GAIA COZZI Dinda L. Gorlée Equivalence, translation, and the role of the translator (Equivalenza, traduzione e il ruolo del traduttore)

GAIA COZZI

Dinda L. Gorlée

Equivalence, translation, and the role of the translator

(Equivalenza, traduzione e il ruolo del traduttore)

Mémoire de traduction littéraire

inglese/italiano

Relatore Prof. Bruno Osimo Correlatrice Prof.ssa Cynthia Bull

Scuole Civiche di Milano Fondazione di partecipazione

Dipartimento di lingue
Istituto Superiore per Interpreti e Traduttori

Université March Bloch – Strasbourg Insitut de Traducteurs, d’Interprètes et de Relations Internationales

a.a. 2003-2004 (sessione di settembre)

          ______________________________________________________

© 1994 Dinda L. Gorlée
© 2004 Gaia Cozzi (traduzione parziale)

Indice

Abstract……………………………………………………………………………………………………………p. 5 Prefazione………………………………………………………………………………………………………..p. 6

1. 2.

Fonte e autrice del testo……………………………………………………………………………p. 6 Analisi traduttologica………………………………………………………………………………..p. 7

  1. 2.1  Tipologia testuale e contenuto……………………………………………………………….p. 7
  2. 2.2  Struttura, stile e destinatario…………………………………………………………………..p. 9
  3. 2.3  Documentazione e ricerca……………………………………………………………………….p. 10
  4. 2.4  Problemi e scelte specifiche di traduzione…………………………………………..p. 10
  5. 2.5  Residuo traduttivo e note…………………………………………………………………………p. 11

Ringraziamenti……………………………………………………………………………………………p. 12

3.

Traduzione con testo a fronte……………………………………………………………………p. 13 Bibliografia……………………………………………………………………………………………….p. 90 Riferimenti bibliografici……………………………………………………………………………..p. 93

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Abstract

Equivalence, translation, and the role of the translator is an article from the volume Semiotics and the Problem of Translation: With Special Reference to the Semiotics of Charles S. Peirce (Amsterdam/Atlanta, 1994). Its author, Dinda L. Gorlée, is multilingual and translator English, Spanish and Norwegian; she is also visiting Professor of Semiotics and Translation Studies at the Department of Translation Studies of the University of Helsinki and researcher in the field of Semiotics and Translation Studies. In her text, largely argumentative, Gorlée aims to show the relevance of Peirce’s philosophy of signs by taking up, as illustrative examples, the following issues: (1) equivalence between source text and target text, (2) the translation process and its phases and (3) the role of the translator in the translation process. The text presents the typical structure of essays, that is, introduction, argument, conclusion, and a considerable metatext: notes and references are to be found in every page. The style is coherent; as for syntax, Gorlée generally uses short sentences and simple constructions, with few coordinate sentences; as for lexicon, she uses a jargon and a number of Latinisms. The model reader of the original text is in all likelihood a Semiotics and/or Translation Studies scholar or lover: the issue itself is rather specific and the approach is very professional. The texts consulted for my work were, apart from monolingual and bilingual dictionaries, mainly old translations (mine) of Gorlée’s essays, where I was able to find a good number of terms. This strategy was successful as it allowed me to work quickly and easily, as did the use of searching engines, thanks to which I was able to find the information I needed and to check the use of words in real time. However, in my work some translation loss remained: an untranslatable pun based on the ambiguity of the word “mind” and a play on words based on the change of consonants. In the first case I made a note explaining that it was not possible to render the pun, assuming that the model reader should know English; in the second case I translated the sentence plainly, proven that the play on words was not indispensable to the understanding of the sentence. To avoid further translation loss I decided to add some notes, i.e. to specify that a sentence was written in Italian also in the original text. Other notes were added to translate quotations that Gorlée had left in German, giving for granted that the reader knew it.

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Prefazione 1. Fonte e autrice del testo

Equivalence, translation, and the role of the translator è un articolo tratto dal volume Semiotics and the Problem of Translation: With Special Reference to the Semiotics of Charles S. Peirce (Amsterdam/Atlanta, 1994).
L’autrice è Dinda L. Gorlée, Professore Ospite di Semiotica e Scienza della

Traduzione al dipartimento di Scienze della Traduzione dell’Università di Helsinki e ricercatrice tra l’altro nel campo della semiotica in relazione alla teoria della traduzione intralinguistica, interlinguistica e intersemiotica. Gorlée ha fondato la Norwegian Association for Semiotic Studies ed è stata il primo presidente della Nordic Association for Semiotic Studies. È inoltre membro del comitato esecutivo all’interno della IASS (International Association for Semiotic Studies) in rappresentanza dei Paesi Bassi. Ha collaborato in qualità di ricercatrice con numerose università tra cui l’Indiana University, l’università di Amsterdam, di Vienna e di Ouagadougou (Burkina Faso) e ha pubblicato un consistente numero di saggi di semiotica e teoria della traduzione. Si interessa inoltre di traduzione biblica, di traduzione legale (di cui dirige un’agenzia a L’Aia) e in modo particolare dell’intersemiosi lingua- musica.

Le sue pubblicazioni più recenti sono Grieg’s Swan Songs (in Semiotica 142- 1/4:153-210), 2002) e On Translating Signs: Exploring Text and Semio-

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Translation (Rodopi, Amsterdam/New York, 2004); è in preparazione il volume Song and Significance: Interlingual and Intersemiotic Vocal Translation.
Semiotics and the Problem of Translation costituisce probabilmente la sua opera più importante.

2. Analisi traduttologica

2.1 Tipologia testuale e contenuto

L’articolo che ho tradotto è un testo prevalentemente argomentativo, in cui l’autrice si ripropone di dimostrare l’attinenza della filosofia dei segni di Peirce all’interno della teoria della traduzione, tesi che Dinda Gorlée dimostra sviluppando tre argomenti principali: l’equivalenza tra prototesto e metatesto, il processo traduttivo e le sue fasi e il ruolo del traduttore all’interno del processo traduttivo.

Nel primo punto viene innanzitutto chiarito il significato del termine «equivalenza», in quanto diversi studiosi lo usano in sensi diversi. La critica della traduzione tende poi a proporre una varietà incredibile di equivalenze e a fare ampio uso di termini correlati (uguaglianza, analogia, isomorfismo…), creando una certa confusione terminologica e concettuale. Gorlée fa inoltre notare che, se in genere prototesto e metatesto vengono idealmente messi in una corrispondenza di uno-a-uno, dal punto di vista semiotico il concetto di

intercambiabilità di prototesto e metatesto risulta paradossale: poiché il 7

processo traduttivo è un atto irreversibile, non potrà mai verificarsi una ri- traduzione. Come ha dimostrato Peirce, equivalenza non è sinonimo di corrispondenza “uno-a-uno” bensì “uno-a-molti”. Il suo concetto di equivalenza è dunque governato dalla Terzità e non dalla Primità (iconicità). La studiosa illustra quindi i concetti di «equivalenza qualitativa» tra un segno e il suo interpretante (equivalenza riferita ai segni in sé) e di «equivalenza referenziale» (equivalenza dei segni prodotti dalla Secondità) e introduce le dimensioni logiche di «ampiezza, profondità e informazione», a cui Peirce si è dedicato quand’era lettore all’università, per spiegare da un altro punto di vista la connessione tra rappresentazione dei segni e interpretazione dei segni. Riprende poi con il concetto di «equivalenza significazionale» (equivalenza dei segni prodotti dalla Terzità).

Nel secondo punto Dinda Gorlée prende in esame il processo traduttivo, un altro argomento problematico della teoria della traduzione sul quale, secondo lei, è possibile far chiarezza inserendolo nella cornice della teoria peirciana dei segni. A questo scopo introduce alcune delle teorie di diversi studiosi in merito alle fasi della traduzione per esaminarle alla luce del processo interpretativo di Peirce, da lui sistematicamente descritto come un processo di ragionamento triplice consistente nella produzione di tre successivi interpretanti. Le teorie esaminate sono: le Arbeitsstufen di Koller (Rohübersetzung, Arbeitsübersetzung, druckreife Übersetzung), interessanti ma definibili solo in relazione l’una con l’altra, le quattro fasi di Toury

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(scomposizione, selezione, trasferimento, ricomposizione), non sempre applicabili e il «quadruplice movimento ermeneutico» proposto da Steiner in After Babel, che assomiglia molto alla semiosi: tre fasi più una “illusoria”: fiducia iniziale, confronto, incorporazione, (compensazione), reminescenti della successione peirciana di tre momenti interpretativi (interpretanti immediati/emozionali, interpretanti dinamici/energetici, interpretanti filiali/logici, questi ultimi suddivisi a sua volta in un interpretante logico “non definitivo” e in uno definitivo. Nel paragrafo successivo vengono spiegati i tre interpretanti di Peirce. Il primo è emergente nel momento in cui ci si trova di fronte a «situazioni problematiche di natura intellettuale» e per risolverle viene formulata una congettura o ipotesi. È la fase più istintiva e produce un flusso di idee. Il secondo, in cui le ipotesi di lavoro vengono testate e verificate mediante un giudizio fondato, e produce “una” traduzione che fornisce “una” soluzione al problema. Con il tempo e il duro lavoro, una mente allenata produrrà un terzo interpretante come soluzione quasi perfetta mediante la quale la semiosi potrebbe giungere a un punto morto. Essendo comunque un pensiero-segno, il terzo interpretante dovrà mantenere la propria efficacia comunicativa nel tempo, per cui bisognerebbe far compiere al processo semiosico un ulteriore passo, in cui il segno verrrebbe chiamato ad «adempiere all’esplosivo compito di generare la sola, infallibile abitudine con cui la semiosi giungerebbe definitivamente a termine».

L’ultimo punto discusso è quello del ruolo del traduttore nel processo 9

traduttivo, figura attorno alla quale sono sempre stati creati falsi miti, in positivo e in negativo. Il traduttore è per Peirce un medium passivo nell’attività traduttiva, poiché è il pensiero che pensa nell’uomo e non viceversa, ed egli è portato “suo malgrado” da un pensiero all’altro. Un traduttore nello spirito intellettuale di Peirce non è tanto un individuo esperto che conosce ogni risposta, quanto «uno studente dedito a ciò che si manifesta nella semiosi a cui partecipa»: è intrigato o disorientato dal segno che ha di fronte, o ne è persino innamorato… Ecco, il traduttore peirciano può essere definito come una persona che compie disinteressatamente un lavoro d’amore. Infine, nella conclusione, l’autrice propone come nuovo adagio «traduttore- abduttore» al posto del «traduttore-traditore» citato nell’introduzione: secondo lei rifletterebbe meglio ciò che in una filosofia peirciana dei segni dovrebbe essere la principale preoccupazione del traduttore, che dovrebbe staccarsi dal proprio ruolo “tradizionale” e impegnarsi nel «paradosso creativo del tradimento per aumento, […] riduzione o distorsione», altrimenti produrrebbe solo repliche morte dell’originale, e soffocherebbe la semiosi. Deve partire dai fatti ma senza, all’inizio, seguire una teoria, bensì lasciandosi guidare da una “ragione” istintiva.

2.2 Struttura, stile e destinatario

Il testo che ho tradotto è un saggio ospitato in un volume che raccoglie articoli di semiotica e teoria della traduzione. Presenta quindi la struttura tipica dei 10

saggi: introduzione, argomentazione e conclusione. L’argomentazione si articola a sua volta in dieci paragrafi: Introductory remarks, Equivalence, Qualitative equivalence, Referential equivalence, Breadth, depth, information, Significational equivalence, Translation process, First, second, and third logical interpretants, The role of the translator, Concluding remarks. Presenta inoltre un corposo apparato paratestuale: note e rimandi sono presenti praticamente in ogni pagina.

Lo stile è lineare. Per quanto riguarda la sintassi, Gorlée usa periodi generalmente brevi, poiché spezzati mediante la punteggiatura, e di costruzione semplice, con poche coordinate. Ciò rende il testo abbastanza scorrevole, un pregio per un testo di tipo argomentativo. A livello lessicale, il testo presenta una certa terminologia settoriale e un buon numero di latinismi. Il lettore modello del testo originale è con tutta probabilità un appassionato o uno studioso di semiotica e/o scienza della traduzione. Quest’ipotesi ci è confermata prima di tutto dall’argomento, non certo da manuale di divulgazione, e poi dal taglio piuttosto professionale: il testo, oltre a usare come già detto una terminologia settoriale, offre numerosi rimandi a testi e saggi della stessa disciplina. Ciò dimostra che l’autrice aveva in mente destinatari con una discreta se non buona conoscenza della materia.

2.3 Documentazione e ricerca

Per far fronte a dubbi e difficoltà sono ricorsa essenzialmente a dizionari 11

(monolingui e bilingui), a testi paralleli e a internet. Come testi paralleli ho consultato per lo più mie traduzioni precedenti di testi della stessa autrice, in cui ho potuto ritrovare buona parte della terminologia. Tale strategia si è rivelata particolarmente utile e rapida, così come la consultazione di motori di ricerca, che mi ha permesso di trovare in tempo reale informazioni riguardo agli studiosi citati e alle loro teorie, di consultare un buon numero di dizionari on line e di verificare l’uso di alcuni termini; attraverso il Servizio Bibliotecario Internazionale ho potuto poi controllare quali testi erano stati tradotti in italiano. Preziosi sono stati inoltre i chiarimenti del mio relatore e della mia correlatrice.

2.4 Problemi e scelte specifiche di traduzione

Ho avuto qualche difficoltà nella traduzione della frase «To ignore its need to grow would be an antiquarianism» (pag. 60), termine quest’ultimo che i dizionari consultati (Merriam-Webster, Oxford Dictionary and Thesaurus, Enciclopaedia Britannica, Picchi) non riportavano. Inizialmente avevo pensato come possibile traduzione «[…] equivarrebbe a fare dell’antiquariato», ma mi sono poi resa conto che «antiquariato» avrebbe fatto pensare più che altro al commercio di oggetti antichi, insomma era troppo connotato. Dovevo trovare una parola più generica, più astratta, che si avvicinasse di più al concetto che voleva esprimere l’autrice, ossia la mania di conservare cose (in questo caso segni-parole) antiche, antiquate. La mia correlatrice mi aveva proposto 12

«arcaismo», ma poi abbiamo convenuto che allora anche l’autrice avrebbe potuto benissimo servirsi del termine «archaism»: evidentemente voleva un termine più particolare, più “a effetto”. Anche «arcaismo», inoltre, mi sembrava troppo connotato. Forse per assonanza, mi è venuto in un secondo tempo in mente il termine «antichismo», anch’esso usato molto raramente nella lingua italiana e quindi rispecchiante la scelta di Gorlée e soluzione migliore della precedente anche perché manteneva il suffisso «-ismo», a marcarne l’accezione ideologico-astratta. Ho provato a inserirlo in Google, trovando, tra l’altro, una pagina che lo usava nel seguente modo: «Questo richiamo ai costumi degli antichi non è dettato da alcuna forma di “antichismo”». Mi è sembrato che usato così si avvicinasse molto alla connotazione data a «an antiquarianism» da Gorlée, per cui l’ho ripreso nella mia traduzione: «Ignorare il suo bisogno di crescita sarebbe una forma di antichismo».

Per il resto non ho avuto particolari problemi, avendo già tradotto testi di questa teorica.

2.4 Residuo traduttivo e note

Nel testo tradotto sono rimasti due residui traduttivi. Uno è a pag. 63, nella traduzione della frase «[the translator] has been invested, and indeed infested, with such images as the copyist, the acolyte […]». Qui l’autrice attua infatti un 13

gioco di parole basato sul cambio di consonante (inVested – inFested) che in italiano non è stato possibile rendere. Mi sono limitata pertanto a tradurre la frase così com’era, dato che, per quanto simpatico, il gioco di parole non era indispensabile per la comprensione del testo, a differenza di quanto accadeva a pag. 47 nella citazione di Peirce: «[…] and mind that this mind is not the mind that the psychologists mind if they mind any mind […]». Anche qui troviamo un gioco di parole, questa volta però intraducibile in quanto in italiano non esiste un termine che abbia contemporaneamente tutti i significati che ha il termine inglese «mind». Alla luce di ciò, l’unica “soluzione” è stata quella di lasciare la citazione originale e aggiungere una nota spiegando questa scelta. Altre note che ho ritenuto necessario aggiungere: a pag. 17, la traduzione dei termini in tedesco, lingua che magari non tutti i lettori potrebbero conoscere e che invece Gorlée dà più volte per scontata (forse in quanto plurilingue?), si vedano anche pag. 49 e 51; a pag. 79 ho specificato che l’adagio «traduttore traditore» e la nuova versione di Gorlée «traduttore abduttore» erano in italiano anche nel testo originale. Ho reso inoltre esplicita l’etimologia del termine «traditore» (trado=consegnare, affidare, tramandare), menzionato dall’autrice nella frase: «Forse traditore può essere qui preso positivamente, nel suo senso etimologico – che renderebbe il traduttore un trasmettitore neutrale del messaggio». Non è infatti detto, a mio avviso, che tutti i lettori la ricordino o la intuiscano immediatamente.

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3. Ringraziamenti

Vorrei ringraziare in particolare il professor Bruno Osimo e la professoressa Cynthia Bull per la gentile collaborazione e la disponibilità. Un grazie sentito anche a tutti coloro che mi hanno incoraggiata durante la stesura della Tesi.

Dinda L. Gorlée

EQUIVALENCE, TRANSLATION, AND THE ROLE OF THE TRANSLATOR

“If we were to translate into English the traditional formula Traduttore traditore as ‘the translator is a betrayer’, we would deprive the Italian rhyming epigram of all its paronomastic value. Hence a cognitive attitude would compel us to change this aphorism into a more explicit statement and to answer the questions: translator of what messages? Betrayer of what values?”

Introductory remarks

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(Jakobson 1959:238)

Certain translation-theoretical key issues have loomed large in the preceding chapters, and deserve to be addressed at this point. Despite the longstanding discussions among translation theoreticians about precisely these issues, no agreement seems to be in view at this time. Yet it may be said without undue drama that proper and continued discussion of these controversial topics, from a variety of methodological angles, is critical to the harmonious evolution of the interdisciplinary (or better transdisciptinary) field of translation theory. If it can be shown – as I propose to do in these pages – that Peirce’s philosophy of signs throws new light upon these problems, my contribution here will be instrumental, albeit in a modest way, in bringing the discussion closer to a consensus, a “settlement of opinion” in Peirce’s spirit.

Let me therefore next take up, as illustrative examples of the relevance of a Peircean semiotics to translation theory, the following issues: (1) equivalence between source text and target text, (2) the translation process and its phases and (3) the role of the translator in the translation process.

Equivalence

By equivalence will be meant here the stipulation, recurrent in any text in the theory of translation, that there be between source text and target text identity1 across codes. Firstly, different translation scholars use the notion of equivalence in different senses, Koller (1992:214-215) mentions, among others, Nida’s “closest natural equivalent”, Wilss’s “möglichst äquivalenter zielsprachlicher text” and Jäger’s term, “kommunikativ äquivalent”. The picture is further blurred by the manifold qualifications given the term, which is often used not in a merely descriptive (that is, value neutral) sense, but as an a priori requirement with which a text should comply in order to qualify as an adequate translation. The varieties of equivalence which have been put forth in translation criticism is indeed truly astonishing: besides “translation equivalence”, the seemingly most general term2, one finds “functional 16

equivalence”, “stylistic equivalence”, “formal equivalence”, “textual equivalence”, “communicative equivalence”, “linguistic equivalence”, “pragmatic equivalence”, “semantic equivalence”, “dynamic equivalence”, “ontological equivalence”, and so forth; to say nothing of the ostensibly free use of related terms such as sameness, invariance, congruence, similarity, isomorphism, and analogy.

In this landscape of, it would seem, utter terminological and conceptual confusion,

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it is nevertheless clear that it is generally claimed that original text and translated text are ideally placed in a one-to-one correspondence, meaning by this that they are to be considered as codifications of one piece of information, as logically and/or situationally interchangeable, – the “invariant core” being, of course, “a hypothetical construct only” (Toury 1978:93)3. However, semiotic viewpoint this would seem to be a misconception, or at least a gross simplification of the facts. One case in point is Jakobson’s statement (1959:233): “Equivalence in difference is the cardinal problem of language and the pivotal concern of linguistics”, and hence of translation. In general-semiotic parlance, one would say that both original and translation are signs forming part of a semiosic chain – a sequence of interpretive signs. Yet in contradistinction to the interchangeability claim, the translation follows from and is caused by (Peirce would obviously say “is determined by”) the original; it is its interpretant-sign. If both signs are lifted out of the infinite semiosic sequence and studied in isolation, the original is of the two the primary sign, both temporally and logically. The interpretant is not an imitation of an immanent structure of the sign or the object, nor is it an arbitrary structure imposed on the object from the outside. It is the law or habit (weak or strong), through which sign and object become related so that an effect of the semiosis can occur. The mediating sign-action, once set into motion, is a recursive but irreversible process of sign translation. This implies that there is in the sense intended here no back-translation possible: the pre-semiosic situation cannot be restored. This turns the very idea of interchangeability between original and translation into a paradox. Indeed, the semiosis has not only dramatically changed the original sign; it also offers, perhaps, new knowledge of the dynamical object (in Peirce’s sense) to which both signs, if still indirectly and incompletely, refer.

To reduce sign translation, linguistic or otherwise, to mimicry or to a mirroring procedure is to respond to nothing but the sign’s Firstness, and thus to atrophy its full signifying potential. A translation is obviously more than a “hypoicon” – an iconic in

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otherwise degenerate Third (Gorlée 1990). From a semiosic standpoint, the zealously pursued preservation of any semiotic substance – be it meaning, information, ideas, or content (just to mention some of the commonly used terms) – is more than irrelevant, counterproductive to what translation should be concerned with, namely the sign-and-code- enriching confrontation between sameness and otherness: “du Même et de l’Autre” (Ladmiral 1979:209)4. Genuine semiosis is non-mechanical engenderment and re- engenderment, and is for this reason the very opposite of mimesis: “Nay, exact conformity would be in downright conflict with the taw [of habit]; since it would instantly crystallize thought and prevent all further formation of habit” (CP:6.23,1901).

Mention of one tradition within linguistics – Humboldt’s (1767-1835) linguistic relativism – is in order here, because it opposed at an early date what may he called the received view (according to which fixed world-word connections are established), thereby foreshadowing Peirce’s dynamic version of the indeterminacy of meaning, the Sapir-Whorf hypothesis, as well as some of Chomsky’s concepts. I refer here to the

adage of Wilhelm von Humboldt’s, one that was later embraced (although never explained) by Chomsky – who called it in his early writings “creativity”, or sometimes “open- endedness” – about the capability of languages to “make infinite use of finite means”. (Sebeok 1991:29)

Humboldt’s “alternative” view is of particular interest in a discussion of translation, because it would later inspire, explicitly and/or implicitly, the “holistic” view on literary translation which was initiated by Holmes and further developed by Toury and others5. This approach would, despite its concentration upon one particular kind of translation – the translation of verbal art –, or perhaps because of it, breathe new life into what had become a rather unfruitful approach to it from traditional linguistics. According to the relativistic concept of

verbal language, different languages correspond to different world-visions. From the 19

viewpoint of the different languages, reality is not experienced as it “really” is, but as it is molded, reflected – subjectively, homogeneously, but variously – in and by the different languages.

Although Humboldt is frequently recognized as the founder of general linguistics, his pioneering role in linguistic semiotics has received scant recognition (Schmitter et alii 1986:317). This is perhaps due (as indicated by Trabant 1986) to Humboldt’s language- orientedness which has turned problematic at a time when sign-theoretical discussions, following Peirce, are moving away from “linguistic imperialism” and towards a semiotic perspective which places the verbal and the non-verbal on a continuum, the former being superior to the latter, but nevertheless building upon it. Not coincidentally, Humboldt considered language to be not only a system of social invented and intrinsically arbitrary signs, but also to have an iconic aspect to it6.

Prefiguring, it would seem, Saussure’s langue-parole dichotomy, Humboldt distinguished between language as ergon (theory, a written or orally transmitted verbal corpus) and energeia (praxis, a verbal activity). While the latter builds and feeds the former, it – energeia – is for Humboldt the essence of language itself. Language consists not only of a systematic, rule-bound whole, but of energies, and this dynamic interactive principle elevates language to the semiotic (or rather, semiosic) status of expression of thought. Humboldt’s so-called “anti-semiotics” of language (Trabant 1986:69-90) was only opposed to a linguistic semiotics to the extent that the latter limits its considerations to the arbitrary and conventional nature of the signs of language, thereby “killing all its spirit and sending all its life into exile” (Humboldt in Trabant 1986:72; my trans.). In fact, language is, for Humboldt (as it would later be, if in a more radically evolutionary paradigm, for Peirce) a living “organism” (Nöth 1990:201), an essentially semiotic sign-system, an irreversible processuality, in which man establishes shifting connections between language and the phenomena of the world surrounding him.

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The relevance of this to translation/interpretation in Peirce’s sense should be clear. Peirce himself used the term “equivalence” with special reference to the interpretant. This shows that for him equivalence was synonymous not with one-to-one correspondence, as in Firstness (iconicity) and, in a different modality, in Secondness, but with the kind of one-to- many correspondence that obtains whenever a sign “gives birth” to an interpretant (or rather a series of interpretants). Two signs which are thus dynamically equivalent7 can be logically derived from one another. Peirce typically struggled with language trying to express exactly what he meant by his dynamic equivalence which takes place in the semiosis:

A sign . . . is an object which is in relation to its object on the one hand and to an interpretant on the other in such a way as to bring the interpretant into a relation to the object corresponding to its own relation to the object, I might say “similar to its own”[,] for a correspondence consists in a similarity; but perhaps correspondence is narrower. (PW:32,1904)

In his much-quoted definition of a sign, Peirce said that the sign creates in the mind of the person it addresses an “equivalent sign, or perhaps a more developed sign” (CP:2.228,1897). Elsewhere he noted: “An equivalent of a proposition is the same proposition differently materialized. For the proposition consists in its meaning” (MS599:62,c.1902), which implies that it is not what language or code a text-sign is in, but what signification it has, which is to the interpretational (that is, the translational) point. That Peirce’s concept of equivalence is teleological (that is, is governed by Thirdness) is further put into evidence by his statement that “two signs whose meanings are for all possible purposes equivalent are absolutely equivalent” (CP:5.448,n.1,1906; emphasis added).

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Qualitative equivalence
Let us next take a closer look at Peirce’s views on equivalence by approaching somewhat

differently. It should by now be clear that translational equivalence cannot be identified, at least not wholly, with an algebraic equation or other sign of Firstness. Discussing different sets of diagrams, Peirce ascertained that it every algebraic equation is an icon, insofar as it exhibits by means of the algebraic signs (which are not themselves icons) the relations of the quantities concerned” (CP:2.282,c.1893). After giving this quote from Peirce, Jakobson added the following:

Any algebraic formula appears to be an icon, “rendered such by the rules of communication, association, and distribution of the symbols”. Thus “algebra is but a sort of diagram”, and “language is but a kind of algebra”. Peirce vividly conceived that “the arrangement of words in the sentence, for instance, must serve as icons, in order that the sentence may be understood”. (Jakobson 1971b:350)

Now this is no doubt true for the physical construction of whole sentences and sets of sentences. And in this sense two linguistic signs, each one couched in a different code, can share the same overall external structure of their parts, and thus be derived from the same model, the common source which itself remains tacit. In this sense, too, a text and its translation (both composite linguistic signs), taken together, may be viewed as a self- reflexive dual construct; they do not need anything beyond themselves in order to be recognized and understood as signs sharing a number of significant qualities – sensory and/or material properties. It is easy to imagine that texts such as a sonnet, a marriage contract, and a court reporter’s transcript share some significant physical features with their respective translated versions – sign-internal features which may even be appreciated

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without knowledge of the languages8 involved. Such common features are abstracted from sign-external reality, and may occur, in some form or other, in all codes, linguistic and non- linguistic alike. For example, in the case of verbal text-signs, the primary text and its translation may show an equivalent length, distribution of paragraphs, rhyme structure, and/or use of punctuation9. Such features make them immediately recognizable as similar signs – similar, that is, in “feel”, “tone”, or other “quality of feeling” (as Peirce would say).

If both signs (the translated and the translating sign) are taken as being morphologically, syntactically, etc. symmetrical (in other words, as mutually convertible across code barriers) this is done without taking into due consideration that one is the antecedent and the other the consequent. Yet the essential hierarchical relation which determines the one to be the interpretant of the other, and not vice versa, cannot be denied. Translational equivalence must always be a diachronic affair (to use a term from Saussure). Moreover, various quasi-synonymous equivalents (with mutually inconsistent terms) may be obtained from one sign. This means that the sign and its equivalent interpretant-sign may only be considered as one another’s counterparts to the extent that their signhood in its aspect of Firstness is under inquiry. I propose to call this equivalence referred to the signs-in-themselves “qualitative equivalence”.

Referential equivalence

Having traced qualitative equivalence between a sign and its interpretant-sign, we may next consider equivalence originating from Peirce’s other categories: Secondness, the category of the object, and Thirdness, the category of the interpretant. The aspects of sign equivalence yielded by Secondness and Thirdness will be called respectively “referential equivalence” and “significational equivalence”. The three aspects of equivalence together may then be named semiotic (or more accurately, semiosic) equivalence. This will be explained in adjacent paragraphs.

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Concerning referential equivalence between sign and interpretant-sign, a distinction must be made between the standing-for relation on the level of the immediate object and on the level of the dynamical object10. The immediate object being the idea called up directly by a particular sign-use, is only knowable through the sign. As opposed to qualitative aspects of the sign (Firstness sensu stricto) the sign-immediate object relation represents the Firstness of Secondness; it concentrates on the sign’s referent on referents on the code level. Of course, the sign may be placed in any code or sign-system, verbal or nonverbal; and its immediate object is given in the exhibitive, ostensive, or verbal (depending on the code) manifestation of the sign. The interpreter sees the object only insofar as the sign reflects it. Without previous acquaintance with the code the sign is in, it is not possible to gain knowledge of its immediate object, let alone to penetrate into the inner sanctum of its “deeper” signification.

Translation involves at least two codes: a source code and a target code. For a sign in one code to be a translation of a sign in a different code, the respective immediate objects need not be the same. Since the immediate object is “the idea which the sign is built upon” (MS318:70,1907), it is differently represented in each code. The immediate object will be subject to change in and through the intercede semiosis of translation. In tandem with equivalence on the level of the sign, here too sameness is no requirement, neither on the micro-level (such as, in language, word-to-word or sentence-to-sentence correspondence) nor on the macro-(i.e., textual) level; and here too equivalence must be understood in a broad sense, as the kind of “loose” sameness created through any kind of semiosic interpretation, This does not imply that it is not crucial for both signs (the primary sign and the translated sign) to give, through their immediate objects, “hints” (as Peirce called them), careful examination of which in their contexts must lead to the same underlying idea, – the common real” or “dynamical” object, which stays itself outside the sign relation and is therefore not translated,

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Let me give one example of this, To translate the Spanish expression, cortar el bacalao, by an expression which is identical on the immediate-objectual level creates equivalence if the expression occurs, for instance, in a fish recipe. But if the expression refers, in a figurative sense, to power structures, identity on the level of the immediate object would be a misinterpretation and distortion of the real facts pointed at by and in the code. The immediate object is therefore one referential meaning criterion, but one which needs to be supplemented by contextual information. A sign normally does not function in a vacuum, but is embedded in a communicational environment which supplies linguistic, referential, ideological, etc. indications to its right understanding. It is only within such a context that the interpreter can be led by the immediate object towards the dynamical object – the real feeling, thing, event, phenomenon, thought, or concept which causes the sign relation but remains itself independent from it.

The dynamical object is itself absent and remains outside the semiosic event. It is the Second under the aspect of Secondness; and as a “double Second” it is only knowable through the immediate object, which, as indicated, is the outward perceptible form in which the object manifests itself in the sign. In order to get to know the dynamical object of a sign one can only perceive, study, and try to understand what is implied by the immediate object. This requires, according to Peirce, “experience”, “collateral observation” (real or imagined), and skills such as “imagination and thought” (MS318:77,1907). The dynamical object corresponds to the hypothetical sum total of all instances of the sign-bound immediate object, of which the primary sign and the translated sign are two instances couched in different (sub)codes and more often than not with different immediate object. “No man can communicate any information to another without referring to some experiences to be shared by him and the person whom he addresses” (NEM3,2:770,1900). Like all other forms of communication, translation is sign-action within a physical universe of social interaction. The existence of a common experiential ground is a

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crucial element of communication: without it, access to knowledge of what the message really means (its dynamical object) is blocked. The more freely and directly collateral experience is shared with a partner in a communication situation, the more efficient the communication. Peirce wrote:

I go into a furniture shop and say I want a “table”. I rely upon my presumption that the shop-keeper and I have undergone reactional experiences which though different have been so connected by reactional experiences as to make them virtually the same, in consequence of which “table” suggests to him, as it does to me, a movable piece of furniture with a flat top of about such a height that one might conveniently sit down to work at it. (NEM4:259,c.1904)

In other words, “when there are both an utterer and an interpreter, the [dynamical object of the sign] is that which the former has in mind, but which it does not occur to him to express, because he well knows that the interpreter will understand that he refers to that, without his saying so” (MS318:69,1907). By this token, it is essential for intercode communication to successfully take place, that the communicational partners, though belonging to different codes, have acquired and possess, albeit implicitly, a shared knowledge of the phenomena of the world in their different semiotic expressions.

Obviously, it is easier to get to know a dynamical object which has an indexical relation to the sign than one which is an icon or a symbol.11 What the latter have in common, and what distinguishes them from Seconds, is their generality. Iconic signs show possible attributes, yet unattached to any existent; symbolic signs give general rules, applicable but not yet applied to a particular case; while indexical signs are concrete sign- instances embodying icons and governed by symbols.

Now even if the primary sign and the translated interpretant-sign have different immediate objects, their dynamical objects will always need to be identically the same, at least ideally. Even their sameness is, however, relative, since it is to some degree always the result of an interpretation, of an inferential procedure. In other words, the relation

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between the two must be mediated by a semiosis which makes it possible for one to be a logical consequence of the other. Before embarking upon further analysis of this, I will try to explain form a slightly different angle how sign-representation is connected with sign- interpretation.

Breadth, depth, information

The sign’s standing-for and standing-to relations must be taken together for a specific purpose: to introduce a group of concepts which, though still connected with the sign and the code it is in, pertain specifically to its external relations. These concepts were addressed by Peirce as a young lecturer, most prominently in his paper “Upon logical comprehension and extension” (W1:454-471,186612). I shall not attempt to give an exhaustive account of Peirce’s thought here, but will limit myself to the ideas having a direct connection with my main theme.

Following a long-recognized tradition, Peirce argued in the above-mentioned Lowell Institute Lecture VII that a word (or any other symbol13) has two different logical dimensions which, as stated by Peirce in a later manuscript, “are equally applicable . . . to . . . all kinds of signs” (MS200:49,1907). One of these logical dimensions is “extension”, “denotation”, or “breadth”; the other is “comprehension”, “connotation”, or “depth”. Despite the fact that these concepts have been standard expressions in logic since the Port Royalists, they have been lacking in precise designation. Peirce proposed to adopt as the most serviceable designations, logical breadth and depth.

The logical breadth, or denotation, of a term relates the term to the world. It indicates the (real) individuals or objects to which the term applies and which occasion its use. Logical depth, or connotation, refers to a term’s meaning-content, the attributes or qualities that can be predicated to it, “the possibilities which are imagined or judged to be realized” in those individuals (MS200:49,1907). Not only does the word force an

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interpreting mind to recognize the thing, phenomenon, event, or relation which is indicated or designated by it; the word is also informed and influenced by its designatum, or object; and finally, “Everything must be comprehended or more strictly translated by something” (W1:333,1865). Note, however, that both aspects are not equally important: “Every symbol denotes by connoting” (W1:272,1865). Peirce wrote, and “Denotation is created by connotation” (W1:287,1865). Whereas both aspects of the word are essential, depth, as referring to sign-enriching action, thus has priority over breadth, the indicative aspect of the sign. As Peirce put it later (in an unpublished letter to his former student, Christine Ladd- Franklin), “the depth of the sign seems to be nothing but its better self. The sign is related to its depth . . . as an idea to an ideal, as memory to vivid hallucination . . . (MSL237:187,1902).

Logical breadth refers backward to the object, and logical depth forward to the interpretant. The dual elements in the sign produce what Peirce called “information”14. Whenever a sign is interpreted, it “always results in an increase either of extension [denotation, breadth] or comprehension [connotation, depth] without a corresponding decrease in the other quantity” (W1:464,1866). By information Peirce meant the “amount of com-

prehension [connotation, breadth] a symbol has over and above what limits its extension [denotation, breadth]” (W1:287,1865). And increase of information of a sign means “an addition to the number of terms equivalent is produced; in other words, in each act of sign interpretation/translation new knowledge (that is, Thirdness) is generated15.

The following passage from Peirce, taken from a later work, may help to clarify the foregoing analysis:

A symbol, once in being, spreads among the peoples. In use and in 28

experiences, its meaning grows. Such words as force, law, wealth, marriage, bear for us very different meanings from those they bore to our barbarous ancestors. (CP:2.302,c.1895)

Take, for instance, the occasion when, in common law, a judge makes a court decision which establishes a new precedent for a certain type of case; or when, in Roman law, a new law is added to the body of law. What transpires then is an increase of information. The term “law” can be applied to a new object, but its basic characters remains unchanged. Consequently, it has increased in breadth, but with no increase in depth. Or imagine a newly-married convert to Islam, locked up in a harem. Her concept of “marriage” has probably undergone a dramatic change. Though the marital institution itself is the same as she knew it previously, a series of new characters were added to it. The term “marriage” remained constant in breadth, but has increased in depth. In this case, too, information has increased. By “spreading among the peoples” (CP:2.302,c.1895) (that is, by being interpreted, translated), the semiotic features of symbols (words, concepts, etc.) are developed and enhanced.

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Significational equivalence

Inspired by these and similar thoughts, Peirce “invented” the concept of the interpretant as he saw it, thus:

Indeed, the process of getting an equivalent for a term, is an identification of two terms previously diverse. It is, in fact, the process of nutrition of terms by which they get all their life and vigor and by which they put forth an energy almost creative – since it has the effect of reducing the chaos of ignorance to the cosmos of science. Each of these equivalents is the explication of what there is wrapt up in the primary – they are the surrogates, the interpreters of the original term. They are new bodies, animated by that same soul. I call them the interpretants of the term. And the quantity of these interpretants of the term. And the quantity of these interpretants, I term the information or implication of the term. (W1:464- 465,1866)16.

From the perspective of Peirce’s evolutionary logic, each translation makes the implicit more explicit, thereby involving increased information. This is clearly expressed by Peirce’s “a sign is something by knowing which we know something more” (PW:31- 32,1904). The growth of knowledge is accompanied by an increase in either breadth or depth. It has no influence upon the signified facts themselves, nor the characters attributed to them, which may be either true or false (NEM4:24,c.1904). But when two signs are equivalent, they denote the same things and have the same logical breadth. They may depend, for their truth-value, upon a particular connotative depth (as obtained in interpretation) or they may depend only upon this denotative breadth.

The interpretant is supposed to indicate the same things or facts as the primary sign,

and to signify these things, and assert these facts, in like manner. But both relations are 30

unlikely to remain constant and unchanged in the course of time – in other words, in the course of a series of semiosic events of an inferential nature. Equivalence, in the strictest sense, between sign and interpretant is therefore logically impossible: it would stifle the growth of knowledge, which growth is exactly the point of sign production and sign use. Ours whole human universe being, in Peirce’s words, “perfused with signs, if it is not composed exclusively of signs” (CP:5.448,n.1,1905), we communicate by signs, of which we produce a constant stream of new interpretants, which we interpret again, and so on. During this never-ending inferential process, new significations (and thereby new truth- values) are constantly put forth, probed, weighed, accepted, negotiated, defended, ignored, held in reserve, rejected, etc.17 New knowledge is thereby accrued of the object. In accordance with Peirce’s pragmatic maxim, the ultimate goal of this exercise remains, nonetheless, to achieve total knowledge of the meaning of a sign. To achieve this, one needs to persevere in making ever-new interpretations/translations of the sign, in order to gain access, via the sign and its immediate object, to the sign’s prima causa, the dynamical object. In the final analysis, translation, linguistic and otherwise, is about our own life- world, real and imagined, and the myriad ways in which we make sense of it by creating significational equivalents of it and its parts18.

Translation process

Let us next take another example of an issue in translation theory for which a solution can be found by placing it into the framework of a Peircian theory of signs. The translation procedure itself has been commonly but arguably hypothesized as a chronological scenario involving variously three or four stages. It is tempting to view the nature and role of these stages in the light of Peirce’s process of interpretation, which is systematically described by him as a threefold reasoning-process consisting in the production of three successive interpretants.

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In reference to the study of the translation process in itself, Toury advances the following cautionary remarks:

Since we know very little of the inner, psychological mechanisms involved in translating, any single act of this kind of activity is in the position of a “black box”, that is, an open system whose internal structure can be guessed at, or tentatively reconstructed, only on the basis of the relationships between the entities established as its input and output. (Toury 1986:1114)

Now, rather than a sign of intellectual humility, the foregoing remarks appear to me to call for a Peircean approach to the phenomenon of translation. It is a well-known fact that Peirce, the logician, was radically opposed to psychologism – meaning by this the dependence of semiotics upon psychology. For him, the study of sign action does not require knowledge of the exact workings of the human mind. This is not to say that Peirce considered that the mind as a thinking (i.e., sign-processing) agency was irrelevant to his logic; rather, the reverse is actually true. “I am using mind”, Peirce wrote half in jest,

. . . as synonym of Representation; and mind that this mind is not the mind that the psychologists mind if they mind any mind. I think they mainly talk about consciousness, in the sense of the first category, and hypothetical arrangements in the brain. (MS478:157,1903)

Instead of Firstness, Peirce, the logician, studied Thirdness; “not the psychological process, but the logical function” (MSL237:126,c.1900); not the contents of the “black box” itself, but the inferential processes leading from premisses to conclusions. These processes he called the “modes of action of the human soul” (CP:6.144,1892). All thought is, for Peirce, about showing how one sign leads rationally to another, thereby signifying growth and

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development. This being Peirce’s main subject of inquiry, he would hardly have been inclined to embark upon a serious investigation of how mental processes may fail, derail, or get paralyzed, as would be the concern of the psychologist19.

For the purpose of the argument here, it is critical to bear in mind that semiotics as Peirce conceived it is a query about the logical relationship between a particular sign on the on hand, and its interpretant or translated sign on the other; and also that this relationship can be defined as either abductive, inductive, or deductive. The translation process being a mental process not open to direct scrutiny, Toury seems to contend (at least in the above quotation) that it can only be explained by abduction, while this makes a perfectly valid statement, it would for Peirce probably have been a somewhat “pessimistic ” way of dealing with the facts of the matter. Despite their reliance on guessing instinct, abductive hypotheses are often remarkably right in their explanations of the facts, so their truth-value should not be considered too lightly. Moreover, abductive leaps call for inductive testing, the search for facts by “experiments which bring to light the very facts to which they hypothesis had pointed” (CP:7.218,1901). Finally, induction again prepares the ground for deduction, the development of laws ruling the facts and giving them a “purpose or end” (MS292:13,c.1906). For the argument here, the questions raised by Toury are timely, because the three kinds of reasoning are directly dependent on the categories and must be considered as the equivalents, in the logical sign relation, of the three kinds of logical interpretants which correspond to the three stages in the translation process. This shall be argued in subsequent paragraphs.

Let us first introduce, seriatim, some of the ideas as to the stages in translation, as proffered by different scholars. In a highly praxis-oriented spirit, Koller (1992:203-204) distinguishes between three “Arbeitsstufen”: the “Rohübersetzung” or shortlived transla-

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tion, the “Arbeitsübersetzung” or middlelived translation, and the “druckreife Übersetzung” or longlived translation, Koller’s criteria are qualitative and correspond to a mounting scale of grammatical, lexical, stylistic, etc. “Genauigkeit, Richtigkeit und Adäquatheit”, “accuracy, correctness, and adequacy” (Koller 1992:20-4). As explained by Koller, the first phase produces a draft translation of limited scope and usage. Its focus on “Genauigkeit”, or accuracy, means that there must be “Identität des Inhaltes”, but violations against morphological, syntactic, phraseological, lexical, stylistic, etc. rules are in this stage still accepted. In a second-phase translation, “Genauigkeit und Richtigkeit”, accuracy and correctness, are required; it may contain no grammatical, lexical or stylistic errors. Finally, Koller’s “print-ready” translation is characterized by the triad, “Genauigkeit, Richtigkeit und Adäquatheit” – accuracy, correctness, and adequacy. A product of solid research and serious reflection, it is intent on satisfying the highest norms and expectations. It must be noted, however, that the progression from, roughly, fidelity to source-fact, to agreement with target-code, and finally accordance with text-type between source-text and target-text, sets singularly relative priorities. The three steps advanced by Koller to describe the quality of the translator’s performance can only be defined in relation to one another. External criteria of assessment are absent here. This greatly reduces the usefulness of Koller’s three- step process outside pure translation practice and pedagogy.

With some necessary “theoretical speculation”, Toury himself proposes a four-stage schematic representation of translation:

(1) an indispensable decomposition of the initial entity up to a certain,

varying

level,

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and assigning its constituents at this level the status of “features”;
(2) a selection of features to be retained, that is, the assignment of relevance to some part of the initial entity’s features, from one point of view or another;
(3) the transfer of the selected, relevant features over (one or more than one) more or less defined semiotic border;
(4) the (re)composition of a resultant entity around the transferred features, while assigning to them the same or another extent of relevancy. (Toury 1986:1114)

In contradistinction to Koller’s practical proposal describing the quality of the end-product, ‘I’oury’s program is highly theoretical and process-oriented. A prerequisite for it is that the text ab quo can be divided into discrete units, some of which may then be considered as relevant “from one point of view or another” (as signifying, in semiotic parlance) and others as irrelevant (as non-signifying). Only the former are then transcoded, while the fate of the latter, evidently disposable, units remains rather unclear in Toury’s proposal.

It would seem to me that no parts of a text-sign may be concealed by camouflage without practicing some form of erosion, whereby the semiotic substance is thinned in the successive semioses it undergoes, instead of becoming progressively richer in content, as Peirce would have it. The notion of relevancy brandished by Toury is really a dangerous and indiscriminate weapon. Due to the fact that it may have either an ideological or an intuitive bias, or both, Toury’s scenario here seems more tailored to suit rhetorical needs than to lead to the summum bonum, the truth in the way Peirce saw it20.

In After Babel, Steiner proposes a fourfold “hermeneutic motion, the act of elicitation and appropriative transfer of meaning” (Steiner 1975:296), which in his description really consists of three stages and an illusory fourth. In the first stage there is,

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according to Steiner, “initiative trust” in the meaningfulness of the “‘other’ as yet untried, unmapped alterity of statement” (Steiner 1975:296) in the text-to-be-translated. This trust “will ordinarily be instantaneous and unexamined, but it has a complex base” (Steiner 1975:296). After what looks like a description of Peirce’s Firstness, Steiner proceeds to the second stage of translation, where the initial trust is put to the test of confrontation, and the “manoeuvre of comprehension [becomes] explicitly invasive and exhaustive” (Steiner 1975:298). The text is now attacked, as it were, in its “otherness”, in an act of aggression in which we “‘break’ [its] code . . . leaving the shell smashed and the vital layers stripped” (Steiner 1975:298). Now, this is remarkably similar to Peirce’s Secondness. “The third movement”, Steiner continues, “is incorporative, in the strong sense of the word . . . embodiment . . . [W]e come to incarnate alternative energies and resources of feeling” (Steiner 1975:298-299). This last process, of “comprehensive appropriation”, may result in a “complete domestication, an at-homeness” of the translation in its new situation; or the translation may have acquired a “permanent strangeness and marginality” in it (Steiner 1975:298). The fact that a translation may work either like “sacramental intake” or like its opposite, an “infection” (Steiner 1975:299), means, for this critic, that it still lacks

. . . its fourth stage, the piston-stroke, as it were, which completes the cycle. The aprioristic movement of trust puts us off balance. We “lean towards” the confronting text . . . We encircle and invade cognitively. We come home laden, thus again off-balance, having caused disequilibrium throughout the system by taking away from “the other” and by adding, though possibly with ambiguous consequence, to our system is now off-tilt. The hermeneutic act must compensate. If it is to be authentic, it must mediate into exchange and restored parity. (Steiner 1975:300)

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By reaching this new state of synthesis, Steiner’s model has come full circle. Though Steiner would surely never place himself under the banner of semiotics – any semiotic banner –, yet his “hermeneutic motion” closely resembles semiosis, and his stepwise scenario described above is interestingly reminiscent, conceptually and otherwise, of Peirce’s succession of three interpretive moments as manifested in the first (immediate/emotional), second (dynamical/energetic), and third (final/logical interpretants) – the latter again subdivided, according to Short (1986a:115), in a “non-ultimate” and an ultimate logical interpretant21.

Translation, at least in its lingual varieties, deals with signs interpretable by logical interpretants; it is a “pragmatic” process of making sense of intellectual concepts, or signs of Thirdness. The solution of mental problems, of which translation would be one exemplary instance, occurs for Peirce in three, perhaps partly overlapping, inferentially- reached developmental stages showing an increasing degree of “hardness” or solidity of belief22. When embodied in an actual (and thus observable) tangible (and thus testable) translation, this concept may serve as a quality norm roughly similar to Koller’s above- mentioned three grades of “accuracy, correctness, and adequacy” (Koller 1979:94). This is hardly coincidental, because Peirce’s logic is a normative science (Ransdell 1981:201- 202n;Fisch 1996:269ff.) – albeit in a more “technical” sense than meant by Koller – and translation taken in its non-descriptive performance-directed aspects is equally processual and, at the same time, norm-governed.

First, second, and third logical interpretants
The first in the series of logical interpretants emerges when we are faced with problematic

situations of an intellectual nature, as a fleeting belief, a mere set of feelings arising

. . . when upon a strong, but more or less vague, sense of need is 37

superinduced some involuntary experience of a suggestive nature; that being suggestive which has a certain occult relation to the build of the mind. We may assume that it is the same with the instinctive ideas of animals; and man’s ideas are quite as miraculous as those of the bird, the beaver, and the ant. For a not insignificant percentage of them have turned out to be the keys of great secrets. (CP:5.480,c.1905).

To solve or explain the problem a conjecture, or hypothesis, is formulated. Peirce drew a felicitous parallel between this initial, heuristic stage of scientific inquiry and the “Pure Play of Musement”, or intellectual reverie (CP:6.452ff.,1908). In the translation process this would correspond to the more instinctive than rational phase when the text-sign first enters a receptive mind. A trained translator’s mind will then, spontaneously and with practiced ease, start generating a flow of ideas. This impromptu translation may be a fragmentary and tentative draft, perhaps; it is nevertheless a new sign susceptible of serving as a point of departure in the next semiosis.

Whereas with animals “conditions are comparatively unchanging, and there is no further progress” (CP:5.480, c.1905), with humans the first conjectural interpretants can be further developed, introducing a process of growth of ideas. The next logical interpretant is a product of what Peirce called “the dash of cold doubt that awakens the sane judgment of the muser” (CP:5.480,c.1905), and expresses itself in experimentation, in weighing pros and cons. The working hypotheses are at this stage put to the test and verified by solid judgment. In the translation situation the more or less lucky guesses are now out on the dissecting table and analyzed with a clear hand. The result is “a” translation which provides “a” solution to the problem. It offers at best a successful solution, one which works in the intended communicational situation and one which makes sense (that is, significant) in the target culture. But it may at worst be received in it

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with mixed feelings, shock, or even rejection.
Given time and hard work, a practiced mind is bound to produce a third logical

interpretant as the near-perfect solution with which semiosis to all intents and purposes may come to a (possibly temporary) logical standstill. Such an ideal translation will have found its natural habitat in the recipient situation, thereby losing its acute “percussivity” (NEM4:318,c.106). The new configuration having thus become unproblematic and more or less harmonious, the mind ceases to be in the “state [of] activity . . . mingled with curiosity” (NEM4:318,c.1906) by which it is stimulated to put out further interpretant- signs.

This ideal status quo should, nevertheless, never become a taking refuge in some artificial fixity. The third logical interpretant does express a firm belief, but it is still a thought-sign; and its primary goal is therefore to remain alive and communicative throughout time. To ignore its need to grow would be an antiquarianism. The judge of any interpretant’s finality must always be the social community, or communis opinio, the norms of which are naturally changeable. Although the semiosis at this point may have lost its edge, yet the translation process has reached a still non-ultimate moment. Its apparent finality is no more than a resting-point.

For this reason it is possible, and even essential, to take the semiosic process one crucial step further, and to consider that the semiosic fire is susceptible of rekindling at any future moment, however distant or utopian. The sign would then be called upon to fulfill the explosive task of generating the one single unfailing habit with which the semiosis would definitely come to its end. This ultimate logical interpretant would embody the final truth-norm and would therefore no longer be placed in the triadic relation which characterizes the Peircian sign. A translation which would pretend to give final answers is, however, an alarming oxymoron, a sure sign that culture itself has, for instance by some irreversible catastrophic final event, come to an end23. This would make

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the actual production of a truly final ultimate translation a terminal matter, or sign of the death of the sign (CP:5.284=W2:224,1868).

The role of the translator

The next and last point that will be raised here is the role of the translator in the translation process. Alternatively criticized and ridiculed, enhanced and romanticized, the translator has frequently been taken out of proportion to the job he or she really does. The technical translator has essentially been seen as a craftsman (or craftswoman), and his or her work as a form of expertise – difficult, perhaps, but not an impossible skill to master. At the other end of the scale, the literary translator, and in particular the poetic translator, has been elevated (or has elevated him- or herself) to the interesting status of creative artist in his or her own right. This dichotomy has created a potent mythology around the figure of the translator, who has been invested, and indeed infested, with such images as the copyist, the acolyte, the slave, the amanuensis, the bricoleur, the re-creator, the mediator, or other metaphors serving to either efface or aggrandize the translator’s personal performance.

In the face of such ambiguous assessment of the professional persona and talents of the translator, and of his or her role in the translation process, I would like to construe the translator in terms of Peirce’s semiotics, in order to argue that on the whole, the personal impact of the translator on the translating procedure seems perhaps to have been subject to indue inflation – both “upward” and “downward” inflation. This is at least the (hopefully more realistic) direction in which Peirce’s doctrine of signs would point us.

The translator as communicator has a dual role. He or she embodies both the addressee (or one of the addressees) of the original message, and the addresser of the translated message; both interpreter and utterer; both the patient interpreting the primary sign, and the agent uttering the translated meta-sign. In semiotic terms, the translator is

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charged with both the standing-for and the standing-to relation, and thus he or she monopolizes the whole sign-manipulative process in which translation consists. The following statements, from Peirce, seem to point by implication to the translator’s situation: ” . . . two separate minds are not requisite for the operation of a sign . . . [T]wo minds in communication are, insofar, ‘at one’, that is, are properly one mind in that part of them” (MS283:107,1905-1906); “In the Sign they are, so to say, welded” (CP:4.551,1906).

Now it is a notorious fact that Peirce considered that “neither an utterer, nor even, perhaps, an interpreter, is essential to a sign, characteristic of signs as they both are” (MS319:58,1907). Although semiosis is for Peirce triadic action and he did not explicitly include any such fourth or fifth component, in addition to the sign, its object, and the interpretant24, this is not to say that Peirce did not recognize the existence of either. In fact, he did so repeatedly, for instance, when he stated that when a (verbal) sign is made, “there really is some speaker, writer, or other sign-maker who delivers it-, and he supposes there is, or will be, some hearer, reader, or other interpreter who will receive it” (CP:3.433,1896); or in his often-cited definition of the sign as “something which stands to somebody for something . . . It addresses somebody, that is, creates in the mind of that person an equivalent sign . . . ” (CP:2.228,1897); or when Peirce referred to “the Utterer’s (i.e. the speaker’s, writer’s, thinker’s or other symbolizer’s) total knowledge” (CP:5.455,1905).

Some caveats are in order. Firstly, Peirce did not have in mind, it would seem, that the utterer and the interpreter were human individuals or even specific minds25. “A sign is whatever there may be whose intent is to mediate between an utterer of it and an interpreter of it, both being repositories of thought” Peirce wrote (MS318:206,1907;Peirce’s emphasis). He was rather thinking, in an abstract way, of what he called “theatres of consciousness” (MS318:55,1907) or “quasi minds”: “Signs require at least two Quasi-minds; a Quasi-utterer and a Quasi-interpreter” (CP:4.551,1906). Peirce

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argued as a central piece

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of his theory of signs that semiosis “not only happens in the cortex of the human brain, but must plainly happen in every Quasi-mind in which Signs of all kinds have a vitality of their own” (NEM4:318,c.1906). Secondly, the interpreter seems to be more essential for sign-action than the utterer. Many signs have no utterer, or at least they do not emanate from any personalized and conscious sign-maker. To illustrate this, Peirce mentioned “such signs as symptoms of disease, signs of the weather, groups of experiences serving as premisses, etc.” (MS318:56-57,1907). But a sign is no sign unless there is some interpreter interpreting it as such – “capable of somehow ‘catching on’” (MS318:205,1907) – if not really then at least potentially. A sign which for whatever reason is unable ever to be interpreted can not really be considered a sign in the semiotic sense. Thirdly, the utterer and the interpreter inside the translator’s mind are engaged in a dialectic relation evolving over time, a dialogue, half internal and half external, in which the translator/utterer is subordinate to the translator/interpreter; yet the performance of both “roles” by the one translator is clearly dominated by that of the interpretant-sign – that is, the interpretant turning again the sign, or the sign as it is being transformed into an interpretant.

As opposed to Saussurean-based linguistics semiotics, with its emphasis on sign production, pragmatic semiotics (that is, semiotics in the Peircian tradition) proceeds to the contrary and manifests itself first and foremost as a theory of sign interpretation. The sign as Peirce conceived it is, in contradistinction to its Saussurean counterpart, not defined in terms of an utterer and/or interpreter, but in terms of its relations – with itself, with its object, with its interpretant. Through semiosis, the sign deploys its meaning; its full meaning is thus knowable, “although it may lie only at the ideal and infinitely distant terminus of inquiry” (Savan 1983:6). Sign action and sign interpretation are not necessar-

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ily determined by a human utterer or interpreter: Peirce’s semiosis is self-generating triadic action. As all semiotic signs, the text-sign interpretation are not necessarily determined by a human utterer or interpreter: Peirce’s semiosis is self-generating triadic action. As all semiotic signs, the text-sign is a living agency actively seeking to realize itself through some interpreting mind rather than passively waiting to be realized by it, as is the case in linguistic semiotics. One reason why the Peircean concept of text-sign may at first seem fanciful is that it diminishes the significance of the reader/interpreter/translator. In a Saussurean-inspired text-semiotics, the latter is customarily looked upon as the sole discourse-producing subject, as the one agency giving the text-sign its pragmatic, Peircian paradigm, the presence of an interpreter is somehow subsumed but at the same time de-emphasized.

This means that the active mediating role in the kind of semiosic action ordinarily called translation is played not by the translator, as is commonly thought, but by the autonomous action itself through which the sign gets to realize its meaning. Peirce wrote about thought and the thinking person that thought thinks in man rather than man in it (CP:5.289,n.1=W2:227,n.4,1868), and

[T]he idea does not belong to the soul; it is the soul that belongs to the idea. The soul does for the idea just what cellulose does for the beauty of the rose; that is to say, it [the cellulose] affords it [beauty] opportunity. (CP:1.216,1902)26

Applied to the translation situation this means that the translator is merely instrumental in making sign-action possible; he or she is used (that is, acted upon, influenced) by the sign. Therefore it would be a misconstrual of the facts to hold, as is generally done, that the sign is translated by the translator, because it really translates itself27. The translator does not

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address the text-sign; the text-sign addresses the translator. And the translator is not addressed as a flesh-and-blood person but as a mind (that is, as a sign). The sign addresses, in the interpreter’s memory, “a particular remembrance or image” which is “the mental equivalent” of that sign – in short, its interpretant (W1:466,1866). “The whole function of the mind is to make a sign interpret itself in another sign” (MS1334:44,1905). Of course, the translator may be a Marxist, a woman, an Italian; but at the moment of translating one is, if not simply the “site being traversed by words” which Barthes postulated, certainly not a calculus of ideological or sexual or national sentiments. The text-sign must be seen as a living organism requiring translation for its survival and actively seeking a receptive mind capable of generating interpretants; without interpretive response the text-sign would die and disappear.

The relevance of this semiotic transaction to machine translation is obvious. To be sure, Peirce envisioned, in 1905, the possibility of translation by a mechanical device – non-human but programmed by a human mind. He wrote:

. . . if we had the necessary machinery to do it [translation], which we perhaps never shall have, but which is quite conceivable, an English book might be translated into French or German without the intervention of translation into the imaginary signs of human thought . . . Supposing there were a machine or even a growing tree which. without the interpolation of any imagination were to go on translating and translating from one possible language to a new one, . . . (MS283:97-98,1905)

The translator is thus for Peirce essentially a passive medium in the translational business, which he or she (like Peirce’s “growing tree”) can

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influence only peripherally.
Embodying the (above-mentioned) idea that thought thinks in man rather than man in

it (CP:5.289,n.1=W2:227,n.4,1868), the translator is “carried in spite of [him- or herself] from one thought to another” (CP:1.384,1890-1891). Peirce’s deemphasis of the personal interpreter bears on his (still somewhat mysterious) “man is a sign equation (CP:5.314=W2:241,1868). In Peirce’s semiotic aphorism, man is considered as much as a symbol, a process of communicating, knowing, and learning, as is the sign itself; consequently, all terms involved in the semiosic process are signs. Neither the utterer nor the interpreter can function as autonomous agencies under the umbrella of semiosis. They are as much signs convertible into one another within this communicative relationship, as the sign uttered and/or interpreted somehow needs them for its existence. By this token, signs of all kinds interpret themselves by themselves, man interprets man, man interprets signs, and signs man, all in an irreversible self-organizing generative system which constantly renews itself28. This makes the pragmatic process of carrying ideas (that is, thought-signs), as opposed to being carried by them, into a sort of contractual relationship29 in which

. . . men and words reciprocally educate each other; each increase of a man’s information involves and is involved by, a corresponding increase of a word’s information. (CP:5.313=W2:241,1868)30

While “[e]very utterance naturally leaves the right of further exposition in the utterer” (CP:5.447,1905), at the same time the interpreter enjoys what Peirce significatively called the “privilege of carrying its [the sign’s] determination further” (CP:5.447,1905). Being a term subsumed by the triadic sign-process, the translator-sign is only given a limited freedom of interpretive action. As Peirce stated, “a sign which should make its interpreter

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its deputy to determine its signification at his pleasure should not signify anything, unless nothing be its significate” (CP:5.448,n.1,1906). By this shrewd but slightly malicious observation, Peirce obviously meant more than that interpreters/translators, when left to their

own resources, are capable of, and indeed prone to, producing non-sense. Peirce’s remark that “the barbaric conception of personal identity must be broadened drives home the fact that

All communication from mind to mind is through continuity of being. A man is capable of having assigned to him a rôle – no matter how humble it may be, – so far he identifies himself with its Author. (CP:7.572,c.1892)

A translator in Peirce’s intellectual spirit leads therefore a “problematic existence” (CP:2.334,c.1895): he or she is not so much an individual expert who may pretend to know all the answers, as he or she needs to be a dedicated student of what transpires in the semiosis in which he or she participates. The truly Peircian translator is intrigued, fascinated, or puzzled by the sign in front of him or her, even in love with it. By the same token, the translator’s mind needs to be open and subject to semiosis – that is, committed to growth and engaged in an ongoing learning-process. it must submit itself unreservedly to the sign’s attractive force, inspired by what can rightly be called “creative Love”, as opposed to self-love (Henry James, William James’s father, quoted in Murphey 1961:351;see also CP:6.287,1893).

The erotic overtones of this imaginery are hardly coincidental. They serve to highlight the fact that the translator is to some degree a devotee of the sign, one whose desire consists in unconditional surrender to its needs and desires, rather than looking in the text-sign for opportunities to show off his or

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her own skills and talents. Whereas love of self is, for Peirce, a mere euphemism for greed (CP:6.291,1893), creative love is, in accordance with Peirce’s agapastic theory of evolution with its roots in the gospel of St. John, the same as his “evolutionary love”,

. . . which teaches that growth comes only from love, from I will not say self-sacrifice, but from the ardent impulse to fulfill another’s highest impulse. Suppose, for example, that I have an idea that interests me. It is my creation. It is my creature; . . . it is a little person. I love it; and I will sink myself in perfecting it. It is not by dealing out cold justice to the circle of my ideas that I can make them grow, but by cherishing and tending them as I would the flowers in my garden. The philosophy we draw from John’s gospel is that this is the way mind develops . . . (CP:6.289,1893)31

This, too, is synechism, the evolutionary principle of inquiry, which, applied to the translator’s (or any other investigator’s) mental attitude, concentrates upon facts not as isolated phenomena, but as embodying “a true continuum . . . whose possibilities of determination no multitude of individuals can exhaust” (CP:6.170,1902). In this fashion, then, the translator partakes of a metaphysical cosmology in which meaning-potentialities, relationships, and generalities informing the sign are established which would escape the anatomically-oriented mind.

I hope to have made clear that in tandem with this conception of the role of the translator as disinterestedly performing a labor of love, translation as semiosis finds a whole new and exciting expression32.

Concluding remarks

A turn away from the linguistic approach to translation, and a return (following Peirce and in the company of Jakobson, Steiner, and others) to a philosophical perspective on the phenomenon of translation, makes the whole perennial discussion regarding the “fidelity” or “infidelity” of a translation (as it is often called with a moralizing flavor) redundant, and sheds a wholly new

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light upon the epistemology of its “truth”. These ideas are no longer in order in a theory of translation which aims not at the reproduction of meaning (without, however, losing its normative and purposive character) but at the embodiment and deployment of a sign’s meaning-potential.

Translators shall accept the compliant role and be considered as bare and anonymous minds. In the epigraph of this chapter I mentioned the old cliché, traduttore traditore, and Jakobson’s timely remarks upon it. Perhaps traditore may be taken here positively, in its etymological sense – which would make the translator a neutral transmitter of the message. Perhaps also, translators should be able and willing to sabotage their “traditional” duties, to display deviant behavior, and to engage in the creative, or simply deceptive, “paradox of betrayal by augment” (Steier 1975:298), and also betrayal by reduction or distortion. Otherwise what they may produce are transliterations, dead replicas of the original. To the degree that a translation is a mere simulacrum it only serves to stifle semiosis, because it weaves patterns in which likeness, or even sameness, is a recurrent motif. Modelling in translation needs to be speculative, by suggesting a hypothesis. It makes its start from facts, but without, at the outset, having any particular theory in view. It aims to propose the construction of a prognostic model, but it must do so guided by instinctive “reason”. This is not the oxymoron it looks like at first blush. Let me therefore propose traduttore abduttore as a new adage suited to reflect what should, in a Peircian philosophy of signs, be the primary concerns of the translator. This makes semiosis, translational or otherwise, perhaps a risky game, but never a trivial pursuit. For the translation of texts, it is the breath of life.

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Notes

Dinda L. Gorlée

EQUIVALENZA, TRADUZIONE E IL RUOLO DEL TRADUTTORE

«If we were to translate into English the traditional formula Traduttore traditore as ‘the translator is a betrayer’, we would deprive the Italian rhyming epigram of all its paronomastic value. Hence a cognitive attitude would compel us to change this aphorism into a more explicit statement and to answer the questions: translator of what messages? Betrayer of what values?»

(Jakobson 1959:238)

Introduzione

Nei capitoli precedenti ci siamo imbattuti in alcuni temi chiave della teoria della traduzione che meritano a questo punto di essere esaminati. Nonostante le discussioni di lunga data tra teorici della traduzione proprio riguardo a questi temi, sembra che al momento non si riesca a trovare un accordo. Tuttavia si potrebbe affermare senza farne un dramma che l’accurata e

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continua discussione di questi argomenti controversi da varie angolature metodologiche è decisiva per l’evoluzione armoniosa del campo interdisciplinare (o meglio, transdisciplinare) della teoria della traduzione. Se si può mostrare – come mi propongo di fare io in queste pagine – che la filosofia dei segni di Peirce getta nuova luce su questi problemi, il mio contributo qui sarà determinante, per lo meno in modo modesto, per portare la discussione verso un consenso, un accordo di opinioni in spirito peirciano.

Permettetemi allora di prendere come esempi illustrativi dell’attinenza della semiotica peirciana con la traduzione i seguenti argomenti: (1) l’equivalenza tra prototesto e metatesto, (2) il processo traduttivo e le sue fasi e (3) il ruolo del traduttore all’interno del processo traduttivo.

L’equivalenza

Per equivalenza si intenderà qui la stipulazione, ricorrente in qualsiasi testo nella teoria della traduzione, tra l’identità del prototesto e quella del metatesto tra codicii. Innanzitutto, diversi studiosi di traduzione usano il concetto di equivalenza in vari sensi. Koller (1992:214-215) cita, tra gli altri, il «closest natural equivalent» di Nida, il «möglichst äquivalenter zielsprachlicher Text1» di Wilss e il termine di Jäger «kommunikativ äquivalent2». Il quadro è ulteriormente offuscato dalle varie qualifiche date al termine, che spesso viene usato non in senso meramente descrittivo (ossia, oggettivamente), bensì come un requisito a priori che un testo dovrebbe soddisfare per qualificarsi come traduzione adeguata. Le varietà di equivalenze proposte dalla critica della traduzione sono davvero

1 Letteralmente, testo in lingua d’arrivo il più equivalente possibile [NdT]. 2 Equivalente comunicativo [NdT].

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sorprendenti: oltre a «equivalenza traduttiva», il termine apparentemente più generaleii, è possibile trovare «equivalenza funzionale», «equivalenza stilistica», «equivalenza formale», «equivalenza testuale», «equivalenza comunicativa», «equivalenza linguistica», «equivalenza pragmatica», «equivalenza semantica», «equivalenza dinamica», «equivalenza ontologica» e così via; per non parlare dell’uso ostentatamente libero di termini correlati quali uguaglianza, invarianza, congruenza, somiglianza, isomorfismo e analogia.

In questo panorama di, sembrerebbe, totale confusione terminologica e concettuale, è tuttavia chiaro che in genere prototesto e metatesto vengono idealmente messi in una corrispondenza di uno-a-uno, intendendo con ciò che devono essere considerati codificazione di un’informazione, logicamente e/o situazionalmente intercambiabili – essendo ovviamente il «nucleo invariante» «solo un costrutto ipotetico» (Toury 1978:93)iii. Tuttavia, da un punto di vista semiotico ciò sembrerebbe un errore o per lo meno una grossolana semplificazione dei fatti. In proposito Jakobson ha affermato (1959:233): «L’equivalenza nella differenza è il problema cardine della lingua e la preoccupazione principale della linguistica», e quindi della traduzione. Nel lessico semiotico generale si direbbe che sia il prototesto, sia il metatesto sono segni che formano parte di una catena semiosica – una sequenza di segni interpretativi. Tuttavia, diversamente dalla pretesa di intercambiabilità, la traduzione deriva ed è causata (Peirce ovviamente direbbe «è determinata») dall’originale; è il suo segno-interpretante. Se entrambi i segni vengono separati dalla sequenza semiosica infinita e studiati singolarmente, l’originale dei due è il segno primario, sia temporalmente, sia logicamente. L’interpretante non è l’imitazione di una struttura immanente del segno o dell’oggetto, e nemmeno una struttura arbitraria imposta all’oggetto dall’esterno. È la legge o l’abitudine (debole o forte) attraverso cui segno e oggetto diventano correlati affinché possa verificarsi un effetto semiosico. Il segno- azione che funge da mediatore, una volta messo in moto, è un processo di traduzione del

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segno ricorsivo ma irreversibile. Ciò implica che, nel senso inteso qui, non sarà possibile una ri-traduzione: la situazione pre-semiosica non può essere ripristinata. Ciò rende paradossale l’idea di intercambiabilità tra metatesto e prototesto. In realtà la semiosi non ha cambiato considerevolmente solo il segno originale; offre anche, forse, una nuova conoscenza dell’oggetto dinamico (in senso peirciano) a cui entrambi i segni si riferiscono – anche se indirettamente e in modo incompleto.

Ridurre la traduzione di segni, linguistica o non, a imitazione o a un processo di rispecchiamento [«mirroring»] è rispondere a nient’altro che alla Primità del segno, ossia atrofizzare tutto il suo potenziale significante. Ovviamente una traduzione è più di un’ipoicona – un sinsegno iconico o un altrimenti degenerato Terzo (Gorlée 1990). Da un punto di vista semiosico, la conservazione solertemente perseguita di ogni sostanza semiotica – intendendo con ciò informazioni, idee o contenuti (solo per citare alcuni dei termini usati comunemente) – è oltremodo irrilevante e controproducente per ciò che dovrebbe interessare la traduzione, cioè il confronto arricchente tra uguaglianza e alterità: «du Même et de l’Autre» (Ladmiral 1979:209)iv. La vera semiosi è una generazione e ri- generazione non meccanica, e per questa ragione è il contrario della mimesi: «Anzi, l’esatta conformità starebbe nel conflitto totale con la legge [dell’abitudine]; poiché cristallizzerebbe all’istante il pensiero e impedirebbe la formazione ulteriore dell’abitudine» (CP:6.23,1901).

Qui è giusto citare una tradizione all’interno della linguistica, il relativismo linguistico di Humboldt (1767-1835), che si opponeva precedentemente a ciò che si può chiamare la concezione invalsa (secondo la quale vengono stabiliti rapporti fissi tra parola e mondo), preannunciando così la versione dinamica di Peirce dell’indeterminatezza del significato, le ipotesi di Sapir-Whorf e anche alcuni dei concetti di Chomsky. Mi riferisco qui all’

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adagio di Wilhelm von Humboldt, che fu successivamente abbracciato (seppur mai spiegato) da Chomsky – il quale, nei suoi primi scritti lo chiamò «creatività», o a volte «open-endedness» – per quanto riguarda la capacità dei linguaggi di «fare un uso infinito di mezzi finiti». (Sebeok 1991:29)

Questa visione “alternativa” di Humboldt si rivela particolarmente interessante nelle discussioni sulla traduzione perché avrebbe poi ispirato, esplicitamente e/o implicitamente, la visione “olistica” sulla traduzione letteraria iniziata da Holmes e successivamente sviluppata da Toury e altriv. Quest’approccio avrebbe portato, nonostante la sua focalizzazione su un tipo particolare di traduzione – la traduzione dell’arte verbale – , o forse proprio grazie a essa, una ventata di vitalità in quello che era diventato un approccio piuttosto sterile da parte della linguistica tradizionale. Secondo la concezione relativistica del linguaggio verbale, linguaggi differenti corrispondono a visioni del mondo differenti. Dal punto di vista dei diversi linguaggi, la realtà non è sentita com’è “realmente”, ma com’è plasmata, riflessa – soggettivamente, omogeneamente, ma in modo vario – ne, e da, i diversi linguaggi.

Sebbene Humboldt venga spesso considerato il fondatore della linguistica generale, il suo ruolo da pioniere nella semiotica linguistica ha ricevuto uno scarso riconoscimento (Schmitter et alii 1986:317). Ciò è probabilmente dovuto (come indicato da Trabant 1986) alla focalizzazione sulla lingua di Humboldt, diventato problematico in un momento in cui le discussioni segno-teoriche, seguendo Peirce, si stanno allontanando dall’“imperialismo linguistico” e stanno andando verso una prospettiva semiotica che pone il verbale e il non verbale in un continuum, essendo il primo superiore al secondo senza però basarsi su di esso. Non a caso, Humboldt riteneva non solo che il linguaggio fosse un sistema di segni

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inventati dalla società e intrinsecamente arbitrari, ma anche che avesse un aspetto iconicovi. Anticipando, a quanto pare, la dicotomia di Saussure langue-parole, Humboldt fece una distinzione tra lingua come ergon (teoria, un corpus trasmesso per iscritto o oralmente) ed energeia (pratica, un’attività verbale). Mentre quest’ultima costituisce e alimenta la prima, essa – l’energeia – è per Humboldt l’essenza della lingua stessa. La lingua non consiste solo in un’interezza sistematica e legata alle regole, ma anche in energie, e questo principio interattivo dinamico eleva la lingua allo status semiotico (o meglio, semiosico) di espressione del pensiero. La cosiddetta «antisemiosi» della lingua di Humboldt (Trabant 1986:69-90) si opponeva a una semiotica linguistica solo in quanto quest’ultima limita le sue considerazioni alla natura arbitraria e convenzionale dei segni della lingua, in questo modo «uccidendo . . . tutto il suo spirito e mandando in esilio tutta la sua vitalità» (Humboldt in Trabant 1986:72; trad. mia). Infatti, per Humboldt (come successivamente sarebbe stato, anche se in un paradigma più radicalmente evoluzionista, per Peirce), un «organismo» vivente (Nöth 1990:201), un sistema di segni essenzialmente semiotico, una processualità irreversibile, in cui l’uomo stabilisce legami variabili tra la lingua e i

fenomeni del mondo che lo circonda.
La connessione di ciò con la traduzione/interpretazione nel senso di Peirce dovrebbe

essere chiara. Peirce stesso usava il termine «equivalenza» riferendosi in particolare all’interpretante. Questo mostra che per lui equivalenza non era sinonimo di corrispondenza uno-a-uno, come nella Primità (iconicità) e, in modo diverso, nella Secondità, ma del tipo di corrispondenza uno-a-molti che si ottiene ogni qualvolta un segno «dà vita» a un interpretante (o meglio a una serie di interpretanti). Due segni che sono infatti dinamicamente equivalentivii possono essere logicamente derivati uno dall’altro. Peirce si sforzava sempre di riuscire a esprimere esattamente ciò che intendeva con la sua equivalenza dinamica che si verifica nella semiosi:

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Un segno . . . è un oggetto che è in relazione al suo oggetto da un lato e a un interpretante dall’altro, in modo da portare l’interpretante in relazione all’oggetto corrispondente alla sua stessa relazione con l’oggetto. Potrei dire «simile alla sua stessa»[,] in quanto una corrispondenza consiste nella somiglianza; ma forse la corrispondenza è più ristretta. (PW:32,1904).

Nella sua famosa definizione del segno, Peirce ha affermato che il segno crea nella mente della persona a cui è indirizzato un «segno equivalente, o forse un segno più sviluppato» (CP:2.228,1897). Altrove ha notato: «Un equivalente di una proposizione è la stessa proposizione materializzata in modo differente. Perché la proposizione consiste nel suo significato» (MS599:62,c.1902); ciò implica che non è in che lingua o codice un testo-segno è, ma quale significazione ha, a essere il punto interpretativo (ossia traduttivo). Che il concetto d’equivalenza di Peirce sia teleologico (ossia governato dalla Terzità) è ulteriormente messo in evidenza dalla sua affermazione che «due segni i cui significati siano equivalenti

in tutti i casi possibili sono assolutamente equivalenti» (CP:5.448,n.1,106; enfasi aggiunta).

L’equivalenza qualitativa

Osserviamo più da vicino le idee di Peirce sull’equivalenza usando un altro approccio. Dovrebbe essere ormai chiaro che l’equivalenza traduttiva non può essere identificata, o per lo meno, non totalmente, con un’equazione algebrica o un altro segno di Primità. Discutendo diverse serie di diagrammi, Peirce ha appurato che «ogni equazione algebrica è un’icona nella misura in cui mostra mediante i segni algebrici (che non sono loro stessi icone) le relazioni delle quantità esaminate» (CP:2.282,c.1893). Dopo aver fornito questa citazione da Peirce, Jakobson ha aggiunto quanto segue:

Ogni formula algebrica pare un’icona, «resa tale dalle regole della 56

comunicazione, dell’associazione e della distribuzione dei simboli. Pertanto, l’«algebra non è che una sorta di diagramma», e la lingua non è che un tipo di algebra». Peirce ha immaginato in modo vivido che «la disposizione delle parole nella frase, ad esempio, deve servire come icone, in modo che la frase possa essere compresa». (Jakobson 1971b:350)

Ora, ciò vale senza dubbio per la costruzione fisica di intere frasi e serie di frasi. E in questo senso due segni linguistici, ognuno espresso in un codice differente, possono condividere la stessa struttura globale esterna delle loro parti, e quindi derivare dallo stesso modello, la fonte comune stessa che rimane tacita. Anche in questo senso, un testo e la sua traduzione (entrambi segni linguistici compositi), presi assieme, potrebbero essere considerati come un costrutto duale auto-riflessivo; non hanno bisogno d’altro oltre a sé stessi per essere riconosciuti e compresi come segni che hanno in comune una serie di importanti qualità – proprietà sensoriali e/o materiali. È facile immaginare che testi quali un sonetto, un contratto di matrimonio o la relazione di un messaggero di corte abbiano alcune importanti caratteristiche fisiche in comune con le loro rispettive versioni tradotte – caratteristiche interne ai segni che potrebbero anche essere apprezzate senza conoscere le lingue coinvolteviii. Tali caratteristiche comuni sono estratte dalla realtà esterna ai segni e possono verificarsi, in una forma o in un’altra, in tutti i codici, linguistici o non linguistici. Ad esempio, nel caso dei testi-segni, il testo primario e la sua traduzione possono rivelare una pari lunghezza, distribuzione di paragrafi, struttura della rima e/o uso della punteggiaturaix. Tali caratteristiche li rendono immediatamente riconoscibili come segni simili – simili, cioè, nella “sensazione”, il “tono” o in altre «qualità del sentire» (come direbbe Peirce).

Se entrambi i segni (quello tradotto e quello che traduce) sono considerati morfologicamente, sintatticamente ecc. simmetrici (in altre parole, reciprocamente

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convertibili oltre le barriere dei codici), ciò è fatto senza considerare come si dovrebbe che uno è l’antecedente e l’altro il conseguente. Tuttavia il rapporto gerarchico essenziale che determina che l’uno sia l’interpretante dell’altro e non viceversa non può essere negato. L’equivalenza traduttiva deve sempre essere una faccenda diacronica (per usare un termine di Saussure). Inoltre, da un segno è possibile ottenere vari equivalenti quasi sinonimi (con termini reciprocamente non coerenti). Ciò significa che il segno e il suo equivalente segno interpretante possono essere considerati solamente un’altra controparte nella misura in cui la loro segnità nel suo aspetto di Primità sia oggetto di studio. Io propongo di chiamare quest’equivalenza riferita ai segni in sé «equivalenza qualitativa».

L’equivalenza referenziale

Avendo delineato l’equivalenza qualitativa tra un segno e il suo segno interpretante potremo ora considerare l’equivalenza derivante dalle altre categorie di Peirce: la Secondità, la categoria dell’oggetto, e la Terzità, quella dell’interpretante. Gli aspetti dell’equivalenza dei segni prodotti dalla Secondità e la Terzità saranno chiamati rispettivamente «equivalenza referenziale» ed «equivalenza significazionale». I tre aspetti dell’equivalenza assieme potrebbero quindi esser chiamati equivalenza semiotica (o, per essere più precisi, semiosica). Questo verrà spiegato nei paragrafi successivi.

Per quanto riguarda l’equivalenza referenziale tra segno e segno interpretante, è necessario operare una distinzione tra la relazione “di stare per” sul piano dell’oggetto immediato e su quello dell’oggetto dinamicox. Essendo l’oggetto immediato l’idea richiamata direttamente da un particolare uso dei segni, è conoscibile solamente mediante il segno. In contrapposizione agli aspetti qualitativi del segno (Primità in senso stretto), la relazione dell’oggetto di segno immediato rappresenta la Primità della Secondità; si concentra sul referente o i referenti del segno a livello di codice. Ovviamente il segno può essere inserito in qualsiasi codice o sistema di segni, verbale o non verbale; e il suo oggetto

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immediato è dato dalla manifestazione esibitiva, ostensiva o verbale (a seconda del codice) del segno. L’interprete vede l’oggetto solamente fintanto che il segno lo riflette. Senza una precedente conoscenza del codice in cui si trova il segno non è possibile conoscere il suo oggetto immediato, tanto meno valicare il santuario interiore della sua significazione più “profonda”.

La traduzione implica almeno due codici: un codice emittente e uno ricevente. Affinché un segno in un codice sia una traduzione di un segno in un altro codice, i rispettivi oggetti immediati non devono essere gli stessi. Poiché l’oggetto immediato è «l’idea su cui è costruito il segno» (MS318:70,1907), in ogni codice viene rappresentato diversamente. L’oggetto immediato sarà soggetto a cambiamenti nella e attraverso la semiosi intercodice della traduzione. In tandem con l’equivalenza sul piano del segno, anche qui la «sameness» non è un requisito necessario, né a microlivello (come, nella lingua, la corrispondenza parola per parola o frase per frase), né a macrolivello (ossia, quello testuale); e anche qui l’equivalenza deve essere intesa in senso lato, come il tipo di «sameness» “ampia” creata attraverso qualsiasi tipo di interpretazione semiosica. Ciò non implica che non sia cruciale per entrambi i segni (quello primario e quello tradotto) dare, mediante i loro oggetti immediati, degli «indizi» [«hints»] (come li chiamava Peirce), il cui studio accurato nei loro contesti deve portare alla stessa idea di base – l’oggetto comune “reale” o “dinamico”, che sta esso stesso all’infuori della relazione segnica e pertanto non è tradotto.

Farò ora un esempio a riguardo. Tradurre l’espressione spagnola cortar el bacalao con un’espressione identica a livello dell’oggetto immediato crea un’equivalenza se l’espressione ricorre, ad esempio, in una ricetta di pesce. Ma se l’espressione si riferisce, in senso figurato, alle strutture di potere, l’identità a livello dell’oggetto immediato sarebbe un’interpretazione errata e una distorsione della realtà dei fatti indicati dal e nel codice. L’oggetto immediato è perciò un criterio di significato referenziale, ma che necessita di essere integrato da informazioni contestuali. Normalmente un segno non funziona nel

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vuoto, ma è inserito in un ambiente comunicativo che fornisce indicazioni linguistiche, referenziali, ideologiche ecc. per una corretta interpretazione. È solo all’interno di un contesto del genere che l’interprete può essere portato dall’oggetto immediato verso l’oggetto dinamico – il sentimento, la cosa, l’evento, il fenomeno, il pensiero o il concetto reale che crea la relazione segnica ma ne rimane indipendente.

L’oggetto dinamico stesso è assente e rimane all’infuori dell’evento semiosico. È il Secondo sotto l’aspetto della Secondità; e, in quanto “doppio Secondo”, è conoscibile solamente attraverso l’oggetto immediato, che, come accennato, è la forma percepibile esteriore in cui l’oggetto si manifesta nel segno. Per riuscire a capire l’oggetto dinamico di un segno si può solo provare a intuire, studiare e cercare di capire cos’è implicato dall’oggetto immediato. Ciò richiede, secondo Peirce, «esperienza», «osservazione collaterale» (reale o immaginaria) e doti come «fantasia e pensiero» (MS318:77,1907). L’oggetto dinamico corrisponde al totale ipotetico della somma di tutte le circostanze dell’oggetto immediato legato ai segni, il cui segno primario e segno tradotto sono due circostanze espresse in (sotto)codici diversi più che con oggetti immediati diversi.

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«Nessuno può comunicare un’informazione a un’altra persona senza riferimenti a esperienze comuni con la persona a cui ci si rivolge» (NEM3,2:770,1900). Come ogni altra forma di comunicazione, la traduzione è un’azione di segni all’interno di un universo fisico di interazione sociale. L’esistenza di un terreno d’esperienza comune è un elemento cruciale per la comunicazione: senza di questa l’accesso alla conoscenza di ciò che il messaggio davvero significa (il suo oggetto dinamico) è bloccato. Più l’esperienza collaterale è condivisa liberamente e direttamente con l’interlocutore in una situazione comunicativa, tanto più efficiente è la comunicazione. Peirce ha scritto:

Entro in un negozio di mobili e dico che voglio un «tavolo». Mi baso sul presupposto che io e il negoziante abbiamo vissuto esperienze reattive che, per quanto diverse, sono state talmente collegate da esperienze reattive da renderle quasi le stesse, cosicché «tavolo» gli suggerisce, così come a me, un mobile con una superficie piana di un’altezza a cui una persona ci si possa comodamente sedere a lavorare. (NEM4:259,c.1904)

In altre parole, «quando ci sono sia un parlante, sia un’interprete, [l’oggetto dinamico del segno] è quello che il parlante ha in mente, ma che non gli occorre esprimere perché sa bene che l’interprete capirà che si sta riferendo a quello senza che lo dica» (MS318:69,1907).

Per lo stesso motivo, affinché la comunicazione intercodice sia efficace, è essenziale che coloro che stanno comunicando, sebbene appartenenti a codici diversi, abbiano acquisito e posseggano, anche implicitamente, una conoscenza comune dei fenomeni del mondo nelle loro differenti espressioni semiotiche.

Ovviamente, è più semplice arrivare a conoscere un oggetto dinamico che abbia una relazione indicale con il segno che non uno che sia un’icona o un simboloxi. Ciò che questi

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ultimi hanno in comune e che li distingue dai Secondi è la loro generalità. I segni i-

conici mostrano possibili attributi, non collegati tuttavia ad alcunché di esistente; i segni simbolici danno regole generali, applicabili ma non ancora applicate a un caso particolare; mentre i segni indessicali sono istanze di segno che rappresentano icone e sono governati da simboli.

Ora, sebbene il segno primario e il segno interpretante tradotto abbiano oggetti immediati differenti, i loro oggetti dinamici dovranno sempre essere esattamente gli stessi, per lo meno idealmente. Tuttavia, anche la loro identità è relativa, essendo comunque in parte il risultato di un’interpretazione, di una procedura inferenziale. In altre parole, la relazione tra i due deve essere mediata da una semiosi che renda possibile per l’uno essere una conseguenza logica dell’altro. Prima di imbarcarci in un’ulteriore analisi dell’argomento cercherò di spiegare da un punto di vista leggermente diverso la connessione tra rappresentazione dei segni e interpretazione dei segni.

Ampiezza, profondità, informazione

Le relazioni di “stare per” e “stare a” del segno devono essere considerate assieme a uno scopo preciso: introdurre una serie di concetti che, sebbene siano ancora connessi al segno e al codice in cui è inserito, sono specificamente attinenti alle sue relazioni esterne. A questi concetti si è dedicato Peirce quando era un giovane lettore all’università, in modo particolare nel suo saggio Upon logical comprehension and extension (W1:454-471, 1886xii). Non provo nemmeno a dare un resoconto esaustivo del pensiero di Peirce qui, ma mi limito alle idee direttamente legate al tema principale.

Seguendo una tradizione che si perpetua da lungo tempo, Peirce ha affermato nella Lowell Institute Lecture VII sopraccitata che una parola (o qualsiasi altro simboloxiii) ha due

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diverse dimensioni logiche che, come da lui dichiarato in un manoscritto successivo, «sono ugualmente applicabili . . . a . . . tutti i tipi di segno» (MS200:49,1907). Una di queste dimensioni logiche è l’«estensione», «denotazione» o «ampiezza»; l’altra è la «comprensione», «connotazione» o «profondità». Nonostante questi concetti siano espressioni standard della logica sin dai linguisti di Port Royal, è sempre mancata loro una designazione precisa. Peirce ha proposto di adottare, come definizioni più funzionali, ampiezza e profondità logica.

L’ampiezza logica, o denotazione, di un termine mette il termine in relazione al mondo. Indica gli individui o oggetti (reali) a cui il termine si riferisce e che causano il suo uso. La profondità logica, o connotazione, si riferisce al contenuto di significato di un termine, gli attributi o le qualità che gli possono essere attribuiti, alle «possibilità che si immaginino o si giudichino essere realizzate» in quegli individui (MS200:49,1907). La parola non solo costringe una mente interpretante a riconoscere la cosa, il fenomeno, l’evento o la relazione da essa indicata o designata, ma viene anche formata e influenzata dal suo designatum, o oggetto; e, infine, «Tutto deve essere compreso o più rigorosamente tradotto con qualcosa (W1:333,1865). Si noti, tuttavia, che i due aspetti non sono ugualmente importanti: «Ogni simbolo denota connotando» (W1:272,1865), ha scritto Peirce, e «La denotazione è creata dalla connotazione» (W1:287,1865). Mentre entrambi gli aspetti della parola sono essenziali, la profondità, in quanto si riferisce all’azione che arricchisce il segno, ha priorità rispetto all’ampiezza, l’aspetto indicativo del segno. Come Peirce ha affermato successivamente (in una lettera non pubblicata alla sua ex allieva Christine Ladd-Franklin), «La profondità del segno non sembra essere altro che il suo sé migliore. Il segno è legato alla sua profondità . . . come un’idea a un ideale, come la memoria all’allucinazione vivida. . .» (MSL237:187,1902).

L’ampiezza logica fa a sua volta riferimento all’oggetto e la profondità logica nell’altro senso all’interpretante. Questi elementi duali nel segno producono quella che

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Peirce ha chiamato «informazione»xiv. Ogni qual volta un segno viene interpretato, «produce sempre un aumento dell’estensione [denotazione, ampiezza] o della comprensione [connotazione, profondità] senza una corrispondente diminuzione dell’altra quantità» (W1:464, 1866). Per informazione Peirce intendeva la«quantità della comprensione [connotazione, profondità] che un simbolo ha e i limiti della sua estensione [denotazione, ampiezza]» (W1:287,1865). E aumento dell’informazione di un segno si risolve in «un incremento del numero di termini equivalenti a quel termine» (W1:287,1866). Ciò accade ogni volta che viene prodotto un nuovo equivalente; in altre parole, in ogni atto di traduzione/interpretazione del segno è generata nuova conoscenza (ossia, Terzità)xv.

Il seguente passo da Peirce, preso da un’opera successiva, può servire a chiarire quanto appena analizzato:

Un simbolo, una volta in essere, si diffonde tra i popoli. Nell’uso e nell’esperienza, il suo significato cresce. Parole quali forza, diritto, ricchezza, matrimonio hanno per noi significati molto diversi da quelli che avevano per i nostri antenati barbari. (CP:2.302,c.1895)

Prendiamo, ad esempio, l’occasione in cui, nella giurisprudenza, un giudice prende una decisione che crea un nuovo precedente in un certo tipo di caso; oppure, quando, nel diritto romano, si aggiunge una nuova legge al corpus delle leggi. Ciò che si verifica allora è un aumento delle informazioni. Il termine «diritto» può essere applicato a un nuovo oggetto, ma le sue caratteristiche di base rimangono le stesse. Di conseguenza, è aumentato in ampiezza, senza però aumentare in profondità. O immaginiamo una sposa novella convertita all’Islam rinchiusa in un harem. Il suo concetto di «matrimonio» ha probabilmente subito un cambiamento notevole. Sebbene l’istituzione matrimoniale sia la

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stessa che conosceva prima, ad essa è stata aggiunta una serie di nuove caratteristiche. Il termine «matrimonio» è rimasto costante nell’ampiezza, ma la sua profondità è aumentata. Anche in questo caso, le informazioni sono aumentate. «Diffondendosi tra i popoli» (CP:2.302,c.1895) (ossia, venendo interpretate, tradotte), le caratteristiche semiotiche dei simboli (parole, concetti ecc.) si sono sviluppate e ampliate.

L’equivalenza significazionale

Ispirato da questi pensieri e da altri simili, Peirce ha “inventato” il concetto di interpretante come lo vedeva lui:

Il processo di ottenere un equivalente da un termine è proprio un’identificazione di due termini precedentemente diversi. È, di fatto, il processo di nutrizione di termini mediante il quale questi ottengono tutta la loro vitalità e il loro vigore e producono un’energia quasi creativa – poiché essa ha l’effetto di ridurre il caos dell’ignoranza al cosmo della scienza. Ciascuno di questi equivalenti è la spiegazione di ciò che è avvolto in quello primario – sono i surrogati, gli interpreti del termine originario. Sono nuovi corpi, animati da quella stessa anima. Io li chiamo gli interpretanti del termine. E definisco la quantità di questi interpretanti informazione o implicazione del termine. (W1:464-465,1866)xvi

Dal punto di vista della logica evolutiva di Peirce, ogni traduzione rende l’implicito più esplicito, implicando così maggiori informazioni. Ciò è espresso chiaramente dalla sua affermazione «un segno è qualcosa conoscendo il quale si conosce qualcosa in più» (PW:31-32,1904). La crescita della conoscenza è accompagnata dall’aumento dell’ampiezza o della profondità. Non influisce sui fatti significati, né sui caratteri a essi attribuiti, che potrebbero essere veri o falsi (NEM:241,c.1904). Ma quando due segni sono equivalenti, denotano le stesse cose e hanno la stessa ampiezza logica. Possono dipendere, per il loro valore di verità, da una particolare profondità connotativa (come accadeva con l’interpretazione) oppure solo da quest’ampiezza denotativa.

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L’interpretante dovrebbe indicare le stesse cose o gli stessi fatti del segno primario e significare quelle cose e asserire quei fatti in modo simile. Ma è poco probabile che entrambe le relazioni rimangano costanti e invariate nel corso del tempo – in altre parole, nel corso di una serie di eventi semiosici di natura inferenziale. L’equivalenza, nel senso più

stretto, tra segno e interpretante è quindi logicamente impossibile: soffocherebbe la crescita della conoscenza, e questa crescita è esattamente il succo della produzione e dell’uso dei segni. Essendo per Peirce il nostro intero universo umano «perfuso, se non composto esclusivamente, di segni» (CP:5.448,n.1,1905), comunichiamo mediante segni, di cui produciamo un flusso costante di nuovi interpretanti, che interpretiamo ancora, e così via. Durante quest’infinito processo inferenziale vengono costantemente proposte, provate, soppesate, accettate, negoziate, difese, ignorate, tenute di riserva, rifiutate, ecc. nuove significazioni (e quindi nuovi valori di verità)xvii. Perciò all’oggetto è aggiunta nuova conoscenza. Conformemente alla massima pragmatica di Peirce, lo scopo ultimo di quest’esercizio rimane tuttavia ottenere una conoscenza totale del significato di un segno. Per riuscirci bisogna perseverare nel creare sempre nuove interpretazioni/traduzioni del segno, in modo da accedere, mediante il segno e il suo oggetto immediato, alla prima causa del segno, l’oggetto dinamico. Nell’ultima analisi, la traduzione, linguistica o di altro tipo, riguarda il mondo in cui viviamo, reale o immaginario, e le miriadi di modi in cui ne ricaviamo un senso creando equivalenti significazionali suoi e delle sue partixviii.

Il processo traduttivo

Vediamo un altro esempio di un problema della teoria della traduzione per cui è possibile trovare una soluzione inserendolo nella cornice della teoria

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peirciana dei segni. Il processo traduttivo stesso è stato spesso ma discutibilmente ipotizzato come uno scenario cronologico che comprende tre dei quattro stadi. Sarebbe interessante esaminare la natura e il ruolo di questi stadi alla luce del processo interpretativo di Peirce, da lui sistematicamente descritto come un processo di ragionamento triplice consistente nella produzione di tre successivi interpretanti.

In riferimento agli studi del processo traduttivo in sé, Toury avanza le seguenti con-

siderazioni che invitano alla cautela:

Poiché sappiamo molto poco dei meccanismi psicologici interni implicati nella traduzione, ogni singolo atto di questo tipo di attività assume la posizione di “scatola nera”, ossia un sistema aperto la cui struttura interna può essere indovinata o ricostruita per tentativi solo sulla base delle relazioni tra le entità stabilite come suoi input e output. (Toury 1986:1114)

Ora, più che un segno di umiltà intellettuale, le precedenti considerazioni mi sembrano richiedere un approccio peirciano verso il fenomeno della traduzione. È risaputo che Peirce, il logico, si opponeva radicalmente allo psicologismo – intendendo con ciò la dipendenza della semiotica dalla psicologia. Secondo lui, lo studio dell’azione dei segni non richiede una conoscenza dell’esatto meccanismo della mente umana. Questo non significa che Peirce ritenesse che la mente in quanto agente pensante (cioè, processore del segno) fosse irrilevante per la sua logica; piuttosto, è vero il contrario. «I am using mind», ha scritto Peirce tra il serio e il faceto,

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. . . as synonym of Representation; and mind that this mind is not the mind that the psychologists mind if they mind any mind. I think they mainly talk about consciousness, in the sense of the first category, and hypothetical arrangements in the brain3. (MS478:157,1903)

Invece della Primità, Peirce, il logico, ha studiato la Terzità; «Non il processo psicologico, ma la funzione logica» (MSL237:126,c.1900); non i contenuti della ‘scatola nera’, ma i processi inferenziali che portano dalle premesse alle conclusioni. Questi processi sono stati da lui chiamati i «modi di azione dell’anima umana» (CP:6.144,1892). Per Peirce, ogni pensiero intende mostrare come un segno porti razionalmente a un altro, significando così crescita e sviluppo. Essendo questo il principale oggetto di studio di Peirce, difficilmente egli avrebbe teso a imbarcarsi in seri studi sul fallimento, il deragliamento o la paralisi dei processi mentali, come sarebbe stato d’interesse per uno psicologoxix.

Ai fini della presente argomentazione è fondamentale ricordare che la semiotica così come la concepiva Peirce concerne la relazione logica tra un particolare segno da un lato, e il suo interpretante o segno tradotto dall’altro; e anche che questa relazione si può definire abduttiva, induttiva o deduttiva. Poiché il processo traduttivo è un processo mentale non aperto allo scrutinio diretto, Toury sembra sostenere (almeno nella suddetta citazione) che possa essere spiegato con l’abduzione. Mentre questa costituisce un’affermazione assolutamente valida, per Peirce sarebbe probabilmente stato un modo “pessimistico” di trattare i fatti della materia. Nonostante si basino sulle congetture istintive, le ipotesi abduttive sono spesso giustissime nelle loro spiegazioni dei fatti, pertanto il loro valore di verità non dovrebbe essere considerato troppo alla leggera. Inoltre, sbalzi abduttivi richiedono la verifica induttiva, la ricerca dei fatti mediante «esperimenti che portano alla luce i fatti stessi cui l’ipotesi alludeva» (CP:7.218,1901). Infine, l’induzione prepara il terreno per la deduzione, dato che lo sviluppo delle leggi regola i fatti e dà loro uno «scopo

3 Questo passo è stato lasciato in inglese affinché non venisse meno il gioco di parole con «mind» [NdT]. 68

o una fine» (MS292:13,c.1906). Per l’argomento in questione, le questioni sollevate da Toury sono tempestive, perché i tre tipi di ragionamento dipendono direttamente dalle categorie e devono essere considerati gli equivalenti, nella relazione logica dei segni, dei tre tipi di interpretanti logici che corrispondono alle tre fasi del processo traduttivo. Questo argomento sarà discusso nei paragrafi successivi.

Introduciamo prima, punto per punto, alcune delle idee riguardo alle fasi della traduzione, come profferite da diversi studiosi. In uno spirito molto orientato verso la prassi, Koller (1992:203-204) distingue tra tre «Arbeitsstufen4»: la «Rohübersetzung5» o traduzione a vita breve, l’«Arbeitsübersetzung6» o traduzione a vita media e la «druckreife Übersetzung7» o traduzione a vita lunga. I criteri di Koller sono qualitativi e corrispondono a una scala crescente di «Genauigkeit, Richtigkeit und Adäquatheit», accuratezza, correttezza e adeguatezza (Koller 1992:204). Come spiegato da Koller, la prima fase produce una prima stesura della traduzione a scopo e uso limitato. Il suo focalizzarsi sulla «Genauigkeit» o accuratezza significa che ci deve essere «Identität des Inhaltes8», ma in questa fase vengono ancora accettate violazioni delle regole morfologiche, sintattiche, fraseologiche, lessicali, stilistiche ecc. In una seconda fase della traduzione, vengono richieste «Genauigkeit und Richtigkeit», accuratezza e correttezza; può non contenere errori grammaticali, lessicali o stilistici. Infine, la traduzione «pronta per la stampa» di Koller è caratterizzata dalla triade «Genauigkeit, Richtigkeit und Ädequatheit» – accuratezza, correttezza e adeguatezza. Prodotto di solida ricerca e seria riflessione, è tesa a soddisfare le più alte norme e aspettative. Bisogna notare, tuttavia, che la progressione da, per così dire,

4 «Livelli di lavoro» [NdT]
5 «Traduzione appena abbozzata» [NdT]
6 «Traduzione di servizio» [NdT]
7 «Traduzione pronta per la stampa» [NdT] 8 «Identità del contenuto» [NdT]

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fedeltà all’originale ad accordo con il codice ricevente e infine accordo del tipo di testo tra prototesto e metatesto, imposta priorità singolarmente relative. Le tre fasi proposte da Koller per descrivere la qualità del lavoro del traduttore possono essere definite solo in relazione l’una con l’altra. Qui mancano criteri esterni di valutazione. Ciò riduce sensibilmente l’utilità del processo trifasico di Koller all’infuori della pura pratica della traduzione e della pedagogia.

Con alcune “speculazioni teoriche” necessarie, Toury propone una rappresentazione schematica della traduzione composta da quattro fasi:

(1) un’indispensabile scomposizione dell’entità iniziale fino a un certo livello variabile e l’assegnazione dei suoi costituenti a questo livello dello stato di “caratteristiche”;
(2) una selezione delle caratteristiche da mantenere, ossia l’assegnazione di rilevanza ad alcune parti delle caratteristiche dell’entità iniziale, da un punto di vista o un altro;

(3) il trasferimento delle caratteristiche rilevanti selezionate verso (un o più di un) confine semiotico più o meno definito.
(4) la (ri)composizione di un’entità risultante attorno alle caratteristiche trasferite, assegnando loro allo stesso tempo lo stesso o un altro livello di rilevanza. (Toury 1986:1114)

A differenza della proposta pratica di Koller che descrive la qualità del prodotto finito, il programma di Toury è altamente teorico e orientato verso un processo. Prerequisito di ciò è che il testo ab quo possa essere diviso in unità discrete, alcune delle quali possono quindi essere considerate pertinenti «da un punto di vista o un altro» (significative, in gergo semiotico) mentre altre non pertinenti (in quanto non significative). Solo le prime vengono quindi transcodificate, mentre il destino delle altre unità, evidentemente eliminabili, nella proposta di Toury rimane piuttosto oscuro.

Mi sembra quasi che nessuna parte del segno di un testo possa essere camuffato 70

senza praticare alcuna forma di erosione, mediante la quale la sostanza semiotica, nelle successive semiosi a cui è sottoposta, viene assottigliata anziché diventare sempre più ricca di contenuto, come vorrebbe Peirce. La nozione di pertinenza brandita da Toury è davvero un’arma pericolosa e indiscriminata. Potendo avere sia una deformazione ideologica, sia una intuitiva, o anche entrambe, lo scenario di Toury sembra più adatto a rispondere ai bisogni retorici che a portare al summum bonum, la verità così come la vedeva Peircexx.

In After Babel, Steiner propone un quadruplice «movimento ermeneutico, l’atto di elicitazione e di trasferimento appropriativo del significato» (Steiner 1975:296), che nella sua descrizione consiste in realtà in tre fasi e in una quarta fase illusoria. Nella prima fase c’è, secondo Steiner, «fiducia iniziale» nella significatività dell’«‘altro’ come alterità di affermazione non ancora sperimentata e mappata» (Steiner 1975:296) nel testo da tradursi. Tale «fiducia» «sarà normalmente istantanea e non controllata, ma ha una base complessa» (Steiner 1975:296). Dopo quella che assomiglia alla descrizione della Primità di Peirce, Steiner procede alla seconda fase della traduzione, in cui la fiducia iniziale è messa alla prova con il confronto, e la «manovra della comprensione [diventa] esplicitamente invasiva ed esaustiva» (Steiner 1975:298). Il testo è ora attaccato, per così dire, nella sua “alterità”, in un atto di aggressione in cui «‘rompiamo’ il [suo] codice . . . lasciando il guscio in frantumi e gli strati vitali spogliati» (Steiner 1975:298). Ora, ciò assomiglia notevolmente alla Secondità di Peirce. «La terza mossa» continua Steiner «è incorporante, nel senso forte della parola . . . incorporazione . . . [A]rriviamo a incarnare energie e risorse del sentire alternative» (Steiner 1975:298-299). Quest’ultimo processo di «appropriazione globale» può determinare un «addomesticamento completo, un sentirsi a casa» della traduzione nella sua nuova situazione; oppure la traduzione potrebbe avere acquisito in tale situazione una «stranezza e [una] marginalità permanente» (Steiner 1975:298). Il fatto che una traduzione possa funzionare sia come «assunzione sacramentale», sia come il suo contrario – un’«infezione» (Steiner 1975:299) – significa,

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per il critico, che manca ancora della

. . . sua quarta fase, il colpo del pistone, per così dire, che completa il ciclo. Il movimento a priori della fiducia ci fa sbilanciare. Ci “sporgiamo” verso il testo che ci viene incontro . . . Accerchiamo e invadiamo cognitivamente. Torniamo a casa carichi, ossia di nuovo sbilanciati, avendo causato squilibrio in tutto il sistema portando via dall’“altro” e aggiungendo, anche se forse con conseguenze ambigue, al nostro. Il sistema è ora squilibrato. L’atto ermeneutico deve compensare. Se è autentico, deve mediare nello scambio e restaurare la parità. (Steiner 1975:300)

Avendo raggiunto questo nuovo stato di sintesi, il modello di Steiner è di nuovo al punto di partenza. Sebbene Steiner non si porrebbe sicuramente sotto l’insegna dei semiotici – nessuna –, il suo «movimento ermeneutico» assomiglia molto alla semiosi, e il suo

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scenario a fasi descritto sopra è curiosamente reminescente, concettualmente e sotto altri aspetti, della successione peirciana di tre momenti interpretativi che si manifestano nel primo (interpretanti immediati/emozionali), nel secondo (interpretanti dinamici/energetici) e nel terzo (interpretanti finali/logici) – quest’ultimo a sua volta suddiviso, secondo Short (1986a:115), in un interpretante logico «non definitivo» e in uno definitivoxxi.

La traduzione, almeno nelle sue varietà linguistiche, tratta di segni interpretabili con interpretanti logici; è un processo “pragmatico” per dare un senso a concetti intellettuali, o segni di Terzità. La soluzione di problemi mentali, della quale la traduzione sarebbe un caso esemplare, avviene secondo Peirce in tre fasi , forse parzialmente sovrapposte, a cui si è giunti deduttivamente, che mostrano un crescente grado di «hardness» o solidità di convinzionexxii. Quando incarnato in una traduzione vera (e quindi osservabile), tangibile (e quindi controllabile), questo concetto può fungere da norma di qualità vagamente simile ai sopraccitati tre gradi di «accuratezza, correttezza e adeguatezza» (Koller 1979:94) di Koller. Questa difficilmente è una coincidenza, poiché la logica di Peirce è una scienza normativa (Ransdell 1981:201-202n;Fisch 1986:269ff.) – benché in un senso più “tecnico” rispetto a quello inteso da Koller – e la traduzione considerata nei suoi aspetti non descrittivi diretti alle prestazioni è ugualmente processuale e, allo stesso tempo, governata da norme.

Primo, secondo e terzo interpretante logico

Il primo della serie degli interpretanti logici emerge nel momento in cui ci troviamo di fronte a situazioni problematiche di natura intellettuale, come una convinzione fugace, una mera serie di sensazioni che nascono

. . . quando a un forte ma più o meno vago senso di bisogno si 73

sovrainduce una qualche esperienza involontaria di natura suggestiva; quell’essere suggestiva che ha una certa relazione occulta con la struttura della mente. Possiamo ipotizzare che sia lo stesso delle idee istintive degli animali; e le idee dell’uomo sono tanto miracolose quanto quelle dell’uccello, del castoro e della formica. Poiché una percentuale non indifferente di essi si sono rivelati le chiavi dei grandi segreti. (CP:5.480,c.1905).

Per risolvere o spiegare il problema viene formulata una congettura o ipotesi. Peirce ha fatto un felice parallelo tra questa prima fase euristica di indagine scientifica e il «Pure Play of Musement», o fantasticheria intellettuale (CP:6.452ff.,1908). Nel processo traduttivo ciò corrisponderebbe alla fase più istintiva che razionale quando il segno del testo penetra per la prima volta in una mente recettiva. La mente di un traduttore allenato inizierà allora, spontaneamente e con facilità, a generare un flusso di idee. Questa traduzione improvvisata potrà essere una bozza frammentaria e incerta, forse; eppure è un nuovo segno suscettibile di fungere da punto di partenza della semiosi successiva.

Mentre negli animali «le condizioni sono relativamente costanti e non c’è un ulteriore progresso» (CP:5.480,c.1905), negli umani i primi interpretanti ipotetici possono essere ulteriormente sviluppati, avviando un processo di crescita delle idee. L’interpretante logico successivo è un prodotto di ciò che Peirce chiamava «il pizzico di freddo dubbio che risveglia il sano giudizio del meditatore» (CP:5.480,c.1905), e si esprime nella sperimentazione, nel soppesare i pro e i contro. In questa fase le ipotesi di lavoro vengono testate e verificate mediante un giudizio fondato. Nella situazione traduttiva, le ipotesi più o meno felici vengono ora messe sul tavolo operatorio e analizzate a mente fresca. Il risultato è “una” traduzione che fornisce “una” soluzione al problema. Al meglio offre una buona soluzione, che è efficace nella situazione comunicativa intesa e ha un senso (ossia, è

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significante) nella cultura ricevente. Ma al peggio può essere presa con sentimenti contrastanti, shock o persino un rifiuto.

Con il tempo e il duro lavoro, una mente allenata produrrà un terzo interpretante logico come soluzione quasi perfetta mediante la quale la semiosi potrebbe giungere a tutti gli effetti a un punto morto (magari temporaneo). Tale traduzione ideale avrà trovato il proprio habitat naturale nella situazione ricettiva, perdendo così la sua «percussivity» acuta (NEM4:318,c.1906). Poiché la nuova configurazione non presenta più problemi ed è diventata più o meno armoniosa, la mente cessa di essere nello «stato [di] attività . . . mescolato alla curiosità» (NEM4:318,c.1906) dal quale è stimolata a trovare ulteriori segni- interpretanti.

Questo status quo ideale, tuttavia, non dovrebbe mai diventare un attraente rifugio in una qualche fissità artificiale. Il terzo interpretante logico esprime sì una solida convinzione, ma è comunque un pensiero-segno, e il suo scopo principale è quindi rimanere vivo e mantenere la propria efficacia comunicativa nel tempo. Ignorare il suo bisogno di crescita sarebbe una forma di “antichismo”. Il giudice della finalità di ogni interpretante deve sempre essere la comunità sociale, o communis opinio, le cui norme sono naturalmente modificabili. Sebbene a questo punto la semiosi possa aver perso la propria incisività, il processo traduttivo ha raggiunto un momento non ancora definitivo. La sua finalità apparente non è altro che una tappa intermedia.

Per questa ragione è possibile, anzi fondamentale, far compiere al processo semiosico un ulteriore passo cruciale e considerare che il fuoco semiosico è suscettibile di ravvivarsi in ogni momento, per quanto distante o utopico. Il segno verrebbe quindi chiamato ad adempiere all’esplosivo compito di generare la sola, infallibile abitudine con cui la semiosi giungerebbe definitivamente a termine. Quest’interpretante logico definitivo incarnerebbe la norma-verità finale e non verrebbe quindi più inserita nella relazione triadica che caratterizza il segno di Peirce. Una traduzione che pretendesse di dare risposte

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definitive, è, tuttavia, un allarmante ossimoro, un segno sicuro che la cultura stessa, ad esempio per un qualche evento catastrofico, è giunta alla finexxiii. Ciò renderebbe la vera produzione di una traduzione davvero definitiva una questione terminale, o un segno della morte del segno (CP:5.824=W2:224,1868).

Il ruolo del traduttore

Il prossimo e ultimo punto che verrà discusso è il ruolo del traduttore nel processo traduttivo. Spesso non si è dato il giusto peso al reale lavoro del traduttore, figura talvolta criticata e ridicolizzata, talaltra valorizzata e idealizzata. Il traduttore tecnico è stato essenzialmente visto come un artigiano, e il suo lavoro come una forma di abilità – difficile, forse, ma non una specializzazione impossibile da padroneggiare. Sull’altro piatto della bilancia, il traduttore letterario, e in particolare quello poetico, è stato elevato (o si è elevato) all’interessante status di artista creativo di diritto. Questa dicotomia ha creato un potente mito attorno alla figura del traduttore, che è stato investito, anzi infestato, con immagini quali il copista, l’accolito, lo schiavo, l’amanuense, l’appassionato di bricolage, il ricreatore, il mediatore o altre metafore atte a sminuire o a ingrandire la performance personale del traduttore.

Alla luce di questi ambigui giudizi sulla persona professionale e i talenti del traduttore e sul suo ruolo nel processo traduttivo, vorrei esaminare il traduttore in termini della semiotica di Peirce, per affermare che, nel complesso, l’impatto personale del traduttore sul processo traduttivo sembra forse essere stato soggetto a un’inflazione esagerata– sia “ascendente”, sia “discendente”. Questa è almeno la direzione (si spera più

realistica) in cui ci indirizza la dottrina dei segni di Peirce. 76

Il traduttore in quanto comunicatore ha un duplice ruolo. Incarna sia il destinatario (o uno dei destinatari) del messaggio originale, sia il destinatario del messaggio tradotto; sia l’interprete, sia l’enunciatore; sia il paziente che interpreta il segno primario, sia l’agente che enuncia il metasegno tradotto. In termini semiotici, al traduttore è assegnata sia la relazione “di stare per”, sia quella di “stare a”, e così monopolizza l’intero processo di manipolazione dei segni in cui la traduzione consiste. Le seguenti affermazioni di Peirce

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sembrano indicare implicitamente la situazione del traduttore: «. . . non sono necessarie due menti separate per il funzionamento di un segno . . . [D]ue menti in comunicazione sono, fino a una certa misura, ‘d’accordo’, cioè sono propriamente una sola mente in quella parte di esse» (MS283:107,1905-1906); «Nel Segno sono, per così dire, saldati» (CP:4.551,1906).

Ora è noto che Peirce considerasse che «né un enunciatore, né, forse, nemmeno un interprete sono essenziali per un segno, essendo entrambi caratteristiche del segno» (MS318:58,1907). Sebbene la semiosi sia per Peirce un’azione triadica ed egli non avesse esplicitamente incluso una quarta o quinta componente del genere oltre al segno, il suo oggetto e l’interpretantexxiv, ciò non significa che Peirce non abbia riconosciuto l’esistenza dell’uno o dell’altro. In realtà lo ha fatto ripetutamente, ad esempio quando ha affermato che nel momento in cui un segno (verbale) viene prodotto, «c’è davvero un parlante, uno scrivente o un altro produttore di segni che lo enuncia, e suppone che ci sia, o che ci sarà, un ascoltatore, un lettore o un altro interprete che lo riceverà» (CP:3.433,1896); o nella sua citatissima definizione del segno come «qualcosa che per qualcuno sta per qualcosa . . . Si rivolge a qualcuno, cioè crea nella mente di quella persona un segno equivalente . . .» (CP:2.228,1897); o quando Peirce si riferiva alla «conoscenza totale dell’enunciatore (ossia del parlante, dello scrivente, del pensante o di altri agenti simbolizzatori» (CP:5.455,1905).

Si rendono qui necessari degli avvertimenti. In primo luogo, Peirce non aveva in mente, pare, che l’enunciatore e l’interprete fossero esseri umani e nemmeno menti specifichexxv. Ha scritto: «Un segno è qualsiasi cosa possa esistere il cui intento è mediare tra un suo enunciatore e un suo interprete, essendo entrambi depositari di pensiero» (MS318:206,1907; enfasi di Peirce). Stava piuttosto pensando, in modo astratto, a ciò che chiamava «teatri della coscienza» (MS318:55,1907) o «quasi menti»: «i segni necessitano di almeno due Quasi menti; un Quasi parlante e un Quasi interprete» (CP:4.551,1906).

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Peirce affermava come parte centrale della sua teoria dei segni che la semiosi «non solo si verifica nella corteccia del cervello umano, ma deve verificarsi chiaramente in ogni Quasi mente in cui Segni di ogni tipo hanno una propria vitalità» (NEM4:318,c.1906). In secondo luogo, l’interprete pare essere più essenziale all’azione del segno rispetto all’enunciatore. Molti segni non hanno un enunciatore, o per lo meno non emanano da alcun produttore di segni personalizzato e conscio. Per illustrare ciò, Peirce ha citato «segni come sintomi di una malattia, segni del tempo atmosferico, gruppi d’esperienza che fungono da premesse ecc.» (MS318:56-57,1907). Ma un segno non è un segno a meno che non ci sia un interprete che lo interpreti come tale – «capace in qualche modo di ‘coglierlo’» (MS318:205,1907) – per lo meno potenzialmente. Un segno che per qualsiasi ragione non sia mai in grado di essere interpretato non potrà mai essere considerato un segno nel senso semiotico. Terzo, l’enunciatore e l’interprete all’interno della mente del traduttore sono impegnati in una relazione dialettica che si evolve nel tempo, un dialogo, metà interno e metà esterno, in cui il traduttore/enunciatore è subordinato al traduttore/interprete; tuttavia la performance di entrambi i “ruoli” da parte del singolo traduttore è chiaramente dominata da quella del segno-interpretante – cioè l’interpretante che si trasforma di nuovo in segno, o il segno che si trasforma in interpretante.

Al contrario della semiotica linguistica basata sulle teorie di Saussure, con enfasi sulla produzione del segno, la semiotica pragmatica (vale a dire la semiotica nella tradizione peirciana) procede al contrario e si manifesta prima di tutto ed essenzialmente come una teoria dell’interpretazione dei segni. Il segno così come Peirce lo concepisce, a differenza della sua controparte saussuriana, non definita in termini di un enunciatore e/o interprete bensì in termini delle sue relazioni – con sé stesso, con il suo oggetto, con il suo interpretante. Mediante la semiosi, il segno dispiega il suo significato; il suo significato pieno è così conoscibile, «sebbene possa trovarsi solo al termine ideale e infinitamente distante dell’indagine» (Savan 1983:6). L’azione e l’interpretazione dei segni non sono

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necessariamente determinate da un enunciatore o interprete umano: la semiosi di Peirce è un’azione triadica autogenerante. Come tutti i segni semiotici, il testo-segno è una forza vivente alla ricerca attiva della propria realizzazione attraverso una qualche mente interpretante piuttosto che in attesa passiva di essere da essa realizzato, come nel caso della semiotica linguistica. Una ragione per cui il concetto peirciano di testo-segno potrebbe a prima vista sembrare bizzarro è che riduce l’importanza del lettore/interprete/traduttore. In una semiotica del testo di ispirazione saussuriana, quest’ultimo è normalmente visto come il solo soggetto che produce un discorso, l’unica forza che fornisce al testo-segno il suo significato accoppiando signifiant e signifié. Passando invece a un paradigma pragmatico peirciano, la presenza di un interprete è in qualche modo inclusa ma allo stesso tempo privata della sua enfasi.

Ciò significa che il ruolo attivo di mediazione in quel tipo di azione semiosica solitamente chiamata traduzione è svolto non dal traduttore, come si crede comunemente, ma dall’azione autonoma stessa mediante la quale il segno giunge a comprendere il proprio significato. Riguardo al pensiero e alla persona pensante, Peirce ha scritto che è il pensiero che pensa nell’uomo piuttosto che l’uomo nel pensiero (CP:5.289,n.1=W2:227,n.4,1868), e

[L’]idea non appartiene all’anima; è l’anima che appartiene all’idea. L’anima fa per l’idea solo ciò che la cellulosa fa per la bellezza della rosa; vale a dire, [la cellulosa] dà la possibilità a essa [la bellezza]. (CP:1.216,1902)xxvi

Applicato alla teoria della traduzione, questo significa che il traduttore è solo strumentale nel rendere possibile l’azione del segno; è usato (ossia impiegato, influenzato) dal segno. Perciò sarebbe un’interpretazione erronea dei fatti sostenere, come accade generalmente, che il segno è tradotto dal traduttore, perché in realtà si traduce da séxxvii. Il traduttore non si rivolge al testo-segno; è il testo-segno che si rivolge al traduttore. E non gli si rivolge come

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a una persona in carne e ossa ma come a una mente (cioè un segno). Il segno si rivolge, nella memoria dell’interprete, a «un particolare ricordo o immagine» che è «l’equivalente mentale» di quel segno – in breve, al suo interpretante (W1:466,1866). «L’intera funzione della mente è di fare interpretare a un segno sé stesso in un altro segno» (MS1334:44,1905). Naturalmente il traduttore può essere un marxista, una donna, un italiano; ma al momento della traduzione è, se non semplicemente il «sito attraversato dalle parole» postulato da Barthes, sicuramente non un calcolo di sentimenti legati a un’ideologia, al sesso o alla nazionalità. Il testo-segno deve essere visto come un organismo vivente che per sopravvivere richiede una traduzione e che è alla ricerca attiva di una mente recettiva in grado di generare interpretanti; senza reazioni interpretative il testo-segno morirebbe e scomparirebbe.

La rilevanza di questa transazione semiotica per la traduzione automatica è ovvia. Anzi, nel 1905 Peirce ha immaginato la possibilità di una traduzione compiuta da una macchina – non umana ma programmata dalla mente umana. Ha scritto:

. . . se avessimo i macchinari necessari per farla [la traduzione], cosa che forse non avremo mai, ma che è assai concepibile, un libro in inglese potrebbe essere tradotto verso il francese o il tedesco senza l’intervento della traduzione nei segni immaginari del pensiero umano . . . Supponendo che ci fosse una macchina o anche un albero in crescita che, senza l’interpolazione di alcuna immaginazione continuerebbe a tradurre da una possibile lingua all’altra, . . . (MS283:97-98,1905)

Il traduttore è quindi per Peirce essenzialmente un medium passivo nell’attività traduttiva, che egli può influenzare (come «l’albero in crescita» di

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Peirce) solo marginalmente.
Poiché incarna l’idea (sopraccitata) che sia il pensiero a pensare nell’uomo piuttosto

che viceversa (CP:5.289,n.1=227,n.4,1868), il traduttore è «portato, suo malgrado, da

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un pensiero all’altro» (CP:1.384,1890-1891). La mancata enfasi di Peirce sull’interprete personale influisce sulla sua (ancora in parte misteriosa) equazione «l’uomo è un segno» (CP:5.314=W2:241,1868). Nell’aforisma semiotico di Peirce, l’uomo è considerato alla stregua di un simbolo, un processo di comunicazione, conoscenza e apprendimento, proprio come lo è il segno; di conseguenza, tutti i termini coinvolti nel processo semiosico sono segni. Né l’enunciatore, né l’interprete possono fungere da forze autonome sotto l’egida della semiosi. Sono segni convertibili l’uno nell’altro all’interno di questa relazione comunicativa tanto quanto il segno proferito e/o interpretato ha bisogno, in qualche modo, di loro per la sua esistenza. Per lo stesso motivo, segni di tutti i tipi si autointerpretano da soli, l’uomo interpreta l’uomo, l’uomo interpreta i segni e i segni l’uomo, il tutto in un sistema generativo auto-organizzante irreversibile che si rinnova costantementexxviii. Questo rende il processo pragmatico del portare idee (ossia segni-pensieri) in opposizione all’essere portato da esse, in una sorta di relazione contrattualexxix in cui

. . . uomini e parole si istruiscono reciprocamente; ogni aumento delle informazioni di un uomo implica un aumento corrispondente delle informazioni di una parola ed è da esso implicato. (CP:5.313=W2:241,1868)xxx

Mentre «[o]gni enunciato lascia naturalmente il diritto di un’ulteriore esposizione da parte dell’enunciatore» (CP:5.447,1905), allo stesso tempo l’interprete gode di ciò che Peirce ha significativamente chiamato il «privilegio di portare la sua [del segno] determinazione oltre» (CP:5.447,1905). Poiché un termine è incluso in un processo di segni triadico, al traduttore-segno è data solo una libertà limitata di azione interpretativa. Come ha affermato Peirce, «un segno che lascia che il suo interprete lo interpreti a suo piacimento non significherebbe nulla, a meno che il nulla sia il suo significato» (CP:5.448,n.1,1906). Con quest’osservazione sagace ma un po’ maliziosa Peirce non intendeva ovviamente solo dire

83

che spesso e volentieri gli interpreti/traduttori, quando lasciati alle proprie risorse, producono assurdità. L’osservazione di Peirce che «la concezione barbara dell’identità personale deve essere ampliata» sottolinea il fatto che

Ogni comunicazione da mente a mente è attraverso la continuità dell’essere. Un uomo è capace di avergli assegnato un rôle – per quanto umile – a patto che si identifichi con il suo Autore. (CP:7.572,c.1892)

Un traduttore nello spirito intellettuale di Peirce conduce quindi un’«esistenza problematica» (CP:2.334,c.1895): non è tanto un individuo esperto che può pretendere di conoscere ogni risposta, quanto uno studente dedito a ciò che si manifesta nella semiosi a cui partecipa. Il vero traduttore peirciano è intrigato, affascinato o disorientato dal segno che ha di fronte, o ne è persino innamorato. Per questo motivo, la mente del traduttore deve essere aperta e incline alla semiosi – vale a dire, impegnata a crescere e coinvolta in un continuo processo di studio. Deve piegarsi incondizionatamente alla forza attrattiva del segno, ispirato da ciò che può essere giustamente chiamato «Amore creativo», in opposizione all’auto-amore (Henry James, padre di William James, citato in Murphey 1961:351;vedi anche CP:6.287,1893).

Le connotazioni erotiche di questo immaginario non sono certo una coincidenza. Servono a evidenziare il fatto che il traduttore sia, in parte, un patito del segno, uno il cui desiderio consiste nella resa incondizionata ai suoi [del segno, NdT] bisogni e desideri, piuttosto che nel cercare all’interno del testo-segno occasioni per dimostrare la propria abilità e il proprio talento. Secondo Peirce, mentre l’amore di sé è un semplice eufemismo dell’ingordigia (CP:6.291,1893), l’amore creativo corrisponde, conformemente all’agapastica teoria peirciana dell’evoluzione che ha le sue radici nel vangelo di Giovanni, al suo «amore evolutivo»,

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. . . che insegna che la crescita arriva solo dall’amore; non direi dall’autosacrificio, ma dall’impulso ardente di soddisfare il più alto impulso di un altro. Supponiamo, ad esempio, che io abbia un’idea che mi interessa. È la mia creazione. La mia creatura; . . . è una personcina. La amo, e mi butterò a capofitto nel suo perfezionamento. Non è infliggendo una fredda punizione al circolo della mie idee che posso farle crescere, ma nutrendole e occupandomi di loro come farei con i fiori che ho in giardino. La filosofia che traiamo dal vangelo di Giovanni è che è così che la mente si sviluppa . . . (CP:6.289,1893)xxxi

Anche questo è sinecismo, il principio evolutivo dell’indagine, che, applicato all’attitudine mentale del traduttore (o di qualsiasi altro studioso), si concentra suoi fatti non come fenomeni isolati, ma come un qualcosa che incarna «un vero continuum . . . le cui possibilità di determinazione non possono essere esaurite da nessuna moltitudine di individui» (CP:6.170,1902). In questo modo, allora, il traduttore prende parte a una cosmologia metafisica nella quale vengono stabilite le potenzialità di significato, le relazioni e le generalità del segno che rifuggirebbero una mente orientata atomicamente.

Spero di aver chiarito che in tandem con questa concezione del ruolo del traduttore come persona che compie disinteressatamente un lavoro d’amore, la traduzione come semiosi trova un’espressione completamente nuova ed emozionante.xxxii

Conclusioni

Un allontanamento dall’approccio linguistico alla traduzione e un ritorno (seguendo Peirce e in compagnia di Jakobson, Steiner e altri) a una prospettiva filosofica sul fenomeno della traduzione rendono la perenne discussione riguardante la «fedeltà» o l’«infedeltà» di una traduzione (come si dice spesso con un tono moralistico) ridondante, e getta una luce

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completamente nuova sull’epistemologia della sua “verità”. Queste idee non sono più valide in una teoria della traduzione che non punta alla riproduzione del significato (senza, tuttavia,

perdere il suo carattere normativo e finalizzato) ma all’incarnazione e allo spiegamento del potenziale di significato di un segno.

I traduttori accetteranno questo ruolo remissivo e di essere considerati menti vuote ed anonime. Nell’epigrafe di questo capitolo ho citato il vecchio cliché, traduttore traditore9, e i tempestivi commenti di Jakobson in proposito. Forse traditore può essere qui preso positivamente, nel suo senso etimologico10 – che renderebbe il traduttore un trasmettitore neutrale del messaggio. E forse, i traduttori dovrebbero anche sapere e volere sabotare i loro ruoli “tradizionali”, mostrare un comportamento deviante e impegnarsi nel «paradosso» creativo o semplicemente ingannevole «del tradimento per aumento» (Steiner 1975:298), e anche nel tradimento per riduzione o distorsione. Altrimenti ciò che potrebbero produrre sarebbero traslitterazioni, repliche morte dell’originale. Nella misura in cui una traduzione è un mero simulacro serve solo a soffocare la semiosi, poiché tesse trame in cui la somiglianza, o persino la coincidenza, è un motivo ricorrente. La modellazione nella traduzione deve essere speculativa, suggerendo un’ipotesi. Parte dai fatti, ma senza, all’inizio, seguire una particolare teoria. Si prefigge di proporre la costruzione di un modello prognostico, ma deve farlo guidata da una “ragione” istintiva. Questo non è l’ossimoro che a prima vista sembrerebbe. Lasciatemi quindi proporre traduttore abduttore11 come nuovo adagio adatto a riflettere ciò che, in una filosofia

9 In italiano nell’originale [NdT]
10 Il latino «trado» (-is, -dĭdi, -dĭtum, -ĕre) significa «consegnare, affidare, tramandare» [NdT] 11 In italiano nell’originale [NdT]

86

peirciana dei segni, dovrebbe essere la preoccupazione principale del traduttore. Ciò rende forse la semiosi, traduttiva o di altro tipo, un gioco rischioso, ma mai una ricerca banale. Per la traduzione di testi è l’alito della vita.

87

Note

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1
for instance, van den Broeck 1978 and Wills 1977:156-191.

On identity vs. difference, see also Chapter 7. On the problem of translational equivalence, see also,

2
emphasized in 1965 by Catford, thus: “The central problem of translation-practice is that of finding TL [target

The need to define, and thereby delimit, translation equivalence (both in theory and in practice) was

93

language] translation equivalents. A central task of translation-theory is that of defining the nature of conditions of translation equivalence” (Catford 1965:21).

3

Toury also speaks of “some informational core [which] is retained invariant under transformation”

(Toury 1986:1112-1113) and, more specifically, of an invariant core which “may be functional (ad hoc,

textual, or habitual, linguistic and/or text-typological)” or “formal, when . . . the invariant is the linguistic

substance itself” (Toury 1986:1117).

4

In the translational-theoretical context, this is a conclusion also arrived at by Frawley (from a

semiotic but non-Peircian point of view): “Thus, in an interlingual translation, for example, the matrix code

provides the phonological information, the morphological information, the syntactic information, and so on,

to be bound to different semiotic constraints. Hence the notion of identity is actually antithetical to the notion

of translation. There is no meaningful (meaningful ≠ semantic) information except that it is coded, and the

very fact of differential coding militates against ‘exact translation’ . . . [T]here is information only in

difference, and the differential coding, the recoding, is what allows the interlingual translation to produce any

information at all” (Frawley 1984a:168).

5 6

See Chapter 2, especially the section on “Semiotics and translation studies: generalities”.

Even Saussure, the champion of the arbitrary, conventional sign, recognized the existenc of

motivated (or, in his terminology, natural) signs. To address the form of language as having adopted, to some

degree, the form of external reality, is particularly momentous for the study of literature, where a completely

unmotivated sign concept would forbid all reference of the sign to its object. Interestingly, in this context,

Humboldt also composed an art theory, which must fall outside the scope of the present discussion.

7

This idea overlaps, at least to a certain point, with Nida’s principle of “equivalent effect”, which is “not so concerned with matching the receptor-language with the source-language message, but with the dynamic relationship between receptor and message [which] should be substantially the same as that which

existed between the original receptors and the message” (Nida 1964:159). Upon this principle Nida based his well-known dynamic-equivalence (as opposed to formal-equivalence) model.

8
translation; therefore it would be more adequate to use “codes” than “languages” here.

These remarks apply to the products of intralingual and interlingual, as well as intersemiotic

94

9

Jakobson argued that sequential use is made of equivalent units in two cases: “In poetry one syllable

is equalized with any other syllable of the same sequence; word stress is assumed to equal word stress, as

unstress equals unstress; prosodic long is matched with long, and short with short; word boundary equals

word boundary, no boundary equals no boundary; syntactic pause equals syntactic pause, no pause equals no

pause” (Jakobson 1971b:71). A translation of a poem must reproduce such equivalences across the language

barrier. Yet Jakobson continued: “It may be objected that metalanguage also makes a sequential use of

equivalent units when combining synonymic expressions into an equational sentence: A = A (“Mare is the

female of the horse”). Poetry and metalanguage, however, are in diametrical opposition to each other: in

metalanguage the sequence is used to build an equation, whereas in poetry the equation is used to build a

sequence” (Jakobson 1971b:71). Translation is, of course, a typical metalinguistic operation.

10 11

For details concerning Peirce’s concepts, see Chapter 3.

Since language is primarily a symbolic sign-system, this means that experiential knowledge is not

only linguistic but may also be non-linguistic. For Jakobson, however, “The meaning of the word ‘cheese’

cannot be inferred from a nonlinguistic acquaintance with cheddar or with camembert without the assistance

of the verbal code. An array of linguistic signs needed to introduce an unfamiliar word. Mere pointing will not

teach us whether cheese is the name of the given specimen, or of any box of camembert, or of camembert in

general, or of any cheese, any milk product, any foodm any refreshment, or perhaps any box irrespective of

contents. Finally, does a word simply name the thing in question, or does it imply a meaning such as offering,

slae, prohibition, or malediction?” (Jakobson 1971b:260-261). Jakobson’s contention here would gain in

clarity and scope by being placed in a broader framework – such as Peirce’s philosophy of signs – which does

not separate linguistic sign from non-linguistic signs, but places the different kinds of mental processes in a

continuum. This point is convincingly argued in Johansen (1993:235-244).

12

13

An expanded version of this lecture has been published in CP:2.391-2.430,1866.

In his earlier period Peirce, the logician, identified “sign” with thought-sign, his “symbol. Following

Peirce, I shall also use “term” in the general sense of “concept”, unrelated to Peirce’s specific understanding

of it, as an alternative to “rheme”.

14

Peirce used the term “information” as a measure of entropy – that is, similar to its modern use. He did 95

this long before the recent development of information theory, of which he must be considered a pioneer.

15
to the “essential”, “informed”, and “substantial” breadth and depth. See also Johansen 1993:147ff.

16 17 18

For a discussion of this crucial passage from a different perspective, see Chapter 5.
More on this in Chapter 10.
Having discussed, in the foregoing, semiotic equivalence in terms of the three elements of the

In reference to this, Peirce proposed three graded states of information, or knowledge, corresponding

semiosic sign-relation – sign-related, or qualitative equivalence; object-related, or referential equivalence; interpretant-related, or significational equivalence –, I need to respond briefly to Johansen’s view on this matter, since it differs somewhat from mine. Johansen (1988:26) includes in his list of partial equivalences, “extensional equivalence” and “significational (or intensional) equivalence”, in addition to what he calls “intentional equivalence” and “rhetorical equivalence”. That Johansen makes no explicit mention here of my qualitative equivalence, but includes instead the perspectives of respectively the utterer and the interpreter, is perhaps a reflection on the fact that he discusses one specific type of signs, namely literary signs. My own view on Johansen’s extension of Peirce’s triadic sign-relation, will become clear later in this Chapter. I may add here that, if I interpret Johansen’s list of four equivalences rightly, his extensional equivalence and my referential equivalence overlap, his intensional (or significational) equivalence corresponds to my own significational equivalence, while my qualitative equivalence seems included in his rhetorical equivalence (but without being identical to it).

19
For a detailed discussion of the relevance of Peirce’s semiotics to psychology, see Colapietro 1989:49ff. and

passim. 20

See also Chapter 10, particularly the section on “Utterer and interpreter in translational semiosis”.

See also Holmes 1988:89. Given the general and rather indeterminate character of Toury’s representation of the translation process here, I may perhaps venture an alternative interpretive suggestion. If by

relevancy is (implicitly) meant the opposite of redundancy in the information-theoretical sense, this makes the “irrelevant” units the non-informative relative waste of the message qua content. Seen from the point of typology, this would then refer to the invariants in the semiotic process – repeatable and thus superfluous.

96

This reductionist approach creates more problems than it solves, because in a semiotic context, invariance is not identical with insignificance, nor is variance the same as significance.

21

For Peirce’s different interpretants see also Chapter 3. Robinson’s (1991:294-296,n.24) criticism of

Steiner contains an interesting point: Steiner is accused of “unwillingness to take a stand on the theoretical

status of his movements”, of not stating clearly “whether they are psychohistorical phases in every translator’s

approach to a text, sociohistorical phases in a culture’s approach to foreign texts . . . or static logical

categories into which specific translations can be classified” (Robinson 1991:295,n.24).

22

clarity are interpreted as connected with the categories.

Peirce himself related to “three grades of clearness” in CP:3.456ff., 1897. See also his essay on “How to make your ideas clear” (W3:257-276,1878). Following Fisch (1986:290,327-329), the three grades of

23

Eco’s semiosic concept of culture as translation or an ongoing process of generating new

interpretants by a society of interpreters (Eco 1979:71) is incompatible with the idea of an ultimate logical

interpretant. I am indebted to Professor Eco for some of the stimulating ideas he put forward during his

lecture on “Drift and unlimited semiosis” at the Institute for Advanced Studies of Indiana University at

Bloomington on July 19,1989. A version of his lecture has been published in The limits of interpretation (Eco

1990:23-43).

24
element of semiosis (which for Morris was a relation between “sign”, “signification”, and “interpretant”).

26

It was not Peirce but Charles W. Morris who first spoke (1938:3) of the interpreter as a fourth

25
PW:81,1908). This issue is also discussed in Chapter 10.

This is also demonstrated by Peirce’s repeated remarks on the “sop to Cerberus” (see, for example,

Liszka (1981:47) affirms that “for Peirce, unlike Kant, the mind is not primarily synthetic, but analytic (1.384), i.e., mind does not constitute experience, but merely analyzes it. The mind gets synthesized rather than serving as the synthesizing agent: ‘Real synthesis occurs when we are carried in spite of ourselves from one thought to another’ (1.384)”.

27
upon similar ideas. The art of archery, for instance, is wholly an affair of “finding one’s cosmic center”.

Eastern martial arts, in which Zen-Buddhist and other meditation systems are an integral part, build

97

Paradoxically to the Western mind, it is not the archer who shoots the arrow: once the “tao”, or moment of inner balance, has been found, the arrow is simply shot from the bow. As the metaphor goes, it leaves the bow as the ripe fruit falls from the tree. Coincidentally or not, Peirce used the same image when he described “that ultimate . . . , definitive, and final interpretant” as “the ripe fruit of the thought”, “attaining the purpose” (MS298:24,1906). And he added: “But this perfect fruit of thought can hardly itself be called thought, since it has no signification and does not belong to the faculty of cognition at all; but rather to the character” (MS298:24,1906). Transposed to a different artistic key, the music is in the instrument, and the player needs only to make him- or herself available to it, for the music to come out.

28 29 30

For a particularly lucid, learned, and provocative study of this, see Merrell 1991.
See Chapter 10.
The same idea, viewed from the side of man as interpreter, is implied in the following quotation: “In

any case, such a Sign [Pheme] is intended to have some sort of compulsive effect on the Interpreter of it . . . It [The Delome] is a Sign which has the Form of tending to act upon the Interpreter through his own self- control, representing a process of change in thoughts or signs, as if to include this change in the Interpreter” (CP:4.538,1906). Note, however, Peirce’s “as if” in the last sentence, which, again, seems to limit the active role of the interpreter in semiosis.

31
horticultural metaphors.

32

In a previous article (Gorlée 1987) I addressed more specifically the meaning of Peirce’s

This concept of the translator displays a striking similarity to the purport of Walter Benjamin’s essay on “The task of the translator”: see Chapter 7. For a full, if more “conservative” discussion of the role of the translator in the translation process, see Wills 1988:41-59. Finally, Bellett (1978) places “translation as personal mode” vis-à-vis” the translator as nobody in particular”: “Both are ploys, impersonations, heuristic deceptions”, this writer argues (Bellett 1978:30), and “The operative word is faith and not fidelity” (Bellett 1978:39). Although these statements sound remarkably Peircian, Bellett refers here to the (un)faithfulness of the translator to the author of the original, not to the translator’s relation to the original
text, nor to the translation process – as Peirce would have it.

i
van den Broeck 1978 e Wilss 1977:156-191.

Su identità/differenza vedi anche cap. 7. Sul problema dell’equivalenza traduttiva vedi anche, p.e.,

ii
pratica) è stato enfatizzato nel 1965 da Catford: «Il problema centrale della pratica della traduzione è trovare

Il bisogno di definire, e quindi di delimitare, l’equivalenza traduttiva (sia nella teoria, sia nella

98

gli equivalenti traduttivi della lingua ricevente. Uno dei compiti fondamentali della teoria della traduzione è definire la natura delle condizioni dell’equivalenza traduttiva» (Catford 1965:21).

iii

Toury parla anche di «un nucleo informativo [che] è mantenuto invariato nella trasformazione»

(Toury 1986:1112-1113) e, più specificatamente, di un nucleo invariante che «potrebbe essere funzionale (ad

hoc, testuale o abituale, linguistico e/o della tipologia testuale)» o «formale quando . . . a essere invariata è la

sostanza linguistica stessa» (Toury 1986:1117).

iv

All’interno della teoria della traduzione, questa è una conclusione a cui è arrivato anche Frawley (da

un punto di vista semiotico ma non peirciano): «Così, in una traduzione interlinguistica, ad esempio, il codice

matrice fornisce le informazioni fonologiche, quelle morfologiche, quelle sintattiche e così via, da legare a

diversi vincoli semiotici. Pertanto il concetto di identità è in realtà antitetica a quella di traduzione. Non ci

sono informazioni significative (significative ≠ semantiche) eccetto che è codificata, e che proprio il fatto del

codificare differenziale è in contraddizione con l’‘esatta traduzione’ . . . [C]i sono informazioni solo nella

differenza, e il codificare differenziale, il ricodificare, è proprio ciò che permette alla traduzione

interlinguistica di produrre informazioni» (Frawley 1984a:168).

v vi

Vedi cap. 2, in particolare la sezione Semiotica e studi sulla traduzione: generalità.

Persino Saussure, il campione del segno arbitrario e convenzionale, ha riconosciuto l’esistenza dei

segni motivati (o, usando il suo termine, naturali). Dedicarsi alla forma di linguaggio come qualcosa che ha

adottato, fino a un certo punto, la forma della realtà esterna, è particolarmente importante per lo studio della

letteratura, in cui un concetto di segno completamente immotivato vieterebbe ogni riferimento del segno al

suo oggetto. In questo contesto, Humboldt ha anche formulato una teoria artistica che prescinde dall’intento

della presente discussione.

vii

tori originali e il messaggio» (Nida 1964:159). Su questo principio Nida ha basato il suo celebre modello di equivalenza dinamica (in opposizione a ll’equivalenza formale).

Quest’idea coincide, almeno fino a un certo punto, con il principio di Nida dell’«effetto equivalente», che non si occupa tanto dell’abbinamento della lingua-ricevente con quello originale quanto della relazione dinamica tra recettore e messaggio [che] dovrebbe essere sostanzialmente la stessa esistente tra i recet-

viii

Queste osservazioni valgono per i prodotti di una traduzione intralinguistica, interlinguistica e

intersemiotica; pertanto qui sarebbe più adeguato usare «codici» al posto di «lingue».

ix

Jakobson ha affermato che l’uso sequenziale consiste in unità equivalenti in due casi: «In poesia una 99

sillaba è equiparata a un’altra sillaba della stessa sequenza; ad accento tonico corrisponde accento tonico e ad atonia atonia; in prosodia, a una lunga corrisponde una lunga, a una corta una corta; ai limiti di una parola corrispondono i limiti di una parola, nessun limite a nessun limite; a pausa sintattica è fatta corrispondere pausa sintattica, a nessuna pausa nessuna pausa» (Jakobson 1971b:71). La traduzione poetica deve riprodurre tali equivalenze attraverso la barriera della lingua. Jakobson ha continuato: «Si potrebbe obiettare che anche il metalinguaggio fa un uso sequenziale di unità equivalenti combinando espressioni sinonimiche in una frase equazionale: A = A («la cavalla è la femmina del cavallo»). La poesia e il metalinguaggio, però, sono diametricalmente opposti l’uno all’altra: nel metalinguaggio la sequenza viene usata per costruire un’equazione, mentre nella poesia viene usata per costruire una sequenza» (Jakobson 1971b:71). La traduzione è, naturalmente, una tipica operazione metalinguistica.

x xi

Per dettagli sui concetti di Peirce vedi cap. 3.

Poiché la lingua è primariamente un sistema di segni simbolici, ciò significa che la conoscenza data

dall’esperienza non è solo linguistica ma può anche essere non linguistica. Per Jakobson, tuttavia, «il

significato della parola ‘formaggio’ non può essere inferito da una conoscenza non linguistica di cheddar o

camembert senza l’aiuto del codice verbale. Per introdurre una parola non familiare è necessaria una serie di

segni linguistici. Il semplice indicare col dito non ci dirà se «formaggio» è il nome specifico di quel

formaggio, della confezione di camembert, del camembert in generale o di tutti i formaggi, di tutti i latticini,

di tutti i cibi, di ogni ristoro o forse di tutte le confezioni indipendentemente dal loro contenuto. Infine, una

parola nomina semplicemente la cosa in questione o implica un significato quale un’offerta, una vendita, un

divieto o una maledizione?» (Jakobson 1971b:260-261). Il pensiero di Jakobson guadagnerebbe qui in

chiarezza e portata se fosse messo in una cornice più ampia – come la filosofia peirciana dei segni – che non

separa il segno linguistico dai segni non linguistici, ma pone i diversi tipi di processo mentale in un

continuum. Questo punto è argomentato in modo convincente in Johansen (1993:235-244).

xii

xiii

Una versione ampliata di questa lezione è stata pubblicata in CP:2.391-1.430,1866.

Quand’era ancora agli inizi, Peirce, il logico, identificava «segno» con pensiero-segno, il suo

«simbolo». Seguendo Peirce, dovrei usare anch’io «termine» nel senso generale di «concetto», non legato alla

comprensione specifica di Peirce riguardo a esso, come un’alternativa a «rema».

xiv
quello odierno. Questo molto prima del recente sviluppo della teoria dell’informazione, di cui deve essere

Peirce usava il termine «informazione» come misura dell’ entropia – ossia, ne faceva un uso simile a

100

considerato un pioniere.

xv
all’ampiezza e alla profondità «essenziale», «informata» e «sostanziale». Vedi anche Johansen 1993:147ff.

xvi xvii xviii

Per una discussione di questo importantissimo passaggio da una prospettiva diversa vedi cap. 5. Ulteriori informazioni nel cap. 10
Avendo discusso, precedentemente, l’equivalenza semiotica in termini dei tre elementi della

Riguardo a ciò Peirce ha proposto tre gradi di informazione, o conoscenza, corrispondenti

relazione semiosica tra segni – relativa al segno, o qualitativa; relativa all’oggetto, o referenziale; relativa all’interpretante, o significazionale – , è necessario che risponda brevemente alla visione di Johansen in materia, poiché è in qualche modo diversa dalla mia. Johansen (1988:26) include nella sua lista di equivalenze parziali l’«equivalenza estensionale» e quella «significazionale» (o intensionale), oltre a quelle da lui chiamate «equivalenza intenzionale» ed «equivalenza retorica». Che Johansen non citi esplicitamente la mia equivalenza qualitativa ma includa invece la prospettiva di, rispettivamente, parlante e interprete, è forse indice del fatto che egli considera un tipo specifico di segni, e cioè i segni letterari. La mia posizione sull’estensione di Johansen della relazione segnica triadica di Peirce verrà chiarita più avanti in questo capitolo. Potrei aggiungere che, se interpreto correttamente la lista di Johansen di quattro equivalenze, la sua equivalenza estensionale e la mia equivalenza referenziale coincidono, la sua equivalenza intensionale (o significazionale) corrisponde alla mia equivalenza significazionale, mentre la mia equivalenza qualitativa sembra inclusa nella sua equivalenza retorica (senza tuttavia esserne identica).

xix
discussione dettagliata dell’importanza della semiotica di Peirce per la psicologia vedi Colapietro 1989:49ff. e

Vedi anche cap. 10, in particolare la sezione «Parlante e interprete nella semiosi traduttiva». Per una

passim. xx

intende (implicitamente) il contrario di ridondanza in senso informativo-teorico, ciò rende le unità “irrilevan- ti” lo scarto relativo non-informativo del messaggio in quanto contenuto. Dal punto di vista della tipologia, questo si riferirebbe quindi agli invarianti nel processo semiotico – ripetibili e perciò superflui. Questo approccio riduzionista crea più problemi di quanti ne risolva, poiché in un contesto semiotico l’invarianza non

Vedi anche Holmes 1988:89. Dato il carattere generale e piuttosto indeterminato della rappresentazione di Toury del processo traduttivo, potrei azzardare un’interpretazione alternativa. Se con «rilevanza» si

101

è identica all’insignificanza, così come la varianza non equivale alla significatività.

xxi

Per i diversi interpretanti di Peirce vedi anche cap. 3. La critica di Robinson (1991:294-296,n.24) a

Steiner contiene un punto interessante: Steiner è accusato di «riluttanza a prendere una posizione riguardo allo

status teorico delle sue mosse», di non dichiarare apertamente «se sono monofasi psico-storiche presenti in

ogni approccio del traduttore verso il testo, fasi socio-storiche nell’approccio di una cultura verso testi

stranieri . . . o categorie statiche logiche in cui traduzioni specifiche possono essere classificate» (Robinson

1991:295,n.24).

xxii

chiarezza sono interpretati come connessi con le categorie.

Peirce stesso si è riferito ai «tre gradi di chiarezza» in CP:3.456ff., 1897. Si veda anche il suo saggio «How to make your ideas clear» (W3:257-276,1878). Secondo Fisch (1986:290,327-329), i tre gradi di

xxiii

Il concetto semiosico di Eco della cultura come traduzione o un processo continuo di generazione di

nuovi interpretanti da parte di una società di interpreti (Eco 1979:71) è incompatibile con l’idea di un

interpretante logico definitivo. Sono in debito con il Professor Eco di alcune delle idee stimolanti che ha

proposto durante la conferenza «Drift and unlimited semiosis» tenuta a Bloomington all’Institute for

Advanced Studies dell’Indiana University il 19 luglio 1989, una versione della quale è stata pubblicata in The

Limits of Interpretation (Eco 1990:23-43).

xxiv

Non è stato Peirce ma Charles W. Morris il primo a parlare (1989:3) dell’interprete come del quarto

elemento della semiosi (che secondo Morris era una relazione tra «segno», «significazione» e

«interpretante»).

xxv
(vedi p.e. PW:81,1908). Questo tema è discusso anche nel cap. 10.

xxvi

xxvii

Questo è dimostrato anche dalle ripetute osservazioni di Peirce riguardo al «dolcetto per Cerbero»

Liszka (1981:47) afferma che «per Peirce, a differenza di Kant, la mente non è soprattutto sintetica, ma analitica (1.384), vale a dire la mente non costituisce l’esperienza, ma si limita ad analizzarla. La mente viene sintetizzata piuttosto che fungere da agente sintetizzante: ‘La sintesi reale avviene quando siamo portati, nostro malgrado, da un pensiero a un altro’ (1.384)».

Le arti marziali orientali, di cui il Buddismo-Zen e altri sistemi di meditazione sono parte integrante, si basano su idee simili. L’arte del tiro con l’arco, ad esempio, è tutta questione di «trovare il proprio centro cosmico». Cosa paradossale per la mentalità occidentale, non è l’arciere che tira la freccia: una volta che il «tao», o il momento di equilibrio interiore, è stato trovato, la freccia viene semplicemente tirata dall’arco.

102

Metaforicamente, lascia l’arco così come il frutto maturo cade dall’albero. Per coincidenza o no, Peirce ha usato la stessa immagine descrivendo «quell’interpretante ultimo . . . , definitivo e finale» come «il frutto maturo del pensiero», «che raggiunge lo scopo» (MS298:24,1906). E ha aggiunto: «Ma questo frutto perfetto del pensiero non può essere definito pensiero, poiché non ha significato e non appartiene affatto alla facoltà della cognizione; ma piuttosto al carattere» (MS298:24,1906). Detto in un’altra chiave artistica, la musica è nello strumento, e il musicista deve solo rendersi disponibile affinché venga fuori.

xxviii xxix xxx

Per uno studio particolarmente lucido, istruttivo e provocatorio in proposito, vedi Merrel 1991.
Vedi cap. 10.
La stessa idea, vista dal lato dell’uomo come interprete, è implicita nella citazione seguente: «In ogni

caso, un Segno [Pheme] tale dovrebbe avere una sorta di effetto compulsivo sul suo Interprete . . . [The Delome] è un Segno avente la forma che tende a fare uso dell’Interprete mediante il proprio autocontrollo, rappresentando un processo di cambiamento nei pensieri o nei segni, come per includere questo cambiamento nell’Interprete» (CP:4.538,1906). Si noti, tuttavia, il «come per» di Peirce nell’ultima frase, che, di nuovo, sembra limitare il ruolo attivo dell’interprete nella semiosi.

xxxi
metafore orticolturali di Peirce.

xxxii

In un articolo precedente (Gorlée 1987) mi sono occupata più specificamente del significato delle

Questa concezione del traduttore mostra un’incredibile somiglianza con le idee espresse da Walter Benjamin nel saggio su «Il compito del traduttore»: vedi cap. 7. Per una discussione completa e, se vogliamo, più “conservatrice” del ruolo del traduttore nel processo traduttivo vedi Wills 1988:41-59. Infine, Bellett (1978) pone la «traduzione come un modo personale» vis-à-vis con «il traduttore come nessuno in particolare»: «Entrambi sono espedienti, impersonificazioni, inganni euristici», sostiene lo scrittore (Bellett 1978:30), e «Il termine effettivo è fiducia e non fedeltà». Sebbene queste affermazioni sembrino molto peirciane, Bellett si riferisce qui alla (in)fedeltà del traduttore verso l’autore dell’originale, non alla relazione del traduttore
con il testo originale o al processo traduttivo – come avrebbe fatto Peirce.

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