Dec 072018
 

La maggior parte di noi usa le parole come strumenti, non come oggetti di pensiero: non usiamo il metalinguaggio. In questo le parole sono subdole, perché fanno finta di essere strumenti puri, ma invece hanno una direzione loro, conferiscono una direzione ideologica alle cose che noi vogliamo dire, spesso a nostra insaputa. «Non volevo dire quello, sono state le parole a farmelo dire».
Quante volte abbiamo sentito dire, o detto, «crisi esistenziale». La locuzione si riferisce a uno stato d’animo in cui è possibile trovarsi, nel quale ci si focalizza sullo scopo della propria esistenza e si fatica a capire quale possa essere, quindi si fatica a esistere. La metaesistenza mette in crisi l’esistenza.
A prima vista, senza fare una riflessione sul metalinguaggio, siamo portati a credere che «esistenzialismo» vada invece d’accordo con «esistenza».

Crisi esistenziale di un

 

desperate househusband

La differenza tra linguaggio e metalinguaggio si può illustrare facilmente con l’esempio della pasta.
impasto e farina come metalinguaggio
Faccio la pasta. Prendo il tagliere. Ci metto sopra la farina, a fontana. Rompo un uovo all’interno. Comincio a mescolare uovo e farina, che diventa un impasto. L’impasto è umido, tende ad attaccarsi al tagliere. A un certo punto, prendo dell’altra farina [attenzione! sembra un passo scialbo dell’intreccio invece è determinante!] e la spargo sul tagliere perché mi faccia da cuscinetto tra l’impasto e il tagliere, e l’impasto non si appiccichi.

Farina e metafarina (linguaggio e metalinguaggio)

La farina quindi svolge due funzioni: la prima è di ingrediente, la seconda è di metaingrediente (come il metalinguaggio): come ingrediente si mescola all’uovo per formare la pasta; come metaingrediente serve da strato di delimitazione della pasta, ma non si mangia: alla fine, la farina che ho usato sul tagliere per non far appiccicare l’impasto si butta via rimuovendola con un coltello.
Così è la parola «esistenziale»: la uso e mi serve a comunicare (linguistica). Poi però prendo altre parole (come la farina sparsa sul tagliere) per riflettere sulla parola «esistenziale». E scopro che l’esistenza è possibile in modo fluido quando non ci rifletto troppo, quando non faccio pensieri esistenziali.

Esistenza o suicidio?

Esistenziale non rimanda alla vita (esistenza), ma alla morte, al tentato suicidio. L’esistenza, per noi che siamo animali metaconsapevoli, consapevoli di essere esistenti, è fluida tanto più in quanto non ci domandiamo perché esistiamo. Se stiamo continuamente cercando di sfamarci, di reperire il cibo necessario a sostentarci, non possiamo avere una crisi esistenziale (benché la nostra esistenza sia in crisi). La crisi esistenziale subentra quando siamo sazi.

Primo Levi ci scrive

Primo Levi scrive, dal campo di annientamento: «poiché siamo tutti, almeno per qualche ora, sazi, […] non sorgono litigi, ci sentiamo buoni, il Kapo non si induce a picchiarci, e siamo capaci di pensare alle nostre madri e alle nostre mogli, il che di solito non accade». «Per qualche ora, possiamo essere infelici alla maniera degli uomini liberi».
La crisi esistenziale (essere infelici alla maniera degli uomini liberi) subentra quando cessa la fame. La metaesistenza subentra quando l’esistenza è garantita. La metafarina subentra quando l’impasto è formato. Prima, c’è soltanto della farina indifferenziata che non ha ancora preso coscienza

Dec 022018
 

The memory of culture: translation and tradition in Lotman

Bruno Osimo

Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli»

 

Abstract

Con Lotman, la traduzione è al centro della semiotica della cultura. Studiando e analizzando l’intera produzione saggistica di Lotman, ci si accorge che il concetto di ‘traduzione’, anche se non sempre riferito esplicitamente alla versione interlinguistica, è chiave per l’attualizzazione di culture e tradizioni altrui. La ricostruzione della tradizione è un processo di modellizzazione.

 

English Abstract

With Lotman, translation is at the heart of the semiotics of culture. By studying Lotman’s scientific articles, one notices that the notion of ‘translation’, although not always explicitly referring to interlingual translation, is key to the actualization of alien cultures and traditions. Tradition reconstruction is a modeling process.

 

Nella concezione lotmaniana, la cultura costituisce l’intelletto collettivo e la memoria di una comunità. Diversamente da come si tenderebbe a pensare basandosi sull’intùito, in una cultura si creano informazioni, dunque nuove, non nella comunicazione interpersonale, ma in quella che Lotman chiama «comunicazione Io-Io».

«Io-Io» è un costrutto anche grammaticalmente peculiare, che rispecchia una peculiare logica: non si tratta di «comunicazione Io-Me», dove il Me si fa oggetto, passivo, di un Io soggetto. Ma di una comunicazione con due soggetti, che sostanzialmente sono lo stesso in due fasi diverse della propria (continua) evoluzione. Mentre la comunicazione interpersonale è in Lotman mero “trasporto” di un’informazione che era già presente in anticipo, dunque sistemicamente ridondante, tautologica, la comunicazione Io-Io riesce a creare il nuovo. Ciò avviene grazie al fatto che il messaggio verbale – che è discreto – per essere decodificato ha bisogno di una traduzione nel linguaggio interno del soggetto – che è continuo –, e che il messaggio mentale – che è continuo – per essere codificato ha bisogno di una traduzione nel linguaggio esterno – che è discreto.

Questa dinamica che si svolge all’interno del singolo soggetto è resa possibile dalla presenza nel nostro cervello di due emisferi, uno preposto all’elaborazione discreta (per esempio alla formulazione verbale), uno all’elaborazione continua (per esempio alla riflessione). Ciò determina un’intraducibilità parziale di fondo – l’impossibilità di “impacchettare” verbalmente la fluidità dei pensieri senza lasciare fuori nulla e senza perdere tale fluidità e, sul versante opposto, l’impossibilità di dissolvere mentalmente la rigidità delle parole senza lasciare fuori nulla e senza perdere tale precisione – che per il semiotico estone è non già una contrarietà, ma la sorgente stessa dell’energia intellettuale. E in questa elaborazione soggettiva un ruolo fondamentale lo svolge la tradizione:

 

La “tradizione” agisce sempre come sistema di testi conservati nella memoria di una data cultura, o sottocultura, o personalità.

Se per un verso la dialettica è continuo/discreto, nel rapporto con il contesto esterno esiste un confronto tra memorie, tra culture. La mia memoria influenza il mio modo di concepire la realtà e i messaggi che produco. I messaggi che produco e invio al mondo, a loro volta, presentano difficoltà di comprensione (decodifica) determinate anche dal “differenziale di memoria” tra me e il mio ricevente. La memoria altrui, o meglio la mia concezione della memoria altrui, influenza la mia formulazione di messaggi, la mia strategia comunicativa. Creo messaggi anche in funzione di quanto e come penso che saranno decodificati, di quali elementi di intertestualità saranno riconosciuti, quali fraintesi, quali ignorati.

 

La fase successiva è la padronanza del linguaggio altrui e il suo uso libero, l’appropriazione delle regole per la generazione di testi altrui e la ricreazione di nuovi testi analoghi secondo queste regole. Poi arriva un momento critico: la TRADIZIONE altrui viene radicalmente trasformata sulla base del substrato semiotico primordiale del ricevente. L’altrui diventa proprio, trasformandosi e spesso cambiando radicalmente d’aspetto. In questo momento, i ruoli possono scambiarsi: il ricevente diventa emittente, e il primo partecipante al dialogo passa in modalità ricezione, assorbendo il flusso di testi che scorre ormai nella direzione opposta (Lotman 1983:107).

Il concetto di «dinamica proprio/altrui», formulato da Lotman già nel 1971, è fondamentale per la semiotica della cultura e della traduzione. Prima ancora che una competenza linguistica, il traduttore ha bisogno di una competenza semiotica nel differenziare il proprio e l’altrui e nel gestire tale differenza. Confrontare il proprio con l’altrui significa innanzitutto acquisire consapevolezza della propria identità. Ciò vale sia per i sistemi culturali costituiti da una sola persona (individui) sia per quelli costituiti da più persone (gruppi), dalla piccola comunità fino alla nazione.

Sia l’identità propria sia l’identità altrui sono il frutto della sintesi della memoria. Il venire meno della memoria – come in alcune malattie degenerative neurologiche o, nei sistemi nazionali, nelle derive autoritarie – determina la perdita dell’identità (cultura propria) e della capacità di riconoscimento (cultura altrui). Dato che la memoria è per principio selettiva, un altro modo per definire la cultura di un sistema è in termini di selezione operata dalla memoria culturale.

 

Un aspetto importante del dialogo interno della cultura si sviluppa storicamente: la tradizione precedente stabilisce una norma che ha già carattere automatico, su questo background si sviluppa l’attività semiotica delle nuove forme strutturali. La produttività del conflitto è dunque mantenuta dal fatto che nella mente del ricevente, lo stato passato e presente del sistema sono compresenti (Lotman 1987:6).

Lotman vede in tutti i contesti due istanze in parziale contrapposizione. Se si dovesse individuare una costante di tutte le sue indagini forse è proprio questa: la compresenza in ciascun sistema di due elementi – due culture, direbbe lui – che non sono reciprocamente compatibili. La coesistenza di queste due culture in tutti gli àmbiti, come un polo positivo e un polo negativo generano un campo elettrico, genera l’energia della semiosfera. La quantità di caos presente in un sistema, detta anche entropia, permette al sistema di essere dinamico. I due elementi diversi e intraducibili imprimono una carica di cambiamento talmente potente, da mettere a rischio la costanza e quindi il senso di identità, tanto del singolo individuo, quanto della singola cultura sovraindividuale. Esiste quindi una sorta di contrappeso tra memoria ed entropia, tale da permettere quella che Freud chiamava «costanza dell’oggetto», il mantenimento dell’identità culturale, e nel contempo l’evoluzione delle culture.

 

Non solo elementi appartenenti a tradizioni culturali storiche ed etniche diverse, ma anche i costanti dialoghi intratestuali tra generi testuali e ordinamenti strutturali multidirezionali formano quel gioco interno di mezzi semiotici, che, manifestandosi soprattutto in testi artistici, risulta in sostanza proprietà di qualsiasi testo complesso (Lotman 1968:107).

Il testo, superata l’epoca in cui si faceva rappresentante di una tendenza, di una cultura, è divenuto terreno di uno scambio dinamico di forze, e ospita non solo campi di intertestualità, ma anche di intratestualità. L’intratestualità è il modo che il testo ha di creare una rete di relazioni al proprio interno, rete che lo rende non un oggetto ma un processo. Il testo è un organismo vivente in continua evoluzione. La metafora biosfera-semiosfera non è solo finalizzata agli aspetti sistemici, ma anche a quelli biologici, perché la concezione semiotica conferisce vita al testo, lo configura come brodo di coltura.

 

Uno dei problemi significativi dello studio della semiotica e della tipologia delle culture è la formulazione della questione della corrispondenza fra strutture, testi, funzioni. All’interno di una cultura, si pone il problema della corrispondenza fra i testi. Su di esso si costruisce la possibilità di traduzione all’interno di una tradizione. Detto questo, poiché la corrispondenza non è identità, la traduzione da un sistema di testo a un altro implica sempre un certo elemento d’intraducibilità (Lotman 1973:107).

È importante capire che in Lotman qualsiasi concezione che comporti un “trasporto”, qualsiasi metafora della traduzione come “ponte” o come “tubo” o come “trasmissione”, o come “percorso” o come “equivalenza” è destinata a non funzionare. E questo perché il concetto di «traduzione» è centrale alla visione semiotica. Lo spazio semiotico non è un casellario, ma semmai un tessuto cellulare. Le informazioni non si spostano da una casella all’altra, ma si traducono da una cellula all’altra, e dunque si trasformano. Ogni traduzione è trasformazione, stravolgimento.

La traduzione è ricontestualizzazione, e la ricontestualizzazione ridefinisce il senso. La modifica della tradizione culturale di riferimento ricontestualizza il testo e gli conferisce senso nuovo:

 

Dalla trasposizione di testi all’interno di una tradizione culturale si distingue la traduzione tipologicamente simile di testi relativi a tradizioni diverse (Lotman 1973:109).

Ciò che costituisce la principale difficoltà traduttiva è la differenza culturale, soprattutto la differenza di tradizioni. Quando concentriamo la nostra attenzione, nello studio della traduzione, sulle lingue, stiamo osservando la superficie, il sintomo esteriore di un fenomeno profondo, che scuote le basi ideologiche, religiose della cultura.

 

La conoscenza della comunanza delle tradizioni linguistiche utilizzate in ciascuna di queste culture funge (non solo in teoria, ma anche nel comportamento pratico dei portatori delle tradizioni corrispondenti) da prerequisito per comprendere le loro differenze. Queste ultime per il mondo slavo sono associate non tanto alle regole puramente linguistiche (morfologiche) della ricodifica, che, con la loro relativa semplicità potrebbero non complicare la comprensione reciproca, quanto con le differenze storico-culturali (per i periodi più antichi soprattutto religiose) (Lotman 1971:149).

Come si vede, la differenza tra linguaculture diventa un nucleo fondamentale per lo studio della semiosfera, e per l’evoluzione dei sistemi che la costituiscono. Il mediatore linguoculturale si ritrova così nel fuoco dell’attenzione di tutti i semiotici. Abituate come sono a trovarsi in una zona periferica di una disciplina specialistica, le persone che si occupano di traduzione si troveranno forse spaesate a vedersi al centro dell’attività culturale tout court. Nella concezione lotmaniana la traduzione coincide con l’attività culturale stessa:

 

Il trasferimento di una sezione della realtà in uno o in un altro linguaggio della cultura, trasformarla in testo, cioè in informazioni registrate in un certo modo e inserire queste informazioni nella memoria collettiva – questa è la sfera dell’attività culturale quotidiana (Lotman 1996:397).

Questo perché quella che noi, con una metafora non più percepita come tale, chiamiamo «assimilazione» comporta un processo traduttivo. Così come il nostro corpo riesce a trarre nutrimento soltanto dalla parte di ciò che si ingerisce che è assimilabile al metabolismo, mentre la componente intraducibile viene scartata, così solo ciò che è culturalmente assimilabile diviene patrimonio della memoria:

 

Solo ciò che è tradotto in questo o quel sistema di segni può diventare patrimonio della memoria; in questo senso, la storia intellettuale dell’umanità può essere considerata una lotta per la memoria. Non è un caso che qualsiasi distruzione della cultura procede come distruzione della memoria, cancellazione dei testi, oblio dei legami. L’emergere della storia (e prima – del mito) come coscienza di un certo tipo è una forma di memoria collettiva (Lotman 1996:397).

Quando ci troviamo disorientati di fronte ai movimenti di opinione formatisi nell’arco di poche ore grazie alle comunità virtuali generate dalle varie piattaforme di software per interazioni sociali, e ci accorgiamo che per loro tramite il dibattito intellettuale degli stati finisce democraticamente in mano a persone che non hanno radici culturali profonde, dobbiamo ricordarci di queste parole del semiotico estone:

 

Un esempio di memoria creativa è, in particolare, la memoria dell’arte. È attivo qui, potenzialmente l’intero spessore dei testi. L’attualizzazione di questi o quei testi obbedisce alle complesse leggi del movimento culturale generale e non può essere ridotta alla formula “il più recente è il più prezioso” (Lotman 1985:7).

 

Ricordandoci che la prima cultura umana verbale è stata orale, e che quella scritta è venuta in un secondo tempo, in quella che comunemente chiamiamo «storia» contrapposta alla preistoria, siamo portati a pensare che gli “intellettuali”, che lavorano con la parola scritta, siano per questo menti necessariamente capaci di ragionamenti più complessi di chi è fermo all’espressione solo orale. Dimentichiamo che la scrittura è una semplificazione culturale, non costituisce aumento della complessità:

 

Il mondo della memoria orale è pieno di simboli. Può sembrare paradossale che l’aspetto della scrittura non abbia complicato, ma semplificato la struttura semiotica della cultura (Lotman 1996:351).

Lotman ha una sua concezione della memoria, che suddivide in artistica e informativa. Per «memoria artistica» intende quella creativa, soggettiva, mentre per «memoria informativa» intende la mera riproduzione di informazioni:

 

Se ci si concede un certo grado di semplificazione e si identifica la memoria con la conservazione dei testi, è possibile distinguere “la memoria informativa” e “la memoria creativa (artistica)”. Nella prima possono rientrare i meccanismi di conservazione dei risultati di una certa attività cognitiva (Lotman 1985:7).

Attenzione a non far coincidere queste due categorie di memoria con l’improduttiva distinzione tra traduzione “tecnica” e traduzione “letteraria”. Lotman dà per scontato quanto dimostrato da Lûdskanov nel 1967, ossia che qualsiasi tipo di traduzione comporta creatività, e quanto dimostrato da Popovič nel 1975, ossia che la concezione scientifica del processo traduttivo può essere solo unitaria. Qui Lotman si rifà alla distinzione tra trasmissione interpersonale e rielaborazione soggettiva. Qualsiasi passaggio comunicativo che comporti una fase mentale di ragionamento e una verbale di espressione è per Lotman frutto della «memoria artistica».

 

L’allusione è un mezzo per attualizzare la memoria. Un grande sviluppo hanno i costrutti ellittici, la semantica locale, che tende alla formazione di un lessico “casalingo”, “intimo”. Il testo è apprezzato non solo a misura della comprensibilità per il destinatario dato, ma anche per il grado di incomprensibilità per gli altri. Pertanto, l’orientamento verso l’uno o l’altro tipo di memoria del destinatario spinge a fare ricorso ora al “linguaggio per gli altri”, ora al “linguaggio per sé stessi” – a una delle due potenzialità strutturali opposte nascoste nel linguaggio naturale. Possedendo un determinato insieme di codici linguistici e culturali, possiamo, sulla base dell’analisi di un dato testo, scoprire a quale tipo di pubblico è orientato (Lotman 1996:88).

L’ellissi, l’allusione sono fenomeni significativi perché costituiscono artifici atti ad affrontare e parzialmente risolvere i problemi di intraducibilità. La traducibilità è in questa concezione equiparata alla tautologia, mentre l’intraducibilità è associata alla creazione di senso. Il metatesto non è equivalente al prototesto, per fortuna, perché è il frutto di un’elaborazione ulteriore che, oltre a produrre un residuo, ha generato senso. Il traduttore, col suo procedere metaforico, parafrastico, creativo, ri-genera il senso del prototesto. Il traduttore è il cuore pulsante dell’attività cognitiva.

 

Riferimenti bibliografici

Û. M. Lotman, Tekst i funkciâ [Il testo e la funzione], in «III letnââ škola po vtoričnym modeliruûŝim sistemam. Kääriku 10-20 maâ 1968, in Tezisy [Tesi] 1968 Tartu p. 103-109.

Û. M. Lotman, O semiotičeskom mehanizme kul’tury [Sul meccanismo semiotico della cultura], in «Učenye zapiski Tartuskogo gosudarstvennogo universiteta» 1971 284 p. 144-166.

Û. M. Lotman, Tezisy k semiotičeskomu izučeniû kul’tur (v primenenii k slavânskim tekstam) [Tesi per lo studio semiotico delle culture (applicato ai testi slavi), in Semiotyka i struktura tekstu: Studia poświęcone VII Miçdzynarodowemu kongresowi slawistów. Warszawa, 1973, p. 9-32.

Û. M. Lotman, K postroeniû teorii vzajmodejstviâ kul’tur (semantičeskij aspekt) [Per la costruzione di una teoria dell’interazione delle culture (aspetto semantico)], in «Učenye zapiski Tartuskogo gosudarstvennogo universiteta» 1983 646 p. 92-113.

Û. M. Lotman, Pamât’ v kul’turologičeskom osveŝenii [La memoria in una prospettiva culturologica], in «Wiener Slawistischer Almanach» 1985 16 p. 5-9.

Û. M. Lotman, Arhitektura v kontekste kul’tury [L’architettura nel contesto della cultura], in «Arhitektura i obŝestvo» 1987 Sofia p. 6-15.

Û. M. Lotman, Vnutri myslâŝih mirov: Čelovek-tekst-semiosfera [Entro mondi pensanti: Uomo-testo-semiosfera], 1996, Moskvà, Istoriâ.

A. Lûdskanov, Un approccio semiotico alla traduzione. Dalla prospettiva informatica alla scienza traduttiva, a cura di B. Osimo, 2008, Milano, Hoepli.

A. Popovič, La scienza della traduzione. Aspetti metodologici. La comunicazione traduttiva, a cura di B. Osimo, Milano, Hoepli, 2006. Prima edizione Teória umeleckého prekladu. Bratislava, Tatran, 1975.

 

Bruno Osimo ha un diploma di traduttore dal russo e dall’inglese e un dottorato in scienza della traduzione (sup. Torop).

Dal 1980 traduce per l’editoria e per le aziende.

Insegna scienza della traduzione e traduzione dal russo e dall’inglese alla Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli». Ha insegnato alle università degli studi di Milano, Udine, Venezia, e alle SSML di Padova e Misano.

Dal 2011 pubblica romanzi con Marcos y Marcos.

Dal 2017 ha la colonna «Il senso delle cose» sulla rivista L’Altiero.

 

Feb 272018
 

Tradurre significa non dover mai dire mi dispiace? Se siete in cerca di una raccolta di frasi fatte sulla traduzione, questo illuminante libro di Daniele Petruccioli non fa proprio per voi. Non fa per voi nemmeno se vi aspettate un testo scritto in “critichese”, il linguaggio dei critici letterari, acrobati dell’idioletto, funamboli dell’esibizionismo accademico.

Perché questo è un libro scritto da un traduttore non pretenzioso, che esprime con parole semplici concetti complessi ma alla portata di tutti. Un libro difficile da recensire perché verrebbe voglia di citarlo tutto – ma allora dove sarebbe la sintesi? Proverò dunque a proporre alle lettrici e ai lettori alcune citazioni sparse commentandole. Cominciamo da questa, tratta da pagina 35:

Lo scrittore «traduce da un mondo interiore… http://www.laltiero.it/eh-si-anche-lautore-traduttore/foto_petruccioli

Feb 052018
 

Nella nostra cultura si pensa che la parola «vecchio» sia da evitare, e si preferisce la parola «anziano». E ciò è profondamente volgare. Mi fa venire in mente quella maestra di mia figlia che, quando scoprì che dei compagni le davano dell’ebrea per insultarla, anziché spiegare loro che “ebreo” non è un insulto, disse loro: “Non datele dell’ebrea!!!” Non usare la parola «vecchio» è il segno tangibile che la si considera una parolaccia. Non male per una società che in buona parte è composta da vecchi.

«Ecco, non posso crederci, ancora con questa storia. Ma se ne abbiamo parlato e riparlato, e si era deciso che una cosa simile era fuori discussione».

È proprio esasperata. Non mi piace che si scaldi così. Ha avuto problemi di… vedi il resto dell’articolo

 

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Sep 252017
 

Amava bambini, aranci

(come se il mondo avesse bisogno di portieri d’albergo)

«Per lui l’occidente era roba da ragionieri». La prima difficoltà che ha dovuto affrontare Cristina Battocletti per scrivere questa meravigliosa, ricchissima biografia di Bazlen è stata quella di trovarsi di fronte a un problema d’intraducibilità. Cosa più del materiale disponibile per ricostruire questa vita è frammentario, sfuggente alla categorizzazione, anomalo, idiosincratico e refrattario a una descrizione lineare? Da un lato, una montagna di cartoline, lettere, testimonianze, alberghi, amici, nemici, scritti apparentemente privi di una coerenza – dall’altro un volume stampato con eleganza da La nave di Teseo, privo di refusi – che già di per sé è una notizia nel panorama attuale – ben scritto, a volte scritto in modo trascinante («Piazza dell’Unità d’Italia è un bagliore di ori e pinnacoli che guarda con devozione all’acqua, mentre la sua lingua più lunga, il molo Audace, è una specie di desiderio di goderne un’ultima vertigine»), molto più avvincente di un romanzo, di quelli che, quando finisci di leggerli, ti appigli all’indice, al sommario, alla quarta di copertina – genere in cui Bazlen eccelleva – pur di non doverli cedere.

Come tutte le intraducibilità, nemmeno questa è assoluta: Cristina Battocletti l’ha vinta, e l’ha vinta con stile, dimostrandosi in primo luogo un’eccellente mediatrice linguoculturale.

«L’obiettivo di Bobi non era arricchirsi, quanto continuare con la sua vita di lettore e di nomade»: Bobi Bazlen non era uno scrittore, non era un editore, non era un traduttore («non ho voglia di fare come tutti le solite traduzioni pagate a metro: facendole con un certo impegno, e lavorando tutta la giornata, non salta fuori nemmeno un ristorante decente», «se traduceva dal tedesco, sua lingua madre, preferiva rimanere anonimo»), non era un poeta («È chiaro che lei non è un poeta» gli disse Elsa Morante), non era un consulente editoriale («suggeriva le opere da pubblicare agli amici»), non era un addetto alle public relations, non era un talent scout («non ha mai avuto un ruolo ufficiale nell’editoria o una pubblicazione che ne definisse la figura. Non ha assunto la direzione di una collana editoriale»), non era l’amico di poeti e scrittori («poeta delle note editoriali e aforista geografico»), non fondava case editrici («la sua genialità era il fiuto editoriale finissimo»): era tutte queste cose messe insieme. «Per Bobi la professione di editor era così commistionata con il privato da averla esercitata fino a un attimo prima di morire».

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[continua a leggere]copertina battocletti bazlen.jpg

Cristina Battocletti

Bobi Bazlen. L’ombra di Trieste

La nave di Teseo, 400 pagine. 19,50 euro cartaceo. 9,99 euro ebook.

 

Sep 162017
 
Il lettore modello – in questo caso spettatore modello – della Fiorentini Alimentari è un minotauro: il corpo della modella gli viene offerto in un volgare, prepotente rosso sangue rappreso, che le fascia le braccia sotto forma di guanti fin sopra il gomito, e nel quale si scioglie, dal seno compreso in giù, il corpo stesso. Della modella umana restano solo le spalle e la testa: sotto un andante fiocco-regalo, con un nastro sempre rosso sangue come il colore triviale del marchio. Questo nastro, oltre a mortificare le forme, trasformando la donna in un maschio senza fianchi, sembra sciogliere nell’acido la bellezza, dissolvendola in sangue. Come dire: se vuoi dimagrire, ti costerà sangue, e tanto anche.
La musica che accompagna la mostruosità della scena è un martellamento privo di qualsiasi altra pretesa: do-do re re, do-do mi mi, do-do re re do-do mi mi – do-do do-do do-do do-do do-do do-do do-do do-do re-re re-re re-re re-re re-re re-re re-re re-re. In sostanza è un chiodo che ci viene piantato in testa con violenza. Per essere sicuri che si capisca, ne viene piantato anche uno un centimetro più a destra e uno un centimetro più a sinistra. [CONTINUA A LEGGERE]
Aug 262017
 

articolo pubblicato su L’Altiero

Stando alla versione ‘inglese’ del sito del governo italiano, per poche ore nel 2001 un ministro appena entrato in carica è risultato laureato alla ‘Mouthfuls University’. Non conoscete questa università? Ma sì, è a Milano, e ospita la più nota facoltà di economia. Normalmente la chiamano Bocconi, ma chi aveva predisposto il sito aveva deciso di tradurre anche il nome proprio. È una malattia epidemica, si chiama «traduttivite», colpisce anche cittadini al di sopra di ogni sospetto.

La falsità delle notizie riguardanti università e altre istituzioni spesso è garantita, e chi cerca di sottrarsi alle improprietà del mainstream usage viene dilavato insieme alla corrente.

Nessun madrelingua italiano penserebbe di formulare la frase ***«Si è laureato a Bocconi»*** Perché, in questa forma, sembrerebbe il nome di un luogo, mentre tutti sappiamo che è il nome di un ateneo, fondato da Bocconi Ferdinando, per ricordare il figlio Luigi.

maxresdefaultMa allora perché sentiamo dire di continuo ***«ad Harvard»***? È un’espressione che concentra in sé una certa quantità di distrazione. Cominciamo dalla pronuncia. Come si può sentire da qui https://forvo.com/word/harvard_university/#en la pronuncia della prima lettera (h) è perfettamente udibile, ciò che impedisce l’uso della preposizione eufonica ad, che si può usare solo davanti a un suono vocalico.

ladige-18-12-2015_largeUn altro problema non da poco è che si tratta di un cognome, e precisamente quello del pastore John Harvard di Charlestown, che nel 1638 alla morte ha lasciato la biblioteca e il patrimonio alla schoale perché facessero un colledge. La Harvard è situata a Cambridge, nel Massachusetts, meno di 350 chilometri a nordest di New York. Volendo usarla come complemento di luogo, perciò, sarebbe «studio a Cambridge, nel Massachusetts». Oppure «studio alla Harvard».

Più in generale, i nomi propri non si traducono. Quando ancora leggiamo, in un’edizione di cent’anni fa, che un libro è di «Leone Tolstoi», o di «Alessandro Dumas», o di «Sigismondo Freud», ci viene da sorridere, perché oggi non ci sogneremmo nemmeno di dire «Emanuele Macron», «Teresa May» o «Vladimiro Putin». Lo stesso vale per i nomi propri di cosa: di cinema (***Little Gym Theatre*** anziché Cinema Palestrina?), alberghi (***Albergo Crollalanza*** anziché Shakespeare Hotel?), navi (***Venetian Victory*** anziché Vittorio Veneto?) e istituzioni, naturalmente.la-fashion-blogger-chiara-ferragni

Per esempio, la Washington University può essere solo resa con questi caratteri esatti, né uno di più né uno di meno. Quando la incontriamo su libri e giornali come ***Università di Washington***, la falsità è addirittura raccapricciante. Innanzitutto perché si trova a Saint Louis, nel Missouri. Poi perché è intitolata non a una città ma a George (non Giorgio, come si legge sulla targa della via a Milano) Washington, e quindi è un caso simile – anche se, concedo, lievemente meno noto – alla nostra Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli».  Inoltre esistono altre tre università con nome simile: la University of Washington (che, si badi bene, non è A Washington, ma NEL Washington, a Seattle), la Washington State University (che, si badi bene di nuovo, non è A Washington, ma NEL Washington, a Pullman, città che persone affette da traduttivite rendono come «autobus») e la George Washington University, che è davvero a Washington ed è la più vecchia delle quattro, essendo del 1821.

Ragionamento simile vale per la Stanford (fondata da Leland and Jane Stanford a Palo Alto), la Yale (fondata da Elihu Yale a New Haven), la Cornell (fondata da Ezra Cornell a Ithaca) e così via.

Quando scriviamo il nostro CV in inglese, evitiamo di tradurre i nomi delle scuole in cui abbiamo studiato. Ciò che va tradotto è il titolo, che in tutto il mondo si capisce se è espresso così: BA (laurea triennale), MA (laurea specialistica), PhD (dottorato di ricerca). Per non fare la figura dei provinciali è meglio evitare anche di usare titoli onorifici tipo «dottore» all’estero: l’Italia è l’unico paese al mondo dove la qualifica di dottore si acquisisce già subito, dopo il BA, mentre nel mondo vero si deve aspettare di avere finito il dottorato.

A parte il fatto che nel resto del mondo il titolo di studio è spesso sottaciuto, quando non strettamente pertinente: «Ho mandato a quel paese il signor Einstein: fa sempre sgocciolare la biancheria sulle mie piante» non significa che non è laureato, ma che non è quello il punto. Ostentare il titolo fa parte del nostro provincialismo: se non fosse interpretato, nella nostra cultura, come status symbol, forse potremmo perfino fare a meno del CEPU e abolirne il valore legale.

Ho il sentore che qualcuno obietterà che tutti fanno così, non si può fare diversamente, ormai ***ad Harvard*** è entrato nel cosiddetto uso…

hvd1_235Lascio la risposta allo scrittore polacco Waldemar Łysiak: «Gdy tylu ludzi pochwala to samo, wtedy łatwo jest dojść do wniosku: jedzmy gówna, przecież miliony much nie mogą się mylić!» [Quando una certa cosa è apprezzata da tantissimi individui, è facile giungere alla conclusione: mangiamo gówna, in fondo, non è possibile che milioni di mosche si sbaglino!]

per la versione integrale originale:

articolo pubblicato su L’Altiero

 

Aug 232017
 

17 maggio 2017

pubblicato su L’Altiero

Traducendo, anche i più distratti si accorgono delle differenze culturali tra diverse popolazioni e nazioni. E qualcuno si accorge anche che il nostro modo di mediare fra culture può perseguire uno di questi due scopi: confermare le certezze del lettore nostrano, fondate o infondate che siano, oppure metterle pericolosamente in dubbio.

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Ricordo la mia prof di traduzione inglese-italiano, nel 1977 all’ILI (Istituto linguistico internazionale) di corso Vittorio Emanuele 13. All’inizio dell’anno occorreva comprare la dispensa, consistente in tanti fogli quante erano le lezioni, e ogni foglio conteneva il testo da tradurre. Il che significa che la signora ogni anno faceva ritradurre alle allieve (24+me) gli stessi testi dei quali deteneva, mentalmente, le WC, ossia le Versioni Corrette. Il tutto si basava su un assioma poi risultato sbagliato, che la traduzione sia una prova a stimolo chiuso e risposta chiusa, quando noi tutti sappiamo benissimo che lo stimolo (l’originale) è sì chiuso (fisso), ma la risposta è aperta, ossia ci sono tante versioni “giuste” quante sono le persone che ci si cimentano.

Orbene, quando c’imbattemmo nella parola inglese evidence, la signora ci spiegò che è sbagliato tradurla «evidenza» – sarebbe un calco! –, perché è semplicemente il modo inglese di dire «prova». Quindi Experimental evidence for beneficial effects of Vitamin B diventerebbe secondo lei «Prove sperimentali degli effetti benefici della vitamina B». Il che, più che una traduzione, è una trasformazione disciplinare, e per la precisione è la trasformazione della scienza in religione.

karl_popperSì perché Karl Popper nel 1934 ha spiegato qualcosa che ha rivoluzionato il modo di pensare in tutto il mondo (tranne – grazie a noi traduttori beneducati attenti ai calchi – in Italia). Le ipotesi scientifiche non possono mai essere confermate o verificate, ma solo controllate mediante tentativi di falsificarle. In altre parole, non ci sono teorie vere, ma solo congetture non ancora falsificate. Lo scienziato (non solo quello col camice bianco e le provette degli spot pubblicitari per il popolo bue, ma anche il filologo, il semiotico, il critico letterario) non conosce la verità, non pensa nemmeno che esista: fa solo abduzioni e cerca di metterle alla prova.

(Sì, lo so, questa visione delle cose mette una certa ansia. Per chi non riesce a sopportarla, in alternativa alla scienza c’è sempre la religione. Lì nulla è sicuro, ma almeno tutto è certo e verificato: ne ho le prove.)

Dunque, to test e to check non si potranno mai tradurre «verificare» senza stravolgerne il senso, ed è bene renderli con «controllare» o «testare» o «mettere alla prova» o simili. Evidence – mi perdoni, prof! non lo dico per mancanza di rispetto! – va tradotto necessariamente «evidenza» e mai «prova» o «dimostrazione». E show va tradotto «mostrare», «suggerire», «far supporre», non «dimostrare». Altrmenti il nostro lettore si farà un’idea sbagliata della notizia, e della scienza.

Da questo esempio paradigmatico si capisce com’è facile, per un italiano, confondere la scienza con la fede. È anche colpa di tutti i giornalisti che, insieme a noi traduttori, hanno divulgato la scienza male, o meglio, dopo che l’hanno divulgata, non è più stata scienza. Qui non si tratta di errori di traduzione, ma di decisioni strategiche su qual è la concezione della scienza – del progresso – che si vuole diffondere in una data cultura. Tradurre evidence con «prova» equivale a tirare su generazioni di creduloni che, con la stessa faciloneria con cui credono alla Scienza-Verità, possono passare in un amen a credere alla Scienza-Complotto (in fondo si tratta solo di cambiare setta), e magari smettono di vaccinare i figli, creando per ignoranza della propria ignoranza sconquassi a catena di dimensioni galattiche.

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C’è un altro àmbito in cui la confusione tra prove ed evidenze è assai pericolosa: quello giudiziario. L’imputato, specie se innocente, preferisce che si dica che ci sono evidenze a suo carico, non prove, ed è proprio aver capito che l’evidenza non è una prova ad aver permesso la nascita della cultura dell’abolizione della pena di morte.

Si vede, a questo punto, quanto è immensa la differenza tra sapere le lingue e saper mediare, tradurre? Sapere le lingue ha a che fare con la comunicazione, con la tautologia, col saper dire quanto è già stato detto in un’altra forma. Saper tradurre ha a che fare col filtro, col lasciar passare e con lo stravolgere, col manipolare, col gestire la comunicazione, con l’evoluzione del senso. In principio, mediare non può mai essere ideologicamente neutro.

Per l’articolo completo, vedi https://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=1&ved=0ahUKEwi6udaz0ezVAhXFblAKHVkkAcIQFggrMAA&url=http%3A%2F%2Fwww.laltiero.it%2Fcerto-certissimo-anzi-probabile-scienza-fede-del-mediatore%2F&usg=AFQjCNG0h11R3ipX_uBVtBCC887yrZvqdA

Jul 132017
 

biais

Quando la mente umana si trova davanti a un fenomeno nuovo, cerca subito il modo di descrivere tale fenomeno a sé stessa per poterlo riconoscere economicamente in futuro. Dato che tale descrizione deve essere sintetica, la mente cerca nella complessità del fenomeno delle costanti ricorrenti, dei pattern, in modo da rendere più agevole il riconoscimento. Se per esempio d’estate il cielo all’improvviso si oscura, tira vento e gli uccelli smettono di cinguettare, so che sta per scoppiare un acquazzone: «acquazzone» è il nome di un pattern riconoscibile, applicabile a fenomeni diversi ma che hanno qualcosa in comune.

 

Sulla base di un pattern percettivo, la mente si crea un modello: è quella che si chiama modellizzazione, e serve per la prossima volta che percepirò qualcosa di assimilabile.

L’acquisizione di un modello della realtà è però un’arma a doppio taglio: se da un lato accelera la percezione, dall’altro rischia di deformare la realtà: in questo caso si parla di «bias».

Il bias è un pattern di deviazione da standard di giudizio che comporta la formulazione di congetture irragionevoli. È l’applicazione inconscia di un filtro mentale deformante alla realtà, così che non è recepita in modo oggettivo, ma ‘obliquo’, ‘storto’.

Tale filtro è applicato dalla nostra mente in modo inconsapevole, perciò noi abbiamo l’illusione di percepire La Realtà.

Ma perché mai dovrebbe interessare ai mediatori linguoculturali? Perché, se tutti sono soggetti a deformazioni percettive, le percezioni deformate dei mediatori si riflettono sul testo che producono, e quindi su migliaia di ascoltatori/lettori successivi.

I tipi principali:

  1. bias di ancoraggio (basarsi solo sulle informazioni avute per prime); per esempio, se cerco una parola nel dizionario e trovo varie spiegazioni, mi fisso sulla prima trascurando le altre;

  2. patternicity (illudersi di trovare pattern significativi in quelli che invece sono fenomeni casuali); come fanno gli scommettitori professionali del lotto quando puntano sul numero che non esce da più tempo, ritenendo che ci sia un modello secondo cui tutti i numeri devono uscire con la stessa frequenza;

  3. bias di conferma (o ideologismo; pescare tra i dati tenendo solo conto di ciò che conferma quello di cui si è a priori convinti);

  4. il “senno di poi” («te l’avevo detto»; illudersi di avere sempre stati certi dell’esito di una determinata situazione).

«Bias» è una parola strana. Un po’ perché non si sa con certezza da dove arrivi, anche se si tende a pensare che venga dal provenzale «biais» che significa «obliquo». I francesi però a loro volta sostengono che a loro sia giunto dal greco βιάς / biás, «atto di violenza».  Nonostante tutto ciò, a noi arriva dall’inglese, che la pronuncia |ˈbīəs|, e così, obbedienti, noi la pronunciamo bàias.

Probabilmente la metafora dello sbieco ciascuno di noi la può intuire: così come «guardare di sbieco» significa «guardare storcendo gli occhi», si può ben capire che, storcendo gli occhi, le cose si vedono deformate. E uno sguardo bieco è obliquo, prima di risultare eventualmente anche minaccioso e sinistro.

Lo sbieco è quella fettuccia, tessuta a 45° anziché a 90°, in cui i fili sono girati in senso trasversale a quelli del vestito, motivo per cui va molto bene per fare orli, poiché se la si piega, mantiene la piega già prima di essere cucita e applicata al tessuto del vestito.

La mispercezione del bias mi fa venire in mente quella della ostranenie, o “stranificazione”, parola di cui proprio quest’anno ricorre il centenario, perché nel 1917 Viktor Šklovskij la coniava per spiegare il procedimento artistico (priëm), ossia descrizione in modo strano di un oggetto allo scopo di far uscire il lettore dall’automatismo della percezione. Con la differenza che l’artista usa la ostranenie apposta – ed è perché la usa che lo consideriamo artista – invece noi tutti la subiamo senza accorgercene.

Originariamente pubblicato su L’Altiero, luglio 2017

Apr 112017
 

È impressionante come possiamo “cambiare idea” a seconda che ci sia con noi il nostro fidanzato o un collega, nostra moglie o una passante, la nostra gattina o un coniglio composto nel polistirolo. Entrando a far parte di sistemi via via diversi, a seconda delle ore del giorno, tendiamo a occupare di volta in volta la posizione che ci sembra più consona nel dato contesto, in funzione della nostra personalità, del nostro carattere.

laltieroC’è un contesto dentro di noi e uno al di fuori. Nel contesto esterno la nostra persona è un elemento del sistema e ha un’identità coerente nei confronti degli altri elementi. Se noi al nostro interno talora siamo ‘combattuti’ tra due posizioni, all’esterno siamo costretti ad armonizzare quantomeno superficialmente le nostre intenzioni tra loro perseguendo una logica che gli altri finiscono per riconoscere come il nostro stile.
Ma al nostro interno c’è un altro sistema, dentro il quale si confrontano e si combattono istanze diverse, desidèri, mete, obbiettivi di breve e di lungo termine anche in contrasto tra loro. Dentro di noi c’è un fermento che talora sarebbe arduo definire omogeneo, ma siamo costretti a ‘ripigliarci’ nel momento in cui l’aspettativa di un confronto con l’esterno ci costringe a ‘ricomporci’, a ‘fare sistema’ per poter sopravvivere come entità accanto alle altre entità individuali (e non [continua a leggere] http://www.laltiero.it/pover-purscel-nel-senso-del-maiale/