Philip Roth La controvita The counterlife

Philip Roth

 

La controvita
La bocca era il suo mestiere, certo – e anche di Wendy – eppure parlarne in quel modo, a fine giornata, con la porta chiusa, e l’esile, giovane biondina che si offriva per un lavoro – si stava rivelando incredibilmente stimolante. Si ricordò del suono della voce di Maria che gli diceva tutte quelle cose su quanto fosse meraviglioso il suo cazzo – «Ti metto la mano nei pantaloni, e mi lascia a bocca aperta, è così grosso e gonfio e duro». «Il controllo che hai», gli diceva sempre, «quanto lo fai durare, non c’è nessuno come te, Henry». Se Wendy si fosse alzata e fosse andata alla scrivania e gli avesse infilato la mano nelle mutande, avrebbe scoperto quello di cui parlava Maria.
«La bocca», stava dicendo Wendy, «è proprio la cosa più personale con cui un dottore può avere a che fare».
«Sei una delle poche persone che l’abbia mai detto», le disse Henry. «Te ne rendi conto?»
Quando si accorse che il complimento l’aveva fatta arrossire, spinse il discorso su un terreno ancora più ambiguo, sapendo, tuttavia, che nessuno che avesse origliato avrebbe potuto accusarlo di parlare con lei di qualcosa di diverso dalle sue qualifiche per il lavoro. Non che qualcuno potesse in qualche modo sentirli.
«Un anno fa la tua bocca la davi per scontata?» le chiese.
«A confronto di quanto faccio adesso, sì. Ovviamente, mi sono sempre presa cura dei miei denti, del mio sorriso…»
«Ti sei presa cura di te», fece Henry, con approvazione.
Sorridendo – e quello era un bel sorriso, il segno di un abbandono del tutto innocente, bambinesco – lei prese la palla al balzo. «Sì, certo, mi prendo cura di me stessa ma non mi ero resa conto di quanto per l’odontoiatria contasse l’aspetto psicologico».
Lo stava forse dicendo perché ci andasse piano, gli stava forse educatamente chiedendo di lasciar perdere la sua bocca? Forse lei non era così innocente come credeva – ma quello era anche più eccitante. «Parlamene un po’», disse Henry.
«Be’, quello che ho detto prima – il rapporto con il tuo sorriso è un riflesso del tuo rapporto con te stesso e di come ti poni di fronte agli altri. Penso che l’intera personalità possa svilupparsi, non riguardo ai denti, ma a tutto quello la riguarda. In uno studio dentistico hai a che fare con la persona nella sua totalità, anche se sembra di aver solo a che fare con la bocca. Come posso accontentare la persona interamente, bocca compresa? E quando si parla di odontoiatria cosmetica, è pura psicologia. Nello studio del Dott. Wexler avevamo qualche problema con le persone che si facevano mettere le capsule e volevano denti bianchi-bianchi, che non stavano bene con i loro denti, con la loro colorazione. Devi fargli capire quali sono i denti che hanno un effetto naturale. Gli dici, ‘Avrai il sorriso perfetto per te, ma non puoi arrivare e semplicemente scegliere il sorriso perfetto e fartelo piazzare in bocca.’»
«Ed avere una bocca», aggiunse Henry, dandole una mano, «che sembra la tua».
«Giusto».
«Voglio che tu lavori per me».
«Oh, fantastico».
«Penso che potremmo farlo», disse Henry, ma prima che farlo potesse assumere troppi significati, si sbrigò a presentare subito le sue idee alla nuova assistente, come se concentrarsi seriamente sull’odontoiatria potesse in qualche modo trattenerlo dall’essere pesantemente allusivo. Si sbagliava. «Molta gente, come già saprai, non pensa che la sua bocca faccia parte del suo corpo. Né che i denti facciano parte del corpo. Non inconsciamente, almeno. La bocca è un vuoto, la bocca non è niente. Molte persone, al contrario di te, non ti diranno mai cosa rappresentala loro bocca. Se sono spaventati dall’odontoiatria a volte è per qualche tremenda esperienza di molto tempo prima, ma soprattutto è per quello che significa la bocca. Chi la tocca è un intruso o un aiuto. Portarli dal pensare che lavorare su di loro è come intromettersi all’idea che lo stai facendo per aiutarli, è quasi come avere un’esperienza sessuale. Per molte persone, la bocca è qualcosa di segreto, è il loro nascondiglio. Proprio come i genitali. Ricorderai che a livello embriologico la bocca è correlata ai genitali».
«L’ho studiato».
«Davvero? Bene. Poi capisci che le persone vogliono che tu sia molto delicato con la loro bocca. La delicatezza è l’aspetto più importante. Con tutti i soggetti. E, stranamente, gli uomini sono più vulnerabili, soprattutto se non hanno più i denti. Perché per un uomo perdere i denti è un’esperienza forte. Un dente per un uomo è come un mini-pene».
«Con ci avevo mai pensato», disse, ma non era sembrata affatto turbata.
«Be’, che idea ti fai della prestanza sessuale di un uomo senza denti? Cosa pensi che lui pensi? Mi è capitato qui un tipo molto in vista. Aveva perso tutti i denti e aveva una fidanzata giovane. Non voleva farle sapere che aveva la dentiera, perché significava che era un vecchio, e lei era una ragazza. Più o meno della tua età. Ventuno?»
«Ventidue».
«Aveva ventun anni. Così gli ho fatto degli impianti, invece che la dentiera, e lui era felice, lei era felice».
«Il Dottor Wexler diceva sempre che la soddisfazione più grande viene dalle imprese più ardue, di solito da un caso disperato».
Wexler se l’era scopata? Henry ancora non era andato oltre il classico flirtare con qualsiasi assistente di qualunque età – non solo era poco professionale ma un’incredibile distrazione in uno studio pieno di lavoro, e il caso disperato allora diventava il dentista. In quel momento capì che non avrebbe mai dovuto assumerla; era stato del tutto esageratamente impulsivo, e adesso rendeva tutto ancora più complicato con quelle chiacchiere sul mini-pene che glielo stavano facendo venire duro. E nonostante tutto quello che stava succedendo in quei giorni e che lo faceva sentire tanto spavaldo, non riusciva a smettere. Qual era la cosa peggiore che poteva capitargli? Spavaldo com’era, non ne aveva idea. «La bocca, non devi dimenticare, è l’organo primario dell’esperienza…» Continuava, guardandola sfrontatamente senza batter ciglio.
Tuttavia, passarono sei intere settimane prima che risolvesse i suoi dubbi, non solo sull’oltrepassare la linea più di quanto avesse fatto al colloquio ma proprio sul tenerla in studio, nonostante il lavoro eccellente che stava facendo. Tutto quello che aveva detto a Carol sul suo conto si era rivelato vero, anche se gli suonava come la razionalizzazione più trasparente del perché lei fosse lì. «È sveglia e vivace, è graziosa e piace alla gente, ci sa fare e mi aiuta incredibilmente –per merito suo, quando entro, posso mettermi subito al lavoro. Questa ragazza», aveva detto a Carol, anche più spesso di quanto avrebbe dovuto nel corso di quelle prime settimane, «mi fa guadagnare due o tre ore al giorno».
Poi una sera dopo il lavoro, mentre Wendy ripuliva il vassoio e lui si stava lavando come al solito, si girò verso di lei e, dato che sembrava proprio non esserci più un modo per uscirne fuori, si mise a ridere. «Guarda», disse, «facciamo un gioco. Tu sei l’assistente e io sono il dentista». «Ma io sono l’assistente», disse Wendy. «Lo so», rispose, «e io sono il dentista – ma fingiamo lo stesso.” «E così», disse Henry a Nathan, «ecco com’è andata». «Giocavate al dentista», disse Zuckerman. «A quanto pare», disse Henry, «lei ha fatto finta di chiamarsi ‘Wendy’ e io ho fatto finta di chiamarmi ‘Dott. Zuckerman’, e abbiamo fatto finta di essere nel mio studio dentistico. E poi abbiamo fatto finta di far sesso – e l’abbiamo fatto». «Interessante», disse Zuckerman. «Era, era selvaggio, ci faceva impazzire – è stata la cosa più folle che io abbia mai fatto. L’abbiamo fatto per settimane, fingevamo così, e lei diceva continuamente, ‘Perché è così eccitante quando tutti fingiamo di essere quello che siamo?’ Dio, se era fantastico! Che bomba!»
Be’, quel folle gioco piccante era ormai acqua passata, non c’era più il malizioso trasformare ciò-che-era in ciò-che-non-era o cosa-potrebbe-essere in cosa-era – c’era solo la desolante realtà di questo-è-quanto. Non c’è niente che un uomo di successo, oberato e brillante ami più della piccola Wendy accanto a lui, e niente che potrebbe rallegrare la piccola Wendy più che chiamare il suo amante «Dottor Z» – lei è giovane, è disponibile, è nel suo studio, lui è il capo, lo guarda nel suo grembiule bianco mentre tutti lo adorano, vede la moglie che scarrozza i bambini e le iniziano a spuntare i capelli bianchi e lei neanche si rende conto dei centimetri del girovita… incantevole a tutto tondo. Sì, le sedute con Wendy erano stati arte per Henry; lo studio dentistico, dopo la chiusura, un atelier; e la sua impotenza, pensò Zuckerman, come la vena di un artista che si prosciuga per sempre. Gli era stata riattribuita l’arte della responsabilità –sfortunatamente giusto a quel punto la routine lavorativa dalla quale aveva bisogno di prendersi vacanze sempre più lunghe per poter sopravvivere. Era stato ricacciato nel suo talento per la banalità, esattamente quello in cui era stato rinchiuso per tutta la vita. Zuckerman si era sentito male per lui e, come uno stupido, come uno stupido, non aveva fatto niente per fermarlo.

 

Dalla Brianza a Yehoshua. Intervista ad Alessandra Shomroni, traduttrice di Yehoshua e Grossman

Che tu sia per me la pioggia

 

La pioggia. Imparare a concepirla non come un nemico da cui ripararsi, ma come dono di trasformazione, al quale presentarsi solo col proprio corpo. Imparare a lasciarsi trasformare dalle persone che si incontrano, dai libri che si leggono, dai paesi in cui si va a vivere. Nuotare senza timori nel mare in perpetuo movimento. O almeno provarci.

Incontro Alessandra Shomroni in una casa, o meglio in un parco che racchiude al suo interno una casa. È primavera avanzata nell’Oltrepò pavese, l’asfalto della strada moltiplica il caldo del sole, ma, appena imboccati i due solchi in mezzo all’erba del vialetto, e nascosta l’automobile dietro un alto cespuglio di arbusti, il clima è subito diverso: più fresco, più accogliente.

L’interno della casa appare sulle prime scuro, dopo il protratto bagliore del sole e, in quella che mi sembra ancora una penombra, due donne con vesti larghe di tinte naturali parlano tra loro in una lingua che risveglia in me frammenti di ricordi forse rimossi o forse solo trascurati, della scuola elementare: sì, è proprio l’ebraico, benché così fuori contesto.

La padrona di casa si chiama Katka, è di origine ceca, ma ha vissuto parecchi anni negli Stati Uniti, e sa l’ebraico per educazione familiare. La sua somiglianza con Alessandra, al punto di sembrare sua sorella maggiore, non è attribuibile ad alcun legame di parentela, seppure lontano. Forse si assomigliano perché legate da un’intensa amicizia, che le ha a poco a poco rese simili.

Alessandra è italiana, ma non vive in Italia, anche se ci viene regolarmente per incontrare amici, parenti, editori. Vive a Mey Ami, un villaggio agricolo nel nord di Israele.

Trapiantata in Israele vent’anni fa, da tre anni traduce testi contemporanei, tra cui Alef Bet Yehoshùa e Davìd Grossman. Camminiamo nel parco rigoglioso di Katka e intanto bussano e chiedono il permesso di uscire le domande nella mia mente di traduttore. Lei è disponibile a parlare della sua complicata esperienza.

Abitare in Israele nei primi tempi era come vivere lacerata fra due mondi, con una ferita aperta. Quando era in Israele aveva nostalgia dell’Italia, e viceversa. Insomma, non era facile. Da tre anni vive in modo meno angoscioso la distanza tra le sue due patrie, tra le sue due lingue.

Avere radici profonde in due culture molto diverse può portare a una sorta di schizofrenia geografica e culturale, provoca un’inevitabile quanto continua angoscia e nostalgia. Alessandra ora ha trovato un modo molto elegante per sublimare questo desiderio di essere qua e là: dopo vent’anni in Israele, nei quali si è sposata con un cittadino israeliano, ha lavorato in kibùz, ha avuto due figli e si è laureata, conosce la cultura e la lingua di Israele meglio di qualsiasi straniero (le ho sentito dire: «mi sento profondamente cittadina israeliana»), e in un’opera letteraria contemporanea della sua nuova patria riesce a cogliere sfumature di registro, coloriture gergali, allusioni a dati di realtà, fenomeni culturali, peculiarità di idioletto. E dedica la propria competenza ai lettori italiani.

La sua ferita ha cominciato a rimarginarsi da quando lavora come traduttrice, professione già di per sé schizofrenica, creazione di una sorta di ponte tra due culture. Non potrei dire che effetto faccia a un israeliano, quando parla ebraico, la sua pronuncia: lei mi dice che non usa la erre uvulare tipica dell’ebraico moderno, ma quella dentale a cui siamo abituati noi. Quando parla italiano, però, come uno straniero che abbia imparato bene la lingua del paese, ha una particolare dizione priva di inflessioni, quasi il segno di una cicatrice.

Quando Alessandra si è accinta a tradurre il suo primo Grossman – Che tu sia per me il coltello, romanzo che racconta una relazione fatta di parole, di lettere che trasformano la vita di due persone – si è resa conto di non essere in sintonia con l’ossessiva ansia introspettiva del romanzo. Alessandra è una persona pragmatica, e la sua preoccupazione era di non riuscire a trasmettere le sfumature psicologiche delle relazioni tra Myriàm e Yaìr.

Fortunatamente in Israele i rapporti sociali sono improntati all’informalità, neppure la lingua ha certe forme di cortesia, ci si dà tutti del tu. È stato perciò naturale per Alessandra, prima di cominciare la traduzione, andare da Davìd, spiegargli le proprie difficoltà e farsi condurre per mano attraverso il suo testo.

Quando Davìd Grossman legge un buon libro, vuole esserne sconvolto, vuole, dopo avere letto l’ultima pagina, non sentirsi più la stessa persona. E, verosimilmente, scrive libri che vogliono produrre un analogo effetto. Così è accaduto ad Alessandra durante i mesi di convivenza intima con il testo, che ogni traduttore letterario vive in modo più o meno intenso, sentendosi comunque ogni volta cambiato.

Ogni volta che un traduttore si immerge in un lavoro letterario nuovo, deve risolvere numerosi problemi legati innanzitutto alla necessità di condividere il punto di vista del narratore e, in una seconda fase, risolvere anche problemi pratici legati alla trasposizione del testo, che presuppone un trasferimento culturale oltre che linguistico.

In Che tu sia per me il coltello,  c’è stata la difficoltà di tradurre i numerosi giochi di parole. Uno riguarda la parola imahùt, che vuol dire «maternità»; se però la si scompone in «i mahùt», significa letteralmente «mancanza di essenza», come del resto spiega lo stesso Grossman. Il lettore italiano ne ha una traduzione letterale che però manca della finezza e dell’arguzia dell’originale.

Per una traduttrice (per un traduttore), ogni libro che esce è come un figlio. E questo gioco di parole sulla mancanza di essenza sembra calzante, come se ogni traduzione fosse mancanza di un’essenza precisa, fosse un atto di trasformazione. Senza spingere quel calembour alle conseguenze più estreme, di certo si può dire che l’atteggiamento di chi si dispone a leggere, e a maggior ragione di chi si dispone a tradurre, è un atteggiamento di apertura, curiosità, desiderio di accogliere un punto di vista nuovo, disponibilità a lasciarsi trasformare dalla convivenza con un testo, che all’inizio è un testo-altro e gradualmente cresce al proprio interno fino a diventare un figlio.

Superficialmente si potrebbe pensare che una personalità del genere sia labile, priva di un senso profondo della propria identità. Al contrario, questa apertura mentale è segno di forza. Chi sente la propria identità minacciata dal confronto con un’entità estranea (che sia un testo, una persona o una cultura) se ne difende evitando il confronto. Chi invece sceglie di lasciarsi attraversare dalle esperienze sa di poter contare su un forte senso di sé.

Quando, vent’anni fa, da Rovellasca una studentessa iscritta alla facoltà di lingue è partita per un kibùz con l’intenzione di toccare con mano questa forma di socialismo realizzato, e con l’esigenza di parlare l’inglese in un posto dove non ci fossero troppi italiani, non sospettava che questa esperienza l’avrebbe portata a sentirsi a casa propria in quella terra, avara di pioggia e di pace. Che l’avrebbe trasformata fino a questo punto. Non immaginava certo che i suoi figli avrebbero dormito in un edificio insieme a tanti altri bambini, e non nella sua casa, e che sarebbe scoppiata una guerra che avrebbe costretto lei, il marito Avnèr e i bambini a indossare maschere antigas ogni volta che fosse suonato l’allarme. Una guerra che noi abbiamo seguìto alla televisione dalla poltrona del nostro salotto, troppo vaccinati dalla pioggia continua di immagini per riuscire a immaginarci davvero cosa succedeva nelle case e nelle strade.

Eppure ora Alessandra non riesce a fare a meno della vivacità culturale israeliana, delle radio accese a tutte le ore del giorno, dei commenti a caldo su ogni evento sociale, politico, della vicina di casa che ogni settimana legge un romanzo e poi ne discute con lei. Mentre da noi per le elezioni ormai la partecipazione è scarsa, il dibattito langue, pochi sono davvero interessati. E i lettori non abbondano.

Ma se pensa all’Italia, c’è qualcosa di cui sente particolarmente la mancanza: il verde del paesaggio mosso della sua infanzia, il verde bagnato, spesso e volentieri, dalla pioggia. E quando è in Italia e piove, non usa l’ombrello ma esce e non si ripara, lasciando che i ricordi la riportino indietro, a quando ancora apparteneva solo a queste colline.

È sera quando riprendo il vialetto in mezzo all’erba alla volta di casa. Katka e Alessandra, davanti alla porta, mi salutano, lo sguardo sereno, in pace con il mondo. E il cielo, nero di nuvole, promette un acquazzone.

 

Testo dell’intervista

Come è successo che dalla Brianza ti sei ritrovata in Israele?

Io sono andata in kibuz perché volevo migliorare l’inglese, ero stata un anno in Inghilterra ma non era servito perché abitavo con italiani. Poi negli anni settanta c’era il mito del socialismo, mi incuriosivano, e così sono partita. All’inizio avevo un atteggiamento molto aperto e molto positivo perché era una cosa nuova. Come quando sei turista, e vedi le cose dal di fuori, non conosci in realtà le magagne che stanno sotto questa patina di allegria, di cosa bella, che funziona. E mi ero trovata molto bene in quei sette mesi e ho conosciuto anche Avnér [suo attuale marito NdR]. Poi sono rientrata in Italia perché ero iscritta a lingue. Ma, grazie alla nostalgia, sono tornata a trovare Avnér e lui mi ha convinto a iscrivermi a un ulpan [scuola di ebraico per immigrati NdR], l’ho finito, e dopo un anno abbiamo deciso di sposarci.

Ti piaceva il lavoro che facevi in kibuz?

No, ecco quella è sempre stata una fonte di grande frustrazione per me perché in realtà in kibuz soprattutto una donna non può trovare un lavoro appagante. Io sono arrivata nel kibuz della Hashomer azair [quelli con le idee più radicali, perché esistono anche quelli di Ihùd meuhàd (di sinistra ma moderati), e quelli religiosi. I miei figli sono cresciuti nella inàm huté, vivevano in comune, dormivano in comune, non li ho allevati io, e c’era ancora il sidùr avodà, l’ufficio dove ogni giorno ti dicono dove lavorerai il giorno dopo. Bisognava accettare quello che dicevano di fare e all’inizio mi mettevano sempre in cucina. Se no le donne le facevano lavorare coi bambini…

Ma allora non era poi tanto di sinistra…

Era una sinistra stalineggiante, c’erano schemi mentali rigidi, c’era un’imposizione dall’alto. C’era sì il principio della rotazione, però (adesso sto pensando in ebraico sto facendo fatica a tradurre contemporaneamente) chi aveva questo ruolo di persona che deve assegnare i lavori automaticamente assegnava questo tipo di lavoro a una donna perché ormai era così da anni, le cose si erano sedimentate. Quello non mi è mai piaciuto. Anche oggi penso: oddio, è difficile trovare una donna che si senta realizzata in kibuz perché oggi c’è molta più libertà poi oggi si può uscire a lavorare, puoi cercare lavoro fuori. Invece quando io sono arrivata in kibuz era una cosa assolutamente inaudita. Ci sono arrivati per necessità, perché ormai più non riuscivano a mantenere un sistema in cui la maggior parte della gente lavora nei servizi e non è produttiva. Si erano molto indebitati a causa della politica del governo Netanyahu, hanno avuto bisogno di soldi, e molti “compagni” (haverim) sono andati a lavorare fuori.

Da quanto tempo i vostri figli vivono con voi?

Quando è scoppiata la guerra del Golfo in molti kibuz si era già passati a tenere i bambini a dormire in casa, Anche perché le case non erano costruite in modo che si potesse ospitarli. Di solito erano bilocali, non c’era la camera dei bambini, se ne avevi due o tre facevi fatica a vivere. Quando però è scoppiata la guerra e di notte c’erano le sirene dovevi svegliarti e mettere le maschere non si poteva gestire una situazione del genere e i bambini stavano coi genitori. Dopodiché i genitori non hanno più voluto riportarli, così il kibuz si è indebitato ancora di più perché è stato necessario ingrandire le case. È una situazione che può essere proiettata su tutti i kibuz della Hashomer azair. L’ultimo che è passato al Linah mishpahtit è Bar Am che è il kibuz più radicale che è proprio uno dei kibuz che ospita i garim degli italiani quando finiscono la tinuah e dovrebbero fare la shammah, cioè fare l’alyah e l’immigrazione è uno dei kibuz in cui arrivano, Bar Am.

Quando hai deciso di non lavorare più in kibuz, sei venuta in Italia per alcuni anni, poi sei tornata a vivere in Israele e da allora fai la traduttrice. Stai meglio quando soggiorni in Italia o quando sei in Israele?

Più vado avanti e più cerco di crearmi un equilibrio tra Italia e Israele in modo da raggiungere anche una tranquillità interiore mia perché per anni non l’ho avuta. Era come vivere in due mondi. Quando ero là avevo nostalgia dell’Italia, quando sono qui so che devo tornare, ho nostalgia, non è facile insomma. Anche perché sono da sola in questa cosa, cioè mio marito ha sempre dato per scontato che io dovessi sentirmi israeliana fin dall’inizio. Ho sentito che non mi ha mai appoggiata: non sapeva come aiutarmi per rimarginare questa mia ferita che si è aperta quando sono andata in Israele e ho deciso di stabilirmi lì. Adesso a poco a poco invece…

Pensi di riuscire a farla rimarginare?

Certo sì, io ne sono convinta. Oggigiorno sì.

Però in qualche modo stando sempre a cavallo tra Italia e Israele…

Sì, sì sì, io non potrò mai decidere solo Italia o solo Israele.

Sei condannata al pendolarismo…

Alla schizofrenia, se vuoi, perché è vero, è così, non trovo un altro modo per definirlo.

Molti sostengono che i traduttori sono schizofrenici. A te che hai due patrie essere traduttrice serve a unire queste due anime, a mediare tra queste due realtà?

È proprio così. Questa mia ferita ha cominciato a rimarginarsi quando ho cominciato a fare questo lavoro, perché è la creazione di una sorta di ponte. Trasmettere quello che ho imparato in questi vent’anni di soggiorno in Israele, trasmettere ai lettori italiani che decidono di leggere questi libri di Yehoshua, di autori israeliani. Credo di riuscire a farlo anche bene perché conosco così a fondo la società israeliana contemporanea e le sfumature del linguaggio, le espressioni gergali, la mentalità del posto…

Molto meglio di un traduttore che sta in Italia.

Forse sì. Magari ho delle lacune dal punto di vista dell’italiano quotidiano, ma garantisco una comprensione totale del testo, una fedeltà assoluta a quello che l’autore vuole trasmettere.

Quando parli di fedeltà intendi al significato. E lo stile?

Ogni autore, ogni libro è un’impresa diversa. Io cerco di adeguarmi più possibile allo stile del libro. Non so se riesco sempre a farlo.

Gli interventi dei redattori certe volte non rischiano di appiattire le peculiarità stilistiche di un autore che tu hai cercato di trasmettere?

Grossman è un cultore della lingua, usa moltissimo i giochi di parole, il libro che ho tradotto, benché sia bello anche in Italiano, perde moltissimo, perché io non sono riuscita a tradurre tutti i giochi di parole che sono parte fondamentale del testo ebraico.

Hai fatto a Grossman delle proposte su possibili giochi di parole in italiano?

L’ho fatto con lui e con l’editor in Italia. Per esempio: imahut, che vuol dire maternità, se li scomponi, in ebraico, può diventare imahut che significa letteralmente «mancanza di essenza», e questo Grossman lo scrive. Questo siamo riusciti a renderlo. Però c’erano dei giochi di parole molto complessi e molto belli in ebraico che proprio non sono riuscita a rendere. Io ho detto a David: «Qui non ce la faccio, qui devo ammettere i miei limiti». Il libro che ho tradotto di Yehoshua, Viaggio alla fine del millennio, aveva uno stile aulico, perché lui voleva ricreare la lingua del passato in cui si esprime il narratore. E fin qui sono riuscita, più o meno, penso, a inquadrarlo. Poi però ci sono stili spregiudicati di autori moderni, molto più colloquiali, e non sempre è facile per un traduttore, perché deve fare dei salti mortali.

Ti è mai capitato di tradurre un’opera che inizialmente non ti piaceva o con la quale non ti sentivi in sintonia e che problemi ti ha causato?

Proprio questo, il libro di Grossman, che è uno scavare  nell’anima, nella psiche di qualcuno. Tu sia per me il coltello, già il titolo stesso lo dice, e io sono una persona abbastanza pratica, pragmatica, così, facevo molta fatica. L’ho superato grazie a lui, a David. Ci siamo incontrati e gli ho fatto capire che non era il mio testo preferito, e lui mi ha aiutato, mi ha presa per mano e, frase per frase, mi ha fatto capire e l’ho apprezzato e alla fine sono arrivata ad amare questo libro. Però ho subìto un processo di trasformazione durante questa traduzione. Un regista della Televisione della Svizzera Italiana ha fatto un’intervista a Grossman: lui diceva che quando legge un libro, vuole esserne sconvolto, vuole, dopo avere letto l’ultima pagina, non sentirsi più com’era alla prima. Devo dire che traducendo questo libro mi è successa la stessa cosa. Ed era molto bello sapere che anche lui vuole che succeda una cosa del genere, sapere che l’ha fatto con me.

Che effetto ti fa essere a contatto quotidiano con personalità della letteratura mondiale come Yehoshua e Grossman?

Per me è talmente normale. Tra l’altro la cosa bella in Israele è che è un paese molto informale, ci si dà del tu, tutti quanti, perché non esiste la forma di cortesia, quindi già il rapporto è molto più immediato con quelle persone, poi li chiami per nome, non li chiami «signor». Yehoshua per esempio lo chiamiamo tutti «Buli», anche i miei figli, la moglie e gli amici lo chiamano Buli, e per noi è Buli. So che sono personalità, ma per me prima di tutto sono amici.

Non riesci a guardarti dall’esterno?

No, assolutamente, anche perché penso che mi spaventerei: non è possibile che una cosa del genere stia succedendo proprio a me. Chi sono io in fin dei conti? La voglio considerare una cosa normale. Anche ieri ho telefonato a casa e Avnèr mi ha detto «Ha telefonato Buli, ti cercava». Buli è Alef Bet [Avraham Buli NdR] Yehoshua, niente, voleva solo un’informazione, non sapeva come compilare un modulo: per me è una cosa normale.

Vivi in Israele da quasi vent’anni e pensi e sogni in ebraico, e ora mentre conversiamo sei costretta a tradurre in italiano ciò che mi dici. Che effetto ti fa che la tua lingua madre sia una lingua straniera?

Non ci ho mai pensato. Sì, è strano. Quando torno in Italia fatico un po’ a trovare le parole. Oppure quando parlo di argomenti israeliani devo tradurre, altrimenti non ho nessun problema.

Ai tuoi figli, da neonati, parlavi ebraico?

Sì. Tale era il mio entusiasmo viscerale per Israele, che ho imparato canzoncine o filastrocche in ebraico per insegnarle ai miei figli.

Leggi letteratura italiana? Puoi farmi qualche nome di autori che ti piace rileggere?

Gadda. Morante. Leopardi. Pascoli. Poi mi piace molto la letteratura americana. Per esempio Robert Frost. E la letteratura inglese classica: Blake, Tennyson, D. H. Lawrence, Joyce. Tra i poeti israeliani Natan Zach.

Cosa ti piace trovare in Italia?

Il paesaggio. In Israele c’è troppa aridità. Il paesaggio della mia infanzia è costellato di colline, montagne, pioggia. Credo che faccia bene all’anima.

Cosa ti manca di più di Israele in Italia?

Il dinamismo culturale. La partecipazione che senti, il coinvolgimento in qualsiasi avvenimento del paese. Per esempio, le elezioni qui in Italia le vivo come una cosa distante, in Israele vivi la vita del paese, politica, sociale. È una vita molto intensa. È un posto molto piccolo e sai sempre cosa succede, l’attualità che rimbalza sempre alla radio, molti hanno sempre la radio accesa. Non puoi isolarti nel contesto della tua famiglia, non ti è permesso. Le contraddizioni vissute giorno per giorno ti fanno sentire più viva. Alef Bet Yehoshua sostiene che in Israele c’è un buco culturale, che non ci sono riviste letterarie, però io non la sento così. Per esempio, la mia vicina di casa ogni settimana compra un libro e se lo legge. Discutiamo spesso. La narrativa è molto diffusa. C’è una notevole proliferazione di giovani autori, ci sono dibattiti alla televisione, è molto più sentita che in Italia, simposi, inserti letterari nei giornali. Si legge molto in Israele. Anche l’immigrazione russa ha innalzato il livello culturale della società israeliana. In dieci anni si sono verificati cambiamenti, Israele è in continua ebollizione, ed è molto bello. È un paese molto vivo.

È paragonabile alla società statunitense all’inizio del secolo?

Forse sì. Effettivamente.

Ti fa piacere vedere che i libri che traduci hanno successo?

Sono timidissima. Mi imbarazza moltissimo. Mi fa piacere per l’autore, ma se potessi cancellare il mio nome dal frontespizio lo farei. Traduco perché mi piace, perché mi appassiona. Poi consegno la traduzione e lascio che viva la sua vita. Mi fa piacere per  David o per Buli se loro vendono e sono riconosciuti e il libro è apprezzato, però io non ne voglio sapere.

Le tue traduzioni non sono tuoi figli?

Sì, ma figli miei, non di qualcun altro. Non voglio metterli in mostra, non mi piace. Io li nasconderei.

Ti dà fastidio quando i redattori ci mettono mano?

Quando l’intervento è eccessivo, sì. Ma ho un ottimo rapporto con i redattori, perciò quando su una modifica non sono d’accordo, lo dico.

Da cosa ha origine la scelta di usare il tuo nome da sposata?

È un fatto pratico. In Israele le donne sposate perdono il cognome precedente, che viene proprio cancellato. Si rimane solo col cognome del marito. Perciò in Israele nessuno conosce il mio nome da ragazza. Sono arrivata in Israele già sposata, e tutti mi hanno conosciuta esclusivamente come Shomroni.

Disperato erotico fox: intervista di Lilie Haha Fantomatique a Bruno Osimo sul suo romanzo del 2014

DISPERATO EROTICO FOX: Intervista di Lilie Haha Fantomatique a Bruno Osimo

Lilie: La scena di Arturo che si avviluppa ad Alberta con l’angoscia di essere scaricato è di stile molto diverso dal carattere di Adàm Goldstein, il protagonista del tuo romanzo precedente, Bar Atlantic. Che ti è successo?
Bruno: Ha ha ha! Hai ragione Lilie, sono due personaggi molto diversi. Entrambi sono “perdenti” ma, mentre Adàm ne fa una ragione di vita, uno stile di vita, Arturo nella scena iniziale cui tu alludi accusa fortemente il colpo. Adàm è più stabile, Arturo, ha un basso bassissimo e poi un alto altissimo.

Lilie: Guardando su YouTube alcune poesie che tu leggi a casa tua, ho visto che le tue librerie sono poco profonde come quelle descritte nel libro. E chissà se ci sono altri dettagli presi da casa tua, immagino di sì.
Bruno: Per me è fondamentale quando scrivo ambientare le scene in un luogo che conosco. Le librerie del romanzo in realtà sono molto diverse da quelle di casa mia – che peraltro sono diverse tra loro – ma capisco che a occhi non “falegnàmici” e non abituati a considerare l’arredamento come soggetto (prodotto proprio) oltre che come oggetto possano sembrare simili. Del resto, se dopo trent’anni di vita traduttiva solitaria qualcuno mette il naso a casa mia non mi dà certo fastidio.
def ritagliato

Lilie: La “rizdora” Emma è la tipica donna di origine contadina (da me conosciuta però in Emilia), magari poco scolarizzata ma piena di buonsenso, sensibilità e accettazione della vita per come si presenta di giorno in giorno; non rifiuta quel che non può capire, non ha aspettative particolari né curiosità “malsane o mal riposte” e per questo grande apertura all’ignoto e pazienza: pur con deferenza verso “un professore, un cittadino” non pare sentirsi in posizione di inferiorità come se – a parte questi formalismi inculcati evidentemente da tradizioni ataviche – il suo mondo godesse di pari dignità di qualunque altro ed è una donna forte, anche per questo sarà d’aiuto ad Arturo – in pieno marasma, lui, in piccolo scombussolamento lei. La mia ex-suocera soleva dire che le persone semplici come lei (ha la 5° elementare) sono più felici di quelle istruite o molto consapevoli dei grandi fatti del mondo o di quelli molto interiori dell’animo umano – credo a ragion veduta.
Bruno: In altre parole, nel romanzo si vede la stessa questione sotto una luce lievemente diversa: la rizdora è sana, non è nevrotica, ha un’influenza positiva su Arturo in virtù di questa sua semplicità. Non ha quel tratto spesso presente nei nevrotici metropolitani, consistente nell’avere non solo angosce reali, ma anche angosce dovute alle angosce stesse, di secondo grado, per così dire.

Lilie: La strutturazione in capitoli, scelti come base obbligata per il Dizionario Affettivo della Lingua Ebraica è un tuo pallino, poi ripetuto con scansioni giornaliere in ebraico/italiano in Bar Atlantic e in Disperato Erotico Fox (che d’ora in poi abbrevieremo come: Dizionario + BA + DEF) con i numeri primi e le strofe della canzone di Dalla. Il tutto corredato sempre da note a piè di pagina che, in DEF, sono posizioni di ballo che rimandano – per assonanza, analogia, chiarimenti ed altro – al testo. L’idea di un manuale di ballo era interessante per i seguenti motivi: dopo un “Dizionario Affettivo” e il “Diario del precariato amore-sesso-lavoro di un uomo”, si trattava di proporre una nuova veste, un “Manuale di Ballo” (che però è ben diverso dal ballo in sé che è la messa in pratica e dunque un vissuto) e renderlo cornice di fatti da incasellarci. A) Il ballo in sé, come metafora di adattamento di due esseri l’uno all’altro con tutto ciò che implica in generale e, nel caso specifico, come mezzo per riappropriarsi di una nuova vita dopo la precedente finita in pezzi (di entrambi, sebbene in modo diverso – Arturo con divorzio da Alberta, Emma per altri motivi). B) Il ballo come piacere in sé (ritmo, movimento, musica, vicinanza con la persona amata/desiderata) se in coppia. C) Il ballo da sala come coreografia e posizioni precise, descritte minuziosamente fino al tedio e, secondo me, ossessivamente imposte come note, dove mi innervosivo nel dilemma: da un lato il capire quanto descritto e il “sentire” a livello cinestesico (per chi ama danzare viene spontaneo), dall’altro il non riuscire a “sentirlo” e la conseguente pedanteria di questa veste, di cui peraltro spesso non capivo la pertinenza col testo. E infatti il punto è: c’è sempre bisogno di una veste/cornice per un romanzo?
Bruno: Nella mia esperienza presente sì. Forse sarà la mia provenienza dalla traduzione, dove soggiorno da tempo, nel cui mondo ti danno sempre un originale a cui ispirarti. Mi affascina la scrittura alla Queneau, alla Calvino del Castello dei destini incrociati, dove la scommessa è quella di riuscire a produrre un testo artistico con costrizioni tecniche. Alcuni ritengono che questo sia un mio limite da superare, in presenza di maggiore sicurezza di sé in campo letterario. Altri, invece, mi esortano a continuare a usare le note a piè pagina e altri artifici normalmente usati nei saggi più che nei romanzi, o a volte nei romanzi tradotti, ai quali ritorno sempre volentieri, con affetto e riconoscenza.

Lilie: La storia di DEF e il modo in cui hai trattato il tema, accostandolo alla poetica di Dalla, mi sembravano già di per sé ampiamente sufficienti e complessi per un libro scritto peraltro molto bene a vario titolo… non è eccesso di zelo aggiungere anche l’idea del manuale di ballo?
Bruno: Può darsi, ma sono attratto dalla commistione anche un po’ forzosa di mondi diversi. Cos’hanno in comune Dalla e il ballo liscio e i numeri primi? Ho cercato di dare una specie di risposta a questa domanda. A pensarci bene, la traduzione è sempre creazione di un linguaggio per mettere in comunicazione due mondi, due culture. È il compito che mi prefiggo da solo quando mi accingo a scrivere un romanzo.

Lilie: Alberta lascia Arturo con un piglio tipicamente maschile, così come la spietatezza che ne segue; Arturo diventa quasi come i padri separati che dormono in auto, causa gli alimenti per moglie e figli – peraltro questo non implica oggigiorno che la colpa della separazione sia ascrivibile alla moglie ma solo che le condizioni economiche dei soggetti produce spesso tali scenari. Ma la cosa interessante qui è che veramente Arturo è la “parte debole” – legalmente parlando e non solo, in quanto anche e soprattutto sul piano emotivo. È situazione piuttosto rara dato il machismo degli uomini o comunque una loro maggiore indipendenza sotto vari profili, compreso solitamente quello emotivo. Le statistiche parlavano (dieci anni fa) in modo chiaro: l‘uomo lascia quando ha già un’altra donna o tira avanti coi piedi in due scarpe (anche perché non ama stare da solo, vedovi insegnano), la donna lascia quando è stufa; ovviamente, nei tradimenti, a fronte di un uomo che tradisce, c’è per forza una donna che ci sta, spesso sposata ma anche single. Dunque Arturo deve ricominciare a vivere, esattamente come tocca spessissimo a noi donne, con tutto il dolore e le difficoltà che ciò comporta.
Bruno: Mi fa piacere che tu faccia questa osservazione perché la mia idea era proprio di esprimere questo: come per certi versi anche succedeva con Adàm nel romanzo precedente, Arturo è un maschio soccombente, un maschio passivo, un maschio dipendente che non ha difficoltà a riconoscere la propria dipendenza. È istruito e ha una cultura solida, ma questa sua vita “di mente” è resa possibile dalle certezze affettive offertegli dalla moglie. Quando lo lascia, Arturo precipita in una crisi apparentemente definitiva.
poesie da disperato erotico fox

Lilie: Una recensione in particolare ha evidenziato il finale scontato di questo libro. Mi si permetta un commento: non sei un autore alla moda né tratti necessariamente, almeno per ora, temi importantissimi e attuali – quali ad esempio il mondo gay, i problemi di genere ad esso legati e le rivendicazioni per un’eguaglianza ancora lontana in Italia – che tuttavia hanno un unico svantaggio: quello di monopolizzare l’attenzione, purtroppo a scapito di questioni magari già affrontate in passato ma non per questo risolte e non più attuali. Mi riferisco al nucleo di ogni uomo e donna: in primis come individui dotati di un’identità di genere definita, ma anche variamente mitigata o esaltata dalla presenza della componente di sesso opposto; poi come protagonisti nella coppia eterosessuale. Queste sfumature, che strutturano la personalità di ciascuno, vanno poi – nel tuo libro come nella vita di tutti i giorni – a confrontarsi con l’altra metà del cielo, in una dialettica più o meno riuscita a seconda della cassa di risonanza che l’altro fornisce: il pregio di questo tuo libro sta proprio nella sapiente descrizione di queste componenti e sfumature, negli scontri e incontri e nell’evolversi delle persone al variare delle loro relazioni. Pertanto, se Arturo è o pare un maschio soccombente (e forse lo rimarrà tutta la vita, questione magari secondaria: Bruno, pensi forse ad un seguito di quest’avventura che ci sveli l’epilogo della sua vita???) – mentre la moglie una tigre approfittatrice che gli fa da quasi ovvio contrappeso – la verità importantissima che colgo in questo libro sta nell’essere ciò che si è, nell’accettarlo dolorosamente e gioiosamente cammin facendo, perché la vita riserva comunque sorprese se non fingiamo di essere ciò che non siamo, mettendo a nudo di pari passo debolezze interiori e guanti e stivali di gomma – di per sé controcorrente rispetto al classico corredo di strumenti seduttivi. Dunque, il simbolo della danza acquisisce qui ancora un altro significato, forse primordiale: quello della scoperta di sé e della propria rigenerazione. Se mi rifaccio a Biodanza (che in questo libro non ha nulla a che vedere ma che si potrebbe usare un po’ dovunque come unità di misura qualitativa): le cinque dimensioni fondamentali della persona umana, sarebbero: la vitalità, la sessualità, la creatività, l’affettività e la trascendenza. Biodanza mirerebbe a restaurare la loro reciproca armonia. Per reimparare a vivere si dovrebbero ricalibrare quei parametri e, indubbiamente il ballo, se mi limito ad un discorso sia individuale che di coppia (ma non di gruppo, come invece Biodanza include, sebbene non “intruppato” come descrivi tu in modo divertente per balli di gruppo “discotecari”), è un aiuto straordinario. Perciò un manuale che ingabbia e ingessa, a mio avviso, toglie quella fluidità sia nel dipanarsi del racconto per il lettore che nel vissuto dei protagonisti stessi.

Intervista di Lilie Ha-Ha Fantomatique a Bruno Osimo sulla poesia «Le smagliature del tuo seno»

Le smagliature del tuo seno

 

le smagliature del tuo seno

così bene posso capire solo io

dalla scollatura della maglietta a V verde militare troppo giovane per te

 

le venature delle tue gambe

le costellazioni di capillari scoppiati

chi meglio di me che le ha viste nascere

chi meglio di me che le ha viste crescere

può conoscere-apprezzare-venerare

 

i giovani corpi che ti danzano intorno

gli sguardi luminosi che ti ronzano intorno

le bocche vogliose che ti sciamano intorno

sono turgidi, sono gravidi

ma mentre amoreggi con loro continuano a passarti le immagini di te

mentre gestisci le mie voglie

Lilie: Nel tuo secondo romanzo, Bar Atlantic, hai inserito componimenti poetici. Purtroppo, hai dovuto sottostare alla scelta e alle limitazioni imposteti dall’editore, col risultato che forse la più bella poesia di questa raccolta è stata depennata e si può trovare solo all’indirizzo:

http://www.trad.it/hum-mugdal-le-smagliature-del-tuo-seno-traduzione-di-maya-katzir-e-bruno-osimo/

Bruno: Ti ringrazio, Lilie, per il complimento. Ti confesso che per me questa poesia è davvero centrale per il romanzo, è una sorta di Ur-Testo dal quale sono scaturite svariate idee che mi sono poi servite per l’elaborazione dell’intreccio.

Lilie: Ma in fondo poco importa sapere se questi versi siano attinenti o meno al romanzo (dal mio punto di vista lo sono), mentre è doveroso mettere in rilievo la loro grazia e la ricchezza dei contenuti. Perché questa poesia racchiude elementi universali che vanno ben oltre le inquietudini e la vita precaria sentimental-sessual-lavorativa di Adàm, protagonista del romanzo.

Bruno: Beh, naturalmente un romanzo ha senso se cerca non solo di propinare un intreccio, frutto della fantasia creativa dell’autore, ma anche di toccare corde che risuonino al di fuori del qui-e-ora. In questo senso mi fa molto piacere quello che dici, perché anche secondo me la prospettiva di Adàm ha connotazioni estensibili ad altri uomini e ad altre donne.

Lilie: Le giovani donne che i media ci propinano, perfette e patinate, non sono la realtà, se non in rarissimi casi, a cui peraltro Photoshop fornisce non pochi “aiutini”. La prova? Qualche passerella di dive intente a portare a spasso pargoli o in coda al supermercato; prive di trucco, gioielli e abiti da sogno, appaiono a volte anche al limite della sciatteria, per non dire banali e bruttine.

Bruno: Quello che tu dici rappresenta, dal mio punto di vista, uno dei momenti di maggiore volgarità della nostra cultura e società: non tanto il trucco in sé o la necessità di apparire più belli possibile, quanto la “vergogna” che si prova per essere “còlti in fragrante” quando si è allo stato naturale, come se la nostra cultura fosse una continua negazione della realtà. La mia ambizione scrivendo questo romanzo era spostare il focus della volgarità dal sesso all’arroganza, dall’erotismo alla falsità: per questo motivo il romanzo è costellato di episodi erotici che puntano a non essere volgari né pornografici.

Lilie: Dove e come si situa per te il limite tra descrizioni/episodi erotici e volgari/pornografici?

Bruno: Non è volgare il sesso, né l’anatomia, ma i costrutti culturali che vi vengono fatti sopra. È volgare pensare di potersi far dettare le “regole” del buon gusto dai media, e poi andare in giro come tapini con queste inserzioni forzose di “moda” trapiantate su corpi intrinsecamente volgari per come sono gestiti in senso alimentare e sanitario. In altre parole, trovo volgare che una persona che mangia male, e si cura male, e quindi ha un corpo che lo lascia trasparire, poi si metta il “capino” di moda, come ciliegina sulla fogna.

Lilie: Le donne vere sono quelle che invecchiano, sotto colpi impietosi: degli anni che attentano ai capillari; delle gravidanze e diete che producono smagliature e varici; del principio di gravità – quest’ultimo, almeno, in comune con gli uomini. Uomini che ci dicono – e quasi sempre ci dimostrano nei fatti – che il turgore della giovinezza è ciò che li attrae inesorabilmente; sorta di maschi soccombenti “povere vittime” – più o meno consenzienti – adescate dal tradimento, malgrado possano continuare ad amare o addirittura venerare la consorte o la compagna principale, come appare nella poesia, quasi nostalgicamente… Mastroianni ha sempre detto di essere cercato dalle donne e non viceversa!

Bruno: Sollevi una questione per me fondamentale: quella dell’autenticità delle donne, e dei maschi. Adàm Goldstein è un personaggio a mio modo di vedere autentico, e la sua frammentazione in vari rivoli di attività affettiva e anche sessuale non lo identifica col macho italiota a cui alludi tu, Lilie, ma dimostra la possibilità di avere vite parallele senza per questo necessariamente essere traditori. Adàm non tradisce ma moltiplica, è un piccione viaggiatore dell’affetto, non può farne a meno, come Boccadirosa.

Lilie: Questa risposta mi sembra una scusa per dare alibi ai maschi su come tradire comunque e senza alcun senso di colpa, purché – infatti – si tratti di frammentazione affettiva e purché si tratti di vite parallele a compartimenti stagni; a tal proposito ricordo che il maschio è biologicamente concepito per inseminare molte femmine in tutto il mondo animale, mentre la teoria della moltiplicazione affettiva itinerante, combinata al sesso, mi pare molto meno difendibile a meno di labilità specifiche o patologiche del maschio umano – quindi espressione di un deficit, magari anche positivo rispetto al macho – tanto più che il cervello del maschio è stato appunto ritenuto diverso da quello femminile anche dal punto di vista affettivo. Dunque vedo la tua versione come un harem dislocato autorizzato che, se tale, secondo me, è inconciliabile con coppia fissa o matrimonio o comunque una relazione privilegiata. I maschi o le femmine Boccadirosa sono per me non esempi universali ma casi limite o sporadici, sebbene idealmente attraenti e senz’altro poetici.

Bruno: Hai perfettamente ragione. La mia era solo una fantasia poetica, non una strategia pratica. Che nessuno se ne approfitti!

Lilie: I fiori freschi, sono bellissimi e profumati ma presto fanés: ma che dire di quei fiori, viole specialmente, che ci piace inserire e far seccare dentro un libro a imperitura memoria? Quando li ritroviamo, non ci paiono avvizziti ma bellissimi e forieri di ricordi ed emozioni, li mettiamo persino sotto vetro, religiosamente…

Bruno: il corpo femminile può invecchiare in modo volgare o in modo poetico. Volgare è quando è pretenzioso (e posticcio, aggiungerei, come le false travi a vista incollate al soffitto): quando pretende con pròtesi di silicone, e ostenta un seno tanto artificioso quanto brutto (implausibile) (e visi sfigurati-omologati – vedi labbra a canotto -); quando il chirurgo rimpiazza un difetto autentico con una perfezione falsa (presunta). Ma è volgare anche l’apparecchio che raddrizza artificiosamente denti meravigliosamente storti, nel maschio e nella donna.

Lilie: Quel che non ci dicono mai, codesti uomini, è che il turgore delle giovani donne rende forse più turgido ciò che la graduale senescenza maschile rammollisce ogni giorno di più, e non certo a causa della partner attempata. E soltanto colui il quale – pur con qualche assaggio di carne soda per rallegrare i sensi con menù alternativo e magari arginare qualche inizio di impotenza – ha costruito una relazione affettiva profonda, può vedere nel decadimento fisico della persona amata la storia di ciò che hanno vissuto e costruito assieme e tutte le sfumare passate e presenti – e chissà anche future – di un amore che può resistere nel tempo.

Bruno: Sono d’accordo con te su quello che si potrebbe definire «consumismo sessuale». Il narcisismo – e il bisogno di conferme, a sostegno di tante insicurezze maschili – dei maschi in questione li spinge a comportamenti autodistruttivi: sull’onda di un’erezione, mettono a repentaglio relazioni solide di coppia e, a volte, stima e affetto dei figli per inseguire il sogno impossibile della cancellazione della vecchiaia. Mi viene in mente la pubblicità (ricordi Lilie gli anni Sessanta? Carosello?) di «La pancia non c’è più» che, trasposta nel discorso che stiamo facendo, potrebbe diventare «L’età non c’è più». Non stupisce che in certi casi le compagne giovani di questi maschi attempati-ma-senza-volerlo-ammettere attuino ritorsioni sotto forma di ricatti e capricci («se non fai questo ti tradisco»), perché si accorgono di essere anche loro vittime di un narcisismo vuoto, senza fondamenti.

Lilie: Se poi ci addentriamo nell’andropausa, le donne vincono non solo sul fronte del viagra, ma anche grazie alla loro sapienza sessuale, amorosa e affettiva in età matura, che oggi non è più un tabù e che le rende spesso più attraenti delle giovani rivali, e capaci di condurre le danze (senza peraltro attentare alla virilità) come il poeta qui dice senza veli. Ulteriori prove ne siano le coppie spesso formate da donne anche parecchio più grandi dei loro partner. Ma qui, il poeta e io non stiamo parlando di toy-boys: questi fanno parte di un’altra storia, molto meno interessante di quanto ci racconta «Le smagliature del tuo seno».

Intervista a Guglielmo Pispisa in occasione dell’uscita del libro «Voi non siete qui», Saggiatore 2014. ISBN 9788842819592, 13,60 euro

domanda: Come autore, la domanda che detesto è se nel mio romanzo ci sono elementi autobiografici e quali. Quindi non te la faccio, anche perché non mi sembra davvero importante. Ti domanderei invece se gli elementi ovviamente autobiografici (età, professione, geografia) non ti creino comunque complicazioni nella tua vita non finzionale pensando a chi cercherà di capire, allora, quali sono i tratti non autobiografici.

risposta: Anch’io la trovo una domanda inutile dal punto di vista letterario, ma d’altronde comprendo il meccanismo che innesca la curiosità e riconosco quanto sia facile che scatti in maniera automatica, dunque non mi scandalizzo. In effetti gli unici elementi autobiografici sono proprio quelli ovvi da te menzionati, luoghi geografici, dettegli tecnici della professione del protagonista e poco altro, ma immagino pure che questa cosa dell’autobiografia tornerà come un refrain ogni volta che parlerò del libro e, per quanto la risposta sarà sempre quella che ho appena dato, ognuno pretenderà di riconoscere qualche dettaglio in più. Complicazioni prodotte alla mia vita non finzionale dalla percezione dei lettori di quel che scrivo non ne ho avute mai; confido di non averne nemmeno stavolta, perché di solito parto da un principio e cerco di attenermici: dopo la pubblicazione, quel che scrivi non ti appartiene più, per cui ogni lettore è libero di formarsi in merito una sua opinione e tu sei libero di fregartene alla grande.

10609681_266975900166848_1384390370426642200_ndomanda: Il tuo romanzo si legge molto volentieri, anzi si divora. (Gli
ingordi si considerino avvertiti.) Questo in prima battuta potrebbe far pensare a una scrittura di genere, invece la dimensione psicologica dei personaggi è approfondita, ci sono svariati quesiti esistenziali, e secondo me a ben vedere c’è una storia – introspettiva – nella storia – vicissitudini. Sembra quasi che tu abbia inventato una storia piena di suspence come pretesto per scrivere un romanzo serio, esistenziale.
Ti riconosci in questo?
risposta: Tutto quel che scrivo, ho la presunzione di ritenere, ha o mira ad avere una dimensione esistenziale. Ho però anche troppo rispetto del tempo dei lettori per pretendere che lo sprechino appresso alle mie paturnie senza dar loro in cambio almeno un poco di divertimento. Ho sempre ragionato così, per cui sì, mi riconosco nella tua analisi.

domanda: Il motivo del parto e della gravidanza porta per mano il lettore per buona parte dell’intreccio. La usi consapevolmente come metafora? La prima che s’incontra (non dico di chi per non sciupare il piacere dei lettori) a me è sembrata molto metaforica. È un mio abbaglio?

risposta: Quando scrivo, mi do una scaletta di temi ed eventi, ma evito che sia troppo stringente proprio per non eccedere nell’autoanalisi del mio lavoro in corso d’opera, che trovo un metodo pericoloso perché rischia di rendere la narrazione troppo meccanica e “a tesi”. Il motivo del parto, per esempio, non era fra quelli previsti a priori e non ho scelto a tavolino di metaforizzarlo. È venuto scrivendo e ha preso corpo man mano. In sé è un tema talmente forte e fertile che a metterlo in mezzo è difficile non predomini sul resto, no? Vuol dire così tante cose nella vita di ciascuno, è una svolta, un taglio, è la metafora delle metafore, direi.

guglielmodomanda: Le scene di sesso sono descritte in modo non pruriginoso, senza concessioni al voyeurismo. Benché non si sfumi per poi passare al dopo, come nei film americani, si dice quello che succede come se si parlasse di un argomento normale. Lo consideri un argomento normale? Oppure il tuo è narrativamente un bluff, come quando un avvocato
affronta momenti di terrore con faccia impassibile? Dove passa il confine tra erotismo e pornografia secondo te? È più da emancipati parlare di sesso come di una cosa normale o non parlarne affatto?

risposta: Non fingo che sia un argomento normale, non prendiamoci in giro, non lo è. O meglio, lo è ma non viene percepito come tale, rientra nell’ordinario assoluto dell’esistenza ma tutti drizzano le antenne quando se ne parla. Suscita inevitabilmente un’attenzione morbosa. Da scrittore finora non avevo mai avuto gran curiosità o necessità di affrontare il tema, ma in questa storia il sesso rappresenta uno snodo imprescindibile e ho scelto dunque di prendere la cosa di petto. Scrivere scene di sesso che non siano noiose né già viste è quanto di più difficile ci sia e anche questo mi ha stimolato, era una sfida più impegnativa di molte altre. Sono contento che ti siano piaciute. Ho scelto di trattare l’argomento senza giri di parole né artifici retorici, ho usato le parole che usano tutti e ho cercato, per quanto era nelle mie possibilità, di renderle allo stesso comiche e un po’ grottesche mantenendole comunque eccitanti. Almeno questa era la mia intenzione. Perché se scrivi una scena di sesso, deve fare eccitare il lettore, altrimenti che la scrivi a fare? Sulla differenza tra pornografia e erotismo davvero non saprei fare un distinguo netto. Credo sia al fondo una questione di curiosità. Nell’accezione negativa di pornografia, la curiosità non esiste, non solo perché tutto è in piena luce, genitali, penetrazioni ecc. ma perché la ripetitività, la scontatezza e l’ordinarietà dell’azione ammazzano ogni possibile curiosità e dunque ogni desiderio. Immagino che possa esistere un porno che rimanga erotico se riesce a preservare la curiosità, ad andare oltre il banale.

domanda: Il tuo eroe maschile è un eroe perché riesce a non essere come gli altri se lo aspetterebbero? È un eroe in quanto emarginato? Il sottosuolo è l’ambiente in cui vive o è quello che ha dentro?

risposta: Non sono abituato a pensare a Walter come a un eroe. Non ha le qualità morali o fisiche per esserlo, ma effettivamente ha un elemento tipico dell’eroe tragico, ossia quello di essere un predestinato, indirizzato da forze superiori sulle quali non ha alcun controllo incontro a un destino che non può modificare nemmeno facendo leva su risorse eroiche che, appunto, non ha. Vive in un ambiente che sente ostile più che altro perché è lui a detestarlo e non si rende conto invece di essere il perfetto risultato di quell’humus. Anche la sua avversione sterile per luoghi, abitudini sociali e persone non è altro che il frutto di quell’ecosistema, è solo un altro dei tanti che si lamentano di quanto tutto faccia schifo senza avere davvero la voglia e la qualità di cambiare le cose a partire dalle proprie abitudini. Critica i suoi concittadini che vestono capi firmati e si deprime quando prova ad acquistare abiti in un supermercato, fa lo snob alla festa dei vip ma poco prima di entrarvi va in apprensione al pensiero di non essere stato inserito in lista. È un essere umano, cretino come tutti.

bruno legge pispisa Photo on 27-08-14 at 11.38domanda: Il tratto che amo di più nella tua poetica è l’autoironia. Questo sembrerebbe confermato anche dall’epigrafe iniziale da Dostoevskij. L’autoironia è destabilizzante per sé e per gli altri. «La vita è autoironia, o l’autoironia aiuta a vivere meglio?» Quelli che si prendono troppo sul serio sono odiosi, concordo. Ma quelli che si prendono troppo poco sul serio? non finiscono per soccombere nel celodurismo imperante?

risposta: Tengo molto a quell’epigrafe. Di sicuro l’autoironia aiuta a vivere meglio e altrettanto vero è che chi eccede in autoironia rompe quanto chi si prende troppo sul serio. Ma il punto di quell’epigrafe, della storia del libro (almeno nelle intenzioni del protagonista, che sono ben lontane da quel che egli riesce davvero a mettere in pratica) e più ancora del sottotesto introspettivo che tu hai, mi sembra, colto è un altro: l’autolesionismo. Sono sempre rimasto affascinato dai gesti autolesionistici gratuiti. Affascinato e direi ammirato. Quel disprezzo per le convenzioni racchiuso in un gesto che, pur di mantener fede a se stesso, finisce col distruggere consapevolmente e invincibilmente chi lo compie. Uno sceglie ciò che lo danneggia per il puro gusto di non fare quel che gli altri si aspettano da lui, l’opzione ragionevole e conveniente. Invece no! Per puntiglio. Mi rovino, faccio la figura del deficiente, e solo per non essere come voi, mediocri idolatri della convenienza. Meraviglioso.

domanda: Il protagonista è una persona per nulla provinciale che si trova a vivere nel provincialismo più bieco. Avevi già deciso di trasferirti in un’altra città, o pensi di aspettare la testa di cavallo nel letto?

risposta: Mah, come ti dicevo sopra, secondo me Walter è invece perfettamente provinciale, è il provinciale velleitario che crede di non esserlo pur essendolo in pieno. Prodotto del suo ambiente, con l’ansia di mostrarsi diverso dalla massa ma privo delle qualità morali e dell’astuzia per accorgersi che alla fine fa proprio quel che fanno tutti. Solo che pensa di no. Non sono così importante da indurre chicchessia a sprecare una testa di cavallo. Per il momento rimango dove sono, in futuro chissà.

Michele Valcarenghi, Magda Talamini, Herinneringen aan mijn jeugd: fragmenten uit Dizionario affettivo della lingua ebraica van Bruno Osimo

Herinneringen aan mijn jeugd: fragmenten uit Dizionario affettivo della lingua ebraica van Bruno Osimo

MICHELE VALCARENGHI

Fondazione Milano

Milano Lingue

Scuola Superiore per Mediatori Linguistici

via Alex Visconti, 18 20151 MILANO

Relatrice: professoressa MAGDA TALAMINI

Diploma in Mediazione Linguistica

Estate 2014

© Hoepli, Milano, 2001 per i testi citati

© Marcos y Marcos, Milano, 2011 per i testi citati

© Michele Valcarenghi per l’edizione italiana, 2014

ABSTRACT

ABSTRACT IN ITALIANO

Viene presentata la traduzione nederlandese di alcune voci del Dizionario affettivo della lingua ebraica di Bruno Osimo. Con l’ausilio del modello macrostrutturale di Torop vengono quindi analizzate le scelte traduttive più rilevanti emerse durante la resa metatestuale. Metatesto che riesce a mantenere la musicalità e la quasi totalità dei rimandi intratestuali, nonostante si sia reso necessario l’inserimento di un ampio apparato di note dovuto alle differenze tra la cultura emittente e quella ricevente.

Parole chiave: traduzione, voci, nederlandese, modello macrostrutturale, note

ENGLISH ABSTRACT

A Dutch translation of a selection of entries from Dizionario affettivo della lingua ebraica by Bruno Osimo is examined. The salient translation choices have been analysed on the basis of Torop’s top-down model. The musicality and most of the intertextual references have been preserved in the Dutch translation; however, due to the cultural differences between the source and target reader models, a set of explanatory notes have been worked into the target text.

Tags: translation, entries, Dutch, top-down model, notes

SAMENVATTING

Hier volgt de Nederlandse vertaling van enkele trefwoorden uit de Dizionario affettivo della lingua ebraica van Bruno Osimo. Door het gebruik van het macrostructurele model van Torop worden de belangrijkste vertalingskeuzes geanalyseerd die tijdens het vertalingsproces naar voren zijn gekomen. Deze vertaling heeft de muzikaliteit van het origineel en bijna alle interne verwijzingen behouden. Het is echter noodzakelijk gebleken een aanzienlijk aantal noten in te voeren, teneinde de culturele verschillen tussen de uitzendende en ontvangende cultuur te overbruggen.

Sleutelwoorden: vertaling, trefwoorden, Nederlands, macrostructurele model, noten

SOMMARIO

· ABSTRACT 1

· SOMMARIO 2

· PREFAZIONE 3
-
Il modello macrostrutturale di Torop 3

· ANALISI DELLA TRADUZIONE DELLE VOCI ‘MAMMESE
(O TAMPÒNICO)’, ‘MASCHIO’ E ‘CAMPI’
DEL DIZIONARIO AFFETTIVO DELLA LINGUA EBRAICA
DI BRUNO OSIMO 4

– Dominante, sottodominanti e lettore modello 4
- I rimandi intertestuali 11

- I realia 13

- I campi espressivi 15

- Le espressioni funzionali 18

- Il residuo traduttivo 19

- Le particolarità del nederlandese 20

- Conclusioni 21

· TRADUZIONE DELLE VOCI –
VERTALING VAN DE TREFWOORDEN 23

- Mammese (o Tampònico) – Mammaans (of Zeefjenees) 23
- Maschio – Mannen 33
- Campi – Kampen 43

- Note al testo italiano 48

- Noten bij de Nederlandse tekst 48

· RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI 50

· BIBLIOGRAFIA 50

· RINGRAZIAMENTI 51

PREFAZIONE

L’analisi traduttologica che segue, relativa a tutto il testo tradotto, si concentra sulle più rilevanti particolarità incontrate nella traduzione verso il nederlandese. È stato scelto come riferimento il modello macrostrutturale di Torop.

Il modello macrostrutturale di Torop

L’individuazione della dominante, delle sottodominanti e del lettore modello sono il punto di partenza dell’analisi secondo il modello macrostrutturale di Torop (conosciuto anche come metodo cronotopico o metodo top-down). Il passo successivo consiste nell’individuazione delle parole chiave del testo per poter così determinare la macrostruttura sulla quale questo si regge e gli elementi linguistici che lo costituiscono. Gli elementi linguistici costituenti sono:

  • i rimandi intertestuali e i realia, elementi che mettono in relazione il testo e i suoi elementi culturali, con altri testi e culture;

  • i campi espressivi, che consistono nella ripetizione di frasi, parole, locuzioni e forme grammaticali; non si tratta di rimandi interni ma sono caratteristiche dell’espressività dell’autore;

  • le espressioni funzionali, parole posizionate in modo strategico all’interno del testo per collegare zone fisicamente distanti tra loro, creando in questo modo i cosiddetti rimandi intratestuali;

  • le parole concettuali, che esprimono concetti d’importanza fondamentale per il testo;

  • i deittici, parole che riflettono un rapporto individuale dell’autore nei confronti della situazione narrata.

Prototesto e metatesto vengono analizzati al fine di verificare in quale misura gli elementi individuati sono stati mantenuti nella traduzione, e quali invece generano un residuo traduttivo.1

ANALISI DELLA TRADUZIONE DELLE VOCI ‘MAMMESE (O TAMPÒNICO)’, ‘MASCHIO’ E ‘CAMPI’ DEL DIZIONARIO AFFETTIVO DELLA LINGUA EBRAICA DI BRUNO OSIMO

Dominante, sottodominanti e lettore modello

La dominante del testo è rappresentata dal significato che le singole voci – in senso lato – del dizionario hanno avuto nella vita dell’autore. Un significato che viene presentato attraverso il racconto di diverse esperienze relative alla sua infanzia. A questo proposito è molto importante il modo in cui l’autore le racconta. Il suo stile è caratterizzato da un singolare uso della punteggiatura, troviamo infatti periodi molto lunghi dove la scarsità di interpunzione rende la lettura poco agevole, ed elenchi dove le virgole sono state volutamente tralasciate.
Oltre al significato delle voci, è parte integrante della dominate anche la manipolazione della lingua. L’autore prende spesso un guscio sintattico e/o semantico del tutto normale e vi inserisce un nocciolo sintattico/semantico alieno. Sovverte la lingua senza però sfuggirle completamente; è anticonvenzionale all’interno di certe convenzioni. Analizzando più specificatamente le voci che sono state tradotte, che da un punto di vista teorico rientrano nella categoria delle parole concettuali, troviamo parole come «mammese» e «tampònico», parole che non esistono in italiano e la cui traduzione in una qualsiasi lingua si rivela complessa ma avvincente al tempo stesso. Con «mammese (o tampònico)»2 l’autore si riferisce alla lingua parlata dalla madre. Una lingua dove la realtà viene attenuata, addolcita, filtrata, tamponata. «Tampònico» deriva proprio da «tampone». Nella traduzione in nederlandese sono riuscito a mantenere la radice del primo nome di questa lingua creando «Mammaans». In nederlandese «mamma» si dice «mama» o «mam». Nel conio dell’autore ritroviamo il suffisso -ese, comunemente utilizzato in italiano per la formazione del nome delle lingue; pensiamo ad esempio a «francese», «cinese» e allo stesso «nederlandese». Nella creazione di «Mammaans» si è tenuto conto del suffisso -aans, spesso usato in nederlandese per indicare il nome delle lingue; pensiamo a «Italiaans», «Spaans» e «Afrikaans».
Relativamente a «tampònico» la traduzione è stata molto più complessa. «Tampon», che in nederlandese significa per l’appunto «tampone» ha come prima accezione quella di assorbente femminile, che poco si presta per descrivere quello che l’autore intende dire. Tra gli aggettivi usati in precedenza per descrivere la lingua «mammese» abbiamo usato «filtrata». L’idea di un filtro mi ha portato a «zeef» (setaccio) e da qui a «Zeefjenees». In nederlandese un altro suffisso usato per il nome delle lingue è -ees; pensiamo a «Chinees» e «Portugees». È stato poi usato un diminutivo di «zeef», «zeefje» per rendere «Zeefjenees» una parola quasi naturale per un parlante nederlandese e con un significato che non lascia spazio a fraintendimenti. Con «Mammaans» si è mantenuta la radice italiana, con «Zeefjenees» la si è cambiata, ma il principio morfologico resta identico. Il passo che segue è molto interessante per vedere come si è risolta la questione dell’etimologia di «tampònico»:

«Più che una lingua, è una difesa. È uno smorzamento, un ammosciamento. È un’attenuazione. È un materasso, un respingente, un tampone: l’etimo del secondo nome di questa lingua – tampònico – è incerto, ma molti studiosi propendono per l’attribuzione proprio a questo effetto di tamponamento di qualsivoglia componente affettiva di coinvolgimento».3

«Het is eerder een verdedigingsmechanisme dan een taal. Het is een matiging, een verslapping. Het is een vermindering. Het is een matras, een stootkussen, een zeef. De etymologie van de tweede naam van deze taal – Zeefjenees – is onzeker, maar vele onderzoekers wijzen de naam toe aan een zeef waardoor alle betrekkingen en emoties worden gegoten».

La questione è stata risolta utilizzando l’immagine di un setaccio attraverso il quale passano, vengono filtrati, setacciati tutti i rapporti e le emozioni. Solo quelli più fini, leggeri riescono a passare e a raggiungere l’autore.

La seconda voce tradotta è «maschio»4. In nederlandese non esiste un traducente esatto per questa parola; «mannelijk» può sembrare simile dal punto di vista visivo e sonoro però si tratta di un aggettivo. Di conseguenza si è optato per «mannen» che tradotto letteralmente significa «uomini». Dato che i protagonisti di questa voce sono l’autore e il padre, entrambi alle prese con questioni da maschi, da uomini, il sostantivo «mannen» mi è sembrata la scelta più adatta per la voce «maschio».

La terza voce tradotta è «campi»5. Per la traduzione in nederlandese è indispensabile prendere in considerazione il campo semantico della parola «campo»; termine che in italiano ha assunto una grandissima varietà di accezioni e usi. Di seguito ne elencherò solo alcuni. Un «campo» può essere uno spazio di terreno destinato alla coltivazione, un luogo dove si fanno esercitazioni militari, un terreno dove si svolgono le gare e gli incontri di vari sport, un accampamento (militare o meno), un recinto con costruzioni di vario genere dove vengono raccolte delle persone. È proprio quest’ultima accezione quella cui dobbiamo fare riferimento. La traduzione immediata in nederlandese è «velden» che però ha un campo semantico diverso rispetto alla voce italiana. Il termine che è stato scelto, «kampen», risponde perfettamente alle nostre esigenze, oltre ad assomigliare molto alla parola italiana. Non dobbiamo però dimenticare che, a differenza dell’italiano, il campo semantico di «kampen» non comprende alcun riferimento all’agricoltura o a luoghi dove si svolge un’attività sportiva, in questi casi si utilizza il sopracitato «velden». All’interno della traduzione, «velden» è stato usato nel passo che segue, quando si fa riferimento alla posizione della casa delle vacanze:

«Da bravo clandestino in una famiglia di clandestini, tutto era stato calcolato con precisione: la casa acquistata sull’angolo, in alto, al confine con i campi, in modo da essere vicini al Giacomo (che potava l’ulivo) e alla Nina (che ci dava le uova), e da poter partire senza fare rumore di shabàt senza svegliare il rabbino»6.

«Als perfecte illegaal in een familie van illegalen werd alles tot in het kleinste detail berekend: men kocht een hoekhuis hoog op de helling aan de rand van de velden zodat we dicht bij Giacomo waren (die de olijvenboom afsnoeide) en bij Nina (die ons eieren gaf), en zo konden we op sjabbat geluidloos vertrekken zonder de rabbijn wakker te maken».

La prima delle sottodominanti è sicuramente rappresentata, riprendendo quanto già anticipato in precedenza, dagli effetti sortiti dal particolare uso della punteggiatura nel testo. Una punteggiatura che vuole trasmettere l’idea di un flusso continuo e costante di pensieri. In molti casi, quando ci aspettiamo un punto, troviamo un virgola, e di conseguenza i periodi diventano molto lunghi. In nederlandese, lingua che si caratterizza per periodi brevi e concisi è stato molto difficile, se non in qualche raro caso, mantenere le stesse scelte di punteggiatura dell’autore. Periodi particolarmente lunghi, ma nonostante tutto comprensibili in italiano, sono stati spezzati in nederlandese perché il rischio di incomprensioni e fraintendimenti da parte del lettore nederlandofono era troppo alto. Di seguito viene riportato un paragrafo della voce ‘maschio’ in italiano e la sua traduzione in nederlandese:

«Dopo il giornalaio, scendevamo a piedi sul selciato lucido e scuro, a passi lenti, con i piedi in fuori da turisti, stando attenti a non scivolare perché era davvero lucido, e i sandali erano quello che erano, e passavamo accanto al negozio sulla sinistra che più tardi, in orario da turisti normali, metteva fuori una cesta enorme, tutta piena di bottigliette piccole, finti fiaschetti grandi come boccettine di profumo contenenti vini raccapriccianti dolcissimi, Lachrima Christi e altre miscele ottenute con acqua alcol zucchero aromi naturali coloranti, che una volta lo zio Arturo, generoso, mi ha comprato, litigando con papà, però bisognava berlo poco poco alla volta, mettere solo una goccia sulla lingua e poi basta per un po’, senza esagerare, che in mammese voleva dire “fra un mese controllo se ce n’è ancora”»7.

«Na bij de krantenkiosk te zijn geweest liepen we langzaam op het blinkende en donkere plaveisel met onze voeten die uitstaken zoals toeristen meestal doen. We zorgden ervoor om niet uit te glijden, omdat het plaveisel echt glibberig was en de sandalen niet echt slipvast. We liepen langs de winkel aan de linkerkant die later, wanneer de echte toeristen op straat liepen, een grote mand buitenzette vol met heel kleine flesjes, nep mandflesjes net zo groot als parfumflesjes met vreselijk zoete wijnen erin, Lachrima Christi en andere mengsels gemaakt van water alcohol suiker natuurlijke aroma’s kleurstoffen. Oom Arturo, die gul was, had eens één van die flesjes voor me gekocht, na ruzie te hebben gemaakt met papa, en ik mocht die wijn beetje bij beetje drinken. Ik mocht maar één druppel per keer op mijn tong laten vallen en daarna niets meer, zonder te overdrijven, wat in het Mammaans betekende: “over een maand controleer ik of er nog wijn in het flesje zit”».

Nel testo italiano l’intero paragrafo è costituito da un periodo ininterrotto, mentre la traduzione nederlandese è divisa in ben cinque periodi.
Come abbiamo detto, periodi particolarmente lunghi sono inusuali in nederlandese. L’uso del punto e virgola (;) è quasi completamente assente nei testi letterari e anche la lineetta (-) non ricorre spesso come in inglese. La traduzione riportata sopra è da preferire, ma esiste anche la possibilità di sostituire tutti i punti con le lineette. In questo modo l’intero passo resta composto da un solo periodo e si mantengono i vantaggi di maggior comprensione che la precedente divisione in più periodi aveva garantito. Di seguito vediamo come apparirebbe il sopracitato passo con l’applicazione delle scelte appena descritte:

«Na bij de krantenkiosk te zijn geweest liepen we langzaam op het blinkende en donkere plaveisel met onze voeten die uitstaken zoals toeristen meestal doen – we zorgden ervoor om niet uit te glijden, omdat het plaveisel echt glibberig was en de sandalen niet echt slipvast – we liepen langs de winkel aan de linkerkant die later, wanneer de echte toeristen op straat liepen, een grote mand buitenzette vol met heel kleine flesjes, nep mandflesjes net zo groot als parfumflesjes met vreselijk zoete wijnen erin, Lachrima Christi en andere mengsels gemaakt van water alcohol suiker natuurlijke aroma’s kleurstoffen – oom Arturo, die gul was, had eens één van die flesjes voor me gekocht, na ruzie te hebben gemaakt met papa, en ik mocht die wijn beetje bij beetje drinken – ik mocht maar één druppel per keer op mijn tong laten vallen en daarna niets meer, zonder te overdrijven, wat in het Mammaans betekende: “over een maand controleer ik of er nog wijn in het flesje zit».

Altro ottimo esempio a questo riguardo è rappresentato dal lungo elenco di lavori domestici che l’autore ha appreso durante l’adolescenza: «Poi da adolescente ho imparato a fare ogni genere di lavoro domestico: elettricista idraulico falegname muratore imbianchino»8. In questo caso però è stato possibile mantenere la punteggiatura dell’autore in quanto non intaccava la comprensione del metatesto: «Later, als puber, leerde ik alle huishoudelijke klussen: elektricien loodgieter timmerman metselaar huisschilder».

Altre sottodominanti sono il suono e le differenze di registro. Per quanto riguarda il suono pensiamo ad esempio alla frase detta dalle suore alla zia Argìa: «sia lodato Gesù Cristo»9 e quello che la zia, quasi del tutto sorda, effettivamente capisce: «l’ha mandata il macchinista?»10. Nella traduzione in nederlandese, grazie a una piccola modifica, si è ottenuta una rima perfetta: «geprezen zij de Heer» (sia lodato il Signore) e «stuurt de machinist u weer?» (l’ha mandata di nuovo il macchinista?). Altro interessante esempio è l’allitterazione «parametro paradigmatico di qualsiasi percezione»11 dove l’autore gioca con i suoni ‘par’ ‘par’ ‘per’. Per esprimere il concetto sarebbe bastato usare «parametro», ma l’autore ha scelto appositamente di esprimerlo con ironia per farlo diventare, secondo le sue stesse parole: «scientific-pomposo-bombastic». Nella traduzione in nederlandese «paradigmatische parameter van alle percepties» è stato possibile mantenere sia l’allitterazione sia il significato. Questo stesso esempio si presta perfettamente anche dal punto di vista delle differenze di registro. Possiamo, ad esempio, contrapporlo alla scena dove l’autore protesta con la madre su quanto un nuovo paio di scarpe somigli, o meno, a quello che lui vorrebbe acquistare:

«Al che io obbiettavo che erano diversissime, perché queste hanno una cucitura intorno, e sono marrone chiaro, e hanno il tacco di cuoio»12.

«Ik stribbelde tegen en zei dat die totaal anders waren, omdat deze een stiksel eromheen hadden, en licht bruin waren, en een leren hak hadden».

Sia nell’italiano sia nella traduzione nederlandese notiamo una certa insistenza nell’uso dei verbi quando l’autore cerca di far capire alla madre quanto le scarpe siano, in realtà, diverse tra loro. Il periodo preso in considerazione rappresenta anche un ottimo esempio di quelli che, sotto il profilo teorico, si definiscono campi espressivi. Questa ripetizione verbale è tipica di un bambino che si intestardisce e non la si può certo definire una scelta di registro alto, a maggior ragione se la confrontiamo con l’allitterazione presa ad esempio.

Il lettore modello del prototesto può essere una qualsiasi persona che riesca a non farsi tradire dal titolo dell’opera, non si tratta infatti di un vero e proprio dizionario ma di un romanzo che racconta l’infanzia dell’autore e la vita all’interno di una famiglia italiana con origini ebraiche negli anni’60. Il lettore modello del metatesto invece, potrebbe essere un nederlandofono interessato ad approfondire la storia di un italiano con un retroterra culturale e religioso atipico. Resta poi la possibilità che sia il lettore del metatesto sia quello del prototesto, conoscano Bruno Osimo attraverso altre pubblicazioni di carattere tecnico, e decidano di approfondire la loro conoscenza dell’autore.

I rimandi intertestuali

Prima di iniziare ad analizzare i rimandi intertestuali è interessante notare come l’autore ne abbia inseriti molti in tutta l’opera segnalandoli però come [nota del traduttore]. Chiaramente l’autore si considera un traduttore dal mammese (o tampònico) verso l’italiano. Dato che, traducendo verso il nederlandese, si è reso necessario inserire alcune note a spiegazione di rimandi – e realia – che l’autore considera scontati per il lettore del prototesto, quelle che l’autore chiama [nota del traduttore] saranno riportate nel testo in nederlandese con carattere corsivo [noot van de vertaler] (nota dell’autore), mentre le note che sono state aggiunte traducendo verso il nederlandese saranno segnalate in grassetto [noot van de vertaler] (nota del traduttore).

Sono inoltre da segnalare ripercussioni sull’apparato delle note a piè di pagina dei testi tradotti; ripercussioni che si sono create a causa dell’impaginazione. Infatti, i testi nelle due lingue, sono stati impaginati in due colonne, in maniera tale che ogni frase in italiano abbia nella colonna a fianco l’equivalente nederlandese. Per questo motivo è stato necessario intervenire sull’apparato delle note a piè di pagina eliminandole e raccogliendole, mantenendo sempre la distinzione per lingua, tutte insieme in una pagina alla fine della traduzione. Le note del prototesto verranno indicate con numeri romani, mentre quelle del metatesto attraverso numeri arabi.

Come anticipato, nel testo troviamo diversi rimandi intertestuali in forma di citazioni di altre opere letterarie, cinematografiche o musicali. Limiteremo l’analisi ai rimandi intertestuali non previsti dall’autore ma resisi necessari nella traduzione nederlandese.

Nel prototesto troviamo: «Le donne dovevano essere modeste, come diceva Manzoni»13. Probabilmente non tutti i lettori italiani sapranno che si tratta di una citazione dal primo capitolo de I promessi sposi di Alessandro Manzoni, ma sicuramente capiranno di chi si sta parlando dato che Manzoni è uno dei pilastri di tutti i corsi di letteratura italiana nelle nostre scuole. Per il lettore del metatesto invece, questo collegamento non è spontaneo. Difficilmente un nederlandofono medio ha mai sentito parlare di Alessandro Manzoni; di conseguenza si rende indispensabile l’inserimento di una nota del traduttore: «Citaat uit het eerste hoofdstuk van I promessi sposi (De verloofden) geschreven door Alessandro Manzoni (1785 – 1873) een Italiaans dichter en romanschrijver» (citazione dal primo capitolo de I promessi sposi, scritto da Alessandro Manzoni, 1785 – 1873, poeta e scrittore italiano).

Ciò che nel prototesto può sembrare ovvio non sarà per forza altrettanto nel metatesto. La questione può infatti essere affrontata anche con un approccio completamente diverso. Anziché mantenere (o addirittura ampliare) a tutti i costi un rimando intertestuale, esasperando il lettore del metatesto, è possibile decidere di eliminarlo purché questo non comprometta il prototesto. A titolo di esempio, analizziamo com’è stato affrontato il seguente rimando: «“Guarda i muscoli del” macellaio!»14. L’autore ha inserito una nota a piè di pagina rimandando a una canzone di De Gregori dal titolo I muscoli del capitano. Dato che l’eliminazione di questo rimando non compromette in alcun modo il prototesto, si è deciso di tradurre con: «Kijk naar de spieren van de slager!» (guarda i muscoli del macellaio) senza però inserire alcuna indicazione relativa al rimando intertestuale. Si genera in questo modo quello che, dal punto di vista teorico, si definisce un residuo traduttivo.

La citazione de Le nozze di figaro nella voce «mammese» rappresenta un esempio di rimando intertestuale molto particolare: «“A ubbidirvi, signor, son già disposto”. Emmanuel Conegliano, Le nozze di Figaro, atto primo, scena quarta»15. Anche se il librettista dell’opera in questione cambierà il suo nome in Lorenzo Da Ponte, l’autore decide di usare il nome precedente, Emmanuel Conegliano, dal quale si evince la possibile provenienza da una famiglia ebraica. Per conservare intatta tutta questa serie di rimandi, si è deciso di mantenere la citazione in lingua italiana anche nella versione nederlandese, scelta che si giustifica ulteriormente se consideriamo che le opere liriche, in genere, non vengono tradotte. È stata comunque inserita, nelle note, una traduzione della citazione per renderla fruibile a qualsiasi lettore del metatesto: «mijnheer, ik ben al gereed u te gehoorzamen».

I realia

Per quanto riguarda i realia, alcuni tra i più interessanti sono relativi alla cultura gastronomica italiana: «culatello» e «tortelli alla piacentina»16 non hanno un equivalente nederlandese, motivo per cui sono stati mantenuti in lingua italiana e sono stati spiegati con una breve nota; nello specifico: «een soort Italiaanse vleeswaren» (un tipico affettato italiano) e «een soort tortellini uit de provincie Piacenza» (un particolare tipo di tortellini tipici della provincia di Piacenza).

Altro particolare realia: «Dopo il barbiere arrivavamo al bar, dove papà prendeva il caffè, quello con la leva»17 che si riferisce ad un caffè preparato mediante una particolare macchina espresso dotata di una leva manuale. In questo caso si è optato per la versione nederlandese di «leva» ovvero «hefboom»: «Na de kapper gingen we naar het café waar papa een espresso bestelde, die met een apparaat met een hefboom werd gemaakt» (dopo essere stati dal barbiere andavamo al bar, dove papà prendeva un caffè, quello fatto con una macchinetta azionata da una leva); è stata poi inserita una nota in corrispondenza di «hefboom» spiegando brevemente in che cosa consistesse questa particolare macchina da caffè.

Interessante anche il caso seguente: «I turisti tedeschi ne andavano pazzi, perché nei loro inverni titanici guardando quel segno potevano pensare tutto il tempo all’Italia e al bagno e al caldo e alle camere zimmer.»18. Mi riferisco alla questione delle «camere zimmer». Nelle località di villeggiatura italiane, capita spesso di vedere cartelli con scritto «camere-rooms-zimmer», che indicano la possibilità di affittare una camera. Probabilmente l’autore, da piccolo, sarà rimasto molto sorpreso da questo particolare termine proveniente dalla lingua tedesca – Zimmer – e potrebbe aver deciso di usare questi due sostantivi, uno a fianco dell’altro per enfatizzare il concetto. In nederlandese si sono mantenuti entrambi i sostantivi, ma dato che per il lettore del metatesto sarebbe stato difficile capire la ragione di una simile scelta, si è segnalato in una nota l’ipotetico motivo: «In het Duits is ‘Zimmer’ een kamer. In vele Italiaanse toeristische plekken vindt men borden op straat met ‘camere-rooms-zimmer’ geschreven. Zo’n bord wordt gebruikt om verblijfsfaciliteiten aan te geven die te huur staan voor toeristen. De auteur heeft ‘Zimmer’ samen met ‘kamer’ gebruikt om zijn idee sterker over te dragen».

Ancora due realia che non possono sfuggire alla nostra analisi: il riferimento a «il Corriere» e «Topolino»19. In entrambi i casi si è ritenuto opportuno segnalare, all’interno di una nota, alcune informazioni indispensabili al lettore del metatesto per comprendere i due riferimenti. Relativamente a Il Corriere: «Il Corriere della Sera in 1876 opgericht, is een van de grootste Italiaanse kranten met een oplage van ca. 700.000 exemplaren» (Il Corriere della Sera, fondato nel 1876 è uno dei principali giornali italiani con una tiratura di circa 700.000 copie). Nei Paesi Bassi esiste una versione locale di «Topolino» alla quale si è fatto riferimento nella nota esplicativa: «Een wekelijks verschijnend Italiaans tijdschrift met stripverhalen van Walt Disney-figuren. Vergelijkbaar met de Nederlandse Donald Duck» (Una rivista settimanale con storie a fumetti dei personaggi Walt Disney. Paragonabile a «Donald Duck» nei Paesi Bassi).

I campi espressivi

Nel prototesto troviamo: «ingegneressa»20, parola che non esiste e che viene creata dall’autore rispettando però le regole morfologiche di formazione di una parola femminile. Ennesima dimostrazione che Osimo riesce a essere anticonvenzionale all’interno di certe convenzioni. Per la traduzione in nederlandese ci si è comportati esattamente come l’autore, attenendosi quindi alle regole di formazione di un sostantivo femminile partendo da uno maschile: «ingenieuresse».

Altro interessante esempio è costituito dall’espressione «marrone topo»21 usata per riferirsi al colore dei sandali del padre. L’autore si ispira a un colore esistente, il «grigio topo», per creare una metafora originale. Per analogia, nella traduzione ci si è comportati allo stesso modo, ispirandosi all’esistente «muisgrijs» (grigio topo) si è quindi creato: «muisbruin».

L’uso, nel prototesto, dell’espressione inglese «downtown»22 per riferirsi al viaggio dell’autore e di suo padre verso il paese per le spese del sabato mattina, crea un piacevole effetto ironico. Normalmente, infatti, l’espressione viene usata nel contesto di città e non di paese23. Questa scelta è interessante e perfetta se consideriamo che la casa delle vacanze si trova in alto rispetto al paese, di conseguenza, per raggiungerlo devono necessariamente scendere”, raggiungere la «downtown». Utilizzando la stessa parola inglese è stato possibile mantenere quest’effetto anche in nederlandese: «Toen we downtown aankwamen» (quando giungevamo downtown).

Interessante da analizzare, è anche la scelta di scrivere alcune parole con la lettera maiuscola, come vediamo nel seguente passo:

«Continuando a camminare lungo il corso, sulla sinistra si apriva un anfiteatro di case in stile tardofascista delimitato da due vie in salita come rami rampicanti intorno a un Palazzo dalle grandi vetrate, un Palazzo Importante: lì nel grande salone papà si faceva tagliare la barba, eventualmente spuntare quei pochi capelli che aveva intorno alla pelata, e soprattutto i copiosi peli del naso e delle orecchie. A volte – molto di rado per fortuna – anche a me tagliavano i capelli, ma con la macchinetta che faceva male, perché quello era un posto da Maschi, al quale io ero ammesso in via provvisoria, solo perché raccomandato. Avevo firmato un patto col diavolo e non lo sapevo. Quindi non solo non dovevo azzardarmi a piangere quando con la macchinetta mi pizzicavano la pelle della nuca, ma, pur con l’occhio iniettato di lacrima, non dovevo nemmeno dar a vedere che provavo dolore»24.

«Terwijl we door de hoofdstraat bleven lopen verscheen aan de linkerkant een amfitheater van huizen in laat fascistische stijl. Aan de zijden van dat huizenblok waren twee oplopende straten die leken op klimtakken om een Paleis heen met grote ramen, een Belangrijk Paleis: daar in een grote salon liet papa zich scheren, en als het nodig was liet hij ook de haren rond zijn kale kop bijknippen, maar bovenal liet hij zijn overvloedige neus- en oorharen knippen. Soms – en dat gebeurde niet vaak gelukkig – werden ook mijn haren geknipt, maar met een tondeuse die pijn deed, omdat dit een plek voor Mannen was, en ik had hier een voorlopige toegang gekregen alleen omdat ik de juiste connecties bezat. Ik had een pact met de duivel gesloten, maar ik wist het zelf niet. Daarom moest ik meer doen dan niet huilen toen de tondeuse de huid van mijn nek vastgreep, ik moest zelfs met mijn ogen vol tranen niet laten zien dat ik pijn voelde.»

Le lettere maiuscole di «Palazzo Importante» vengono usate per sottolineare quanto quell’architettura sia imponente agli occhi del bambino, consapevole che si troverà faccia a faccia con situazioni più grandi di lui. Quest’ultimo discorso vale anche per «Maschi». Questa scelta è stata mantenuta anche all’interno della traduzione, come possiamo vedere da «Belangrijk Paleis» e «Mannen».

Nel prototesto troviamo anche l”espressione «l’esibizionismo è un morbo che colpisce a macchia di leopardo»25. L’autore usa un’espressione esistente in italiano «a macchia di leopardo» che però non esiste in nederlandese. Le opzioni a disposizione erano due: crearla ex novo in nederlandese od optare per la spiegazione dell’espressione con «op onregelmatige wijze» (in modo irregolare). È stata scelta la prima opzione: «die zich als een luipaardvlek verspreidt» perché penso esprima efficacemente l’idea di qualcosa che colpisce in modo diffuso ma senza uno schema logico o comunque prevedibile.

Nella traduzione della voce «mammese», incontriamo la seguente espressione: «versando fiumi e fiumi di pipì»26. L’autore intende dire che «se la faceva addosso». Approfittando dell’esistenza in nederlandese dell’espressione «in de broek plassen» che ricalca alla perfezione il significato di quella italiana, si è ritenuto opportuno usarla in questo contesto scrivendo: «plaste ik constant in mijn broek» (me la facevo costantemente addosso). Questa scelta si giustifica anche con l’impossibilità di usare lo stesso verbo dall’autore, «versare» (schenken), che rimanda in prima istanza al «servire delle bevande». Si sarebbe quindi creata un’imbarazzante incomprensione sul fatto che l’autore servisse la propria urina a degli ipotetici commensali.

In un passo della voce «maschio» troviamo l’espressione: «quasi senza soluzione di continuità»27. L’autore usa così un’espressione ormai consolidata nel vocabolario italiano per dire «senza interruzione della continuità» e quindi, «continuativamente». In nederlandese non esiste un’espressione simile e di conseguenza si è deciso di tradurla in modo tale da mantenere lo stesso significato di superficie con: «alsof er geen verband was tussen» (come se non ci fosse un legame tra).

Le espressioni funzionali

Relativamente alle espressioni funzionali, uno dei casi più interessanti da analizzare è contenuto nel seguente passo:

«In mammese, ‘vagamente simile’ si dice ‘proprio uguale’: se andavamo a comprare un paio di scarpe, lei diceva che erano proprio uguali a quelle che mi piacevano tanto e che non volevo cambiare. Al che io obbiettavo che erano diversissime, perché queste hanno una cucitura intorno, e sono marrone chiaro, e hanno il tacco di cuoio, ma lei insisteva che erano praticamente uguali. Come se in una disquisizione logica ci fosse spazio per la pratica!»28.

«In het Mammaans zeg je ‘bijna gelijk’, ‘praktisch hetzelfde’. Als we een paar schoenen gingen kopen, zei ze dat deze praktisch hetzelfde waren als die ik eigenlijk leuk vond en die ik eigenlijk wilde hebben. Ik stribbelde tegen en zei dat die totaal anders waren, omdat deze een stiksel eromheen hadden, en licht bruin waren, en een leren hak hadden, maar ze drong aan dat ze praktisch hetzelfde waren. Alsof er in een logische uiteenzetting ruimte zou kunnen zijn voor iets praktisch!».

L’autore gioca con «proprio uguali», «praticamente uguali» e «pratica» intessendo dei rimandi intratestuali. Nella traduzione in nederlandese si è ritenuto opportuno tradurre le tre parole in questione, con lo stesso traducente «praktisch» (praticamente): «praktisch hetzelfde», «praktisch hetzelfde» e «iets praktisch». In questo modo non solo si è mantenuta l’espressione funzionale scelta dall’autore, ma usando un solo traducente, si è anche rafforzato il rimando intratestuale.

Altra espressione funzionale molto interessante la troviamo nel seguente passo:

«In questa famiglia bislacca e tremendamente iniqua, per diventare qualcuno bastava concentrarsi molto intensamente e pensare “ce l’ho solo io, ce l’ho solo io, ce l’ho solo io”; “nemmeno dopo tanto”, tutti ti riconoscevano il titolo»29.

«In deze zotte en vreselijk onrechtvaardige familie moest je laten zien dat je bestond, je heel erg concentreren en denken “ik ben de beste, ik ben de beste, ik ben de beste”. “Niet echt veel later” erkende iedereen je als dé beste».

Nello specifico ci concentriamo su «ce l’ho solo io» e «ti riconoscevano il titolo». La prima espressione viene usata in italiano quando ci si vuole riferire ad una persona altezzosa e boriosa. Nella traduzione, data l’assenza in nederlandese di un traducente specifico si è scelto di trasformarla in «ik ben de beste» (sono il migliore). La seconda espressione è stata tradotta con «erkende iedereen je als dé beste» (ti riconoscevano il titolo di migliore). Con questa scelta si crea un rimando intratestuale più marcato nel metatesto, grazie all’espressione funzionale «de beste».

Il residuo traduttivo

Inevitabilmente la traduzione ha generato un residuo traduttivo, consistente in locuzioni, frasi e rimandi che non è stato possibile mantenere in traduzione, o che si è scelto di eliminare.

Sicuramente il caso più interessante e palese di residuo traduttivo riguarda il seguente passo:

«La mia disperazione non era per il cibo mortale, ma per il cibo celeste (il suo colore preferito) – per difendere la mia analisi logica»30.

«Mijn wanhoop kwam niet voort uit het voedsel voor het lijf maar uit het voedsel voor de ziel – om mijn logische analyse te verdedigen».

«Cibo mortale» e «cibo celeste» sono stati tradotti con «voedsel voor het lijf» (cibo per il corpo) e «voedsel voor de ziel» (cibo per l’anima). In nederlandese non è stato possibile mantenere il riferimento al colore azzurro e, di conseguenza, il riferimento tra parentesi al colore preferito della madre viene meno. Il metatesto riesce a mantenere il suo significato originario pur rinunciando a un piccolo riferimento che comunque non compromette il tessuto semantico dell’opera.

Altro interessante residuo traduttivo è quello dovuto all’omissione del rimando intertestuale alla canzone di De Gregori, già analizzato precedentemente. In questo caso, il residuo si genera a causa di una scelta volontaria.

Altro residuo traduttivo lo troviamo nella seguente frase in dialetto contenuta nella voce «campi»: «Sciùr Colòna, ma cusa l’aspèta a scapa’?»31. La frase viene poi spiegata, con grande ironia, attraverso una nota dell’autore in un italiano molto forbito. «Signor Colonna, invero, che cosa attende prima di porre in fuga la sua famiglia al sicuro?»32. Nella traduzione in nederlandese non avrebbe avuto senso tradurre la frase in un dialetto diverso dall’originale, motivo per cui ci si è limitati a riportarla in nederlandese standard «waar wacht u op om te vluchten meneer Colonna?» (che cosa aspetta a fuggire signor Colonna?) perdendo però il piacevole effetto ironico, presente nel prototesto, ottenuto dalla contrapposizione tra dialetto e italiano di registro alto.

Le particolarità del nederlandese

Il nederlandese è una lingua all’interno della quale le parole composte sono presenti in grande quantità. Nel caso specifico della traduzione che stiamo analizzando, all’interno della voce «maschio», nella frase d’apertura troviamo: «il sabato mattina»33. In italiano abbiamo due parole mentre in nederlandese diventa «zaterdagochtend», che è una parola unica. Una delle particolarità di questo dizionario consiste nel fatto che alcune parole al suo interno sono sottolineate. La sottolineatura non è una scelta casuale in quanto si sottolineano quelle parole che rimandano ad altre voci descritte nel dizionario stesso. Nel caso appena citato quindi, «sabato» rimanda alla voce «sabato» contenuta nel dizionario. In nederlandese non si è potuto sottolineare l’intero sostantivo «zaterdagochtend» perché avrebbe significato creare un rimando alla voce «sabato mattina», che non è contenuta nel dizionario. Per questo motivo, nel metatesto, si è deciso di sottolineare solo metà sostantivo in modo da mantenere inalterata la struttura dei rimandi all’interno del dizionario.

Conclusioni

Come già annunciato nella prefazione, l’analisi si è concentrata su quei casi particolari che sono affiorati nella traduzione del testo verso il nederlandese. Nonostante le particolarità descritte fino ad ora, il metatesto mantiene in gran parte le specificità del prototesto, si è infatti riusciti a mantenere la musicalità che l’autore ha previsto in certi casi e lo stesso si può dire dei rimandi intratestuali. L’apparato delle note è stato ampliato a causa dei frequenti realia ma questo non influisce sulla fluidità del testo. La revisione della punteggiatura, invece, si è rivelata in certi casi essenziale a causa della struttura propria del nederlandese, dove periodi troppo lunghi diventano di difficile comprensione per il lettore. Il residuo traduttivo è minimo e come abbiamo visto non intacca la struttura portante del testo così come non influisce sulla comprensione del messaggio, superficiale e profondo, dell’autore. Considerando l’ampliamento dell’apparato delle note nel metatesto possiamo dire che il residuo quasi scompare a favore di quello che si potrebbe definire un ‘approfondimento traduttivo’.

Sia il lettore del prototesto sia quello del metatesto, vivono un’esperienza di lettura simile. Per il primo, la maggior parte dei riferimenti sarà esplicita e il lettore riuscirà a coglierli senza alcuna difficoltà; per il secondo, invece l’ampio e approfondito apparato metatestuale riuscirà a colmare le differenze culturali che separano i due lettori modello. Di conseguenza, il metatesto risulterà meno immediato, relativamente ai rimandi, rispetto al prototesto.

TRADUZIONE DELLE VOCI – VERTALING VAN DE TREFWOORDEN

אימהיתMammese (o Tampònico)I

A ubbidirvi, signor, son già disposto.

Emmanuel Conegliano, Le nozze di Figaro, atto primo, scena quarta

La famiglia di mia madre è una famiglia di strampalati. Suo
nonno faceva il capostazione, e quindi da piccola mia nonna
aveva abitato in mille
appartamenti diversi,
quelli al piano
disopra delle
stazioni.

Una delle zitelle di famiglia, la zia Argìa, in non so quale dei numerosi paesini in cui hanno abitato, aveva trovato lavoro e andava tutti i giorni a cucire o ricamare dalle suore.
Aveva avuto il contatto
da un macchinista, collega del bisnonno.
La zia Argìa era quasi del tutto sorda. La prima volta che era arrivata dalle suore, le avevano detto “Sia lodato Gesù Cristo”, e lei – forse anche a causa della sua appartenenza a una cultura non cattolica – aveva capito “L’ha mandata il macchinista?”, e aveva risposto “Sì, mi ha mandato lui”.

Nella famiglia di mia mamma, l’esibizionismo era a un tempo esecrato e
venerato. Le donne dovevano essere modeste, come diceva Manzoni, tranne quelle che il nonno decideva che erano
speciali. L’esibizionismo è un morbo che colpisce a macchia di leopardo anche perché, come la macchia del leopardo, ha bisogno che intorno ci sia uno sfondo diverso per mostrarsi: in un mondo di soli esibizionisti, ci sarebbe l’estinzione della specie per suicidio collettivo. Ah, che bel mondo! E subito dopo la loro autoestinzione noi verremmo fuori dal cespuglio:
cucù!

In questa famiglia bislacca e tremendamente iniqua, per diventare qualcuno bastava concentrarsi molto intensamente e pensare “ce l’ho solo io, ce l’ho solo io, ce l’ho solo io”II, “nemmeno dopo tanto”III, tutti ti riconoscevano il titolo. Nata in
una famiglia così,
la mamma si è sentita
in dovere di fare
da sfondo. E a volte il dovere è vissuto come un diritto. Non sono riuscita a prendere il diploma perché c’era la guerra, però so tante cose lo stesso. Io non sono laureata, ma mio marito è ingegnere, e quindi io sono ingegneressa. E mio figlio, mio figlio… mio figlio è medico! Quando si è fidanzata con
papà nel 1946, la mamma lavorava come commessa nel magazzino di articoli per macchine per maglieria di suo padre.

Anche a lei l’espulsione razzista dalle scuole pubbliche – a undici anni, ne aveva sette meno di papà – aveva dato un senso forte d’identità ebraica. Poi c’erano stati gli anni della guerra, in cui non mangiava a sufficienza, in particolare non abbastanza
calcio. La malnutrizione le ha causato problemi fisici
permanenti. Da allora ha sempre avuto un bisogno non
confessato nemmeno a sé stessa da un lato di fare
economia, di non sprecare, per esempio in vestiti, dall’altro di essere sempre certa di avere scorte di cibo.
Non riesce a mangiare niente di fresco perché c’è sempre qualcosa da finire.

Mia madre non parla né
italiano né ebraico
(questa dell’ebraico la dico così, a scanso di equivoci,
perché molti quando sentono che sei ebreo non capiscono bene cosa vuol dire, e
pensano che tu parli ebraico,
anzi ‘ebreo’ o, a volte,
‘israeliano’): lei parla
mammese, detto anche
tampònico. Questa lingua non è ancora stata analizzata, ma consiste fondamentalmente nel fatto che non descrive la realtà come appare, ma come apparirebbe se non facesse paura. Se non mettesse in
imbarazzo. Se non facesse
provare dei sentimenti.
Più che una lingua,
è una difesa.
È uno smorzamento, un ammosciamento. È un’attenuazione. È un materasso, un respingente, un tampone: l’etimo del secondo nome di questa lingua – tampònico –
è incerto, ma molti studiosi propendono per l’attribuzione proprio a questo effetto di tamponamento di qualsivoglia componente affettiva di coinvolgimento.

Quand’ero piccolo imparavo com’è fatto il mondo dalle sue parole, come se non avessi i sensi per percepire direttamente la realtà. Non c’era nessuna coercizione nel modo in cui mi trattava, mi chiedeva sempre molto gentilmente dove
volevo andare, cosa volevo mangiare, per esempio, solo che poi mi convinceva – con le buone, sempre con le buone – che quello che io desideravo era in realtà un’altra cosa. Se io avevo voglia di andare ‘giù a giocare’ non appena avevo finito di mangiare, lei tamponava: “ma a quest’ora fa troppo caldo, vero? E poi passare tutto il pomeriggio giù a giocare è troppo, vero? E poi i bambini con cui giochi giù, l’Antonio, la Iris e la Antonella, non sono molto simpatici, vero?”

Se lei mi diceva che saremmo andati in montagna, d’inverno, con la neve, con i suoi amici e con gli amici di Carlo, e io lì avevo freddo, soffrivo come un cane per far funzionare gli sci di legno
con gli scarponi di ferro e gli attacchi di pietra, io gioivo e mi sentivo autentico nel gioire, perché era il sentimento predominante. Che importa se mi rompevo una gamba ed ero terrorizzato dal gelo e dalla erre straniera dei maestri di sci e pensavo che fosse un’esercitazione alla sopravvivenza per la prossima guerra?

In mammese, ‘vagamente simile’ si dice ‘proprio uguale’: se andavamo a comprare un paio di scarpe, lei diceva che erano proprio uguali a quelle che mi piacevano tanto e che non volevo cambiare.
Al che io obbiettavo che erano diversissime, perché queste hanno una cucitura intorno, e sono marrone chiaro, e hanno il tacco di cuoio, ma lei insisteva che erano praticamente uguali. Come se in una disquisizione logica ci fosse spazio per la
pratica! Questa negligenza deliberata mi faceva disperare, e io facevo scene isteriche; la mia disperazione non era per le scarpe, ma per l’incapacità della mamma di vedere le cose
come stavano:
sì, perché in fondo in fondo,
a sprazzi, avevo momenti
di autonomia in
cui mi era chiarissimo come stavano le cose,
ma allora come faceva lei – parametro paradigmatico di qualsiasi percezione – a non vederle? La mia disperazione non era per il cibo mortale,
ma per il cibo celeste (il suo colore preferito) – per difendere la mia analisi logica. Le scene non erano rivolte tanto a lei,
quanto al mondo, che non riconosceva la mia raffinata capacità d’analisi. E, proprio per reazione al mammese, ho sviluppato un’attenzione morbosa per il dettaglio.

Dato che lei era sempre
svagata, sempre a rincorrere le proprie visioni di parte, e a
cercare di convincermi che
le cose stavano proprio così,
io per distrarla da sé stessa ho sempre cercato in tutti i modi di attirare la sua attenzione.
Prima versando fiumi e fiumi di pipì. Poi da adolescente ho imparato a fare ogni genere di lavoro domestico: elettricista idraulico falegname muratore imbianchino. Poi ho imparato a cucinare, che è una cosa che a lei non è mai piaciuta tanto. Ma mi sono finalmente reso conto che è un amore tampònico il suo, per definizione così, che da lei non si può pretendere un affetto sfacciato, ma bisogna saper apprezzare l’amore màmmico attenuato. Anche quando è generosa, riesce a esserlo nel modo più catastrofico per la sua immagine, così che tutti pensano a lei ingenerosamente. Se ti fa un panino al prosciutto, di per sé ottimo, lo accompagna con un commento di scusa: “Volevo fartelo col culatello,
ma l’avevo finito”.
E il panino assume un
sapore meno
invitante. Se prepara gnocchi di
ricotta e spinaci conditi con
l’olio e il grana, si giustifica: “Volevo fare i tortelli alla piacentina della
nonna Elena, quelli a forma di caramella, ma non ho
fatto in tempo a fare
la pasta”.
È l’opposto di una
commerciante. Vende sé stessa al ribasso. Proprio per questo sento il bisogno di
proteggerla. Esibizionista, lei, non è stata mai.

Complimenti, mamma, e auguri!” Che in tampònico vuol dire: “Ti voglio un
oceano di bene”.

זכר MaschioIV

Il sabato mattina a Salò ci svegliavamo per primi, io e papà, e sgattaiolavamo fuori dalla camera senza far rumore.
Non si trattava di lavarsi
e vestirsi – avremmo
fatto rumore e
svegliato il
nemico – ma semplicemente di riinfilarsi alla bell’e meglio
i vestiti del giorno
prima. Papà si metteva i pantaloni corti. Dato che aveva un fisico globalmente magro, ma con una gran pancia che prima sparava verso l’esterno e poi gli cascava sopra l’inguine, i pantaloni lunghi se li faceva fare su misura, e sembravano due triangoli, con la base in alto e la punta
in basso. I pantaloni corti, però, del triangolo avevano solo la parte larga, e così in pantaloni corti era buffissimo,
perché erano di taglia
cinquantasei, ma poi dai tuboni mozzicati delle gambe
uscivano due stuzzicadenti, che erano le sue gambe magre magre e poco pelose, e i suoi
piedi magri magri e delicatissimi, che in vacanza calzava con dei sandali di pelle marrone topo aperti dietro e con
un incrocio di fasce di
pelle davanti.

M’infilavo anch’io pantaloncini corti e sandali e, saliti
sulla millecento
posteggiata
in discesa, papà toglieva il bloccasterzo e andavamo
giù a motore
spento; solo verso la fine,
poco prima della curva, quando avevamo raggiunto un certo momento papà girava la chiave dell’accensione poco poco, solo fino a far accendere la spia rossa, e lasciava andare il pedale della frizione lentamente, quasi senza soluzione di continuità tra la discesa libera dell’automobile priva di freni e la sua propulsione a motore, in terza. Da bravo clandestino in una famiglia di clandestini, tutto era stato calcolato con precisione: la casa acquistata sull’angolo, in alto, al confine con i campi, in modo da essere vicini al Giacomo (che potava l’ulivo) e alla Nina (che ci dava le uova), e da poter
partire senza fare rumore di shabàt senza svegliare
il rabbino.

Arrivando downtown, il traffico del sabato mattina che all’inizio era esiguo per non dire nullo si faceva più animato, perché era giorno di mercato. Mentre sulla destra si dispiegava il vialone alberato in discesa che arrivava fino all’inizio del lungolago, chiamato per qualche curioso motivo ‘piazza’, e al centro, sopra l’ampio marciapiede tra gli alberi, si organizzavano le bancarelle,
di fronte ci accoglieva l’arco con sopra l’orologio dove noi posteggiavamo, tra rare automobili sparse qua e là.
Proprio sotto l’arco, dentro le mura che erano molto profonde, tanto da poter ospitare al loro interno un giornalaio, compravamo il Corriere per papà, un lenzuolo bianco e sporco, e Topolino, che invece era sottile, non più di
un centimetro, e lucido,
fatto di carta patinata sottile colorata, con la costina punteggiata azzurra e bianca. Non che fosse una cosa che si poteva sempre, comprare Topolino, e nemmeno comprare il Corriere si faceva tutti i giorni.

Dopo il giornalaio, scendevamo a piedi sul selciato lucido e scuro,
a passi lenti,
con i piedi
in fuori da turisti,
stando attenti a non scivolare perché era davvero
lucido, e i sandali erano quello che erano, e passavamo accanto al negozio sulla sinistra che più tardi, in orario da turisti
normali, metteva fuori una cesta enorme, tutta piena di bottigliette piccole, finti fiaschetti grandi come boccettine di profumo contenenti vini raccapriccianti dolcissimi, Lachrima Christi e altre miscele ottenute con acqua alcol zucchero aromi naturali
coloranti, che una volta lo zio Arturo, generoso, mi ha comprato, litigando con
papà, però bisognava
berlo poco poco alla volta,
mettere solo una goccia sulla lingua e poi basta
per un po’,
senza esagerare, che in
mammese voleva dire “fra un mese controllo se ce n’è
ancora”. Il fiaschetto aveva due tappi: uno rosso,
a vite, con cinque
forellini, che quindi sembrava inutile come tappo,
ma invece era tutto studiato apposta per invogliare i genitori a comprarlo ai loro figli perché,
una volta consumato il vino – e che ci voleva? –
si poteva usare come salino, a tavola. I turisti tedeschi ne andavano pazzi, perché nei loro inverni titanici guardando quel segno potevano pensare tutto il tempo all’Italia
e al bagno e al caldo e
alle camere zimmer.

Continuando a camminare lungo il corso, sulla
sinistra si apriva un anfiteatro di case in stile tardofascista delimitato da due vie
in salita come
rami rampicanti intorno a un Palazzo dalle grandi vetrate, un Palazzo Importante: lì nel grande salone papà si faceva tagliare la barba, eventualmente spuntare quei pochi capelli che aveva intorno alla pelata, e soprattutto i copiosi peli del naso e delle orecchie. A volte – molto di rado per fortuna –
anche a me tagliavano i capelli,
ma con la macchinetta che faceva male, perché quello era un posto da Maschi, al quale io ero ammesso in via provvisoria,
solo perché
raccomandato. Avevo firmato un patto col diavolo e
non lo sapevo. Quindi non solo non dovevo azzardarmi a piangere quando con la macchinetta mi pizzicavano la pelle della nuca, ma, pur con l’occhio iniettato di lacrima, non dovevo nemmeno dar a vedere che provavo dolore.

Dopo il barbiere arrivavamo al bar, dove papà prendeva il caffè, quello con la
leva, e io mangiavo
qualcosa che mi guastava l’appetito. Poi scendevamo al lungolago dai vicoli e
lo risalivamo, prendendo
il mercato alle
spalle, in salita. I sacchetti di plastica non esistevano ancora, e a ogni bancarella ci davano dei sacchetti di carta, bagnati dalle verdure e dalla frutta, e così, di contrattazione in contrattazione, arrivavamo alla millecento carichi di pacchetti e di odori. Una spesa abbondante dalla quale
poi scaturivano i piatti
del papà.

Quando ci serviva anche la carne, andavamo a Gazzane.
Era un viaggio per me molto avventuroso perché le strade erano strette come la nostra macchina.
Papà imboccava con energia la salita del viale alberato della Tassoni su su fino alla strada dei Tórmini, come per andare a casa a Milano, ma da lì, anziché a sinistra, girava a destra, verso Roè VolcianoV, e poi girava ancora a destra in salita per una stradina strettissima, ché ogni volta che s’incrociava qualcuno
bisognava fare
centinaia di metri in
retromarcia e io ero
sicuro che prima o poi qualcuno avrebbe infilato le ruote in un fosso, o in un burrone,
o contro un
muro.

Il macellaio era all’incrocio di quattro di queste stradine strettissime, in cima a un colle interamente costruito in pietra, strade comprese. Bisognava tirare il freno a mano e mettere anche una pietra dietro la ruota, fatto gradevolmente poco
urbano. Davanti alla vetrina c’era un minimo slargo, comunque bisognava essere sempre pronti a spostare la millecento se fosse arrivato qualcuno. La
suspense era alta, ma papà sapeva fare tutto. Dentro la macelleria, che mi assaliva con quell’odore di sangue, di schegge di ossa, di marmo umido, non c’era mai da aspettare, eravamo sempre gli unici clienti. Potevamo sbizzarrirci. Compravamo rognone, fegato, animella e cervella. Che delizie!
Poi compravamo anche la carne vera e propria. Il macellaio aveva muscoli enormi che guizzavano
flop flop mentre maneggiava i muscoli di qualcun altro
e li faceva a fettine
bellissime. Il suo coltello più piccolo sembrava il
Titanic, e quando doveva tagliare le bistecche con l’osso tirava fuori una mannaia pesantissima che scagliava sulla carne da altezze astrali. “Guarda i muscoli del”VI macellaio!

C’era un vetro che separava la zona macellaio dalla zona bambino, però ugualmente papà,
quando il macellaio alzava la mannaia, mi metteva una mano davanti agli occhi e alla fronte. Io non capivo se il
problema fosse
vedere quello che succedeva (ma allora perché solo quando spaccava le ossa?),
sentire (ma allora perché non le orecchie?) o
semplicemente dare un
senso di
protezione. Spesso sento quella mano morbida e asciutta sugli occhi e sulla fronte che mi protegge mentre vedo le cose brutte davanti a me.

מחנותCampiVII

Quand’ero piccolo una delle narrazioni in mammese più
difficili da decifrare era quella sui campi. La mamma ogni tanto diceva di essere stata
nei campi, ma di cosa si trattasse non c’era nessun
indizio. Una cosa bella non era, perché era sempre collegata a fatti negativi. “In campo ero con Lalla, ma mi avevano separato
dalla nonna e dal nonno
e dalle sorelle”. “Dopo il
campo, quando ero dalla signorina Frey il dentista mi ha trovato sedici carie”. “In
campo ci davano i
sanguinacci, ma non li mangiava quasi nessuno, c’era un ragazzo giovane che se li faceva dare da tutti e se li mangiava lui”. “In campo quando ci facevano sbucciare le patate, ce ne nascondevamo sempre due o tre addosso, e poi le cucinavamo nella stufa”. “In campo rubavamo le mele per la zia Marta,
ché era l’unica cosa che mangiava”.

In una prima parte della mia vita avere una mamma che era stata ‘nei campi’ mi bloccava,
se era una cosa così tremenda da non potersi nemmeno raccontare e spiegare doveva essere una catastrofe immensa. Io non capivo niente e, quando a scuola e un po’ anche a casa ho cominciato a sapere che c’era stata la Catastrofe, il Disastro, ossia la Shoàh,
a cui è stato eretto il monumento, ho pensato che
la mamma fosse stata internata nei campi di sterminio
e che lei si fosse salvata per miracolo. È stato soltanto molto tempo dopo che ho capito che ‘campi’ in mammese significa ‘campi profughi svizzeri’ dove lei è scappata insieme alla
sua famiglia e ha
vissuto un anno e mezzo.

Suo padre sembrava sordo al pericolo, e per organizzare la fuga ha aspettato che un conoscente gli dicesse “Sciùr Colòna, ma
cusa l’aspèta a
scapa’?”
VIII Allora aveva
preso un treno delle
ferrovie nord,
aveva proseguito fino al
capolinea e poi, una volta arrivato, aveva chiesto al macchinista di indicargli la casa di qualcuno che fosse in grado di aiutarlo per il passaggio
clandestino. Il nonno era vestito in modo talmente antiquato e poco naturale, che la prima impressione era quella d’un poliziotto in borghese, ma finalmente è riuscito a organizzare la fuga della numerosa famiglia a scaglioni di
tre persone, a una settimana di distanza l’uno
dall’altro perché la guardia ‘amica’ che chiudeva un occhio
(e apriva la tasca) aveva
il turno solo una volta alla settimana.

Di ritorno a Milano, la
mamma ha provato a dare l’esame di maturità, c’erano
sessioni riservate ai
profughi di guerra e
ai perseguitati
politici e
razziali. Non aveva mai frequentato il liceo. Le commissioni d’esame erano benevole
verso i candidati,
si teneva conto
della difficile situazione storica
e di quella loro
personale. Ma la mamma non riusciva a concentrarsi. Si sedeva davanti ai libri e
si distraeva. C’era qualcosa che la distoglieva, anche se un ragazzo carino l’aiutava a studiare matematica, e lei chissà a cosa pensava: nella sua mente già si vedeva sposata, e allora forse quel diploma non le sarebbe mai servito…

Il presidente della commissione incoraggiava la mamma, le faceva altre domande, ma lei proprio non era preparata, e non
è passata. Però, in
tampònico, “Anche se non sono laureata, molte cose le so perché ho letto e perché me le ha spiegate papà”.
Forse potevo fare così anch’io: fregarmene del titolo
di studio e delle
mie mutande.

I discorsi in mammese
sugli anni della persecuzione e poi della fuga e del soggiorno in Svizzera erano talmente ripetitivi e vaghi che hanno ottenuto l’effetto di farmi sottovalutare questo problema reale e di farmi
pensare che lei fosse una persona noiosa e sofferente di delirio di persecuzione che
aveva bisogno di lamentarsi d’un destino che non era poi
così male. Le è toccato un destino drammatico, ma tamponandolo in mammese s’è cancellata la differenza tra un campo profughi svizzero e un campo di sterminio tedesco. La confusione
tra il suo dramma e
la tragedia di molti altri ha prodotto in me una reazione di rigetto.

La mia rivolta adolescenziale – necessaria per preservare la salute mentale
ma crudele, insensata, e parzialmente autodistruttiva –
si è poi tradotta negli slogan a favore dei fedayin, che urlavo durante le manifestazioni.

אימהית Mammaans (of Zeefjenees)1

A ubbidirvi, signor, son già disposto.2

Emmanuel Conegliano, Le nozze di Figaro, atto primo, scena quarta

De familie van mijn moeder is een familie van mafkezen. Haar grootvader was stationschef en daarom hadden ze, toen mijn oma klein was, in duizenden verschillende appartementen gewoond, die woningen die zich op de eerste verdieping van stations bevinden.

Tante Argìa, een van de oude vrijsters van de familie, had een baan gevonden, ik weet niet in welke van de vele dorpjes waar ze gewoond hadden, en ging elke dag bij de nonnen naaien of borduren. Een machinist, collega van overgrootvader, had haar geholpen met het vinden van deze bezigheid. Tante Argìa was bijna volkomen doof. De eerste keer dat ze naar de nonnen ging, zeiden ze tegen haar: “Geprezen zij de Heer” maar tante had begrepen, waarschijnlijk door haar niet katholieke achtergrond “Stuurt de machinist u weer?”, en antwoordde “Ja, hij heeft me hier gestuurd”.

In de familie van mijn moeder was het exhibitionisme tegelijkertijd verafschuwd en vereerd. Vrouwen moesten bescheiden zijn3, zoals Manzoni beweerde, behalve die waarvan de grootvader besloot dat ze speciaal waren. Exhibitionisme is een ziekte die zich als een luipaardvlek verspreidt. Om zich te laten zien, zoals een luipaardvlek,
moet de achtergrond
anders zijn: in een wereld van exhibitionisten alleen zou dit soort uitsterven door gezamenlijke zelfmoord. Ach, wat een mooie wereld! En meteen na hun zelfveroorzaakte uitsterving zouden wij uit de struiken komen: kiekeboe!

In deze zotte en vreselijk onrechtvaardige familie moest je laten zien dat je bestond, je heel erg concentreren en
denken “ik ben de beste, ik ben de beste, ik ben de beste”4.
“Niet echt veel later”5 erkende iedereen je als dé beste. Mijn moeder, die in zo’n familie is geboren, heeft de plicht gevoeld om zich op de achtergrond te houden. En soms wordt de plicht als een recht ervaren. Ik heb geen diploma behaald
omdat er oorlog was, maar ik weet sowieso veel dingen. Ik ben niet afgestudeerd, maar mijn man is ingenieur, daarom ben ik ingenieuresse. En mijn zoon, mijn zoon… mijn zoon is arts!
Toen mijn moeder zich in 1946 met mijn vader verloofde, werkte ze als winkeljuffrouw in het pakhuis van haar vader, waar ze artikelen voor tricotagemachines verkochten.

De racistische uitzetting uit staatsscholen – ze was elf, zeven jaar jonger dan mijn vader
– had ook aan haar een sterk Joods identiteitsgevoel gegeven. En toen kwamen de oorlogsjaren, waarin ze niet genoeg at, waarin ze in het bijzonder niet voldoende calcium binnenkreeg. Ondervoeding heeft haar permanente fysieke schade aangericht. Sinds dat moment heeft ze altijd een – zelfs aan haarzelf – niet opgebiechte nood gehad. Aan de ene kant wilde ze zuinig zijn, niets verspillen, bijvoorbeeld kleren, aan de andere wilde ze zeker zijn dat er altijd genoeg voedsel op voorraad was. Het lukt haar nooit om iets vers te eten, want er is altijd iets anders dat op moet.

Mijn moeder spreekt geen Italiaans en ook geen Hebreeuws (ik begin hiermee om misverstanden te voorkomen aangezien, wanneer mensen horen dat je Joods bent, ze vaak niet goed begrijpen wat dat betekent en vaak denken dat je Hebreeuws spreekt, of nog beter ‘Joods’ of soms ‘Israëlisch’): zij spreekt Mammaans, ook Zeefjenees genaamd. Deze taal is nog nooit geanalyseerd, maar zorgt er kortweg voor
de werkelijkheid niet te beschrijven zoals hij is, maar hoe hij zou zijn
als hij geen angst zou opwekken. Als hij de mensen niet in verlegenheid zou brengen. Als hij geen gevoelens zou laten voelen. Het is eerder een verdedigingsmechanisme dan een taal. Het is een matiging, een verslapping. Het is een vermindering. Het is een matras, een stootkussen, een zeef.
De etymologie van de tweede naam van deze taal – Zeefjenees – is onzeker, maar vele onderzoekers wijzen de naam toe
aan een zeef waardoor
alle betrekkingen en
emoties worden
gegoten.

Toen ik klein was ontdekte ik de wereld door haar woorden alsof mij de zintuigen ontbraken
om de werkelijkheid zelf waar te nemen. Er was geen enkele dwang in de manier waarop ze me behandelde, ze vroeg me bijvoorbeeld altijd vriendelijk waar ik naartoe wilde gaan, wat ik wilde eten, maar dan overtuigde
ze mij – heel vriendelijk, altijd heel vriendelijk – dat wat ik
wilde, eigenlijk iets
anders was. Als ik meteen na het eten met de andere kinderen ‘buiten’ wilde gaan spelen, zeefde ze: “maar nu is het te warm, nietwaar? En de hele middag buiten spelen is
te lang, nietwaar? En de kinderen waarmee je speelt, Antonio, Iris en Antonella zijn niet echt aardig, nietwaar?”

Als ze zei dat we in de winter naar de bergen zouden gaan, met de sneeuw, met haar vrienden en met die van Carlo, en ik had het daar koud, en ik leed verschrikkelijk tijdens het skiën op de houten ski’s met de stalen skischoenen en de rotsen skibindingen, dan was ik blij en dat gevoel was echt omdat het het overheersende gevoel was.
Het maakte niet uit of ik een been brak, of ik bang was voor de vorst en voor de rare ‘r’ van de skileraren, en of ik dacht dat het een overlevingsoefening voor de volgende oorlog was.

In het Mammaans zeg je ‘bijna gelijk’, ‘praktisch hetzelfde’. Als we een paar schoenen gingen
kopen, zei ze dat deze
praktisch hetzelfde waren als die ik eigenlijk leuk vond en die ik eigenlijk wilde hebben.
Ik stribbelde tegen en zei dat die totaal anders waren, omdat deze een stiksel eromheen hadden, en licht bruin waren, en een leren hak hadden, maar ze drong aan dat ze praktisch hetzelfde waren. Alsof er in een logische uiteenzetting ruimte zou kunnen zijn voor
iets praktisch! Ik werd gek van deze opzettelijke nalatigheid en maakte hysterische scènes. Ik was niet wanhopig om de schoenen,
maar om het onvermogen van mijn moeder om de dingen te zien zoals ze in werkelijkheid waren:
ja, want diep van binnen ervoer ik af en toe onafhankelijkheidsmomenten waarin het mij duidelijk was hoe de dingen werkelijk in elkaar zaten. Maar hoe kon het zijn dat zij – paradigmatische parameter van alle percepties – dat niet
zag? Mijn wanhoop kwam niet voort uit het voedsel voor het lijf maar uit het voedsel voor de ziel
– om mijn logische analyse te verdedigen. Mijn hysterische optreden was niet tot haar gericht, maar tot de wereld, die mijn verfijnde analysevermogen niet erkende. En, juist als reactie op het Mammaans, heb ik een ziekelijke aandacht voor het detail ontwikkeld.

Aangezien ze altijd verstrooid was, altijd met eigenzinnigheid haar ideeën volgde, en mij probeerde te overtuigen dat
de dingen echt zo in elkaar zaten, heb ik altijd van alles gedaan om haar van haarzelf af te leiden en haar aandacht op mij te vestigen.
Toen ik klein was, plaste ik constant in mijn broek. Later, als puber, leerde ik alle
huishoudelijke klussen: elektricien loodgieter timmerman metselaar huisschilder. Daarna leerde ik koken, iets dat zij nooit echt leuk vond. Maar uiteindelijk ben ik erachter gekomen dat haar liefde is gezeefd, zo is het,
je kan van
haar geen allesomvattende
liefde eisen, maar je moet haar fijnere gezeefde moederliefde naar waarde leren schatten. Ook wanneer ze gul is, doet ze dat op de meest catastrofale manier voor haar imago, zodat iedereen denkt dat zij gierig is. Als ze een
broodje met ham voor je klaarmaakt, wat op zich heerlijk is, excuseert ze zich daarbij: “Ik wilde een broodje met culatello6 voor je klaarmaken, maar die was op”. Plotseling krijgt het broodje daardoor een minder uitnodigende smaak. Als ze gnocchi van
ricotta en spinazie klaarmaakt met olijfolie en Parmezaanse kaas, verontschuldigt ze zich: “Ik wilde tortelli alla piacentina7 van grootmoeder Elena maken, die met de vorm van een snoepje, maar ik heb geen tijd gehad om het deeg te maken”.
Zij is het tegenovergestelde van een winkelier. Ze zet zichzelf in de uitverkoop. Om die reden voel ik de behoefte om haar te verdedigen. Een exhibitionist is zij nooit geweest.

Gefeliciteerd, mam, en veel geluk!” In het Zeefjenees betekent dat: “Mijn liefde voor jou is net zo groot als de oceaan”.

זכרMannen8

Mijn vader en ik werden op zaterdagochtend in Salò gewoonlijk als eerste wakker en glipten uit de kamer zonder lawaai te maken.
We wasten ons niet en deden geen schone kleren aan – dan zouden we teveel lawaai hebben gemaakt en zou de vijand wakker zijn geworden – maar trokken gewoon, zo goed en zo kwaad als het ging, de kleren van de dag daarvoor weer aan. Papa droeg meestal een korte broek. Omdat hij een nogal mager lichaam had, maar een grote buik die eerst naar voren

schoot en dan over zijn
lies hing, liet hij zijn lange broeken op maat maken. Deze
leken op twee driehoeken, met de basis naar boven en de punt naar beneden. Van de driehoek hadden de korte broeken echter alleen de breedte daarom was hij met een korte broek aan altijd heel grappig. Die broeken waren maat zesenvijftig en uit de grote afgesneden broekspijpen verschenen twee tandstokers wat zijn hele magere en weinig behaarde benen waren. Ook zijn voeten waren heel mager en fijn. Tijdens de vakantie droeg hij altijd muisbruine leren sandalen die open waren aan de achterkant en een kruising van leren banden aan de voorkant hadden.

Ik deed ook een korte broek en sandalen aan, en toen we op de Fiat 1100 waren gestapt die met z’n neus naar beneden op een helling geparkeerd was, deed papa het stuurslot uit en zonder de motor aan te zetten gingen we naar beneden. Alleen aan het einde, vlak voor de bocht, draaide papa op een bepaald moment de contactsleutel om een heel klein beetje zodat alleen
het rode lichtje aanging. Dan liet hij langzamerhand de koppeling los in de derde versnelling, alsof er geen verband was tussen de
vrije afdaling van de auto
die niet remde en zijn motoraandrijving. Als perfecte illegaal in een familie van illegalen werd alles tot in het kleinste detail berekend: men kocht een hoekhuis hoog op de helling aan de rand van de velden zodat we dicht bij Giacomo waren (die de olijvenboom afsnoeide) en bij Nina (die ons eieren gaf), en zo konden we op sjabbat geluidloos vertrekken zonder de rabbijn wakker te maken.

Toen we downtown aankwamen nam het aantal auto’s van de zaterdagochtend geleidelijk toe omdat het
marktdag was. Aan de rechterkant liep de grote laan met bomen
naar beneden (die men om een of andere reden ‘plein’ noemt) die het begin van de boulevard langs het meer bereikte. In het midden, op de grote stoep tussen de bomen, werden de marktkramen geplaatst. Tegenover ons bevond zich de grote rondboog met de klok waar we parkeerden tussen de weinige auto’s die hier en daar stonden. Direct onder de boog, in de dikke muren, zo diep dat zich er een krantenkiosk in
bevond, kochten we de Corriere9 voor papa, een vies wit laken, en de Topolino10, die in tegenstelling met de krant heel dun was, niet dikker dan een centimeter, gemaakt van gekleurd glanzend papier, en met een boekrugje vol lichtblauwe en witte stipjes. Het was iets dat niet altijd kon,
de Topolino kopen, en ook de Corriere kochten we niet
elke dag.

Na bij de krantenkiosk te zijn geweest liepen we langzaam op het blinkende en donkere plaveisel met onze voeten die uitstaken zoals toeristen meestal doen. We zorgden ervoor om niet uit te glijden, omdat het plaveisel echt glibberig was en de sandalen niet echt slipvast. We liepen langs de winkel aan de linkerkant die later, wanneer de echte toeristen op straat liepen, een grote mand buitenzette vol met heel kleine flesjes, nep mandflesjes net zo groot als parfumflesjes met vreselijk zoete wijnen erin, Lachrima Christi en andere mengsels gemaakt van water alcohol suiker natuurlijke aroma’s kleurstoffen. Oom Arturo, die gul was, had eens één van die flesjes voor me gekocht, na ruzie te hebben gemaakt met papa, en ik mocht die wijn beetje bij beetje drinken. Ik mocht maar één druppel per keer op mijn tong laten vallen en daarna niets meer, zonder te overdrijven, wat in het Mammaans betekende: “over een maand controleer ik of er nog wijn in het flesje zit”. Het mandflesje had twee dopjes: het ene was rood, een schroefdop, met vijf kleine gaatjes erin waardoor het in eerste instantie nutteloos leek als dopje, maar eigenlijk was dit expres bedacht zodat ouders dit voor hun kinderen zouden kopen. Als de wijn dan op was – en dat was die natuurlijk heel snel – konden ze het flesje als zoutvaatje gebruiken. De Duitse toeristen waren er gek op omdat als ze tijdens hun titanische winters naar dat ding keken, ze de hele tijd aan Italië konden denken en aan het zwemmen en aan de warmte en aan de Zimmer11 kamers.

Terwijl we door de hoofdstraat bleven lopen verscheen aan de linkerkant een amfitheater van huizen in laat fascistische stijl. Aan de zijden van dat huizenblok waren twee oplopende straten die leken op klimtakken om een
Paleis heen met grote ramen, een Belangrijk Paleis: daar in een grote salon liet papa zich
scheren, en als het nodig was liet hij ook de haren rond zijn kale kop bijknippen, maar bovenal liet hij zijn overvloedige neus- en oorharen knippen. Soms – en dat gebeurde niet vaak gelukkig – werden ook mijn haren geknipt, maar met een tondeuse die pijn deed, omdat dit een plek voor Mannen was, en ik had hier een voorlopige toegang gekregen alleen omdat ik de juiste connecties bezat. Ik had een pact met de duivel gesloten, maar ik wist het zelf niet. Daarom moest ik meer doen dan niet huilen
toen de tondeuse de huid van mijn nek vastgreep, ik moest zelfs met mijn ogen vol tranen
niet laten zien dat ik
pijn voelde.

Na de kapper gingen we naar het café waar papa een espresso bestelde, die met een apparaat met een hefboom12 werd gemaakt, en ik at iets dat mijn eetlust zou bederven. Daarna liepen we naar beneden door de stegen naar de boulevard langs het meer en dan weer naar boven zodat de markt achter ons lag. Plastic tasjes bestonden er toen nog niet, en bij elke kraam kregen we papieren zakjes, die nat werden door het fruit en de groenten. Dus bereikten we, onderhandeling na onderhandeling de Fiat 1100 vol met pakjes en geuren. Een grote hoeveelheid boodschappen waaruit papa’s gerechten ontsprongen.

Als we ook vlees nodig
hadden, gingen we naar Gazzane. Dat was voor mij een heel avontuurlijke reis omdat de straten net zo breed waren als onze auto. Papa reed met veel kracht de helling op van de beboomde laan van Tassoni tot aan de Tòrministraat, alsof we terug naar huis in Milaan gingen, maar dan sloeg hij in plaats van naar links naar rechts af, richting Roè Volciano13, en daarna sloeg hij opnieuw naar rechts af naar een heel smal straatje opwaarts, waar elke keer dat je iemand tegenkwam, je honderden meter naar achteren moest rijden en ik was zeker dat vroeg of laat iemand de wielen in een greppel of in een ravijn zou hebben gereden, of tegen een muur zou hebben gebotst.

De slager was bij de kruising van vier van deze heel smalle straatjes, op een heuvel van stenen
gemaakt, zoals ook
de straatjes. Je moest aan de handrem trekken en ook een steen achter je wiel neerzetten, een zeer aangename niet stedelijke bezigheid. Voor de etalage was een kleine verbreding, maar je moest sowieso altijd paraat zijn om de Fiat 1100 te verplaatsen in het geval er iemand aankwam. De spanning was enorm, maar papa kon alles. In de slagerij,
die mij met die geur van bloed, van botfragmenten en van vochtig marmer aanviel, hoefden we nooit te wachten, we waren altijd de enige klanten. We konden ons uitleven. We kochten nieren, lever, zwezerik en hersenen. Wat een delicatessen! Daarna kochten we ook echt vlees. De slager had hele grote spierballen die heen en weer schoten flop flop terwijl hij de spieren van iemand anders vastgreep en in mooie dunne lapjes sneed. Zijn kleinste mes was net zo groot als de Titanic, en als hij een biefstuk met bot moest snijden, pakte hij een hele zware slagersbijl die hij vanuit de hoogte
van de sterren in het vlees hakte. “Kijk naar de spieren van de slager!”

Er was een raam dat het slagersgebied van het kindergebied scheidde, maar toch deed papa, wanneer de slager de slagersbijl omhoog hield, zijn hand altijd over mijn ogen en voorhoofd. Ik begreep niet wat het probleem was. Was het om mij niet te laten zien wat er gebeurde (maar waarom dan alleen wanneer de slager de botten brak?), of om te voorkomen dat ik zou horen (maar waarom bedekte hij dan mijn oren niet?) of wilde hij mij simpelweg een gevoel van bescherming geven? Vaak voel ik nog die zachte droge hand voor mijn ogen en voorhoofd, die mij beschermt wanneer ik nare dingen
tegenkom.

מחנות Kampen14

Toen ik klein was, was een van de moeilijkste verhalen die ik moest ontcijferen uit het Mammaans die over de kampen. Af en toe zei mama dat ze in de kampen was geweest, maar er was geen aanwijzing van waar het over ging. Het was vast niets leuks, omdat het altijd met negatieve gebeurtenissen verbonden was. “In het kamp was ik met Lalla, maar ze hadden me van oma en opa en mijn zussen gescheiden.” “Na het kamp, toen ik bij juffrouw
Frey woonde, vond de tandarts zestien gaatjes in mijn tanden.” “In het kamp gaven ze ons bloedworsten, maar bijna niemand at ze. Er was een jongen die alle bloedworsten verzamelde en opat.” “Toen ze ons in het
kamp aardappelen
lieten schillen,
verborgen we er altijd twee of drie in onze kleren en dan kookten we ze in de kachel.” “In het kamp stalen we appels voor tante Marta, omdat dat het enige was dat ze at.”

Toen ik jong was, was ik vaak geblokkeerd door het feit dat ik een moeder had die in ‘de kampen’ was geweest. Als het zo erg was dat je het niet eens kon vertellen en uitleggen, moest het een vreselijke catastrofe zijn geweest. Ik begreep er helemaal niets van en, toen ik op school en ook een beetje thuis kwam te weten dat de Catastrofe, de Ramp, ofwel de Shoah, waarvoor het monument is gebouwd, had plaatsgevonden dacht ik dat mama in de vernietigingskampen had gezeten en dat ze op een wonderbaarlijke wijze was overleefd. Slechts veel later ben ik erachter gekomen dat ‘kampen’ in het Mammaans ‘Zwitserse vluchtelingenkampen’ betekende, waarnaar zij met haar familie is gevlucht en waar ze voor anderhalf jaar heeft gewoond.

Haar vader leek zich eerst van geen gevaar bewust. Het heeft zover moeten komen dat een kennis tegen hem zei “Waar wacht u op om te vluchten meneer Colonna?”, voor hij de vlucht van zijn familie op touw zette. Hij had dus een trein van de Ferrovie Nord15 genomen, bereikte de eindhalte en toen hij aangekomen was, vroeg hij aan de machinist of er iemand in staat was om hem te helpen met de
illegale grensovergang. Opa was op zo’n ouderwetse en onnatuurlijke manier gekleed dat de eerste indruk die hij gaf die van een politieman in burger was. Maar uiteindelijk is het hem gelukt om de vlucht van zijn grote familie te organiseren, in ploegen van drie personen per keer met een week reisverschil tussen de verschillende ploegen, omdat de ‘vriendelijke’ bewaker die een oogje dichtkneep (en tegelijkertijd zijn portemonnee opendeed) slechts een keer per week dienst had.

Terug in Milaan heeft mijn moeder geprobeerd om haar eindexamen te behalen: er werden speciale tentamenperioden voor oorlogsvluchtelingen georganiseerd en voor mensen die werden vervolgd om politieke en raciale redenen. Ze had nooit op de middelbare school gezeten. De examencommissies waren welwillend tegenover de kandidaten, ze hielden rekening met de moeilijke historische omstandigheden en die van de kandidaten zelf. Maar moeder kon zich niet concentreren. Ze ging voor haar boeken zitten en werd constant afgeleid. Er was altijd iets dat haar aandacht trok, zelfs als een leuke jongen haar hielp met wiskunde, wie weet wat er dan in haar hoofd omging. Ze zag zichzelf al getrouwd en misschien zou ze dan haar diploma nooit meer nodig hebben gehad…

De commissievoorzitter moedigde moeder aan, hij stelde haar andere vragen, maar zij was echt niet voorbereid en haalde de eindexamens niet. In het Zeefjenees betekende dat: “Ook al ben ik niet afgestudeerd, ik weet veel dingen omdat ik veel lees en omdat papa ze me heeft uitgelegd”. Misschien zou ik ook hetzelfde kunnen doen! Mij niets aantrekken van een diploma en van mijn onderbroeken.

De verhalen in het Mammaans over de onderdrukkingsjaren en de daaropvolgende vlucht en het verblijf in Zwitserland waren zo vaag en werden zo vaak herhaald dat ik dit reële probleem heb onderschat. Ik heb als gevolg altijd gedacht dat moeder alleen vervelend was, aan vervolgingswaan leed en die constant behoefte had om te klagen over een lot dat eigenlijk zo slecht niet was. Zij maakte een dramatisch lot mee, maar ze zeefde het met het Mammaans zodat er geen verschil meer was tussen een Zwitsers vluchtelingenkamp en een Duits vernietigingskamp. De verwarring tussen haar drama en de tragedie van vele anderen heeft een afstotingsreactie in mij ontwikkeld.

Mijn opstandige puberteit –
die noodzakelijk was om mijn geestelijke gezondheid te bewaren maar die wreed, zinloos, en gedeeltelijk zelfvernietigend was – heeft zich in de kreten ten gunste van de Fedayin vertaald, die ik schreeuwde tijdens de betogingen.

 

Note al testo italiano

  1. Imahìt [nota del traduttore].

  2. Suggerimento del mio maestro di ballo liscio Roberto [nota del traduttore].

  3. Guccini 1976 [nota del traduttore]

  4. Zakhàr [nota del traduttore].

  5. Se questi nomi fossero inventati, li cambierei, perché suonano poco plausibili [nota del traduttore].

  6. De Gregori 1984 [nota del traduttore].

  7. Makhanòt [nota del traduttore].

  8. Signor Colonna, invero, che cosa attende prima di porre in fuga la sua famiglia al sicuro?” [nota del traduttore].

Noten bij de Nederlandse tekst

  1. Imahìt [noot van de vertaler].

  2. Mijnheer, ik ben al gereed u te gehoorzamen [noot van de vertaler].

  3. Citaat uit het eerste hoofdstuk van I promessi sposi (De verloofden) geschreven door Alessandro Manzoni (1785 – 1873) een Italiaans dichter en romanschrijver [noot van de vertaler].

  4. Aanwijzing van Roberto mijn stijldans leraar [noot van de vertaler].

  5. nemmeno dopo tanto” citaat uit het lied: Canzone quasi d’amore door Francesco Guccini – 1976 [noot van de vertaler].

  6. Een soort Italiaanse vleeswaren [noot van de vertaler].

  7. Soort tortellini uit de provincie Piacenza [noot van de vertaler].

  8. Zakhàr [noot van de vertaler].

  9. Il Corriere della Sera; in 1876 opgericht, het is een van de grootste Italiaanse kranten met een oplage van ca. 700.000 exemplaren [noot van de vertaler].

  10. Een wekelijks verschijnend Italiaans tijdschrift met stripverhalen van Walt Disney-figuren. Vergelijkbaar met de Nederlandse Donald Duck weekbald [noot van de vertaler].

  11. In het Duits is ‘Zimmer’ een kamer. In vele Italiaanse toeristische plekken vind je borden op straat met ‘camere-rooms-zimmer’ daarop geschreven. Zo’n bord wordt gebruikt om verblijfsfaciliteiten aan te geven die te huur staan voor toeristen. De auteur heeft ‘Zimmer’ samen met ‘kamer’ gebruikt om zijn idee sterker over te dragen [noot van de vertaler].

  12. Het gaat hier over een espressomachine met een manuele hefboom. Hiermee om een espresso te maken moet je de hefboom naar beneden trekken en wanneer je de gewenste hoeveelheid koffie in het kopje hebt, moet je het weghalen [noot van de vertaler].

  13. Als deze namen verzonnen zou zijn, zou ik ze veranderen, omdat ze niet plausibel klinken [noot van de vertaler].

  14. Makhanòt [noot van de vertaler].

  15. Noord-Italiaanse treinvervoerder [noot van de vertaler].

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Osimo Bruno, 2001. Propedeutica della traduzione, Milano: Hoepli.

Osimo Bruno, 2011. Dizionario affettivo della lingua ebraica, Milano: Marcos y Marcos.

Versione on-line e gratuita del Merriam-Webster, disponibile in internet all’indirizzo http://www.merriam-webster.com/dictionary consultato nel mese di luglio 2014.

BIBLIOGRAFIA

Geerts G., Heestermans H., met medewerking van Kruyskamp C., 1984. Groot woordenboek der Nederlandse taal, Utrecht/Antwerpen: Van Dale Lexicografie.

Lo Cascio V., 2009. Middelgroot woordenboek Nederlands – Italiaans, Utrecht/Antwerpen: Van Dale Uitgevers.

Lo Cascio V., 2009. Middelgroot woordenboek Italiaans – Nederlands, Utrecht/Antwerpen: Van Dale Uitgevers.

Versione on-line e gratuita del Nederlands Woordenboek, disponibile in internet all’indirizzo http://www.woorden.org/ consultato nel mese di luglio 2014.

Versione on-line e gratuita del vocabolario Treccani, disponibile in internet all’indirizzo http://www.treccani.it/vocabolario/ consultato nel mese di luglio 2014.

RINGRAZIAMENTI

Il primo ringraziamento va, senza ombra di dubbio, alla professoressa Magda Talamini che si è dimostrata da subito interessata e disponibile a collaborare al mio progetto di traduzione.
Un sentito ringraziamento anche al professor Andrew Tanzi i cui suggerimenti si sono rivelati fondamentali nella realizzazione dell’analisi.
Un grazie dal profondo del cuore a tutti i professori del dipartimento di nederlandese di Milano Lingue, senza i quali non avrei mai potuto apprendere la lingua ad un livello così alto. Nello specifico ringrazio Michel Dingenouts che per primo ha iniziato ad insegnarmi quello che noi chiamiamo più semplicemente olandese. Grazie Michel, ora più che mai sono soddisfatto della scelta fatta anni addietro. Grazie anche ad Annie Demol, la quale mi ha fatto scoprire la variante belga e capire di preferire quella olandese.
Un grazie anche a tutti i famigliari, amici, conoscenti e colleghi che mi hanno sopportato durante la stesura della tesi. Primo fra tutti, Mirko: grazie per non avermi ucciso anche se in certi momenti, a causa della tensione, sono stato particolarmente odioso. Grazie a mamma e papà che a dire il vero mi sopportano già da anni (e potrei dire la stessa cosa nei loro confronti). Grazie a Valentina che aveva iniziato a raccogliere titoli e titoli per un progetto di tesi che poi è completamente cambiato. Grazie a Laura che da dietro lo schermo del suo smartphone mi ha sostenuto più di tutti. Hartelijk bedankt aan Yannick die een boek uit de “bijzondere collectie” voor mij heeft geraadpleegd. Grazie a Giulia, Davide e Paolo che non hanno denunciato la mia sparizione alle autorità. Grazie anche alle colleghe della tana per il loro supporto morale ai miei esaurimenti universitari (e non).

1Osimo, B., Propedeutica della traduzione, Milano, Hoepli, 2001, pp.74-79,92.

2Osimo, B., Dizionario affettivo della lingua ebraica, Marcos y Marcos, 2011, p. 39.

3Osimo, B., Dizionario affettivo della lingua ebraica, Marcos y Marcos, 2011, p. 41.

4Osimo, B., Dizionario affettivo della lingua ebraica, Marcos y Marcos, 2011, p. 90.

5Ibid., p. 177.

6Osimo, B., Dizionario affettivo della lingua ebraica, Marcos y Marcos, 2011, p. 91.

7Osimo, B., Dizionario affettivo della lingua ebraica, Marcos y Marcos, 2011, p. 92.

8Osimo, B., Dizionario affettivo della lingua ebraica, Marcos y Marcos, 2011, p. 43.

9Osimo, B., Dizionario affettivo della lingua ebraica, Marcos y Marcos, 2011, p. 39.

10Ibid.

11Ibid., p. 43.

12Ibid., p. 42.

13Osimo, B., Dizionario affettivo della lingua ebraica, Marcos y Marcos, 2011, p. 39.

14Ibid., p. 95.

15Osimo, B., Dizionario affettivo della lingua ebraica, Marcos y Marcos, 2011, p. 39.

16Ibid., p. 43 – 44.

17Ibid., p. 93.

18Osimo, B., Dizionario affettivo della lingua ebraica, Marcos y Marcos, 2011, p. 92.

19Ibid., p. 91.

20Osimo, B., Dizionario affettivo della lingua ebraica, Marcos y Marcos, 2011, p. 40.

21Ibid., p. 90.

22Ibid., p. 91.

24Osimo, B., Dizionario affettivo della lingua ebraica, Marcos y Marcos, 2011, p. 93.

25Osimo, B., Dizionario affettivo della lingua ebraica, Marcos y Marcos, 2011, p. 39.

26Ibid., p. 43.

27Ibid., p. 91.

28Osimo, B., Dizionario affettivo della lingua ebraica, Marcos y Marcos, 2011, p. 42.

29Osimo, B., Dizionario affettivo della lingua ebraica, Marcos y Marcos, 2011, p. 40.

30Ibid., p. 43.

31Osimo, B., Dizionario affettivo della lingua ebraica, Marcos y Marcos, 2011, p. 178.

32Ibid.

33Ibid., p. 90.