BRUNO OSIMO
MANUALE
DEL TRADUTTORE
Seconda edizione
editore ulrico hoepli milano
Copyright © Ulrico Hoepli Editore S.p.A. 2004
via Hoepli 5, 20121 Milano (Italy)
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ISBN 88-203-3269-8
Ristampa:
4 3 2 1 0 2004 2005 2006 2007 2008
Copertina: MN&CG S.r.l, Milano
Stampa: Legoprint S.p.A., Lavis (Trento)
Printed in Italy
Pushkin has likened translators to horses
changed at the posthouses of civilization.
The greatest reward I can think of
is that my students may use my work as a pony.
Vladìmir Nabókov
Indice
Prefazione
1 Che cosa significa «tradurre»?
2.2 Comunicazione scritta e orale
2.3 Le funzioni emotiva e conativa
2.4 Autore empirico e autore modello
2.5 La funzione metalinguistica
2.10 Testo aperto e testo chiuso
2.14 Il metatesto e le informazioni sull’autore
2.15 La lingua come visione del mondo e la traducibilità
3 La traduzione come interpretazione
3.1 Versioni e interpretazioni
3.2 Interpretazione per approssimazione
3.5 La traduzione: interpretazione e ri-creazione
3.7 Il traduttore come terzo incomodo
3.9 Il problema del genere testuale
3.12 L’orizzonte di attesa e il suo “trasporto”
3.13 I postulati di significato
3.15 Parole, termini, precisione, tipi di traduzione
3.16 Traduzione precisa e lettore modello
3.17 Intertestualità di secondo grado
3.18 Le fasi del processo mentale di traduzione
3.19 Lingue madri e lingue razionali
3.20 La revisione e le sue insidie
4 L’analisi traduttologica e i tipi di traduzione
4.1 Traduzione e residuo: il metatesto
4.2 Traducibilità della connotazione
4.7 La traduzione specializzata
4.9 Limite pratico e limite teorico
4.10 Il technical writing e la formazione della terminologia
4.12 La traduzione per il cinema
4.13 La traduzione per il teatro
5 Allontanarsi dalla traduzione scolastica
5.1 «Parole oscene» e «azioni turpi»
5.2 Plurivocità: registri e idioletti
5.4 Ella essa egli esso esse essi
5.5 Testo da valutare versus testo da leggere
5.6 La ripetizione delle ripetizioni
5.7 Il corto circuito del libro di testo
5.8 La valutazione del traduttore
6 Formazione e strumenti del traduttore
6.3 Il dizionario enciclopedico
6.5 Repertori di opere artistiche
6.7 La scelta del computer per il traduttore
6.9 Informatica e telematica per il traduttore
6.10 Traslitterazione, trascrizione fonetica, trascrizione libera
8 Appendice 1 - Estratto dalla norma ISO 2384
9 Appendice 2 - La riforma universitaria
Classe delle lauree nelle discipline della mediazione linguistica
Classe delle lauree specialistiche in traduzione letteraria e in traduzione tecnico-scientifica
Classe delle lauree specialistiche in interpretariato di conferenza
A cinque anni dalla prima edizione del Manuale, la disciplina che si occupa della metodologia della traduzione ha fatto vari passi avanti. Il contributo più innovativo in questo campo proviene senz’altro dalla semiotica. L’ironia della sorte ha voluto che lo studio della traduzione, fino agli anni Settanta considerato un sottoinsieme secondario della linguistica lessicale, si sia emancipato da quel ruolo difficile e poco produttivo. Coloro che si occupano di traduzione non soltanto in pratica, ma anche come riflessione metalinguistica su questa pratica, sanno che l’approccio lessicalistico alla traduzione si concentra su dettagli (la ricerca del traducente possibile) senza affrontare la sostanza del problema: la traducibilità della cultura e la questione del contenuto di non detto, di informazione culturale implicita. Perciò, dopo questa preistoria che appare ormai remota, fatta di nomi come Catford – per la scuola occidentale – e Fëdorov – per la scuola oltrecortina – il pensiero traduttivo già negli anni Settanta ha cominciato ad arricchirsi di contributi importanti che cercavano di superare la barriera costituita dalla rigida impostazione basata su concetti poco o nulla definibili e scarsamente produttivi come quello di “equivalente” linguistico.
Nel 1959 il celebre saggio di Roman Jakobson intitolato On linguistic aspects of translation è uscito nel mondo in un periodo in cui la maggior parte degli studiosi non era ancora in grado di recepirlo in tutta la sua importanza. Questo saggio, che spiana la strada per un approccio scientifico alla traduzione, mette in luce l’importanza dei processi traduttivi un tempo considerati “impropri” per capire meglio anche la traduzione “vera e propria”, ossia quella interlinguistica. Aggiungere al campo di studio fenomeni come la traduzione intralinguistica (quella che nelle scuole dell’obbligo viene chiamata «parafrasi») e la traduzione intersemiotica non ha lo scopo di complicare il quadro, ma di dare la possibilità di individuare costanti nei processi traduttivi di tutti i tipi, di osservare i medesimi meccanismi sotto angoli di visuale diversi, e complementari.
Come se non bastasse, uno sviluppo interno alla disciplina semiotica ha posto le premesse per l’uso di «traduzione» come concetto chiave per la semiotica stessa. Lo studio sulla semiosfera di Jurij Lotman, famoso fondatore di una delle cattedre di semiotica tuttora più note nel mondo accademico e della cosiddetta «scuola di Tartu», dipartimento il cui direttore è ora l’ex allievo di Lotman Peeter Torop, ha fatto diventare il concetto di «traduzione» centrale anche per gli studi semiotici che non concernono la “traduzione propriamente detta”. Il fatto che tra le cellule della semiosfera esista una membrana di comunicazione che Lotman chiama «cultura del confine» mette in rilievo il ruolo fondamentale della traduzione come cuore della mediazione culturale e, di conseguenza, della mediazione tout court.
Non solo. In questi cinque anni è entrata in vigore la riforma universitaria, e con essa sono nati i corsi di Mediazione linguistica e culturale che, da un lato, si sono sostituiti ai corsi di laurea in lingue e, dall’altro, hanno preso il posto dei più prestigiosi tra i corsi superiori per Traduttori e Interpreti di quelle che una volta si chiamavano sbrigativamente “scuole interpreti”. Anche l’Istituto nel quale insegno è entrato con questa riforma nel circuito dei corsi universitari di Mediazione linguistica e culturale. Ciò ha comportato l’istituzione di corsi di Propedeutica della traduzione (cfr. Osimo 2001) per gli studenti provenienti dalle scuole superiori che si apprestano ad affrontare la traduzione come pratica e devono acquisire alcune nozioni elementari di semiotica, teoria della comunicazione, linguistica, culturologia, psicologia. Non solo, ma, come prevede il programma ministeriale, in svariati Istituti universitari sono stati avviati corsi di Storia della traduzione (cfr. Osimo 2002), che si accostano con il proprio approccio diacronico a quello sincronico dei corsi come quelli propedeutici, e sono quindi particolarmente indicati per i bienni di specializzazione in traduzione previsti dalla riforma universitaria.
Mi è sembrato quindi opportuno aggiornare questo manuale, che ha un piglio molto più pragmatico e indirizzato alla professione degli altri volumi citati, inserendo nella struttura esistente ulteriori informazioni e rimandi ad autori, ampliando alcune parti e aggiungendo termini al glossario. Il tutto nell’intenzione di confermare nell’opinione dei lettori che si tratta di uno strumento pratico di studio ma anche di consultazione, un vademecum del traduttore, ricco di spunti pratici ma anche teorici, un testo in evoluzione con lo sviluppo della teoria e della pratica della traduzione.
La terminologia adottata è nelle grandi linee la stessa della prima edizione. L’intenzione è quella di usare una terminologia metodologicamente corretta e nel contempo comprensibile anche a chi non frequenta le pubblicazioni scientifiche. Preferisco i termini «segno», «oggetto», «interpretante» di Peirce a signifiant e signifié di Saussure. Preferisco «prototesto» (o «originale») a «testo di partenza» e «metatesto» (o «testo tradotto») a «testo d’arrivo», evitando di ricorrere alla metafora topologica della traduzione come percorso geografico o agonistico. Per qualsiasi chiarimento terminologico rimando comunque al Glossario.
Invito lettori, studenti, colleghi a rivolgermi richieste, consigli, suggerimenti, critiche all’indirizzo osimo@trad.it.
Bruno Osimo
Gianfranco Folena (1991) svolge una fondamentale analisi dell’origine delle parole che indicano la traduzione e i traduttori, dalla quale si possono evincere concezioni diverse dell’attività stessa e del ruolo di chi la svolge.
Tradurre per iscritto, in greco antico, si dice metafero (trasportare), me-tafrazo (parafrasare, tradurre) e metagrafo (trascrivere, tradurre). In latino, vorto è in opposizione a scribo, che significa «creare», mentre vorto significa semplicemente «copiare»; a testimonianza della concezione non creativa del lavoro di traduzione presso i latini in questa fase, transcribo (che in teoria dovrebbe essere all’incirca equivalente di metagrafo) non è usato per indicare «tradurre». Converto, transverto (derivanti da vorto, «copiare») e imitor sono verbi che si riferiscono alla traduzione letteraria, ossia a una traduzione che ha lo scopo di produrre un testo leggibile. È un approccio mirato al testo ottenuto nella cultura ricevente, a differenza di interpretor – l’interpres, in origine, era il mediatore del prezzo – che esprime la fedele adesione all’originale.
Cicerone fu tra i primi a occuparsi specificamente di traduzione. Nel Li-bellus de optimo genere oratorum dice: «Ho tradotto da oratore, non già da interprete di un testo [...]» (Cicerone, 1993: 57). E, in un altro punto: «uerbum de uerbo exprimere; non uerba sed uim Graecorum expresserunt poetarum; nec tamen exprimi uerbum e uerbo necesse erit, ut interpretes indiserti solent»[1] (Folena 1991: 9). Per Cicerone exprimo significa «modellare», mentre reddo indica corrispondenza formale ma non letterale. In età imperiale compare poi anche muto.
Agostino (354-430) antepone la priorità di essere compreso dal popolo al timore di subire la riprovazione dei grammatici, e quindi apre la strada a quello che si chiamerà «volgarizzamento» (o, con una parola più diffusa, «volgarizzazione»). Nel Medioevo bisogna infatti distinguere i rapporti tra lingue «di pari prestigio» (i volgari) tra le quali la traduzione è «orizzontale», e la traduzione «verticale», dal nobile latino al volgare. Maria di Francia, poetessa e traduttrice (seconda metà del secolo xii), impiega i verbi escrivre, turner, traire, retraire, traire en romanz/translater per il latino, mentre ricorre a romancier, enromancier (da cui volgarizzare) per le lingue “volgari”. Latinier, come sostantivo, è il traduttore, il maestro di lingua. Latiner significa anche «parlare incomprensibile». (Dante usa «latino» nel senso di «chiaro» in Paradiso, 3: 63.) Un fenomeno simile al russo némec che attualmente significa «tedesco», ma che in slavo antico significava sia «straniero» che «muto»: chi non parla la mia lingua è muto, con buona pace del relativismo culturale.
Con Jean de Meun, translateur del De re militari di Vegezio (Art de che-valerie, 1284) si ha un primo tentativo di traduzione accettabile (facilmente comprensibile per la cultura ricevente) per bien translater in una lingua parlata, cioè volgare, in contrapposizione al vecchio enromancier.
Dante non usa più parole come «volgarizzare», più associate al concetto di «volgo» che a quello di «lingua volgare». La lingua volgare quindi sta assumendo uno status più elevato.
Boccaccio è un grande volgarizzatore dei classici che teorizza la traduzione libera come Jean de Meun. Parla di «riducere di latino in volgare», «sporre», «sposizione». A proposito di Livio afferma: «[...] sì precisamente scrive che se sole le sue parole, senza più, si ponessono, si rimarrebbe tronco il volgare a coloro, dico, i quali non sono di troppo sottile avvedimento, che così poco ne intenderebbero volgarizzato come per lettera». Si dà quindi più importanza alla comprensione e all’allargamento del pubblico dei lettori che alla letteralità.
Dopo Petrarca si afferma il verbo traducere, riferito alla versione dal greco al latino. Leonardo Bruni, che traduce dal greco in latino e nel 1420 scrive De interpretatione recta [Tradurre correttamente], è un fautore della trasposizione dello stile ornato: intende conservare, nella traduzione, la purezza della cultura ricevente, il latino, e cerca di evitare i calchi sul greco. È con lui che nasce la nuova famiglia di parole traducere traductio traductor, tradurre. Ser Domenico da Prato ci descrive una situazione non del tutto dissimile da quella attuale:
[...] imperò che la fama è delli inventori delle opere e non delli traduttori. Né truovo per li passati che alcuna stima se ne facesse, né per essi, che anticamente tradussono tante e sì maravigliose opere quante e quali si leggono al presente, furono in altri intitulate che solo in quelli a li quali s’appartenevano, occultando essi translatatori li nomi loro; con ciò sia cosa che tali traduzioni facevano caritativamente, e non per vanità di pompa, acciò che a li latini fussero noti li esempli et ammaestramenti grechi et ebraici.
[1] «Esprimere parola per parola; hanno espresso non le parole ma la forza dei poeti greci; né però esprimere parola per parola sarà necessario, come sono soliti gli interpreti poco eloquenti».