Shoah non si traduce olocausto

Le notizie che circolano sono anche questione di moda. Ora, la moda è parlare della postverità (a proposito, colleghi e amici e compagni: la lingua italiana prescrive che i prefissi – come post- – non siano scritti isolati dalla parola che segue: non sono parole a sé stanti!). Ma alla postverità ci siamo arrivati con passo lento e costante da montanaro, partendo più di settant’anni fa con l’uso improprio, oltraggioso, scandaloso della parola «olocausto».

Una premessa è doverosa. Il senso delle parole si evolve, perché la cultura non è una cosa, ma un organismo vivente. Ricordo che nel 1987, quando entrai per la prima volta negli uffici della Digital Equipment Corporation per ricevere un testo da tradurre, il funzionario mi spiegò che avrei incontrato la parola «rete», ma che non si trattava di quella dei pescatori. Oggi viene da sorridere, ma trent’anni fa era una precisazione necessaria.

Ciò non toglie che le parole, anche nel loro senso attuale, conservino in sé la memoria culturale della propria origine, una sorta di pedigree che attesta attraverso quali metafore sono giunte a significare quello che significano oggi. Le metafore, prima ancora che figure retoriche o tropi, sono il modo in cui si evolve il senso delle parole. La puntura del tafano, con due diverse metafore, ha generato le parole «assillo» (da asilus, tafano in latino) ed «estro» (da oìstros, tafano in greco).

Ci sono però delle derivazioni metaforiche di parole entrate nell’uso che contengono una stortura alla base, ed è questo il caso della parola «olocausto» applicata in modo erroneo alla shoàh. [...]

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Diversamente negazionisti

La nostra epoca a volte è definita postideologica. Questo è dovuto al fatto che qualcuno comincia a sospettare che, nella canzone «Destra-sinistra» (1994), Giorgio Gaber fosse semplicemente ironico quando diceva che «Fare il bagno nella vasca è di destra/far la doccia invece è di sinistra». Sapendo che forse era ironico, alcuni hanno trovato nel dizionario la definizione di «ironia» come «dire il contrario», e hanno pensato che la doccia fosse di destra e il bagno di sinistra.
Ma poi è arrivato un Líder Maximo de noantri che ha stabilito che il fatto stesso di …

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La volgarità del consueto

La “volgarità” del consueto

La realtà che percepiamo – che i più ingenui tra noi chiamano «oggettiva» – è filtrata dalla presenza e dalla genericità delle categorie che il nostro sistema culturale ha deciso di creare per noi. Si tende a non vedere ciò che non è previsto e a vedere ciò che è previsto. Anche noi mediatori linguistici e culturali a volte subiamo questo malinteso quando ci prendono per esperti di lingue.
La categoria «lingue» è presente nel nostro sistema culturale nella categoria degli accessori di comunicazione. Abbiamo il citofono, le cartoline, le lingue: intorno al tribunale ci sono negozi che riportano sull’insegna «copisteria traduzioni fax». Ma la categoria «mediazione» manca, o meglio c’è ma in altri campi, come la giurisprudenza e la [continua a leggere]

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Questo articolo è stato pubblicato il 2 marzo 2017 qui http://www.laltiero.it/la-volgarita-del-consueto/ sulla rivista «L’Altiero» diretta da Fabio Zanchi nella rubrica «Il senso delle cose».

«L’Altiero», Giovani per l’Europa, è il magazine online della Civica Scuola Interpreti e Traduttori “Altiero Spinelli”