Čechov, Casa con mezzanino, nuova traduzione


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Casa con mezzanino (racconto di un pittore)

I

Fu sei-sette anni fa, vivevo in un distretto del governatorato di T., nella tenuta del possidente Belokùrov, un giovane che si alzava molto presto, portava la poddëvka1, la sera beveva birra e continuava a lamentarsi con me di non riuscire a trovare comprensione da nessuna parte in nessuno. Lui viveva nella dépendance in giardino, e io nella vecchia casa padronale, nell’enorme sala con colonne, che non aveva mobili a eccezione del divano largo su cui dormivo e del tavolo su cui facevo i solitari. Qui sempre, anche col bel tempo, c’era qualcosa che fischiava nelle vecchie stufe Amosov2, e durante i temporali tutta la casa tremava e, sembrava, cadeva a pezzi, e faceva un po’ paura, soprattutto di notte, quando tutte e dieci le grandi finestre venivano all’improvviso illuminate da un lampo.

Condannato dalla sorte al continuo ozio, non facevo decisamente nulla. Per ore intere guardavo dalle mie finestre il cielo, gli uccelli, i vialetti, leggevo tutto quello che mi portavano dalla posta, dormivo. A volte uscivo di casa e fino a tarda sera passeggiavo senza meta.

Una volta, mentre tornavo a casa, senza volere mi ritrovai in un podere che non conoscevo. Il sole si stava già nascondendo, e sulla segale in fiore si distendevano le ombre della sera. Due file di abeti vecchi, piantati uno vicino all’altro, molto alti, si ergevano come due muri continui, formando un vialetto scuro, bello. Varcai con facilità la siepe e m’incamminai per questo vialetto, scivolando sugli aghi d’abete che coprivano il terreno per qualche centimetro. Era silenzioso, buio, e solo in alto sulle cime degli alberi tremolava qua e là una luce chiara dorata che si rifletteva sulle ragnatele formando un arcobaleno. Forte, fin soffocante era l’odore degli aghi. Poi svoltai in un lungo vialetto di tigli. Anche qui desolazione e vecchiaia; il fogliame dell’anno passato frusciava con tristezza sotto i piedi e al crepuscolo le ombre si nascondevano tra gli alberi. A destra, nel vecchio frutteto, di malavoglia, con voce flebile cantava un rigogolo, anche lui vecchio, probabilmente. Ma ecco che finirono anche i tigli; passai accanto a una casa bianca con un terrazzo e un mezzanino, e davanti a me d’un tratto si rivelò una vista sul cortile padronale e su un ampio laghetto con una kupal’nâ3, con una distesa di salici verdi, con un paesino sull’altra riva, con un campanile alto e stretto, sul quale ardeva una croce, riflettendo il sole che tramontava. Per un momento mi avvolse l’incanto di qualcosa di caro, di molto familiare, come se avessi già visto questo stesso panorama da bambino.

E vicino alle colonne di pietra bianca, che dal cortile conducevano ai campi, vicino alle colonne robuste con i leoni, c’erano due ragazze. Una di loro, la maggiore, esile, pallida, molto bella, con una chioma di folti capelli castani, con una piccola bocca ostinata, aveva un’espressione severa e mi degnò a malapena di uno sguardo; l’altra invece, ancora molto giovane – avrà avuto diciasette o diciotto anni, non di più – anche lei esile e pallida, con la bocca grande e con gli occhi grandi, mi guardò sorpresa, mentre le passavo accanto, disse qualcosa in inglese e si imbarazzò, e mi sembrava di conoscere anche queste due facce graziose da molto tempo. E tornai a casa con la stessa sensazione di quando si fa un bel sogno.

Da lì a poco, a mezzogiorno, mentre io e Belokùrov stavamo passeggiando vicino a casa, all’improvviso, frusciando sull’erba, entrò nel cortile una carrozza molleggiata, con dentro una di quelle ragazze. Era la maggiore. Veniva a farci firmare una petizione a favore delle vittime dell’incendio. Senza guardarci, ci raccontò con molta serietà nei dettagli quante case erano andate a fuoco nel villaggio di Siânov, quanti uomini, donne e bambini erano rimasti senza tetto e che cosa intendeva fare come prima cosa il comitato per le vittime dell’incendio, di cui ora faceva parte. Dopo averci fatto firmare, mise via il foglio e cominciò subito a salutarci.

«Pëtr Petróvič, vi siete completamente dimenticato di noi» disse lei a Belokùrov, dandogli la mano. «Venite, e se monsieur N. (pronunciò il mio cognome) vorrà dare un’occhiata a come vivono gli ammiratori del suo talento, e venire a trovarci, io e la mamma ne saremo felici».

Feci un inchino.

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The Fundamentals of Translation, ebook by Bruno Osimo

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Bruno Osimo

The Fundamentals of Translation

Introductory Course with Exemplifying Tables for B. A. Students

translations by Alice Rampinelli, Anna Paradiso, Bruno Osimo

ISBN 9788898467099

1 Communicating always means translating

1.1 What is translation?

When speaking about translation, people usually think of the trasposition of a text from a language (a natural code) to another, different from the one in which the text was originally conceived and written. As a matter of fact, that is just a peculiar subprocess within the boundless universe of translation. One of the first steps towards a more scientific and complete approach to translation as it is generally thought of consists in acknowledging all its potential aspects.

The translation process is often described with metaphors relating to space and movement. In some languages the terms referring to “source text” and “target text” are undoubtedly linked to the notion of “space”. In Italian, for instance, “testo di partenza” and “testo d’arrivo” (literally, “starting text” and “arrival text”) refer to the semantic field of runs and races. The same is true, for example, for the French “texte de départ” and “texte d’arrivée”.

To some extent, it seems that translation were a sort of transportation of something (apparently words) from one place to another. And this might be due to the fact that even the Latin word from which “translation” derives, “translatus”, comes from the verbtrans-fero meaning “to bring on the opposite side of”. But even though it is true that translation has a spatial dimension, it also has a temporal and cultural one, all three made up of a number of other interrelated elements.

To avoid all the words which are too explicitly linked to the semantic field of departures and arrivals, which remind of military targets (“target text”) or which imply the misleading idea that there were no previous influences on the first text (“source text”), one may call “original” the text from which the translation process stems, and “translation” the text resulting from it. However, the word “translation” does not allow to make a distinction between the process and the outcome.

That is why the ideal terms would be “prototext” (i.e. “first text”, the original text) and “metatext” (i.e. the subsequent text, deriving from the first one). Such terms were coined by the Slovak semiotician Anton Popovič (1933-1984), who gave a substantial boost to translation studies in the 1960s and 1970s. Unfortunately, his ideas spread to the Western countries only after he had prematurely died.

It is also necessary to define the notion of “text”. The first definition that comes to mind when speaking of a text is a consistent group of written words with a unified structure that makes it a whole. But according to semiotics, the notion of “text” needs to be extended to nonverbal languages, such as music, figurative arts, cinema, advertisement, natural environment, street signals, and so on.

The consequences of such a widening of horizons are clear: if by “translation” we mean any process transforming a prototext into a metatext, with the text belonging to any verbal or nonverbal language or code (and by the way, prototext and metatext can even be expressed with the same code!), then the notion of “translation process” embraces a very wide range of processes, related to all possible transformations of texts.

That is why the translation process includes apparently different phenomena, such as film translation (often called “movie version”, a definition which does not stress its belonging to the sphere of translation) and intertextual translation (quotations, references, allusions, and so on). Already in 1683 the French churchman and scholar Pierre-Daniel Huet wrote in his De interpretatione:

the term “translation” also refers to the clarification of abstruse doctrines, to the interpretation of enigmas and dreams, to the interpretation of oracles, to the solution of complex issues, and, finally, to the spreading of all that is unknown. (Huet 1683:18)
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In the previous table, each row contains a communicative act which belongs to the translation process. Let us see some examples of translation processes.

The first row shows the standard interlingual translation process. The prototext is expressed in a natural code (i.e. in a language – English for instance – that differs from artificial codes such as, say, mathematics), and its transformation into a metatext is textual (both metatext and prototext are verbal texts) and interlingual (the prototext language is different from the metatext language).

The second row shows paraphrase: the process is the same as interlingual translation, but paraphrase usually occurs within the same language, as the content of the message is simply re-expressed with other words.

Quotations may take on the form of references or allusions especially if their ‘delimiters’ (such as inverted commas) are missing: sometimes it is a very hard task for the reader to recognize them as alien texts which were originally part of another, far different text. Even quotations are forms of translation because a word or a sentence uttered by someone in a given context and co-text (→ section 3.1) is re-uttered in a new context and co-text. In this way, the original utterance is now part of a new text: it is ‘translated’. The Internet and all the other telecommunication media are exponentially increasing intertextuality in our every-day communication practice. It is extremely easy for people with access to the Internet to come into contact with the other’s words, and the most modern communicative acts are consequently intertexts, i.e. intertextual translations.

Among the different types of intersemiotic translation there are also reading and writing, all the stages of dream elaboration as both intra- and interpersonal phenomena (i.e. reporting the dream, transcribing it), and psychotherapy, consisting both in the repeated translation of affects, feelings, and drives into words, and in the decoding and recoding of such words, which finally act as a feedback for the patient.

* * *

 

With a scientific explanation for the translation process as its goal, contemporary translation science does not only deal with interlingual translation. The present course on the fundamentals of translation does not aim at teaching how to translate – the translation practice represents a subsequent phase in the education of translators –, but at shading light on an often taken for granted and unconsciously practiced activity, as well as at paving the way for the interlingual translation practice.

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Prefazione

Silva si è manifestata nella frazione di Passano (Deiva) nell’agosto del 2008 e – non incoraggiata – ci ha seguìto fino a casa. Angelo, il veterinario, le dava più o meno un anno. È entrata nella nostra vita con le zampe di velluto, senza fare rumore, per non disturbare. Nemmeno abbaiava, solo nel sonno, ogni tanto, le venivano fuori degli abbaietti trattenuti, in falsetto. Per il resto dove la mettevi stava, fosse la sua cuccia, l’automobile, il Bar Atlantic, o la panchina fuori dal supermercato ad aspettare chi faceva la spesa. Solo una volta, mentre facevo la spesa con mio figlio, si è divincolata dal collare e ci è corsa incontro trovandoci nel reparto latticini.

A fine agosto 2013 aveva tentato una specie di fuga – forse con l’idea di andarci a cercare chissà dove – immettendosi sull’autostrada vicino al casello di Deiva, camminando sull’angusto marciapiedino che c’è nelle gallerie in quel tratto. Anonime persone sensibili e preoccupate evidentemente l’avevano scorta ed erano riuscite ad accostare in una piazzola d’emergenza per farla salire, consegnandola poi agli uomini della Salt, che ci avevano telefonato da Spezia dove l’avevano tenuta fino al nostro arrivo, apparentemente tranquilla. E un mese dopo una non meglio spiegata paralisi l’aveva immobilizzata per una settimana, ma subito dopo aveva ripreso le sue corse da lepre.

Paralisi simile l’ha colpita il 20 settembre 2015, solo che questa volta non si è ripresa, e il giorno dopo il suo cuore si è fermato.

La voragine che s’è aperta con la sua mancanza nei cuori di noi tutti ci ha fatto capire molto anche di noi stessi. Gli esseri meno invadenti, più beneducati, si fanno strada nel cuore degli altri in modo quasi impercettibile, ma poi lasciano un grande vuoto.

Queste liriche, in parte mie in parte dei miei famigliari, sono in sua memoria.

Bruno Osimo

5 ottobre 2015

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Roman Jakobson’s Translation Handbook

Bruno Osimo1

 

 

This book is based on the principle that it is possible to create a text out of the writings of an author, focusing on a subject that had not necessarily been considered central or fundamental in the original author’s view. Roman Jakobson wrote many articles and books, that only partially dealt with translation. My intention here is to synthesize his thought on translation by collecting a number of quotations from different papers and essays of different times, originally written in various languages, and rearranging them according to my own criteria.

 

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The result is a series of paragraphs and chapters whose identity derives from the assembling of heterogeneous texts that, however, see one given topic from different perspectives. The first chapters focus on inner language as a nonverbal code, and the consequences of the continuous shift from verbal to nonverbal and viceversa occurring during speech, writing – coding –, hearing, reading – decoding –, and therefore occurring within the translation process itself. The notion of “intersemiotic translation” is considered from a new perspective.

In the central chapter Jakobson’s distinctive features method is applied to translation. Using the similarity/contiguity and imputed/factual variables, taken from Peirce’s writings, Jakobson realizes that one of the four actualizations is missing from Peirce’s treatment. Translation, that according to Jakobson is not equivalence but evolution of sense, may well be imputed similarity, the missing actualization of the aforementioned variables.

In the third chapter the focus is on the difference between humane disciplines and exact sciences, and where translation studies belong. Scientific method should be limited to exact disciplines or extended to humane fields as well? This decision has many implications, starting from the name of our discipline – translation science, translatology, translation studies, translation theory – passing through scientific terminology and arriving to semiotics, that according to Jakobson is the science within which the translation discipline should develop itself. Since in classic times disciplines were divided into trivium (humane fields) and quadrivium (sciences), following Jakobson’s semiotic path would mean to overcome trivium, to get out of triviality, in a sense.

In a slightly different form the three chapters were published as articles as follows:

 

(2009). Jakobson and the mental phases of translation. Mutatis Mutandis, 2(1), 73 – 84.

(2008) Translation as imputed similarity”. Sign Systems Studies 36.2:315-339.

(2016) Translation from rags to riches in Jakobson. Sign Systems Studies, still to be defined.

 

 

 

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squisc squasc

Già sento la mancanza delle tue pugnalate
allo stomaco, all’ora dell’aperitivo
ingollavo noccioline a badilate, campari
per spingerle in fondo, lo scopo dell’oca
era il fegato.

Tu mi facevi venire tra le tue
numerose soste nei servizi pubblici quando
la porta era fermata e le tue relazioni serali
scritte e riscritte e mandate a memoria acciocché
il responsabile regionale e il vice
responsabile nazionale trovassero succoso
il colore del tuo reggiseno.

Mutatis mutandis, mandavi allo sbaraglio
il tuo anello nuziale, alludendo a misteriosi
rumori di squisc squasc prodotti dall’amplesso:
né io insistevo per averne la prova provata dal momento
che non avevi emorroide alcuna. In bocca
a te qualsiasi parola suonava materna.

Producevo volumi di poesia inaudita per stupirti
col motore del mio cervello in prima, ma le tue
ambasce t’impedivano di darmela,
la fiducia che davo per scontata e tu mettevi
sempre in saldo.

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“La scoiattola d’autunno. Nove poesie”, ISBN 9788890859731, ebook autopubblicato

scoiattola

Da oggi in tutte le librerie online la mia raccolta di poesie “La scoiattola d’autunno. Nove poesie”, ISBN 9788890859731, ebook al prezzo di 0,99 euro (novantanove centesimi).

Il librino fa parte di un progetto sperimentale di autopubblicazione, nel quale rientreranno sia opere mie sia mie traduzioni. Alcune di queste ultime le pubblicherò con l’etichetta dei Dragomanni.

Per l’acquisto con amazon.it il link è http://www.amazon.it/scoiattola-dautunno-Nove-poesie-ebook/dp/B00BNK8VG6/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1363841519&sr=1-1

Rizzoli.it http://libreriarizzoli.corriere.it/La-scoiattola-d-autunno.-Nove-poesie/uyasEWcVeowAAAE9i1owTiqi/pc?CatalogCategoryID=Ve6sEWcWzAEAAAErqrgdhq_J&Root=eBook

Narcissus: http://www.ultimabooks.it/la-scoiattola-d-autunno-nove-poesie

Mondadori: http://www.inmondadori.it/scoiattola-d-autunno-Nove-Bruno-Osimo/eai978886755659/

tutti gli altri: https://www.google.it/search?q=%22la+scoiattola+d’autunno%22&rlz=1C5CHFA_enIT510IT510&aq=f&oq=%22la+scoiattola+d’autunno%22&aqs=chrome.0.57j62l3.10146&sourceid=chrome&ie=UTF-8

PROSSIMAMENTE ANCHE LA VERSIONE CARTACEA!