Intervista al traduttologo Bruno Osimo: “Nella cultura italiana manca la categoria culturale della traduzione.”

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Intervista al traduttologo Bruno Osimo: “Nella cultura italiana manca la categoria culturale della traduzione.”

Martedì, 08 Novembre 2016 16:54 Scritto da  

Bruno Osimo è coordinatore del corso di Mediazione Linguistica alla Civica scuola interpreti e traduttori «Altiero Spinelli» di Milano.Bruno Osimo è coordinatore del corso di Mediazione Linguistica alla Civica scuola interpreti e traduttori «Altiero Spinelli» di Milano.Bruno Osimo

Qual è il ruolo della traduzione nella cultura italiana? Perché nella nostra cultura manca una definizione ben precisa della traduzione? Quali ricadute ha la mancanza di una specifica categoria culturale della traduzione sul panorama professionale della traduzione in Italia? A queste e altre domande ha risposto il traduttologo Bruno Osimo. Osimo è docente di scienza della traduzione, traduzione dal russo, traduzione dall’inglese e coordinatore del corso di Mediazione Linguistica alla Civica scuola interpreti e traduttori «Altiero Spinelli» di Milano.

Dottor Osimo, lei sostiene che sapere le lingue e saper tradurre non siano la stessa cosa e che nella cultura italiana manchi la categoria culturale della traduzione. Cosa intende esattamente?

Sono convinto che nella cultura italiana non si riconosca lo specifico della traduzione. Io, ad esempio, ai miei tempi ho studiato lingue e non traduzione. Il corso di laurea era quello di Lingue e Letterature Moderne ed era tutto quello che c’era per poter diventare traduttori. Oggi però noi sappiamo che sapere le lingue e saper tradurre si esercitano con capacità diverse e che anche a livello cognitivo si tratta di due cose diverse, che culturalmente hanno due fini diversi. Sapere le lingue serve per molte professioni, quasi per tutte quelle moderne. Medici e ingegneri, ad esempio, non possono non sapere l’inglese. Queste figure professionali, tuttavia, possono benissimo non saper tradurre. Un traduttore, invece, deve essere soprattutto un mediatore. Le capacità che richiede la mediazione sono più affini a quelle di un mediatore culturale o di una persona che deve mediare tra due persone. Pensiamo al terapeuta della coppia. Questo deve sapersi immedesimare nella cultura individuale di ciascuno dei due membri per poter fare da mediatore. Poi però deve arrivare a una sintesi che esprima una cultura terza che non sia nessuna delle culture dei due. Questa cultura terza in gergo tecnico si definisce linguaggio d’intermediazione tra il linguaggio di uno e quello dell’altro. Questo linguaggio di intermediazione deve poter esprimere tutto quello che vogliono dire la persona A e la persona B della coppia nei rispettivi linguaggi. Però deve esprimerli in un linguaggio C che sia comprensibile sia per A che per B. La stessa cosa succede con la traduzione sia scritta che orale. Il linguaggio d’intermediazione, nel caso della traduzione, è un linguaggio e non una lingua.

Lei afferma che in Italia la traduzione ancora non abbia una sua definizione specifica ben precisa. Ci sono altri paesi in cui invece questa è ben chiara e definita?

Se utilizziamo i settori disciplinari dell’università italiana come parametro obiettivo, possiamo notare che non esiste un settore disciplinare dedicato alla traduzione. La traduzione è sparpagliata un po’ ovunque tra lingua, letteratura e didattica della lingua. Se poi pensiamo alle associazioni di categoria, credo che la coscienza professionale di traduttori e interpreti in Italia sia tra le più basse del mondo occidentale. Non sono favorevole alle corporazioni, ma segnalo che l’autocoscienza dell’essere traduttori è un sintomo di qualcos’altro. Se lei va in Svizzera, ad esempio, trova tariffe per traduttori anche di cinque volte più alte. In questo paese i traduttori godono di un riconoscimento sociale e intellettuale di alto livello.

Più o meno lo stesso problema degli insegnanti della scuola dell’obbligo.

Sicuramente c’è qualcosa in comune. La cultura italiana assegna un ruolo simile ad entrambe le figure professionali. Ma questo è un problema di ignoranza. Per insegnare nella scuola dell’obbligo ci vogliono grosso modo tutte le capacità che servono per insegnare all’università. Non è che sia più facile, anzi.

Lo scarso riconoscimento per i traduttori dipende anche dalla scarsità di percorsi di formazione specifici per la traduzione?

I traduttori stessi hanno le loro responsabilità. Non si riesce ancora a dare della traduzione un’immagine professionale. Molto spesso ci si improvvisa traduttori. Molti lo fanno per tappare dei buchi nella loro esistenza.

Adesso poi ci sono Internet, nuove tecnologie, i traduttori automatici, i sottotitolatori amatoriali. Veri e propri fenomeni di traduzione di massa a basso costo o addirittura gratuita.

Su questo faccio sempre l’esempio del vino. Quando io ero piccolo se dovevo comprare del buon vino per la mia famiglia dovevo andare dal contadino perché al supermercato c’erano solo le marche scadenti. Adesso se andiamo al supermercato si possono anche trovare vini buoni. Questo significa che negli ultimi cinquant’anni i produttori hanno fatto un buon lavoro per far capire che il vino può essere un prodotto buono o cattivo. Con la traduzione questo non è ancora stato fatto. Ci vorrebbe un processo culturale simile per la traduzione. Un’operazione di marketing per far capire che la traduzione che puoi avere a due euro non è la stessa che puoi avere a venti euro. Quello che sta succedendo a me e anche ad altri colleghi miei coetanei è che lavoriamo sempre meno e che molto spesso il lavoro viene assegnato a principianti molto più “cheap”. Cosa che di per sé è anche bella. Il punto è che il lavoro dei professionisti con più esperienza può e deve convivere con quello di chi entra a lavorare in questo settore. Ci potrebbero essere due fasce di prezzo, quella del neolaureato e quella di chi magari ha tradotto per trent’anni i classici della letteratura, come c’è il vino in tetrapack e il Brunello di Montalcino.
Per quanto riguarda le nuove tecnologie, la traduzione automatica è stata rimpiazzata dalle memorie di traduzione. Tale tecnologia concettualmente non si basa più sulla linguistica lessicale ma sulla semiotica – a sua insaputa, credo. Le memorie di traduzione si basano su stringhe di testo, e dunque sul contesto, anziché sulle singole parole. Le memorie sono utili, lo ripeto, non per sostituire i traduttori ma per aiutarli. Bisognerebbe che i traduttori fossero mentalmente un po’ più elastici e, purtroppo, non sempre è cosi. Soprattutto i traduttori letterari, che io preferisco chiamare traduttori artistici, non devono vedere la tecnologia come fumo negli occhi. Anche nel campo della traduzione artistica le memorie di traduzione possono essere di grande aiuto.

Può farci in esempio.

Penso alle ripetizioni e alla ricerca esasperata di sinonimi. In questo senso siamo tutti un po’ vittime di Cicerone dopo tutti questi millenni. Pensiamo ancora alla ripetizione come a una cosa negativa. Io credo che se Čehov ripete dieci volte una parola nello stesso racconto lo debba aver fatto a ragion veduta.

Passiamo agli aspetti teorici della sua ricerca sulla traduzione. Lei sostiene che il traduttore sia una sorta di antropologo, può spiegarci meglio?

Se noi abbandoniamo l’idea che la traduzione sia una questione di lingua ed entriamo nell’idea che sia un problema di cultura, entriamo di fatto nel dominio dell’antropologia. In semiotica il concetto di testo quasi coincide con quello di cultura e viceversa. Quando noi affrontiamo un testo affrontiamo una cultura e dobbiamo interpretarla. Anche la strategia traduttiva diventa un tipo di atteggiamento culturale come potrebbe essere quello sciovinista oppure quello multiculturale. I traduttori sono nel contempo protagonisti e sensori dei rapporti tra culture. Il traduttore diventa così non più uno che trasporta, ma uno che crea un linguaggio nuovo ogni volta che traduce un testo nuovo.

Quest’idea si applica solo alla traduzione artistica o anche a quella tecnica e a tutti i tipi di traduzione?

Vale per tutti i tipi di traduzione. Anche se devo tradurre un manuale tecnico mi rivolgo a un lettore modello e ho una dominante. Anche il traduttore artistico è un traduttore tecnico-settoriale. Tra l’altro ci sono molti studiosi dell’Est europeo che hanno dimostrato scientificamente che non c’è nessun motivo di principio per distinguere la traduzione letteraria da quella non letteraria. La cultura e la lingua non sono estricabili l’una dall’altra, per questo preferisco utilizzare il concetto di Agar di “linguacultura”. Questa va vista come un organismo vivente e non come un oggetto. E il testo va visto come un processo.

In questo caso sarebbe la traduzione a inglobare la linguistica e non viceversa.

Dal punto di vista della semiotica è così, la linguistica fa parte della semiotica e non viceversa. La traduzione non so, forse questa potrebbe avere un ruolo più forte nella semiotica. Va di moda oggi usare il concetto di traduzione con cose che con la traduzione non hanno nulla a che vedere. La semantica può certamente fare riferimento alla traduzione per molti dei suoi principi. Adesso molti convergono nel cercare i significati nella traduzione. Se tu vuoi sapere cos’è veramente sedia traduci sedia in un’altra lingua. Quello che resta invariato è il significato di sedia. Quando non riusciamo a tradurre bene qualcosa dobbiamo ricorrere al pensiero creativo, che è l’unico strumento che ci permette di superare i momenti di intraducibilità. Le traduzioni possono essere ad alto tasso di traduzionalità o a basso tasso di traduzionalità. Il pensiero creativo è particolarmente utile con il primo tipo di traduzioni.

Lei sostiene che una nota del traduttore non sia una sconfitta.

Le note del traduttore non nascondono il fatto che una traduzione sia tale e il lettore in genere non è stupido e quando legge un testo tradotto sa che non si tratta dell’originale. Se diamo fiducia a questo tipo di lettore modello, le note del traduttore sono strumenti per “assaggiare“ la cultura in cui nasce l’originale. Un abuso di queste note, tuttavia, testimonia a mio avviso una velleità sbagliata del traduttore di far avvertire la propria presenza. Le note del traduttore sono però antropologicamente utilissime.

In conclusione, quanto di originale c’è nella sua ricerca e quanto viene da altri linguisti o esperti della traduzione?

Premetto che nella formulazione della mia ricerca mi avvalgo di contributi di illustri semiotici come Lotman e Peirce. Di originale nella mia ricerca c’è il fatto che io utilizzo i contributi teorici di questi semiotici per sviluppare un’idea della traduzione che in quanto tale è originale. Per quanto riguarda l’antropologia, mi sono avvalso del contributo teorico di Agar. Egli ha utilizzato il concetto di traduzione per spiegare ai suoi colleghi cos’è la cultura. Io, invece, ho provato a fare il reciproco. Vorrei ricordare che sia su Lotman che su Jakobson, del cui contributo pure mi sono avvalso, ho scritto due libri in corso di pubblicazione. I due testi si intitolano “Manuale di traduzione di Roman Jakobson”, pubblicato in italiano da Blonk, e “Il manuale del traduttore di Jurij Lotman”, che uscirà in inglese da Tartu University Press e in italiano da Marcos y Marcos.

La ringrazio per l’intervista, a presto.
Grazie a lei per l’originalità delle domande.

A risentirci.
© Informalingua

Nato a Milano nel 1958, scrittore e teorico della traduzione, Bruno Osimo è docente di scienza della traduzione, traduzione dal russo, traduzione dall’inglese e coordinatore del corso di Mediazione Linguistica alla Civica scuola interpreti e traduttori «Altiero Spinelli» di Milano. Svolge ricerche nel campo della traduzione.

Maika Balestra, Peirce, Text and Sign: Problemi di traducibilità

Peirce, Text and Sign: saggio di traduzione

Problemi di traducibilità

Maika Balestra

Scuole Civiche di Milano
Fondazione di partecipazione
Dipartimento di Lingue
Scuola Superiore per Mediatori Linguistici
Via Alex Visconti, 18 20151 MILANO

Relatore Prof. Bruno Osimo

Diploma in Scienze della Mediazione Linguistica
autunno 2005

English Abstract

This thesis provides an analysis of a passage from the book “On Translating Signs, Exploring Text and Semio-translation”, written by the Dutch semiotic translation-theoretician Dinda L. Gorlée. As the author explains in the preface, her book is a collection of essays dealing with text and translation. Two sections of the book have been translated. They are “Peirce, Text and Sign” and “Text and Semiosis”. The decision to write a thesis containing a translation analysis stems from the candidate’s love for translation and her desire to continue studying it. In order to analyse the source text properly, the thesis is divided into three chapters. The first one is structured as an essay and has an introductory function: it provides a general description of the book and its contents, as well as some brief information about the author. The chapter also includes two paragraphs illustrating the key ideas of American Pragmatism and the main stages of the life of Charles S. Peirce. In the second chapter the analysis first examines the style used in the source text. Particular attention has been paid to lexicon, register and syntax. A theoretical analysis of the source text as regards its translatability follows. It studies the function of the text, the target reader, the translation strategy and translation loss. A similar analysis has been carried out for the target text. At the end of the chapter some examples show the difficulties of the translation process. The last chapter contains the Italian version of the source text.

Deutsches Abstract

Ziel dieser Arbeit ist es, einen Teil des Buches „On translating Signs, Exploring Text and Semio-translation“ hinsichtlich seiner Übersetzbarkeit zu analysieren. Das Buch wurde 2004 von der niederländischen Übersetzungswissenschaftlerin und der Semiotikforscherin Dinda L. Gorlée geschrieben. Wie die Autorin selbst im Vorwort zu ihrem Buch erklärt, handelt es sich um eine Sammlung von Aufsätzen mit dem Ziel, die Begriffe „Text“ und „Übersetzung“ zu erforschen. In der vorliegenden Arbeit wurden zwei Abschnitte des Buches übersetzt, die die Titel „Peirce, Text and Sign“ und „Text and Semiosis“ tragen. Die Entscheidung, eine Übersetzungsarbeit zu schreiben, hat die Kandidatin wegen ihrer Liebe für diese Disziplin und ihres Wunsches getroffen, ihre Ausbildung im Bereich der Übersetzung fortzusetzen. Zum Zwecke einer möglichst genauen Analyse des Quellentextes wurde diese Arbeit in drei Kapitel gegliedert. Das erste hat einen Essay ähnlichen Charakter und eine einleitende Funktion: es beschreibt den Inhalt des Buches im Allgemeinen und gibt einige kurze Auskünfte über die Autorin. Dieses Kapitel enthält ebenfalls zwei Abschnitte, die jeweils dem Amerikanischen Pragmatismus und den wichtigsten Etappen des Lebens von Charles S.Peirce gewidmet sind. Im zweiten Kapitel findet sich zuerst eine Textanalyse, die sich hauptsächlich mit dem Stil der Autorin befasst. Berücksichtigt werden Wortschatz, sprachliche Ebene und Syntax. Dann folgt die Übersetzungsanalyse des Quellentextes. Im Mittelpunkt stehen dabei die Funktion des Textes, der Zielleser, die Übersetzungsstrategie und die übersetzungsrelevantesten Unterschiede und Ähnlichkeiten zwischen den beiden Texten. Am Ende dieses Kapitels werden an Hand einiger Beispiele die Schwierigkeiten des Übersetzungsprozesses deutlich gemacht. Das dritte Kapitel enthält schliesslich die italienische Übersetzung des Quellentextes.

Abstract in italiano

L’obiettivo di questa tesi è analizzare un passo del libro «On translating Signs, Exploring Text and Semio-translation», scritto dalla ricercatrice olandese di semiotica e traduzione Dinda L. Gorlée. Come l’autrice stessa spiega nella prefazione, il suo volume è una raccolta di saggi volti ad indagare i concetti di «testo» e di «traduzione». La tesi include la versione italiana di due paragrafi dell’opera, intitolati «Peirce, Text and Sign» e «Text and Semiosis». La decisione di scrivere una tesi contenente un’analisi traduttologica deriva dalla passione della candidata per la traduzione, nonché dal desiderio di approfondire le sue conoscenze in questo ambito. Al fine di analizzare al meglio il prototesto, la tesi è strutturata in tre capitoli. Il primo, di carattere perlopiù compilativo, ha una funzione introduttiva: fornisce una descrizione generale del prototesto e dei suoi contenuti, nonché qualche breve informazione sull’autrice. A chiusura di capitolo due paragrafi illustrano i concetti chiave del Pragmatismo americano e le tappe salienti della vita di Charles S. Peirce. Nel secondo capitolo l’analisi si focalizza inizialmente sullo stile del prototesto: particolare attenzione viene prestata al lessico, al registro e alla sintassi. Segue un’analisi teorica del prototesto dal punto di vista della sua traducibilità. Sono stati presi in esame la dominante e il lettore modello del prototesto per poter elaborare una strategia traduttiva finalizzata ad una gestione ottimale del residuo comunicativo. Un’analisi simile è stata approntata, parallelamente, anche sul metatesto. Il capitolo si chiude con degli esempi, al fine di mostrare le difficoltà incontrate nel processo di traduzione. Queste derivano quasi sempre dalla specificità settoriale del prototesto. Il terzo e ultimo capitolo presenta la mia traduzione dell’originale.

Sommario

I On Translating Signs, Exploring Text and Semio-Translation 7
1.1 Introduzione 8
1.2 L’autrice 9
1.3 Daphnis 9
1.4 I contenuti 10
1.5 La cultura del prototesto 10
1.5.1 Il pragmatismo americano 11
1.5.2 Il pragmatismo metodologico di Peirce 12
1.5.2.1 Il metodo della ragione 12
1.5.2.2 La semiotica 13
1.5.3 Charles Sanders Peirce 16

II Analisi Traduttologica 18
2.1 Lo stile del prototesto 19
2.1.1 Il lessico 19
2.1.2 Il registro 21
2.1.3 Sintassi 22
2.1.4 Esempio pratico 22
2.2 Le marche del prototesto 24
2.3 La dominante del prototesto 24
2.4 La dominante del metatesto 25
2.5 Il lettore modello dell’autrice 25
2.6 Il lettore modello del metatesto 27
2.7 La strategia traduttiva 27
2.8 Il residuo comunicativo 29
2.9 Difficoltà della traduzione 33
2.9.1 Esempi di frasi difficili da capire 33

III Traduzione 35

Riferimenti bibliografici 62

I

On Translating Signs
Exploring Text and Semio-Translation
Dinda L. Gorlée

Caratteri generali

Questo primo capitolo, di carattere introduttivo, vuole fornire una descrizione generale di On Translating Signs, Exploring Text and Semio-translation ed è perciò quasi interamente dedicato all’opera e alla sua autrice, Dinda L. Gorlée.
Ho ritenuto opportuno, al paragrafo 1.5, spendere qualche parola sul pragmatismo americano e sul suo fondatore, Charles Sanders Peirce. Infatti, se è vero che il prototesto non è specifico di nessun ambito culturale dal punto di vista spaziotemporale, geografico, la sua produzione è tuttavia legata in modo inscindibile ed inequivocabile alla ricerca nel campo della semiotica e della traduzione (capitolo II). Data la mole consistente di citazioni tratte dalle opere di Peirce, mi sembra che il suo pensiero possa rientrare fra le componenti culturali che caratterizzano il prototesto.

1.1 Introduzione

Il testo che ho tradotto è tratto dal libro On translating Signs, Exploring Text and Semio-translation scritto da Dinda L. Gorlée, ricercatrice olandese di semiotica e traduzione. Come lei stessa spiega nella prefazione, il libro è suddiviso in tre capitoli: il primo, dal titolo Text and Interdisciplinary Texture, è un capitolo introduttivo sul testo; il secondo, Semiotranslation and Abductive Translation, affronta il tema della traduzione; infine il terzo capitolo, Trial and (T)error: Peirce’s Fallibilism and Semiotranslation si focalizza sia sul testo che sulla traduzione.
Le pagine da me tradotte sono tratte dal capitolo Text and Interdisciplinary Texture, e precisamente corrispondono alle pagine 58-67, ovvero ai paragrafi Peirce, Text and Sign e Text and Semiosis. Ho inoltre tradotto il relativo apparato metatestuale che si trova alle pagine 85-87.

1.2 L’autrice

Dinda L. Gorlée è a capo di un ufficio di traduzione giuridica multilingue all’Aja. Collabora inoltre con l’università norvegese di Bergen agli Archivi Wittgenstein e con quella di Helsinki presso il dipartimento di ricerche traduttologiche. A lei va il merito di aver rinsaldato i rapporti fra la scienza della traduzione e la semiotica, con un particolare interesse per il pensiero di Peirce.
Lei stessa è ricercatrice di semiotica in relazione alla scienza della traduzione, alla traduzione vocale, alla semiotica testuale e alla traduzione giuridica.
Fra le sue pubblicazioni più famose vi è il saggio Semiotics and the Problem of Translation: With Special Reference to the Semiotics of Charles S. Peirce, del 1994. Attualmente l’autrice sta lavorando ad un nuovo volume dal titolo Song and Significance: Interlingual and Intersemiotic Vocal Translation.

1.3 Daphnis

On translating Signs, Exploring Text and Semio-translation è pubblicato dall’editore olandese Rodopi come supplemento alla rivista Daphnis.
Tale rivista fu fondata nel 1970 da una cerchia internazionale di letterati come «rivista di letteratura medioevale tedesca» e fu pubblicata per la prima volta nel 1972 a Berlino. Nel 1976 la casa editrice fu spostata ad Amsterdam e da allora la rivista viene pubblicata nella capitale olandese. Daphnis è stata concepita come un organo di ricerca per la letteratura tedesca e per quella neolatina dalla fine del XIV fino a metà del XVIII secolo. Si occupa inoltre, a livello comparativo, dei rapporti fra la letteratura medievale tedesca e le letterature europee dello stesso periodo.
Con la rivista Daphnis vengono pubblicati saggi inediti nelle categorie «trattati», «miscellanea», «scoperte minori», «progetti di lavoro», «ricerche» e «bibliografie». Ampio spazio viene dedicato inoltre alla teologia, alla filosofia, alla storia e all’arte figurativa. Nel 1981 è stata introdotta una nuova rubrica intitolata «Discussione scientifica», dedicata in buona misura al linguaggio scientifico specialistico. Ogni annata di Daphnis comprende quattro numeri per un totale di circa 200 pagine.

1.4 I contenuti

Come già suggerisce il titolo, Peirce, Text and Sign, questo paragrafo illustra, attraverso numerose citazioni dalle opere di Peirce, il significato che le parole «testo» e «segno» rivestivano per questo filosofo e scienziato americano e il modo in cui soleva servirsene. Vengono passati in rassegna i concetti di «simbolo», «discorso», «proposizione», «argomento» per approdare infine ad una spiegazione della teoria generale dei segni di Peirce.
Il secondo paragrafo, Text and Semiosis, si focalizza invece su un particolare tipo di segni, quelli di Terzità, che Peirce chiamava simboli, e sulla relazione tripartita che si instaura fra segno-oggetto-interpretante, soprannominata da Peirce «semiosi». Vengono poi illustrate le caratteristiche della semiosi testuale peirceiana in contrapposizione alle altre semiotiche testuali, in particolare alle teorie testuali di Saussure. Infine l’autrice fa alcune considerazioni su concetti quali «segno-pensiero», «quasi-segno», «quasi-mente», «segno-testo».

1.5 La cultura del prototesto

Come già accennato in apertura, il testo della Gorlée è ricchissimo di rimandi intertestuali, in particolar modo di citazioni tratte dalle opere di Peirce. Ed è proprio attorno alle teorie di questo filosofo e scienziato americano che ruotano molte delle considerazioni dell’autrice. Proprio per questo credo che il pensiero di Peirce – ed il contesto culturale in cui, anche se solo in parte, si sviluppò – siano delle componenti culturali importanti del prototesto.
Questo paragrafo intende prendere in esame la personalità poliedrica di Peirce ed i caratteri distintivi del pragmatismo americano, al fine di indagare fino a che punto le teorie peirceiane ed il pragmatismo influenzino la cultura del prototesto.
1.5.1 Il pragmatismo americano

Il pragmatismo americano è il contributo più innovativo degli Stati Uniti d’America alla filosofia occidentale. Esso nacque e si sviluppò nel clima di diffuso interesse per la filosofia e di riconoscimento della sua funzione vitale che caratterizzò la società americana alla fine del XIX secolo.
La parola «pragmatismo» deriva dal greco pragma (azione, atto). Lo storico greco Polibio (I sec. a.C.) soleva definire i suoi scritti «pragmatici», intendendo con questo termine che erano concepiti per essere istruttivi ed utili ai suoi lettori. Charles Sanders Peirce, fondatore del pragmatismo – e probabilmente il primo a servirsi del termine per designare una specifica dottrina filosofica –, più che la parola greca aveva in mente quella tedesca usata da Kant: pragmatisch si riferisce al pensiero sperimentale, empirico e finalizzato basato sull’esperienza e ad essa attinente. In semiotica la branca che studia il rapporto fra i segni e coloro che se ne servono è detta pragmatica (per distinguerla dalla semantica e dalla sintassi).
Il pragmatismo mise in luce un’impostazione che era stata presente fin dall’inizio nella filosofia americana. Si tratta della tendenza a considerare come fondamentale, per la scelta e l’adozione di una dottrina filosofica, non già la sua astratta e teoretica “verità”, ma la sua pratica utilità, la capacità di una dottrina di fungere da guida della condotta pratica dell’uomo nei confronti delle cose, degli altri uomini e di Dio.
La caratteristica fondamentale del pragmatismo è il suo orientamento verso il futuro anziché verso il passato o il presente. Uno dei suoi principi cardine è la strumentalità del conoscere: per i pragmatici la conoscenza è uno strumento che permette all’uomo di controllare e prevedere le azioni future.
Il pragmatismo americano si concretizzò in due correnti fondamentali: il pragmatismo metodologico e quello metafisico. Pur muovendo dal comune presupposto della strumentalità del conoscere, queste due impostazioni differiscono nel modo di concepire il legame conoscenza – azione. Il pragmatismo metodologico – cui aderirono, fra gli altri, Peirce e Dewey – si presenta come una teoria del significato, ovvero come una dottrina della portata pragmatica delle proposizioni e delle credenze. Il pragmatismo metafisico – James fu uno degli esponenti di spicco – si pose invece come una teoria generale della verità e della realtà, secondo cui la verità di un’idea risiede nella sua presunta utilità personale o sociale, ovvero nella sua capacità di esercitare un’azione benefica sulla vita dell’uomo.
Per evitare che il suo pragmatismo metodologico venisse confuso con quello metafisico di James, Peirce preferì parlare di pragmaticismo, Dewey invece di strumentalismo.

1.5.2 Il pragmatismo metodologico di Peirce

1.5.2.1 Il metodo della ragione

La filosofia pragmatica di Peirce è parte di una teoria più generale dei segni e del pensiero. Il pensiero, o «indagine», scaturisce dal dubbio, ovvero da uno stato in cui le azioni abituali sono bloccate o confuse. Dal dubbio risultano l’irritazione organica e l’indecisione. La risoluzione e una condotta libera sono, d’altro canto, prodotti della credenza, che è una forma di stabilità e soddisfazione. Secondo Peirce la sola funzione del pensiero è quella di produrre credenze e ogni credenza è una regola d’azione; sicché lo scopo finale del pensiero è l’esercizio della volizione e la produzione di abitudini d’azione. Pensare, ovvero uscire lottando dallo stato di irritazione connaturato al dubbio, vuole dire creare credenze (stati mentali di calma e sicurezza). Una credenza è vera nel momento in cui sussista conformità tra effetti attesi dalla credenza ed effetti realizzati; è falsa nel momento in cui non sussista tale conformità. Nel momento in cui sia vera, la credenza è norma d’azione utile; nel momento in cui non lo sia, è una norma d’azione non utile ad incidere sulla condotta umana. Peirce ammetteva però che vi sono vari metodi per stabilire una credenza e ognuno ha qualche vantaggio. C’è il metodo della tenacia di chi si rifiuta di discutere le proprie credenze e può condurre al successo la persona ostinata; il metodo dell’autorità che, vietando le opinioni difformi, può condurre all’accordo; il metodo metafisico che si appella alla ragione e produce costruzioni e sistemi ideali, che però sono incontrollabili. Questi metodi hanno in comune il tratto di escludere la possibilità dell’errore: ognuno di essi si ritiene infallibile. C’è solo il metodo scientifico, secondo Peirce, che rinuncia all’infallibilità. E questo è il solo metodo che la scienza e la filosofia devono seguire, professando apertamente ciò che egli chiama il fallibilismo della ragione. Il pragmatismo, come lo intende Peirce, non è nient’altro che l’applicazione di quest’ultimo metodo ai problemi filosofici.
Il metodo scientifico consiste fondamentalmente nel tentativo costante di collocare i giudizi percettivi che ci vengono imposti dall’esperienza in un modello esplicativo composto da tre tipi di ragionamento: l’«abduzione», che tiene conto di una costante nota e della constatazione di un fenomeno nuovo e da questi inferisce una congettura; la «deduzione», che muove da una regola e da un caso specifico per dedurre un risultato; e infine l’«induzione», che muove da un caso specifico e da un risultato per indurre delle ipotesi.
Nel suo sforzo – prolungatosi per anni – di collocare la sua analisi del dubbio e dell’indagine all’interno di una teoria segnica più completa e globale, in cui la comunicazione, il pensiero, la conoscenza e l’intelligenza potessero essere pienamente compresi, Peirce approdò a dei risultati originali. Uno di questi è la semiotica contemporanea.

1.5.2.2 La semiotica

Oggi Peirce è ricordato soprattutto per aver posto le basi della semiotica contemporanea, la disciplina che si occupa dei segni in quanto questi vengono interpretati ed utilizzati. Punto di partenza è la considerazione che non c’è pensiero senza segno, che ogni pensiero è in realtà un segno che rimanda a un pensiero successivo che a sua volta è un segno e così via. Ciò significa che l’universo intero non è un insieme definito e definitivo di cose poi riprodotte con i segni, ma un insieme di segni collegati fra loro in cui non c’è mai un punto di partenza primo e assoluto. Il nostro contatto con la realtà non è mai diretto, ma sempre mediato dal segno: è una continua interpretazione, ovvero una semiosi illimitata.
Il segno viene definito da Peirce come «qualcosa che sta secondo qualcuno per qualcosa sotto qualche aspetto o in qualche capacità» (CP: 2.228, c.1897). Dunque il pragmatismo di Peirce è inteso a tradurre certi tipi di segni in segni più chiari, al fine di superare la confusione linguistica o concettuale. Formulare un interpretante significa determinare gli “effetti” o le conseguenze che i segni o le idee in questione possono produrre.
Primariamente il pragmatismo di Peirce è una teoria del significato emersa dalle sue riflessioni personali sul suo lavoro scientifico, in cui lo sperimentalista comprende una proposizione in questo modo: se l’esperienza prescritta si realizza, questa è verificata. Questo metodo può essere usato in due modi: innanzitutto serve a mostrare che, quando le controversie non hanno risoluzione, ciò è dovuto agli abusi che facciamo della lingua e a sottili confusioni concettuali. Questioni come, ad esempio, se il mondo fisico sia un’illusione, se l’uomo sia ingannato dai propri sensi, o se le sue azioni siano predestinate non sono problemi reali. In secondo luogo può essere utilizzato come delucidazione. Dire, ad esempio, che l’oggetto O è duro significa che, se si prova a scalfirlo, O non verrà intaccato dalla maggior parte delle sostanze.
Similmente, nella sua teoria della verità, Peirce afferma che la verità è l’insieme delle attività di verifica della comunità scientifica, mentre la realtà è l’accordo della comunità sulla verità. Di conseguenza, non solo il pensiero è finalizzato, ma il significato ha in sé un riferimento al futuro.
Peirce si dimostra fiducioso del cammino trionfale della scienza verso la verità, senza tuttavia trascurare – come osservato – l’idea di fallibilità della conoscenza scientifica.
Per evitare che le sue teorie venissero confuse con le altre dottrine pragmatiche Peirce ribattezzò il suo modo di vedere con il nome di pragmaticismo.

I tre tipi di ragionamento secondo Peirce: nel passaggio dalla deduzione all’abduzione, attraverso l’induzione, si ha una diminuzione progressiva del grado di certezza del ragionamento ed un aumento della componente creativa.

La deduzione (ragionamento analitico)

L’induzione (ragionamento sintetico)

L’abduzione (ragionamento sintetico)

1.5.3 Charles Sanders Peirce

Vero fondatore del pragmatismo fu Charles Sanders Peirce (1839-1914), personalità poliedrica, cultore di logica simbolica nonché geniale divulgatore di teorie scientifiche e padre della semiotica moderna. Di grande rilevanza sono i suoi apporti alla teoria della probabilità, alla logica simbolica, alla filosofia della scienza, alla matematica e alla semiotica, nonché i suoi scritti di astronomia, fisica, e chimica e quelli sul metodo scientifico.
Peirce soleva descriversi come uno sperimentalista e un «logico», termine la cui portata si ampliò notevolmente dai suoi primi scritti, andando ad abbracciare le sue dottrine del pensiero e dell’indagine (paragrafo 1.5.2.1).
Nonostante le proposte di incarichi universitari ricevute, Peirce lavorò soltanto come docente di logica part-time alla Johns Hopkins University fra il 1879 e il 1884; per tre anni fu docente di filosofia della scienza alla Harvard.
Nonostante fosse uno scrittore prolifico, Peirce vide pubblicate soltanto due delle sue opere. Si tratta del saggio Photometric Researches (1878), che gli valse la fama di migliore astrofisico del tempo, e di Studies in Logic (1883), una raccolta di saggi scritti da Peirce e dai suoi studenti alla Johns Hopkins.
Peirce non scrisse libri ma saggi ed articoli – che coprono l’arco di circa mezzo secolo – apparsi su vari periodici americani. Una prima antologia dei suoi scritti apparve, postuma, nel 1923 con il titolo di Chance, Love and Logic. I sei volumi dei Collected Papers of Charles Sanders Peirce furono editi invece negli anni fra il 1931 e il 1935. Molti degli scritti di Peirce sono ancora inediti e le edizioni esistenti perlopiù postume, due fattori che ostacolano in modo non indifferente la diffusione del suo pensiero.
Pur essendo il padre del pragmatismo americano, Peirce non fu filosofo di professione. Il suo principale impiego – dalla laurea in chimica, conseguita alla Harvard nel 1859, fino al suo ritiro a Miltford, in Pennsylvania, nel 1887 – fu presso lo United States Coast and Geodetic Survey, il servizio costiero americano. Dal 1887 fino alla fine dei suoi giorni Peirce visse in condizioni di estrema povertà, di malattia e di isolamento dal mondo accademico. Morì, dimenticato da tutti, nel 1914.
Data la condizione di isolamento in cui Peirce visse, non si può dire che il suo pensiero sia frutto del confronto e dello scambio con gli altri pragmatici. Pertanto la cultura del prototesto, più che del pragmatismo americano, risente del pensiero di Peirce e del suo pragmatismo metodologico.

II

Analisi Traduttologica
La traduzione di un testo come On translating Signs, Exploring Text and Semio-translation comporta inevitabilmente, data la specificità lessicale che lo contraddistingue, un’analisi approfondita delle componenti lessicali e stilistiche al fine di elaborare un’adeguata strategia traduttiva. Meno rilevanti sono invece le coordinate cronotopiche. D’altra parte, pur non essendo specifico di nessun ambito culturale dal punto di vista spaziotemporale, geografico, il testo è molto calato all’interno della cultura della ricerca nel campo della semiotica e della traduzione. Di conseguenza, come si vedrà in particolare ai paragrafi 2.8 e 2.9, i problemi di traduzione sono quasi tutti legati alla specificità settoriale del testo.

2.1 Lo stile del prototesto

2.1.1 Il lessico

Quello del prototesto è un lessico settoriale tipico della semiotica e della ricerca traduttologica. Il prototesto è infatti ricco di termini tecnici coniati da Peirce quali, ad esempio, «Firstness», «Secondness» e «Thirdness», o anche «Firsts», «Seconds» e «Thirds», o ancora «interpretant», per citare solo quelli più ricorrenti, più altri termini non peirceiani come «word-sign», «text-sign», «quasi-sign» e «signhood».
Accanto a questi compaiono termini tipici del linguaggio filosofico di origine greca e latina come, ad esempio, «essence», che deriva dal latino essentĭa1 (essenza, natura), «phenomenology», dal greco phainomenon, che significa «che appare o che esiste», attraverso il tedesco Phänomenologie, «syllogism», dal greco syllogismos, che significa «inferenza, conclusione, computo, calcolo», attraverso il latino tardo syllŏgismus e il francese antico sillogisme, «triadic» – composto dal sostantivo inglese triad con l’aggiunta del suffisso ic – dal greco trias, triados (tre), attraverso il latino trĭăs, triădis, «arbitrary», dal latino arbĭtrārĭus (arbitrario), «semiotics», dal greco semeiotikos (osservatore di segni), e «quasi», dal latino quăsĭ2 (come se, quasi che).
A questo proposito è interessante l’uso che l’autrice fa di parole romanze – principalmente di derivazione latina e francese – quando avrebbe potuto sceglierne altre, più comuni, di origine germanica. Riporto qui alcuni esempi tratti sia dalle parti di testo scritte dall’autrice che dagli intertesti: «discipline» dal latino discĭplīna (istruzione data ad un discepolo), attraverso il francese antico descepline, «to suffice» dal latino sufficĕre (bastare, essere sufficiente), attraverso il francese antico souffire, «to consist of», dal latino consistĕre (collocarsi, porsi, fermarsi, stare; trattenersi; indugiare; comparire, presentarsi), «to be composed of»,dal latino componĕre, «signify» dal latino significāre (mostrare attraverso segni, significare), attraverso il francese antico signifier, «pertinent» dal latino pertĭnentĕr (in modo adatto), attraverso il francese antico partenant, «edifice» dal latino aedĭfĭcium (edificio), attraverso il francese antico edifice, «error» dal latino errŏr (l’andare errando, errore), attraverso il francese antico errur, «category», dal greco kategorein (accusare, asserire, predicare), attraverso il latino tardo cătēgŏrĭa (accusa; categoria), attraverso il francese medioevale catégorie, «numerous», dal latino nŭmĕrōsus (numeroso) e «consensus», dal latino consensŭs3, attraverso il francese antico consentir.
Premesso che l’equivalenza fra segni di codici naturali non esiste, ecco quali sostantivi di origine germanica l’autrice – e gli autori da lei citati – avrebbero potuto usare in luogo di quelli di derivazione latina e francese visti sopra4:

Vi sono inoltre termini che, pur essendo dei sostantivi di uso comune, assumono nel preciso cotesto e contesto in cui sono inseriti particolari sfumature semantiche che rendono più difficile il processo traduttivo: è il caso di un sostantivo appartenente alla lingua di tutti i giorni come habit, che occorre più di una volta nel prototesto. Questo sostantivo ha come possibili traducenti «abitudine, consuetudine, usanza, vezzo».5 Tuttavia nel prototesto l’unico traducente possibile è «abitudine», dal momento che Peirce si serviva del sostantivo habit come di un termine tecnico, il cui traducente italiano è ormai attestato in modo stabile, e non è perciò più sostituibile con alcun “sinonimo”.
Il lessico del prototesto si compone infine di qualche parola straniera, come la locuzione francese – adattata sintatticamente e grammaticalmente all’inglese – fin-de-siècle, e quelle latine ad hoc e prima facie. Ho mantenuto queste espressioni tali e quali anche nel metatesto, essendo di uso comune in questo e in molti altri ambiti. Nel caso di fin-de-siècle, inoltre, il significato è vincolato all’utilizzo del francese: tradurre «fin-de-siècle scientist» con «scienziato di fine secolo» sarebbe un errore non indifferente, dal momento che si andrebbe a modificare il significato del prototesto: il francese fin-de-siècle significa infatti «relativo alla fine dell’Ottocento o che si ispira alla civiltà artistica e culturale di quel periodo».6 Se in italiano traducessi «di fine secolo» il lettore non capirebbe certamente che si sta parlando della fine dell’Ottocento.

2.1.2 Il registro

Dall’analisi effettuata sul lessico risulta un registro alto, cui contribuiscono anche i numerosi rimandi intertestuali, perlopiù alle opere di Peirce, e soprattutto l’uso frequente di parole di origine latina, greca e francese (paragrafo 2.1.1). L’inglese infatti, nel corso della sua lunga storia, ha “preso in prestito” parole da più di 350 lingue parlate in tutto il mondo, fra cui anche dal latino – in seguito all’arrivo dei Romani sul suolo britannico – e dal francese – successivamente alla conquista normanna (1066). In inglese le parole romanze sono considerate di registro alto, ragione per cui l’autrice se ne serve così frequentemente.
Dato che si tratta di un testo scientifico, scritto da una specialista e rivolto perlopiù ai colleghi, ed eventualmente ai loro studenti come nel mio caso, il registro è quello delle pubblicazioni scientifiche. È caratterizzato da precisione terminologica, scarso carattere connotativo, periodi argomentativi che si succedono senza che l’autrice si rivolga direttamente al suo lettore modello. Generalmente si tratta di periodi lunghi, a volte complessi, che richiedono una grande concentrazione da parte del lettore.
Se si volesse classificare il prototesto a seconda della sua apertura/chiusura mi sembra corretto – alla luce delle considerazioni esposte sopra – parlare testo chiuso, sebbene la contrapposizione aperto/chiuso non sia rigida: nel prototesto si possono infatti individuare – come nella maggior parte dei testi – parti più “chiuse” di altre.

2.1.3 Sintassi

Il prototesto presenta una struttura sintattica mista fra paratassi e ipotassi, sebbene sia possibile affermare che vi è una prevalenza di subordinazione.
Spesso la sintassi delle singole frasi viene resa più complessa dall’inserimento di rimandi intertestuali, tutti comunque esplicitati dai segni diacritici.
Frequenti sono infine gli elenchi, perlopiù nelle citazioni, che contribuiscono ad accelerare un ritmo generalmente assai lento.
Si consideri, ad esempio, il seguente passo del prototesto, tratto dalla nota numero 21:

His long list includes many instances of verbal communication, spoken and/or written:”Then we have mark, note, trait, manifestation, ostent, show, species, appearance, vision, shade, spectre, phase. Then, copy, portraiture, figure, diagram, icon, picture, mimicry, echo. Then, gnomon, clue, trail, vestige, indice, evidence, symptom, trace. Then, muniment, monument, keepsake, memento, souvenir, cue. Then, symbol, term, category, stile, character, emblem, badge. […] “(PW: 194, 1905, citato in Gorlée 2004: 87)

Grazie a questi lunghi elenchi di sostantivi il testo diviene più snello, assumendo al contempo un ritmo più rapido.

2.1.4 Esempio pratico

A completamento di quest’analisi stilistica mi sembra utile porre un’applicazione “concreta” delle considerazioni viste nei paragrafi precedenti, allo scopo di renderle meno astratte e teoriche e un po’ più pratiche.
Si consideri allora il seguente paragrafo, esemplificativo di tutto quanto il prototesto:
With regard to the modern meaning of text, which we take as the object of research in these pages, Peirce, as a sign-theoretician, used terms such as symbol, discourse, proposition, and argument, thereby addressing himself to purpose of Thirdness, involving the logical properties of the text today. Here it must suffice to characterize briefly the several concepts through which Peirce approached the phenomenon of text: A symbol is a sign requiring intelligent interpretation to become meaningful. It is the agreed-on vehicle of thought, and “all thinking is conducted in signs that are mainly of the same structure as words…, or symbols” (CP: 6.338, c. 1909, Peirce’s emphasis). Reasoning – that is, the logical interpretation of signs by signs, wheter spoken, written, or otherwise – always takes a discursive form […]. (Gorlée 2004: 58)

In questo paragrafo emergono con chiarezza tutti gli elementi individuati sopra: registro aulico, rimandi intertestuali all’opera di Peirce, grande precisione terminologica – evidente soprattutto negli elenchi come «symbol, discourse, proposition, and argument» –, carattere denotativo, periodi argomentativi tipici del linguaggio scientifico. La stessa esposizione dei concetti è quella delle dimostrazioni scientifiche: con la locuzione «with regard to» viene introdotto l’argomento di cui si tratta, mentre col successivo «here it must suffice […]» lo si delimita nettamente. Segue poi una definizione, dal sapore un po’ assiomatico, di «simbolo». L’autrice evita ogni riferimento al lettore modello, preferendo mantenersi in una posizione più “elevata”, fatta eccezione per il pronome personale soggetto «we» nella prima riga, che tenderei ad interpretare come la somma dell’autrice e del lettore.

2.2 Le marche del prototesto

Un testo può essere marcato a diversi livelli: lessicale, sintattico, stilistico, di socioletto, di idioletto, di dialetto ecc…
L’unico ambito in cui il prototesto si discosta dallo standard è quello lessicale, per via dell’uso frequente di termini tecnici, tipici della semiotica e della traduzione (paragrafo 2.1.1) e per la prevalenza di un registro alto, al di sopra dello standard (paragrafo 2.1.2).

2.3 La dominante del prototesto

Trattandosi dell’estratto di un libro, la dominante del testo che ho tradotto verrà in parte a coincidere con quella del libro stesso.
A questo proposito è molto interessante il titolo, che mette già spiccatamente in luce non soltanto il prevalere della funzione informativa su quella estetica (peraltro quasi del tutto assente), ma anche quale funzione informativa il libro intende espletare: fornire delle basi teoriche per la traduzione di segni e approfondire i concetti di «testo» e di «semiotraduzione».
Importantissima è inoltre la prefazione, in cui l’autrice afferma di voler presentare una selezione, ordinata cronologicamente, dei saggi da lei scritti negli ultimi 10 anni, aventi per argomento il «testo» e la «traduzione». Questa affermazione è un’ulteriore conferma della dominante già individuata.
A questa dominante principale si affiancano altre due sottodominanti: nella prefazione infatti l’autrice auspica che questo suo libro divenga di stimolo ai futuri semiotici e che possa contribuire allo sviluppo delle ricerche traduttologiche. Inoltre l’opera intende mettere in risalto la complessità della teoria dei segni di Peirce.
Dall’analisi effettuata sul contenuto (paragrafo 1.4) quest’ultima dominante, accanto alla funzione informativa che caratterizza il libro intero, mi sembra quella che più coincide con la dominante del testo qui tradotto.
Per quanto concerne il lettore del prototesto, credo che fra tutte le dominanti individuate rimangano valide anche per lui principalmente quelle che più hanno a che vedere con la funzione informativa dell’opera.
2.4 La dominante del metatesto

Per quanto riguarda la cultura ricevente, ritengo che le dominanti individuate nel prototesto rimangano tali: anche il metatesto infatti è caratterizzato da una spiccata funzione informativa e ruota attorno alla complessità della teoria segnica di Peirce. Nel caso di una traduzione adeguata, le dominanti per il lettore del metatesto coincideranno con quelle del lettore del prototesto.
Del resto un cambiamento di dominante nel passaggio dal prototesto al metatesto sarebbe, in questo caso, difficilmente pensabile, trattandosi di un testo perlopiù chiuso ed informativo, svincolato dalla cultura – intesa in senso geografico e storico – che lo ha prodotto.

2.5 Il lettore modello dell’autrice

Come per la dominante, anche il lettore modello del prototesto viene necessariamente a coincidere con quello dell’intero libro.
Quello di On translating Signs, Exploring Text and Semio-translation è certamente un lettore “addetto ai lavori”, vale a dire una persona che ha già una certa dimestichezza con gli argomenti trattati ed è in qualche modo interessata ad approfondirli. In concreto potrebbe trattarsi di ricercatori, studiosi e professori nel campo della semiotica e della traduzione.
Tuttavia è ipotizzabile anche un lettore modello più “alle prime armi”. Come l’autrice stessa scrive nella prefazione al libro, questo vuole essere «illuminante e provocante» anche per chi non è proprio un esperto del settore. Sempre nella prefazione, l’autrice descrive in modo inequivocabile il suo lettore modello, che dev’essere «moderno, cosmopolita, internazionalizzato, multilingue e interessato alla tematica filosofica». Di qui dunque l’esigenza dell’autrice, di nazionalità olandese, di scrivere in una lingua straniera, in inglese precisamente. Che la scelta dell’inglese sia dettata principalmente da ragioni legate al lettore modello è evidente. L’inglese infatti è divenuto una lingua franca della comunità scientifica mondiale, che permette di abbracciare un pubblico vastissimo e di raggiungere, a livello spaziale, i quattro angoli del pianeta. Che sia un esperto di semiotica o un principiante, il lettore modello a cui l’autrice si rivolge va oltre le barriere linguistiche e i confini nazionali. Si potrebbe dire che è un lettore non caratterizzato in particolare dalla sua identità nazionale. All’autrice non importa in quale Paese risiedano i suoi lettori (reali) e nemmeno di quale cultura siano portatori. Sono semplicemente degli abitanti di quel villaggio globale che è il mondo.
Come si vedrà al paragrafo 2.9, la scelta dell’autrice del prototesto di scrivere in lingua straniera, ovvero di servirsi di una lingua diversa dalla sua lingua madre, non facilita di certo il compito del traduttore, spesso alle prese con una source language, per così dire, “strana”.

2.6 Il lettore modello del metatesto

Il lettore modello del metatesto sarà, come quello del prototesto, un esperto di semiotica e traduzione, che sceglie di leggere il testo tradotto pur disponendo di tutti gli strumenti necessari per poter leggere l’originale. Credo però che qui venga a mancare la componente del lettore modello principiante ipotizzato dall’autrice. Inoltre, per ovvie ragioni di natura linguistica, il passaggio dal prototesto al metatesto implica un “restringimento” del modello di lettore, che da internazionale diviene quasi esclusivamente italiano.

Internazionale, oltre le barriere linguistiche
e i confini nazionali, esperti e non

italiano, esperto

2.7 La strategia traduttiva

In generale il processo traduttivo non implica soltanto la trasformazione di un prototesto in un metatesto, ma anche e soprattutto il passaggio da una protocultura ad una metacultura, dalla cultura altrui alla propria. Insomma: tradurre non significa soltanto coprire la distanza esistente fra source e target language in termini di differenze sintattiche, grammaticali, stilistiche. Significa molto di più: nel momento in cui ci si accosta alla traduzione entra in gioco una distanza culturale più o meno significativa che dev’essere colmata.
In questo gioco di scambi e di passaggi interculturali il traduttore, con la sua cultura specifica, svolge un ruolo fondamentale: egli veste infatti i panni di mediatore fra la cultura emittente e quella ricevente. Si pone, per così dire, sul “confine” fra le due culture coinvolte ed è lui che decide in che modo coprire tutte le differenze, sia linguistiche che culturali, fra prototesto e metatesto.
Lo scienziato della traduzione Toury ha introdotto un’utile distinzione con i suoi concetti di adeguatezza ed accettabilità (citato in Osimo 2001: 81).
In generale ritengo più proficua, sia dal punto di vista della dialettica della semiosfera che a livello di arricchimento culturale personale del lettore, una traduzione adeguata. Questo tipo di approccio prevede che il prototesto venga conservato come espressione di una cultura diversa. Il metatesto adeguato manterrà perciò molte delle caratteristiche del prototesto e non sarà un testo “facile” da leggere, o “semplificato” dal traduttore. Al contrario il lettore si troverà alle prese con un testo di più difficile comprensione rispetto ad un metatesto accettabile, e perciò dovrà compiere uno sforzo per coprire da solo la distanza cronotopica fra sé e la cultura del prototesto, lasciata quasi del tutto scoperta dal traduttore. Egli infatti sceglierà di conservare i realia, i nomi propri di persona, le strutture sintattiche (per quanto possibile). Inoltre cercherà di rispettare le scelte stilistiche dell’autore, traducendo una struttura marcata con una marcata, una standard con una struttura standard e così via.
L’aspetto positivo di questo tipo di impostazione è che, se da un lato il lettore troverà più difficile orientarsi in un metatesto adeguato, dall’altro i suoi sforzi di comprensione lo porteranno ad arricchire notevolmente le sue conoscenze proprio grazie al confronto con un’altra cultura.
Per quanto riguarda la traduzione del prototesto tratto da On translating Signs, Exploring Text and Semio-translation una traduzione adeguata mi sembra, oltre che la più indicata, l’unica possibile. Fondamentalmente per due motivi: innanzitutto perché il lettore modello individuato è in grado di colmare, con le sue conoscenze, la distanza che lo separa dal prototesto.
In secondo luogo perché il testo della Gorlée contiene numerosissimi rimandi intertestuali, fra cui molte citazioni tratte dalle opere di Charles S. Peirce. Essendo queste ricche di tecnicismi, sottigliezze e sfumature semantiche, mi sembra corretto tradurle in modo che sia possibile ricondurre ogni singola frase a quella del prototesto.
Nell’elaborazione di una strategia traduttiva adeguata è necessario tenere conto, ovviamente, oltre che della dominante e del lettore modello, anche delle considerazioni sullo stile viste al paragrafo 2.1: del testo originale il metatesto dovrà quindi conservare il lessico settoriale ed il registro alto. Inoltre, dove possibile, dovrà avere una struttura sintattica simile a quella dell’originale.

2.8 Il residuo comunicativo

Parlando del residuo comunicativo nella traduzione di On translating Signs, Exploring Text and Semio-translation è necessario innanzitutto ritornare alla scelta dell’autrice, dettata da motivi di “vastità di pubblico”, di scrivere in inglese, vale a dire in una lingua diversa dalla sua lingua madre. Infatti, se la scrittura intesa come processo traduttivo porta inevitabilmente con sé un primo residuo, dato da ciò che non si riesce a tradurre in parole dei propri segni psichici, la scelta della Gorlée di scrivere in una lingua straniera amplifica tale residuo: alla parte di informazione mentale andata perduta nel passaggio dal materiale mentale a quello verbale si somma quella che l’autrice non è riuscita ad esprimere in inglese. La grandezza di quest’ultimo residuo è inversamente proporzionale alla conoscenza della lingua inglese dell’autrice: tanto più la sua conoscenza dell’inglese sarà approfondita, tanto più piccolo sarà il residuo dovuto all’uso di una lingua straniera. Viceversa, se la conoscenza dell’inglese dell’autrice sarà scarsa, il residuo sarà più grande.
È evidente che questo tipo di residuo non caratterizza soltanto il prototesto ma si ripercuote inevitabilmente anche sul metatesto.
Un secondo tipo di residuo, piuttosto consistente, è dovuto alla diversa ampiezza dei campi semantici delle parole inglesi e di quelle italiane. Molte volte infatti i sostantivi inglesi coprono, da soli, un campo semantico tanto vasto che in italiano sarebbero necessarie più parole per riuscire a raggiungerne uno altrettanto ampio.
Si consideri, ad esempio, un sostantivo come speech, che ricorre diverse volte nel testo della Gorlée. Ho riportato qui a titolo esemplificativo tre passi tratti dalle pagine 59 e 61.

[…] That these two things should have come to be called by one name, in English, French, and Spanish, a name that in classical Latin means simply, running about, is one of the curious growths of speech. (MS 597:2,c. 1902 citato in Gorlée 2004 : 59)

Propositions refer to a series of possibilities in speech, leading to a certain belief in the hearer. (Gorlée 2004 : 59)

By categorizing signs not by their material aspects but by the different ways in which they may be meaningful, Peirce conceived of many human languages – speech, gestures, music, and others – […] (Gorlée 2004 : 61)
Nel primo caso ho tradotto speech con «lingua», nel secondo con «discorso» e nel terzo con «il parlato».
Il Cambridge Advance Learner’s Dictionary riporta la seguente definizione di speech:

Definition
speech (SAY WORDS)
noun
1 [U] the ability to talk, the activity of talking, or a piece of spoken language
2 [U] the way a person talks
3 [U] the language used when talking
4 [C] a set of words spoken in a play
speech (FORMAL TALK)
noun [C]
a formal talk given usually to a large number of people on a special occasion

Ad ognuna di queste accezioni di speech corrispondono in italiano uno o più traducenti, i cui campi semantici spesso si sovrappongono. Ad esempio in 1 speech potrebbe essere tradotto con «capacità» o «facoltà di parlare», ma anche con «discorso», in 2 con «parlata», «modo di esprimersi», in 3 con «lingua parlata» e in 4 con «monologo», «discorso» oppure, nell’ultimo caso, con «discorso formale».
È evidente che il traduttore si trova a dover scegliere un solo traducente, alterando in questo modo lo spettro semantico del segno che viene presentato al lettore del metatesto. Infatti, traducendo speech con, ad esempio, «discorso» ottengo uno spettro semantico che, pur avendo una parte in comune con quello del prototesto, assume nella cultura ricevente anche altri significati, non sempre contemplati dall’autrice del prototesto. Ad esempio «discorso» ha come accezioni «colloquio», «conversazione» ma anche «linea di condotta», «linea di orientamento».
In seguito alla scelta del traducente, che è un atto interpretativo, lo spazio ermeneutico si restringe bruscamente per poi dare vita ad un nuovo circuito semiotico coincidente soltanto in parte con quello del prototesto.

Lo stesso si potrebbe dire per il sostantivo mark, che occorre nella nota 21 a pagina 87 di On translating Signs Exploring Text and Semio-translation:

His long list includes many instances of verbal communication, spoken and/or written:”Then we have mark, note, trait, […]”(PW : 194, 1905 citato in Gorlée 2004 : 87)

Il Cambridge Advance Learner’s Dictionary riporta la seguente definizione di mark:

Definition
mark (SYMBOL)
noun [C]
1 a symbol which is used for giving information:
e.g. I’ve put a mark on the map where I think we should go for a picnic.
2 a written or printed symbol:
e.g. a question mark

mark (REPRESENTATION)
noun [C]
an action which is understood to represent or show a characteristic of a person or thing or feeling:
e.g. He took off his hat as a mark of respect for her dead husband.

mark (JUDGMENT)
noun [C] MAINLY UK
a judgment, expressed as a number or letter, about the quality of a piece of work done at school, college or university

mark (LEVEL)
noun [S]
the intended or desired level:
e.g. Sales have already passed the million mark.

Alcuni possibili traducenti di mark potrebbero essere «segno», «marchio», «marca», «voto», «valutazione», «livello», «grado».
Fra tutti questi traducenti ho scelto, coerentemente alla strategia traduttiva messa a punto fondata sul concetto di adeguatezza (paragrafo2.7), quello che più richiama il prototesto, ovvero l’italiano «marchio».
Un secondo tipo di residuo è semantico, ovvero riguarda quei vocaboli appartenenti alla cultura del prototesto che non trova un corrispondente adatto nella lingua italiana.
Si consideri, ad esempio, il sostantivo inglese agency, che occorre alla pagina 66 di On translating Signs Exploring Text and Semio-translation:
As all semiotic signs, the text-sign is a living agency actively seeking to realize itself through some interpreting mind rather than passively waiting to be realized by it, as is the case in linguistic semiotics. (Gorlée 2004 : 66)

Trovare una traduzione per il sostantivo «agency» non è stato facile. Infatti, proporre nel metatesto «agenzia» secondo il criterio dell’adeguatezza avrebbe comportato in italiano un residuo traduttivo non indifferente, essendo il primo significato evocato dalla parola «agenzia» quello di «agenzia viaggi». Per meglio comprendere il significato di «agency» nel prototesto sono ricorsa allora all’aiuto dell’autrice stessa, la quale mi ha spiegato che con questo sostantivo intende un’«azione» o un «complesso di atti o azioni». «Agency» deriva infatti dall’inglese actor, inteso non in senso teatrale-cinematografico ma come «colui che produce un effetto» o «agente». Nel metatesto ho perciò tradotto «agency» con «azione».

2.9 Difficoltà della traduzione

Come già accennato al paragrafo 2.5, la scelta dell’autrice di scrivere in inglese, ovvero in una lingua diversa dalla sua lingua madre, influisce sul processo traduttivo, complicandolo. Infatti, oltre ai normali problemi che si incontrano quando si traduce un testo – elaborare una strategia traduttiva adeguata, trovare delle soluzioni alle difficoltà di resa, gestire le parole intraducibili, colmare le differenze, a tutti i livelli, fra source e target language – si evidenzia qui una difficoltà ulteriore: traducendo il testo della Gorlée mi sono infatti trovata di fronte ad un prototesto che, in alcuni punti, è di difficile comprensione. Se questa difficoltà può talvolta essere attribuita alla mia scarsa conoscenza degli argomenti illustrati – che la Gorlée tratta in modo molto approfondito – o all’utilizzo di un registro aulico, o ancora di periodi complessi ed elaborati, altre volte deriva però da un uso molto tecnico delle strutture sintattiche e grammaticali inglesi.
Qui di seguito ho riportato qualche esempio di passi del prototesto la cui comprensione risulta difficoltosa proprio per via di quest’uso tecnico delle strutture linguistiche inglesi.

2.9.1 Esempi di frasi difficili da capire

Peirce referred to the latter’s “Greek text,” saying that “the context of the book calls more emphatically for a charter of very different meaning from that which we read in the present text” and “the meaning that can be attached to the existing text,” written by Aristotle (MS 759: 10-11, c.1906 citato in Gorlée 2004 : 58)

In questo passo la reggenza della seconda parte della citazione non è di così immediata comprensione. L’autrice infatti estrapola per ben due volte le parole di Peirce dal loro contesto e cotesto originali, inserendole in un contesto e cotesto nuovi. Ad una prima lettura si è indotti a credere che la seconda parte della citazione, quella che inizia con «the meaning», sia un elemento a sé stante, e soltanto rileggendo attentamente il passo si scopre che è retta dalla preposizione «from».

In a Peircean semiotics, […] (Gorlée 2004 : 59)

[…], in a Peircean phenomenology, […] (Gorlée 2004 : 61)

In questi due passi l’uso dell’articolo indeterminativo, che ad una prima lettura può apparire un po’ innaturale e forzato, è dovuto ad una questione di enfasi: autori diversi hanno sviluppato le loro semiotiche, muovendo però sempre da un terreno comune: Peirce e la sua semiotica. Perciò, servendosi dell’articolo indeterminativo, l’autrice compie una scelta ben precisa, intesa a sottolineare non soltanto che si sta parlando della semiotica di Peirce, ma anche che questa è una semiotica in particolare fra le tante sviluppatesi successivamente.
In italiano verrebbe spontaneo tradurre quest’articolo indeterminativo con uno determinativo: «nella semiotica di Peirce». Così facendo, però, andrebbe persa l’importante sfumatura voluta dall’autrice e si verrebbe meno al criterio dell’adeguatezza.

III

Traduzione

Peirce, Text and Sign

Peirce, as fin-de-siècle scientist, did occasionally use “text” in a modem sense of the term.17 Nevertheless, in Peirce’s day “text” was commonly used in classical philology, religious studies, and related disciplines, to refer to the words of Greek and Latin authors, and other, preferably “ancient” (CTN: 1: 158, 1892), pieces of writing. These were manuscripts invested with special authority, the Bible especially, and Aristotle’s writings. Peirce referred to the latter’s “Greek text,” saying that “the context of the book calls more emphatically for a chapter of very different meaning from that which we read in the present text” and the “meaning that can be attached to the existing text,” written by Aristotle (MS 759: 10-11, c.1906). This is how Peirce commonly used the term, and likewise this is how his Swiss contemporary, Saussure, spoke of (translated) “written texts” (Saussure [1916] 1959: 1, 7), namely, as objects of commentary and exegesis.
With regard to the modem meaning of text, which we take as the object of research in these pages, Peirce, as a sign-theoretician, used terms such as symbol, discourse, proposition, and argument, thereby addressing himself to purpose of Thirdness, involving the logical properties of the text today. Here it must suffice to characterize briefly the several concepts through which Peirce approached the phenomenon of text: A symbol is a sign requiring intelligent interpretation to become meaningful. It is the agreed-on vehicle of thought, and “all thinking is conducted in signs that are mainly of the same structure as words … , or symbols” (CP: 6.338, c.1909, Peirce’s emphasis). Reasoning – that is, the logical interpretation of signs by signs, whether spoken, written, or otherwise – always takes a discursive form (as opposed to discourse today, as mentioned before). Peirce wrote that

Reasoning by our older authors Shakespeare, Milton, etc. is called “discourse of reasoning”, or “discourse” simply. The expression is not yet obsolete in the dialect of philosophers. But “discourse” also means talk, especially

Peirce, testo e segno

Peirce, come scienziato fin-de-siècle, usò occasionalmente «testo» in un’accezione moderna del termine.17 Eppure al tempo di Peirce «testo» era usato comunemente in filologia classica, negli studi religiosi e nelle discipline ad essi correlate con riferimento alle parole degli autori greci e latini e ad altri scritti, preferibilmente “antichi” (CTN: 1: 158, 1892). Si trattava di manoscritti investiti di un’autorevolezza speciale, soprattutto la Bibbia e gli scritti di Aristotele. A proposito del «testo greco» di quest’ultimo, Peirce diceva che «il contesto del libro richiede in modo evidente un capitolo di significato molto diverso da quello che leggiamo nel testo attuale» e «dal significato attribuibile al testo esistente» scritto da Aristotele (MS 759: 10-11, c.1906). È in questo modo che Peirce soleva usare questo termine, e analogamente il suo contemporaneo svizzero, Saussure, parlava di «testi scritti» (tradotti) (Saussure [1916] 1959: 1, 7), come di oggetti di commentario e di esegesi.
Per quanto riguarda il significato moderno di «testo», che in queste pagine assurgiamo ad oggetto della nostra indagine, Peirce, da teorico del segno, usava termini quali «simbolo», «discorso», «proposizione» e «argomento» riferendosi così allo scopo della Terzità, coinvolgendo le proprietà logiche del testo inteso in senso moderno. Qui è sufficiente caratterizzare brevemente i diversi concetti con cui Peirce si è accostato al fenomeno del «testo»: un simbolo è un segno che necessita di un’interpretazione intelligente per poter assumere significato. E’ il veicolo convenuto del pensiero, e «tutto il pensiero viene condotto in segni che fondamentalmente presentano la stessa struttura delle parole […], o simboli» (CP: 6.338, c.1909, corsivo di Peirce).
Il ragionamento – ovvero l’interpretazione logica dei segni attraverso i segni, siano essi orali, scritti o di altra natura – assume sempre una forma discorsiva (in contrapposizione al discorso oggi, come accennato prima). Peirce scriveva che

Il ragionamento è chiamato, dai nostri autori antichi come Shakespeare, Milton ecc…«discorso di ragionamento» o semplicemente «discorso». Quest’espressione non è ancora caduta in disuso nel dialetto dei filosofi. Ma «discorso» significa anche conversazione, specialmente

talk monopolized. That these two things, reasoning and talk, should have come to be called by one name, in English, French, and Spanish, a name that in classical Latin means simply, running about, is one of the curious growths of speech. (MS 597:2,c. 1902)

However, Peirce hastened to add to this that discourse, or reasoning, is “communication”, and hence not “a sort of talk with oneself … addressed to oneself” (MS 597: 3, c.1902), but a dialogue addressed to some real or fictional receiver or interpreter.
Peirce stated that “discourse consists of arguments, composed of propositions, and they of general terms, relative and non-relative, of singular names, and of something that may be called copulas, of relative pronouns, etc. according to the family of speech that one compares the discourse to …” (MS 939: 27, 1905). Accordingly, a “proposition” is, for Peirce, “any product of language, which has the form that adapts it to instilling belief into the mind of the person addressed, supposing him to have confidence in its utterer” (MS 664: 8, 1910). A proposition “may relate to several such universes” such as “‘No admittance except on business,’ over a door is a general proposition, but it relates to that door” and “if I say ‘Hamlet’s purposes were sometimes undecided,’ I refer to the fictions created by Shakespeare,” whereas “the proposition ‘all men are mortal,’ refers to the actual universe” (MS 789: 7, 3, 5, 6, n.d.). Proposition refers to a series of possibilities in speech, leading to a certain belief in the hearer. In what Peirce called argument, “[c]ertain facts are stated in such a way as to convince a person of the reality of a certain truth, that is, the argumentation is designed to determine in his mind a representation of that truth” (MS 599: 43, c. 1902). Applied to written texts, the concepts of symbol, discourse, proposition, argument, inter alia enable us to deal logically (that is, semiotically) with the text as a device for verbal definition, suggestion, persuasion, instruction, and other forms of communication deviced through words in a particular language which speaker and hearer have in common. Firstly, it is necessary to consider the text as a material object. Construed in Peircean terms, it is a sign and, more specifically, a verbal sign.

conversazione, specialmente conversazione monopolizzata. Che queste due cose, ragionamento e conversazione, siano giunte ad essere chiamate con un solo nome in inglese, in francese, in spagnolo, un nome che in latino classico significa semplicemente «correre qua e là», è uno dei curiosi sviluppi della lingua. (MS 597:2, c. 1902)

Ad ogni modo Peirce si affrettò ad aggiungere che il discorso, o ragionamento, è «comunicazione» e pertanto non «una sorta di conversazione fra sé […] rivolta a sé stessi» (MS 597: 3, c.1902), bensì un dialogo rivolto ad un ricevente o interprete reale o finzionale.
Peirce affermava che «il discorso consiste di argomenti, che si compongono di proposizioni, e queste di termini generali, relativi e non, di nomi singolari e di cose che potrebbero essere chiamate «copule», di pronomi relativi, ecc… a seconda della famiglia linguistica con cui si confronta il discorso […]» (MS 939: 27, 1905). Pertanto per Peirce una «proposizione» è «un qualsiasi prodotto linguistico la cui forma lo renda adatto ad instillare convincimento nella mente della persona cui si rivolge, supponendo che questi si fidi dell’enunciatore» (MS 664: 8, 1910). Una proposizione «può riferirsi a svariati universi come questo» come «”Vietato l’ingresso ai non addetti” su una porta è una proposizione generale, ma si riferisce a quella porta» e «se dico “A volte i propositi di Amleto erano incerti”, mi riferisco ai mondi finzionali immaginati da Shakespeare» mentre «la proposizione “tutti gli uomini sono mortali” si riferisce all’universo reale» (MS 789: 7, 3, 5, 6, n.d.). Una proposizione si riferisce ad una serie di possibilità nel discorso che portano ad un certo grado di convincimento in chi ascolta. In ciò che Peirce chiamava «argomento» «certi fatti sono enunciati in modo tale da convincere una persona della realtà di una certa verità, vale a dire l’argomentazione è studiata per determinare nella sua mente una rappresentazione di quella verità» (MS 599: 43, c.1902).
Applicati ai testi scritti i concetti di «simbolo», «discorso», «proposizione», «argomento» ci permettono, fra l’altro, di trattare il testo in modo logico (cioè semiotico) come uno strumento per la definizione, la suggestione, la persuasione, l’istruzione e per altre forme di comunicazione verbale in una certa lingua che il parlante e l’ascoltatore hanno in comune. Innanzitutto è necessario considerare il testo come un oggetto materiale. Tradotto in termini peirceiani è un segno e, più nello specifico, un segno verbale.

As a sign it must be seen on a par with all other objects which in Peirce’s logic are susceptible of signhood.
In a Peircean semiotics, anything – any feeling, object, event, phenomenon, concept, etc. – can, observed in certain circumstances, become a semiotic sign. A sign signifies, and thus survives, because it has some quality or distinctive property which turn it into a sign to somebody or something. This implies that a sign must be somehow puzzling, interesting, intriguing, or otherwise require someone’s special attention, by suggesting that it means something other than itself, thereby inviting, even requiring some explanation. For me, a semiotic translation-theoretician, this new information is a translation of the primary sign.
Max Fisch underscores that “Peirce’s general theory of signs is so general as to entail that, whatever else anything may be, it is also a sign” (Fisch 1983: 56). According to Peirce, “Signs in general [are] a class which includes pictures, symptoms, words, sentences, books, libraries, signals, orders of command, microscopes, legislative representatives, musical concertos, performances of these…” (MS 634: 18, 1909). In short, “A sign is any sort of thing” (MS 800: 2, [1903?], provided it is an interesting or puzzling “representation” to someone or something, and thus “stands for something to the idea which it produces, or modifies. Or it is a vehicle conveying into the mind something from without” (NEM: 4: 309, 1895), that is to say, something in the world. 18
Peircean scholars have frequently commented on the fact that Peirce’s concept of sign is very broad; at any rate, much broader than and emcompassing all other semioticians’s conceptions of signhood. According to Greenlee, it is “deliberately broad” (1973:24), but not just for the sake of broadness. We must note Peirce’s own affirmation that it “is a very broad conception, but the whole breath of it is pertinent to logic” (NEM: 3: 233, 1909). Indeed, despite Peirce’s numerous definitions and redefinitions of the sign throughout his intellectual career19, he never abandoned the broadness of its scope; nor did he change the essence of the logical properties of the sign as “something, A, which denotes some fact or object, B, to some interpretant thought, C” (CP: 1.346, 1903).

In quanto segno deve essere visto alla pari di tutti gli altri oggetti che nella logica di Peirce sono suscettibili di segnità. In una semiotica di Peirce qualunque cosa – qualsiasi sentimento, oggetto, evento, fenomeno, concetto ecc… – può, osservata in certe circostanze, divenire un segno semiotico. Un segno significa, e quindi sopravvive, perché possiede una qualche qualità o proprietà distintiva che lo trasforma in un segno per qualcuno o qualcosa. Ciò implica che un segno deve in qualche modo disorientare, interessare, intrigare, o deve richiedere l’attenzione speciale di qualcuno in altro modo, suggerendo che significa qualcosa di diverso da sé e in questo modo invitando, richiedendo addirittura una qualche spiegazione. Per me, teorica della semiotica della traduzione, questa nuova informazione è una traduzione del segno primario.
Max Fisch sottolinea che «la teoria generale dei segni di Peirce è tanto generale da implicare che una cosa qualsiasi, qualunque altra cosa possa essere, è anche un segno» (Fisch 1983: 56). Secondo Peirce «I segni in generale [sono] una classe che include figure, sintomi, parole, frasi, libri, biblioteche, segnali, comandi, microscopi, rappresentanti legislativi, concerti musicali, le esecuzioni di questi […]» (MS 634: 18, 1909). In breve, «Un segno è qualsiasi cosa» (MS 800: 2, [1903?], a condizione che sia una «rappresentazione» interessante o disorientante per qualcuno o qualcosa e dunque «che stia per qualcosa all’idea che produce o modifica. Oppure è un veicolo che trasporta nella mente qualcosa dall’esterno» (NEM: 4: 309, 1895), vale a dire è qualcosa nel mondo. 18
Gli studiosi di Peirce spesso hanno osservato che il concetto peirceiano di segno è molto ampio; in ogni caso molto più ampio dei concetti di segnità di tutti gli altri semiotici e comprensivo di tutti questi. Secondo Greenlee è «volutamente ampio» (1973:24), ma non soltanto per amore dell’ampiezza. Dobbiamo sottolineare l’affermazione di Peirce stesso che «è una concezione molto ampia ma il suo respiro è interamente pertinente alla logica» (NEM: 3: 233, 1909). In effetti Peirce, nonostante avesse definito e ridefinito il segno diverse volte nel corso della sua carriera intellettuale19, non abbandonò mai l’ampiezza della sua portata; e nemmeno cambiò l’essenza delle proprietà logiche del segno come «qualcosa, A, che denota un certo fatto o oggetto, B, per un certo pensiero interpretante, C» (CP: 1.346, 1903).

There is substantial evidence from Peirce’s work that he took a keen interest in language and linguistics, in addition to many other fields of research, theoretical and applied. Peirce’s numerous linguistically-oriented essays, the first of which was his 1865 Harvard Lecture I (W: 1: 162ff., 1865), manifest a deeply-felt concern with language as a logical sign system, which for Peirce meant a semiotic sign system. This interest manifests itself most promently in Peirce’s later period (from 1902), when the idea of a phenomenology governed by the three modes of being – Firstness, Secondness, Thirdness – had crystallized deeply in the philosopher’s mind. Unlike phenomenology in the more customary sense, Peirce viewed it as the phenomenological science that studies “the collective total of all that is in any way present to the mind, quite regardless of whether it corresponds to any real thing or not” (CP: 1.284, 1905).
The object of study can thus be, in a Peircean phenomenology, all that can possibly be perceived or thought. Thus we find linguistic phenomena rubbing shoulders with the myriad phenomena of a non-linguistic nature which catch the attention of the seer, listener, reader and interpreter. Peirce’s doctrine of the three categories provides a means of dealing with all such phenomena, without discrimination, though not equally. To place Peirce’s thought under the banner of philosophy of language is, nevertheless, a serious misconstrual of the facts, because it would fail to do justice to the universal scope of Peirce’s logic. This is brought out beautifully by Jakobson, thus:

Peirce’s semiotic edifice encloses the whole multiplicity of significative phenomena, whether a knock at the door, a footprint, a spontaneous cry, a painting or a musical score, a conversation, a silent meditation, a piece of writing, a syllogism, an algebraic equation, a geometric diagram, a weather vane, or a simple bookmark. The comparative study of several sign systems carried out by the researcher revealed the fundamental convergences and divergences which had as yet remained unnoticed. Peirce’s works demonstrate a particular perspicacity when he deals with the categoric nature of language in the phonic, grammatical and lexical aspects of words as well as in their arrangement within clauses, and in the implementation of the clauses with respect to the utterances. At the same time, the author realizes that his research “must extend over the whole of general Semeiotic,” and warns his

Nell’opera di Peirce vi sono prove sostanziali del suo vivo interesse per la lingua e la linguistica, oltre che per molti altri ambiti di ricerca, sia teorici che applicativi. I numerosi saggi di Peirce orientati verso la linguistica, il primo dei quali fu il suo Harvard Lecture I del 1865 (W: 1: 162 sg., 1865), rivelano una profonda preoccupazione per la lingua in quanto sistema segnico logico, che per Peirce voleva dire sistema di segni semiotico. Questo interesse si manifesta massimamente nell’ultimo periodo peirceiano (a partire dal 1902), quando l’idea di una fenomenologia governata dai tre modi di essere – Primità, Secondità, Terzità – si era profondamente cristallizzata nella mente del filosofo. Diversamente dalla fenomenologia in senso più tradizionale, Peirce la vedeva come la scienza fenomenologica che studia «il totale collettivo di tutto ciò che è presente nella mente in qualsiasi modo, senza tener conto del fatto che corrisponda o meno a una cosa reale» (CP: 1.284, 1905).
Pertanto, in una fenomenologia peirceiana, l’oggetto di studio può essere tutto ciò che sia dato di percepire o di pensare. Di conseguenza troviamo fenomeni linguistici che vengono a contatto con la miriade di fenomeni di natura non linguistica che attirano l’attenzione di chi vede, di chi ascolta, di chi legge e di chi interpreta. La dottrina peirceiana delle tre categorie fornisce gli strumenti per trattare tutti i fenomeni di questo tipo senza discriminazione, sebbene non allo stesso modo. Nondimeno collocare il pensiero di Peirce sotto il nome di filosofia del linguaggio è un grave errore di interpretazione dei fatti, poiché si manca di rendere giustizia alla portata universale della logica di Peirce. Ciò viene messo bene in risalto da Jakobson, in questo modo:

L’edificio semiotico di Peirce racchiude l’intera molteplicità dei fenomeni significativi, siano essi una bussata alla porta, un’impronta, un grido spontaneo, un dipinto o uno spartito musicale, una conversazione, una meditazione silenziosa, uno scritto, un sillogismo, un’equazione algebrica, un diagramma geometrico, un segnavento o un semplice segnalibro. Lo studio comparato di diversi sistemi segnici condotto da Peirce ha rivelato le fondamentali convergenze e divergenze che finora erano rimaste inosservate. Le opere di Peirce dimostrano una particolare perspicacia quando l’autore tratta la natura categorica della lingua negli aspetti fonici, grammaticali e lessicali delle parole così come nella loro disposizione all’interno delle proposizioni e nella realizzazione delle proposizioni in relazione agli enunciati. Al contempo Peirce comprende che la sua ricerca «deve estendersi a tutta la Semiotica generale» e mette in guardia la sua

epistolary interlocutor, Lady Welby: “Perhaps you are in danger of falling into some error in consequence of limiting your studies so much to Language.” (Jakobson 1987: 442)

By categorizing signs not by their material aspects but by the different ways in which they may be meaningful, Peirce conceived of many human languages – speech, gestures, music, and others – in which experience may be communicated. Language, consisting of verbal signs is, of course, pivotal among these languages. Peirce said that “By a ‘verbal sign I mean a word, sentence, book, library, literature, language, or anything else composed of words” (MS 318: 239,1907) 20. This list, from Peirce’s later period, is nearly echoic of earlier enumerations, such as “words and phrases, and speeches, and books, and libraries” (MS 404: 5, 1893). As Fisch interprets Peirce,

It goes without saying that words are signs; and it goes almost without saying that phrases, clauses, sentences, speeches, and extended conversations are signs. So are poems, essays, short stories, novels, orations, plays, operas, journal articles, scientific reports, and mathematical demonstrations. So a sign may be a constituent part of a more complex sign, and all the constituent parts of a complex sign are signs. (Fisch 1983:56-57)

Scattered throughout Peirce’s works are numerous references to, and discussions of discourse in the form of written signs of all kinds, from isolated simple word-signs to complex verbal structures. For instance, the words “witch” (MS 634: 7, 1909), “Hi!” (MS 1135: 10, [18951]1896), “runs” (MS 318: 72, 1907), and “whatever” (CP: 8.350, 1908) are for Peirce signs; so is “the word ‘man’ [which] as printed, has three letters; these letters have certain shapes, and are black” (W: 3: 62, 1873; cf. MS 9: 2, 1904). Peirce considered as a semiotic sign “[a]ny ordinary word, as ‘give’, bird’, ‘marriage’” (CP: 2.298, 1893) 21 and combinations of words, such as “all but one”, “twothirds of”, “on the right (or left) of” (CP: 2.289-2.290, c.1893).
In his writings, Peirce further presented and analyzed many sentence-signs, both grammatically complete or elliptic, such as “Napoleon was a liar” (MS 229C: 505, 1905), “King Edward is ill” (MS

interlocutrice epistolare, Lady Welby:«Forse state rischiando di cadere in un qualche errore poiché limitate i vostri studi così tanto alla Lingua» (Jakobson 1987: 442).

Categorizzando i segni non a seconda dei loro aspetti materiali ma secondo i diversi modi in cui possono essere significativi, Peirce concepiva molti linguaggi umani – il parlato, i gesti, la musica e altri – attraverso cui l’esperienza può essere comunicata. La lingua, consistendo di segni verbali, riveste certamente un ruolo cruciale fra questi linguaggi. Peirce diceva che «Per “segno verbale” intendo una parola, un periodo, un libro, una biblioteca, una letteratura, una lingua o qualsiasi altra cosa fatta di parole» (MS 318; 239, 1907) 20. Questa lista, dall’ultimo periodo peirceiano, è quasi un’eco delle enumerazioni precedenti come «parole e frasi, e discorsi, e libri e biblioteche» (MS 404: 5, 1893). Come Fisch interpreta Peirce,

Va da sé che le parole sono segni; e va quasi da sé che le frasi, le proposizioni, i periodi, i discorsi e le conversazioni lunghe sono segni. Lo sono anche le poesie, i saggi, le novelle, i romanzi, le orazioni, le opere teatrali, quelle liriche, gli articoli di giornale, le relazioni scientifiche e le dimostrazioni matematiche. Così un segno può essere una parte costitutiva di un segno più complesso e tutte le parti costitutive di un segno complesso sono segni. (Fisch 1983:56-57)

Nelle opere di Peirce sono disseminati numerosi riferimenti al discorso e discussioni sottoforma di segni scritti di tutti i tipi, da semplici segni-parole isolati a complesse strutture verbali. Ad esempio per Peirce le parole «witch» (MS 634: 7, 1909), «Hi!» (MS 1135: 10, [1895] 1896), «runs» (MS 318: 72, 1907) e «wathever» (CP: 8.350, 1908) sono segni; anche «la parola “man” che, così stampata, si compone di tre lettere, è un segno; queste lettere hanno determinate forme e sono nere» (W: 3: 62, 1873; cf. MS 9: 2, 1904). Peirce considerava segno semiotico «qualsiasi parola comune come “give”, “bird”, “marriage”» (CP: 2.298, 1983) 21 e combinazioni di parole come «all but one», «twothirds of», «on the right (or left) of» (CP: 2.289-2.290, c.1893).
Nei suoi scritti Peirce presentò ed analizzò ulteriormente molti segni-frasi, sia grammaticalmente completi che ellittici, come «Napoleon was a liar» (MS 229C: 505, 1905), «King Edward is ill» (MS

800: 5, [1903?]), “Fine day!” (MS 318: 69, 1907), “Let Kax denote a gas furnace” (CP: 7.50, 1867), “Burnt child shuns fire” (MS 318: 154-155, 1907), and “Any man will die” “(MS 318: 74, 1907). By the same token, Peirce wrote that “If – then –––”, “––– causes ––– “. ” ––– would be –––”, and ” ––– is relative to – for ––– ” are “among linguistic signs” (CP: 8.350, 1908). Peirce’s favorite examples of sentence-signs were perhaps, chronologically, “This stove is black” (e.g., CP: 1.551, 1867), the military command “Ground arms!” (e.g., CP: 5.473, 1907 and MS 318: 37, 175, 214, 244, 1907), and “Cain killed Abel” (e.g., NEM: 3: . 839, 1909 and CP: 2.230, 1910), all of these repeatedly used by Peirce as illustrative logical examples.
Pieces of discursive writing (that is, texts) are signs. Though a sentence may sometimes be a text in itself, texts are more commonly combinations of sentences, complex signs that in turn consist of signs, which again consist of signs. This may be exemplified by the syllogism, understood as a compound sign built up, logically as well as linguistically, of three subsigns, which are in turn divisible, and which lead to a result: “All conquerors are Butchers / Napoleon is a conqueror / [therefore] Napoleon is a butcher” (W: 1: 164, 1865). The theater directory and the weather forecast published in the newspaper are, for Peirce, predictive signs (MS 634: 23, 1909); so are “the books of a bank” (MS 318: 58, 1907) and “an old MS. letter … which gives some details about … the great fire of London” (MS 318: 65, 1907). As a further example of a verbal text-sign mentioned by Peirce we might finally mention “Goethe’s book on the Theory of Colors … made up of letters, words, sentences, paragraphs, etc.” (MS 7: 18, 1904).

Text and Semiosis

All linguistic signs, regardless of size or complexity, are first and foremost signs of Thirdness: Peirce’s symbolic signs (see CP: 5.73, 1903). “All words, sentences, books and other conventional signs are Symbols” (CP: 2.292, c.1902). They stand for the intended object not because they have a qualitative or structural similarity to it, which would make them iconic signs; nor are they physically or causally connected with their object, as is the case of indexical signs. A symbolic sign

800: 5, [1903?], «Fine day!» (MS 318: 69, 1907), «Let Kax denote a gas furnace» (CP: 7.50, 1867), «Burnt child shuns fire» (MS 318: 154-155, 1907) e «Any man will die» (MS 318: 74, 1907). Analogamente Peirce scrisse che «If – then –––», «––– causes –––». «––– would be –––», e «––– is relative to – for –––» sono «fra i segni linguistici» (CP: 8.350, 1908). Gli esempi di segni-frasi preferiti da Peirce erano forse, cronologicamente, «This stove is black» (ad esempio CP: 1.551, 1867), il comando militare «Ground arms!» (ad esempio CP: 5.473, 1907 e MS 318: 37, 175, 214, 244, 1907) e «Cain killed Abel» (ad esempio NEM: 3: 839, 1909 e CP: 2.230, 1910), tutti ripetutamente usati da Peirce come esempi illustrativi logici.
I pezzi di scritto discorsivo (cioè i testi) sono segni. Sebbene a volte un periodo possa essere un testo di per sé, più comunemente i testi sono combinazioni di periodi, segni complessi che a loro volta sono fatti di segni, che ancora si compongono di segni. Lo si potrebbe esemplificare attraverso il sillogismo, inteso come un segno composto costituito, sia a livello logico che linguistico, da tre sottosegni, che a loro volta sono divisibili e che conducono ad un risultato:«All conquerors are butchers / Napoleon is a conqueror / [therefore] Napoleon is a butcher» (W: 1: 164, 1865). Per Peirce la pagina dei teatri e le previsioni del tempo pubblicate sul giornale sono segni predittivi (MS 634: 23, 1909); lo stesso dicasi per « le scritture contabili di una banca» (MS 318: 58, 1907) e per «una vecchia lettera manoscritta […] che fornisce alcuni dettagli sul […] grande incendio di Londra» (MS 318: 65, 1907). Come ulteriore esempio di segno-testo verbale menzionato da Peirce potremmo infine citare il «libro di Goethe sulla teoria dei colori […] fatto di lettere, parole, periodi, paragrafi ecc…» (MS 7: 18, 1904).

Testo e semiosi

Tutti i segni linguistici, indipendentemente dalla loro ampiezza o complessità, sono innanzitutto segni di Terzità: i segni simbolici di Peirce (vedi CP: 5.73, 1903). «Tutte le parole, i periodi, i libri e gli altri segni convenzionali sono Simboli» (CP: 2.292, c.1902). Stanno per l’oggetto inteso non perché vi somiglino qualitativamente o strutturalmente, cosa che li renderebbe segni iconici; e nemmeno perché si ricollegano al loro oggetto fisicamente o causalmente, come nel caso dei segni indicali. Un segno
is a sign “simply because it will be understood to be a sign” (MS 307: 15, 1903) and it “is applicable to whatever may be found to realize the idea connected [with it]” (CP: 2.298, 1893). As Thirds, symbolic signs only function fully in a triadic sign relation that includes the sign itself, the object it stands for, and the sign in which the “first” sign is interpreted, its interpretant:

If this triple relation is not of a degenerate species, the sign is related to its object only in consequence of a mental association, and depends upon habit. Such signs are always abstract and general, because habits are general rules to which the organism has become subjected. They are, for the most part, conventional or arbitrary. They include all general words, the main body of speech, and any mode of conveying a judgment. (CP:3.13, 1867)

“Habit” must here be understood in the Peircean sense: not as something fixed once and for all, but, on the contrary, as a flexible rule of procedure adopted for the practical purpose of successfully interpreting a sign. All signs that not only deal with feeling (Firstness) nor with action (Secondness) but with thought (Thirdness), namely Peirce’s “intellectual concepts” (CP: 5.467, 1907), are in this sense habitual. The understanding and interpretation of linguistic signs is an intellectual, cognitive activity, and linguistic signs are therefore a habit-bound, rule-governed activity22.
Nevertheless, the rule must always be conceived as being ultimately based upon some deliberate resolution adopted by the language users to give certain linguistic signs certain meanings. This in turn implies that language users as a group may also at any point decide to change the rules, and “new” rules may be over-ruled in their turn by any subsequent decision. As repeatedly argued by Thomas Sebeok, change is essential to the verbal sign, including the constant change in all human languages. This is a crucial concept for the development of translation studies. The concept of the linguistic sign as an ad hoc rule of procedure would seemingly make it into an arbitrary entity, one which, paradoxically,

simbolico è un segno «semplicemente perché sarà compreso come tale» (MS 307: 15, 1903) ed «è applicabile a qualsiasi cosa possa comprendere l’idea [ad esso] connessa» (CP: 2.298, 1893). In quanto terzi, i segni simbolici funzionano pienamente soltanto in una relazione segnica triadica che include il segno stesso, l’oggetto che rappresenta e il segno in cui il “primo” segno è interpretato, il suo interpretante:

Se questa relazione tripla non è di specie degenere, il segno è correlato al suo oggetto solo a seguito di un’associazione mentale e dipende dall’abitudine. Tali segni sono sempre astratti e generali, essendo le abitudini regole generali cui l’organismo è divenuto soggetto. Sono, per la maggior parte, convenzionali o arbitrari. Comprendono tutte le parole generali, buona parte del vocabolario comune e tutti i modi di esprimere un giudizio. (CP:3.13, 1867)

«Abitudine» deve essere qui intesa in senso peirceiano: non come qualcosa di stabilito una volta per tutte ma, al contrario, come una flessibile norma procedurale adottata allo scopo pratico di interpretare correttamente un segno. Tutti i segni che non solo hanno a che vedere con il sentire (Primità), e neppure con l’azione (Secondità) bensì con il pensiero (Terzità), ovvero i «concetti intellettuali» di Peirce (CP: 5.467, 1907), sono in questo senso abituali. La comprensione e l’interpretazione dei segni linguistici è un’attività intellettuale, cognitiva e dunque i segni linguistici sono un’attività vincolata dall’abitudine e governata dalla regola22.
Tuttavia la norma dev’essere sempre concepita come fondata, in definitiva, su una qualche decisione deliberatamente presa dai parlanti per conferire a determinati segni determinati significati. Questo a sua volta implica che i parlanti come gruppo possano anche decidere, in qualsiasi momento, di cambiare le regole, e le “nuove” regole possono a loro volta essere invalidate da qualsiasi decisione successiva. Come ripetutamente affermato da Thomas Sebeok, il cambiamento è essenziale al segno verbale, compreso il costante cambiamento in tutte le lingue umane. Questo è un concetto cruciale per lo sviluppo delle ricerche traduttologiche. Il concetto di segno linguistico come norma di procedimento ad hoc sembrerebbe trasformarlo in un’entità arbitraria, un’entità che, paradossalmente,

would be unsuitable for efficient communication. The fact is, however, that the linguistic sign is both habit-bound and at the same time conventional, inasmuch as a word, sentence, or text can only function as a means of communication if the rule or habit is, to some extent, agreed upon by a consensus among the community of language users.
In order to communicate its message the text-sign must function in a tripartite, sign-object-interpretant relation called semiosis. Semiosis as Peirce conceived it, seems to be both the action of the sign itself and the process of interpretation. These are in fact two aspects of the same activity, because a sign is only capable of producing an interpretant in a thinking mind if it is an element of a triadic relation. Only the interpretant constitutes a real thought¬-sign, as opposed to the “quasi-sign” which is governed by “automatic regulation” (CP: 5.473, 1907) between sign and object. In a dyadic sign relation the sign is “physically connected with its object; they make an organic pair, but the interpreting mind has nothing to do with this connection, except remarking it, after it is established” (CP: 2.299, c.1902). In order to be meaningful, a non-triadic sign does not require intelligent interpretation – that is, an interpretation which is at the same time habitual and habit-changing, conventional and creative –, either because the sign immediately exhibits its meaning or because it directly points toward it. That there is no real logical action in the interpretation of a one-place, iconic sign, should be clear; but the two-place, indexical sign equaly disqualifies itself from semiosis, because it signifies its object either by law or by “brute force with no element of inherent reasonableness” (CP: 6.329, c.1909).
Peirce emphasized explicitly that by semiosis he meant “an action, or influence, which is, or involves, a cooperation of three subjects, such as a sign, its object, and its interpretant, this tri-relative influence not being in any way resolvable between pairs” (CP: 5.484, 1907, Peirce’s emphasis). Text semiosis means that it is essential for the text-sign to embody ideas, thoughts, a message, because they are what the text is about: its object, the contents of the text. However, it is not sufficient for a text-sign to have a meaning-content; it must be recognized, identified, and interpreted as such in order to operate as a full-fledged symbolic sign. It may on occasion

sarebbe inadeguata ad una comunicazione efficace. Il fatto è, comunque, che il segno linguistico è sia vincolato dalla convenzione che convenzionale allo stesso tempo, poiché una parola, un periodo o un testo possono funzionare come mezzi di comunicazione soltanto se la regola o abitudine è concordata, in una certa misura, fra la comunità dei parlanti.
Per poter comunicare il suo messaggio il segno-testo deve funzionare in una relazione tripartita segno – oggetto – interpretante chiamata «semiosi». Come la intendeva Peirce la semiosi sembra essere sia l’azione del segno stesso che il processo della sua interpretazione. Questi sono in realtà due aspetti della stessa attività, in quanto un segno può produrre un interpretante in una mente pensante solo se è un elemento di una relazione triadica. Solo l’interpretante costituisce un vero segno-pensiero, in contrapposizione al «quasi-segno», che è governato dalla «regolazione automatica» (CP: 5.473, 1907) fra segno e oggetto. In una relazione segnica diadica il segno è «fisicamente correlato al suo oggetto; costituiscono una coppia organica ma la mente interpretante non ha niente a che fare con questa relazione, a parte commentarla dopo che è stata instaurata» (CP: 2.299, c.1902). Per poter essere significativo, un segno non triadico non richiede un’interpretazione intelligente – vale a dire un’interpretazione che è allo stesso tempo abituale e suscettibile di modificare l’abitudine, convenzionale e creativa –, o perché il segno manifesta immediatamente il suo significato o perché lo indica direttamente. Che non c’è una reale azione logica nell’interpretazione di un segno iconico, primo, dovrebbe essere chiaro; ma similmente il segno indicale, secondo, si esclude dalla semiosi in quanto significa il suo oggetto o attraverso una legge o con «la forza bruta senza nessun elemento di ragionevolezza intrinseca» (CP: 6.329, c.1909).
Peirce sottolineò esplicitamente che per semiosi intendeva «un’azione o influenza che è, o comporta, una collaborazione di tre soggetti, come un segno, il suo oggetto ed il suo interpretante, senza che questa influenza tri-relativa sia in alcun modo risolvibile fra coppie» (CP: 5.484, 1907, corsivo di Peirce). Semiosi testuale significa che per il segno-testo è essenziale incarnare idee, pensieri, un messaggio, perché sono ciò di cui il testo tratta: il suo oggetto, i contenuti del testo. Tuttavia per un segno-testo non è sufficiente avere un contenuto in termini di significato; dev’essere riconosciuto, identificato ed interpretato come tale per poter operare a pieno titolo come un segno simbolico. Di tanto

even be misunderstood or manipulated, because from a strictly Peircean perspective the nature of the interpretation produced is, in the final analysis, as irrelevant as is the person of the individual interpreter. The text-sign itself is endowed with a power which, coming from the object and ultimately referring back to it, must in order to realize its full semiotic effect, appeal forward through it (the sign) to what is potentially an endless series of interpretant signs, each one interpreting the one preceding it. Textual semiosis teaches that the meaning of the text-sign is not necessarily identical with the prima facie object which the text refers to, but rather with the rule or habit (its interpretant) by which one would, under certain conditions, read, understand, and interpret it.
This suggestion for translation studies and its survival can be illustrated by Peirce’s account from the “life” of one text-sign, thus:

Take, for example, that sentence of Patrick Henry which, at the time of our Revolution, was repeated by every man to his neighbor: “Three millions of people, armed in the holy cause of Liberty, and in such a country as we possess, are invincible against any force that the ennemy can bring against us.” Those words represent this cha¬racter of the general law of nature. They might have produced effects indefinitely transcending any that circumstances allowed them to produce. It might, for example, have happened that some American schoolboy, sailing as a passenger in the Pacific Ocean, should have idly written down those words on a slip of paper. The paper might have been tossed overboard and might have been picked up by some Jagala on a beach of the island of Luzon; and if he had them translated to him, they might easily have passed from mouth to mouth there as they did in this country, and with similar effect. (CP: 5.105, 1902)

The history of Henry’s pronouncement is, at least potentially, the life history of all text-signs. Texts need to receive a real or potential interpretation in order to be able to operate as signs in different spatial and/or temporal settings. That is to say, they must be meaningful (signifying) in shifting semiosic relations to the listeners, readers, etc. If a combination of verbal signs does not draw the attention toward itself as a sign and does not manifest itself as mediating between what it can mean and what it is interpreted to mean,

in tanto può addirittura essere frainteso o manipolato, perché da una prospettiva strettamente peirceiana la natura dell’interpretazione prodotta è, in ultima analisi, tanto irrilevante quanto la persona del singolo interprete. Il segno-testo stesso è dotato di un potere che, derivando dall’oggetto e in definitiva riferendovisi nuovamente, deve, per realizzare appieno il suo effetto semiotico, appellarsi attraverso il segno a ciò che potenzialmente è una serie infinita di segni interpretanti, nella quale ciascun segno interpreta quello che lo precede. La semiosi testuale insegna che il significato del segno-testo non è necessariamente identico all’oggetto prima facie a cui il testo si riferisce, bensì alla regola o abitudine (il suo interpretante) attraverso cui, in determinate condizioni, lo si leggerebbe, comprenderebbe ed interpreterebbe.
Questo suggerimento per la traduttologia e la sua sopravvivenza può essere illustrato dalla spiegazione di Peirce tratta dalla “vita” di un segno-testo in questo modo:

Si prenda, ad esempio, quella frase di Patrick Henry che, al tempo della nostra Rivoluzione, fu ripetuta da ogni uomo al proprio vicino:«Tre milioni di uomini, armati nella santa causa della Libertà, e in una terra tale come quella che possediamo, sono invincibili contro qualunque forza il nemico possa opporci». Quelle parole rappresentano questo carattere della legge generale di natura. Possono aver prodotto effetti che trascendono in modo indefinito qualsiasi effetto le circostanze hanno permesso loro di avere.
Ad esempio potrebbe essere accaduto che un qualche scolaro americano, passeggero di una nave sull’Oceano Pacifico, abbia casualmente scritto quelle parole su un foglietto. Il foglietto potrebbe essere stato scagliato in mare ed essere stato raccolto da un qualche Jagala su una spiaggia dell’isola di Luzon; e se gliele avesse tradotte queste parole sarebbero facilmente passate di bocca in bocca, lì come avevano fatto in questo Paese, sortendo un effetto simile. (CP: 5.105, 1902)

La storia dell’affermazione di Henry è, almeno potenzialmente, la storia della vita di tutti i segni-testi. I testi necessitano di ricevere un’interpretazione reale o potenziale per poter operare come segni in diversi ambienti spaziali e/o temporali. In altre parole devono poter essere significativi in relazioni semiotiche variabili per chi ascolta, chi legge, ecc… Se una combinazione di segni verbali non attira l’attenzione su di sé come segno e non si manifesta come mediatrice fra ciò che può significare e ciò che significa dopo essere stata

it remains a non-text. A text which, when transplanted in time and/or place, loses its power to appeal to an interpreting mind, becomes thereby a non-semiosic, dead entity. From the perspective of Peircean semiotics, the text-sign is characterized by endless and unlimited semiosis, by the ongoing process of growth through interpretation. What keeps the text-sign alive is precisely that it elicits an interpretant again and again, and that these interpretants (and the interpretants of the interpretants) are not only rule-governed entities but also, virtually or really, rule-changing and rule-creating new activities.
It is apparent that for Peirce, a written text was a complex verbal sign partaking of the basic properties common to semiotic signhood. Unfortunately, the significance of his theory for a text-semiotics, Peirce’s textology, will require some interpretive extrapolation. We shall soon get to that. But first let us make sure that, from the foregoing arguments, the following is clear: a Peirce-based text-semiotics must be dramatically different from other sign-theoretical text-theories, particularly from those based on Saussure’s text-theories. As opposed to French semiology, with its emphasis on text production, pragmatic semiotics in the Peircean tradition proceeds in the contrary direction-, manifesting itself first and foremost as a theory of sign interpretation. The sign as Peirce conceived it is, in contradistinction to its semiological counterpart, not defined in terms of an utterer and/or interpreter but in terms of its dynamic relations, both conventional and new. Through semiosis, the sign deploys its meaning; its full meaning is thus ideally knowable, if only in some hypothetical future, unreachable today. Sign-action and sign-interpretation are not necessarily determined by a human utterer nor interpreter. Peirce’s semiosis is self-generating triadic action. As all semiotic signs, the text-sign is a living agency actively seeking to realize itself through some interpreting mind rather than passively waiting to be realized by it, as is the case in linguistic semiotics.
One reason why a Peircean concept of text, and hence a Peircean text-semiotics, may at first seem fanciful is that it diminishes the significance of the reader/interpreter. In a semiological text-theory, the reader/interpreter is

interpretata, rimane un non-testo. Un testo che, quando trasposto nel tempo e/o nello spazio, perde il suo potere di attrarre una mente interpretante, diventa così un’entità
non semiotica, morta. Dalla prospettiva della semiotica di Peirce il segno-testo è caratterizzato da semiosi infinita ed illimitata, dal processo in atto di crescita attraverso l’interpretazione. Ciò che mantiene vivo il segno-testo è precisamente il fatto che questi suscita ripetutamente un interpretante, e che questi interpretanti (e gli interpretanti degli interpretanti) non sono soltanto entità governate da regole ma anche, virtualmente o realmente, nuove attività che cambiano e creano le regole.
E’ evidente che per Peirce un testo scritto è un segno verbale complesso che presenta le proprietà basilari comuni della segnità semiotica. Sfortunatamente la portata della sua teoria per la semiotica testuale, la testologia di Peirce, richiederà una qualche estrapolazione interpretativa. Vi arriveremo fra breve. Ma prima dobbiamo assicurarci che dalle argomentazioni appena esposte sia chiaro quanto segue: una semiotica testuale fondata sulle teorie di Peirce deve essere spiccatamente diversa dalle altre teorie testuali basate su teorie segniche, in particolare da quelle fondate sulle teorie testuali di Saussure. In contrapposizione alla semiologia francese, che pone l’enfasi sulla produzione testuale, la semiotica pragmatica nella tradizione peirceiana procede nella direzione opposta, manifestandosi innanzitutto come una teoria dell’interpretazione segnica. Il segno, così come concepito da Peirce, non è, in contrapposizione al suo omologo semiologico, definito in termini di un enunciatore e/o interprete, bensì in termini delle sue relazioni dinamiche, sia convenzionali che nuove. Attraverso la semiosi il segno dispiega il suo significato, che perciò è pienamente conoscibile a livello ideale, se non altro in un qualche ipotetico futuro oggi irraggiungibile. L’azione e l’interpretazione segniche non sono necessariamente determinate da un enunciatore umano né da un interprete. La semiosi di Peirce è azione triadica autogenerantesi. Come tutti i segni semiotici il segno-testo è un’azione vivente che cerca attivamente di realizzarsi attraverso una qualche mente interpretante piuttosto che attendere passivamente di essere realizzato da essa, come nel caso della semiotica linguistica. Una ragione per cui un concetto peirceiano di testo, e dunque una semiotica testuale di Peirce, possono inizialmente sembrare fantasiosi è che sminuiscono l’importanza del lettore/interprete. In una teoria testuale semiologica il lettore/interprete è

customarily looked upon as the sole discourse-producing subject, as the agency that gives the text-sign its meaning by matching signifier with signified. A pragmatic, Peircean paradigm, emcompasses the presence of an interpreter, which is somehow subsumed but at the same time deemphasizes it. Apparently, Peirce did not have in mind one single person or not even one specific mind, but in an abstract way any receptive organism capable of generating textual interpretants. Peirce called this an intelligent “quasi-mind.” As Peirce wrote, semiosis “not only happens in the cortex of the human brain, but must plainly happen in every Quasi-mind in which Signs of all kinds have a vitality of their own” (NEM: 4: 318, c.1906); and a “quasi-¬interpreter” is one example of such a “quasi-mind” (CP: 4.51, 1906)23.
Peirce did therefore not include the interpreter as a fourth component of semiosis, in addition to the interpretant. This is not to say that Peirce did not acknowledge the existence of the interpreter, because he did in fact refer to an interpreter occasionally – e.g., in his often-cited definition of a sign as “something which stands to somebody for something in some respect or capacity. It addresses somebody, that is, creates in the mind of that person an equivalent sign, or perhaps a more developed sign” (CP: 2.228, c. 1897).
On the whole, however, Peirce seems to indicate that the meaning of the text-¬sign must be logically conceived as relatively independent from the reader/interpreter and that it transpires wholly in an endless series of individual semiosic events. As will be argued and documented in the following, this proposition provides a new and fruitful perspective on the phenomenon of text, one which undercuts subjective signification and elevates semiotic textology to the plane of intersubjective and objective inquiry. thereby enhancing, not restraining, its creative component.

tradizionalmente considerato il solo soggetto in grado di produrre il discorso, l’azione che conferisce al segno-testo il suo significato collegando signifiant e signifié. Un paradigma pragmatico peirceiano comprende la presenza di un interprete, che è in qualche modo implicita, ma che al contempo lo ridimensiona. Sembra che Peirce non avesse in mente una singola persona né tantomeno una mente specifica, ma in modo astratto qualunque organismo ricettivo in grado di generare interpretanti testuali. Peirce lo chiamava «quasi-mente». Come Peirce scrisse la semiosi «non solo si verifica nella corteccia cerebrale umana ma deve evidentemente verificarsi in ogni Quasi-mente in cui i Segni di tutti i tipi abbiano una propria vitalità» (NEM: 4: 318, c.1906); e un «quasi-interprete» è un esempio di tale «quasi-mente» (CP: 4.51, 1906)23.
Pertanto Peirce non includeva l’interprete come quarto componente della semiosi in aggiunta all’interpretante. Con ciò non si intende dire che Peirce non riconoscesse l’esistenza dell’interprete, poiché anzi occasionalmente si riferì ad un interprete – ad esempio nella sua definizione spesso citata di segno come «qualcosa che sta secondo qualcuno per qualcosa sotto qualche aspetto o in qualche capacità. Si rivolge a qualcuno, ossia, crea nella mente di quella persona un segno equivalente, o forse un segno più sviluppato» (CP: 2.228, c.1897).
Nel complesso, comunque, Peirce sembra indicare che il significato del segno-testo debba essere logicamente concepito come relativamente indipendente dal lettore/interprete e che si manifesti interamente in una serie infinita di eventi semiotici individuali. Come verrà argomentato e documentato più avanti, questa affermazione fornisce una nuova e feconda prospettiva sul fenomeno del «testo», una prospettiva che insidia la significazione soggettiva ed eleva la testologia semiotica al piano dell’indagine intersoggettiva e oggettiva, dunque valorizzando, e non reprimendo, la sua componente creativa.

Notes

17 Some random examples from Peirce: “We shall undoubtedly naturally conclude that the publication of Andronicus would be of Opera Inedita, including all works of which a decidedly new recension was found; but naturally of Aristotle’s polished and finished productions no such text would be found” (CP: 7.235), where text refers to Aristotle’s classical writings. But we find text used in a different, modernized sense in a letter to his friend William James, where Peirce wrote “I refer to you particularly to p. 301 et seq. I will quote a few phrases, though of course it is the continuous text that talks,” with text signifying a scholarly paper that Peirce had written earlier. See, particularly, text in Peirce’s review-articles for The Nation, where he referred, for example, to “the illustrations, which are wood-cuts in the text” (CTN: 2: 62, 1894); “there was a date, 10 Nov. 1619, in the text, and 11 Nov. 1620, in the margin” (CTN: 2: 93, 1889); “its pages were filled with solid text” (CTN: 2: 197, 1899); “The text occupies less than six hundred pages” (CTN: 2: 265, 1900); “a text of half a million words” (CTN: 3: 34, 1901); “the Appendix to the book … fills more than half again as many pages as the body of the text” (CTN: 3: 62, 1890); “Heiberg prints for the first time the Greek text of Anatolius on the first ten numbers” (CTN: 3: 87, 1902). Some examples from Peirce’s other works: “End of footnote” is immediately followed by “Text resumed” (MS 646: 8, 1910); and apropos of an opera Peirce remarked: “The business of the composer was to invent ‘beautiful melodies.’ The text that was written below it was a secondary affair. Music and words were yuxtaposed, as it were” (MS 1517: 31, 1896). The latter quote is from Peirce’s translation of William Hirsch’s Genius and Degeneration, and Peirce’s use of the word text here is evidently a transposition of the original German Text; on Peirce as translator, see Gorlée (1996). Consider also the following passage: “I hold that it is necessary to make an emendation to the text of the 25th chapter of the Second Prior Analytics …” (MS 318: 187, 1907), where Peirce also used text in the sense of “words.” In this connection it is interesting to note the following quote: “… if we take a piece of blank paper, and form the resolve to write upon it some part of what we think about some real or imaginary condition of things, then, that resolve being made and the whole sheet (called the [...] ) having been devoted to that purpose exclusively, …” (MS 678: 42, 1910; blank space and emphasis in Peirce’s handwritten original). To fill the blank space in the parentheses, Peirce could perhaps have been looking for the word “text”, or an equivalent.

18 Pharies notes that “Peirce’s definition of the term as anything capable of standing for something else is so broad that it includes many things that would not normally qualify for the term in everyday English (tokens, marks, badges, signals, ciphers

Note

17 Alcuni esempi a caso tratti da Peirce:«Senza dubbio dovremmo naturalmente concludere che la pubblicazione di Andronico sarebbe un’Opera Inedita che comprende tutte le opere delle quali è stata rinvenuta una recensione decisamente nuova; ma naturalmente delle produzioni perfette e complete di Aristotele un testo tale non è stato trovato» (CP: 7.235), dove «testo» si riferisce agli scritti aristotelici classici. Ma troviamo «testo» usato in un’accezione diversa, moderna in una lettera all’amico William James, in cui Peirce scrisse:«Mi riferisco a te in particolar modo a p. 301 e seguenti. Citerò alcune frasi, anche se certamente è il testo continuo che parla», dove «testo» indica un saggio dotto scritto in precedenza da Peirce . Si veda, in particolare, «testo» nelle recensioni di Peirce per The Nation, in cui egli fa riferimento, ad esempio, alle «illustrazioni, che sono delle xilografie nel testo» (CTN: 2: 62, 1894); «c’era una data, il 10 novembre 1619, nel testo, ma 11 novembre 1620 a margine» (CTN 2: 93, 1889); «le sue pagine erano piene di testo continuo» (CTN : 2: 197, 1899); «Il testo occupa meno di 600 pagine» (CTN: 2: 265, 1900); «un testo di mezzo milione di parole» (CTN: 3: 34, 1901); «l’Appendice al libro […] occupa ben più della metà delle pagine del corpo del testo» (CTN: 3: 62, 1890); «Heiberg stampa per la prima volta il testo greco di Anatolio sui primi dieci numeri» (CTN: 3: 87, 1902). Alcuni esempi tratti da altre opere di Peirce:«Fine della nota a piè di pagina» è immediatamente seguito da «riprende il Testo» (MS 646: 8, 1910); e a proposito di un’opera lirica Peirce fece notare:«Il compito del compositore era di inventare delle “belle melodie”. Il testo scritto sotto era una questione secondaria. Musica e parole erano, per così dire, giustapposte» (MS 1517: 31, 1896). L’ultima citazione è tratta dalla traduzione peirceiana di Genius und Degeneration di William Hirsch e l’uso che Peirce fa della parola «testo» è qui evidentemente una trasposizione dell’originale tedesco Text; su Peirce traduttore si veda Gorlée (1996). Si consideri anche il seguente passo:«Ritengo necessaria una revisione del testo del venticinquesimo capitolo di Second Prior Analytics […]» (MS 318: 187, 1907), in cui Peirce usò «testo» anche in senso di «parole». A questo proposito è interessante notare la seguente citazione:«[…] se prendiamo un pezzo di carta bianca, e decidiamo di scrivere su di essa qualche parte di ciò che pensiamo su un qualche stato delle cose reale o immaginario, allora, essendo stata presa questa decisione ed avendo destinato l’intero foglio (chiamato […]) esclusivamente a quello scopo, […]» (MS 678: 42, 1910; spazio bianco e corsivo come da manoscritto originale di Peirce). Per riempire lo spazio bianco nella parentesi, Peirce potrebbe aver cercato la parola «testo» o un suo equivalente.

18 Pharies nota che «la definizione peirceiana del termine come qualsiasi cosa capace di stare per qualcos’altro è così ampia da includere molte cose che normalmente non avrebbero a che vedere con questo termine nell’inglese di tutti i giorni (contrassegno, contromarche, distintivi, segnali, cifre,

symbols; objects, animals, persons; propositions, arguments, sentences, paragraphs, books; mountains, seas, planets, stars, galaxies, universes), although it would be possible to say, for example, that a robin on the lawn is a sign of approaching spring, that a book is a sign of the author’s labors, or that a galaxy is a sign that the laws of physics continue to operate” (Pharies 1985:14).

20 In his monograph on Charles S Peirce and the Linguistic Sign, Pharies takes the linguistic sign only in the narrowest sense: “Peirce would use it to refer to any linguistic representation, including words, sentences, conversations, even whole books. I am employing it in the sense that has become traditional in linguistic literature, namely, that is ‘word’” (Pharies 1985: 9, n.7).

21 In July of 1905, Peirce wrote the following to Lady Welby, in a draft of a letter which was never sent to his correspondent: “The dictionary is rich in words waiting to receive technical definitions as varieties of signs” (PW: 194, 1905). His long list includes many instances of verbal communication, spoken and/or written: “Then we have mark, note, trait, manifestation, ostent, show, species, appearance, vision, shade, spectre, phase. Then, copy, portraiture, figure, diagram, icon, picture, mimicry, echo. Then, gnomon, clue, trail, vestige, indice, evidence, symptom, trace. Then, muniment, monument, keepsake, memento, souvenir, cue. Then, symbol, term, category, stile, character, emblem, badge. Then, record, datum, voucher, warrant diagnostic. Then, key, hint, omen, oracle, prognostic. Then, decree, command order, law. Then, oath, vow, promise, contract, deed. Then, theme, thesis, proposition, premiss, postulate, prophecy Then, prayer, bidding, collect, homily, litany, sermon. Then, revelation, disclosure, narration, relation. Then, testimony, witnessing, attestation, avouching, martyrdom. Then, talk palaver, jargon, chat, parley, colloquy, tittle-tattle, etc.” (PW: 194, 1905). Regrettably, the rest of this text, which possibly contained Peirce’s comments on the catalogue, did not survive.

22 Habit (and following items discussed here) will be further developed in the last chapter on fallibilism.

23 Quasi-mind and its associates are developed in the last chapter on fallibilism.

simboli; oggetti, animali, individui; proposizioni, argomenti, frasi, paragrafi, libri; montagne, mari, pianeti, stelle, galassie, universi), sebbene sia possibile dire, ad esempio, che un pettirosso sul prato è segno che la primavera si avvicina, che un libro è segno delle fatiche di un autore, o che una galassia è segno che le leggi della fisica continuano ad operare» (Pharies 1985:14).

20 Nella sua monografia Charles S. Peirce and the Linguistic Sign Pharies prende il segno linguistico solo in senso stretto:«Peirce lo userebbe per riferirsi a qualsiasi rappresentazione linguistica, incluse le parole, i periodi, le conversazioni e persino interi libri. Io lo utilizzo nel senso divenuto tradizionale nelle pubblicazioni linguistiche, ovvero nel senso di “parola”»(Pharies 1985: 9, n.7).

21 Nel luglio 1905 Peirce scrisse quanto segue a Lady Welby, in una bozza di una lettera mai inviata alla sua corrispondente:«Il dizionario è ricco di parole che attendono di ricevere definizioni tecniche come varietà di segni» (PW: 194, 1905). La sua lunga lista include molti esempi di comunicazione verbale, parlata e/o scritta:«Poi abbiamo marchio, nota, tratto, manifestazione, espressione, spettacolo, specie, apparenza, visione, ombra, spettro, fase. Poi copia, il ritrarre, figura, diagramma, icona, immagine, mimica, eco. Poi gnomone, indizio, vestigio, indice, evidenza, sintomo, traccia. Poi prova, monumento, ricordo, memento, souvenir, indizio. Poi simbolo, termine, categoria, stile, carattere, emblema, distintivo. Poi registrazione, data, voucher, mandato, sintomo. Poi chiave, allusione, presagio, oracolo, previsione. Poi decreto, comando, ordine, legge. Poi giuramento, voto, promessa, contratto, atto. Poi tema, tesi, proposizione, premessa, postulato, profezia. Poi preghiera, raccoglimento, omelia, litania, sermone. Poi rivelazione, divulgazione, narrazione, relazione. Poi deposizione, testimonianza, attestazione, garanzia, martirio. Poi conversazione, discussione, gergo, chiacchierata, negoziato, colloquio, pettegolezzo, ecc…» (PW; 194, 1905). Sfortunatamente il resto del testo, che probabilmente conteneva i commenti di Peirce su quest’elenco, non è sopravvissuto.

22 L’abitudine (e i punti discussi qui) verranno approfonditi nell’ultimo capitolo sul fallibilismo.

23 La Quasi-mente e i temi ad essa associati verranno sviluppati nell’ultimo capitolo sul fallibilismo.

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