Shoah non si traduce olocausto

Le notizie che circolano sono anche questione di moda. Ora, la moda è parlare della postverità (a proposito, colleghi e amici e compagni: la lingua italiana prescrive che i prefissi – come post- – non siano scritti isolati dalla parola che segue: non sono parole a sé stanti!). Ma alla postverità ci siamo arrivati con passo lento e costante da montanaro, partendo più di settant’anni fa con l’uso improprio, oltraggioso, scandaloso della parola «olocausto».

Una premessa è doverosa. Il senso delle parole si evolve, perché la cultura non è una cosa, ma un organismo vivente. Ricordo che nel 1987, quando entrai per la prima volta negli uffici della Digital Equipment Corporation per ricevere un testo da tradurre, il funzionario mi spiegò che avrei incontrato la parola «rete», ma che non si trattava di quella dei pescatori. Oggi viene da sorridere, ma trent’anni fa era una precisazione necessaria.

Ciò non toglie che le parole, anche nel loro senso attuale, conservino in sé la memoria culturale della propria origine, una sorta di pedigree che attesta attraverso quali metafore sono giunte a significare quello che significano oggi. Le metafore, prima ancora che figure retoriche o tropi, sono il modo in cui si evolve il senso delle parole. La puntura del tafano, con due diverse metafore, ha generato le parole «assillo» (da asilus, tafano in latino) ed «estro» (da oìstros, tafano in greco).

Ci sono però delle derivazioni metaforiche di parole entrate nell’uso che contengono una stortura alla base, ed è questo il caso della parola «olocausto» applicata in modo erroneo alla shoàh. [...]

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Diversamente negazionisti

La nostra epoca a volte è definita postideologica. Questo è dovuto al fatto che qualcuno comincia a sospettare che, nella canzone «Destra-sinistra» (1994), Giorgio Gaber fosse semplicemente ironico quando diceva che «Fare il bagno nella vasca è di destra/far la doccia invece è di sinistra». Sapendo che forse era ironico, alcuni hanno trovato nel dizionario la definizione di «ironia» come «dire il contrario», e hanno pensato che la doccia fosse di destra e il bagno di sinistra.
Ma poi è arrivato un Líder Maximo de noantri che ha stabilito che il fatto stesso di …

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Ilaria Binda, Eureka! L’abduzione come intuizione traduttiva. Dinda L. Gorlée, On Translating Signs Exploring Text and Semio-Translation

Eureka! L’abduzione come intuizione traduttiva
Dinda L. GORLÉE, On Translating Signs Exploring Text and Semio-Translation

ILARIA BINDA

Scuole Civiche di Milano
Fondazione di partecipazione
Dipartimento Lingue
Scuola Superiore per Mediatori Linguistici
Via Alex Visconti, 18 20151 MILANO

Relatore Prof. Bruno OSIMO

Diploma in Scienze della Mediazione Linguistica
Autunno 2005

© Editions Rodopi, Amsterdam – New York, NY 2004

© Ilaria Binda per l’edizione italiana 2005

ABSTRACT IN ITALIANO

Il testo oggetto di traduzione è tratto dal saggio On Translating Signs – Exploring Text and Semio-Translation di Dinda L. Gorlée. Il brano affronta il tema dell’abduzione, un concetto fondamentale inventato da C. S. Peirce nel 1866. Con ciò Peirce ha ampliato la dicotomia tradizionale (deduzione e induzione) in una tricotomia nella quale l’abduzione gioca un ruolo preliminare ed importante. La traduzione del testo in esame può apparire complicata a causa della sua settorialità. Per questo motivo, è necessario che il traduttore conosca la traduzione esatta di espressioni inglesi quali «thought-signs», «text-signs» e così via. Il testo contiene inoltre un neologismo, coniato dall’autrice stessa: «semiotranslation». Per la traduzione di parole o espressioni di questo tipo sono stati consultati i testi paralleli. Per sviluppare una strategia traduttiva il più possibile appropriata, si sono presi in considerazione i seguenti elementi: il lettore modello e la dominante sia del prototesto che del metatesto. Il lettore modello potrebbe essere un esperto del settore, un ricercatore o uno studente avanzato. Deve possedere non solo conoscenze teoriche pregresse sull’argomento ma anche conoscenze multidisciplinari, dato che il testo è ricco di rimandi ad altre discipline (ad es. la psicologia) e altri autori (Toury, Eco, ecc.). Prototesto e metatesto hanno una funzione informativa. La dominante è il contenuto semantico puro; quindi lo stile dell’autrice è stato parzialmente sacrificato per trasmettere in modo chiaro il significato del testo. L’ultima parte dell’analisi traduttologica è dedicata al residuo traduttivo e alla gestione di tale residuo. Il prototesto contiene parole e/o espressioni di difficile traducibilità: in questi casi, si sono predisposte delle note allo scopo di spiegare le singole scelte traduttive.

ENGLISH ABSTRACT

The text translated in the present work is taken from the essay On Translating Signs – Exploring Text and Semio-Translation by Dinda L. Gorlée. The passage deals with abduction, an important Peircean concept which Peirce devised in 1866. He expanded the traditional dichotomy (deduction and induction) to a trichotomy where abduction plays a preliminary but vital role. The translation of a text such as this poses problems of sectoriality. For this reason the translator must know the exact translation of English expressions such as “thought-signs”, “text-signs” and so on. The text also contains a neologism which was created by the author: “semiotranslation”. As far as the translation of such words or expressions is concerned, equivalent texts have been consulted. In order to formulate the most appropriate translation strategy, the following elements have been taken into consideration: the kind of reader the text is addressed to and the dominant both in the source and in the target text. The passage is addressed to an expert on the subject, a researcher or an advanced student. He/She must have previous theoretical knowledge of the subject and multidisciplinary knowledge, too, as the text is full of references to other subjects (e.g. psychology) and authors (e.g. Toury, Eco, etc.). Source and target texts have the same informative function. The dominant of the present translation is the pure semantic content, therefore the author’s style of writing has been partly sacrificed in order to convey the meaning as clear as possible. The last part of the present translation analysis is dedicated to translation loss and its management. In the source text there are words or expressions with no Italian equivalents: in these cases, notes have been included in the target text in order to explain translation choices.

DEUTSCHES ABSTRACT

Der in dieser Diplomarbeit übersetzte Text entstammt dem von Dinda L. Gorlée verfassten Aufsatz On Translating Signs – Exploring Text and Semio-Translation. Der Text befasst sich mit der Abduktion, einem sehr wichtigen Begriff, der im Jahr 1866 von Charles S. Peirce eingeführt wurde. Damit dehnte Peirce die traditionelle Dichotomie (Deduktion und Induktion) auf eine Trichotomie aus, in der die Abduktion eine wichtige Präliminarrolle spielt. Die Übersetzung des vorliegenden Originaltextes könnte kompliziert erscheinen, weil er branchenspezifischen Charakter besitzt. Aus diesem Grunde war es notwendig, dass der Übersetzer die präzise Übersetzung englischer Ausdrücke, wie z.B. „thought-signs“, „text-signs“ u.s.w. kannte. Außerdem enthielt der Originaltext einen von der Autorin selbst geprägten Neologismus: „semiotranslation“. Zur Übersetzung solcher Wörter und Ausdrücke wurden Paralleltexte herangezogen. Um die richtige Übersetzungsstrategie zu erarbeiten, wurden folgende Elemente berücksichtigt: der Idealleser und die Dominante sowohl des Originaltextes als auch des übersetzten Textes. Der Idealleser könnte ein Experte, ein Froscher oder ein fortgeschrittener Student sein. Er muss jedoch nicht nur theoretische Vorkenntnisse zum Thema haben, sondern über ein multidisziplinäres Wissen verfügen, weil der Text reich an Hinweisen auf andere Fachgebiete (wie z.B. Psychologie) und Autoren (wie z.B. Toury, Eco, u.s.w.) ist. Beide Texte – der englische wie der italienische – haben eine informative Funktion. Die Dominante ist somit der Bedeutungsinhalt. Aus diesem Grunde wurde der Stil der Autorin teilweise geopfert, um die inhaltliche Bedeutung des Textes klar und deutlich in die Ankunftssprache zu übertragen. Der letzte Teil dieser Übersetzungsanalyse ist den Übersetzungsverlusten und dem Umgang damit vorbehalten. Im Originaltext gab es Wörter und Ausdrücke, für die es keine italienische Übersetzung gab. In diesem Fall wurden erklärende Fußnoten eingefügt.

SOMMARIO

1. Prefazione 2
1.1. L’autrice 2
1.2. Vita e opere di C. S. Peirce 2
1.3. Analisi traduttologica 4
1.3.1 Prototesto: problemi di traducibilità a priori 4
1.3.2 Lettore modello 7
1.3.3 Dominante 7
1.3.4 Strategia traduttiva 8
1.3.5 Residuo traduttivo 10
1.3.6 Gestione del residuo traduttivo 15
2. Traduzione 17
Bibliography 41
Riferimenti bibliografici 44
Bibliografia 45

Ai miei genitori e
a mia sorella

PREFAZIONE

1. L’autrice

La porzione di testo che ho deciso di tradurre è tratta dal saggio On Translating Signs, Exploring Text and Semio-Translation di Dinda L. Gorlée.
L’autrice del testo considerato è una studiosa austriaca attualmente sullo scenario della traduttologia, specificatamente per quanto concerne l’analisi del pensiero di Peirce. Ha infatti dedicato molte ricerche alle applicazioni possibili di tale pensiero alla traduttologia e ha analizzato la traduzione (traducibilità) dal punto di vista della semiotica di Peirce.

2. Vita e opere di C. S. Peirce

Charles Sanders Peirce (1839 Cambridge [MA] – 1914 Milford [PE]), filosofo statunitense e fondatore della moderna semiotica, è considerato il primo teorizzatore del pragmatismo. I suoi scritti coprono un arco di tempo di circa mezzo secolo e per la maggior parte sono articoli e recensioni. Gli argomenti trattati da Peirce spaziano dalla matematica all’economia, dalla filosofia della scienza alla logica, dalla psicologia all’antropologia, dalla storia della scienza alla semiotica. E’ naturale che lo sviluppo del pensiero peirceano abbia avuto come controparte una mole impressionante di scritti, in parte pubblicati sotto forma di articoli in riviste scientifiche, ma per la maggioranza rimasti inediti sino alla metà del XX secolo. Tuttavia, ancora oggi gran parte degli scritti rimane inedita e le edizioni esistenti sono, come detto, perlopiù postume, due fattori che ostacolano in parte la diffusione del suo pensiero.
La prima formulazione delle tesi fondamentali del suo sistema appare in due articoli del 1877-78 sulla rivista Popular Science Monthly (The Fixation of Belief e How to Make our Ideas Clear), dove il motivo conduttore è la ricerca del «senso» delle nostre idee che va visto nell’esperienza (abbandonando quindi ogni conoscenza di tipo aprioristico o metafisico): ma questo non nel senso dell’empirismo tradizionale. Il concetto dell’esperienza infatti implica un carattere di apertura al futuro, e non una semplice rielaborazione e riorganizzazione di dati. Il suo valore – e quindi il valore di ogni indagine razionale – è nello stabilire una credenza intorno al suo oggetto; credenza sempre fallibile e che perciò necessita sempre di ulteriori ricerche e analisi; il procedimento razionale è di conseguenza un processo di autocorrezione e di autointegrazione. Ma, esattamente, che cos’è questa «credenza» intorno a un oggetto? È – dice Peirce – l’insieme degli effetti che essa può avere sull’azione del soggetto che l’ha formulata e che la possiede; il valore e il significato di un’idea stanno nel suo effetto per l’azione, sicché ne risulta un criterio pragmatistico del senso e del significato delle idee e delle cose. A prima vista può sembrare che questo criterio introduca una riduzione della verità alla credenza, e quindi un relativismo conoscitivo; ma la vera portata delle tesi di Peirce si comprende se si osserva come, al contrario, il criterio di verità e la metodologia di ricerca da lui stabilita si rivelino estremamente fecondi in quanto ammettono – contro ogni necessitarismo e ogni apriorismo – una giusta dimensione probabilistica del procedimento scientifico e una conseguente più vasta apertura di orizzonti. Infatti le preoccupazioni fondamentali e costanti del pensiero di Peirce, e particolarmente nella sua fase più matura, sono sempre quelle concernenti il senso e il significato; sicché egli, più tardi, di fronte alle diverse forme – abbastanza lontane dal nucleo centrale del suo pensiero -, che il pragmatismo veniva assumendo con James e con Schiller, preferì mutare il nome della sua filosofia, definendola pragmaticismo, e volle mantenere strettamente unite azione e conoscenza, proprio perché il senso e il significato di una teoria consistente nel complesso delle credenze e degli interessi non si riducesse pura molla per l’azione ma costituisse con essa un tutto unico.
Nonostante non abbia mai affrontato direttamente il tema della traduzione interlinguistica, Peirce ha fornito un contributo fondamentale alla scienza della traduzione. Lo studioso ha utilizzato spesso la parola «traduzione» per riferirsi a quel processo tramite il quale è possibile ricavare significato da un segno. Secondo Peirce, «un segno, o representamen, è qualcosa che sta per qualcosa per qualche aspetto o capacità» e che «si rivolge a qualcuno, ossia crea nella mente di quella persona un segno equivalente, o forse un segno più sviluppato» (CP 2, 228). In altre parole, esiste una triade segno-oggetto-interpretante, dove per «interpretante» si intende quell’immagine mentale che un segno produce in noi. Qualunque processo di significazione, o semiosi, ha questi tre vertici: segno, oggetto, interpretante.
Un altro caposaldo della logica peirceana è il principio del ragionamento chiamato «abduzione» ed è proprio su questo concetto che si basa il testo che ho deciso di tradurre. Fino a Peirce, i tipi di ragionamento logico presi in considerazione erano due, ossia la deduzione e l’induzione. Il ragionamento deduttivo è il sillogismo caratterizzato dal minor tasso di creatività e dal maggior tasso di sicurezza delle conclusioni (a patto che siano vere le affermazioni contenute nelle premesse), mentre il ragionamento induttivo è caratterizzato da un maggior tasso di creatività e da un minor tasso di sicurezza delle affermazioni (anche a patto che siano vere le affermazioni contenute nelle premesse). La logica che secondo Peirce occorre attivare nel momento in cui si tratta di ricavare significato da un testo è l’abduzione. Anziché partire da un caso per enunciare una regola (induzione), o partire da una regola per enunciare un risultato (deduzione), si risale, per inferenza, da un risultato a un caso, a un antecedente. L’abduzione è il ragionamento meno sicuro e più creativo.
Tra le opere più importanti di Peirce ricordiamo: Chance, Love and Logic (1923, postumo), Principles of Philosophy, Elements of Logic, The Simplest Mathematics, Pragmatism and Pragmaticism, Scientific Mathematica, stampate postume tra il 1931 e il 1935.

3. Analisi traduttologica

3.1 Prototesto: problemi di traducibilità a priori

Da un’analisi del prototesto, si può affermare che, in generale, i problemi di traducibilità sono perlopiù legati alla culturospecificità del testo. Data la settorialità del prototesto in questione, è necessario che colui che si accosti alla traduzione possieda non solo competenze linguistiche e traduttologiche avanzate, ma che conosca in maniera abbastanza approfondita le teorie che stanno alla base dell’intenzione comunicativa dell’autrice e quindi il settore di appartenenza del prototesto. Sono molteplici, infatti, i rimandi al pensiero peirceano così come i riferimenti ad altri autori che hanno fornito un importante contributo alle teorie esposte. Gli autori e le opere citate spesso sono appartenenti a paesi e culture diverse da quella di Gorlée. Basti pensare alle citazioni da Toury, Tursman, Koller, etc. I rimandi intertestuali e intratestuali contribuiscono perciò a rendere più complesso il testo.
E’ ovvio dunque che bisogna prestare particolare attenzione alla traduzione di termini specifici quali «source text» e «target text» oppure «target language», «target culture», «target-code». Se in altri ambiti il termine «target» può essere mantenuto nella lingua originale, qui è necessario trovare il traducente esatto, in quanto si tratta di tradurre concetti condivisi dalla comunità di esperti del settore. Quando il prototesto è particolarmente settoriale, è necessario che il traduttore sappia che determinati concetti, espressi in modo diverso da come è consuetudinario fare, possono determinare un effetto di straniamento nel lettore del metatesto. Per ovviare a questo problema, si devono consultare i cosiddetti «testi paralleli», ossia testi del settore scritti originariamente nella lingua e nella cultura ricevente. In questo modo il traduttore verrà a conoscenza, ad esempio, della traduzione più appropriata delle locuzioni inglesi «source text» e «target text» ed eviterà pertanto di usare parole terminologicamente imprecise.
Anche espressioni quali «thought-signs», «text-sign», «image-ideas» o «word-images» possono creare problemi di traducibilità se non si conoscono i corrispettivi nella lingua ricevente. Ancora una volta, i testi paralleli rappresentano una risorsa preziosa per giungere agli esatti traducenti italiani.
Inoltre, mi sembra importante sottolineare che nel prototesto ricorre più volte la parola «semiotranslation», termine coniato dalla stessa autrice e introdotto poi nel gergo scientifico. E’ necessario che il traduttore compi delle ricerche appropriate riguardo alle opere e al pensiero di Gorlée per conoscere il giusto traducente di tale neologismo. Nel secondo capitolo di On Translating Signs, Exploring Text and Semio-Translation, è l’autrice stessa che definisce «semiotranslation» come «un processo unidirezionale, orientato al futuro, cumulativo ed irreversibile, una rete crescente che non deve essere dipinta come un’unica linea proveniente da un prototesto indirizzata verso un metatesto designato. Dobbiamo invece considerare tutte quelle linee traduttive che si irradiano in tutte le direzioni, da uno stato iniziale a stati finali di valore variabile. La “semiotranslation” avanza, in e per circostanze diverse, verso una maggiore razionalità, complessità, coerenza, chiarezza e determinatezza, armonizzando progressivamente le traduzioni caotiche, disorganizzate e problematiche (gli elementi e/o gli aspetti delle traduzioni) e neutralizzando quelle dubbiose, depistanti e false.»
Nel paragrafo del prototesto dedicato all’eureka, Gorlée fa riferimento, mediante l’utilizzo dell’avverbio «playfully», all’idea della traduzione come gioco. La comprensione del vero significato dell’avverbio può creare problemi di traducibilità se non si conosce la teoria che vi sta alla base. E’ necessario innanzitutto premettere che in matematica esiste una teoria, detta «teoria dei giochi» che rientra in quella disciplina perché prevede la formalizzazione dei passaggi logici che avvengono durante il gioco. I giochi vengono classificati da un punto di vista logico a seconda che prevedano determinati tipi di informazione (perfetta/imperfetta, completa/incompleta). Fino al 1966 a nessuno era venuto in mente che questo ramo della matematica e della logica potesse avere qualcosa a che vedere con la scienza della traduzione, anche perché tradizionalmente la traduzione, in quanto considerata sottoinsieme della linguistica, era annoverata tra le discipline umanistiche, che spesso tendono ancora oggi a essere divise da quelle cosiddette “scientifiche”. Secondo questa teoria, la traduzione è considerata un insieme di mosse in un gioco, ossia situazioni consecutive che costringono il traduttore a scegliere tra un certo numero, solitamente ben definibile, di alternative. Considerando, per esempio, la scelta del traducente di una singola parola del prototesto, il traduttore presumibilmente passa in rassegna i traducenti possibili prima di decidere quale soluzione adottare. Per questi motivi, dal punto di vista della teoria matematica dei giochi, la traduzione è un gioco a informazione completa: «ogni mossa successiva è influenzata dalla conoscenza delle decisioni precedenti e dalla situazione che ne è derivata». Per fare un esempio pratico – che è lo stesso a cui fa riferimento anche Gorlée nel prototesto – la traduzione somiglia a una partita a scacchi. Nella realtà della traduzione, infatti, il traduttore deve scegliere spesso tra un numero elevato di alternative. Una delle possibilità consisterebbe – almeno in teoria – nel tenere conto di tutte le decisioni derivanti da una certa scelta, e quindi, basandosi sulla poetica del testo da tradurre, cercare di stabilire un ordine gerarchico degli elementi per importanza, ossia una sorta di gerarchia di dominante e sottodominanti. Ognuna delle scelte e delle decisioni che ne derivano dà luogo a una «partita» diversa, che nel campo traduttivo si chiama «versione». Levý vede il processo traduttivo come il susseguirsi di istruzioni definizionali e istruzioni selettive. L’istruzione definizionale produce un paradigma di scelte possibili, quella selettiva comporta la scelta all’interno del paradigma.

3.2 Lettore modello

Dall’analisi del prototesto si ricava un’informazione essenziale: il destinatario, il lettore modello del metatesto. L’individuazione del profilo del lettore modello del prototesto è essenziale alla strategia traduttiva.
Il traduttore infatti, nell’elaborare la propria strategia traduttiva, proietta il prototesto su un lettore modello, o meglio sull’idea che il traduttore si fa di quello che potrà essere il lettore tipo del metatesto.
Nel nostro caso, il lettore modello potrebbe essere un tecnico del settore, un ricercatore o uno studente avanzato. La settorialità del prototesto presuppone che il lettore abbia una conoscenza teorica pregressa sull’argomento, ossia sulle teorie peirceane e sulla semiotica in senso lato. Ma non solo. Il testo da tradurre è ricco di rimandi e riferimenti ad altre discipline, tra cui la psicologia, e quindi il lettore deve possedere anche delle conoscenze multidisciplinari che gli permettano una corretta fruizione del testo.
Il lettore modello è una persona colta, in grado di comprendere la sintassi a tratti complessa e il linguaggio utilizzato dall’autrice del prototesto e quindi dal traduttore/autore del metatesto.
La conoscenza del settore in questione porta, da parte del destinatario, a dare per scontati e per impliciti determinati aspetti dell’argomento trattato. Il traduttore deve tener presente che l’efficacia della comunicazione si basa, infatti, su un giusto equilibrio tra comunicazione ridondante e comunicazione incompleta.

3.3 Dominante

L’individuazione della dominante del prototesto (e quindi anche del metatesto) è un passo fondamentale per pianificare la strategia traduttiva più adatta affinché il messaggio che l’autrice del prototesto vuole trasmettere giunga il più possibile integro al lettore del metatesto.
Il prototesto in questione è tratto da un saggio ed ha pertanto una funzione eminentemente informativa: Gorlée, attraverso quest’opera, intende diffondere un sapere. Mi è sembrato corretto cercare di creare un metatesto in grado di esplicare la medesima funzione.
Per questo motivo, la finalità principale della presente traduzione è quella di rendere in modo chiaro il contenuto, il pensiero e le intuizioni dell’autrice del prototesto. Durante il processo traduttivo ho prestato particolare attenzione a non travisare il significato del testo da tradurre, sia nella sua globalità che nelle singole parti, parafrasando, ove necessario, a scapito dello stile dell’autrice.
Alla luce di quanto affermato finora, si può dire che la dominante della traduzione interlinguistica presa in esame è il contenuto semantico puro, mentre la sottodominante risulta lo stile di Gorlée, che è stato parzialmente sacrificato alla suddetta finalità primaria della traduzione.
Nelle decisioni traduttive, ho scelto di dare priorità alla terminologia che, nel prototesto e quindi anche nel metatesto, risulta estremamente importante per garantire la specificità e l’univocità dell’informazione.
Nel caso in cui il prototesto presenti un livello di specializzazione abbastanza elevato, i termini specifici, generalmente, hanno un solo traducente nelle lingue riceventi; ma, grazie al fenomeno dei prestiti intersettoriali, può accadere che in una certa lingua il termine di un settore sia preso in prestito da un altro. «Insight» è un esempio di termine che è entrato a far parte del vocabolario nel settore della psicologia, ma che può trovare applicazione anche in ambito traduttologico, come dimostra il prototesto in esame.

3.4 Strategia traduttiva

La strategia traduttiva deve assolutamente tener conto della tipologia testuale a cui appartiene il prototesto (e quindi il metatesto) e del lettore modello che si è scelto. Essa viene inoltre elaborata in funzione della dominante che si è individuata.
Solitamente la strategia traduttiva più utilizzata è quella dell’esplicitazione, molto utile nel caso in cui il traduttore non riesca a trovare un traducente «azzeccato» per una possibile parola oppure nel caso in cui risulti problematica la traduzione di una determinata porzione di testo nella lingua ricevente.
Un esempio di applicazione di tale strategia nel metatesto in esame è la traduzione della seguente parte di prototesto: « […] it focuses on the role of a translator, who is involved in a mental activity closely linked with abduction, in a doing-and-making by more than trial and error.» Qualsiasi traduttore, nel caso specifico, capirebbe perfettamente il senso che le parole del prototesto vogliono trasmettere. Purtroppo però questo non risulterebbe altrettanto chiaro al lettore del metatesto qualora si decidesse di lasciare inalterata in particolare la struttura dell’ultima parte della frase. Allora, ho deciso di esplicitarne il senso parafrasando come segue: « […] si concentra sul ruolo del traduttore che è coinvolto in un’attività mentale strettamente correlata all’abduzione e che procede sia in senso astratto che in senso concreto non solo per prove ed errori.» La strategia esplicativa assolve così l’importante compito che la traduzione deve assolvere, ossia quello di trasmettere in modo chiaro il significato del prototesto.
Un altro esempio di applicazione della strategia dell’esplicitazione è la traduzione della porzione di prototesto qui di seguito riportata: «He considered the belief that knowledge may be private and independent from any previous knowledge as the basis of Cartesianism in all its guises and disguises.» Procedere con una traduzione letterale dell’ultima parte della frase era impensabile; pertanto, anche in questo caso, ho deciso di esplicitarne il significato come segue: «Considerava che la convinzione che la conoscenza possa essere privata e indipendente da qualsiasi conoscenza pregressa fosse la base del cartesianismo in tutte le sue forme esplicite ed implicite.» Ancora una volta, ho deciso di parafrasare al fine di rendere chiaro, al lettore del metatesto, il significato della frase.
In alcuni casi, in fase di traduzione del prototesto ho scelto di conservare nella lingua originale una determinata parola che presentava particolari problemi di traduzione. Un esempio è «at-homeness», termine che è stato trasferito senza alcuna modifica dal prototesto al metatesto. Tra i vari traducenti possibili, vi era il termine «accasamento» derivante da un tentativo di traduzione il più possibile letterale della parola inglese. Tale termine nella lingua ricevente significa però «l’accasare, l’accasarsi», ossia «mettere su casa, sposarsi». Appare ovvio che se avessi optato per una traduzione di questo tipo, avrei commesso un errore di senso. La soluzione migliore che ho scelto di adottare in ultima istanza è stata pertanto quella di conservare il termine inglese, che di certo crea un residuo, ma che indubbiamente rende meglio l’idea che l’autrice intendeva esprimere nel prototesto.

3.5 Residuo traduttivo

Il processo traduttivo che è stato posto in essere è quello della traduzione verbale interlinguistica. Il prototesto è in un codice naturale, la lingua inglese, e la sua trasformazione in metatesto è di carattere testuale in quanto sia prototesto che metatesto si presentano sottoforma di testi verbali. Il processo traduttivo non può non tener conto del fatto che ogni atto comunicativo comporta un residuo e che tale residuo serve in parte a completare il suddetto processo.
Dopo aver individuato qual è la dominante del metatesto e qual è il lettore modello a cui questo testo si rivolge, ho elaborato e attuato una strategia traduttiva (descritta nel paragrafo precedente) che ha lo scopo di trasformare nuovamente in parole il messaggio contenuto nel prototesto. E’ in questa fase di riverbalizzazione che si crea residuo, ossia quella parte di prototesto che ho deciso di tradurre in modo metatestuale, sottoforma di apparato critico, note, etc.
A questo punto occorre puntualizzare che, in caso di residuo, il traduttore deve predisporre due metatesti: il primo è il testo tradotto, mentre il secondo è l’insieme dei testi di accompagnamento della traduzione vera e propria. Colui che si accosta alla traduzione deve fare il possibile per esprimere nel (secondo) metatesto tutto ciò che non è traducibile in modo diretto nel testo tradotto. Nell’ultima fase del processo traduttivo questi due metatesti si uniscono e il metatesto diventa uno solo, ossia la coesione di entrambi i testi (traduzione adeguata + apparati ed extra testi).
Il presente paragrafo ospita l’analisi di quelle parti del messaggio che non sono state convogliate in modo immediato e ne spiega la ragione. Quello seguente procederà con la descrizione delle soluzioni adottate e delle tecniche utilizzate per la gestione di tale residuo traduttivo.
Qui di seguito è riportato un elenco di esempi di termini ed espressioni che hanno creato residuo:

- il termine «insight», che ricorre più volte all’interno del prototesto, ha creato problemi di traducibilità.
L’«insight» è un concetto di difficile definizione, certamente non nuovo alla psicologia. Deve le sue origini principalmente alle teorie della Gestalt. Secondo gli esponenti di questa corrente l’«insight» si riferisce all’«improvvisa consapevolezza di una nuova soluzione di un nuovo problema» (Darley,1998) e una delle caratteristiche più significative sarebbe rappresentata dalla sua imprevedibilità. Il termine è stato poi ripreso dalla psicologia clinica, per assumere nuove sfaccettature di significato. Un utilizzo molto interessante è quello che ritroviamo all’interno della psicoanalisi dove, avendo comunque mantenuto la sua accezione originaria di «lampo improvviso», di soluzione inaspettata e folgorante, ha assunto una serie di connotazioni di volta in volta vicine alla comprensione emotiva, o alla comprensione intellettiva, contribuendo così alla vaghezza del termine (Sacerdoti, Spacal, 1985).
Nel lessico psichiatrico, l’«insight» definisce il grado di consapevolezza della malattia, anche se non vi è tuttora una completa univocità sulla sua definizione. Storicamente questo termine fa la prima comparsa in ambito psichiatrico nel 1836, nel Lehrbuch der Psichiatrie di Krafft-Ebing, come «einsichtslos» (ossia «privo di comprensione») proprio per indicare la incapacità del paziente di riconoscere la sua condizione delirante. Uno dei primi autori ad andare alla ricerca di una definizione del termine nella psicosi è Aubrey Lewis nel 1934. In un articolo pubblicato sul British Journal of Medical Psychology, Lewis riesce a dare una visione moderna dell’«insight», che definisce come «il corretto atteggiamento nei confronti dei cambiamenti patologici in se stesso e, inoltre, il rendersi conto che la malattia è mentale». Questo concetto può dunque, al di là di una sua univoca definizione, costituire un ponte, un legame tra psicologia e psichiatria.
Il dizionario della lingua italiana indica che «insight» è un termine settoriale, utilizzato in psicologia per definire «la capacità di comprendere i processi mentali propri o di altre persone» oppure «la percezione immediata del significato di un evento o di un’azione». A mio parere, Gorlée, mediante l’utilizzo di questa parola nel prototesto, intende trasmettere un significato che è più vicino a quest’ultima definizione.
D’altro canto, alla luce di quanto affermato finora, sarebbe un errore azzardare una traduzione nella lingua ricevente. Tra i possibili traducenti troviamo, infatti, «comprensione», «intuizione», «percezione»: tutti termini che ridurrebbero di molto (anzi troppo) il campo semantico di «insight».

- «musement» è apparso fin da subito un termine dalla traduzione non certo semplice.
Va innanzitutto puntualizzato che tale sostantivo non trova posto nel dizionario della lingua inglese. Potrebbe derivare dal verbo «to muse» che significa «meditare», «ponderare», «riflettere», ma non c’è nulla che ci fa supporre la veridicità di tale congettura. Appare pertanto essenziale considerare il co-testo nel quale tale termine è inserito, così da comprenderne meglio il significato.
Nel prototesto, alla prima comparsa della parola «musement» fa seguito una definizione molto chiara: «[it] stands for a felicitous concatenation of internal forces, including genetic ones, that affect the inquirer, as well as a favorable coincidence of external factors. None of these cannot be fully controlled or determined by the inquirer’s will: they are partly conscious and partly unconscious.» E ancora, più avanti nel testo, troviamo: «To achieve the hypnotic state of mind in which the unconscious (the imagination, in the etymological sense of the word) is both unblocked and stimulated, what is needed is a temporary suspension of voluntary action and conscious mental activity, and an equally temporary indifference toward logical routines and mental prejudices (which make the inquirer blind to valid, true, and/or relevant elements outside his own presuppositions). Only in this state of lassitude and reverie – Peirce’s musement – can the translator’s skilled mind relax, submit itself unselfishly to the problem, and dissolve his “I” into it.»
Secondo Peirce, la primissima fase del ragionamento abduttivo è una forma di puro gioco che egli stesso definisce «musement». Per comprendere il concetto di «musement», bisogna partire da quello di puro «gioco». Il gioco è «l’esercizio intenso delle proprie facoltà» e il puro gioco non è governato da regole o leggi, «fatta eccezione per la legge della libertà». Nel gioco mentale, lasciamo che la nostra mente giochi liberamente con le idee. Il gioco mentale può assumere, ad esempio, la forma della contemplazione estetica, della costruzione di castelli in aria oppure della considerazione di una qualche meraviglia di uno dei tre universi dell’esperienza, con speculazione riguardo alla causa degli universi e delle loro connessioni. Quando esso prende quest’ultima forma, Peirce lo definisce «musement». Dato che il «musement» è un tipo di gioco che non ha regole, eccetto quella della libertà, non si può prevedere la forma esatta che esso assumerà in ogni circostanza e con ogni persona.
Il pensiero abduttivo e congetturale, all’inizio, è puro gioco, non governato dalla ragione critica. Il pensiero congetturale è connesso a «una certa piacevole occupazione della mente» che Peirce chiama reverie o «musement». L’abduzione è «l’idea di mettere assieme ciò che prima non si era mai immaginato di accostare (un’idea) che fa brillare la nuova suggestione prima della nostra contemplazione.»

- «bias» in inglese può essere sia verbo che sostantivo. Tra i vari significati di «bias» (come nome) forniti dal dizionario, quelli che più si avvicinano all’uso che ne fa Gorlée nel prototesto sono «an inclination of temperament or outlook, especially a personal and sometimes unreasonable judgment» oppure «an instance of such prejudice». E tra i sinonimi troviamo «prejudice» e «predilection». Quindi «bias» significa «pregiudizio», «prevenzione», «preconcetto» oppure «tendenza», «distorsione». Tuttavia non è stato così semplice risalire al corrispondente italiano.
Quando l’autrice nel prototesto parla di «biased translation» specifica fra parentesi che intende «manipolata», ma il termine sta ad indicare qualcosa di più, ossia una specie di traduzione «deformata» e qualora si optasse per l’utilizzo di uno solo dei traducenti sopraccitati in sostituzione dell’inglese «biased», si rischierebbe di ridurre troppo il campo semantico.

- Sempre trattando l’argomento dell’abduzione, Gorlée cita la «mozione ermeneutica» a quattro fasi di Steiner, dove la prima somiglia all’abduzione di Peirce e contempla ciò che egli stesso definisce una «initiative trust». Nel contesto nel quale è inserito, l’aggettivo «initiative» significa sia «initial», ossia «iniziale», sia «initiatory», ossia «iniziatico, relativo all’iniziazione». Purtroppo però nella lingua ricevente non esiste un traducente che voglia dire entrambe le cose e quindi, in fase di traduzione, è necessario compiere una scelta che privilegi l’uno o l’altro significato, a scapito ovviamente di trasmettere la globalità di senso espressa dall’aggettivo inglese.

- «catch-as-catch-can» è uno degli esempi più rappresentativi di residuo traduttivo. Nel prototesto, l’espressione viene usata come aggettivo, ma può anche essere un avverbio.
Tradotto letteralmente, l’aggettivo significa «in any manner possible», «using any available means or method». «Catch-as-catch-can» è «an idiomatic phrase in English describing a situation in which an ad hoc solution must be improvised due to the lack of ideal conditions.»
Il processo traduttivo non è stato semplice. Una traduzione troppo letterale nella lingua ricevente, quale ad esempio «colgo ciò che si può cogliere» non rendeva bene l’idea e neppure mantenere l’espressione inglese nel metatesto, inserendo poi una nota esplicativa, appariva la soluzione migliore soprattutto perché avrebbe provocato un senso di straniamento nell’ipotetico lettore del metatesto.

3.6 Gestione del residuo traduttivo

Il paragrafo precedente si conclude con un elenco di quei termini ed espressioni che hanno creato residuo. A questo punto, è necessario concentrarsi sul recupero di tale residuo traduttivo, ossia sulla resa metatestuale, che non trova spazio all’interno del testo tradotto, bensì nell’apparato critico paratestuale.
Tali elementi paratestuali possono essere: una nota del traduttore, una postfazione, una cronologia, una didascalia, una bibliografia, un glossario, ecc.
Nel caso della traduzione in esame, avrei potuto predisporre un glossario di quei termini e/o espressioni che creano residuo, con relativa spiegazione. Se avessi optato per questa scelta, avrei dovuto creare delle note a piè di pagina con la funzione di rimando al glossario.
In fase di traduzione, ho deciso invece di creare, dove necessario, delle note del traduttore. Una scelta di questo tipo fa parte della tendenza all’esplicitazione del contenuto del testo tradotto. Le note del traduttore sono sia esplicitanti che compensative perché sono nate sia con lo scopo di esplicitare qualcosa che può essere di difficile comprensione per il lettore del metatesto, sia perché nascono dal bisogno di compensare le deficienze comunicative del testo tradotto.
Nel concreto, ho deciso in alcuni casi di lasciare i termini nella lingua originale per vari motivi: perché la parola è ormai entrata a far parte del dizionario della lingua italiana (es. «insight») oppure perché il termine esprime un concetto ben preciso e perché non esiste un traducente adeguato nella lingua ricevente (es. «musement») o ancora perché l’uso di uno dei possibili traducenti ridurrebbe in modo eccessivo il campo semantico del corrispettivo inglese (es. «bias»).
Come già detto nel paragrafo precedente, anche l’aggettivo «iniziative» ha creato problemi di traducibilità in quanto può voler dire sia «iniziale» che «iniziatico». Alla fine ho optato per il primo traducente, a scapito ovviamente del significato espresso dal secondo. Ho pertanto inserito una nota del traduttore con lo scopo di colmare la lacuna informativa venutasi a creare nel processo di riverbalizzazione.
La traduzione dell’espressione «catch-as-catch-can» è forse l’esempio più caratteristico di residuo nel metatesto in esame. In ultima analisi ho deciso di utilizzare il traducente italiano «approssimativo», che significa «imperfetto, impreciso, generico, poco esauriente» . L’aggettivo italiano “appiattisce” molto la frase e il lettore del metatesto perde tutta l’espressività che trasmette invece l’espressione inglese nel prototesto. Non avendo trovato altra soluzione, nella nota ho riportato e spiegato la frase idiomatica inglese.

TRADUZIONE

Abduction: Intuition vs. Instinct

Early on, Peirce strongly rejected the notion of intuition in its philosophical meaning of immediate cognition «not determined by a previous cognition of the same subject, and therefore so determined by something out of consciousness» (CP: 5.213 = W 2: 193, 1868). He considered the belief that knowledge may be private and independent from any previous knowledge as the basis of cartesianism in all its guises and disguises . Instead of such epistemological solipsism (which has been espoused by the vast majority of major philosophers since Descartes), Peirce taught that all cognition is in signs, mediated by the inferential process, and hence shared and open to scientific verification. «We have no power of thinking without signs,» he stated (CP: 5.265 = W 2: 213, 1868); and «life is but a series of inferences or a train of though» (CP: 7.583 = W 1: 494, 1868). Inferences, or thought-signs reflect the different ways in which we make sense of phenomena we observe; and any premises may form the conclusion of a previous demonstration. This is reflected in Peirce’s theory of instinct as it develops towards reason, and is embodied in the buildup of his three modes of reasoning.

This means that, for Peirce, there is a sharp divide between two terms – intuition and instinct – which otherwise, in a non-technical sense, are used almost interchangeably to designate the quality or ability of direct perception of a truth, fact, and so on, or having quick insight into, or natural talent for something . Not coincidentally, this capacity, though overshadowed by logical reason, is particularly highlighted in abduction, the pivotal Peircean concept which he «invented» as early as 1866 (W 2: 108, 1867). Peirce thereby expanded the traditional dichotomy (deduction and induction) to a trichotomy in which abduction plays a preliminary but vital part. Abduction seeks to explain satisfactory and make sense of any external fact which is surprising and anomalous to an observer or inquirer, thereby challenging his or her ingenuity. The abductive process consists in the search,

framing, choice, and tentative retention of an hypothesis that is strong enough on which to build further argumentation.

Within the abduction-induction-deduction trichotomy, the abductive inference has essentially a weak truth value. In and by itself, instinctive reasoning can therefore lay no justifiable claim to absolute certainty, the truth value which we aspire to reach. Abductive conclusions are not based on an identifiable cause or constraint which ensures that the pattern we choose to observe will also occur elsewhere. Abduction is an explanatory method to create a simple and attractive hypothesis which accounts for the external experience under investigation. Though this means that the hypothesis cannot be accepted as providing proof or demonstration until it is tested further, abduction is far more than gratuitous guesswork and mere speculation. The quality of the intuitionistic judgment cannot be guaranteed, yet «it has seldom been necessary to try more than two or three hypothesis made by clear genius before the right one was found» (CP: 7.220, 1901). Abduction is also the creative force that introduces new and original ideas into what would otherwise be a «reasonable» (CP: 5.174, 1903) but utterly rationalistic and, thus, lifeless procedure. Without the ideas generated through abductive inference in a trained mind guided by, as Peirce said, «il lume naturale, which lit the footsteps of Galileo» (CP: 1.630, 1898) , the logical procedures would not only be badly lacking in inventiveness and initiative, and therefore remain incomplete; but more seriously, they would tend to be self-serving, self-actualizing, and, thereby, self-validating, and could go no further.

Abduction is concerned with making relevant, clever guesses involving fresh, new connections between question and solution trough a flash of understanding; this crucial experience is the eureka act . Truly brilliant insights – that is, development leading to scientific progress – are not won by pure deduction: they are reached by metaphor – drawing an analogy from something observed to something unobserved. In Peirce’s words,

to do is «to find out, from the consideration of what we already know, something else we do not know» (CP: 5: 2 = W 3: 244, 1877). Knowledge, therefore, is not some entity existing in the outer world, waiting for an observer or inquirer to discover it and, perhaps, to manipulate it according to his or her wishes and fashions. Rather knowledge is created and/or invented in the inquirer’s inner world in order to account for a particular piece of experience. Such creative ideas are typically won at key moments of abductive insight, requiring a trained mind capable of entering the desired meditative state of mind. This is Peirce’s suggestive notion of «musement» (see further CP: 6.452-6.465, 1908), which stands for a felicitous concatenation of internal forces, including genetic ones, that affect the inquirer, as well as a favourable coincidence of external factors. None of these cannot be fully or determined by the inquirer’s will: they are partly conscious and partly unconscious.

Abductive ideation is a special reasoning power which deserves a better fate than to be granted secondary status. Cognitive psychology regards feeling and emotion as secondary to thinking . Abduction may only be a half conscious, and hence a false and undeveloped – in Peirce’s terminology, a degenerate – problem-solving method, the «mystery that overhangs this singular guessing instinct» (CP: 7.46, c.1907). But that certainly does not mean abduction is all instinct and no reason, nor that it is resistant to being successfully applied outside the syllogistic framework of pure logic. Indeed, abductive heuristics is essential to all interpretative acts – that is, acts requiring inspired discovery of all kinds and in all fields of research and inquiry, scientific as well as praxical .

The fragmentary but signifying steps of abductive activities, are encountered in the present investigation of interlingual translation. The investigation seeks the possible (yet simple, plausible and fugitive) hypotheses that have the most explanatory power. The abductive approach to translation, at the interface of

nature and culture, shows the shift from (biologically determined) instinct to (culturally determined) method, while at the same time eschewing Peirce’s problematic reliance on a vague and «mystic» instinct and other metaphysical (as opposed to empirical) beliefs.

Translation: Justification vs. Discovery

That abduction, as the logic of creative or genetic discovery is relevant to translation, has so far been little acknowledged by translators, translation theorists, and translation didacticians. Concerning translation as a process, there are occasional references to non-inductive and non-deductive creativity (Wilss 1988: 111). Perhaps counterintuitively, one finds the notion of explanatory hypothesis, and hence of discovery, in descriptive translation studies concentrating on translation as a product or result of the translation process, and particularly in the thought of Toury.

In Descriptive Translation Studies and Beyond (1995), Toury reaffirms his target-oriented paradigm – his emphasis is on the translated text and its constituents – as the primary object of investigation: its form, its usage of the target language, its role and functionality in the target culture, and its genesis. In contradistinction to the translated (source) text, and a fortiori the translation process, which are non-observable entities and need (re)construction before they can be studied, the object at hand is usually not the text-to-be-translated, but rather the translated text (Toury 1995: 36). That the latter is really a translation, is an assumption, the first result of an entire set of intuition-based inquirers yielding explanatory hypotheses which will have to undergo systematic justification if they are to be accepted as valid explanations.

For Toury, this means the following: A translation at the outset can only be tentatively marked as such by the investigator, because it might still turn out to be, say, a pseudotranslation (Peirce’s chance) or a biased (i.e., manipulated) translation (mentioned above).

Peirce’s architectonic argued from chance to law to the tendency to take habits (CP: 6.32, 1891, cf. CP: 1.407-1.409 and W: 6: 207-208, 1887-1888). In this development from irregularity toward regularity, «an element of pure chance survives» (CP: 6.33, 1891) – Firstness, Peirce’s sign meaning puzzle and paradox . The positioning of the (assumed) translation in the target language and culture is, until further notice, equally an explanatory hypothesis rather than a real fact. Finally, there is the transfer postulate. This postulate assumes that certain similarities and/or relationships exist which justify regarding the (assumed) translation as being translationally derived from another text that pertains to a different culture and is written in the language belonging to that culture. As illustration, we can point to the journeys through different times, places and languages in The Thousand and One Nights, discussed above in the section on «Image, Model, Metaphor.»

It should be evident that Toury’s argumentation follows, albeit implicitly (not explicitly), the course of Peirce’s scientific method, while giving what Peirce called abduction the weight it deserves. Those equivalent translated signs (interpretants) that original signs give rise to in the minds or quasi-minds of interpreters may follow from these primary signs hypothetically (abductively), inductively, or deductively, so that conclusions are those interpretants which are especially singled out from other possible interpretants. This happens theoretically within a process of inquiry that starts out with an abductive hypothesis being «entertained interrogatively» (CP: 6.524, c. 1901) and that proceeds to justify itself inductively before reaching, deductively, the definitive conclusion intended to give truth. Although among induction, deduction and abduction the latter kind of hypothesis is endowed with the lowest coefficient of objective truth, it is the engine of reason, the primus motor toward the deductive conclusion, at which stage all weaknesses and contradictions should have been eliminated from the system. This also holds for pragmatical translation, both as process and as product.

The process of translation deals with complex utterances in some language, about which partial, transcoded interpretants are generated on three levels, which are then combined and made to meaningfully interact in a new whole. If one views the interpretants composing the translation as partly grammar-generated solutions, then meaning is the result of an exhaustive search, in which partly new ideas or chance discoveries (in Peirce’s sense) arise. The latter are a plausible, if not perfect, solution to the problems encountered. The abductive solution is found without examining all of a (possibly enormous) mass of relevant information, but instead results from intuitive shortcuts that characterize decision-making. The emergence of such solutions, translational and otherwise, «is never either a quantum leap to a state of affairs totally unrelated to a previous state of affairs or a continuous transition from one state to another. Both factors are always involved in discovery» (Tursman 1987: 22). Although «Peirce gives more weight to continuity than to abruptness» (Tursman 1987: 22), translation should not be equated with rule-bound step-by-step behavior; it is only determined to a point by the linguistic codes of the translated text. What remains is open to free and speculative discovery, guided by unpredictable clues about cultural context.

When Toury describes the actual discovery-plus-justification procedure, still with reference to descriptive translation studies, his account sounds genuinely semiotic, yet once again without using overtly semiotic terms in reference to that procedure. In tandem with his schematic representation of discovery procedures and their corresponding counterpart, justification procedures, Toury places emphasis on their non-linear nature:

Rather, in every phase, from the very start, explanatory hypotheses will be formulated, which will then reflect backwards and affect subsequent discovery procedures. The normal progression of a study is thus helical, then, rather than linear: there will always remain something to go back to and discover, with the concomitant need for more (or more elaborated) explanations. (Toury 1995: 38)

This passage is crucial, because it places each new semiosis on a higher meaning, in accordance with Peirce’s view of semiosis as a helical (or pyramidal) motion . According to this view, semiotranslation begins with an unsystematic search in a certain direction, the unfocused essence of abductive discovery, which is gradually but rhapsodically integrated into the course of action by controlling it – that is, by experimenting with it and rationalizing it. Toury’s account shows that Peirce’s logico-semiotic method is wholly applicable to the identification, description, and analysis of translation as a meaning-generating thought experiment in which an abductively generated hypothesis is tested in various ways.

Semiotranslation Revisited

Two terms run throughout my notion of semiotranslation. First, we should consider seriously the logical implications of Peirce’s semiosis as a paradigm for (sign) translation, of which interlingual translation is only one ramification. Second, translation in turn exemplifies semiosis, translation being understood here in its manifold varieties, but especially focusing on Jakobson’s language-based distinction, with particular emphasis on interlingual translation. In the sign relation, the sign is wholly determined by the object, while the interpretant (or translation) is determined by the sign only up to a point. The sign’s meaning is thus, on the one hand, bound to remain, at least partly, indeterminate; on the other hand, and thanks to this indeterminacy, the threefold sign-relation becomes a process of inquiry and discovery that focuses on the shifting scope of precisely the «space between» the interpretant (translation) and the object (real state of affairs).

Semiotranslation is, as indicated before, a semiotic web that resembles a «growing tree» (MS 283: 98, 1905) that will lead to a «developed tree» in Peirce’s friend, William James’s (1890) Principles of Psychology (1910: 222) . James coined the influential metaphor «stream of consciousness» to refer to the fluid symbols in the unbroken flow of thought (Abrams 1981: 186-187). Beyond known, public syntax and semantics

the interpreter reaches out to respond to the verbal suffusion of his or her unknown, inward feelings:

It is the overtone, halo, or fringe or the word in an understood sentence. It is never absent; no word in an understood sentence comes to consciousness as a mere noise. We feel its meaning as it passes; and although our object differs from one moment to another as to its verbal kernel or nucleus, yet it is similar throughout the entire segment of the stream. (James 1910: 281)

The semiotically «equivalent» ideas arising from the aspiring tree, while rooted in a common trunk, shoot out like new braches and subbranches in different directions. The branches and subbranches progressively harmonize chaotic, unorganised, and problematic interpretations in the original translations, as well as elements and/or aspects of translation and mistranslation. Through steadily integration of new pieces of information about the dynamical object, an interpretive and translational order is created out of chaos. At the same time, the new translations tend to neutralize dubious, misleading, and false ones. The varieties of sign-translations make the real meaning of new branches ever more complete, detailed, and continuous. Yet there will always remain informational lacunae in any translation.

«Ah how fleeting, ah, how empty» aptly characterizes how a translation – that is, the rule of translation between sign and object as it happens to crystallize itself – is never finished and never perfect. A translation is, eventually, a temporary guide pointing towards itself and towards other translations. Abduction is the first phase of the entwined life-forms of translating. It involves, firstly, the rapid glance of the translator’s mind at the text to be translated to sense its possible translatability and untranslatability of that text. A rapid glance means a brief and largely unconscious perception or sensation, without thoughtful observation by the would-be translator. It is fleeting feeling, like a shiver of delight that runs down the spine of the translator, without yet coming to express any further belief or conviction regarding into

old (translatable) and new (translated) areas. The old text is scanned with a gaze of discovery, without the riveted attention that would lead to a detailed and fixed certainty of knowing, but only a wondering gaze of curiosity or even surprise. The translator toasts his bittersweet victory (or defeat).

The view of the possible translator remains abductive at the primary level. At this stage occurs the vigilance of glimpsing gaps between the panoramic abstraction of general translatability, and a still future possibility of concrete attentive action; and between the knowledge of the translatable text, the knowledge of the translator’s mind, and the knowledge of the future audience – including lack of knowledge regarding untranslatability. Abductive translation is a visual fallacy, misfallacy, and fallacious disorder; it is an error inherent in the human condition .

Let us take a practical issue in translation theory for which a solution could be found by placing it into (or better, outside) the framework of Peirce’s abduction. We have argued that the brain perceives by anticipation, that is to say, by sensation before action. It formulates perceptional hypotheses about the degree of (un)translatability. In translation studies the abductive phase (under a non-semiotic name) does not engage issues of translatability, but rather those of readability, and it considers transferability factors of different alphabet-like systems, text systems, writing systems, and the like. Since the translation process is a mental process not open to direct scrutiny (the so-called black box), it might be argued that translation can only be explained by a public action that follows from a secret, abductive motion. This means that, after surviving abduction as translatability, the a priori act filters out of the translation process, as argued in actual translation theory.

In translation studies, the translation procedure in itself has been commonly but arguably «hypothesized» as a chronological sequence involving variously three or four stages. The first translatability phase has been assured. In a highly praxis-oriented spirit, Koller distinguishes between three translational phases, consisting of the draft, or «shortlived,» translation; the working,

or «middle-lived,» translation; and the print-ready, or «longlived,» translation: «The draft translation may be further developed into a working translation, thereby improving its quality; and the working translation can again become the point of departure for a print-ready translation» (1992: 203; my translation).

Koller’s linguistic criteria here are qualitative and correspond to a mounting scale of grammatical, lexical, stylistic, and other factors contributing to «accuracy, correctness, and adequacy» (Koller 1992: 204; my translation). As explained by Koller, the first phase produces a draft translation of limited scope and usage. Its focus on accuracy means that there must be identity in terms of content, but violations against morphological, syntactic, phraseological, lexical, stylistic, etc. rules are still accepted at this stage. In a second-phase translation, accuracy as well as correctness are required; it may contain no grammatical, lexical or stylistic errors. Finally, Koller’s print-ready translation is characterized by the triad of accuracy, correctness, and adequacy. A product of solid research and serious reflection, it aims to satisfy the most rigorous norms and expectations.

It must be noted, however, that the progression from, roughly, fidelity to source-fact, agreement with target-code, and finally accordance with text-type between source-text and target-text, sets singularly relative priorities. The three steps advanced by Koller to describe the quality of the translator’s performance can only be defined in relation to one another. External criteria of assessment are absent here. This greatly reduces the usefulness of Koller’s three-step process outside pure translation practice and pedagogy. Yet it is tempting to view Koller’s first product, the rough draft, as a product of abduction, since the rough draft, like abduction, is impromptu in nature, originates in speculation, and has only provisional value.

It should also be remembered that in a Peircean paradigm, too, a translation is evaluated in terms of quality. Yet, in contradistinction to Koller’s exclusive focus on translation in terms of its practical usefulness

as judged by the intended target receiver(s), for Peirce quality meant truth-value in reference to some purpose of beauty (Firstness), usefulness (Secondness) or insight (Thirdness). The strong point of abduction lies, of course, in proposing beauty. Such aesthetic qualities are de-emphasized, if not ignored, by Koller.

With some necessary «theoretical speculation,» Toury proposes a four-stage schematic representation of translation:

(1) an indispensable decomposition of the initial entity up to a certain, varying level, and assigning its constituents at this level the status of «features»;
(2) a selection of features to be retained, that is, the assignment of relevance to some part of the initial entity’s features, from one point of view or another;
(3) the transfer of the selected, relevant features over (one or more than one) more or less defined semiotic border;
(4) the (re)composition of a resultant entity around the transferred features, while assigning to them the same or another extent of relevancy. (Toury 1986: 1114)

In contradistinction to Koller’s practical proposal describing the quality of the end-product, Toury’s program here is highly theoretical and process-oriented. A prerequisite for it is that the text ab quo can be divided into discrete units, some of which may then be considered as relevant «from one point of view or another» (as semiotic signs) and others as irrelevant (as non-signs). Only the former are then transcoded, while the fate of the latter, evidently disposable, units remains rather unclear in Toury’s proposal.

Responding to this, it seems to me that no parts of a source text may be concealed by camouflage without some form of erosion taking place, whereby the semiotic substance can only be thinned in the successive semioses it undergoes, instead of becoming progressively richer in content, and growing toward truth, as Peirce would wish. The notion of relevance

brandished by Toury is really a dangerous and indiscriminate weapon. It may have an intuitive basis (which makes the operation an abductive one), but it may also have an ideological bias (in which case we are rather facing a deductive procedure). Toury’s scenario here seems more tailored to suit rhetorical needs than to lead to the truth in the way Peirce saw it.

In After Babel, Steiner proposes for the translation process a fourfold «hermeneutic motion» (1975: 296), which in his description really consists of three stages and an illusory fourth. In the first stage, which resembles Peirce’s abduction , there is «initiative trust» in the meaningfulness of the «”other” as yet untried, unmapped alterity of statement» in the text-to-be-translated (Steiner 1975: 296). This trust «will ordinarily be instantaneous and unexamined, but it has a complex base» (Steiner 1975: 296). After what looks like a description of Peirce’s Firstness, Steiner proceeds to the second stage of translation, where the initial trust is put to the test of confrontation, and the «manoeuvre of comprehension [becomes] explicitly invasive and exhaustive» (1975: 298). The text is now attacked, as it were, in its «otherness,» in an act of aggression in which we «”break” [its] code … leaving the shell smashed and the vital layers stripped« (Steiner 1975: 298). This is remarkably similar to Peirce’s Secondness. «The third movement», Steiner continues, «is incorporative, in the strong sense of the word … embodiment … [W]e come to incarnate alternative energies and resources of feeling » (1975: 298-299). This last process, of «comprehensive appropriation,» may result in a «complete domestication, an at-homeness» of the translation in its new situation; or the translation may have acquired a «permanent strangeness and marginality» in it (Steiner 1975: 298). The fact that a translation may work either as «sacramental intake» or as its opposite, an «infection» (Steiner 1975: 299), means that it still lacks

… its fourth stage, the piston-stroke, as it were, which completes the cycle. The a-prioristic movement of trust puts us off balance. We

«lean towards» the confronting text … We encircle and invade cognitively. We come home laden, thus again off-balance, having caused disequilibrium throughout the system by taking away from «the other» and by adding, though possibly with ambiguous consequence, to our own. The system is now off-tilt. The hermeneutic act must compensate. If it is to be authentic, it must mediate into exchange and restored parity. (Steiner 1975: 300)

By reaching a new state of synthesis, Steiner’s model has reached an idealized level unattainable in actual real-life translation. Steiner’s step-wise scenario has an important virtue when recontextualized within semiotics: it resembles semiosis and is interestingly reminiscent of Peirce’s succession of three interpretive moments as manifested in the First (immediate/emotional), Second (dynamical/energetic), and Third (final/logical) interpretants – the latter in tern subdivided in a non-ultimate and an ultimate logical interpretant (Short 1986: 115). These perhaps partly overlapping, inferentially reached developmental stages show an increasing degree of «hardness» or solidity of belief, and reflect Peirce’s «three grades of clearness» in the solution of mental problems (CP: 3.456ff., 1897), of which problem-solving in translation is one, equally norm-governed, example. Particularly the «radical generosity» of Steiner’s translator, which «will, ordinarily, be instantaneous and unexamined» but has «a complex base,» sounds remarkably like instinctive reasoning à la Peirce, primarily because it focuses on the role of a translator, who is involved in a mental activity closely linked with abduction, in a doing-and-making by more than trial and error.

Abduction and Translational Creativity

By now it should have become clear that the human translator commonly arrives at the translational answer, choice, and/or decision, however provisional,

by a much more catch-as-catch-can method than by analysis and transcoding of words, sentences, paragraphs, etc., which is the case in computer translation. Anderson (1987) distinguishes scientific creativity, which Peirce dealt with explicitly, from artistic creativity, which must largely be extrapolated from Peirce’s work. While both hinge on abduction, scientific creativity leads to discovery and builds on analogy, whereas artistic creativity leads to creation and builds on metaphor. Taking as his point of departure Peirce’s division of iconic signs in images, or First Firstness; diagrams, or Second Firstness; and metaphors, or Third Firstness (CP: 2.277, c.1902), Anderson (1987: 68) argues that the goal of scientific discovery is a hypothesis which is analogous (diagrammatical) to the existent world; in contrast, the goal of artistic creativity is the presentation of a new quality of feeling, which is metaphorical in nature.

Since a translation, in order to be considered as one, must parallel, both as a whole and in its parts, the qualitative structure of some pre-existent text-sign, it is an index whose iconicity is dominant. Language, together with linguistic codes involved, places both translated and translatable texts under the aegis of symbolicity; that is, involving in turn both iconic and/or indexical elements. In one respect, this univocal likeness makes translation a case of analogous thought, i.e., of scientific discovery. On the other hand, if the translator freely indulges his artistic skills, he is bound to create not an analogy but rather a metaphor, i.e., something new, by building on an equivalent likeness between two things whose qualitative structures are essentially dissimilar but are considered similar for the purpose of the argument. This makes metaphor a symbol in which iconicity plays a dominant role .

The distinction between both modes, which like every concept in Peirce’s thought are not mutually exclusive but must be placed on a continuum, corresponds to what is commonly referred to as literal

vs. free translation; this distinction is often used with special reference to informative text on the one hand and poetic texts on the other. In a Peircean paradigm, this traditional dichotomy, which is reflected in most text typologies, is replaced by a sliding scale, so that the transition between text types is never sharp, but always fluid .

The initial stages of translator, when a first logical interpretant Iis generated, consist in serendipitous yet serious guesswork by the translator; but also in the course of later semioses, whenever the translator/inquirer seems to have manoeuvred himself into an impasse where new impulses are needed, the abductive fire may be rekindled to help spark hopeful suggestions and thus inform the elaboration, verification, and consolidation of the translation (including falsification and deleting of the translation). Indeed, to Peirce, pragmatism is «the logic of abduction» (CP: 5.195 and following paragraphs, 1903); and in Peirce’s pragmatic parlance, abduction is Peirce’s «rock bottom» of inquiry. Abductive translation takes central stage in the primary, hardening process of soft translation habits.

Despite his keen interest in abduction, Peirce, the anti-psychologist logician, never described a logical step-by-step process of how a creative individual generates hypotheses. His logic of discovery focuses chiefly on the methodology of inquiry and problem-solving (Peirce’s methodeutic, also called speculative rhetoric) at the expense of speculative critique and speculative grammar. Peirce’s emphasis on developing «a method of discovering methods» (CP: 2.108, 1902) and its exemplification in his project of the economy of research implied that the logic of discovery is the abductive process. Peirce had outlined this originary logic, which «addresses itself to the question of how new ideas or hypotheses arise in the mind and of what kinds these may be» (Tursman 1987: 14), as a philosophical pursuit rather than a practical manual, without providing a full account of the question of the eureka act and the quality of the ideas. The conditions and/or the criteria for a successful hypothesis are, as can be expected in a Peircean paradigm, three in number. They are judged in reference to some purpose of beauty, usefulness (experimental testing) and/or insight (explanatory power). The forte of the abductively generated interpretant is, of course, beauty –
in the broad Peircean sense of simplicity, uniqueness, drama, initiative, and other ramifications of Firstness, all of them affectively colored.

The Translator’s Eureka Experience

What induces the translator to find sudden and successful solutions to the linguistic problems facing him? Once again, the preconditions are three in number. First and foremost, what is needed are genius and study. Great stress must be laid on the primary development of special skills – in this case, the complete mastery of the rules of (at least) two languages and the cultures in which they are embedded, as well as the manifold interfaces between them. This implies that the professional translator must have learned and internalized a vast number of associations and combinations with reference to individual languages (intralingual translation), language pairs (interlingual translation), and the interactions between language and non-verbal sign systems (intersemiotic translation) .

It should be obvious that no one individual, however trained and intelligent, can possess the unlimited resources needed to know fully the range of such processes within all universes of discourse, including the ability to anticipate and plan the future behavior of all possible intersemioses within both the arts and the sciences. Yet, for a complex yet unitary idea to emerge effortlessly, it needs the intuitive power of a disciplined and fertile mind; in fact, any such mind, not a particular mind belonging to a particular individual. Peirce was quite clear on this point .

Unless we are spontaneously at home in these cognitive fields and have acquired experiential expertise in areas in which they may and actually do occur, there is no basis for inspired discovery, only for discovery as a mere accident. Intelligence and professional skills are thus the first requisite for abductive ideation. The second requisite involves the translator’s mood and attitude. To achieve the hypnotic state of mind in which the unconscious (the imagination, in the etymological sense of the word) is both unblocked and stimulated, what is needed is a temporary suspension
of voluntary action and conscious mental activity, and an equally temporary indifference toward logical routines and mental prejudices (which make the inquirer blind to valid, true, and/or relevant elements outside his own presuppositions). Only in this state of lassitude and reverie – Peirce’s musement (CP: 6.452ff., 1908) – can the translator’s skilled mind relax, submit itself unselfishly to the problem (which may be a word, word combination, sentence, paragraph, etc.), and dissolve his “I” into it. He will look at the problem, view it in different lights, and freely explore it all over, that is, he will feel and listen for each meaning of an element of the problem, smell and touch it, as it were, with the tentacles of the mind and the heart. This is the first step in the abductive technique of translation.

Next, abduction proceeds to its second stage. With an eye to «hitting on» a solution which fits the textual «image,» the source element and its target version are brought together in the mind to see how they fit. This enables the translator to «make exact experiments upon diagrams, and look out for unintended changes thereby brought about in the relations of different parts of the diagram to one another» (MS 292: 3, c.1906). What is looked for here, playfully and absentmindedly yet «[w]ith your eyes open, awake to what is about or within you» (CP: 6.461, 1908), is a synthesis of different elements, a meaningful solution where a neat combination is made and a new pattern set, like pieces of a jig-saw puzzle .

Now, most translator’s heads are bent over their papers with absorbed attention, or they have their eyes fixed on the screen of their monitor. Yet what they actually see there is a chunk of text which they have already memorized at first glance. Their visual concentration is thus unnecessary, even counterproductive. By concentrating, mentally and physically, on the printed letters on paper or on the screen, they are unable to let their thoughts drift and freely associate or engage in some other «playful» occupation of the mind. Consequently, they literally manipulate scattered fragments, thereby blocking access to the kinds of synthetic solutions which are generated abductively.

Instead of the above procedure, after a quick glance at the piece of text to be translated, translators should be encouraged to lean back their chairs and look at the ceiling, out of a window, or (better still) no particular place at all; they should close their eyes, stare into empty space, and focus their attention «inwards,» oblivious to the world and absorbed into the process of translation. From «out there» the problem space should be moved inside the mind, be perceived by the inner eye, and be manipulated thus: the sequentially-ordered linguistic signs (which the translator is required to transpose into a different linguistic mode or code) must first be transformed into image-ideas, that is, into mental icons conveying all purported information immediately and simultaneously . Such word-images serve as a visionary, nonverbal interlingua between the problem as a unitary whole and its abductive solution; and this transitional phase permits the abductor to go beyond the given material signs, to transcend the surface structure of the text-to-be-translated, and not merely to choose from a set of pre-given (dictionary) alternatives . Surely, there is an important task here for translation didactics.

As the third and last requisite come the external circumstances experienced by the creative individual in search of a eureka. As the moment of translational «truth» approaches, his musings are easily disturbed and frustrated by noise of all kinds: not only acoustic noise, but also visual noise, physiological noise, psychological noise, social noise, documentary noise, and so on, all of them random and unwanted. Alas, only idealized situations are noiseless; in real life noise is usually avoidable. It causes a degree of disorder which distracts the translator from his work, which is unconscious and invisible yet intense. And once interfered with, musement can hardly be re-introduced by any specific voluntary action.

When the situation seems al last to be ripe for discovery, one chance action, event, or thought suffices to trigger the eureka: the (hopefully) lucky guess emerges suddenly and spontaneously as a flash of brilliance. This is the third and last stage of abduction, itself the primary logic of sign interpretation, and hence also of interlingual translation.

Here, the gap between the universe of the source text and the evolving universe of the target text is bridged abductively by an explosion of likeness. The translator, thrilled, may react to the ecstatic moment by acting out his exhilaration: he may laugh, jump to his feet, throw his arms into the air, clap his hands, or otherwise break his trance-like spell and express his joy in jerky body movements and/or expansive gestures .

For the harmonious evolvement of the translation qua sign, the imagic-verbal hypothesis further needs to be further translated into future action. This necessity to go beyond abduction is one implication of the pragmatic maxim about «effects that might conceivably have practical bearings» (CP: 5.402 = W 3: 266, 1878). In our case, the effects of translation must be connected to the «real world,» where they manifest themselves as actions. The meaning-potentiality carried by the source text is actualized and developed through controlled sign-action in the future. Peirce’s empiricism therefore allows for veification. In 1905, Peirce reworded his pragmatic maxim in semiotic language, thus:

The entire intellectual purport of any symbol consists in the total of alla general modes of rational conduct which, conditionally upon all the possible different circumstances and desires, would ensue upon the acceptance of the symbol. (CP: 5.438, 1905)

Applied to the translation situation, this means that the translation is intended to reproduce and translate itself into forms of rule-creating behavior. This behavior consists in a series of interpretants, each of which is a (still partial) realization of its full meaning. Directed, in a conditional way, toward some future time, and guided by the principle of «fixation of belief,» the translator will eventually achieve its point of fulfilment, at which time all information, explicit and implicit, conveyed by the source text is supposed to have re-materialized in the target text, bringing relaxation to the translator’s task. The ultimate (or, more realistically, still non-ultimate) logical interpretant is produced at the moment suprême when final performance (or delivery) is due, the orgasmic moment

when all meanings must be realized and all purposes attained. Once all obligations have been satisfied and all tasks performed, the summum bonum of law and generality has been achieved. At the same time, however, through the final «execution» of the translation, which marks both its completion and its death, an Edenic situation is restored: pretranslational, pristine, unburdened, free and, if so desired, ready to assume new tasks and assignments.

Abduzione: intuito versus istinto

Quasi da subito, Peirce respinse vigorosamente il concetto di intuizione nel suo significato filosofico di cognizione immediata «non determinata da una cognizione precedente del medesimo oggetto e pertanto determinata da qualcosa al di fuori della coscienza» (CP: 5.213 = W 2: 193, 1868). Considerava che la convinzione che la conoscenza possa essere privata e indipendente da qualsiasi conoscenza pregressa fosse la base del cartesianismo in tutte le sue forme esplicite ed implicite . Al posto di tale solipsismo epistemologico (abbracciato dalla stragrande maggioranza dei principali filosofi a partire da Cartesio), Peirce mostrò che tutta la cognizione sta nei segni, mediati dal processo inferenziale, ed è quindi condivisa e aperta alla verifica scientifica. «Senza i segni non abbiamo la facoltà di pensiero,» affermava (CP: 5.265 = W 2: 213, 1868); e «la vita non è altro che una serie di inferenze, o una sequenza di pensieri» (CP: 7.583 = W 1: 494, 1868). Le inferenze, o pensieri-segni, riflettono i diversi modi in cui noi diamo un senso ai fenomeni che osserviamo; e qualsiasi premessa può rappresentare la conclusione di una precedente dimostrazione. Ciò è riportato nella teoria peirceiana dell’istinto dove questo si sviluppa attraverso la ragione e si manifesta nell’accostamento di tre metodi di ragionamento.

Ciò significa che per Peirce esiste una netta differenza fra i due termini – intuito e istinto – che invece, in un’accezione non tecnica, vengono utilizzati quasi intercambiabilmente per designare la qualità o la capacità di percezione diretta di una verità, di un fatto e così via, per avere un insight veloce o un talento naturale per qualcosa . Non a caso questa capacità, sebbene offuscata dalla ragione logica, viene particolarmente accentuata nell’abduzione, il concetto cruciale «inventato» da Peirce già nel 1866 (W 2: 108, 1867). Con ciò Peirce ha ampliato la dicotomia tradizionale (deduzione e induzione) in una tricotomia nella quale l’abduzione gioca un ruolo preliminare e vitale. L’abduzione cerca di spiegare in maniera soddisfacente e di dare un senso a qualsiasi fatto esterno che è sorprendente o anomalo agli occhi di un osservatore o ricercatore, stimolando il suo ingegno. Il processo abduttivo consiste nella ricerca, nell’inquadramento, nella scelta e nel mantenimento in via provvisoria di un’ipotesi che sia sufficientemente solida da costruirci sopra ulteriori argomentazioni.

All’interno della tricotomia abduzione-induzione-deduzione, l’inferenza abduttiva ha sostanzialmente un valore di verità debole. Di per sé, il ragionamento istintivo non può quindi portare a una pretesa giustificabile di assoluta certezza, il valore di verità al quale noi aspiriamo. Le conclusioni raggiunte per abduzione non si basano su una causa o una restrizione riconoscibili che assicurino che gli schemi che scegliamo di osservare ricorreranno anche altrove. L’abduzione è un metodo esplorativo atto a creare un’ipotesi semplice e allettante che spieghi l’esperienza esteriore indagata. Sebbene ciò significhi che l’ipotesi non può essere accettata come qualcosa in grado di fornire prova o dimostrazione finché essa non viene ulteriormente verificata, l’abduzione è molto più che una congettura arbitraria e molto più che semplice speculazione. La qualità del giudizio intuizionistico non può essere garantita, tuttavia «raramente è stato necessario provare più di due o tre ipotesi frutto di chiaro genio prima di trovare quella giusta» (CP: 7.220, 1901). L’abduzione è anche la forza creativa che introduce idee nuove e originali in quella che altrimenti sarebbe una procedura «ragionevole» (CP: 5.174, 1903) ma del tutto razionalistica e quindi senza vita. Senza le idee generate per inferenza abduttiva in una mente preparata e guidata da, come diceva Peirce, «il lume naturale , che illuminò i passi di Galileo» (CP: 1.630, 1898) , le procedure logiche non solo sarebbero fortemente povere di inventiva e iniziativa, e quindi rimarrebbero incomplete; ma, quel che è più grave, avrebbero la tendenza ad essere utili solo a se stesse, ad attualizzarsi in modo autonomo e quindi ad auto-validarsi, e non riuscirebbero ad andare oltre.

L’abduzione consiste nel fare delle congetture pertinenti ed intelligenti che implichino collegamenti freschi e nuovi tra quesito e soluzione attraverso un’illuminazione; questa cruciale esperienza è l’Eureka . Insight davvero brillanti – ossia lo sviluppo che porta al progresso scientifico – non si ottengono dalla pura deduzione: si raggiungono con la metafora – tracciando un’analogia da qualcosa che si è osservato a qualcosa di inosservato. Nelle parole di Peirce, fare è «trovare, partendo dalla considerazione di ciò che già conosciamo, qualcos’altro che non conosciamo» (CP: 5:2 = W: 3: 244, 1877). La conoscenza dunque non è un’entità esistente nel mondo esterno che aspetta che un osservatore o ricercatore la scopra e che forse la manipoli secondo i suoi desideri e le sue abitudini. La conoscenza, invece, viene creata e/o inventata nel mondo interiore del ricercatore allo scopo di spiegare una particolare esperienza. Normalmente queste idee creative si hanno in momenti chiave dell’insignt abduttivo e richiedono una mente preparata, capace di entrare nello stato d’animo meditativo richiesto. Questo è il suggestivo concetto peirceiano di «musement» (vedi anche CP: 6.452-6.465, 1908) che sta per una precisa concatenazione di forze interiori, incluse quelle genetiche, che influiscono sul ricercatore, insieme ad una coincidenza favorevole di fattori esterni. Nessuno di questi può essere completamente controllato o determinato dal volere del ricercatore: essi sono in parte consci e in parte inconsci.

L’ideazione abduttiva è una speciale facoltà di ragionamento che merita un destino migliore di quello che le garantisce uno status secondario. La psicologia cognitiva considera sensazione ed emozione come secondarie al pensiero . L’abduzione può considerarsi solo un metodo semi-conscio e quindi un metodo falso e non sviluppato – nella terminologia peirceiana, corrotto – di risoluzione dei problemi, il «mistero che sovrasta questo singolare istinto per l’intuizione» (CP: 7.46, c.1907). Di certo solo istinto senza ragione non è abduzione, e non lo è neppure ciò che si oppone ad essere impiegato con successo al di fuori della struttura sillogistica della logica pura. Anzi, l’euristica abduttiva è essenziale a tutti gli atti interpretativi – a quegli atti cioè che richiedono una scoperta ispirata di tutti i tipi e in tutti i campi della ricerca e dell’indagine, scientifica così come prussica .

I passi frammentari ma significativi delle attività abduttive vengono affrontati nella presente indagine sulla traduzione interlinguistica. L’indagine cerca le ipotesi possibili (ma semplici, plausibili ed effimere) che possiedono il maggior potere esplicativo. L’approccio abduttivo alla traduzione, nell’interfaccia di natura e cultura, mostra lo spostamento dall’istinto (determinato biologicamente) al metodo (determinato culturalmente), evitando allo stesso tempo la dipendenza problematica di Peirce da un istinto vago e «mistico» e da altre credenze metafisiche (in contrapposizione a quelle empiriche).

Traduzione: giustificazione versus scoperta

Che l’abduzione, in quanto logica della scoperta creativa o genetica, sia rilevante per la traduzione, finora è stato poco riconosciuto da traduttori, teorici e studiosi di didattica della traduzione. Riguardo alla traduzione come processo, ci sono dei riferimenti sporadici alla creatività non induttiva e non deduttiva (Wilss 1988: 111). Forse controintuitivamente, si trova il concetto di ipotesi esplicativa, e quindi di scoperta, negli studi sulla traduzione descrittivi che si concentrano sulla traduzione come prodotto o risultato del processo traduttivo e in maniera particolare nel pensiero di Toury.

In Descriptive Translation Studies and Beyond (1995) Toury ribadisce il paradigma orientato al metatesto – l’enfasi da lui posta sul testo tradotto e sulle sue componenti – come oggetto primario d’indagine: la sua forma, l’uso della lingua ricevente, il suo ruolo e la sua funzionalità nella cultura ricevente, e la sua genesi. In contrapposizione al metatesto, e a fortiori al processo traduttivo, che sono entità non osservabili e necessitano di una (ri)costruzione prima di poter essere studiate, l’oggetto vicino solitamente non è il testo-da-tradurre, ma piuttosto il metatesto (Toury 1995: 36). Che quest’ultimo sia realmente una traduzione è una supposizione, il primo risultato di un’intera serie di indagini condotte sulla base dell’intuizione e che hanno come risultato delle ipotesi esplicative che dovranno essere sottoposte a giustificazione sistematica per essere accattate come spiegazioni valide.

Per Toury ciò significa quanto segue: all’inizio una traduzione può solo essere classificata in maniera provvisoria come tale dal ricercatore perché potrebbe trasformarsi in una, diciamo, pseudotraduzione (il caso in Peirce) oppure in una (sopraccitata) traduzione biased (ossia manipolata).
L’argomentazione di Peirce procedeva dal caso alla legge alla tendenza a prendere abitudini (CP: 6.32, 1891, cf. CP: 1.407-1.409 e W: 6: 207-208, 1887-1888). In questa evoluzione dall’irregolarità alla regolarità, «sopravvive un elemento di puro caso» (CP: 6.33, 1891) − Firstness, il segno che per Peirce significa enigma e paradosso . Il posizionamento della (presunta) traduzione nella lingua e nella cultura ricevente rappresenta, fino a nuovo avviso, parimenti un’ipotesi esplicativa anziché un fatto reale. Infine c’è il postulato del trasferimento. Questo postulato presuppone l’esistenza di alcune similitudini e/o relazioni che giustifichino, rispetto alla (presunta) traduzione, il fatto di derivare tramite la traduzione, da un altro testo che appartiene a una cultura diversa e che è scritto nella lingua appartenente a tale cultura. A titolo esplicativo, possiamo fare riferimento ai viaggi attraverso il tempo, i luoghi e le lingue in Le mille e una notte, discusse sopra nella sezione su «Immagine, modello, metafora.»

Dovrebbe apparire evidente che l’argomentazione di Toury segue, benché implicitamente (non esplicitamente), l’andamento del metodo scientifico di Peirce, dando a ciò che Peirce definì abduzione il peso che si merita. Quei segni equivalenti tradotti (interpretanti) che i segni originali fanno nascere nelle menti o quasi menti degli interpreti , possono derivare da tali segni primari in maniera ipotetica (abduttiva), induttiva, o deduttiva, così che le conclusioni sono costituite da quegli interpretanti che sono stati scelti con cura tra altri possibili interpretanti. Teoreticamente ciò accade all’interno di un processo d’indagine che comincia con un’ipotesi abduttiva «presa in considerazione in maniera provvisoria» (CP: 6.524, c. 1901) e che procede giustificando tale ipotesi in maniera induttiva prima di raggiungere, deduttivamente, la conclusione definitiva intesa a fornire la verità. Benché tra induzione, deduzione e abduzione l’ultimo tipo di ipotesi sia dotato del più basso coefficiente di verità oggettiva, esso rappresenta il motore della ragione, il primus motor verso la conclusione deduttiva, al cui stadio dovrebbero essere state eliminate dal sistema tutte le debolezze e le contraddizioni. Questo vale anche per la traduzione pragmatica, sia come processo che come prodotto.

Il processo della traduzione si occupa di espressioni complesse in una certa lingua, sulle quali si generano, sui tre livelli, degli interpretanti parziali e transcodificati, che vengono poi uniti e posti in modo da interagire sensatamente in un nuovo insieme. Se si considerano gli interpretanti che compongono la traduzione come delle soluzioni generate in parte dalla grammatica, allora il significato è il risultato di una ricerca esaustiva, nella quale nascono idee in parte nuove o scoperte casuali (in accezione peirceiana). Le ultime sono una soluzione plausibile, seppur non perfetta, ai problemi affrontati. La soluzione raggiunta per abduzione si trova senza esaminare tutta una quantità (probabilmente enorme) di informazioni pertinenti, ma deriva invece da scorciatoie intuitive che caratterizzano la presa di decisioni. La nascita di soluzioni di questo tipo, traduttivo o altro, «non è mai né un salto quantistico a uno stato di cose del tutto indipendente rispetto ad uno precedente né un passaggio continuo da uno stato ad un altro. Nella scoperta sono sempre implicati entrambi i fattori» (Tursman 1987: 22). Benché «Peirce dia più peso alla continuità che alla repentinità» (Tursman 1987: 22), la traduzione non dovrebbe essere equiparata ad un modo di procedere graduale e soggetto a regole; essa è determinata soltanto fino a un certo punto dai codici linguistici del metatesto. Ciò che rimane è aperto alla scoperta libera e speculativa, guidata da indizi imprevedibili sul contesto culturale.

Quando Toury descrive la reale procedura scoperta-più-giustificazione, sempre in riferimento agli studi di traduzione descrittivi, la sua relazione suona come autenticamente semiotica, eppure, ancora una volta, si riferisce a tale procedura, senza ricorrere apertamente all’utilizzo di termini semiotici. Insieme alla rappresentazione schematica delle procedure di scoperta e dell’omologo, le procedure di giustificazione, Toury pone l’accento sulla loro natura non lineare:

Anzi, in ogni fase, sin dall’inizio, verranno formulate ipotesi esplicative che si rifletteranno poi all’indietro e influenzeranno le procedure di scoperta successive. La normale progressione di uno studio è quindi elicoidale e non lineare: rimarrà sempre qualcosa a cui tornare indietro da scoprire, con il simultaneo bisogno di ulteriori (o più elaborate) spiegazioni. (Toury 1995: 38)
Questo passo è cruciale perché conferisce ad ogni nuova semiosi un significato superiore conformemente alla concezione peirceiana di semiosi quale movimento elicoidale (o piramidale) . Secondo tale concezione, la semiotraduzione inizia con una ricerca non sistematica in una certa direzione, l’essenza non focalizzata della scoperta abduttiva, che viene integrata gradualmente ma in maniera discontinua nel corso dell’azione tramite il controllo − ossia attraverso la sperimentazione e la razionalizzazione. La considerazione di Toury mostra che il metodo logico-semiotico di Peirce è completamente applicabile all’identificazione, descrizione e analisi della traduzione quale esperimento di pensiero che genera significato, nel quale un’ipotesi generata per abduzione viene testata in diversi modi.

La semiotraduzione rivisitata

Sono due i temi che ruotano attorno alla mia idea di semiotraduzione. Primo, dovremmo considerare seriamente le implicazioni logiche della semiosi di Peirce come paradigma per la traduzione (dei segni), della quale la traduzione interlinguistica è solo una ramificazione. Secondo, la traduzione di contro esemplifica la semiosi, traduzione che qui è da intendersi nella sua multiforme diversità, ma che si concentra in maniera particolare sulla distinzione di Jacobson basata sulla lingua, ponendo particolare enfasi sulla traduzione interlinguistica. Nella relazione segnica, il segno è totalmente determinato dall’oggetto, mentre l’interpretante (o la traduzione) è determinato dal segno solo fino a un certo punto. Il significato del segno, perciò, è da un lato destinato a rimanere, almeno in parte, indeterminato; dall’altro, e grazie alla sua indeterminatezza, la triplice relazione tra segni diventa un processo di indagine e scoperta che si concentra precisamente sul campo d’azione variabile dello «spazio tra» l’interpretante (traduzione) e l’oggetto (reale stato delle cose).

Come sopraccitato, la semiotraduzione è una rete semiotica che somiglia a un «albero che sta crescendo» (MS 283: 98, 1905) che diventerà un «albero sviluppato» in Principles of Psychology (1910: 222) di William James (1890), amico di Peirce . James ha coniato la famosa metafora dello «stream of consciousness» in riferimento ai simboli variabili del flusso continuo di pensiero (Abrams 1981: 186-187). Oltre alla sintassi e alla semantica pubbliche e conosciute, l’interprete si prodiga per rispondere all’espressione verbale dei suoi sentimenti intimi e sconosciuti:

E’ la sfumatura, l’alone, la frangia o la parola in una frase compresa. Non è mai assente; nessuna parola di una frase che si è compresa viene alla mente come un semplice rumore. Noi percepiamo il suo significato non appena passa; e nonostante il nostro oggetto differisca da un momento all’altro per nocciolo o nucleo verbale, è tuttavia simile durante l’intero segmento del flusso. (James 1910: 281)

Le idee «equivalenti» da un punto di vista semiotico derivanti dall’aspirante albero, radicato in un normale tronco, vengono fuori come nuovi rami e ramificazioni in diverse direzioni. Rami e ramificazioni armonizzano progressivamente le interpretazioni che nelle traduzioni originarie sono caotiche, disorganizzate, e problematiche, così come gli elementi e/o gli aspetti della traduzione o della traduzione erronea. Attraverso l’integrazione costante di nuove informazioni riguardo all’oggetto dinamico, si crea dal caos un ordine interpretativo e traduttivo. Allo stesso tempo, le nuove traduzioni tendono a neutralizzare quelle dubbiose, depistanti e quelle false. Le varietà di traduzioni segniche rendono sempre più completo, dettagliato e continuo il vero significato dei nuovi rami. Tuttavia, in ogni traduzione, rimarranno sempre delle lacune informative.

«Ah quanto è fugace, ah, quanto è vuota» caratterizza opportunamente come una traduzione − ossia la regola della traduzione tra segno e oggetto quando capita che essa si cristallizzi − non è mai finita e mai perfetta. Una traduzione, alla fine, è una guida temporanea orientata verso se stessa e verso le altre traduzioni. L’abduzione è la prima fase delle forme di vita intrecciate della traduzione. Implica, per prima cosa, uno sguardo rapido al testo da tradurre da parte della mente del traduttore per coglierne la possibile traducibilità e intraducibilità. Uno sguardo rapido significa una breve e assolutamente inconscia percezione o sensazione, senza alcuna osservazione profonda da parte dell’aspirante traduttore. E’ una sensazione fugace, come un brivido di piacere che corre lungo la spina dorsale del traduttore, senza però riuscire ad esprimere nessuna credenza o convinzione riguardo alle aree vecchie (traducibili) e nuove (tradotte). Il vecchio testo viene scandito con uno sguardo intenso di scoperta, senza focalizzare l’attenzione, che porterebbe a una certezza di sapere dettagliata e stabilita, ma solo con uno sguardo meravigliato di curiosità e persino di sorpresa. Il traduttore brinda alla sua dolceamara vittoria (o sconfitta).

La percezione visiva del possibile traduttore rimane abduttiva al livello preliminare. In questa fase si manifesta la cautela nello scorgere i divari tra l’astrazione panoramica della traducibilità generale e una possibilità ancora futura d’azione attenta e concreta; e tra la conoscenza del testo traducibile, la conoscenza della mente del traduttore e la conoscenza del pubblico futuro − inclusa la mancanza di conoscenza riguardo all’intraducibilità. La traduzione abduttiva è un inganno visivo, un disinganno, un disordine fallace; è un errore insito nella condizione umana .

Prendiamo un problema pratico della teoria della traduzione per il quale si potrebbe trovare una soluzione ponendolo all’interno (o meglio al di fuori) del modello dell’abduzione di Peirce. Si è affermato che il cervello percepisce per anticipazione, vale a dire, per sensazione prima che per azione. Esso formula delle ipotesi percettive sul grado di (in)traducibilità. Negli studi traduttologici la fase abduttiva (sotto nome non semiotico) non si occupa di questioni di traducibilità, ma piuttosto di quelle di leggibilità, e prende in considerazione i fattori di trasferibilità dei diversi sistemi alfabetici, dei sistemi di testo, di scrittura e simili. Dato che il processo traduttivo è un processo mentale non aperto a verifica diretta (la cosiddetta scatola nera), si potrebbe asserire che la traduzione può essere spiegata solo da un’azione pubblica che deriva da un movimento segreto e abduttivo. Ciò significa che, dopo la sopravvivenza dell’abduzione come traducibilità, l’atto a priori filtra dal processo traduttivo, come sostenuto nella teoria della traduzione.

Negli studi sulla traduzione la prassi traduttiva di per sé è stata comunemente ma discutibilmente «ipotizzata» come una sequenza cronologica che implica tre o quattro fasi. Si è garantita la prima fase di traducibilità. Con uno spirito fortemente orientato alla prassi, Koller distingue tre fasi traduttive, che consistono nella prima stesura, o traduzione «con vita breve»; quella di lavoro, o traduzione «con vita media»; e quella pronta per la stampa, o traduzione «con vita lunga». «La prima stesura della traduzione può essere ulteriormente sviluppata in una traduzione di lavoro migliorandone la qualità; e la traduzione di lavoro può diventare a sua volta il punto di partenza per una traduzione pronta per la stampa» (1992: 203; traduzione dell’autrice).

I criteri linguistici di Koller qui esposti sono qualitativi e corrispondono ad una scala crescente di fattori grammaticali, lessicali e stilistici e di altri fattori che contribuiscono «all’accuratezza, alla correttezza e all’adeguatezza» (Koller 1992: 204, traduzione dell’autrice). Come spiegato da Koller, la prima fase produce una prima stesura della traduzione a scopo ed uso limitati. L’enfasi da lui posta sull’accuratezza significa che ci deve essere uguaglianza in termini di contenuto, ma in questa fase si accettano ancora violazioni delle regole morfologiche, sintattiche, fraseologiche, lessicali, stilistiche e così via. Nella seconda fase di una traduzione vengono richieste accuratezza e correttezza; essa non deve contenere errori grammaticali, lessicali o stilistici. Infine, la traduzione che per Koller è pronta per la stampa è quella caratterizzata dalla triade di accuratezza, correttezza e adeguatezza. Un prodotto di seria ricerca e riflessione mira a soddisfare le norme e le aspettavate più rigorose.

Va comunque puntualizzato che il passaggio da un’approssimativa fedeltà al fatto-fonte, la concordanza con il codice ricevente ed infine la conformità con il tipo di testo tra prototesto e metatesto, pone delle priorità singolarmente relative. I tre passi compiuti da Koller per descrivere la qualità della performance del traduttore possono essere definiti solo uno in relazione all’altro. Qui sono assenti i criteri esterni di valutazione. Ciò riduce notevolmente l’utilità del processo tripartito di Koller al di fuori della pura pratica e pedagogia traduttive. É tuttavia allettante considerare il primo prodotto di Koller, la versione appena abbozzata, come prodotto dell’abduzione dato che tale versione, come l’abduzione, è di natura estemporanea, ha origine nella speculazione e ha solo un valore provvisorio.

Bisognerebbe inoltre ricordare che, anche in un paradigma di Peirce, si valuta la traduzione in termini qualitativi. Tuttavia, in contrapposizione all’enfasi esclusiva che Koller pone sulla traduzione in termini della sua utilità pratica come giudicata dal ricevente/i designato/i, per Peirce qualità significava valore di verità in riferimento ad alcuni scopi di bellezza (Firstness), utilità (Secondness) e insight (Thirdness). Il punto forte dell’abduzione sta certamente nel proporre la bellezza. Simili qualità estetiche sono de-enfatizzate, se non ignorate, da Koller.

Con la dovuta «speculazione teorica», Toury propone una rappresentazione schematica della traduzione in quattro fasi:

(1) una scomposizione indispensabile dell’entità iniziale fino ad un certo livello, mutevole e, a tale livello, assegnazione alle parti costituenti lo status di «caratteristiche»;
(2) una selezione di caratteristiche da conservare, e cioè l’assegnazione, da un punto di vista o un altro, di una pertinenza ad alcune parti delle caratteristiche dell’entità iniziale;
(3) il trasferimento delle caratteristiche selezionate e pertinenti al di là di un (o più di uno) più o meno definito confine semiotico;
(4) la (ri)composizione di un’entità risultante attorno alle caratteristiche trasferite, assegnando loro la stessa o un’altra estensione di pertinenza. (Toury 1986: 1114)

In contrapposizione alla proposta pratica di Koller che descrive la qualità del prodotto finito, il programma di Toury qui descritto è altamente teorico e orientato al processo. Un prerequisito è che il testo ab quo possa essere suddiviso in unità separate, alcune delle quali possono poi essere considerate pertinenti «da un punto di vista o da un altro» (come segni semiotici) e altre non pertinenti (in quanto non-segni). Soltanto i primi vengono poi transcodificati, mentre il destino delle ultime unità, di cui evidentemente si può fare a meno, rimane piuttosto incomprensibile nella proposta di Toury.

In risposta a ciò, mi pare che nessuna parte del prototesto possa essere camuffata senza che si ponga in essere una qualche forma di erosione, mediante la quale la sostanza semiotica può solo assottigliarsi nelle semiosi successive, invece di diventare progressivamente più ricca nel contenuto e crescere verso la verità, come avrebbe voluto Peirce. L’idea di pertinenza espressa da Toury è davvero un’arma pericolosa e indiscriminata. Può avere una base intuitiva (che rende abduttiva l’operazione), ma può anche avere un bias ideologico (nel cui caso ci si trova di fronte piuttosto ad una procedura deduttiva). Lo scenario di Toury sembra costruito più per soddisfare bisogni retorici che per portare alla verità nel modo in cui la concepiva Peirce.

In After Babel, Steiner propone per il processo traduttivo una «mozione ermeneutica» (1975: 296) a quattro fasi che in realtà, nella descrizione, consiste in tre fasi e in una quarta illusoria. Nella prima fase, che somiglia all’abduzione di Peirce, vi è una «fiducia iniziale » nella significatività «dell’altro in quanto affermazione alternativa non ancora provata e non ancora mappata» nel testo da tradurre (Steiner 1975: 296). Tale fiducia «sarà di norma istantanea e incontrollata, eppure possiede una base complessa» (Steiner 1975: 296). Dopo quella che sembra una descrizione della Firstness di Peirce, Steiner procede con la seconda fase della traduzione, nella quale la fiducia iniziale è sottoposta a verifica tramite un confronto, e la «manovra di comprensione [diventa] esplicitamente invasiva ed esauriente» (1975: 298). Il testo viene attaccato, per così dire, nella sua «alterità» con un atto di aggressione nel quale «rompiamo il [suo] codice … lasciando il guscio distrutto e gli strati vitali scorticati» (Steiner 1975: 298). Ciò è straordinariamente simile alla Secondness di Peirce. «Il terzo passaggio», continua Steiner, «è incorporativo, nel vero senso della parola … incarnazione … [Noi] incarniamo le energie alternative e le risorse del sentimento» (1975: 298-299). Quest’ultimo processo, di «appropriazione completa», può determinare «un completo addomesticamento, un at-homeness» della traduzione nella sua nuova situazione; oppure la traduzione può aver acquisito in essa «una stranezza e una marginalità permanenti» (Steiner 1975: 298). Il fatto che una traduzione possa funzionare come «assunzione sacramentale» o come il suo opposto, «un’infezione» (Steiner 1975: 299), significa che manca ancora

… la quarta fase, il colpo del pistone, per così dire, che completa il ciclo. Il movimento aprioristico della fiducia ci pone in disequilibrio. Noi «propendiamo verso» il testo da affrontare … Lo accerchiamo e lo invadiamo cognitivamente. Torniamo a casa carichi, cioè ancora sbilanciati, avendo causato disequilibrio in tutto il sistema togliendo «dall’altro» e aggiungendo , benché forse con conseguenze ambigue, al nostro. Il sistema adesso è squilibrato. L’atto ermeneutico deve compensare. Se vuole essere autentico, deve mediare ricorrendo allo scambio e al ripristino della parità. (Steiner 1975: 300)

Nel giungere ad un nuovo stato di sintesi, il modello di Steiner ha raggiunto un livello idealizzato irraggiungibile nella traduzione della vita reale. Lo scenario graduale di Steiner possiede una virtù importante se ricontestualizzato all’interno della semiotica: somiglia alla semiosi e richiama alla mente in modo interessante la successione peirceiana dei tre momenti interpretativi che si manifestano nell’interpretante Primo (immediato/emotivo), Secondo (dinamico/energetico) e Terzo (finale/logico) − quest’ultimo a sua volta suddiviso in un interpretante non definitivo e in un interpretante logico definitivo (Short 1986: 115). Queste fasi evolutive, forse in parte sovrapposte e raggiunte per inferenza, mostrano un crescente grado di «rigore» o solidità di pensiero e riflettono «i tre gradi di chiarezza» di Peirce nella soluzione dei problemi mentali (CP: 3.456ff., 1897), dei quali la risoluzione dei problemi traduttivi ne rappresenta un esempio parimenti orientato al processo e governato da regole. In particolare la «generosità radicale» del traduttore di Steiner, che «sarà di norma istantanea e incontrollata» ma che tuttavia ha «una base complessa», suona sorprendentemente come un ragionamento istintivo à la Peirce, principalmente perché si concentra sul ruolo del traduttore che è coinvolto in un’attività mentale strettamente correlata all’abduzione e che procede sia in senso astratto che in senso concreto non solo per prove ed errori.

Abduzione e creatività traduttiva

A questo punto dovrebbe essere chiaro che il traduttore umano di norma giunge alla risposta, alla scelta e/o alla decisione traduttiva, seppur provvisoria, più attraverso un metodo approssimativo che non attraverso l’analisi e la transcodifica(zione) di parole, frasi, paragrafi,ecc., che è il caso invece della traduzione fatta dal computer. Anderson (1987) distingue la creatività scientifica, trattata esplicitamente da Peirce, da quella artistica, che deve essere estrapolata per gran parte dall’opera di Peirce. Se entrambe dipendono dall’abduzione, la creatività scientifica porta alla scoperta e si basa sull’analogia, mentre quella artistica porta alla creazione e si basa sulla metafora. Prendendo come punto di partenza la divisione di Peirce dei segni iconici in immagini, o First Firstness; diagrammi, o Second Firstness; e metafore, o Third Firstness (CP: 2.277, c.1902), Anderson (1987: 68) asserisce che lo scopo della scoperta scientifica è un’ipotesi che è analoga (diagrammatica) al mondo esistente; al contrario, lo scopo della creatività artistica è la presentazione di una nuova qualità del sentimento, di natura metaforica.

Dato che una traduzione, per definirsi tale, deve uguagliare, sia nel complesso che nelle singole parti, la struttura qualitativa di un dato testo-segno preesistente, essa rappresenta un indice, la cui iconicità è dominante. La lingua, insieme ai codici linguistici coinvolti, pone il testo tradotto e quello traducibile sotto l’egida della simbolicità; ossia, coinvolge via via sia gli elementi iconici che quelli indicali. Da un lato questa somiglianza univoca fa della traduzione un caso di pensiero analogo, un caso cioè di scoperta scientifica. Dall’altro lato, se il traduttore si abbandona liberamente alle sue abilità artistiche, è destinato a creare non un’analogia, ma piuttosto una metafora, cioè qualcosa di nuovo, costruito su una somiglianza equivalente tra due cose le cui strutture qualitative sono sostanzialmente dissimili, ma considerate simili dal punto di vista di questa argomentazione. Ciò rende la metafora un simbolo nel quale l’iconicità svolge un ruolo dominante .

La distinzione tra le due modalità che, come in ogni concetto del pensiero di Peirce, non sono vicendevolmente esclusive ma devono essere poste in un continuum, corrisponde a ciò che comunemente si definisce traduzione letterale versus libera; spesso si utilizza tale distinzione quando ci si riferisce in maniera particolare a testi informativi da un lato e poetici dall’altro. In un paradigma peirceiano tale dicotomia tradizionale, che si riflette in molti tipi di testo, è sostituita da una scala progressiva, così che il passaggio tra i tipi di testo non è mai brusco, ma sempre fluido.

Le fasi iniziali della traduzione, quando si crea un primo interpretante logico, consistono in una congettura fortuita ma seria da parte del traduttore; ma, anche nel corso di semiosi successive, ogni volta che il traduttore/ricercatore sembra essersi spinto in un vicolo cieco dove sono necessari nuovi impulsi, il fuoco abduttivo può essere rialimentato al fine di aiutare la scintilla delle proposte promettenti e prende così forma l’elaborazione, la verifica e la consolidazione della traduzione (comprese falsificazioni e cancellature). A dire il vero, per Peirce, il pragmatismo è «la logica dell’abduzione» (CP: 5.195 e paragrafi seguenti, 1903); e nel linguaggio di Peirce, l’abduzione è «il punto più profondo» dell’indagine. La traduzione abduttiva ha il suo fulcro nel processo primario di consolidamento delle abitudini traduttive instabili.

Nonostante lo spiccato interesse per l’abduzione, Peirce, logico anti-psicologo, non ha mai descritto un processo logico graduale su come un individuo creativo genera ipotesi. La sua logica della scoperta si concentra principalmente sulla metodologia di indagine e di risoluzione dei problemi (la metodeutica di Peirce, chiamata anche «retorica speculativa») a scapito della critica e della grammatica speculative. L’enfasi che Peirce pone sullo sviluppo di «un metodo di scoperta di metodi» (CP: 2.108, 1902) e la sua esemplificazione nel progetto di economia di ricerca implicava che la logica della scoperta fosse un processo abduttivo. Peirce aveva delineato tale logica originaria, che «affronta la questione riguardo a come nascono nella mente nuove idee o ipotesi e di quale tipo possono essere» (Tursman 1987: 14), più come una ricerca filosofica piuttosto che un manuale pratico, senza fornire un resoconto completo della questione dell’eureka e della qualità delle idee. Le condizioni e/o i criteri per delle ipotesi di successo, come ci si può facilmente aspettare da un paradigma peirceiano, sono tre. Vengono giudicate in riferimento ad un certo scopo di bellezza, utilità (test sperimentale) e/o insight (potere esplicativo). Il punto cardine di un interpretante creato per abduzione è certamente la bellezza − nell’ampio senso peirceiano di semplicità, unicità, dramma, iniziativa, e altre ramificazioni di Firstness, tutte affettivamente connotate.

L’esperienza Eureka del traduttore

Cosa induce il traduttore a trovare soluzioni immediate e di successo ai problemi linguistici a cui si trova di fronte? Ancora una volta, i prerequisiti sono tre. Prima di tutto, sono necessari genio e studio. Bisogna dare molta importanza allo sviluppo primario di capacità speciali − in questo caso, la completa padronanza delle regole di (almeno) due lingue e delle culture nelle quali tali lingue sono radicate, così come delle molteplici interfacce tra loro. Ciò implica che il traduttore professionale deve aver imparato ed interiorizzato un ampio numero di associazioni e combinazioni in riferimento alle singole lingue (traduzione intralinguistica), coppie linguistiche (traduzione interlinguistica) e alle interazioni tra la lingua e i sistemi di segni non verbali (traduzione intersemiotica) .

Dovrebbe apparire ovvio che nessun individuo, sebbene qualificato ed intelligente, può possedere risorse illimitate necessarie a conoscere completamente la gamma di processi che avvengono in tutti gli universi del discorso, inclusa la capacità di prevedere e pianificare il comportamento futuro di tutte le intersemiosi possibili nelle arti così come nelle scienze. Tuttavia perché un’idea complessa ma unitaria possa emergere senza eccessivi sforzi, è necessario il potere intuitivo di una mente disciplinata e fertile; ossia di una qualsiasi, non di una mente in particolare che appartenga ad un individuo in particolare. Peirce è stato abbastanza chiaro su questo punto .

A meno che non ci sentiamo istintivamente a nostro agio in tali campi cognitivi e abbiamo acquisito competenze esperienziali in aree nelle quali queste possono – e in realtà lo fanno − verificarsi, non esistono basi per la scoperta ispirata, ma solo per la scoperta come semplice caso. Intelligenza e capacità professionali rappresentano perciò il primo requisito per l’ideazione abduttiva. Il secondo coinvolge lo stato d’animo e l’atteggiamento del traduttore. Per giungere allo stato d’animo ipnotico nel quale l’inconscio (nel senso etimologico del termine, l’immaginazione) si sblocca e viene stimolato, è necessaria una sospensione temporanea dell’azione volontaria e dell’attività mentale conscia, e un’indifferenza, parimenti temporanea, nei confronti della routine logica e dei pregiudizi mentali (che, al di fuori delle sue presupposizioni, rendono cieco il ricercatore di fronte ad elementi validi, veri e/o pertinenti). Solo in questo stato di abbandono e rêverie − il musement di Peirce (CP: 6.452ff., 1908) − la mente esperta del traduttore può rilassarsi, sottoporsi in maniera disinteressata al problema (che può essere una parola, una combinazione di parole, una frase, un paragrafo, ecc.) e ivi dissolvere il suo Io. Egli guarderà al problema, lo vedrà sotto diversa luce e lo esplorerà in ogni sua parte, in altre parole, percepirà e tenderà l’orecchio ad ogni significato di ciascun elemento del problema, ne sentirà l’odore e lo toccherà, per così dire, con i tentacoli della mente e del cuore. Questa è la prima fase della tecnica abduttiva della traduzione.

Poi l’abduzione entra nella sua seconda fase. Con un occhio rivolto ad «escogitare» una soluzione che si adatti «all’immagine» testuale, l’elemento del prototesto e la sua versione nel metatesto vengono accostati nella mente del traduttore per vedere se stanno bene insieme. Ciò permette al traduttore di «compiere degli esperimenti esatti sui diagrammi e di prestare attenzione ai cambiamenti involontari determinati nelle relazioni tra le varie parti del diagramma» (MS 292: 3, c.1906). Ciò che si cerca qui, giocosamente e distrattamente ma con «i tuoi occhi aperti, conscio di quello che sta succedendo o che sta avvenendo dentro di te» (CP: 6.461, 1908) è una sintesi di diversi elementi, una soluzione significativa nella quale si costruisce una netta combinazione e si costituisce un nuovo modello, come i pezzi di un puzzle .

Ora, la maggior parte dei traduttori hanno la testa curva sui fogli con attenzione assorta, oppure hanno gli occhi fissi sullo schermo del computer. Eppure ciò che in realtà vedono è un chunk di testo che hanno già memorizzato al primo sguardo. La loro concentrazione visiva non è perciò necessaria ed è anzi controproducente. Concentrandosi, mentalmente e fisicamente, sulla carta o sullo schermo, i traduttori non riescono a lasciar fluttuare i propri pensieri e ad associarli liberamente oppure a dedicarsi ad una qualche altra occupazione «giocosa» della mente. Di conseguenza, manipolano letteralmente dei frammenti sparsi bloccando l’accesso a tipi di soluzioni sintetiche che si vengono a creare tramite il processo abduttivo.
Invece della procedura sopradescritta, dopo un breve sguardo alla parte di testo da tradurre, i traduttori dovrebbero essere incoraggiati ad appoggiarsi allo schienale della sedia e a guardare il soffitto, fuori dalla finestra o (meglio ancora) in nessun posto in particolare; dovrebbero chiudere i loro occhi, fissare uno spazio vuoto e focalizzare l’attenzione «al loro interno», inconsapevoli del mondo e assorti nel processo traduttivo. Dalla «realtà», lo spazio problematico dovrebbe essere trasferito all’interno della mente, essere percepito dall’occhio interno e manipolato: i segni linguistici ordinati in maniera sequenziale (che il traduttore deve trasporre in un diverso modo e codice linguistico) devono essere prima trasformati in idee-immagini, cioè, in icone mentali che forniscono immediatamente e simultaneamente tutte le informazioni necessarie. Tali parole-immagini servono come interlingua visionaria, non verbale tra il problema considerato come un tutto unitario e la sua soluzione abduttiva; e questa fase transizionale permette all’abduttore di andare oltre i segni materiali dati, per trascendere la struttura di superficie del prototesto, e non semplicemente per scegliere tra una serie di alternative pre-fornite (dizionario) . Senza dubbio si delinea un compito importante per la didattica della traduzione.

Quale terzo e ultimo requisito vi sono le circostanze esterne vissute dall’individuo creativo in cerca dell’eureka. Quando si avvicina il momento della «verità» nella traduzione, le meditazioni del traduttore possono essere facilmente disturbate e frustrate da un rumore di qualsiasi tipo: non solo acustico, ma anche visivo, fisiologico, psicologico, sociale, documentario e così via, tutti accidentali e indesiderati. Purtroppo solo nelle situazioni idealizzate non c’è rumore; nella vita reale il rumore solitamente è inevitabile. Esso causa un grado di disordine, inconscio e invisibile ma intenso, che distrae il traduttore dal suo lavoro. E una volta ostacolato, il musement solo di rado può essere nuovamente indotto da una qualsiasi azione volontaria.

Quando la situazione sembra finalmente pronta per la scoperta, basta un’azione, un evento o un pensiero fortuito per innescare l’eureka: la congettura fortunata (si spera) emerge improvvisamente e spontaneamente come un’illuminazione. Questa è la terza e ultima fase dell’abduzione, di per sé la logica primaria dell’interpretazione dei segni, e perciò anche della traduzione interlinguistica. Ecco che il divario tra l’universo del prototesto e l’universo che si evolve del metatesto viene superato per abduzione da un’esplosione di somiglianza. Il traduttore, soddisfatto, può reagire al momento di estasi manifestando la sua euforia: può ridere, saltare sui propri piedi, gettare le braccia in aria, battere le mani, o invece rompere l’incantesimo che somiglia a trance ed esprimere la propria gioia con movimenti spasmodici del corpo e/o con ampi gesti .

Per lo sviluppo armonioso della traduzione qua segno, l’ipotesi immagino-verbale ha bisogno di essere ulteriormente tradotta in azione futura. Tale necessità di andare oltre l’abduzione è un’implicazione della massima pragmatica sugli «effetti che potrebbero concepibilmente avere conseguenze pratiche» (CP: 5.402 = W 3: 266, 1878). Nel nostro caso, gli effetti della traduzione devono essere collegati al «mondo reale», dove si manifestano come azioni. Il potenziale di senso di cui è portatore il prototesto viene attualizzato e dispiegato attraverso l’azione segnica controllata nel futuro. L’empirismo di Peirce include perciò la verifica. Nel 1905 Peirce riformulò la sua massima pragmatica in linguaggio semiotico, vale a dire:

L’intero significato intellettuale di ciascun simbolo consiste nel totale di tutti i modi generali di condotta razionale che, a seconda di tutte le possibili diverse circostanze e desideri, scaturirebbero dall’accettazione del simbolo. (CP: 5.438, 1905)

Applicato alla situazione traduttiva, ciò significa che la traduzione intende riprodurre e tradursi in forme di comportamento normante. Tale comportamento consiste in una serie di interpretanti, ognuno dei quali è una realizzazione (ancora parziale) del suo pieno significato. Indirizzata, in modo condizionato, verso un certo tempo futuro, e guidata dal principio del «fissarsi della credenza», la traduzione infine raggiungerà il suo punto di realizzazione, il momento in cui si suppone che tutte le informazioni, esplicite ed implicite, fornite dal prototesto si siano ri-materializzate nel metatesto concedendo al traduttore un attimo di relax. L’interpretante logico definitivo (o più realisticamente ancora non-definitivo) viene prodotto nel moment suprême quando è in arrivo la performance finale (o resa), il momento orgasmico nel quale tutti i significati devono essere colti e tutti gli obiettivi realizzati. Una volta che tutti gli obblighi vengono adempiuti e tutti i compiti eseguiti, si è raggiunto il summum bonum della legge e della generalità. Allo stesso tempo, comunque, attraverso l’«esecuzione» finale della traduzione, che segna sia il suo completamento che la sua morte, si viene a ristabilire una situazione edenica: pre-traduttiva, intatta, alleggerita, libera e, se lo si desidera, pronta ad assumere nuovi compiti e nuove mansioni.

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