Suzanne: Traduzione culturale di un testo poetico Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli»

Suzanne:

Traduzione culturale di un testo poetico

SILVIA CASALE

 

 

Fondazione Milano

Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli»

via Carchidio 2   20144 MILANO

 

Relatore: professor Bruno Osimo

Diploma in Mediazione Linguistica

Ottobre 2010

 

 

© Leonard Cohen, Suzanne, 1966

© Silvia Casale 2010

 

A chi, come me,

pensa che i veri viaggi siano i viaggiatori.

 

 

A Bruno Osimo,

piacevole compagno di viaggio.

 


Abstract in italiano

Suzanne, brano poetico di Leonard Cohen, costituisce un testo simbolico di un’epoca e di una cultura internazionale. La tecnica della traduzione culturale ha lo scopo di attualizzare un testo in funzione del contesto in cui è nato e del contesto in cui viene reinterpretato. Nel caso specifico il contesto è costituito di aspetti personali, storici e sociali. Nella tesi il testo di Cohen è stato riattualizzato dal punto di vista della cultura italiana di mezzo secolo dopo.

 

English abstract

Suzanne, a poetic piece by Leonard Cohen, represents a symbolic text of an epoch and of an international culture. The technique of cultural translation aims at presenting a text in contemporary terms depending on the context in which it was conceived and on the context in which it is reinterpreted . In this specific case the context is made up of personal, historical and social aspects. In this degree thesis Cohen’s text has been represented in contemporary terms from the perspective of a fifty-year-later Italian culture.

 

Deutsche Zusammenfassung

Suzanne, ein poetisches Stück von Leonard Cohen, stellt einen symbolischen Text einer ganzen Epoche und einer internationalen Kultur dar. Die Technik der kulturellen Übersetzung verfolgt den Zweck, einen Text in Funktion des Kontextes, in dem er konzipiert wurde und  des Kontextes, in dem er neu interpretiert wird, zu aktualisieren. In diesem spezifischen Fall besteht der Kontext aus persönlichen, historischen und gesellschaftlichen Aspekten. In dieser Diplomarbeit wird Cohens Text fünfzig Jahre später vom Standpunkt der italienischen Kultur aus neu aktualisiert.

 

 

 

 

Sommario

0. Materiale empirico 9

1. Premessa: chi è Suzanne? 12

2. Verso 1 13

2.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale….. 14

2.2 Commento culturale….. 18

2.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè….. 20

3. Versi 2 e 3 20

3.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale….. 20

3.2 Commento culturale….. 23

3.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè….. 26

4. Versi 4 e 5 26

4.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale….. 26

4.2 Commento culturale….. 28

4.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè….. 30

5. Versi 6 e 7 31

5.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale….. 31

5.2 Commento culturale….. 32

5.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè….. 35

6. Versi 8 e 9 36

6.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale….. 36

6.2 Commento culturale….. 36

6.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè….. 37

7. Versi 10, 11 e 12 38

7.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale….. 38

7.2 Commento culturale….. 40

7.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè….. 41

8. Versi 13 e 14 41

8.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale….. 42

8.2 Commento culturale….. 44

8.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè….. 47

9. Versi 15 e 16 47

9.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale….. 47

9.2 Commento culturale….. 49

9.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè….. 51

10 Versi 17 e 18 51

10.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale….. 51

10.2 Commento culturale….. 54

10.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè….. 57

11. Versi 19 e 20 57

11.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale….. 58

11.2 Commento culturale….. 59

11.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè….. 60

12. Versi 21 e 22 60

12.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale….. 60

12.2 Commento culturale….. 61

12.3 Raffronto con la versione di Fabrizio De Andrè….. 62

13. Versi 23 e 24 62

13.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale….. 62

13.2 Commento culturale….. 63

13.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè….. 63

14. Versi 25 e 26 64

14.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale….. 64

14.2 Commento culturale….. 64

14.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè….. 65

15. Versi 27 e 28 66

15.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale….. 66

15.2 Commento culturale….. 67

15.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè….. 67

16. Versi 35 e 36 68

16.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale….. 68

16.2 Commento culturale….. 69

16.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè….. 69

17. Versi 37 e 38 70

17.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale….. 70

17.2 Commento culturale….. 70

17.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè….. 71

18. Versi 39 e 40 72

18.1             Ricerca delle parole nel contesto culturale      72

18.2             Commento culturale      72

18.3             Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè      74

19. Versi 41 e 42 74

19.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale….. 74

19.2 Commento culturale….. 75

19.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè….. 75

20. Versi 43 e 44 75

20.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale….. 76

20.2 Commento culturale….. 76

20.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè….. 77

21. Versi 45 e 46 77

21.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale….. 78

21.2 Commento culturale….. 78

21.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè….. 79

22. Riferimenti bibliografici….. 79

 

 


0. Materiale empirico

Nella tesi si prende in considerazione il testo della lirica di Leonard Cohen Suzanne (1966) come attestata nel sito ufficiale dell’autore.

 

  1. Suzanne takes you down to her place near the river
  2. You can hear the boats go by
  3. You can spend the night beside her
  4. And you know that she’s half crazy
  5. But that’s why you want to be there
  6. And she feeds you tea and oranges
  7. That come all the way from China
  8. And just when you mean to tell her
  9. That you have no love to give her

10. Then she gets you on her wavelength

11. And she lets the river answer

12. That you’ve always been her lover

13. And you want to travel with her

14. And you want to travel blind

15. And you know that she can trust you

16. For you’ve touched her perfect body with your mind.

 

17. And Jesus was a sailor

18. When he walked upon the water

19. And he spent a long time watching

20. From his lonely wooden tower

21. And when he knew for certain

22. Only drowning men could see him

23. He said “All men will be sailors then

24. Until the sea shall free them”

25. But he himself was broken

26. Long before the sky would open

27. Forsaken, almost human

28. He sank beneath your wisdom like a stone

29. And you want to travel with him

30. And you want to travel blind

31. And you think maybe you’ll trust him

32. For he’s touched your perfect body with his mind.

 

33. Now Suzanne takes your hand

34. And she leads you to the river

35. She is wearing rags and feathers

36. From Salvation Army counters

37. And the sun pours down like honey

38. On our lady of the harbor

39. And she shows you where to look

40. Among the garbage and the flowers

41. There are heroes in the seaweed

42. There are children in the morning

43. They are leaning out for love

44. They will lean that way forever

45. While Suzanne holds the mirror

46. And you want to travel with her

47. And you want to travel blind

48. And you know that you can trust her

49. For she’s touched your perfect body with her mind.


 

1. Premessa: chi è Suzanne?

Prima di avanzare qualsiasi proposta di traduzione del testo, occorre analizzare ciò che la figura di Suzanne, protagonista del brano, rappresenta per l’autore, al fine di comprendere meglio i significati profondi e i motivi peculiari che hanno dato vita a una canzone di straordinaria eleganza e di forte impatto emotivo. Stereotipo della ballata coheniana per eccellenza, questa lirica, che entrerà di diritto nella storia della canzone folk canadese e americana, può essere descritta come il ritratto della donna vista nella sua veste “totalitaristica”. Già dalle prime righe del testo è possibile percepire immediatamente il carisma e il fascino che trasuda la protagonista: una donna dai più diversi e disparati volti, la quale dà adito a molteplici interpretazioni. Suzanne potrebbe infatti essere una musa ispiratrice, un amore perso, una guida dalle connotazioni materne, o persino, secondo un’interpretazione iperbolica, la Madonna; ma anche una pazza, una prostituta, una ladra, una vagabonda o una zingara che vivendo ai margini della società, profondamente a contatto con la natura, riproduce emblematicamente la concezione della figura femminile hippie e bohémien. Suzanne viene in ogni caso idealizzata come salvezza ultima per l’anima, come qualcosa da cui non si può prescindere e a cui bisogna rimettere i propri peccati. È il simbolo ideale di Cohen: un estro ispiratore alla ricerca perpetua della libertà, che sia essa prigione di se stessa o libertà immateriale ed eterna. Divenendo oggetto di devozione soprannaturale, Suzanne si presenta come unica ancora di salvezza capace di redimere l’autore da una realtà in cui tutte le contraddizioni che la caratterizzano (i rifiuti e i fiori), sono elevate a bellezza e perfezione. Ecco perché nella visione coheniana Suzanne non sarà mai identificabile nella figura tradizionale di una sposa che cerca di legare a sé il compagno.

Senza la presunzione di voler necessariamente e forzatamente ricondurre a un riscontro reale e biografico, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la donna ispiratrice di quella descritta nella canzone possa presumibilmente essere Suzanne Erold, madre dei suoi figli. Ipotesi smentita da una seconda, contrastante ma già comprovata, che identifica la protagonista del brano con Suzanne Verdal, ballerina e moglie del noto scultore Armand Vaillancourt. Incontrata dal poeta anni prima a Montreal, aveva già ispirato diverse poesie successivamente pubblicate su Parasites of Heaven. In una di queste appare già il famoso verso: Suzanne takes you down, che rappresenta proprio il verso di apertura della lirica. La canzone intreccia una visita a casa della Verdal, vicino al fiume St.Lawrence, e fantasie bibliche suscitate da una visita a una piccola chiesa di marinai a Montreal, la Chapelle de Bonsecours.

«My ballads strive for folk-song simplicity and the fable’s intensity»(Nadel, 1997:46)

«The two qualities most important for a young poet are arrogance and inexperience» ­-Irving Layton (Footman, 2009:20)

 

 

2. Verso 1

Suzanne takes you down, to her place near the river

2.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale

Il verbo take down ha diversi significati. Nel verso della canzone è utilizzato in forma transitiva ed è alla terza persona singolare, seguito da una «s» alla fine della parola, secondo la convenzione anglosassone. Il dizionario monolingua Webster’s New World Dictionary lo descrive così: 1.) to remove from a higher place and put in a lower one, pull down; 2.) to unfasten; 3.) to take apart; 4.) to put in writing; record e ancora  5.) to make less conceited, humble. Il verbo considerato viene spiegato in modo simile da un altro dizionario monolingua, il Merriam Webster: 1.)to lower without removing, 2.) to pull to pieces, to disassemble, 3.) to write down, to record by mechanical means, 4.) to lower the spirit of vanity of. Quindi significa: «tirare giù, prendere (dall’alto), abbassare», ma anche: «staccare, smontare, smantellare», oppure ancora: «portare giù, accompagnare giù (qlcu.)», «annotare, prendere nota di, scrivere», in senso figurativo: «umiliare, ridimensionare, far abbassare la cresta a qlcu.» e più specificamente nel contesto americano viene utilizzato in ambito sportivo per: «buttare a terra, atterrare (un avversario)» (Garzanti 2009).

A questo punto, considerando anche un’opinione generalmente diffusa, è facile riscontrare l’incongruenza che sorge in italiano, quando, anche solo a colpo d’occhio, si legge: «Suzanne ti porta giù»; espressione che può essere metaforicamente intesa come qualcosa che crea sconforto, che deprime, che avvilisce.

E ciò accade nonostante in questo senso in italiano corrente, piuttosto che «portare giù», ricorra con più frequenza l’espressione «buttare» o in forma riflessiva: «buttarsi giù». Perciò bisogna eludere la possibilità di evocare una sensazione emotiva demoralizzante, soprattutto alla luce del fatto che l’intervento di Suzanne pare volto a alleviare le pene, a “scrostare” i malesseri del disagio e a sollevare il morale e a suscitare un “decollo emotivo”. L’intervento è incoraggiante, benefico, permeato dalla speranza e dal conforto.

Inoltre richiamare l’idea di un fiume «che sta giù», potrebbe rievocare in qualche modo (anche se, ovviamente, non in maniera immediata), un «fiume sotterraneo». Evocazione che, nell’immaginario collettivo italiano, si carica di un forte significato allusivo richiamando alla mente lo Stige: il fiume degli inferi tipico della mitologia greco-romana, ancora così viva nella cultura della lingua d’arrivo. Ciononostante è bene conservare il rimando a un luogo distante, immerso nella natura dove scorre appunto, un fiume e ciò si può fare eliminando, per esempio, la parola «giù» e conseguentemente convogliando questo senso di distacco dal mondo quotidiano, di isolamento raccolto, di vicinanza alla natura nell’espressione «lungo il fiume».

Un’altra possibile traduzione del verbo take down potrebbe essere «accompagnare» («Suzanne ti accompagna lungo il fiume dove vive»), anche se bisogna sottolineare che in questo modo Suzanne da castellana di corte, da amazzone alla guida del suo destriero, da padrona della situazione, viene relegata a un ruolo di mera accompagnatrice, perdendo così parte dell’estro ispiratore e del fascino trascinatore che la contraddistinguono.

Una valida alternativa è rappresentata dalla semplice espressione: «Suzanne ti porta con sé», la quale risalta molto lo spirito d’iniziativa peculiare alla figura della donna: musa, guida e stella polare della dimensione intima e spirituale dell’autore. È lei a stabilire le regole del gioco, unica detentrice di un ascendente decisionale senza pari. La traduzione mantiene il verbo «portare», che però non è seguito da una direzione (che come ho scritto poco sopra, ho cercato di trasporre nel sintagma seguente), ma da una locuzione («portare con sé») che ricorda l’ospitalità, l’invito, l’accoglienza.

Consultando l’Urban Dictionary, un dizionario on-line meno convenzionale, ho riscontrato l’esistenza di un ennesimo significato: the word take down, or TD, is used to describe a male or female meeting a member of the opposite sex (or same sex I suppose) at a bar, restaurant social gathering, super market, gym, etc., and physically leaving with that person either making out extensively or having sex. There are different levels of take downs. A full TD is sex. A partial TD may just be oral sex or extensive making out. Credo che sia proprio questo a cui allude, non senza servirsi di un abile gioco di parole, Leonard Cohen. L’utilizzo del verbo «portare» in questo senso, è comune anche in alcuni dialetti dell’Italia meridionale, («se lo/a è portato/a»), anche se in questo contesto sarebbe meglio completare l’espressione mediante un modo di dire italiano d’uso corrente: «portarsi qlcu. a letto». Di conseguenza tra i vari significati culturali del verbo esaminato, ve ne è uno allusivo che denota un incontro molto meno ingenuo e innocente di quello che può sembrare a primo impatto. Da un esame delle occorrenze nel corpus che è internet, è facile appurare l’esistenza del riferimento agli incontri sessuali. Questo è ben rappresentato da un verso emblematico di una canzone dei Kiss: Strutter, in cui il verbo compare nella frase she takes you down and drives you wild, dove il significato del verbo considerato è più esplicito in quanto l’allusione è alimentata dalla locuzione seguente (drive someone wild).

Nell’analizzare l’espressione take someone down, si incorre agevolmente in un modo di dire inglese: to sell someone down the river che significa: to betray the faith of (Merriam-Webster); to betray, to deceive, to cheat on someone (Webster’s 2008) e «tradire, ingannare, mettere qlcu. nei guai» (Garzanti 2009). L’origine dell’idiotismo risale alla tratta degli schiavi in cui erano coinvolti i proprietari delle piantagioni di canna da zucchero nella regione meridionale del Mississippi, dove le condizioni erano più ostili (Apple Dictionary 2005-2007).

Similmente l’idiotismo to sell someone up the river significa allo stesso modo to betray, to cheat on someone ma, diversamente dal modo di dire a cui accennavo prima, allude ai detenuti della prigione Sing Sing situata lungo il fiume Hudson a New York (Apple Dictionary 2005-2007).

In secondo luogo ricercando i molteplici significati della parola place, si nota che questa è traducibile con diversi termini: «luogo, posto, località, zona»; «casa, abitazione, dimora», «posto a tavola, posto a sedere», ma anche «posizione sociale, rango, condizione» e infine «compito, dovere» (Garzanti 2009). L’Urban Dictionary spiega il sostantivo come the area imagined which fulfills a desired emotion or feeling that is lacking in the present e quindi: a residence, dwelling (Webster’s 2008); an area occupied as a home (Merriam-Webster Dictionary). Nella scelta traduttiva, il sostantivo place, può essere anche reso con la relativa «dove vive», proprio perché si presume che Suzanne sia una vagabonda, una zingara o una hippie e che dimori solo in luoghi temporanei e di fortuna e non certo in abitazioni stabili, come può essere, per esempio, una casa.

2.2 Commento culturale

Il particolare tipo di rapporto che Cohen instaura con la sua musa è molto più carnale, fisico e concreto di come viene generalmente concepita una relazione di “subordinazione mentale”, in base alla quale la profonda devozione è motivo di distacco e di contemplazione raccolta. Non è questo il caso. La relazione tra i due si presenta piuttosto come un connubio perfetto di entrambi gli elementi: l’aspetto passionale, fugace, terreno e quello più spirituale, religioso e immateriale. Anzi, nella concezione coheniana i due aspetti non sono così imprescindibilmente distinti, ma nella figura emblematica della stessa Suzanne, sono piuttosto due lati della stessa medaglia.

A questo punto è utile osservare come l’aspetto più spirituale risenta ancora molto dell’influenza esercitata dalla concezione cavalleresca ben rappresentata da testi come La chanson de Roland, emblema del poema epico-cavalleresco che celebra gli alti valori della società feudale aristocratica, come la fede religiosa, la fedeltà al proprio sovrano, la difesa dei deboli, il rispetto e l’esaltazione della donna. Quest’ultima concezione dell’amore, come aspetto preponderante e nobile della vita del cavaliere, viene associata al tratto della cortesia e della nobiltà d’animo, dando vita a una concezione nuova e innovativa definita «amor cortese». Una concezione secondo la quale solo chi ama possiede un cuore nobile e che identifica l’amore come un’esperienza ambivalente fondata sulla compresenza di desiderio erotico e tensione spirituale. Un’ambivalenza che si esprime nella giusta distanza (detta mezura, misura) tra sofferenza e piacere, tra angoscia ed esaltazione.

Ma come abbiamo ben potuto vedere, l’amor cortese coheniano non è certo alla ricerca del termine aulico e del gusto raffinato tipici del Dolce stilnovo e la donna della visione coheniana rispecchia solo per certi aspetti la donna angelo tipica della concezione stilnovistica. Il modello sociale radicalmente nuovo che il movimento hippie stava apportando in quel periodo, promuove, tra gli altri valori, la libertà sessuale, che si traduceva anche nel coinvolgimento in relazioni sessuali casuali e in sperimentazioni della sfera sessuale, che non appartenevano alle esperienze delle generazioni passate. Molte persone accusavano gli hippie di promiscuità, di partecipazione a orge selvagge e di altre perversioni sessuali. La loro idea di «libero amore» era in realtà una vera e propria rivoluzione sessuale scaturita anche come reazione e movimento di ribellione al puritanesimo dell’epoca. Solo la generazione precedente infatti, cresciuta nell’America degli anni ’50, era stata educata all’idea generica e vaga di amore, mentre il sesso era raramente argomento di discussione: masturbazione e sesso prematrimoniale erano una sorta di tabù, ostracizzati da genitori e media. Ai ragazzi veniva insegnato che il sesso era riservato alle persone che si amavano e si erano sposate. Il fine riproduttivo era lo scopo determinante della sessualità. Il sesso che non rientrava in queste caratteristiche era considerato perverso. Quando l’argomento della libertà sessuale venne più approfonditamente affrontato (anche per opera di molti artisti della beat generation come Allen Ginsberg, Jack Kerouac, William Burroughs eccetera), i giovani impararono che il sesso è un’azione normale come mangiare o dormire; è una libera espressione di sé stessi e dei propri sentimenti. Il concetto di «amore libero» rappresentava semplicemente la libertà di amare chiunque, dovunque, in ogni momento. Questo incoraggiò una serie di attività sessuali spontanee e di sperimentazione di gruppo, sesso in pubblico, omosessualità: tutti i tabù vennero infranti e sperimentati. Le relazioni aperte divennero una realtà del mondo hippie. Pur avendo una relazione importante con qualcuno si poteva sperimentare una particolare attrazione con un’altra persona senza restrizioni e condizionamenti. La gelosia era concepita come un sentimento cieco e ottuso, che portava inevitabilmente all’inaridimento della relazione.

2.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè

Dopo aver analizzato e conseguentemente elaborato il primo verso della canzone ho poi considerato quella di Fabrizio De Andrè. Trovo interessante il fatto che anche questa versione riprenda il forte potere decisionale di Suzanne, di cui parlavo sopra: «nel suo posto in riva al fiume Suzanne ti ha voluto accanto». Se si è in sua compagnia è perché lei ha espresso così la sua volontà.

 

 

3. Versi 2 e 3

You can hear the boats go by

You can spend the night beside her

3.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale

Nel distico considerato si può notare che il sostantivo boat, comunemente inteso come: «barca, battello, imbarcazione, piccola nave» (Garzanti 2009), oppure, secondo la definizione data dal dizionario monoligua Webster’s New World Dictionary: any large seagoing water vehicle, si presti a ulteriori interpretazioni. Lo spunto interessante è dato, ancora una volta, dall’ Urban Dictionary, che, oltre alle definizioni indicate sopra, designa la parola come un tipo di droga: 1000 pills of ecstasy; weed soaked in embalming fluid and laced with PCP. Gives you scary trips. Questo significato del termine è indicativamente reso credibile da ben 144 up, contro 90 down. È lo stesso Urban Dictionary a informarci che la parola appartiene a uno slang regionale (Mid Atlantic slang for PCP. Primarily Washington D.C. and surrounding Virginia), non utilizzato correntemente nell’inglese standard, ma comunque compreso in larga parte dagli americani anglofoni. A primo impatto l’allusione con l’ecstasy potrebbe non aver alcun senso, soprattutto alla luce di un riscontro storico. Tale allusione pare assumere senso più semplicemente in base al valore nominale del termine.

Ciononostante è doveroso osservare che, contrariamente a quanto generalmente si crede, l’ecstasy (o MDMA) e il PCP venivano già utilizzati in alcuni ambienti della controcultura americana e in particolare californiana, a scopi di sperimentazione allucinogena.

Perciò, come spiegherò meglio in seguito, sebbene negli anni Sessanta il culto dell’MDMA e del PCP non fosse così ampiamente diffuso come quello dell’LSD, questi farmaci possono essere comunque annoverati tra le droghe sintetiche tipiche di quegli anni e di cui l’autore ha fatto uso. Alla luce di quanto detto, è chiaro che l’allusione a qualche tipo di droga sintetica può presumibilmente essere considerata probabile.

Contestualizzando ulteriormente il termine boat è facile osservare come questo richiami fortemente la simbologia freudiana tornata alla ribalta nei circoli intellettuali del tempo. La barca è un emblema femminile che richiama in parte la funzione uterina (trasporta tante persone sull’acqua), in parte la forma dell’apparato sessuale femminile. Cohen, appassionato fin dall’adolescenza all’alterazione dello stato di coscienza, alle tecniche legate all’ipnosi e al suo potere straordinario (Nadel 1997:43) è senza dubbio consapevole del significato freudiano a cui implicitamente allude il vocabolo.

«He wanted to touch people like a magician, to change them or hurt them, leave his brand on them, to make them beautiful. He wanted to be the hypnotist who takes no chances of falling asleep himself. He wanted to kiss with one eye open» (Nadel 1997:43). Quest’ultima espressione sta a significare la volontà di Cohen di non lasciarsi mai coinvolgere totalmente, ma piuttosto, di mantenere sempre un po’ il controllo.

Il primo distico può essere tradotto con: «puoi sentir le barche passare», lasciando il soggetto (seconda persona singolare) sottinteso, poiché esprimerlo in maniera esplicita darebbe un’enfasi non voluta e non intesa dall’autore. Inoltre nella speranza di conferire a una possibile traduzione un’aura più poetica e aulica, è utile mantenere la struttura del verso concludendola servendosi di un’infinitiva («puoi sentir le barche passare», piuttosto che «puoi sentir le barche che passano»).

Allo stesso modo nella seconda parte del distico considerato, il sostantivo night significa ovviamente: the period of actual darkness after sunset and before sunrise (Webster’s 2008), ma indica anche un significato culturale: night is when everything from robbery, drag racing, sex and other fun things happen (Urban Dictionary). Un’idea della notte che qui viene descritta in modo un po’ semplicistico e banale, ma che rende bene la concezione di quest’ultima che aveva lo stesso Cohen.

«Puoi sentir le barche passare, puoi trascorrere la notte al suo fianco».

3.2 Commento culturale

Come esplicitato bene dalla spiegazione fornita dall’Urban Dictionary che riportavo sopra, la notte assurge a una dimensione iniziatica, misteriosa e affascinante. Dalle numerose biografie di Leonard Cohen e dalle dichiarazioni dello stesso autore, si evince quanto questa sia stata la migliore insegnante e amica del poeta.

Nel 1961 Cohen raggiunge Cuba spinto soprattutto dalla curiosità e dal senso dell’avventura, dall’esigenza di toccare con mano una realtà soggetta alla dittatura comunista. L’Avana, soprannominata the whorehouse of America, «il bordello d’America», accoglie calorosamente Cohen, il quale riprende una vecchia abitudine adolescenziale che poi continuerà ad avere per lungo tempo, ovvero «esplorare la scena notturna» (Nadel 1997:93). Il poeta rimane spesso sveglio a scrivere, bere o discorrere tra amici fino alla sua ora preferita: le 3.00. Trascorrendo le notti in compagnia di magnaccia, prostitute, ladruncoli, piccoli criminali e giocatori d’azzardo gironzola per i bassifondi del quartiere Jesús del Monte, nei sobborghi vivaci della zona litoranea di Miramar e nei vicoli più frequentati dell’Avana Vecchia. Subisce il fascino esotico della sensualità cubana e nonostante le restrizioni imposte dal socialismo, la città è permeata da una bellezza violenta che si dispiega in tutta la sua interezza proprio di notte, al suono delle maracas e al ritmo di rumba e cha-cha. Cohen trascorre la maggior parte del tempo in casinò (in quel periodo illegali), cabaret, nightclub, case da gioco ecc., incontrando artisti e scrittori e confrontandosi con questi ultimi sulle libertà artistiche e l’oppressione politica. Non mancano momenti di screzio, soprattutto con i comunisti statunitensi che lo coinvolgono facilmente in diverbi accesi e discussioni vivaci.

In questo periodo continua a far uso di droghe, abitudine che aveva preso nella seconda metà degli anni Cinquanta. Le droghe, panacea degli anni Sessanta, avevano finito per coinvolgere anche Cohen che faceva principalmente uso di marijuana e LSD. Con l’andare del tempo, si sono sviluppate anche altre droghe come quelle farmaceutiche. Così hanno cominciano a essere commercializzate anche le anfetamine, gli acidi e lo hashish. Sotto l’effetto della marijuana Cohen riscopre la libertà della sperimentazione poetica e dell’esplorazione di nuove forme di scrittura. Per Cohen le droghe sono anche una sorta di surrogato della religione: l’estasi in sostituzione alla religione mistica e profetica in cui credeva profondamente, ma da cui ora si sente distante. A volte condivide esperienze allucinogene con i suoi amici artisti. Infatti, come descritto precedentemente, l’esperienza psichedelica di quegli anni permea determinati entourage tipici della controcultura alternativa americana.

Anche l’MDMA può essere annoverata tra le varie droghe da laboratorio utilizzate, seppur non profusamente come l’LSD, dagli anticonformisti dell’epoca. L’MDMA nasce intorno al 1912 nei laboratori della società farmaceutica tedesca Merck & Co. per opera di due ricercatori che, lavorando alla sintesi di un farmaco dimagrante, arrivano alla sintesi di un preparato semisintetico il cui acronimo MDMA è la forma breve del suo nome scientifico, ovvero 3,4 metilen-diossi-metamfetamina. Dagli effetti psicoattivi, stimolanti e allucinogeni, tale farmaco viene ritirato dal mercato proprio a causa dell’impatto emotivo eccessivamente dirompente e corroborante che si manifesta mediante atteggiamenti legati all’aggressività e inquietudine. Negli anni Settanta alcuni psichiatri americani somministrano il farmaco ai loro pazienti per aumentarne le capacità di comunicazione ed empatia e per alleviare gli stati d’ansia.

Il termine «ecstasy» non era ovviamente ancora stato inventato. Questo viene coniato nel 1983 da un giornalista di Los Angeles che voleva semplificare il termine «entactogeno» dato alla sostanza che cominciava a muovere i primi passi tra i frequentatori dei locali notturni. Allo stesso modo droghe come il PCP (fenciclidina) e la ketamina, vengono inizialmente sviluppate come anestetici generici nella chirurgia producendo sensazioni di distacco e dissociazione tra l’ambiente e sé stessi e sono conseguentemente noti come “anestetici dissociativi”. Il PCP è un agente stimolante del sistema nervoso centrale con proprietà anestetiche, analgesiche e allucinogene. Fu immesso sul mercato con il nome di Sernyl, ma perse favore a causa dei vari effetti collaterali come estrema eccitazione, disturbi visivi e delirio. Dopo lo sviluppo dell’LSD, composto sintetico prodotto in laboratorio, l’abuso di allucinogeni si è diffuso maggiormente e dagli anni Sessanta è cresciuto molto.

3.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè

La traduzione di De Andrè «e ora ascolti andar le barche / e ora puoi dormirle al fianco», a cui ricorro spesso per un costruttivo confronto, si presta bene alla melodia del testo da cui, per motivi fonetici e ritmici, dipende. Ma è un peccato penalizzare la traduzione originale privandola della concezione del poeta legata alla notte. Perciò questo passo potrebbe essere tradotto con l’espressione: «puoi trascorrere la notte accanto a lei», traduzione che non soddisfa pienamente, in quanto risulta appesantita dalla troppo lunga locuzione «accanto a lei». Intuitivamente viene in mente «puoi trascorrere la notte al suo fianco», che sembra rendere meglio l’idea.

 

 

4. Versi 4 e 5

And you know that she’s half crazy

But that’s why you want to be there

4.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale

Cercando di interpretare il distico considerato ponendo le diverse culture a confronto, si riscontra subito un’immediata incongruenza tra il significato degli aggettivi italiani «matto» e «pazzo» e quello dell’aggettivo inglese crazy, in base alla quale non sarebbe idoneo tradurre la frase con: «e sai che è mezza matta». Consultando i dizionari monolingui ho appurato i molteplici significati dell’aggettivo crazy, tra cui: an eccentric or mentally unbalanced person, a person who acts with no restraint (Webster’s 2008); being out of the ordinary, absurd, bizarre, fantastic, fanciful, nonsensical, unreal, wild (Merriam-Webster). Di conseguenza è facile notare come, tra i molteplici significati che l’aggettivo assume, questo viene correntemente usato nello slang per riferirsi a una persona eccentrica a cui magari manca anche qualche rotella, una persona che si esprime senza troppi condizionamenti. Credo che sia proprio questo il senso che Cohen intende descrivere nella sua Suzanne, una caratteristica che cerca forse di attenuare leggermente “dimezzandola” per così dire, mediante l’impiego della parola half la quale, quando è usata come avverbio, e questo è il caso, assume il significato: to some extent; partly (Webster’s 2008).

A questo proposito è necessario chiarire che le implicazioni dell’aggettivo inglese crazy sono soprattutto positive, denotando una persona divertente, creativa, che stupisce per i modi di fare particolarmente coinvolgenti, che riesce a intrattenere gli altri. Ho trovato alcuni sinonimi in Webster 2008 (cool, hip, wild, fun to be with, entertaining, enthusiastic, awesome…), mentre in italiano l’aggettivo «pazza» o «matta» può risultare più facilmente offensivo, giacché risente ancora molto della connotazione negativa dovuta alla dimensione di instabilità mentale a cui è strettamente correlato (seppure attualmente con il diffondersi di una certa etica legata all’ambito della psiche umana, non si parla più di «matti» ma di individui instabili o che soffrono di disturbi mentali e così via).

Nel secondo verso l’espressione to be there significa non soltanto «esserci» fisicamente ma, specialmente se formulata in un contesto informale, vuol anche dire: to be in full possession of one’s wit; to be mentally sound (Webster’s 2008) ed è in piena contrapposizione con il significato di crazy, che prima spiegavo. Perciò mentre Suzanne si presenta come una donna disinibita, emancipata, eccentrica, che assume atteggiamenti non soggetti a condizionamenti, l’autore del testo vuole rimanere nel pieno delle sue facoltà (psicologiche, cognitive, emotive), proprio per godersi appieno il benessere suscitato dalla compagnia di una presenza tanto interessante. Pertanto Cohen cerca di prestare il massimo dell’attenzione, di essere profondamente concentrato e raccolto; di essere presente nel senso più vero del termine mentre è con lei. È bene osservare l’esistenza dell’espressione to be there con il parallelismo italiano, spesso formulato sotto forma di domanda: «Ci sei?» per dire «Mi segui? Mi ascolti? Mi dai retta?». Questo distico potrebbe quindi anche essere tradotto con: «sai che è un po’ eccentrica / ed ecco perché vuoi darle retta».

Consultando l’Urban Dictionary ho poi scoperto che to be there assume anche un altro significato, ovvero: to seduce, to get laid, to hook up, to get banged, to screw, to have sex. E anche in questo caso mi sembra verosimile l’ipotesi che Cohen intenda anche dire: «sai che è un po’ fuori / ed ecco perché vuoi portartela a letto».

4.2 Commento culturale

Lo stesso Leonard Cohen non è estraneo a squilibri umorali. Intorno alla seconda metà degli anni Cinquanta comincia ad abbandonarsi a uno stato di depressione, che inizialmente si concretizza nella ricerca di solitudine e nell’esigenza di intimità con sé stesso, successivamente nell’uso di droghe (Nadel 1997: 48). Si sente sempre meno compreso dai coetanei e comincia a percepirsi sempre più come un “diverso”, un outsider, un incompreso. Crescendo, Cohen rivela sempre più i sintomi di maniacalità: sbalzi ciclici e ricorrenti di creatività spiccata, estrema socievolezza da un lato e intensa apatia, spossatezza e ansia da un altro. In genere le persone soggette a questo tipo di disturbo sono ossessive ed estremamente organizzate; questo è proprio il suo caso se si considera la cura ossessiva che, sin da giovane, dedica al più piccolo dettaglio e la pulizia maniacale della casa e di sé. Ancora oggi la ricerca di perfezione e ordine è determinante in tutte le sue azioni: il lavoro, gli amori e la ricerca di pace spirituale.

La tendenza di Cohen alla depressione è stata esacerbata dal contrasto tra il desiderio di condurre un’esistenza votata alla vita artistica e gli obblighi e le restrizioni legati alla vita del ceto medio. Questi due mondi sono diventati presto incompatibili. Una serie di elementi destabilizzanti hanno inciso profondamente sul suo stato d’animo: la morte prematura del padre quando Leonard era ancora bambino, la depressione della madre, il suicidio del suo primo mentore e maestro di chitarra. Inoltre, il fatto di avere ambizioni legate alla scrittura e all’arte, nello stereotipo attività considerate “fuori dalla norma”, una vita sentimentale instabile e entrate irregolari hanno alimentato una certa resistenza da parte della famiglia e acuirono i conflitti interni del poeta.

La sua poetica è stata influenzata da Federico García Lorca (in suo onore Leonard ha dato a sua figlia il nome Lorca). «Federico García Lorca led me into the racket of poetry. He educated me. He taught me to understand the dignity of sorrow through flamenco music and to be deeply touched by the dance image of a gypsy man and woman. And soon I became inflamed by the civil war leftist folk song movement. Sometimes I ironically think he… ruined my life with his brooding vision and powerful verse» (Nadel 1997:23).

A questo punto è facile condividere l’opinione di Tim Footman, il quale, scrivendo una delle biografie più complete sulla vita di Cohen, descrive l’esistenza dell’autore come un pregiatissimo manufatto artistico, finemente impreziosito dalle sue canzoni. Un po’ come per Oscar Wilde, il quale ha sempre considerato la propria esistenza come a work of art. Così quando la vita e l’arte si incontrano tutto diviene più interessante e coinvolgente. E proprio come le sue poesie sono aperte a diverse interpretazioni e opinioni, così la sua vita è ricca di storie che nel tempo hanno acquisito un’aura di leggenda e una sorta di autonomia. La biografia di Cohen è in continuo divenire proprio perché è più importante il racconto della storia in sé e non vi è nulla che lo riguardi che possa essere etichettato come «definitivo» (Footman 2009:11).

4.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè

De Andrè ha tradotto il distico così: «Sì lo sai che lei è pazza / ma per questo sei con lei». Qui De Andrè ha il coraggio di usare la parola «pazza» e lo fa in senso trasgressivo. Teniamo presente che in questi anni in Italia si sta ridefinendo, grazie agli interventi dello psichiatra Franco Basaglia, il concetto di «pazzia». Tale dibattito culmina con l’approvazione della legge 180/78, altresì detta «Legge Basaglia», la quale prevede l’introduzione di importanti revisioni ordinamentali sui manicomi e la promozione di notevoli trasformazioni nei trattamenti psichiatrici sul territorio. Successivamente le modifiche avviate sono approdate alla definitiva abolizione dei manicomi stessi.

«Dal momento in cui oltrepassa il muro dell’internamento, il malato entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale […]; viene immesso, cioè, in uno spazio che, originariamente nato per renderlo inoffensivo e insieme curarlo, appare in pratica come un luogo paradossalmente costruito per il completo annientamento della sua individualità, come luogo totale della sua oggettivazione. Se la malattia mentale è, alla sua stessa origine, perdita dell’individualità, della libertà, nel manicomio il malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell’internamento […]» (Basaglia 1964).

5. Versi 6 e 7

And she feeds you tea and oranges

That come all the way from China

5.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale

Il verbo feed  significa: 1.) to provide food for, to supply for use or consumption, 2.) to give food to; to serve as food, 3.) to provide something necessary for the growth, development, or existence of; nourish, sustain (Webster’s 2008), quindi «nutrire, dar da mangiare, imboccare», ma anche in senso più figurativo «alimentare, nutrire» (Garzanti 2009).  In questo caso Suzanne fa gli “onori di casa” e da brava ospite accoglie Cohen offrendogli tè e arance. La parola tea significa ovviamente «tè», «infuso di tè», ma viene anche usata nello slang per indicare la marijuana (Webster’s 2008; Merriam-Webster; Urban Dictionary).

Oppure: a white-flowered, evergreen plant (Camellia sinensis) of the tea family, grown in China, India, Japan etc. (Webster’s 2008). L’Urban Dictionary definisce il termine come: a drug stereotypically popular in England. Comes from India or China; secondariamente come: a slang term used by Jack Kerouac and the Beats when referring to marijuana, seen in Kerouac’s novel On the Road. («Ask him if we can get any tea. Hey kid, you got ma-ree-wa-na?»). Questo ultimo punto viene indicativamente confermato da 140 up e 46 down. Il significato allusivo alla marijuana è abbastanza plausibile proprio perché ritorna ancora una volta il motivo della beat generation – tra i cui esponenti vi è appunto Jack Kerouac – che permea la cultura alternativa dell’epoca.

L’espressione come all the way from può essere traducibile con «che provengono direttamente da». Ancora una volta l’Urban Dictionary rivela un significato che non mi aspettavo: all the way può anche voler dire: having sex with a woman, ma questa volta dare un significato allusivo all’espressione risulterebbe un po’ forzato poiché non vi è coesione con il senso generale del verso. Probabilmente in questo caso l’intenzione dell’autore non è di far riferimento a un incontro fisico tra lui e la donna. Resta però il senso potenziale nascosto nella frase.

5.2 Commento culturale

Una volta giunti al cospetto di Suzanne, averci passato la notte insieme, aver pienamente goduto della sua compagnia, Suzanne offre ciò che ha da mangiare: tè e arance che provengono addirittura dalla Cina. Alimenti esotici che richiamano un particolare tipo di cultura e mentalità molto in voga in quegli anni. Un riferimento inevitabile, almeno a titolo esemplificativo, è il viaggio in Oriente compiuto dai Beatles nel 1968. La band partì alla volta di Rishikesh, in India, per raggiungere il guru Maharishi Mahesh Yogi. Un viaggio che ridisegnò la geografia spirituale dei giovani di quegli anni – e delle generazioni successive – proprio per il largo seguito mediatico e culturale che ha riscontrato. I Beatles scoprivano l’India, la sua musica e la sua cultura e con loro lo faceva un’intera generazione.

Lo stesso Cohen si avvicina alla cultura orientale quando incontra per la prima volta un buddista zen giapponese, Joshu Sasaki Roshi, che si trasferì negli USA nel 1962 per diffondere un orientamento dello zen noto come «Rinzai». A differenza del buddismo Soto, che sviluppa uno stato di illuminazione graduale, lo zen Rinzai enfatizza l’illuminazione improvvisa ed esplosiva che giunge dopo aver osservato il regime austero dello zazen (meditazione), del sazen  (incontri con la guida spirituale zen durante i quali viene posta una domanda all’apparenza contraddittoria – koan – come ad esempio: Qual è il suono di una sola mano che applaude?) e dei rituali quotidiani legati al lavoro e al riposo. Nello stesso periodo negli USA stava appena prendendo le mosse il movimento degli Hare Krishna a cui senza esitazione aveva partecipato anche Allen Ginsberg, amico di Cohen ed esponente assieme a Jack Kerouac della beat generation e a cui lo stesso George Harrison rimase devoto per il resto della vita. Inizialmente Cohen si mostrava scettico o quantomeno reticente nei riguardi della dimensione mistica. Ciò che ha cominciato ad avvicinarlo al buddismo è stata l’esperienza del malessere spirituale. Dopo aver tentato la strada dell’LSD e successivamente della cocaina, dopo essersi interessato per breve tempo alla setta di Scientology e all’I Ching, ha cominciato ad avvicinarsi al buddismo proprio perché attratto dall’enfasi che questo poneva sulla sofferenza. Cohen ha scritto: «Suffering has led me to whatever I am. Suffering has made me rebel against my weakness. I find a certain amount of suffering educational. You’ve got to recreate your own personality so that you can live a life appropriate to your station and predicament» (Nadel 1997:180).

Cominciò così a concentrarsi seriamente sulla meditazione e a rifiutare il materialismo. Percepiva che gli mancava il coraggio e la capacità di esaminare il suo malessere in modo profondo e autentico. Col tempo ha smesso di fare uso di droghe riconoscendo che asserire che queste stimolino la creatività è in parte una giustificazione ad abusarne e ha cominciato a scrivere con più autenticità, naturalezza. Con il trascorrere del tempo Cohen riscontra nello zen ciò che manca all’ebraismo: un’attenzione per la meditazione e i metodi di preghiera. Nonostante le differenze il cantautore capisce che praticare lo zen può essere compatibile con la sua identità e il suo credo ebraico.

«The school of Buddhism that Roshi comes out of and his particular take on it, which is very unusual, there’s no deity that is affirmed or rejected, so it doesn’t really come in conflict with one’s family religion» (Footman 2009:80).

Sebbene il suo interesse per lo zen negli anni sia sfumato, l’interesse di Cohen per la meditazione l’ha indubbiamente aiutato a distaccarsi dai risvolti meno piacevoli e più compromettenti della sua vita artistica e personale (come il ricorso alle droghe). Inoltre la sua capacità di stare dentro il gioco riuscendo nel contempo a non parteciparvi rispecchia proprio la quintessenza della filosofia zen. In fondo Cohen rappresenta l’incarnazione stessa del koan.

«The world is vast and wide. Why do you put on your robes at the sound of a bell?» (Footman 2009:81).

5.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè

De Andrè ha elaborato il seguente verso: «e ti offre il tè e le arance / che ha portato dalla Cina». Anche io traducendo il verso in senso culturale, ho voluto dare l’idea di una Suzanne attenta all’accoglienza che bada al costume dell’ospitalità, ma non per questo rigida osservatrice dei dettami sociali. Mentre la traduzione parola per parola «e ti offre il tè e le arance / che provengono addirittura dalla Cina» si limita a mettere in relazione la donna con la dimensione esotica, De Andrè accosta moltissimo i due elementi (Suzanne e la Cina) facendoli quasi coincidere: Suzanne è stata sicuramente in Cina, magari ne è un’assidua frequentatrice, potrebbe addirittura essere lei stessa cinese. In questo caso De Andrè rafforza il senso originariamente inteso dall’autore, ma personalmente trovo che sia un’idea geniale quella di delineare i tratti di una donna che viaggia moltissimo (ed è sicuramente il caso di Suzanne), tanto da raggiungere luoghi molto lontani e inesplorati, luoghi che, come ho spiegato, erano tenuti in particolare riguardo dalla cultura dell’epoca. Una donna dinamica e indipendente che raggiunge personalmente e fisicamente le mete più ambite di quegli anni. De Andrè ha portato Suzanne in Cina, ma sicuramente lo stesso Cohen non disdegnerebbe tale prospettiva interpretativa ed ecco perché trovo la trasposizione culturale del cantautore italiano tutt’altro che fuori luogo.

6. Versi 8 e 9

And just when you mean to tell her

That you have no love to give her

6.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale

Questi versi sono molto complessi da analizzare contestualmente, poiché sono molto astratti e non presentano particolari riferimenti alla realtà o alla dimensione biografica dell’autore. Parole come mean, tell, love, give, hanno significati ben precisi e difficilmente possono adottarne di diversi da quelli comunemente intesi.

«E proprio quando hai intenzione di dirle / che non hai amore da darle».

6.2 Commento culturale

In quegli anni il nuovo senso di ottimismo economico aveva ormai assunto l’aspetto di un vibrante capitalismo consumistico, il quale si rivolgeva prevalentemente a un nuovo target: i giovani. Per la prima volta, la musica, il settore dell’abbigliamento, le bevande analcoliche venivano dedicate soprattutto ai giovani; e il linguaggio che gli esperti di marketing usavano, seppur indirettamente, prendeva spunto dall’ossessione generale giovanile per il sesso.

Non vi sono riscontri comprovati del fatto che il giovane Leonard avesse una vita sessuale più intensa dei suoi coetanei. Comunque i suoi “ormoni impazziti” venivano sublimati da atteggiamenti insoliti, che portavano spesso a risultati grotteschi. Come quella volta in cui, ancora ragazzino e, come già ricordato, appassionato alle pratiche ipnotiche, è riuscito a far entrare in trance la domestica, per poi procedere a svestirla ma senza riuscire facilmente a farla uscire dalla trance. Oppure come quando Cohen, sentendosi impacciato dalla bassa statura (sia perché ostacolava l’approccio con l’altro sesso, sia perché non gli permetteva di andare a vedere i film vietati ai minori), si imbottiva le scarpe di fazzoletti. Perse l’abitudine quando, dovendo partecipare a un corso di ballo che prevedeva scarpe col tacco, tornò a casa dolorante e zoppicante, vittima della sua stessa trovata (Footman 2009:16).

Le pulsioni sessuali sono servite all’autore da stimolo: sublimandole fin dall’adolescenza, ne ha tratto spunto per creazioni artistiche musicali e poetiche.

C’è da notare, inoltre, che la non disponibilità del personaggio a farsi coinvolgere emotivamente nel tempo è pienamente rispondente alla tendenza della filosofia hippie dell’amore libero di cui ho parlato nel paragrafo 2.2 e alla sua volontà di rimanere sempre vigile e attento (in base al pensiero: He wanted to kiss with one eye open) a cui ho accennato nel paragrafo 3.1.

 6.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè

«E proprio mentre stai per dirle / che non hai amore da offrirle».

La traduzione di De Andrè è estremamente simile a quella da me proposta, proprio perché, come già sostenuto, non vi sono tanti modi diversi di interpretare le parole di questi versi.

7. Versi 10, 11 e 12

Then she takes you on her wavelength

And she lets the river answer

That you’ve always been her lover

7.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale

La parola chiave del primo verso è senza dubbio wavelength. Il Webster’s 2008 ne dà un duplice significato: 1.) Physics: the distance measured in the direction of a wave from any given point to the next point in the same phase, as from crest to crest. 2.) Informal: a way of thinking, understanding, etc.; chiefly in the phrase «on the same wavelength», thinking or responding alike.

Il Merriam Webster, invece, definisce il termine come segue: 1.) The distance in the line of advance of a wave from any one point to the next point of corresponding phase; 2.) A particular course of thought especially as related to mutual understanding. L’Urban Dictionary conferma il secondo senso indicato sia dal Webster’s 2008 sia dal Merriam Webster. Affermando: «Suzanne ti porta sulla sua lunghezza d’onda» si vuole probabilmente far riferimento, ancora una volta, all’ascendente che la donna esercita sull’autore, questa volta enfatizzando però l’aspetto mentale, emotivo. È altamente probabile che la parola wavelength sia da intendere metaforicamente e che altrettanto probabilmente la parola faccia riferimento a un’intesa empatica e percettiva tra i due.

In riferimento a tale intesa diventa interessante ricercare i significati che la parola vibration evoca nell’immaginario collettivo anglofono. Questa significa: 1.) Physics: motion or oscillation of an object, as an elastic body or the particles of a fluid when it is displaced from the rest position or position of equilibrium, as in transmitting sound; 2.) a rapid rhythmic movement back and forth; 3.) a vacillation or wavering between two choices or opinions; 4.) (pl): emotional qualities or supernatural emanation that are sensed or felt by another person or thing (Webster’s 2008).

Il Merriam Webster riporta i medesimi significati: 1.) a periodic motion of the particles of an elastic body or medium in alternately opposite directions from the position of equilibrium when that equilibrium has been disturbed (as when a stretched cord produces musical tones or molecules in the air transmit sounds to the ear); 2.) the action of vibrating the state of being vibrated or in vibratory motion as oscillation or quiver; vacillation in opinion or action; 3.) a characteristic emanation, aura, or spirit that infuses or vitalizes someone or something and that can be instinctively sensed or experienced – often used in plural 4.) a distinctive usually emotional atmosphere capable of being sensed – usually in plural. Gli stessi significati sono confermati dall’Urban Dictionary: l’unico dizionario a riportare i significati del verbo vibe che viene utilizzato come slang per intendere: a distinctive emotional atmosphere, sensed intuitively. Oppure: a pleasing ambience. A relaxed, intimate and/or prefacing intercourse or sexual activity. Viene anche indicato un riferimento al contesto musicale: any musical aspect or quality indicative of a genre; mood or atmosphere, a feeling, aura; (plural) signals or messages sent out to someone (Webster’s 2008; Merriam Webster).

Come già detto relativamente ai primi versi, la parola river sta a indicare: a natural stream of water of usually considerable volume oppure: any similar or plentiful stream or flow (Webster’s 2008). Anche questo elemento non si presta a un’interpretazione particolarmente originale rispetto a quella più ovvia.

«Ti porta sulla sua lunghezza d’onda e lascia che sia il fiume a risponderti che sei sempre stato il suo amante»

7.2 Commento culturale

In tutta la lirica assistiamo alla personificazione delle forze della natura: un altro elemento fortemente connesso con le religioni orientali e, in questo specifico caso, con l’induismo. Come già detto, Cohen, pur seguace del buddismo zen, ha comunque subìto una certa influenza dal misticismo orientale in generale e dall’induismo stesso. Ancora una volta è il fiume, l’elemento naturale, che viene enfatizzato. Questo viene personificato a tal punto da essere in grado di rispondere a una domanda e ciò è possibile solo grazie a una concessione di Suzanne – she lets the river answer – indicando come tutto, anche la natura stessa, obbedisca a un suo ordine.

A questo punto è bene ribadire che porre domande è un atteggiamento tipico del buddismo zen, un tratto che qui viene espresso indirettamente. Seppur a Suzanne non venga fatta alcuna domanda, nei versi precedenti è possibile percepire una certa esitazione da parte dell’autore che ha intenzione di dichiararle spontaneamente i propri sentimenti con chiarezza, rivelandole di non avere amore da darle. Ma la donna gli “legge dentro”, lo coglie di sorpresa e lascia che sia il fiume a rispondere a un’incertezza non espressa esplicitamente da parte dell’autore. Questi versi potrebbero rappresentare una sorta di punto di incontro tra culture diverse, ma fondamentalmente molto simili, in cui vengono rievocati diversi aspetti del misticismo orientale.

7.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè

Nell’elaborazione di questi versi De Andrè traduce: «lei è già sulla sua onda / e fa che il fiume ti risponda / che da sempre siete amanti». Il cantautore italiano sceglie di tradurre la parola wavelength con «onda», evitando di fare riferimento esplicito al concetto fisico di «lunghezza d’onda», il cui senso metaforico è presente anche nella cultura ricevente. Come già accennato, tale locuzione potrebbe essere semanticamente ricondotta anche al campo prettamente scientifico della fisica, ma ciò “restringe” – per così dire – il senso, alludendo unicamente a una proprietà naturale. Probabilmente De Andrè cerca di confermare la concretezza e la carnalità di Suzanne, cercando di evocare la sua immagine a cavallo di un’onda e, come anticipato nella premessa, dando l’idea di dominio, come se questa fosse un’amazzone. Nella versione data da De Andrè vi è un’ulteriore modifica del testo e del senso originario: la seconda persona singolare dell’ultimo verso viene tradotta in seconda persona plurale – e fa che il fiume ti risponda / che da sempre siete amanti –, probabilmente per motivi metrici e forse anche per rafforzare l’idea di «coppia» (ovviamente libera) ed evitare di delineare un rapporto sbilanciato di sottomissione, che si può leggere tra le righe se in italiano si traduce: «e fa che il fiume ti risponda che da sempre sei il suo amante».

8. Versi 13 e 14

And you want to travel with her,

And you want to travel blind

8.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale

Il verbo travel  può essere inteso in numerosi modi ovvero: 1.) to go from one place to another; 2.) to make a journey; 3.) to move, pass or be transmitted from one point or place to another;4.) to move or be capable of moving in a given path or for a given distance: said of mechanical parts; to advance or progress; ma assume anche il significato informale di 5.) to associate or spend time with (Webster’s 2008). Gli stessi significati sono dati dall’Urban Dictionary e dal Merriam Webster. Qui l’autore del brano poetico probabilmente intende veicolare il significato informale del verbo. Conferendo al verso una sfumatura allusiva Cohen intende dire: «e vuoi trascorrere del tempo con lei»; «e vuoi farti trasportare da lei». Anche se il viaggio inteso da Cohen allude chiaramente anche ad altri tipi di esperienze. A tal proposito basti prendere in considerazione i diversi richiami che il sostantivo del verbo in analisi – ovvero trip – esercita nella cultura anglosassone e non solo. Il Webster 2008 lo spiega come segue: most frequently implies a relative short course of travel, although it is also commonly used as an equivalent for journey; a psychedelic experience: hallucinations, LSD trip, pipe dream, being turned on.

Il Merriam Webster conferma tale senso: an intense visionary experience undergone by a person who has taken psychedelic drugs such as LSD.

Allo stesso modo l’Urban Dictionary fornisce i seguenti significati: a short complete experience of using acid such as LSD, or any other powerful hallucinogenic drugs, to act crazy (as from hallucinogenic drugs), to overreact.

È interessante notare come lo slang italiano, e in particolare quello giovanile, sia stato fortemente influenzato da quello inglese. Anche in italiano si parla di trip per indicare un’esperienza allucinogena legata alle droghe e, allo stesso modo, è curioso notare come si faccia riferimento a una persona che ad esempio si arrabbia molto e si infuria, indicando un atteggiamento fuori di testa, con l’espressione: «strippare», dove è evidente la trasformazione italiana della radice trip, tra l’altro ancora presente e intatta nel nucleo della parola. Sempre in italiano esiste un altro verbo che deriva probabilmente dal sostantivo inglese in questione, il quale è, anche in questo caso, ancora intatto nella parola italiana: «intrippare». Questa espressione viene usata nello slang giovanile come sinonimo di «fissarsi», «farsi carico di preoccupazioni», «farsi troppi problemi» riprendendo forse lo stato catatonico in cui si cade quando si è sotto effetto di acidi.

L’aggettivo qualificativo inglese blind significa ovviamente: without the power of sight; unable to see; sightless; not able or willing to notice, understand or judge; reckless, unreasonable; not controlled by intelligence; lacking a directing or controlling consciousness; having no regard to rational discrimination, guidance or restriction. Ancora una volta ho riscontrato l’esistenza di un senso diffuso nello slang dove l’aggettivo è sinonimo di drunk. (Webster’s 2008 e Merriam Webster). L’Urban Dictionary riporta un’ulteriore allusione, ovvero: to be in love.

8.2 Commento culturale

Probabilmente Cohen intende proprio far riferimento un po’ a tutti questi aspetti: alla sensazione data dallo stato di ebbrezza, al senso di abbandono che si prova quando ci si innamora, al dolce senso di irrazionale affidamento. Cohen è ubriaco d’amore per Suzanne, lei rappresenta la sua fuga. L’esperienza di fuga dello scrittore è chiaramente un’esperienza d’amore; la canzone ci dice contemporaneamente che amare è accendere e accendere è amare. Da un punto di vista strutturale è bene esplicitare che il ritornello della canzone si apre proprio con questo distico, che costituisce così il nucleo del testo. Tale scelta non è affatto casuale poiché il distico rappresenta la parte centrale del brano anche da un punto di vista semantico e culturale. In questi versi, infatti, è presente l’essenza del pensiero del tempo. Il viaggio, così rilevante nell’esperienza personale dell’individuo, si declina secondo il famoso trinomio «sesso, droga e rock n’ roll», alla base della cultura giovanile del tempo. Un viaggio che conduce nella dimensione sessuale, in quella musicale e nel mondo della droga. E nel paragrafo precedente anche i dizionari confermano le molteplici allusioni in tal senso espresse sia dal verbo travel, sia dal sostantivo trip.

In questi anni anche la modalità stessa di «viaggio» inteso come «spostamento», «trasporto», si trasforma e instaura un connubio senza precedenti con la moda, connubio che viene alimentato, ancora una volta, dal boom economico. Un particolare riferimento va fatto per la famosa Vespa: un mezzo semplice ed economico che ha dato la possibilità anche a chi non poteva permettersi un’automobile, di spostarsi liberamente e con facilità. Forse la più grande innovazione di questo modello, che contribuì al suo successo planetario, fu la carrozzeria portante, che copriva integralmente il motore e le parti meccaniche principali, con i risultati di una protezione efficace dalle intemperie e il vantaggio di poter utilizzare finalmente la motocicletta con l’abbigliamento di tutti i giorni. Perciò, questa rappresenta di fatto il mezzo della prima motorizzazione di massa per molte famiglie italiane. Il nome stesso ha contribuito molto a lanciare alla ribalta il ciclomotore. Come sia nato, esattamente, non è dato sapere. La leggenda vuole che in fase di progettazione lo scooter si chiamasse Paperino ma quando Enrico Piaggio vide il modello definitivo esclamò: «Bello! Sembra una vespa». E Vespa fu. Mai nome fu più adatto. Infatti la vespa è un insetto simpatico: individualista, indipendente, amante della natura, ma pericoloso e improduttivo (dato che non fa il miele). Si muove senza sosta un po’ dappertutto quasi a interpretare l’etimo stesso del verbo scoot  che significa «filar via alla svelta», «darsela a gambe», «andare di corsa». Diverte senza dimenticarsi della primaria funzione utilitaristica; è libera e anticonformista, senza lasciarsi andare ai ruggiti e alla violenza della velocità; offre l’idea di invenzione, originalità e modernità rappresentando uno dei simboli più significativi dell’identità italiana.

Oltre alla Vespa, un altro mezzo di trasporto che merita di essere quantomeno citato perché, come questa, è emblema di un’epoca e di una cultura, è il furgoncino Bulli – della Volkswagen.

Il furgone Volkswagen ha rappresentato il partner ideale di tutti i giovani e gli adolescenti di un’epoca. Le dimensioni ridotte e la capacità di mantenersi ben controllabile anche sui percorsi più difficili hanno regalato al furgoncino un po’ bombato un’aura di indistruttibilità. E tutti vi hanno fatto affidamento: il servizio postale, la polizia, le ferrovie, le ambulanze, gli automezzi dei vigili del fuoco. Tra l’altro, questo ha rappresentato una dimensione in grado di trasportare anche sogni, ovunque, pure là dove il cinema non era ancora arrivato, portando l’eco dei film che spopolavano nella Germania del dopoguerra. La versatilità del Bulli si è rivelata tale da dare addirittura origine a una nuova area del mondo automobilistico: quella degli allestitori interni.

In sessant’anni di attività, il Bulli si è guadagnato la stima di tantissimi viaggiatori ed è stato protagonista in ogni angolo del mondo di avventure on the road (per riprendere, ancora una volta, una tipica espressione lanciata dalla beat generation), a tal punto che la sua storia, se raccontata attraverso queste esplorazioni del mondo, ha dell’incredibile: proprio per questo è stata più volte romanzata. Non a caso è diventato il mezzo di trasporto che è riuscito a conquistare un’altra particolare categoria di viaggiatori: gli artisti.  Alcuni attori e cantanti famosi hanno scelto il veicolo della Volkswagen per i propri spostamenti, utilizzandolo come una vera e propria “limousine”. Grazie alla sua proverbiale spaziosità, il Bulli può ospitare tranquillamente diverse persone e rappresenta una conveniente soluzione di mobilità. Ed è proprio un pullmino VW chiamato Mystery Machine – o magic bus – il protagonista di un film dei Beatles che, asservito a un viaggio particolare, il Magical Mystery Tour, avrebbe dovuto spostarsi per le strade di Liverpool. Il film è stato inizialmente pensato come mockumentary, ma l’assalto ingestibile dei fan, causando diversi problemi di ordine pubblico, ha fatto sì che questo fosse girato fuori città, in ambienti aperti e sulle stradine di campagna.

Proprio in quel decennio, in tutt’altro mondo, il Bulli iniziò a essere particolarmente apprezzato dai surfisti. Alle Hawaii arrivarono i primi appassionati del furgone e del surf, che si affermò come sport di tendenza attorno alla seconda metà degli anni Sessanta. Gli amanti del surf divennero sempre più numerosi e cominciarono a recarsi in spiaggia con il furgone che, oggi come allora, li porta sull’oceano e continua a essere simbolo di libertà e indipendenza.

8.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè

In questo distico si palesa tutta l’abilità del cantautore italiano che, rivelando la sua forza poetica traduce il distico con: «E tu vuoi viaggiarle insieme / vuoi viaggiarle insieme ciecamente». Un distico forse più riuscito – perché più poetico – della versione originale, grazie alla posizione del pronome complemento posto in coda al verbo «viaggiare».

Anche nella versione italiana il viaggio a cui si allude si presta alle molteplici interpretazioni descritte nel paragrafo precedente.

9. Versi 15 e 16

And you know that she can trust you

For you’ve touched her perfect body with your mind.

9.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale

Anche questo distico, come quello analizzato al paragrafo 6.1, non offre particolari spunti sul piano strettamente denotativo. Le parole chiave da tenere in considerazione sono senza dubbio i verbi know, trust, touch e i sostantivi body e mind. Il verbo know si spiega come segue: 1.) to have a clear perception or understanding of, to be sure or well informed about; 2.) to be aware or cognizant of, have learned, 3.) to have a firm mental grasp of, have securely in the memory, 4.) to be acquainted or familiar with, to have experience, to acknowledge 5.) – Archaic – to have a sexual intercourse with (Webster’s 2008).

Questi significati sono confermati anche dagli altri dizionari, ma è abbastanza palese che l’utilizzo del verbo know in questo contesto non si rifaccia al retaggio biblico. Se così fosse la frase avrebbe dovuto essere formulata diversamente ovvero con un pronome personale complemento che segue la locuzione and you know, (che diverrebbe and you know her piuttosto che and you know that she…). Così è appurato che il verbo considerato nel contesto rimandi al suo significato primario: «conoscere, sapere, essere consapevole» (Garzanti 2009).

Allo stesso modo il verbo trust significa: 1.) firm believe or confidence in the honesty, integrity, loyalty, reliability justice etc. of another person or thing; 2.) confident expectation, anticipation or hope, 3.) keeping, care, custody, 4.) something entrusted to one, charge, duty etc. 5.) confidence in a purchaser’s intention or future ability to pay for goods or services delivered, credit (Webster’s 2008). Il termine si riferisce anche al settore giuridico e finanziario, ma non è certamente ciò a cui Cohen vuole alludere. I medesimi significati vengono ripetuti dal Merriam Webster.

Il verbo touch significa: 1.) to bring a bodily part into contact with especially so as to perceive through the tactile sense: handle or feel gently usually with the intent to understand or appreciate; 2.) to strike or push lightly especially with the hand or foot or an implement; 3.) to lay hands upon with intent to heal, 4.) Archaic to play on, to perform (a melody) by playing or singing, 5.) to deal with: to become involved with; 6.) to cause to be briefly in contact or conjunction with something; 7.) to meet without overlapping or penetrating, 8.) to get to, to reach; 9.) to relate to, to concern, to have an influence on, to affect; 10.) to leave a mark or impression on, to give a delicate tint, line or expression to; 11.) to hurt the feelings of, to wound, to move to sympathetic feeling (Merriam Webster).

Nel contesto considerato è possibile che Cohen faccia riferimento al sentimento empatico mediante il quale riesce a toccare Suzanne con la mente.

9.2 Commento culturale

Come affermato precedentemente si esclude che il verbo know sia da intendere in senso biblico.

Ciononostante è interessante come vi sia comunque un parallelismo evangelico tra i verbi trust e touch. Un sottinteso rimando alla figura di Tommaso Didimo, il quale non ha creduto alla resurrezione di Cristo in base alle testimonianze degli altri apostoli, finché non lo ha veduto personalmente e non ha toccato il costato con le dita. Da questo passo biblico è nato il famoso idioma italiano: «Se non vedo non credo» oppure, diversamente formulato: «Vedere per credere» presente anche nella cultura anglofona come: seeing is believing.

In questo ambito però, l’allusione forse non è intenzionale, poiché non è Suzanne a toccare, ma è lei ad essere soggetta al tocco di Cohen e, solo come conseguenza delle sue carezze, portata a fidarsi di lui.

Inoltre può essere significativo analizzare un altro parallelismo presente nel verso, ovvero quello che associa la mente al corpo. Già gli antichi, medianti frasi idiomatiche tutt’oggi comunemente conosciute, avevano elaborato la concezione che accosta la mente al corpo. La locuzione latina mens sana in corpore sano, appartiene a Giovenale (Satire X, 356). La decima satira del poeta è volta a mostrare la vanità dei valori o dei beni (ricchezza, fama e così via) che gli uomini cercano con ogni mezzo di ottenere. Solo il saggio si rende conto che tutto ciò è effimero e, talvolta, anche dannoso. Nell’intenzione di Giovenale, l’uomo non dovrebbe aspirare che a due beni soltanto: la sanità dell’anima e la salute del corpo (ciò che in inglese si esprimerebbe mediante l’idioma: a sound mind in a sound body). Nell’uso moderno si attribuisce alla frase un senso diverso, intendendo che, per avere sane le facoltà dell’anima, bisogna avere sane le facoltà del corpo. Probabilmente però, il parallelismo voluto da Cohen si avvicina maggiormente all’associazione originale intesa da Giovenale, che al senso attuale – più orientato forse alla dimensione sportiva ed estetica – attribuito alla massima del poeta.

Perciò per Cohen «corpo» e «mente» sono due entità imprescindibili. Cohen riesce con la forza della mente a toccare fisicamente il corpo di Suzanne, esercitando su di lei un fascino e un’attrazione inequivocabili. Come accennato precedentemente, non è solo l’autore a subire il fascino di Suzanne, ma la forza seduttiva è reciproca, delineando così un rapporto paritario.

9.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè

Il Bob Dylan italiano ha tradotto il distico considerato: «perché le hai toccato il corpo / il suo corpo perfetto con la mente».

In questo caso De Andrè ripete la parola «corpo», probabilmente perché non è riuscito a far rientrare, per motivi di metrica, il senso dell’aggettivo perfect nel verso 17. A differenza del testo originale, viene posta una certa enfasi sull’elemento «corpo», forse dovuta solo al problema tecnico di versificazione.

10. Versi 17 e 18

And Jesus was a sailor

When he walked upon the water

10.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale

Sailor significa sicuramente «marinaio». Il Merriam Webster spiega il sostantivo così: 1.) one that sails: mariner; 2.) a member of a ship’s crew: a seaman; 3.) a traveler by water; 4.) a stiff straw hat with a low flat crown and straight circular brim. Anche il Webster’s 2008 conferma i medesimi significati: 1.) a person who makes a living by sailing; a mariner, a seaman; 2.) an enlisted man in the navy, 3.) a stiff straw hat with a flat crown and straight circular brim.

Ancora una volta è l’Urban Dictionary a indicare i significati più scomodi e allusivi rispetto a quelli più conosciuti. A person, who after spending much time at sea, sleeps with women in many different ports; a codeword for someone who sleeps around. L’allusione a una persona che si circonda di molte donne è calzante nel caso di Gesù, anche se il doppio senso dato dalla parola sailor è fuori luogo e forzato se ci si riferisce al caso di Gesù come figura religiosa. La parola in analisi rimanda a un contesto prettamente marinaresco, nel quale vengono alla mente determinati atteggiamenti agevolmente associabili a tratti quotidiani fortemente umani. Si pensi all’espressione italiana «scaricatore di porto». In inglese è presente la medesima locuzione idiomatica con i rispettivi richiami alle dimensioni più pratiche e volgari di chi svolgeva tale mestiere. «Stevedore», «dockworker», «docker» and «longshoreman» can have various waterfront-related meanings concerning loading and up-loading ships. The word «stevedore» originated in Portugal or Spain and entered the English language through its use by sailors. It started as a phonetic spelling of the word «estivador» (Portuguese) or «estibador» (Spanish), meaning «a man who stuffs», «a man who loads ships», which was the original meaning coming from the Latin word «stīpāre». In the UK men who load and upload ships are usually called «dockers», while in the US and Canada the term «longshoreman», derived from «man-along-the-shore» is used. «Stevedore» has also become common as an appellation for a person who is over-muscular or foulmouthed.

Allo stesso modo l’espressione «porto di mare», metafora a cui si ricorre di sovente per indicare un luogo frequentato da un via-vai continuo di persone diverse fra loro.

Tenendo conto dell’esistenza di un Jesus movement in questo periodo, nell’ambito del movimento culturale hippie, è possibile che il riferimento, fatto tra l’altro da un ebreo, non sia tanto alla figura religiosa quanto all’icona hippie di persona libera da condizionamenti che persegue la libertà degli altri e la propria. A questa dimensione si aggiunge l’aspetto “marinaresco”, ossia di “oggi qui, domani là” che si riferisce al concetto di «amore libero» a cui si è già accennato nel paragrafo 2.2.

Il verbo walk ha significati imprevedibili. Primariamente significa: 1.) to go along or move about on foot at a moderate pace, a) to move by placing one foot firmly before lifting the other as two-legged creatures do, or by placing two feet firmly before lifting either of the others, as four-legged creatures do; 2.) to return after death and appear as a ghost, 3.) to advance or move in a manner suggestive of walking: said of inanimate objects; 4.) to join with others in a cooperative action, a cause etc., to be active or in motion, to keep moving; 5.) [Slang]: to go on strike, to leave abruptly, often in anger or in a show of protest; 6.) [Slang]: to be acquitted or set free without punishment: usually connoting a belief in the accused person’s guilt.

Il fatto che il verbo considerato faccia riferimento anche al ritorno in vita di un fantasma lascia alquanto basiti perché esprime un significato calzante (perlomeno per coloro che ci credono) con la figura di Gesù, quasi che questo sia uno spirito che aleggia sulle acque.

La parola water, se presente al plurale, significa: 1.) [often pl.] a) a large body of water, as a river, lake or sea, 2.) the part of sea contiguous with a specifies country, land, mass, etc. or the parts away from this [international waters] (Webster’s 2008).

10.2 Commento culturale

La prima cosa che colpisce nel distico in analisi è l’identificazione di Gesù con la figura di un marinaio. Come indicato dalla tradizione cristiana, Gesù era invece un falegname – o meglio, un carpentiere: lavoratore specializzato nella costruzione di strutture portanti in legno – che avrebbe intrapreso dapprima il mestiere a fianco del padre putativo Giuseppe e successivamente, una volta specializzatosi, avrebbe dovuto subentrare nell’attività artigianale, una volta venuto a mancare il capofamiglia. È pur vero che nella società del tempo non era possibile classificare i lavori svolti in maniera rigida e schematica come è invece possibile fare analizzando le società a venire. Si svolgevano diverse attività in base ai bisogni che si presentavano.

Alcuni studiosi hanno evidenziato che, ai tempi di Gesù, nei dintorni di Nazareth il legno era praticamente assente e che le case dei duecento abitanti erano costruite in pietra, se non addirittura ricavate dall’adattamento di grotte pre-esistenti. Ritengono assai improbabile che Giuseppe e, in seguito, Gesù abbiano potuto guadagnarsi da vivere svolgendo il mestiere di falegname o carpentiere a Nazareth. Esistono numerose spiegazioni per questa apparente incongruenza. Il testo originale greco di Mt e Mc, per designare il mestiere di Giuseppe e di Gesù, utilizza le parole equivalenti τέκτονος (Mt) e τέκτων (Mc).

Il termine greco tekton è ampiamente polisemico, potendo indicare il mestiere di carpentiere, falegname, artigiano del legno, muratore o tagliatore di pietre (Fabris 1983:93-94).

Secondo gli studi condotti da C. P. Thiede, la traduzione corretta è «costruttore». Thiede intende tale termine nel senso di «muratore» o, al massimo, «manovale». Altri autori interpretano la traduzione «costruttore» nel significato di «capomastro», ipotizzando l’esistenza di una piccola impresa edilizia (Thiede 1993:66-71).

Che mestiere svolgeva dunque Giuseppe? L’ipotesi più realistica è che fosse un artigiano di villaggio, in grado di risolvere ogni problema pratico, ma particolarmente esperto nel campo delle costruzioni e della lavorazione del legno. Diversi studi rivelano che con il termine tekton gli evangelisti intendessero indicare una figura professionale più qualificata, un artigiano specializzato, più che un semplice uomo di fatica. Infatti nel contesto socio-culturale in cui sono stati scritti i Vangeli, il lavoro del manovale non era considerato una mansione tanto umile. Non ci troviamo in ambiente greco-romano, in cui il lavoro manuale era considerato un’attività degna solo degli schiavi, ma in ambiente essenzialmente giudaico. Per gli ebrei il lavoro manuale era abituale, ed era comune anche tra i rabbini che dedicavano la loro vita allo studio della Legge. Coltivare l’erudizione e, nel contempo, praticare un mestiere, era considerata una cosa normalissima.

Il famoso rabbino Hillel guadagnava, lavorando, solo mezzo denaro al giorno, Rabbi Aqiba faceva lo spaccalegna, Rabbi Joshua era carbonaio, Rabbi Meir era scrivano, Rabbi Johanan era calzolaio. A ciò si aggiunga il fatto che David, prima di essere unto re da Samuele, svolgeva uno dei mestieri più esecrati dagli ebrei, facendo il pastore a Betlemme (1 Sam 17, 15). Queste considerazioni fanno cadere il preconcetto sull’umiltà del lavoro di carpentiere, visto anche che non si trattava affatto di un mestiere così disprezzabile (Ricciotti 1941:164).

Nonostante i vari dibattiti sul mestiere di Gesù, si esclude a priori che egli potesse svolgere un lavoro che lo ritrae impegnato su qualsiasi tipo di imbarcazione. Probabilmente Cohen ha voluto avvicinarlo alla figura di marinaio che, metaforicamente parlando, si trova “al timone” della situazione, governando così il viaggio – da intendere nei modi più diversi – di Cohen e di Suzanne.

Nel secondo verso c’è un ovvio riferimento all’episodio evangelico di Gesù che cammina sulle acque. La camminata sull’acqua è un miracolo compiuto da Gesù e descritto in tre vangeli: nel Vangelo secondo Marco (6, 45-52), nel Vangelo secondo Matteo (14, 22-33), nel Vangelo secondo Giovanni (6, 15-21), in cui Gesù si fa precedere dai suoi discepoli in barca verso Beit Zaidàh, ma quando questi sono a metà strada in mezzo al lago, Gesù ci cammina sopra e li raggiunge. «Camminare sull’acqua» è comunemente divenuta una frase colloquiale che si usa quando si vuole indicare un’impresa apparentemente impossibile.

L’acqua, essenza vitale ed elemento esistenziale in cui cresce il feto durante la gravidanza, è assoggettata a Gesù a cui questa obbedisce permettendogli di camminarci sopra contrariamente alle leggi della fisica. Da questo distico è possibile comprendere il forte parallelismo tra Suzanne e Gesù: le forze della natura rispondono al volere della donna, come a quello di Gesù. Quest’ultimo, come la prima, esercita una forte influenza sull’autore del testo poetico e su tutto ciò che lo circonda: Cohen viaggia con lui, oltre che con Suzanne.

10.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè

La traduzione di De Andrè è: «E Gesù fu un marinaio / finché camminò sull’acqua». Di questa versione risulta difficile comprendere perché De Andrè ha scelto di tradurre when con «finché». Infatti anche da un punto di vista metrico e stilistico sarebbe stato meglio tradurre l’avverbio temporale con «quando».

A meno che il cantautore italiano non abbia voluto fare intendere che Gesù era un marinaio finché ha camminato sull’acqua; dopo non lo è stato più. Ma è difficile cogliere la logica secondo la quale questi non avrebbe più dovuto essere identificabile con un marinaio.

Anche la traduzione del simple past con un passato remoto piuttosto che imperfetto lascia perplessi. Forse sarebbe stato meglio tradurre con: «E Gesù era marinaio / quando camminava sulle acque», giacché l’impiego del passato remoto in italiano è sempre più obsoleto e sta lentamente cadendo in disuso. Forse si tratta di una considerazione basata sulla metrica del verso.

Anche parlare di acque invece che acqua è più consono perché riprende il passo delle scritture (in ebraico, a cui i Vangeli sono in parte ispirati, la parola ma’im è duale) e poiché, come precisato anche nel paragrafo 10.1, quando ci si riferisce a una distesa d’acqua ampia come un fiume, un lago o il mare, si parla generalmente al plurale e di «acque».

11. Versi 19 e 20

And he spent a long time watching

From his lonely wooden tower

11.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale

Il verbo watch vuol dire: 1) the act or facto f keeping awake and alert, in order to look after, protect, or guard; 2) a part of the night; 3) the act or process of vigilant, careful guarding; 4) the period of duty of a guard, the post of a guard; 5) to be looking or waiting attentively (Webster’s 2008). Il Merriam Webster ne riporta i medesimi significati: 1.) to keep vigil as a devotional exercise; 2.) to be awake during the night; 3.) to be attentive or vigilant, to keep guard; 4.) to keep someone or something under close observation; 5.) to observe as a spectator; 6.) to be expectant: to wait.

Il sostantivo tower invece significa: 1.) a building or structure that is relatively high for its length and width, either standing alone or forming part of another building; 2.) such a structure used as a fortress or prison; 3.) a person or thing that resembles a tower in height, strength, dominance, etc.; 4.) a person or thing that tows (Webster’s 2008).

In questo contesto è abbastanza evidente che la torre di legno a cui Cohen si riferisce è la croce su cui Gesù è stato crocifisso. Ma è possibile che abbia metaforicamente descritto la croce come una torre di legno, anche per rievocare la torre di Babele. Nel libro della Genesi (11, 1-9) viene narrata la leggendaria costruzione di una torre il cui fine era quello di erigersi così in alto da raggiungere il cielo e Dio. La costruzione della torre di Babele, allegoricamente rappresentata come simbolo di unità e concordia tra gli uomini e Dio, venne però impedita dall’intervento divino, che portò scompiglio anche tra gli uomini e li disperse. L’episodio biblico vuole che gli uomini del tempo parlassero tutti la stessa lingua e solo dopo la reazione divina questi cominciarono a sviluppare lingue e culture diverse.

11.2 Commento culturale

Leonard Cohen è cresciuto in un ambiente fortemente influenzato dalla moralità religiosa e dalla tradizione ebraica. La famiglia Cohen esercitava una certa influenza sulla comunità di Montreal già da diverse generazioni. Il bisnonno di Leonard era un rabbino rispettabile, ma anche un uomo d’affari di successo. Suo figlio, Lyon è annoverabile tra i nomi dei fondatori del primo giornale ebraico del Canada. Il primogenito di Lyon, Nathan, (padre di Leonard) ha sposato Masha Klein, anche lei di discendenza ebraica e di origini lituane. La combinazione del lignaggio religioso e del successo economico hanno dato alla famiglia Cohen una certa rispettabilità nella società di Montreal, pur essendo una minoranza isolata sotto molti aspetti. Prima di tutto le persone che parlavano inglese come prima lingua, anche se culturalmente ed economicamente dominanti, erano meno dei francofoni nella città e in Quebec in generale. Inoltre sebbene l’antisemitismo era meno espresso rispetto alla persecuzione brutale che aveva indotto i progenitori di Cohen a lasciare l’Europa, era comunque molto presente.

Durante la giovinezza di Cohen, le tematiche della ribellione e della musica si sono riconnesse con le sue radici etniche e religiose nel 1950, quando è stato eletto consigliere ebraico al campo estivo di Motreal. La classe ebraica medio borghese di Montreal era unita in un conservatorismo sociale e politico. Per la prima volta in quegli anni Cohen percepì un legame tra la sua religiosità e un senso più generale di resistenza, sia espresso nei riguardi del male storico rappresentato emblematicamente da Hitler o da Franco, o dal razzismo e dallo sfruttamento economico del Nord America contemporaneo (Footman 1998: 18).

11.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè

«E restò per molto tempo a guardare solitario / dalla sua torre di legno». De Andrè traduce il distico rimanendo – come vuole la logica grammaticale – nella dimensione del passato remoto, che viene preferito al passato prossimo e all’imperfetto. Della versione fornita da De Andrè è facile notare come il tratto della solitudine viene traslato dalla torre di legno (his lonely wooden tower) allo stesso Gesù. Il distico potrebbe essere anche tradotto con: «E ha trascorso molto tempo guardando / dalla sua torre di legno solitaria».

È forse più toccante la versione di De Andrè, la quale, mediante un artificio stilistico ben riuscito, conferisce al distico la giusta forza evocativa per veicolare il senso di angoscia e di abbandono provato da Gesù.

12. Versi 21 e 22

And when he knew for certain

Only drowning men could see him

12.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale

In questo distico può essere interessante analizzare il significato del verbo drow: 1.) to die by suffocation in water or other liquid; 2.) to kill by suffocation in water or other liquid; 3.) to cover with water, flood, inundate; 4.) to overwhelm; 5.) to be so loud as to overcome (another sound): usually with «out»; 6.) to cause to disappear, get rid of (Webster’s 2008). L’Urban Dictionary svela un riferimento alla marijuana, anche se questa citazione indiretta è data dal sostantivo drow e non dal verbo: cannabis, an expensive type of weed. Tale senso è confermato indicativamente da 122 up e 60 down.

«Quando ha saputo con certezza / che solo gli uomini che affogano erano in grado di vederlo».

12.2 Commento culturale

L’espressione drowning men designa probabilmente degli individui che vengono sopraffatti e sommersi dall’acqua. È probabile che, ancora una volta, l’acqua non sia solo un elemento chimico-naturale, ma l’emblema della vita, della pulsione legata alla sopravvivenza. Gesù può essere visto e percepito solo dagli uomini che sono affogati – o meglio, che sono disposti ad affogare –. Facendo riferimento al Jesus movement, a cui ho precedentemente accennato nel paragrafo 10.1, si può presumere che coloro i quali sono disposti ad affogare, siano gli individui che riescono a “lasciarsi andare”, magari anche grazie all’uso di droghe a cui si accenna indirettamente ma soventemente. Se si preferisce dare più spessore al senso religioso è facile fare riferimento al passo evangelico di Gesù e del giovane ricco. Nelle scritture (Mc 10) è lo stesso Gesù a chiederci di lasciare tutto e di seguirlo, di abbandonarci a lui. Questo distico potrebbe avanzare la medesima richiesta di Gesù, ma farlo metaforicamente e poeticamente. Il racconto dell’incontro di Gesù con il giovane ricco è diventato il paradigma dell’incontro che sconvolge e cambia la vita. Anche in questo passaggio è facile riscontrare la forte corrispondenza tra la figura di Suzanne e quella di Gesù.

«Gli disse Gesù: va, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi».

12.3 Raffronto con la versione di Fabrizio De Andrè

«E poi quando fu sicuro / che soltanto agli annegati fosse dato di vederlo». Il cantautore italiano traduce il distico introducendo l’espressione «essere dato di», la quale conferisce ai versi uno stile aulico particolare e caratteristico che non permea i versi originali.

13. Versi 23 e 24

He said “All men would be sailor

Then until the sea shall free them”

13.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale

In questo distico compare il primo discorso diretto del brano rappresentato dalle parole di Gesù. Mentre i significati del sostantivo sailor sono stati già ampiamente discussi nel paragrafo 10.1, il sostantivo sea rimanda a un’espressione – go to sea – che significa to become a sailor; to embark on a voyage (Webster’s 2008). Il verbo free significa: 1.) to make free; to release from bondage or arbitrary power, authority; obligation; etc.; 2.) to clear of obstruction, entanglement, etc.; disengage (Webster’s 2008). Quindi: to relieve or rid of what restrains, confines, restricts, or embarrasses (Merriam Webster). Di questi versi è interessante analizzare l’uso dell’intercalare then che va a rafforzare l’avverbio temporale until, ma riempie, per così dire, il verso anche da un punto di vista metrico.

13.2 Commento culturale

La tematica del viaggio è una costante del brano a cui si fa riferimento espressamente o allusivamente, ma che è comunque sempre presente. Nei versi considerati il fatto di essere marinai rievoca un altro episodio evangelico, ovvero la proposta che Gesù fa agli apostoli: quella di renderli «pescatori di uomini» e di seguirlo. Ancora una volta Gesù si rivela un modello da prendere come esempio ed è sempre più palese il nesso che viene stabilito con Suzanne.

La caratteristica di questi versi è che i marinai paiono prigionieri dell’acqua e continueranno a esserlo finché il mare non li libererà. Da cosa? Forse dall’abitudine, dalla ciclicità rappresentata dalla dimensione del mare, in cui le onde si susseguono tutte uguali, ritmicamente, a differenza del fiume in cui, come descritto metaforicamente dal celebre aforisma attribuito a Eraclito: «Panta rei os potamòs» (dal greco πάντα ῥεῖ), tradotto come «Tutto scorre come un fiume», con cui la tradizione filosofica successiva ha voluto identificare il pensiero del filosofo con il tema del divenire. Oppure il mare libererà questi uomini (in cui probabilmente tutti noi possiamo identificarci) dalla solitudine di cui ha sofferto lo stesso Gesù.

13.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè

De Andrè ha tradotto il distico con i seguenti versi: «Disse: “Siate marinai / finché il mare vi libererà”». Questa versione è interessante perché fa in modo che Gesù si rivolga direttamente a coloro che leggono o ascoltano il brano in analisi. Il verso all men would be sailor viene tradotto mediante l’imperativo per rendere esplicito l’invito avanzato con forza da Gesù che ci sollecita a partire, a viaggiare, a lasciare ciò che possediamo e ci spinge metaforicamente e, in maniera ancor più sorprendente, mentalmente al cambiamento.

 

 

14. Versi 25 e 26

But he himself was broken

Long before the sky would open

14.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale

L’aggettivo broken significa: «rotto», «spezzato», «guasto»; ma se riferito a un individuo significa: «accorato», «avvilito», «scoraggiato» (Garzanti 2009). A broken man; a broken spirit vengono figurativamente definito anche con sick, weakened or beaten (Webster’s 2008). Tra gli altri significati vuole anche dire: 1.) split or cracked into pieces; splintered, fractured, burst, etc.; 2.) not in working condition; out of order; 3.) not kept or observed; violated; 4.) disrupted, as by divorce; 5.) Bankrupt; 6.) not even or continuous; interrupted; 7.) not complete (Merriam Webster). L’aggettivo assume una connotazione emotivamente toccante quando viene usato in relazione agli stati d’animo. Questo ne è il caso, un caso particolare perché il dramma di Gesù rappresenta il dramma dell’umanità.

14.2 Commento culturale

In questi versi si percepisce la solitudine e l’avvilimento di Gesù. «Lui stesso si sentiva avvilito / molto prima che il cielo si aprisse». Si è già precedentemente accennato alla solitudine e alla desolazione provate da Gesù ai versi 20 e 21. Questo senso di estraniamento era percepito «molto prima che il cielo si aprisse». Nella Bibbia “il cielo si apre” quando si manifesta un intervento diretto dello Spirito Santo che appare metaforicamente assumendo le sembianze di una colomba. Questo avviene anche quando Gesù viene battezzato da Giovanni Battista per esempio (Matteo 3-17, Marco 1-11, Luca 3-21).

In questo distico Cohen vuole forse ascrivere Gesù a una dimensione avulsa dalla realtà, una dimensione che va al di là del tempo e dello spazio e quindi non può essere assoggettata alle percezioni terrene. In tale dimensione il destino di Gesù si presenta come un destino di solitudine e incomprensione.

14.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè

«Lui stesso fu spezzato / ma più umano, abbandonato / nella nostra mente lui non naufragò»

De Andrè traduce solo il primo verso dei due analizzati. La parte seguente della traduzione del cantautore nostrano presenta già il distico successivo, la cui versione originale non è ancora stata analizzata. Credo che ciò sia, ancora una volta, dovuto a problemi legati alla metrica che segue altre regole nella lingua di arrivo. Per questo motivo i tre versi vengono allacciati insieme nella versione italiana. Anche la resa del primo verso non sembra rispecchiare pienamente la sensazione evocata dall’aggettivo inglese broken, che viene tradotto letteralmente. Forse De Andrè voleva intenzionalmente rendere l’idea di qualcosa che si frantuma e si rompe. Sicuramente l’aggettivo italiano «spezzato», si lega bene all’aggettivo che lo stesso De Andrè propone nel verso seguente («abbandonato») con cui fa rima e che quindi viene ripreso su un piano fonetico e semantico. Infatti questo verso propone un’interessante metafora: come per un comune oggetto che una volta usurato, rotto, rovinato, si getta via, allo stesso modo Gesù è stato abbandonato, dimenticato, ignorato. Questi versi rappresentano forse la parte più innovativa della traduzione di De Andrè, perché sono quelli che più si discostano dalla versione originale, addirittura astenendosi dal tradurre delle parti. Infatti il verso originale long before the sky would open non è contemplato nel testo proposto dal cantautore italiano.

15. Versi 27 e 28

Forsaken, almost human

He sank beneath your wisdom like a stone

15.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale

La parola forsaken significa: to renounce or turn away entirely (Merriam-Webster), ma anche: abandoned, deserted, forlorn, desolate (Webster’s 2008).  Invece il verbo sink significa: 1.) to go beneath the surface of water, deep snow, soft ground, etc. so as to be partly or completely covered; 2.) to go down slowly, fall or descend gradually; 3.) to become lower in level, diminish in height or depth; 4.) to slope downward; 5.) to become lower in value or amount, lessen; 6.) to become increasingly and dangerously ill, approach death, fail; 7.) to lose position, wealth, prestige, dignity, etc.; 8.) to lose or abandon one’s moral values and stoop (Webster’s 2008).

15.2 Commento culturale

In questo distico l’intento di Cohen è quello di veicolare poeticamente il senso di profonda desolazione e abbandono di Gesù causato dall’indifferenza dell’umanità e da una saggezza “sorda”, che volta le spalle e ignora lo stato di solitudine in cui questi viene relegato. Ciò che colpisce dei versi analizzati è il tono di accusa che Cohen sembra assumere nei riguardi dei destinatari del brano poetico e che si evince dall’uso dell’aggettivo possessivo your.

«Abbandonato, quasi umano / è affondato alle spalle della vostra saggezza come una pietra»

15.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè

«Ma più umano abbandonato / nella nostra mente lui non naufragò». Come osservato precedentemente De Andrè in questa strofa si prende delle libertà elaborando in maniera innovativa il testo originale. Forse il cantautore genovese ha voluto intenzionalmente umanizzare Gesù più di quanto non avesse fatto lo stesso Cohen. Probabilmente per motivi metrici De Andrè evita di tradurre la similitudine like a stone, ma formula un nuovo verso «nella nostra mente lui non naufragò», che non è presente nel distico originale. È interessante considerare come a differenza di Cohen che si è estraniato dal verso mediante l’aggettivo possessivo inglese your, De Andrè si lascia coinvolgere nella frase mediante l’aggettivo possessivo italiano «nostra». Però è necessario sottolineare che mentre Cohen esprime il concetto negativo di abbandono, indifferenza, trascuratezza, De Andrè comunica il contrario affermando che Gesù è sempre presente nei «nostri» pensieri. Ma mentre per Cohen Gesù «affonda» nella nostra indifferenza, per De Andrè «non naufraga» nella nostra mente. Entrambe le espressioni rimandano a un contesto legato all’acqua.

Sempre alla luce di un raffronto tra i due testi poetici è bene osservare come l’acqua sia la costante di tutta la canzone. Seppure la presenza di questa viene espressa diversamente dai due autori, l’acqua ci accompagna in tutto il corso della lirica, quasi fosse essa stessa a condurci lungo le strofe della poesia, proprio come un fiume: lo stesso lungo il quale Suzanne ci ha accolti all’inizio del brano, lo stesso fiume in cui lasciamo affondare Gesù oppure, secondo la percezione di De Andrè, nel quale non permettiamo che questo naufraghi. Ecco perché il ritornello analizzato nei versi 14-18 viene ripetuto – pur con qualche leggera modifica –, questa volta riferendosi a Gesù invece che a Suzanne.

16. Versi 35 e 36

Now Suzanne takes your hand

And she leads you to the river

16.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale

In questo distico sono presenti parole-chiave che ho analizzato nei versi precedenti, come river. È necessario precisare i significati del verbo lead, i quali delineano ancor più nitidamente i contorni peculiari alla figura di Suzanne. Il verbo significa: 1.) to show the way to, or direct the course of, by going before or along with; conduct; guide; to show (the way) in this manner; 2.) to guide, or cause to follow one, by physical contact, holding the hand, pulling a rope, etc. [to lead a horse by the bridle]; 3.) to conduct (water, steam, rope, etc.) in a certain direction, channel, or the like; 4.) to guide or direct, as by persuasion or influence, to a course of action or thought; to cause; prompt 5.) to proceed at the front of (a parade, etc.); to act as chief officer of; command the operations of (a military unit); to direct operations of (an expedition, etc.); to direct, conduct, or serve as the leader or conductor of (an orchestra, ballet, etc.) (Webster’s 2008).

16.2 Commento culturale

Questa strofa si apre riprendendo la prima strofa del brano poetico proponendo due distici fratelli per la forte somiglianza. Suzanne takes you down / to her place near the river ora diviene Suzanne takes your hand / and she leads you to the river. Questo distico si riallaccia al primo sia strutturalmente (le prime e le ultime parole dei distici in esame sono le medesime), sia semanticamente. Come già spiegato nei paragrafi 2.1 e 2.2, il primo distico può essere diversamente interpretato, mentre il distico in analisi non si presta a numerose interpretazioni. Quest’ultimo ci riporta nuovamente alla figura di Suzanne, riprendendo a raccontare un secondo momento dell’incontro tra Suzanne e l’autore e determinando così una sorta di impianto ciclico del testo.

16.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè

De Andrè traduce il distico come segue: «E Suzanne ti dà la mano / ti accompagna lungo il fiume» riprendendo una delle soluzioni traduttive da me proposte (però per il primo distico) nel paragrafo 2.1.

 

 

17. Versi 37 e 38

She is wearing rags and feathers

From Salvation Army Counters

17.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale

La parola rag significa: «cencio», «brandello», «straccio» (Garzanti 2009). Questi significati sono confermati anche dal Webster’s 2008 che spiega il sostantivo così: 1.) a waste piece of cloth, esp. one that is old or torn; 2.) a small piece of cloth for dusting, cleaning, washing, etc.; 3.) anything considered to resemble a rag in appearance or in lack of value; 4.)[pl.] a) old, worn clothes; b) any clothes: used humorously. La parola feather  vuol dire «piuma», «penna». In inglese si usa soventemente l’espressione to be in high feather; to be in fine feather; to be in good feather come sinonimo di to be in a good mood; to be in good health; to be in good form (Merriam Webster). Probabilmente la parola feather rievoca questi idiotismi nell’immaginario collettivo anglosassone, contribuendo, ancora una volta, a delineare i tratti brillanti e gradevoli della protagonista della poesia.

17.2 Commento culturale

Il fatto che Suzanne sia vestita in modo così stravagante e anticonformista rafforza l’idea paventata da alcuni critici della donna come vagabonda. Sicuramente dà credito all’ipotesi accennata nel paragrafo 4.1, secondo cui l’aggettivo crazy riferito a Suzanne non sia da interpretare univocamente come «pazza», «matta», ma anche come «eccentrica», «fuori di testa», «di carattere». Suzanne potrebbe essere anche una vagabonda che si veste degli stracci e delle piume di coloro che sono stati arruolati nell’esercito della salvezza.

L’esercito della salvezza è un’organizzazione umanitaria, strutturata militarmente. Si presenta come movimento umanitario internazionale fondato nel 1865 dai coniugi William e Catherine Booth che, prendendo le mosse dalla dottrina evangelico-cristiana, si propone di diffondere il messaggio religioso avvicinando gli emarginati sociali e i reietti. Inizialmente sono stati proprio le prostitute, gli alcolizzati, i drogati e altri outsider a essere arruolati in questo esercito. Oggi questa organizzazione rappresenta uno dei più grandi enti umanitari di aiuto sociale. L’esercito della salvezza gestisce negozi che vendono abiti di seconda mano. Il ricavato delle vendite va in beneficienza e da ciò si può desumere che Suzanne si sia vestita con stracci e piume raccattati da uno di questi banconi (counter).

17.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè

«Porta addosso stracci e piume / prese in qualche dormitorio» La versione proposta da De Andrè ancora una volta non coincide precisamente con quella originale. Nel distico italiano non viene fatto alcun riferimento all’esercito della salvezza, ma viene efficacemente evocata la dimensione legata all’emarginazione sociale e alla solitudine degli esclusi citando la realtà dei dormitori, forse più vicina all’immaginario collettivo della cultura ricevente. Questo distico costituisce una sorta di ponte che conduce alla stessa linea poetica di De Andrè, i cui temi principali si incentrano sui reietti e gli emarginati e, più in generale, su tutti gli individui che la società “perbene” fatica ad accettare.

18. Versi 39 e 40

And the sun pours down like honey

On our lady of the harbor

18.1    Ricerca delle parole nel contesto culturale

Il verbo pour down significa: 1.) to flow freely or continuosly or copiously; 2.) to rain heavily; 3.) to rush in a crowd; swarm; 4.) to serve as a hostess at a reception or the like by pouring the tea, coffee, etc. for the guests (Webster’s 2008) e quindi «piovere a dirotto», «diluviare», «cadere (di pioggia)». Invece il sostantivo honey significa certamente: 1.) a thick, sweet, syrupy substance that bees make as food from the nectar of flowers and store in honeycombs ma anche, come risaputo: 2.) sweet one; darling; dear: often a term of affectionate address. Se inteso in senso informale vuole anche dire: 3.) something pleasing or excellent of its kind (Webster’s 2008).

Il sostantivo harbor  significa: 1.) a place of refuge, safety, etc.; retreat; shelter; 2.) a protected inlet, or branch of a sea, lake, etc., where ships can anchor, esp. one with port facilities (Webster’s 2008).

18.2    Commento culturale

Ancora una volta il distico analizzato ricorda indirettamente la dimensione legata all’acqua che latente o esplicita è comunque presente. Il verbo pour down viene sovente usato per indicare qualcosa che viene versato. L’aggettivo pouring viene spesso associato alla pioggia scrosciante (pouring rain). Affermando «il sole si riversa come miele» Cohen fa sì che due piani sensoriali diversi si incontrino in un connubio poetico ben riuscito.

La donna del porto baciata dal sole è sicuramente Suzanne. Nel verso 40 vi è un chiaro parallelismo tra la protagonista della canzone e una delle leggendarie sette meraviglie del mondo: il Colosso di Rodi. Tale statua, situata nel porto di Rodi in Grecia nel III secolo a.C., innalzava una torcia. Secondo alcuni storici questa rappresentava il dio Helios, il dio del Sole che a gambe divaricate poggiava i piedi alle estremità del porto di Mandraki tenendo la torcia. Si presume che la statua si erigesse talmente in alto da fungere da faro, permettendo alle navi di individuare facilmente il porto e di transitare più agevolmente.

Questa immagine tradizionale rispecchia una teoria ormai superata, dato che per garantire il passaggio delle navi le dimensioni della statua (32 metri di altezza) sarebbero state chiaramente insufficienti.

Oltre al Colosso di Rodi, l’espressione lady of the harbor fa riferimento anche a un’altra famosissima statua che si erige sull’acqua (elemento che ritorna per l’ennesima volta), ovvero la Statua della Libertà. Lo scultore che eseguì la grandiosa statua è il francese Auguste Bartholdi, il cui lavoro ha subìto grandemente l’influenza dell’antico e celebre scultore Fidia. Quest’ultimo creava statue gigantesche, effigi di antiche divinità in particolare di Atena e Nemesi, la cui realizzazione è stata in parte influenzata dal Colosso di Rodi. Prima di cominciare a lavorare al progetto della Statua della Libertà, Bartholdi stava cercando un committente per la costruzione di una statua gigantesca della dea Iside (la regina egizia del Cielo) che avrebbe dovuto sovrastare il canale di Suez. Questa doveva raffigurare una donna avvolta in un drappo, la quale avrebbe dovuto tenere alta una torcia. Il progetto non è stato ultimato per mancanza di fondi, ma ha trovato comunque una realizzazione nella Statua della Libertà che ha accolto milioni di emigranti, divenendo uno degli emblemi più conosciuti di libertà e affrancamento.

18.3    Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè

«Il sole scende come miele / su di lei donna del porto»

19. Versi 41 e 42

And she shows you where to look

Among the garbage and the flowers

19.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale

La parola garbage significa: refuse, waste,rubbish, litter; quindi: 1.) spoiled or waste food that is thrown away; 2.) any worthless, unnecessary, or offensive matter (Webster’s 2008).

La parola flower invece: 1.) a.) the seed-producing structure of an angiosperm, consisting of a shortened stem usually bearing four layers of organs, with the leaf like sepals, colorful petals, and pollen-bearing stamens unfolding around the pistils; b) a blossom; bloom; c) the reproductive structure of any plant; 2.) a plant cultivated for its blossoms; flowering plant; 3.) the best or finest part or example [the flower of a country’s youth]; 4.) the best period of a person or thing; time of flourishing; 5.) something decorative; esp., a figure of speech (Webster’s 2008).

19.2 Commento culturale

Suzanne eleva tutto a perfezione. Lei indica dove posare lo sguardo tra i rifiuti e i fiori. Come già accennato al paragrafo 1, Suzanne offre una possibilità di redenzione da una realtà eterogenea in cui i fiori sbocciano accanto ai rifiuti.

19.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè

«E ti indica i colori / tra la spazzatura e i fiori»

La versione che De Andrè ci propone è senza dubbio molto suggestiva e interessante da un punto di vista evocativo e interpretativo. Il cantautore italiano non traduce l’espressione: she shows you where to look con «ti indica dove guardare»; ma piuttosto con l’espressione «ti indica i colori», ovvero, la perfezione della natura, la completezza della diversificazione, la bellezza della moltitudine. Inoltre il sostantivo «colori» fa rima con «fiori» alla fine del secondo verso, riprendendo quest’ultima parola un piano di assonanza non solo fonetica ma anche evocativo-semantica. De Andrè ha ripreso il concetto in uno dei suoi distici più famosi «dai diamanti non nasce niente / dal letame nascono i fior», in chiusura alla celebre canzone Via del Campo scritta nel 1967, appena un anno dopo la pubblicazione di Suzanne.


20. Versi 43 e 44

There are heroes in the seaweeds

There are children in the morning

20.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale

La parola hero significa «eroe», «persona celebre» (Garzanti 2009), o meglio: 1.) Myth Legend: a man of great strenght and courage, favored by the gods and in part discende from them, often regarded as a half-god and worshiped after his death; 2.) any person admired for courage, nobility, or exploits, esp. in war; 3.) any person admired for qualities or achievements and regarded as an ideal or model; 4.) the central male character in a novel, play, poem, etc. with whom the reader or audience is supposed to sympathize; 5.) the central figure in any important event or period, honored for outstanding qualities (Webster’s 2008).

Il Merriam Webster indica l’esistenza della medesima parola ma con l’iniziale maiuscola (Hero) in riferimento a una figura mitologica. Questa è identificabile con: a priestness of Aphrodite at Sestos: her lover, Leander, swims the Hellespont from Abydos every night to be with her; when he drowns in a storm, Hero throws herself into the sea.

20.2 Commento culturale

Il riferimento alla figura mitologica di Èro è abbastanza palese. Anche se in italiano si perde il doppio senso che invece è più lampante nella versione inglese. Probabilmente in questo distico Cohen allude alla presenza di Èro che, affogata per riunirsi all’amore perduto, continua a vivere nelle acque e in tutti gli elementi che le abitano. Ancora una volta si fa accenno alla personificazione delle forze della natura, come nel verso 12.

Ma gli eroi a cui Cohen allude possono anche essere persone comuni, che vivono situazioni precarie – e sono metaforicamente impigliati nelle alghe, spesso rigettate dal mare stesso che le ha partorite – e quindi lottano in silenzio per la sopravvivenza. A questo proposito può essere interessante fare un parallelismo con la canzone italiana di Caparezza Sono un eroe (storia di Luigi delle Bicocche). Anche se questa è stata scritta recentemente, esprime bene una delle possibili linee guida sottintese dal distico in analisi anche perché approfondisce temi che non possono certo essere ascritti a una data epoca.

Il verso 44 rappresenta invece un tripudio di speranza e dolcezza. L’immagine dei bambini (simbolo del futuro e di ciò che deve ancora essere stabilito e determinato) nel mattino è indubbiamente una scena di impatto evocativo molto forte e la cui interpretazione dipende dalla soggettività di ognuno proprio perché parla differentemente alla dimensione emotiva personale di ciascuno.

20.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè

«Scopri eroi tra le alghe marce / e bambini nel mattino»

In questo distico De Andrè ripropone il paradigma della perfezione analizzato nei paragrafi precedenti. Il cantautore italiano delinea le alghe in modo più connotativo aggiungendo l’aggettivo «marce» e rendendole così ancor più ripugnanti delle alghe descritte in modo abbastanza neutrale dallo stesso Cohen.


21. Versi 45, 46 e 47

They are leaning out for love

And they will lean that way forever

While Suzanne holds the mirror

21.1 Ricerca delle parole nel contesto culturale

Il verbo lean significa: 1.) to bend or deviate from an upright position; stand at a slant; incline; 2.) to bend or incline the body so as to rest part of one’s weight upon or against something; 3.) to depend for encouragement, aid, etc.: rely (on or upon); 4.) to have a particular mental inclination, tend (toward or to a certain opinion, attitude, etc.); 5.) Slang: to pressure, as by using influence or intimidating (Webster’s 2008). Lean out significa quindi:«sporgersi». (Garzanti 2009). Il sostantivo mirror invece significa: 1.) a smooth surface that reflects the images of object; esp., a piece of glass coated on the reverse side as with silver or amalgam; 2.) anything that gives a true representation or description; 3.) Rare: something to be imitated or emulated; model; 4.) Archaic: a crystal used by fortune-tellers, sorcerers, etc.; 5.) give or show a likeness of (Webster’s 2008).

21.2 Commento culturale

In questo distico Cohen rivolge l’attenzione a un’altra categoria di “deboli e indifesi”: i bambini. Questi ultimi, comparsi (nel mattino) già nel distico precedente, ora si sporgono, si protendono all’amore e così faranno per sempre. Questa espressione di eternità pare voler indicare l’esistenza di un ordine che governa tutte le cose e al quale sono soggetti anche i più piccoli. In base a questa rappresentazione mentale tutti i bambini dell’umanità passata, presente e futura hanno un bisogno spasmodico di amore anelando ad amare ed essere amati.

Mentre l’essenza di speranza e futuro si protrae verso l’amore, Suzanne regge lo specchio. Evidentemente con questa metafora Cohen vuole indicare, facendo ancora una volta riferimento all’acqua, che Suzanne dirige la scena in una sorta di regia forse surrealista e onirica, ma altamente evocativa e profondamente suggestiva.

21.3 Raffronto con la traduzione di Fabrizio De Andrè

«che si sporgono all’amore / e così faranno sempre / e Suzanne regge lo specchio»

La traduzione proposta da De Andrè è parola per parola e quindi semanticamente molto vicina al testo originale, poiché – come già accennato per i versi 8 e 9 – se il testo è molto astratto risulta più difficile e rischioso fornire una traduzione che incanala rigidamente le possibilità interpretative.

 

 

22. Riferimenti bibliografici

 

 

 

[o.b.1] 

 

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 [o.b.1]aggiungere autore titolo anno eccetera

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