 1997:56). Cercherò quindi un modo per comprendere meglio il contributo positivo dell’espressione verbale in un contesto psicoanalitico. Una funzione positiva dell’espressione verbale e della lingua è suggerita dalle due richieste morali di Freud: la sincerità e la promessa di essere sinceri. Lacan stesso intuisce la necessità di una funzione positiva della lingua e formula questa esigenza con lo stesso vocabolario morale di Freud: «L’inconscio è quel capitolo della mia storia personale che è caratterizzato da uno spazio vuoto o occupato da una menzogna: è il capitolo censurato. Ma la verità può essere riscoperta: di solito è già stata scritta altrove» (1997:50; il corsivo è mio).[6]
The Freudian demand for honesty, like Lacan’s call for truth, requires that we also look for a theory of language that explicitly addresses the possibility for truth and thus honesty. I believe that Peirce’s view of language can better articulate than structuralism that kind of positive contribution language can make in the therapeutic process. La richiesta freudiana di sincerità, così come il richiamo di Lacan alla verità, ci impone anche di cercare una teoria della lingua che si dedichi esplicitamente alla possibilità della verità e dunque della sincerità. Credo che la visione peirceiana della lingua sia in grado di articolare meglio dello strutturalismo quel tipo di contributo positivo che la lingua può portare nel processo terapeutico.
A POSITIVE CONTRIBUTION OF LANGUAGE UN CONTRIBUTO POSITIVO DELLA LINGUA
In this section I relate, first, the Freudian demand for honesty to Peirce’s theory of induction and abduction (hypothesis), and second, the Freudian demand that the patient be a moral coworker in the achievement of true self-revelation to Peirce’s theory of the interpretant. In questo paragrafo metto in relazione innanzitutto la richiesta freudiana di sincerità con la teoria peirceiana dell’induzione e dell’abduzione (ipotesi) e, in seguito, la richiesta freudiana al paziente di essere un collaboratore morale nel raggiungere la vera autorivelazione con la teoria peirceiana dell’interpretante.
Freud’s demand for honesty. Freudian therapy is not a philosophical technique. It does not rely upon the formulation of general rules, such as “human beings are mortal” or “pain is unavoidable”. Freudian technique is concerned with labeling the particular. Take Freud’s example: “You ask who this figure in the dream can be.” The reported answer is: “It’s not my mother” (S.E. 19:235). Another of Freud’s examples is that of his friend saying: “Well, something has come into my mind… but it’s too intimate to pass on… Besides, I don’t see any connection, or any necessity for saying it.” Freud retorts, “You can leave the connection to me. Of course I can’t force you to talk about something that you find distasteful; but then you mustn’t insist on learning from me how you came to forget your aliquis” (S.E. 6:11). In my view, this request for honesty makes no sense without supposing that truth about particulars is possible. But how is truth about particulars possible? The skeptic trend in Anglo-American philosophy initiated by Hume has a predilection to present arguments against the possibility of induction. This is normally interpreted as an attack against conceptual insights (e.g., clouds cause rain). I interpret Hume’s sceptic views on induction as also undermining the possibility of simple linguistic statements about particulars (e.g., this is a table). Peirce is one philosopher who clearly sees the problem of talking about particulars but also argues explicitly against this sceptic tradition, as is clear from the following text: La richiesta freudiana di sincerità. La terapia freudiana non è una tecnica filosofica. Non si basa sull’elaborazione di regole generali quali «gli esseri umani sono mortali» o «il dolore è inevitabile». La tecnica freudiana si concentra sulla definizione del particolare. Consideriamo l’esempio di Freud: «Lei domanda chi possa essere questa persona del sogno». La risposta riferita è: «Non è mia madre» (OSF 10:197). Un altro degli esempi di Freud riguarda le parole di un conoscente: «Adesso per la verità mi è venuta in mente una cosa… troppo intima, però, per essere comunicata… del resto non vedo alcuna connessione e alcuna necessità di raccontarla». Freud replica: «Alla connessione ci penso io. Non posso costringerla a raccontare cose che le sono sgradevoli; ma allora non mi chieda di spiegarle come sia giunto a dimenticare la parola aliquis» (OSF 4:65-66). A mio parere, questa richiesta di sincerità non ha alcun senso se non ipotizziamo che sia possibile trovare la verità nei dettagli. Ma come si arriva alla verità nei dettagli? La tendenza allo scetticismo inaugurata da Hume nella filosofia angloamericana ha una predilezione per le argomentazioni contro la possibilità dell’induzione. Questo di solito è inteso come un attacco contro le intuizioni concettuali (ad es. «le nuvole provocano la pioggia»). Interpreto lo scetticismo di Hume nei confronti dell’induzione anche come negazione dell’esistenza di semplici affermazioni verbali sui dettagli (ad es. «questo è un tavolo»). Peirce è un filosofo che riconosce chiaramente il problema di parlare dei dettagli ma che si schiera anche esplicitamente contro questa tradizione di scetticismo, come è evidente nel seguente testo:
Looking out of my window this lovely morning I see an azalea in full bloom. No, no! I do not see that; though that is the only way I can describe what I see. That is a proposition, a sentence, a fact; but what I perceive is not proposition, sentence, fact, but only an image, which I make intelligible in part by means of a statement of fact. This statement is abstract; but what I see is concrete. I perform an abduction when I [do so much] as express in a sentence anything I see. The truth is that the whole fabric of our knowledge is one matted felt of pure hypothesis confirmed and refined by induction. Not the smallest advance can be made in knowledge beyond the stage of vacant staring, without making an abduction at every step. [quoted in Brent 1993, 72] Guardando dalla mia finestra in questo bel mattino di primavera vedo un’azalea in piena fioritura. No, no! Io non vedo questo, benché questo sia il solo modo in cui posso descrivere ciò che vedo. Questa è una proposizione, una frase, un fatto; però ciò che percepisco non è una proposizione, una frase, un fatto, ma solo un’immagine, che io rendo intelligibile in parte per mezzo di un’asserzione di fatto. Questa asserzione è astratta, ma ciò che vedo è concreto. Ogni volta che esprimo in una frase qualcosa che vedo io eseguo un’abduzione. La verità è che l’intero intreccio della nostra conoscenza è un feltro pressato fatto di pura ipotesi confermata e rifinita per mezzo dell’induzione. Non si può fare neppure il più piccolo avanzamento di conoscenza, oltre la fissità di uno sguardo vacuo, senza fare ad ogni passo un’abduzione. (citato in Eco e Sebeok 2004:33)
In the above quotation Peirce draws attention to the problem of knowing (labeling, describing) particulars – as Hume would – but also hints that such knowing is possible because of the processes of induction and hypothesis or abduction. In order to solve the problem of how truth about particulars is possible, I will therefore need to clarify Peirce’s ideas about the processes of both induction and hypothesis or abduction. An induction is the intellectual act of seeing some characteristic in many cases and concluding that that characteristic must be the case as a general rule for a class of objects, even for those members of the class not yet observed. Peirce says it succinctly: “By induction, we conclude that facts, similar to observed facts, are true in cases not examined” (CP 2.636). Applying the definition of induction to Peirce’s case of azaleas, that would mean that, in order to be able to say that a bush is an azalea, one must be convinced that unobserved azaleas will truly have a number of characteristics, such as twiglike branches, mostly dark green leaves if the plant is healthy, a specific kind of flower, etc. Peirce himself gives as an example of an induction the ability to transform the observation that the letters e, t, a, s, etc., approach 11¼ percent, 8½ percent, 7½ percent, etc., of all the letters in English texts into the rule that is must be so (Peirce 1992, 32). Nella citazione di cui sopra Peirce richiama l’attenzione sul problema della conoscenza (definizione, descrizione) dei particolari – altrettanto farebbe Hume – ma suggerisce anche che tale conoscenza è possibile grazie ai processi di induzione e ipotesi o abduzione. Per risolvere il problema di come sia possibile trovare la verità nei dettagli, devo quindi spiegare le idee di Peirce riguardo a entrambi i processi, di induzione e di ipotesi o abduzione. L’induzione è l’atto intellettuale per cui vediamo una determinata caratteristica in diversi casi e stabiliamo che quella caratteristica deve essere la regola generale per una classe di oggetti, anche quelli appartenenti alla stessa classe ma non ancora osservati. Peirce sintetizza così: «Con l’induzione stabiliamo che fatti simili a quelli osservati sono veri in casi non esaminati» (CP 2.636). Se applichiamo la definizione di «induzione» al caso delle azalee di Peirce, ne ricaviamo che, per poter dire che un cespuglio è un’azalea, dobbiamo essere convinti che le azalee non osservate hanno davvero alcune caratteristiche, come i rami sottili, le foglie in prevalenza verde scuro se la pianta è sana, un particolare tipo di fiore ecc. Peirce stesso presenta come esempio di induzione la capacità di trasformare l’osservazione che le lettere e, t, a, s ecc., rappresentano circa 11¼ per cento, 8½ per cento, 7½ per cento ecc., di tutte le lettere dei testi inglesi nella regola che determina che deve essere così (Peirce 1992:32).
To grasp what Peirce means by hypothesis or abduction, consider the following: Per comprendere cosa intenda Peirce con ipotesi o abduzione, consideriamo quanto segue:
By hypothesis, we conclude the existence of a fact quite different from anything observed, from which, according to known laws, something observed would necessarily result. [CP 2.636] Con l’ipotesi stabiliamo l’esistenza di un fatto completamente differente da alcunché di osservato, fatto da cui, in base a leggi note, qualcosa di osservato risulti necessariamente. (CP 2.636)
or oppure:
Long before I first classed abduction as an inference it was recognized by logicians that the operation of adopting an explanatory hypothesis – which is just what abduction is – was subject to certain conditions. Namely, the hypothesis cannot be admitted, even as a hypothesis, unless it be supposed that it would account for the facts or some of them. The form of inference, therefore, is this: The surprising fact, C, is observed; But if A were true, C would be a matter of course. Hence, there is reason to suspect that A is true. [CP 5.189] Molto tempo prima che classificassi l’abduzione come inferenza, i logici avevano riconosciuto che l’operazione di adottare un’ipotesi esplicativa – che è esattamente un’abduzione – era soggetta a certe condizioni. Vale a dire, l’ipotesi non può essere ammessa, anche solo come ipotesi, a meno che non si supponga che spieghi i fatti o alcuni di essi. La forma dell’inferenza è quindi la seguente: si osserva il sorprendente fatto C; ma se A fosse vero, C sarebbe spiegato come fatto normale. Perciò c’è ragione di sospettare che A sia vero. (CP 5.189)
A hypothesis or abduction, therefore, is the ability to conclude from observing in one object a number of characteristics that this object is a member of a certain class having a number of additional characteristics, some of which are not immediately visible but for which evidence can be found. Thus, if a bush has a number of characteristics, I can conclude that it is an azalea and from that first conclusion I can draw further conclusions, for example, that it is a plant and needs water and sunlight in order to flourish. Or a text is observed to have letters occurring with the frequency noted above. The text is by abduction or hypothesis then said to be an English text (Peirce 1992, 33-35). It therefore follows that the text will be understood by an English-speaking person and that I will not need to find a French speaker to translate it. Pertanto un’ipotesi o abduzione è la capacità di stabilire dall’osservazione in un oggetto di alcune caratteristiche, che questo oggetto fa parte di una determinata classe che ha anche altre caratteristiche, alcune delle quali non sono immediatamente visibili ma di cui si può trovare traccia. Così se un cespuglio ha alcune caratteristiche, posso concludere che si tratta di un’azalea e da questa prima conclusione posso trarre ulteriori conclusioni, per esempio che è una pianta e ha bisogno di acqua e sole per fiorire. Oppure in un testo si osserva l’occorrenza di lettere secondo la frequenza riferita sopra. Il testo è quindi riconosciuto per abduzione o ipotesi come testo inglese (Peirce 1992:33-35). Ne consegue che il testo sarà comprensibile per un parlante inglese e che non avrò bisogno di qualcuno che parli francese per tradurlo.
Truth then, for Peirce, is something that one arrives at by means of interpretative activity using knowledge of laws about the objects experienced. Saying something truthful is therefore something like a process, a communal process, even. It is a process because it requires the acquisition of knowledge of particular characteristics of concrete objects (e.g., azaleas, English texts). It is a process, too, because one must learn what other, less visible characteristics those objects have (azaleas are plants and thus carry out photosynthesis). It is a communal process because an individual is guided by others in discerning what bushes can properly be called azaleas and why. It is also a communal process because the discovery of the hidden characteristics of an object cannot possibly be the project of one individual alone – it is too infinite a task. More profoundly, it also involves the discovery of necessary hidden characteristics. Such necessary hidden characteristics Peirce calls laws of nature. They are true if they lead to successful actions in the world. The search for more successful actions requires the formulation of more adequate rules for action, which in turn give us a better understanding of the nature of the object under study. Both the need for more successful action and the creative effort to formulate more adequate rules are not solely individual events but communal ones as well. Both also rest upon the testimony of others (Colapietro 1989, 72). La verità per Peirce è quindi qualcosa a cui si arriva mediante un’attività di interpretazione e con la conoscenza delle leggi relative agli oggetti esperiti. Dire la verità pertanto è una sorta di processo, un processo collettivo anzi. È un processo perché richiede l’acquisizione della conoscenza di caratteristiche particolari di oggetti specifici (ad es. azalee, testi inglesi). È un processo anche perché impone la necessità di imparare quali altre caratteristiche meno visibili hanno quegli oggetti (le azalee sono piante e quindi effettuano la fotosintesi). È un processo collettivo perché un individuo è guidato dagli altri nel distinguere quali cespugli si possono esattamente chiamare azalee e perché. È un processo collettivo anche perché la scoperta delle caratteristiche nascoste di un oggetto non può assolutamente essere il progetto di un singolo individuo, trattandosi di un compito enorme. Più in profondità, implica anche la scoperta di caratteristiche nascoste necessarie. Peirce chiama tali caratteristiche «leggi di natura». Sono vere se portano ad azioni riuscite nel mondo. La ricerca di ulteriori azioni riuscite richiede la formulazione di regole di azione più idonee, che a loro volta ci diano una migliore comprensione della natura dell’oggetto di studio. Sia la necessità di altre azioni riuscite sia lo sforzo creativo di formulare regole più adatte non sono esclusivamente fatti individuali ma anche collettivi. Entrambi poi si affidano alla testimonianza degli altri (Colapietro 1989:72).
It is by connecting the demand for adequate rules of possible action to the requirement of correctly labeling objects (particulars) that Peirce overcomes Hume’s problem of induction and becomes able to argue that human beings can reach the truth. His argument is twofold. First, the correctness of an intellectual statement is not reduced to observation, but includes successful action rules (Peirce’s energetic interpretant) (35). Second, Peirce claims that the mind, as part of nature, is adapted to nature and is thus capable of comprehending the world in the sense that the mind can find out how to interact properly with the world. As the proper interaction with an azalea by a specialized biologist is much more demanding than the proper interaction by a weekend gardener, labeling a plant an azalea has a different meaning for the two. But both can label it correctly. È grazie al collegamento tra la richiesta di regole adeguate per una possibile azione e la necessità di definire correttamente gli oggetti (i particolari) che Peirce supera il problema dell’induzione di Hume e riesce a sostenere che gli esseri umani possono arrivare alla verità. La sua argomentazione è duplice. In primo luogo, la correttezza di un’affermazione intellettuale non è ridotta all’osservazione ma comprende regole per riuscire a compiere azioni (l’interpretante energetico di Peirce) (35). In secondo luogo, Peirce sostiene che la mente, in quanto parte della natura, è adattata alla natura e quindi è in grado di comprendere il mondo, nel senso che la mente può scoprire come interagire in modo appropriato con il mondo. Poiché l’interazione appropriata con un’azalea da parte di un biologo specializzato ha esigenze molto superiori rispetto all’interazione appropriata da parte di uno che ha l’hobby del giardinaggio, definire una pianta «azalea» ha un significato diverso per i due. Ma entrambi possono definirla correttamente.
Peirce’s claim that human beings are capable of correctly labeling particulars makes us realize the sensibleness of the Freudian demand for honesty. Peirce’s view that labeling particulars includes rules of appropriate behavior lets us see that correct labeling suggests or even demands certain actions, even if they are painful. Freud’s demand for honesty is a demand for a virtue. Honesty, like all virtues, can carry burdens. Honesty is the willingness to carry the difficulty and the pain of knowing particulars (e.g., acknowledging first that the female figure wears a blouse like one’s own mother, and thus that this domineering female is one’s mother, and, second, that one needs to protect oneself against domineering persons, even if they are one’s relatives). L’affermazione peirceiana che gli esseri umani sono in grado di definire correttamente i particolari ci fa comprendere la ragionevolezza della richiesta freudiana di sincerità. L’idea peirceiana che la definizione dei particolari comprende regole di comportamento appropriato ci mostra che la definizione corretta suggerisce o perfino richiede alcune azioni, anche se dolorose. La richiesta freudiana di sincerità è una richiesta di virtù. La sincerità, come tutte le virtù, può portare con sé dei fardelli. La sincerità è la volontà di accettare la difficoltà e il dolore di conoscere i particolari (ad es. prendendo atto innanzitutto che la figura femminile indossa una camicetta come la propria madre, quindi che questa donna dominante è la propria madre, e infine che è necessario proteggersi dalle persone dominanti, anche se si tratta dei propri familiari).
The idea that truth is possible, that it rests on a process, and that it can be painful can be used to understand one fundamental aspect of the therapeutic process, namely, the partiality or distortion in the revelation of truth. Thus, Freud interprets a denial as a half-truth, because it labels the repressed and then marks it with a negation (S.E. 19:235 – 36). Elsewhere, he interprets a negation followed by either new material or an indirect confirmation (associations of similar nature, etc.) as a confirmation of the partial truth of the negated interpretation (S.E. 23:262ff.). L’idea che la verità sia possibile, che si basi su un processo e che possa essere dolorosa può farci capire un aspetto fondamentale del processo terapeutico, vale a dire la parzialità o distorsione nella rivelazione della verità. Freud quindi interpreta una negazione come mezza verità, poiché definisce qualcosa di rimosso e lo segna con una negazione (OSF 10:197-198). In un altro punto Freud interpreta una negazione seguita da nuove informazioni o da una conferma indiretta (associazioni dello stesso tipo ecc.) come conferma della verità parziale dell’interpretazione negata (OSF 11:546 e seguenti).
In his study “Negation”, Freud describes the moment in which he appeals to the honesty of the patient in order to move beyond the denial and thus to establish a more complete truth. He confesses, though, that such an intellectual acknowledgment is not the solution to the patient’s problems yet, because intellectual truth is here separated from emotional acceptance. Intellectual truth does not lead to proper action (S.E. 19:236) and can therefore not be considered the highest form of truth. Nel saggio «La negazione» Freud descrive il momento in cui fa appello alla sincerità del paziente per andare oltre la negazione e stabilire così una verità più completa. Deve ammettere, tuttavia, che un tale riconoscimento intellettuale non è ancora la soluzione ai problemi del paziente, poiché la verità intellettuale qui è separata dall’accettazione emotiva. La verità intellettuale non porta a un’azione corretta (OSF 10:198) e perciò non può essere considerata la forma più elevata di verità.
Freud’s report about the two phases in denial and his judgment that intellectual acceptance alone is insufficient can be clarified by Peirce’s above explained theory of knowledge of particulars. Intellectual acceptance of a dream content often takes the form of, “I guess I have to conclude that this domineering figure in my dream is my mother, because the hair, the blouse, the bracelet, the shoes all belong to my mother.” The intellectual acceptance of a dream content does not take the form of, “Yes, this domineering woman is my mother and domineering women must be avoided.” Intellectual acceptance of a dream content is connecting a new string of characteristics with an old string that was firmly action-guiding without allowing the new string of characteristics the right to become a guide for action (for an additional example, see Ver Eecke 1984, 145). Emotional acceptance of a dream content is allowing the new string of characteristics the right to become a guide for action. The two strings of characteristics are summarized by two different labels, or in the language of Peirce, two different interpretants: the old string results in the interpretant mother, whereas the new string results in the interpretant domineering. If one keeps in mind the action-oriented aspect of labeling particulars (of using interpretants), then the difference between intellectual and emotional acceptance of a dream content is the difference between saying that the female figure in one’s dream is my domineering mother or my domineering mother. The first method of labeling gives no guide to deal with a domineering mother; the second method of labeling, on the contrary, gives a guide for action – take distance, stand up, etc. Il resoconto di Freud sulle due fasi della negazione e il suo giudizio sull’insufficienza della sola accettazione intellettuale possono essere spiegati dalla teoria peirceiana della conoscenza dei particolari esposta sopra. L’accettazione intellettuale del contenuto di un sogno prende spesso la forma di: «Immagino di dover concludere che questa figura dominante del sogno sia mia madre, perché i capelli, la camicetta, il bracciale e le scarpe appartengono tutti a mia madre». L’accettazione intellettuale del contenuto di un sogno non prende la forma di: «Sì, questa donna dominante è mia madre e le donne dominanti sono da evitare». L’accettazione intellettuale del contenuto di un sogno associa una nuova serie di caratteristiche a una vecchia serie che era una forte guida per l’azione, senza attribuire alla nuova serie la facoltà di diventare a sua volta una guida per l’azione (per un ulteriore esempio, vedi Ver Eecke 1984:145). L’accettazione emotiva del contenuto di un sogno permette alla nuova serie di caratteristiche di diventare un’indicazione pratica. Le due serie di caratteristiche sono sintetizzate da due diverse definizioni o, nel linguaggio peirceiano, due diversi interpretanti: la vecchia serie è rappresentata dall’interpretante «madre», mentre la nuova serie dall’interpretante «dominante». Se pensiamo alla funzione pratica della definizione dei particolari (l’uso degli interpretanti), la differenza tra l’accettazione intellettuale e quella emotiva del contenuto di un sogno equivale alla differenza tra dire che la figura femminile del sogno è la «madre dominante» o «la madre dominante». Il primo metodo di definizione non dà indicazioni di comportamento nei confronti di una madre dominante; il secondo metodo di definizione, al contrario, dà indicazioni pratiche: prendere le distanze, difendersi ecc.
In order to clarify how therapy can help the patient move beyond mere intellectual acceptance of truth and toward emotional acceptance of it, we need to understand the intersubjective dimension of speech. Freud discusses this in his demand for a promise of honesty, and Peirce, in his theory of human beings as semiotic. Per chiarire come la terapia possa aiutare il paziente a passare dalla semplice accettazione intellettuale a quella emotiva della verità, dobbiamo comprendere la dimensione intersoggettiva del discorso. Freud la esamina nella sua richiesta di promettere sincerità, e Peirce nella sua teoria degli esseri umani come esseri semiotici.
Freud’s demand that the patient be a moral coworker in achieving true self-revelation. As I have already discussed Freud’s view of the patient as a moral coworker, I wish to start this section by clarifying Peirce’s thoroughgoing semiotic view of human beings. “When we think,” says Peirce, “we ourselves, as we are at the moment, appear as a sign.” Furthermore, “everything which is present to us is a phenomenal manifestation of ourselves” (Peirce 1992). Peirce goes on to give such examples as feelings, images, conceptions, and other representations. These phenomenal manifestations of ourselves become signs of ourselves because they become available for interpretation and thus are guiding our actions in a positive or a negative way. They do not have to be signs in the narrow sense of the word. They become so when we think, when we interpret (Colapietro 1989, 53). La richiesta di Freud al paziente di essere un collaboratore morale nel raggiungere la vera autorivelazione. Poiché ho già esposto la visione freudiana del paziente come collaboratore morale, vorrei iniziare questa sezione spiegando la visione semiotica complessiva degli esseri umani secondo Peirce. «Quando pensiamo» afferma Peirce «noi stessi, come siamo in quel momento, fungiamo da segno». Inoltre, «qualsiasi cosa a noi presente è una manifestazione fenomenica di noi stessi» (Peirce 1992). Peirce prosegue portando ad esempio sentimenti, immagini, concezioni e altre rappresentazioni. Queste manifestazioni fenomeniche di noi stessi diventano segni di noi stessi poiché si rendono soggette a un’interpretazione e quindi guidano le nostre azioni in modo positivo o negativo. Non è necessario che siano segni nel senso stretto della parola. Lo diventano quando pensiamo, quando interpretiamo (Colapietro 1989:53).
By incorporating feelings, images, and thoughts (conceptions) into his theory of the sign, Peirce has made his theory applicable to much of what psychoanalysis is about. Let us therefore see how his description of the human being as a semiotic being opens up some possibilities for understanding the therapeutic dialogue. Includendo nella sua teoria del segno i sentimenti, le immagini e i pensieri (concezioni), Peirce l’ha resa applicabile in gran parte dell’ambito psicoanalitico. Vediamo quindi come la sua descrizione dell’essere umano come essere semiotico apre alcune possibilità di comprensione del dialogo terapeutico.
A sign has, of course, some materiality. But it is a materiality that represents. According to Peirce, representing requires “three references: 1st, it is a sign to some thought which interprets it; 2nd, it is a sign for some object to which in that thought it is equivalent; 3rd, it is a sign, in some respect or quality, which brings it into connection with its object” (Peirce 1992, 38). For Peirce, a sign is to be interpreted by some thought. However, “to what thought does that thought-sign which is ourself address itself?” (38 – 39). According to Peirce it addresses itself to another thought. We are therefore multiple strings of interpreting thoughts. “Each former thought suggests something to the thought which follows it, i.e., is the sign of something to this latter” (39). However, each of us has had the experience of stopping one train of thought and pursuing another one. Here is an example. First thought-series: While making waffles for my children and their friends, I anticipate their chatter, their grateful faces. Second thought-series: Suddenly, I remember not having paid the traffic ticket now lying on my desk. I am afraid that my payment will be too late. Maybe I can drive to the Bureau of Traffic Adjudication in person. I hate the thought. It will take two to three hours, there will be long lines, etc. Back to the first thought-series: The voice of my son calls me back to the waffle breakfast. I see the empty table and ask for help setting the table. I bring the plate with waffles to the table and notice the small chunks of wood missing from the table legs. Third thought-series: No effort is needed to remind me that Appollo, our dog, had chewed them off when he was a puppy. Here and there, the legs of our furniture show marks of puppy activities. Appollo is cute but he is still a problem. Naturalmente un segno ha una certa materialità. Ma è una materialità che rappresenta. Peirce sostiene che la rappresentazione richiede «tre riferimenti: primo, è un segno rivolto a qualche pensiero che lo interpreta; secondo, è un segno per qualche oggetto al quale in quel pensiero è equivalente; terzo, è un segno sotto qualche aspetto o in qualche qualità che lo pone in connessione con il suo oggetto» (Peirce 1992:38). Secondo Peirce, un segno deve essere interpretato da un pensiero. Tuttavia, «a quale pensiero si rivolge quel pensiero-segno costituito da noi stessi?» (38-39). Peirce afferma che si rivolge a un altro pensiero. Pertanto siamo molteplici serie di pensieri interpretanti. «Ogni pensiero precedente suggerisce qualcosa al pensiero che lo segue, ovvero, è il segno di qualcosa in relazione a quest’ultimo» (39). Tuttavia, ognuno di noi ha avuto l’esperienza di interrompere una concatenazione di pensieri e seguirne un’altra. Ecco un esempio. Prima serie di pensieri: mentre preparo i waffle per i miei figli e i loro amici, pregusto le loro chiacchiere e i loro volti riconoscenti. Seconda serie di pensieri: all’improvviso mi ricordo di non aver pagato la multa che ora è sulla mia scrivania. Temo che pagherò in ritardo. Forse potrei andare di persona al comando di polizia locale. Odio l’idea. Ci vorranno da due a tre ore, ci saranno code interminabili ecc. Di nuovo alla prima serie di pensieri: la voce di mio figlio mi riporta alla colazione con i waffle. Vedo la tavola libera e chiedo aiuto per apparecchiare. Metto in tavola il piatto con i waffle e mi accorgo che alle gambe del tavolo mancano dei pezzetti di legno. Terza serie di pensieri: non ho bisogno di sforzarmi per ricordare che Appollo, il nostro cane, li ha mordicchiati via quando era cucciolo. Qua e là, le gambe dei nostri mobili mostrano tracce del passaggio di un cucciolo. Appollo è carino ma è ancora un problema.
Peirce does not deny that we do what I have just described, remarking, “Our train of thought may, it is true, be interrupted” (ibid.). But Peirce is also drawing attention to another aspect of thought interruption. If one train of thought can be interrupted by another, it must be the case that there are multiple trains of thought running at the same time. Peirce said it more radically. Instead of arguing that for one train of thought to be interrupted there must be at least two trains of thought, he simply writes: “But we must remember that, in addition to the principal element of thought at any moment, there are a hundred things in our mind to which but a small fraction of attention or consciousness is conceded” (ibid.; my italics). This observation is for Peirce the occasion to redescribe what we called “interruption of a train of thought.” Instead of interruption, Peirce describes it by saying that “a new constituent of thought gets the uppermost,” and he explicitly denies “that the train of thought which it displaces is broken off altogether.” For Peirce we are, therefore, multiple trains of thought at once. Peirce non nega che facciamo quanto ho appena descritto, e osserva che «la nostra concatenazione di pensieri può, è vero, essere interrotta» (ibid.). Ma Peirce richiama anche l’attenzione su un altro aspetto dell’interruzione del pensiero. Se una concatenazione di pensieri può essere interrotta da un’altra, vuol dire che nella nostra testa ci sono molteplici concatenazioni di pensieri simultaneamente. Peirce si è espresso in modo più radicale. Invece di sostenere che per una concatenazione di pensieri che si interrompe deve essercene almeno un’altra, scrive semplicemente: «Ma dobbiamo ricordare che, in qualsiasi momento, oltre all’elemento principale del pensiero, ci sono centinaia di cose nella nostra mente alle quali è concessa soltanto una piccola frazione di attenzione o coscienza» (ibid.; il corsivo è mio). Questa osservazione dà a Peirce l’occasione di descrivere nuovamente ciò che abbiamo chiamato «interruzione della concatenazione di pensieri». Invece di chiamarla «interruzione», Peirce la descrive dicendo che «un nuovo costituente del pensiero prende il sopravvento», e nega esplicitamente «che la concatenazione di pensieri cui si sostituisce viene interrotta del tutto». Secondo Peirce quindi noi siamo molteplici concatenazioni di pensieri allo stesso tempo.
One could ask why a self does not combine several trains of thought, given that unity is a goal of the self, according to Peirce (Colapietro 1989, 75). The answer might lie in the following consideration. Any thought is an interpretation of some aspect of reality and, as such, is an interpretation of some particular event. In interpreting that particular event, it provides an experience that confirms, contradicts, or is unrelated to previous experience. All semiotic experience for Peirce is providing a guide for action. Semiotic experience unrelated to or contradicting previous experience cannot easily be integrated. This is all the more difficult, because for Peirce, knowledge of particulars leads to the formation of habits because of the successful action that it gives rise to (90). As long as a human being encounters new – unrelated or contradictory – experiences, he or she will not be able to readily integrate them. These new experiences will therefore become the basis for new trains of thougth. Ci si potrebbe chiedere perché un Sé non unisca diverse concatenazioni di pensieri, dato che secondo Peirce l’unità è un obiettivo del Sé (Colapietro 1989:75). La risposta forse è nella seguente riflessione. Un pensiero è un’interpretazione di un aspetto della realtà e, in quanto tale, è un’interpretazione di un evento particolare. Nell’interpretare quel particolare evento, offre un’esperienza che conferma, contraddice o è indipendente dalle esperienze precedenti. Tutta l’esperienza semiotica per Peirce dà indicazioni di comportamento. L’esperienza semiotica che non è collegata all’esperienza precedente o che la contraddice non è facilmente integrabile. Tutto poi risulta ancora più difficile in quanto, secondo Peirce, la conoscenza dei particolari porta alla formazione di abitudini in seguito alle azioni riuscite a cui dà luogo (90). Quando un essere umano si imbatte in un’esperienza nuova – indipendente o contradditoria – non è in grado di integrarla facilmente. Queste nuove esperienze diventano quindi la base di nuove concatenazioni di pensieri.
The idea that we as human beings are multiple trains of thought goes well with two of Peirce’s other views. The first concerns Peirce’s denial of the existence of intuition. He writes: “We have no power of Intuition, but every cognition is determined logically by previous cognitions” (Peirce 1992, 30). From this he concludes that “the striking in of a new experience is never an instantaneous affair, but is an event occupying time, and coming to pass by a continuous process. Its prominence in consciousness, therefore, must probably be the consummation of a growing process” (39). Thus, for Peirce, the hundreds of trains of thought do not all simultaneously force themselves into consciousness. Rather, trains of thought are processes that follow a logical path toward their consummation. Let us call that invisible path toward consummation the “incubation period” of a train of thought. During that incubation period, these trains of thought do not gain prominence in consciousness. However, just because a train of thought is not prominently present in consciousness does not mean that it has ceased “abruptly and instantaneously” (ibid.). We are bundles of multiple trains of thought, the prominence in consciousness of which shifts over time. Prominence of one train of thought is not to be interpreted as interruption of other ones. Thus, every human being is more thought than he or she appears to be. The talking cure might be considered from this point of view as a technique that allows a train of thought to appear in words before its normal consummation process has taken place. The other side of the coin is that the talking cure allows the emergence of trains of thought that are not ready to be a guide for action. L’idea che, in quanto esseri umani, siamo molteplici concatenazioni di pensieri, si sposa bene con altri due concetti di Peirce. Il primo riguarda la negazione peirceiana dell’esistenza dell’intuizione. Peirce scrive: «Non abbiamo alcun potere di intuizione, ma ogni cognizione è determinata logicamente da cognizioni precedenti» (Peirce 1992:30). Da questa affermazione conclude che «l’irruzione di una nuova esperienza non è mai un fatto istantaneo, ma è un evento che occupa del tempo e che si compie dopo un processo continuo. Perciò la sua importanza nella coscienza deve essere probabilmente il completamento di un processo di crescita» (39). Quindi, secondo Peirce, le centinaia di concatenazioni di pensieri non si impongono tutte contemporaneamente nella coscienza. Piuttosto, sono processi che seguono un percorso logico fino al loro completamento. Quel percorso invisibile verso il completamento è chiamato «periodo di incubazione» di una concatenazione di pensieri. Durante il periodo di incubazione, queste concatenazioni di pensieri non acquisiscono una posizione di rilievo nella coscienza. Tuttavia, solo perché una concatenazione di pensieri non occupa un posto preminente nella coscienza non significa che sia terminata «improvvisamente e istantaneamente» (ibid.). Siamo un fascio di molteplici concatenazioni di pensieri, la cui rilevanza nella coscienza cambia nel corso del tempo. La rilevanza di una concatenazione di pensieri non deve essere interpretata come l’interruzione di altre. Pertanto ogni essere umano è più pensiero di quanto non appaia. Da questo punto di vista, la terapia basata sul dialogo può essere considerata una tecnica che consente a una concatenazione di pensieri di manifestarsi a parole prima che avvenga il suo processo di completamento. Il rovescio della medaglia è che la terapia basata sul dialogo permette la comparsa di concatenazioni di pensieri che non sono ancora pronte a diventare indicazioni pratiche.
Peirce adds a second view. He draws a radical conclusion from redescribing an apparent interruption of thought as the coming into prominence of another thought series. That radical conclusion is that the interruption of a train of thought is not possible before death. A train of thought can go into an incubation period, but “there is no… thought belonging to this series, subsequently to which there is not a thought which interprets or repeats it” (ibid.). Here Peirce jumps from a possibility to a postulated necessity. Indeed, he writes, “there is no exception, therefore, to the law that every thought-sign is translated or interpreted in a subsequent one, unless it be that all thought comes to an abrupt and final end in death” (ibid.). One way of justifying Peirce’s reasoning is to note that what is possible would be actualized, given enough time. If enough time has passed and something that is possible is still not actualized, we need to suppose the existence of a counter-force hindering the actualization of that particular possibility. Peirce aggiunge un secondo concetto. Descrivendo nuovamente un’apparente interruzione del pensiero come l’acquisizione di importanza da parte di un’altra serie di pensieri, trae una conclusione radicale. Questa conclusione radicale è che l’interruzione di una concatenazione di pensieri non è possibile prima della morte. Una concatenazione di pensieri può entrare in un periodo di incubazione, ma «non c’è… pensiero che appartiene a questa serie, successivamente al quale non ci sia un pensiero che lo interpreta o lo ripete» (ibid.). Qui Peirce passa da una possibilità a una necessità postulata. Scrive infatti: «non c’è quindi alcuna eccezione alla legge secondo cui ogni pensiero-segno è tradotto o interpretato in uno successivo, tranne quando tutti i pensieri giungono a una fine improvvisa e definitiva con la morte» (ibid.). Se vogliamo giustificare il ragionamento di Peirce possiamo considerare che ciò che è possibile infine si attualizza, se ne ha il tempo sufficiente. Se è trascorso abbastanza tempo e qualcosa di possibile ancora non si è attualizzato, dobbiamo supporre l’esistenza di una forza contraria che impedisce l’attualizzazione di quella particolare possibilità.
Enriched with Peirce’s semiotic view of the human being, I now wish to clarify two Freudian ideas. First, there is Freud’s understanding of repression as a failure to translate a message (an inscription) from a lower level of consciousness into a higher one. In 1925 Freud published two articles, translated as “A Note upon the ‘Mystic Writing-Pad’” and “Negation”. In the first, Freud explicitly concludes that a writing-pad is a good model for the functioning of the perceptual apparatus of our mind (S.E. 19:232). In “Negation”, Freud observed that patients are able to disclose a painful truth upon the condition of being able to deny it as is evident from the following text: “Thus the content of a repressed image or idea can make its way into consciousness, on condition that it is negated” (235). Let us recall Freud’s example of a patient who related a dream with a female figure in it. To the question of who that female could be, the patient answered, “It’s not my mother”. Freud interprets this statement by saying, “So, it is his mother.” Freud continues, “It is as though the patient had said: ‘It’s true that my mother came into my mind as I thought of this person, but I don’t feel inclined to let the association count’“ (ibid.). Con l’aiuto della visione semiotica peirceiana dell’essere umano, vorrei ora spiegare due idee freudiane. Per primo vediamo il concetto freudiano di rimozione come mancata traduzione di un messaggio (un’iscrizione) da un livello inferiore di coscienza a uno superiore. Nel 1925 Freud pubblicò due articoli, tradotti come «Nota sul “notes magico”» e «La negazione». Nel primo, Freud conclude esplicitamente che un notes è un buon esempio del funzionamento dell’apparato percettivo della nostra psiche (OSF 10:68). Nella «Negazione» Freud osservò che i pazienti sono in grado di rivelare una verità spiacevole a condizione di poterla negare, come è evidente nel seguente testo: «Così il contenuto rimosso di un’immagine o di un’idea può farsi strada nella coscienza, a condizione di essere negato» (OSF 10:198). Riprendiamo l’esempio di Freud del paziente che riferiva un sogno dove compariva una figura femminile. Alla domanda su chi potesse essere quella donna, il paziente rispose: «Non è mia madre». Freud interpreta questa affermazione dicendo «Dunque, è sua madre». Freud prosegue: «È come se il paziente avesse detto: “È vero che mi è venuta in mente mia madre pensando a questa persona, ma non sono disposto a considerare questa associazione”» (ibid.).
In Peirce’s semiotic theory, there is a train of thought that produces a female figure, which in turn can be a sign that is to be further interpreted. The thought interpreting the sign is “mother”. However, there is a force resisting that thought, preventing it from being allowed to play the function of interpretant. What is the nature of this force which could interfere with a thought becoming an interpretant? For Peirce, that interfering force is another train of thought, such as, “I know that I do not despise my mother that much.” As a consequence, the first train of thought goes underground and disappears from consciousness. Secondo la teoria semiotica di Peirce, c’è una concatenazione di pensieri che crea una figura femminile, che a sua volta può essere un segno da interpretare ulteriormente. Il pensiero che interpreta il segno è «madre». Tuttavia c’è una forza che si oppone a quel pensiero, e gli impedisce di svolgere la funzione di interpretante. Qual è la natura di questa forza che potrebbe trattenere un pensiero dal diventare un interpretante? Secondo Peirce, la forza che interferisce è un’altra concatenazione di pensieri, quale «so che non disprezzo mia madre a tal punto». Di conseguenza, la prima concatenazione di pensieri viene celata e scompare dalla coscienza.
Let us call all those trains of thought that are not free to let the next thought perform the role of interpretant “unconscious trains of thought.” These unconscious trains of thought will by definition cease to be unconscious when and if a succeeding thought is able to perform the role of interpretant. But, also by definition, there are forces that prevent such interpretative performances (unmediated, unconscious images that dominate a person’s psychic life, other conflicting trains of thought, lack of imagination, lack of appropriate words). Peirce says as much in the following text: Chiamiamo tutte quelle concatenazioni di pensieri che non sono libere di lasciar svolgere al pensiero successivo il ruolo di interpretante «concatenazioni di pensieri inconsce». Queste cesseranno di essere inconsce quando e se un pensiero riuscito sarà in grado di svolgere il ruolo di interpretante. Ma sempre per definizione, queste sono forze che impediscono tali prestazioni interpretative (immagini inconsce non mediate che dominano la vita psichica di un individuo, altre concatenazioni di pensieri in conflitto, mancanza di immaginazione o di parole appropriate). Peirce si esprime in modo simile nel testo seguente:
There are, as I am prepared to maintain, operations of the mind which are logically exactly analogous to inferences excepting only that they are unconscious and therefore not subject to criticism. But that makes all the difference in the world; for inference is essentially deliberate, and self-controlled. Any operation which cannot be controlled, any conclusion which is not abandoned, not merely as soon as criticism has pronounced against it, but in the very act of pronouncing that decree, is not of the nature of rational inference – is not reasoning. (CP 5.108) Ci sono, come sono disposto a sostenere, operazioni della mente che dal punto di vista logico sono esattamente analoghe a inferenze, eccetto solo che sono inconsce e perciò non soggette a critica. Ma questo fa una grande differenza; perché l’inferenza è sostanzialmente intenzionale, e autocontrollata. Ogni operazione che non può essere controllata, ogni conclusione che non è abbandonata, non semplicemente appena la critica si pronuncia a sfavore, ma nell’atto stesso di pronunciare quel giudizio, non è nella natura dell’inferenza razionale, non è un ragionamento. (CP 5.108)
Freud’s demand to be honest leaves the task of interpretative performance to the patient alone. He or she is asked to make the commitment to be honest. However, Freud’s demand to the patient to make a promise to the therapist to be honest means that the healing interpretative performance becomes a joint moral enterprise. When the patient fails in the required interpretative performance, typically by not finding the appropriate interpretant (sign), that is not the end of the effort. The therapist can allow and help the patient to make detours that prepare the needed interpretative performance, that is, finding the appropriate interpretants. La richiesta freudiana di sincerità lascia il compito della prestazione interpretativa al solo paziente. Gli si chiede di impegnarsi ad essere sincero. Tuttavia, la richiesta di Freud al paziente di promettere sincerità al terapeuta significa che la prestazione interpretativa terapeutica diventa un’impresa morale congiunta. Quando il paziente non riesce a  dare l’interpretazione richiesta, di solito perché non trova il (segno) interpretante appropriato, non vuol dire che lo sforzo finisca lì. Il terapeuta può permettere al paziente di fare delle deviazioni e aiutarlo in questo al fine di preparare la prestazione interpretativa richiesta, ovvero trovare gli interpretanti appropriati.
Helping a patient find the appropriate interpretant is exactly what Freud did in the analysis of forgetting of foreign words. When Freud’s friend did not know why he forgot the word aliquis in a Latin proverb, Freud invited him to tell what came to his mind. From aliquis the patient made associations with St. Simon and ritual blood-sacrifice, St. Augustine, and St. Januarius. Freud then offered the interpretation that the calendar saints and the reference to blood are “a brilliant allusion to women’s periods”, which, just like aliquis in the proverb, should not (better not) disappear (S.E. 6:11). It should be noted, however, that even if the therapist is committed to helping the patient to carry out interpretative performance, the therapist is not authorized to perform the semiotic activity for the patient. The promise of truthful semiotic activity was made by the patient, not by the therapist. More importantly, the interpretative activity of the therapist is not semiotic activity of the patient. In the case of Freud’s friend, the semiotic activity of the friend took the form of confessing a number of things, such as having a girlfriend, that the lady in question was Italian, and that he went with her to Naples (ibid.). Aiutare il paziente a trovare l’interpretante appropriato è esattamente ciò che faceva Freud nell’analisi della dimenticanza di parole straniere. Quando il conoscente di Freud disse di non sapere perché aveva dimenticato la parola aliquis in un proverbio latino, Freud lo invitò a dire tutto ciò che gli veniva in mente. Partendo da aliquis il paziente fece delle associazioni con san Simonino e il sacrificio rituale del sangue, sant’Agostino e san Gennaro. Freud allora offrì l’interpretazione che i santi del calendario e il riferimento al sangue fossero «una brillante allusione al ciclo femminile» che, proprio come l’aliquis nel proverbio, non dovrebbe scomparire (sarebbe meglio che non scomparisse) (OSF 4:66). Bisogna osservare, tuttavia, che anche se il terapeuta si impegna ad aiutare il paziente nella prestazione interpretativa, il terapeuta non è autorizzato a svolgere l’attività semiotica al posto del paziente. La promessa di sincera attività semiotica è stata fatta dal paziente, non dal terapeuta. Ancora più importante, l’attività interpretativa del terapeuta non è l’attività semiotica del paziente. L’attività semiotica, nel caso del conoscente di Freud, ha preso la forma della confessione di alcune cose, come il fatto di avere una fidanzata, che la donna in questione era italiana, e che era andato con lei a Napoli (ibid.).
Freud did not possess or did not apply the above rule of semiotic interpretation early in his career. His failure in the case of Dora can be attributed in part to his attempt to impose his own interpretations upon Dora, namely that Dora herself was in love with her seducer, Mr. K. Later in his career, Freud advocated a much more respectful attitude toward patients when giving interpretations, as is evident from his statement, “We do not pretend that an individual construction is anything more than a conjecture which awaits examination, confirmation or rejection” (S.E. 23:265). All’inizio della sua carriera Freud non padroneggiava o non applicava la suddetta regola dell’interpretazione semiotica. Il suo insuccesso nel caso di Dora può essere attribuito in parte al suo tentativo di imporre la propria interpretazione a Dora, cioè che Dora stessa fosse innamorata del suo seduttore, il Sig. K. Più avanti nella sua carriera, Freud assunse un atteggiamento di maggiore rispetto nei confronti dei pazienti quando offriva delle interpretazioni, come risulta evidente dalla sua affermazione «Alla singola costruzione attribuiamo solo il valore di un’ipotesi in attesa di verifica, conferma o confutazione» (OSF 11:549).
The semiotic rule that the patient herself must do the interpreting was clearly expressed by Freud when he wrote that “one must be careful not to give a patient the solution of a symptom or the translation of a wish until he is already so close to it that he has only one short step more to make in order to get hold of the explanation for himself” (S.E. 12:140). Clearly, the later Freud was closer to Peirce’s view of semiotic activity than the Freud who was treating Dora. La regola semiotica che il paziente stesso deve farsi carico dell’interpretazione è stata espressa chiaramente da Freud quando ha scritto che «si dovrà usare prudenza, al fine di non comunicare la soluzione di un sintomo o la traduzione di un desiderio prima che il paziente non vi si trovi talmente vicino da dover fare soltanto un breve passo ancora per impadronirsene egli stesso» (OSF 7:349). Indubbiamente a questo punto della sua carriera Freud era più vicino alla visione peirceiana dell’attività semiotica di quanto non lo fosse mentre curava Dora.
Let us now turn to the Freudian claim that therapeutic activity does not end at the moment when the patient is able to acknowledge intellectually a thought connection, for example, that the female figure in the dream is “mother”. According to Freud, full intellectual acceptance of the repressed does not mean that the repressive process is removed (S.E. 19:236). Ora passiamo all’affermazione di Freud secondo cui l’attività terapeutica non finisce nel momento in cui il paziente è in grado di riconoscere a livello intellettuale una connessione tra i pensieri, per esempio, che la figura femminile del sogno è la «madre». Secondo Freud, l’accettazione intellettuale completa del rimosso non significa che il processo di rimozione sia stato eliminato (OSF 10:198).
Peirce’s pragmatic semiotics allows us to articulate this curious discrepancy between intellectual and emotional acceptance. Peirce rejects an intellectualist semiotics. He argues instead that “the whole function of thought is to produce habits of action” (Peirce 1992, 131). Semiotic activity creates an interpretant that is a guide to action. Semiotic activity can be defective when there is no interpretant or when what appears to be an interpretant is not a guide for action (Vergote 1997, 63). Indeed, as I have argued before, Peirce would say that a patient who accepts, intellectually but not emotionally, that the female figure in his dream must be his mother, even though she is also domineering, has not yet made the connection with the thought that his mother is a domineering woman, because knowing that a person is domineering includes the rule for action: be on your guard against such a person. I interpret Peirce to claim that it is false to believe that one knows that a particular person is domineering without accepting and acting upon the rule: be on your guard against such a person. La semiotica pragmatica peirceiana ci permette di esprimere questa insolita discrepanza tra l’accettazione intellettuale e quella emotiva. Peirce rifiuta una semiotica intellettualista e sostiene invece che «l’intera funzione del pensiero è di produrre abitudini pratiche» (Peirce 1992:131). L’attività semiotica crea un interpretante che dà indicazioni di comportamento. L’attività semiotica può essere inadeguata quando manca l’interpretante o quando ciò che sembra un interpretante non riesce a dare indicazioni pratiche (Vergote 1997:63). Anzi, come ho affermato in precedenza, Peirce direbbe che un paziente che accettasse, a livello intellettuale ma non emotivo, che la figura femminile del suo sogno è la madre, sebbene sia dominante, non ha ancora fatto il collegamento con il pensiero che la madre è una donna dominante, perché essere consapevoli che una persona è dominante significa accettare la regola di comportamento: stai in guardia da una persona così. Credo che Peirce intendesse dire che è sbagliato credere che qualcuno possa sapere che una certa persona è dominante senza accettare la regola: stai in guardia da una persona così e agisci di conseguenza.
What Peirce explicitly connects, Freud leaves separated. It seems to me that Freud does not interpret the promise to be honest as also including the requirement that the patient be able to find a proper guide for action. He does not do so because he believes that repression makes satisfactory action impossible, because “the patient’s condition is such that, until her repressions are removed, she is incapable of getting real satisfaction” (S.E. 12:165). Freud is so convinced about the inability of the patient to find a proper guide for action that he demands that treatment be made in a state of abstinence (153-54). Describing the reasons for not allowing the patient to make substantial decisions during psychoanalytic treatment, he writes, “The patient’s need and longing should be allowed to persist in her, in order that they may serve as forces impelling her to do work and to make changes, and… we must beware of appeasing those forces by means of surrogates” (165). For Freud, the work of true self-revelation is a precondition for satisfactory decision-making. Ciò che Peirce collega esplicitamente, Freud lascia separato. Ho l’impressione che Freud non interpreti la promessa di sincerità anche in funzione della necessità per il paziente di trovare istruzioni di comportamento adeguate. Non lo fa perché crede che la rimozione renda impossibile agire in modo opportuno, poiché «la paziente – per il suo stato e fintanto che non sono eliminate le rimozioni – è incapace di appagamento effettivo» (OSF 7:368). Freud è talmente convinto dell’incapacità della paziente di trovare un’indicazione di comportamento adeguata che richiede di effettuare la cura in stato di astinenza (367). Descrivendo i motivi per cui non si deve consentire al paziente di prendere decisioni concrete nel corso della terapia psicoanalitica, scrive: «occorre lasciar persistere nella malata i bisogni e i desideri, come forze propulsive al lavoro e al mutamento, evitando quindi di metterli a tacere con surrogati» (368). Per Freud il lavoro di vera autorivelazione è una precondizione per prendere decisioni adeguate.
Freud and Peirce might, however, not be so far apart. Indeed, Pierce sees a connection between semiotic activity and the creation of a guide for action. Freud sees a connection between the inability to discover any guide for action and the inability to produce true self-revelation because of the presence or repression. Freud clearly gives priority to semiotic activity separated from any concerns for immediate action in order to prepare for semiotic activity that once more can provide a guide for action. However, in his later writings Freud develops a position that is similar to Peirce’s. He stresses that it is the patient who must find action-directed semiotic activity. Freud advises against the therapist suggesting sublimation possibilities when talking has undone inhibitions: “As a doctor, one must above all be tolerant to the weakness of a patient… many people fall ill precisely from an attempt to sublimate their instincts beyond the degree permitted by their organization and… in those who have a capacity for sublimation the process usually takes place of itself as soon as their inhibitions have been overcome by analysis” (119). Tuttavia, Freud e Peirce potrebbero non essere così distanti l’uno dall’altro. È vero che Peirce vede un collegamento tra attività semiotica e creazione di istruzioni di comportamento. Freud vede un collegamento tra l’incapacità di trovare istruzioni di comportamento e l’incapacità di una vera autorivelazione a causa della rimozione. Freud attribuisce chiaramente la priorità a un’attività semiotica separata da qualsiasi preoccupazione d’azione immediata per essere pronti a un’attività semiotica che ancora una volta possa offrire indicazioni pratiche. Tuttavia, nei suoi ultimi scritti Freud sviluppa una posizione simile a quella di Peirce. Sottolinea che è il paziente a dover trovare un’attività semiotica finalizzata all’azione. Freud mette in guardia dai terapeuti che ipotizzano possibilità di sublimazione quando il dialogo ha delle inibizioni incompiute: «Come medici dobbiamo essere innanzitutto tolleranti verso la debolezza del malato […] molte persone si sono ammalate proprio nel tentativo di sublimare le pulsioni oltre la misura consentita dalla loro organizzazione, mentre in coloro che hanno capacità di sublimazione questo processo suole compiersi da sé, appena le loro inibizioni siano state superate attraverso l’analisi» (OSF 6:540).
If we interpret sublimation as successful action, we can affirm that Freud, like Peirce, connects successful human action with the action being grounded in the semiotic context. Freud sees truthful self-revelation as a precondition for such self-directed action. Freud does not fully analyze the nature of successful sublimation as self-directed action. Peirce calls it successful semiotic activity or semiosis. Se interpretiamo la sublimazione come azione riuscita, possiamo affermare che Freud, come Peirce, collega la riuscita delle azioni dell’uomo con il loro fondamento nel contesto semiotico. Freud considera l’autorivelazione sincera una precondizione per tali azioni autodirette. Freud non analizza del tutto la natura della sublimazione riuscita come azione autodiretta. Peirce la chiama «attività semiotica riuscita» o «semiosi».
Conclusion Conclusioni
A structuralist analysis of language sees the liberating possibilities of language mainly in its differentiating function. Freud makes two moral requests of his patients: that they be honest, and that they promise to be honest. Peirce’s view of language allows us to make sense of Freud’s demand of honesty. Peirce affirms that human beings have the capability of performing semiotic activity in which particulars can be labeled truthfully, and thus one can say that commitment to honesty is note an empty commitment. Peirce’s view of language allows us also to clarify Freud’s moral demand that his patients promise to be honest. The promise to the therapist makes the patient and the therapist moral coworkers. The patient accepts the burden of truthful semiotic activity, which, in Peirce’s view, leads to the creation of an interpretant that is a guide for action. The therapist accepts the burden of helping the patient toward such liberating semiotic activity. In his later writings, Freud stresses that such help needs to restrain itself in order to allow the patient to perform the semiotic activity him- or herself. The request for honesty affirms in the patient a form of agency that is only fully realized if the patient him- or herself can perform semiotic activity and if that semiotic activity will become action-guiding in a successful way. Un’analisi strutturalistica della lingua vede le possibilità liberatorie della lingua principalmente nella sua funzione differenziante. Freud fa due richieste morali ai suoi pazienti: essere sinceri e promettere di essere sinceri. La concezione peirceiana della lingua ci permette di dare un senso alla richiesta freudiana di sincerità. Peirce afferma che gli esseri umani hanno la capacità di svolgere un’attività semiotica i cui particolari possono essere definiti sinceramente, e quindi si può dire che l’impegno alla sincerità non è insignificante. La visione peirceiana della lingua ci consente anche di spiegare la richiesta morale di Freud che i suoi pazienti promettano di essere sinceri. La promessa al terapeuta rende paziente e terapeuta collaboratori morali. Il paziente accetta il fardello di una sincera attività semiotica, che, secondo Peirce, porta alla creazione di un interpretante che offre istruzioni di comportamento. Il terapeuta accetta il fardello di aiutare il paziente in questa attività semiotica liberatoria. Negli ultimi scritti, Freud sottolinea che tale aiuto deve limitarsi per permettere al paziente di svolgere da sé l’attività semiotica. La richiesta di sincerità conferma nel paziente un tipo di attività che si realizza completamente solo se il paziente stesso è in grado di svolgere un’attività semiotica e se tale attività offre valide istruzioni di comportamento.
Notes Note
I benefited from suggestions and comments made by Joseph Brent and John Muller and from the editorial assistance of Thane Naberhaus and Joe Kakesh. Mi sono avvalso dei consigli e dei commenti di Joseph Brent e John Muller e dell’assistenza redazionale di Thane Naberhaus e Joe Kakesh.
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«Recommendations to Physicians Practising Psycho-Analysis», 1912, vol. 12.

«On Beginning the Treatment (Further Recommendations on the Technique of Psycho-Analysis I)», 1913, vol. 12.

«Remembering, Repeating and Working-Through (Further Recommendations on the Technique of Psycho-Analysis II)», 1914, vol. 12.

«Observations on Transference-Love (Further Recommendations on the Technique of Psycho-Analysis III)», 1914, vol. 12.

«Negation», 1925, vol. 19.

«A Note upon the “Mystic Writing-Pad”», 1925, vol. 19.

«An Autobiographical Study», 1925, vol. 20.

«Constructions in Analysis», 1937, vol. 23.

Freud, Sigmund, Opere, a cura di Cesare L. Musatti, 12 volumi, Torino, Bollati Boringhieri, 1975 – 1980.

Psicopatologia della vita quotidiana, 1901, vol. 4, pagine 51-297.

«Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico», 1912, vol. 6, pagine 532-541.

«Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi. Inizio del trattamento», 1913, vol. 7, pagine 333-352.

«Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi. Ricordare, ripetere, rielaborare», 1914, vol. 7, pagine 353-361.

«Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi. Osservazioni sull’amore di traslazione», 1914, vol. 7, pagine 362-374.

«Negazione», 1925, vol. 10, pagine 195-201.

«Nota sul “notes magico”», 1924, vol. 10, pagine 59-68

«Autobiografia», 1924, vol. 10, pagine 69-137.

«Costruzioni nell’analisi», 1937, vol. 11, pagine 537-552.

Lacan, Jacques, Écrits: A Selection, traduzione di Alan Sheridan, New York, W. W. Norton, 1977.

Muller, John P., e Richardson, William J, Lacan and Language: A Reader’s Guide to Écrits, New York, International Universities Press, 1982.

Peirce, Charles Sanders, Philosophical Writings of Peirce, a cura di Justus Buchler, New York, Dover Publications, 1955.

, Collected Papers of Charles Sanders Peirce, a cura di Charles Hartshorne, Paul Weiss, e Arthur W. Burks, 8 volumi, Cambridge, Harvard University Press, 1931-58.

, The Essential Peirce: Selected Philosophical Writings, a cura di Nathan Houser e Christian Kloesel, Bloomington, Indiana University Press, 1992.

Peirce, Charles Sanders, Opere, a cura di Massimo Bonfantini e Giampaolo Proni, Milano, Bompiani, 2003.

Peraldi, François, «Krake / Krakra: A Case Study.» in PsychCritique 2, 1987, n. 1, pagine 55-63.

Saussure, Ferdinand de, Course in General Linguistics, a cura di Charles Bally e Albert Sechehaye, traduzione di Wade Baskin, New York, Philosophical Library, 1959. Traduzione italiana: Corso di linguistica generale, a cura di Tullio De Mauro, Bari, Laterza, 1967.

Thompson, M. Guy, The Truth about Freud’s Technique: The Encounter with the Real, New York, New York University Press, 1994.

Ver Eecke, Wilfried, Saying “No”, Pittsburgh, Duquesne University Press, 1984.

Vergote, Antoine, La Psychanalyse à l’Épreuve de la Sublimation, Paris, Les Éditions du Cerf, 1997.

 

 

 

 

 

 

 

 

2. GLOSSARIO

 

 

In questa sezione sono presenti:

 

  • Un glossario di consultazione rapida inglese-italiano che contiene i termini inglesi con i rispettivi traducenti italiani;
  • Le schede terminologiche relative a tutti i termini elencati nel glossario di consultazione rapida.

Ogni scheda riporta il termine inglese, il traducente italiano, il dominio di appartenenza (psicoanalisi o semiotica), una frase in cui appare il termine all’interno del testo, la definizione in italiano e l’indicazione della fonte da cui è tratta la definizione.

Tutte le fonti che compaiono nelle schede sono riportate per esteso nei riferimenti bibliografici a pag. 74.

Le schede presentano anche una casella per eventuali note; nel caso dei termini relativi alla psicoanalisi, in questa casella è indicato il termine tedesco originale da cui deriva quello inglese usato dall’autore nel testo.

 

 

 

2.1 GLOSSARIO DI CONSULTAZIONE RAPIDA INGLESE – ITALIANO

 

TERMINE INGLESE TERMINE ITALIANO
Abduction Abduzione
Abstinence Astinenza
Consciousness Coscienza
Couch Divano
Domineering Dominante
Dream Sogno
Free association Libera associazione
Fundamental rule Regola fondamentale
Habit Abitudine
Hypnosis Ipnosi
Imaginary Immaginario
Interpretant Interpretante
Interpretation Interpretazione
Motivation Motivazione
Negation Negazione
Neurosis Nevrosi
Phoneme Fonema
Psychoanalysis Psicoanalisi
Recognition Riconoscimento
Representation Rappresentazione
Repression Rimozione
Resistance Resistenza
Semiosis Semiosi
Semiotics Semiotica
Sign Segno
Signified Signifié
Signifier Signifiant
Speech Discorso
Structuralism Strutturalismo
Sublimation Sublimazione
Symptom Sintomo
Unconscious Inconscio

 

 

 

 

2.2 SCHEDE TERMINOLOGICHE

 

TERMINE EN: Abduction Dominio: Semiotica
TERMINE IT: Abduzione Fonte definizione: Osimo 2011:259.
Contesto: «A hypothesis or abduction, therefore, is the ability to conclude from observing in one object a number of characteristics that this object is a member of a certain class having a number of additional characteristics, some of which are not immediately visible but for which evidence can be found» pagine 21-22.
Definizione: «Tipo particolare di inferenza logica che consiste nel risalire, sulla base di un evento, alla regola generale che spiega tale evento. L’abduzione propone solo congetture, quindi con un valore di incertezza molto elevato; tuttavia queste congetture, quando si rivelino rispondenti alla realtà, danno modo di interpretarla con un elevatissimo tasso di creatività. Il termine è stato coniato da Charles Sanders Peirce, fondatore della semiotica.»
Note: Il termine non va confuso con «induction» (induzione), che indica il processo logico per cui dall’osservazione di casi particolari si sale ad affermazioni universali.

 

TERMINE EN: Abstinence Dominio: Psicoanalisi
TERMINE IT: Astinenza Fonte definizione: Galimberti 1999:52.
Contesto: «Freud is so convinced about the inability of the patient to find a proper guide for action that he demands that treatment be made in a state of abstinence» pagina 40.
Definizione: Regola che caratterizza la situazione analitica vietando all’analista il soddisfacimento dei desideri del paziente e obbligandolo ad astenersi da consigli sulla vita reale dello stesso. L’astinenza contrasta il principio di piacere, a cui tendono le dinamiche inconsce, e tutela l’autonomia del paziente.
Note: Termine DE: Abstinenz

 

TERMINE EN: Consciousness Dominio: Psicoanalisi
TERMINE IT: Coscienza Fonte definizione: American Psychoanalitic Association 1993.
Contesto: «The significant change from the first to the third (and last) method was that talking was now done without hypnosis and thus with the patients’ full consciousness and full possession of will» pagina 8.
Definizione: «Consapevolezza (coscienza) mentale degli eventi esterni e dei fenomeni mentali. […] Gli stati alterati della coscienza sono conseguenza di fattori psicologici e fisiologici come per esempio il sonno, la fatica, la malattia, l’ipnosi e le sostanze chimiche. Di norma comportano ipervigilanza o una minore consapevolezza degli stimoli esterni, oltre alla sospensione di funzioni dell’Io come l’esame di realtà.»
Note: Termine DE: Bewusstsein

 

TERMINE EN: Couch Dominio: Psicoanalisi
TERMINE IT: Divano Fonte definizione: Galimberti 1999:52.
Contesto: «Later he introduced the method of having his patients lie on a couch to talk about anything that came to mind» pagina 8.
Definizione: Elemento della cornice formale e delle regole che sono alla base della seduta analitica come è prevista dall’ortodossia della scuola freudiana. Il divano su cui si sdraia il paziente favorisce la regressione necessaria al trattamento analitico in vista della successiva ricostruzione e disloca il paziente dalla forma abituale della comunicazione quotidiana facilitandogli un contatto col mondo dei ricordi e dei sogni. Derivato dai primi trattamenti che sfruttavano l’effetto catartico dell’ipnosi, il divano è stato mantenuto nella pratica analitica da Freud.
Note: Termine DE: Couch

 

TERMINE EN: Domineering Dominio: Psicoanalisi
TERMINE IT: Dominante Fonte definizione: Galimberti 1999:334.
Contesto: «I guess I have to conclude that this domineering figure in my dream is my mother, because the hair, the blouse, the bracelet, the shoes all belong to my mother» pagina 26.
Definizione: Caratteristica di una persona che assume un ruolo di potere nei confronti degli altri.
Note: Termine DE: dominierend

 

TERMINE EN: Dream Dominio: Psicoanalisi
TERMINE IT: Sogno Fonte definizione: Galimberti 1999:983.
Contesto: «Take Freud’s example: “You ask who this figure in the dream can be.” The reported answer is: “It’s not my mother”» pagina 18.
Definizione: Attività mentale che si svolge durante il sonno e di cui è possibile conservare, dopo il risveglio, immagini, pensieri, emozioni che hanno caratterizzato la scena onirica. La psicoanalisi di Freud assegna al sogno un significato psicologico rintracciabile attraverso l’interpretazione. Il sogno è la forma nella quale un pensiero scartato dal preconscio, o persino dalla coscienza della vita vigile, ha potuto rifondersi grazie alle favorevoli condizioni create dallo stato di sonno.
Note: Termine DE: Traum

 

TERMINE EN: Free association Dominio: Psicoanalisi
TERMINE IT: Libera associazione Fonte definizione: Galimberti 1999:105-106.
Contesto: «Normal speech excludes. The purpose of the exclusion is to keep the unity of the story; however, it restricts the revealing process. Letting go of our control, responsible for producing unity in our story, so that indefinite revelation may occur in speaking is a process that Freud called free association» pagine 7-8.
Definizione: La libera associazione è la regola fondamentale, nel trattamento analitico, per la ricognizione dell’inconscio e l’interpretazione dei sogni. Si chiede al paziente di rinunciare volontariamente, per quanto gli riesce, alla censura cosciente e di esprimere liberamente i suoi pensieri, sentimenti, speranze, sensazioni, idee, senza badare se gli sembrano sgradevoli, insensati, non pertinenti o non rilevanti. Freud assegna alla scoperta della libera associazione l’emancipazione della psicoanalisi dalle metodiche ipnotiche, prima praticate, che non consentivano al paziente una presa di coscienza dei contenuti inconsci che emergevano durante il trattamento. La libera associazione è influenzata anche da resistenze che possono risultare indicative di ciò che il paziente vuole tacere o evitare di conoscere.
Note: Termine DE: Freie Assoziation

 

TERMINE EN: Fundamental rule Dominio: Psicoanalisi
TERMINE IT: Regola fondamentale Fonte definizione: Galimberti 1999:895.
Contesto: «In his “Further Recommendations on the Technique of Psychoanalysis”, Freud writes about the fundamental rule of psychoanalysis when he admonishes his patients…» pagina 6.
Definizione: Regola che struttura la situazione analitica dove l’analizzato è invitato a dire tutto ciò che pensa senza scegliere o tralasciare nulla di ciò che gli viene in mente. Questo procedimento è indicato da Freud come una delle tre vie di accesso all’inconscio; al medesimo scopo servono l’interpretazione dei sogni del paziente e l’analisi delle sue azioni mancate e casuali.
Note: Termine DE: Grundregel

 

TERMINE EN: Habit Dominio: Psicoanalisi
TERMINE IT: Abitudine Fonte definizione: Galimberti 1999:2.
Contesto: «This is all the more difficult, because for Peirce, knowledge of particulars leads to the formation of habits because of the successful action that it gives rise to» pagina 31.
Definizione: Prodotto terminale dell’apprendimento che si esprime in una modalità d’essere e di agire che tende a ripetersi in forma pressoché identica. In quanto acquisita, l’abitudine si distingue dagli automatismi innati che sono condotte motorie che si attivano di fronte a determinate stimolazioni.
Note: Termine DE: Gewohnheit

 

TERMINE EN: Hypnosis Dominio: Psicoanalisi
TERMINE IT: Ipnosi Fonte definizione: Galimberti 1999:556.
Contesto: «The significant change from the first to the third (and last) method was that talking was now done without hypnosis and thus with the patients’ full consciousness and full possession of will» pagina 8.
Definizione: Condizione psichica, eteroindotta o autoindotta, caratterizzata da uno stato intermedio tra la veglia e il sonno, denominato trance, dove si assiste a una riduzione delle capacità critiche, un aumento della suggestionabilità e una limitazione dell’attenzione alle sole richieste formulate dall’ipnotizzatore. Freud utilizzò l’ipnosi nel trattamento dell’isteria, ma successivamente si rese conto che la condizione di semincoscienza in cui si trova il paziente in condizioni ipnotiche non consente a quest’ultimo di elaborare il proprio vissuto psichico, per cui il sintomo scomparso può riapparire sotto altra forma. Fu così che Freud abbandonò il metodo catartico indotto per via ipnotica per inaugurare la psicoanalisi.
Note: Termine DE: Hypnose

 

TERMINE EN: Imaginary Dominio: Psicoanalisi
TERMINE IT: Immaginario Fonte definizione: Galimberti 1999:509.
Contesto: «Jacques Lacan has relied upon a structuralist interpretation of language in order to highlight the help that speaking can provide in dealing with resistances originating, for instance, in unconscious unmediated images (the imaginary)» pagina 13.
Definizione: L’immaginario per Lacan è una delle tre dimensioni essenziali del campo psichico da lui articolato in: reale, immaginario e simbolico. La nozione di immaginario è stata elaborata da Lacan nella descrizione dello stadio dello specchio dove il bambino confonde se stesso con la sua immagine riflessa. L’immaginario è quell’Io colto nello specchio, esterno al soggetto e oggettivizzato.
Note:

 

TERMINE EN: Interpretant Dominio: Semiotica
TERMINE IT: Interpretante Fonte definizione: Volli 2003:22.
Contesto: «The two strings of characteristics are summarized by two different labels, or in the language of Peirce, two different interpretants» pagina 26.
Definizione: L’interpretante è una qualunque altra rappresentazione riferita allo stesso oggetto. L’unico modo che abbiamo per conoscere l’oggetto di un segno passa per la formulazione di un altro segno che lo interpreti. L’interpretazione non deve necessariamente assumere una forma verbale.
Note:

 

TERMINE EN: Interpretation Dominio: Psicoanalisi
TERMINE IT: Interpretazione Fonte definizione: Galimberti 1999:542-543.
Contesto: «His failure in the case of Dora can be attributed in part to his attempt to impose his own interpretations upon Dora, namely that Dora herself was in love with her seducer, Mr. K.» pagine 37-38.
Definizione: Attribuzione di un significato a un’apertura di senso. L’interpretazione psicoanalitica per Freud qualifica la psicoanalisi distinguendola da tutte le altre psicologie. L’interpretazione di un sogno, di un sintomo, di un lapsus, consiste nel determinare il suo significato. Per questo occorre cogliere il significato latente delle produzioni del paziente e, nella cura, comunicarglielo per consentirgli di rendere conscio l’inconscio.
Note: Termine DE: Interpretation

 

TERMINE EN: Motivation Dominio: Psicoanalisi
TERMINE IT: Motivazione Fonte definizione: Galimberti 1999:667-668.
Contesto: «Motivation is often guided by images. A mother says that she made her son a lawyer. Her somewhat passive son might fuse in the image that sustains his decision to remain a lawyer not only the desire of the mother but also all kinds of reasons» pagina 15.
Definizione: Fattore dinamico del comportamento animale e umano che attiva e dirige un organismo verso una meta. Le motivazioni possono essere coscienti o inconsce. La teoria psicoanalitica sposta la ricerca della motivazione dal piano conscio al piano inconscio, dove le pulsioni sessuali e aggressive determinano i comportamenti in base alle vicissitudini a cui queste pulsioni vanno incontro.
Note: Termine DE: Motivierung

 

TERMINE EN: Negation Dominio: Psicoanalisi
TERMINE IT: Negazione Fonte definizione: Galimberti 1999:679.
Contesto: «Elsewhere, he interprets a negation followed by either new material or an indirect confirmation (associations of similar nature, etc.) as a confirmation of the partial truth of the negated interpretation» pagina 25.
Definizione: Termine psicoanalitico introdotto da Freud per indicare quella modalità per cui contenuti rimossi possono accedere alla coscienza alla sola condizione di essere negati. La negazione è un modo per prendere conoscenza del rimosso, in verità è già una revoca della rimozione, non certo però un’accettazione del rimosso.
Note: Termine DE: Verneinung

 

TERMINE EN: Neurosis Dominio: Psicoanalisi
TERMINE IT: Nevrosi Fonte definizione: Galimberti 1999:692-693.
Contesto: «Psychoanalytic treatment must have no regard for any consideration, because the neurosis and its resistances are themselves without any such regard» pagina 9.
Definizione: Disturbo psichico senza causa organica i cui sintomi sono interpretati dalla psicoanalisi come espressione simbolica di un conflitto che ha le sue radici nella storia del soggetto e che costituisce un compromesso tra il desiderio e la difesa.
Note: Termine DE: Neurose

 

TERMINE EN: Phoneme Dominio: Semiotica
TERMINE IT: Fonema Fonte definizione: Beccaria 1996:307.
Contesto: «The structuralist view of language, introduced by Ferdinand de Saussure, stresses the idea that language is not possible without difference. That difference is present in the basic building blocks of language – sounds (phonemes) – but it is also present in words and their meanings» pagina 13.
Definizione: Minima unità fonologica che, entro la lingua in questione, non si lascia analizzare in unità fonologiche più piccole e successive. Il suono linguistico considerato in quanto entità di un particolare sistema, oggetto di studio della fonologia.
Note:

 

TERMINE EN: Psychoanalysis Dominio: Psicoanalisi
TERMINE IT: Psicoanalisi Fonte definizione: American Psychoanalitic Association 1993.
Contesto: «Psychoanalysis attempts to help people who are caught up in dead-end strategies. It uses language to liberate them from these strategies» pagina 5.
Definizione: «Disciplina scientifica elaborata da Sigmund Freud e dai suoi seguaci incentrata sullo studio della psicologia umana. Solitamente si considera che abbia tre campi di applicazione: 1. metodi di indagine della mente; 2. corpo sistematico di conoscenze sul comportamento umano (teoria psicoanalitica); e 3. modalità di terapia per malattie emozionali (trattamento psicoanalitico). Il metodo di indagine comporta l’uso dell’associazione libera e l’analisi dei sogni, dei processi di pensiero e del comportamento in relazione agli affetti. Il termine metodologia psicoanalitica solitamente si riferisce allo studio sistematico del metodo psicoanalitico in sé.»
Note: Termine DE: Psychoanalyse

«Psicoanalisi» è considerata la dicitura corretta, mentre il termine «Psicanalisi» (senza la «o») si riferisce solo alla psicoanalisi di orientamento lacaniano.

 

TERMINE EN: Recognition Dominio: Psicoanalisi
TERMINE IT: Riconoscimento Fonte definizione: Galimberti 1999:905.
Contesto: «One possible way to clarify the meaning of these additional resources is to argue that a promise to another involves the hope for recognition by that other» pagina 11.
Definizione: «Figura della motivazione che è alla base di quelle forme di autorealizzazione che in ambito sociale induce al raggiungimento del prestigio, del potere e dell’affermazione di sé per soddisfare quelle che dal punto di vista psicoanalitico sono indicate come esigenze connesse al narcisismo, all’ideale dell’Io o a tendenze aggressive sublimate.»
Note: Termine DE: Anerkennung

 

TERMINE EN: Representation Dominio: Psicoanalisi
TERMINE IT: Rappresentazione Fonte definizione: Galimberti 1999:887.
Contesto: «He might start “giving involuntarily indices [about the role of his mother] which the astute analyst will seize upon in order to transform unconscious representations into language”» pagina 16.
Definizione: In psicologia si intende per rappresentazione il rinnovarsi dell’esperienza percettiva in assenza dello stimolo sensoriale. La rappresentazione consente di tenere mentalmente presenti situazioni o oggetti un tempo percepiti ma al momento assenti.
Note: Termine DE: Vorstellung

 

TERMINE EN: Repression Dominio: Psicoanalisi
TERMINE IT: Rimozione Fonte definizione: Galimberti 1999:910.
Contesto: «He does not do so because he believes that repression makes satisfactory action impossible, because “the patient’s condition is such that, until her repressions are removed, she is incapable of getting real satisfaction”» pagina 40.
Definizione: Termine psicoanalitico che si riferisce a un processo inconscio che consente di escludere dalla coscienza determinate rappresentazioni connesse a una pulsione il cui soddisfacimento sarebbe in contrasto con altre esigenze psichiche. In quanto processo inconscio, la rimozione va distinta dalla repressione che è cosciente.
Note: Termine DE: Verdrängung

 

TERMINE EN: Resistance Dominio: Psicoanalisi
TERMINE IT: Resistenza Fonte definizione: Galimberti 1999:899-900.
Contesto: «Later, under the dominance of the resistances, obedience to it [the fundamental rule] weakens, and there comes a time in every analysis when the patient disregards it» pagina 9.
Definizione: Termine psicoanalitico che si riferisce all’opposizione inconscia, da parte del soggetto sottoposto ad analisi, ad accedere alle proprie dinamiche profonde. Secondo Freud la resistenza si accentua man mano che nel trattamento analitico ci si avvicina al nucleo centrale patogeno.
Note: Termine DE: Widerstand

 

TERMINE EN: Semiosis Dominio: Semiotica
TERMINE IT: Semiosi Fonte definizione: Volli 2003:21.
Contesto: «Peirce calls it successful semiotic activity or semiosis» pagina 42.
Definizione: Processo di produzione e circolazione del senso. Interviene solo nel momento in cui qualcuno istituisce un nesso tra un’unità, che in questo momento diventa espressione (un suono, un fenomeno atmosferico ecc.) e un’unità che funge da contenuto.
Note:

 

TERMINE EN: Semiotics Dominio: Semiotica
TERMINE IT: Semiotica Fonte definizione: Beccaria 1996:648-650.
Contesto: «Peirce’s pragmatic semiotics allows us to articulate this curious discrepancy between intellectual and emotional acceptance. Peirce rejects an intellectualist semiotics» pagina 39.
Definizione: Teoria generale dei segni sia verbali sia non verbali, in ordine alla loro significazione, produzione, trasmissione e interpretazione. Pur avendo origini lontanissime nel tempo, la semiotica si è costituita come scienza con Ch. S. Peirce e F. de Saussure, da cui la duplice denominazione di semiotica in ambito anglofono e semiologia in ambito francofono. Per Saussure la semiologia è la naturale estensione della linguistica, e il segno è l’unione arbitraria (cioè convenzionale) di un significante e di un significato. Peirce invece articola una semiotica intorno alla nozione di interpretante, per cui un segno ne interpreta un altro, e intorno alla tripartizione dei segni in indici, icone e simboli a seconda che abbiano un rapporto di contiguità, similarità o convenzionalità col loro referente.
Note:

 

TERMINE EN: Sign Dominio: Semiotica
TERMINE IT: Segno Fonte definizione: Osimo 2011:25-26-310.
Contesto: «In Peirce’s semiotic theory, there is a train of thought that produces a female figure, which in turn can be a sign that is to be further interpreted. The thought interpreting the sign is “mother”» pagine 34-35.
Definizione: «Nella semiotica di Peirce, è “segno” qualsiasi oggetto che sia interpretato come tale; in tale categoria rientrano tanto gli oggetti quanto le parole. Restringendo la questione al solo testo verbale, le parole sono segni che rimandano, attraverso interpretanti, a oggetti.» Mentre Peirce produceva questo concetto, il linguista elvetico Saussure elaborava la sua teoria del segno in totale indipendenza e con risultati molto diversi: per Saussure il segno è la relazione tra un significato e un significante, vale a dire tra un concetto e un’immagine acustica. Si tratta di una concezione bidimensionale, mentre Peirce introduce un terzo elemento, l’interpretante, che aggiunge una dimensione soggettiva e realistica. Secondo Peirce un segno non rimanda direttamente all’oggetto che vuole significare, ma tale riferimento è mediato dalla mente della persona che sta codificando il segno stesso.
Note:

 

TERMINE EN: Signified Dominio: Semiotica
TERMINE IT: Signifié Fonte definizione: Beccaria 1996:655.
Contesto: «Instead, he defined the meaning of a word (the signified) as a chunk of the universe of all meaning» pagina 14.
Definizione: La dicotomia signifié-signifiant si è diffusa nella linguistica moderna a partire da Saussure, anche se ha radici più antiche. Il signifié è la parte del segno che indica ciò che vogliono dire le parole, cioè il loro senso, le cose a cui si riferiscono.
Note: Il termine francese Signifié è usato abitualmente anche nella lingua italiana, anche se è possibile tradurlo con il termine italiano «Significato».

 

TERMINE EN: Signifier Dominio: Semiotica
TERMINE IT: Signifiant Fonte definizione: Beccaria 1996:655.
Contesto: «The chunk of meaning attached to a word is the meaning left over by all the other signifiers» pagina 14.
Definizione: La dicotomia signifié-signifiant si è diffusa nella linguistica moderna a partire da Saussure, anche se ha radici più antiche. Il signifiant è la parte del segno che indica le parole in quanto si distinguono da ciò che vogliono dire, dal loro senso.
Note: Il termine francese Signifiant è usato abitualmente anche nella lingua italiana, anche se è possibile tradurlo con il termine italiano «Significante».

 

TERMINE EN: Speech Dominio: Semiotica
TERMINE IT: Discorso Fonte definizione: Osimo 2011:276.
Contesto: «In order to clarify how therapy can help the patient move beyond mere intellectual acceptance of truth and toward emotional acceptance of it, we need to understand the intersubjective dimension of speech» pagina 27.
Definizione: «Testo verbale attualizzato, non necessariamente orale. Ogni discorso costituisce un sistema culturale.»

 

Note:

 

 

TERMINE EN: Structuralism Dominio: Semiotica
TERMINE IT: Strutturalismo Fonte definizione: Beccaria 1996:704-706.
Contesto: «I then argue that structuralism is capable of highlighting very well the differentiating function of language which helps the mentally ill person to liberate herself from the domination of unmediated images…» pagina 5.
Definizione: Il termine può essere usato per indicare due movimenti della cultura del Novecento, collegati ma distinti. Il primo è relativo alla linguistica strutturale e si riferisce principalmente alla linguistica di ispirazione saussuriana in Europa, e di ispirazione bloomfieldiana negli Stati Uniti. Fra le principali tendenze in Europa troviamo, oltre al gruppo saussuriano di Ginevra, la scuola di Praga con Trubeckoj e Jakobson e la scuola di Copenhagen con Hjelmslev. Il secondo movimento, per il quale si usa l’etichetta di strutturalismo in generale, è un fenomeno principalmente francese, che si manifesta soprattutto negli anni Sessanta, e che segna l’adozione di concetti della linguistica strutturale in tutta una serie di discipline, dalla storia, all’antropologia alla psicoanalisi (Lacan), alla critica letteraria. La teoria psicoanalitica elaborata da Lacan ha preso le mosse da Freud e dalla sua terapia basata sul dialogo; secondo Lacan questa è possibile solo se si prende alla lettera che l’inconscio è strutturato come un linguaggio e come tale è da trattare con gli strumenti dello strutturalismo e della linguistica.
Note:

 

TERMINE EN: Sublimation Dominio: Psicoanalisi
TERMINE IT: Sublimazione Fonte definizione: Galimberti 1999:1013.
Contesto: «Freud advises against the therapist suggesting sublimation possibilities when talking has undone inhibitions» pagina 41.
Definizione: Termine psicoanalitico che indica il meccanismo responsabile dello spostamento di una pulsione sessuale o aggressiva verso una meta non sessuale e non aggressiva che trova una valorizzazione a livello sociale, come l’attività artistica o la ricerca intellettuale.
Note: Termine DE: Sublimierung

 

TERMINE EN: Symptom Dominio: Psicoanalisi
TERMINE IT: Sintomo Fonte definizione: Galimberti 1999:977.
Contesto: «This therapeutic method took the place of hypnosis, a technique that Freud had used in making symptoms disappear» pagina 8.
Definizione: Indizio di uno stato morboso. In medicina si fa la distinzione tra il segno, che è un fenomeno oggettivo che l’esaminatore assume come indice di un processo patologico, e il sintomo che è un fenomeno soggettivo avvertito dal paziente e che va poi decodificato. In psicoanalisi Freud individua nella rimozione l’evento responsabile della formazione di un sintomo. Lacan, adottando la terminologia saussuriana che distingue tra significante e significato, tratta il sintomo come un segno linguistico che funge da significante di un elemento inconscio.
Note: Termine DE: Symptom

 

TERMINE EN: Unconscious Dominio: Psicoanalisi
TERMINE IT: Inconscio Fonte definizione: Galimberti 1999:518-21.
Contesto: «The first idea is a description of a process crucial to obtaining access to the unconscious. The second idea is a promise of absolute honesty» pagina 7.
Definizione: L’aggettivo si riferisce a tutti quei contenuti psichici che non compaiono nell’orizzonte attuale della coscienza. Il sostantivo indica il luogo dell’apparato psichico dove si trovano tutti quei contenuti a cui è stato rifiutato l’accesso al sistema conscio tramite la rimozione.
Note: Termine DE: Unbewusste

 

 

 

3. POSTFAZIONE

 

 

3.1 ANALISI TESTUALE DELL’ORIGINALE

 

Il saggio tecnico che ho tradotto è tratto dalla raccolta Peirce, Semiotics, and Psychoanalysis, edita da The Johns Hopkins University Press di Baltimore nel 2000 a cura di John Muller e Joseph Brent. Il volume contiene i seguenti dieci saggi che analizzano le teorie del fondatore della semiotica Charles Sanders Peirce in relazione alla psicoanalisi freudiana:

 

  • A Brief Introduction to the Life and Thought of Charles Sanders Peirce di Joseph Brent;
  • Peircean Reflections on Psychotic Discourse di James Phillips;
  • Protolinguistic Phenomena in Psychoanalysis di John E. Gedo;
  • Hierarchical Models in Semiotics and Psychoanalysis di John Muller;
  • Feeling and Firstness in Freud and Peirce di Joseph H. Smith;
  • Peirce and Freud. The Role of Telling the Truth in Therapeutic Speech di Wilfried Ver Eecke;
  • Peirce and Psychopragmatics: Semiosis and Performativity di Angela Moorjani;
  • Peirce and Derrida: From Sign to Sign di David Pettigrew;
  • Further Consequences of a Singular Capacity di Vincent Colapietro;
  • Gender, Body, and Habit Change di Teresa de Lauretis.

 

 

 

 

3.1.1 L’autore

 

L’autore del saggio è Wilfried Ver Eecke, professore di filosofia e psicologia presso la Georgetown University di Washington, D.C. negli Stati Uniti, dove insegna dal 1967. Svolge inoltre l’attività di consulente filosofico e psicoterapeuta.

Ha conseguito un dottorato in filosofia all’Università di Lovanio in Belgio, un master in economia alla Georgetown University ed è stato ammesso per la formazione psicoanalitica alla Freudian Society di New York.

I suoi interessi e campi di ricerca sono principalmente: Hegel; la filosofia della psicoanalisi con particolare interesse per i problemi etici connessi alla cura dei malati mentali; etica ed economia; filosofia contemporanea; il concetto di persona; la filosofia politica e sociale.

 

3.1.2 Il saggio

 

Il saggio «Peirce and Freud. The Role of Telling the Truth in Therapeutic Speech» tratta la visione semiotica di Peirce e la sua applicazione alla psicoanalisi. È un testo specialistico pensato per un pubblico colto e competente in materia di psicologia e di semiotica. Molti concetti vengono dati per scontati, non vengono spiegati e si presume quindi che i lettori già conoscano l’ambito di studio.

Vi sono inoltre molte citazioni tratte da opere di altri autori che presentano la difficoltà di inquadrare esattamente il contesto per chi non avesse delle conoscenze di base sull’argomento.

A livello sintattico, il testo si presenta abbastanza frammentato. L’autore spesso privilegia l’uso di frasi brevi e delle ripetizioni, e il ritmo di lettura di conseguenza viene spesso spezzato. Sono presenti molti termini settoriali sia della semiotica, sia della psicologia e psicoanalisi.

 

 

 

 

3.2 ANALISI TRADUTTOLOGICA DELL’ORIGINALE

 

3.2.1 Il lettore modello

 

È possibile individuare il lettore modello immaginato dall’autore dal tipo di scelte da lui effettuate in fase di stesura del testo.

Il destinatario di questo saggio deve necessariamente essere una persona istruita, con una buona cultura generale e delle basi altrettanto buone di filosofia e psicologia. Conosce la psicoanalisi e anche la semiotica. Siamo in grado di affermarlo perché vediamo che l’autore sceglie di considerare implicite alcune nozioni, dando per scontato che il lettore abbia già una certa familiarità con gli argomenti trattati.

Vediamo ad esempio che, nel caso della psicoanalisi, si presuppone tutta una serie di conoscenze da parte del lettore per cui non è necessario spiegare in cosa consiste il trattamento psicoanalitico né quali siano i suoi obiettivi. Non solo, nel testo sono riportati stralci di alcune opere di Sigmund Freud che il lettore deve conoscere per capire le argomentazioni presentate. È il caso di un brano tratto dalla Psychopahtology of Everyday Life che viene citato come esempio della richiesta freudiana di sincerità:

Another of Freud’s examples is that of his friend saying: “Well, something has come into my mind… but it’s too intimate to pass on… Besides I don’t see any connection, or any necessity for saying it.” Freud retorts, “You can leave the connection to me. Of course I can’t force you to talk about something that you find distasteful; but then you mustn’t insist on learning from me how you came to forget your aliquis” (pagina 18)

Dopo aver citato questo brano, l’autore prosegue senza dare ulteriori spiegazioni. Chi non ha letto Freud non può avere idea di cosa sia l’aliquis che ha dimenticato l’amico di Freud, né del motivo per cui lo ha dimenticato. Soltanto più avanti, verso la fine del saggio, troviamo la spiegazione dell’aneddoto:

 

When Freud’s friend did not know why he forgot the word aliquis in a Latin proverb, Freud invited him to tell what came to his mind. […] Freud then offered the interpretation that the calendar saints and the reference to blood are “a brilliant allusion to women’s periods,” which, just like aliquis in the proverb, should not (better not) disappear (pagina 37)

Sempre riferendosi a Freud, Ver Eecke cita «il caso di Dora»: «His failure in the case of Dora can be attributed in part to his attempt to impose his own interpretations upon Dora, namely that Dora herself was in love with her seducer, Mr. K.» (pagina 38). Anche in questo caso l’autore dà per scontato che il lettore conosca questo caso clinico di Freud e non ritiene di doverlo raccontare nei particolari né di riassumerlo brevemente.

Non è solo il caso della psicoanalisi freudiana: vediamo che anche le teorie peirceiane e lacaniane sono presentate senza bisogno di introduzioni particolari e con l’uso di un linguaggio settoriale dato per acquisito. Per esempio il concetto di «strutturalismo» compare nel testo senza alcuna precisazione. Si fanno anche dei brevi cenni a Hume, e questo presuppone delle conoscenze di filosofia.

 

3.2.2 Dominante e sottodominanti

 

Il saggio di Ver Eecke è di carattere tecnico-scientifico e non narrativo. L’obiettivo del testo è di presentare al lettore una serie di argomentazioni che lo convincano della bontà delle tesi esposte dall’autore su quello specifico argomento. La funzione principale, e dunque la dominante, è la funzione conativa. Ne consegue che viene fatto largo uso di terminologia specifica relativa alla psicoanalisi e alla semiotica, ma anche alla psicologia in generale e alla filosofia. La precisione terminologica è quindi una sottodominante.

Per quanto riguarda lo stile, l’autore non fa scelte stilistiche o estetiche particolari. L’esposizione è asciutta e lineare, non molto ricercata. Ver Eecke tra l’altro non è madrelingua inglese ma nederlandese, quindi è probabile che il suo stile sobrio sia dovuto anche a questo.

 

 

 

3.2.3 Strategia traduttiva

 

I primi passi da compiere per elaborare una strategia traduttiva sono la lettura attenta e la comprensione del testo. In questa fase si individuano il lettore modello e la dominante e si ricava una prima idea sullo stile dell’autore e il linguaggio da lui utilizzato, quindi sugli strumenti da usare per affrontare la traduzione.

Se il testo è ricco di terminologia settoriale specifica, come in questo caso, è necessario procedere alla traduzione dei termini tecnici. Per la ricerca terminologica ho consultato enciclopedie e dizionari cartacei e online, ma soprattutto ho controllato se i testi su quell’argomento specifico utilizzavano una terminologia e un linguaggio particolari, che ho confrontato con i traducenti trovati. Ho poi raccolto i termini in un glossario, dove ho assegnato a ognuno il dominio «psicoanalisi» o «semiotica». È stato più facile reperire materiale relativo alla psicoanalisi che alla semiotica, che è ancora un terreno poco esplorato in Italia.

Mentre traducevo ho tenuto sempre presente il lettore modello cui si rivolge il saggio. Possiamo considerare il destinatario del metatesto molto simile a quello del prototesto, quindi un lettore colto e informato. Partendo da questo presupposto ho cercato di tenere un registro alto e adatto a un testo scientifico. Non ho semplificato il testo della traduzione ricorrendo a termini più comuni di quelli usati dall’autore perché ho immaginato per il testo italiano lo stesso tipo di pubblico del testo originale inglese. Questa scelta a volte ha pregiudicato la scorrevolezza del testo a favore della chiarezza e della precisione terminologica. È stato spesso necessario riproporre anche nel metatesto una serie di inevitabili ripetizioni, poiché l’uso dei sinonimi nel caso dei termini tecnici non è possibile senza falsare il messaggio del testo. Ho cercato di proporre sinonimi e alternative solo per parole generiche e non settoriali.

Questo saggio presenta molte citazioni di opere di altri autori. Ho quindi controllato se esistevano già delle traduzioni dei testi citati e dove è stato possibile ho proposto le traduzioni pubblicate, per esempio nel caso delle opere di Freud. Oltre a Freud, gli unici autori di cui ho trovato traduzioni italiane sono Ferdinand de Saussure, Lacan (in parte) e Peirce. Di Peirce ho recuperato stralci di opere tradotte da diversi autori ma, in generale, a parte un brano citato da Umberto Eco, non mi sono sembrate molto affidabili perché spesso gli stessi termini venivano tradotti diversamente, quindi ho scelto di usare la mia traduzione. In tutti i casi in cui mi sono avvalsa delle traduzioni italiane disponibili, ho inserito i testi consultati sia nei riferimenti bibliografici della traduzione italiana, sia nei miei riferimenti bibliografici nell’ultima pagina di questo lavoro. Nei riferimenti bibliografici della traduzione ho anche inserito i numeri delle pagine in cui si trovano i saggi all’interno dei volumi delle opere di Freud, così è più facile per il lettore capire la collocazione dell’intero saggio e non solo della citazione isolata.

Parlando sempre delle opere di Freud, nelle citazioni ho conservato la traduzione italiana proposta nelle Opere di Sigmund Freud (OSF) della Bollati Boringhieri, ma in un paio di casi ho ritenuto necessario effettuare delle modifiche. Il primo caso si trova nella citazione a pagina 6. La traduzione nelle OSF propone: «Lei di solito cerca, giustamente, di tener fermo nella Sua esposizione il filo del discorso e di ricacciare tutte le idee improvvise e i pensieri secondari che lo intralciano…». Nella mia traduzione ho sostituito «ricacciare» con «respingere», perché lo stesso verbo viene usato altre tre volte, una nella stessa citazione e due nella pagina successiva, e in quei contesti il verbo «respingere» mi è sembrato più appropriato e più corretto. Sono giunta a questa conclusione anche dopo aver consultato la versione originale nelle Gesammelte Werke di Freud, dove il verbo tedesco è abweisen (respingere, rifiutare). Ritengo che questo cambiamento renda la traduzione più comprensibile in tutti i passaggi in cui il verbo è presente e che non crei comunque problemi di disorientamento al lettore nel caso consultasse le OSF e trovasse un verbo diverso.

Ho fatto lo stesso ragionamento anche per un’altra citazione di Freud, a pagina 40. Qui la traduzione nelle OSF definisce Dora «ammalata» invece di «paziente». Poiché il testo inglese parla di «patient» ma è comunque una traduzione, ho voluto verificare anche questo termine nel testo originale tedesco, dove ho trovato il termine «Patientin». A questo punto ho deciso di cambiare la traduzione italiana in «paziente», che non solo è il termine più corretto nel contesto, ma è anche il traducente esatto del termine tedesco originale.

Un altro caso particolare è costituito dai termini «signified» e «signifier» (pagina 14), che ho deciso di tradurre con i termini originali in lingua francese «signifié» e «signifiant». I due termini francesi sono ormai entrati nell’uso della lingua italiana nel settore della linguistica, inoltre tradurre «signified» con «signifié» invece di «significato» mi ha anche permesso di evitare ambiguità con la traduzione di «meaning».

Un’ultima considerazione riguarda le note inserite dall’autore nel testo. Nel saggio originale le note sono riportate alla fine del saggio, appena prima dei riferimenti bibliografici. In questo documento ho preferito invece inserirle come note a piè di pagina sia nella versione originale sia nella traduzione italiana, in modo che sia possibile leggere la nota con la relativa traduzione e poi tornare subito con lo sguardo al testo.

 

3.2.4 Individuazione e gestione del residuo traduttivo

 

Il saggio tradotto non presenta riferimenti a una cultura emittente particolare che potrebbero creare dei problemi di residuo nella traduzione. C’è solamente un caso in cui un riferimento culturale si perde, ma è trascurabile: quando l’autore fa un esempio di concatenazione di pensieri e parla dell’ufficio dove si pagano le multe, presumibilmente a Washington, D.C., dove vive, lo chiama Bureau of Traffic Adjudication (pagina 29). Nella mia traduzione questo ufficio è diventato il «comando di polizia locale», che in Italia è il luogo più simile a quello indicato dall’autore. In questo caso l’obiettivo del testo è di far capire al lettore che la persona in questione si è ricordata all’improvviso di non aver ancora pagato una multa e sta pensando di farlo al più presto. Il luogo specifico dove effettuerà il pagamento non è di nessun interesse per il lettore, quindi ho ritenuto opportuno privilegiare la scorrevolezza del passaggio usando un traducente immediatamente riconoscibile da un lettore italiano. Se si fosse trattato di un ente che per il tipo di traduzione (giuridica per esempio) o per il contesto rivestiva una certa importanza, avrei dovuto probabilmente mantenere il nome originale e proporre una traduzione di servizio tra parentesi o in una nota a piè di pagina. Non era questo il caso.

I problemi di residuo che potrebbe creare questo testo sono più che altro relativi alla specificità dei temi trattati sia nel testo sia nelle numerose citazioni. La maggior parte degli autori citati non sono stati tradotti in italiano e potrebbero quindi essere sconosciuti al lettore del metatesto. La traduzione della citazione potrebbe quindi rivelarsi insufficiente a comprendere a fondo l’argomento in quanto il contesto in cui si inserisce non è noto.

La materia trattata presenta una certa complessità e l’autore non fornisce spiegazioni ma dà per scontata una cultura di base sull’argomento da parte del lettore. Nella versione italiana non è compito del traduttore inserire delle spiegazioni che l’autore ha deciso di omettere nel proprio saggio. Questo potrebbe creare un residuo nella traduzione italiana ma, presumendo che il lettore del metatesto abbia le stesse caratteristiche del lettore modello del prototesto, questo problema non dovrebbe sorgere.

Una caratteristica della lingua inglese che si perde nella traduzione italiana è l’uso politically correct dei pronomi sia al maschile sia al femminile. Nel testo si parla in diverse occasioni della figura del paziente in terapia psicoanalitica, e ci si riferisce a questa persona usando i pronomi «him- or herself» oppure «him or her». Nella traduzione italiana ho scelto di usare soltanto il pronome o particella maschile perché mantenere entrambi i generi avrebbe appesantito notevolmente il testo, facendo inciampare il lettore in molti punti dove non è necessario in quanto non si tratta di conservare la terminologia specifica, ma una caratteristica che è tipica dell’uso della lingua inglese ma non (ancora) di quella italiana.

 

 

 

 

 

 

4. RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

 

AMERICAN PSYCHOANALITIC ASSOCIATION, 1993, Dizionario di psicoanalisi, Milano, Sperling & Kupfer.

BECCARIA, GIAN LUIGI, 1996, Dizionario di linguistica e di filologia, metrica, retorica, Torino, Einaudi.

ECO, UMBERTO, e SEBEOK, THOMAS A., 2004, Il segno dei tre: Holmes, Dupin, Peirce, Milano, Bompiani.

FREUD, SIGMUND, 1975-1980, Opere, a cura di Cesare L. Musatti, 12 volumi, Torino, Bollati Boringhieri.

GALIMBERTI, UMBERTO, 1999, Enciclopedia di psicologia, Torino, Garzanti.

LACAN, JACQUES, 1974, Scritti, a cura di Giacomo B. Contri, Torino, Einaudi.

OSIMO, BRUNO, 2011, Manuale del traduttore. Guida pratica con glossario, Milano, Hoepli.

OSIMO, BRUNO, 2002, Storia della traduzione. Riflessioni sul linguaggio traduttivo dall’antichità ai contemporanei, Milano, Hoepli.

OSIMO, BRUNO, 2004, Traduzione e qualità. La valutazione in ambito accademico e professionale, Milano, Hoepli.

PEIRCE, CHARLES SANDERS, 2003, Opere, a cura di Massimo Bonfantini e Giampaolo Proni, Milano, Bompiani.

SAUSSURE, FERDINAND DE, 1967, Corso di linguistica generale, a cura di Tullio De Mauro, Bari, Laterza.

SCARPA, FEDERICA, 2008, La traduzione specializzata. Un approccio didattico professionale, Milano, Hoepli.

VOLLI, UGO, 2003, Manuale di semiotica, Bari, Laterza.

 



[1] Lacan went even further and argued that liberating speech not only violates the rules for telling a story, but also violates other rules of language (e.g., lexical rules). Thus, for Lacan, all misspeech is a successful revelation of the unconscious, as Freud also understood when he analyzed the word familionär (Lacan 1977, 58)

[2] Lacan si spinse anche oltre e sostenne che il discorso liberatorio non infrange solo le regole del racconto, ma anche altre regole della lingua (ad es., regole lessicali). Di conseguenza, secondo Lacan, ogni errore fatto nel parlare è una felice rivelazione dell’inconscio, come fu chiaro anche a Freud quando analizzò la parola familionär (Lacan 1977:58).

[3] For an interesting example of how difficult it is to execute these demands, see S.E. 12:135 – 36n, where Freud writes, “I once treated a high official, who was bound by his oath of office not to communicate certain things because they were state secrets, and the analysis came to grief as a consequence of this restriction. Psychoanalytic treatment must have no regard for any consideration, because the neurosis and its resistances are themselves without any such regard.”

[4] Per un esempio interessante di quanto sia difficile soddisfare queste richieste, vedi OSF 7:345n, dove Freud scrive: «Una volta ho avuto in cura un alto funzionario che in grazie del suo giuramento di servizio era tenuto a non comunicare un certo numero di cose perché erano segreti di Stato; ebbene, il trattamento fallì proprio a causa di questa limitazione. Il trattamento psicoanalitico deve porsi al di là di ogni riguardo, dal momento che nevrosi e resistenze non hanno riguardi per nulla e per nessuno».

[5] See also Lacan (1977), 34 and 40. For a very brief example of a Lacanian analysis based on a structuralist understanding of language see Peraldi (1987):59 – 63. The effort at reaching the truth can also be observed there. Peraldi (the therapist) writes, “Mr. D. (the patient) noticed it [the double meaning of the expression] immediately and burst into laughter. Then he decided to analyze it very carefully” (61; my italics) and “then Mr. D. remembered with some uneasiness” and finally “he suddenly remembered” (62).

[6] Vedi anche Lacan 1977:34 e 40. Per un breve esempio di un’analisi lacaniana basata su una concezione strutturalistica della lingua vedi Peraldi 1987:59-63. Qui si può osservare lo sforzo di arrivare alla verità. Peraldi (il terapeuta) scrive: «Il Sig. D. (il paziente) l’ha notato [il doppio significato dell’espressione] immediatamente ed è scoppiato a ridere. Poi ha deciso di analizzarlo molto attentamente» (61; il corsivo è mio) e «poi il Sig. D. ha ricordato con un certo disagio» e infine «gli è venuto in mente all’improvviso» (62).

 

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Il 19 giugno 2014 l’editore Marcos y Marcos pubblica in formato cartaceo il romanzo «Disperato erotico fox. Manuale di ballo liscio». In fase di editing, sedici delle diciotto poesie che conteneva sono state eliminate. In questa edizione ebook si pubblicano tutte e diciotto. Per le due che compaiono anche nel romanzo stampato, si dà indicazione del numero di pagina corrispondente. Buona lettura. ISBN 9788898467174 —poesie da disperato erotico fox

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When speaking about translation, people usually think of the trasposition of a text from a language (a natural code) to another, different from the one in which the text was originally conceived and written. As a matter of fact, that is just a peculiar subprocess within the boundless universe of translation. One of the first steps towards a more scientific and complete approach to translation as it is generally thought of consists in acknowledging all its potential aspects.
The translation process is often described with metaphors relating to space and movement. In some languages the terms referring to “source text” and “target text” are undoubtedly linked to the notion of “space”. In Italian, for instance, “testo di partenza” and “testo d’arrivo” (literally, “starting text” and “arrival text”) refer to the semantic field of runs and races. The same is true, for example, for the French “texte de départ” and “texte d’arrivée”.
To some extent, it seems that translation were a sort of transportation of something (apparently words) from one place to another. And this might be due to the fact that even the Latin word from which “translation” derives, “translatus”, comes from the verb trans-fero meaning “to bring on the opposite side of”. But even though it is true that translation has a spatial dimension, it also has a temporal and cultural one, all three made up of a number of other interrelated elements.
To avoid all the words which are too explicitly linked to the semantic field of departures and arrivals, which remind of military targets (“target text”) or which imply the misleading idea that there were no previous influences on the first text (“source text”), one may call “original” the text from which the translation process stems, and “translation” the text resulting from it. However, the word “translation” does not allow to make a distinction between the process and the outcome.
That is why the ideal terms would be “prototext” (i.e. “first text”, the original text) and “metatext” (i.e. the subsequent text, deriving from the first one). Such terms were coined by the Slovak semiotician Anton Popovič (1933-1984), who gave a substantial boost to translation studies in the 1960s and 1970s. Unfortunately, his ideas spread to the Western countries only after he had prematurely died.
It is also necessary to define the notion of “text”. The first definition that comes to mind when speaking of a text is a consistent group of written words with a unified structure that makes it a whole. But according to semiotics, the notion of “text” needs to be extended to nonverbal languages, such as music, figurative arts, cinema, advertisement, natural environment, street signals, and so on.

 

 

Jana Králová: La traduzione dei nomi propri Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli»

Jana Králová: La traduzione dei nomi propri EMANUELA ROGANTINI Fondazione Milano Scuola Superiore per Mediatori Linguistici via Alex Visconti, 18 20151 MILANO Relatore: professor Bruno Osimo Diploma in Scienze della Mediazione Linguistica Ottobre 2010 © Jana Králová 2008 © Emanuela Rogantini per l’edizione italiana 2010

Roman Jakobson, On Linguistic Aspects of Translation, Language and Culture Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli»

Roman Jakobson, On Linguistic Aspects of Translation, Language and Culture

SIMONA CLERICI

Université de Strasbourg
Institut de Traducteurs, d’Interprètes et de Relations Internationales
Fondazione Milano
Master in Traduzione

Primo supervisore: Professor Bruno OSIMO
Secondo supervisore: Professoressa Valentina BESI

Master: Arts, Lettres, Langues
Mention: Langues et Interculturalité
Spécialité: Traduction et Interprétation
Parcours: Traduction littéraire
estate 2011

 1987 by The Jakobson Trust; Mouton Publishers 1985
 Clerici Simona per l’edizione italiana 2011

ROMAN JAKOBSON, ON LINGUISTIC ASPECTS OF TRANSLATION, LANGUAGE AND CULTURE

ABSTRACT

Two essays, On Linguistic Aspects of Translation (1959) and Language and Culture (1967), written within eight years of each other by the Russian-born scholar Roman Jakobson, gave new impetus to the theoretical analysis of translation on the basis of the author’s semiotic approach to language. Putting aside the fallacious attempt to find translation equivalents, which used to be the central issue in translation, the notion of “equivalence in difference” implies that translation can always be carried out, regardless of the cultural or grammatical differences between the two languages involved, since any language is able to convey everything. Providing a number of examples comparing mainly the English and Russian grammatical patterns, the author demonstrates that any assumption of untranslatable cognitive data would be a contradiction in terms because the definition of our experience requires recoding interpretation; that is, translation. This thesis presents a translation into Italian and an analysis of Jakobson’s essays.

Sommario
1. TRADUZIONE CON TESTO A FRONTE 1
2. ANALISI TRADUTTOLOGICA 45
2.1. ROMAN JAKOBSON: 46
UN AMERICANO CON L’INDOLE DELL’EMIGRATO RUSSO 46
2.2. TRA INNOVAZIONE E TRADIZIONE 48
2.3. PECULIARITÀ DEL SAGGIO 50
2.3.1. Un crogiolo di culture 50
2.3.2. Il lettore modello 53
2.3.3. Perdite e compensazioni 54
2.3.3.1. Apparati metatestuali 54
2.4. ANALISI LINGUISTICA ED EXTRALINGUISTICA 57
2.4.1. Differenze tra campi semantici: le scelte lessicali 58
2.4.1.1. Celibate 58
2.4.1.2. Cottage cheese 60
2.4.1.3. Intricacies 62
2.4.1.4. Nurture and nature 64
2.4.1.5. Creative writers 65
2.5. METATESTI A CONFRONTO: 68
PERCHÉ PROPORRE UNA TRADUZIONE DIVERSA DEL SAGGIO 68
ON LINGUISTIC ASPECTS OF TRANSLATION 68
2.6. RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI 73
3. ERRATA CORRIGE 75

1. TRADUZIONE CON TESTO A FRONTE

On linguistic Aspects of Translation
According to Bertrand Russell, “no one can understand the word ‘cheese’ unless he has a nonlinguistic acquaintance with cheese” (Russell 1950). If, however, we follow Russell’s fundamental precept and place our “emphasis upon the linguistic aspects of traditional philosophical problems,” then we are obliged to state that no one can understand the word cheese unless he has an acquaintance with the meaning assigned to this word in the lexical code of English. Any representative of a cheese-less culinary culture will understand the English word cheese if he is aware that in this language it means “food made of pressed curds” and if he has at least a linguistic acquaintance with curds. We never consumed ambrosia or nectar and have only a linguistic acquaintance with the words ambrosia, nectar, and gods – the name of their mythical users; nonetheless, we understand these words and know in what contexts each of them may be used.
The meaning of the words cheese, apple, nectar, acquaintance, but, mere, and of any word or phrase whatsoever is definitely a linguistic–or to be more precise and less narrow–a semiotic fact. Against those who assign meaning (signatum) not to the sign, but to the thing itself, the simplest and truest argument would be that nobody has ever smelled or tasted the meaning of cheese or of apple. There is no signatum without signum. The meaning of the word “cheese” cannot be inferred from a nonlinguistic acquaintance with cheddar or with camembert without the assistance of the verbal code. An array of linguistic signs is needed to introduce an unfamiliar word. Mere pointing will not teach us whether cheese is the name of the given specimen, or of any box of camembert, or of camembert in general or of any cheese, any milk product, any food, any refreshment, or perhaps any box irrespective of contents. Finally, does a word simply name the thing in question, or does it imply a meaning such as offering, sale, prohibition, or malediction? (Pointing actually may mean malediction; in some cultures, particularly in Africa, it is an ominous gesture.)
For us, both as linguists and as ordinary word-users, the meaning of any linguistic

Sugli aspetti linguistici della traduzione
Secondo Bertrand Russell «nessuno può capire la parola “cheese” se non ha un’esperienza non-linguistica del formaggio» (Russell 1950). Se però accettiamo il precetto fondamentale di Russell e mettiamo l’«enfasi sugli aspetti linguistici dei problemi filosofici tradizionali» siamo costretti ad affermare che nessuno può capire la parola «cheese» se non ha un’esperienza del significato assegnato a questa parola nel codice lessicale dell’inglese. Qualsiasi rappresentante di una cultura culinaria in cui non esista il formaggio capirà la parola inglese «cheese» se è consapevole che in questa lingua significa «alimento fatto di latte cagliato pressato» e se ha almeno un’esperienza linguistica di «latte cagliato». Noi non abbiamo mai assaggiato l’ambrosia o il nettare e abbiamo un’esperienza solo linguistica delle parole «ambrosia» [ambrosia], «nectar» [nettare], e «gods» [dèi] – il nome dei loro mitici consumatori; eppure, capiamo queste parole e sappiamo in quali contesti si può utilizzare ciascuna di esse.
Il significato delle parole «cheese», «apple», «nectar», «acquaintance», «but», «mere» [rispettivamente formaggio, mela, nettare, esperienza, ma, solo] e di qualsiasi parola o frase di qualsiasi tipo è chiaramente un fatto linguistico – o per essere più precisi e meno ristretti – semiotico. Contro chi assegna il significato (signatum) non al segno, ma alla cosa stessa, l’argomentazione più semplice e più vera sarebbe che nessuno ha mai sentito l’odore né il sapore del significato di «cheese» o di «apple». Non esiste signatum senza signum. Il significato della parola «cheese» non si può inferire da una conoscenza non-linguistica del cheddar o del camembert senza l’aiuto del codice verbale. Per introdurre una parola sconosciuta è necessaria una serie di segni linguistici. Il semplice fatto di indicarla non ci dirà se «cheese» è il nome di quel singolo campione, o di qualsiasi confezione di camembert, o del camembert in generale, o di qualsiasi formaggio, qualsiasi latticino, qualsiasi alimento, qualsiasi spuntino, o forse qualsiasi confezione indipendentemente dal contenuto. Insomma, una parola dà semplicemente un nome alla cosa in questione, oppure implica un significato, per esempio, di offerta, vendita, proibizione o maledizione? (Indicare, di fatto, può significare maledizione; in alcune culture, in particolare in Africa, è un gesto di cattivo auspicio.)
Per noi, sia come linguisti sia come normali utenti di parole, il significato di

sign is its translation into some further, alternative sign, especially a sign “in which it is more fully developed” as Peirce, the deepest inquirer into the essence of signs, insistently stated (Dewey 1946). The term “bachelor” may be converted into a more explicit designation, “unmarried man,” whenever higher explicitness is required. We distinguish three ways of interpreting a verbal sign: it may be translated into other signs of the same language, into another language, or into another, nonverbal system of symbols. These three kinds of translation are to be differently labeled:
1. Intralingual translation or rewording is an interpretation of verbal signs by means of other signs of the same language.
2. Interlingual translation or translation proper is an interpretation of verbal signs by means of some other language.
3. Intersemiotic translation or transmutation is an interpretation of verbal signs by means of signs of nonverbal sign systems.
The intralingual translation of a word uses either another, more or less synonymous, word or resorts to a circumlocution. Yet synonymy, as a rule, is not complete equivalence: for example, “every celibate is a bachelor, but not every bachelor is a celibate.” A word or an idiomatic phrase-word, briefly a code-unit of the highest level, may be fully interpreted only by means of an equivalent combination of code units, that is, a message referring to this code unit: “every bachelor is an unmarried man, and every unmarried man is a bachelor,” or “every celibate is bound not to marry, and everyone who is bound not to marry is a celibate.”
Likewise on the level of interlingual translation, there is ordinarily no full equivalence between code units, while messages may serve as adequate interpretations of alien code units or messages. The English word cheese cannot be completely identified with its standard Russian heteronym syr, because cottage cheese is a cheese but not a syr. Russians say: prinesi syru I tvorogu (bring cheese and [sic] cottage cheese). In standard Russian, the food made of pressed curds is called syr only if ferment is used.
Most frequently, however, translation from one language into another substitutes

qualsiasi segno linguistico è la sua traduzione in un segno ulteriore, alternativo, in particolare un segno «in cui è più pienamente sviluppato», come affermava insistentemente Peirce, il più profondo indagatore nell’essenza dei segni (Dewey 1946). Il termine «bachelor» [scapolo] si può convertire in una designazione più esplicita, «unmarried man» [uomo non sposato], ogni volta che sia richiesta una maggiore esplicitezza. Si distinguono tre modi di interpretare un segno verbale: si può tradurre in altri segni della stessa lingua, in un’altra lingua, o in un altro sistema, non verbale, di simboli. Questi tre tipi di traduzione devono essere classificati in modo diverso:
1. La traduzione intralinguistica o riverbalizzazione è un’interpretazione di segni verbali per mezzo di altri segni della stessa lingua.
2. La traduzione interlinguistica o traduzione vera e propria è un’interpretazione di segni verbali per mezzo di un’altra lingua.
3. La traduzione intersemiotica o trasmutazione è un’interpretazione di segni verbali per mezzo di segni di sistemi segnici non verbali.
La traduzione interlinguistica di una parola o usa un’altra parola, più o meno sinonima, o ricorre a una circonlocuzione. Però la sinonimia, di norma, non è equivalenza completa: per esempio «every celibate is a bachelor, but not every bachelor is a celibate». Una parola o una frase idiomatica, insomma un’unità di codice del livello più alto, può essere interpretata pienamente solo per mezzo di una combinazione equivalente di unità di codice, e cioè un messaggio che si riferisce a questa unità di codice: «every bachelor is an unmarried man, and every unmarried man is a bachelor» o «every celibate is bound not to marry and everyone who is bound not to marry is a celibate».
Similmente, a livello di traduzione interlinguistica di norma non c’è piena equivalenza tra diverse unità di codice, mentre i messaggi potrebbero fungere da interpretazioni adeguate di unità di codice o messaggi straneiri. La parola inglese «cheese» non si può identificare completamente con il suo eteronimo russo standard «syr» perché il «cottage cheese» [fiocchi di latte] è un «cheese» ma non un «syr». I russi dicono: «prinesi syru i tvorogu» (porta il formaggio e [sic] i fiocchi di latte). Nel russo standard l’alimento fatto di latte cagliato pressato si chiama «syr» solo se è un formaggio fermentato.
Spessissimo, comunque, la traduzione da una lingua a un’altra sostituisce

messages in one language not for separate code units but for entire messages in same other language. Such a translation is a reported speech; the translator recodes and transmits a message received from another source. Thus translation involves two equivalent messages in two different codes.
Equivalence in difference is the cardinal problem of language and the pivotal concern of linguistics. Like any receiver of verbal messages, the linguist acts as their interpreter. No linguistic specimen may be interpreted by the science of language without a translation of its signs into other signs of the same system or into signs of another system. Any comparison of two languages implies an examination of their mutual translatability; widespread practice of interlingual communication, particularly translating activities, must be kept under constant scrutiny by linguistic science. It is difficult to overestimate the urgent need for and the theoretical and practical significance of differential bilingual dictionaries with careful comparative definition of all the corresponding units in their intention and extension. Likewise differential bilingual grammars should define what unifies and what differentiates the two languages in their selection and delimitation of grammatical concepts.
Both the practice and the theory of translation abound with intricacies, and from time to time attempts are made to sever the Gordian knot by proclaiming the dogma of untranslatability. “Mr. Everyman, the natural logician,” vividly imagined by B. L. Whorf, is supposed to have arrived at the following bit of reasoning: “Facts are unlike to speakers whose language background provides for unlike formulation of them” (Whorf 1956). In the first years of the Russian revolution there were fanatic visionaries who argued in Soviet periodicals for a radical revision of traditional language and particularly for the weeding out of such misleading expressions as “sunrise” or “sunset.” Yet we still use this Ptolemaic imagery without implying a rejection of Copernican doctrine, and we can easily transform our customary talk about the rising and setting sun into a picture of the earth’s rotation simply because any sign is translatable into a sign in which it appears to us more fully developed and precise.
An ability to speak a given language implies an ability to talk about this language.

messaggi in una lingua non per singole unità di codice ma per messaggi completi in un’altra lingua. Una traduzione di questo tipo è un discorso riferito; il traduttore ricodifica e trasmette un messaggio ricevuto da un’altra fonte. Così, la traduzione riguarda due messaggi equivalenti in due codici diversi.
L’equivalenza nella differenza è il problema cardinale della lingua e la preoccupazione primaria della linguistica. Come ogni ricevente di messaggi verbali, il linguista funge da loro interprete. La scienza del linguaggio non potrebbe interpretare nessun campione linguistico senza tradurne i segni in altri segni dello stesso sistema o in segni di un altro sistema. Qualsiasi confronto tra due lingue implica un esame della loro reciproca traducibilità; la pratica diffusa della comunicazione interlinguistica, e in particolare le attività di traduzione, devono essere tenute costantemente sotto osservazione dalla scienza linguistica. È difficile sopravvalutare l’urgente bisogno e il significato teorico e pratico di dizionari bilingui differenziali con un’accurata definizione comparativa di tutte le unità corrispondenti nella loro intensione ed estensione. Similmente, grammatiche bilingui differenziali dovrebbero definire che cosa unifica e che cosa differenzia le due lingue nella loro selezione e delimitazione dei concetti grammaticali.
Tanto la pratica quanto la teoria della traduzione sono assai intricate, e di tanto in tanto si fa qualche tentativo di spezzare il nodo gordiano proclamando il dogma dell’intraducibilità. «Il signor Chiunque, il logico naturale» uscito dalla vivida immaginazione di B. L. Whorf, dovrebbe essere arrivato al seguente ragionamento: «I fatti sono diversi per i parlanti il cui background linguistico ne fa dare una formulazione diversa» (Whorf 1956). Durante i primi anni della Rivoluzione russa alcuni fanatici visionari dibattevano sui periodici sovietici per ottenere una revisione radicale della lingua tradizionale e in particolare per sradicare espressioni fuorvianti come il sorgere e il tramontare del sole. Eppure noi usiamo ancora questo immaginario tolemaico senza che ciò implichi il rifiuto della dottrina copernicana, e possiamo facilmente trasformare il nostro parlare abituale del sole che sorge e tramonta in un’immagine della rotazione terrestre semplicemente perché qualsiasi segno è traducibile in un segno nel quale ci sembra più pienamente sviluppato e preciso.
La facoltà di parlare una data lingua implica la facoltà di parlare a proposito di

Such a metalinguistic operation permits revision and redefinition of the vocabulary used. The complementarity of both levels – object language and metalanguage – was brought out by Niels Bohr: all well-defined experimental evidence must be expressed in ordinary language, “in which the practical use of every word stands in complementary relation to attempts of its strict definition” (Bohr 1948).
All cognitive experience and its classification is conveyable in any existing language. Whenever there is a deficiency, terminology may be qualified and amplified by loanwords or loan translations, by neologisms or semantic shifts, and, finally, by circumlocutions. Thus in the newborn literary language of the Northeast Siberian Chukchees, “screw” is rendered as “rotating nail,” “steel” as “hard iron,” “tin” as “thin iron,” “chalk” as “writing soap,” “watch” as “hammering heart.” Even seemingly contradictory circumlocutions, like “electrical horsecar” (èlektričeskaja konka), the first Russian name of the horseless streetcar, or “flying steamship” (jeha paraqot), the Koryak term for the airplane, simply designate the electrical analogue of the horsecar and the flying analogue of the steamer and do not impede communication, just as there is no semantic “noise” and disturbance in the double oxymoron—“cold beef-and-pork hot dog.”
No lack of grammatical device in the language translated into makes impossible a literal translation of the entire conceptual information contained in the original. The traditional conjunctions “and,” “or” are now supplemented by a new connective“and/or”—which was discussed a few years ago in the witty book Federal Prose—How to Write in and/or for Washington (Masterson, Wendell Brooks 1948). Of these three conjunctions, only the latter occurs in one of the Samoyed languages (Bergsland 1949). Despite these differences in the inventory of conjunctions, all three varieties of messages observed in “federal prose” may be distinctly translated both into traditional English and into this Samoyed language. Federal prose: (1) John and Peter, (2) John or Peter, (3) John and/ or Peter will come. Traditional English: (3) John and Peter or one of them will come. Samoyed: (1) John and/ or Peter, both will come, (2) John and/ or Peter, one of them will come.
If some grammatical category is absent in a given language, its meaning may be translated into this language by lexical means. Dual forms like Old Russian brata are

questa lingua. Tale operazione “metalinguistica” permette la revisione e la ridefinizione del vocabolario usato. La complementarità di entrambi i livelli – linguaggio-oggetto e metalinguaggio – è stata messa in luce da Niels Bohr: ogni evidenza sperimentale ben definita deve essere espressa nella lingua ordinaria, «nella quale l’uso pratico di ogni parola sta in una relazione complementare con i tentativi della sua rigida definizione» (Bohr 1948).
Tutta l’esperienza cognitiva e la sua classificazione è trasponibile in qualsiasi lingua esistente. Quando vi sia una deficienza, è possibile qualificare e amplificare la terminologia mediante prestiti o traduzioni di prestiti, mediante neologismi o cambiamenti semantici e, infine, mediante circonlocuzioni. Così, nella neonata lingua letteraria dei ciukci della Siberia nordorientale, «vite» diventa «chiodo rotante», «acciaio» «ferro duro», «latta» «ferro sottile», «gesso» «sapone che scrive», «orologio» «cuore martellante». Persino le circonlocuzioni apparentemente contraddittorie, come «tram a cavalli elettrico» («èlektričeskaja konka»), il primo nome russo del tram senza cavalli, o «nave a vapore volante» («jena paragot»), il termine coriaco per l’aeroplano, designano semplicemente l’analogo elettrico del tram a cavalli e l’analogo volante della nave a vapore e non impediscono la comunicazione, allo stesso modo in cui non c’è “rumore” semantico o disturbo nel doppio ossimoro «cold beef-and-pork hot dog».
Nessuna categoria grammaticale mancante nella lingua verso la quale si traduce rende impossibile una traduzione letterale dell’intera informazione concettuale contenuta nell’originale. Le congiunzioni tradizionali «and» [e] e «or» [o], ora sono state integrate da un nuovo connettivo – «and/or» [e/o] – di cui si è discusso qualche anno fa con arguzia nel libro Federal Prose – How to write in and/or for Washington (Masterson, Wendell Brooks 1948). Di queste tre congiunzioni, in una lingua samoieda esiste solo l’ultima (Bergsland 1949). Nonostante le differenze nell’inventario delle congiunzioni, tutte e tre le varietà di messaggi osservate nella “prosa federale” possono essere tradotte distintamente sia verso l’inglese tradizionale sia verso la lingua samoieda in questione. Prosa federale: 1) John and Peter, 2) John or Peter, 3) John and/or Peter will come. Inglese tradizionale: 3) John and Peter or one of them will come. Samoiedo: 1) John e/o Peter verranno entrambi, 2) John e/o Peter, uno dei due verrà.
Se una data lingua manca di una categoria grammaticale, il suo significato si può tradurre in questa lingua con mezzi lessicali. Le forme duali come «brata» in russo

translated with the help of the numeral: “two brothers.” It is more difficult to remain faithful to the original when we translate into a language provided with a certain grammatical category from a language devoid of such a category. When translating the English sentence She has brothers into a language which discriminates dual and plural, we are compelled either to make our own choice between two statements “She has two brothers”—“She has more than two” or to leave the decision to the listener and say: “She has either two or more than two brothers.” Again, in translating from a language without grammatical number into English, one is obliged to select one of the two possibilities—brother or brothers or to confront the receiver of this message with a two-choice situation: She has either one or more than one brother.
As Franz Boas neatly observed, the grammatical pattern of a language (as opposed to its lexical stock) determines those aspects of each experience that must be expressed in the given language: “We have to choose between these aspects, and one or the other must be chosen” (Boas 1938). In order to translate accurately the English sentence I hired a worker, a Russian needs supplementary information, whether this action was completed or not and whether the worker was a man or a woman, because he must make his choice between a verb of completive or noncompletive aspect—nanjal or nanimal—and between a masculine and feminine noun—rabotnika or rabotnicu. If I ask the utterer of the English sentence whether the worker was male or female, my question may be judged irrelevant or indiscreet, whereas in the Russian version of this sentence an answer to this question is obligatory. On the other hand, whatever the choice of Russian grammatical forms to translate the quoted English message, the translation will give no answer to the question of whether I hired or have hired the worker, or whether he/she was an indefinite or definite worker (a or the). Because the information required by the English and Russian grammatical pattern is unlike, we face quite different sets of two-choice situations; therefore a chain of translations of one and the same isolated sentence from English into Russian and vice-versa could entirely deprive such a message of its initial content. The Geneva linguist S. Karcevskij used to compare such a gradual loss with a circular series of unfavorable currency transactions. But evidently the richer the context of a message, the smaller the loss of information.

antico si traducono con l’aiuto dei numerali: «due fratelli». È più difficile restare fedeli all’originale quando si traduce verso una lingua che dispone di una certa categoria grammaticale da una lingua che manca di tale categoria. Traducendo la frase inglese «She has brothers» verso una lingua che distingue duale e plurale siamo costretti a scegliere tra due affermazioni: «Lei ha due fratelli» – «Lei ha più di due fratelli» oppure a lasciare la decisione a chi ascolta e dire «Lei ha due o più fratelli». Ancora, traducendo da una lingua priva della categoria grammaticale del numero verso l’inglese si è costretti a selezionare una delle due possibilità, «brother» [fratello] o «brothers» [fratelli], o a mettere il ricevente di questo messaggio di fronte a una situazione di ambiguità: «She has either one or more than one brother» [Lei ha uno o più fratelli].
Come ha acutamente osservato Boas, il modello grammaticale di una lingua (diversamente dal suo bagaglio lessicale) determina quali aspetti di ogni esperienza devono essere espressi in quella data lingua: «Dobbiamo scegliere tra questi aspetti, e uno o l’altro va scelto» (Boas 1938). Per tradurre correttamente la frase inglese «I hired a worker» [Ho assunto un/ un’ operaio/ a] a un russo occorrono altre informazioni: se questa azione è stata completata o no e se l’operaio era uomo o donna, perché deve effettuare la scelta tra un verbo di aspetto perfettivo o imperfettivo – «nanjal» o «nanimal» – e tra un nome maschile o femminile – «rabotnika» o «rabotnicu». Se chiedessi a chi ha pronunciato la frase inglese se l’operaio in questione era un uomo o una donna, la mia domanda potrebbe essere reputata irrilevante o indiscreta, mentre nella versione russa di questa frase una risposta a questa domanda è d’obbligo. D’altro canto, qualunque sia la scelta delle forme grammaticali russe per tradurre il messaggio inglese in questione, la traduzione non darà risposta alla domanda se «I hired» o «I have hired» il lavoratore, o se lui/ lei era una persona indefinita o definita («a» [un/ un’] o «the» [il/ l’]). Dato che le informazioni richieste dal modello grammaticale inglese e russo sono diverse, ci troviamo di fronte a sequenze completamente discordanti di situazioni ambigue; perciò più traduzioni a catena di una stessa frase dall’inglese verso il russo e viceversa potrebbero svuotare completamente del contenuto iniziale un messaggio del genere. Il linguista ginevrino S. Karcevski paragonò questa perdita graduale a una serie circolare di transazioni finanziarie sfavorevoli. Ma evidentemente, più è ricco il contesto di un messaggio, minore è la perdita di informazioni.

Languages differ essentially in what they must convey and not in what they can convey. Each verb of a given language imperatively raises a set of specific yes-or-no questions, as for instance: is the narrated event conceived with or without reference to its completion? is the narrated event presented as prior to the speech event or not? Naturally the attention of native speakers and listeners will be constantly focused on such items as are compulsory in their verbal code.
In its cognitive function, language is minimally dependent on the grammatical pattern because the definition of our experience stands in complementary relation to metalinguistic operations—the cognitive level of language not only admits but directly requires recoding interpretation, that is, translation. Any assumption of ineffable or untranslatable cognitive data would be a contradiction in terms. But in jest, in dreams, in magic, briefly, in what one would call everyday verbal mythology, and in poetry above all, the grammatical categories carry a high semantic import. In these conditions, the question of translation becomes much mare entangled and controversial.
Even such a category as grammatical gender, often cited as merely formal, plays a great role in the mythological attitudes of a speech community. In Russian the feminine cannot designate a male person, nor the masculine specify a female. Ways of personifying or metaphorically interpreting inanimate nouns are prompted by their gender. A test in the Moscow Psychological Institute (1915) showed that Russians, prone to personify the weekdays, consistently represented Monday, Tuesday, and Thursday as males and Wednesday, Friday, and Saturday as females, without realizing that this distribution was due to the masculine gender of the first three names (ponedel’nik, vtornik, četverg) as against the feminine gender of the others (sreda, pjatnica, subbota). The fact that the word for Friday is masculine in some Slavic languages and feminine in others is reflected in the folk traditions of the corresponding peoples, which differ in their Friday ritual. The widespread Russian superstition that a fallen knife presages a male guest and a fallen fork a female one is determined by the masculine gender of nož (knife) and the feminine of

Le lingue differiscono essenzialmente in ciò che devono esprimere e non in ciò che possono esprimere. Ogni verbo di una data lingua pone imperativamente una serie di domande che prevedono le risposte sì o no, come per esempio: l’evento narrato è concepito facendo riferimento al suo compimento oppure no? L’evento narrato è presentato come antecedente all’atto discorsuale oppure no? Naturalmente l’attenzione sia attiva che passiva dei madrelingua è costantemente focalizzata sulle parti obbligatorie nel loro codice verbale.
Nella sua funzione cognitiva la lingua dipende solo in minima parte dal modello grammaticale perché la definizione della nostra esperienza è in relazione complementare alle operazioni metalinguistiche – il livello cognitivo della lingua non solo ammette, ma richiede immediatamente un’interpretazione ricodificante, e cioè, una traduzione. Qualsiasi presunzione di ineffabilità o intraducibilità dei dati cognitivi sarebbe una contraddizione in termini. Ma negli scherzi, nei sogni, nella magia, insomma, in ciò che si potrebbe chiamare mitologia verbale quotidiana e soprattutto nella poesia, le categorie grammaticali hanno una forte rilevanza semantica. In queste condizioni, la questione della traduzione diventa molto più intricata e controversa.
Anche una categoria come il genere grammaticale, spesso ritenuta meramente formale, riveste un ruolo importante negli atteggiamenti mitologici di una comunità discorsuale. In russo il femminile non può designare una persona di sesso maschile, né il maschile può specificare una persona di sesso femminile. I modi di personificare o interpretare metaforicamente nomi inanimati sono suggeriti dal genere. Uno studio condotto presso l’Istituto psicologico di Mosca (1915) ha mostrato che i russi, inclini a personificare i giorni della settimana, rappresentavano costantemente il lunedì, il martedì e il giovedì come maschi e il mercoledì, il venerdì e il sabato come femmine, senza rendersi conto che questa distinzione fosse dovuta al genere maschile dei primi tre nomi («ponedel’nik», «vtornik», «četverg») e, al contrario, al genere femminile degli altri («sreda», «pjatnica», «subbota»). Il fatto che la parola che sta per «venerdì» sia maschile in alcune lingue slave e femminile in altre si riflette nelle tradizioni folcloriche dei popoli corrispondenti, che differiscono nel rituale del venerdì. La diffusa superstizione russa secondo cui un coltello che cade è presagio di un ospite maschile e una forchetta che cade di uno femminile è determinata dal genere maschile di «nož» (coltello) e da quello

vilka (fork) in Russian. In Slavic and other languages where “day” is masculine and “night” feminine, day is represented by poets as the lover of night. The Russian painter Repin was baffled as to why Sin had been depicted as a woman by German artists: he did not realize that “sin” is feminine in German (die Sünde), but masculine in Russian (grex). Likewise a Russian child, while reading a translation of German tales, was astounded to find that Death, obviously a woman (Russian smert’, fem.), was pictured as an old man (German der Tod, masc.). My Sister Life, the title of a book of poems by Boris Pasternak, is quite natural in Russian, where “life” is feminine (žizn’), but was enough to reduce to despair the Czech poet Josef Hora in his attempt to translate these poems, since in Czech this noun is masculine (život).
What was the initial question which arose in Slavic literature at its very beginning? Curiously enough, the translator’s difficulty in preserving the symbolism of genders, and the cognitive irrelevance of this difficulty, appears to be the main topic of the earliest Slavic original work, the preface to the first translation of the Evangeliarium, made in the early 860s by the founder of Slavic letters and liturgy, Constantine the Philosopher, and recently restored and interpreted by A. Vaillant (Vaillant 1948). “Greek, when translated into another language, cannot always be reproduced identically, and that happens to each language being translated,” the Slavic apostle states. “Masculine nouns like potamos ‘river’ and astēr ‘star’ in Greek, are feminine in another language like rěka and zvězda in Slavic.” According to Vaillant’s commentary, this divergence effaces the symbolic identification of the rivers with demons and of the stars with angels in the Slavic translation of two of Matthew’s verses (7:25 and 2:9). But to this poetic obstacle, Constantine resolutely opposes the precept of Dionysius the Areopagite, who called for chief attention to the cognitive values (silě razumu) and not to the words themselves.
In poetry, verbal equations become a constructive principle of the text. Syntactic and morphological categories, roots, and affixes, phonemes and their components (distinctive features)—in short, any constituents of the verbal code—are confronted, juxtaposed, brought into contiguous relation according to the principle of similarity and contrast and carry their own autonomous signification.

femminile di «vilka» (forchetta) in russo. Nelle lingue slave e nelle altre in cui «giorno» è maschile e «notte» è femminile, il giorno è rappresentato dai poeti come l’amante della notte. Il pittore russo Repin era perplesso di fronte al fatto che Peccato fosse stato raffigurato dagli artisti tedeschi come una donna: non si era reso conto che «peccato» è femminile in tedesco («die Sünde»), ma maschile in russo («grex»). Similmente, un bambino russo, leggendo alcune fiabe tedesche tradotte, si stupì nel vedere che Morte, ovviamente una donna (in russo «smert’», femm.) fosse ritratta come un vecchio (in tedesco «der Tod», masch.). Mia sorella la vita, il titolo di un libro di poesie di Boris Pasternak, è del tutto naturale in russo, dove «vita» è femminile («žizn’»), ma bastò per portare alla disperazione il poeta ceco Josef Hora nel tentativo di tradurre queste poesie, dal momento che in ceco questo nome è maschile («život»).
Quale fu il primo problema che emerse nella letteratura slava ai suoi albori? Piuttosto curiosamente, la difficoltà del traduttore nel preservare il simbolismo dei generi, e l’irrilevanza cognitiva di questa difficoltà, sembrano essere l’argomento principale della prima opera originale slava, la prefazione alla prima traduzione dell’Evangeliario, fatta poco dopo l’860 dal fondatore delle lettere e della liturgia slava, Costantino il Filosofo, e recentemente riportata alla luce e interpretata da André Vaillant (Vaillant 1948). «Il greco, quando è tradotto verso un’altra lingua, non si può sempre riprodurre in modo identico, e questo accade a ogni lingua che viene tradotta» afferma l’apostolo del mondo slavo. «I nomi maschili in greco come “potamos” (fiume) e “aster” (stella) sono femminili in un’altra lingua come “rěka” e “zvězda” in slavo». Secondo il commentario di Vaillant, questa divergenza cancella l’identificazione simbolica dei fiumi con i demoni e delle stelle con gli angeli nella traduzione slava di due versi di Matteo (7:25 e 2:9). Ma a questo ostacolo poetico, Costantino oppone con risolutezza il precetto di Dionigi l’Areopagita, che richiamava l’attenzione principale sui valori cognitivi («silě razumu») e non sulle parole stesse.
In poesia, le equazioni verbali diventano un principio costitutivo del testo. Le categorie sintattiche e morfologiche, le radici, e gli affissi, i fonemi e i loro componenti (tratti distintivi) – in breve, qualsiasi cosa costituisca il codice verbale – vengono confrontati, giustapposti, messi in relazioni contigue secondo il principio della somiglianza e del contrasto e sono dotati di una loro significazione autonoma. La

Phonemic similarity is sensed as semantic relationship. The pun, or to use a more erudite, and perhaps more precise term—paronomasia, reigns over poetic art, and whether its rule is absolute or limited, poetry by definition is untranslatable. Only creative transposition is possible: either intralingual transposition—from one poetic shape into another, or interlingual transposition—from one language into another, or finally intersemiotic transposition—from one system of signs into another, (from verbal art into music, dance, cinema, or painting).
If we were to translate into English the traditional formula Traduttore, traditore as “the translator is a betrayer,” we would deprive the Italian rhyming epigram of all its paronomastic value. Hence a cognitive attitude would compel us to change this aphorism into a more explicit statement and to answer the questions: translator of what messages? betrayer of what values?

Written in 1958 in Cambridge, Mass., and published in the book On Translation (Harvard University Press, 1959).

somiglianza fonemica è percepita come relazione semantica. Il gioco di parole, o per usare un termine più erudito, e forse più preciso, la paronomasia, regna sull’arte poetica, e, che il suo dominio sia assoluto o limitato, la poesia è per definizione intraducibile. Solo una trasposizione creativa è possibile: la trasposizione intralinguistica – da una forma poetica in un’altra, o la trasposizione interlinguistica – da una lingua in un’altra – o infine la trasposizione intersemiotica – da un sistema segnico in un altro (dall’arte verbale alla musica, alla danza, al cinema o alla pittura).
Se dovessimo tradurre verso l’inglese la formula tradizionale italiana «Traduttore traditore» come «The translator is a betrayer» priveremmo l’epigramma in rima di tutto il suo valore paronomastico. Quindi, un atteggiamento cognitivo ci costringerebbe a trasformare questo aforisma in un’affermazione più esplicita e a rispondere alle domande: traduttore di quali messaggi? Traditore di quali valori?

Scritto a Cambridge, Mass., nel 1958, e pubblicato nel volume On translation (Harvard University Press, 1959).

Language and Culture
The two speeches which have just been delivered are the first lectures in Japanese which I have heard in my life, and I shall tell you exactly what my feeling was. Around 1910, in my Moscow high-school years, I saw and heard a remarkable Japanese actress from Tokyo, Hanako. She ravished the Russian audience, was extolled by avant-garde writers and sketched by modern painters. I was deeply impressed by her performance and recounted to my parents her talks and monologues. Surprised by their question — “But what was her language?” — I answered, “Of course, it was Japanese, but we did understand it.” This is exactly what I can add to the clear-cut assertion of Professor Tsurumi.
What is needed in order to grasp the language of another? — One must have a keen feeling of intelligibility, an intuition of solidarity between the speaker and listener, and their joint belief in the capability of the message to go through, a capability which, in Russian, has found a felicitous label, doxodčivost’. If one longs for communication with his fellow man, the first step toward mutual comprehension is ensured. Because what is language? Language is overcoming of isolation in space and time. Language is a struggle against isolationism. And this fight occurs not only within the limits of an ethnic language, where people try to adjust to each other, and to understand each other within the bounds of family, town, or country; a similar striving also takes place on a bilingual or multilingual, international scale. One feels a powerful desire to understand each other. A palpable specimen is the example of neighboring Norwegian and Russian fishermen, who, during decades, or perhaps even centuries, met together for joint work and thus elaborated a common language which was called — Russians thought the label is Norwegian, and Norwegians, that this term is Russian — briefly, the common verbal code was named moyapåtvoya, which, in a Scandinavian shaping of Russian, means “mine in your way”. This may serve as a foreword to the topic of my paper.
Four decades ago, when the First International Congress of Linguists met in The Hague, all of us were struggling for the autonomy of linguistics, namely for the elaboration of its own specific methods and devices, and the very important task was to

Lingua e cultura
I due discorsi appena tenuti sono le prime conferenze in giapponese che io abbia mai ascoltato in vita mia, e vi dirò esattamente che sensazione ho provato. Attorno al 1910, all’epoca in cui frequentavo le scuole superiori a Mosca, ho visto e sentito parlare una notevole attrice giapponese di Tokio, Hanako. Rapì il pubblico russo, fu lodata da alcuni scrittori d’avanguardia e alcuni pittori moderni ne fecero degli schizzi. Io fui profondamente colpito dal suo spettacolo e ne raccontai discorsi e monologhi ai miei genitori. Sorpreso dalla loro domanda – «Ma in che lingua parlava?» – risposi: «In giapponese, naturalmente, ma lo capivamo». Questo è esattamente ciò che posso aggiungere all’affermazione esplicita del Professor Tsurumi.
Che cosa serve per cogliere la lingua altrui? – Bisogna sentire con chiarezza che c’è intelligibilità, intuire la solidarietà tra chi parla e chi ascolta e credere insieme che il messaggio possa passare, potenzialità che, in russo, ha trovato una definizione felice, «doxodčivost». Se si desidera comunicare con un altro essere umano, il primo passo verso la comprensione reciproca è assicurato. Perché, che cos’è il linguaggio? Il linguaggio è la vittoria sull’isolamento nello spazio e nel tempo. Il linguaggio è una lotta contro l’isolazionismo. E questa battaglia non avviene solo all’interno dei limiti di una lingua etnica, dove le persone provano ad adattarsi le une alle altre, e a capirsi a vicenda all’interno dei confini della famiglia, della città o della nazione; una tensione simile ha luogo anche su scala internazionale, bilingue o multilingue. Si avverte un forte desiderio di capirsi reciprocamente. Un caso concreto è l’esempio dei pescatori confinanti della Russia e della Norvegia, che, per decenni, o forse anche secoli, si incontravano per lavorare insieme ed elaborarono così un linguaggio comune che fu chiamato – i russi pensavano che il nome fosse norvegese, e i norvegesi che il termine fosse russo – insomma, questo codice verbale comune fu chiamato «moyapåtvoya», che, in una distorsione scandinava del russo, significa «mio a modo tuo». Ciò potrebbe fungere da prefazione al tema del mio intervento.
Quarant’anni fa, in occasione del Primo congresso internazionale dei linguisti a L’Aia, tutti noi ci battemmo per l’autonomia della linguistica, e cioè per l’elaborazione di tecniche e metodi specifici, e il compito più importante era quello di trovare e mostrare

find out and to show where are the boundaries of linguistic science and what are the questions to which linguists must, and only linguists actually can, give an answer. Now, when we are near to the Tenth Congress of Linguists, which will begin in Bucharest at the end of this August, we stand before a completely different problem. At present, it is no longer the slogan of autonomy, but a program of integration, a plan of interdisciplinary relations, the problem of creative cooperation between diverse sciences. It is the problem of harmonious coordination for constructing a joint scientific domain, a science of mankind, and — in a far wider scope — a general science of life. Of course, integration implies autonomy, but, as it was once more neatly emphasized here by my dear friend, Professor Shirô Hattori, integration implies autonomy and excludes isolationism, because any isolationism harms our cultural life and our life in general. Obviously, there is no real integration without an autonomy which takes into account the necessity of intrinsic laws for every partial field and every discipline. There is another foe of these two creative ideas, autonomy and integration. The other dread enemy beside isolationism is heteronomy, or — if you permit me to translate this somewhat technical term into the vocabulary currently used by the newspapers — it is “colonialism” that we have to combat. Autonomy and integration: always welcome; isolationism and colonialism: henceforth inadmissible.
Now, what is the problem of language and culture? These two concepts are to be viewed in their interconnection. Then, first and foremost, what should we have in mind: language and culture or language in culture? Can we consider language as a part, as a constituent of culture, or is language something different, separate from culture? I know, many in the audience would like to ask: well, but how would one define culture? There are so many definitions, and an entire voluminous book was devoted by two outstanding American anthropologists, Kluckhohn and Kroeber, to the multifarious definitions of culture, their detailed list and discussion (Kluckhohn, Kroeber 1952). We may choose a very simple, operational definition, proposed in the instructive book Human Evolution by the biologist Campbell: “Culture is the totality of behavior patterns that are passed between generations by learning, socially determined behavior learned by imitation and instruction” (Campbell 1967). I think, one can agree with this emphasis on imitation and

dove fossero i confini della linguistica e quali fossero le domande alle quali i linguisti devono, e a cui di fatto solo i linguisti possono, dare una risposta. Ora che siamo vicini al «Decimo congresso dei linguisti», che comincerà a Bucarest alla fine di agosto, ci troviamo di fronte a un problema completamente diverso. Oggi non c’è più lo slogan dell’autonomia, ma un programma di integrazione, un progetto di relazioni interdisciplinari, il problema della cooperazione creativa tra scienze diverse. È il problema di un coordinamento armonioso per costruire un campo scientifico comune, una scienza dell’umanità, e – in un’ottica molto più vasta – una scienza generale della vita. Naturalmente l’integrazione implica l’autonomia, ma, come è già stato enfatizzato una volta con più decisione da un mio caro amico, il Professor Shirô Hattori, l’integrazione implica l’autonomia ed esclude l’isolazionismo, perché qualunque tipo di isolazionismo nuoce alla nostra vita culturale e alla nostra vita in generale. Ovviamente non c’è vera integrazione senza un’autonomia che tenga in considerazione la necessità di leggi intrinseche a ogni ramo parziale e a ogni disciplina. C’è un altro rivale di queste due idee creative, autonomia e integrazione. L’altro acerrimo nemico insieme all’isolazionismo è l’eteronimia, o – se mi consentite di tradurre questo termine, piuttosto tecnico, nel vocabolario usato normalmente dai giornali – è il “colonialismo” che va combattuto. Autonomia e integrazione: sempre gradite; isolazionismo e colonialismo: d’ora in poi inammissibili.
Ma qual è il problema della lingua e della cultura? Questi due concetti devono essere visti nelle loro reciproche relazioni. Inoltre, prima di tutto, che cosa dobbiamo avere in mente? Lingua e cultura o lingua nella cultura? Possiamo considerare la lingua come una parte, un costituente della cultura, o la lingua è qualcosa di diverso, di separato dalla cultura? Lo so, molti tra il pubblico vorrebbero chiedere: sì, ma come si potrebbe definire la cultura? Ne esistono tantissime definizioni, e due antropologi americani, Kluckhohn e Kroeber, hanno dedicato un intero volume alle molteplici definizioni di cultura, al loro elenco dettagliato e alla loro discussione (Kluckhohn, Kroeber 1952). Potremmo scegliere una definizione molto semplice e operativa, proposta nell’istruttivo libro Storia Evolutiva dell’uomo del biologo Campbell: «La cultura è la totalità dei modelli comportamentali trasmessi per apprendimento di generazione in generazione, un comportamento socialmente determinato appreso per imitazione e istruzione» (Campbell 1967). Penso

instruction as the basic cultural devices. But there is one gap in the passage cited and Professor Tsurumi’s lecture showed what the gap is: the diffusion of culture takes place not only in time but also in space. Learned solidarity of contemporaries cannot be disregarded. Yet if we accept the standpoint that cultural values are transmitted by learning, then what is to be said about language? Is it a cultural fact? Evidently language is transmitted by learning, and of course the acquisition of the child’s first language implies a learning contact between the infant and his parents or adults in general. If, moreover, one has to learn a second or further language, it requires a relation between people who learn one from the other. Among the definitions of culture current in anthropological literature, we also find an assertion that the principal way of diffusion for cultural goods is through the word, through the medium of language. Does this statement apply also to language itself? Of course, language is learned through the medium of language, and the child learns new words by comparing them with other words, by identifying and differentiating the new and previously acquired verbal constituents. According to the precise formula of the great American thinker Charles Sanders Peirce, verbal symbol originates from verbal symbol. Such is the way of language development.
If we define language as a cultural phenomenon, a very serious question immediately arises. In culture, we deal with the relevant notion of progress. I hardly need to add that any idea of straightforward progress is a bewildering oversimplification. We find most various and whimsical curves, and if we confront, for instance, the poetry of Dante and the pictorial masterpieces of the Italian 14th and 15th centuries with Italy’s poetry or art of the recent epochs, we could hardly view the 19th century as thoroughly advanced in comparison with works of the trecento. Many other striking examples could be adduced. When contemplating the fascinating Franco-Cantabrian cave paintings of beasts and hunters produced in the paleolithic period, sometimes we cannot but state how much more impressive and monumental they are than the so-called realistic canvases of modern Europe, and, in particular, the official art of its authoritarian powers. These observations, however, do not imply any denial of progress. In the history of art, we deal

che si possa essere d’accordo con l’enfasi posta sull’imitazione e sull’istruzione come meccanismi culturali di base. Ma c’è una lacuna nel passaggio citato e la conferenza del professor Tsurumi ha mostrato di quale lacuna si tratta: la diffusione della cultura ha luogo non solo nel tempo ma anche nello spazio. Non si può trascurare la solidarietà appresa dei contemporanei. Eppure, se accettiamo l’idea che i valori culturali si trasmettono per apprendimento, cosa dire allora della lingua? È un fatto culturale? È evidente che la lingua si trasmette per apprendimento e ovviamente l’acquisizione della prima lingua da parte del bambino implica un contatto di apprendimento tra il neonato e i genitori o gli adulti in generale. Se, inoltre, si deve imparare una seconda o ulteriore lingua, è necessaria una relazione tra persone che imparano le une dalle altre. Fra le definizioni di cultura diffuse nella letteratura antropologica, si dice anche che è attraverso la parola che si diffondono maggiormente le merci culturali, per mezzo della lingua. Questa affermazione vale anche per la lingua stessa? Certo, la lingua si impara per mezzo della lingua, e il bambino impara le parole nuove confrontandole con altre parole, identificando e differenziando i nuovi costituenti verbali e quelli precedentemente acquisiti. Secondo la precisa formulazione del grande pensatore americano Charles Sanders Peirce, il simbolo verbale si origina dal simbolo verbale. È questo il modo in cui avviene lo sviluppo della lingua.
Se definiamo la lingua come fenomeno culturale, sorge immediatamente una questione molto seria. Nella cultura si ha a che fare con l’importante concetto di progresso. Non c’è bisogno di aggiungere che qualsiasi idea di progresso diretto è una semplificazione eccessiva che può disorientare. Vi si trovano le curve più diverse e inaspettate, e se confrontiamo, per esempio, la poetica di Dante e i capolavori pittorici del Trecento e del Quattrocento italiano con la poesia e l’arte italiana delle epoche recenti, faremmo fatica a considerare l’Ottocento veramente avanzato rispetto alle opere del Trecento. E di esempi così lampanti se ne potrebbero citare molti altri. Quando si contemplano le affascinanti pitture rupestri franco-cantabriche di animali e cacciatori risalenti al paleolitico, qualche volta non possiamo far altro che constatare quanto siano più impressionanti e monumentali delle cosiddette tele realistiche dell’Europa moderna, e, in particolare, dell’arte officiale dei suoi poteri autoritari. Queste osservazioni, comunque, non implicano alcuna negazione del progresso. Nella storia dell’arte abbiamo a che fare

with a progressively developing differentiation, technical innovations, etc. Similar conclusions on gradual sophistication may be made in the history of sciences, where, likewise, no straightforward line of development can be admitted. For instance, I recollect what was said to me by the greatest specialist of our time in questions of hearing, Professor G. von Békésy, who experienced a lively pleasure when reading Latin acoustical treatises of the 16th and 17th centuries where, despite the immense technical progress of modern acoustics, he used to detect some ideas of a higher refinement; with an affable smile he added: “It is not at all surprising; Stradivarius was made, not today, but just then.” Similar things could be stated on diverse scientific, for example, linguistic problems; certain branches, especially semantics, were in some respects more deeply conceived and elaborated during the Middle Ages than at present. Nonetheless, we must not forget those general lines of development which lead us still farther and farther and open ever new vistas.
Now let us approach language itself. Vocabulary may become richer and more adapted to the newer and more complex culture. The same with phraseology and with the diversity and variability of verbal styles. But in the grammatical system, morphological and syntactic, and in the whole sound pattern, no progress whatever has been detected. We can compare languages of the most cultivated nations with those of the socalled primitive peoples and we observe analogies and parallels between the former and the latter both in their grammatical processes and concepts: morphological categories and subclasses; structure of phrases, clauses, and sentences. All attempts of diverse linguists to find here traces of progress, and divergences between peoples of different cultural levels in the grammatical and phonological structure of their languages remained vain.
Occasionally, the question was raised whether that Samoyed language which has only one conjunction, in correspondence with our two conjunctions “and” and “or”, does not reflect a more primitive ethnic mind. However, a written variety of American English has recently developed a synthetic conjunction “and/or”, which is often considered a quite useful cultural tool. Now let us discuss whether a language which has merely one conjunction “and/or” instead of our two conjunctions “and” and “or” is impoverished in

con una differenziazione che si sta progressivamente sviluppando, con innovazioni tecniche, eccetera. Si possono trarre conclusioni simili a proposito di una graduale sofisticazione nella storia delle scienze, dove, anche in questo caso, non si può ammettere un andamento diretto dello sviluppo. Per esempio, ricordo ciò che mi è stato detto dal maggior specialista del nostro tempo per le questioni di udito, il Professor G. von Békésy, che provava grande soddisfazione nel leggere i trattati latini di acustica del sedicesimo e diciassettesimo secolo in cui, a dispetto dell’immenso progresso tecnico dell’acustica moderna, individuava alcune idee di maggior raffinatezza; con un sorriso affabile aggiunse: «La cosa non sorprende affatto; lo Stradivari si faceva all’epoca, non oggi». Considerazioni simili si potrebbero fare a proposito di diversi problemi scientifici, per esempio linguistici. Alcune branche, soprattutto la semantica, erano sotto certi punti di vista concepite ed elaborate molto più a fondo durante il Medioevo di quanto non lo siano oggi. Eppure, non vanno dimenticate quelle linee di sviluppo generali che ci conducono ancora più lontano aprendoci prospettive sempre nuove.
Ora avviciniamoci alla lingua in senso stretto. Il vocabolario può diventare più ricco e adattarsi maggiormente a una cultura più nuova e più complessa. Vale lo stesso per la fraseologia e la diversità e variabilità degli stili verbali. Ma nel sistema grammaticale, morfologico e sintattico, e nell’intero schema sonoro, non è stato individuato nessun progresso. Possiamo mettere a confronto le lingue delle nazioni culturalmente più avanzate con quelle dei cosiddetti popoli primitivi e osservarne analogie e paralleli sia nei processi sia nei concetti grammaticali: le categorie e le sottoclassi morfologiche; la struttura di proposizioni e frasi. Tutti i tentativi di diversi linguisti di trovarvi tracce di progresso e divergenze tra popoli di diversi livelli culturali nella struttura grammaticale e fonologica delle loro lingue sono rimasti vani.
Ogni tanto qualcuno si è chiesto se quella lingua samoieda che dispone di una sola congiunzione corrispondente alle nostre due congiunzioni «and» [e] e «or» [o] non riflettesse una mente etnica più primitiva. Comunque, una varietà scritta di inglese americano ha di recente sviluppato una congiunzione sintetica «and/or» che è spesso considerata uno strumento culturale molto utile. Esaminiamo ora se una lingua che abbia una sola congiunzione «and/or» al posto delle nostre due congiunzioni «and» e «or» sia

its communicative means. Not at all! Everything can be expressed. If in this type of Samoyed language one says that “father and/or mother, one of them, will come”, we know that or is meant. If, however, the native says that “father and/or mother, both of them, will come”, then obviously and is the key: again, there is no annoying ambiguity in the message. The grammatical structure never does prevent the speaker from conveying the most complex and most exact information. If we venture to translate Albert Einstein’s or Bertrand Russell’s books into Bushmen or Gilyak languages, this task is perfectly achievable, whatever the grammatical structure of the given vernacular. Only its vocabulary must be enriched and adapted to the needs of a new scientific terminology. However, any new scientific or technical branch requires similar terminological reforms, adjustments, and innovations in languages of our civilization as well. Thus, for instance, such new fields as molecular genetics or quantum theory have generated their own, completely new dictionary, whereas the phonology, morphology, and syntax are pliable to any cultural need, with no request for modifications.
Still, there is the problem of explaining why no progress is seen in the phonological and grammatical structure of languages. The penetrating linguist Nikolaj Trubetzkoy told me once: “We should not forget that, in the age between two and five years, when we acquire the fundamentals of phonology and grammar, we do not belong to any adult culture, and the cultural level of the children’s environment plays no substantial role.” The primary orientation of infants tending to acquire the environmental language is directed towards linguistic universals. Here, we face the problem of universality in regard to languages. Yes, we search for a common language with our fellow men, and there is only one necessary prerequisite for finding a common language. Namely, we must apprehend that other human beings also speak a human language, and that, consequently, our languages are mutually translatable. Under these conditions, we may and must look for an actual accomplishment of the translation intended. Such a possibility vanishes only in the case when one of the virtual interlocutors does not realize that the other fellow is equally a human being. According to an old legendary story, after a shipwreck, the only white man who managed to reach a remote island was regarded by the natives as some kind of ape or demonic being. In either case, he was not suspected of mastering any

impoverita nei suoi mezzi comunicativi. Niente affatto! Si può esprimere tutto. Se in questo tipo di lingua samoieda si dice che «verrà il padre e/ o la madre, uno di loro» sappiamo che si intende «o». Se, invece, il madrelingua dice «verranno il padre e/ o la madre, entrambi» allora è evidente che la chiave è «e»: anche in questo caso non c’è alcuna fastidiosa ambiguità nel messaggio. La struttura grammaticale non impedisce mai al parlante di trasmettere l’informazione nel modo più complesso e più esatto. Se ci avventuriamo nella traduzione dei libri di Albert Einstein o Bertrand Russell nelle lingue boscimane o in gilyac, l’obiettivo è perfettamente raggiungibile qualunque sia la struttura grammaticale del vernacolo. Soltanto, il suo vocabolario deve essere arricchito e adattato alle necessità di una nuova terminologia scientifica. Del resto, qualsiasi nuova branca scientifica o tecnica richiede simili riforme, adattamenti, e innovazioni terminologiche anche nelle lingue della nostra civiltà. Così, per esempio, campi nuovi come la genetica molecolare o la teoria quantistica hanno generato i loro dizionari, completamente nuovi, mentre la fonologia, la morfologia e la sintassi si piegano a qualsiasi necessità culturale, senza richiedere alcuna modifica.
Eppure, occorre spiegare perché non si ravvisa alcun progresso nella struttura fonologica e grammaticale delle lingue. Il penetrante linguista Nikolaj Trubetzkoy una volta mi disse: «Non dovremmo dimenticare che, nell’età compresa tra i due e cinque anni, quando acquisiamo i fondamentali della fonologia e della grammatica, non apparteniamo a nessuna cultura adulta, e il livello culturale dell’ambiente che circonda i bambini non riveste un ruolo sostanziale». L’orientamento primario dei bambini che tendono ad acquisire la lingua ambientale è diretto verso gli universali linguistici. Qui ci troviamo di fronte al problema dell’universalità in relazione alle lingue. Sì, siamo alla ricerca di una lingua in comune con l’altro, e c’è un solo prerequisito necessario per trovare una lingua comune. E cioè, dobbiamo riconoscere che anche gli altri esseri umani parlano una lingua umana e che, di conseguenza, le nostre lingue sono mutuamente traducibili. In queste condizioni possiamo e dobbiamo cercare una realizzazione effettiva della traduzione desiderata. Tale possibilità svanisce solo nel caso in cui uno degli ipotetici interlocutori non comprenda che anche l’altro è un essere umano. Secondo una vecchia leggenda, dopo un naufragio, l’unico uomo bianco che riuscì a raggiungere un’isola remota fu visto dagli indigeni come una sorta di scimmione o di essere

intelligible language, and perished, unable to convince the aborigines that he, too, was a human being, and that, therefore, mutual comprehension was achievable.
We are faced with the fundamental fact and problem of the universally human and only human, command of language. Except in obviously pathological cases, all human beings, from their childhood, speak and understand speech. Nothing similar to human intercommunication exists outside mankind. This unique endowment must have some biological premises, namely, certain particular properties in the structure of the human brain. A further pertinent phenomenon has come to light. We observe a set of universal features in the structure of languages. Thus, all languages exhibit the same architectonic pattern, the same hierarchy of constituents from the smallest units to the widest, viz. from distinctive features and phonemes to morphemes, and from words to sentences. Any language whatever displays the same rules of implication and superposition, the same order alien to other sign systems. This structure of language turns it into an indispensable tool of thought and endows it with an imaginative and creative power. Language enables us to build ever new sentences and utterances, and to speak about things and events which are absent and remote in space and in time; to evoke nonexistent fictitious entities as well. The humane essence of language lies in the liberation of sayers and sayees from a confinement to the hic et nunc.
Now, when taking into account the universally human, and only human, nature of language, we must approach the question of boundaries between culture and nature; between cultural adaptation and learning on the one hand, and heredity, innateness on the other — briefly, to delimit nurture from nature. Once again, we are faced with one of the most intricate questions of present scholarship. It is necessary to realize and to remember that the absolute boundary which our forebears saw between culture and nature does not exist. Both nature and culture intervene significantly in the behavior of animals, and also in that of human beings. A leading expert in problems of animal behavior, the English zoologist W. H. Thorpe, showed us, on the basis of his own observations and experiments which were supported by the research of other specialists, that birds, for instance, finches, if totally isolated from all other birds even before emerging from the egg, and moreover,

demoniaco. In un caso o nell’altro, non si sospettò che padroneggiasse una lingua intellegibile, e morì, incapace di convincere gli aborigeni che anche lui era un essere umano e che, quindi, si poteva arrivare a una comprensione reciproca.
Ci troviamo di fronte al fatto e al problema fondamentale della padronanza universalmente umana, e solo umana, della lingua. Ad eccezione di casi ovviamente patologici, tutti gli esseri umani, fin dall’infanzia, parlano e comprendono il parlato. Non esiste nulla di simile alla comunicazione fra esseri umani al di fuori del genere umano. Questa dotazione unica deve avere alcune premesse biologiche, e cioè, alcune proprietà particolari che risiedono nella struttura del cervello umano. È emerso un ulteriore e pertinente fenomeno. Nella struttura del linguaggio è presente una serie di caratteristiche universali. Così, tutte le lingue presentano lo stesso schema architettonico: la stessa gerarchia di costituenti dalle unità più piccole a quelle più ampie, cioè dai caratteri distintivi e fonemi ai morfemi, e dalle parole alle frasi. Qualsiasi lingua presenta le stesse regole di implicazione e sovrapposizione, ordine che è estraneo a sistemi segnici di altro tipo. Questa struttura della lingua la trasforma in uno strumento indispensabile di pensiero e la dota di potere immaginifico e creativo. La lingua ci consente di costruire frasi ed enunciati sempre nuovi, e di parlare di cose ed eventi che sono assenti e lontani nello spazio e nel tempo; e anche di evocare entità fittizie inesistenti. L’essenza umana della lingua risiede nella liberazione di coloro che dicono e coloro ai quali è detto dalla reclusione nell’hic et nunc.
Ora, quando si prende in considerazione la natura universalmente umana, e solo umana, della lingua, bisogna affrontare la questione delle barriere tra cultura e natura; tra adattamento culturale e apprendimento da un lato, ed eredità e innatezza dall’altro – insomma, si devono delimitare «nurture» e «nature». Ancora una volta, siamo di fronte a una delle questioni più intricate della scienza contemporanea. È necessario comprendere e ricordare che la barriera netta che i nostri predecessori vedevano tra cultura e natura non esiste. Sia la natura sia la cultura intervengono in modo significativo nel comportamento degli animali, così come in quello degli esseri umani. Uno dei massimi esperti nei problemi di comportamento degli animali, lo zoologo inglese W. H. Thorpe, ci ha mostrato, sulla base delle sue stesse osservazioni e di esperimenti supportati dalle ricerche di altri specialisti, che gli uccelli, per esempio i fringuelli, se completamente isolati da

if they are deafened after being hatched, still perform the inborn blueprint of the song proper to the habit of their species, or even to the “dialect” of the subspecies (Thorpe 1961; 1963). This is a really inborn inheritance. If these artificially isolated fledgelings, (on the condition that their hearing has not been injured), are introduced into the society of other finches, they find and imitate their tutors. No equality exists even in the song of finches: there are better and worse performances, and the fledgelings try to follow the best singers. They learn, and their song improves.
In my adolescence, I had the opportunity to observe nightingales of the Tula region. If there was a master nightingale in the surroundings, all other neighboring nightingales sought to imitate him and to sing the habitual song with its customary variations in the best and most expanded way. But, whatever happens, a nightingale performs nothing else than the nightingale’s native song, and if you put a nightingale nestling among birds of another species, he will still cling to his inborn pattern without any adaptation to the environment. It is quite different with human children. If deprived of the adults’ model, they will remain speechless, without any traces of ancestral verbal habits. What they received as a biological endowment from their ancestors is the ability to learn a language as soon as there is a model at their disposal. Any of the extant human languages may serve them as an efficient cultural model. I knew a Nordic girl who spent her early childhood in South Africa, surrounded by aborigines, whom her father, a Norwegian anthropologist, was investigating. She spoke Bantu so well that students of Bantu could use her as a perfect native informant. After the family’s return to Norway, if she at any time felt insulted by her parents, she retorted in the purest Bantu language.
We conclude that both components — nature and culture, inheritance and acculturation — are present, but that the hierarchy of both factors is different. It is primarily nature in animals; primarily culture, ergo learning, in human beings. Accordingly, how will we define the place of language? We must say that language is situated between nature and culture, and that it serves as a foundation of culture. We may go even further and state that language is THE necessary and substantial foundation of human culture.

tutti gli altri uccelli ancor prima di uscire dall’uovo, e assordati appena dopo la schiusa, riproducono lo schema innato del canto caratteristico del comportamento della loro specie, o perfino del “dialetto” della sottospecie (Thorpe 1961; 1963). Si tratta di un retaggio davvero innato. Se questi uccellini isolati artificialmente (a condizione che il loro udito non sia stato danneggiato) sono introdotti in un’altra società di fringuelli, trovano e imitano i loro istruttori. Non c’è uguaglianza neppure nel canto dei fringuelli: ci sono prestazioni migliori e peggiori, e gli uccellini tentano di seguire chi canta meglio. Man mano che imparano, il loro canto migliora.
Da adolescente ho avuto l’opportunità di osservare gli usignoli della regione di Tula. Se c’era un usignolo maestro nelle vicinanze tutti gli altri usignoli da quelle parti cercavano di imitarlo e di eseguire il solito canto con le consuete variazioni nel modo migliore e più esteso possibile. Ma, qualunque cosa accada, un usignolo non canta nient’altro se non il canto innato dell’usignolo, e se mettiamo una nidata di usignoli tra gli uccelli di un’altra specie, resterà comunque fedele al suo modello innato senza adattarsi in alcun modo all’ambiente. Nel caso dei bambini, la situazione è completamente diversa. Se privati del modello adulto, resteranno muti, senza alcuna traccia delle abitudini verbali ancestrali. Ciò che hanno ricevuto come dotazione biologica dai loro antenati è la capacità di imparare una lingua in presenza di un modello a loro disposizione. Qualsiasi lingua umana ancora esistente potrebbe fungere da efficace modello culturale. Ho conosciuto una ragazza nordica che ha passato i primi anni della sua infanzia in Sudafrica, circondata dagli aborigeni che suo padre, un antropologo norvegese, stava studiando. Parlava il bantu così bene che gli studiosi del bantu potevano servirsi di lei come perfetta informatrice nativa. Dopo il ritorno della famiglia in Norvegia, ogni volta che si sentiva mancare di rispetto dai genitori rispondeva nella più pura lingua bantu.
In conclusione, entrambe le componenti – natura e cultura, eredità e acculturazione – sono presenti, ma la gerarchia di ciascuno dei due fattori è diversa. È soprattutto la natura negli animali; soprattutto la cultura, quindi l’apprendimento, negli esseri umani. Di conseguenza, come definiremo la posizione della lingua? Va detto che la lingua risiede tra la natura e la cultura, e che funge da fondamento della cultura. Potremmo anche spingerci oltre e affermare che la lingua è IL fondamento necessario e sostanziale della cultura umana.

When we hear the exact translation of these statements into Japanese by such a connoisseur of the two languages involved as Professor Shigeo Kawamoto, once more we ascertain the wonderful possibility of transposing scientific propositions and, in general, any statement of a purely cognitive character from one language into another. We learn again that the whole problem consists in a subtle, rational adjustment of the lexical and phraseological inventory. And what about the grammatical pattern? Here we enter into a question which had been repeatedly raised and, at the beginning of the 19th century, was clearly formulated by the prominent philosopher of language, Wilhelm von Humboldt. The most challenging approach to this question has been developed by the inquisitive linguist Benjamin Lee Whorf (1897-1941), plunged in a search as to whether and to what degree differences in the grammatical structure of languages reflect various attitudes toward the universe and dissimilarities in the thought of given ethnic groups (Whorf 1956). Sometimes, such a quest for an interconnection between language and thought led to narrowly isolationist doctrines, claiming that divergences in linguistic structure predestine peoples to an inevitable failure to understand each other. It might be replied to these fallacies that in any intellectual ideational, cognitive activities, we are always positively able to overcome the, so to speak, idiomatic character of grammatical structure and to reach a complete mutual comprehensibility.
However, beside strictly cognitive activities, there exists, and plays a great role in our life, a set of phenomena which might be labeled “everyday mythology”, and which finds its expression in divagations, puns, jokes, chatter, jabber, slips of the tongue, dreams, reverie, superstitions, and, last but not least, in poetry. The grammatical patterning of language plays a significant and autonomous part in these various manifestations of such mythopoeia.
I shall limit myself to a few examples. Students whose native tongue has no grammatical division of nouns into those of feminine and those of masculine gender are inclined to believe that such a division is purely formal. They admit that in application to animates a concept of the two sexes seems to underlie and to justify the difference of the two classes in languages which distinguish the above-mentioned grammatical genders, and that in these cases, the grammatical distinction is understandable, although hardly necessary. But we are told that, in respect to inanimate nouns, the opposition of

Quando sentiamo la traduzione esatta di queste affermazioni in giapponese da un tale conoscitore delle due lingue coinvolte come il Professor Shigeo Kawamoto, ancora una volta constatiamo la meravigliosa possibilità di trasporre proposizioni scientifiche e, in generale, qualsiasi affermazione di carattere puramente cognitivo da una lingua in un’altra. Ancora una volta comprendiamo come l’intero problema consista in un adattamento sottile e razionale dell’inventario lessicale e fraseologico. E il modello grammaticale? Qui introduciamo una questione che è stata sollevata più volte, e, all’inizio dell’Ottocento, è stata formulata con chiarezza dall’importante filosofo del linguaggio Wilhelm von Humboldt. L’approccio più stimolante alla questione è stato sviluppato dall’intraprendente linguista Benjamin Lee Whorf (1897-1941), intento a indagare se e in quale misura le differenze nella struttura grammaticale della lingua riflettano i diversi atteggiamenti nei confronti dell’universo e le diversità nel pensiero di dati gruppi etnici (Whorf 1956). A volte, una tale ricerca delle interconnessioni tra lingua e pensiero conduce a dottrine strettamente isolazioniste, che pretendono che le divergenze nella struttura linguistica condannino le persone a un inevitabile insuccesso nel comprendersi a vicenda. A queste fallacie si potrebbe ribattere che in qualsiasi attività intellettuale, ideativa e cognitiva, siamo sempre positivamente capaci di superare il cosiddetto carattere idiomatico della struttura grammaticale e raggiungere una piena comprensibilità reciproca.
Però, oltre alle attività strettamente cognitive, esiste, e riveste un ruolo importante nella nostra vita, una serie di fenomeni che potremmo chiamare “mitologia quotidiana”, e che trova la sua espressione in divagazioni, giochi di parole, chiacchiere, pettegolezzi, lapsus, sogni, fantasticherie, superstizioni, e, da ultimo ma non per importanza, nella poesia. La schematizzazione grammaticale della lingua riveste un ruolo significativo e autonomo nelle diverse manifestazioni di questa mitopoiesi.
Mi limiterò a qualche esempio. Gli studiosi la cui lingua madre non ha la divisione grammaticale dei nomi in quelli di genere femminile e quelli di genere maschile sono inclini a pensare che tale divisione sia puramente formale. Ammettono che, se applicato a esseri animati, il concetto dei due sessi sembra sottolineare e giustificare la differenza delle due classi nelle lingue che distinguono i sopracitati generi grammaticali, e che, in questi casi, la distinzione grammaticale è comprensibile, seppure quasi superflua. Ma ci dicono che, quanto ai nomi inanimati, l’opposizione di femminile e maschile perde

feminines and masculines loses any semantic pertinence. Let us illustrate the latent semantic value of these opposites in such a language as Russian, where the division of all nouns into genders is a relevant grammatical process. About 1915, an experiment was made in the Moscow Psychological Institute with the purpose of investigating how the ability to personify inanimate objects and abstract notions works. Fifty people were asked whether they could attribute such a personal nature to the days of the week. Five people said that to them the question made no sense, and were asked to leave the hall. The other forty-five had to write down how they visualized any week-day. The results were that all saw Monday, Tuesday, and Thursday as males, and Wednesday, Friday, and Saturday as females. Most of them did not realize that the reason for this division lies in the fact that in Russian these first three words are masculine, while the other three are feminine.
There is a superstitious or jocular foretoken that is widespread in Russia: when a knife (designated by a masculine noun) falls off the dining table, a male visitor is to be expected, but when it happens to be a fork or a spoon, then — in view of their feminine names — a female is supposed to come. In verbal art, the category of grammatical genders creates most peculiar situations. When, in my childhood, I read Grimms’ folk tales in Russian translation, I asked my mother, “How is it possible that death is an old man while actually she is a woman?” In German, the word for death — der Tod — is masculine, whereas its Russian equivalent — smert’ — is feminine. The association between sex and gender even filters into figurative art. The Russian painter I. Repin reacted to a German picture of “Sin” represented as a naked woman by an angry remark: “What a stupidity; sin (Russian masculine grex) must be virile.” Yet for Germans, with their feminine die Sünde, a manlike image of sin looks perverted.
The question of genders causes trouble in the translation of poetry. A noted Czech poet and translator of Russian poetry, Josef Hora, once called me in Prague, and said, “I am going crazy. I have translated all the poems of Boris Pasternak’s book My Sister Life (Sestra moja žizn’), but I am unable to reproduce its title.” The word for life (žizn’) is feminine in Russian, but masculine in Czech (život). He felt that it was awkward to build an apposition between the feminine sister and the masculine name of life, or to substitute

qualsiasi pertinenza semantica. Illustriamo il valore semantico latente di questi opposti in una lingua come il russo, dove la divisione di tutti i nomi in generi è un processo grammaticale importante. Nel 1915 circa è stato condotto un esperimento presso l’Istituto psicologico di Mosca, nell’intento di indagare in che modo funzionasse la capacità di personificare oggetti inanimati e nozioni astratte. Fu chiesto a cinquanta persone se fossero in grado di attribuire una natura personale ai giorni della settimana. In cinque risposero che la domanda era per loro priva di senso, e a questi fu chiesto di lasciare il locale. Gli altri quarantacinque dovevano scrivere in che modo visualizzassero ciascun giorno della settimana. Il risultato fu che tutti vedevano il lunedì, il martedì e il giovedì come maschili, e il mercoledì, il venerdì e il sabato come femminili. La maggior parte di loro non si rese conto che la ragione di questa divisione risiede nel fatto che in russo le prime tre parole sono maschili, mentre le altre tre sono femminili.
In Russia è diffuso un presagio, per superstizione o per scherzo: quando un coltello (designato da un nome maschile) cade dalla tavola, ci si deve aspettare un ospite di sesso maschile, mentre quando a cadere sono una forchetta o un cucchiaio, a causa dei loro nomi femminili, dovrebbe arrivare una donna. Nell’arte verbale la categoria dei generi grammaticali crea situazioni molto peculiari. Quando, durante la mia infanzia, ho letto le fiabe dei fratelli Grimm nella traduzione russa, chiesi a mia madre: «Com’è possibile che la morte sia un vecchio quando in realtà è una donna?». In tedesco, la parola per morte – «der Tod» – è maschile, mentre il suo equivalente russo – «smert′» – è femminile. L’associazione tra sesso e genere traspare anche nelle arti figurative. Il pittore russo I. Repin, di fronte a una rappresentazione tedesca di «Peccato» raffigurato come una donna nuda, reagì con un’osservazione seccata: «Che sciocchezza; il peccato («grex» è il nome russo maschile) dev’essere virile». Eppure ai tedeschi, con il loro «die Sünde» femminile, un’immagine maschile del peccato sembra perversa.
La questione dei generi causa problemi nella traduzione poetica. Un noto poeta ceco e traduttore di poesie russe, Josef Hora, una volta mi chiamò a Praga e mi disse: «Sto impazzendo. Ho tradotto tutte le poesie del libro di Boris Pasternak Mia sorella la vita (Sestra moja žizn’), ma non riesco a riprodurne il titolo». La parola vita («žizn’») è femminile in russo, ma maschile in ceco («život»). Trovava che fosse goffo inserire un’apposizione tra il nome femminile sorella e il nome maschile di vita, o sostituire

Brother for Sister in Pasternak’s suggestive simile. I shall choose my last example from countless, equally embarassing, divergences. In the famous octet of one of the greatest German poets, Heinrich Heine, a fir tree, alone and surrounded by snow and darkness in the far north, dreams about a palm, also lonely in the parching heat of the south. In its German text, this succinct poem is full of lyrical, unquenchable longing and grief; the contrasting genders, the masculine Fichtenbaum and the feminine Palme, prompt an erotic symbolism. The latter vanishes upon translation into a language deprived of a similar grammatic division, and for instance, English renditions of these lines make an insipid, rhetorical impression. A different complication arises when the same poem is transposed into Russian, where the names of the two trees both belong to the feminine gender (sosna, pal’ma). Therefore, in the translation made even by such an artist of Russian verse as Lermontov, native readers feel a peculiar, let us say, sugary tinge. French readers and listeners are amused or bewildered by Heine’s octet when translated into their mother tongue, which calls both trees by masculine nouns: le pin, le palmier.
Such grammatical categories as genders obviously find a wide and multiplex employment in those varieties of language where poetic or emotive function prevails over strictly cognitive aims. But what is the role of grammatical categories in the ordinary, current language of our everyday life? How can we define the grammatical meanings which necessarily underlie those categories? The pathfinder of American linguistics and anthropology, Franz Boas (1858-1942), outlined the specific character of grammatical meanings, namely the fact that they are compulsory in our speech (Jakobson 1959). Speakers are obliged to make constant use of them. Russian distinguishes, for instance, the perfective aspect, which signalizes the completion of a given process, and the imperfective which does not. Any time a Russian verb is used, one must state whether the completion is meant, or only the process, with no regard to completion. And when such a binary selection is incessantly repeated, almost in every sentence or even clause, one has to deal with a similar choice. This constant repetitiveness furthers a latent readiness (Einstellung) to respond to the given alternative and develops a specific subliminal orientation of the speakers’ and listeners’ attention. A similar focusing of attention takes place in regard to genders.

«Sorella» con «Fratello» nella suggestiva similitudine di Pasternak. Sceglierò il mio ultimo esempio tra innumerevoli differenze, tutte ugualmente imbarazzanti. Nel famoso ottetto di uno dei più grandi poeti tedeschi, Heinrich Haine, un abete, solo e circondato da neve e tenebre all’estremo nord, sogna una palma, anch’essa sola nell’arida calura del sud. Nel testo tedesco questa succinta poesia è pervasa di desiderio, lirico e inappagabile, e di dolore; i generi contrastanti, il maschile «Fichtenbaum» e il femminile «Palme», suggeriscono un simbolismo erotico. Quest’ultimo svanisce in una traduzione verso una lingua priva di tale divisione grammaticale e, per esempio, le interpretazioni inglesi di questi versi danno un’impressione scialba e retorica. Una difficoltà ulteriore emerge quando si traspone la stessa poesia in russo, dove i nomi dei due alberi appartengono entrambi al genere femminile («sosna», «pal’ma»). Di conseguenza, anche nella traduzione di un artista della poesia russa come Lermontov, i lettori madrelingua sentono, per così dire, una punta di leziosità. I lettori e gli ascoltatori francesi restano divertiti o sorpresi dall’ottetto di Heine tradotto nella loro lingua madre, che chiama entrambi gli alberi con nomi maschili: «le pin», «le palmier».
Categorie grammaticali come i generi ovviamente trovano un ampio e molteplice impiego in quelle varietà della lingua in cui le funzioni poetica ed emotiva prevalgono sulle finalità strettamente cognitive. Ma qual è il ruolo delle categorie grammaticali nella lingua ordinaria e corrente della nostra vita quotidiana? Come possiamo definire i significati grammaticali che necessariamente stanno alla base di queste categorie? Il pioniere della linguistica e dell’antropologia in America, Franz Boas (1858-1942), ha delineato il carattere specifico dei significati grammaticali, cioè il fatto che sono obbligatori nel nostro discorso (Jakobson 1959). I parlanti sono costretti a farne un uso costante. Il russo distingue, per esempio, l’aspetto perfettivo, che segnala la compiutezza di un dato processo, e l’imperfettivo, che non lo segnala. Ogni volta che si usa un verbo russo, si deve esprimere se si intende l’azione compiuta, o solo il processo senza riferimenti al suo compimento. E quando tale selezione binaria è ripetuta incessantemente, quasi in ogni frase o addirittura in ogni proposizione, bisogna fare i conti con tale scelta. Questa ripetitività costante incoraggia una disposizione latente (Einstellung) a reagire alla data alternativa e sviluppa uno specifico orientamento subliminale dell’attenzione dei parlanti e degli ascoltatori. Una simile focalizzazione dell’attenzione entra in gioco anche rispetto ai generi.

Grammatically, languages do not differ in what they can and cannot convey. Any language is able to convey everything. However, they differ in what a language must convey. If I say in English (or correspondingly in Japanese) that “I spent last evening with a neighbor”, you may ask whether my companion was a male or a female, and I have the factual right to give you the impolite reply, “It is none of your business.” But if we speak French or German or Russian, I am obliged to avoid ambiguity and to say: voisin or voisine; Nachbar or Nachbarin; sosed or sosedka. I am compelled to inform you about the sex of my companion not by virtue of a higher frankness, openness, and informativeness of the given languages, but only because of a different distribution of the focal points imparting information in the verbal codes of diverse languages. If you translate the mentioned sentence from Japanese into German, and the context of this sentence remains unknown to you, then three binary selections, compulsory in German, but deprived of equivalents in the grammatical pattern of Japanese, viz. a selection between masculine and feminine, between singular and plural, and between the definite and indefinite article, constrain you to choose one of eight semantically distinct possibilities: mit dem Nachbar; mit einem Nachbar; mit den Nachbarn; mit Nachbarn; mit der Nachbarin; mit einer Nachbarin; mit den Nachbarinnen; mit Nachbarinnen. Of course, if the verbal context or the nonverbalized situation of the given sentence does not supply its translator with sufficient cues, the latter faces certain dilemmas. They disappear when the same sentence has to be translated from German into Japanese, which is devoid of such grammatical distinctions. On the other hand, similar complications arise also for a translator of a German or Russian text into Japanese, which, in turn, is rich in grammatical distinctions without equivalents in Western languages. The outlined difficulties almost come to naught when translating a scientific work written clearly, unambiguously, and with lucid contextual meanings of all its verbal constituents.
The case of poetic language is quite different. One might even say that a close, faithful translation of poetry is a contradiction in terms. What remains possible is a congenial transposition — a free, creative response of an English poet to a Russian or Japanese author, and vice versa — a performance essentially similar to an artful,

Grammaticalmente, le lingue non differiscono in ciò che possono o non possono esprimere. Qualsiasi lingua è in grado di esprimere tutto. Al contrario, differiscono in ciò che una lingua deve esprimere. Se dico, in inglese (o analogamente in giapponese): «I spent last evening with a neighbor», potreste chiedermi se la persona che era con me fosse maschio o femmina, e io ho il diritto di fatto di darvi la risposta sgarbata «Non è affar vostro». Ma se parliamo francese, tedesco o russo, sono obbligato a evitare l’ambiguità e dire: «voisin» o «voisine», «Nachbar» o «Nachbarin», «Sosed» o «Sosedka». Sono costretto a informarvi sul sesso della persona che era con me non in virtù di una maggiore franchezza, apertura e informatività di tali lingue, ma solo a causa di una distribuzione diversa dei punti focali che ripartiscono l’informazione nei codici verbali di lingue diverse. Se traducete la frase in questione dal giapponese al tedesco, e il contesto di questa frase resta a voi sconosciuto, tre selezioni binarie, obbligatorie in tedesco ma prive di equivalenti nel modello grammaticale giapponese, e cioè una selezione tra maschile e femminile, tra singolare e plurale, e tra articolo determinativo e indeterminativo, vi costringono a scegliere una delle otto possibilità semanticamente distinte: «mit dem Nachbar»; «mit einem Nachbar»; «mit den Nachbarn»; «mit Nachbarn»; «mit der nachbarin»; «mit einer nachbarin»; «mit den Nachbarinnen»; «mit Nachbarinnen». Naturalmente, se il contesto verbale o la situazione non-verbalizzata della data frase non forniscono al traduttore indizi sufficienti, quest’ultimo si trova di fronte a una serie di dilemmi. Questi spariscono quando la stessa frase deve essere tradotta dal tedesco al giapponese, che è privo di queste distinzioni grammaticali. D’altro canto, simili complicazioni emergono anche per un traduttore di un testo tedesco o russo verso il giapponese, che, a sua volta, è ricco di distinzioni grammaticali senza equivalenti nelle lingue occidentali. Le difficoltà evidenziate diventano quasi irrilevanti traducendo un’opera scientifica scritta in modo chiaro, senza ambiguità, e con lucidi significati contestuali di tutti i suoi costituenti verbali.
Nel caso del linguaggio poetico le cose sono completamente diverse. Qualcuno potrebbe persino dire che una traduzione accurata e fedele della poesia è una contraddizione in termini. Ciò che rimane possibile è una trasposizione congeniale – una risposta libera e creativa di un poeta inglese a un autore russo o giapponese, e viceversa – un’interpretazione essenzialmente simile a una trasposizione ingegnosa, artistica di una

ingenious transposition of a poem or novel into a painting, motion-picture, ballet, or a piece of music. On the futility of any literal translation of poetic works into another language, we find a charming Russian story recounted by the linguist A. Potebnja: when a Greek was weeping over a native song, and curious Russians asked him to translate it, he replied that it was about a tree with leaves on its branches and a singing bird among the leaves; he added, “It’s nothing when translated, but as long as I hear it in Greek, it makes me cry.”
Our discussion of language and culture would remain incomplete without a few concluding remarks on the culture of language. With the general development, growth, and differentiation of culture, a consistent and active attention to the culture of language in its various aspects becomes an ever more intricate, responsible, and pressing task, on which linguists must cooperate deliberately and systematically with creative writers and other efficient carriers of cultural activities. In particular, the manifold problems of language teaching and learning on its different levels demand a wise and influential intervention from linguistic science. Various questions of standardization also acquire a heightened significance, and we linguists are prompted by colleagues from diverse fields of science, for instance, physics, who realize the great instrumental role of language in scientific operations, and who envisage and welcome the decisive contribution to be brought by the science of language to an overall checking inquiry into the language of science. In this connection it is, indeed, appropriate once more to recollect Niels Bohr’s insistence on the complementarity between the formalized or semi formalized language of sciences, particularly physics, and the usual, natural language which is the final foundation, the root of such artificial superstructures. This interrelation necessitates a durable interdisciplinary work. People primarily involved in the science of language, in other words linguists, must undertake it in collaboration with those representatives of diverse sciences who pay careful attention to the make-up of the formalized languages used by the given disciplines.
As to the question of the first paper delivered today, the need and task of an international auxiliary language, we must state that this question or rather bundle of questions, which had been deliberately disregarded by most linguists and linguistic institutions of the late nineteenth century, are presently more and more discussed.

poesia o di un romanzo in un quadro, un film, una danza o un brano musicale. Sulla futilità di qualsiasi traduzione letterale di opere poetiche in un’altra lingua esiste una storia affascinante raccontata dal linguista A. Potebnja: un greco stava piangendo mentre ascoltava una canzone della sua terra e, quando alcuni russi incuriositi gli chiesero di tradurla, rispose che parlava di un albero con i rami ricoperti di foglie e di un uccello che cantava tra le foglie; aggiunse: «Tradotta non dice nulla, ma quando la sento in greco mi fa piangere».
La nostra discussione a proposito di lingua e cultura resterebbe incompleta senza qualche considerazione conclusiva sulla cultura della lingua. Con il generale sviluppo, la crescita e la differenziazione della cultura, un’attenzione costante e attiva verso la cultura della lingua nei suoi diversi aspetti diventa un compito sempre più intricato, carico di responsabilità e urgente, per il quale i linguisti devono collaborare deliberatamente e sistematicamente con scrittori e altri validi portatori di attività culturali. In particolare, i molteplici problemi dell’insegnamento e apprendimento della lingua nei suoi diversi livelli richiedono un vasto e influente intervento della scienza linguistica. Anche diverse questioni di standardizzazione diventano più significative, e noi linguisti siamo stimolati dai colleghi di campi scientifici diversi, per esempio la fisica, che comprendono il grande ruolo strumentale della lingua nelle operazioni scientifiche, e che prevedono e accolgono volentieri il contributo decisivo che la scienza del linguaggio porta a un’indagine globale di controllo sul linguaggio della scienza. A questo proposito, infatti, è appropriato ricordare ancora una volta l’insistenza di Niels Bohr sulla complementarità tra linguaggio delle scienze formalizzato o semi-formalizzato, in particolare la fisica, e la lingua abituale, naturale, che è il fondamento ultimo, la radice di tali sovrastrutture artificiali. Questa interrelazione necessita di un lavoro interdisciplinare duraturo. Chi è primariamente coinvolto nella scienza del linguaggio, in altre parole i linguisti, deve portarla avanti in collaborazione con quei rappresentanti di scienze diverse che prestano particolare attenzione alla composizione delle lingue formalizzate usate da tali discipline.
Tornando alla questione sollevata nel primo intervento di oggi, il bisogno e il compito di una lingua ausiliaria internazionale, bisogna dire che la questione, o piuttosto il groviglio di questioni che sono state deliberatamente trascurate dalla maggior parte dei linguisti e delle istituzioni linguistiche della fine del diciannovesimo secolo, sono oggi

Linguists see now, with an ever greater clarity, that the study of a language cannot stop at its limits, and that we are faced with the vital phenomenon of languages in contact. The further experience of linguistic science reveals that interlingual ties are not confined to a territorial contact, since, furthermore, there exists a cultural contact between languages, independent of geographical contiguity. Such contact becomes an ever stronger international and universalistic bent and force, both in cultural and in linguistic aspects.

First presented as a public lecture in Tokyo on July 27, 1967 and published in Sciences of Language (Tokyo), vol. 2, no. 3 (May 1972).

sempre più discusse. Ora i linguisti capiscono, con sempre maggior chiarezza, che lo studio di una lingua non può fermarsi davanti ai suoi limiti, e che ci troviamo di fronte al fenomeno vitale delle lingue a contatto. L’ulteriore esperienza della scienza linguistica rivela che i legami interlinguistici non si limitano al contatto territoriale, dato che, a maggior ragione, esiste un contatto culturale tra le lingue, indipendente dalla contiguità geografica. Tale contatto diventa una spinta e una forza internazionale e universalistica ancora più forte, tanto per gli aspetti linguistici quanto per quelli culturali.

Presentato per la prima volta in occasione di una conferenza tenuta a Tokyo il 27 luglio del 1967 e pubblicato in Sciences of Language (Tokyo), vol. 2, n° 3 (maggio 1972).

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2. ANALISI TRADUTTOLOGICA

2.1. ROMAN JAKOBSON:
UN AMERICANO CON L’INDOLE DELL’EMIGRATO RUSSO

Qualche anno fa un uomo piuttosto anziano e trasandato entrò in un negozio di scarpe, a Ostia. Lo accompagnava una signora con la quale conversava fittamente in francese. Quasi senza interrompere il filo del discorso, scelse un paio di scarpe, le infilò e, lasciate quelle vecchie al centro del negozio, se ne andò. L’uomo era Roman Jakobson, ma se qualcuno si fosse preso la briga di informare il proprietario del negozio o i clienti presenti circa l’identità di quell’eccentrico personaggio, avrebbe avuto in risposta, quasi sicuramente, uno sguardo interrogativo […] (Mauri 1986).
Poco importa se le cose siano andate davvero nel modo in cui sono raccontate in questo aneddoto apparso su Repubblica il 25 novembre del 1986. Certo è che Jakobson, notissimo agli uomini di cultura del mondo intero, non è mai stato, a rigor di termini, popolare. Per questo motivo, prima di procedere all’analisi traduttologica dei due saggi cui il presente elaborato intende dedicarsi, ritengo opportuno fornire una breve nota biografica per inquadrare meglio una figura tanto eccentrica quanto schiva.
Nato nel 1896 in una famiglia benestante di Mosca, a soli diciannove anni, ancora studente presso la facoltà di storia e filologia della sua città natale, fondò insieme ad altri sei colleghi il Circolo linguistico di Mosca, la cui missione, «the study of linguistics, poetics, metrics and folklore» (Jakobson 1965: 530), gettò le basi della riflessione contemporanea non solo sulla poesia, ma, più in generale, sulla parola, sulla lingua. Nel corso degli anni Venti il progetto subì una battuta d’arresto; il nuovo assetto politico sovietico fu all’origine della diaspora del gruppo. Jakobson si trasferì a Praga, e nel 1933 gli fu assegnata una cattedra all’Università di Brno, che mantenne fino al 1939. Nel 1926 rivestì un ruolo di primo piano nella fondazione del Circolo linguistico di Praga, istituzione che influenzò enormemente lo strutturalismo europeo e la linguistica angloamericana del secondo dopoguerra. Nel 1939 l’occupazione nazista della Cecoslovacchia costrinse Jakobson alla fuga: dapprima in Danimarca, poi in Norvegia, e infine, nel 1940, in Svezia. Nel 1941 arrivò a New York, e nel corso degli anni Quaranta insegnò presso la Columbia University e l’École Libre des Hautes Études, dove ebbe modo di conoscere il padre fondatore dello strutturalismo antropologico, Claude Lévi-Strauss. Nel 1949 gli fu assegnata una cattedra alla Harvard e nel 1957 approdò all’M.I.T. Gli anni trascorsi negli Stati Uniti, dal 1941 fino alla morte avvenuta a Boston nel 1982, furono senza dubbio i più fecondi per la sua produzione. Ma l’autore non abdicò mai alle sue origini russe, e chi lo ha frequentato in America racconta che «la sua casa, la sua tavola, persino il suo funerale, celebrato secondo il rito ortodosso, erano tutt’ altro che americani» (Mauri 1986). Jakobson conservò sempre l’indole dell’emigrato, e la formazione multietnica cui fu esposto per tutta la vita riecheggia nell’intera sua opera.
Negli anni, entrando in contatto con le personalità più influenti del mondo scientifico e letterario dell’epoca, i suoi interessi si moltiplicarono: studiò i disturbi del linguaggio, grazie alla frequentazione di neurologi e psichiatri, si dedicò al linguaggio infantile e contribuì alla fondazione di una serie di discipline destinate a svilupparsi nel corso dei decenni successivi. Mauri, nell’articolo menzionato, ne riassume l’intensissima attività con queste parole: «[…] l’ uomo che era partito dalla fondazione di una scienza della poesia, dedicandosi a profondi studi anche sulla metrica cinese, oltre che sul verso russo e cèco, era arrivato infine a cercare i tratti unitari, le concatenazioni, nella apparente diversità del mondo» (Mauri 1986); una lettura a mio parere condivisibile, della quale i due saggi in esame sono una prova eloquente.

2.2. TRA INNOVAZIONE E TRADIZIONE
A otto anni di distanza l’uno dall’altro, Roman Jakobson scrive due saggi destinati a dare inizio a un nuovo corso per gli studi sulla traduzione e a sgomberare il campo dai luoghi comuni che per anni li hanno assediati. On Linguistics Aspects of Translation (1959) e Language and Culture (1967) contengono, prima ancora che considerazioni sulla traduzione come attività, spunti sulla traduzione come concetto, sull’importanza che riveste nelle riflessioni in campo semiotico.
Alcuni anni prima, Benjamin Lee Whorf aveva avanzato la tesi secondo cui la nostra lingua madre restringerebbe l’ambito di ciò che siamo capaci di pensare, e che quindi «nessun individuo è libero di descrivere la natura con imparzialità assoluta ma è limitato a certe modalità interpretative anche mentre si crede assai libero» (Osimo 2002: 122). Le considerazioni di Whorf sul modellamento reciproco tra lingua e realtà stanno alla base dell’atteggiamento di Jakobson, che però affronta la questione dall’altra estremità: anziché soffermarsi su ciò che le lingue impediscono di pensare, l’attenzione è tutta rivolta a ciò che invece impongono di dire. Accantonata l’idea della presunta intraducibilità di alcuni fatti in parole, nel saggio del ’59 Jakobson giunge a una conclusione tanto semplice quanto geniale: «le lingue differiscono essenzialmente in ciò che devono esprimere e non in ciò che possono esprimere» (p. 13). In altre parole, dal momento che non ci sono prove del fatto che esistano lingue che impediscono di pensare a qualcosa, era necessario guardare in un’altra direzione per scoprire in che modo la lingua madre modelli la nostra esperienza del mondo: se lingue diverse influenzano la mente in modi diversi, ciò non dipende da quello che la lingua ci permette di pensare, ma piuttosto da ciò che ci costringe a dire.
Da queste considerazioni prende le mosse il secondo saggio, Language and Culture, in cui la riflessione sulla relazione tra lingua e cultura si fa più profonda e articolata. Con sapiente retorica l’autore rivendica la stretta interconnessione tra lingua e cultura, fino ad affermare che la lingua è il fondamento della cultura umana.
Il riferimento implicito o esplicito a Peirce, «the great American thinker» (p. 22), è costante. In particolare, il richiamo al concetto di semiosi, da cui discende la volontà di inserire la traduzione nel campo d’indagine della «semiotica», permette di allargare lo studio della traduzione a fenomeni che fino a quel momento erano considerati del tutto estranei a questo ambito.
One of the most felicitous, brilliant ideas which general linguistics and semiotics gained from the American thinker is his definition of meaning as “the translation of a sign into another system of signs” (4.127). How many fruitless discussions about mentalism and anti-mentalism would be avoided if one approached the notion of meaning in terms of translation […] The problem of translation is indeed fundamental in Peirce’s views and can and must be utilized systematically (Jakobson 1977: 251).
Anche per Jakobson, in definitiva, «il nocciolo di qualunque processo di significazione […] è un insieme di processi traduttivi» (Osimo 2002: 181).

2.3. PECULIARITÀ DEL SAGGIO
2.3.1. UN CROGIOLO DI CULTURE
È raro che la traduzione dei saggi venga isolata come categoria a sé stante tra le diverse tipologie di testi tradotti. Eppure, meriterebbe un discorso a parte. Un saggio è «un testo non narrativo su un argomento di carattere prevalentemente filosofico, ma non necessariamente di filosofia pura: può occuparsi di letteratura, scienza, attualità, costume, politica» (Osimo 2004: 126). E, lungi dall’escludersi reciprocamente, queste (e altre) categorie spesso coesistono all’interno del medesimo saggio, complicando ulteriormente la situazione. La traduzione saggistica rientra nel campo della non-fiction, alla stregua dei testi scientifici, ma ha anche una forte componente estetica e intertestuale, propria dei testi letterari. Da un punto di vista formale, infatti, nel saggio prevale l’aspirazione estetica sul nozionismo puro, cosa che lo rende di più ampio respiro e più elegante rispetto a un articolo scientifico. Il suo elevato grado di connotatività e intertestualità, accanto alla precisione terminologica e al rigore delle argomentazioni, rende evidente come la distinzione tradizionale fra «traduzione letteraria» e «traduzione tecnica» non esaurisca la gamma delle traduzioni possibili. Nella traduzione saggistica, insomma, alle difficoltà terminologiche della traduzione settoriale si sommano le difficoltà stilistiche della traduzione letteraria. La presenza di riferimenti dati per scontati dall’autore, rimandi intertestuali impliciti ed espliciti e riflessioni di carattere filosofico hanno ricadute molto importanti sul piano della traduzione. Una sapiente abilità retorica consente a Jakobson di avvalorare le tesi scientifiche sostenute all’interno del saggio mettendole contemporaneamente in pratica: nel rivendicare l’integrazione tra scienze diverse e l’importanza delle relazioni interdisciplinari come base per costruire «a joint scientific domain, a science of mankind, and – in a far wider scope – a general science of life» (p.20), Jakobson abbraccia svariate discipline, anche molto distanti dall’ambito della linguistica, e dimostra di conoscerle a fondo.
Si spazia dall’antropologia di Kluckhohn, Kroeber e Boas alla biologia di Campbell, dalla neurofisiologia di Békésy alla fisica di Einstein, dalla zoologia di Thorpe alla filosofia di Russell. Anche la storia dell’arte e della letteratura sono chiamate in causa per stabilire che cosa si debba intendere per «progresso»: Dante e i capolavori della pittura italiana del Trecento e del Quattrocento sono paragonati ai risultati ben più deludenti dell’arte e della poesia dell’Ottocento. Jakobson risale fino al Paleolitico per citare le pitture rupestri franco-cantabriche, ancora una volta messe a confronto con la modernità delle «so-called realistic canvases of modern Europe, and, in particular, the official art of its authoritarian powers». Non mancano i riferimenti anche ad altre letterature europee: per la tradizione tedesca compaiono i fratelli Grimm e le poesie di Heinrich Heine, mentre per la Cecoslovacchia il poeta Josef Hora. Dal mondo della religione provengono invece i cenni all’Evangeliario, a Costantino il Filosofo e a Dionigi l’Areopagita. Ovviamente, non potevano non esserci richiami alla linguistica: il linguista americano Benjamin Lee Whorf, il ginevrino Karcevskij, il tedesco Von Humboldt, il danese Bohr, l’ucraino Potebnja e l’immancabile Peirce.
Ma è il mondo russo a fare da sostrato culturale e linguistico a entrambi i saggi in esame. Benché Jakobson li abbia scritti in inglese, l’autore spesso sente la necessità di ricorrere alla sua lingua madre tanto nel lessico quanto nella scelta della cultura da cui estrarre i numerosi esempi proposti: la regione di Tula, il pittore Repin, il libro di Boris Pasternak Mia sorella la vita, il poeta Lermontov. Anche le leggende, i racconti popolari, i vissuti dell’autore che costellano queste poche pagine attingono, per la maggior parte, alla tradizione russa. La dimensione esotica, già forte nel prototesto, risulta di impatto ancora maggiore per il lettore del metatesto, che oltre a dover fare i conti con i numerosi elementi culturospecifici di cui si è detto, deve confrontarsi con il riferimento costante al modello grammaticale inglese come termine di paragone nei confronti delle altre lingue chiamate in causa. Decidere quale trattamento riservare a questi esotismi (→ 2.3.3.1) è stato un elemento fondante della strategia traduttiva. Non è sembrato opportuno operare una scelta di localizzazione perché il tipo di testo non lo avrebbe consentito: si tratta di saggi sulla traduzione, in cui l’autore riflette sul modo in cui categorie grammaticali diverse influiscono sul modo in cui le varie culture segmentano la realtà. Il confronto sistematico con il modello grammaticale inglese avrebbe perso di efficacia se gli esempi tratti da quella lingua fossero stati tradotti indiscriminatamente. Anzi, una simile strategia avrebbe fatto correre il rischio di commettere errori macroscopici. In Language and Culture, per esempio, un intero paragrafo è dedicato alla dimostrazione che «Languages differ essentially in what they must convey and not in what they can convey» (p.12) e a tal proposito l’inglese e il giapponese vengono confrontati con il francese, il tedesco e il russo:
If I say in English (or correspondingly in Japanese) that “I spent last evening with a neighbor”, you may ask whether my companion was a male or a female, and I have the factual right to give you the impolite reply, “It’s none of your business”. But if we speak French or German or Russian, I’m obliged to avoid ambiguity and to say: voisin or voisine; Nachbar or Nachbarin; sosed or sosedka.
Nel caso della frase «I spent last evening with a neighbor», la traduzione verso l’italiano di «neighbor» implica necessariamente la scelta tra «vicino» o «vicina» anche laddove il contesto non fornisca elementi sufficienti per valutarlo, e questa “disambiguazione coatta” non darebbe adito a nessun equivoco sul sesso del vicino di casa. In questo senso le lingue differiscono in quello che devono esprimere, perché una traduzione della stessa frase che andasse nella direzione opposta, e cioè dall’italiano all’inglese, imporrebbe un solo traducente e ripristinerebbe l’ambiguità di fondo che solo il contesto potrebbe (forse) chiarire. Si tratta, in realtà, di un’ambiguità solo apparente, perché
Il fatto che nelle diverse culture si abbiano obblighi diversi di esprimere concetti significa che tutto ciò che non è obbligatoriamente espresso è dato per scontato, è implicito nella cultura, oppure è considerato di secondaria importanza (Osimo 2004: 33).
Peter Torop tra i parametri di traducibilità di una cultura inserisce anche il «parametro della lingua» (Torop 1995: 71) in cui rientrano le categorie grammaticali. In un esempio come quello citato sarebbe impensabile tradurre la frase esemplificativa in italiano, perché verrebbe meno la veridicità delle informazioni veicolate dal messaggio, data la diversità tra il modello grammaticale italiano e quello inglese. Per evitare simili inconvenienti e mantenere una coerenza di fondo nelle scelte traduttive si è deciso di non tradurre questi esempi e affidarne una spiegazione esaustiva al presente apparato metatestuale, con la consapevolezza che tale scelta postula un lettore modello non solo disposto ad aprirsi all’altro, ma anche «capace e attrezzato per affrontare la realtà del mondo altro» (Osimo 2004: 56).

2.3.2. IL LETTORE MODELLO
[…] un testo è un prodotto la cui sorte interpretativa deve far parte del proprio meccanismo generativo: generare un testo significa attuare una strategia di cui fan parte le previsioni delle mosse altrui […] (Eco 1979: 54).
Dalle parole di Eco si evince che l’autore (come il traduttore) deve prevedere un «modello del lettore possibile», condizione necessaria all’attualizzazione del testo e alla sua traduzione (Eco 1979: 7). È opportuno interrogarsi sulla sua identità, immaginarne gli interessi e le motivazioni che lo hanno spinto a prendere in mano due saggi di Jakobson. A un primo esame, risulta difficile ipotizzare un lettore che possa fruire di questi testi integralmente e in tutte le loro componenti. Le «condizioni di felicità», per dirla ancora con Eco, da soddisfare perché il testo sia pienamente attualizzato vorrebbero, a prima vista, un lettore-tuttologo. Basti pensare all’immenso patrimonio linguistico che si annida fra le pagine; per quantificare, sono citate sedici lingue, con relativi esempi: l’inglese, l’inglese americano, il russo, lo slavo antico, il norvegese, il giapponese, il bantu, il tedesco, il ceco, il francese, l’italiano, il latino, il greco, il koryak, le lingue samoiede e quelle slave. Considerato l’altissimo tasso di intertestualità dei testi in esame, una robusta competenza enciclopedica è indispensabile se non altro «per rendersi conto di sapere di non sapere […] e reagire indagando, e non assumendo di essere già in grado di affrontare lo scoglio» (Osimo 2007: 21). È opportuno supporre di eleggere a lettore modello una persona di cultura medio-alta, altrimenti rischierebbe di non cogliere i molti rimandi intertestuali di cui si è detto, presumibilmente di età adulta e con una conoscenza almeno rudimentale dell’inglese. Il notevole sforzo divulgativo compiuto dall’autore, che accanto all’enunciazione di concetti scientifici molto seri non disdegna l’aneddoto, la battuta e il tono colloquiale, va incontro al lettore interessato all’argomento ma con poche conoscenze di base. Le frequenti riformulazioni, le domande retoriche volte a tenere viva l’attenzione e a rendere più chiari i rapporti di causa-effetto delle argomentazioni, le fonti scrupolosamente indicate e la precisione terminologica concorrono all’innegabile fruibilità di un testo all’apparenza così ricco di insidie.

2.3.3. PERDITE E COMPENSAZIONI
Prendo in prestito il titolo di questo paragrafo da un capitolo del libro di Umberto Eco Dire quasi la stessa cosa (Eco: 2003) in cui l’autore demonizza le note a piè di pagina riducendole a ultima ratio a disposizione del traduttore, del quale sancirebbero la sconfitta. Di diverso parere è Torop, che anzi identifica una relazione di complementarità tra metatesto e paratesto:
[…] la parte fondamentale del protesto viene tradotta nel metatesto, ma alcune parti o aspetti possono essere “tradotti” nel commentario, nel glossario, nella prefazione, nelle illustrazioni (figure, mappe) e così via. In una simile complementarità non si può a mio parere ravvisare un’incompletezza nel metatesto: semplicemente, per il lettore del prototesto e per il lettore del metatesto il confine tra testuale ed extratestuale non coincide (Torop 1995: 64).
Non è un caso che la scuola semiotica di Tartu chiami «metatesto» tanto il testo tradotto quanto l’insieme delle informazioni paratestuali sul testo principale: entrambi i metatesti sono frutto di un processo traduttivo, interlinguistico in un caso, metatestuale («che genera metatesti»), dall’altro (Osimo 2004: 30). Il testo scritto, qualsiasi testo scritto, si sa, è solo la punta di un iceberg. Tutto il resto, la parte più cospicua, è non-detto. Esiste uno «spazio intertestuale» all’interno del quale ogni testo nasce, e da cui un autore è necessariamente influenzato, che ne sia consapevole o meno. Per questo motivo ogni testo è sempre un intertesto, e «ogni testo che viene generato porta in sé le tracce della memoria culturale collettiva, oltre a quella dell’autore» (Osimo 2004: 42). Tale rapporto tra detto e non-detto diviene in parte razionale nel caso di un testo tradotto, e una simile razionalizzazione comporta che la sua struttura venga denudata, esposta, messa in mostra (Torop 1995: 63). Da qui l’utilità di un ricco apparato metatestuale in cui convogliare tutte quelle informazioni che potrebbero interessare al lettore più desideroso di confrontarsi con l’altro, senza né venire meno alla cura filologica per l’originale, né imporre una lettura più lunga del necessario a chi non ne mostrasse interesse.

2.3.3.1. APPARATI METATESTUALI
I due saggi in esame non esulano da queste considerazioni. L’elaborazione della strategia traduttiva deve prevedere anche a quale sede destinare la compensazione del residuo. Anzi, la decisione di come gestire il residuo è stata determinante per concepire la strategia traduttiva stessa: qualora non avessi avuto a disposizione lo spazio per redigere una postfazione accurata avrei certamente fatto ricorso alle note del traduttore per rendere conto degli impliciti culturali (che inglobano, secondo un approccio semiotico, anche le differenze linguistiche) e risolvere le questioni legate alla diversa categorizzazione grammaticale delle lingue e alle conseguenti differenze nella visione della realtà. Un caso di residuo incolmabile nel corpo del testo, ma di cui è semplice fornire una spiegazione in una sede diversa, è stata la traduzione di «cold beef-and-pork hot dog» (p. 8). È evidente che il gioco di parole tra «hot dog» e «cold beef-and-pork» può funzionare solo mantenendo l’esempio in inglese, e che, per giunta, una traduzione parola per parola sortirebbe un effetto di ridicolo nonsense («cane caldo freddo di manzo e maiale»). La presente postfazione, dunque, rientra a pieno titolo tra gli «artifici compensatori ed esplicitanti testuali» (Osimo 2004: 75) in quanto cerca di comunicare al lettore ciò che verosimilmente nella lettura andrebbe altrimenti perso, rendendo esplicito ciò che nel testo è implicito. In questo modo si ovvia alla spontanea «tendenza ipertrofica alla mediazione» (Osimo 2004: 75) propria di molti traduttori adottando una strategia consapevole con un apparato metatestuale ad hoc.
Ho invece preferito inserire direttamente all’interno del testo, isolate tra le consuete parentesi quadre, le traduzioni in italiano di singole parole che sono state mantenute in inglese anche nel metatesto per coerenza con altre scelte traduttive. Trattandosi di traduzioni funzionali esclusivamente alla comprensione lessicale, che non portano con sé un residuo di cui valga la pena rendere conto in una sede separata, ho ritenuto che fosse utile per il lettore trovarne la traduzione a portata di mano. Procedendo in questo modo la lettura non viene interrotta troppo di frequente, e anche il lettore che non avesse bisogno di consultarle non ne sarebbe disturbato vista la loro estrema sinteticità.
Le note inserite da Jakobson all’interno dei due saggi sono invece di carattere esclusivamente bibliografico. Per una loro catalogazione ho preferito adottare il sistema del richiamo per autore e anno di pubblicazione, collocati all’interno del testo in modo che non interrompano ma integrino adeguatamente la lettura, mentre l’elenco dei riferimenti bibliografici è stato inserito in coda ai saggi. In quest’ultimo, per una pronta identificazione, la data segue immediatamente il nome dell’autore, conformemente alle norme UNI 10168 e UNI ISO 7144.

2.4. ANALISI LINGUISTICA ED EXTRALINGUISTICA
Dalle considerazioni fatte fin qui (→ 2.3) emerge, in sostanza, che per realizzare una comunicazione totale, e cioè «essere in grado di individuare, sia durante il processo di decodifica, sia durante il processo traduttivo, l’informazione invariante» (Lûdskanov 1967: 54) chi traduce deve essere in possesso di quella che Lûdskanov chiama «informazione traduttiva necessaria». Se ci si chiede, con Lûdskanov, in che modo e da che fonte il traduttore possa accumularla, la risposta va cercata nell’analisi linguistica ed extralinguistica del testo in questione. Può accadere, infatti, che
[…] l’informazione ricavata attraverso l’analisi linguistica non [sia] sufficiente, in quanto la scelta del traduttore deve essere condizionata anche dalla conoscenza dell’epoca, dai tratti peculiari dell’opera, dalla visione stilistica e dal punto di vista estetico dell’autore, dalla sua visione del mondo. In tutti questi casi si dice che il traduttore fa riferimento alla realtà (Lûdskanov 1967: 53).
All’analisi, che permette di estrapolare le informazioni veicolate dal prototesto, segue la fase di decodifica, e cioè la scelta dei traducenti da attualizzare. È in questa fase che entra in gioco la necessità di avere a disposizione una quantità di informazioni maggiore di quella ricavabile dal co-testo, dalla porzione di testo in questione. E a chi sostiene che questa fase interessi esclusivamente i testi di natura letteraria, l’autore ribatte che tali dinamiche coinvolgono, invece, qualsiasi linguaggio anisomorfo, in quanto la necessità di fare riferimento alla realtà è intrinseca alla natura stessa dei linguaggi naturali. Laddove, infatti, si riconosce il carattere creativo del processo traduttivo, che si manifesta «nella necessità di compiere scelte non predeterminate tra i significati degli elementi linguistici del prototesto per attualizzarne uno» (Lûdskanov 1967: 55) non si può non condividere che la necessità di far riferimento alla realtà «sussiste nella traduzione di tutti i generi testuali attualizzati nella forma dei linguaggi naturali» (Lûdskanov 1967: 63).
Anche chi traduce il saggio, e forse a maggior ragione vista la natura ibrida di questo genere testuale, deve costantemente fare i conti con le dinamiche descritte. A livello di analisi lessicale, nei due saggi in esame sono stati individuati termini, parole ed espressioni sulla cui traduzione vale la pena di soffermarsi.

2.4.1. DIFFERENZE TRA CAMPI SEMANTICI: LE SCELTE LESSICALI
In questo paragrafo vengono presi in esame i problemi di traducibilità derivanti dalle «scarse possibilità di coincidenza tra campi semantici di parole diverse, sia della stessa lingua (i cosiddetti “sinonimi”) sia di lingue diverse (i cosiddetti “equivalenti”)» (Osimo 2004: 70). La scelta lessicale è uno dei punti nevralgici attorno ai quali si costruisce la coerenza di un testo, e il traduttore dev’essere sempre all’erta di fronte all’eventualità che l’autore abbia fatto ricorso ad allusioni velate realizzate proprio grazie all’ampiezza del campo semantico delle parole impiegate. Certo, non è sempre possibile conservare i riferimenti «narcotizzati» (Osimo 2001: 57), e talvolta diventa inevitabile sopprimerli: si tratta di scelte che devono essere di volta in volta dettate dalla strategia traduttiva e dal buon senso del traduttore. L’essenziale è però avere fiuto e accorgersi della loro presenza affrontando tutte le valutazioni del caso consapevoli dei limiti connaturati alla traduzione, che del resto ne fanno la miseria e lo splendore, come ebbe a dire José Ortega y Gasset.
Ecco qualche esempio che illustra alcune di queste dinamiche; i primi tre sono stati estratti dal saggio On Linguistic Aspects of Translation, mentre gli ultimi due da Language and Culture.

2.4.1.1. CELIBATE
Yet synonymy, as a rule, is not complete equivalence: for example, “every celibate is a bachelor, but not every bachelor is a celibate” (p. 4).
Riporto questa citazione perché vorrei soffermarmi sulla traduzione di «celibate». A una prima stesura l’istinto mi ha portato a tradurre «celibate» con «celibe», ma cercando la definizione di «celibate» sul dizionario monolingue per confrontarla con quella di «bachelor» e chiarire il senso della frase in esame, ho constatato che «celibate» e «celibe» hanno un significato molto diverso.

celibate (Merriam-Webster 2000) celibe (Devoto, Oli 2000)
A person who lives in celibacy. Non ammogliato, scapolo.

Occorre a questo punto verificare la definizione di «celibacy»:

celibacy (Merriam-Webster 2000)
1. the state of not being married.
2. a: abstention from sexual intercourse; b: abstention by vow from marriage.

Dalle definizioni riportate si evince che il campo semantico di «celibate» coincide solo in parte con quello di «celibe», ma questo fatto del tutto normale deriva, si sa, dall’anisomorfismo delle lingue naturali. Tuttavia nel caso in esame il rischio di una traduzione solo parziale, quale potrebbe essere «celibe», non sarebbe foriera solo di un residuo traduttivo, ma precluderebbe la comprensione dell’intero messaggio veicolato dal prototesto. L’accezione che interessa a Jakobson nel suo esempio è evidentemente la seconda, quella non contemplata dal traducente «celibe», relativa a chi rinuncia a contrarre matrimonio (per motivi religiosi o di altra natura) e si astiene da ogni attività sessuale. Solo in questa accezione infatti la parola «celibate» si emancipa dalla sinonimia con «bachelor» nel contesto e fa acquisire senso all’esempio contenuto nel saggio. Ma qui il problema della scelta del traducente è ancor più rilevante se si pensa che la frase vuole essere un esempio lampante proprio del fatto che la sinonimia assoluta non esiste, e che anche all’interno della stessa lingua i presunti sinonimi non stanno in una relazione transitiva, come dimostra il fatto che «every celibate is a bachelor» ma «not every bachelor is a celibate». Di fronte a un caso simile, in assenza di un apparato metatestuale in cui convogliare il residuo in questione, ritengo che la decisione più opportuna da prendere sarebbe quella di mantenere l’esempio in inglese all’interno del testo e procedere a una sintetica spiegazione in nota del significato della frase. In questo modo non si precluderebbe l’indubbia efficacia dell’esempio in inglese a chi dispone dei mezzi linguistici adatti a comprenderlo, senza tentare di fornire una traduzione “comoda” ma fuorviante a chi ne è invece privo.

2.4.1.2. COTTAGE CHEESE
The English word cheese cannot be completely identified with its standard Russian heteronym syr because cottage cheese is a cheese but not a syr (p. 4):
In questo caso la difficoltà concerne la traduzione di «cottage cheese». Eccone, innanzitutto, la definizione che è stata ricavata dal dizionario monolingue Merriam-Webster:

cottage cheese (Merriam-Webster 2000)
a bland soft white cheese made from the curds of skim milk —called also Dutch cheese, pot cheese, smearcase.

Il corrispettivo italiano di tale prodotto inizialmente pareva essere la ricotta, salvo poi scoprire che il dizionario inglese distingue il cottage cheese dalla nostra ricotta, che è definita nel modo seguente:

ricotta (Merriam-Webster 2000)
a white unripened whey cheese of Italy that resembles cottage cheese; also: a similar cheese made in the United States from whole or skim milk.

La ricotta differisce dal cottage cheese innanzitutto perché si ricava dal siero avanzato dalla preparazione di altri formaggi, motivo per cui, a rigor di termini, non si tratta di un vero e proprio formaggio ma di un semplice latticino. Ai fini della traduzione nel contesto dato quest’ultima informazione è molto importante perché, se si decidesse di tradurre «cottage cheese» come «ricotta», un esperto in materia potrebbe obiettare che l’esempio riportato in traduzione sarebbe un controsenso, in quanto la ricotta non è un «cheese». La definizione data dal vocabolario in un caso così specifico non è sufficiente, ed è necessario ricorrere a testi specialistici che spieghino in modo più accurato le caratteristiche di questi formaggi per poter effettuare una scelta traduttiva sensata. L’atlante dei formaggi fa rientrare il «cottage cheese» nella famiglia dei formaggi freschi a struttura granulare, di cui fanno parte anche i «fiocchi di latte». Ecco le due descrizioni a confronto:

cottage cheese (Ottogalli 2001: 213) fiocchi di latte (Ottogalli 2001: 213)
Si trova con questo nome solo nei paesi anglosassoni dove viene addizionato di panna e spesso di aromi, verdure o frutta. [Questi formaggi] in Italia non si conoscono con la dizione “Cottage”, ma come “Fiocchi di latte”, con una precisazione: vengono stabilizzati con un trattamento termico alla fine della lavorazione.

Indubbiamente ora siamo molto più vicini al significato di «cottage cheese» di quanto non lo fossimo prima. Certo qualche differenza c’è ancora, differenze sulle quali ritengo si possa soprassedere, considerato il tipo di testo e la funzione puramente esemplificativa per la quale sono stati chiamati in causa questi formaggi. Tuttavia, se si affronta la medesima questione da un punto di vista diverso, altre considerazioni farebbero propendere per una traduzione più «adeguata», per dirla con Toury. Per rendersene conto basta tornare per un attimo alla citazione originale, che si chiude così: «cottage cheese is a cheese but not a syr». «Syr» è il traducente russo di «cheese» più immediato, eppure un «cheese», che per di più contiene all’interno del suo nome la parola «cheese», (il «cottage cheese») non è un «syr». Altrimenti detto, la preferenza accordata a «cottage cheese» rispetto a qualunque altro traducente italiano deriva dal fatto che la ripetizione della parola «cheese» inserisce a maggior ragione il cottage cheese nella categoria dei «cheese», e quindi all’orecchio di un anglofono la frase russa tradotta in inglese suona assurda, ridondante. Da qui l’efficacia dell’esempio: Il cottage cheese è uno dei tanti cheese, ma lo tvoróg non è uno dei tanti syr, in quanto la parola «syr» rimanda, come ricorda Jakobson, soltanto ai formaggi fermentati.
È utile schematizzare questa situazione che si presta molto bene a fare luce su un problema ricorrente della traduzione:

Benché generalmente «cheese» (A) si traduca in russo con «syr», esisteranno sempre delle eccezioni come «cottage cheese» (Aa) che impediranno il formarsi di una relazione biunivoca automatica tra i campi semantici delle due parole.
Tornando al caso in esame, la strategia traduttiva adottata ha voluto privilegiare il principio dell’adeguatezza non censurando dunque del tutto il «cottage cheese» nel metatesto italiano. Mi sono però riservata di affiancargli la traduzione «fiocchi di latte» perché non bisogna dimenticare che Jakobson, citando il nome di alcuni formaggi ben noti al pubblico di madrelingua inglese, voleva fare un esempio che fosse lampante e spiegasse in modo molto concreto le considerazioni teoriche fatte fino a quel momento. Mi è sembrato sensato offrire anche al lettore italiano l’opportunità di fruire di questa dimensione ulteriore del testo affiancandogli una traduzione plausibile di «cottage cheese».

2.4.1.3. INTRICACIES
Both the practice and the theory of translation abound with intricacies, and from time to time attempts are made to sever the Gordian knot by proclaming the dogma of untranslability (p. 6).
Questo esempio mira a sottolineare l’importanza di riconoscere e mantenere, nel limite del possibile, i rimandi intratestuali contenuti nel saggio. Prendiamo in esame la parola «intricacy» e vediamo che definizione ne dà il dizionario monolingue:

intricacy (Merriam-Webster 2000)
1. the quality or state of being intricate.
2. something intricate.

Cerchiamo a questo punto la definizione di «intricate»:

intricate (Merriam-Webster 2000)
1. having many complexly interrelating parts or elements: complicated.
2. difficult to resolve or analyze.

Il significato appare subito chiaro e comprensibile. Il traducente «difficoltà», adottato in un primo momento, sembra una soluzione sufficientemente rispettosa del senso dell’originale, benché generalizzante in quanto non evoca le «interrelating parts» che la parola inglese racchiude in sé. Muovendosi allora in questa seconda direzione, dalla stessa radice di «intricacies» si risale all’aggettivo «intricato», utile punto di partenza per ragionare su un nome che rimandi allo stesso campo semantico. Motivo ulteriore della necessità di trovare un traducente che vada in questa direzione è il seguito della frase con il riferimento al «Gordian knot», il famoso nodo gordiano, mentre qualche pagina dopo la questione della traduzione è definita «entangled». Siamo quindi in presenza di una metafora estesa in cui le parole «knot», «intricacies» e «entangled», provenienti dallo stesso campo semantico, si richiamano a vicenda. Da qui l’esigenza di una soluzione che mantenga il rimando anche per il lettore del metatesto. Partendo dall’aggettivo «intricato» si risale, per associazione di idee, al sostantivo «groviglio», che è stato adottato nella versione definitiva: «Tanto la pratica quanto la teoria della traduzione sono piene di grovigli». Ecco una spiegazione efficace del perché è opportuno che il traduttore faccia tutto il possibile per conservare il maggior numero di elementi del prototesto:
La connotazione, e quindi anche il colorito, fa parte del significato, e di conseguenza è tradotta alla pari con il significato semantico della parola. Se non si è riusciti a farlo, se il traduttore è riuscito a trasmettere solo la “nuda” semantica dell’unità lessicale, per il lettore della traduzione la perdita di colorito si esprime nella incompleta percezione dell’immagine, ossia, in sostanza, nel suo travisamento (Vlahov e Florin 1986: 121 [in Osimo 2004b]).

2.4.1.4. NURTURE AND NATURE
Now, when taking into account the universally human, and only human, nature of language, we must approach the question of boundaries between culture and nature; between cultural adaptation and learning on the one hand, and heredity, innateness on the other – briefly to delimit nurture from nature (p. 28).
Come si è detto nel capitolo 2.3, i saggi di Jakobson sono costellati di riferimenti a concetti scientifici la cui conoscenza da parte del lettore è data, il più delle volte, per scontata. L’immensa cultura dell’autore gli consente di muoversi con agilità tra discipline diverse e molto distanti dalla linguistica, a dimostrazione della tesi, ribadita in più occasioni, che coniugare i saperi di ambiti diversi sia il solo modo proficuo di garantirne la sopravvivenza e il reciproco arricchimento.
Molto spesso però si tratta di riferimenti impliciti con i quali Jakobson strizza l’occhio al lettore competente attraverso dei piccolissimi accenni che il lettore meno colto può trascurare senza che questo intacchi in modo sostanziale la sua fruizione del testo. Il traduttore invece deve stare all’erta per individuare il maggior numero possibile di questi riferimenti nascosti, e poi decidere se e quanto andare incontro al lettore nella sua opera di decodifica del testo.
Il caso di «nurture and nature» esemplifica bene la situazione appena descritta. Una breve ricerca enciclopedica consente di comprendere che i concetti di «nurture» e «nature» non solo sono interrelati fra loro, ma costituiscono i due estremi del dibattito sull’importanza dell’eredità e dell’ambiente nello sviluppo dell’uomo. La paternità dell’espressione è da attribuire all’antropologo inglese Francis Galton, che la consacra nel libro English men of Science: their Nature and Nurture, pubblicato nel 1874, in cui si legge:
The phrase “Nature and nurture” is a convenient jingle of words, for it separates under two distinct heads the innumerable elements of which personality is composed. Nature is all that a man brings with himself into the world; nurture is every influence that affects him after his birth (Galton 1874: 12).
Come spesso avviene in ambito scientifico, dove il gusto diffuso per le parole straniere è dovuto, in parte, al fatto che gli studiosi leggono articoli scritti perlopiù in inglese, alcune espressioni si cristallizzano nella lingua in cui sono state coniate e restano tali anche lontano dalla loro terra d’origine. Ed è questo il caso di «nurture» e «nature» le quali, complice l’assonanza che le rende accattivanti anche al lettore italiano che conosca poco o nulla l’inglese, compaiono tali e quali sulle nostre pubblicazioni scientifiche di maggior rilievo. Per queste ragioni si è scelto di mantenere l’espressione in inglese anche nella traduzione italiana.

2.4.1.5. CREATIVE WRITERS
With the general development, growth, and differentiation of culture, a consistent and active attention to the culture of language in its various aspects becomes an ever more intricate, responsible, and pressing task, on which linguists must cooperate deliberately and systematically with creative writers and other efficient carriers of cultural activities (p. 40).
Il problema, qui, è la traduzione di «creative writers». La parola «writer», apparentemente priva di insidie, nasconde invece un significato molto preciso che si sovrappone solo in parte al significato di «scrittore». Procediamo con la ricerca di «writer» sul dizionario monolingue inglese, e confrontiamo i risultati con le accezioni della parola «scrittore»:

writer (Merriam-Webster 2000) scrittore (Devoto, Oli 2000)
1. a person who writes.
2. a person whose work or occupation is writing; now, specif., an author, journalist, or the like.
1. Chi si dedica all’attività letteraria in quanto mosso da un intendimento d’arte.
2. Scrivano, copista.

In italiano, uno scrittore è primariamente chi scrive di professione, e, molto meno comunemente, un sinonimo di scrivano o copista. In inglese invece un «writer» è, nella prima accezione della parola, una persona che scrive, uno scrivente qualsiasi. Nella seconda accezione dell’inglese, che è quella che in parte si sovrappone semanticamente a quella italiana, si evince però che sono «writer» anche i giornalisti e gli scrittori di testi tecnici. Da qui nasce, per Jakobson, la necessità di accostare al nome comune e generico «writer» l’aggettivo «creative» per distinguerlo da un «writer» di testi di carattere settoriale, tecnico. In altre parole, tradurre «creative writer» con «scrittore creativo» risulterebbe fuorviante per il lettore italiano, che sarebbe portato a pensare che Jakobson non stia parlando di tutta la categoria degli scrittori, ma solo di quelli particolarmente creativi, escludendo tutti gli altri. Mantenendo invece il solo traducente «scrittore», molto probabilmente si trasmette al lettore italiano la stessa rete di significati che Jakobson attribuisce a «creative writer».
Del resto, è lo stesso Jakobson ad aver teorizzato, nel saggio On Linguistic Aspects of Translation un principio fondamentale per la traduzione:
Equivalence in difference is the cardinal problem of language and the pivotal concern of linguistics. […] All cognitive experience and its classification is conveyable in any existing language. Whenever there is a deficiency, terminology can be qualified and amplified by loanwords or loan translations, by neologisms or semantic shifts, and, finally, by circumlocutions (p. 6).
Anche se, a causa della convenzionalità dei segni linguistici e delle differenze nello sviluppo storico dei rispettivi popoli, «i diversi linguaggi naturali suddividono in maniera distinta la realtà unica e comune per tutti» (Lûdskanov 1967: 29), motivo per cui la ricerca di presunti “equivalenti” traduttivi è destinata a essere vana e infruttuosa, Jakobson dichiara che la traduzione è sempre possibile, anzi, è addirittura necessaria: si tratta solo di cercare l’«equivalenza nella differenza» operando non su singole unità di codice, ma sull’intera informazione concettuale contenuta nell’originale. Questo perché
In its cognitive function, language is minimally dependent on the grammatical pattern, because the definition of our experience stands in complementary relation to metalinguistic operations – the cognitive level of language not only admits but directly requires recoding interpretation, that is, translation. Any assumption of ineffable or untranslatable cognitive data would be a contradiction in terms (p. 12).

2.5. METATESTI A CONFRONTO:
PERCHÉ PROPORRE UNA TRADUZIONE DIVERSA DEL SAGGIO
ON LINGUISTIC ASPECTS OF TRANSLATION

Nel 1966 Feltrinelli pubblica la traduzione di Luigi Heilmann e Letizia Grassi degli Essais de linguistique générale, che comprendono, tra gli altri, anche il saggio On Linguistic Aspects of Translation. Quest’ultimo, scritto nel 1959, risalta per la sua importanza nell’ambito delle riflessioni sui problemi della traduzione, concentrando in poche pagine ciò che ancora oggi rappresenta una pietra miliare per chi si dedica a questa disciplina. Il limite della traduzione esistente risiede proprio nella scelta della strategia traduttiva che privilegia, per dirla con Toury, il criterio dell’accettabilità su quello dell’adeguatezza. Questo vale soprattutto per due aspetti, la standardizzazione dei realia e la localizzazione degli esotismi, che emergono principalmente nelle traduzioni sistematiche e fortemente addomesticanti delle citazioni. In un caso come nell’altro, il criterio adottato sembra essere poco efficace, tanto più a causa dello status del tutto particolare di questo tipo di testo, cui si è già accennato: una traduzione sulla traduzione. Il generale addomesticamento culturale porta il lettore a perdere la consapevolezza di essere in presenza di un testo tradotto che, di conseguenza, deve essere recepito come altrui. La traduzione di Heilmann, indubbiamente più scorrevole di quella qui proposta, risulta però priva di stimoli e in parte inefficace nella sua funzione didascalica. Per contro, la scelta di mantenere le citazioni in lingua originale è sembrata la sola praticabile per ovviare all’alternativa fuorviante di ritrovarsi a dover tradurre riflessioni sulla traduzione, riflessioni che prendono come esempi parole scelte appositamente da una certa lingua e non da un’altra. La sostituzione sistematica di tutti gli elementi esotici con elementi che appartengono alla metacultura crea, come si evince dagli esempi riportati di seguito, un forte senso di spaesamento nel lettore interessato e consapevole della cultura da cui proviene il testo.
Ecco una schematica analisi comparata del prototesto con i due metatesti in questione, limitatamente agli ambiti fin qui presi in esame, per osservarne i cambiamenti traduttivi.

PROTOTESTO METATESTO (1) METATESTO (2)
I […] no one can understand the word cheese unless he has an acquaintance with the meaning assigned to this word in the lexical code of English. […] nessuno può capire la parola formaggio se non conosce il significato attribuito a questa parola nel codice lessicale dell’italiano. […] nessuno può capire la parola «cheese» se non ha un’esperienza del significato assegnato a questa parola nel codice lessicale dell’inglese.
II Any representative of a cheese-less culinary culture will understand the English word cheese if he is aware that in this language it means “food made of pressed curds” […]. Qualsiasi membro di una collettività culinaria che ignora il formaggio capirà la parola italiana formaggio se sa che in questa lingua tale parola significa “alimento ottenuto con la fermentazione del latte cagliato” […]. Qualsiasi rappresentante di una cultura culinaria in cui non esista il formaggio capirà la parola inglese «cheese» se è consapevole che in questa lingua significa «alimento fatto di latte cagliato pressato» […].
III There is no signatum without signum. The meaning of the word “cheese” cannot be inferred from a nonlinguistic acquaintance with cheddar or with camembert without the assistance of the verbal code. Non esiste significato senza segno, né si può dedurre il senso della parola formaggio da una conoscenza non linguistica della mozzarella o del provolone senza l’aiuto del codice linguistico. Non esiste signatum senza signum. Il significato della parola «cheese» non si può inferire da una conoscenza non-linguistica del cheddar o del camembert senza l’aiuto del codice verbale.
IV […] cottage cheese is a cheese but not a syr. Russians say: prinesi syru i tvorogu “bring cheese and [sic] cottage cheese.” […] il formaggio bianco è bensì un formaggio, ma non un syr. I russi dicono prinesi syru i tvorogu, “porta del formaggio e (sic) del formaggio bianco (giuncata).” […] il «cottage cheese» [«fiocchi di latte»] è un «cheese» ma non un «syr». I russi dicono: «prinesi syru i tvorogu» (porta il formaggio e [sic] i fiocchi di latte).
V When translating the English sentence She has brothers into a language which discriminates dual and plural, we are compelled either to make our own choice between two statements “She has two brothers” – “She has more than two” or to leave the decision to the listener and say: “She has either two or more than two brothers.” Quando si deve tradurre la frase italiana “essa ha dei fratelli,” in una lingua che distingue duale e plurale, siamo obbligati a scegliere fra due proposizioni: “essa ha due fratelli” / “essa ha più di due fratelli”, ovvero a lasciare la decisione all’ascoltatore dicendo: “essa ha due, o più di due, fratelli.” Traducendo la frase inglese «She has brothers» verso una lingua che distingue duale e plurale siamo costretti a scegliere tra due affermazioni: «Lei ha due fratelli» – «Lei ha più di due fratelli» oppure a lasciare la decisione a chi ascolta e dire «Lei ha due o più fratelli».
VI Again, in translating from a language without grammatical number into English, one is obliged to select one of the two possibilities – brother or brothers or to confront the receiver of this message with a two-choice situation: She has either one or more than one brother. Allo stesso modo, se traduciamo in italiano da una lingua che ignora il numero grammaticale, siamo costretti a scegliere una delle due possibilità – “fratello” o “fratelli” – o a proporre al ricevente del messaggio una scelta binaria: “essa ha uno, o più di un, fratello.” Ancora, traducendo da una lingua priva della categoria grammaticale del numero verso l’inglese si è costretti a selezionare una delle due possibilità, «brother» o «brothers», o a mettere il ricevente di questo messaggio di fronte a una situazione di ambiguità: «Lei ha uno o più fratelli».

Osserviamo il primo esempio: si tratta di una citazione di Russell, che riflette sul significato della parola «cheese» nel «lexical code of English». Il metatesto (1) propone di tradurre «cheese» con «formaggio», scelta di per sé praticabile se non fosse che, per mantenere la coerenza della citazione, saremmo costretti a modificare anche il seguito della dichiarazione. E per farlo, dovremmo tradurre «English» con «italiano» mettendo in bocca a Russell parole che non ha mai pronunciato, né avrebbe mai potuto pronunciare. La piena esplicitezza della citazione nega, a maggior ragione, ogni diritto di manipolare le parole dell’autore. Lo stesso può dirsi per gli esempi II, V e VI, in cui, per coerenza, si è proceduto allo stesso modo, mentre il metatesto (1) è andato nella direzione opposta, ottenendo un risultato molto poco «traduzionale» (Popovič 1975: 48) in cui la dominante è senza dubbio la naturalizzazione, ottenuta attraverso la sistematica sostituzione degli elementi esotici con elementi propri della cultura ricevente. Un ragionamento analogo sorge spontaneo anche per la traduzione di «cheddar» o «camembert» (esempio III). È evidente che diventa piuttosto grottesco immaginare Jakobson parlare di mozzarella o di provolone. E non solo. Il lettore più attento e scrupoloso potrebbe persino pensare che Jakobson volesse in qualche modo strizzare l’occhio all’Italia e alle sue tradizioni culinarie. Niente di tutto ciò invece, e basta osservare l’originale per rendersene conto. È bene riportare fedelmente i nomi dei due formaggi citati, che sono peraltro ben noti al lettore italiano, in virtù del fatto che un testo tradotto è, e deve essere, espressione di una cultura estranea.
La strategia traduttiva adottata fino a questo punto ha subito una battuta d’arresto quando ho dovuto fare i conti con la traduzione delle frase riportata al punto IV. Per coerenza con le scelte precedenti avrei dovuto mantenere in inglese anche «cottage cheese», scelta che sarebbe stata praticabile nella prima parte della frase ma non nella seconda, dove avrei ottenuto qualcosa come: «Porta del “cheese” e del “cottage cheese”. Al fine di evitare di ridurre il testo a una serie di “mezze traduzioni” che finirebbero per richiedere al lettore uno sforzo di code switching sproporzionato rispetto alle intenzioni del prototesto, ho preferito affiancare a «cottage cheese» (→ 2.4.1.2) una traduzione addomesticante, collocandola all’interno delle consuete parentesi quadre, in modo da poter utilizzare direttamente quest’ultima nell’esempio riportato alla riga successiva. In tal modo il testo guadagna in chiarezza, senza però venire meno alla precisione lessicale che un saggio di linguistica deve garantire.
Il metatesto (2) si propone, quindi, di ovviare alle difficoltà elencate proponendo una soluzione traduttiva diversa, che tenga conto dei limiti che sono stati messi in luce. Va ribadito che non esiste una soluzione corretta in assoluto, ma ogni tentativo di traduzione deve essere dettato da una strategia che necessariamente sacrifica alcuni elementi per privilegiarne altri, ritenuti, in quel determinato contesto, prioritari. La differenza di fondo tra i due risulati ottenuti è che il metatesto (1) passa (o tenta di passare) per un originale, ed è quindi molto poco traduzionale, mentre leggendo il metatesto (2) i campanelli d’allarme del fatto che si tratti di una traduzione sono molteplici. L’atteggiamento focalizzato sull’alta traduzionalità comporta molti rischi, primo su tutti quello di rendere molto ardua la fruizione da parte del lettore, e basta confrontare le due traduzioni proposte nella tabella per rendersene conto. D’altronde, se siamo concordi nell’affermare che «dal confronto matura la coscienza sia delle identità sia delle differenze» (Osimo 2010: 86), si deve riconoscere a questo canale un ruolo fondamentale nell’arricchimento della cultura.
Del resto, la traduzione è, in un certo senso, una contraddizione in termini, un ossimoro: «si presenta come copia ma in realtà è un’originale» (Osimo 2010: 109). Accantonata la pretesa di realizzare fantomatiche “traduzioni fedeli”, concetto che l’autore sfiora alla fine del saggio chiamando in causa il detto «Traduttore, traditore» per metterne a nudo l’infondatezza («traditore di quali valori? Traduttore di quali messaggi?»), Jakobson ribadisce l’importanza di definire innanzitutto i termini della questione affinché la materia trovi posto a pieno titolo tra le scienze. Per indagare su questo ossimoro, insomma, Jakobson reputa necessaria una scienza linguistica a un tempo autonoma e in grado di arricchirsi con i contributi di altre scienze, che ha dimostrato di saper integrare sapientemente come solo uno tra i più grandi ed eclettici studiosi di linguistica del secolo scorso poteva fare: con la semplicità dei geni.

2.6. Riferimenti bibliografici

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GALTON F. 1874 English Men of Science. Their Nature and Nurture, London, Macmillan.
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MERRIAM-WEBSTER 2000 Merriam Webster’s online dictionary, Springfield (Massachusetts), Merriam-Webster, disponibile in internet all’indirizzo: www.merriam-webster.com, consultato nel maggio 2011.
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http://courses.logos.it/pls/dictionary/linguistic_resources.traduzione?lang=it, consultato nel maggio 2011.
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OTTOGALLI G. 2001 Atlante dei formaggi. Guida a oltre 600 formaggi e latticini provenienti da tutto il mondo, Milano, Hoepli.
POPOVIČ A. 1975 La scienza della traduzione, Milano, Hoepli, 2006.
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3. ERRATA CORRIGE

Pagina Posizione
nel testo Metatesto 1 Metatesto 2 Note
3 cpv. 1,
riga 11 eppure, eppure punteggiatura
3 cpv. 2,
riga 2 [rispettivamente formaggio, mela […] [rispettivamente: formaggio, mela […] punteggiatura
3 cpv. 2,
riga 3 di qualsiasi tipo di qualsiasi tipo ridondante
3 cpv. 2,
riga 10 indicarla indicarlo concordanza con «cheese»
3 cpv. 2,
riga 11-12 […] o di qualsiasi formaggio, qualsiasi latticino, qualsiasi alimento, qualsiasi spuntino o forse qualsiasi confezione […] […] o di qualsiasi formaggio, latticino, alimento, spuntino o forse qualsiasi confezione […] evitare dove possibile la ripetizione di «qualsiasi»
5 cpv. 1,
riga 15 interlinguistica intralinguistica
5 cpv. 1,
riga 18 frase idiomatica espressione idiomatica lessico
6 cpv. 1,
riga 1 same some trascrizione
7 cpv. 1,
riga 2 Una traduzione di questo tipo […] Una simile traduzione […] corpo sonoro (assonanza tra «tipo» e «riferito»)
8 cpv. 1,
riga 1 metalinguistic “metalinguistic” trascrizione
8 cpv. 2,
riga 8 jeha paraquot jena paragot trascrizione
9 cpv. 2,
riga 2 amplificare ampliare lessico
(amplificare: aumentare nella misura consentita dalla moltiplicazione dei valori o delle dimensioni iniziali: a. un suono; rappresentare in modo esagerato.
ampliare: aumentare quanto all’estensione o alle dimensioni. Fig: accrescere, aumentare) Devoto-Oli: 2000
9 cpv. 2,
riga 3 mediante neologismi mediante neologismi ripetizione superflua che appesantisce la frase
9 cpv. 2,
riga 7 apparentemente all’apparenza corpo sonoro (assonanza con «semplicemente»)
9 cpv. 3,
riga 3 Le congiunzioni tradizionali «and» [e] e «or» [o], ora sono state integrate […] Le congiunzioni tradizionali «and» [e] e «or» [o] ora sono state integrate […] punteggiatura
9 cpv. 3,
riga 8 […] possono essere tradotte […] […] si possono tradurre […] forma
11 cpv. 1,
riga 1 […] dei numerali […] del numerale numero
11 cpv. 1,
riga 10 […] lei ha uno o più fratelli. […] lei ha uno o più di un fratello.
11 cpv. 2,
riga 11 […] nella versione russa di questa frase una risposta a questa domanda è d’obbligo. […] nella versione russa di questa frase una risposta a tale domanda è d’obbligo. forma (evitare la ripetizione del dimostrativo)
11 cpv. 2,
riga 11 D’altro canto, qualunque sia la scelta delle forme grammaticali russe per tradurre
[…] D’altro canto, qualunque forma grammaticale russa sia scelta per tradurre
[…] forma
11 cpv. 2,
riga 13 il lavoratore l’operaio coerenza con scelte precedenti
11 cpv. 2,
riga 19 Karcevski Karcevskij trascrizione
11 cpv. 2,
riga 19 paragonò paragonava tempo verbale
12 cpv. 2,
riga 8 mare more trascrizione
13 cpv. 1,
riga 2-3 una serie di domande una serie di domande specifiche omissione di «specific»
13 cpv. 1,
riga 3 […] le risposte sì o no […] […] le risposte «sì» o «no» […] forma
13 cpv. 1,
riga 5 Naturalmente l’attenzione […] Come è naturale, l’attenzione […] forma (evitare l’assonanza tra «naturalmente» e «costantemente»)
13 cpv. 1,
riga 6 […] è costantemente focalizzata […] […] sarà costantemente focalizzata […] tempo verbale
13 cpv. 3,
riga 10 […], al contrario, […] […], per contro, […] lessico
15 cpv. 1,
riga 3 […] di fronte al fatto che Peccato fosse stato raffigurato dagli artisti tedeschi come […] […] di fronte al fatto che alcuni artisti tedeschi avessero raffigurato Peccato come […] forma
15 cpv. 2,
riga 5 […] fatta poco dopo l’860 […] […] scritta poco dopo l’860 […] forma
15 cpv. 2,
riga 13 Ma a questo ostacolo poetico, Costantino […] Ma a questo ostacolo poetico Costantino […] punteggiatura
15 cpv. 2,
riga 14 […] richiamava l’attenzione principale sui […] […] richiamava l’attenzione principalmente sui […] forma
15 cpv. 3,
riga 3 in breve insomma forma
15 cpv. 3,
riga 3 qualsiasi cosa costituisca qualsiasi costituente del forma
17 cpv. 1,
riga 2 un termine più erudito, e forse più preciso un termine più erudito e forse più preciso punteggiatura
17 cpv. 1,
riga 5 − da una lingua in un’altra − − da una lingua in un’altra, punteggiatura
17 cpv. 2,
riga 1 «Traduttore traditore» «Traduttore, traditore» punteggiatura
19 cpv. 2,
riga 4 doxodčivost doxodčivost’ trascrizione
19 cpv. 3,
riga 3 […] e il compito più importante era quello di trovare […] […] e il compito più importante era trovare […] forma
21 cpv. 1,
riga 3 «Decimo congresso dei linguisti» Decimo congresso dei linguisti coerenza con scelte precedenti
21 cpv. 1,
riga 6 É il problema […] C’è il problema […] coerenza con struttura frase precedente
21 cpv. 1,
riga 10 […] come è già stato enfatizzato una volta con più decisione […] […] come è già stato enfatizzato una volta di più con decisione […] senso
23 cpv. 1,
riga 11 […] nella letteratura antropologica, si dice […] […] nella letteratura antropologica si dice […] punteggiatura
23 cpv. 2,
riga 12 officiale ufficiale refuso
25 cpv. 1,
riga 4 […] ricordo ciò che mi è stato detto dal […] […] ricordo ciò che mi disse il […] forma e coerenza con tempi verbali successivi
25 cpv. 1,
riga 13 Eppure, Eppure punteggiatura
25 cpv. 2
riga 4 […] non è stato individuato nessun progresso. […] non è stato individuato alcun progresso. forma
25 cpv. 2,
riga 8 Tutti i tentativi di diversi linguisti di trovarvi tracce di progresso […] Tutti i tentativi compiuti da vari linguisti per trovarvi segni di progresso […] corpo sonoro
(evitare assonanze e la ripetizione di «diversi»)
27 cpv. 1,
riga 9 Soltanto, Soltanto punteggiatura
27 cpv. 1,
riga 11 […] adattamenti, e innovazioni terminologiche […] […] adattamenti e innovazioni terminologiche […] punteggiatura
27 cpv. 2,
riga 3 […] non dovremmo dimenticare […] […] non dimentichiamo […]
28 cpv. 2,
riga 8 […] pattern, […] […] pattern: […] trascrizione
29 cpv. 2,
riga 7 Nella struttura del linguaggio è presente […] Nella struttura della lingua osserviamo […] lessico e forma
(evitare la ripetizione tra «è presente» e «presentano»)
29 cpv. 2,
riga 9 […] dai caratteri distintivi e fonemi […] […] da caratteri distintivi e fonemi […] prep. semplice
29 cpv. 2,
riga 12 […] strumento indispensabile di pensiero […] […] indispensabile strumento di pensiero […] ordine delle parole
29 cpv. 2,
riga 14 […] parlare di cose ed eventi che sono assenti e lontani […] […] parlare di cose e situazioni che sono assenti e lontane […] corpo sonoro
29 cpv. 2,
riga 16 […] coloro che dicono e coloro ai quali è detto […] […] sayers and sayees […] riferimento implicito al saggio Thought and language (1890) di Samuel Butler, contenuto in Essays on life, art and science. In particolare: «It takes two people to say a thing – a sayer as well as a sayee».
31 cpv. 1
riga 1 […] appena dopo la schiusa […] […] appena dopo la schiusa […] aggiunta
31 cpv. 2,
riga 8 Se privati del modello adulto, resteranno muti […] Se privati del modello adulto resteranno muti […] punteggiatura
33 cpv. 1,
riga 13 A volte, Talvolta forma e punteggiatura
33 cpv. 1,
riga 14 conduce ha condotto tempo verbale
33 cpv. 1,
riga 17 […] e cognitiva, […] […] e cognitiva […] punteggiatura
33 cpv. 2,
riga 5 […] riveste un ruolo significativo e autonomo […] […] occupa una parte significativa e autonoma […] forma
(evitare ripetizione con frase precedente)
33 cpv. 3,
riga 2 […] la cui lingua madre non ha la divisione grammaticale dei nomi in quelli di genere femminile e quelli di genere maschile[…] […] la cui lingua madre non prevede la divisione grammaticale dei nomi di genere femminile e di genere maschile[…]
35 cpv. 1,
riga 4 […], nell’intento di […] […] con l’obiettivo di […] punteggiatura e forma
35 cpv. 2,
riga 5 durante la mia infanzia durante l’infanzia forma (evitare il possessivo)
35 cpv. 2,
riga 5 […] ho letto le fiabe […] […] lessi le fiabe […] tempo verbale
37 cpv. 1,
riga 8 […] le interpretazioni inglesi di questi versi danno un’impressione scialba e retorica […] […] la resa inglese degli stessi versi appare scialba e retorica […] lessico, forma e corpo sonoro
37 cpv. 2,
riga 10 […] che non lo segnala. […] che non la segnala. concordanza con «compiutezza»
37 cpv. 2,
riga 10 Ogni volta che si usa un verbo russo, si deve esprimere se si intende l’azione compiuta, o solo il processo senza riferimenti al suo compimento. Ogni volta che si usa un verbo russo si deve esprimere se si intende l’azione compiuta o solo il processo, senza riferimenti al suo compimento. punteggiatura
39 cpv. 1,
riga 4 «[…]», potreste chiedermi […] «[…]» potreste chiedermi […] punteggiatura
39 cpv. 1,
riga 10 ripartiscono trasmettono lessico
41 cpv. 2,
riga 8 vasto e influente intervento intervento ponderato e influente lessico e forma
41 cpv. 2,
riga 14 […] complementarità tra linguaggio delle scienze […] […] complementarità tra il linguaggio delle scienze […] forma
41 cpv. 2,
riga 20 alla composizione all’elaborazione lessico