il mio omaggio a mio padre

Felice Osimo

Alessandria 31 luglio 1920, Milano 6 febbraio 1986

 

Felice Osimo nasce ad Alessandria il 31 luglio 1920 da Elena Osimo (il cognome è questo anche prima del matrimonio perché era cugina di suo marito)…
… e da Ferruccio Osimo, fidanzati da moltissimi anni e ormai trentatreenni.
Mamma Elena aveva due sorelle, Bice e Alice (qui con la madre, Maria Torretta).
Zia Alice, nubile, era insegnante di matematica alla «Regia Scuola Tecnica di Tortona».
Ha anche lasciato diversi libri scolastici.
Bice era sposata con il colonnello di cavalleria Marino Massari.
Da piccolo, Felice abita in corso Roma ad Alessandria.
Suo padre aveva una farmacia al numero 5 (ora 15) di corso Roma, che tuttora si chiama Farmacia Osimo.
Umberto Eco, nel romanzo La misteriosa fiamma della regina Loana, a pagina 309 parla di lui: «Il dottor Osimo è il farmacista di corso Roma, con la testa pelata come un uovo e gli occhiali cilestrini. Ogni volta che la mamma mi porta con sé a fare le commissioni ed entra in farmacia, il dottor Osimo, anche se si compera solo un rotolo di garza idrofila, apre un contenitore di vetro altissimo, pieno di palline bianche profumate, e mi regala un pacchettino di caramelle al latte. So che non si deve mangiarle tutte e subito, e bisogna farle durare almeno tre o quattro giorni».
Nel 1938, quando le leggi razziali lo costringono a vendere la farmacia, Ferruccio viene destinato dalle autorità fasciste alla pulizia delle strade. Mentre spazzava i marciapiedi, gli alessandrini gli manifestavano la propria simpatia – e l’ostilità alle autorità fasciste – andando a salutarlo: «Buongiorno, dottor Osimo!» Da ragazzo qualche volta a Felice è capitato di fare da “garzone di farmacia” a suo padre per la vendita dei prodotti da banco. Questa infarinatura di concetti farmacologici è stata un patrimonio importante.
Zio Pino (Giuseppe Osimo) era dentista e quando le leggi razziali lo hanno costretto a cessare l’attività si è messo a studiare il metodo Culbertson per il gioco del bridge. Lo insegna anche ai nipoti Felice e Arturo e al fratello Ferruccio per avere tre compagni di gioco. Il bridge resterà per tutta la vita una passione per Felice.
Nel 1922 nasce il fratello Arturo (qui li vediamo con zia Alice a Brusson nel 1923) che diventerà sempre più diverso nel fisico da Felice: questi piuttosto grasso, mentre Arturo alto e magro. Anche il loro rapporto con la cura di sé e la salute sarà diametralmente opposto: Arturo sempre consumatore moderato di cibi sani e grande camminatore, Felice amante della buona tavola, del buon vino, e noncurante della propria salute.
Nel 1927 i due fratelli sono così: bellissimi e pieni di capelli. Arturo, a sinistra, ricorda quasi Harpo Marx, e Felice ha un sorriso tenero.
Nel 1930, anno VIII dell’era fascista, li vediamo vestiti alla marinara. Mancano solo otto anni alle leggi razziali, un futuro per loro e per molti altri imprevedibile.
Dal 1933 al 1938 frequenta il Regio Liceo Classico Giovanni Plana di Alessandria, in piazza Genova (ora Matteotti). Qui lo vediamo nel 1938 insieme ai compagni di classe che si sono maturati con lui. Il secondo da sinistra della seconda fila è Michele Pittaluga, padre di Marcello, attuale proprietario della Farmacia Osimo.
Lo ritroviamo in questa immagine in cui sta prestando il servizio militare. Collocato inopinatamente in cavalleria, l’ufficiale istruttore si complimentava per la sua elegante postura a cavallo gridandogli dietro: «Sacco di merda!» L’entrata in vigore delle leggi razziali presto lo costringerà a tornare a casa senza avere fatto in tempo a maneggiare le armi.
Nel 1940, in questa immagine bellissima, sono però in una situazione drammatica: Arturo è stato espulso dal liceo in conseguenza delle leggi razziali, mentre Felice continua a frequentare ingegneria al Politecnico di Milano. In un primo tempo il Politecnico per qualche motivo non ha applicato a lui le leggi razziali, anche se la Casa dello studente lo espelle. È quindi costretto a trovare una stanza privata in affitto, e la trova in piazza Sempione, da una cugina, Kathleen Segre, appena rimasta vedova, madre di Bruno e Laura, che coabitava con Lucia Orefice vedova Calma, zia della futura moglie Graziella, e madre di Italo e Franco, appena espatriati.
In questa foto del 1972, zia Lucia (accanto a Felice) insieme alla sorella Pia (accanto alla figlia Graziella).
Nel 1945 può tirare un sospiro di sollievo; nonostante l’ingenuità di Ferruccio, che ha aspettato troppo tempo a cercare una via di scampo per la famiglia, è miracolosamente sopravvissuto alla guerra e all’occupazione tedesca. Nel 1943, in pieno inverno, ha tentato la fuga in Svizzera insieme ai genitori, al fratello e alla zia Lucia. Il padre Ferruccio viene trattenuto in Svizzera perché ha un principio di congelamento ai piedi e perché è farmacista e può fare comodo la sua presenza lì, ma gli altri vengono respinti e si perdono nei boschi, quasi muoiono di freddo (riescono ad accendere un fuoco con l’ultimo cerino di Felice, grande fumatore); alla fine sono talmente stanchi, infreddoliti e affamati che non sanno più dove sono. Il rischio di essere rastrellati dai tedeschi è altissimo. La fortuna li salva e finiscono per trascorrere un anno e mezzo nascosti in un solaio a casa Marcassoli a Nembro. Il gesto eroico della famiglia Marcassoli sarà ricordato per sempre. I due fratelli possono uscire solo la notte, in modo da non farsi vedere da nessuno. Alla fine della guerra si scoprirà che tutti in paese sapevano, ma nessuno li ha traditi.
La figlia di Teresa Marcassoli, Camilla, si sposerà con Arturo, e andrà a vivere ad Alessandria con lui. Nascerà Alice, ora insegnante di lettere e di equitazione a Oviglio.
Qui Alice nel giorno del suo matrimonio sul terrazzo di corso Lamarmora ad Alessandria con me e il piccolo Emanuele.
Nel 1945-1946 Felice dà gli ultimi esami di ingegneria e si laurea in pochissimi mesi. Il 1946 è un anno importante. Il 1° maggio comincia a lavorare alla CGE, e si fidanza con Graziella Colonna, che ha conosciuto da studente dalla zia Lucia in piazza Sempione.
Nel 1947 li vediamo insieme ad altri due fidanzati spensierati (che fanno loro le corna): Ersilia (sorella di Graziella) ed Enrico Lopez.
Nel 1948, dopo due anni di fidanzamento, il matrimonio. L’unica sede comunale in cui si possono per il momento celebrare è quella di via Larga. Le altre sono ancora in fase di restauro dopo i bombardamenti.
Nel 1950 nasce Ferruccio, qui maternamente coccolato.
In questi anni (1952) Felice prende peso, ma questo non gli impedisce di sedersi su improbabili sgabellini.
Nel 1958 nasco io.
A Brusson, nel 1959, qui in un atteggiamento affettuoso con me.
Nel frattempo la sua carriera nel campo dei trasformatori prosegue, progetta anche modelli nuovi, e viaggia sempre più spesso per collaudare questi modelli in impianti all’estero.
Nel 1961 si spinge perfino in Urss, le cui frontiere non sono ancora aperte al turismo straniero.
Ama bere mangiare e divertirsi, e gli piace anche cucinare e avere ospiti. Nella prima foto, del 1964, nel tinello di via Tolentino 19, con sullo sfondo una lampada dello stile tipico di quegli anni, lo vediamo piuttosto ingrassato con (nell’ordine) il cognato Gianni Ruffo, io, mamma Elena, i cognati Elena e Sandro Secco, Graziella e la cognata Nella. Nella seconda foto, da sinistra, il cognato Ugo Colonna, la suocera Pia, Ferruccio, Graziella e io, i cognati Nella, Elena, Denise Cohen (appena sposata con Ugo) e Sandro.
I due figli della zia Lucia, Italo e Franco Calma, emigrati a causa delle leggi razziali rispettivamente nel Regno Unito e negli Stati Uniti, sono due persone a cui resterà legato per sempre. I loro brevi soggiorni in Italia sono sempre stati una festa a casa Osimo.
Qui vediamo Italo con la figlia Emma, poi sposata con David Harris, in piazza del Duomo forse nel 1951.
Anche Bruno Segre, insieme alla sorella Laura, cugini dal ramo Osimo, sono una presenza fondamentale per Felice e famiglia. Le due famiglie si frequentano da generazioni. Il profondo legame è echeggiato anche dalla ricorrenza nelle due famiglie dei nomi «Bruno» ed «Emanuele».
Bruno Segre, filosofo, storico, che ha pubblicato vari saggi, tra cui ricordo solo Shoah (Net), Gli ebrei in Italia (Giuntina) e

Israele, la paura, la speranza. Dal progetto sionista al sionismo realizzato

Amante della buona tavola, a volte Felice si concedeva brevi sonnellini dopo pranzo, anche nel bel mezzo della confusione. Qui lo si vede a Liverpool, al matrimonio di Emma Calma con David Harris. Da sinistra: Maurizio Compagnoni con la madre, Felice, io.
La passione per la cucina lo ha portato spesso a preparare pranzi e cene, anche all’aperto. Qui, nel 1970, nella bellissima campagna del Ronco, sopra Tarcento, di dove è originario il cognato Sandro Secco, prepara le verdure al barbecue insieme a Graziella.
Le numerose serate con gli amici sono sfociate poi, negli anni della pensione, dopo il 1981, nella stesura di un libro di ricette interamente dedicate alle melanzane, pubblicato postumo e ormai fuori catalogo (chi ne volesse una copia può richiederla a me).
Questo libro è stato realizzato anche grazie all’amicizia con una persona straordinaria, che gli è stata vicina soprattutto negli anni più difficili, di maggiore solitudine e di malattia: Ada Tedeschi. Tra le altre cose, Ada ha dattilografato l’intero manoscritto.
Quelli che l’hanno conosciuto lo consideravano un ibrido, un “ingegnere-filologo”, perché i suoi interessi umanistici non sono mai venuti meno. Prendeva per esempio due versioni italiane di una stessa poesia e le confrontava, facendo considerazioni che adesso chiamerei traduttologiche ma di cui allora non capivo bene l’importanza:
Saffo, L’amore
Pari agli dèi mi sembra
quell’uomo: innanzi a te
siede e tanto vicino sente la tua voce
dolce,il desiato riso. Oh, a me
il cuore sbatte forte e si spaura.
Ti scorgo, un attimo, e non ho
più voce;la lingua è rotta; un brivido
di fuoco è nelle carni,
sottile; agli occhi il buio; rombano
gli orecchi.Cola sudore, un tremito
mi preda. Più verde d’un erba
sono, e la morte così poco lungi
mi sembra…traduzione di Filippo Maria Pontani (Einaudi 1969)
Saffo, A me pare uguale agli dèi
A me pare uguale agli dèi
chi a te vicino così dolce
suono ascolta mentre tu parlie ridi amorosamente. Subito a me
il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la vocesi perde sulla lingua inerte.
Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle,
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue alle orecchie.E tutta in sudore e tremante
come erba patita scoloro:
e morte non pare lontana
a me rapita di mente.traduzione di Salvatore Quasimodo (Mondadori 1944)
Se questi interessi sono “genetici”, di certo me li ha tramandati. Queste passioni filologiche non vogliono dire che Felice fosse una persona seriosa: gli piacevano molto i giochi di parole, anche quelli a carattere scatologico e sessuale, di cui durante le riunioni famigliari godevano particolarmente i più giovani. Alcuni dei suoi personaggi più famosi sono la baronessa Fassini, il colonnello Paccassa, Ginevra (“Ginevra non t’adulo…”), Luciano eccetera.
Nonostante il fisico tutt’altro che sportivo, gli resta la passione per le lunghe camminate a piedi.Qui lo vediamo ai laghi Miserin, nella valle di Champorcher, una gita che, quantomeno all’epoca, comportava tre ore di cammino, e questo per una persona allenata…
(Nella foto in alto: Enrico e Felice in Val d’Aosta, forse dalle parti del Pian di Verra)Passione per la montagna, e per gli amici che frequentava a Milano e anche in montagna. Profondissima amicizia legava Felice a Enrico Tedeschi, col quale condivideva anche l’amore per la polemica intellettuale, il piacere di schierarsi sempre con la minoranza: «amico tra i nemici, nemico tra gli amici», come dice il titolo di quel film. (Nella foto in basso: Felice, l’ingegner Ottolenghi ed Enrico Tedeschi davanti alla casa di Salò in via Bellentani, villaggio San Giuseppe)
Enrico, morto nel 1985, è tuttora noto per il suo understatement, di cui è simbolo la serie delle sue cinquecento giardinetta nelle quali noi allora bambini ci stipavamo in numero inverosimile per gli spostamenti prima e dopo le gite.
Dal 1978 al 1986, anno della morte, le condizioni di salute di Felice si aggravano sempre più. Subisce vari interventi chirurgici. Tra alti e bassi, scrive il libro di ricette a base di melanzane. Muore il 6 febbraio 1986. Quattro nipoti sono nati dopo la sua morte: Michela, Emanuele e Sofia (in foto), Lavinia.
A me piace ricordare il suo affetto materno con questa immagine:
La terra la neveti accompagnano errare.

Errare sui venti

di case, profumi.

6 febbraio 2006, Bruno

Nel mio Dizionario affettivo della lingua ebraica, disponibile sia in formato cartaceo che in audiolibro, racconto questa storia e alcune altre della mia infanzia.


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