Sep 052015
 

 

Civica Scuola Interpreti e Traduttori

Relatore Prof. Bruno OSIMO

Diploma in Scienze della Mediazione Linguistica Inverno 2006

1

© Benjamin L. Whorf, 1956
© Per l’edizione italiana Annalisa Solinas, 2006

2

ai miei genitori Claudia e Demetrio

3

Abstract

L’idea di questa tesi è nata da un interesse personale per la teoria del relativismo linguistico e più in generale, per le riflessioni sul tema della parola, del suo ruolo e della sua influenza sul pensiero e sul ragionamento umano. La presente tesi consiste dunque nella traduzione in italiano del saggio Language, Mind and Reality di Benjamin L. Whorf, padre della teoria del relativismo linguistico, meglio nota come ipotesi di Sapir-Whorf.

Nella prefazione è stato introdotto brevemente il tema, accennando ad alcuni pensatori che se ne sono occupati. Poiché uno dei temi principali del saggio è il condizionamento cui è aconsciamente sottoposto il pensiero da parte degli schemi linguistici, e il concetto di giudizio arbitrario che sta alla base del nostro dare i nomi alle cose, tra gli altri è citato il filosofo tedesco Kant, con i suoi a priori dell’intelletto e l’idea della conoscenza come inevitabilmente mediata, a partire dalla percezione stessa, da schemi mentali, o categorie che possediamo dalla nascita.

Nella seconda parte è stato fatto un breve riassunto dei contenuti del saggio, e una rapida introduzione sull’autore e sul contesto in cui è stata scritta l’opera: si tratta di un saggio di linguistica, scritto per una rivista teosofica, in cui Whorf, prendendo ad esempio le particolarità di alcune lingue non indoeuropee da lui studiate, come il hopi, il giapponese, l’algonchino e il chichewa (la lingua degli zulu africani), dimostra come la visione e l’analisi della realtà che emergono da lingue così lontane dalle nostre, e parlate da culture considerate “primitive”, abbiano in realtà moltissimo da insegnarci, e potrebbero aprirci prospettive nuove e impensate. Il fatto inoltre che il nostro pensiero sia aconsciamente in balia degli schemi linguistici fa cadere ogni pretesa di oggettività o di analisi definitiva della realtà. L’invito di Whorf all’Occidente, «se sopravvivrà all’attuale ondata di barbarie», è quello di deporre ogni arroganza e ad assumere un atteggiamento di continua ricerca e di apertura e dialogo con le altre culture, unici veri presupposti per un progresso dell’umanità.

Nella terza parte infine è stata fatta una breve analisi traduttologica del prototesto, con l’individuazione delle dominanti principali, del lettore modello e della strategia traduttiva adottata: quest’ultima, trattandosi l’originale di un classico della linguistica, è stata fatta con l’idea di fornire una traduzione “di servizio”, che aiutasse il lettore a capire l’autore e la sua personalità, evitando quindi l’omogeneizzazione dello stile o la semplificazione in nome della scorrevolezza. Sono stati inoltre illustrati alcuni dei problemi principali emersi durante la traduzione, in particolare quelli legati alla natura di saggio linguistico dell’opera.

4

English abstract

The purpose of this thesis is to investigate the subject of the linguistic relativity theory and, more in general, of the role and influence of language on human thought and reasoning. I chose to do this by translating into Italian the essay Language, Mind and Reality by Benjamin L. Whorf, who is considered the father of the linguistic relativity theory, or Sapir-Whorf hypothesis.

In the first part of the preface I have made a brief introduction on the subject, also citing some authors who have dealt with the subject itself. As one of the main ideas of the essay is the conditioning to which human thinking is unconsciously exposed due to the linguistic patterns of its own language, and the totally arbitrary judgement on which our name-giving is based, I have also cited the German philosopher Kant, with his a priori categories and the idea of knowledge, and even experience itself, as something inevitably determined by mental patterns already naturally present in our mind.

In the second part of the preface I have made a summary of the contents of the essay and an introduction to the author and the circumstances in which the work was written. This linguistics essay was written in the 1940 for a theosophical magazine. Making many different examples of words and patterns of non-Indo-European languages like Hopi, Japanese, Chichewa and so on, and comparing them with English, Whorf shows how the view of the world and the analysis of reality that emerge from the patterns of these languages, no matter how uncultivated their speakers, can be as logical as ours, if not sometimes more scientific. The fact that we all are unconsciously controlled by the unbreakable patterns of our own language is a lesson of humility, and should bring us to put aside any claim of objectivity. Whorf’s exhortation to the Western civilization is, if it should survive “the present welter of barbarism”, to forsake its illusion of having reached a final analysis of reality and take on a new, more open attitude, one of constant search and dialogue with the other cultures, which is the only way that can lead to the true progress of humanity.

In the third and final part I have carried out a brief analysis of the source text and of its main characteristics, on which the choice of the translation techniques has been based, and a description of the target reader. I have also illustrated some of the main problems I had to face during the translation process, particularly those related to the fact that I was dealing with an essay on linguistics.

5

Abstrakt auf Deutsch

Das Ziel meiner Arbeit war ursprünglich, das Thema des sprachlichen Relativismus und genereller, der Rolle und des Einflusses der Sprache auf das menschliche Denken. Ich habe also den Aufsatz Language, Mind and Reality von Benjamin L. Whorf, der als Vater der Theorie des sprachlichen Relativismus bzw. der Sapir-Whorf Hypothese gilt, ins Italienische übersetzt.

Im ersten Teil des Vorworts habe ich eine kurze Einführung in das Thema gegeben, und einige Autoren genannt, die sich damit beschäftigt haben. Da eines der Hauptthemen des Aufsatzes die Konditionierung ist, der unseres Denken durch die Strukturen unserer Sprache unterworfen ist, und das völlig willkürliche Urteil, nach dem wir den Dingen Namen zuteilen, habe ich unter den anderen den deutschen Philosophen Kant zitiert, mit seinen a priori Kategorien und seiner Idee dass die Erkenntnis, und die Erfahrung selbst, unausweichlich von Formen, die schon von Natur aus in unserem Verstand liegen, bestimmt sind.

Im zweiten Teil habe ich den Inhalt des Aufsatzes kurz zusammengefasst, und eine kleine Einführung zum Autor gegeben und die Umstände erklärt, unter denen dieses Werk geschrieben und veröffentlicht wurde. Language, Mind and Reality wurde zum ersten mal in den 40er Jahren für eine theosophische Zeitschrift in Madras geschrieben. Durch viele verschiedene Beispiele aus der Grammatik von nicht indoeuropäischen Sprachen wie Hopi, Japanisch, Chichewa usw., und indem er sie mit dem Englischeno vergleicht, zeigt der Autor, dass die Ansicht der Welt und besonders die Analyse der Realität, die sich durch die Strukturen dieser Sprachen ergeben, auch wenn sie von völlig unkultivierten und primitiven Bevölkerungen gesprochen sind, so logisch und wissenschaftlich wie unsere sein können, wenn nicht sogar rationaler. Die Tatsache, dass uns alle nicht bewusst ist, dass unser Denken und unsere Erfahrung eigentlich von unauflösbaren sprachlichen Strukturen bestimmt sind, sollte eine Lektion in Demut für uns sein, und uns dazu bringen, unsere falschen Objektivitätsansprüche aufzugeben. Die Aufforderung Whorfs an die westliche Kultur lautet, sie solle, wenn sie die jetzige „Welle von Barbarei“ überleben will, ihre Illusionen fallen lassen, eine endgültige Analyse der Realität erreicht zu haben, und eine neue, offenere Einstellung des ständigen Suchens und des interkulturellen Dialogs einzunehmen, die die einzige Voraussetzung für den echten Fortschritt der Menschheit sei.

Im dritten Teil schlieβlich habe ich eine kurze Analyse des Ausgangstextes und seiner wichtigsten Merkmale, nach denen ich meine Übersetzungsstrategie gewählt habe, und eine Bestimmung meines Ziellesers vorgenommen. Auβerdem habe ich einige der Hauptprobleme illustriert, auf die ich beim Übersetzen gestoβen bin, und besonders die mit der sprachwissenschaftlichen Natur des Ausgangstextes verbundenen Probleme.

6

We must find out more about language!

Benjamin L. Whorf

7

Prefazione

«In principio era la Parola, la Parola era con Dio e la Parola era Dio». Chi sa qualcosa di teologia, o semplicemente è andato a catechesi da ragazzino, sa che nell’incipit del suo vangelo, Giovanni si riferisce a Gesù, e non solo alla «parola» intesa come la intendiamo comunemente oggi. Ma c’è stato chi si è interrogato sul significato dell’uso del termine logos (anche: «parola») per indicare il Figlio di Dio. Nell’epistola ai colossesi, San Paolo scrive che «in Lui [Gesù] sono state fatte tutte le cose, visibili e invisibili»; nella lettera agli ebrei, è detto che «Iddio [...] ha parlato a noi mediante il suo Figliolo, [...] mediante il quale pure ha creato i mondi»; il vangelo di Giovanni afferma che per mezzo della Parola tutte le cose sono state create. La parola assurge dunque a divinità, a principio creatore. Il fatto che nella Genesi Dio crei il mondo con la parola, ponendo le cose in essere semplicemente nominandole («E Dio disse: ‘sia luce!’. E luce fu») ha fatto nascere, (soprattutto nel medioevo, ma il tema ha affascinato molti altri pensatori successivi) l’idea che il «nome» di una cosa esprima la sua «essenza», e l’ipotesi di una lingua originale, precedente alla dispersione di Babele, in cui le parole non erano vuoti segni, ma contenevano l’essenza stessa di ciò che indicavano, e avevano quindi un potere soprannaturale. È il principio alla base delle formule magiche, dello yoga della religione indù, delle teorie cabalistiche. La religione musulmana e quella ebraica vietano di pronunciare il nome di Dio. Il filosofo Eraclito di Efeso parla nei suoi scritti di un logos-principio, un’entità cosmica che è insieme la legge che governa il mondo e l’armonia superiore nella quale si risolvono gli opposti in tensione fra loro (coincidentia oppositorum), responsabili dell’eterno divenire. Il discorso del nome- essenza presuppone però l’esistenza delle “idee” delle cose: Platone descrive un iperuranio in cui hanno sede le idee, cioè le «cose in sé», le essenze che permettono l’esistenza dei singoli enti particolari; Aristotele, con i suoi concetti di forma e sostanza, postula anch’egli un’«essenza» delle cose (ciò che fa sì che una cosa sia ciò che è e non qualcos’altro) esistente ontologicamente, al di là del mondo sensibile particolare. La grande filosofia della Scolastica medievale, fondata sul cattolicesimo, sosteneva l’esistenza degli universali (i concetti generali) ovvero l’esistenza reale dei concetti che rappresentano l’unità del molteplice. Ad essa si oppose per primo William of Ockham, con la teoria del nominalismo: per Ockham solo ciò che è individuale è concreto, quindi esistono concretamente

8

solo cose finite e determinate nella loro specificità individuale, le sostanze assolute non esistono, in quanto sono solo convenzioni linguistiche atte a rappresentare la molteplicità delle sostanze individuali. Sulla sua scia si pose l’empirismo inglese, con Hobbes e Locke e i loro concetti di conoscenza basata solo sull’esperienza sensibile (insieme di impressioni) e particolare, di una coscienza umana simile a un «libro bianco», priva di idee innate. Con l’empirismo arriva anche il mito della conoscenza oggettiva: quest’ultima illusione verrà poi smentita da Kant, che con le sue forme pure a priori dimostrerà come la conoscenza umana sia sempre e comunque, a partire dalla percezione stessa, mediata e ordinata da schemi pregressi che possediamo dalla nascita, dunque mai oggettiva. (Il concetto è presente anche nella moderna Gestaltpsychologie, citata fra l’altro da Whorf nel saggio Language, Mind and Reality, di cui questa tesi propone una traduzione). Il nostro conoscere è dunque già, aconsciamente, un giudizio a priori; e le parole, il nostro dare dei nomi alle cose sono l’espressione di questo nostro arbitrario catalogare la realtà.

Ma lascio queste considerazioni, per approfondire le quali occorrerebbe molto più che qualche pagina di introduzione; ho ritenuto necessario accennarle in quanto sono concetti toccati, almeno in parte, nel saggio di Whorf. Ciò che intendevo mettere in risalto, ad ogni modo, è semplicemente questo: che tutti, fin dai tempi più antichi, si sono interrogati sul potere, sul significato, sul ruolo delle parole e del linguaggio sul pensiero e il comportamento umani. E in molti, lungi dal considerare la lingua un mero strumento espressivo, hanno compreso quanto di misterioso, di oscuro, di inafferrabile possa avere. E quanto di essa, al contrario di quello che può sembrare dal momento che pare scaturire dalla nostra volontà o arbitrio, sia svincolato da noi e anzi ci condizioni aconsciamente. (Si pensi, per fare un esempio più attuale, al moderno concetto di politically correct: dobbiamo dire, anziché «disabile» «diversamente abile», perché il primo termine suggerisce una visione dell’handicappato come “mancante” di qualcosa, di una o più “abilità”. Al di là delle considerazioni sull’ipocrisia implicita in tale atteggiamento, esso dimostra come, per incoraggiare un pensiero che consideri gli handicappati non come una parte difettosa della società, si parta in primo luogo con il cambiare la loro denominazione.)

9

Uno di questi pensatori fu Benjamin Lee Whorf. Laureatosi in ingegneria chimica al Massachusetts Institute of Technology nel 1918, Whorf s’interessò alla linguistica soltanto nel 1924, allorché rivolse l’attenzione allo studio dell’ebraico, affascinato dalle letture di Fabre d’Olivet e dell’ipotesi secondo cui ciascuna lettera dell’alfabeto ebraico contenesse un significato intrinseco, grazie al quale si poteva risalire ai significati nascosti e originari della Genesi. Da allora lo studioso cominciò un percorso di ricerca nel tentativo di strappare dal mero fatto linguistico il suo significato ultimo. Iniziò a interessarsi alle antiche civiltà messicane e si concentrò in particolare sulla lingua azteca, redigendone una grammatica; lo stesso fece, più tardi, con i geroglifici maya. Si iscrisse a un corso di linguistica indiano-americana tenuto da Sapir a Yale, e approfondì sempre più la conoscenza delle lingue appartenenti a questo ceppo, tra le quali c’era il hopi; approfondì inoltre le grammatiche della lingua latina, greca, ebraica, kota, shawnee, russa, taos, cinese e giapponese. Da fine grammatico e linguista qual era, Whorf seppe cogliere le particolarità di queste lingue, e le sottigliezze logiche di analisi della realtà che vi stavano dietro. Questi studi lo portano alla convinzione che per comprendere e apprezzare appieno una cultura diversa dalla propria occorre conoscere più a fondo la sua lingua, e in particolare l’analisi della realtà e la logica che vi stanno alla base, operazione fondamentale per giungere a un vero senso di fratellanza umana. «Non ci si rende sufficientemente conto che l’ideale di cooperazione e di fratellanza universale viene meno, se non include la capacità di adattarsi intellettualmente e spiritualmente ai nostri fratelli di altri paesi. L’Occidente è pervenuto a una certa comprensione emotiva dell’Oriente attraverso un tipo di approccio estetico e letterario, ma ciò non ha colmato l’abisso intellettuale; non siamo ancora arrivati a capire i tipi di pensiero logico riflessi nelle forme di pensiero scientifico o nell’analisi della natura autenticamente orientali. Ciò richiede ricerche linguistiche sulla logica delle lingue indigene, conferendo ad esse quella validità scientifica che attribuiamo alle nostre abitudini di pensiero». Così scriveva Whorf in un saggio intitolato A Brotherhood of Thought; in questo brano emerge una delle idee fondamentali del suo pensiero e lo scopo profondamente umanistico delle sue ricerche e pubblicazioni; scopo che emerge ed è anzi esplicitato nel saggio Language, Mind and Reality. Pubblicato per la prima volta su una rivista teosofica di Madras, la Technology Review, nel 1940, Language, Mind and Reality sintetizza la posizione di Whorf sull’argomento del linguaggio; nell’articolo è inoltre esposta la sua teoria più

10

ardita, per la quale è famoso: la teoria del relativismo linguistico, meglio nota come ipotesi di Sapir- Whorf. Partendo da una considerazione generale sulla cultura occidentale, che Whorf afferma trovarsi in una situazione di stallo, egli passa poi ad analizzare le possibili cause di questa stagnazione. Così come i diversi linguaggi settoriali presuppongono resistenze sistematiche a punti di vista divergenti dai propri, e considerano assoluta la propria visione della realtà, diventando perciò incomprensibili gli uni agli altri («mutually unintelligible»), così l’Occidente si è cristallizzato nella propria cultura e lingua, considerando assoluti i suoi valori e i risultati scientifici e filosofici da esse scaturiti, anzi, addirittura coincidenti con l’essenza stessa della ragione. Ciò gli impedisce il superamento dei propri limiti e qualunque progresso, così come la comprensione delle altre culture e dunque la possibilità di imparare da esse. Tale comprensione, afferma Whorf, può avvenire solo grazie a un’analisi approfondita delle loro lingue, indispensabile per cogliere la visione del mondo che vi sta alla base («Linguistic knowledge entails understanding many different beautiful systems of logical analysis».). La conoscenza di analisi della realtà diverse dalla nostra potrebbe aprirci prospettive nuove e impensate. Whorf porta numerosi esempi, spaziando dal giapponese al hopi, dal chichewa (la lingua degli zulu africani) all’algonchino, e facendo raffronti illuminanti con la lingua inglese. Evidenziando la forte correlazione tra linguaggio e pensiero, Whorf ipotizza che anche le teorie scientifiche e filosofiche ne siano influenzate: non è un caso, a suo parere, che la teoria della relatività sia nata proprio in Europa: le lingue indoeuropee contengono moltissime espressioni nelle quali ci si riferisce al tempo usando termini o strutture che si riferiscono allo spazio. Il fatto che i parlanti di chichewa distinguano, a differenza nostra, fra un evento passato con conseguenze sul presente e uno che invece non ne ha più, li renderebbe, se diventassero filosofi o matematici, i nostri migliori pensatori sul tema del tempo. O ancora la distinzione fatta dagli indiani coeur d’Alene fra tre tipi diversi di forme verbali di causa efficiente potrebbe dare origine, se applicata all’osservazione scientifica, a una teoria di causalità triadica, e ad altri validi strumenti intellettuali per la ricerca scientifica. Il fatto che i parlanti chichewa operino automaticamente questa distinzione li rende degli osservatori molto più acuti di determinati aspetti del mondo; anche una volta che ci siano noti i loro schemi logici, il loro contributo ci è indispensabile, perché noi stessi non operiamo tali distinzioni automaticamente.

11

L’aspetto di condizionamento aconscio della lingua sul pensiero umano è ciò che porta Whorf a formulare la sua teoria del relativismo linguistico, secondo la quale gli schemi preordinati della lingua incanalano il nostro pensare al punto che il nostro ragionare e conoscere non è mai libero e oggettivo, ma condizionato ineludibilmente dagli schemi linguistici. Ciascuna lingua segmenta il mondo in diverse parti, e a ciascuna dà un nome; ma le segmentazioni possibili sono infinite, e diverse in ogni lingua; ciascun parlante è dunque, del tutto inconsapevolmente, irretito negli schemi della sua lingua madre, e mentre crede di pensare qualcosa liberamente e poi esprimerlo in parole, meri strumenti di comunicazione, il suo pensiero è in realtà indirizzato e plasmato dalle parole e dagli schemi linguistici stessi.

Quelle di Whorf erano teorie coraggiose, rivoluzionarie, scioccanti, soprattutto per i suoi tempi: nel 1952, il Dipartimento di Stato proibì la circolazione al di fuori del Foreign Service Institute (dove era utilizzata come lettura nei corsi di linguistica) della sua prima raccolta di saggi, intitolata Four Articles on Metalinguistics. Il Dipartimento di Stato ne riconosceva l’importanza e l’utilità, ma nello stesso tempo considerava pericolose le idee espresse dall’autore, che cozzavano contro molti pregiudizi correnti degli Stati Uniti di allora, che erano quelli del maccartismo. Era certamente sovversivo affermare che popoli “primitivi” potessero aver una lingua più logica di quella della “razza eletta” dei W.A.S.P. (White Anglo-Saxon Protestants). La teoria del relativismo linguistico, poi, dopo il periodo di entusiasmo con cui venne accolta, è stata oggetto di aspre critiche, polemiche e smentite; a sua difesa, si è soltanto detto che forse non intendeva dire ciò che ha detto, che era stato malinterpretato e che la sua posizione in realtà non era così estrema.

Il desiderio di tradurre e far conoscere questo saggio non è nato dalla convinzione che la teoria di Whorf fosse esatta, né intendo stabilire qui se lo sia o meno: non lo credo importante, né avrei gli strumenti per farlo. Inoltre, dai tempi di Whorf, molti altri pensatori e linguisti si sono occupati dell’argomento, e in effetti a un lettore contemporaneo certe sue posizioni possono sembrare superate, ingenue, e in questo saggio in particolare, anche un po’ mistiche.

Ma il valore e, credo, l’attualità del suo contributo, stanno soprattutto nell’esortazione a riflettere sulla realtà con un atteggiamento libero da pregiudizi, e a porsi nei suoi confronti in modo non dogmatico, a non considerare mai nulla, nessuna teoria, religiosa, culturale, scientifica, come certa,

12

assoluta, definitiva; mai nessuna cultura come superiore o più logica di un’altra. Renderci conto di quanto poco sappiamo della lingua che pure utilizziamo tutti i giorni, e quanto di essa ci sfugga e condizioni (del tutto o in parte, è lo stesso) il nostro ragionare è una lezione di umiltà. Di fronte a un Occidente fiacco e «spiritually enervated» , come lo definisce William Deresiewicz in un articolo apparso nel 2005 sul New York Times, l’invito di Whorf ad aprirsi al dialogo e alla comprensione delle altre culture e a deporre l’arroganza intellettuale per un atteggiamento di ricerca continua, unico presupposto per il vero progresso dell’umanità, è più attuale che mai.

Essendo Language, Mind and Reality un classico della letteratura della linguistica, la traduzione è stata fatta cercando di conciliare il più possibile il rispetto per lo stile e la personalità dell’autore, individuata come una delle dominanti del prototesto, e la scorrevolezza necessaria ad un saggio di natura argomentativo-persuasiva, individuata come seconda dominante dell’opera. Una delle difficoltà maggiori è stata dunque quella di evitare di “violentare” l’autore omogeneizzando lo stile, o cadendo nella tentazione di esplicitare troppo un testo che, anche solo per gli argomenti trattati, è in certi punti piuttosto arduo e oscuro. Quest’ultimo aspetto è però bilanciato da momenti di umorismo, aneddoti e interventi ironici di puro intrattenimento, tipici della saggistica anglosassone, che alleggeriscono la lettura: ho cercato di mantenere anche questo aspetto, evitando però dove possibile le appropriazioni e le standardizzazioni, per non appiattire il testo al livello di un qualunque saggio di linguistica anonimo. Un’altra difficoltà è stata quella connessa all’argomento linguistico: tradurre «la lingua che parla della lingua» ha comportato, ad esempio, dover scegliere come tradurre i numerosi esempi, tratti ovviamente dalla lingua inglese. La strategia adottata è stata di mantenere gli esempi originali, per due motivi principali. Il primo e più ovvio è l’impossibilità, in molti casi, di mantenere il senso dell’esempio traducendo le parole con il quale esso è fatto: ho dunque mantenuto quelle originali, affiancate da una traduzione tra parentesi quadre, non sempre però, per motivi di spazio e di brevità, del tutto esaurienti: d’altronde, un esempio che vuole dimostrare proprio la polisemia infinita che una parola può assumere è ben difficile da tradurre con una sola parola! Il secondo motivo è legato al lettore modello individuato, al quale ho attribuito un certo interesse filologico oltre che una certa familiarità con la lingua inglese, in tempi di globalizzazione ormai quasi scontata.

13

Poiché l’autore fa moltissimi riferimenti, spaziando dalla filosofia alla fisica, dalla letteratura alla religione, dalla psicologia alla mistica indiana, una certa attenzione ho messo anche nell’uso del linguaggio e della terminologia corretti, documentandomi su testi specifici. In alcuni casi ho aggiunto delle note, laddove il riferimento, scontato per un lettore di cultura anglosassone vissuto all’epoca dell’autore, sarebbe stato invece difficile da cogliere per un lettore moderno. Le considerazioni precedenti sul lettore modello non devono far pensare che abbia tradotto esclusivamente pensando a un lettore particolarmente cólto e già edotto sulle materie trattate: dove è stato possibile senza snaturare il testo, ho cercato di limitare parole e strutture troppo ardue, in modo da rendere il saggio accessibile, almeno in parte, a un lettore con pochi strumenti ma interessato all’argomento. Quest’ultima scelta è stata fatta considerando una terza dominante dell’opera, e cioè la divulgazione di un messaggio umanitario, aspetto che oltretutto rende il saggio particolarmente interessante e attuale.

Ringraziamenti
Per la buona riuscita di questo lavoro ringrazio di cuore i miei genitori, Claudia e Demetrio, per l’affetto con cui mi hanno sostenuto e per l’aiuto prezioso nella revisione, e il mio relatore, prof. Bruno Osimo, per la pazienza, la sollecitudine e la competenza con cui mi ha seguito.

Il testo originale dal quale è stata fatta la traduzione è tratto da:
WHORF B. L. 1956 Language, Thought, and Reality. Selected Writings, a cura di John B. Carroll, prefazione di Stuart Chase, Cambridge (Massachusetts), Massachusetts Institute of Technology, 1956.

14

Benjamin Whorf

LANGUAGE, MIND, AND REALITY

It needs but half an eye to see in these latter days that science, the Grand Revelator of modern Western culture, has reached, without having intended to, a frontier. Either it must bury its dead, close its ranks, and go forward into a landscape of increasing strangeness, replete with things shocking to a culture-trammeled understanding, or it must become, in Claude Houghton’s expressive phrase, the plagiarist of its own past. The frontier was foreseen in principle very long ago, and given a name that has descended to our day clouded with myth. That name is Babel. For science’s long and heroic effort to be strictly factual has at last brought it into entanglement with the unsuspected facts of the linguistic order. These facts the older classical science had never admitted, confronted, or understood as facts. Instead they had entered its house by the back door and had been taken for the substance of Reason itself.

What we call “scientific thought” is a specialization of the western Indo-European type of language, which has developed not only a set of different dialectics, but actually a set of different dialects. THESE DIALECTS ARE NOW BECOMING MUTUALLY UNINTELLIGIBLE. The term ‘space,’ for instance, does not and CANNOT mean the same thing to a psychologist as to a physicist. Even if psychologists should firmly resolve, come hell or high water, to use “space” only with the physicist’s meaning, they could not do so, any more than Englishmen could use in English the word ‘sentiment’ in the meanings which the similarly spelled but functionally different French utterance le sentiment has in its native French.

Now this does not simply breed confusions of mere detail that an expert translator could perhaps resolve. It does something much more perplexing. Every language and every well-knit technical sublanguage incorporates certain points of view and certain patterned resistances to widely divergent points of view. This is especially so if language is not surveyed as a planetary phenomenon, but is as usual taken for granted, and the local, parochial species of it used by the individual thinker is taken to be its full sum. These resistances not only isolate artificially the particular sciences from each other; they also restrain the scientific spirit

15

Benjamin Whorf LINGUA, MENTE E REALTÀ

Anche a uno sguardo distratto appare oggi evidente che in questi ultimi tempi la scienza, il Grande Rivelatore della cultura occidentale moderna, è giunta, senza volerlo, a una frontiera. O deve seppellire i suoi morti, serrare le fila e procedere in un paesaggio di crescente stranezza, traboccante di cose sempre più straordinarie e scioccanti per un intelletto limitato dai condizionamenti culturali, o altrimenti diventare, per usare l’efficace espressione di Claude Houghton, «plagiari del proprio passato». La frontiera era già stata prevista, in linea teorica, molto tempo fa, e gli era stato dato un nome che è giunto fino a noi avvolto nel mito. Quel nome è Babele. Perché i lunghi, eroici sforzi fatti dalla scienza per conservarsi rigorosamente fattuale l’hanno portata alla fine a ingarbugliarsi con i fatti insospettati di ordine linguistico. Fatti con cui la vecchia scienza classica non ha mai voluto confrontarsi e che non ha mai né riconosciuto, né considerato come tali. Invece erano entrati dalla porta di servizio ed erano stati presi per la sostanza stessa della Ragione.

Ciò che noi chiamiamo «pensiero scientifico» è in realtà una specializzazione del linguaggio indoeuropeo occidentale, che ha sviluppato non solo una serie di dialettiche diverse, ma proprio una serie di dialetti diversi. QUESTI DIALETTI STANNO ORA DIVENTANDO INCOMPRENSIBILI GLI UNI AGLI ALTRI. Il termine space [spazio], ad esempio, non ha e NON PUÒ avere lo stesso significato per uno psicologo e per un fisico. Se anche tutti gli psicologi si accordassero per usare, cascasse il mondo, la parola space solo nel significato usato dai fisici, non ci riuscirebbero, tanto quanto non ci riuscirebbero degli inglesi che volessero usare la parola sentiment con lo stesso significato del termine simile nello spelling ma funzionalmente diverso le sentiment nell’originale lingua francese.

Orbene, questo non genera semplicemente confusioni su dettagli che un traduttore esperto potrebbe forse risolvere: provoca qualcosa che lascia molto più perplessi. Ogni lingua o linguaggio settoriale che sia ben sviluppato presuppone al suo interno punti di vista e una resistenza sistematica a punti di vista che divergono profondamente dai propri. Questo è vero in particolare quando la lingua non viene considerata come un fenomeno globale ma viene, come sempre, data per scontata, e una sua forma locale, provinciale, usata da un singolo pensatore, considerata come assoluta. Queste resistenze non solo creano una separazione artificiale fra le varie scienze particolari: esse inibiscono lo spirito

16

as a whole from taking the next great step in development – a step which entails viewpoints unprecedented in science and a complete severance from traditions. For certain linguistic patterns rigidified in the dialectics of the sciences – often also embedded in the matrix of European culture from which those sciences have sprung, and long worshipped as pure Reason per se – have been worked to death. Even science senses that they are somehow out of focus for observing what may be very significant aspects of reality, upon the due observation of which all further progress in understanding the universe may hinge.

Thus one of the important coming steps for Western knowledge is a re-examination of the linguistic backgrounds of its thinking, and for that matter of all thinking. My purpose in developing this subject before a Theosophical audience is not to confirm or affirm any Theosophical doctrines. It is rather that, of all groups of people with whom I have come in contact, Theosophical people seem the most capable of becoming excited about ideas – new ideas. And my task is to explain an idea to all those who, if Western culture survives the present welter of barbarism, may be pushed by events to leadership in reorganizing the whole human future.

This idea is one too drastic to be penned up in a catch phrase. I would rather leave it unnamed. It is the view that a noumenal world – a world of hyperspace, of higher dimensions – awaits discovery by all the sciences, which it will unite and unify, awaits discovery under its first aspect of a realm of PATTERNED RELATIONS, inconceivably manifold and yet bearing a recognizable affinity to the rich and systematic organization of LANGUAGE, including au fond mathematics and music, which are ultimately of the same kindred as language. The idea is older than Plato, and at the same time as new as our most revolutionary thinkers. It is implied in Whitehead’s world of prehensive aspects, and in relativity physics with its four-dimensional continuum and its Riemann-Christoffel tensor that sums up the PROPERTIES OF THE WORLD at any point-moment; while one of the most thought-provoking of all modern presentations, and I think the most original, is the Tertium Organum of

17

scientifico nel suo insieme dal compiere il grande passo necessario alla sua evoluzione, passo che implica la presa in considerazione di punti di vista del tutto nuovi per la nostra scienza e un taglio netto con le tradizioni. Perché determinati modelli linguistici irrigiditi nei dibattiti scientifici, spesso anche radicati nella matrice della cultura europea da cui quelle scienze sono nate, e a lungo venerati come l’essenza stessa della Ragione, sono stati logorati ed esauriti dall’uso. La scienza stessa ha la sensazione di avere come una lente sfocata attraverso cui osserva quelli che potrebbero essere aspetti molto importanti della realtà, e da un’adeguata osservazione dei quali potrebbe dipendere tutto il futuro avanzamento nella comprensione dell’universo.

Quindi uno dei prossimi passi più importanti per la scienza occidentale è un riesame del background linguistico del suo pensiero, e, del resto, di tutto il suo pensiero. Il fatto che io esponga questo argomento a un pubblico teosofico non significa che intenda né confermare né affermare nessuna delle dottrine teosofiche. Il motivo è piuttosto il fatto che di tutte le categorie di persone con cui sono entrato in contatto, i seguaci della Teosofia appaiono i più predisposti a entusiasmarsi per le idee, per le nuove idee. E il mio compito è quello di far conoscere una certa idea a tutti coloro che, se la cultura occidentale sopravvivrà all’attuale ondata di barbarie, potrebbero essere spinti dagli eventi ad assumere la guida nel riorganizzare l’intero futuro dell’umanità.

Quest’ idea è troppo drastica per essere racchiusa in uno slogan: preferirei lasciarla senza nome. Essa è la visione di un mondo noumenico, un mondo dell’iperspazio, di una dimensione più alta che attende di essere scoperta da tutte le scienze, che da essa verranno riunite e unificate, che attende di essere scoperta dietro una prima apparenza esteriore di regno di RELAZIONI SCHEMATIZZATE incredibilmente vario e recante tuttavia un’evidente affinità con la ricca e sistematica organizzazione del linguaggio, inclusa in fondo, la matematica e la musica, che appartengono, in ultima analisi, alla stessa specie del linguaggio. Il concetto è più antico di Platone, e allo stesso tempo più innovativo dei nostri pensatori più rivoluzionari. Esso è implicito nel mondo degli aspetti prensivi di Whitehead e nella fisica relativistica con il suo continuum quadridimensionale e il suo tensore di Riemann- Christoffel che riassume tutte LE PROPRIETÀ DEL MONDO in qualunque punto-istante; mentre una delle presentazioni moderne più stimolanti, e anche, credo, più originali, è il Tertium Organum di

18

Ouspensky. All that I have to say on the subject that may be new is of the PREMONITION IN LANGUAGE of the unknown, vaster world – that world of which the physical is but a surface or skin, and yet which we ARE IN, and BELONG TO. For the approach to reality through mathematics, which modern knowledge is beginning to make, is merely the approach through one special case of this relation to language.

This view implies that what I have called patterns are basic in a really cosmic sense, and that patterns form wholes, akin to the Gestalten of psychology, which are embraced in larger wholes in continual progression. Thus the cosmic picture has a serial or hierarchical character, that of a progression of planes or levels. Lacking recognition of such serial order, different sciences chop segments, as it were, out of the world, segments which perhaps cut across the direction of the natural levels, or stop short when, upon reaching a major change of level, the phenomena become of quite different type, or pass out of the ken of the older observational methods.

But in the science of linguistics, the facts of the linguistic domain compel recognition of serial planes, each explicitly given by an order of patterning observed. It is as if, looking at a wall covered with fine tracery of lacelike design, we found that this tracery served as the ground for a bolder pattern, yet still delicate, of tiny flowers, and that upon becoming aware of this floral expanse we saw that multitudes of gaps in it made another pattern like scrollwork, and that groups of scrolls made letters, the letters if followed in a proper sequence made words, the words were aligned in columns which listed and classified entities, and so on in continual cross-patterning until we found this wall to be – a great book of wisdom!

First, the plane “below” the strictly linguistic phenomena is a physical acoustic one, phenomena wrought of sound waves; then comes a level of patterning in rippling muscles and speech organs, the physiological-phonetic plane; then the phonemic plane, patterning that makes a systematic set of consonants, vowels, accents, tones, etc. for each language;

19

Uspenskij. Tutto ciò che ho da aggiungere sull’argomento che potrebbe essere nuovo è la PREMONIZIONE NEL LINGUAGGIO, di un mondo sconosciuto e assai più vasto, quel mondo di cui l’aspetto fisico non è che una facciata, un sottile strato esterno, e nel quale tuttavia CI TROVIAMO e al quale APPARTENIAMO. L’approccio alla realtà attraverso la matematica, che la scienza moderna sta iniziando ad adottare, non è che l’approccio attraverso un singolo caso specifico di questa relazione con la lingua.

Questa visione implica che quelli che ho definito «schemi» sono elementi fondanti in senso veramente cosmico, e che formano degli interi, assimilabili alle Gestalt in psicologia, che vengono a loro volta compresi in interi più grandi, in una progressione continua. L’immagine cosmica ha quindi un carattere seriale o gerarchico, quello di una successione progressiva di piani o livelli. Non essendo coscienti di questo ordinamento seriale, le varie scienze tagliano come dei segmenti nel mondo, segmenti che magari attraversano i vari livelli in senso trasversale, o si interrompono bruscamente quando incontrano un cambiamento di livello importante e i fenomeni diventano di un genere molto diverso, o esulano dalla comprensione dei vecchi metodi di osservazione.

Ma nella scienza linguistica, i fatti della sfera linguistica impongono il riconoscimento dei livelli gerarchici, ciascuno dato esplicitamente da un ordine di strutturazione che si è osservato. È come se guardando una parete coperta da un raffinato disegno simile a un merletto ci accorgessimo che questo fa da sfondo a un motivo più marcato, e tuttavia delicato, di minuscoli fiorellini, e avvedendoci di questa distesa floreale vedessimo ancora che i vari interstizi formano un altro motivo a volute, e che gruppi di volute formano lettere che se unite nella giusta sequenza danno parole, e le parole sono allineate in colonne che elencano e classificano le varie entità, e via di seguito in un continuo incrociarsi di motivi, finché ci rendiamo conto che quella parete è… un grande libro di saggezza!

Per prima cosa, il piano “al di sotto” dei fenomeni strettamente linguistici è un fenomeno di tipo fisico, acustico, costituito da onde sonore; poi segue un piano di strutturazione di muscoli che si contraggono e organi vocali che vibrano, quello fisiologico-fonetico; poi il piano fonematico, una struttura che crea un insieme sistematico di consonanti, vocali, accenti, toni ecc. per ciascuna lingua;

20

then the morphophonemic plane in which the “phonemes” of the previous level appear combined into “morphemes” (words and subwords like suffixes, etc.); then the plane of morphology; then that of the intricate, largely unconscious patterning that goes by the meaningless name of syntax; then on to further planes still, the full import of which may some day strike and stagger us.

Speech is the best show man puts on. It is his own “act” on the stage of evolution, in which he comes before the cosmic backdrop and really “does his stuff.” But we suspect the watching Gods perceive that the order in which his amazing set of tricks builds up to a great climax has been stolen – from the Universe!

The idea, entirely unfamiliar to the modern world, that nature and language are inwardly akin, was for ages well known to various high cultures whose historical continuity on the earth has been enormously longer than that of Western European culture. In India, one aspect of it has been the idea of the MANTRAM and of a MANTRIC ART. On the simplest cultural level, a mantram is merely an incantation of primitive magic, such as the crudest cultures have. In the high culture it may have a different, a very intellectual meaning, dealing with the inner affinity of language and the cosmic order. At a still higher level, it becomes “Mantra Yoga.” Therein the mantram becomes a manifold of conscious patterns, contrived to assist the consciousness into the noumenal pattern world – whereupon it is “in the driver’s seat.” It can then SET the human organism to transmit, control, and amplify a thousandfold forces which that organism normally transmits only at unobservably low intensities.

Somewhat analogously, the mathematical formula that enables a physicist to adjust some coils of wire, tinfoil plates, diaphragms, and other quite inert and innocent gadgets into a configuration in which they can project music to a far country puts the physicist’s consciousness on to a level strange to the untrained man, and makes feasible an adjustment of matter to a very strategic configuration, one which makes possible an unusual manifestation of force. Other formulas make possible the strategic arrangement of magnets and wires in the powerhouse so that, when the magnets (or rather the field of subtle forces, in and around the magnets) are set in motion, force is manifested in the way we call an electric current. We do not think of the designing of a radio station or a power plant as a linguistic process, but it is one nonetheless. The necessary mathematics

21

poi il piano morfo-fonematico, in cui i fonemi del livello precedente appaiono combinati in morfemi (parole e particelle come suffissi ecc.); poi il piano morfologico; infine il piano di quella strutturazione complessa e in gran parte inconscia che va sotto il nome privo di significato di «sintassi»; e poi ulteriori livelli, la cui piena portata potrebbe un giorno colpirci e gettarci nello sconcerto.

Il parlare è lo spettacolo migliore che l’uomo sappia inscenare. È il suo “atto” personale sulla scena dell’evoluzione, in cui emerge dallo sfondo cosmico, e “fa vedere quello che sa fare”. Ma noi abbiamo il sospetto che gli dèi che ci osservano sappiano che l’ordine in cui il suo incredibile repertorio di giochetti arriva a raggiungere un tale apice è stato rubato nientemeno che all’Universo!

L’idea, del tutto estranea al mondo moderno, che natura e lingua siano intimamente affini, è stata per secoli nota a diverse grandi culture, la cui continuità storica sulla terra è stata enormemente superiore a quella della cultura europea occidentale. In India, un aspetto di quest’idea è stato il concetto di MANTRA e di ARTE MANTRICA. A un livello culturale più semplice, il MANTRA è un semplice incantesimo di magia primitiva, tipico delle culture più rozze. A un livello più alto però, può assumere un significato diverso, altamente intellettuale, riguardante l’intima affinità del linguaggio con l’ordine cosmico. A un livello più alto ancora, diventa “MANTRA YOGA”. Il mantra diventa quindi una serie molteplice di formule consce, studiate affinché assistano la coscienza nel passaggio al mondo noumenico degli schemi, dove assume un ruolo guida. Esso può METTERE IN GRADO l’organismo umano di trasmettere, controllare e amplificare migliaia di forze che normalmente vengono emanate a intensità impercettibili.

In maniera più o meno analoga, la formula matematica che permette a un fisico di combinare del filo, dei piatti di stagno, dei diaframmi e altri simili inerti e innocui dispositivi in una struttura che trasmette musica a un punto lontano, pone la sua coscienza su di un livello estraneo a chi non vi è allenato, e rende possibile configurare la materia in un modo molto strategico che permette una inusuale manifestazione di energia. Altre formule permettono di configurare strategicamente fili e magneti in una centrale elettrica in modo che quando i magneti (o piuttosto quel campo di impercettibili forze all’interno e al di fuori dei magneti) vengono messi in movimento, si manifesti energia in una forma che noi chiamiamo corrente elettrica. Nessuno pensa alla progettazione di una stazione radio o di una centrale elettrica come a un processo linguistico: tuttavia lo è. La matematica

22

is a linguistic apparatus, and, without its correct specification of essential patterning, the assembled gadgets would be out of proportion and adjustment, and would remain inert. But the mathematics used in such a case is a SPECIALIZED formula-language, contrived for making available a specialized type of force manifestation through metallic bodies only, namely, ELECTRICITY as we today define what we call by that name. The mantric formula-language is specialized in a different way, in order to make available a different type of force manifestation, by repatterning states in the nervous system and glands – or again rather in the subtle “electronic” or “etheric” forces in and around those physical bodies. Those parts of the organism, until such strategic patterning has been effected, are merely “innocent gadgets,” as incapable of dynamic power as loose magnets and loose wires, but IN THE PROPER PATTERN they are something else again – not to be understood from the properties of the unpatterned parts, and able to amplify and activate latent forces.

In this way I would link the subtle Eastern ideas of the mantric and yogic use of language with the configurative or pattern aspect which is so basic in language. But this brings me to the most important part of my discussion. We must find out more about language! Already we know enough about it to know it is not what the great majority of men, lay or scientific, think it is. The fact that we talk almost effortlessly, unaware of the exceedingly complex mechanism we are using, creates an illusion. We think we know how it is done, that there is no mystery; we have all the answers. Alas, what wrong answers! It is like the way a man’s uncorrected sense impressions give him a picture of the universe that is simple, sensible, and satisfying, but very wide of the truth.

Consider how the world appears to any man, however wise and experienced in human life, who has never heard one word of what science has discovered about the Cosmos. To him the earth is flat; the sun and moon are shining objects of small size that pop up daily above an eastern rim, move through the upper air, and sink below a western edge; obviously they spend the night somewhere underground. The sky is an inverted bowl made of some blue material. The stars, tiny and rather near objects, seem as if they might be alive, for they “come out” from the sky at evening like rabbits or rattlesnakes from their burrows, and slip back again at dawn.

23

necessaria è un apparato linguistico, e senza le sue esatte indicazioni degli schemi essenziali, l’assemblaggio dei singoli dispositivi mancherebbe di proporzione e di adeguatezza, rimanendo quindi inerte. Ma la matematica utilizzata in tali casi è un linguaggio formulistico SPECIALIZZATO, mirato a rendere disponibile uno specifico tipo di manifestazione di energia solo attraverso corpi metallici, o meglio ELETTRICITÀ, come viene oggi chiamata. Il linguaggio formulistico del mantra è specializzato in una direzione diversa per fornire un altro tipo di manifestazione di energia, riorganizzando le disposizioni nel sistema nervoso e nelle ghiandole, o piuttosto, ancora, le impercettibili forze “elettriche” o “eteriche” all’interno e al di fuori di questi corpi fisici. Prima di questa riorganizzazione strategica, questi organi sono “innocui dispositivi”, privi di energia dinamica quanto magneti e fili isolati, ma con la DISPOSIZIONE ADEGUATA diventano qualcosa d’altro, che non nasce dalle proprietà delle singole parti, e che è in grado di amplificare e attualizzare energie latenti.

È in questo senso che vorrei collegare i sottili concetti orientali dell’uso mantrico e yogico del linguaggio con l’aspetto configurativo e formulistico che nella lingua è così fondamentale. Ma questo ci porta alla parte più importante della mia argomentazione. Dobbiamo scoprire di più sulla lingua! Sappiamo già quel che basta a stabilire che essa non è ciò che comunemente, uomini di scienza o profani, pensiamo. Il fatto che parliamo quasi senza sforzo, inconsapevoli del meccanismo incredibilmente complesso che stiamo utilizzando, crea in noi un’illusione. Pensiamo di sapere come ciò avviene, che non ci sia alcun mistero, che abbiamo già tutte le risposte. Ahimè, quanto sbagliate queste risposte! È come l’idea che abbiamo dell’universo: le nostre percezioni sensoriali imperfette ce ne forniscono un’immagine semplice, coerente e soddisfacente, ma ben lontana dalla verità.

Consideriamo il modo in cui la realtà apparirebbe a un qualunque essere umano, per quanto saggio ed esperto della vita, che ignorasse tutto ciò che la scienza ha scoperto sul Cosmo. Per lui, la terra è piatta; il sole e la luna sono piccoli oggetti luminosi che spuntano ogni giorno da dietro un bordo a est, si spostano in alto nell’aria, e calano dietro un bordo a ovest; evidentemente, trascorrono la notte da qualche parte sottoterra. Il cielo è una scodella rovesciata fatta di un qualche materiale azzurrino. Le stelle, degli oggetti minuscoli e abbastanza vicini, sembrano quasi vive, perché “vengono fuori” dal cielo la sera, come conigli o serpenti a sonagli dalle tane, e poi si dileguano all’alba.

24

“Solar system” has no meaning to him, and the concept of a “law of gravitation” is quite unintelligible – nay, even nonsensical. For him bodies do not fall because of a law of gravitation, but rather “because there is nothing to hold them up” – i.e., because he cannot imagine their doing anything else. He cannot conceive space without an “up” and “down” or even without an “east” and “west” in it. For him the blood does not circulate; nor does the heart pump blood; he thinks it is a place where love, kindness, and thoughts are kept. Cooling is not a removal of heat but an addition of “cold”; leaves are green not from the chemical substance chlorophyll in them, but from the “greenness” in them. It will be impossible to reason him out of these beliefs. He will assert them as plain, hard-headed common sense; which means that they satisfy him because they are completely adequate as a SYSTEM OF COMMUNICATION between him and his fellow men. That is, they are adequate LINGUISTICALLY to his social needs, and will remain so until an additional group of needs is felt and is worked out in language.

But as this man is in conception of the physical universe, of whose scope and order he has not the faintest inkling, so all of us, from rude savage to learned scholar, are in conception of language. Only the science of linguistics has begun to penetrate a little into this realm, its findings still largely unknown to the other disciplines. Natural man, whether simpleton or scientist, knows no more of the linguistic forces that bear upon him than the savage knows of gravitational forces. He supposes that talking is an activity in which he is free and untrammeled. He finds it a simple, transparent activity, for which he has the necessary explanations. But these explanations turn out to be nothing but statements of the NEEDS THAT IMPEL HIM TO COMMUNICATE. They are not germane to the process by which he communicates. Thus he will say that he thinks something, and supplies words for the thoughts “as they come.” But his explanation of why he should have such and such thoughts before he came to utter them again turns out to be merely the story of his social needs at that moment. It is a dusty answer that throws no light. But then he supposes that there need be no light thrown on this talking process, since he can manipulate it anyhow quite well for his social needs. Thus he implies, wrongly, that thinking is an OBVIOUS, straightforward activity, the same for all rational beings, of which language is the straightforward expression.

25

La parola «sistema solare» non ha per lui alcun senso, e l’espressione «legge gravitazionale» è per lui incomprensibile, anzi, addirittura priva di senso. Per lui, i corpi non cadono a causa di una legge di gravità, ma perché «non c’è niente che li tenga su», cioè non riesce a immaginare che possano fare qualcosa di diverso. Non riesce a concepire lo spazio senza un «alto» e un «basso», o addirittura senza un «est» e un «ovest». Per lui, il sangue non circola; e il cuore non ha la funzione di pompare il sangue, ma è la sede dei pensieri, della bontà e dell’amore. Il raffreddamento non è sottrazione di calore, ma «aggiunta di freddo»; le foglie sono verdi non a causa di una sostanza chimica detta clorofilla ma per la loro caratteristica di “verdità”. Dissuaderlo con ragionamenti da queste convinzioni è impensabile. Egli le sosterrà come semplice buon senso pratico; il che significa che esse sono del tutto adeguate come SISTEMA DI COMUNICAZIONE tra lui e i suoi consimili. In altre parole, esse sono LINGUISTICAMENTE ADEGUATE alle sue esigenze sociali, e tali rimarranno finché non sopraggiungeranno nuove esigenze, che saranno poi sviluppate attraverso la lingua.

Ma così come quest’uomo è in balìa dell’universo fisico, del cui scopo e ordine non ha la più remota idea, così tutti noi, dal rozzo selvaggio al più colto studioso, siamo in balia della lingua. Soltanto la scienza linguistica ha incominciato a inoltrarsi un poco in questo regno, e le sue scoperte sono ancora in gran parte sconosciute alle altre discipline. L’uomo naturale, sia egli un sempliciotto o uno scienziato, conosce le forze linguistiche che pesano su di lui quanto un selvaggio conosce la forza di gravità. Egli suppone che parlare sia un’attività in cui è libero e senza impedimenti. La trova un’attività semplice, trasparente, per la quale dispone di tutte le spiegazioni necessarie. Ma queste spiegazioni si rivelano essere soltanto la CONSTATAZIONE DELLE ESIGENZE CHE LO SPINGONO A COMUNICARE. Egli dirà che prima pensa qualcosa e poi trova le parole per esprimere i pensieri, «man mano che arrivano». Ma la sua spiegazione di perché ha pensato quelle determinate cose prima di articolarle in parole si riduce alla storia della sue esigenze sociali in quel momento. Una risposta vecchia, che non getta alcuna luce. Ma a lui non sembra necessario spiegare di più, dal momento che può comunque servirsi del meccanismo comunicativo in modo soddisfacente per le sue necessità sociali. Per questo motivo conclude, erroneamente, che pensare sia un processo OVVIO, lineare, uguale per tutti gli esseri raziocinanti, e del quale la lingua è semplice e diretta espressione.

26

Actually, thinking is most mysterious, and by far the greatest light upon it that we have is thrown by the study of language. This study shows that the forms of a person’s thoughts are controlled by inexorable laws of pattern of which he is unconscious. These patterns are the unperceived intricate systematizations of his own language – shown readily enough by a candid comparison and contrast with other languages, especially those of a different linguistic family. His thinking itself is in a language – in English, in Sanskrit, in Chinese.1 And every language is a vast pattern-system different from others, in which are culturally ordained the forms and categories by which the personality not only communicates, but also analyzes nature, notices or neglects types of relationship and phenomena, channels his reasoning, and builds the house of his consciousness.

This doctrine is new to Western science, but it stands on unimpeachable evidence. Moreover, it is known, or something like it is known, to the philosophies of India and to modern Theosophy. This is masked by the fact that the philosophical Sanskrit terms do not supply the exact equivalent of my term “language” in the broad sense of the linguistic order. The linguistic order embraces all symbolism, all symbolic processes, all processes of reference and of logic. Terms like Nāma refer rather to subgrades of this order – the lexical level, the phonetic level. The nearest equivalent is probably Manas, to which our vague word ‘mind’ hardly does justice. Manas in a broad sense is a major hierarchical grade in the world-structure – a “manasic plane” as it is indeed explicitly called. Here again “mental plane” is apt to be misleading to an English-speaking person. English “mental” is an unfortunate word, a word whose function in our culture is often only to stand in lieu of an intelligent explanation, and which connotes rather a foggy limbo than a cosmic structural order characterized by patterning. Sometimes Manas is used to mean, however, simply the personal psyche; this according to Mr. Fritz Kunz is the case in the famous saying of The Voice of the Silence: “The mind is the great slayer of the real.”

1 To anticipate the text, “thinking in a language” does not necessarily have to use WORDS. An uncultivated Choctaw can as easily as the most skilled litterateur contrast the tenses or the genders of two experiences, though he has never beard of any WORDS like “tense” or “gender” for such contrasts. Much thinking never brings in words at all, but manipulates whole paradigms, word-classes, and such grammatical orders “behind” or, “above” the focus of personal consciousness.

27

In realtà, il pensiero è un processo alquanto misterioso, e finora tutto ciò che si è riusciti a scoprire a riguardo lo si deve agli studi linguistici. Essi mostrano che le forme in cui un uomo pensa sono controllate da leggi e strutture di cui è ignaro. Queste strutture sopraordinate non sono altro che le complesse quanto impercettibili sistematizzazioni della sua propria lingua, che emergono in modo piuttosto immediato da un confronto obbiettivo e una contrapposizione con le altre lingue, in particolare quelle di famiglie linguistiche diverse. Il nostro stesso pensare avviene in una lingua – inglese, sanscrito, cinese2. E ciascuna lingua è un ampio sistema di schemi-modello, diverso dagli altri, in cui sono culturalmente stabilite le forme e le categorie secondo le quali l’io non solo pensa, ma anche analizza la natura, coglie o trascura determinate relazioni e fenomeni, imposta i suoi ragionamenti e costruisce la dimora della sua coscienza.

È una dottrina nuova per la scienza occidentale, ma sostenuta da fatti inconfutabili. È nota però, o perlomeno qualcosa di simile è noto alle filosofie indiane e alla moderna teosofia: questo è dissimulato però dal fatto che i termini filosofici del sanscrito non forniscono un equivalente esatto del mio termine language [lingua], nel senso più ampio di ordine linguistico. Il sistema linguistico comprende tutto il simbolismo, i processi simbolici, tutti i processi logici e referenziali. Termini come Nāma indicano piuttosto i sottolivelli del sistema, il livello lessicale e quello fonetico. La parola che vi si avvicina di più è probabilmente Manas, cui il nostro termine mind [mente] rende giustizia solo in parte. Nel senso più ampio, Manas indica un piano gerarchico cardine nella struttura della realtà, un «piano manasico», come viene in effetti esplicitamente chiamato. Ancora in questo caso la traduzione mental plane [piano mentale] è destinata a essere fuorviante per un parlante inglese. L’aggettivo inglese mental [mentale] è una parola infelice, la cui funzione nella nostra cultura è spesso solo quella di sostituire una spiegazione intelligente, e che descrive più un limbo nebuloso che un ordine strutturale cosmico caratterizzato da modelli. Ad ogni modo, talvolta Manas è utilizzato per indicare semplicemente la psiche individuale: come nel caso, secondo Fritz Kunz, del famoso detto de La voce del silenzio: «La mente è il grande assassino del reale».

2 Per anticipare il testo, “pensare in una lingua” non significa necessariamente usare delle PAROLE. Un incolto indiano Choctaw è tranquillamente in grado di contrapporre i tempi o i generi di due diversi eventi con la stessa facilità del più esperto letterato. Spesso il pensiero non implica nemmeno parole, ma utilizza interi paradigmi, classi di parole e categorie grammaticali “dietro” o “al di sopra” della coscienza individuale.

28

It is said that in the plane of Manas there are two great levels, called the Rūpa and Arūpa levels. The lower is the realm of “name and form,” Nāma and Rūpa. Here “form” means organization in space (“our” three-dimensional space). This is far from being coextensive with pattern in a universal sense. And Nāma, ‘name,’ is not language or the linguistic order, but only one level in it, the level of the process of “lexation” or of giving words (names) to parts of the whole manifold of experience, parts which are thereby made to stand out in a semi-fictitious isolation. Thus a word like ‘sky,’ which in English can be treated like ‘board’(the sky, a sky, skies, some skies, piece of sky, etc.), leads us to think of a mere optical apparition in ways appropriate only to relatively isolated solid bodies. ‘Hill’ and ‘swamp’ persuade us to regard local variations in altitude or soil composition of the ground as distinct THINGS almost like tables and chairs. Each language performs this artificial chopping up of the continuous spread and flow of existence in a different way. Words and speech are not the same thing. As we shall see, the patterns of sentence structure that guide words are more important than the words.

Thus the level of Rūpa and Nāma – shape-segmentation and vocabulary – is part of the linguistic order, but a somewhat rudimentary and not self-sufficient part. It depends upon a higher level of organization, the level at which its COMBINATORY SCHEME appears. This is the Arūpa level – the pattern world par excellence. Arūpa, ‘formless,’ does not mean without linguistic form or organization, but without reference to spatial, visual shape, marking out in space, which as we saw with ‘hill’ and ‘swamp’ is an important feature of reference on the lexical level. Arūpa is a realm of patterns that can be “actualized” in space and time in the materials of lower planes, but are themselves indifferent to space and time. Such patterns are not like the meanings of words, but they are somewhat like the way meaning appears in sentences. They are not like individual sentences but like SCHEMES of sentences and designs of sentence structure. Our personal conscious “minds” can understand such patterns in a limited way by using mathematical or grammatical FORMULAS into which words, values, quantities, etc., can be substituted. A rather simple instance will be given presently.

29

Nel piano del Manas vengono distinti due livelli, chiamati i livelli Rūpa e Arūpa. Il più basso è il regno della “parola e forma”, Nāma e Rūpa. Qui «forma» sta per configurazione nello spazio (il “nostro” spazio tridimensionale), ben lontano dal coincidere con «schema» nel senso universale. Così come Nāma, cioè «nome», non definisce la lingua o il sistema linguistico, ma solo uno dei suoi livelli, quello del processo di “lessicazione”, cioè attribuire delle parole (nomi) a porzioni della molteplicità dell’esperienza, porzioni che vengono quindi “ritagliate” e fatte spiccare in un isolamento semiartificiale. Perciò una parola come sky [cielo], che in inglese può essere trattata come board [tavola] – (the sky, a sky, some skies, piece of sky, etc.) [il cielo, un cielo, alcuni cieli, parte di cielo ecc.], ci porta a considerare quella che è una semplice impressione ottica allo stesso modo in cui pensiamo a corpi solidi e relativamente isolati. Le parole hill [collina] e swamp [pantano] ci convincono a considerare delle variazioni localizzate di altezza o composizione del terreno come OGGETTI distinti quasi come un tavolo e una sedia. Tutte le lingue attuano questa segmentazione artificiale della distesa ininterrotta e del flusso continuo dell’esistenza in un modo diverso. Le parole e il discorso non sono la stessa cosa. Come vedremo, i modelli di struttura della frase che incanalano le parole sono più importanti delle parole stesse.

Perciò i livelli Rūpa e Nāma (segmentazione e lessico) sono parte del sistema linguistico, ma una parte alquanto rudimentale e non autonoma. Essa dipende da un livello organizzativo più alto, quello in cui compare lo SCHEMA COMBINATORIO. È questo il livello Arūpa, il regno degli schemi per eccellenza. Arūpa, che vuol dire “informe”, non significa però privo di forma o di organizzazione linguistica, ma privo di riferimento a una forma spaziale, visiva, definita nello spazio, che come abbiamo visto con hill e swamp, è una caratteristica di riferimento importante sul piano lessicale. Arūpa è un regno di strutture che possono essere attualizzate nello spazio e nel tempo nei materiali dei livelli più bassi, ma che sono loro stesse indifferenti allo spazio e al tempo. Queste forme non sono paragonabili al significato delle parole, ma sono qualcosa di molto simile al modo in cui il significato emerge dalle frasi. Non sono singole frasi, ma MODELLI di frasi e di schemi di frasi. Le nostre “menti” consce individuali sono in grado di comprendere questi modelli in modo limitato utilizzando FORMULE matematiche o grammaticali in cui possono essere sostituite parole, valori, quantità. Di questo verrà dato un esempio piuttosto semplice tra poco.

30

It is within the possibilities of the “culture of consciousness” that the Arūpa level of the “mental” plane may be contacted directly in an expansion of consciousness. In Ouspensky’s book, A New Model of the Universe, there are arresting glimpses of extraordinary mental states which that philosopher attained – adumbrations only, for these completely “nonlexical” vistas cannot be well put into words. He speaks of realms of “moving hieroglyphs” composed entirely of “mathematical relations,” and of the expansion and ramification of such a hieroglyph till it covered a whole aspect of the universe. Ouspensky’s mathematical predilections and his study of such things as non-Euclidean geometries, hyperspace, and the relation between time and consciousness may have led him to stress mathematical analogies. Mathematics is a special kind of language, expanded out of special sentences containing the numeral words, 1, 2, 3, 4…x, y, z, etc. But every other type of sentence of every language is also the potential nucleus of a far-reaching system. To very few is it granted to attain such consciousness as a durable state; yet many mathematicians and scientific linguists must have had the experience of “seeing,” in one fugitive flash, a whole system of relationships never before suspected of forming a unity. The harmony and scientific beauty in the whole vast system momentarily overwhelms one in a flood of aesthetic delight. To “see,” for instance, how all the English elementary sounds (“phonemes”) and their groupings are coordinated by an intricate yet systematic law into all possible forms of English monosyllabic words, meaningful or nonsensical, existent or still unthought of, excluding all other forms as inevitably as the chemical formula of a solution precludes all but certain shapes of crystals from emerging – this might be a distinct experience.

To show the full formula for this law or pattern – a so-called “morphophonemic structural formula” – I should need a large piece of paper. I can however set up a condensed form of it as 3

O, C – ng, C1C2 , C3C4, etc. …
s ± Cm Cn + V + (V1) O, ± (r, w, y);

3 The full formula from which this is abbreviated is printed and explained in my paper “Linguistics as an exact science” in Technol. Rev., December 1940, Massachusetts Institute of Technology, Cambridge, Mass.

31

Rientra fra le possibilità previste dalla “cultura della coscienza” che il livello Arūpa del piano “mentale” possa essere raggiunto in maniera diretta attraverso un’espansione della coscienza. Nel suo libro Un nuovo modello dell’Universo, Uspenskij fa alcuni interessanti accenni su stati mentali straordinari raggiunti dal filosofo – solamente degli accenni però, perché queste esperienze “non lessicali” si traducono in parole con fatica. Egli parla di mondi di geroglifici semoventi, composti interamente da “relazioni matematiche” e dell’espansione e ramificazione di un tale “geroglifico” fino a ricoprire tutto un aspetto dell’ universo. La predilezione di Uspenskij per la matematica e i suoi studi su argomenti come la geometria non euclidea, l’iperspazio e il rapporto tra tempo e coscienza, possono averlo spinto a dare particolare importanza alle analogie di tipo matematico. La matematica è un tipo di linguaggio particolare, che si dispiega in frasi particolari, contenenti le parole numeriche 1, 2, 3, 4… x, y, z, ecc. Ma qualunque altro tipo di frase è anch’esso il potenziale nucleo di un vasto sistema. A pochissimi è concesso acquisire un tale livello di consapevolezza come condizione durevole; eppure molti matematici e linguisti scientifici hanno probabilmente vissuto l’esperienza di “vedere”, in un lampo fuggevole, un intero sistema di relazioni che non aveva mai creduto potesse formare un’unità. Si è travolti dall’armonia e dalla razionale bellezza dell’intero e vasto sistema in un’onda di piacere estetico. “Vedere”, ad esempio, il modo in cui tutti i suoni elementari (fonemi) della lingua inglese e le loro combinazioni sono coordinati da una complessa ma rigorosa legge in tutte le loro possibili combinazioni di vocaboli inglesi monosillabici, con o senza senso, reali o ancora impensati, escludendo tutte le altre combinazioni nello stesso modo categorico in cui la formula chimica di una soluzione esclude la formazione di determinati cristalli, “vedere” tutto questo potrebbe essere un’esperienza notevole.

Per mostrare la formula estesa di queste legge o struttura, e cioè una cosiddetta “formula strutturale morfofonematica” occorrerebbe una pagina più grande; posso ad ogni modo darne una versione condensata nel modo seguente 4 :

O,C–ng,C1C2,C3 C4,ecc… s±Cm Cn+V+(V1)O±(r,w,y);

4 La formula estesa di cui questa è un’abbreviazione è riportata e spiegata nel mio saggio “Linguistics as an exact science” nel Technology Review, dicembre 1940, Massachussets Institute of Technology, Cambridge, Mass.

32

C – h, C’1C’2, C’3C’4, etc. … C’m C’n ± (t/d, s/z, st/zd).

This formula requires that the English words be symbolized or “spelt” according to standard phonemic spelling of the type described by Leonard Bloomfield in his book Language. In this system the dipthongal vowels must be represented by a pure vowel (V) followed by w or y from the term (r, w, y), so that ‘note’ is symbolized nowt (or newt, depending on the dialect), ‘date’ is deyt, ‘ice’ is ays. That this is correct analysis on the physical or acoustic level is shown by the fact that, if we reverse a phonographic recording of ‘ice’ we get a sound like sya, and, if we say sya properly into the phonograph and reverse it, the machine will say ‘ice.’ For English this analysis happens to be exact also on the structural level two stages above the acoustic one, for the ys of ays (ice) is seen to be on the same line of pattern as the ls or els (else), the ns of sins (since) the ts of hats, etc. – it is part of a general architectonic scheme of having two consonants together.

Now, by reading the commas in the formula as “or,” we see that the formula is equivalent to a large series of subsidiary formulas. One of the simplest of these is O + V + C – h (see how it is contained in the big formula) which means that the word can begin without a consonant and with any one vowel, followed by any one consonant except h giving us words like ‘at, or, if.’ Changing the first term to the next symbol in the big formula, we get C – ng + V + C – h, which means that the word, ending as before, can begin with any single English consonant except the ng sound as in ‘sing’ (this sound ought to be written with ONE symbol, but, in deference to the printer, I shall employ the usual digraph). This pattern gives us the long array of words like ‘hat, bed, dog, man,’ and permits us to coin new ones like ‘tig, nem, zib’ – but not, be it noted, ngib or zih.

So far the patterns are simple. From now on they become intricate! The formula in this abbreviated form needs along with it a series of lists of assorted consonants, like so many laundry lists, each list being represented by one of the symbols C1, C2, etc. The formula C1C2 means that you can begin the word with any consonant out of list C1, and follow it with any from list C2 , which happens to contain only r and l. Since C1

33

C – h, C’1 C’2, C’3 C’4, ecc.. C’m C’n ± (t/d, s/z, st/zd).

Questa formula esige che le parole inglesi vengano rappresentate, o che la loro ortografia avvenga secondo lo spelling fonematico standard del tipo descritto da Bloomfield nel suo Il linguaggio. In questo sistema, le vocali che formano un dittongo devono essere rappresentate con una vocale semplice (V), seguita da w o una y dal termine (r,w,y), in modo che note si scriva nowt (o newt, a seconda del dialetto), date sia deyt, ice sia ays. Che quest’analisi sia quella corretta sul piano fisico, o acustico, è dimostrato dal fatto che se si fa scorrere al contrario una registrazione fonografica della parola ice, otteniamo un suono simile a sya, e se pronunciamo sya nel fonografo nel modo giusto e poi la invertiamo, la macchina dirà ice. Per l’inglese si dà il caso che questa analisi sia esatta anche sul livello strutturale, due piani più in alto di quello acustico, perché l’ys di ays (ice) appare sulla stessa linea, nella formula, di ls in els (else), di ns in sins (since), ts di hats, ecc.: fa parte di uno schema architettonico più generale delle coppie di consonanti.

Ebbene, considerando le virgole della formula come degli «oppure», notiamo che essa è equivalente a una lunga serie di formule ausiliarie. Una delle più semplici è O + V + C – h (si noti come è contenuta nella formula grande), che significa che la parola può iniziare senza una consonante e per qualunque vocale, seguita da qualunque consonante eccetto h, creando parole come at, or, if. Cambiando il primo termine con il simbolo che si trova accanto nella formula grande, otteniamo C – ng + V + C – h, che significa che la parola, terminando come prima, può iniziare con qualunque consonante inglese eccetto il suono ng come in sing (questo suono dovrebbe esser scritto con UN UNICO simbolo, ma per riguardo al tipografo utilizzerò il digramma comune). Questo schema ci dà una lunga serie di vocaboli come hat, bed, dog, man e ci permette di coniarne di nuove come tig, nem, zib, ma non, si noti, ngib o zih.

Finora, gli schemi sono semplici. Ma da ora in poi diventano complesse! In questa forma abbreviata, la formula deve essere corredata da una serie di elenchi di consonanti assortite, tante liste lunghissime ciascuna rappresentata da uno dei simboli C1 , C2 , ecc. La formula C1 C2 significa che la parola può iniziare con una qualunque consonante presa dall’elenco C1 e farla seguire da una qualunque consonante presa dall’elenco C2 , che però si dà il caso contenga solo r e l. Poiché C1

34

contains p, b, f, for instance, we can have words like ‘pray, play, brew, blew, free, flee,’ and the nonsensical ‘frig, blosh,’etc. But suppose we want a word beginning with sr, zr, tl, or dl. We go to our list C1, but to our surprise there is no s, z, t, or d, on it. We appear to be stumped! We pick up our other lists, but are no better off. There is no way of combining our lists according to the formula to get these initial combinations. Evidently there just aren’t any such English words; and what is more, any budding Lewis Carrolls or Edward Lears will somehow mysteriously refuse to coin such words. This shows that word coining is no act of unfettered imagination, even in the wildest flights of nonsense, but a strict use of already patterned materials. If asked to invent forms not already prefigured in the patternment of his language, the speaker is negative in the same manner as if asked to make fried eggs without the eggs!

Thus the formula sums up every combination that English one-syllable words or wordlike forms have, and bars out every one they do not and cannot have. Contained in it is the mpst of ‘glimpsed,’ the ksths of ‘sixths,’ the ftht of ‘he fifthed it,’ the nchst of the queer but possible ‘thou munchst it greedily,’ and multitudes of other “rugged sounds which to our mouths grow sleek,” but which would have “made Quintilian stare and gasp.” At the same time the formula BARS OUT numerous smooth but to us difficult (because unpatterned) combinations, like litk, fpat, nwelng, dzogb, and a myriad more, all possible and easy to some languages, but not to English.

It will be evident that implicit in our one-syllable words is an undreamed-of complexity of organization, and that the old gag, “say it in words of one syllable,” as a metaphor of simplicity, is from the standpoint of a more penetrative insight the most arrant nonsense! Yet to such insight this old cliché bears unconscious witness to the truth that those who easily and fluently use the intricate systems of language are utterly blind and deaf to the very existence of those systems, until the latter have been, not without some difficulty, pointed out.

35

contiene ad esempio p, b, f, avremo parole come pray, play, brew, blew, free, flee, e le parole-nonsense frig, blosh ecc. Ma supponiamo di volere una parola che incominci per sr, zr, tl o dl. Andiamo a vedere l’elenco C1 , e scopriamo con sorpresa che non contiene nessuna s, z, t o d. Siamo perplessi. Studiamo gli altri elenchi, ma la situazione non migliora. Non c’è modo di combinare gli elementi secondo la formula per ottenere queste combinazioni come inizi di parola. A quanto pare parole del genere semplicemente non esistono in inglese: e quel che più conta, qualunque novello Lewis Carroll o Edward Lear si rifiuterebbe, per qualche misteriosa ragione, di inventarsi parole simili. Questo dimostra che la coniazione di parole nuove non è un’operazione di fantasia sbrigliata, nemmeno nei giochi di nonsense più sfrenati, ma usa rigorosamente materiali già schematizzati. Se a un parlante viene chiesto di inventare forme che non sono già previste dagli schemi della propria lingua, dirà che è impossibile quanto fare le uova al tegamino senza uova!

La formula riassume quindi tutte le possibili combinazioni che si possono trovare nelle parole o forme simili inglesi monosillabiche, e esclude tutte quelle che non ci sono o non possono esserci. Sono inclusi mpst di glimpsed, ksths di sixths, ftht di he fifthted it, e nchst del bizzarro ma possibile thou munchst it greedily, e miriadi di altri «rugged sounds which to our mouths grow sleek» [«suoni aspri che scivolano nella nostra bocca»], ma che avrebbero «made Quintilian stare and gasp» [«fatto inorridire Quintiliano»]5. Contemporaneamente la formula ESCLUDE molte altre combinazioni che scorrono ma che per noi sono difficili perché non previste dagli schemi della nostra lingua, come litk, fpat, nwelng, dzogb, e un’infinità di altre ancora, tutte possibili e facili in altre lingue, ma non in inglese.

È chiaro che le nostre parole monosillabiche implicano un’organizzazione di una complessità inimmaginabile, e che la vecchia battuta «dillo con parole da una sillaba» come metafora di semplicità, appare a uno sguardo meno superficiale una totale assurdità! Da quest’analisi emerge però anche che questo vecchio cliché è la prova involontaria del fatto che coloro che utilizzano con facilità e scorrevolezza i complessi meccanismi della lingua sono del tutto ciechi e sordi all’esistenza stessa di quei meccanismi, finché non gli vengono, non senza una certa difficoltà, indicati.

5 J. Milton, sonetto XI, On the Detraction Which Followed Upon My Writing Certain Treatises. Il riferimento qui è a M. Fabio Quintiliano, studioso di grammatica e retorica e autore di un famoso trattato sull’oratoria.

36

And the adage “as above, so below” applies strongly here. As below, on the phonological plane of language, significant behavior is ruled by pattern from outside the focus of personal consciousness, so is it on the higher planes of language that we call expression of the thought. As we shall see in Part II, thinking also follows a network of tracks laid down in the given language, an organization which may concentrate systematically upon certain phases of reality, certain aspects of intelligence, and may systematically discard others featured by other languages. The individual is utterly unaware of this organization and is constrained completely within its unbreakable bonds.

37

E l’adagio «come sopra, così sotto» qui è particolarmente valido. Così come sotto, al livello fonologico della lingua, i comportamenti rilevanti sono dominati da schemi che sono al di fuori della sfera della coscienza individuale, così lo stesso accade ai piani più alti del linguaggio, che chiamiamo espressione del pensiero. Come si vedrà nella seconda parte, anche il pensiero segue un sistema di binari già tracciati dalla lingua, un sistema che può dare più rilevanza a determinati aspetti della realtà, dell’intelligenza, e scartarne sistematicamente altri, prediletti invece da altre lingue. Il singolo è del tutto ignaro di questa organizzazione, pur essendo completamente avvinto nei suoi vincoli indissolubili.

38

We saw in Part I that, in linguistic and mental phenomena, significant behavior (or what is the same, both behavior and significance, so far as interlinked) are ruled by a specific system or organization, a “geometry” of form principles characteristic of each language. This organization is imposed from outside the narrow circle of the personal consciousness, making of that consciousness a mere puppet whose linguistic maneuverings are held in unsensed and unbreakable bonds of pattern. It is as if the personal mind, which selects words but is largely oblivious to pattern, were in the grip of a higher, far more intellectual mind which has very little notion of houses and beds and soup kettles, but can systematize and mathematize on a scale and scope that no mathematician of the schools ever remotely approached.

And now appears a great fact of human brotherhood – that human beings are all alike in this respect. So far as we can judge from the systematics of language, the higher mind or “unconscious” of a Papuan headhunter can mathematize quite as well as that of Einstein; and conversely, scientist and yokel, scholar and tribesman, all use their personal consciousness in the same dim-witted sort of way, and get into similar kinds of logical impasse. They are as unaware of the beautiful and inexorable systems that control them as a cowherd is of cosmic rays. Their understanding of the processes involved in their talk and ratiocination is a purely superficial, pragmatic one, comparable to little Sue Smith’s understanding of the radio, which she turns on in such a way as to evoke a bedtime story. Men even show a strong disposition to make a virtue of this ignorance, to condemn efforts at a better understanding of the mind’s workings as “impractical,” or as “theories” if the condemner happens to be a yokel, or as “metaphysics” or “mysticism” or “epistemology” if he happens to be wearing the traditionally correct turnout of a scientist. Western culture in particular reserves for the investigators of language its most grudging meed of recognition and its meagerest rewards, even though it has to counter the natural human tendency to find language, mysterious as it is, the most fascinating of subjects – one about which men love

II

39

Si è visto nella Parte I che nei fenomeni linguistici e mentali, il comportamento significativo (o, che è lo stesso, sia il comportamento che la significatività, finché interconnessi), sono regolati da un sistema specifico o organizzazione, una “geometria” di principi formali caratteristici di ogni lingua. Questo sistema è imposto da una sfera al di fuori dell’angusto campo della coscienza individuale, rendendo quella coscienza un semplice burattino le cui manovre linguistiche sono sotto il controllo fermo e invisibile dello schema. È come se la mente individuale che seleziona le parole ma che è in gran parte ignara dell’esistenza degli schemi, fosse in balìa di una mente più alta, ben più intellettuale che ha ben poca idea di case, letti e pentole di minestra, ma che ha la capacità di sistematizzare e matematizzare a portate e dimensioni che nessun matematico d’accademia ha mai lontanamente eguagliato.

E ora appare un grande fatto di fratellanza umana, cioè che tutti gli esseri umani sono uguali sotto questo aspetto. Per quanto possiamo stabilire dalla tassonomia del linguaggio, la mente superiore o “inconscio” di un cacciatore di teste papuano è in grado di matematizzare quanto quella di Einstein; e d’altra parte lo scienziato e il bifolco, lo studioso e l’indigeno, utilizzano la coscienza individuale con la stessa mediocrità, e restano invischiati nello stesso tipo di impasse logiche. Essi sono coscienti dei meravigliosi e inesorabili sistemi che li controllano quanto un branco di buoi lo è dei raggi cosmici. La loro comprensione dei processi implicati nei loro discorsi e ragionamenti è una comprensione di tipo superficiale, pragmatica, paragonabile a quella posseduta dalla piccola Sue Smith sul funzionamento della radio, che accende come per evocare una storia della buonanotte. Addirittura, l’uomo tende spesso a fare di questa ignoranza una virtù e a condannare gli sforzi tesi a una maggior comprensione dei meccanismi mentali come «poco pratici» o «teorie astratte» se è un bifolco, o come «metafisica» o «misticismo» o «epistemologia» se indossa la veste tradizionalmente corretta dello scienziato. La cultura occidentale in particolare riserva agli esploratori della lingua i suoi riconoscimenti più stentati e i suoi premi più miseri, anche se si trova in contrasto con la spontanea predisposizione umana a considerare la lingua, misteriosa com’è, il più affascinante degli argomenti, di cui le persone adorano

II

40

to talk and speculate unscientifically, to discuss endlessly the meaning of words, or the odd speech of the man from Boston as it appears to the man of Oshkosh, or vice versa.

The higher mind would seem to be able to do any kind of purely intellectual feat, but not to “be conscious” on the personal level. That is, it does not focus on practical affairs and on the personal ego in its personal, immediate environment. Certain dreams and exceptional mental states may lead us to suppose it to be conscious on its own plane, and occasionally its consciousness may “come through” to the personality; but, barring techniques like Yoga, it ordinarily makes no nexus with the personal consciousness. We could call it a higher ego, bearing in mind a distinctive trait, appearing through every language, and its one striking resemblance to the personal self; namely, that it organizes its systems around a nucleus of three or more pronominal “person” categories, centered upon one we call the first-person singular. It can function in any linguistic system – a child can learn any language with the same readiness, from Chinese, with its separately toned and stressed monosyllables, to Nootka of Vancouver Island, with its frequent one-word sentences such as mamamamamahln’iqk’okmaqama – “they each did so because of their characteristic of resembling white people.”6

Because of the systematic, configurative nature of higher mind, the “patternment” aspect of language always overrides and controls the “lexation” (Nāma) or name-giving aspect. Hence the meanings of specific words are less important than we fondly fancy. Sentences, not words, are the essence of speech, just as equations and functions, and not bare numbers, are the real meat of mathematics. We are all mistaken in our common belief that any word has an “exact meaning.” We have seen that the higher mind deals in symbols that have no fixed reference to anything, but are like blank checks, to be filled in as required, that stand for “any value” of a given variable, like the C’s and V’s in the formula cited in Part I, or the x, y, z of algebra. There is a queer Western notion that the ancients who invented algebra made a great discovery, though the human

6 This word and sentence contains only one Nāma or lexation, mamahl or “white-race person.” The rest is all grammatical pattern which can refer to anything. The Nootka stem or Nāma for ‘doll’ with the same operations done upon it would mean “they each did so because of their ‘doll-like-ness.’

41

parlare e speculare in modo non scientifico, discutendo all’infinito sul significato delle parole, o della bizzarra espressione dell’uomo di Boston come appare a un abitante di Oshkosh, o viceversa.

La mente superiore appare in grado di qualunque impresa che sia puramente intellettuale, ma non di “essere cosciente” sul piano individuale. Cioè, non si concentra su questioni pratiche e sull’Io nel suo ambiente individuale immediato. Alcuni sogni e stati mentali eccezionali potrebbero far supporre che abbia una sua coscienza relativa alla propria sfera, che occasionalmente “si rivela” alla personalità. Ma escluse tecniche come lo yoga, essa non ha generalmente nessun legame con la coscienza individuale. Si potrebbe chiamarlo un “Io superiore”, pensando a una sua caratteristica distintiva, che emerge in tutte le lingue, e che mostra una somiglianza impressionante con il sé individuale: cioè, il fatto che organizzi i suoi sistemi attorno a un nucleo di tre o più categorie pronominali “personali” incentrate su una che chiamiamo prima persona singolare. Funziona in qualunque sistema linguistico: un bambino è in grado di imparare qualunque lingua con la stessa facilità, dal cinese con i suoi monosillabi multitonali e accentati separatamente al nootka dell’isola di Vancouver, con le sue ricorrenti parole-frase, come mamamamamahln’iqk’okmaqama, «entrambi fecero ciò per la loro caratteristica di somigliare ai bianchi».7

A causa della natura sistematica, configurativa della mente superiore, l’aspetto di “schematizzazione” nella lingua domina e controlla l’aspetto di “lessicazione” (Nāma) o assegnazione dei nomi. Il significato dei singoli vocaboli è quindi meno importante di quello che ci piace immaginare. Sono le frasi, e non le parole, l’essenza del discorso, così come la vera sostanza della matematica sono le equazioni e le funzioni e non i numeri semplici. Siamo tutti in errore con la nostra comune convinzione che ogni parola abbia un suo “esatto significato”. Si è visto che la mente superiore si occupa di simboli che non hanno un riferimento fisso, ma che sono come assegni in bianco da riempire come previsto, che rappresentano un qualsiasi valore di una data variabile, come le C e le V nella formula riportata nella Parte I, o gli x, y, z dell’algebra. In occidente è diffusa la curiosa idea che gli antichi inventori dell’algebra avessero fatto una scoperta sensazionale, anche se il nostro

7 Questa parola o frase contiene un’unica Nāma, o lessicazione, cioè mamahl o «bianco». Il resto è solo schema grammaticale che può riferirsi a qualunque cosa. La radice nootka per «bambola», inserita nello stesso contesto, significherebbe «ciascuno di loro fece ciò per la sua natura di bambola».

42

unconscious has been doing the same sort of thing for eons! For the same reason the ancient Mayas or the ancient Hindus, in their staggering cycles upon cycles of astronomical numbers, were simply being human. We should not however make the mistake of thinking that words, even as used by the lower personal mind, represent the opposite pole from these variable symbols, that a word DOES have an exact meaning, stands for a given thing, is only ONE value of a variable.

Even the lower mind has caught something of the algebraic nature of language; so that words are in between the variable symbols of pure patternment (Arūpa) and true fixed quantities. That part of meaning which is in words, and which we may call “reference,” is only relatively fixed. Reference of words is at the mercy of the sentences and grammatical patterns in which they occur. And it is surprising to what a minimal amount this element of reference may be reduced. The sentence “I went all the way down there just in order to see Jack” contains only one fixed concrete reference: namely, “Jack.” The rest is pattern attached to nothing specifically; even “see” obviously does not mean what one might suppose, namely, to receive a visual image.

Or, again, in word reference we deal with size by breaking it into size classes – small, medium, large, immense, etc. – but size objectively is not divided into classes, but is a pure continuum of relativity. Yet we think of size constantly as a set of classes because language has segmented and named the experience in this way. Number words may refer not to number as counted, but to number classes with elastic boundaries. Thus English ‘few’ adjusts its range according to the size, importance or rarity of the reference. A ‘few’ kings, battleships, or diamonds might be only three or four, a ‘few’ peas, raindrops, or tea leaves might be thirty or forty.

You may say, “Yes, of course this is true of words like large, small, and the like; they are obviously relative terms, but words like dog, tree, house, are different – each names a specific thing.” Not so; these terms are in the same boat as ‘large’ and ‘small.’ The word ‘Fido’ said by a certain person at a certain time

43

inconscio fa la stessa cosa da tempi immemorabili! Per lo stesso motivo, gli antichi maya, o indù, con i loro sconcertanti cicli su cicli di calcoli astronomici, non facevano altro che seguire la loro natura di umani. Non bisogna però commettere l’errore di pensare che le parole, anche come utilizzate dalla mente individuale inferiore, rappresentino il polo opposto dei simboli-variabile, che una parola abbia un suo significato esatto, stia per una cosa specifica, rappresenti solo UN valore di una certa variabile.

Anche la mente inferiore coglie qualcosa della natura algebrica della lingua: le parole sono quindi a metà strada tra i simboli-variabile nella schematizzazione pura (Arūpa) e i valori reali fissi. Quelle parte di significato posseduta dalle parole, e che potremmo chiamare “riferimento”, è fissata solo relativamente. Il riferimento delle parole è in balia delle frasi e degli schemi grammaticali in cui esse occorrono. Ed è sorprendente a quanto poco può essere ridotto questo elemento di referenza. La frase I went all the way down there to see Jack [Ho fatto tutta la strada fin laggiù solo in modo da poter vedere Jack] contiene soltanto un riferimento concreto fisso: «Jack». Il resto è schema che non indica niente di specifico; perfino see [vedere] chiaramente non è inteso nel suo significato immediato, cioè di ricevere un’immagine visiva.

O, ancora, nei riferimenti delle parole gestiamo la dimensione segmentandola in classi: piccolo, medio, grande, enorme. Ma da un punto di vista oggettivo, la dimensione non è divisa in categorie, ma è puro continuum relativo. Eppure noi pensiamo sempre alla grandezza delle cose come a una serie di classi, perché la lingua ha segmentato e denominato l’esperienza in questo modo. Le parole che indicano numeri potrebbero riferirsi non ai numeri ordinali, ma a classi di numeri dai confini variabili. La parola inglese few [qualche] aggiusta il tiro a seconda della dimensione, importanza o rarità del riferimento. «Qualche» re, nave da guerra o diamante potrebbe significare che sono tre o quattro, mentre «qualche» pisello, goccia di pioggia o fogliolina di tè potrebbe significare che sono trenta o quaranta.

Si potrebbe obbiettare che questo è valido solo per parole come «grande», «piccolo» e simili, che sono chiaramente termini relativi, ma che parole come «cane», «albero», «casa» sono diverse e indicano ciascuna qualcosa di specifico: ma non è così. Questi termini sono nella stessa barca di «grande» e «piccolo». La parola «Fido» pronunciata da una persona specifica in un momento specifico

44

may refer to a specific thing, but the word ‘dog’ refers to a class with elastic limits. The limits of such classes are different in different languages. You might think that ‘tree’
means the same thing, everywhere and to everybody. Not at all. The Polish word that means ‘tree’ also includes the meaning ‘wood.’ The context or sentence pattern determines what sort of object the Polish word (or any word, in any language) refers to. In Hopi, an American Indian language of Arizona, the word for ‘dog,’ pohko, includes pet animal or domestic animal of any kind. Thus ‘pet eagle’ in Hopi is literally ‘eagle-dog’; and having thus fixed the context a Hopi might next refer to the same eagle as so-and-so’s pohko.

But lest this be dismissed as the vagary of a “primitive” language (no language is “primitive”), let us take another peep at our own beloved English. Take the word “hand.” In “his hand” it refers to a location on the human body, in “hour hand” to a strikingly dissimilar object, in “all hands on deck” to another reference, in “a good hand at gardening” to another, in “he held a good hand (at cards)” to another, whereas in “he got the upper hand” it refers to nothing but is dissolved into a pattern of orientation. Or consider the word “bar” in the phrases: ‘iron bar, bar to progress, he should be behind bars, studied for the bar, let down all the bars, bar of music, sand bar, candy bar, mosquito bar, bar sinister, bar none, ordered drinks at the bar’!

But, you may say, these are popular idioms, not scientific and logical use of language. Oh, indeed? “Electrical” is supposed to be a scientific word. Do you know what its referent is? Do you know that the “electrical” in “electrical apparatus” is not the same “electrical” as the one in “electrical expert”? In the first it refers to a current

45

può riferirsi a qualcosa di particolare e unico, ma «cane» si riferisce a una classe di enti dai confini flessibili. I confini di queste classi sono diversi nelle varie lingue. Si potrebbe pensare che «albero» voglia dire la stessa cosa per tutti e in qualunque luogo: niente affatto. Il termine polacco per tree [albero] copre anche il significato di wood [legno, foresta]. Il contesto o schema della frase, determina a quale tipo di oggetto questa parola polacca (o qualunque altra parola in qualunque altra lingua) si deve riferire. In hopi, la lingua degli indiani d’America che vivono nell’Arizona, il termine per «cane», pohko, comprende qualunque tipo di animale domestico. «Aquila domestica» in hopi sarebbe quindi letteralmente «aquila-cane», e, una volta chiaro il contesto, un indiano hopi potrebbe parlare della stessa aquila dicendo «il pohko di tal dei tali».

Ma per evitare che questo esempio venga considerato solo una stravaganza di una lingua “primitiva” (non esistono lingue “primitive”), diamo un altro sguardo al nostro amato inglese. Prendiamo la parola hand [mano]: nell’espressione his hand [«la sua mano»] la parola si riferisce a una parte del corpo; in hour hand [lancetta delle ore] a un oggetto completamente diverso; in all hands on deck [tutti i marinai in coperta] a qualcos’altro ancora, in a good hand at gardening [il pollice verde] a un’altra, e in he held a good hand (at cards) [ha avuto un a buona mano (a carte)] a un’altra ancora, mentre in he got the upper hand [è prevalso] non ha nessun significato ma si dissolve in uno schema di riferimento generico. Oppure, consideriamo la parola bar nelle seguenti espressioni: iron bar [sbarra di ferro], «bar to progress» [un ostacolo al progresso], he should be behind bars [dovrebbe essere dietro le sbarre], studied for the bar [ha studiato da avvocato], let down all the bars [abbassare le difese], bar of music [barra musicale], sand bar [banco di sabbia»], candy bar [stecca di zucchero candito], mosquito bar [zanzariera], bar sinister [lett. «barra sinistra», simbolo, negli stemmi araldici, di nascita illegittima], bar none [nessuno escluso], ordered drinks at the bar [ha ordinato dei drink al bar]!

Ma questi, si potrebbe obbiettare, sono casi di uso idiomatico, e non logico, scientifico della lingua. Ma davvero? Il termine electrical [elettrico] dovrebbe essere una parola scientifica. Sapreste indicare il suo referente? Sapete che electrical in electrical apparatus [impianto elettrico] non è uguale a electrical in electrical expert [esperto di elettricità]? Nel primo caso infatti indica un flusso di corrente

46

of electricity in the apparatus, but in the second it does not refer to a current of electricity in the expert. When a word like “group” can refer either to a sequence of phases in time or a pile of articles on the floor, its element of reference is minor. Referents of scientific words are often conveniently vague, markedly under the sway of the patterns in which they occur. It is very suggestive that this trait, so far from being a hallmark of Babbittry, is most marked in intellectual talk, and – mirabile dictu – in the language of poetry and love! And this needs must be so, for science, poetry, and love are alike in being “flights” above and away from the slave-world of literal reference and humdrum prosaic details, attempts to widen the petty narrowness of the personal self’s outlook, liftings toward Arūpa, toward that world of infinite harmony, sympathy and order, of unchanging truths and eternal things. And while all words are pitiful enough in their mere “letter that killeth,” it is certain that scientific terms like ‘force, average, sex, allergic, biological’ are not less pitiful, and in their own way no more certain in reference than ‘sweet, gorgeous, rapture, enchantment, heart and soul, star dust.’ You have probably heard of ‘star dust’ – what is it? Is it a multitude of stars, a sparkling powder, the soil of the planet Mars, the Milky Way, a state of daydreaming, poetic fancy, pyrophoric iron, a spiral nebula, a suburb of Pittsburgh, or a popular song? You don’t know, and neither does anybody. The word – for it is one LEXATION, not two – has no reference of its own. Some words are like that.8 As we have seen, reference is the lesser part of meaning, patternment the greater. Science, the quest for truth, is a sort of divine madness like love. And music – is it not in the same category? Music is a quasilanguage based entirely on patternment, without having developed lexation.

Sometimes the sway of pattern over reference produces amusing results, when a pattern

8 Compare “kith” and “throe,” which give no meaning, and a bewildering effect, without the patterns “kith and kin” and “in throes of.”

47

elettrica nell’impianto, ma nel secondo non indica un flusso di elettricità all’interno di un esperto. Quando una parola come group [gruppo] può indicare tanto una sequenza di fasi temporali quanto una pigna di giornali sul pavimento, il suo elemento di riferimento è di poca rilevanza. I riferimenti delle parole scientifiche sono spesso appositamente generici, e fortemente condizionati dal contesto in cui occorrono. È suggestivo che questa caratteristica, lungi dall’essere il marchio distintivo di una mentalità ristretta, sia particolarmente diffusa nel linguaggio intellettuale e – mirabile dictu – nel linguaggio poetico e amoroso! E questo necessariamente, perché scienza, poesia e amore hanno in comune la “fuga” oltre e al di sopra della schiavitù del riferimento letterale e dei noiosi dettagli prosaici, il tentativo di ampliare la meschina e ristretta visione del Sé individuale, e l’elevazione verso l’Arūpa, verso quel mondo di infinita armonia, empatia e ordine, di verità immutabili e cose eterne. E mentre tutte le parole sono piuttosto pietose nella loro semplice «lettera che uccide»9, è certo che termini scientifici come force, average, sex, allergic, biological [forza, media, sesso, allergico, biologico] sono non meno pietosi, e a loro modo non posseggono un riferimento più preciso di quanto ne abbiano sweet, gorgeous, rapture, enchantement, heart and soul, star dust [dolce, splendido, estasi, magia, cuore e anima, polvere di stelle]. Avrete probabilmente sentito l’espressione star dust [lett. «polvere di stelle»]: che cosa significa? Una moltitudine di stelle, una polverina luccicante, il terreno del pianeta Marte, la Via lattea, un stato di sogno a occhi aperti, un’invenzione poetica, ferro piroforico, una nebulosa a spirale, una periferia di Pittsburgh o una canzone famosa? Non lo sapete, come non lo sa nessuno. La parola, poiché si tratta di un’unica lessicazione, non di due, non ha un suo riferimento specifico. Esistono parole simili.10 Come si è visto, il riferimento è ciò che conta meno nel definire il significato, mentre la schematizzazione ha la parte principale. La scienza, cioè ricerca della verità, è una sorta di follia divina, come l’amore. E la musica non appartiene forse alla stessa categoria? Essa è una quasilingua, fondata interamente sulla schematizzazione, senza aver sviluppato l’aspetto della lessicazione.

Talvolta il predominio dello schema sul riferimento produce effetti divertenti, quando uno schema

9 «La lettera uccide»: 2 Corinzi 3:6.
10 Confrontate kith [parente] e throe [fitta di dolore] che sono privi di significato e producono un effetto strano senza la formula kith and kin [parenti e amici] e in throes of [«in preda ai tormenti di»].

48

engenders meanings utterly extraneous to the original lexation reference. The lower mind is thrown into bewilderment, cannot grasp that compelling formulas are at work upon it, and resorts wildly and with glad relief to its favorite obvious type of explanation, even “seeing things” and “hearing things” that help out such explanation. The word ‘asparagus,’ under the stress of purely phonetic English patterns of the type illustrated in the formula cited in Part I, rearranges to ‘sparagras’; and then since ‘sparrer’ is a dialectical form of ‘sparrow,’ we find ‘sparrow grass’ and then religiously accepted accounts of the relation of sparrows to this ‘grass.’ ‘Cole slaw’ came from German Kohlsalat, ‘cabbage salad,’ but the stress of the pattern tending to revamp it into ‘cold slaw’ has in some regions produced a new lexation ‘slaw,’ and a new dish ‘hot slaw’! Children of course are constantly repatterning, but the pressure of adult example eventually brings their language back to the norm; they learn that Mississippi is not Mrs. Sippy, and the equator is not a menagerie lion but an imaginary line. Sometimes the adult community does not possess the special knowledge needed for correction. In parts of New England, Persian cats of a certain type are called Coon cats, and this name has bred the notion that they are a hybrid between the cat and the ‘coon’ (raccoon). This is often firmly believed by persons ignorant of biology, since the stress of the linguistic pattern (animal-name 1 modifying animal-name 2) causes them to “see” (or as the psychologists say “project”) objective raccoon quality as located on the body of the cat – they point to its bushy tail, long hair, and so on. I knew of an actual case, a woman who owned a fine “Coon cat,” and who would protest to her friend: “Why, just LOOK at him – his tail, his funny eyes – can’t you see it?” “Don’t be silly!” quoth her more sophisticated friend. “Think of your natural history! Coons cannot breed with cats; they belong to a different family.” But the lady was so sure that she called on an eminent zoologist to confirm her. He is said to have remarked, with unwavering diplomacy, “If you like to think so, just think so.” “He was even more cruel than you!” she snapped at her friend, and remained convinced that her pet was the outcome of an encounter between a philandering raccoon and a wayward cat! In just such ways on a vaster scale is woven the web of Māyā, illusion begotten

49

produce un significato del tutto estraneo all’originario riferimento lessicale del nome. La mente inferiore è disorientata, non si rende conto di essere condizionata da formule stringenti, e ripiega completamente e con sollievo gioioso sulle sue spiegazioni ovvie preferite, addirittura “vedendo e sentendo” cose che possono aiutarla a togliersi d’impaccio. La parola asparagus [asparago] sotto la pressione degli schemi puramente fonetici del tipo illustrato nella formula della Parte I, diventa sparagras, e poiché sparrer è un forma dialettale per sparrow [passero], abbiamo sparrow grass [lett. «erba dei passeri»], corredata da spiegazioni religiose sulla correlazione tra i passeri e questo tipo di “erba”. Cole slaw [insalata di cavolo] proviene originariamente dal tedesco Kohlsalat, che in inglese sarebbe cabbage salad [insalata di cavolo cappuccio], ma la pressione degli schemi, che tendeva a rimodellarlo in cold slaw ha prodotto un nuovo sostantivo, slaw, e un nuovo piatto, hot slaw. I bambini, naturalmente, inventano sempre schemi nuovi, ma la pressione dell’esempio degli adulti alla fine riporta il loro linguaggio allo standard: imparano quindi che il Mississipi non è Mrs. Sippy, che l’equatore non è una menagerie lion [«leone da serraglio»] ma una imaginary line [«linea immaginaria»]. A volte la comunità degli adulti non possiede le conoscenze necessarie per correggerli. In alcune zone del New England, i gatti persiani di una certa razza vengono chiamati coon cats, e questo nome ha dato origine alla credenza che siano un incrocio tra un cat [«gatto»] e un coon, (raccoon) [«procione»]. Questa credenza è diffusa tra chi non conosce la biologia, perché la pressione dello schema linguistico (nome di animale 1 che modifica il nome di animale 2) li spinge a vedere, (o come dicono gli psicologi “proiettare”) caratteristiche del procione nell’aspetto del gatto: pensano alla coda folta, al pelo lungo ecc. Ho sentito di un caso, reale, di una donna che possedeva uno splendido coon cat, e che discuteva con un’amica: «Ma scusa, basta GUARDARLO! La coda, gli occhi buffi, non vedi?» «Non essere sciocca», rispondeva l’amica, più istruita «pensa alla storia delle scienze naturali: i procioni non possono incrociarsi con i gatti, appartengono a famiglie diverse!» Ma la signora era talmente sicura che si rivolse a un famoso zoologo perché le desse ragione. Si dice che questi le abbia risposto, con impeccabile diplomazia: «Se le piace pensare che sia così, lo pensi pure». «È stato ancora più crudele di te!» commentò lei acidamente con l’amica, e mantenne la ferma convinzione che il suo micino fosse il prodotto di un incontro galante tra un procione casanova e una gattina ribelle. Esattamente allo stesso modo, anche se su scala più vasta, si tesse la tela di Māyā, l’illusione generata

50

of intrenched selfhood. I am told that Coon cats received their name from one Captain Coon, who brought the first of these Persian cats to the State of Maine in his ship.

In more subtle matters we all, unknowingly, project the linguistic relationships of a particular language upon the universe, and SEE them there, as the good lady SAW a linguistic relation (Coon = raccoon) made visible in her cat. We say ‘see that wave’ – the same pattern as ‘see that house.’ But without the projection of language no one ever saw a single wave. We see a surface in ever-changing undulating motions. Some languages cannot say ‘a wave’; they are closer to reality in this respect. Hopi say walalata, ‘plural waving occurs,’ and can call attention to one place in the waving just as we can. But, since actually a wave cannot exist by itself, the form that corresponds to our singular, wala, is not the equivalent of English ‘a wave,’ but means ‘a slosh occurs,’ as when a vessel of liquid is suddenly jarred.

English pattern treats ‘I hold it’ exactly like ‘I strike it,’ ‘I tear it,’ and myriads of other propositions that refer to actions effecting changes in matter. Yet ‘hold’ in plain fact is no action, but a state of relative positions. But we think of it, even see it, as an action, because language sets up the proposition in the same way as it sets up a much more common class of propositions dealing with movements and changes. We ASCRIBE action to what we call “hold” because the formula substantive + verb = actor + his action, is fundamental in our sentences. Thus we are compelled in many cases to read into nature fictitious acting-entities simply because our sentence patterns require our verbs, when not imperative, to have substantives before them. We are obliged to say ‘it flashed’ or ‘a light flashed,’ setting up an actor IT, or A LIGHT, to perform what we call an action, FLASH. But the flashing and the light are the same; there is no thing which does something, and no doing. Hopi says only rehpi. Hopi can have verbs without subjects, and this gives to that language power as a logical system for understanding certain aspects of the cosmos. Scientific language, being founded on western Indo- European and not on Hopi, does as we do, sees sometimes actions and forces where

51

da egocentrismo inveterato. Mi si dice che i coon cats prendono il loro nome da un certo capitano Coon, che portò i primi esemplari di gatto persiano nel Maine.

In questioni meno grossolane, tutti proiettiamo le relazioni linguistiche di una certa lingua sull’universo, e addirittura le vediamo, così come quella brava signora VEDEVA la relazione linguistica (coon = raccoon) materializzata nel suo gatto. Diciamo «guarda quell’onda», usando lo stesso schema di «guarda quella casa». Ma senza la proiezione della lingua, nessuno ha mai visto una sola onda. Vediamo piuttosto una superficie in moto ondulatorio irregolare. In alcune lingue non puoi dire «un’onda»; sotto questo aspetto sono più vicine alla realtà. I hopi dicono walalata, «si verifica un ondeggiamento multiplo», e possono poi concentrare l’attenzione, se vogliono, su un punto specifico dell’“ondeggiamento” esattamente come facciamo noi. Ma poiché è impossibile in realtà trovare un’onda isolata, la forma cha corrisponde al nostro singolare, wala, non traduce l’inglese a wave [un’onda], bensì significa «si verifica uno spruzzo» come quando un contenitore di liquido venga improvvisamente urtato.

Nello schema inglese, la frase I hold it [lo tengo] è considerata alla stessa stregua di I strike it [lo colpisco], I tear it [lo strappo] e miriadi di altre proposizioni che si riferiscono ad azioni provocanti un cambiamento nella materia. Eppure hold in realtà non è un’azione, ma uno stato di posizioni relative. Ma noi lo pensiamo, e addirittura lo vediamo, come un’azione, perché la lingua costruisce la proposizione allo stesso modo in cui costruisce una classe molto più comune di proposizioni che descrivono movimenti e cambiamenti. Noi attribuiamo la caratteristica di azione a ciò che chiamiamo hold, perché nelle nostre frasi la formula sostantivo più verbo = agente + azione è fondamentale. Perciò in molti casi siamo spinti a leggere nella natura agenti fittizi, solo perché la struttura delle nostre frasi esige che i verbi, a meno che non siano imperativi, siano preceduti da un sostantivo. Siamo obbligati a dire it flashed [ha lampeggiato], o a light flashed [una luce ha lampeggiato], ponendo un soggetto, IT o A LIGHT, che compia quella che noi chiamiamo «azione», flash. Ma il lampeggiare e la luce sono la stessa cosa; non c’è qualcosa che fa qualcos’altro, nessun “fare”. Il hopi dice semplicemente rehpi. La lingua hopi contempla forme verbali prive di soggetto e questo le conferisce il potere, come sistema logico, di comprendere certi aspetti del cosmo. Come noi, anche il linguaggio scientifico, fondato sull’indoeuropeo occidentale e non sul hopi, vede talvolta azioni e forze dove

52

there may be only states. For do you not conceive it possible that scientists as well as ladies with cats all unknowingly project the linguistic patterns of a particular type of language upon the universe, and SEE them there, rendered visible on the very face of nature? A change in language can transform our appreciation of the Cosmos.

All this is typical of the way the lower personal mind, caught in a vaster world inscrutable to its methods, uses its strange gift of language to weave the web of Māyä or illusion, to make a provisional analysis of reality and then regard it as final. Western culture has gone farthest here, farthest in determined thoroughness of provisional analysis, and farthest in determination to regard it as final. The commitment to illusion has been sealed in western Indo-European language, and the road out of illusion for the West lies through a wider understanding of language than western Indo-European alone can give. This is the “Mantra Yoga” of the Western consciousness, the next great step, which it is now ready to take. It is probably the most suitable way for Western man to begin that “culture of consciousness” which will lead him to a great illumination.

Again, through this sort of understanding of language is achieved a great phase of human brotherhood. For the scientific understanding of very diverse languages – not necessarily to speak them, but to analyze their structure – is a lesson in brotherhood which is brotherhood in the universal human principle – the brotherhood of the “Sons of Manas.” It causes us to transcend the boundaries of local cultures, nationalities, physical peculiarities dubbed “race,” and to find that in their linguistic systems, though these systems differ widely, yet in the order, harmony, and beauty of the systems, and in their respective subtleties and penetrating analysis of reality, all men are equal. This fact is independent of the state of evolution as regards material culture, savagery, civilization, moral or ethical development, etc., a thing most surprising to the cultured European, a thing shocking to him, indeed a bitter pill! But it is true; the crudest savage may unconsciously manipulate with effortless ease a linguistic system so intricate, manifoldly systematized, and intellectually difficult that it requires the lifetime study of our greatest scholars to describe its workings. The manasic plane and the “higher ego” have been given to all,

53

potrebbero esserci solo stati. Forse non riteniamo possibile che gli scienziati, come una vecchia signora con il suo gatto, proiettino del tutto
inconsciamente gli schemi di un particolare tipo di linguaggio sull’universo e li VEDANO lì, concretizzate nella natura? Cambiare la lingua può trasformare la nostra valutazione del Cosmo.

Tutto ciò è caratteristico del modo in cui la mente individuale inferiore, succube di un mondo più vasto, imperscrutabile ai suoi metodi, utilizza il suo strano dono del linguaggio per tessere la tela di Māyā, o illusione, per fare un’analisi provvisoria della realtà e poi considerarla definitiva. In questo, la cultura occidentale è quella che si è spinta più lontano nell’analisi, sistematica e scrupolosa ma provvisoria, e più lontano nell’ostinazione a considerarla definitiva. L’occidente si è consegnato all’illusione, e la lingua indoeuropea è stata il sigillo di questo abbandono; e la via di uscita sta in una comprensione del linguaggio più ampia di quella che può fornire il solo indoeuropeo occidentale. È questo il “mantra” della coscienza occidentale, il grande passo per cui ora è pronta. È probabilmente il modo migliore per l’uomo occidentale di dare inizio a quella “cultura della coscienza” che lo porterà a una grande illuminazione.

Ancora, attraverso questo tipo di comprensione del linguaggio, si raggiunge una grande fase di fratellanza umana. Poiché la comprensione scientifica di lingue molto diverse fra loro, che non significa necessariamente parlarle, ma analizzarne la struttura, è una lezione di fratellanza, che è la fratellanza nel senso umano universale, la fratellanza dei «Figli di Manas». Essa ci permette di trascendere i confini della cultura, della nazionalità, dell’insieme di caratteristiche fisiche chiamato «razza» e scoprire che nei loro sistemi linguistici, pur diversissimi, nell’ordine, l’armonia e la bellezza di questi sistemi, nelle loro diverse sottigliezze e acute analisi della realtà, tutti gli uomini sono uguali. E questo indipendentemente del grado di evoluzione in quanto a cultura materiale, primitività, civilizzazione, sviluppo morale o etico ecc., cosa alquanto scioccante per l’acculturato uomo europeo, un rospo decisamente duro da ingoiare! Ma è la verità: il più rozzo dei selvaggi può senza rendersene conto manipolare con disinvoltura e facilità un sistema linguistico tanto complesso, dalla sistematizzazione talmente varia e così intellettualmente difficile che ai nostri migliori studiosi sarebbe necessaria una vita di studi per descriverne i meccanismi. Il piano manasico e «l’io superiore» sono

54

and the evolution of human language was complete, and spread in proud completeness up and down the earth, in a time far anterior to the oldest ruin that molders in the soil today.

Linguistic knowledge entails understanding many different beautiful systems of logical analysis. Through it, the world as seen from the diverse viewpoints of other social groups, that we have thought of as alien, becomes intelligible in new terms. Alienness turns into a new and often clarifying way of looking at things. Consider Japanese. The view of the Japanese that we get outwardly from their governmental policy seems anything but conducive to brotherhood. But to approach the Japanese through an aesthetic and scientific appreciation of their language transforms the picture. THAT is to realize kinship on the cosmopolitan levels of the spirit. One lovely pattern of this language is that its sentence may have two differently ranked subjects. We are familiar with the idea of two ranks of OBJECTS for our verbs, an immediate and a more remote goal, or direct and indirect object as they are commonly called. We have probably never thought of the possibilities of a similar idea applied to SUBJECTS. This idea is put to work in Japanese. The two subjects – call them subject 1 and subject 2 – are marked by the particles wa and ga, and a diagram might show them with a line drawn from each subject word, the two lines converging upon the same predication, whereas our English sentence could have only one subject with one line to the predicate. An example would be the way of saying “Japan is mountainous”: “Japan1 mountain2 (are) many”11; or: “Japan, in regard to its mountains are many.” “John is long-legged” would be “John1 leg2 (are) long.” This pattern gives great conciseness at the same time with great precision. Instead of the vagueness of our “mountainous,” the Japanese can, with equal compactness of formulation, distinguish “mountainous” meaning that mountains not always high are abundant, from “mountainous” meaning that mountains not abundant relative to the whole area are high. We see how the logical uses of this pattern would give to Japanese great power in concise scientific operations

11 “Are” is in parentheses because “be many” is expressed by a single verblike word. The Japanese ordinarily does not use a plural.

55

stati dati a tutti, e il tempo in cui l’evoluzione del linguaggio umano si è completata e dispiegata in tutta la sua fiera compiutezza da un capo all’altro della terra è molto più antico della più antica rovina che oggi marcisce nel terreno.

La conoscenza linguistica implica la comprensione di tanti splendidi e diversi sistemi di analisi razionale, attraverso la quale il mondo, che prima, osservato dal punto di vista di gruppi sociali diversi, ci appariva estraneo, diventa comprensibile in modo nuovo. L’estraneità diventa uno strumento nuovo e spesso illuminante di osservazione della realtà. Prendiamo ad esempio il giapponese. L’immagine che abbiamo dei giapponesi dalla loro politica di governo ci appare tutto fuorché portatrice di fratellanza. Ma accostandoci ai giapponesi attraverso una valutazione estetica e scientifica della loro lingua, l’immagine si trasforma. QUESTO significa realizzare la fratellanza nella dimensione cosmopolita dello spirito. Uno schema molto bello di questa lingua è il fatto che contempla la possibilità di avere in una frase due soggetti, di diverso grado. Noi siamo abituati all’idea di avere due OGGETTI di diverso grado per i nostri verbi, un fine immediato e uno più remoto, o un oggetto diretto e indiretto, come vengono comunemente definiti. Probabilmente nessuno ha mai pensato ai risvolti dell’applicazione della stessa idea ai soggetti. Quest’idea è stata invece sviluppata dai giapponesi: i due soggetti, chiamiamoli soggetto 1 e soggetto 2, sono contrassegnati dalle particelle wa e ga, e volendo fare un diagramma si avrebbero le due parole soggetto, da cui partono due linee che convergono sullo stesso predicato, mentre nella frase inglese ci sarebbe un unico soggetto con un’unica linea verso il predicato. Un esempio potrebbe essere la frase: Japan is mountainous [«Il Giappone è montuoso»]: Japan1 mountain2 (are) many»; [«Il Giappone1 monte2 (sono) molti»];12 oppure: Japan, in regard to its mountains are many [Il Giappone, in relazione ai suoi monti, sono molti]. John is long-legged [John ha le gambe lunghe] diventerebbe: John leg2 (are) long [John1 gamba2 (sono) lunghe]. Questa struttura conferisce alla frase una grande concisione, e allo stesso tempo una grande precisione. Invece del nostro vago «montuoso», il giapponese distingue, con la stessa concisione, «montuoso» nel senso che vi sono molti monti, non tutti necessariamente alti, da «montuoso» nel senso che i monti, di scarso numero rispetto all’intera area sono alti. Come si può vedere, un’applicazione adeguata di questo schema darebbe ai giapponesi un grande potenziale nelle

12 «Sono» è fra parentesi perché «essere molti» è espresso da un’unica parola-verbo. In genere il giapponese non usa il plurale.

56

with ideas, could this power be properly developed.

The moment we begin scientific, unbiased RESEARCH into language we find, in people and cultures with the most unprepossessing exteriors, beautiful, effective, and scientific devices of expression unknown to western Indo-European tongues or mentalities. The Algonkian languages are spoken by very simple people, hunting and fishing Indians, but they are marvels of analysis and synthesis. One piece of grammatical finesse peculiar to them is called the obviative. This means that their pronouns have four persons instead of three, or from our standpoint two third persons. This aids in compact description of complicated situations, for which we should have to resort to cumbersome phraseology. Let us symbolize their third and fourth persons by attaching the numerals 3 and 4 to our written words. The Algonkians might tell the story of William Tell like this: “William Tell called his3 son and told him4 to bring him3 his3 bow and arrow, which4 he4 then brought to him3. He3 had him4 stand still and placed an apple on his4 head, then took his3 bow and arrow and told him4 not to fear. Then he3 shot it4 off his4 head without hurting him4.” Such a device would greatly help in specifying our complex legal situations, getting rid of “the party of the first part” and “the aforesaid John Doe shall, on his part, etc.”

Chichewa, a language related to Zulu, spoken by a tribe of unlettered Negroes in East Africa, has two past tenses, one for past events with present result or influence, one for past without present influence. A past as recorded in external situations is distinguished from a past recorded only in the psyche or memory; a new view of TIME opens before us. Let 1 represent the former and 2 the latter; then ponder these Chichewa nuances: I came1 here; I went2 there; he was2 sick; he died1; Christ died2 on the cross; God created1 the world. “I ate1” means I am not hungry; “I ate2”

57

operazioni scientifiche che richiedono concisione, se questo potenziale potesse essere adeguatamente sviluppato.

Nel momento in cui incominciamo uno STUDIO del linguaggio scientifico e privo di bias, scopriamo in popoli e culture dall’aspetto meno attraente artifici espressivi splendidi, efficaci e scientifici, sconosciuti alla mentalità e alle lingue indoeuropee occidentali. Le lingue algonchine sono parlate da gente molto semplice, indiani che vivono di caccia e pesca, ma sono prodigi di analisi e di sintesi. Una finezza grammaticale caratteristica è quello che si chiama ovviativo: cioè, i pronomi hanno quattro persone anziché tre, o, come la vedremmo noi, hanno due terze persone. Questo facilita la descrizione concisa di situazioni complesse per cui noi dovremmo ricorrere a un goffo giro di parole. Simboleggiamo la loro terza e quarta persona con i numeri 3 e 4. La storia di Guglielmo Tell raccontata da loro potrebbe suonare così: «William Tell called his3 son and told him4 to bring him3 his3 bow and arrow, which4 he4 then brought to him3. He3 had him4 stand still and placed an apple on his4 head, then told him4 not to fear. Then he3 shot it4 off his4 head without hurting him4». [Guglielmo Tell chiamò suo3 figlio e gli4 disse di portargli3 il suo3 arco e freccia, che4 egli4 gli3 portò. Egli3 lo4 fece mettere in piedi fermo e mise una mela sulla sua4 testa, poi prese il suo3 arco e freccia e gli4 disse di non aver paura. Egli3 poi la4 fece schizzare della sua4 testa senza fargli4 del male]. Questo artificio sarebbe di grandissima utilità nelle specificazioni delle nostre complesse situazioni legali, permettendo di eliminare cose come the party of the first part [la parte della prima parte] e the aforesaid John Doe shall, on his part, ecc. [il sopracitato John Doe farà, dal canto suo, ...].

Il chichewa, una lingua parlata dagli zulu, una tribù di negri analfabeti dell’Africa orientale, ha due tempi del passato, uno per descrivere eventi passati che hanno esito o effetti sul presente, e uno per eventi passati che non hanno alcun effetto sul presente. Un passato che è registrato in ambienti esterni viene distinto da un passato che è registrato solo nella psiche o nella memoria; si apre davanti a noi una nuova visione del TEMPO. Contrassegniamo il primo con 1 e il secondo con 2, e riflettiamo su queste sfumature del chichewa: I came1 here [sono venuto1 qui]; I went2 there [sono andato2 là]; he was2 sick [egli era2 malato]; he died1 [egli morì1]; Christ died2 on the cross [Cristo morì sulla croce2]; God created1 the world [Dio creò1 la terra]. I ate1 [ho mangiato1] significa che non ho fame; I ate2

58

means I am hungry. If you were offered food and said: “No, I have eaten1,” it would be all right, but if you used the other past tense you would be uttering an insult. A Theosophical speaker of Chichewa might use tense 1 in speaking of the past involution of Monads, which has enabled the world to be in its present state, while be might use tense 2 for, say, long-past planetary systems now disintegrated and their evolution done. If he were talking about Reincarnation, he would use 2 for events of a past incarnation simply in their own frame of reference, but he would use 1 in referring to or implying their “Karma.” It may be that these primitive folk are equipped with a language which, if they were to become philosophers or mathematicians, could make them our foremost thinkers upon TIME.

Or take the Coeur d’Alene language, spoken by the small Indian tribe of that name in Idaho. Instead of our simple concept of “cause,” founded on our simple “makes it (him) do so,” the Coeur d’Alene grammar requires its speakers to discriminate (which of course they do automatically) among three causal processes, denoted by three causal verb-forms: (1) growth, or maturation of an inherent cause, (2) addition or accretion from without, (3) secondary addition i.e., of something affected by process 2. Thus, to say “it has been made sweet” they would use form 1 for a plum sweetened by ripening, form 2 for a cup of coffee sweetened by dissolving sugar in it, and form 3 for griddle cakes sweetened by syrup made by dissolving sugar. If, given a more sophisticated culture, their thinkers erected these now unconscious discriminations into a theory of triadic causality, fitted to scientific observations, they might thereby produce a valuable intellectual tool for science. WE could imitate artificially such a theory, perhaps, but we could NOT apply it, for WE are not habituated to making such distinctions with effortless ease in daily life. Concepts have a basis in daily talk before scientific workers will attempt to use them in the laboratory. Even relativity has such a basis in the western Indo-European languages (and others) – the fact that these languages use many space words and patterns for dealing with time.

59

significa invece che ho fame. Se ci venisse offerto del cibo e rispondessimo: No, I have eaten1 [grazie, ho mangiato1], andrebbe bene, ma se usassimo l’altro tipo di passato sarebbe un insulto. Un parlante di chichewa teosofo potrebbe usare il tempo passato 1 nel parlare dell’antica involuzione delle monadi, che ha reso possibile il mondo come lo vediamo ora, mentre potrebbe usare il tempo passato 2 per riferirsi, poniamo, ad antichi sistemi planetari ora disgregatisi e la cui evoluzione si è ormai completata. Se parlasse di reincarnazione userebbe il 2 per parlare di eventi di una vita passata unicamente nella loro cornice di riferimento, ma userebbe l’1 se il suo discorso si riferisse o implicasse il loro «Karma». È possibile che questi uomini primitivi siano dotati di una lingua che, se dovessero diventare filosofi o matematici, li renderebbe i nostri migliori pensatori sul tema del TEMPO.

O prendiamo il coeur d’Alene, parlato da una piccola tribù indiana omonima dell’Idaho. Al posto del nostro elementare concetto di «causa efficiente», basato sul nostro semplice makes it (him) do so [gli (a lui o a esso) fa fare ciò], la grammatica dei coeur d’Alene esige che essi distinguano (cosa che ovviamente fanno già in modo automatico) fra tre processi causali, indicati da tre forme verbali causative: 1) crescita o maturazione di una causa interna, 2) aggiunta o accrescimento dall’esterno, 3) aggiunta secondaria, cioè aggiunta di un elemento che ha subito a sua volta un processo. Per dire «it has been made sweet» [è stato reso dolce] userebbero quindi la forma 1) per parlare di una prugna addolcita dalla maturazione, la forma 2) per una tazza di caffè addolcita dall’aggiunta di zucchero, e la forma 3) per delle focaccine addolcite da sciroppo fatto di zucchero sciolto. Se la loro cultura diventasse più sofisticata, e i loro pensatori sviluppassero questa distinzione, per ora inconsapevole, in una teoria di causalità triadica, adatta all’osservazione scientifica, potrebbero dare alla scienza un prezioso strumento intellettuale. E NOI potremmo imitare artificialmente una tale teoria, forse, ma NON applicarla, perché non avvezzi a fare una tale distinzione automaticamente nella vita quotidiana. I concetti hanno un fondamento nella lingua quotidiana prima che gli scienziati tentino di utilizzarle in laboratorio. Perfino la teoria della relatività ha un fondamento del genere nelle lingue indoeuropee occidentali (e anche in altre): il fatto che queste lingue utilizzino, per parlare del tempo, molti termini e schemi riferiti allo spazio.

60

Language has further significance in other psychological factors on a different level from modern linguistic approach but of importance in music, poetry, literary style, and Eastern mantram. What I have been speaking of thus far concerns the plane of Manas in the more philosophical sense, the

“higher unconscious” or the “soul” (in the sense as used by Jung). What I am about to speak of concerns the “psyche” (in the sense as used by Freud), the “lower” unconscious, the Manas which is especially the “slayer of the real,” the plane of Kāma, of emotion or rather feeling (Gefühl). In a serial relation containing the levels of Nāma-Rūpa and Arūpa, this level of the unconscious psyche is on the other side of Nāma-Rūpa from Arūpa, and Nāma or lexation mediates in a sense between these extremes. Hence the psyche is the psychological correlative of the phonemic level in language, related to it not structurally as is Nāma or lexation, not by using it as building blocks, as word-making uses the phonemes (vowels, consonants, accents, etc.), but related as the feeling-content of the phonemes. There is a universal, Gefühl-type way of linking experiences, which shows up in laboratory experiments and appears to be independent of language – basically alike for all persons.

Without a serial or hierarchical order in the universe it would have to be said that these psychological experiments and linguistic experiments contradict each other. In the psychological experiments human subjects seem to associate the experiences of bright, cold, sharp, hard, high, light (in weight), quick, high-pitched, narrow, and so on in a long series, with each other; and conversely the experiences of dark, warm, yielding, soft, blunt, low, heavy, slow, low-pitched, wide, etc., in another long series. This occurs whether the WORDS for such associated experiences resemble or not, but the ordinary person is likely to NOTICE a relation to words only when it is a relation of likeness to such a series in the vowels or consonants of the words, and when it is a relation of contrast or conflict it is passed unnoticed. The noticing of the relation of likeness is an element in sensitiveness to literary style or to what is often rather inaccurately called the “music” of words. The noticing of the relation of conflict is much more difficult, much more a freeing oneself from illusion, and though quite “unpoetical” it is really a movement toward Higher Manas, toward a higher symmetry than that of physical sound.

61

La lingua ha un’ulteriore importanza in altri fattori psicologici, su un piano diverso da quello dell’approccio della linguistica moderna, ma rilevante per la musica, la poesia, lo stile letterario e il mantra orientale. Quello di cui ho parlato finora riguarda il piano del Manas nel senso più filosofico, l’«inconscio superiore» o «anima» (in senso jungiano). Ciò di cui parlerò ora invece concerne la psiche (in senso freudiano), l’inconscio «inferiore», il Manas che è soprattutto «uccisore del reale», il piano di Kāma, dell’emozione o piuttosto del sentimento (Gefühl). All’interno di un rapporto gerarchico contenente i piani Nāma-Rūpa e Arūpa, questo livello di psiche inconscia si trova all’estremo opposto del Nāma-Rūpa rispetto all’ Arūpa, e il Nāma, o lessicazione, fa in un certo senso da mediatore fra questi due estremi. La psiche è dunque il corrispettivo psicologico del livello fonematico del linguaggio e ha con esso un rapporto non strutturale come il Nāma o lessicazione, non lo utilizza come “assortimento di mattoncini”, come avviene con i fonemi (vocali, consonanti, accenti ecc.) nella costruzione di parole, ma ha una relazione di contenuto affettivo dei fonemi. Esiste un modo universale, di tipo del Gefühl, di associare le esperienze, che emerge dagli esperimenti in laboratorio e appare svincolato dalla lingua, dunque fondamentalmente uguale per tutti.

Se non ci fosse nell’universo un ordine seriale o gerarchico, bisognerebbe concludere che questi esperimenti, psicologici e linguistici, si contraddicono. Negli esperimenti psicologici, pare che i soggetti umani associno le esperienze di bright, cold, sharp, hard, high, light (in weight), quick, high- pitched, narrow, ecc. [luminoso, freddo, aguzzo, duro, alto, leggero, svelto, acuto, stretto, ecc.] in una lunga serie, e invece le percezioni di dark, warm, yielding, soft, blunt, low, heavy, slow, low-pitched, wide ecc. [buio, caldo, cedevole, morbido, arrotondato, basso, pesante, lento, grave, ampio» ecc.] in un’altra lunga serie. Questo avviene indipendentemente dal fatto che le PAROLE di queste esperienze associate si assomiglino o meno, ma generalmente si tende a NOTARE una correlazione tra esperienze e parole solo quando si tratta di una relazione di somiglianza con le vocali o consonanti di tale serie, mentre se c’è una relazione di opposizione o conflitto rimane inosservata. Il cogliere una relazione di somiglianza è un elemento di sensibilità per lo stile letterario, o sensibilità per ciò che viene spesso impropriamente definita la “musicalità” delle parole. Cogliere invece una relazione di conflitto è molto più difficile, e implica molto di più uno sciogliersi dalle illusioni, e benché “poco poetico”, è davvero un movimento verso il Manas superiore, verso una simmetria più alta di quella del suono fisico.

62

What is significant for our thesis is that language, through lexation, has made the speaker more acutely conscious of certain dim psychic sensations; it has actually produced awareness on lower planes than its own: a power of the nature of magic. There is a yogic mastery in the power of language to remain independent of lower-psyche facts, to override them, now point them up, now toss them out of the picture, to mold the nuances of words to its own rule, whether the psychic ring of the sounds fits or not. If the sounds fit, the psychic quality of the sounds is increased, and this can be noticed by the layman. If the sounds do not fit, the psychic quality changes to accord with the linguistic meaning, no matter how incongruous with the sounds, and this is not noticed by the layman.

Thus the vowels a (as in ‘father’), o, u, are associated in the laboratory tests with the dark-warm- soft series, and e (English a in ‘date’), i (English e in ‘be’) with the bright-cold-sharp set. Consonants also are associated about as one might expect from ordinary naïve feeling in the matter. What happens is that, when a word has an acoustic similarity to its own meaning, we can notice it, as in English ‘soft’ and German sanft. But, when the opposite occurs, nobody notices it. Thus German zart (tsart) ‘tender’ has such a “sharp” sound, in spite of its a, that to a person who does not know German it calls up the bright-sharp meanings, but to a German it “sounds” soft – and probably warm, dark, etc., also. An even better case is DEEP. Its acoustic association should be like that of PEEP or of such nonsense words as VEEP, TREEP, QUEEP, etc., i.e., as bright, sharp, quick. But its linguistic meaning in the English language happens to refer to the wrong sort of experience for such an association. This fact completely overrides its objective sound, causing it to “sound” subjectively quite as dark, warm, heavy, soft, etc., as though its sounds really were of that type. It takes illusion-freeing, if unpoetic, linguistic analysis to discover this clash between two “musics,” one more mental and one more psychic, in the word. Manas is able to disregard properties of the psychic plane, just as it can disregard whether an equational x refers to automobiles or sheep. It can project parts of its own patterns upon experience in such a way that they distort, and promote

63

Ciò che è rilevante per la nostra tesi è che la lingua, attraverso la lessicazione, ha reso il parlante particolarmente sensibile a certe deboli percezioni psichiche, e ha addirittura generato una consapevolezza su piani più bassi di quello della lingua stessa: potenza della natura della magia. Il potere della lingua possiede una capacità yogica di rimanere svincolata dai fatti della psiche inferiore;può ignorarli, ora evidenziarli, ora eliminarli completamente e modellare le sfumature delle parole a suo piacimento, sia che coincidano con il “suono” psichico o meno. Se i suoni coincidono, la qualità psichica del suono aumenta, e questo viene colto anche da un profano. Se non vi è coincidenza invece, la qualità psichica cambia a seconda del significato linguistico, per quanto questo sia in contrasto con i suoni che compongono la parola, e questo non viene colto da un profano.

Perciò le vocali come la a in father [padre], la o e la u, vengono associate nei test di laboratorio al gruppo buio-caldo-morbido, e le e nella pronuncia della a nell’inglese date e la i nella pronuncia di be con il gruppo luminoso-freddo-aguzzo. Anche le consonanti vengono associate più o meno come ci si aspetta dall’ingenuo e comune sentimento in merito. Ciò che avviene è che quando una parola possiede una somiglianza sonora con il suo significato, lo notiamo subito, come nel caso di soft [morbido] in inglese e del tedesco sanft [morbido]. Ma quando si verifica l’opposto, nessuno se ne accorge. Per cui il tedesco zart (con la «z» dura), cioè «tenero», ha un suono «aguzzo», nonostante la sua a, che a chi non conosce il tedesco richiama alla mente i significati della serie luminoso-aguzzo, ma che a un tedesco «suona» MORBIDO, e probabilmente anche caldo, buio ecc. Un esempio anche migliore è DEEP [profondo]. Il suono che gli si dovrebbe associare è lo stesso di PEEP [sbirciare], o di altre parole inventate come VEEP, TREEP, QUEEP ecc, cioè del gruppo luminoso-aguzzo-veloce. Ma il caso vuole che il suo significato linguistico nella lingua inglese si riferisca al tipo sbagliato di esperienza percettiva. Questo fatto ignora completamente il suono oggettivo della parola, facendo sì che essa “suoni” soggettivamente più o meno come buio, pesante, caldo ecc, come se in realtà il suo suono fosse di quel tipo. Occorre un’analisi linguistica libera dall’illusione, se non addirittura impoetica, per scoprire questo contrasto fra due “melodie”, una più mentale e l’altra più psichica, all’interno di una stessa parola. Il Manas è in grado di ignorare le proprietà del piano psichico nello stesso modo in cui è indifferente al fatto che la x di un’equazione rappresenti un’auto o una pecora. Esso può proiettare parti dei suoi schemi sull’esperienza, in un modo tale da distorcere e favorire

64

illusion, or again in such a way that they illuminate, and build up scientific theories and tools of research

Yoga is defined by Patanjali as the complete cessation of the activity of the versatile psychic nature.13 We have seen that this activity consists largely of personal-social reactions along unperceived tracks of pattern laid down from the Arūpa level functioning above or behind the focus of personal consciousness. The reason why the Arūpa level is beyond the ken of the consciousness is not because it is essentially different (as if it were, e.g., a passive network) but because the personality does focus, from evolution and habit, upon the aforesaid versatile activity. The stilling of this activity and the coming to rest of this focus, though difficult and requiring prolonged training, is by reliable accounts from widely diverse sources, both Eastern and Western, a tremendous expansion, brightening and clarifying of consciousness, in which the intellect functions with undreamed-of rapidity and sureness. The scientific study of languages and linguistic principles is at least a partial raising of the intellect toward this level. In the understanding of a large linguistic pattern there is involved a partial shift of focus away from the versatile psychic activity. Such understandings have even a therapeutic value. Many neuroses are simply the compulsive working over and over of word systems, from which the patient can be freed by showing him the process and pattern.

All this leads back to the idea touched upon in part I of this essay, that the types of patterned relationship found in language may be but the wavering and distorted, pale, substanceless reflection of a CAUSAL WORLD. Just as language consists of discrete lexation-segmentation (Nāma-Rūpa) and ordered patternment, of which the latter has the more background character, less obvious but more infrangible and universal, so the physical world may be an aggregate of quasidiscrete entities (atoms, crystals, living organisms, planets, stars, etc.) not fully understandable as such, but rather emergent from a field of causes that is itself a manifold of pattern and order. It is upon the bars of the fence, beyond which it would meet

13 Bragon’s paraphrase of the Yoga Sutras, An Introduction to Yoga, Claude Bragdon, New York, 1933.
65

l’illusione, o in modo tale invece da illuminare e creare teorie scientifiche e strumenti intellettuali di ricerca.

Lo yoga viene definito da Patanjali come la totale cessazione dell’attività della versatile natura psichica.14 Si è visto che quest’attività è costituita in gran parte da reazioni individuali-sociali che seguono impercettibili percorsi di schemi tracciati del piano dell’Arūpa, che si muove al di sopra o dietro il focus della coscienza individuale. Il fatto che il livello Arūpa si trovi al di là della portata della coscienza non è dovuto a una differenza sostanziale (come se fosse ad esempio una struttura passiva), ma al fatto che la personalità si concentra, per ragioni evolutive e di abitudine, sulla suddetta attività versatile. L’interruzione di questa attività e la sospensione di questa concentrazione, per quanto sia difficile e richieda un allenamento prolungato, è secondo testimonianze attendibili prese da fonti eterogenee, sia provenienti dal mondo orientale che occidentale, un incredibile ampliamento, illuminazione e chiarificazione della coscienza, un momento in cui l’intelletto funziona con una rapidità e sicurezza inimmaginabili. Lo studio scientifico della lingua e dei principi linguistici permette perlomeno un innalzamento parziale dell’intelletto verso questo livello. La comprensione di una grande schema linguistico è implica un parziale spostamento di attenzione dall’attività psichica versatile. Una tale comprensione ha perfino valore terapeutico: molte nevrosi consistono semplicemente nella ripetizione ossessiva di sistemi di parole, dalle quali il paziente può essere liberato mostrandogli il processo e lo schema.

Tutto questo ci riporta all’idea accennata nella prima parte di questo saggio, e cioè che la relazione schematica che si osserva nella lingua potrebbe non essere altro che il riflesso pallido, tremolante, distorto e inconsistente di un MONDO CAUSALE. Così come la lingua consiste in una lessicazione- segmentazione (Nāmā-Rūpa) discreta, e in una schematizzazione ordinata, delle quali la seconda ha più un carattere di sfondo, meno evidente ma più universale e inalterabile, così che il mondo fisico potrebbe essere un aggregato di entità semidiscrete (atomi, cristalli, organismi viventi, pianeti, stelle, ecc.) non pienamente comprensibili come tali, ma emergenti piuttosto da un campo di cause che è esso stesso un vasto insieme di schema e ordine. Ed è a cavallo di questo steccato, oltre il quale attendono

14 È la parafrasi di Bragdon delle Sūtra dello Yoga in An Introduction to Yoga, Claude Bragdon, New York, 1933.

66

these CHARACTERS OF THE FIELD, that science is now poised. As physics explores into the intra-atomic phenomena, the discrete physical forms and forces are more and more dissolved into relations of pure patternment. The PLACE of an apparent entity, an electron for example, becomes indefinite, interrupted; the entity appears and disappears from one structural position to another structural position, like a phoneme or any other patterned linguistic entity, and may be said to be NOWHERE in between the positions. Its locus, first thought of and analyzed as a continuous variable, becomes on closer scrutiny a mere alternation; situations “actualize” it, structure beyond the probe of the measuring rod governs it; three-dimensional shape there is none, instead – “Arūpa.”

Science cannot yet understand the transcendental logic of such a state of affairs, for it has not yet freed itself from the illusory necessities of common logic which are only at bottom necessities of grammatical pattern in Western Aryan grammar; necessities for substances which are only necessities for substantives in certain sentence positions, necessities for forces, attractions, etc. which are only necessities for verbs in certain other positions, and so on. Science, if it survives the. impending darkness, will next take up the consideration of linguistic principles and divest itself of these illusory linguistic necessities, too long held to be the substance of Reason itself.

67

gli ATTORI DI QUESTO CAMPO, che ora la scienza si trova ferma. Mentre la fisica indaga i fenomeni subatomici, le forze e le forme discrete si dissolvono sempre più in relazioni di pura schematizzazione. Il LUOGO di un’entità apparente, un elettrone ad esempio, diventa indefinito, interrotto; l’entità appare e scompare da una posizione strutturale all’altra, come un fonema o qualunque altra entità linguistica che segue uno schema predefinito, e di esso si può dire che si trova in NESSUN LUOGO tra le due posizioni. Il suo luogo, prima considerato e analizzato come una variabile costante, diventa dopo un’analisi più attenta un mero alternarsi di posizioni; le singole situazioni lo «attualizzano», e lo governa una struttura oltre la portata del suo metro di misura; non esiste una forma tridimensionale, bensì qualcosa d’altro: «Arūpa».

La scienza non è ancora in grado di comprendere la logica trascendentale di un tale stato di cose, non essendosi ancora liberata dalle illusorie necessità della logica comune, che sono solo le necessità di fondo dello schema grammaticale della grammatica ariana occidentale; le necessità di sostanze, che sono solo la necessità di sostantivi in una certa posizione della frase, e necessità di forze, attrazioni ecc, che sono solo la necessità di verbi in certe altre posizioni e così via. Il prossimo passo della scienza, se riuscirà a superare le tenebre incombenti, sarà di intraprendere l’analisi dei principi linguistici e spogliarsi di queste illusorie necessità linguistiche, troppo a lungo identificate con la sostanza stessa della Ragione.

68

Riferimenti bibliografici15

CATFORD J. C. 1965 A Linguistic Theory of Translation, Oxford, Oxford University Press, ISBN 0- 19-437018-6.

CREVATIN F. Terminologia, traduzione, cultura, in Manuale di terminologia. Aspetti teorici, metodologici e applicativi, Milano, Hoepli, 2002, ISBN 88-203-2943-3: 1-7

DARDANO M. e TRIFONE P. La nuova grammatica della lingua italiana, Bologna, Zanichelli, 1997, ISBN 88-08-10426-5.

DE MAURO T. 1992 Sette forme di adeguatezza della traduzione, in Capire le parole, Bari, Laterza, 1999, ISBN 88-420-5712-6: 81-95.

de SAUSSURE, F. 1911 Course in general linguistics, a cura di Charles Bally e Albert Sechehaye, traduzione inglese di Wade Baskin, New York, McGraw-Hill, 1966, ISBN 0-7-016524-6.
ECO U. 1962 Opera aperta – Forma e indeterminazione nelle poetiche contemporanee, Milano,

Bompiani.
ECO U. 1997 Kant e l’ornitorinco, Milano, Bompiani, 1997, ISBN 88-452-2868-1.
ECO U. 2001 Experiences in translation, traduzione di Alastair McEwen, Toronto, University of

Toronto Press, ISBN 0-8020-3533-7.
ECO U. 2003 Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione. Milano, Bompiani, 2003, ISBN 88-

452-5397-X.
FORNARI F. 1979 Coinema e icona. Nuova proposta per la psicoanalisi dell’arte, Milano,

Saggiatore.
FREUD S. 1900 Die Traumdeutung, Leipzig, Deuticke. Traduzione: L’interpretazione dei sogni, a

cura di Elvio Fachinelli e Herma Trettl, in Opere, vol. 3, Torino, Boringhieri, 1980. ISBN 88-

339-0113-0.
JAKOBSON R. 1959 On Linguistic Aspects of Translation, in Jakobson 1987: 428-435. Traduzione:

Aspetti linguistici della traduzione. In: Saggi di linguistica generale, Milano, Feltrinelli, 1983

(1966): 56-64.
KUNDERA M. 1993 Traduzioni, in I testamenti traditi (Les testaments trahis), traduzione di Ena

Marchi, Milano, Adelphi, 1994, ISBN – 88-459-1089-X: 105-123.
L ́VOVSKAJA Z. D. 1985 Teoretičeskie problemy perevoda, Moskvà, Vysšaja škola.
MARCHESE A. 1991 Dizionario di retorica e di stilistica, Milano, Mondadori, ISBN 88-04-14664-8. OSIMO B. 2001 Propedeutica della traduzione. Corso introduttivo con tavole sinottiche, Milano,

Hoepli, 2001, ISBN 88-203-2935-2.
OSIMO B. 2001 Traduzione e nuove tecnologie. Informatica e internet per traduttori. Guida pratica

con glossario, Milano, Hoepli, 2001, ISBN 88-203-2750-3.
OSIMO B. 2002 On psychological aspects of translation, in Sign Systems Studies, Tartu, Tartu

University Press, 2002, ISSN 1406-4243: 607-627.
OSIMO B. 2002 Storia della traduzione. Riflessioni sul linguaggio traduttivo dall’antichità ai

contemporanei, Milano, Hoepli, 2002, ISBN 88-203-3073-3.

15 Per i riferimenti bibliografici mi sono attenuto alle norme UNI 10168 e UNI ISO 7144.

69

OSIMO B. 2002 Traduzione della cultura, in Parole, immagini, suoni di Russia. Saggi di metodologia della cultura, a cura di Gian Piero Piretto, Milano, Unicopli, 2002, ISBN 88-400-0810-1: 35-51.

OSIMO B. Traduzione e qualità, Milano, Hoepli, 2004.
PEIRCE C. S. 1866-1913 The Collected Papers of Charles Sanders Peirce, vol. 1-6 a cura di Charles

Hartshorne and Paul Weiss, vol. 7-8 a cura di Arthur W. Burks, Cambridge (Massachusetts),

Harvard University Press, 1931-1935, 1958.
QUENEAU R. 1949 Esercizi di stile, a cura di Umberto Eco, Torino, Einaudi, 1983, ISBN 88-06-

05620-4.
ROBINSON D. 1997 Becoming a translator. An accelerated course, New York-London, Routledge,

ISBN 0-415-14861-8.
TOROP P. 1995 La traduzione totale, a cura di Bruno Osimo, Modena, Logos, 2000, ISBN 88-8049-

195-4. Edizione originale: Total ́nyj perevod. Tartu, Tartu Ülikooli Kirjastus, 1995, ISBN 9985-

56-122-8.
TOURY G. 1995 Descriptive Translation Studies and Beyond, Amsterdam, Benjamins, 1995, ISBN

90-272-1606-1.
Van LEUVEN-ZWART K. M. 1989-1990 Translation and original. Similarities and dissimilarities, in

Target, Amsterdam, Benjamins, n. 1:2 (1989): 151-181, e n. 2:1 (1990): 69-95.
WHORF B. L. 1956 Language, Thought, and Reality. Selected Writings, a cura di John B. Carroll, prefazione di Stuart Chase, Cambridge (Massachusetts), Massachusetts Institute of Technology,

1956. Traduzione: Linguaggio, pensiero e realtà, Torino, Boringhieri, 1970.

70