Zuzana Jettmarová – Translating Jiří Levý’s Art of Translation for an International Readership SIMONA ZANONI

Zuzana Jettmarová – Translating Jiří Levý’s Art of Translation

for an International Readership

civica logo spinelli

SIMONA ZANONI

 

Fondazione Milano

Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli»

via Francesco Carchidio 2 – 20144 MILANO

Relatore: professor Bruno Osimo

 

 

                        Diploma in Mediazione linguistica

Ottobre 2016

 


 

© Zuzana Jettmarová 2011

© Per l’edizione italiana: Simona Zanoni 2016 (simona.zanoni@teletu.it)

 

Abstract in italiano

La presente tesi propone la traduzione dell’articolo di Zuzana Jettmarová Translating Jiří Levý’s «Art of Translation» for an International Readership. Il suo elaborato parte dai motivi che l’hanno spinta a intraprendere questa “sfida” traduttiva, durante la quale si sono incontrati non pochi problemi. Innanzitutto, la difficoltà nel collocare Levý all’interno di una corrente, nel determinare se appartenga allo strutturalismo ceco o al formalismo russo; da qui, la necessità di fornire al lettore anglofono un contesto che egli non ha per assicurargli la comprensione del testo. In secondo luogo, gli ostacoli nel tradurre la terminologia e i concetti esposti da Levý nella sua opera.

 

English abstract

This work presents the translation of the article entitled Translating Jiří Levý’s «Art of Translation» for an International Readership written by Zuzana Jettmarová. Her essay opens with the reasons she undertook this translation, which turned out to be a major challenge for both the translator and the editor. First, they found it difficult to determine whether Levý belonged to Czech Structuralism or to Russian Formalism, and had to provide English-speaking readers with a context they would typically be unfamiliar with. Second, it was hard to translate the terms and concepts presented by Levý in his book.

 

中文摘要

本论文介绍Zuzana Jettmarová 为国际读者翻译依瑞·列维Jiří Levý所写的翻译的艺术”(Translating Jiří Levý’s «Art of Translation» for an International Readership翻译文章其内容主要说明她为什么选择了这种挑战性的翻译,或在翻译期间所遇到的不少难题。第一个就是对列维进行归类,属于捷克结构主义的流派还是俄国形式主义的流派? 然后就是给英语读者提供一个本来没有的背景,以确保专著的理解。 第二个难题就是翻译列维书中的术语和观念

INDICE

1 PREFAZIONE                  4

1.1 Il circolo linguistico di Praga e lo strutturalismo ceco                  4

1.2 Zuzana Jettmarová e Jiří Levý                  8

1.3 Riferimenti bibliografici – Prefazione                   14

2 TRADUZIONE                  15

2.1 Introduzione                  15

2.2 Supposizioni e memi                  18

2.3 Vincoli concettuali ed elusione della disintegrazione                  33

2.4 Conclusione                  44

3 RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI                  47


 

1 - PREFAZIONE

Il circolo linguistico di Praga e lo strutturalismo ceco

Il circolo linguistico di Praga fu fondato il 6 ottobre 1926, quando Vilém Mathesius si incontrò con quattro colleghi (Jakobson, Havránek, Trnka e Rypka) per discutere di una conferenza tenuta da un linguista tedesco. Mathesius sfruttò l’occasione per dare al gruppo un’organizzazione e una chiara direzione teorica. Tuttavia, si può dire che le radici della scuola di Praga risalgono al 1911, in quanto Vilém Mathesius, già prima della pubblicazione di Cours de linguistique générale di Ferdinand de Saussure, aveva parlato dello studio sincronico del linguaggio. In ogni caso, l’opera di Saussure è stata sicuramente fondamentale per la creazione del pensiero del circolo linguistico di Praga. Altrettanto importante fu il circolo linguistico di Mosca. I suoi membri si occupavano dei problemi riguardanti il linguaggio e la linguistica e, a causa degli eventi storici di quel periodo (in particolare la Rivoluzione di ottobre in Russia), molti di loro furono costretti a scappare e a continuare il loro lavoro altrove. Per questo motivo, personalità come Roman Jakobson e Nikolaj Sergeevič Trubeckoj si unirono al circolo di Praga, contribuendo in modo significativo al suo sviluppo. Nel 1928, al primo congresso internazionale di linguistica organizzato all’Aia, venne presentata la proposta 22, il manifesto del circolo di Praga, redatto da Roman Jakobson e cofirmato da Trubeckoj e Karcévsky. Questo programma cambiò lo sviluppo della linguistica europea e segnò la nascita di una nuova scienza: la fonologia.

Un anno dopo, al congresso internazionale degli slavisti tenutosi a Praga nel 1929, gli accademici di Praga pubblicarono i Travaux du cercle linguistique de Prague. A partire dal novembre 1939, però, con l’inizio della seconda guerra mondiale, i nazisti chiusero le università ceche; i membri del circolo furono costretti per anni a incontrarsi in posti nascosti e fu solo nel giugno 1945, con la sconfitta del nazismo, che ricominciarono la loro attività pubblicamente (Makarzk, 1993: 179-181). Tuttavia, il circolo di Praga aveva perso alcuni dei suoi esponenti più importanti: chi a causa di morte naturale, come Nikolaj Sergeevič Trubeckoj e Vilem Mathesius, e chi perché fu esiliato, come Roman Jakobson, che scappò negli Stati Uniti d’America. Perciò, appena tre anni dopo, nel 1948, ci fu l’ultima conferenza pubblica degli accademici del circolo linguistico di Praga. Nonostante tutto, comprese le interruzioni per via della guerra, i membri del circolo di Praga furono in grado di esplorare e analizzare tutti i campi linguistici, come dimostrano anche le loro opere. Testi quali Grundzüge der Phonologie (1939) di Trubeckoj e Remarques sur l’evolution phonologique du russe comparee a celle des autres langues slaves (1929) di Roman Jakobson furono fonte di ispirazione per le generazioni successive di linguisti. Senza gli accademici della scuola di Praga, l’immagine dello strutturalismo e della linguistica del ventesimo secolo sarebbe stata incompleta sia a livello storico, che a livello teorico, poiché essi hanno contribuito non solo allo sviluppo della linguistica, ma anche allo sviluppo della fonetica, della fonologia e della sintassi.

Una caratteristica del circolo che merita di essere menzionata è il suo multilinguismo. Infatti, come si può notare anche dalle due opere appena citate, i componenti del gruppo non utilizzavano tutti la stessa lingua; scrivevano e pubblicavano i loro lavori in ceco, tedesco, francese e russo. Questo fu un grande vantaggio per la diffusione di nuovi principi, illustrati nel primo volume dei Travaux du cercle linguistique de Prague intitolato Thèses du cercle linguistique de Prague. Non ci furono solo i principi a costituire una novità, ma anche la linguistica, che divenne strutturale e il cui nome «strutturalismo» fu coniato nel 1929 da Roman Jakobson proprio per questa sua peculiarità.

Lo strutturalismo in un certo senso prese spunto dal formalismo russo, ma allo stesso tempo ne rifiutò i principi di base. Infatti, quest’ultimo non teneva conto del contesto storico e sociale, mentre gli accademici cechi davano grande importanza ai fattori esterni, quali politica, società e geografia (Jettmarová, 2010b).

I membri della scuola di Praga condividevano con i formalisti russi l’ipotesi che la letteratura fosse un fenomeno specifico del linguaggio. Tuttavia, la loro considerazione dei fenomeni linguistici non rappresentava questi fenomeni come isolati, ma come parte di un sistema. L’idea che tutti gli elementi del linguaggio fossero reciprocamente dipendenti e che nessun fenomeno appartenente a una struttura del linguaggio potesse essere adeguatamente valutato se isolato dalla medesima struttura di cui faceva parte tracciò il profilo strutturale del movimento e con esso diventò inevitabile la comprensione della letteratura non come fatto isolato, ma come parte di un tutto più ampio. Ma qual è la definizione di struttura secondo il circolo linguistico di Praga? Mukařovský afferma:

 

Nel nostro concetto di struttura artistica sottolineiamo un tratto più specifico della mera correlazione dell’insieme e delle parti. […] Secondo la nostra concezione, può essere considerato come struttura ogni insieme di componenti il cui equilibrio interno cambia e si rimodella in continuazione e la cui unità si manifesta come un insieme di contraddizioni dialettiche. […] Ha carattere di struttura non solo l’opera artistica particolare e l’evoluzione di ogni arte come insieme, ma anche le relazioni reciproche tra le arti. Nel giudicare tutto questo come struttura (ovvero come un equilibrio instabile di relazioni), non siamo in contraddizione con la realtà, né limitiamo la varietà di possibilità nelle ricerche, ma al contrario ne indichiamo la sua varietà possibile (Mukařovský 1977: 157-161).

 

Anche il linguaggio viene presentato come una struttura e in particolare viene descritto come un sistema di segni. Trubeckoj specifica che «un sistema fonologico non è la somma meccanica dei singoli fonemi, ma un tutto organico in cui i fonemi sono i componenti e dove la struttura è sottoposta a delle leggi» (Herteg, 2003). I linguisti del circolo di Praga sottolineavano la funzione degli elementi all’interno del linguaggio, la contrapposizione degli elementi linguistici e lo schema complessivo formato da queste contrapposizioni e si distinsero per lo studio del sistema fonologico e della differenza con la fonetica in base alle loro funzioni.

La poetica della scuola di Praga considerava le opere letterarie strutture poetiche (estetiche) specifiche, perciò ottenne uno sviluppo sostanziale del modello di struttura poetica. Si trattava di un modello stratificazionale, che rappresentava la struttura letteraria come una gerarchia di strati (lo stesso accadde con il linguaggio). Tuttavia, il modello stratificazionale poetico, rispetto a quello linguistico, prevedeva che agli strati verbali (fonico e semantico) si aggiungesse lo strato extralinguistico della tematica: esso era indipendente dagli altri due, ma necessariamente collegato, poiché le tematiche, e quindi i messaggi, potevano essere espresse solo tramite mezzi linguistici. Le tematiche e il linguaggio sono il «materiale» a cui la «forma» dà una struttura esteticamente efficace. Il testo poetico, a livello semiotico, è un processo di accumulazione semantica: il lettore percepisce ogni nuovo segno e, una volta arrivato alla fine, è in grado di comprendere appieno il senso del testo.

Lo strutturalismo ceco e il formalismo russo condividevano anche l’idea dell’unione indissolubile di linguistica e poetica, che il circolo linguistico di Praga arricchì con l’adozione di una prospettiva semiotica generale per lo studio scientifico della letteratura.

La scuola di Praga dava inoltre molta enfasi sia alla funzione del linguaggio nell’atto comunicativo, sia al ruolo del linguaggio nella società. Questa caratteristica sfociò nella combinazione di strutturalismo e funzionalismo e la scuola di Praga divenne famosa per il suo interesse nell’applicazione dello studio di come gli elementi di un linguaggio portassero in sé le funzioni espressiva, conativa e referenziale (tratte dall’opera di Karl Bühler). Queste furono fondamentali soprattutto nel concetto della letteratura come forma di comunicazione, che prevedeva l’esistenza di caratteristiche specifiche nella produzione, struttura e ricezione del «messaggio» (testo) poetico. La funzione espressiva orientava il discorso verso il mittente, quella conativa verso il ricevente e quella referenziale verso il referente (Selden, 2008: 40). Sebbene distinte, tutte e tre le funzioni erano coinvolte in ogni testo, nonostante ce ne fosse sempre una a prevalere sulle altre e a determinare, in tal modo, il carattere del discorso. Una prima modifica alla teoria di Bühler venne operata da Mukařovský che, per spiegare la comunicazione poetica, ritenne necessario aggiungere una quarta funzione, quella estetica, facente riferimento alla lingua come segno linguistico. Successivamente, Mukařovský dissociò la funzione estetica dalla lingua («oggetto») e la collegò all’utente («soggetto»).

 

Zuzana Jettmarová e Jiří Levý

Zuzana Jettmarová si laureò nel 1976 in interpretariato e traduzione all’Università Carolina di Praga. Nel 1981 entrò a far parte dell’Istituto della scienza della traduzione come professoressa, mentre dal 1991 al 2006 ne fu direttrice, coordinando diversi progetti nazionali e partecipando a molti altri programmi sul piano istituzionale. Fu inoltre vice-presidente della Società europea per gli studi di traduzione e ne organizzò il primo congresso a Praga, oltre ad altre tre conferenze internazionali sempre nella capitale ceca (1992, 1995, 2003). Le sue pubblicazioni riguardano maggiormente la teoria, metodologia e ricerca empirica. Oltre a studiare l’impatto della traduzione sulla cultura ricevente, soprattutto nell’ambito pubblicitario, negli ultimi tempi si è concentrata sulla rappresentazione, sull’interpretazione e sul trasferimento delle teorie e metodologie traduttive dell’Europa orientale nella più comune scienza della traduzione occidentale. Fu lei a promuovere e curare la versione inglese dell’opera di Jiří Levý The Art of Translation, pubblicata nel 2011 e tradotta da Patrick Corness. Ci sono voluti tre anni per completare la traduzione di questo libro, poiché è stato necessario tenere conto di molti fattori: il fatto che Levý avesse scritto l’opera in ceco, ma che fosse già stata tradotta in russo e tedesco; il dover cambiare il lettore modello e adattare il focus e gli esempi al lettore anglofono; l’aver utilizzato sia la versione tedesca del 1983 che la versione ceca come base per la loro traduzione, che ha portato a omissioni, sostituzioni, aggiunte e altri problemi soprattutto con gli esempi testuali. Un ulteriore problema è stato il fatto che il background di Levý era noto soltanto in Repubblica Ceca, pertanto sono state necessarie ricerche, modifiche e note a piè di pagina per spiegarne il contesto ai lettori.

Levý fu «il fondatore della scienza della traduzione ceca» (Jettmarová, 2010a) e si concentrò soprattutto sulla sua storia, teoria, metodologia e pratica. Nei suoi studi, egli definì la traduzionalità come un fenomeno dialettico e dinamico allo stesso tempo, legato a valori socio-culturali. Ma la contrapposizione non è solo dialettico-storica e dinamica; la traduzionalità è collegata anche a un’altra contrapposizione: genericità e specificità. Il traduttore ha diverse possibilità: può decidere di mantenere la specificità straniera, può scegliere di sostituirla con quella della cultura ricevente della traduzione, o ancora di tradurla con concetti generici, che diventano un terreno comune e neutrale tra le due culture.

Per Levý, la traduzione è un mezzo potente di comunicazione di massa con due funzioni: differenziare i singoli sistemi letterari culturali e universalizzare la letteratura per costituirne una mondiale.

La traduzionalità è legata a due categorie dialettiche per delimitare il concetto e il metodo della traduzione: la compatibilità noetica (che ha a che fare con la mente e l’intelletto) e il soggettivismo/oggettivismo noetico. La compatibilità noetica porta con sé la distinzione tra traduzione illusionistica e anti-illusionistica. I lettori delle traduzioni illusionistiche, affidandosi a un “accordo” che prevede il mantenimento delle qualità dell’originale da parte della traduzione e notando che l’intermediario non ha lasciato tracce di sé, credono di leggere l’originale. Se il traduttore dovesse uscire allo scoperto per un passo falso non intenzionale (ad esempio aggiungendo romanticismo o note) e se dovesse essere scoperto dal ricevente, l’illusione scomparirebbe. Questa categoria, che lega il traduttore al ricevente, è correlata al soggettivismo/oggettivismo noetico. Le traduzioni che si basano sul soggettivismo tendono a preservare le specificità dell’originale e vengono chiamate traduzioni «fedeli». Al contrario, le traduzioni che si basano sull’oggettivismo ideologico tendono a generalizzare o sopprimere le caratteristiche straniere, sottolineando quelle condivise dalle due culture o addirittura sostituendo elementi stranieri con elementi locali; queste vengono definite traduzioni «libere» (Jettmarová, 2015).

A livello semiotico, la traduzione e la traduzionalità sono quindi collegate all’esperienza, alle aspettative e all’accettabilità del ricevente. La traduzione viene presa per rappresentazione del messaggio d’origine. La sua credibilità e verosimiglianza può essere infranta nel momento in cui il traduttore disintegra la copertura dell’illusione. Tuttavia, allo stesso tempo, ciò che in un primo momento potrebbe essere stato percepito come straniero potrebbe aver perso le caratteristiche straniere nel tempo a causa degli sviluppi linguistici e culturali (ad esempio con appropriazione e assimilazione); in ugual modo, ciò che in passato sembrava locale in un particolare genere testuale, dopo qualche decennio potrebbe sembrare obsoleto in termini di contenuto, forma, senso o comprensibilità. È il ricevente a fare da parametro; durante il processo di traduzione, il ricevente è il lettore modello, ovvero colui che completa l’atto comunicativo con la ricezione. Questo implica che il messaggio esiste solo attraverso la ricezione sociale.

In genere, a livello linguistico, il traduttore è meno creativo dell’autore e tende a utilizzare un linguaggio standardizzato nel suo uso corrente. I messaggi, però, hanno un altro aspetto, forse più importante del linguaggio: il significato.

Nello strutturalismo ceco, è l’unione di forma e contenuto a creare il significato di un messaggio. Nei discorsi non letterari, la forma è standardizzata, perciò qualsiasi discostamento voluto o non voluto dall’autore (o dal traduttore) fa sì che l’attenzione del lettore si concentri sulla forma. Nei discorsi letterari, la funzione poetica si basa non solo sulla poetica di origine (unione di forma e contenuto), ma anche su deviazioni, innovazioni e specifiche volute, che rappresentano lo stile e la creatività individuale dell’autore, sia nella forma che nel contenuto.

Nella traduzione di un testo, il traduttore concretizza una delle possibili interpretazioni dell’opera d’arte, restringendone il raggio interpretativo. Poiché il suo compito è quello di disambiguare, egli tende a colmare tutte le lacune, anche se questo potrebbe sminuire il valore artistico dell’opera. Tuttavia, considerando il lettore modello e l’ambiente ricevente della traduzione, essa rifletterà necessariamente le differenze socio-culturali tra il lettore originale e il lettore modello della traduzione.

Costruendo il modello traduttivo sulla falsariga della teoria dell’informazione, Levý rappresenta la catena di comunicazione in questo modo:

 

realtà    à selezione   stilizzazione à lettura traduzione à lettura  concretizzazione

(Jettmarová, 2015: 89)

 

La ricezione del ricevente è una combinazione di idiosincrasie individuali, norme collettive interiorizzate e contesto sociale; le interpretazioni possono comportare un cambiamento della funzione dominante, una modifica delle funzioni intenzionali portate dagli elementi della struttura, ma anche percepire come intenzionali certi elementi che l’autore potrebbe non aver mai avuto intenzione di considerare come tali. È il bisogno predominante o la rilevanza sociale in una particolare società che determina la funzione e il valore del testo.

In ogni caso, non c’è una relazione diretta tra ciò che il traduttore, soggetto a limitazioni, importa dall’originale e ciò che viene effettivamente trasferito nella traduzione, perché significati e cambiamenti nel significato vengono generati attraverso l’interazione tra il contesto interno e quello esterno – persino i significati sociali vengono riconosciuti solo attraverso la loro percezione in una società concreta. Potrebbe essere l’autore, il traduttore o addirittura il ricevente a conferire ai segni un dato significato sociale. Secondo la teoria della ricezione di Vodička, un’opera letteraria è un «segno estetico diretto al pubblico» (Selden, 2008: 54); perciò il dinamismo della ricezione e la diversità delle interpretazioni vengono analizzate a partire dalle proprietà estetiche del testo letterario e dall’atteggiamento mutevole dei lettori.

Mukařovský sottolinea che qualsiasi fossero le intenzioni dell’autore, i riceventi potrebbero percepirle in maniera diversa, in base alle loro disposizioni individuali e collettive, e potrebbero inoltre modificare la dominante prevista e la subordinazione delle unità strutturali.

La supposizione teorica, valida anche per la traduzione, è che la struttura di un messaggio corrisponda alla struttura dei bisogni del ricevente (individuale o collettiva). Ecco perché un bisogno dominante in una società in un particolare momento determina la funzione e il valore di un testo, sia esso un testo originale o una traduzione; pertanto, queste due caratteristiche vengono percepite come intenzionali.

Il testo come un oggetto materiale o artefatto è solo il portatore del messaggio (opera d’arte). In ogni caso, la genesi e il codice linguistico del messaggio sono influenzati, in maggiore o minor grado, dal materiale. In ogni traduzione, il traduttore viene posto di fronte al dilemma di ciò che è intrinseco o meno, poiché il messaggio viene trasferito, mentre il materiale viene scambiato o sostituito. Per via del legame tra materiale e messaggio si genera una tensione.

Levý ha sottolineato quali aspetti del messaggio devono rimanere invariati nel caso in cui le funzioni di base del genere testuale rimangano simili: ad esempio, nei testi tecnici si preserva il significato denotativo, nella poesia è spesso più importante preservare il significato connotativo, mentre in un libretto d’opera si mantengono le proprietà formali, come il ritmo.

Il dilemma tra traduzione «fedele» e «libera» è stato generalizzato da Levý come l’esistenza di una duplice norma nella traduzione: la norma della riproduzione (fedeltà) e la norma estetica (bellezza). Queste rappresentano gli estremi di una scala indicizzata, per cui si può dare maggior rilevanza all’una o all’altra, in modo che le traduzioni siano più fedeli o più libere. Tale duplice norma ha una validità generale per tutti i generi testuali.

Levý sottolinea che è l’idioletto passivo del traduttore/ricevente a influenzare l’interpretazione dell’originale, mentre, dall’altra parte, è l’idioletto attivo del traduttore a lasciare le sue tracce nel testo tradotto. Perciò, la traduzione può essere vista come il risultato della percezione dei valori dell’originale da parte dell’idioletto passivo del traduttore e dell’articolazione dei valori percepiti dall’originale da parte del suo idioletto attivo.

In una traduzione, è inoltre necessario riprodurre gli elementi dominanti del messaggio dell’originale (equivalenza funzionale). Si può ottenere questo risultato sostituendoli nella traduzione con elementi di valore simile (ovvero corrispondenti per funzione e non necessariamente per forma e/o contenuto) per il ricevente modello. Se il potenziale della funzione dell’intero messaggio originale dovesse rimanere uguale o simile, una tale traduzione nel suo complesso sarebbe considerata adeguata. In una traduzione di questo tipo, il nucleo semantico invariante dell’originale (l’invariante intertestuale) verrebbe trasferito, mentre la restante parte della semantica della traduzione (costituita da contenuto e forma) rappresenterebbe la componente variante. Levý ha sottolineato una tassonomia strutturale che presenta gli elementi che dovrebbero essere invariabili e variabili. Levý e Popovič puntavano a creare una categoria che potesse essere di aiuto ai traduttori, utilizzabile come strumento per migliorare la qualità della traduzione tramite la comprensione dei meccanismi coinvolti e una riflessione informata dei processi.

Le teorie fondamentali ceche e slovacche, basate sul contesto teorico-metodologico strutturalista locale, sembrano aver anticipato le svolte e i cambiamenti paradigmatici occidentali nella scienza della traduzione sin dal principio. Si può anche dire che siano più complicati, completi ed elaborati in comparazione con i modelli generali occidentali di oggi, soprattutto grazie alle metodologie su cui poggiano le loro fondamenta (Jettmarová, 2015).

Riferimenti bibliografici – Prefazione

 

  • Frias Martins, Manuel 2010 «Estruturalismo Checo». E-Dicionário de Termos Literários, disponibile in Internet all’indirizzo http://edtl.fcsh.unl.pt/business-directory/6223/estruturalismo-checo/, consultato nel settembre 2016.
  • Herteg, Crina 2003 «The Contributions of the Prague School to the Study of Language». Annales Universitatis Apulensis – Philologica, 4: 371-375, disponibile in Internet all’indirizzo http://www.uab.ro/reviste_recunoscute/philologica/philologica_2003_tom2/59.herteg_crina.pdf, consultato nel settembre 2016.
  • Jettmarová, Zuzana 2010a «The Work of Jiří Levý». Faculty of Arts Charles University in Prague, disponibile in Internet all’indirizzo http://utrl.ff.cuni.cz/UTRLFF-399.html, consultato nel settembre 2016.
  • Jettmarová, Zuzana 2010b «Czech Structuralism in a Nutshell». Faculty of Arts Charles University in Prague, disponibile in Internet all’indirizzo http://utrl.ff.cuni.cz/UTRLFF-400-version1-czech_structuralism_in_a_nutsh.pdf , consultato nel settembre 2016.
    • Jettmarová, Zuzana 2015 «20th Century Czech & Slovak Theories and Western Turns». In: Andrea Ceccherelli, Lorenzo Costantino, Cristiano Diddi a cura di Translation Theories in the Slavic Countries.  33, Uni. di Salerno e Bologna – 83-98.
    • Jones Roderick e Jettmarová Zuzana 2012 The Art of Translation by Jiří Levý. Amsterdam, disponibile in internet all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=AKlXHlkDsyM, consultato nel settembre 2016.
    • Makaryk, Irena R. 1993 Encyclopedia of Contemporary Literary Theory: Approaches, Scholars, Terms. Toronto: University of Toronto Press.
    • Selden Raman a cura di 2008 The Cambridge History of Literary Criticism – Volume 8: From Formalism to Poststructuralism. Cambridge, Cambridge University Press.

 

2 – TRADUZIONE

 

Introduction Introduzione
The ongoing project of translating Levý’s seminal book into English was launched almost two years ago and there had been several reasons for conceiving it. Il progetto di tradurre in inglese il libro fondamentale di Levý, tuttora in corso, è stato lanciato quasi due anni fa e i motivi per cui questo è stato concepito sono diversi.
The first and prime reason was making the book accessible to an international readership in today’s lingua franca: here Levý’s accessibility has so far been confined to his English articles, especially his Translation as a Decision Process (1967) and Will Translation Theory be of Use to Translators? (1965). Il primo e principale era quello di rendere il libro accessibile a un pubblico internazionale nella lingua franca odierna. Finora, in inglese, si è potuto accedere solo a pochi articoli di Levý: Translation as a Decision Process (1967) e Will Translation Theory be of Use to Translators? (1965).
The German translation of Levý’s Art of Translation as Die literarische Übersetzung: Theorie einer Kunstgattung (1969), based on his Czech publication (1963) rewritten as a manuscript for the German readership in 1967, is now bound to have only a limited audience for linguistic reasons. La traduzione in tedesco di Art of Translation di Levý in Die literarische Übersetzung: Theorie einer Kunstgattung (1969), basata sulla sua pubblicazione ceca (1963) e in una nuova stesura manoscritta per l’edizione tedesca del 1967, è destinata, per ragioni linguistiche, ad avere un seguito limitato.
The difficulty of penetrating the German text becomes evident in some contemporary English writings where the interpretations suggest that German may indeed pose an obstacle, unlike for e.g. Prunč whose interpretation is quite different. La difficoltà nel penetrare il testo tedesco diventa evidente in alcuni scritti contemporanei inglesi, dove le interpretazioni indicano che il tedesco può davvero risultare un ostacolo, al contrario di Prunč, per esempio, la cui interpretazione è alquanto diversa.
This may be compounded by the fact that today there are few earlier-generation scholars who may be familiar with the Czech structuralist underpinnings. Questo può essere comprovato dal fatto che oggi ci sono pochi accademici della vecchia scuola ad avere familiarità con i fondamenti dello strutturalista ceco.
Levý is seen as a Russian formalist concerned with ‘literariness’ in spite of the fact that one never encounters this word in his writings and that Czech structuralism itself represented a straightforward negation of its own domestic formalism. Levý è visto come un formalista russo che si occupa di «letterarietà», nonostante nei suoi scritti non si incontri mai questa parola e nonostante lo strutturalismo ceco stesso rappresentasse una chiara negazione del formalismo locale.
This mistaken belief had to be accounted for as a serious factor in translating Levý into English. Quando abbiamo deciso di tradurre Levý in inglese, questa erronea credenza è stata un fattore importante.
The second reason for translating Levý was the potential relevance and topicality of his theory. Il secondo motivo per tradurre Levý erano la potenziale rilevanza e attualità della sua teoria.
After the numerous paradigm shifts in western humanities and Translation Studies Levý is regarded as an early descriptivist because he chronologically preceded the polysystem theory; the latter also claims its Russian formalist roots and refers to Jakobson and Levý. Sulla scia dei numerosi cambiamenti di paradigma nelle scienze umane occidentali e in particolare nella scienza della traduzione, Levý è ritenuto uno dei primi descrittivisti perché, a livello cronologico, ha preceduto la teoria polisistemica. Quest’ultima, inoltre, rivendica le sue origini nel formalismo russo e fa riferimento a Jakobson e Levý.
Jakobson himself is yet another reason for presuming that Levý was a formalist. Jakobson stesso è un ulteriore motivo per supporre che Levý fosse un formalista.
Jakobson was originally a Russian formalist and in the 1920s – 1930s, when he lived in Czechoslovakia, a member of the Prague School. Jakobson fu originariamente un formalista russo e un membro della scuola di Praga durante il suo soggiorno in Cecoslovacchia negli anni Venti e Trenta.
In western Translation Studies, his well-known writings in English on translation (1959, 1960) have been considered representative of the Prague School, and because they pre-dated Levý’s articles in English and the German translation of his book, Levý has been regarded as his follower. Nella scienza della traduzione occidentale, i suoi scritti in inglese sulla traduzione noti al grande pubblico (1959, 1960) sono stati considerati rappresentativi della scuola di Praga e, poiché hanno precorso gli articoli di Levý in inglese e la versione tedesca del suo libro, Levý è stato ritenuto il suo successore.
Czech translation theory dates back to the turn of the 19th and 20th centuries and has been called a functional theory of translation in line with the Czech functional structuralism in which it is grounded. La teoria ceca della traduzione risale al periodo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento ed è stata definita una «teoria funzionale della traduzione», in linea con lo strutturalismo funzionale ceco su cui si fonda.
However, in anthologies and accounts of the history of the discipline written in English Levý is not considered a functionalist. Tuttavia, nelle antologie e nei resoconti sulla storia della disciplina anglofoni, Levý non è considerato un funzionalista.
Levý has been stigmatized with Russian formalism while the true theoretical-methodological basis (the semiotic or aesthetic branch of Czech structuralism which subsumed linguistics) has remained largely unknown in our discipline. Levý è stato associato al formalismo russo, ma la vera base teorico-metodologica (la branca semiotica o estetica dello strutturalismo ceco che includeva la linguistica) è rimasta per lo più sconosciuta nella nostra disciplina.
On the basis of his own extensive empirical research, Levý designed an integral theory and introduced a number of unique concepts. Sulla base delle sue ricerche empiriche di ampia portata, Levý ideò una teoria completa e introdusse numerosi concetti originali.
   
Assumptions and memes Supposizioni e memi
Perhaps the most recent, summarized image of Levý may be found in Tymoczko: Forse l’immagine più recente e riassunta di Levý si può trovare in Tymoczko:
Other important early contributions to descriptive translation studies were made by the Czech School, including Anton Popovič and Jiří Levý. Altri precedenti e importanti contributi alla traduzione descrittiva sono stati portati dalla scuola ceca, dove troviamo Anton Popovič e Jiří Levý.
These writers forged a connection between descriptive studies and Russian formalism, stressing formal aspects of translated texts and translator choice. Questi autori hanno instaurato un collegamento tra studi descrittivi e formalismo russo, sottolineando gli aspetti formali dei testi tradotti e delle scelte del traduttore.
They also developed the concept of Shift as an alternative to prescriptive language for evaluating translations. Hanno inoltre sviluppato il concetto di «cambiamento» come un’alternativa al linguaggio prescrittivo per valutare le traduzioni.
Most important for the full emergence of descriptive studies is the work of the Israeli scholars […] thus setting translation on much broader cultural contexts than had been done earlier. Estremamente importante per il pieno sviluppo degli studi descrittivi è il lavoro degli accademici israeliani [...] che hanno collocato la traduzione in contesti culturali molto più ampi di prima.
While the readers of Levý’s book will easily correct this image by themselves, their potential discouragement comes with Gentzler´s where one learns that Prague structuralism was Russian formalism, that Levý unlike Chomsky and Nida focused on form and thus that the focus of the Czech (and Slovak) translation theory was the transference of the surface form, i.e. literariness. Mentre i lettori del libro di Levý correggeranno da sé questa immagine, proveranno un possibile sconforto con quello di Gentzler, da cui si evince che lo strutturalismo di Praga coincideva il formalismo russo; che Levý, al contrario di Chomsky e Nida, si concentrava sulla forma e, di conseguenza, che la teoria ceca (e slovacca) della traduzione si focalizzava sul trasferimento della forma superficiale, ovvero la «letterarietà».
In fact, Levý never used this term as he held to the Czech structuralist thesis that form and content cannot be separated as they both make up the semantic structure of the work of art (including its translation). In realtà, Levý non ha mai usato questo termine, in quanto si atteneva alla tesi strutturalista ceca, secondo cui forma e contenuto non vanno separati, poiché insieme formano la struttura semantica dell’opera d’arte (compresa la sua traduzione).
He pointed out the role of the reader, thus stressing the interrelationship between semantics and pragmatics in phenomenological, sociological and ideological terms. Levý ha precisato il ruolo del lettore, in modo da sottolineare la relazione reciproca tra semantica e pragmatica in termini fenomenologici, sociologici e ideologici.
There are other aspects that make Czech functional structuralism quite different from Russian formalism and from western theories of translation. Ci sono altri aspetti che differenziano parecchio lo strutturalismo funzionale ceco dal formalismo russo e dalle teorie occidentali della traduzione.
This is why it may be difficult to integrate Levý into the picture of mainstream theories. È per questo che potrebbe risultare difficile inserire Levý nel quadro delle teorie principali.
Gentzler, probably in search of some links to major cultures, attaches Levý to both Russian and American cultures, suggesting that one of the reasons why Levý’s Art of Translation translated into German (1969) was so instrumental was that: Probabilmente alla ricerca di qualche collegamento con le culture importanti, Gentzler associa Levý sia alla cultura russa che a quella americana e indica che uno dei motivi per cui la traduzione in tedesco di Art of Translation di Levý (1969) è stata così strumentale è che
[…] it took the tenets of Russian Formalism, applied them to the subject of translation, and showed how Formalist structural laws were located in history and interact with at least two literary traditions simultaneously […] […] ha preso i principi cardine del formalismo russo, li ha applicati al tema della traduzione e ha mostrato come le leggi strutturali del formalismo si collocavano nella storia e interagivano con almeno due tradizioni letterarie simultaneamente […]
Levý’s Formalist roots are revealed by specific linguistic methodology that characterizes his project. Le radici formaliste di Levý emergono dalla specifica metodologia linguistica che caratterizza il suo progetto.
Levý began with the linguistic distinctions of translation that his colleague Roman Jakobson […] laid out in On Linguistic Aspects of Translation (1959) […] Egli è partito dalle distinzioni linguistiche della traduzione che il suo collega Roman Jakobson […] ha esposto in On Linguistic Aspects of Translation (1959) […]
Levý also incorporated the interpretative aspect into his translation theory basing such deduction upon Willard Quine´s hypothesis [...] Levý ha inoltre incorporato l’aspetto interpretativo nella sua teoria sulla traduzione, basando tale deduzione sull’ipotesi di Willard Quine […]
In fact, Jakobson and Quine are only mentioned in Levý’s introductory chapters on the then state-of-the-art in the discipline. In realtà, Jakobson e Quine sono menzionati solo nei capitoli introduttivi di Levý riguardanti lo stato dell’arte di allora nella disciplina.
Levý’s theory and method are different, his conception of meaning is based on the Czech reception theory drawing on phenomenology (Husserl, Ingarden), dialectic (Hegel), sociology (Durkheim,Weber), aesthetics (esp. Kant and Hegel). La teoria e il metodo di Levý sono diversi; la sua concezione del significato si basa sulla teoria ceca della ricezione che attingeva a fenomenologia (Husserl, Ingarden), dialettica (Hegel), sociologia (Durkheim, Weber) ed estetica (soprattutto Kant e Hegel).
This is why Levý uses the term ideo-aesthetic function of translation suggesting that a work of art has two communicative aspects constituting its whole – the ideological and aesthetic meaning. Questa è la ragione per cui Levý utilizza il termine «funzione ideo-estetica» della traduzione, ipotizzando che un’opera d’arte abbia due aspetti comunicativi che ne formano la totalità: il significato ideologico e quello estetico.
However, in poetry translation the semantics (sociosemiosis) of form acquires a prominent role, and poetry was Levý’s specialism where he also drew on the early Jakobson, but drawing on historical research, comparative poetology and the Czech functional substitution theory he derived his own conception presented in Part II of the book. Tuttavia, nella traduzione poetica, la semantica (sociosemiosi) della forma acquisisce un ruolo di spicco, e la poesia era la specialità di Levý, per cui egli ha anche attinto al primo Jakobson. Ma, attingendo alla ricerca storica, alla poetologia comparativa e alla teoria ceca della sostituzione funzionale, egli ha ricavato la sua concezione presentata nella seconda parte del libro.
In other words, whenever Levý treats form the treatment is not formalistic, whenever he speaks of language he sees it as linguistic material that (to a degree) preconditions the expression of thought, but this is only one aspect of many that underlie translation. In altre parole, ogni volta che Levý affronta il tema della forma, l’analisi non è formalistica; ogni volta che parla della lingua, la vede come materiale linguistico che (fino a un certo punto) precondiziona l’espressione del pensiero. Ma questo è solo uno dei tanti aspetti alla base della traduzione.
On closing his chapter on Czech and Slovak theories Gentzler notes: Alla fine del capitolo sulle teorie ceca e slovacca, Gentzler osserva:
The demand to preserve literariness determines the preferred methodology […]. La richiesta di preservare la letterarietà determina la metodologia preferita. […]
Russian Formalism defines what has to be valued in a text – aspects such as form, self-referentiality, and technical juxtaposition – and evaluates translations on the capacity of the target text to transfer those formal characteristics. Il formalismo russo definisce cosa deve essere valorizzato in un testo – aspetti come forma, autoreferenzialità e giustapposizione tecnica – e valuta le traduzioni in base alla capacità del metatesto di trasmettere tali caratteristiche formali.
Yet, different aesthetic approaches as well as different historical moments and cultures may value other aspects of a text. Eppure, approcci estetici diversi, così come momenti storici e culture diverse, possono valorizzare altri aspetti di un testo.
In many ways the translation theory deriving from Russian Formalism reflects precisely those devices – ‘defamiliarization’ devices for example – that are characteristic of the prevailing artistic norms and interpretative theories of a particular time and place, i.e. modern European society. In molti modi la teoria della traduzione che deriva dal formalismo russo riflette precisamente questi dispositivi – per esempio dispositivi di straniamento – caratteristici delle norme artistiche e delle teorie interpretative prevalenti in un dato luogo e un dato tempo, ossia la società europea moderna.
This is a historical truth, but the specifics of Czech structuralist theory, method and its origination have escaped attention: in the same period the Czech translation method and theory represented the Russian opposite as it was based on different social realities and theoretical-methodological premises. Questa è una verità storica, ma sono sfuggite all’attenzione le specifiche della teoria strutturalista ceca, del suo metodo e della sua origine: nello stesso periodo, il metodo e la teoria della traduzione ceca rappresentavano il contrario di quelli russi, poiché si basavano su realtà sociali e su fondamenti teorico-metodologici diversi.
In collapsing the Russian formalist translation method with Levý’s theory Gentzler adds further misunderstandings: Appiattendo la teoria di Levý sul metodo traduttivo del formalismo russo, Gentzler aggiunge ulteriori fraintendimenti:
Translation studies scholars avoided theorizing about the relation of form and content […] Gli accademici della scienza della traduzione hanno evitato di teorizzare in merito alla relazione tra forma e contenuto […]
Despite claims to the contrary the literary text quickly gets divorced from other socio-political factors. Nonostante si affermi il contrario, il testo letterario si allontana rapidamente dagli altri fattori socio-politici.
Words cease to refer to real life […] Le parole smettono di far riferimento alla vita reale […]
Art thus becomes autonomous as perception of a work’s literariness is tied directly to an awareness of form. In questo modo, l’arte diventa autonoma, poiché la percezione della letterarietà di un’opera è direttamente collegata a una consapevolezza della forma.
It is this quality of calling attention to itself that the theory values and asks to be translated […]

È questa qualità di richiamare l’attenzione su di sé che la teoria valorizza e chiede che venga tradotta […]

There is a hermetic, selfreferential quality in literary texts which Formalists perceive, value, and recommend be perpetuated. C’è una qualità ermetica e autoreferenziale nei testi letterari che i formalisti percepiscono, valorizzano e raccomandano di perpetuare.
Because Levý and others tended toward the prescriptive, questions remain regarding the evaluative horizon. Dato che Levý e altri erano inclini al prescrittivo, rimangono delle domande riguardo l’orizzonte valutativo.
The opposite is true as the Czech method neither divorces content from form nor structure from its socio-political context, and even if art becomes established as an autonomous system, in the Czech theory it is never treated in a vacuum as it is constantly subject to heteronomous influences, esp. those of human agency. È vero il contrario, in quanto il metodo ceco non scinde né il contenuto dalla forma, né la struttura dal suo contesto socio-politico; e, anche se l’arte si afferma come un sistema autonomo, nella teoria ceca non viene mai trattata come se fosse isolata, in quanto è sempre soggetta a influenze eteronome, soprattutto a quelle prodotte dall’uomo.
The theory and methodology of Prague aesthetics serving as the launch pad of Levý’s work were quite specific already in its Classical Period. La teoria e la metodologia dell’estetica di Praga che sono servite da trampolino di lancio per l’opera di Levý erano abbastanza specifiche già nel suo periodo classico.
In 1940 Mukařovský stated: Nel 1940 Mukařovský ha affermato:
Structural aesthetics at this stage of its development is a specific phenomenon of Czech scholarship; although partially similar phenomena may be found in other countries, none of them have methodological foundations elaborated with such consistency; moreover, the issues of artistic structure have been uniquely conceived as the issues of sign and meaning. A questo punto del suo sviluppo, l’estetica strutturale è un fenomeno specifico della scuola ceca. Nonostante si possano trovare fenomeni in parte simili a questo in altri paesi, nessuno di essi ha fondamenti metodologici elaborati in modo così coerente. Inoltre, le questioni a proposito della struttura artistica sono state concepite in maniera unica come questioni di segno e significato.
It was also the functional focus that made this structuralism specific because function represents a vector between the object and its agentive subject (user) via norm and value. È stato anche l’accento sull’area funzionale a rendere questo strutturalismo specifico, perché la «funzione» rappresenta un vettore tra l’oggetto e il soggetto che agisce (utente) tramite «norma» e «valore».
This particular difference from the Russian formal literariness may become obvious also from the following Levý’s specification encompassing style, composition and theme: Questa differenza particolare rispetto alla «letterarietà» formale russa potrebbe diventare ovvia anche grazie alla seguente specificazione di Levý che comprende stile, composizione e tema:
The aesthetic norm is a strategy leading to a whole raft of instructions for the selection of individual stylistic, compositional and thematic solutions from the set of possible alternatives permitted by the code. La «norma estetica» è una strategia che conduce a tutta una serie di istruzioni per selezionare soluzioni stilistiche, compositive e tematiche individuali a partire dalla sequenza di possibili alternative che sono permesse dal codice.
In our terminology, therefore, the code is a system of definition instructions for individual paradigms and the aesthetic norm is a set of instructions for making selections within the paradigms. Pertanto, nella nostra terminologia, il codice è un sistema di istruzioni che definiscono i paradigmi individuali e la norma estetica è una sequenza di istruzioni per fare una selezione tra i paradigmi.
The task will now be to begin work on the analysis of both these systems. (emphasis ZJ) Il compito ora sarà quello di iniziare a lavorare sull’analisi di entrambi questi sistemi (enfasi dell’autrice Zuzana Jettmarová).
It was Vilém Mathesius (1913, in Levý 1996: 211), founder and prominent leader of the Prague Linguistic Circle, who proposed the substitution theory in translation as part of the Prague functionalist approach, suggesting a functional substitution of important features to preserve their semantics and the artistic impact of the whole – a theory and practice that go against the grain of Russian formalism. È stato Vilém Mathesius (1913, in Levý 1996: 211), fondatore ed esponente autorevole del circolo linguistico di Praga, a proporre la «teoria della sostituzione» in traduzione nell’ambito dell’approccio funzionalista di Praga, proponendo una sostituzione funzionale delle caratteristiche importanti per preservare la loro semantica e l’impatto artistico del tutto – teoria e pratica che contravvengono ai principi fondamentali del formalismo russo.
Another example relates to the Russian-formalist and polysystemic vacuums devoid of people when Mukařovský (2007: 506507) in his preface to Shklovsky’s translation of Theory of Prose in 1936 points out the different Czech structuralist position: Un ulteriore esempio si riferisce ai momenti di vuoto del formalismo russo e della teoria polisistemica, quando Mukařovský (2007: 506-507) evidenzia, nella sua prefazione del 1936 alla traduzione di Teorie della prosa di Shklovsky, la diversa posizione dello strutturalismo ceco:
The difference between the positions of current structuralism and the quoted formalist thesis may be put this way: the “technique of weaving” is the focus of interest today; however, it is obvious that one must not avoid considering the “situation on the world cotton market”, because the development of weaving, even nonmetaphorically, depends not only on the development of weaving technique (i.e. the intrinsic law of the evolving structure), but also on the needs of the market, on supply and demand; mutatis mutandis the same applies to literature. La differenza tra le posizioni dello strutturalismo odierno e la già citata tesi formalista potrebbe essere spiegata in questo modo: oggi l’interesse si concentra sulla “tecnica dell’intreccio”. Tuttavia, è ovvio che non bisogna evitare di considerare la “situazione del mercato mondiale del cotone”, perché lo sviluppo dell’intreccio, anche non a livello metaforico, non dipende solo dallo sviluppo della tecnica di intreccio (la legge intrinseca della struttura in evoluzione), ma anche dalle esigenze di mercato, dalla domanda e dall’offerta. Mutatis mutandis, lo stesso principio si applica alla letteratura.
This opens new vistas in the study of the history of literature: it can consider both the continuous evolution of poetry’s structure based on constant re-grouping of elements, and external influences […] univocally shaping each of its stages. Questo dischiude nuove prospettive nello studio della storia della letteratura: può considerare sia l’evoluzione continua della struttura poetica basata sulla costante riaggregazione di elementi, sia le influenze esterne […] che plasmano univocamente ognuno dei suoi stadi.
Every literary fact thus appears as a product of two forces: the intrinsic dynamics of the structure and external intervention. Ogni fatto letterario, perciò, appare come un prodotto di due forze: le dinamiche intrinseche della struttura e l’intervento esterno.
The fault of traditional literary historical studies was that they only accounted for external interventions and so deprived literature of its autonomous evolution; the one-sided view of formalism, on the other hand, situated literary events in a vacuum […] I tried to suggest that the field of literary sociology is fairly accessible to structuralism […] La colpa degli studi storici e letterari tradizionali è stata quella di spiegare solo gli interventi esterni, depravando la letteratura della sua evoluzione autonoma; la visione unilaterale del formalismo, dall’altro lato, collocava gli eventi letterari in un vuoto […] Ho provato a ipotizzare che il campo della sociologia letteraria sia abbastanza accessibile allo strutturalismo […]
Structuralism […] is neither limited to the analysis of form nor in contradiction with the sociological study of literature […] but it insists that any scientific inquiry shall not consider its material a static and piecemeal chaos of phenomena, but that it shall conceive of every phenomenon as both a result and a source of dynamic impulses, and of a whole as a complex interplay of forces. Lo strutturalismo […] non si limita all’analisi della forma, né è in contraddizione con lo studio sociologico della letteratura […] Insiste sul fatto che nessuna ricerca scientifica deve considerare il suo materiale un caos statico e frammentario di fenomeni, ma deve concepire ogni fenomeno sia come risultato, sia come fonte di impulsi dinamici, e il tutto come una complessa interazione di forze.
While the Czech sociosemiotic conception interrelated any potential agents involved, it also developed a functional stylistics for all discourse types. La concezione sociosemiotica ceca non solo metteva in collegamento tutti i potenziali agenti coinvolti, ma sviluppava anche una stilistica funzionale per tutti i tipi di discorso.
Literary poetics was then incorporated in this discipline. La poetica letteraria è stata poi incorporata in questa disciplina.
Czech structuralists also distanced themselves from western (neo)positivism and its methodology. Gli strutturalisti cechi prendevano anche le distanze dal (neo)positivismo occidentale e dalla sua metodologia.
Levý outlines specific requirements challenging even the Czech methodology and aspiring to tackle the level of explanation: Levý delinea requisiti specifici che mettono a dura prova persino la metodologia ceca e intendono affrontare il livello di spiegazione:
Whereas the byword of positivism was ‘savoir pour prévoir’, the programme of the anti-positivist scientific phase, in which we find ourselves today, may be formulated as ‘savoir pour construire’. Mentre il motto del positivismo era «savoir pour prévoir», il programma della fase scientifica anti-positivista nella quale ci troviamo oggi potrebbe essere formulato come «savoir pour construire».
Structuralist tendencies in scientific disciplines investigating complex phenomena had one common thesis: they rejected positivist causality, replacing it with the concept of function, i.e. they do not attempt to discover the causes of phenomena, but to locate them in a higher entity […]. Le tendenze strutturaliste nelle discipline scientifiche che indagano i fenomeni complessi avevano una tesi in comune: rifiutavano la causalità positivista, sostituendola con il concetto di «funzione»; questo significa che non cercano di scoprire le cause dei fenomeni, ma cercano di collocarli in un’entità superiore […]
The functional approach is undoubtedly more appropriate for the analysis of systems, for the simple reason that it leads to the investigation of their internal structure, not merely their external relationships (their environment) […]. L’approccio funzionale è senza dubbio più appropriato per l’analisi dei sistemi, per il semplice motivo che porta a indagare la loro struttura interna e non soltanto le loro relazioni esterne (l’ambiente) […].
The functional approach in classical structuralism suffered from this drawback of a lack of testability in practice; it was not often possible to verify that the specification of the function of an element of the whole accurately represented the relationships existing in the observed phenomenon. […] L’approccio funzionale nello strutturalismo classico ha sofferto di questo inconveniente, ossia dell’impossibilità di essere testato in modo concreto. Spesso non è stato possibile verificare che la specificazione della funzione di un elemento dell’insieme rappresentasse in modo accurato le relazioni esistenti nel fenomeno osservato. […]
Thus positivism formulated genetic hypotheses and attempted to verify them, while the purpose of structuralism is to formulate and verify generative hypotheses. In questo modo, il positivismo ha formulato ipotesi «genetiche» e ha tentato di verificarle; il fine dello strutturalismo è invece quello di formulare e verificare ipotesi «generative».
Czech structuralists are not prescriptivists. Gli strutturalisti cechi non sono prescrittivisti.
However, any discipline concerned with art has an axiological branch involving normativity as the pivotal role on the axiological level is attributed to the receiver and his value system. In ogni caso, qualsiasi disciplina avente a che fare con l’arte ha un ramo assiologico normativo, in quanto il ruolo cardine a livello assiologico è attribuito al ricevente e al suo sistema di valori.
Before Levý it was Mukařovský who proposed the socio-semiotic concept of norm as a pillar of theory and methodology: Prima di Levý, è stato Mukařovský a proporre il concetto sociosemiotico di «norma» come un pilastro di teoria e metodologia:
One may speak of a genuine norm only when there are generally accepted goals in respect of which a value is upheld independently of an individual’s will and decision making; in other words when the norm exists in what is called collective awareness […] Si può parlare di norma autentica solo quando sono presenti obiettivi generalmente accettati, per cui un valore viene sostenuto indipendentemente dalla volontà e dal processo decisionale di un individuo; in altre parole, quando la norma esiste in quella che è chiamata coscienza collettiva […]
Although a norm tends to be binding [...] not only may it be violated but, conceivably – as is quite commonplace – two or more competing norms may coexist and be applied to the same specific cases sharing the same value on the scales. Sebbene una norma tenda a essere vincolante […] essa non solo può essere violata, ma due o più norme contrastanti potrebbero in modo plausibile – poiché è abbastanza comune – coesistere ed essere applicate agli stessi casi specifici che condividono lo stesso valore.
On the other hand, Mukařovský and Levý also stressed individual agency in the production and reception processes; for them individual deviations from the norm are inherent and necessary part of discourse, especially in art. Dall’altro lato, anche Mukařovský e Levý sottolineano l’azione individuale nei processi di produzione e ricezione; per loro, le deviazioni individuali dalla norma sono una parte intrinseca e necessaria del discorso, soprattutto nell’arte.
Therefore both the collective (intersubjective) and the individual (subjective) are present in the communication process (act). Perciò nel processo (atto) comunicativo sono presenti sia il collettivo (intersoggettivo), sia l’individuale (soggettivo).
This view may explain why Czech structuralism managed to avoid formalist problems, such as norms and systems existing in a vacuum, or cultural systems devoid of agents. Questa visione potrebbe spiegare il motivo per cui lo strutturalismo ceco è riuscito a evitare i problemi del formalismo, come l’esistenza di norme e sistemi nel vuoto o i sistemi culturali privi di agenti.
In Czech structuralism not even autonomous systems like literature would have human agents in the position of mere structural epiphenomena as it is human agency that influences autonomous systems by interfering with them. Nello strutturalismo ceco, nemmeno nei sistemi autonomi come la letteratura ci sarebbero agenti umani nella posizione di meri epifenomeni strutturali, dato che è l’azione umana a influenzare i sistemi autonomi interferendo con essi.
Czech translation theory, conceiving the product in a processual way (i.e. translation as an act of communication), operates a theoretical model that links the lower level of communication (as in Skopos theory) with the higher cultural level (as in Polysystem theory). La teoria della traduzione ceca, tramite la concezione del prodotto in maniera processuale (la traduzione come atto comunicativo), opera in base a un modello teorico che mette in relazione il livello più basso della comunicazione (teoria dello Skopos) e il livello culturale più elevato (teoria polisistemica).
Social value and axiology represent an integral part on three theoretical levels: the level of the lay receiver, the level of criticism and the meta-level of research. Il valore sociale e l’assiologia rappresentano una parte integrante dei tre livelli teorici: il livello del ricevente comune, il livello della critica e il metalivello della ricerca.
Conceptual constraints and avoidance of disintegration Vincoli concettuali ed elusione della disintegrazione
Levý’s concepts and terminology have turned out to be a ‘minefield’. I concetti e la terminologia di Levý si sono rivelati essere un “campo minato”.
While their incommensurability was basically due to different traditions and conceptualizations, Levý’s theory had to be re-presented as an integral structural whole, possibly avoiding generalizations and loss of specific terminology. Nonostante la loro incommensurabilità fosse fondamentalmente dovuta a diverse tradizioni e concettualizzazioni, la teoria di Levý doveva essere rappresentata come un tutto strutturale completo, possibilmente evitando le generalizzazioni e la perdita della terminologia specifica.
For example the concepts of noetic compatibility or translativity – while the former was easily calqued, the latter had to be formed by derivation accounting for the fact that Popovič (1976) coined it as translationality. Ne sono esempi i concetti di noetic compatibility [compatibilità noetica] e translativity [traduzionalità] – il primo è un semplice calco; il secondo, invece, è stato formato per derivazione, dato che Popovič (1976) l’aveva coniato come translationality.
Such concepts were easier to transfer than conceptual overlaps or other lacunae. Questi concetti erano più facili da trasmettere rispetto a sovrapposizioni o altre lacune concettuali.
For example, English does not have a cover term for reproduction arts; or přebásnění means a specific type of poetry translation based on functional substitution (Nord calls it homological translation, Jakobson creative transposition adding that this is not a translation). Per esempio l’inglese non ha un termine unico per “arti della riproduzione”; přebásnění, invece, indica una tipologia specifica di traduzione poetica basata sulla sostituzione funzionale (Nord la chiama «traduzione omologica»; Jakobson, invece, «trasposizione creativa» e aggiunge che non si tratta di una traduzione).
There are also terms related to Ingarden’s phenomenological reception – although they do exist in English translations of his writings some have not been translated with consistency (e.g. concretization or concretion) and they are mostly unknown in mainstream Translation Studies. Ci sono anche termini che si riferiscono alla ricezione fenomenologica di Ingarden – nonostante siano presenti nelle traduzioni anglofone dei suoi scritti, alcuni non sono stati tradotti in modo coerente (come concretization [concretizzazione] o concretion [concrezione]) e sono per lo più sconosciuti nella scienza della traduzione convenzionale.
Czech structuralism drew on a variety of disciplines and some of its concepts or terms were more precise than those used in western TS to this day, and perhaps more rigorously integrated in the conceptual network. Lo strutturalismo ceco ha attinto a una grande varietà di discipline; alcuni concetti e termini erano più precisi di quelli utilizzati oggi nella scienza della traduzione occidentale e forse integrati in modo più rigoroso nella rete concettuale.
We all know about the definitional problem of the original and the translation when translation may be indirect, compiled, fragmentary, plagiary or faked. Tutti noi siamo a conoscenza del problema che nasce al momento di definire l’originale e la traduzione, dato che quest’ultima può essere indiretta, compilata, frammentaria, plagiaria o falsa.
In general, we are not satisfied with the delimitation of the concept of translation. Nel complesso non siamo soddisfatti della delimitazione del concetto di traduzione.
This issue is illustrated by one term which is a key to uncovering the integrity and thoughtful elaboration of Levý’s theory. Questo problema è illustrato da un termine chiave per svelare l’integrità e l’elaborazione ponderata della teoria di Levý.
Although Levý uses předloha in synonymic variation with the original, the work under translation, the source work he always means the same concept – a prototype that served as the model (direct source) for the derived work, in our case for translation. Nonostante Levý si serva di předloha nella variazione sinonimica con “l’originale”, “l’opera in traduzione”, “l’opera sorgente”, egli si riferisce sempre allo stesso concetto – un prototipo che serviva da modello (fonte diretta) per l’opera derivata, nel nostro caso la traduzione.
This term has been taken from outside the discipline (esp. cybernetics, theory of modelling, general systems theory) in the 1920s by Czech structuralists. Questo termine è stato adottato negli anni Venti dagli strutturalisti cechi a partire da altre discipline (soprattutto cibernetica, teoria della modellizzazione e teoria generale dei sistemi).
Prototypes, master copies or models from which copies are made exist in all walks of life and are something we live by (hence the integrated concept of illusionism). Prototipi, originali o modelli di cui sono state fatte copie esistono in tutti gli aspetti della vita e sono qualcosa con cui conviviamo (da qui il concetto integrato di «illusionismo»).
Even any verbal message is a model of its prototype – i.e. of the cognitive counterpart residing in the head of the speaker, of its mental representation. Persino ogni messaggio verbale è un modello del suo prototipo – ovvero della controparte cognitiva che risiede nella mente del parlante, della sua rappresentazione mentale.
Also a translation is a model of a prototype (model); if it is not its complete representation, then it is its sample (extract, fragment). Anche la traduzione è un modello di un prototipo (modello); se non è la sua rappresentazione completa, è un campione (un estratto o un frammento).
If it has not been derived from the model and is presented as if it were so, then it is a pseudotranslation (a pseudo-ostension as representation of a non-existing model). Se non deriva dal modello ed è stata presentata come se lo fosse, si tratta di una pseudo-traduzione (una pseudo-ostensione come rappresentazione di un modello inesistente).
If it is a translation presented as an original then its derivation is concealed for whatever reason. Se si tratta di una traduzione presentata come originale, la sua derivazione risulta celata per qualche motivo.
A prototype itself may not be the original but a translation as is the case of indirect translation, or a series of models may be derived from one prototype producing a serial or multiple translation. Uno stesso prototipo potrebbe non essere l’originale, bensì una traduzione, come nel caso della traduzione indiretta; oppure una serie di modelli potrebbe derivare da un prototipo, producendo una traduzione seriale o multipla.
There are several types of relationships that hold between the prototype model and its derived model. Esistono diversi tipi di relazione tra un «modello prototipico» e il suo «modello derivato».
The two most relevant are functional and structural relationships. Le due più significative sono quella funzionale e quella strutturale.
The functional relationship means that the derived model functions for someone as the representation of the prototype which is not available for direct observation. La relazione funzionale implica che un modello derivato funzioni come la rappresentazione del prototipo che non può essere osservato direttamente.
Such presented models are normally taken at face value, without being questioned on their structural relationships with the prototype (unless the model is found to be defective in its function or there is a certain suspicion). Tali modelli in genere vengono considerati al valore nominale, senza che vengano messe in discussione le loro relazioni strutturali con il prototipo (a meno che si scopra che il modello sia carente nella sua funzione o si abbia tale sospetto).
This is the communicative basis of illusio or the category of noetic compatibility mentioned above. Questa è la base comunicativa dell’illusio [illusione] o della suddetta categoria della «compatibilità noetica».
Levý suggests we should also inquire into the structural relationships because function is not indicative of the actual structural relationships; therefore besides a functional model we need a structural one too. Levý propone di indagare anche le relazioni strutturali, perché la funzione non è indicativa delle effettive relazioni strutturali; perciò, oltre a un modello funzionale, serve anche un modello strutturale.
And we also need a processual model to understand the generation and reception of the model – they are modelling activities too: the first one (the prototype model or the original) is the verbal representation of reality (the protoprototype, we might say, as a cognitive representation in the original author’s head), the second one is the mental representation of this verbalized model by the receiver/translator, the third one is the verbal representation of the translator’s cognitive model of the prototype, and the fourth one is the mental representation of the translator’s verbalized model by the receiver. E serve anche un modello processuale per comprendere la generazione e la ricezione del modello – che sono anch’esse attività di modellizzazione: il primo (il modello prototipico o l’originale) è la rappresentazione verbale della realtà (si potrebbe definire il “proto-prototipo” in quanto rappresentazione cognitiva nella mente dell’autore originale); il secondo è la rappresentazione mentale, a opera del ricevente/traduttore, di questo modello verbalizzato; il terzo è la rappresentazione verbale del modello cognitivo che il traduttore ha dato del prototipo; il quarto è la rappresentazione mentale che il ricevente si crea del modello verbalizzato dal traduttore.
Therefore the final representation in translation is a model derived in multiple stages from the original and subject to a number of objective, intersubjective and subjective interfering variables called agents or factors. Perciò la rappresentazione finale in traduzione è un modello derivato dall’originale attraverso diverse fasi e soggetto all’interferenza di alcune variabili oggettive, intersoggettive e soggettive chiamate «agenti» o «fattori».
The structural relationships between the prototype and its type are supposed to respect the dimensions of isomorphism, isofunctionalism and homology, to one degree or another. Le relazioni strutturali tra il prototipo e il suo tipo dovrebbero rispettare le dimensioni di isomorfismo, isofunzionalismo e omologia, in una misura o nell’altra.
In translation structural representativeness or similarity depends on numerous factors. In traduzione, la rappresentatività o somiglianza strutturale dipende da molti fattori.
But if iso functionalism is upheld (i.e. translation as a representation of its model in terms of its function/s), other structural requirements may be subordinated to it. Ma se viene rispettato l’isofunzionalismo (ovvero la traduzione come rappresentazione del suo modello in termini della/e sua/e funzione/i), potrebbero esserne subordinati altri requisiti strutturali.
It does not mean that the translation has the same function(s) as the original when functioning as its substitute, i.e. as its illusionistic representation – it may have different functions. Ciò non significa che la traduzione ha la/e stessa/e funzione/i dell’originale nel momento in cui funge da sua sostituta, cioè da rappresentazione illusionistica; può avere funzioni diverse.
Therefore whenever Levý says that the translation functions as the original he means that it functions as its model (representation) and because he deals with artistic translation he also means that the translation retains its artistic denomination, i.e. the dominant function (and value) of an artistic artefact like its original, in other terms like its source work (with source not necessarily implying a culture different from the receiving one as in polysystem theory). Perciò, quando Levý afferma che la traduzione funge da originale, intende che funge da suo modello (rappresentazione) e, poiché egli si occupa di traduzione artistica, intende anche che la traduzione conserva la sua denominazione artistica, ovvero la funzione (e il valore) dominante di un artefatto artistico simile al suo originale; in altri termini, simile all’“opera sorgente” (dove con sorgente non si intende necessariamente una cultura diversa da quella ricevente, come nella teoria polisistemica).
What is representation meant to involve? Cosa dovrebbe comportare la rappresentazione?
A functional substitute operating on the social illusio and with its retrospective structural similarity derived from the contemporary translation norm – the double norm comprising the reproduction norm and the aesthetic norm; the proportion of both subnorms also depends on the historical dimension of translativity and its social value. Un sostituto funzionale che agisce basandosi sull’illusio sociale e che deriva la sua somiglianza strutturale «retrospettiva» dalla norma traduttiva contemporanea – la doppia norma che comprende la norma della riproduzione e la norma estetica; la proporzione di entrambe le sottonorme dipende anche dalla dimensione storica della traduzionalità e dal suo valore sociale.
Hence one of the two subnorms may prevail or the translator may seek their equilibrium in case of a zero value. Per questo una delle due sottonorme potrebbe prevalere sull’altra, o il traduttore potrebbe cercarne l’equilibrio nel caso di una somma zero.
These are intersubjective factors and the translator is a subjective factor; the result of applying a translation method depends on his individual dispositions and preferences. Questi sono fattori intersoggettivi, mentre il traduttore è un fattore soggettivo; il risultato dell’applicazione di un metodo traduttivo dipende dalle sue inclinazioni e preferenze personali.
However, in terms of its prospective properties, i.e. with a view to the receiver’s dispositions and the historical and situational contexts this basic representational function may be carried by different structural properties. Ad ogni modo, dal punto di vista delle sue proprietà “prospettive”, vale a dire nell’ottica delle inclinazioni del ricevente e dei contesti storici e situazionali, questa funzione rappresentativa di base può essere trasmessa attraverso numerose proprietà strutturali.
Here Levý proposes a tentative list of invariant and variant properties in several genres. Qui Levý propone un elenco provvisorio delle proprietà varianti e invarianti in molti generi testuali.
When he says that variability and invariability depend on the structure of the texts under translation and not on the intended goal of the translation, we come across yet another important distinction; the Czech conception is based on the already mentioned sociosemiotic triad of norm, function and value. Quando egli afferma che variabilità e invariabilità dipendono dalla struttura dei testi nella traduzione e non dall’obiettivo prefissato della traduzione, ci propone un’altra distinzione importante; la concezione ceca si basa sulla già citata triade sociosemiotica composta da norma, funzione e valore.
The pragmatic concept of goal or purpose of communication (i.e. teleology) is superimposed: the sender presents the functional substitute of the original to the receiver in a concrete situation in order to achieve something through communication conceived as interaction. Il concetto pragmatico di «obiettivo» o «scopo» della comunicazione (cioè la teleologia) è sovrapposto: il mittente presenta il sostituto funzionale dell’originale al ricevente in una situazione concreta, al fine di raggiungere qualcosa attraverso la comunicazione concepita come interazione.
The derived artefact is a linguistic and cultural hybrid, relating to two cultures and languages, and preferences on the scales between the domestic and the foreign (i.e. translativity) are again steered by objective, intersubjective and subjective factors involved. L’artefatto che ne deriva è un “ibrido” linguistico e culturale relativo a due culture e lingue, e le preferenze sulla bilancia tra il proprio e l’altrui (traduzionalità) sono ancora una volta guidate dai fattori oggettivi, intersoggettivi e soggettivi.
As a semiotic sign the source work has two aspects – its material form carries the artistic message or the work of art in a narrow sense, and it is the latter that undergoes translation while the linguistic material is substituted. In quanto segno semiotico, l’opera sorgente ha due aspetti – la sua forma materiale porta con sé il messaggio artistico o l’opera d’arte in senso stretto, ed è quest’ultima che viene sottoposta a traduzione, mentre il materiale linguistico viene sostituito.
This structuralist differentiation is important for understanding the distinctions or overlaps between work and text as well as the relationships between form and content. Questa differenziazione strutturalista è importante per capire le distinzioni e i punti in comune tra «opera» e «testo», così come anche le relazioni tra «forma» e «contenuto».
Czech Classical structuralists avoided rigid and essentialistic definitions as they preferred looser delimitations and explanations. Gli strutturalisti cechi evitavano definizioni rigide ed essenzialistiche, poiché preferivano delimitazioni e spiegazioni più aperte.
This advantage turned out to be a disadvantage during the translation of Levý’s book as the correct understanding and interpretation of concepts rely on the knowledge of a specific background; intertextuality was at work here too, as much that is explicitly stated by Levý elsewhere is left implicit in the book and footnotes had to be added. Questo vantaggio si è rivelato uno svantaggio durante la traduzione del libro di Levý, poiché la corretta comprensione e interpretazione dei concetti si basa sulla conoscenza di un contesto specifico; c’era in gioco anche l’intertestualità, tanto che ciò che Levý afferma in modo esplicito in un punto, nel libro viene lasciato implicito, quindi si è stati costretti ad aggiungere note a piè di pagina.
In conclusion Conclusione
There is always more to a translation than one can see from the outside as a reader. In una traduzione c’è sempre qualcosa in più rispetto a ciò che si può vedere dall’esterno come lettori.
Translating Levý was a challenge and if the translation was to serve its purpose the retrospective concern was the representation of the original and the prospective concern was the facilitation of correct understanding and interpretation on the part of the international scholarly community. Tradurre Levý è stata una sfida e, dato che la traduzione doveva raggiungere il suo obiettivo, la preoccupazione retrospettiva era la rappresentazione dell’originale e quella prospettiva era di facilitarne la corretta comprensione e interpretazione da parte della comunità accademica internazionale.
Both aspects involved concerns with the implicit and unknown background, distorted images, terminology issues and efforts to avoid disintegration of the structural network. Entrambi gli aspetti comportavano problemi a livello di contesto implicito e sconosciuto, immagini distorte, questioni di terminologia e tentativi di evitare la disintegrazione della rete strutturale.
Numerous debates between the translator and editor over interpretation of meaning and choice of words bear silent witness to the process of creating a basically illusionistic translation. Numerosi dibattiti tra traduttore e curatrice sull’interpretazione del significato e sulla scelta delle parole sono testimoni silenziosi del processo di creare una traduzione essenzialmente illusionistica.
Levý’s style of writing deserves a brief mention. Lo stile di Levý merita una breve menzione.
One may ask if it is Levý’s style that is actually presented, because the sources were translations from the unavailable Czech manuscript into German (1969) and from German back into Czech (1983/1996). Ci si potrebbe domandare se è proprio lo stile di Levý quello che viene presentato, perché le fonti erano traduzioni dall’irreperibile manoscritto ceco verso il tedesco (1969) ritradotte in ceco dal tedesco (1983/1996).
Patrick Corness, the translator of the English version, was very sensitive to the style and had to compromise between the intricacies of an amazing lightness on the one hand, and the heavy theoretical load on the other. Patrick Corness, il traduttore della versione inglese, è stato molto sensibile allo stile e ha dovuto raggiungere un compromesso tra le tortuosità di un’incredibile chiarezza da un lato e un carico pesante di teoria dall’altro.
Levý said about his book that he presented a theory of artistic translation only, but he also presented a general theory of translation, methodological guidelines for research, criticism and a recipe for translators and their trainers. A proposito del suo libro, Levý ha dichiarato di aver presentato solo una teoria della traduzione artistica; ma in realtà ha anche presentato una teoria generale della traduzione, le linee guida metodologiche per la ricerca, la critica e una ricetta per i traduttori e i loro istruttori.
Perhaps with a less pronounced ‘vivisection’ of the discipline than Holmes’ but with more deeds than words. Magari con una “vivisezione” meno marcata della disciplina di Holmes, ma con più fatti che parole.
When the book comes out we shall hopefully also preclude numerous rediscovery efforts of literary newcomers on the TS scene. Con l’uscita del libro, ci auguriamo che non capiti più che i parvenu letterari si presentino sulla scena della scienza della traduzione a presentare le loro “riscoperte”.
Supposed they read the book first. Ammesso e non concesso che prima leggano il libro.
Levý (1971: 155-156) said that universalisation (i.e. globalisation) in modern culture is not based on general spiritual values (allgemeine Kulturgut), but on the exchange of spiritual values, on the upsurge of communication between diverse cultural regions; literary translation is a force contributing to both the diversification of domestic genres and to the establishment and evolution of world literature. Levý (1971: 155-156) ha affermato che l’universalizzazione (ovvero la globalizzazione) della cultura moderna non si basa su valori spirituali «generali» (allgemeine Kulturgut), ma sullo «scambio» di valori spirituali e sul brusco aumento della comunicazione tra diverse regioni culturali; la traduzione letteraria è una forza che contribuisce sia alla diversificazione dei generi testuali locali, sia alla fondazione e all’evoluzione della letteratura mondiale.
In relation to our discipline the desideratum of this translation project has been similar. In relazione alla nostra disciplina, il desideratum di questo progetto traduttivo è stato simile.

 

 


 

3 – RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  • Even-Zohar, Itamar 1990 “Polysytem studies”. In: Poetics Today, 11.1.
  • Gentzler, Edwin 2001 Contemporary Translation Studies. London, Routledge.
  • Holmes, John 1988 «The Name and Nature of Translation Studies». In: Holmes, John 1988 Translated!. Amsterdam, Rodopi 67-80.
  • Levý, Jiří 1971 «Bude literární věda exaktní vědou?». Praha: Čs. Spisovatel. In: Králová, Jana; Jettmarová, Zuzana (et al) 2008 Tradition versus Modernity. From the Classic Period of the Prague School to Translation Studies at the Beginning of the 21st Century.  Prague, Charles University.
  • Levý, Jiří 1983 Umění překladu. Praha, Panorama 22-24.
  • Levý, Jiří 1996 České theorie překladu. Praha, Ivo Železný 186-232.
  • Mukařovský, Jan 1936 «Estetická funkce, norma a hodnota jako sociální fakt». Praha, Fr. Borový. In: Mukařovský, Jan 1966 Studie z estetiky. Praha, Odeon 27-28.
  • Mukařovský, Jan 2007 Studie I. Brno, Host 21-22.
  • Nord, Christianne 1997 Translation as a Purposeful Activity. Manchester, St. Jerome.
  • Ouriou, Susan 2010 Beyond Words: Translating the World. Banff, Alberta.
  • Prunč, Erich 2001 Einführung in die Translationswissenschaft, vol. 1. ITAT. Graz, Graz Univ.
  • Pym, Anthony 2010 Exploring Translation Theories. London, Routledge.
  • Tymoczko, Maria 2007 Enlarging Translation, Empowering Translators. Manchester, St.  Jerome.

Laura Scavino, Da Mosca e da Praga verso Tartu: influenza del formalismo e dello strutturalismo su Lotman Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli»

Da Mosca e da Praga verso Tartu:

influenza del formalismo e

dello strutturalismo su Lotman

LAURA  SCAVINO

Civica  Scuola  Interpreti  e  Traduttori  Milano

              Via  Alex  Visconti, 18 – 20151  MILANO

 

 

 

Relatore: Professor Bruno OSIMO

L-12 Mediazione Linguisitica

 

Luglio 2015

Anno  Accademico 2014-2015

 

 

Titolo tesi: Da Mosca e da Praga verso Tartu: influenza del formalismo e dello strutturalismo su Lotman

Nome studente: Scavino Laura

Nome del relatore: Osimo Bruno

Titolo accademico: Mediazione linguistica

Data: 23 luglio 2015

Lingue degli abstract: italiano, inglese, russo

N. pagine: 69

Parole chiavi (max 10): Lotman, Estonia, formalismo, strutturalismo, Tartu, intervista, traduzione, Jakobson, semiotica, Praga, Mosca; linguistic circles, interview, formalism, structuralism, semiotics, influence, translation.

 

 

La traslitterazione del russo è stata eseguita in conformità della norma ISO R 9:1995.

 

© S. J. Neklûdov Moskovsko-Tartuskaâ Semiotičeskaâ Škola: istoriâ, vospominaniâ, razmyšleniâ. Moskvà, 1998 per l’edizione originale.

© Tallinn University Press, 2013 per i testi citati.

© Laura Scavino per l’edizione italiana 2015.

 

 

 

 

ABSTRACT IN ITALIANO

La tesi è stata elaborata utilizzando fonti scritte in russo e in inglese reperite in Estonia e fonti orali grazie al parere di studenti e studiosi estoni, in particolar modo del figlio di Ûrij Lotman: il professor Mihhail Lotman del quale si trascrive l’intervista in appendice. L’elaborato ruota attorno alla figura di Lotman, la sua storia legata al contesto russo ed estone ma soprattutto alla semiotica e al suo interessamento nei confronti dei circoli linguistici dell’epoca, l’influenza dei formalisti russi in quanto suoi insegnanti, l’ideazione della scuola di Tartu-Mosca che è il simbolo dello strutturalismo ed è  collegata all’esperienza di Praga e quindi a Roman Jakobson. In ultima analisi è stata notata anche l’influenza che egli ancora esercita nell’ambito della semiotica della traduzione.

 

 

ENGLISH ABSTRACT

The following thesis was prepared using written sources in English & Russian which have been founded in Estonia, and oral sources obtained through the opinions of Estonian students and scholars, in particular Professor Mihhail Lotman, son of Urij Lotman, whose interview has been transcribed as an appendix. The following paper is set around the figure of Lotman, his history and links within a Russian & Estonian context, but mainly to his semiotics and interest towards the linguistic circles at the time; the influence of his Russian formalist teachers; the idea of the Tartu-Moscow school which is seen as the symbol of Structuralism; and its link to the experience of Prague and therefore to Roman Jakobson. In conclusion, it was identified that Lotman is still heavily influencing the semiotics in the field of translation.

 

 

РЕЗЮМЕ НА РУССКОМ ЯЗЫКЕ

Дипломная работа создавалась с использованием источников, написанных на русском и на английском языках, обнаруженных в Эстонии, а также на основе устных источников благодаря участию эстонских студентов и ученых, в частности, сына Юрия Лотмана – профессора, Михаила Лотмана, чьё интервью приводится в Приложении. Ключевой фигурой работы является Лотман, его история, связанная с Россией и с Эстонией, в частности, с семиотикой и его интересом к языковым кружкам того времени, влиянием русских формалистов, выступавших в качестве его учителей, замыслом основать тартуско-московскую семиотическую школа, которая является символ структурализма, а также с опытом Праги, и, естественно, с Романом Якобсоном. В заключении отмечается влияние, которое он по-прежнему оказывает в сфере семиотики перевода.

 

Sommario

1.  Formalismo russo                                                            4

 

2. Il Circolo linguistico di Praga                                           12
3. Lo strutturalismo ceco                                                     17
4. Jakobson figura chiave di congiunzione fra il formalismo russo e lo strutturalismo francese                                                   20
5. Lotman e Scuola semiotica di Tartu-Mosca                    22
5.1. Di che cosa avevano bisogno i moscoviti e che cosa poteva offrire loro Lotman?                                                             24
5.2. Lotman in Estonia                                                25
5.3. Uno sguardo più da vicino                                            40
5.4. Il ruolo della traduzione                                                42
6. Conclusione                                                                   47

 

7. Appendice – Intervista a Mihhail Lotman condotta durante il programma Erasmus+ in data 1/6/2015 a Tallinn, Estonia  48
Riferimenti bibliografici                                                         57

 

«L’abitudine impedisce di vedere, di sentire gli oggetti, bisogna deformarli se si vuole che riescano a trattenere il nostro sguardo: il fine delle convenzioni artistiche sta proprio in questo» (Todorov 1965:14).

 

1.    Formalismo russo

 

La critica è l’attività degli eruditi nell’antica Grecia ma possiamo definirla «una generica attitudine a esprimere giudizi sui testi che nasce quasi nello stesso momento in cui prende avvio l’esperienza di una parola adibita a fini diversi da quelli della comunicazione ordinaria e funzionale» (Verdenius 2003:9). Critici letterari e pensatori di vari periodi storici hanno posto l’accento sugli aspetti formali dell’arte e della letteratura. Aristotele, retore antico e medievale, Kant, molti romantici e simbolisti ed esteti dell’Ottocento davano assoluta importanza alla forma letteraria.

 

La teoria letteraria moderna invece trova la sua culla in un paesaggio e contesto totalmente diverso e non solo dal punto di vista climatico: Mosca nel Novecento.

Nei primi del Novecento vi è una nuova intensità e coscienza di sé nelle letterature e teorie critiche, a partire dal movimento formalista in Russia e con il modernismo europeo, estendendosi successivamente al New Criticism in Inghilterra e in America e alle scuole successive, come i neoaristotelici. In generale, un’enfasi sulla forma mette tra parentesi gli interessi per gli aspetti rappresentativi, imitativi e cognitivi della letteratura. La letteratura non è più considerata un modo per rappresentare la realtà o un personaggio o per impartire lezioni morali, ma è considerata un oggetto a sé stante, autonoma (che possiede le proprie leggi) e aristotelica (avendo gli obiettivi all’interno di sé stessa). Inoltre, in questa visione formalista, la letteratura non trasmette alcun messaggio chiaro o parafrasabile; piuttosto comunica ciò che altrimenti sarebbe indescrivibile. La letteratura è considerata l’unico modo per esprimersi, non è un’estensione di retorica, filosofia, storia o un documentario sociale o psicologico (Fortson 2004).

«Il loro punto di partenza riguarda il tentativo di osservare le forme espressive come dei sistemi di comunicazione: indipendentemente, cioè, dalle idee, dai sentimenti e da ogni altro materiale psicologico, politico, ideologico, filosofico o religioso, che esse veicolano. L’obiettivo è di considerare tali forme in termini di linguaggio: di sistemi la cui specificità sia riconducibile alla diversità dei procedimenti tecnici utilizzati. Alla correlazione tradizionale forma-contenuto, che fa della forma un semplice involucro da riempire, sostituiscono  il rapporto forma-materiale: il processo espressivo viene fatto dipendere non dagli elementi che lo compongono, ma dal «principio costruttivo» che presiede alla sua organizzazione» (Grassi 2002:8-14).

I formalisti, che si concentravano sui procedimenti artistici sulla base di studi del testo, nacquero nella Russia prerivoluzionaria ma poi si opposero all’arte tradizionale come gesto politico, avvicinandosi in qualche modo alla rivoluzione.

Vi sono due scuole del formalismo russo. Il Circolo linguistico di Mosca, 1915-24 (Moskovskij lingvističeskij kružok), guidato da Roman Jakobson, che si è costituito nel 1915 e che includeva Osip Brik e Boris Tomaševskij. Il secondo gruppo, la Società per lo studio della linguaggio poetico (Obŝestvo izučeniâ poètičeskogo âzyka, Opoâz), 1916-20 che vide protagonisti Viktor Šklovskij, Boris Èjchenbaum e il filologo Ûrij Âkubinskij e il folklorista Vladimir Propp (Habib 2005:602-30). Quest’ultimo gruppo a partire dal 1915 si riunì presso l’appartamento di Osip e Liliâ Brik, il quale fungeva da punto di incontro per l’avanguardia artistica.

Il Circolo linguistico di Mosca nacque da un gruppo di studenti all’interno della Commissione per lo studio dei dialetti (Moskovskaâ dialektologičeskaâ komissiâ) presso l’Università di Mosca nel marzo del 1915.

Nel 1919 gli studiosi dell’Opoâz aderiscono al Circolo linguistico di Mosca e da quel momento i due gruppi pubblicano insieme.

I Formalisti stabilirono una serie di regole teoriche e un approccio metodologico volto a definire la letteratura quale ambito di studio indipendente (Eagleton 1983).

Essi provarono a creare una scienza della letteratura e a considerarla un fatto sociale. Ciò implicò l’abbandono della comprensione del testo artistico in quanto manifestazione del genio o della psicologia di un individuo e sostituendovi una concezione della letteratura in quanto fenomeno unico, definito da princìpi generali individuabili (Merrill 2012:11-13).

Spesso si considera, erroneamente, il formalismo russo caratterizzato dalla dottrina «arte per l’arte/искусство для искусства». Pensiero condiviso anche da Benedetto Croce, secondo il quale l’intuizione o meglio il processo creativo è indipendente da scopi morali, scientifici, edonistici ed egli è a favore dell’arte fine a sé stessa, in quanto processo creativo ma contrario all’arte per l’arte, che ha denigrato gli ambiti dell’arte pura (Nazirov 2010:358-403).

I formalisti erano sostenitori del neopositivismo, credevano che l’oggetto di studio dovesse essere un’opera d’arte in sé e non per il significato dello studio riflesso in questo lavoro. Scartavano il “pregiudizio filosofico” la loro estetica era più descrittiva che metafisica.

Per Jakobson studiare la letteratura significa apprendere i valori in essa rinchiusi: «l’oggetto della scienza della letteratura non è la letteratura in sé ma la letterarietà (literaturnost’), ossia ciò che da una data opera crea un lavoro letterario. Invece finora gli storici della letteratura hanno soprattutto scimmiottato come la polizia quando deve arrestare una determinata persona, agguanta per ogni eventualità chiunque e qualsiasi cosa si trovi nell’appartamento e anche chi per caso si trovi a passare nella strada accanto. Così anche per gli storici della letteratura tutto faceva brodo: costume, psicologia, politica, filosofia. Invece della scienza della letteratura si ebbe un conglomerato di discipline rudimentali. Pareva che ci si dimenticasse che queste rientrano, ognuna, nelle scienze corrispondenti: storia della filosofia, storia della cultura, psicologia, eccetera, e che queste ultime possono naturalmente utilizzare anche i monumenti letterari come documenti difettosi, di seconda scelta» (Ėjchenbaum 1968:37).

La differenza fra letteratura e non-letteratura non deve essere ricercata nella sfera della realtà, che si riferisce allo scrittore, ma nel metodo di esecuzione. Per questo i formalisti si rifanno ad Aristotele. Questa è la teoria secondo cui l’uso di immagini costituisce la caratteristica fondamentale della letteratura “artistica” (hudožestvennaâ) o delle poesie nel senso aristotelico del termine. I formalisti ritengono che questa teoria debba essere criticata.

Si mira ad un’analisi integrata dell’opera poetica; i membri dell’Opoâz rivolgono tutta l’attenzione verso l’analisi della forma, che viene vista come il supporto basilare della specificità dell’arte.

La parola forma ha molti significati, e ciò, come sempre, provoca non poca confusione. Dovrebbe essere chiaro che noi utilizziamo questo termine in un’accezione particolare – non come una sorta di correlativo della nozione di ‘contenuto’ [...], bensì come elemento essenziale per il fenomeno artistico, il suo principio di organizzazione. Non ci curiamo della parola forma, ma soltanto di una sua particolare sfumatura. Non siamo ‘formalisti’, ma, se si vuole, ‘specificatori’ (Èjhenbaum 1926).

Il formalismo entra in collisione con il periodo storico degli anni Trenta, quando in Unione Sovietica vi è stato un periodo di crescente terrore politico ed è scoppiata una campagna contro il formalismo nell’arte e allo stesso tempo contro la scuola del formalismo e la critica letteraria (Nazirov 2010).

Più che vedere la fine del formalismo possiamo riconoscere la sua eredità nella Scuola di Praga e nella Scuola di Tartu-Mosca più avanti, tramandata da personalità russe come Roman Jakobson, Pëtr Bogatyrëv e Lotman che andarono in giro per il mondo a diffondere le lezioni dei formalisti russi.

I fondatori del formalismo furono quegli studiosi, per lo più ebrei, immersi in più di una tradizione culturale e si sentivano a loro agio nella diversità etnica e culturale di Mosca e San Pietroburgo. Le vite di Lukács, Jakobson, Trubeckoj, Bogatyrëv, Šklovskij, e anche di René Wellek, ci impongono di considerare l’enorme importanza che ha assunto l’esilio e la migrazione nella nascita della moderna teoria letteraria nell’Europa Orientale e Centrale (Tihanov 2004:67-68).

«“Formalismo” è il termine con cui viene designata, nell’accezione negativa che gli attribuivano i loro “avversari”, la corrente critico-letteraria affermatasi in Russia negli anni tra il 1915 e il 1930. La dottrina formalista è all’origine della linguistica strutturale o, almeno, del suo indirizzo rappresentato dal Circolo Linguistico di Praga» (Todorov 1965).

I formalisti elaborano i loro princìpi di analisi strutturale applicata alla letteratura, all’arte visiva, al giornalismo, al cinema, nutrendosi principalmente del riferimento alle teorie di Edmund Husserl, di Ferdinand de Saussure e dalla psicologia della Gestalt (Costa 1975:8).

I formalisti introducono, una prospettiva sociologica nello studio del lavoro intellettuale sostenendo che «scrivere all’improvviso, secondo ispirazione, non è dato per scontato, quello dello scrivere è un mestiere che esige una determinata competenza, un determinato periodo di apprendistato» (Šklovskij 1965:33). La scuola duramente attaccata da Trockij, Lunačarskij e Buharin viene in seguito etichettata come «l’ultima falange degli intellettuali di mentalità europeo-borghese. Da questa semplicistica svalutazione del metodo formalista fino alla sua diffamazione come ideologia del nemico di classe il passo è breve» e ha condotto allo scioglimento ufficiale del movimento nel 1928 (Günther 1975:30).

I formalisti vedevano la letteratura come un’emanazione dell’anima dell’autore, come un documento storico-sociale, o come manifestazione di un sistema filosofico.

L’opera d’arte viene percepita sullo sfondo e per mezzo dell’associazione mentale con altre opere d’arte. La forma dell’opera d’arte viene determinata dal rapporto con le altre forme, esistenti prima. [...] Ogni opera d’arte in genere è costruita in parallelo o in contraddizione a qualche modello. La forma nuova appare non per esprimere un contenuto nuovo, ma per sostituire la forma vecchia, che ormai ha perduto la sua artisticità (Šklovskij 1965).

È il procedimento che trasforma il materiale extra-artistico in un’opera d’arte, con il procurare ad esso una forma»; Il contenuto (l’anima) dell’opera letteraria è uguale alla somma complessiva dei suoi procedimenti stilistici; un’opera d’arte ha per anima la struttura, un rapporto geometrico di masse (Šklovskij 1965).

Viktor Šklovskij (1893-1984) introduce il concetto di «evoluzione» che prevede la sostituzione delle tecniche tradizionali con altri dispositivi espressivi il cui carattere specifico non riguarda l’essere più moderni o più antichi ma semplicemente la loro capacità di produrre effetti inediti sul pubblico. Questo perché, secondo l’ottica sociologica di Šklovskij, non si scrive per sé stessi ma per un pubblico particolare: un pubblico di cui bisogna conoscere la composizione in modo tale da poter scegliere la tecnica che maggiormente è in grado di colpirlo.

Per combattere l’automatismo della percezione, l’arte usa il metodo fondamentale dello straniamento: «c’è un vecchio termine, “ostranenie”, che spesso scrivono con una sola enne anche se deriva dalla parola “strannyj” (strano), ma il termine è entrato in uso nel 1916 con questa grafia. Oltre a ciò è spesso inteso male e chiamato “otstranenie” (distacco, allontanamento), che significa rifiuto del mondo. Ostranenie è invece stupore per il mondo». (Šklovskij 1965:103).

La letteratura si trova nelle parole che adotta e nell’ordine di rapporto che stabilisce con esse. Si prende una storia da raccontare e la si trasforma (dico: trasformare) in espressione d’arte rendendo estraneo ciò che è abituale. Operi una trasfigurazione semantica. Tu non registri (e dico: registri) un contenuto ma lo generi, emancipi l’arte dalla quotidianità. La dipendenza del prodotto artistico dal contenuto è negata alla radice, come la dipendenza dalla sequenza storica. Ma la straniazione presuppone l’esistenza di un mondo fuori di noi, è il mondo l’oggetto della straniamento.

Il punto è che lo scopo dell’arte non è di testimoniare una verità assoluta, impersonale, ma di esprimere la verità percepita dal suo autore. […] L’arte deve donare un’occasione percettiva inusuale a chiunque abbia occhi, qualunque sia la cultura dell’osservatore o del lettore (Šklovskij 1965).

Analizziaziamo adesso le prospettive differenti dei formalisti russi divisi nei due centri: il Circolo linguistico di Mosca e l’Opoâz.

Secondo i moscoviti Bogatyrëv e Jakobson «mentre il Circolo Linguistico di Mosca procede dal considerare che la poesia è linguaggio nella sua funzione poetica», gli esponenti di San Pietroburgo ritenevano che «il motivo poetico non sempre scaturisce dal materiale linguistico» (Safronov 1985:42-48).

Esistono due scuole critiche che hanno affinità intellettuali con i formalisti russi: lo strutturalismo di Praga e il gruppo neomarxista capeggiato da Michail Bachtin.

Lo stretto legame genealogico fra i formalisti russi e la scuola di Praga è innegabile. Gli uni e l’altra non hanno solo in comune alcuni rappresentanti (Bogatyrëv e Jakobson), ma il gruppo della scuola di Praga si è volutamente definito una branca della scuola formale: il Circolo linguistico di Mosca. Inoltre, diversi formalisti (Tomaševskij, Tynânov e Vinokur) hanno tenuto conferenze negli anni Venti presso il Circolo di Praga e lì hanno discusso con studiosi cechi del risultato delle loro ricerche. Data questa stretta correlazione non sorprende che Russian Formalism di Victor Erlich contenga un capitolo sulla Scuola di Praga. Per parlare poi delle ripercussioni del formalismo russo sui paesi vicini, Erlich introduce il concetto di «formalismo slavo» la cui mutazione praghese definisce «strutturalismo». Sebbene sottolinei le differenze fra formalismo puro e formalismo praghese, per Erlich la teoria testuale della Scuola di Praga è una riaffermazione dei princìpi del formalismo russo in termini più rigorosi (Preminger 1974:727).

Mentre Erlich tende a fondere il formalismo russo e lo strutturalismo di Praga, Striedter rappresenta le loro graduali divergenze. Il suo schema presenta la transizione dal formalismo russo allo strutturalismo di Praga come processo che consta di tre stadi di riconcettualizzazione di ciò che è il «literary work of art» (Steiner 1994:15):

1. The work of art as the sum of devices, which have a de-familiarizing function whose purpose is impeded perception.

2. The work of art as a system of devices in specific synchronic and diachronic functions.

3. The work of art as a sign in an aesthetic function (Selden 2004:15).

 

Solo il primo e l’ultimo punto dello schema di Striedter possono essere assegnati rispettivamente al formalismo russo e allo strutturalismo di Praga; lo stadio intermedio è la zona grigia alla quale si applicano entrambe le etichette. In questo modo le due scuole critiche, storicamente connesse, allo stesso tempo sono teoricamente distanziate.

I formalisti si consideravano i pionieri nella nuova scienza del testo e gli strutturalisti hanno enfatizzato la natura interdisciplinare della loro iniziativa e la somiglianza dei loro princìpi e metodi con quelli di altri àmbiti di conoscenza. Lo strutturalismo, termine coniato da Roman Jakobson e apparso nel 1929, «is the leading idea of present-day science in its most various manifestations» (čin 1929:11).

2. Il Circolo linguistico di Praga

L’opera poetica è una struttura funzionale, e i vari elementi non possono essere compresi al di fuori della loro connessione con l’insieme. Elementi oggettivamente identici possono svolgere, in strutture diverse, funzioni assolutamente differenti.

Il lavoro preliminare della poetica strutturale disposto dai formalisti russi è stato sviluppato nel primo sistema dello strutturalismo testuale del Novecento dagli studiosi del Circolo linguistico di Praga. I collegamenti fra le scuole russa e praghese sono ben note a Jan Mukařovský, il teorico letterario più illustre di Praga, il quale ha riconosciuto che il sistema concettuale del suo primo lavoro, May, monografia del 1928, è nato con i formalisti russi.

Senza l’indirizzo semiotico, il teorico sarà sempre incline a considerare l’opera d’arte come una costruzione puramente formale, o anche come riflesso diretto sia delle disposizioni psichiche, o magari fisiologiche, dell’autore, sia della realtà distinta espressa dall’opera, sia della situazione ideologica, economica, sociale e culturale del dato ambiente. Ciò lo porterà a trattare il processo di sviluppo dell’arte come un séguito di trasformazioni formali o a negarlo (come alcune correnti dell’estetica psicologica) o ancora a concepirlo come riflesso passivo di un processo esterno all’arte. Solo il punto di vista semiotico permetterà ai teorici di riconoscere l’esistenza autonoma e il dinamismo essenziale della struttura artistica e di intenderne l’evoluzione come un movimento immanente ma in rapporto costante con l’evoluzione di altri campi della cultura (Mukařovský 1936).

Mukařovský, anche se riconosce le radici e l’influenza del formalismo russo, chiarisce la separazione con il circolo linguistico di Praga: «ogni fatto letterario si presenta dunque come effetto di due forze: la dinamica interna della struttura e l’impulso esterno. L’errore della storia letteraria tradizionale consisteva nel tener conto solo degli impulsi esterni, negando alla letteratura uno sviluppo autonomo, l’unilateralità del formalismo nel collocare l’andamento letterario nel vuoto assoluto» (Mukařovský 1936).

Vilém Mathesius, presidente del circolo linguistico di Praga per dieci anni dal 1936, ha encomiato il contributo degli studiosi russi, ma ha anche enfatizzato l’origine nazionale della scuola di Praga. Nello stesso anno, Roman Jakobson, esponente di entrambe le scuole, ha parlato di «simbiosi del pensiero ceco e russo», ma ha anche sottolineato le influenze provenienti dalle scuole occidentali e americane.

Questa sintesi non era inconsueta a Praga: «la posizione di crocevia fra svariate culture è sempre stata una caratteristica del mondo cecoslovacco» (Selden 2004:547). Riconosciamo in Praga una delle manifestazioni dello sbocciare della cultura dell’Europa Centrale (Steiner 1984:10-49).

Nel breve periodo che intercorre tra gli anni Dieci e Trenta, l’Europa centrale ha sviluppato diversi sistemi teorici che avrebbero dominato il clima intellettuale del Novecento: fenomenologia (Husserl, Ingarden), psicoanalisi (Freud, Rank), neopositivismo (circolo di Vienna), psicologia della Gestalt (Wertheimer, Kohler, Koffka), la scuola di logica di Varsavia (Lesniewski, Tarsi) e lo strutturalismo (scuola di Praga).

Il Circolo linguistico di Praga era integrato nel contesto dell’Europa centrale non solo per la composizione internazionale, ma anche per i contatti fra studiosi: seminari tenuti da Husserl, Carnap, Uritz e altri (Doležel 1995:33-34).

Il circolo nasce il 6 ottobre 1926: Vilém Mathesius, direttore del seminario inglese all’Univerzita Karlova, e quattro suoi colleghi (Jakobson, Havranek, Trnka, Rypka) incontrano il giovane linguista H. Becker in occasione di una conferenza da lui tenuta. Mathesius ha dato al gruppo non solo una forma organizzata, ma anche una chiara direzione teorica. Il circolo è diventato presto un’associazione internazionale di circa cinquanta studiosi ai quali si aggiungevano i fondatori. Inizialmente gli articoli venivano presentati regolarmente agli incontri che trattavano di linguistica teorica, ma presto vennero considerate anche questioni di poetica, etnologia e antropologia, filosofia e filosofia legale.

Negli anni Trenta il circolo è emerso in quanto forza culturale di rilievo sulla scena nazionale. Il suo primo contributo di questo tipo è stato il tributo al filosofo, Presidente della Repubblica della Cecoslovacchia, Masaryk in occasione del suo ottantesimo compleanno, all’interno del volume Masaryk and Language (1930) che conteneva discorsi di Mukařovský e Jakobson. Nel 1935 il  di Praga ha avviato la propria rivista ceca Slovo a Slovesnost, sfruttando all’interno del titolo il nesso etimologico che esiste nelle lingue slave fra i traducenti di parola e letteratura. La rivista presto divenne un forum influente di linguistica e teoria letteraria (Doležel 1995:35).

L’alleanza fra i teorici progressisti e gli artisti della avant-garde è stretta già prima della formazione del circolo e ha provato di essere un’alleanza a lungo termine. Roman Jakobson, che è stato attivo nell’avant-garde poetica russa, ha stabilito stretti contatti con poeti e artisti cechi subito dopo il suo arrivo a Praga: «i giovani poeti e artisti cechi mi ricordavano il loro circolo e mi sono avvicinato loro molto… La mia conoscenza profonda dei circoli artistici cechi mi ha permesso di comprendere pienamente l’arte letteraria ceca dal Medioevo ai giorni nostri» (Linhartova 1977:143).

L’influenza del circolo linguistico di Praga cresce di pari passo alle voci dei critici che venivano sia dalla destra, i tradizionalisti nella lingua e nella scienza letteraria, che dalla sinistra, i marxisti. Lo scambio fra i rappresentanti del circolo e i responsabili marxisti (che si è verificato fra il 1930 e 1934) è probabilmente il primo confronto fra lo strutturalismo e il marxismo nel Novecento.

Negli ultimi anni dell’indipendenza cecoslovacca e anche durante l’occupazione tedesca, gli studiosi della scuola di Praga hanno lavorato per sistematizzare la poetica e l’estetica strutturale e hanno pubblicato i loro lavori migliori di analisi testuale. Quando le università ceche sono state chiuse dai nazisti nel novembre 1939, le conferenze al circolo continuarono nelle case private. Le attività pubbliche ripresero nel giugno del 1945 (Doležel 1995:36).

Il breve incantesimo di democrazia nella Cecoslovacchia postbellica (fra il maggio del 1945 e il febbraio del 1948) è stato il periodo più produttivo per lo strutturalismo della scuola di Praga.

Le differenze di opinione, gli scambi polemici e le tensioni personali erano inevitabili. Jakobson ha racchiuso l’atmosfera dei circoli di Mosca e di Praga nelle seguenti parole: «ricordando le loro conversazioni appassionate e impetuose che hanno incitato e stuzzicato il nostro pensiero scientifico, devo confessare che non ho mai assistito a dibattiti di una simile forza creativa» (Jakobson 1966:101-114).

Secondo Mathesius le idee formulate nel circolo di Praga hanno ottenuto un rapido successo perché non erano un prodotto casuale, ma soddisfacevano un “acuto bisogno intellettuale” della comunità scientifica internazionale (Mathesius 1936:137-151). Lo strutturalismo di Praga era uno sviluppo nel pensiero teorico convenzionale del Novecento: era uno stadio del paradigma postpositivistico della linguistica e della poetica iniziato da Ferdinand de Saussure e dai formalisti russi (Doležel 1995:36).

Eppure, nonostante sia un movimento transnazionale, lo strutturalismo si è sviluppato lungo traiettorie diverse nei vari contesti nazionali. Per esempio, nella Francia degli anni Quaranta lo strutturalismo era sostanzialmente un’importazione senza radici intellettuali profonde a livello locale (Pavel 1989:125-132).

D’altro canto, l’Europa orientale e la Russia già negli anni Venti hanno esportato questo tipo di orientamenti sotto il nome di formalismo russo e strutturalismo della scuola di Praga.

Il Circolo Linguistico di Praga o scuola di Praga, come già è stato detto, attiva dal1926 fino agli anni Quaranta (il cosiddetto periodo classico) ha coinvolto sia studiosi cechi (Vilém Mathesius, Jan Mukařovský, René Wellek) che emigrati russi (Roman Jakobson e Nikolaj Trubeckoj).

Nel 1928 la scuola di Praga ha presentato le sue Tesi al Primo Congresso Internazionale di linguisti a L’Aia, tesi che, l’anno successivo sono state ampliate per il Primo Congresso Internazionale degli Slavisti. Nello stesso periodo il gruppo pubblica anche una collana, Travaux du Cercle Linguistique de Prague.

Travaux du Cercle Linguistique de Prague è una serie che dal 1929 al 1939 ha visto la pubblicazione di otto volumi scritti da parte di esponenti del circolo e da “compagni di strada”. I volumi sono scritti in inglese, francese e tedesco. Nel 1928 i partecipanti al primo congresso di linguistica di Den Haag hanno creato con gli studiosi della scuola di Ginevra un documento che esprimeva i princìpi della nuova «linguistica strutturale». Le programmatiche Thèses du Cercle Linguistique de Prague, presentate al primo congresso internazionale di slavisti tenuto a Praga e pubblicate nel 1929, hanno definito la teoria strutturale della lingua, la lingua letteraria e la lingua poetica. Nel 1932, all’interno dei documenti del terzo congresso internazionale di scienze fonetiche ad Amsterdam, viene utilizzata per la prima volta la dicitura «scuola di Praga», riferendosi alla fonologia innovativa dei linguisti del circolo di Praga (Doležel 1995:35).

Per Tesi si intende la descrizione dettagliata dell’analisi linguistica sulla base dei principi della Scuola nell’approccio alla realtà linguistica (Vaček 1966:8-10). Questo approccio viene considerato strutturalmente funzionale. Le Tesi vennero preparate da Mathesius, Jakobson, Havrànek e Mukařovský, ma vennero coinvolti anche altri studiosi. Vennero presentate in ceco e francese al Congresso, il quale le ha approvate e ha creato un comitato internazionale di dieci linguisti che si sarebbero dovuti occupare di ricerca, analisi delle lingue slave secondo i princìpi della scuola di Praga.

Il gruppo colse l’iniziativa audace della International Phonological Conference nel 1929 come preparatoria per il Congresso Linguistico a Ginevra nel 1931, che è stato un altro successo per quanto riguarda l’approccio funzionale strutturale (Nylund 2013:155-221).

Al Congresso di Amsterdam del 1932 è stato impiegato per la prima volta il termine “L’Ècole de Prague” e costituisce un successo per gli studiosi del Circolo che avevano iniziato la loro attività già da tre anni (Vaček 1966:10-11).

Al centro dell’attenzione della scuola di Praga negli anni Trenta vi era la fonetica, mentre la tipologia e i morfemi sono stati studiati più tardi. Luelsdorf afferma che materie quali la semantica, la sintassi, la stilistica e l’analisi del discorso sono affrontate molto più tardi a causa del ritardo dovuto alla Seconda guerra mondiale e al subbuglio scaturito (Robins 1967:206).

Vilém Fried ha sottolineato che la profondità degli studi di linguistica funzionale all’interno della Scuola di Praga fin dalla sua nascita va ben oltre quello che si pensa. Ciò è collegato al fatto che la maggior parte del lavoro che è stato fatto da cechi e slovacchi non è stato tradotto ed è rimasto inaccessibile a un pubblico più vasto (Fried 1972:2).

 

3. Lo strutturalismo ceco

 

Negli anni Venti, Praga è stata un luogo di incontro per studiosi di diverse discipline e paesi. Questo è il motivo per cui lo strutturalismo di Praga è il risultato di numerose assimilazioni: l’estetica e la tradizione linguistica ceca, il formalismo russo, la linguistica di Saussure (Jettmarova 2008:15-17).

Nel 1936, Jakobson ha affermato che la teoria di Praga era il risultato della simbiosi del pensiero ceco e russo (Doležel 1995:164).

Lo strutturalismo consiste originariamente in una teoria linguistica che ha spostato l’attenzione dei linguisti dalla materialità dei suoni e altri elementi del linguaggio umano alle “strutture profonde” delle relazioni, che sembrano determinare le proprietà di questi elementi. Il movimento accademico, inaugurato dal linguista svizzero Ferdinand de Saussure (1857-1913), raggiunge il proprio culmine negli anni Sessanta (Habib 2005:631). Questo processo si sviluppa in Francia, Italia, Cecoslovacchia, Stati Uniti e in Unione Sovietica.

Eppure, nonostante sia stato un movimento transnazionale, lo strutturalismo si è sviluppato con traiettorie diverse.

Si ritiene che il formalismo russo e lo strutturalismo ceco abbiano iniziato lo studio della letteratura come disciplina autosufficiente applicando concetti linguistici all’analisi di testi artistici.

Nel corso degli anni Venti, l’attenzione per le caratteristiche formali dei testi letterari ha promosso la visione dell’opera letteraria e del campo letterario come sistema internamente organizzato. Questa svolta è stata accolta come fondamento dello strutturalismo ceco, movimento che si è affermato dopo il formalismo russo alla fine degli anni Venti. Lo strutturalismo russo ha applicato questo modello sistemico non solo alle opere letterarie, ma anche ad altri mezzi espressivi come il teatro e il cinema. Questo lavoro era fondamentale per lo studio della semiotica del Novecento: l’applicazione del concetto di segno linguistico nel campo della cultura (Merrill 2012:105-133).

 

Lo strutturalismo di Praga, fuori dai propri confini, isolato dietro la “cortina di ferro”, continua a lungo a essere perlopiù mal interpretato, viene equiparato al formalismo russo e così condannato all’oblio con l’avvento del poststrutturalismo. Tuttavia la realtà era diversa. Mentre negli anni Trenta e nel periodo dopo la seconda guerra mondiale Praga ha influenzato non solo lo strutturalismo linguistico europeo, ma anche la linguistica moderna in genere, i fraintendimenti forse sono emersi per due motivi: il presupposto sbagliato che il formalista russo Roman Jakobson, figura importante nel periodo classico ceco, rappresentasse quello che viene definito «strutturalismo di Praga», e l’errore secondo il quale lo strutturalismo di Praga sarebbe collegato con quello francese e che entrambi sarebbero stati messi da parte dal post strutturalismo negli anni Settanta.

«Molte idee e metodi teorici di analisi avanzati nel periodo post strutturalista sono stati introdotti nel pensiero strutturalista della scuola di Praga» (Doležel 1995:634).

 

Identificare il poststrutturalismo con un periodo nella storia intellettuale occidentale piuttosto che con un particolare atteggiamento ontologico o epistemologico (Doležel 1995:634) evidenzia che non vi è alcuna continuità fra lo strutturalismo di Praga e quello francese: «nella mente di molti teorici occidentali, lo strutturalismo viene associato con lo strutturalismo francese,  il poststrutturalismo è comunemente inteso come sfida teorica nei confronti dello strutturalismo francese. L’identificazione dello strutturalismo con la sua manifestazione francese, tuttavia, è una distorsione di un aspetto della storia del Novecento. Il termine strutturalismo viene coniato quando il concetto stesso di strutturalismo viene formulato a Praga alla fine degli anni Venti. Lo strutturalismo francese ignorava questo retaggio» (Doležel 1995:634).

Questo significa che vi era una strada che partiva dalla Russia per andare alla Praga prebellica, centro della linguistica strutturalista, estetica e poetica, e un’altra strada che arrivava alla Parigi postbellica. Questo spiega anche, come evidenzia Doležel (2000:635), che Jakobson, considerato un eroe dallo strutturalismo francese, fosse anche considerato un collegamento diretto fra il formalismo russo e lo strutturalismo francese. Di conseguenza i paradigmi di Praga e Parigi erano diversi l’uno dall’altro, nonostante avessero la “Jakobsonian Connection”, ma in momenti diversi e in circostanze differenti.

Negli anni Venti, Praga era anche un punto di incontro per studiosi di diverse discipline e paesi. Questo è il motivo per cui lo strutturalismo di Praga è il risultato di numerose assimilazioni: la tradizione estetica e linguistica ceca, il formalismo russo, la linguistica di Saussure, la fenomenologia di Husserl, la sociologia di Émile Durkheim, la logica di Carnap. Nel 1936 Jakobson (Doležel 1995:164) ha affermato che la teoria di Praga era risultato di una simbiosi del pensiero ceco e russo, mentre allo stesso tempo incorporava l’esperienza della scienza dell’Europa occidentale e statunitense.

Venne pubblicato da Mukařovský un resoconto dettagliato delle relazioni fra il formalismo russo e praghese in un suo articolo sulla traduzione ceca di O teorii prozy di Šklovskij nel 1934. Egli sottolinea che Praga ha messo insieme l’autonomia strutturale con l’aspetto del condizionamento del radicamento socioculturale.

Quando Jiří Levý ha pubblicato České theorie překladu nel 1957 e Umení překladu nel 1963, aveva una struttura teorica e metodologica completamente sviluppata: lo strutturalismo di Praga come si era sviluppato durante il periodo classico tra gli anni Venti e Quaranta (Jettmarova 2008:16).

Un‘altra figura importantissima che compare, sia in Russia che a Praga, è Pëtr Grigor’evič Bogatyrëv, etnografo, docente, studioso di folklore e semiotico russo, il cui nome è stato associato con lo strutturalismo e la semiotica. Egli ha pubblicato lavori in collaborazione con Roman Jakobson (Il folclore come forma di creazione autonoma, 1929) e ha fatto parte sia del Circolo linguistico di Mosca che del Circolo linguistico di Praga. Šklovskij lo nomina nella decima lettera di Zoo o lettere non d’amore (1923).

Sebbene il circolo di Praga sia stato sospeso e lo strutturalismo represso nei primi anni Cinquanta in quanto incompatibile con l’ideologia marxista, specialmente con la versione impersonata da Stalin, lo sviluppo dello strutturalismo viene ridotto ma non interrotto.

 

4. Jakobson figura chiave di mediatore fra il formalismo russo e lo strutturalismo francese

 

Roman Osipovič Jakobson (1896-1982) è stato a capo del Circolo linguistico di Mosca dal 1915 al 1924 ed è stato anche cofondatore del Circolo linguistico di Praga. Dopo essersi trasferito negli Stati Uniti, ha insegnato ad Harvard e al Massachusetts Institute of Technology. Jakobson è un figura chiave sia per il formalismo russo che per lo strutturalismo. Le sue teorie dei tratti distintivi, della funzione poetica, della metafora e della metonimia e il suo modello di comunicazione sono punti di partenza per gli studi umanistici e per la Scuola di Tartu in particolare (Waldestein 2008:4).

 

«Propongo di porre al centro della storia dello strutturalismo globale [...] un anello di collegamento di questa storia, la figura di Roman Jakobson in quanto nodo cruciale. Invece di vederlo come “predecessore” dello strutturalismo (francese), propongo di considerarlo una figura chiave di mediazione, il quale ha letteralmente e fisicamente cucito insieme tradizioni accademiche e nazionali diverse nel corso di diverse migrazioni forzate e durante alcuni suoi viaggi» (Holenstein 1976).

Jakobson è un esempio unico di traduttore universale nel senso primordiale della parola, quella che mette in correlazione diverse cose e le modifica formando nuovi collegamenti fra loro (Latour 2000:179). Jakobson non è stato solo un collegamento influente col formalismo russo; ha svolto un ruolo di fusione con lo spazio frammentato e polifonico dello strutturalismo internazionale e della semiotica. Michel Callon (1986) lo definisce «il punto di passaggio obbligato». Roman Jakobson è anche una delle figure centrali che possono aiutarci a capire la semiotica di Tartu e la natura della sua ricezione nell’Occidente.

Ecco il modello di Jakobson (1960):

 

Egli delinea una corrispondenza fra “elementi costituenti” qualsiasi atto comunicativo e specifiche funzioni della lingua. Ogni funzione ha un fattore particolare: la funzione fàtica serve a «stabilire, prolungare o interrompere la comunicazione, per vedere se i canali di comunicazione funzionano», se la funzione metalinguistica è utilizzata in ogni atto comunicativo il testo poetico specifico invece è anche un atto di comunicazione (Jakobson 1960).

La contrapposizione fra poesia e funzione poetica universale ha riscosso molto successo in Occidente mentre in Oriente ha provocato alcune controversie fra gli strutturalisti. Alcuni dubitavano dell’analogia fra la lingua naturale e i codici inventati dall’uomo, altri criticavano l’assunzione della linearità nel trasmettere un messaggio attraverso i “rumori” prodotti dal contesto e dal canale (Barthes 1973:18).

Vi è coerenza ed etereogenità all’interno del movimento strutturalista internazionale. La sua coerenza è basata su temi forti e sovrapposizioni terminologiche. Contemporaneamente, il movimento abbraccia tendenze e strategie di ricerca varie e anche teoricamente opposte. Per ogni “stereotipo” che abbiamo nello strutturalismo (semiotica, formalismo, poststrutturalismo) possiamo trovare una linea di posizione opposta nei lavori degli strutturalisti stessi. Per esempio, nonostante le differenze, lo strutturalismo francese e il poststrutturalismo condividono una serie di scelte all’interno delle possibilità disponibili nel movimento strutturalista: la prevalenza della linguistica, la differenza, l’arbitraria prevalenza del signifiant sul signifié (Giddens 1987).

In questo contesto, la semiotica di Tartu può essere vista come serie di scelte particolari. Dal punto di vista del metodo ciò implica che un modo per definire la struttura della Scuola è la posizione delle sue idee rispetto a quelle di altre scuole e di tutto quello che porta il nome di “formalismo”, “strutturalismo” e “semiotica”.

 

 

5. Lotman e Scuola semiotica di Tartu-Mosca

 

A Mosca nel 1991, per la precisione nel settembre, si ritrovano circa 300 professori e studenti presso la MGU (Moskovskij Gosudarstvennyj Universitet). Vâčeslav Vsevolodovič Ivanov, poliglotta e alunno di Roman Jakobson, introduce un oratore proveniente da una piccola università della città di Tartu, in Estonia (ex repubblica sovietica che nell’agosto aveva acquisito piena indipendenza): Ûrij Mihajlovič Lotman. Egli inizia a parlare di arte come finestra verso la mente umana, cultura in quanto processo dinamico, storia come processo irreversibile, non lineare e imprevedibile. A un certo punto disegna sulla lavagna una collina, un cannone e un bersaglio e chiede retoricamente: «Come si raggiunge il bersaglio se vi è una collina in mezzo?».

La risposta a questa domanda consiste nello stabilire almeno due punti di osservazione sui due lati della collina e determinare le coordinate del bersaglio sistemando i dati ottenuti dai due punti d’osservazione. La morale consiste nel fatto che ogni osservazione è ben collocata e limitata; porta il frutto della conoscenza solo insieme ad altre osservazioni. La cultura (categoria e sua preoccupazione principale e della scuola di pensiero associata al suo nome) è interazione e dialogo di prospettive e linguaggi multipli, distinti e non reciprocamente traducibili (Waldstein 2008:9).

La “scuola di semiotica di Tartu”, associata al nome di Lotman, comprendeva un circolo di studiosi attivi negli anni Sessanta-Ottanta. Il lavoro della Scuola è stato influente negli ambiti linguistici così come quelli culturali, narrativi e degli studi slavistici ben lontani dalla Russia e dall’Unione Sovietica. I rappresentanti chiave sono Lotman e Vâčeslav Ivanov, personalità di spicco dello strutturalismo e della semiotica.

 

Secondo la definizione di Umberto Eco «la semiotica riguarda tutto ciò che può essere identificato come segno» (Eco 1975:7). Sebbene le idee semiotiche siano presenti già in Platone e Seneca, la scienza contemporanea della semiotica si riferisce alle ipotesi di Ferdinand de Saussure (1857-1913) e Charles S. Peirce (1839-1914). La semiotica diventa disciplina a sé stante negli anni Sessanta, quando viene fondata l’Associazione internazionale di semiotica da Umberto Eco, Roman Jakobson, Julia Kristeva e altri. Sebbene a Lotman, Ivanov e Toporov non fosse concesso partecipare ai congressi di tale associazione, hanno contribuito in qualità di vicepresidenti negli anni 1968-1985 (Waldstein 2008:10).

Gli studiosi di Tartu hanno creato la semiotica della cultura e si collocano fra i padri della “culturologia”, formalmente introdotta in Russia dopo il crollo dell’Unione Sovietica. «La scuola di Tartu è un canone indispensabile ed è l’età dell’oro degli studi umanistici russi» («The Tartu School is an indispensable canon and the Golden Age of the Russian humanities») (Zorin 1998:42). Sia come modello che punto di partenza la scuola ha ridefinito il ruolo della scienze umanistiche e della cultura intellettuale nella Russia postcomunista.

Nella storia della semiotica sovietica, gli anni 1964-1974 sono il periodo delle scuole estive di Kaariku-Tartu. Durante questo periodo la scuola si è dimostrata uno dei centri apertamente non marxisti sulle teorie di mito, arte e cultura nell’Unione Sovietica. La scuola, inaugurata nel 1964, non era semplicemente una continuazione del movimento strutturalista ma, per molti aspetti, un nuovo inizio, caratterizzato da strategie sociali diverse e da un nuovo stile (Waldstein 2008:13).

Lotman, studioso della cultura e letteratura russa, appare all’orizzonte strutturalista quando lo strutturalismo moscovita era in profonda crisi e propone possibilità di un nuovo inizio. Ed è grazie alla deviazione verso Tartu che il progetto semiotico sovietico è diventato famoso come “Scuola di Tartu-Mosca”, e anche la base per il progetto tartuense di «scienza della cultura» o «culturologia» (kul’turologiâ). Analizziamo adesso le circostanze che hanno permesso questa alleanza-gemellaggio che ha cambiato le scienze umane sovietiche.

 

5.1. Di che cosa avevano bisogno i moscoviti e che cosa poteva offrire loro Lotman?

 

Iniziamo dall’incontro fra Mosca e Tartu che è avvenuto quando Lotman ha letto i materiali del simposio semiotico del 1962 e ha deciso di inviare un suo studente a Mosca all’istituto degli studi slavi nella speranza di stabilire contatti accademici. Ovviamente gli strutturalisti moscoviti non ignoravano del tutto la presenza del professor Lotman a Tartu e il suo interesse per lo strutturalismo. Tuttavia non faceva parte dei circoli accademici o intellettuali dei linguisti di Mosca, apparteneva a un’altra generazione. Si era anche laureato con onore presso l’Università di Leningrado, aveva combattuto per sei anni nella Seconda guerra mondiale ed era iscritto al partito comunista. Nonostante tutto, Lotman era ebreo e per questo dopo la laurea negli anni Cinquanta non ha potuto continuare i propri studi o trovare un lavoro in Russia. L’anno della sua laurea si colloca nel picco della campagna staliniana antisemita contro il “cosmopolitismo” (Lotman 1994:36; Egorov 1998:47) e la laurea in letteratura russa era fra le più “ideologiche”. Se fosse stato un matematico o un linguista probabilmente il suo destino sarebbe stato diverso. Paradossalmente, lo status di svantaggio e di assegnazione gratuita gli permettono non solo di non andare in Siberia ma gli impediscono anche di lavorare in generale.

 

Entra in contratto con alcune figure delle scienze umane sovietiche fra cui Boris Tomaševskij, Boris Ėjchenbaum, Vladimir Propp, Grigorij Gukovskij e altri (Waldstein 2008:33). Si sente legato alla tradizione russa del formalismo di Pietrogrado degli anni Venti, in particolare ai lavori di Šklovskij, Tynjanov e Roman Jakobson negli anni Cinquanta.

È stato anche uno dei primi professori al mondo a iniziare a insegnare semiotica (poetica strutturale e semiotica) all’università, frequentata da un solo studente di nome Igor Černov.

5.2. Lotman in Estonia

 

Ricapitolando: Lotman non faceva parte di alcun circolo di Mosca e nel 1950 non riusciva a trovare lavoro in Russia. Tuttavia per caso viene informato di un posto vacante presso l’istituto pedagogico a Tartu e nel 1954 si trasferisce in Estonia.

Il punto chiave è che nel 1950 l’Estonia era stata acquisita di recente (Egorov 1998:49-50) e vi era un bisogno urgente di professori competenti in letteratura e lingue perché, secondo le leggi staliniane del 1938, la lingua russa era una materia obbligatoria in tutte le scuole nazionali (Smith 2002:61-62). In quanto principale veicolo di sovietizzazione la lingua e letteratura russa erano fra le priorità immediate delle politiche culturali del governo dell’Estonia sovietica. Ed è proprio questo momento in cui si richiede la presenza di Lotman, la cui appartenenza culturale ebraica in Estonia non pesava tanto quanto a Leningrado.

Fra gli anni Cinquanta e Sessanta l’Estonia aveva il regime politico più rilassato e l’economia più prospera all’interno dell’Unione Sovietica. Quando Chruščёv scherniva l’arte astratta durante una famosa esibizione di Manež nel 1962, l’arte “politicamente scorretta” stava sbocciando a Tallinn e Tartu. Inoltre gli scrittori estoni, grazie all’oscurità della loro lingua, potevano scrivere qualsiasi cosa (Veller 1983) e non sorprende che subito Arcipelago Gulag di Solženicyn venga tradotto in estone.

Nel 1960, inoltre, viene stabilito l’istituto sovietico di cibernetica dall’accademia estone delle scienze, ogni repubblica è costretta a specializzarsi in qualcosa e l’Estonia era una repubblica di elettronica, arredamento e prodotti lattiero-caseari. Sebbene l’Estonia abbia inventato il software Skype, il suo ruolo in informatica non è conosciuto dal pubblico che disconosce le radici storiche dell’attuale sofisticata tecnologia del paese. L’Estonia era anche il sito della maggior parte degli esperimenti economici degli anni Sessanta, come l’introduzione degli elementi di “economia di mercato” (Misiunas e Taagepera 1993). Inoltre l’Estonia aveva una classe media istruita, standard di vita relativamente alti e un regime tollerabile. Tutti questi fattori hanno reso l’Estonia interessante per molti intellettuali sovietici, vista come “un paese confinante” e un “occidente interno” (Levin 1998).

Per Lotman l’Estonia rappresenta un posto in cui incontrare periodicamente i moscoviti e pubblicare senza censura. Tuttavia l’Estonia viene considerata “provinciale” dai ranking sovietici e la sua collezione bibliotecaria, ricca di pubblicazioni precedenti al 1940 in tutte le lingue, era sprovvista di scritti recenti. Così egli sfrutta le sue conoscenze quali Jakobson e altri filologi occidentali, gli strutturalisti moscoviti del circolo di Ivanov, per attrarre nuovi volumi.

Lotman e i moscoviti condividevano sufficienti “radici” intellettuali: il formalismo russo, in particolare Jakobson e Propp, l’interesse per la “letteratura proibita” del modernismo russo e dell’avant-garde. D’altro canto, l’emergere della scuola di Tartu-Mosca è stata una novità, una crescita e un cambiamento. L’incontro fra gli intellettuali di Mosca e Tartu ha portato a quello che Lotman definisce “espansione esplosiva” della rete di interazioni accademiche, sociali ed intellettuali accompagnate dalla trasformazione del paradigma intellettuale, così come i modelli di comunicazione, pubblicazione e posizione nei confronti di lettori diversi.

Intorno al 1970, la situazione sociale intorno alla Scuola di Tartu-Mosca comincia a deteriorarsi.

Due i fondamentali eventi storici: la Primavera di Praga del 1968 e l’emigrazione di massa di ebrei in occidente nel 1973. Questi anni hanno avuto un effetto devastante su molti intellettuali sovietici. Anche alcuni intellettuali estoni quali Rudolf Rimmel, che aveva origini kazake, sperava che gli squali si trasformassero in delfini e che fosse possibile un cambiamento senza serbare rancore: «sailors will not revolt agains columbuses, small fish will turn into dolphines, so will the sharks so will the sharks because, it has to be so» (Rimmel 1968:1211).

Negli scritti che vanno dagli anni Sessanta al 1975 Lotman definisce la cultura memoria (Lotman 1970): essa è concepita come la registrazione, nella memoria, di quanto è già stato vissuto dalla collettività. Più precisamente la cultura può essere definita come «memoria non ereditaria della collettività» (Lotman e Uspenskij 1978:43). Pensata in questi termini, la cultura si delinea come un potente meccanismo per la conservazione dell’informazione che può includere testi scritti, immagini, strutture architettoniche, oggetti di varia natura, spazi urbani eccetera. Tuttavia Lotman afferma chiaramente che la cultura non è un deposito statico d’informazioni. La cultura conserva l’informazione e ne riceve di nuova in un continuo processo di codifica e decodifica di testi, messaggi, oggetti, pratiche che provengono da culture altre. Ne consegue che la cultura funziona sullo sfondo della noncultura, dove “noncultura” indica uno spazio culturale altro, dotato di codici diversi. L’attività culturale consiste nel tradurre porzioni della noncultura in una delle lingue della cultura, trasformandole in testi e introducendo questa nuova informazione nella memoria collettiva. Nei suoi aspetti dinamici la cultura assimila testi, li traduce nei suoi linguaggi, dialoga continuamente con la noncultura producendo nuova informazione. La cultura è pensata come una porzione, un’area chiusa sullo sfondo della noncultura, ma è importante sottolineare che cultura e noncultura sono ambiti reciprocamente condizionati che hanno bisogno l’uno dell’altro. La cultura ha bisogno del “caos esterno”, lo crea e lo annienta continuamente. Dal punto di vista semiotico la cultura è definita come un sistema modellizzante secondario: i sistemi modellizzanti secondari cercano di costruire un modello del mondo basandosi sul sistema linguistico (“primario”). Egli sostiene che un sistema modellizzante è caratterizzato da un insieme strutturato di elementi e di regole e per questo può essere considerato una lingua: la struttura della lingua costituisce  il «modello» dei sistemi secondari poiché ha i principi essenziali della loro organizzazione (Lotman 1967). Del resto se la cultura è un generatore di strutturalità, poiché il suo lavoro fondamentale consiste nell’organizzare strutturalmente il mondo che circonda l’uomo, (Lotman e Uspenskij 1978:45) la lingua naturale secondo Lotman è il dispositivo stereotipante che permette di svolgere questo lavoro di strutturazione. Il linguaggio è dunque una “sorgente di strutturalità”, (Lotman e Uspenskij 1978:48), ma non è solo questo il motivo per cui viene concepito come sistema primario. Oggetti culturali come un quadro o una composizione musicale, una scultura o un mito, uno spazio urbano e una forma architettonica possono essere correlati solo mediante la lingua naturale, che anche per questa ragione viene definita sistema modellizzante primario. Secondo Lotman, la lingua naturale da un lato è un generatore di strutturalità, dall’altro è l’operatore fondamentale che consente la correlazione tra sistemi segnici. Come hanno segnalato Pezzini e Sedda (2004), da un lato questa impostazione risente dei paradigmi linguistico-semiotici in voga negli anni Sessanta e Settanta, dall’altro è dettata da ragioni di opportunità, avendo la lingua naturale una sorta di sistematicità evidente che è stata studiata in modo particolarmente approfondito. Pensando la cultura come un modello di matrice linguistica, fa convergere la tradizione della linguistica strutturale con gli interessi di nuove discipline scientifiche come la cibernetica (concetto di “modellizzazione”) (Faccani e Eco 1969), ma è evidente che sta pensando prevalentemente a forme culturali artistiche (letteratura, quadri eccetera) o comunque a forme culturali testualizzate (testi mitici, folklorici, artistici, religiosi), che hanno la funzione di modellizzare una “realtà” esterna. Del resto secondo Lotman (1967) l’arte può essere considerata un fatto culturale e un sistema modellizzante, cioè un sistema che cerca di costruire un modello del mondo basandosi sulla lingua naturale e costruendo una sorta di “lingua di secondo grado”. Per modello di un oggetto l’autore intende tutto quanto riproduce l’oggetto stesso ai fini del processo conoscitivo, e l’arte interessa perché, riproducendo il mondo ci consente di migliorarne la conoscenza. In fondo il mondo della realtà, scrive Lotman (Faccani ed Eco 1969), costituisce il contenuto dell’arte, e l’arte deve istituire un rapporto di analogia con l’oggetto che intende rappresentare: l’opera d’arte è sempre convenzionale, ma nello stesso tempo deve essere percepita come analogo di un determinato oggetto; essa è nello stesso tempo simile e dissimile nei confronti del proprio oggetto. Ecco perché egli oppone costantemente cultura e realtà e si sofferma molto sui meccanismi d’appropriazione culturale della realtà: perché pensa al modo in cui l’arte, nelle sue forme testuali, modellizza la realtà favorendone la conoscenza. Inoltre è importante notare che già in questi primi scritti è presente il problema dell’antinomia tra sincronico e diacronico, statico e dinamico, che caratterizzerà il suo pensiero teorico in tutte le sue fasi. Il problema viene affrontato in diversi saggi, ed è già chiaro che la prospettiva statica, che vede la cultura come un meccanismo per la conservazione dell’informazione, va integrata con la prospettiva dinamica, che vede la cultura dialogare con la noncultura producendo in tal modo nuova informazione.

 

Lotman con la scuola di Tartu intende inaugurare uno studio semiotico della cultura: l’obiettivo è quello di smontare e analizzare i fenomeni culturali con il metodo strutturale. Da questo punto di vista è fondamentale la lezione dei formalisti russi che avevano spostato l’attenzione sui meccanismi interni dei testi letterari e sulle leggi interne dell’arte poetica: i formalisti rifiutavano metodi psicologici, sociologici o filosofici e non si soffermavano sui dati biografici dello scrittore, né sul contesto sociale dell’opera, ma cercavano di spiegare in termini tecnici i congegni testuali (Todorov 1965). I semiotici della cultura riprendono il metodo con il quale i formalisti russi intendevano ancorare la ricerca ai dati testuali e decidono di studiare i meccanismi strutturali e tipologici che caratterizzano i fenomeni culturali (Eco 1969). Si tratta di uno sguardo che in termini semiolinguistici si definirebbe sincronico, a cui si deve necessariamente integrare una prospettiva più dinamica, diacronica, che fotografi i movimenti delle configurazioni culturali. In questa seconda prospettiva la semiotica della cultura può essere definita come la «scienza della correlazione funzionale dei differenti sistemi segnici» (Ivanov, Lotman et alii 1973:107). Che cosa si intende con questa definizione? L’ipotesi di partenza è che la cultura sia un vasto spazio in cui coesistono molti sistemi di significazione: la scrittura, la moda, le arti visive, la religione, l’architettura, i giochi, i miti, le fotografie, l’urbanistica, gli oggetti eccetera. Secondo gli studiosi della scuola di Tartu un sistema di significazione isolato non può costituire cultura perché la condizione minima è che sussista almeno una coppia di sistemi correlati, per esempio un testo in lingua naturale e un disegno: «i singoli sistemi segnici, pur presupponendo strutture con un’organizzazione immanente, funzionano soltanto in unione, appoggiandosi l’uno all’altro. Nessun sistema segnico possiede un meccanismo che gli consenta di funzionare isolatamente» (Todorov 1965).

 

La semiotica è la disciplina che studia proprio la correlazione tra i diversi sistemi segnici che costituiscono una cultura. In uno studio, da questo punto di vista molto importante, Lotman (1975) prova ad analizzare il comportamento dei decabristi, rivoluzionari di estrazione nobiliare che nel dicembre 1825, alla morte dello zar Alessandro I, parteciparono ai movimenti insurrezionali a Pietroburgo e nella Russia meridionale. Egli ritiene che lo studio dei materiali dell’epoca permetta di individuare un comportamento distintivo dei decabristi, uomini d’azione che si comportano come membri di una società segreta, che parlano con la compiutezza stilistica propria del linguaggio scritto, che coltivano la serietà come norma di stile. Ogni loro gesto è altamente simbolico, ogni azione è ritenuta significativa e da parte del decabrista c’è una certa tendenza alla teatralità, ma non in senso negativo: è in gioco il collegamento tra l’arte e la vita, e addirittura «ogni catena di azioni diventava ‘testo’ (acquistava significato), se la si poteva collegare in modo illuminante con un determinato soggetto letterario» (Todorov 1965:207). Ne consegue un’amplificazione di tutto il comportamento, una distribuzione di maschere letterarie caratteristiche tra persone reali, l’idealizzazione dei luoghi e degli spazi dell’azione. Il romanticismo prescriveva al lettore un modo di comportarsi anche nella vita quotidiana; i personaggi di Byron, di Puškin, di Malinskij, di Lermontov, ebbero schiere di imitatori tra giovani ufficiali e funzionari. È per questa ragione, secondo Lotman, che il comportamento dei decabristi può essere oggi decodificato attraverso l’interpretazione letteraria, ed è in questo senso che la semiotica può studiare la correlazione tra diversi sistemi segnici.

 

In un altro studio egli si concentra sulla poetica del comportamento quotidiano nella cultura russa del Settecento, un periodo in cui la trasformazione del comportamento quotidiano nel mondo nobiliare fu di grande portata poiché la norma imponeva di comportarsi come uno straniero, cioè in modo non naturale, pur mantenendo però la propria naturale nazionalità. Parlare di “poetica del comportamento” significa dare per scontato che i comportamenti sono orientati secondo le norme dei testi artistici e vissute in modo estetico (Lotman 1977). E questa è la sua ipotesi di partenza, che aveva già caratterizzato lo studio dei decabristi. Il mondo nobiliare del Settecento, afferma Lotman, si sente sempre sulla scena, mentre il popolo è indotto a osservare i nobili come se fossero maschere. È la semiotizzazione del comportamento quotidiano, che porta alla creazione degli stili comportamentali: «il modo di parlare, di camminare, di vestirsi indicava senza possibilità di errore il posto occupato dalle persone nella polifonia stilistica della vita quotidiana» (Todorov 1965:268). Lotman ricorda come il nobile russo del Settecento si scegliesse una parte teatrale, un ruolo tipico che semplificava la vita quotidiana e la elevava verso un qualche ideale. Nelle sue azioni quotidiane il nobile si rifaceva a un personaggio storico, o a un uomo di Stato, o a un letterato. Ma il comportamento prevedeva anche un intreccio: occorreva scegliere una strategia per la realtà extraletteraria e i comportamenti dovevano essere regolati da una trama. La fonte principale degli intrecci nel Settecento è la letteratura “alta”: gli storici antichi, le tragedie, le vite dei santi, e anche in questo caso la semiotica può studiare la correlazione tra i diversi sistemi segnici che costituiscono una cultura. In linea con le altre tradizioni semiotiche, il testo è considerato l’unità di base da analizzare, inteso come «programma condensato di tutta una cultura» (Ivanov, Lotman et alii 1973:131). I semiotici della cultura non applicano il concetto di testo solo ai messaggi in lingua naturale, ma anche «a qualsiasi veicolo di significato globale (“testuale”), sia esso un rito, un’opera d’arte figurativa, oppure una composizione musicale» (Ivanov, Lotman et alii 1973:114).

Inoltre in una semiotica della cultura, se si considerano le dinamiche di trasformazione, è centrale il concetto di «traduzione»: ci sono testi di altre culture che vengono tradotti e cominciano a circolare ricodificati, testi della tradizione che vengono ritradotti e aggiornati, testi appartenenti a un sistema di significazione che vengono tradotti in un altro sistema di significazione (per esempio dalla letteratura alle arti visive, dal teatro alla moda, dalla filosofia all’urbanistica). Le traduzioni sono la linfa vitale di una cultura e garantiscono la continuità della semiosi proprio in virtù della loro inevitabile imperfezione (Sedda 2006).

 

Secondo Lotman e Uspenskij (1971), un modo efficace per dare una caratterizzazione tipologica alla cultura è valutare il modo in cui si definisce da sé, cioè il modo in cui si autovaluta. Da questo presupposto nasce una differenziazione diventata celebre: alcune culture si rappresentano come un insieme di testi, altre come sistemi di regole.

Nel primo caso le regole si delineano come somma di precedenti, nel secondo caso il precedente esiste solo se può essere descritto da una regola. Se consideriamo l’insegnamento di una lingua, nel primo caso avremmo una didattica basata sui modi d’uso, nel secondo caso avremmo anzitutto l’apprendimento delle regole grammaticali. Una cultura del primo tipo pone come essenziale la consuetudine; una cultura del secondo tipo, la legge. Egli definisce «apprendimento testuale» la prima e «apprendimento grammaticale» la seconda (Lotman 1971), e Eco, riprendendo questa distinzione, propone come esempio di apprendimento testuale la Common Law anglosassone, che propone le sentenze precedenti come testi ai quali ispirarsi per risolvere casi analoghi, e come esempio di apprendimento grammaticale il diritto romano, che invece per risolvere i casi prescrive minuziosamente le regole.

Non dobbiamo peraltro pensare, avverte Lotman, che le culture testualizzate siano caotiche, mentre le culture grammaticalizzate siano ordinate: l’assenza di codificazioni è vista come caos solo dal punto di vista della cultura grammaticalizzata e di fatto i sistemi non codificati sono in grado di accumulare informazione quanto i sistemi codificati (Eco 1975:194). Lotman cita l’esempio delle regole del duello e dell’onore nella cultura aristocratica russa del Settecento e del primo Ottocento: in assenza di norme esplicite, si impone la figura del “custode della tradizione”, il quale conosce le consuetudini e può assumere il ruolo di codificatore. Egli specifica insomma che non si può parlare di superiorità della regola o della consuetudine: «questi modi di costruire il codice della cultura possono considerarsi tappe di un’unica evoluzione che si attua come un avvicendamento pendolare di principi costitutivi diversi» (Lotman 1971:81). Un altro parametro per tipologizzare le culture è quello che considera le modalità comunicative che caratterizzano la culture stesse. Si possono distinguere le culture nelle quali prevale una comunicazione di tipo “IO–EGLI” e le culture orientate su una comunicazione di tipo “IO–IO” (Lotman 1973). La comunicazione “IO–EGLI” rappresenta il caso più tipico: c’è un soggetto della trasmissione (“IO”) che possiede l’informazione, e c’è un destinatario (“EGLI”) che aspetta di ricevere il messaggio. Nel caso della comunicazione “IO–IO”, invece, il soggetto trasmette un messaggio a se stesso. Quest’ultima tipologia può sembrare paradossale, ma egli specifica che nella realtà non è rara e che anzi nel sistema generale della cultura ha un ruolo non trascurabile. Un esempio può essere rappresentato dalle annotazioni diaristiche, fatte non tanto per fissare un ricordo, quanto per chiarire un certo stato d’animo. Nel sistema “IO–IO” il depositario dell’informazione evidentemente non cambia, mentre il messaggio, nel processo comunicativo, si modifica e acquista un nuovo senso. Ha luogo, in altri termini, una trasformazione qualitativa dell’informazione e di conseguenza un riorientamento dello stesso “IO”. La sua idea è che la trasmissione del messaggio attraverso il canale “IO–IO” viene condizionata dall’intrusione di codici esterni che ne ristrutturano il contenuto. Un esempio caratteristico è l’influenza di suoni cadenzati (rumore di ruote, musica ritmica) sul monologo interiore dell’uomo: egli riporta degli esempi da Tjutcev e da Puškin dai quali emerge come l’intrusione di un ritmo esterno stimoli e riorganizzi il monologo interiore (Lotman 1973:115-118). Nella comunicazione “IO–IO” siamo in presenza di un messaggio espresso in una lingua naturale cui segue l’introduzione di un codice supplementare che, peraltro, mira a liberare il messaggio dai nessi semantici propri della lingua comune: in realtà il messaggio mantiene i nessi semantici della lingua naturale, ma viene inevitabilmente trasformato dalla sovrapposizione del nuovo codice. Pertanto nella comunicazione “IO–EGLI” abbiamo a che fare con un’informazione data in anticipo, che viene trasferita da una persona all’altra, con codice stabile all’interno del processo comunicativo; nella comunicazione “IO–IO” abbiamo un aumento dell’informazione attraverso l’introduzione di nuovi codici: mittente e destinatario coincidono e ha luogo una riorganizzazione della personalità che può avere importanti funzioni culturali, dalla costruzione del senso dell’identità alla psicoterapia. Si possono pertanto distinguere le culture nelle quali prevale la comunicazione “IO–EGLI” e quelle nelle quali prevale il modello “IO–IO”, e Lotman aggiunge infine che le culture orientate sulla comunicazione “IO–EGLI” hanno un carattere dinamico e tendono a un rapido aumento delle conoscenze; per contro, la società risulta segmentata in modo rigido con gli emittenti ben separati dai destinatari, e soprattutto la verità viene concepita come un messaggio bell’e pronto, confezionato da altri e da ricevere con una sostanziale passività. Le culture orientate sulla comunicazione “IO–IO” tendono a sviluppare invece la dimensione spirituale ma sono molto meno dinamiche di quanto effettivamente richiedano i bisogni umani. I concetti elaborati da Lotman fino alla metà degli anni Settanta rimangono costanti anche nella produzione successiva. Tuttavia i saggi riuniti nel volume La semiosfera, del 1985, pur riprendendo i concetti di cultura, non-cultura, testo, traduzione, confine, prospettiva statica e prospettiva dinamica, li riesaminano a partire da presupposti teorici differenti e alla luce di nuovi interessi epistemologici. Ricostruendo sinteticamente gli sviluppi teorici della semiotica, egli individua la tradizione che risale a Peirce e a Morris, al centro della quale si colloca il segno isolato da cui si generano altri segni (interpretanti), e la tradizione che risale a Saussure, al centro della quale si pone l’atto comunicativo isolato, e  lo scambio tra il mittente e il destinatario come elemento base di ogni atto semiotico (Lotman 1985). Per lui queste due tradizioni muovono da esigenze di analisi che però non trovano riscontro nella realtà, dove i sistemi non presentano elementi in isolamento, ma sempre immersi in un continuum semiotico omogeneo. Egli definisce semiosfera questo continuum, in analogia con il concetto di biosfera proposto dal biologo Vernadskij (nel libro Biosfera 1926): ma mentre la biosfera è definita da Vernadskij “materia viva”, più precisamente “l’insieme degli organismi vivi”, la semiosfera ha un carattere più “astratto”, è l’insieme dei segni che appartengono a uno spazio conchiuso, all’interno del quale si possono realizzare processi comunicativi ed elaborare nuove informazioni. La semiosfera può essere considerata come un organismo unico, uno spazio semiotico complessivo, che nella sua unitarietà rende significativo il singolo atto segnico (testo, frammento di linguaggio, eccetera).

 

«Immaginiamo la sala di un museo nella quale siano esposti oggetti appartenenti a secoli diversi, inscrizioni in lingue note e ignote, istruzioni per la decifrazione, un testo esplicativo redatto dagli organizzatori, gli schemi di itinerari per la visita della mostra, le regole di comportamento per i visitatori. Se vi collochiamo anche i visitatori con i loro mondi semiotici, avremo qualcosa che ricorda il quadro della semiosfera» (Lotman 1985:64).

In un altro passaggio l’autore dice che la semiosfera del mondo contemporaneo comprende i segnali dei satelliti, i versi dei poeti e le grida degli animali, oltre a molti altri elementi che sono in rapporto reciproco tra loro. In effetti, come notano Pezzini e Sedda (2004:369), la semiosfera può essere intesa sia in senso globale (l’intero spazio della significazione, cioè in definitiva una cultura), sia in senso locale e specifico (un determinato spazio semiotico, per esempio un museo), ma è certo che la metafora organicista aiuta a concepire la semiosfera come un unico grande ambiente, circoscritto rispetto allo spazio che lo circonda, in grado di manifestare una omogeneità semiotica. Se lo spazio della semiosfera è circoscritto, si conferma come fondamentale il concetto di confine, inteso come «la somma dei “filtri” linguistici di traduzione» (1985:58-59). Affinché i testi esterni alla semiosfera diventino comprensibili è necessario tradurli in una delle lingue della semiosfera. In pratica si semiotizzano i fatti non semiotici: «Il confine dello spazio semiotico non è un concetto astratto, ma un’importante posizione funzionale e strutturale, che determina la natura del suo meccanismo semiotico. Il confine è un meccanismo bilinguistico, che traduce le comunicazioni esterne nel linguaggio interno della semiosfera e viceversa. Solo col suo aiuto la semiosfera può così realizzare contatti con lo spazio extrasistematico o non semiotico» (Lotman 1985:60). È importante notare, peraltro, che se da un lato il confine unisce due sfere semiotiche, dal punto di vista dell’autocoscienza (cioè dell’autodescrizione) le divide, perché avere coscienza di se stessi nel rapporto culturale significa avere coscienza della propria specificità in contrapposizione ad altre realtà culturali. Il confine è un elemento necessario della semiosfera perché questa ha sempre bisogno di un ambiente esterno “non organizzato”, e quando manca se lo crea: così l’antichità si è costruita i “barbari”, la coscienza l’ “inconscio”, eccetera. Lo spazio “non semiotico” è pertanto, evidentemente, lo spazio di un’altra semiotica: le posizioni e i valori delle culture dipendono così dalla prospettiva dell’osservatore. Anche in questo lavoro Lotman ribadisce che se da un lato la cultura svolge le funzioni di conservazione e trasmissione dell’informazione, dall’altro deve elaborare informazioni nuove. L’elaborazione di nuove informazioni richiede che tra i sistemi culturali vi sia una sorta di dinamismo strutturale, cioè uno scambio attivo e strategico di informazioni. Nella misura in cui è orientato verso la conservazione e il mantenimento dell’informazione, un organismo culturale tende all’omeostaticità, all’equilibrio, alla simmetria. Nella misura in cui è orientato verso la produzione di informazioni nuove, invece, l’organismo deve essere asimmetrico e dinamico, e deve necessariamente trovare un partner per instaurare un dialogo.

Lotman si era già occupato dei meccanismi dialogici negli studi dedicati alla struttura del testo artistico, ma ora riprende questo tema sotto l’influenza di Vernadskij, il quale nel libro Osservazioni di un naturalista (1927) pone i concetti di simmetria, asimmetria, enantiomorfismo: l’enantiomorfismo è un caso di simmetria speculare che si verifica quando le parti sono specularmente uguali, ma disuguali se si sovrappongono, come nel caso dei guanti o delle mani. Secondo Lotman tutti i meccanismi generatori di senso partono da uno stato iniziale di simmetria, cioè di equilibrio e di staticità, che si complica progressivamente attraverso la produzione di una simmetria speculare enantiomorfa. In altri termini una cultura C1, in stato di equilibrio simmetrico, riceve uno o più testi appartenenti alla cultura C2; attraverso l’interpretazione dei testi ricevuti, la cultura C1 “trae fuori dalle proprie viscere” un’immagine della cultura C2. Questa immagine prodotta è una sorta di simmetria speculare elaborata da C1, è un modello enantiomorfo di fronte al quale la cultura C1 può specchiarsi trovandovi similarità e differenze. Il concetto di enantiomorfismo è utile per Lotman proprio perché gli consente di definire una situazione in cui la cultura C1 proietta un’immagine diversa ma correlata, dal momento che l’identità totale renderebbe il dialogo inutile ma la differenza totale lo renderebbe impossibile. In pratica, come in un dialogo interpersonale è necessario che i partecipanti siano diversi e che abbiano nella propria struttura l’immagine dell’interlocutore, allo stesso modo nel dialogo tra culture è necessario che le culture siano diverse e che abbiano una asimmetria correlata. Alla base di questi meccanismi di produzione culturale c’è il dialogo e Lotman ribadisce più volte che lo sviluppo della cultura è un atto di scambio che presuppone sempre un partner. Ma bisogna ricordare che, avendo bisogno di un partner, la cultura crea con i propri sforzi una cultura estranea che codifica in modo diverso il mondo e i testi. La crea perché interpreta i suoi testi attraverso i propri codici, perché ne costruisce un’immagine enantiomorfa funzionale ai suoi scopi, perché una cultura non può fare a meno di proiettare se stessa e i suoi codici sui mondi culturali che si trovano al di là dei suoi confini. Le descrizioni etnografiche delle culture «esotiche» fatte dagli europei sono un esempio chiaro di creazione di partner culturali sulla base della proiezione dei propri codici interpretativi su sistemi culturali lontani e molto diversi. Analogamente, quando Tacito descrive i Germani costruisce un modello enantiomorfo di quella cultura sulla base dei propri codici culturali, e sulla base di questo modello comincia un dialogo. Da questa visione emerge insomma che il dialogo tra culture si sviluppa sulla base di modelli virtuali, di immagini astratte, di simulacri enantiomorfi, che però poi influenzano realmente i rapporti reciproci tra i sistemi culturali. Ci troviamo così di fronte a due spinte contrarie: l’immagine interiorizzata deve essere “estranea”, cioè non del tutto riconducibile ai codici della cultura che la descrive; ma nello stesso tempo deve essere “non estranea”, cioè deve essere tradotta nel linguaggio interno della cultura. È essenziale, in altri termini, che i testi della cultura esterna risultino in una certa misura omogenei rispetto ai codici della cultura che li accoglie, e questo implica la perdita inevitabile di certe proprietà dei testi che vengono interpretati. Interpretando i testi della cultura C2, la cultura C1 tenderà a conservare gli elementi omogenei e traducibili, e a espungere gli elementi difformi: questa operazione di filtraggio in effetti faciliterà la creazione di un modello enantiomorfo di C2 con il quale instaurare un dialogo culturale. Attraverso questi potenti meccanismi di traduzione e produzione di modelli enantiomorfi, le culture lavorano all’accrescimento della varietà; tuttavia queste forze centrifughe hanno bisogno di essere controbilanciate da meccanismi opposti, che diano unità e stabilità ai materiali eterogenei che si producono. Ecco  che dall’asimmetria che produce dinamismo si deve tornare alla simmetria che garantisce stabilità, all’omeostasi che assicura la conservazione. L’asimmetria tende allo sperpero mentre la simmetria tende all’economia; l’asimmetria produce continuamente elementi extrasistematici, mentre la simmetria tende a ridurre il superfluo. La funzione di stabilizzazione è svolta, secondo Lotman, dalle metadescrizioni, cioè dalle riflessioni semiotiche sui meccanismi culturali. Le metadescrizioni pongono un freno alle trasformazioni culturali redigendo i canoni, ricordando le regole, ridefinendo le grammatiche e i codici dei sistemi culturali. In questi termini la semiosfera appare come uno spazio culturale stabile e dinamico, simmetrico e asimmetrico, caratterizzato da una sua regolarità interna e da una irregolarità strutturale che consente l’elaborazione di nuove informazioni: al centro si collocano i sistemi più stabili e dominanti, mentre le zone periferiche sono più flessibili, elastiche, mobili. Se l’organizzazione centro/periferia consente il dinamismo dei sistemi culturali, che si trasformano nel dialogo con altre culture, non vanno dimenticati i confini interni di una semiosfera, attraverso i quali si realizzano scambi interstrutturali che contribuiscono anch’essi a generare nuove informazioni. Restano tuttavia da analizzare le ragioni di queste trasformazioni, le motivazioni che permettono il dialogo interculturale, la penetrazione di testi “estranei”, l’interiorizzazione di nuovi comportamenti, l’importazione di codici e regole. L’asse centro/periferia disegna un quadro plastico di maggiore o minore stabilità ma non spiega le trasformazioni cicliche, né le variazioni di una semiosfera. È forse per questa ragione che Lotman chiama in causa le emozioni collettive, attribuendo loro una grande importanza nelle dinamiche dei sistemi culturali. Le onde della cultura (Lotman 1985:144) si muovono nel mare dell’umanità, e per questa ragione i processi che si verificano sono inseparabili dall’esplosione delle emozioni collettive.

Nei saggi dell’ultima fase, raccolti nel volume La cultura e l’esplosione (1993), Lotman riprende due questioni cruciali che riguardano inevitabilmente qualsiasi sistema semiotico:

(i) il rapporto del sistema con l’extrasistema, cioè il mondo che si estende al di là dei suoi confini;

(ii) il rapporto fra statica e dinamica, a partire dal quale un sistema si sviluppa mantenendo un’identità.

Il primo punto è già stato ampiamente tratto da Lotman nei suoi scritti precedenti. Lotman pensa il sistema culturale semiotico come un insieme di lingue e definisce il sistema extrasemiotico come extralinguistico, cioè come una realtà che le lingue della cultura devono inglobare e trasformare in contenuto. In questa prospettiva risulta fondamentale l’attività di traduzione: secondo Lotman la realtà extralinguistica va comunque pensata come una lingua, (Lotman 1994:16) e partendo di lì la definizione del significato è sempre, in fondo, la traduzione da una lingua all’altra. Il sistema culturale non è  fatalmente chiuso in sé, ma “gioca” continuamente con lo spazio che gli sta intorno ora incorporandolo in sé attraverso la mediazione delle sue lingue, ora proiettando in esso i propri elementi e i propri schemi. Per quanto riguarda, invece, le dinamiche dei sistemi culturali vi sono due possibili “movimenti in avanti”: i movimenti continui, basati sulla prevedibilità, e i movimenti discontinui, che si basano sull’imprevedibilità e si realizzano nelle modalità dell’esplosione. Occorre tuttavia specificare che l’imprevedibilità non va intesa come insieme di possibilità illimitate e non determinate: ogni fenomeno di esplosione ha il suo complesso di possibilità ugualmente probabili in relazione al passaggio allo stato seguente, e quando si parla di imprevedibilità si intende un complesso di possibilità, una soltanto delle quali si realizza. I processi graduali e quelli esplosivi, ricorda Lotman, vivono in un rapporto di reciprocità e l’annientamento di uno dei due porterebbe alla scomparsa dell’altro. Uno storico che studia i processi dinamici esplosivi e graduali ha davanti a sé un campo minato, con imprevedibili punti di esplosione, e un fiume, con il suo flusso orientato. Peraltro i due momenti dell’esplosione e dello sviluppo graduale non vanno pensati solo come fasi che si succedono l’una all’altra, ma anche come dinamiche che si sviluppano in uno spazio sincronico. In un sistema semiotico possono esservi  strati che subiscono trasformazioni esplosive e strati che si modificano gradualmente. E  le sfere della lingua, della politica, della moda e della morale – tanto per fare degli esempi – possono avere differenti velocità nel loro sviluppo dinamico, con combinazioni anche simultanee di processi esplosivi e di processi graduali: se nel nostro periodo la moda femminile in Europa ha la velocità di rivoluzione di un anno, la velocità di mutazione della struttura fonologica è talmente lenta da risultare impercettibile. Ma anche all’interno di una medesima sfera culturale vi possono essere spinte propulsive e movimenti di contenimento: nello spazio culturale della moda, per esempio, si svolge una lotta costante fra la tendenza alla stabilità, giustificata dalla tradizione, dalla moralità, o da vincoli storici e religiosi, e l’orientamento verso la novità e la stravaganza. Del resto se i processi esplosivi assicurano l’innovazione, i processi graduali assicurano la continuità; e se nell’autovalutazione dei contemporanei queste dinamiche vengono presentate in contrapposizione, esse in realtà sono due parti di un unico meccanismo: l’aggressività dell’una stimola lo sviluppo dell’altra. Le trasformazioni dei sistemi avvengono secondo procedure interne (o immanenti) o a partire da influenze esterne multiformi: «qualunque sistema dinamico è immerso in uno spazio nel quale sono situati altri sistemi ugualmente dinamici, e anche frammenti di strutture distrutte, singolari comete di questo spazio. Dunque qualunque struttura vive non soltanto secondo le leggi dell’autosviluppo, ma è anche sottoposta a multiformi collisioni con altre strutture culturali» (Lotman 1994:87).

Le influenze esterne possono dare luogo a due casi:

(i) il caso in cui l’intrusione esterna porta al prevalere di uno dei due sistemi in collisione e alla soppressione dell’altro (modello binario);

(ii) il caso in cui la collisione genera un terzo sistema in linea di principio nuovo (modello ternario).

I modelli binari sono rari, mentre i modelli ternari sono molto più frequenti. L’esempio di modello ternario che porta Lotman riguarda la cultura russa tra la fine del secolo XVIII e l’inizio del XIX, quando la cultura nobiliare subisce un intenso processo di “francesizzazione”. In questo periodo e in certi particolari ambienti, la lingua francese diventa parte integrante della cultura russa e questa “intrusione” genera una specie di lingua unica con una sua autonomia funzionale. L’assoluta distruzione dei vecchi modelli è impossibile sia nelle strutture ternarie, sia in quelle binarie; tuttavia i modelli ternari conservano meglio i valori del periodo precedente attraverso mediazioni, fusioni, trasferimenti; al contrario, i modelli binari si propongono il completo annientamento di tutto l’esistente, che viene giudicato totalmente negativo. Il modello ternario tende ad adeguare l’ideale alla realtà, mentre nel modello binario l’esplosione tende a impadronirsi dell’intera massa della vita quotidiana. Per esempio, in linea con il modello binario, i teorici del marxismo sostenevano che il passaggio dal capitalismo al socialismo avrebbe avuto un inevitabile carattere di esplosione, ma la nascita del socialismo sarebbe stata possibile solo sulle rovine e non all’interno della storia precedente.

 

5.3. Uno sguardo più da vicino

Lotman dava per scontato che avremmo trovato noi stessi ancora in quel periodo segnato dalla caduta dell’impero russo, un periodo iniziato nei primi decenni del secolo scorso, e riteneva che saremmo stati vicino alla fine di quel periodo. Alcuni dei suoi pensieri sulla natura dei processi storici hanno preso forma grazie ai cambiamenti improvvisi dell’epoca. Egli riteneva che dobbiamo fare la scelta giusta nel giusto intervallo di tempo che la storia ci assegna. In questi momenti lo studio del passato, del suo significato e della vera natura dei processi storici cessa di essere un passatempo accademico fine a se stesso. Il futuro del genere umano, il suo destino, dipende dal campo della conoscenza. Egli ci insegna la responsabilità storica. L’aspetto principale della concezione della storia è l’idea secondo la quale esiste un insieme di possibili sèguiti dopo un’esplosione. Con il suo interesse nel movimento lineare in quanto opposto a quello circolare, egli era un perfetto pensatore europeo. Nutriva poco interesse nei confronti della concezione circolare dello sviluppo con le sue ripetizioni senza fine della stessa cosa, che è importantissimo in molti insegnamenti orientali. L’oggetto principale del lavoro della vita di Lotman era la cultura e la storia russa. Il non dover aspettarsi niente di nuovo incoraggia questa forma di ripetizione: era così una volta, allora ripercorriamo questa usurata immagine ancora una volta. Perché sprecare il nostro tempo a pensare qualcosa di nuovo? Tutto ciò era estraneo a Lotman, come l’idea mitologica del ritorno eterno, che è diventata molto diffusa nel Novecento risalendo a Nietzsche. Lotman aveva pensato alla scienza come un singolo insieme che non riconosce le barriere fondamentali fra gli studi umanistici e la conoscenza. In quanto ex sergente dell’artiglieria, conosceva le scienze esatte, che hanno ispirato la lettura enciclopedica durante il dopoguerra. L’idea centrale di Lotman può essere riformulata secondo la “teoria dell’informazione” (“Information Theory”). Per quanto riguarda la storia e il movimento delle culture, egli era interessato a quei processi durante i quali si verifica un aumento massimo nella quantità di informazioni. Questo spiega direttamente l’imprevedibilità dei processi che egli descrive esplosivi. Secondo Claude Shannon (padre della teoria dell’informazione), uno dei mezzi sperimentali per determinare l’entropia di un processo consiste nel tirare a indovinare. E  ogni processo che vede un significativo aumento di informazioni ricevute e inviate sarà imprevedibile. Questa è una delle fondamentali differenze fra il pensiero di Lotman e le ultime teorie diffuse che attribuiscono caratteristiche umanistiche ad alcune discipline simili alla chiaroveggenza orientale. Per Lotman il futuro è ordinato da un aumento di informazioni e per questo è imprevedibile.

 

Egli volge particolare attenzione al lavoro dei formalisti russi e fra i loro risultati Lotman seleziona una scoperta particolarmente importante per il suo lavoro, ovvero che all’interno della diacronia una nuova direzione può essere influente, che è, un fenomeno che esiste al di fuori delle barriere culturali o sul suo livello più basso, trasformato in qualcosa di veramente significativo. Questo è il modo in cui i formalisti hanno spiegato, per esempio, la sorte di una canzone di zingari, che Aleksandr Blok ha trasformato in un importante genere lirico (seguendo le orme di Apollon Grigor’ev la cui poesia è stata scoperta da Blok per i suoi contemporanei). Lotman posiziona questa visione, insieme ad altre, tra i risultati accademici dei formalisti e, inoltre, egli sostiene l’autosufficienza dell’arte in quanto lingua speciale. Se accettiamo questo ragionamento ben motivato, allora tutti i dibattiti relativi alle altre funzioni dell’arte diventano meno importanti e per certi versi perdono il loro significato. Fra gli intellettuali con i quali Lotman ha avuto l’opportunità di studiare durante la sua gioventù, quali Grigorij Gukovskij, che è morto dopo essere stato arrestato negli ultimi anni del terrore staliniano postbellico, Lotman analizza quelli che hanno provato a capire la relazione fra il contenuto della letteratura (idejnnij) e la sua forma artistica unica (obraznij).

Inoltre ha trovato una nuova soluzione che gli ha offerto un ruolo diretto nello sviluppo della semiotica contemporanea. Egli concepiva la storia della semiotica in quanto mescolamento della linguistica di Saussure e degli studi della letteratura praticati dai formalisti di San Pietroburgo, che erano i più vicini a lui in termini di pensieri accademici.

 

Nella versione contemporanea della semiotica che egli ha aiutato a creare, Lotman ha trovato una connessione simile fra l’approccio linguistico dei giovani semiotici moscoviti, che ammirava, e la linea di ricerca che continua in un orientamento formalista, al quale egli ha attribuito le fondamenta del proprio lavoro accademico. Egli, tuttavia, vedeva i termini linguistici, come la designazione dei fenomeni culturali quali le lingue e le loro relazioni reciproche come la diglossia, o il bilinguismo, quali forse più importanti per le discipline emergenti rispetto ai suoi colleghi, che consideravano i termini linguistici con l’attenzione di specialisti come ammetteranno in seguito.

 

Per distinguere le lingue l’una dall’altra, egli formula il concetto dell’antinomia di “noi” e “loro”, della collettività e dell’individuo, che era fondamentale per la sua comprensione della cultura. Lotman ha descritto in termini semiotici l’opposizione dell’individualità creativa agli istinti del gregge, che aveva appreso dal romanticismo europeo e dalla sua continuazione in movimenti avanguardistici. Lo sviluppo culturale è diventato possibile grazie all’esistenza di lingue che hanno permesso a qualcuno di parlare di se stessi come altrui e degli altri come se stessi. Egli ha riconcepito l’Altro (lo Straniero, il Vicino), che era al centro della filosofia della lingua in tutti i grandi pensatori del Novecento, in quanto partecipanti opposti nel comune dialogo semiotico.

Nei suoi studi Viktor Vinogradov prova il fatto che non vi fosse alcuna parola per “ličnoct’” nel russo antico e nel sistema di valori semantici che esprimeva.

La conclusione dello studioso è antitetica secondo il grande poeta Osip Ėmil’evič Mandel’štam, che ha scritto sulla storia russa: «prima eravamo persone (lûdi), ma adesso siamo una folla (lûd’e)». Ironicamente il secondo termine è un nome collettivo che deriva da un altra parola Indoeuropea che significa “svоbodnуj” ossia libero.

 

Tornando ancora Lotman, egli ha provato a capire come il suo approccio alla storia e quello degli altri membri della scuola di semiotica di Tartu-Mosca differissero dal gruppo francese di storici che comprendeva Fernand Braudel e Jacques Le Goff, i cui lavori hanno goduto di molta popolarità al loro tempo in Russia grazie numerose pubblicazioni di Aron Gurevič.

Per Lotman, il lavoro di questo gruppo di storici era in un certo senso direttamente opposto alle preoccupazioni principali della scuola di Tartu-Mosca, che era interessata prima e principalmente nell’arte e nella sua natura unica, imprevedibile ed esplosiva (Ivanov 2010:7-16).

 

5.4. Il ruolo della traduzione

 

Per Lotman la traduzione era decisamente al centro del funzionamento della cultura. Egli seguiva Roman Jakobson nel comprendere la traduzione in termini semiotici ampi in quanto interpretazione tra sistemi dei segni (Eco 2007). Edna Andrews sottolinea che, «per Lotman (così come era vero con Peirce), tutti gli atti comunicativi, intellettuali e culturali sono semiotica e pertanto richiedono una traduzione fra i segni dove ci sono coinvolti almeno due sistemi di segni diversi. Il livello base della traduzione è garantito nell’affermazione secondo la quale non vi è alcun atto comunicativo, ma almeno un “falsetto” nella sua percezione» (Andrews 2003:35). Altrove egli descrive la traduzione come un processo di trasformazione dello “straniero” nel “proprio”.

La sua visione della traduzione ci spinge a ripensare all’opposizione di straniamento e domesticazione nella misura in cui il vero “straniero” non può essere tradotto. Una volta che il processo di traduzione è iniziato, lo straniero viene trasformato in termini accessibili per il pubblico ricevente; si colloca in dialogo con la cultura ricevente. Questa trasformazione può verificarsi ai veri confini dell’essere accettabile, ma non può essere “straniero”. Il vero straniero è solo ciò che esiste al di fuori della traduzione (Baran 1976:17).

Egli, tuttavia, insiste sul fatto che non c’è nulla di prevedibile sulla natura del processo, o se tale processo si verifichi.

Todd descrive la prima recezione di Lotman in occidente come relazione segnata da un’assenza di dialogo: «Lotman stesso non ha iniziato questo tipo di dialogo e i suoi lettori occidentali, principalmente slavisti, non l’hanno condotto da parte sua» (Todd 2006:347).

 

La profonda imprevidibilità della traduzione, nella comprensione del termine della semiotica di Lotman, è evidente quando confrontiamo la recezione “graduale” del suo lavoro nel mondo anglo-americano alla recezione più “esplosiva” del lavoro del quasi contemporaneo Michail Bachtin. Nonostante le numerose somiglianze nei loro lavori le vie imprevedibili percorse in traduzione da questi due autori erano un po’ diverse.

Bachtin è stato fortunato ad essere stato introdotto in occidente negli anni Sessanta dal teorista letterario bulgaro Tzvetan Todorov, che era emigrato in Francia ed è stato uno dei primi traduttori di Bachtin, nel senso sia letterario sia figurato del termina. Todorov ha “tradotto” con successo il lavoro di Bachtin nella teoria letteraria del linguaggio del francese contemporaneo, che era dominata dallo strutturalismo, la filosofia della lingua, e la psicanalisi. La prima traduzione in inglese di un lavoro di Bachtin, stampata e sotto forma di libro, è apparsa nel 1968. Questa è stata seguita da altre traduzioni negli ultimi vent’anni, una principale biografia, diversi volumi di saggi critici. Una delle ragioni che ha facilitato la recensione del lavoro di Bachtin in occidente, e in particolare in America, è stata senza dubbio la sua scelta di autori da studiare: Dostoevskij, che occupa un posto centrale nel canone americano della letteratura russa, e Rabelais, i cui lavori trattano di ciò che Bachtin chiama “the lower bodily strata”, qualcosa che comunicava direttamente con gli studiosi occidentali nell’ambito degli studi umanistici negli anni Settanta e Ottanta. Lotman, d’altro canto, ha studiato il poeta russo “intraducibile” Aleksandr Puškin e i suoi contemporanei meno noti. Ed  è stato più semplice per gli studiosi occidentali negli anni Ottanta “tradurre” gli studi di Bachtin su Rabelais e Dostoevskij “per conto loro” rispetto a quanto è stato per loro tradurre gli studi di Lotman su Puškin e i Decabristi.

 

Allo stesso tempo, comunque, durante il culmine degli studi di Bachtin sull’occidente, Bachtin ha esercitato un’influenza minore sui circoli accademici in Russia di quanto abbia fatto Lotman. Dopo il Disgelo degli anni Sessanta, «il nome di Bachtin in Russia era associato in maniera negativa con l’ideologia rivoluzionaria» (Popova 2001:133). La prima biografia russa di Bachtin è apparsa solo dopo lo sciogliemento dell’Unione Sovietica, nel 1993. La presentazione di Bachtin in quanto dissidente, invece, gli è servita in occidente, l’ha reso largamente impunibile nella sua terra natìa fino alla Perestroika.

 

I lavori di Lotman hanno avuto invece una traiettoria diversa rispetto a quelli di Bachtin, sia in Unione Sovietica che all’estero. Durante il periodo in cui la teoria letteraria francese era dominante e Bachtin era il beniamino degli accademici francesi e americani in diverse discipline, l’interesse per i lavori di Lotman era ristretto ai circoli semiotici, «prima in Italia, a causa degli sforzi di Remo Faccani e Umberto Eco, poi, sempre di più negli anni Settanta, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, passando per traduzioni sporadiche di interi libri e di antologie di brevi parti» (Sebeok 1977:VII).

Inoltre le traduzioni dei saggi di Lotman venivano spesso posizionate in volumi dedicati ad approcci “sovietici” per lo studio dell’arte e la cultura, rendendoli marginali fin dall’inizio ed evitando un vero dialogo con studiosi occidentali che non fossero slavisti, ad eccezione dell’Italia, dove la semiotica era una scienza ben sviluppata, Umberto Eco era un relatore efficace, e gli scritti di Lotman su Dante hanno trovato un pubblico aperto, il lavoro di Lotman in occidente non è stato pienamente integrato nè in studi del sistema dei segni nè nella teoria letteraria francese.

Come spiega Natalia Avtonomova: «l’applicazione dei metodi linguistici ad altri settori negli studi umanistici era percepito in Francia come un limite, mentre in Russia era una liberazione allo stesso tempo dalla soggettività e dogmatismo che ha segnato le scienze sociali» (Avtonomova 2001:120-121).

 

Gli studiosi occidentali che hanno lavorato all’interno dei binari restrittivi della guerra fredda per la maggior parte non sono riusciti a cogliere l’importanza “politica” del lavoro di Lotman e sono stati catturati dalla presentazione della semiotica nell’Unione Sovietica in quanto scienza applicata. Ad un tempo in cui il potere è diventato una questione centrale fra gli studi umanistici in occidente sotto l’influenza di Foucault, fra gli altri, questo ha avuto un effetto cruciale sulla recezione di Lotman (Baran 1976).

Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e la fine della guerra fredda, tuttavia, gli studiosi in occidente sono diventati più sofisticati nel comprendere la cultura sovietica e le politiche accademiche, in generale, e anche le politiche della Scuola di Tartu, in particolare come è stato detto dal già citato Maxim Waldestein, nella sua monografia Soviet Empire of Signs: A History of the Tartu School of Semiotics. Un suo critico ha detto che Waldestein «sostituisce la concezione di potere costruita su un’opposizione ristretta e rigida, asimmetrica (potere-subordinazione) con una concezione simmetrica di potere, procedendo principalmente dai lavori di Bourdieu, Latour, Foucault e altri» (Ventsel 2011:360).

 

 

Lotman evolve sia come studioso che come teorico e alla fine degli anni Ottanta inizia a cambiare il proprio approccio, abbandonando la severa oggettività dell’archivista e parlando più direttamente al proprio momento storico. «Lotman abbandona la netraulità di espressione che vi era nei suoi lavori precedenti» (Avtonomova 2001:131). Scrive The unpredictable workings of culture e Culture and explosion durante gli anni turbolenti che seguirono la caduta del comunismo. Sebbene gli storici avessero presto costruito una catena logica di eventi inevitabili che hanno portato alla fine del comunismo, Lotman e altri cittadini sovietici l’hanno vissuta come un’esplosione inaspettata che si è promessa di cambiare il loro mondo in maniera del tutto inaspettata. Lotman nei suoi libri tratta con particolare urgenza un problema che sta sorgendo in semiotica e virtualmente in tutte le forme di strutturalismo: come sintetizzare genetica e strutturalismo sincronico, diacronia e sincronia, storia e presente. In altre parole, come si verifica il cambiamento nelle strutture semiotiche, e cosa fa all’esperienza individuale e da senso a questo cambiamento (Baran 1976).

 

6. Conclusione

 

Terminiamo con le parole di Lotman nella prefazione de The Unpredictable Workings of Culture, che lo studio del nostro passato culturale potrebbe non mostrarci un futuro inevitabile, ma può aiutarci a trovare la nostra strada nel caos culturale.

 

Quando scendiamo dalla montagna verso un burrone coperto di una foresta fitta e il buio ci impedisce di vedere oltre la nostra mano tesa, sebbene avessimo il dovere di andare avanti, possiamo fare affidamento sulla nostra fiducia nella memoria e nella correttezza del percorso scelto. In tali occasioni i dubbi sono pericolosi e devastanti ma la caparbietà si trasforma in eroismo  (Lotman 2013).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

7. Appendice – Intervista a Mihhail Lotman condotta durante il programma Erasmus+ in data 1/6/2015 a Tallinn, Estonia

 

 

Da Praga e da Mosca verso Tartu: influenza del formalismo russo e dello strutturalismo ceco su Lotman From Prague and Moscow to Tartu: influence of Russian Formalism and Czech Structuralism on Lotman
1. Formalismo russo 1. Russian Formalism
2. Circolo linguistico di Praga 2. Prague school
3. Strutturalismo ceco 3. Czech Structuralism
4. Laura Scavino: Jakobson è un mediatore chiave fra il formalismo russo e lo strutturalismo ceco?

 

Mihhail Lotman: Si certamente è il collegamento diretto, non è neanche un collegamento dato che è la stessa persona. Lo strutturalismo è un ulteriore sviluppo dell’idea formalistica. Non ci sono contraddizioni fra formalismo e strutturalismo. Alla fine della sua vita Jakobson ha detto che il “formalismo è uno strutturalismo immaturo”. E così lo strutturalismo è cresciuto. Non ci sono contraddizioni  è uno sviluppo naturale. Le sue idee quali le sei funzioni della lingua hanno diverse fonti. Una di queste è Karl Bucher, cioè la lingua è un organo o qualcosa del genere. Ma la seconda fonte erano i formalisti russi, la funzione estetica della lingua e così via.4. Laura Scavino: Is Jakobson “a key mediator” between Russian Formalism and Czech Structuralism?

 

Mihhail Lotman: Of course he is the direct link, even he is not a link because it’s the same person. The Structuralism is the further development of the formalistic idea. There are no contraddictions between Formalism and Structuralism. At the end of his life Jakobson said that “Formalism is a childish Structuralism”. And so Structuralism grew up. There are no contraddictions, so is a natural development. His ideas such as the six functions of language have different sources. One of them is Karl Bucher, that is to say language as an organ or something like that. But the second source were the Russian Formalists, the aestetic function of language and so on.5. Lotman e la scuola semiotica di Tartu-Mosca6. Lotman and the Tartu-Moscow semiotic school  DomandeQuestions1. Laura Scavino: Secondo lei come mai lo strutturalismo in Italia è percepito come fenomeno francese?

 

Mihhail Lotman: Non sono uno specialista italiano o francese ma… penso che è percepito così perché ci sono diversi collegamenti fra la Francia e l’Italia, specialmente nel nord Italia (Torino, Milano e Bologna) e persone quali Umberto Eco hanno vissuto a Parigi e la metà della sue opere sono in francese.  Il primo motivo è culturale, il secondo è che hanno una tradizione linguistica vicina. La tradizione linguistica italiana non è strutturalistica, c’era la scuola di linguistica comparata ed era più vicina alla tradizione tedesca più che a quella francese. Ma la nuova linguistica deriva da Saussure, era originario della svizzera ma parlava francese. Eco è più vicino a Peirce. Ci sono polemiche nello stesso ruolo culturale.1. Laura Scavino: According to you, why Structuralism is perceived as a French phenomenon in Italy?

 

Mihhail Lotman: I am not an Italian or French specialist but…. I think is perceived like this because there are many links between France and Italy expecially in the North of Italy (Turin, Milan and Bologna) and people such as Umberto Eco lived in Paris and half of his novel are in French. So the first reason is cultural, the second is because is close to most linguistic traditions. Italian linguistic tradition is not a Structuralist tradition, there was a school of comparative linguistic more close to German tradition, not the French. But new linguistic come from Saussure, he was from Switzerland but he spoke French. Eco is closer to Peirce. There are polemics in the same cultural role.2. Laura Scavino: Suo padre cita spesso Saussure, ma non cita mai Peirce. È strano perché la sua semiotica della cultura, con l’intraducibilità tra

linguaggi continui e discreti, è molto più vicina a Peirce che a Saussure. Come se lo spiega?

 

Mihhail Lotman: Non sono sicuro che mio padre non abbia mai parlato di Peirce. Ha frequentemente usato i termini “segni iconici e simbolici” vediamo.. ha menzionato Peirce.. ah no scusa era un mio articolo!! Per lui peirce non era molto importante. Ho scritto articoli in russo, estone e inglese ma l’ultima volta che ho scritto un articolo in inglese non è piaciuto. Ok l’ho trovato: Peirce-Saussure sulle fondamenta della semiotica. E ce n’è un altro su Peirce.2.Laura Scavino: Your father often mentions Saussure but he never spoke about Peirce. This is strange, because his semiotics of culture, with the untranslatability between continuous and discrete languages, is much closer to that Peirce than Saussure. How do you explain that?

 

Mihhail Lotman: I am not sure that he has never spoke about Peirce. He frequently used the Peirce terms “iconic and symbolic signs” let’s see… Yes he mentioned Peirce… ah sorry this is my article!!

For him Peirce was not so important. I wrote articles in Russian, Estonian and English but the last time I wrote an article in English and they didn’t like it. Ok, I found it: Peirce-Saussure on foundation of semiotics. And another about Peirce.3.Laura Scavino: Suo padre conosceva Peirce?

 

Mihhail Lotman: Certamente lo conosceva. Alcuni brani sono stati tradotti in russo  sicuramente lo conosceva.3.Laura Scavino: Did your father know Peirce?

 

Mihhail Lotman: Of course he knew him. Some pieces were translated into Russian so of course he knew Peirce.4.Laura Scavino: Lo strutturalismo e la scuola di Tartu che rapporto hanno?

 

Mihhail Lotman: La scuola di Tartu è la scuola dello strutturalismo  vi è una connessione diretta. La scuola di Tartu di semiotica strutturale. Riguarda la semiotica.4.Laura Scavino: What kind of connection is there between Structuralism and the Tartu school?

 

Mihhail Lotman: Tartu school is the school of Structuralism so there is a direct connection. The Tartu school of Structural semiotics, it’s about semiotics.5. Laura Scavino: Lotman è stato influenzato dai formalisti russi, dalla scuola di Praga e dallo strutturalismo ceco? In che modo?

 

Mihhail Lotman: Ha studiato all’Università di Leningrado, i suoi professori erano tutti formalisti russi, e il suo primo supervisore era Vladimir Propp e poi ha scelto di non essere legato ai formalisti per vari motivi. Ėjchenbaum e Demosevskji erano i suoi insegnanti. Persone quali Gregorij Gukovskij erano contro il formalismo ma era vicino e connesso ai formalisti. E così questa polemica con il formalismo è principalmente formalista.5. Laura Scavino: Was Lotman influenced by Russian Formalists, the Prague school which is the Czech Structuralism? How?

 

Mihhail Lotman: He studied at the Leningrad University, his teachers were all Formalists and his first supervisor was Vladimir Propp, and then he chooses not to be connected with Formalists because there are many reasons. Ėjchenbaum was one and Demosevskyj were his teachers. People such as Gregorij Gukovskij were against Formalism but he was so close and connected with Formalists. And so this polemic with Formalism is pretty much Formalistic.6. Laura Scavino: Pensa che da Saussure si sarebbe arrivati a Lévi-Strauss se non ci fossero stati gli sviluppi dei paesi slavi?

 

Mihhail Lotman: No non possiamo andare da Saussure direttamente a Lévi-Strauss perché Lévi-Strauss non utilizza molti metodi saussuriani piuttosto il metodo di Trubeckoj della fonologia. E questo è esattamente il nuovo sviluppo nello strutturalismo e penso che Trubeckoij sia un genio e ha sviluppato un metodo: come possiamo analizzare le strutture inconsciamente. Questa è fonologia nel linguaggio della struttura. E Lévi-Strauss usa questo metodo che analizza prima di tutto le relazioni nella medicina.  Un forte strutturalista ma la gente non è conscia di ciò.  Abbiamo da una parte Saussure con il circolo linguistico di Praga e dall’altra Lévi-Strauss.6. Laura Scavino: Do you think that from Saussure we would have arrived directly to Lévi-Strauss without the advancements and developments that occurred in the Slavic countries?

 

Mihhail Lotman: No, we cannot go from Saussure directly to Lévi-Strauss because Lévi-Strauss did not use many Saussurean methods but the Trubeckoj method of phonology. And that was exactly the new development in structuralism and I think that Trubeckoij was a genius and he developed a method: how we can analyze structures unconsciously. That’s phonology in structure language. And Lévi-Strauss uses this method which analyzes first of all relations in medicine. So he’s a very strong Structuralist but people are not very conscious about it. So Saussure with the Prague Linguistic Circle and Lévi- Strauss.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Zuzana Jettmarová: Czech and Slovak Translation Theories

 

Zuzana Jettmarová: Czech and Slovak Translation Theories

JENNIFER PERLETTI

Fondazione Milano

Milano Lingue

Scuola Superiore per Mediatori Linguistici

via Alex Visconti, 18   20151 MILANO

Relatore: professor Bruno Osimo

Diploma in Mediazione Linguistica

Dicembre 2010

 

 

© Zuzana Jettmarová

© Jennifer Perletti per l’edizione italiana 2010

 

Zuzana Jettmarová: Teorie Traduttive ceche e slovacche

(Zuzana Jettmarová: Czech and Slovak Translation Theories)

 

Abstract in italiano

In questa tesi è presentata un’analisi dei problemi traduttivi riscontrati in un capitolo preso da un lavoro di Zuzana Jettmarová riguardante le teorie traduttive ceche e slovacche. La tradizione ceca e slovacca è poco conosciuta e spesso malinterpretata. Vengono analizzati i problemi traduttivi riguardanti la traducibilità culturale, la traduzione di termini settoriali e non. Sono stati presi ad esempio alcuni termini per ogni categoria; per ogni termine è stata data la definizione e la motivazione che ha portato alla scelta di un determinato traducente e all’esclusione di altri.

 

English abstract

This thesis shows an analysis of the translation problems that have been found in a chapter of Zuzana Jettmarová’s book about the Czech and Slovak translation theories. The Czech and Slovak tradition is little known and often misinterpreted. The translation problems analysed in this thesis concern cultural translatability and the translation of technical terms and common words.  for each category some examples are provided; there is a definition for each term that has been analysed and the reason why a given translatant has been chosen instead of others.

 

Zusammenfassung

Diese Abschlussarbeit befasst sich mit Problemen der Übersetzung eines Kapitels aus dem Buch von Zuzana Jettmarová über Aspekte der tschechischen und slowakischen Übersetzungstheorie, deren Tradition nur wenig bekannt ist und oft falsch interpretiert wird. Im Mittelpunkt stehen Fragen der Übersetzbarkeit von Kulturen sowie der Übersetzung von Fach- und Standardsprache anhand einer Reihe von Beispielen. Für jedes Wort werden eine Definition und die Begründung angegeben, die zur entsprechenden Übersetzungsentscheidung geführt hat.

 

Sommario

 

1. Prefazione  3

1.1 Introduzione  4

1.2 Traducibilità Culturale  6

1.3 Traducibilità Settoriale  10

1.4 Traducibilità non Settoriale  13

2. Traduzione  18

3. Riferimenti bibliografici della prefazione  121

 

 

 

1. Prefazione


1.1 Introduzione

«For us structuralism automatically means our structuralism, but for the rest of the world it means the French one, and so the jolly misunderstanding keeps going on» (Volek 2005:135; transl. Z. J.)

Questa frase può essere considerata riassuntiva del testo da me tradotto per la tesi:

un testo teorico sullo strutturalismo. Qui però lo strutturalismo viene visto da un diverso punto di vista. Mentre tutti associano lo strutturalismo praghese a Jakobson e quindi al formalismo russo, in questo testo viene espressa una teoria diversa: viene analizzata la nascita dello strutturalismo praghese, che non ha nulla a che fare con il formalismo russo. Si analizzano le cause che hanno relegato lo strutturalismo praghese dietro una cortina di ferro impedendogli di diffondersi. È bene quindi dare una definizione delle diverse scuole.

• Strutturalismo praghese: nasce negli anni Venti a Praga, ed è il risultato di numerose assimilazioni: la tradizione ceca dell’estetica e della linguistica, il formalismo russo, la linguistica di Saussure, il modello del sistema epistemologico di Bühler, la fenomenologia di Husserl, la sociologia di Durkheim, la logica di Carnap ecc. Il campo della poetica strutturale praghese si concentra sulla dimensione del testo sia come artefatto sia come opera d’arte integrata nel suo contesto storico della recezione e con i suoi effetti contestuali; da qui l’origine di concetti dinamici della scuola di Praga come «norme» e «valori».

• Strutturalismo francese: nasce tra gli anni Sessanta e Settanta dagli studi di Ferdinand De Saussure, che intese la lingua come un sistema autonomo e unitario di segni, occupandosi dei valori e delle funzioni determinate dalle relazioni reciproche dei singoli elementi linguistici, considerati come parti di un ordinamento strutturale in continua interdipendenza e interazione. Secondo lo strutturalismo, la storia è un’insieme discontinuo di processi eterogenei retti da un sistema impersonale di strutture psico-antropologiche, culturali, economiche, ecc. Parallelamente, contro l’interpretazione della realtà in termini di divenire e progresso lo strutturalismo difende il primato di una considerazione volta a studiare la realtà come un insieme relativamente costante e uniforme di relazioni. Da qui la tendenza a privilegiare il punto di vista sincronico rispetto a quello diacronico.

• formalismo russo: la scuola formalista si è sviluppata in Russia negli anni Venti, i suoi maggiori esponenti sono stati: Viktor Šklovskij, Ûrij Tynânov, Boris Èjhenbaum, Roman Jakobson, Grigorij Vinokur. Il formalismo si è poi suddiviso in due distinti movimenti: l’OPOJÂZ (Obscestvo Izučeniâ Poetičeskogo Âzyka – La Società per lo studio del linguaggio poetico) a San Pietroburgo e il Circolo linguistico a Mosca. I formalisti più estremisti ritenevano che la forma avesse un valore preponderante rispetto al contenuto semantico, e che quindi il testo andasse analizzato esclusivamente nei suoi aspetti formali. In questo modo viene rovesciato il concetto stesso di «contenuto».

La traduzione di un testo così fortemente teorico, riguardante un argomento poco diffuso, mi ha portato ad avere diverse difficoltà nella sua traduzione, ho quindi deciso di effettuare un’analisi traduttologica, in cui descriverò i problemi riscontrati nella traduzione.

Qui di seguito verranno quindi suddivisi in punti e trattati i problemi da me affrontati. La suddivisione non rispecchia l’ordine in cui sono apparsi i problemi, ma è volta ad racchiudere in categorie le problematiche riscontrate.

1.2 Traducibilità Culturale

«People sometimes forget that an interpreter must translate not just from language to another but from one culture to another. Sometimes, the equivalent idea simply does not exist in both cultures» (Jurga Zilinskiene, titolare dell’agenzia Today Translations)

La differenza culturale ha infatti un’importanza estremamente rilevante ai fini della traduzione. È bene sottolineare infatti che Zuzana Jettmarová non è di madrelingua inglese. La scelta di scrivere in lingua inglese deriva dal desiderio di riuscire a diffondere le teorie dello strutturalismo ceco e slovacco fino ad ora relegate all’interno di un ambiente poco conosciuto, la cui lingua ne ha impedito la diffusione. Questo comporta che l’autrice in prima persona abbia dovuto trasformare il proprio concetto mentale in un testo scritto, non nella sua lingua madre, ma in inglese. Zuzana Jettmarová quindi non è solo autrice di questo testo, ma anche traduttrice. Il processo traduttivo lascia dietro di sé dei residui ai quali si aggiunge una differenza culturale tra la lingua del testo mentale e quella del testo scritto. La cultura è:

un complesso di idee, di simboli, di azioni e di disposizioni storicamente tramandati, acquisiti, selezionati e largamente condivisi da un certo numero di individui, mediante i quali questi ultimi si accostano al mondo in senso pratico e intellettuale (Fabietti 2004: 12).

Come si può ben capire da questa affermazione la cultura è un elemento di fondamentale importanza nella stesura di un testo, e ancora più importante nella sua traduzione. Ciò che per l’autore e per la sua cultura risulta scontato, può non esserlo per la cultura ricevente. Nel testo da me tradotto vi sono esempi, in cui si nota l’influenza culturale dell’autrice nel momento in cui ha dovuto stendere il testo, quindi nel passaggio dal ceco all’inglese, in quanto alcuni concetti/termini dati quasi per scontati, in realtà non lo sono per il lettore modello pensato dall’autrice. Il significato dei termini in questione sono infatti noti a quella fascia di lettori con un’istruzione semiotica alle spalle, ma per il lettore occidentale tali termini sono pressoché sconosciuti. Vi sono anche esempi in cui un determinato termine presenta un traducente diverso da quello inteso dall’autrice, proprio per le diverse influenze culturali dell’autore e del lettore.

Parlando concretamente analizzerò due esempi in particolare: il termine translativity e il concetto di literary translation, ovvero la differenza tra la traduzione artistica e la traduzione letteraria.

Inizialmente il termine «translativity» è stato da me erroneamente tradotto con il termine «traducibilità», mentre in realtà la traduzione corretta del termine è «traduzionalità». Il traducente inglese per «traducibilità»è  «translatability»: con questa parola si intende «la possibilità di sostituzione strutturale e culturale o funzionale e semantica, oltre che espressiva, degli elementi linguistici del prototesto con quelli del metatesto. La sostituzione funzionale è ottenuta nel metatesto mediante cambiamenti stilistici». (Popovič  2006:174)

La traduzionalità invece è la relazione comunicativa nella catena di comunicazione tra l’autore del prototesto e il ricevente del metatesto; a seconda del grado di traduzionalità di un testo, il lettore si rende più o meno facilmente conto che si tratta di un testo tradotto. La traduzionalità si realizza nel testo come aspettativa del lettore riflessa dalle opposizioni dialettiche versus metatesto, attualizzazione versus esotizzazione, storicizzazione versus modernizzazione. La traduzionalità si riflette nello stile deltesto e ha carattere semiotico di modellizzazione (Popovič  2006:174)

Quello che mi ha portato in errore nella traduzione del termine translativity è il fatto che culturalmente parlando, il termine è quasi praticamente sconosciuto, mentre può essere considerato parte integrante del vocabolario di uno studioso slavo con alle spalle degli studi linguistici. L’argomento della traduzionalità infatti, viene trattato all’interno del testo da me tradotto, senza alcuna spiegazione a riguardo, è dato quindi per scontato che il lettore sappia di cosa si sta parlando, mentre per quanto mi riguarda è stato necessario un approfondimento per coglierne il significato. Anton Popovič e Jiři Levý invece nelle loro pubblicazioni affrontano ampiamente il tema.

Passando ora al secondo esempio, in inglese parlando di literary translation ci si riferisce alla: translation of literary works (novel, short stories, plays, poems, etc). If the translation of non-literary works is regarded as a skill, the translation of fiction and poetry is much more of an art. (WordIQ Dictionary).

Quando Zuzana Jettmarová utilizza questo termine si riferisce alla «traduzione artistica» mentre noi ci riferiamo alla «traduzione letteraria». Nonostante questa differenza concettuale ho deciso di mantenere come traduzione  il termine «traduzione artistica». Ora cercherò di spiegare le differenze concettuali dello stesso termine (literary translation) nella mia cultura e in quella dell’autrice, in modo da poter esporre la mia scelta traduttiva difronte a questo problema.

Nella concezione italiana la traduzione artistica è un aspetto della traduzione letteraria, un approccio traduttivo al genere letterario in cui si presta particolare attenzione al mantenimento di espressioni e figure retoriche, nonché l’inconfondibile traccia personale del traduttore. Ma come già detto è semplicemente un aspetto della traduzione letteraria ed è quindi legato ad essa, questo non  significa che sia l’unico modo per tradurre un testo letterario, in quanto ad esempio in un testo poetico, si può decidere di applicare una traduzione artistica, rimanendo fedele alle rime e alla metrica e alle figure retoriche, modificando però in modo consistente il significato originale, oppure si può optare per una tipo traduzione in cui si tralascia questa fedeltà per una nei confronti del significato originale del testo.

Con il termine «traduzione letteraria» invece si identificano tutte quelle traduzioni fatte nell’ambito editoriale e non settoriale specialistico.

Per quanto riguarda la cultura dell’autrice si potrebbe dire che il concetto sia pressoché l’opposto. Inizialmente vi erano due tipi di testo: i testi artistici e i testi non-artistici (ossia i testi riguardanti la letteratura specialistica scientifica). Verso gli anni Cinquanta alcuni specialisti della seconda tipo hanno cominciato a considerare la traduzione solo dal punto di vista linguistico, ritenendo che il comune denominatore dei testi artistici e non fosse proprio la loro natura linguistica. In questo modo la traduzione dei testi artistici viene trattata come un caso particolare del concetto di «traduzione» e quindi analizzata come campo specifico. Questa concezione non ha però incontrato l’appoggio della maggior parte dei traduttori di testi artistici, i quali ritenevano che «sottolineando la natura linguistica del processo traduttivo, gli autori citati ignoravano la sua natura creativa e si sono impegnati nel ridar vita, sulla base della traduzione adeguata, all’antica concezione estetica della traduzione del testo artistico.» (Lûdskanov 2008:18) Hanno sviluppato così una concezione diversa di traduzione chiamata «concezione teorico-letterario».

Si può così notare che il concetto di «traduzione artistica» per l’autrice viene generalizzato nell’inglese perdendo così il carico di significato culturale inteso dall’autrice e nel cercare di riportare il testo in italiano ho quindi avuto un ulteriore ostacolo culturale e ho deciso di tradurre il termine literary translation con «traduzione artistica», proprio per rimanere fedele all’autrice e per mettere in risalto la differenza culturale, donando così nuovamente il carico di significato culturale andato perso nell’inglese.

1.3 Traducibilità Settoriale

Dopo una prima lettura, mi sono resa conto che la mia inesperienza riguardo alla traduzione di questo tipo di testi mi avrebbe portato ad avere difficoltà nell’uso di una terminologia corretta. All’interno del testo ho trovato molti termini settoriali di cui non conoscevo il significato. Alcuni dei termini che più mi hanno creato problemi sono stati:

• genre

• markedness

• trasduction

Qui di seguitò darò una definizione dei termini appena citati, per poi spiegare cosa mi ha causato dei problemi e come li ho risolti.

GENRE: Il termine «genre» deriva dal francese. È un termine ampiamente utilizzato nella retorica, teoria del testo e in tempi più recenti anche nella linguistica, per fare riferimento a un determinato genere di testo. Solitamente la definizione di «genre» si basa sul concetto che costituisca una convenzione particolare condivisa da un gruppo di testi riguardante il contenuto e/o la forma. È però difficile definire un particolare genere in termini di sufficienti proprietà testuali e necessità. Spesso accade infatti che mentre si identifica un determinato «genre» per la forma, questo sia diverso per il contenuto. È facile trovare  eccezioni ed è quindi altrettanto difficile, non essendoci regole fisse, riuscire a dare una definizione esatta del termine. Tradizionalmente, soprattutto nella letteratura si tende a considerare il «genre» come un insieme di forme fisse, ma allo stesso tempo la teoria enfatizza la dinamicità delle forme e delle funzioni. Persino l’ordine gerarchico è soggetto a continui cambiamenti. Vista quindi la sua dinamicità, anche la definizione stessa di «genere testuale» è relativa.

Per quanto riguarda la semiotica, il «genre» può essere considerato un codice condiviso, sotto forma di tacito contratto tra l’autore del testo e il lettore.

 

MARKEDNESS: Caratteristica che fa sì che una parte del testo risalti in confronto al contesto o al co-testo, si differenzi dall’enunciato nella forma in cui ce lo si potrebbe facilmente aspettare. Può essere lessicale (per esempio un salto di registro), sintattica (dislocazioni, frasi scisse) stilistica, grafica.

Il termine venne introdotto da  Roman Jakobson, che si occupò per primo dell’opposizione tra marcatezza e non-marcatezza nel 1921. Il suo obiettivo era quello di creare una teoria di significato generale, evidenziando le differenze principali tra il significato generale e contestuale nella morfologia e nella semantica. Il concetto di «marcatezza» è importante nella scienza della traduzione, perché mentre si traduce è necessario riconoscere la marcatezza delle caratteristiche del prototesto al fine di poterle mantenere nel metatesto.

 

SALIENCE:  is the state or condition of being prominent.

Nella semiotica il termine «salience» si riferisce alla relativa importanza o prominenza di un testo o di un segno. Quando si considera la «salience» relativa a un segno particolare in un contesto di altri segni, questa aiuta a classificare velocemente la grande quantità di informazioni in ordine di importanza e quindi a prestare attenzione a ciò che è più importante. Questo processo impedisce a un individuo di essere sovraccarico di informazioni.

In riferimento alla scienza della comunicazione la «salience» viene utilizzata come metro per valutare quanto una percezione prominente o rilevante coincida con la realtà.

 

Per quanto riguarda il termine «genre» ho pensato di tradurlo con il termine «genere», trovandolo però troppo generale, come si può ben notare dalla definizione sopra fornita, ho ritenuto necessario apportare un’aggiunta e ho quindi infine tradotto il termine con «genere testuale». In questo modo sono riuscita a essere più specifica agevolando il lettore nella comprensione del testo.

In riferimento al termine «markedness», una volta compreso il suo significato ho trovato un traducente settoriale adeguato così da poter infine tradurre il termine con «marcatezza».

Mi sono posta un problema relativo alla traduzione del termine «salience», in quanto tradurlo con importanza avrebbe potuto essere riduttivo e avrebbe persino potuto dare adito a fraintendimenti all’interno del testo, in quanto spesso nel testo, accanto al termine «salience» si trovava il termine «important», tradurre entrambi con «importanza» e «importante» avrebbe provocato confusione nel lettore e sarebbe stato più difficile comprendere il testo. Queste ragioni mi hanno portato a scegliere il traducente «prominenza» per tradurre il termine «salience».

1.4 Traducibilità non Settoriale

In questo capitolo mi occuperò invece dei problemi traduttivi riscontrati nei termini non settoriali. Alcuni termini, non sono linguistici, bensì termini settoriali di un altro/i settore/i, che vengono “presi in prestito” dal settore linguistico per poter meglio spiegare alcuni concetti. Questo vale per i termini «modelling» e «transduction».

Il termine «transduction» da me tradotto con trasduzione è solitamente usato nel campo della genetica e della biofisica. In campo genetico, la trasduzione è il processo attraverso il quale il DNA viene trasferito da un batterio a un altro tramite un virus.  Si riferisce inoltre a un processo per mezzo del quale un DNA estraneo può essere introdotto in un altra cellula tramite un virus che funge da vettore. È un mezzo comune usato dai biologi molecolari per inserire stabilmente un gene estraneo nel genoma di una cellula ospitante. Quando i batteriofagi (i virus che infettano i batteri) infettano una cellula batterica, il loro normale metodo di riproduzione prevede di sfruttalre il sistema di replicazione, trascrizione e traslocazione della cellula batterica ospitante per creare numerosi virioni, o completare particelle virali.mentre in biofisica la trasduzione è il processo per mezzo del quale un trasduttore accetta energia sotto una determinata forma e la restituisce energia correlata in una forma diversa, come la trasduzione onde acustiche sottoforma di voltaggio del microfono.

Entrambi gli usi di questo termine si riferiscono a una sorta di passaggio da un determinato elemento a un altro. Ed è proprio uno spostamento quello che intende  Doležel quando parla di «trasduzione» nel tempo e nello spazio: la percezione che si ha dello stesso messaggio viene influenzata  dalla distanza di tempo e da un differente spazio cosicché il messaggio viene percepito in modo diverso.

Questa relazione mi ha portato a usare il termine «trasduzione» sebbene non appartenesse a questo settore.

Per quanto riguarda il termine «modelling» invece, la sua definizione inglese è molto generica e il suo uso è comunque applicato ad altri settori:

modelling:

1. (Fine Arts & Visual Arts / Art Terms) (Non-sporting Hobbies / Modelmaking & Model Railways) the act or an instance of making a model

2. (Clothing & Fashion) the practice or occupation of a person who models clothes

3. (Psychiatry) a technique in psychotherapy in which the therapist encourages the patient to model his behaviour on his own

 

Mi è stato quindi difficile capire come tradurre il termine. Inizialmente lo avevo tradotto con «modellatura». La definizione di questo termine però non era appropriata, in quanto significa: conferimento o assunzione di una determinata forma.

Nel testo invece si parla ad esempio di

«modelling of hierarchically more complex structures (processes and products) yields models readily applicable to less complex structures.»

Quindi il termine «modellatura» non era adatto.

Il termine corretto da usare è «modellizzazione». Con tale termine si intende quel processo cognitivo che porta alla costruzione di un modello di un sistema fisico o processo reale attraverso l’applicazione dei principi basilari di una teoria.

La modellizzazione di un sistema fisico non è un’attività puramente mentale in quanto prevede l’interazione con oggetti reali nelle attività di osservazione e sperimentazione.

Newton, pur senza utilizzare i termini «modello» e «modellizzazione», è stato il primo che ha seguito tale approccio, chiamato modellizzazione Newtoniana.

Il termine «modellizzazione» viene utilizzato anche in campo matematico, rappresenta il processo che  consente di selezionare particolari aspetti di una  realtà (un fenomeno fisico, una situazione in campo  economico, un fenomeno naturale), di rappresentarli con i linguaggi della logica, stabilendo delle relazioni di tipo matematico.

Da queste definizioni si può notare che «modellizzazione» è il termine che più corrisponde a ciò che vine detto nel testo da me tradotto.

Vi sono altri termini invece dove non settoriali, appartenenti al linguaggio comune che mi hanno però creato problemi nella traduzione, in quanto un solo termine inglese può presentare più traducenti italiani, ed è opportuno individuare il traducente corretto a seconda del contesto. In questo caso, il termine che mi ha creato maggiori problemi è stato il termine «language» i cui traducenti possono  essere sia «lingua» che «linguaggio». Mi pare opportuno quindi dare la definizione del termine «language» per poi spiegare le differenze tra «lingua» e «linguaggio».

Secondo il Cambridge learner’s Dictionary (second edition) il termine «language» ha 4 significati:

1. COMMUNICATION [U] communication between people, usually using words.

2. ENGLISH/SPANISH/JAPANESE ETC [C] a type of communication used by the people of a particular country

3. TYPE OF WORDS [U] words of a particular type, especially the words used by people in a particular job

4. COMPUTERS [C,U] a system of instructions that is used to write computer programs

 

Secondo il dizionario Garzanti le definizioni di «lingua» e «linguaggio» sono:

LINGUA: sistema fonematico, grammaticale e lessicale per mezzo del quali gli appartenenti a una comunità comunicano tra loro.

LINGUAGGIO: facoltà degli esseri umani di comunicare tra loro per mezzo della lingua; la facoltà di esprimersi usando un qualsiasi sitema; l’insieme dei mezzi espressivi e stilistici propri di una determinta arte.

 

Si può quindi dedurre che per la lingua inglese il termine «language» comprende entrambi i traducenti italiani, ossia in questo caso la lingua inglese è generalizzante rispetto a quella italiana, che «offe la possibilità di distinguere senza specificazioni ulteriori la distinzione tra il termine più specifico «lingua» (con cui di norma s’intendono le lingue naturali) e il più generico «linguaggio», con cui s’intendono tutti i linguaggi, anche artificiali ed extratestuali, nel cui novero figurano anche quelli naturali, o lingue» (Bruno Osimo: Manuale del traduttore  2008:209).

Una citazione di Saussure a parer mio definisce bene la differenza tra «lingua» e «linguaggio»:

Ma che cos’è la lingua? Per noi, essa non si confonde con linguaggio; essa non ne è che una determinata parte, quantunque, è vero, essenziale. Essa è al tempo stesso un prodotto sociale della facoltà del linguaggio ed un insieme di convenzioni necessarie, adottate dal corpo sociale per consentire l’esercizio di questa facoltà negli individui. Preso nella sua totalità, il linguaggio è multiforme ed eteroclito; a cavallo di parecchi campi, nello stesso tempo fisico, fisiologico, psichico, esso appartiene anche al dominio individuale e al dominio sociale; non si lascia classificare in alcuna categoria di fatti umani, poiché non si sa come enucleare la sua unità. [...]Separando la lingua dalla parole, si separa a un sol tempo: 1. ciò che è sociale da ciò che è individuale; 2. ciò che è essenziale da ciò che è più o meno accidentale. [...]Il legame che unisce il significante al significato è arbitrario o ancora, poiché intendiamo con segno il totale risultante dall’associazione di un significante a un significato, possiamo dire più semplicemente: il segno linguistico è arbitrario.[…]

(F. de Saussure 1967: 19, 23-24, 83-93).

Una volta colta la differenza tra i due termini sono stata in grado di capire quando tradurre «language» con «lingua» e quando con «linguaggio».

 

 

2. Traduzione

 

 

Czech and Slovak Structuralism – Past and Present

When Jiří Levý published his České theorie překladu (Czech Theories of Translation) in 1957 and his pioneering Umění překladu (The Art of Translation) in 19631, he had a fully-fledged theoretical and methodological framework at his disposal – Prague Structuralism as it haddeveloped during its Classical period (mid 20s – late 40s) and after, as well as the Czech tradition of informed thinking about and discussions of translation functions and methods during the period between the late 19th and early 20th century. Outside his country, isolated behind the ‘iron curtain’, Prague Structuralism continued to be widely misinterpreted, being equated with Russian Formalism and so doomed to oblivion with the advent of post-structuralism. However, the reality was different. While in the 30s and in the post-WWII period Prague influenced not only European linguistic structuralism but also modern linguistics generally, misunderstandings may have arisen from the following two facts: (1) the incorrect assumption that the Russian formalist Roman Jakobson, an important figure in the Czech Classical period, represented once and for all the entirety of what is called Prague Structuralism2; and (2) the wrong assumption that Prague structuralism had been linked with French structuralism, and so both were discarded by post-structuralism in the mid 70s.

This is why one may encounter the surprising claim that “Many of the theoretical ideas and methods of analysis advanced in the post-structuralist period were introduced in the structuralist thought of the Prague School.” (Doležel 2000b: 634)

Identifying post-structuralism with a period in Western intellectual history rather than with a particular ontological or epistemological stance,

 

 

Lo strutturalismo ceco e slovacco – passato e presente.

Quando Jiří Levý pubblicò České theorie překladu (Teorie ceche della traduzione) nel 1957 e il pionieristico Umění překladu (L’arte della traduzione) nel 19631 aveva a disposizione un sistema teorico e metodologico completo: lo strutturalismo praghese così come si era sviluppato durante il periodo classico (metà degli anni Venti fino alla fine degli anni Quaranta) e successivamente, così come la tradizione ceca di una riflessione dotta sulle funzioni e i metodi della traduzione tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

Al di fuori del suo paese, isolato dietro una cortina di ferro, lo strutturalismo praghese continuava ad essere ampiamente mal interpretato, poiché veniva equiparato al formalismo russo e pertanto condannato all’oblio con l’avvento del post-strutturalismo. Tuttavia la realtà era diversa. Sebbene negli anni Trenta e nel secondo periodo post-bellico Praga non influenzasse soltanto lo strutturalismo della linguistica europea, ma anche la linguistica moderna in generale, le incomprensioni possono essere sorte a causa di due fattori: (1) la supposizione inesatta secondo la quale il formalista russo Roman Jakobson, una figura importante all’interno del periodo classico ceco, rappresentasse una volta per tutte l’insieme di ciò che veniva chiamato strutturalismo praghese2; (2) la supposizione errata secondo la quale lo strutturalismo  praghese fosse collegato a quello francese e così vennero entrambi messi da parte dal post strutturalismo alla metà degli anni Settanta.

Ecco perché qualcuno può imbattersi nella sorprendente affermazione «molte delle idee teoretiche e dei metodi di analisi avanzati nel periodo post-strutturalista sono stati introdotti nella corrente di pensiero strutturalista della scuola di Praga» (Doležel 2000b: 634).

Identificando il post-strutturalismo con un periodo della storia intellettuale occidentale piuttosto che con un particolare posizione ontologico o epistemologico,

Doležel (2000b: 634) points out that there is no historical continuity between Prague and French structuralism:

In the minds of many Western theorists, structuralism is associated with French structuralism; therefore, post-structuralism is commonly understood as a theoretical challenge to French structuralism. But the identification of structuralism with its French manifestation is a distortion of an aspect of twentieth century intellectual history. The term structuralism was coined when the concept of structuralism was formulated in Prague in the late twenties. French structuralism ignored this legacy.

This means that there was one road leading from Russia to the pre-war Prague centre ofstructuralist linguistics, aesthetics and poetics, and another one leading to post-war Paris. This also explains, as Doležel (2000b: 635) remarks, that Jakobson, considered a hero of French structuralism, was also considered as a direct link between Russian Formalism and French structuralism. Consequently, the resulting Prague and Paris paradigms were different from each other in spite of having had the ‘Jakobsonian Connection’, but at different times and in different circumstances.

Volek (2005: 296) notes that while French structuralist poetics concentrated on the code and also, in the early 60s, on the text as a carrier of potential meanings, the domain of Prague structuralist poetics was the dimension of text both as an artefact and as a work of art3 embedded in its historical context of reception and with its contextual effects; hence the origin of dynamic Prague concepts such as norms and values. Post-structuralism thus reacted to French structuralism only, while on the other hand French structuralism itself regarded Czech structuralism as a pre-structuralist phenomenon.4 This is also why the Derridean différence, based on the Saussurean linguistic systemic ‘value’,

 

 

Doležel (2000b: 634) evidenzia la mancanza di continuità storica tra lo strutturalismo praghese e quello francese:

nella mente di molti teorici occidentali, lo strutturalismo è associato allo strutturalismo francese; pertanto il post-strutturalismo viene comunemente inteso come una sfida teorica  allo strutturalismo francese. Ma identificare lo strutturalismo con la sua espressione francese è una distorsione di un aspetto della storia intellettuale del Novecento. Il termine strutturalismo è stato coniato quando il concetto di strutturalismo venne formulato a Praga verso la fine degli anni Venti. Lo strutturalismo francese ignora questo retaggio.

Questo significa che c’era solo una strada che prima della guerra conduceva dalla Russia al centro praghese della linguistica, estetica e poetica strutturali e un’altra che conduceva, dopo la guerra, a Parigi. Questo spiega anche, come fa notare Doležel, che jakobson, considerato un eroe dello strutturalismo francese, era anche considerato un collegamento diretto tra il formalismo russo e lo strutturalismo francese. Di conseguenza i paradigmi praghese e parigino che ne risultavano erano diversi l’uno dall’altro nonostante avessero avuto una “Jakobsonian Connection”, seppur in tempi e circostanze diversi.

Volek (2005:296) osserva che mentre la poetica dello strutturalismo francese si concentrava sul codice e anche, nei primi anni Sessanta, sul testo in quanto portatori dei significati potenziali, il campo della poetica strutturale praghese era la dimensione del testo sia come artefatto sia come opera d’arte3 integrata nel suo contesto storico della recezione e con i suoi effetti contestuali; scuola di Praga come «norme» e «valori». Il post-strutturalismo così fu una reazione soltanto allo strutturalismo francese, mentre dall’altro lato lo strutturalismo francese stesso considerava lo strutturalismo ceco come un fenomeno pre-strutturalista4. Questo è anche il motivo per cui la différence di Derrida, basata sul “valore” sistemico linguistico Saussureano,

 

based on the Saussurean linguistic systemic ‘value’, was miles away from the Czech concept of ‘meaning’ embedded in the context of communication.

It is true that the Classical period of Prague structuralism, also called semiotic or structural aesthetics as one of its branches represented the semiotics of art (the other branch was linguistic), was officially discontinued at the end of the 40s by the communist regime. The beginnings of this first period date back to the establishment of the Prague Linguistic Circle in 1926 and its Prague Theses presented in 1929 under the initiatives of such prominent figures as Vilém Mathesius, the Russian emigré Roman Jakobson, Bohuslav Havránek, Jan Mukařovský and many others. These four names are associated with the exceptional and forward-looking nature of Prague structuralism: Mathesius was a Czech linguist, conceiving his structuralist thoughts as early as in 1911, Jakobson was a Russian formalist – a linguist also involved in literary theory5, Havránek was a linguist involved in Slavic studies, and Mukařovský, perhaps the most important contributor to the development of Prague semiotics, was an outstanding personality in literary studies and aesthetics.

In the 1920s, Prague was also a meeting point for scholars from diverse disciplines and countries. This is why Prague structuralism is the result of numerous absorptions – the Czech aesthetic and linguistic tradition, Russian formalism, Saussurean linguistics, Bühler’s Organonmodel, Husserl’s phenomenology, Durkheim’s sociology, Carnap’s logic, etc.6 In 1939, with the advent of the Nazi regime and the German occupation of Czechoslovakia, Jakobson as a Jew fled to Sweden and then to the US where he continued his activities at

Harvard.

Although the Prague Circle was suspended and structuralism repressed from the early 50s as it was found incompatible with Marxist ideology, especially with its vulgarized version presented by Stalin, its development during the 50s was only slowed down, but not discontinued. Conditions were more relaxed for linguists (although they were required to follow the lines of Marxian linguistics) than for theoreticians of art:

era ben lontana dal concetto ceco di «significato» inglobato nel contesto della comunicazione.

È vero che il periodo classico dello strutturalismo praghese, conosciuto anche come estetica semiotica o strutturale in quanto uno dei suoi rami rappresentava la semiotica dell’arte (l’altro riguarda la linguistica), era stato ufficialmente interrotto alla fine degli anni Quaranta dal regime comunista. Gli inizi di questo primo periodo risalgono alla fondazione del Circolo linguistico di Praga nel 1926 e delle relative Tesi praghesi presentate nel 1929 su iniziativa di personaggi rilievo come Vilém Mathesius, l’esule russo Roman Jakobson, Bohuslav Havrànek, Jan Mukařovoský e molti altri. Questi quattro nomi sono associati all’eccezionale e progressista spirito d’avanguardia dello strutturalismo praghese: Mathesius era un linguista ceco, che aveva concepito i suoi pensieri strutturalisti già nel 1911, Jakobson era un formalista russo – un linguista impegnato anche nella teoria del testo5,  Havrànek era un linguista impegnato nella slavistica mentre  Mukařovoský, forse colui che ha dato il maggior contributo allo sviluppo della semiotica praghese, era una personalità prominente negli studi letterari e dell’estetica.

Negli anni Venti Praga rappresentava anche un punto di incontro per studiosi di varie discipline e paesi. È per questo motivo che lo strutturalismo praghese è il risultato di numerose assimilazioni: la tradizione ceca dell’estetica e della linguistica, il formalismo russo, la linguistica di Saussure, il modello del sistema epistemologico di Bühler, la fenomenologia di Husserl, la sociologia di Durkheim, la logica di Carnap ecc6. Nel 1939 con l’avvento del regime nazista e dell’occupazione tedesca della Cecoslovacchia, Jakobson, in quanto ebreo, fuggì in Svezia e successivamente negli Stati Uniti, dove continuò le sue attività alla Harvard.

Nonostante il circolo di Praga fosse stato sospeso e lo strutturalismo represso a partire dai primi anni Cinquanta, in quanto ritenuto incompatibile con l’ideologia marxista, specialmente nella versione volgarizzata propugnata da Stalin, il suo sviluppo durante gli anni Cinquanta fu soltanto rallentato, ma non interrotto.

 

Conditions were more relaxed for linguists (although they were required to follow the lines of Marxian linguistics) than for theoreticians of art:

art was to service the new Czechoslovak society in tune with the Soviet ideology, based on Marxism-Leninism and the method of socialist realism. Literature was seen as a prominent art form for mass conversion to Marxist ideology and the education of the masses. Now that domestic production was being aided by the influx of translations from Russia, this highlighted the need for the institutionalization of controlled and regulated translator practices and training, as well as for translation theory. And this is where Levý, the founder of Czechoslovak translation studies, came in.

Structuralism was revived in the 60s by the second generation, then suppressed in the 70s – 80s, and again revived in the early 90s by the third generation of Prague structuralists. All intermittent periods of suppression were accompanied by an exodus7 of Prague structuralists who continued their work at universities in the US, Canada, Germany, Switzerland and elsewhere. To make the picture more realistic – it was in fact only the first half of the 50s and the 70s that were tough periods for Prague semioticians – easier for their colleagues in linguistics.

Deconstruction, as a prominent poststructuralist trend, with its undermining poststructuralist metaphysical logocentrism, shares some common features with Prague school structuralism of the 40s thanks to its links with Russian formalism and the avantgarde (cf. e.g. Derrida’s deautomatization and Mukařovský’s deformation). But apart from the deconstructivist antilogocentric epistemology and its poetological practice, i.e. analysis, that does not fully comply with this epistemology, Doležel (2000b: 639) notes some other fundamental differences, e.g. that Prague posited a polyfunctional language adapted to the diverse communicative needs of society, while Derridean language was monofunctional and thus all social communication was to be conducted in poetic language.

 

arte significava servire la nuova società cecoslovacca conformemente all’ideologia sovietica, basata sul marxismo-leninismo e sul metodo del realismo socialista. La letteratura era vista come una forma d’arte importante per la conversione di massa all’ideologia marxista e all’istruzione delle masse. Ora che la produzione nazionale era stata favorita dall’afflusso di traduzioni dalla Russia, divenne evidente il bisogno di un’istituzionalizzazione della pratica e della formazione controllata e regolata del traduttore così come della teoria traduttiva. Ed è qui che entra in gioco Levý, il fondatore della scienza della traduzione cecoslovacca.

Lo strutturalismo venne riportato in auge negli anni Sessanta dalla seconda generazione, poi soppresso negli anni Settanta-Ottanta e riportato nuovamente in auge agli inizi degli anni Novanta dalla terza generazione degli strutturalisti praghesi. Tutti i periodi intermittenti di repressione furono accompagnati dall’esodo7 degli strutturalisti praghesi che continuarono il loro lavoro presso le università statunitensi, canadesi, tedesche, svizzere e altrove. Per rendere l’immagine più realistica, solo la prima metà degli anni Cinquanta e gli anni Settanta sono stati periodi duri per i semiotici praghesi, mentre sono stati più semplici per i loro colleghi linguisti.

La decostruzione, come importante tendenza post-strutturalista con il suo debilitante logocentrismo metafisico post-strutturalista, possiede alcune caratteristiche in comune con la scuola strutturalista praghese degli anni Quaranta grazie al suo collegamento con il formalismo russo e l’Avant-garde ( si veda per esempio la «de-automatization» di Derrida e «deformazione» di Mukařovoský).  Ma oltre all’epistemologia decostruttiva e anti-logocentrica e la sua pratica poetologica, ossia l’analisi, che non è completamente conforme con questa epistemologia, Doležel (2000b: 639) segnala altre differenze fondamentali, come per esempio che Praga postulava un linguaggio polifunzionale adattato alle varie esigenze di comunicazione della società, mentre il linguaggio Derridano era monofunzionale e quindi tutte le comunicazioni sociali vanno portate avanti nel linguaggio poetico.

 

Pragmatics is another poststructuralist trend, which, however, does not deny the logocentric basis of human cognition but strives to overcome the limitations of structuralism by linking signs to their socio-cultural, cognitive and other environments.

In making his comparison between Prague structuralism and pragmatics, Doležel (2000b: 639) categorizes pragmatics into three types: (1) indexical, (2) interactive and (3) ideological. Indexical pragmatics represents the classical type introduced by Bühler and Morris, with established relationships between messages and their users, between signs and their interpreters. The interactive type represents the relationship between communicative practices and humans in (inter)action (cf. theories of human/literary communication, speech-act theory etc.). The two types of pragmatics were inherent parts of Prague structuralism already in its Classical period. The official name for its semiotic literary branch was theory of literary communication; however, the general principle of Prague functionalism (including its purely linguistic branch) rested on the communicative function of elements in the message together with the hierarchy of communicative functions of the message as a whole, in a particular communicative use and context. This is where Levý’s theory and model of translation, as well as his analytical method, derive from. Levý’s approach was adopted by Popovič who pointed out its methodological advantages over the descriptive poetics of the time, in terms of bridging the gap between description and explanation (1975: 50):

 

What was missing was a view on translation as both text in communication and communication in text; this means a new dynamic view of literary activity in translating. The communication aspect casts light on new, unknown processes taking place during the course of the realization8 of an artistic text.

 

Doležel (2000b: 641) points out a striking difference: while during the western poststructuralist era, in isolated Czechoslovakia, scholars like Jiří Levý, Miroslav Procházka and members of the Nitra school (e.g. Anton Popovič and František Miko)

La pragmatica è un’altra tendenza post-strutturalista, che, tuttavia, non nega le basi logocentriche della cognizione umana ma si sforza di superare i limiti dello strutturalismo collegando i segni ai loro ambienti socio-culturali, cognitivo e altri. Paragonando lo strutturalismo praghese e la pragmatica,  Doležel (2000b: 639) classifica la pragmatica in tre tipi: (1) indicale, (2) interattiva e (3) ideologica. La pragmatica indicale rappresenta il tipo classico introdotto da Bühler e Morris, con relazioni stabilite tra i messaggi e i loro utenti, tra i segni e i loro interpreti. Il tipo interattivo rappresenta la relazione tra la pratica comunicativa e le (inter)azioni umane (vedi: teorie della comunicazione umana/letteraria, le teorie dell’atto discorsuale ecc.). I due tipi di pragmatica erano parti integranti dello strutturalismo praghese già nel periodo classico. Il nome ufficiale del il ramo della semiotica letteraria era teoria della comunicazione letteraria; tuttavia, il principio generale del funzionalismo praghese (incluso il ramo puramente linguistico) si basa sulla funzione comunicativa degli elementi nel messaggio insieme alla gerarchia delle funzioni comunicative del messaggio come insieme, in un particolare uso e contesto comunicativo. Da qui deriva la teoria e il modello di traduzione di Levý così come il suo metodo analitico. L’approccio di Levý è stato adottato da Popovič, il quale mette in evidenza i suoi vantaggi metodologici rispetto alla poetica descrittiva del tempo, per quanto riguarda il divario tra la descrizione e la spiegazione (1975: 50;  40 versione italiana):

Non erano presenti il concetto di «traduzione» come testo nella comunicazione e il concetto di comunicazione nel testo, e quindi mancava lo sguardo dinamico sul concetto di processo traduttivo. L’aspetto comunicativo mette in luce i processi che si verificano con la realizzazione8 del testo

Doležel (2000b: 641) evidenzia una differenza sorprendente: poiché durante l’era post-strutturalista occidentale, nell’isolata Cecoslovacchia, studiosi come Jiří Levý, Miroslav Procházka e i membri della scuola di Nitra (ad esempio: Anton Popovič e František Miko)

 

further advanced the literary communication theory on the Prague Classical foundations, and thus preserved its continuity, the conception of literary communication in western post-structuralism started with the wholesale rejection of the structuralist heritage.

Doležel explains this difference by pointing to the fact that Prague structuralism started with functional linguistics, transformed as early as the 30s – 40s into functional stylistics, which included both poetic and non-poetic types of language use. In other words, the Prague functional theory of communication, or language use, easily subsumed the study of literary poetics as well as the study of non-poetic discourses; this is why the specificity of literature could have been moved from language to language use. Sládek (2005: 160-161) sees another parallel dichotomy between structuralisms in the conception of structure; while poststructuralism, in its reaction to French structuralism, advocates open structures and instability of meaning, already in the 30s and 40s Mukařovský (1946, in 2000: 27) held to the concept of open structure, seeing it as a dynamic, energetic whole of dialectic contradictions; a structure was conceived of as a networked set of components, whose inner equilibrium is in turns constantly being disrupted and then re-established again, and therefore manifesting itself as a set of dialectic contradictions, i.e. while the identity of a structure is what survives over time, its internal hierarchical composition and the interrelationships of its components are in constant change due to reception processes. The structure as a whole is accessible to an observer only through its manifestations and functions.

This also means that readers/receivers themselves are an open, changing system, and so is the meaning of a message when it is undergoing the process of semiosis during reception, i.e. when becoming established as a semantic structure in the reader’s mind. But in contrast with extreme subjectivism and existential scepticism, Mukařovský and Prague structuralists seek objectivity on the level of supra-individuality, that is in collectivity or intersubjectivity, on which any communication is based.

 

hanno ulteriormente avanzato la teoria della comunicazione letteraria sulla base del periodo classico praghese e perciò preservato la sua continuità; la concezione della comunicazione letteraria nel post-strutturalismo occidentale è iniziata con il totale rifiuto dell’eredità strutturalista.

Doležel spiega questa differenza riferendosi al fatto che lo strutturalismo praghese è iniziato con la linguistica funzionale, trasformatasi già negli anni Trenta-Quaranta in stilistica funzionale, che include sia i tipi poetici e non dell’uso della lingua. In altre parole la teoria della comunicazione, o uso della lingua, funzionale praghese contemplava facilmente sia lo studio della poetica letteraria sia lo studio dei discorsi non-poetici; ecco perché la specificità della letteratura poteva essere spostata dalla lingua all’uso della lingua. Sládek (2005: 160-161) vede un’altra dicotomia parallela tra gli strutturalismi nella concezione di «struttura»; mentre il post-strutturalismo, nella sua reazione allo strutturalismo francese, è a favore della struttura aperta e dell’instabilità del significato, già negli anni Trenta e Quaranta  Mukařovoský (1946, in 2000: 27) rimaneva fedele al concetto di struttura aperta, come insieme dinamico ed energetico di contraddizioni dialettiche; la struttura era concepita come una serie di componenti collegate, il cui equilibrio interno viene costantemente infranto e ristabilito a fasi alterne e perciò si manifesta come una serie di contraddizioni dialettiche, ossia mentre l’identità di una struttura è ciò che sopravvive nel corso del tempo, la sua composizione gerarchica interna e le interrelazioni delle sue componenti sono in constante cambiamento a causa dei processi di ricezione. La struttura come insieme è accessibile a un osservatore soltanto attraverso le sue manifestazioni e funzioni. Questo significa che anche i lettori/riceventi stessi sono un sistema aperto, mutevole e così è il significato del messaggio quando subisce il processo di semiosi durante la ricezione, ossia quando viene riconosciuto come struttura semantica nella mente del lettore. Ma in contrasto con l’estremo soggettivismo e scetticismo esistenziale, Mukařovoský e gli strutturalisti praghesi cercano oggettività ad un livello di sovra-individualità, cioè nella sua collettività o intersoggettività, sul quale si basa ogni comunicazione.

 

 

And here is where contextually bound norms and cultural codes as intersubjective entities on the one hand, as well as the producer’s and receiver’s idiolects as (individual or group) subjective entities on the other, come in. Thus an artefact/text as a material object may have a number of different meanings, functions and values.

However, (the inherently deterministic) ideological pragmatics and Prague structuralism have been in opposition since the 30s. Doležel (2000b: 640), explaining why ideological interpretation of a literary work is a tautological trick and sharply distancing it from the Prague school of aesthetics and poetics as inherently empirical theories9, points out that the criticism of pragmatic determinism of art and literature by the Prague scholars was actually the reason why these scholars were silenced by the totalitarian Marxist/Stalinist ideology and its communist regime. More precisely, Prague structuralists believed in a trichotomy of: (a) immanent development of literary structures over time seen as a chronological series of sets of generic models with their centres and peripheries, (b) the author’s individual agency in producing a work of art based on deviations from contemporary models, and (c) contextual social factors. This is also why Prague semiotics respected the sociological dimension as an integral part of its theoretical and analytical modelling and, at the same time, could not be accused of immanentism10. Talking about the role of an individual in art, Mukařovský (1966: 223) conceptualized dialectical individual agency as an antagonistic external force reperesenting a contingency that is the carrier of social and ideological influences accidentally inflicted on the immanence of artistic structure.

The post-modern way of treating concepts, preferably metaphorical, is also something alien to Prague structuralism where Mukařovský, emphasizing the procedures of rigorous concept formation and systematization went even so far as to identify these procedures with structuralism; for him, a concept was defined by the position it occupied in the conceptual system network rather than by the itemization of its contents (Doležel 2000b: 644).

E qui si inizia a parlare di norme legate al contesto e codici culturali come entità intersoggettive da un lato e di idioletti dell’emittente e del ricevente  come entità soggettive (individuale o gruppo) dall’altro. In questo modo un artefatto/testo in quanto testo materiale può avere diversi significati, funzioni e valori.

Tuttavia, la pragmatica ideologica (intrinsecamente deterministica) e lo strutturalismo praghese sono in contrasto sin dagli anni Trenta. Doležel (2000b: 640), spiegando perché l’interpretazione ideologica di un opera letteraria è un tranello tautologico e distanziandola aspramente dalla scuola di estetica e poetica di Praga in quanto teoria intrinsecamente empirica9, evidenzia che la critica del determinismo pragmatico dell’arte e della letteratura da parte degli studiosi praghesi era in realtà la ragione per cui questi studiosi erano stati messi a tacere dall’ideologia totalitaria marxista/leninista e dal regime comunista. Più precisamente gli strutturalisti praghesi credevano in una tricotomia di: (a) lo sviluppo immanente delle strutture letterarie nel corso del tempo visto come una serie cronologica di un complesso di modelli generici con i loro centri e le loro periferie, (b) il ruolo individuale dell’autore nel produrre un’opera d’arte basata sulle deviazioni dai modelli contemporanei e  (c) dei fattori sociali contestuali. Anche per questo motivo la semiotica praghese rispettava la dimensione sociologica in quanto parte integrante della sua modellizzazione teorica e analitica e allo stesso tempo non poteva essere accusata di immanentismo10. Parlando del ruolo di un individuo nell’arte, Mukařovoský (1966: 223) concettualizzava il ruolo individuale dialettico come una forza antagonista esterna che rappresenta una contingenza, ossia il portatore di influenze sociali e ideologiche accidentalmente inflitte all’immanenza della struttura artistica.

La via post-moderna del trattamento dei concetti, preferibilmente metaforici, e anche qualcosa di alieno allo strutturalismo praghese dove Mukařovoský, enfatizzando le procedure di una rigorosa formazione e sistematizzazione dei concetti si è spinto fino a identificare queste procedure con lo strutturalismo; per lui, un concetto è definito dalla posizione che esso occupa nella rete del sistema concettuale piuttosto che dalla specificazione del suo contenuto (Doležel 2000b: 644).

Poststructuralist hermeneutics as represented by Ricoeur has structural analysis incorporated as one stage of interpretation: “And since a text is a quasi-individual, the validation of an interpretation applied to it may be said to give a scientific knowledge of the text.” (Ricoeur, quoted in Doležel 2000b: 645) – this is an example of the way Ricoeur approaches the distinction between natural sciences striving for regularities and laws on the one hand, and humanities concerned with individualized phenomena to understand them in their uniqueness. Doležel (2000b: 646) remarks that Prague structuralist poetics was both theoretical (universalist) – designing universal concepts, models and methods, and analytical (particularist) – testing these universal tools in the analysis of particular phenomena, thus at the same time enhancing the development of theoretical categories and stimulating new discoveries. Alternation, that is combining functional analysis with theoretical reflection, the procedure called the ‘zig-zag’ method, was typical of Prague structuralists, including Levý, and later the Slovaks Miko and Popovič.11

Back in the 20s, Mukařovský demonstrated this method himself by first constructing an abstract systemic theory (theoretical poetics), then applying it as a tool in textual analysis (analytical poetics) and through its application advancing the theory further; his analysis focused on narratological and stylistic structures of Czech poetry and prose, aiming to discover the author’s individuality and uniqueness against the background of established textual regularities. At the same time he discovered the correlation between the semantic structure and texture of a work of art – the fact that his semiotic analyses were not limited to linguistic style only resulted in another theoretical advancement; i.e. the form has thus become an integral part of semantics.

In the 40s and 60s, the same method was applied e.g. by Felix Vodička in literary historiography – in his attempt to reconstruct history in parallel with the construction of theory. Similarly, Levý’s history of translation published in 1957 preceded his theory of translation published in 1963. While working on his history Levý discovered that history was basically a series of translation methods related to translation functions in particular historical contexts.

L’ermeneutica post-strutturalista come rappresentata da Ricoeur incorpora l’analisi strutturale come uno stadio dell’interpretazione:«E dato che un testo è quasi-individuo, si può dire che la convalida dell’interpretazione ad esso applicata dia una conoscenza scientifica del testo» (Ricoeur, citato in Doležel 2000b: 645). Questo è un esempio del percorso con cui Ricoeur affronta la distinzione tra la scienza naturale che lotta per la regolarità e la legge da un lato e l’umanità che si interessa di fenomeni personali per capirli nella loro unicità. Doležel (2000b: 646) ribadisce che la poetica strutturalista praghese era sia teorica (universalista), ideando concetti, modelli e metodi universali, che analitica (particolarista), mettendo alla prova questi strumenti universali nell’analisi dei fenomeni particolari, incrementando così lo sviluppo delle categorie teoriche e stimolando nuove scoperte. L’alternanza, che unisce l’analisi funzionale e la riflessione teorica, la procedura chiamata metodo a “zig-zag”, era tipica degli strutturalisti praghesi, incluso Levý e successivamente gli slovacchi Miko e Popovič 11.

Tornando agli anni Venti, Mukařovoský dimostrò da solo questo metodo formulando innanzitutto una teoria sistemica astratta (poetica teorica), poi applicandola come strumento nell’analisi testuale (poetica analitica) e avanzando ulteriori teorie attraverso la sua applicazione;  le sue analisi si concentravano sulle strutture narratologiche e stilistiche della poesia e della prosa ceca, mirando a scoprire l’individualità e l’unicità dell’autore sullo sfondo di regolarità testuali consolidate. Allo stesso tempo egli scoprì la correlazione tra la struttura semantica e la tessitura di un’opera d’arte – il fatto che le sue analisi semiotiche non erano limitate allo stile linguistico che determinò un altro avanzamento teorico; ossia la forma è quindi diventata parte integrante della semantica. Negli anni Quaranta e Sessanta lo stesso metodo fu applicato per esempio da Felix Vodička nella storiografia letteraria, nel suo tentativo di ricorstruire la storia in parallelo con la formulazione della teoria. In modo simile, la storia della traduzione di Levý pubblicata nel 1957 ha preceduto la sua teoria della traduzione pubblicata nel 1963. Mentre lavorava sulla sua storia Levý ha scoperto che la storia era sostanzialmente una serie di metodi di traduzione collegati alle funzioni traduttive in particolari contesti storici.

Hand in hand with this method goes another important methodological aspect; while the positivist deterministic causality with its savoir pour prévoir had been put under scrutiny, Prague structuralism aimed at the anti-positivist savoir pour construire – re/constructing the object in its environment (both as an act and product of communication, as a category of social interaction in the culture), with a number of more or less active or relevant factors. More precisely, functionalism aimed not at establishing the causes of phenomena but at establishing the position of the latter within a higher-order whole. The advantage of the functional approach, as Levý (1971: 102) notes, is that it focuses on the internal structure of the system and not only on its relationships with the environment.12 Combined with the open systems theory, this approach has one methodological advantage: the researcher does not feel limited by any existing theoretical and conceptual networks but is free to search for, discover and extend them by any new factors or entities that may have been or have been found relevant in the origination (i.e. generation), make-up (i.e. structure) and functioning (i.e. position and value) of the object under study, on any level of the systemic hierarchy.

For Doležel (2000b), Prague in its epistemology anticipated Ricoeur’s ‘science of the individual’ as well as the underlying problem humanities face today – that is the need to treat both – lawlike universals and unique specifics. With the idea of ‘possible worlds’ restored to epistemological prominence today, Doležel believes that humanities can either opt for rational argument, systematic method, conceptual precision and empirical evidence, or for antirationality, random insight, conceptual sloppiness and ideological dogma.

Brief reference to Slovak structuralism will show that while between 1918 and 1993 the Czechs and Slovaks lived in one country, Czechoslovakia, they developed slightly different versions of structuralism. Matejov and Zajac (2005: 8-19) mapping the Slovak history, point out the following aspects: Slovak structuralism (with origins dating back to the 40s)

Un altro importante aspetto metodologico va di pari passo con questo metodo; mentre la causalità deterministica positivista con il suo savoir pour prévoir era stata messa sotto osservazione, lo strutturalismo praghese mirava all’anti-positivista savoir pour construire, ri/costruire l’oggetto nel suo ambiente (sia come atto e prodotto della comunicazione, sia come categoria di interazione sociale nella cultura), con alcuni fattori più o meno attivi o rilevanti. Più precisamente l’obiettivo del funzionalismo non era quello di stabilire le cause dei fenomeni ma quello di stabilire la posizione di questi ultimi all’interno di un insieme di ordine superiore. L’approccio funzionale, come osserva Levý (1971: 102), ha il vantaggio di concentrarsi sulla struttura interna del sistema e non soltanto sulle sue relazioni con l’ambiente12. Combinato con la teoria dei sistemi aperti, questo approccio ha un vantaggio metodologico: il ricercatore non si sente limitato da  reti teoriche e concettuali, ma è libero di ricercarle, scoprirle ed estenderle con ogni nuovo fattore o entità che può essere o è stato ritenuto rilevante nella creazione (la generazione), nella composizione (la struttura) e nel funzionamento (posizione e valore) dell’oggetto in esame, a qualsiasi livello di gerarchia sistemica.

Secondo Doležel (2000b), l’epistemologia della scuola di Praga ha anticipato la “scienza dell’individuo” di Ricoeur così come il problema implicito che le scienze umane si trovano a dover affrontare oggi: ossia il bisogno di affrontare sia gli universali dotati di regolarità sia gli specifici unici. Dato che nell’epistemologia attuale l’idea dei “mondi possibili” è di nuovo in primo piano, Doležel crede che le scienze umane possano optare o per la tesi razionale, il metodo sistematico, la precisione concettuale e l’evidenza empirica, o per anti-razionalismo, l’intuizione casuale, la sciatteria concettuale e il dogma ideologico.

Un breve riferimento allo strutturalismo slovacco mostrerà che tra il 1918 e il 1993 mentre cechi e slovacchi vivevano in un unico paese, la Cecoslovacchia, hanno sviluppato versioni leggermente diverse dello strutturalismo. Mappando la storia slovacca Matejov e Zajac (2005: 8-19) hanno evidenziato i seguenti aspetti: lo strutturalismo slovacco (le cui origini risalgono agli anni Quaranta)

 

was rooted in Czech structuralism, Russian formalism and scientism of the neo-positivist Vienna school. It was especially the influence of Vienna that markedly distanced the Slovaks from the Czechs, who adhered to Husserl’s phenomenology.

This resulted in two different orientations: while Mukařovský was developing his semiotic aesthetics, the Slovaks took to literary poetics (and from there to historical poetics in the 60s). František Miko, drawing on Bühler and semiotics, developed his general theory of style that was to be integrated in translation theory by Anton Popovič in the late 60s and was soon to become a fundamental underpinning of research conducted by the Nitra Center of Literary Communication, a research unit established at the University of Nitra in 1967.

Under the influence of Lotman’s semiotics13 and Polish literary structuralism14, Nitra was gradually developing its (socio)semiotics15 of literary communication, a broadly conceived project covering both theory and empirical research, by using the same zig-zag method as their Czech colleagues. The project encompassed a number of aspects, including metacommunication, translation (Anton Popovič) and interliterary communication (esp. Dionýz Ďurišin).

From the 50s to the 90s, Slovak structuralism underwent fluctuations like its Czech counterpart. Popovič and others, producing research and publishing results during the 70s and early 80s, must have somehow conceded and reconciled their scientism and rationalistic structuralism with Marxist methodology, which at the time was fortunately very different from the vulgarized Stalinist version that hit the Prague structuralists in the early 50s.

The result of the critical revision of structuralism in Slovakia that took place during the 90s is, in Matejov and Zajac’s (2005: 19) words,

 

 

era radicato nello strutturalismo ceco, nel formalismo russo e nello scientismo della Scuola neo-positivista di Vienna. Fu soprattutto l’influenza di Vienna che distanziò in modo considerevole gli slovacchi dai cechi, che aderivano alla fenomenologia di Husserl.

Questo ebbe come risultato due orientamenti diversi: mentre Mukařovský stava sviluppando la sua estetica semiotica, gli slovacchi si dedicavano alla poetica letteraria (e da lì alla poetica storica negli anni Sessanta). Františec Miko, basandosi su Bühler e sulla semiotica, sviluppò la sua teoria generale dello stile che doveva essere integrata nella teoria della traduzione di Anton Popovič verso la fine degli anni Sessanta e che presto sarebbe diventata un sostegno fondamentale della ricerca condotta dal Centro della Comunicazione Letteraria di Nitra, un’unità di ricerca istituita all’università di Nitra nel 1967.

Sotto l’influenza della semiotica di Lotman13 e dello strutturalismo letterario polacco14, Nitra stava gradualmente sviluppando la sua (socio)semiotica15 della comunicazione letteraria, un progetto di ampio respiro che ricopriva sia la teoria che la ricerca empirica utilizzando lo stesso metodo a zig-zag dei loro colleghi cechi. Il progetto comprendeva molti aspetti, tra cui la meta-comunicazione, la traduzione (Anton Popovič) e la comunicazione interletteraria (specialmente Dionýz Ďurišin).

Dagli anni Cinquanta agli anni Novanta, lo strutturalismo slovacco subì delle fluttuazioni così come il suo omologo ceco. Popovič e gli altri, facendo ricerche e pubblicandone i risultati durante gli anni Settanta e nei primi Ottanta, devono aver in qualche modo ceduto e riconciliato il loro scientismo e il loro strutturalismo razionalistico con la metodologia marxista, che al tempo fortunatamente era molto diversa dalla versione volgarizzata Staliniana che si abbatté lo strutturalismo praghese agli inizi degli anni Cinquanta.

Secondo Matejov e Zajac (2005: 19), il risultato della revisione critica dello strutturalismo in Slovacchia che ebbe luogo durante gli anni Novanta,

that although structuralism has become a tradition, the latter has in turn become part and parcel of analytical tools in Slovak literary studies.

In a discussion of the prospects for structuralism by the end of the 60s, Mukařovský stated that the term itself (i.e. structuralism) was not so important; what was crucial was that the principles of the structuralist approach should become part and parcel of research as he believed that it was a generally valid method for analysis and explanation of social and other phenomena (Grygar 2005: 206).

Ongoing Czech discussions since the early 90s, revising and confronting structuralism with parallel isms seem to suggest that Mukařovský’s anticipation was correct, although admitting that some Classical theoretical concepts might need revision and/or further elaboration (cf. e.g. Sládek 2005, Macura – Schmidt 1999). However, they need it not as the result of unavoidable confrontations between structuralism and ‘anti-structuralism’, as Doležel (2005: 14-15) calls the influential and popular poststructuralist branch of criticism (based on substantial ignorance of Czech structuralism as a result of slavica non legitur)16, but rather for their own sake against the background of the general rising tide of epistemological scepticism today.

Taking it from here, we shall now look at the development and make-up of the Czech and Slovak communication models as later applied to the field of translation in general, and translation of works of art in particular (i.e. the model of intercultural literary communication). It is pertinent to note that while it is true that today the social relevance and volume of translated fiction (prose, poetry, drama) may be significantly lower than before, the relevance of the model has not diminished, for two reasons: (1) fiction also includes such prolific genres as films and computer games, folklore – now in relation to interest in oral cultures, etc., (2) modelling of hierarchically more complex structures (processes and products) yields models readily applicable to less complex structures.                                                                                                                                                              
è che sebbene lo strutturalismo sia diventato una tradizione, quest’ultima a sua volta è diventata parte integrante degli strumenti di analisi della scienza del testo slovacca.

In un dibattito sulle prospettive dello strutturalismo alla fine degli anni Sessanta, Mukařovský affermò che il termine in sé (strutturalismo) non era così importante; quello che era essenziale era che i principi dell’approccio strutturalista diventassero parte integrante della ricerca poiché egli credeva fosse un metodo generalmente valido per l’analisi e la spiegazione dei fenomeni sociali e non (Grygar 2005: 206).

Dalle discussioni in corso in Cechia dai primi anni Novanta, dalla revisione e dal confronto dello strutturalismo con gli “ismi” paralleli, si direbbe che l’anticipazione di Mukařovský era corretta, nonostante si debba ammettere che alcuni concetti teorici classici abbiano bisogno di una revisione e/o di un’ulteriore elaborazione (Sládek 2005, Macura – Schmidt 1999).Tuttavia, ne hanno bisogno non in quanto risultato di un confronto inevitabile tra lo strutturalismo e l’«anti-strutturalismo», come Doležel chiama il ramo della critica post-strutturalista influente e diffusa (basato sulla sostanziale ignoranza dello strutturalismo ceco in conseguenza della regola slavica non legitur),16 ma piuttosto per una presa di posizione sullo sfondo di un’odierna marea generale di scetticismo epistemologico crescente.

Riprendendo da qui, guarderemo lo sviluppo e la composizione dei modelli di comunicazione cechi e slovacchi in quanto successivamente applicati al campo della traduzione in generale e alla traduzione delle opere d’arte in particolare (ossia il modello di comunicazione letteraria interculturale). È pertinente notare che mentre è vero che oggi l’importanza sociale e il volume della letteratura artistica tradotta (prosa, poesia, commedia) possono essere significativamente minori rispetto a prima, l’importanza del modello non è diminuita per due ragioni: (1) la letteratura artistica include anche alcuni generi testuali prolifici come i film e i giochi per i computer, il folklore, ora in relazione all’interesse per la cultura orale ecc., (2) la modellizzazione di strutture gerarchicamente più complesse (processi e prodotti) produce modelli prontamente applicabili a strutture meno complesse.

 

While a theoretical model may never be complete as it is a generalized and simplified representation of its object in all its diversified modalities, its analytical counterpart as a tool for empirical research may be (1) extended or modified as a result of new empirical findings heuristically discovered, and/or (2) streamlined in tune with a particular research focus of a particular researcher.

On its general level, the communication model was conceived to cover any human communication/interaction, then specifically in art through artistic signs, i.e. artefacts/texts

(objective structures) and their messages as works of art. In 1948 Mukařovský, having adopted Bühler’s three-function model relating language functions to participants in communication, extended the model by inserting the fourth, aesthetic function pertaining to the message itself:

 

 

Referential/Objects and Situations           

 

 

Aesthetic/Sign

 

 

Expressive/Sender                                   Appeal/Listener

 

Fig. 1. Mukařovský’s funtions in communication


Sebbene il modello teorico non possa essere mai completo in quanto è una rappresentazione generalizzata e semplificata del suo oggetto in tutte le sue modalità diversificate, il suo omologo analitico in quanto strumento per la ricerca empirica può (1) essere esteso o modificato in conseguenza di nuove scoperte empiriche in campo euristico  e/o (2) ottimizzato in accordo con un particolare focus di ricerca di un particolare ricercatore.

Al suo livello generale, il modello di comunicazione era concepito per coprire ogni comunicazione/interazione umana, a quel tempo specialmente nell’arte attraverso i segni artistici, ossia gli artefatti/testi (struttura oggettiva) e i loro messaggi come opere d’arte.

Nel 1948 Mukařovský, dopo aver adottato il modello a tre funzioni di Bühler che mette in relazione le funzioni della lingua con i partecipanti alla comunicazione, ha esteso il modello inserendo la quarta funzione, quella estetica riferita al messaggio stesso:

 

 

     Referenziale/Oggetti e Situazioni           

 

 

Estetica/Segno

 

 

Espressivo/Emittente                         Appello/Ascoltatore

 

Fig. 1. Le funzioni di Mukařovský nella comunicazione.

At a conference in Bloomington in 1958, Jakobson (1960) presented his six functions corresponding to six factors in verbal communication:

    

         Factors                                                                     Functions

 

                Context                                                            Referential/Cognitive

  Sender   Message  Addressee                       Emotive  Poetic  Conative

         Contact                                                            Phatic17

         Code                                                                 Metalinguistic18

 

Fig. 2. Jakobson’s functions in communication

In Mukařovský’s and Jakobson’s terms, a verbal message, produced, transmitted and perceived in the process of communication, and embedded in its socio-cultural context, always carries a dominating function (the dominant19); other functions may be present as accessory or ancillary. The dynamic aspect of function, pointing to the historicity, or sociohistorical embeddedness of verbal messages, implies that one and the same text may acquire different (especially. dominant) functions at different times and in different cultures. This important aspect, thoroughly treated by Mukařovský in his Aesthetic Norm, Function and Value as Social Facts (Czech version 1936/1966), is one of the cornerstone concepts underlying Prague functional dynamism, and sharply distancing it from other, static and ahistoric functionalisms. Mukařovský, concerned with the aesthetic function, explained how one and the same aesthetic object may lose its dominant, i.e. aesthetic, function over time and acquire another dominant function20.


Alla conferenza a Bloomington nel 1958, Jakobson (1960) ha presentato le sue sei funzioni corrispondenti ai sei fattori della comunicazione verbale:

 

Fattori                                                              Funzioni

 

                     Contesto                                                           Referenziale/Cognitiva

  Emittente  Messaggio  Ricevente                    Emotiva  Poetica  Conativa

           Contatto                                                            Fatica17

           Codice                                                               Metalinguistica18

 

Fig. 2. Le funzioni di Jakobson nella comunicazione

Secondo Mukařovský e Jakobson, un messaggio verbale, prodotto, trasmesso e percepito nel processo di comunicazione e racchiuso nel suo contesto socio-culturale, ha sempre una funzione dominante (la dominante19); altre funzioni possono essere presenti come accessorie o ausiliarie. L’aspetto dinamico di Funzione, in riferimento alla storicità o all’integrazione socio-storica del messaggio verbale, implica che il medesimo testo può assumere funzioni differenti (specialmente dominanti) in tempi e culture diverse. Questo aspetto importante, discusso a fondo da Mukařovský nella sua La funzione, la norma e il valore estetico come fatti sociali (versione ceca 1936/1966), è uno dei concetti fondamentali alla base del dinamismo funzionale praghese e fortemente separato dagli altri funzionalismi statici e astorici. Mukařovský, in relazione alla funzione estetica, ha spiegato come lo stesso oggetto estetico possa perdere la sua funzione dominante, cioè l’estetica, nel tempo e assumere un’altra funzione dominante20.

 

Applied to translation by Levý and Popovič, this pivotal dynamic concept has become one of the strongest descriptive and explanatory variables underlying the interrelationships between translation method, the product’s structure and its function/s, as well as its socio-cultural embedding.21

The dominant function (and other functions) of a verbal message as a whole, encoded in text structure, is gradually constituted from elements and their interrelationships in the receiver’s mind during the process of perception. On the completion of the reception process, understood as a combination of linear perception and interpretation22 based on the interaction of the sender’s and receiver’s sociolects and idiolects, shared world view, value systems, etc., functions (intended by the sender for the intended receiver), if perceived, turn into values for the receiver. The reception process itself is seen as an incremental operation normally completed when the reader perceives the last element of the text.

From the communicative aspect, the important feature of reception is that the reader is conceived as a ‘learning system’ – every new incremental textual unit perceived is interpreted against the background of the text perceived so far, and, at the same time, the perception and interpretation of the new unit modify the previously perceived part of the message in the reader’s cognition.23 To further bridge the part-and-whole ‘gap’, Mukařovský introduced the concept of the aperception frame; in the light of their (socio-cultural) experience with particular genres, readers, when exposed to a text identified or presented as belonging to a specific sub/genre, anticipate a certain frame of reference to the world, a specific textual/message structure, its typical ‘language’ or style and function, which are activated in memory at the point of encounter. Naturally, when receivers encounter textual structures as wholes or their parts that do not match their aperception frame, as e.g. in a translation – the perception process and its outcome (functions perceived as value)

 

Applicato alla traduzione da Levý e Popovič, questo concetto dinamico e importantissimo è diventato una delle più forti variabili descrittive ed esplicative che stanno alla base delle interrelazioni tra il metodo traduttivo, la struttura del prodotto e la/e sua/e funzione/i, così come la sua integrazione socio-culturale21. La funzione dominante (e le altre funzioni) di un messaggio verbale come insieme, codificato nella struttura testuale, è gradualmente costituita da elementi e dalle loro interrelazioni nella mente del ricevente durante il processo di percezione. Al completamento del processo di ricezione, inteso come una combinazione della percezione e dell’interpretazione lineare22 basata sull’interazione di socioletti e di idioletti del mittente e del ricevente, sulla visione del mondo, i sistemi di valori condivisi ecc. , le funzioni (progettate dall’emittente per il ricevente ipotizzato), se percepite, diventano valori per il ricevente. Il processo di ricezione stesso è visto come un’operazione incrementale completata normalmente quando il lettore percepisce l’ultimo elemento del testo.

Dall’aspetto comunicativo, la caratteristica importate della ricezione è che il lettore è concepito come un “sistema d’apprendimento”: ogni nuova unità testuale incrementale percepita è interpretata sullo sfondo del testo finora percepito e allo stesso tempo, la percezione e l’interpretazione della nuova unità modificano la precedente parte del messaggio percepita nella cognizione del lettore23. Per colmare ulteriormente il “divario” parziale e totale, Mukařovský ha introdotto il concetto di struttura appercettiva; alla luce della loro esperienza (socio-culturale) con particolari generi testuali, i lettori, quando vengono esposti a un testo identificato e presentato come appartenente a un sub/genere specifico, anticipano una certa struttura di riferimento al mondo, una specifica struttura testuale/di messaggio, il suo “linguaggio” o stile tipico e la funzione, che sono attivate nella memoria al momento dell’incontro. Naturalmente, quando i riceventi incontrano delle strutture testuali nel loro insieme o in parti che non corrispodono alla loro struttura appercettiva, come per esempio nella traduzione, il processo percettivo e il suo risultato (le funzioni percepite come valori)

 

are not habitual, but may later become so through further repeated encounters. This mechanism is the underpinning of Levý’s dynamic category of translativity with an explanatory force (cf. below).

Because one and the same artefact (text as objective material) may be perceived at a time (and/or in a culture) distanced from the time of its production, with all the ‘risks’ of different interpretation of the message (work of art), and hence its perceived functions and values, Doležel (2000a), inspired by Levý’s model of communication in translation, introduced the concept of transduction:

 

Author – Message – Receiver1      (transduction in time)

 

 

                           Receiver2    –    Receiver3  (transduction in time and space)

 

Fig.3. Doležel’s transduction in communication.

 

non sono abituali, ma possono successivamente diventare tali attraverso ulteriori incontri ripetuti. Questo meccanismo è il sostegno della categoria dinamica della traduzionalità con una forza esplicativa di Levý (riportato sotto).

Poiché lo stesso artefatto (testo come oggetto materiale) può essere percepito in un tempo (e/o in una cultura) distante dal tempo della sua produzione, con tutti i “rischi” di differenti interpretazioni dello stesso messaggio (opera d’arte) e da qui le sue funzioni e valori percepiti, Doležel (2000a) ispirato dal modello della comunicazione nella traduzione di Levý, ha introdotto il concetto di trasduzione:

 

Autore – Messaggio – Ricevente1    (trasduzione nel tempo)

                                                      

                            Ricevente2 – Ricevente3 (trasduzione nel tempo e nello spazio)

 

Fig. 3. la trasduzione nella comunicazione di Doležel

 

 

 

 


TRANSLATION THEORY

 

From Levý’s and Popovič’s perspective, translation as a message emerges as a result of threefold interpretation: (1) the interpretation of the world by the SLT author, (2) the translator’s interpretation of SLT’s message, and (3) the receiver’s interpretation of the message encoded in TLT. Differences in resulting interpretations, as well as misinterpretations, stem from objective socio-spatial distances conditioning both intersubjective and individual factors. To cater for such differences Popovič (1975) introduced the concept of experiential complex understood as the translator’s and the receiver’s set of internalized, individually acquired life-experience that is used as a background during production and reception processes.

In 1963, constructing the translation model on the lines of information theory, Levý (1963a, in 1971: 36-37) specifies the multiple communication chain as follows:

 

 Author                                        Translator24                                   Reader

Reality    –    Selection      –     Text25   –        Reading        –        Text      –       Reading

                    Stylization           (SLT)              Stylization              (TLT)              Concretization

 

Fig. 4. Levý’s communication chain in translation

Levý (1971: 48) points out that it is the translator’s/receiver’s passive idiolect that exerts influence on SLT interpretation, while, on the other hand, it is the translator’s active idiolect that leaves the imprint on the translated text.

 


Teoria della traduzione

 

Dalla prospettiva di Levý e Popovič, la traduzione come un messaggio emerge come un risultato di una triplice interpretazione: (1) l’interpretazione del mondo da parte dell’autore della cultura emittente, (2) l’interpretazione del traduttore del messaggio della cultura emittente e (3) l’interpretazione del ricevente del messaggio codificato nella cultura ricevente. Le differenze nelle interpretazioni che ne risultano, così come le interpretazioni errate, provengono dalle distanze socio-spaziali obiettive che condizionano sia i fattori intersoggettivi che quelli individuali. Per venire incontro a tali differenze Popovič (1975) ha introdotto il concetto di complesso esperienziale inteso come l’insieme delle esperienze di vita interiorizzate e acquisite individualmente del traduttore e del ricevente, che viene usato come sfondo durante il processo di produzione e ricezione.

Nel 1963, realizzando il modello di traduzione sulla base della teoria d’informazione, Levý (1963a, in 1971: 36-37) specifica la catena di comunicazione multipla come segue:

 

Autore                                        Traduttore24                                   Lettore

Realtà –  Selezione      –     Testo25   –         Lettura        –        Testo       –      Lettura

      Stilizzazione (cultura emittente) Stilizzazione  (cultura ricevente)  Concretizzazione

 

Fig. 4. la catena di comunicazione nella traduzione di Levý

 

Levý (1971: 48) fa notare che è l’idioletto passivo del traduttore/ricevente che esercita un’influenza sull’interpretazione della cultura emittente, mentre dall’altra parte è l’idioletto attivo del traduttore che lascia un’impronta sul testo tradotto.

 

Therefore translation can be viewed as a result of SLT values that were perceived by the translators’ passive idiolect, in combination with their active idiolect through which they articulated the values perceived from the SLT. At this point Levý, having carried out some experiments, formulates his hypotheses about translation universals (although he only speaks of assumed general tendencies) – those of stylistic levelling and generalization, as well as the translator’s tendency to overtranslation in terms of a tendency to highlight the SLT stylistic features assumed as being SLT- typical. In 1965 Levý (1971: 149n) observed explicitation in terms of additional surface syntactic structures, linking it with the psychological process of interpretation (SLT reception) and subsequent communication (TLT production). These tendencies were later incorporated into the conceptual category of shifts by Popovič (1975) and subcategorized (a) into constitutive, objectively or intersubjectively motivated shifts on the one hand, and individual, subjectively motivated shifts on the other; and (b) into resulting macrolevel and microlevel changes in expression.26

Obviously, the Czech understanding of translation equivalence was quite different from what was considered to have been the concept of the 60s – 70s in the West or in linguistic translation theories in the USSR and the GDR. But unfortunately, apart from Levý’s German version (1969) of his Art of Translation, the insight into the Czech theory of translation was confined to a mere handful of brief studies accessible in English, of which an even smaller number enjoyed wider circulation in TS. These include, first of all, Jakobson’s On Linguistic Aspects of Translation (1959) which, however, lacks the dynamic dimension and concentrates on the linguistic aspect of translatability from the functional perspective, hence the wrongly interpreted meme of ‘equivalence in difference’. The second well-known article is Jakobson’s Closing Statement presented at an interdisciplinary conference at the University of Indiana, Bloomington in 1958 and published under the title

 

 

Perciò la traduzione può essere vista come il risultato dei valori della cultura emittente che viene percepito dall’idioletto passivo dei traduttori, in combinazione con il loro idioletto attivo attraverso il quale hanno articolato i valori percepiti dalla cultura emittente. A questo punto Levý, dopo aver condotto alcuni esperimenti, formula le sue ipotesi sugli universali della traduzione (sebbene parli solo di presunte tendenze generali), quelle del livellamento stilistico e della generalizzazione, così come la tendenza del traduttore all’ipertraduzione in relazione alla tendenza di evidenziare le caratteristiche stilistiche della cultura emittente come se fossero tipiche della cultura emittente. Nel 1965 Levý (1971: 149n) ha osservato l’ esplicitazione in termini di strutture sintattiche superficiali aggiuntive, collegandolo con il processo psicologico di interpretazione (ricezione della cultura emittente) e con la conseguente comunicazione (produzione nella cultura ricevente). Queste tendenze sono state successivamente incorporate nella categoria concettuale dei cambiamenti traduttivi di Popovič (1975) e subacategorizzate (a) nei cambiamenti constitutivi, obiettivamente e intersoggettivamente motivate da un lato e individuali, soggettivamente motivate dall’altro; e (b) nei cambiamenti che determinano cambiamenti espressivi di macro livello e micro livello.26  

Ovviamente, la concezione ceca dell’equivalenza traduttiva era molto diversa da quello che si considera fosse il concetto degli anni Sessanta e Settanta in occidente o nelle teorie linguistiche della traduzione nell’Unione sovietica e nella Repubblica Democratica Tedesca. Ma sfortunatamente, eccezion fatta per la versione tedesca dell’arte della traduzione di Levý (1969) la comprensione della teoria ceca della traduzione era limitata a una mera manciata di brevi studi accessibili in inglese, di cui soltanto un numero ancora minore godeva di una più ampia circolazione nella scienza della traduzione. Si tratta prima di tutto di Gli aspetti linguistici della traduzione (1959) di Jakobson che tuttavia, non possiede la dimensione dinamica e si concentra sugli aspetti linguistici della traducibilità dalla prospettiva funzionale, da qui il meme erroneamente interpretato dell’“equivalenza nella differenza”. Il secondo articolo famoso è il Closing Statement di Jakobson presentato a una conferenza interdisciplinare alla Indiana University Bloomington nel 1958 e pubblicato con il titolo Linguistics and Poetics (1960), where he briefly presented his six communicative functions related to the communication model. Levý’s widely circulated Translation as a Decision Process (1967), presented at a 1966 conference in Moscow, and the less widely circulated Will Theory of Translation be of Use to Translators (1965) represent Levý as the author of the pragmatic minimax principle in translation, conceptualizing the translation decision process as a game – a series of interdependent cognitive processes under specific constraints, and empirically establishing the above mentioned procedural tendencies that later became known as translation universals.

In fact, what counts as equivalence is the reproduction in translation of the (communicatively relevant) functions of dominant SLT message elements (on different hierarchical structural levels, but understood semantically as meaning constituted by both form and content27) contributing to the realization of the intended dominant function of the TLT message as a whole. This can be achieved by substituting dominant SLT elements with TLT elements of a similar value (i.e. corresponding in function, and not necessarily in form and/or content) for the target receiver. Should the potential of the intended function of the whole message remain the same or rather similar, such a translation as a whole was considered to be an adequate translation. In other words, this meant that the semantic invariant core (Popovič 1975: 79n) of the original, now representing the intertextual invariant, was to a degree transferred through the functional substitution of the linguistic material on the textual level under specific socio-cultural conditions, while the remaining part of the translation’s semantics28  represented the variant conceived of as the result of translation shifts. While Levý (1969/1983: 23) outlined a structural taxonomy positing (a) elements that (should) remain invariable and (b) elements that are variable, i. e. substituted with TL equivalents, Popovič (1975) seeks an analytical-descriptive tool in Miko’s stylistic taxonomy in combination with shifts.

 

Linguistics and Poetics (1960), dove presenta brevemente le sei funzioni comunicative collegate al modello della comunicazione. L’opera di ampia circolazione di Levý La traduzione come processo decisionale (1967) presentato a una conferenza a Mosca nel 1966 e il meno conosciuto Will translation theories be of use to translators? (1965), rappresentano Levý come un autore del principio pragmatico minimax nella traduzione, concettualizzando il processo decisionale della traduzione come gioco: una serie di processi cognitivi interdipendenti sotto obblighi specifici, e istituendo empiricamente le tendenze procedurali sopracitate che successivamente saranno conosciute come gli universali della traduzione.

In effetti, ciò che conta come equivalenza è la riproduzione nella traduzione delle funzioni (comunicativamente rilevanti) degli elementi dominanti del messaggio della cultura emittente (a differenti livelli gerarchici strutturali, ma intesi semanticamente come significati costituiti sia dalla forma che dal contenuto)27 che contribuiscono alla realizzazione della funzione dominante voluta del messaggio della cultura ricevente nell’insieme. Questo può essere ottenuto sostituendo elementi della cultura emittente dominanti con elementi della cultura ricevente di un valore simile (ossia corrispondente nella funzione e non necessariamente nella forma e/o nel contenuto) per il destinatario della cultura ricevente. Se il potenziale della funzione voluta dell’intero messaggio dovesse rimanere uguale o, piuttosto, simile, questo tipo di traduzione come insieme veniva considerata una traduzione adeguata. In altre parole, questo significava che il nucleo invariante semantico (Popovič 1975: 79n) dell’originale, ora rappresentante l’invariante intertestuale, è stato spostato in una certa misura attraverso la sostituzione funzionale del materiale linguistico al livello testuale a specifiche condizioni socio-culturali, mentre la parte rimanente della traduzione semantica28 rappresentava la variante concepita come il risultato di cambiamenti traduttivi. Mentre Levý (1969/1983: 23) delineò una tassonomia strutturale ipotizzando (a) elementi che rimangono (dovrebbero rimanere) invariabili e (b) elementi variabili, ossia sostituiti con equivalenti della cultura ricevente, Popovič cerca uno strumento analitico-descrittivo nella tassonomia stilistica di Miko in combinazione con questi cambiamenti.

 

Consequently, Levý (1963/1983) and Popovič (1975) point out a series of other more or less dominant functions that translations may have and in fact had throughout history in the TLC, unlike the SLT in its culture (see below), including a complete change of the dominant function, and they point out that the position of translation within the receiving culture is different from the position of the original text/message in its culture. What is more, they point out that concepts such as translation and equivalence are socio-historical ones, dependent on world view, ideology and philosophy of a particular culture in a particular period29, which are reflected in a particular translation method and its underlying translation norm (cf. e.g. medieval vs. classicist vs. romanticist translation vs. modernist translation), and also derive from other interdependencies such as TLC aesthetics, literature, function of translation, the translator’s individuality, etc. as well as from heteronomous factors. They also posit the empirically derived fact that competing and different norms may coexist in the same period even for one and the same genre.

Therefore, especially important epistemological, dialectic categories for delimiting the concept and method of translation are those of noetic30 compatibility (Levý 1983), noetic subject/objectivism (Levý 1957/1996) and translativity (Levý 1963, Popovič 1975). They are both descriptive and explanatory categories whose introduction is intended to eliminate the static metaphors of faithful and free translation (i.e. a translation reading/not reading like an/the original, foreignizing or domesticating translation etc.), bringing in dynamic social and phenomenological, essentially anti-essentialistic aspects, while at the same time not conceding the validity of the extreme end of subject/individualism and extreme epistemological relativism.

Noetic compatibility brings in the distinction between illusionist31 and anti-illusionist translation/method/translator as two extreme poles on a scale; readers of illusionist translations, relying on an ‘agreement’ that the translation has preserved the SLT qualities and perceiving no traces of the mediator, believe they are reading e.g. Madame Bovary.

Di conseguenza Levý (1963/1983) e Popovič (1975) mostrano una serie di altre funzioni più o meno dominanti che la traduzione può avere e che in effetti ha avuto da sempre nella storia della cultura ricevente, diversamente dalla cultura emittente (vedi di seguito), tra cui un cambiamento completo della funzione dominante, e mostrano che la posizione della traduzione all’interno della cultura ricevente è diversa dalla posizione del testo/messaggio originale nella sua cultura. Per di più mostrano che concetti come traduzione ed equivalenza sono concetti socio-storici, che dipendono dalla visione del mondo, dall’ideologia e dalla filosofia di una particolare cultura in un particolare periodo,29 che vengono riflessi in un particolare metodo traduttivo e le sue norme di traduzione implicite (ad esempio traduzione medievale versus classicista versus romantica versus modernista) e inoltre derivano da altre interdipendenze quali l’estetica della cultura ricevente, la letteratura, la funzione della traduzione, l’individualità del traduttore ecc. così come da fattori eteronomi. Inoltre postulano il fatto derivato empiricamente che norme differenti e non compatibili possono coesistere nello stesso periodo anche per lo stesso genere testuale.

Perciò categorie epistemologiche e dialettiche particolarmente importanti per delimitare il concetto e il metodo traduttivo sono quelle della compatibilità noetica30 (Levý 1983) del soggettivismo/oggettivismo noetico (Levý 1957/1996) e della traduzionalità (Levý 1963, Popovič 1975). Sono categorie sia descrittive che esplicative la cui introduzione serve a eliminare le metafore statiche della traduzione fedele e libera (ossia una traduzione che sembra/non sembra un/l’originale, una traduzione addomesticante o estraniante ecc.), introducendo aspetti dinamici sociali e fenomenologici, essenzialmente anti-essenzialistici mentre allo stesso tempo non viene concessa la validità dell’estrema fine del soggettivismo/individualismo e l’estremo relativismo epistemologico.

La compatibilità noetica porta alla distinzione tra traduzione/metodo/traduttore illusionista31 e anti-illusionista come i due poli estremi su una scala; i lettori delle traduzioni illusioniste, facendo affidamento su un “accordo” secondo cui la traduzione ha preservato le qualità della cultura emittente e non percependo tracce del mediatore, credono di leggere per esempio Madame Bovary.
 Should the translator step out from behind the scene by an unintended stumble, by exoticization, notes etc., recognized by the receiver, the illusion is dispelled. This category, linking the translator with the receiver, co-relates with the remaining two categories.

Noetic subjectivism as an ideological basis makes cultures concentrate on the ‘self’, and their translations, paradoxically, tend to retain the SLT specific and individual, alien, features (producing the traditionally termed ‘faithful’ translation), while under ideological objectivism translations tend to generalize or suppress such foreign features, highlighting those shared by the two or more cultures, or even substituting foreign elements for domestic ones (‘free’ translation). Concrete positions on the general subject-objectivism scale historically depend on translation functions related to specific TLC needs, as Levý (1957, 1996: 235) observed in the development of Czech translation methods between the Middle Ages and the 1930s, concluding that in Czech culture translation played a more significant role in the development of domestic literature than in Western cultures, and, in addition, functioned as a tool in the struggle for national survival. It goes without saying that both functions and needs are epistemologically bound up with human activity, which is the conditio sine qua non.

The translativity scale as a dynamic socio-semiotic category was introduced by Levý and developed by Popovič. Translativity, linking the SLT author and the TLT receiver, represents the salience of translation with foreign (alien) elements in form and/or content as perceived by the receiver. This is very important for at least four reasons: first the salience depends directly not on the translator’s method but on the distance between the SLT author (deriving from the temporal and spatial distance between cultures and languages as projected in the artefact32) and the receiver’s experience, i.e. the latter’s experiential complex. Because repeatability or repeated exposition arouse expectations, non-markedness and assimilation at the receiver’s end, it is a fairly dynamic and inter/subjective category related to the receiver’s

 

Se il traduttore dovesse uscire da dietro le quinte con un errore involontario, con un esotismo, con una nota ecc. facendosi riconoscere dal ricevente, l’illusione verrebbe dissipata. Questa categoria, che collega il traduttore con il ricevente, è in correlazione con le due categorie rimanenti.

Il soggettivismo noetico in quanto base ideologica fa concentrare le culture sul ”sé” e le loro traduzioni, paradossalmente tendono a conservare le caratteristiche estranee, specifiche e individuali della cultura emittente (producendo la traduzione tradizionalmente chiamata “fedele”) mentre con l’oggettivismo ideologico, le traduzioni tendono a generalizzare o soffocare questo tipo di caratteristiche estranee evidenziando quelle condivise da una o più culture, o addirittura sostituendo elementi estranei con elementi appartenenti alla propria cultura (traduzione “libera”). La posizione concreta riguardo alla scala generale del soggettivismo-oggettivismo dipende storicamente dalle funzioni traduttive correlate a specifici bisogni della cultura ricevente, come ha osservato Levý (1957-1996: 235) nello sviluppo dei metodi traduttivi cechi tra il medioevo e gli anni Trenta, giungendo alla conclusione che nella cultura ceca la traduzione ha un ruolo più significativo nello sviluppo della letteratura nazionale rispetto alle culture occidentali e inoltre è servito come strumento nella lotta per la sopravvivenza nazionale. Non serve neanche dire che sia le funzioni che i bisogni sono epistemologicamente legati all’attività umana, che è la conditio sine qua non.

La scala di traduzionalità come categoria dinamica socio-semiotica è stata introdotta da Levý e sviluppata da Popovič. La traduzionalità, collegando l’autore della cultura emittente e il destinatario della cultura ricevente, rappresenta la prominenza della traduzione con elementi stranieri (estranei) nella forma e/o contenuto percepita dal ricevente. Questo è molto importante per almeno quattro ragioni: primo la prominenza non deriva direttamente dal metodo del traduttore, ma dalla distanza tra l’autore della cultura emittente  (derivante da una distanza temporale e spaziale tra le culture e le lingue proiettate nell’artefatto32) e l’esperienza del ricevente, ossia il complesso esperienziale di quest’ultimo. Dato che la ripetibilità o l’esposizione ripetuta suscitano aspettative, la non marcatezza e l’assimilazione dalla parte del ricevente,

 

experiential complex, explaining why for some receivers in the same receiving culture and even at the same time, the perceived salience of the foreign may be different.

Second, it explains the process of appropriation as well as the dynamics of anti/illusionism in terms of their relation to the intended group of individuals as intended readers of the translation. Third, the receiving culture (as a collective entity or some part of it) may ascribe different values to translativity: + (positive), 0 (irrelevant) or – (negative), due to the general position on the subject-objectivism scale, its relationship to the SLC, etc. If the value is positive, translativity33 tends to be more salient (i.e. the method of exoticizing or creolizing translation is prominent) and original works may tend to be presented as translations (i.e. pseudotranslations). If the value is negative, translations tend to look like and be presented as non-translations (i.e. the overall method ranges from neutralizing to naturalizing). Fourth, in relation to the subject/objective category it explains that some foreign elements in translation may go unnoticed and get lost because the reader will not recognize them, as e.g. some foreign metres in poetry or allusions, etc. However, the reader may become sensitized to some qualities after repeated exposure to them. Last but not least the salience with alien elements may (temporarily) enhance entropy of the message with its consequences for efficiency34. This brings us further to the translator’s strategies.

Levý (1965) assumes that real translation is based on the intuitive minimax strategy, linked with the nature of human behaviour and the translator’s memory retrieval, rather than on the strategy of producing an ideal or optimal translation. The translator’s ‘pivot’ is the potential receiver through which the message and its functions can be realized. Therefore during the translation process, understood as the generation of a new, SLT derived, message carried by a new textual structure executed in different language material, the translator takes such decisions in the selection

 

è una categoria piuttosto dinamica e inter/soggettiva collegata al complesso esperienziale del ricevente, il che spiega perché per alcuni riceventi  nella stessa cultura ricevente e persino nello stesso periodo di tempo, la prominenza percepita dell’elemento estraneo può essere diversa.

Secondo, spiega il processo di appropriazione così come le dinamiche dell’anti/illusionismo per quanto riguarda la loro relazione con il gruppo designato di individui intesi come lettori della traduzione. Terzo, la cultura ricevente (come entità collettiva o alcune parti di essa) può attribuire valori diversi alla traduzionalità: + (positivo), O (irrilevante), o – (negativo), a causa della posizione generale sulla scala del soggettivismo/oggettivismo, la sua relazione con la cultura emittente ecc. Se il valore è positivo, la traduzionalità33 tende ad essere più prominente (ossia il metodo di traduzione esotizzante o creolizzante è prominente) e le opere originali tendono ad essere presentate come traduzioni (ossia pseudo-traduzioni). Se il valore è negativo, le traduzioni tendono ad sembrare e ad essere presentate come non-traduzioni (cioè il metodo globale spazia dalla neutralizzazione alla naturalizzazione). Quarto, in relazione alla categoria soggettiva/oggettiva spiega che alcuni elementi estranei nella traduzione possono passare inosservati e andare persi perché il lettore non li riconosce, come per esempio alcuni metri sconosciuti nella poesia o alcune allusioni ecc. Tuttavia il lettore può sensibilizzarsi ad alcune qualità con un’esposizione ripetuta. Ultimo ma non meno importante, la prominenza con elementi estranei può (temporaneamente) accrescere l’entropia del messaggio con le sue conseguenze sull’efficienza.34 Questo ci porta ancora alle strategie del traduttore.

Levý (1965) ritiene che la traduzione reale sia basata sulla strategia minimax intuitiva, collegata con la natura del comportamento umano e al reperimento di ricordi nella memoria del traduttore, piuttosto che su una strategia di produzione di una traduzione ideale o ottimale. Il “perno” del traduttore è il ricevente potenziale attraverso il quale possono essere realizzati il messaggio e le sue funzioni. Perciò durante il processo traduttivo, inteso come la generazione di un nuovo messaggio, derivato dalla cultura emittente, che portato da una nuova struttura testuale eseguita in diversi materiali di linguaggio, il traduttore prende alcune decisioni nella selezione

process as account for the estimated potential reaction of the receivers in their historical context so that to grant functionality in terms of the receivers’ values (cf. Levý’s generative model in this volume).

Popovič (1975) takes a step in another direction in his sociology of translation (a subcategory of praxeology) by postulating a typology of translations35 that deviate from the theoretical, processual and resulting ideal due to various contextual reasons. For Levý and Popovič this is the pragmatic and axiological dimension of their socio-semiotic communication model.

The receiver is an entity uniting the social (or collective) and the individual, and it is precisely the social aspect of cognition that constitutes the common ground in communication based on intersubjectively shared cultural codes, experience and hence derived expectations. Codes are generated by and constituted via previous social practices as models based on norms; while serving as models for behaviour they undergo changes during the process of human activity due to intended and/or unintended agency. For Mukařovský and Levý, the literary code, interpreted in semiotic terms as literary language, was most susceptible to change since, in general terms, a work of art with socially attributed artistic value involves the innovation of the current code (i.e. a specific structural model for a specific sub/genre) in parole, which in turn is the result of individual, socialized and creative agency. One of several problems in translation that are solved by translators may therefore be a situation where SLT structure is derived from a code already obsolete in TLC while at the same time the translation’s dominant function is intended to remain aesthetic, that is to have the potential of producing some aesthetic effect. And, vice versa, the SLT’s code may be well ahead of that of TLC (Levý 1998: 111). A parallel problem, among others, is e.g. the transfer of individual style based on innovation, i.e. its differentiating value against the background of the domestic code.

 

del processo che rappresentino la reazione potenziale stimata dei riceventi nel loro contesto sociale così che sia garantita la funzionalità per quanto riguarda i valori dei riceventi (vedi il modello generativo di Levý in questo volume).

Popovič (1975) si sposta in un’altra direzione con la sua sociologia della traduzione (una subcategoria della prasseologia) postulando una tipologia di traduzione35 che devia dall’ideale teorico, processuale e risultante a causa di varie ragioni contestuali. Per Levý e Popovič questa è la dimensione pragmatica e assiologica per il loro modello di comunicazione socio-semiotica.

Il ricevente è un’entità che riunisce il sociale (o collettivo) e l’individuale, ed è precisamente l’aspetto sociale della cognizione che costituisce il terreno comune nella comunicazione basato su codici culturali intersoggettivamente condivisi, esperienze e da qui le aspettative che ne derivano. I codici sono generati e costituiti attraverso precedenti pratiche sociali come modelli basati sulle norme; mentre servono da modelli per il comportamento, subiscono dei cambiamenti durante il processo dell’attività umana a causa di un’azione intenzionale e/o non intenzionale. Per Mukařovský e Levý il codice letterario interpretato in termini semiotici come linguaggio letterario, era più incline al cambiamento poiché, in termini generali, un opera d’arte con valori artistici attribuiti socialmente implica l’innovazione del codice corrente (ossia uno specifico modello strutturale per un sotto/genere specifico) nel discorso, che a sua volta è il risultato di un’azione individuale, socializzata e creativa. Uno dei tanti problemi traduttivi che sono stati risolti dai traduttori può perciò essere una situazione in cui la struttura del testo emittente è derivata da un codice già obsoleto nella cultura ricevente mentre allo stesso tempo la funzione dominante della traduzione è fatta per rimanere estetica, ossia per avere il potenziale per produrre alcuni effetti estetici. E viceversa il codice del testo emittente può essere più avanzato rispetto a quello della cultura ricevente (Levý 1998: 111). Un problema parallelo, tra gli altri è per esempio il trasferimento dello stile individuale basato sull’innovazione, ossia il suo valore differenziante sullo sfondo di un codice nazionale.

 

This is the point to introduce Levý’s concept of norm in translation. In general Levý (1963 and 1971: 103n) conceives norms as a historical category, as hierarchically structured systems that consist of instructions for selection from the paradigm of alternatives during the decision process, i.e. of requirements or rules, proposing to call them normemes as elements of norms, be it language or content. These elements are either accepted, or refused, or they may not be present in the current norm36: it is the constellation of these normemes that constitutes a partial norm; partial norms, in turn, may combine into higher-order norms. Levý’s (1971: 105) conception is exemplified by aesthetic norms of Classicism and Romanticism, as well as by the development of aesthetic norms in translation and in theatre from the Middle Ages to the end of the 19th century (cf. Levý’s article in this volume). It is the historically and socially constituted norms, past and contemporary, that run behind translation methods, hand in hand with translations’ prospective functions, most prominently related to the past and contemporary domestic literary norms; in turn, literary norms relate to the higher-order aesthetic norm. Human collective or individual agency comes in as a factor aiming at the prospective function in terms of a receiver’s value/s, and on the other hand, depending on the author’s or translator’s abilities, poetics, motives, values and positions that are subject to change during their lifespan37. As in the case of some other Czech structuralist concepts, the familiar category of centre vs its periphery is also applied to norms. On the basis of his empirical data Levý assumes that valid translation norms do not change through their simple negation but rather through their relaxation (cf. Levý in this volume). And again, it is of course agents’ activities and their products through which changes in norms are effected, while at the same time modifying the agents, i.e. both producers and consumers. Thanks to the hierarchical, open-systems theory, norm development in general, making allowance for the efficacy of heteronomous factors and structural elements, is not relegated to immanentism.

 

Questo è il momento di introdurre il concetto di  Levý di «norma» nella traduzione. In generale Levý (1963 e 1971: 103n) concepisce le norme come categoria storica, un sistema strutturato gerarchicamente che consiste nell’istruzione per la selezione dal paradigma delle alternative durante il processo decisionale, ossia dei requisiti o delle regole che egli propone di chiamare normemi in quanto elementi di norme, che siano esse lingua o contenuto. Questi elementi sono o accettati o rifiutati, o possono non essere presenti nelle norme attuali36: è la gamma di questi normemi che costituisce una norma parziale; le norme parziali a loro volta possono unirsi formando norme di ordine superiore.  La concezione di Levý (1971: 105) è esemplificata dalle norme estetiche del classicismo e del romanticismo, così come dallo sviluppo delle norme estetiche nella traduzione e nel teatro dal medioevo alla fine dell’Ottocento (vedi l’articolo di Levý in questo volume). Sono le norme, passate e contemporanee, costituite storicamente e socialmente che inseguono i metodi traduttivi, mano nella mano con le potenziali funzioni della traduzione, collegate in modo molto prominente alle norme testuali nazionali passate e presenti; a loro volta le norme letterarie sono in collegamento con norme estetiche di ordine più elevato. L’azione collettiva o individuale umana interviene come fattore che mira alla funzione potenziale per quanto riguarda i/il valore/i del ricevente e dall’altro lato dipende dall’abilità, dalla poetica, dai motivi, dai valori e dalle posizioni dell’autore o traduttore, che sono soggette a cambiamento durante il corso della loro vita37. Come nel caso di alcuni altri concetti strutturalisti cechi, anche la categoria familiare del centro versus  periferia viene applicata alle norme. Sulla base dei suoi dati empirici, Levý suppone che norme traduttive valide non cambiano attraverso la loro semplice negazione ma piuttosto attraverso il loro rilassamento (vedi Levý in questo volume). E ancora, i cambiamenti delle norme vengono certamente determinati attraverso le attività degli agenti e i loro prodotti, e allo stesso tempo vengono modificati gli agenti, cioè sia i produttori che i consumatori. Grazie alla teoria gerarchica dei sistemi aperti, lo sviluppo delle norme in generale, tenendo conto dell’efficacia dei fattori eteronomi e degli elementi strutturali, non è relegato all’immanentismo.

 

Levý’s dual norm in translation is in itself deliberately normative in that it postulates an ideal and at the same time a historically-bound illusionist type of literary translation.

The aim of the ideal translator’s activity is to render or convey the original work of art, that is to reproduce it as a work of art through one’s own creative activity (Levý 1998: 84) for the ideal reader. Levý is here concerned with the articulation of norms – a tool that might be used in contemporary Czech translation criticism for establishing translation value, derived from the relationship between a translation and pertinent TLC artistic norm/s. Thus the translation process involves two norms: the reproduction norm (requirement of fidelity, likeness; semantic or noetic value) and the artistic norm (requirement of elegance; aesthetic value). In both cases the translator faces the problem of conflicting SLT and TLT norms, in combination with the author’s individual style. “Beauty and fidelity are often counterposed, as if they were mutually exclusive. They may be mutually exclusive only when beauty is understood as prettiness, and truthfulness as literalness.” (Levý 1998: 93; transl. Z.J.). This is how the original object is reproduced, re-created and modified in the process.

For Levý, the resulting translation is a hybrid entity (the content derives from SLC, the language belongs to TLC), where its quality is directly proportional to the translators’ in/ability to resolve or reconcile the above contradictions by consistently applying a certain pre/conception of the translation (if there is one), that is an overall, uniform approach to the particular SLT during the translation process, which is closely related to the translation norm, the translator’s ideology or policy, and the resultant translation method; these in turn relate to the prospective function/s of translation stemming from cultural needs at a particular time, aiming at the receiver’s reception.

However, this straightforward relationship fits precisely the category of an ideal ‘classical, normative translation’, that is a model translation that would be appropriate

 

La duplice norma della traduzione di Levý è deliberatamente normativa in quanto postula un tipo illusionistico di traduzione artistica che è allo stesso tempo ideale e storico. L’obiettivo dell’attività del traduttore ideale è quello di esprimere o trasmettere l’opera d’arte originale, ossia riprodurla come opera d’arte attraverso la propria attività creativa (Levý 1998: 84) per il lettore ideale. Qui Levý si è occupato dell’articolazione delle norme, uno strumento che potrebbe essere usato nella critica della traduzione ceca contemporanea per stabilire il valore della traduzione, derivato dalla relazione tra una traduzione e la/e norma/e artistiche pertinenti della cultura ricevente. In questo modo il processo traduttivo coinvolge due norme: la norma di riproduzione (requisito di fedeltà, somiglianza; valore semantico o noetico) e la norma artistica (requisito di eleganza; valore estetico). In entrambi i casi il traduttore affronta i problemi conflittuali tra le norme della cultura emittente e quelle della cultura ricevente, in combinazione con lo stile individuale dell’autore. “La bellezza e la fedeltà sono spesso contrapposte, come se una escludesse l’altra. Potrebbero essere reciprocamente esclusive solo se la bellezza fosse intesa come eleganza, e la  veridicità come letteralità” (Levý 1998: 93). In questo modo l’oggetto originale viene riprodotto, ricreato e modificato nel processo.

Per Levý la traduzione che ne risulta è un’entità ibrida (il contenuto appartiene alla cultura emittente mentre la lingua alla cultura ricevente), in cui le sue qualità sono direttamente proporzionali all’abilità/incapacità del traduttore di risolvere o conciliare le contraddizioni precedentemente espresse tramite l’applicazione di una certa pre/concezione della traduzione (se ve n’è una) che è un approccio complessivo e uniforme al particolare testo d’origine durante il processo traduttivo, che è strettamente collegato alla norma traduttiva, all’ideologia o alla politica del traduttore e al metodo traduttivo che ne risulta; queste a loro volta si collegano alla/e futura/e funzione/i traduttiva/e derivanti dalle necessità culturali in un particolare periodo di tempo e che puntano alla ricezione.

Tuttavia, questa relazione diretta si adatta precisamente alla categoria di una “traduzione classica e normativa” ideale, ossia il modello traduttivo che sarebbe

in code and interpretation for a particular period and culture (Levý 1998: 102-104). Although Levý derived the dual norm from the modern Czech translation method and although he and Popovič (1975) see the past and present reality of translations as an array of standard-tosubstandard translations, with standard or normal translations reciprocating more or less the period normative ideal, the category of dual norm in literary translation can serve as an analytical tool because it relates to both the intended functions of translation from the prospective aspect and the transferred message from the retrospective one. This is because translation involves languages, discourses (their interrelated form and content endowed with aesthetic function) and their resulting values, pertaining to people (Levý 1963: 24). It is also for this reason that in 1967 Levý (1983: 31) qualifies contemporary linguistic theories of translation as reductive, i.e. reducing the issue of translation to the contact of two languages, or text types in general at best, while ignoring the translator’s participant role in the translation process and in the resulting structure of the translated work of art, i.e. in the two fundamental aspects38 of (literary) translation theory.

The question remains whether the dual norm can be conceptualized on a general level. Probably yes, because reproduction is bound to the historically conceptualized translation while the translation’s aesthetics at the receiving end is relevant for the translation to be perceived and regarded as a literary text in its TLC; but these relationships are not so straightforward.

There were numerous functions translation was intended to perform or performed through history. Deriving two of them from the concept of the dual norm, Levý, besides the aesthetic function pertaining to literary translation, points out the representation of the SLT enhanced by a noetic added value – that is information about the SLT and its culture.

 

appropriato nel codice e nell’interpretazione di un particolare periodo e cultura (Levý 1998: 102-104). Sebbene Levý faccia derivare la duplice norma dal metodo moderno di traduzione ceca e sebbene lui e Popovič (1975) vedano la realtà passata e presente della traduzione come un assortimento di traduzioni che vanno dallo standard al substandard, in cui le traduzioni standard o normali ricambiano più o meno il periodo normativo ideale, la categoria della duplice norma nella traduzione artistica può servire da strumento analitico perché si riferisce sia alle funzioni traduttive intese dal punto di vista potenziale sia al messaggio trasferito dal punto di vista retrospettivo. Questo è perché la traduzione coinvolge lingue, discorsi (la loro forma interrelata e il loro contenuto dotato di funzioni estetiche) e i valori che ne risultano che si riferiscono alle persone (Levý 1963: 24). E’ anche per questa ragione che nel 1967 Levý (1983: 31) definisce riduttive le teorie traduttive della linguistica contemporanea, ossia riducono la questione della traduzione al contatto tra due lingue, o nel migliore dei casi a tipi due di testo in generale, ignorando il ruolo della partecipazione del traduttore all’interno del processo traduttivo e nella struttura dell’opera d’arte tradotta che ne risulta,  ossia nei due aspetti fondamentali38 della teoria della traduzione (artistica).

Resta il problema se la duplice norma può essere concettualizzata ad un livello generale. Probabilmente si, perché la riproduzione è legata alla traduzione concettualizzata storicamente mentre l’estetica della traduzione dal punto di vista della ricezione per la traduzione è importante essere percepita e considerata un testo letterario nella cultura ricevente; ma queste relazioni non sono dirette.

Nel corso della storia sono state numerose funzioni che la traduzione avrebbe dovuto eseguire o ha eseguito. Derivando due di queste funzioni dal concetto della duplice norma,  Levý, oltre alla funzione estetica di pertinenza della traduzione artistica, mette in evidenza la rappresentazione della cultura emittente incrementata dal valore noetico aggiunto – ossia le informazioni sul testo d’origine e la sua cultura.

 

Exoticizing translation (Popovič’s concept), conveying the local colour, may, under certain conditions, transform such information into a semiotic aesthetic value of translativity, but its salience in translation is not only norm dependent, as it also depends on the expected readers’ knowledge, their familiarity with the foreign culture and its artistic genres, i.e. on readers’ (literary) education and taste. Informative translation may also be perceived as a text with dominating aesthetic function thanks to the emotional component in an ideological translation conforming to the receiver’s ideology, social values and desires (Levý 1996: 50). This category of prototypical functions is normally called communicative function/s in functionalist theories. Levý and Popovič call it imminent communicative function/s or value/s to distinguish it from the following developmental ones, isolated from empirical research.

The second category of functions relates to the interaction between the domestic genresystem and the translated genre-system. Translated literature (or a part of it, even an individual author or a particular translation) in a particular period, may or may not un/intentionally influence the domestic system in either positive or negative ways; the effect may be temporary or lasting.

The third category of functions consists in the exchange of cultural assets in a wider sense: translation exerts a genre-differentiating function for domestic literature, and a unifying function in world literature.

Informative function usually increases with the growing distance of the two cultures in contact through translation, but again this is a category dependent on the reader’s presuppositions on the one hand, and on the other – whether the situation should or should not require the translator to un/intentionally contribute to the convergence or divergence of the two cultures in contact – which represents the fourth category of functions39.

Such a range of hierarchical functions had no counterpart in western conceptualizations of translation in Levý’s time.

 

Le traduzioni esotizzanti (il concetto di Popovič) comunicando il colorito locale, possono, stando a certe condizioni, trasformare tali informazioni nel valore estetico semiotico della traduzionalità, ma la prominenza nella traduzione non dipende soltanto dalle norme, in quanto dipende anche dalla conoscenza dei presunti lettori, la loro familiarità con la cultura straniera e i suoi generi artistici, ossia dall’istruzione (artistica) e dal gusto dei lettori. La traduzione informativa può anche essere percepita come un testo con una funzione estetica dominante grazie  alla componente emotiva di una traduzione ideologica che si conforma  all’ideologia, ai valori sociali e ai desideri del ricevente (Levý1996: 50). Questa categoria di funzioni prototipiche viene normalmente chiamata funzione/i comunicativa nelle teorie funzionaliste. Levý e Popovič la chiamano funzione/i o valore/i comunicativa imminente per distinguerla dalla successiva funzione evolutiva, isolata dalle ricerche empiriche.

La seconda categoria di funzioni si collega all’interazione tra il sistema di generi nazionali e il sistema di generi tradotti. La letteratura tradotta (o una parte di essa, persino un autore individuale o una particolare traduzione) in un particolare periodo può intenzionalmente o non influenzare il sistema nazionale sia in modi positivi che negativi; l’effetto può essere temporaneo o duraturo.

La terza categoria di funzioni consiste nello scambio di beni culturali in senso più ampio: la traduzione svolge una funzione di differenziazione dei generi per la letteratura nazionale e una funzione unificante per la letteratura mondiale.

La funzione informativa solitamente cresce con l’aumento della distanza delle due culture in contatto tramite la traduzione, ma di nuovo questa è una categoria dipendente dalle presupposizioni del lettore da un lato e dall’altro dal fatto – se la situazione dovesse o non dovesse richiedere al traduttore di contribuire intenzionalmente o non alla convergenza o alla divergenza delle due culture in contatto – che rappresenta la quarta categoria di funzioni.39

Una tale gamma di funzioni gerarchiche non ha avuto una controparte nelle concettualizzazioni della traduzione occidentale al tempo di Levý.

While the communicative function was incorporated in Nida, Catford, the Skopos and text-type theory suggested by Reiss and Vermeer, Newmark or by Hatim and Mason, cultural functions of translation were gradually discovered in the late 60s – early 70s by the Polysystem School40, and during the 70s – 80s by the Manipulation School. The fourth category of functions – that of the dynamics of cultures-in-contact, had to wait for its discovery until the post-modern 90s, reviving the old Romantic dichotomy of the self and the other41, however in rather a static way, and combined with ideologism, of quite a radical kind, at times.

 

THE THEORETICAL MODEL

The scheme of the procedural model, derived from the communication chain as an act of secondary communication, looks quite simple, containing a handful of basic categories. Although originally presented only for literary translation and having undergone some modifications, here it is presented in a generalized form:

Primary Communication                                    Secondary Communication (TLC)                                                    

                                                                             Tradition ( Social past)

Author – Text – Receiver1

                                                                    Rec.2/Translator – Translation – Receiver3

 

                                                                                                         Contemporary World

                                                                                                             ( Social reality)

                                                                                                                 Receiver4

Fig. 5. The communication scheme


Mentre la funzione comunicativa è stata accolta in Nida, in Catford, nella Skoposteoria e nella teoria dei tipi  testuali postulate da Reiss e Vermeer, Newmark o da Hatim e Mason, le funzioni culturali della traduzione sono state gradualmente scoperte nei tardi anni Sessanta e nei primi anni Settanta dalla scuola polisistemica40 e durante gli anni Settanta-Ottanta dalla Scuola della manipolazione. La quarta categoria di funzioni – quella delle dinamiche delle culture in contatto, ha dovuto attendere gli anni Novanta post-moderni per essere scoperta, rispolverando la vecchia dicotomia romantica del “proprio” e del “l’altrui”,41 tuttavia in un modo piuttosto statico e combinata con l’ideologismo, a volte di tipo fortemente radicale.

 

IL MODELLO TEORICO

Lo  schema del modello procedurale, derivato dalla catena della comunicazione come atto di comunicazione secondario, sembra molto semplice, poiché contiene un gruppetto di categorie di base. Sebbene sia stato originariamente presentato soltanto per la traduzione artistica e abbia subito alcune modifiche, viene presentato qui in una forma generalizzata:

Comunicazione primaria                                    comunicazione secondaria                                                            

                                                                             tradizione (passato sociale)

Autore – Testo – Ricevente1

                                                          Ric.2/Traduttore – Traduzione – Ricevente3

 

                                                                                          Mondo contemporaneo

                                                                                                  (realtà sociale)

                                                                                                      Ricevente4

Fig. 5. Lo schema della comunicazione

Horizontally, translation as process and product is linked with the translator and the receiver as agents and their qualities are projected in it. The vertical vector interconnects all the three horizontal entities with both the past (as surviving in the agents’ awareness) and present world thanks to their socially bound experience and education (transversal lines). Translation itself is bound to the tradition of (a) previous translations – their text structures and methods (i.e. norms) and (b) previous domestic textual production, especially in the same or related genres. Both can be seen as relatively autonomous open structured systems, with positively tested evidence of their mutual interference in terms of temporary or lasting influence or competition. As may become obvious from the scheme, such influences may only be effected through the human agents involved, and naturally also apply to the last entity – the contemporary world or socio-historical context – this is where in synchrony translation processes take place. However, the structuralist interrelatedness of synchrony and diachrony, or the widespread meme in DTS of synchrony in diachrony and vice versa, does not only mean the general assumption that, to put it lightly, any entity is the result of its past dis/continuous evolution influenced by autonomous and heteronomous factors. Historical evidence has it that the translator may, for some reasons, opt for a past translation method or a past domestic textual model rather than work with contemporary ones. Or, by contrast, translators may use a so-far non-existent method or face the task of transferring a text with no prototype in domestic or translated literature, be it literary or non-literary, oral or written. Should their option not match a similar prototype in TLC, thus positioning and accommodating the translation as a model in conformity with the expected receivers’ awareness and experience, the innovatory model is brought in through a stylistic calque.

Through the translator the secondary act is connected with the primary one. Translators are conceptualized as (specific) receivers of the SLT through whose cognition the SLT is transferred.

 

Orizzontalmente, la traduzione come processo e prodotto è collegata con il traduttore e il ricevente come agenti e le loro qualità sono proiettate in esso. Il vettore verticale interconnette tutte e tre le entità orizzontali sia con il mondo passato (in quanto sopravvive nella consapevolezza degli agenti) sia con il mondo presente grazie alla loro formazione ed esperienza socialmente collegate (linee trasversali). La traduzione a sua volta è collegata con la tradizione di (a) traduzioni precedenti – le loro strutture e metodi testuali (le norme) e (b) precedenti produzioni testuali nazionali, specialmente nello stesso genere o in uno correlato. Entrambi possono essere visti come sistemi strutturati autonomi e aperti, con un’evidenza testata in modo certo della loro interferenza reciproca in termini di influenza o competizione temporanea o duratura. Dallo schema risulta ovvio che questo tipo di influenze possono essere causate solo attraverso gli agenti umani coinvolti e naturalmente possono essere applicate all’ultima entità – il mondo contemporaneo e il contesto socio-storico – in cui si verificano i processi traduttivi nella sincronia. Tuttavia, l’interrelazione di sincronia e diacronia, o un meme diffuso nei Descriptive Translation Studies della sincronia nella diacronia e viceversa, non significa solo il generale presupposto secondo il quale, per farla semplice, ogni entità è il risultato di una dis/continua evoluzione passata influenzata da fattori autonomi ed eteronomi. L’evidenza storica sostiene che i traduttori possano, per alcune ragioni, optare per un metodo traduttivo passato o per un modello testuale nazionale passato piuttosto che un opera con metodi contemporanei. O invece i traduttori possono usare un metodo fino ad ora mai esistito o affrontare il compito di rendere un testo senza un prototipo nella letteratura nazionale o tradotta, sia esso letterario o no, orale o scritto. Se le loro scelte non dovessero combaciare con un prototipo simile nella cultura ricevente, conciliando la traduzione come un modello in conformità con la consapevolezza e l’esperienza del presunto ricevente, il modello innovatore verrebbe introdotto attraverso un calco stilistico.

Attraverso il traduttore l’atto secondario è connesso con quello primario. I traduttori sono concettualizzati come riceventi (specifici) del testo d’origine attraverso la cui cognizione viene trasferito il testo d’origine.

During the analytical and execution procedures in the translation process, the translator may take into account identical categories projected in the SLT.

The category of the contemporary world, namely the social one, is interrelated with all categories in the model. The agents are related to it through their experience, the text through contemporary norms and models, with the latter yielded by domestic or translatorial production as well as by receivers’ expectations based on their experience with them. Again, any conformation to or flouting of their expectations has a modifying effect on the receivers. In popular terms, the receivers may be favoured and the reception made the easiest for them, or they may get what they expect (the standard minimax effect), or they may be presented with an unexpectedly difficult reading. If the polar strategies become habitual, expectations are adjusted. The effect of the former is historically evidenced in popular reading for mass education and enlightment; the effect of the latter sensitizes the reader to foreign cultures, their discourses and aesthetics, gradually diminishing the salience of translativity.

From the scheme, it is also evident that a later receiver (Receiver4) perceives the translation against a different background (awareness of tradition, contemporary world). This accounts for the difference of meaning as well as for the aging of translation regarding the norms it was built on. In literary translation this is ascribed to the translators’ assumed tendency to respect the contemporary domestic repertoire and its aesthetic norms, as well as to the unavoidability of their presenting a TLT-bound and narrower interpretation of the SLT meaning. However, originals undergo the process of aging also due to the principle of abduction, although some may have such a potential interpretation range that, apart form their style, the core message ‘survives the ages’, as literary scholars would say;

 

Durante le procedure d’analisi  e d’esecuzione nel processo traduttivo, il traduttore può prendere in considerazione le stesse categorie progettate nel testo d’origine.

La categoria del mondo contemporaneo,  vale a dire quella sociale, è interrelata con tutte le categorie del modello. Gli agenti sono correlati ad essa attraverso la loro esperienza, il testo attraverso le norme e i modelli contemporanee, con quest’ultimi dati da una produzione nazionale o tradotta, così come le aspettative dei riceventi sono basate sulla loro esperienza con essi. Ancora, ogni conformazione o trasgressione delle loro aspettative ha un effetto modificante sui riceventi. In parole povere, i riceventi possono essere avvantaggiati e la ricezione resa più semplice per loro, o possono ottenere quello che si aspettano (un effetto standard minimax) o possono trovarsi di fronte ad una lettura inaspettatamente difficile. Se le strategie estreme diventano abituali, le aspettative vengono adattate. L’effetto della prima ipotesi è storicamente provato dalla lettura popolare per l’istruzione e l’educazione delle masse; l’effetto della seconda ipotesi sensibilizza il lettore nei confronti delle culture dei discorsi e dell’estetica stranieri, facendo diminuire a poco a poco la prominenza della traduzionalità.

È inoltre evidente dallo schema che un ricevente successivo (Ricevente4) percepisce la traduzione con uno sfondo diverso (consapevolezza della tradizione, mondo contemporaneo). Questa giustifica le differenze di significato così come l’invecchiamento della traduzione per quanto riguarda le norme su cui era stata costruita. Nella traduzione artistica questo è attribuito alla tendenza assunta dai traduttori a rispettare il repertorio contemporaneo nazionale e le sue norme estetiche, così come l’inevitabilità di presentare un testo tradotto che sia legato e più vicino all’interpretazione del significato del testo d’origine. Tuttavia, gli originali subiscono un processo di invecchiamento dovuto anche al principio dell’abduzione, nonostante alcuni possano avere una tale gamma di potenziali interpretazioni che, eccezion fatta per il loro stile, fa si che il cuore del messaggio “sopravviva all’età” come direbbe uno

 

such originals may be subjected to intralingual translation42 in terms of style and footnotes or glossaries.

External and internal translation processes are modelled as 2-in-1, but Levý proposed another, cognitive generative model based on this communication model (cf. Levý in this volume). What may not be evident from this account is that the category of the contemporary world, projected through actors’cognition, contains all kinds of social norms and repertories, social structures, institutions and practices, socially constructed values and beliefs, and even socially constructed concepts objectivized in structures and institutions, such as e.g. translation itself.

Nevertheless, Czech and Slovak structuralists kept their modelled autonomous structures and influences of heteronomous elements of other structures apart. To avoid misinterpretation it should be reiterated that such heteronomous influences are a systemic part and parcel of an open systems theory, except that they cannot be represented as conceptualized intra-systemic entities in a general model. This for example relates to such sociological factors as who selects texts for translation, concrete translation conditions, editorial policy and censorship, the translator’s individual dispositions and motives, etc. In other words, the theoretical model as an abstraction cannot reflect all concrete particularities. This is why we need analytical and critical models in combination with a suitable methodology. This strand has been amply demonstrated by research into the history of Czech and Slovak literary translation, though less so in literary translation criticism. But there is an interesting interconnection, relevant for current debates.

 

 

studioso di letteratura; tali originali possono essere soggetti a traduzioni intralinguistiche42 per quanto riguarda lo stile e le note a piè di pagina o i glossari.

I processi esterni ed interni di traduzione sono modellizzati nella forma due in uno, ma Levý ha proposto un altro modello cognitivo e generativo bastato su questo modello comunicativo (vedi Levý in questo volume). Quello che potrebbe risultare non evidente da questa descrizione è che la categoria del mondo contemporaneo, proiettata attraverso la cognizione degli autori, contiene tutti i tipi di norme sociali e i repertori, le strutture sociali, l’istituzione e la pratica, i valori costruiti socialmente e le credenze e persino i concetti costruiti socialmente che sono oggettivati nelle strutture e nelle istituzioni come per esempio la traduzione stessa.

Ciononostante, gli strutturalisti cechi e slovacchi hanno tenuto separate le strutture autonome e le influenze degli elementi eteronomi delle altre strutture modellizzate. Per impedire i malintesi è necessario ribadire che tali influenze eteronome sono parte integrante sistemica di una teoria di sistemi aperti, eccetto per il fatto che non possono essere rappresentate come entità intra-sistemiche concettualizzate in un modello generale. Questo per esempio riguarda fattori sociologici come chi seleziona i testi per le traduzioni, le concrete condizioni di traduzione, la politica editoriale e la censura, le disposizioni e le motivazioni individuali del traduttore, ecc. In altre parole, il modello teorico in quanto astrazione non può riflettere tutte le particolarità concrete. Ecco perché abbiamo bisogno di modelli analitici e critici in combinazione con una metodologia adeguata. Questa tendenza è stata ampiamente dimostrata da studi della storia della traduzione artistica ceca e slovacca, anche se la critica della traduzione artistica la recepisce di meno. Ma c’è un’interessante interconnessione, rilevante per i dibattiti attuali.

 

THE QUEST FOR A THEORY WITH AGENTS

AND IN SERVICE OF PRACTICE

 

The concepts of social and individual agencies in translation notably came in with the latest turn of TS to sociology. The social/collective and the individual as two integral antagonistic components of the dynamics of human entities, their activities and cultural codes have witnessed their comeback in humanities. For example, the recently debated neo-Marxist conceptual framework based on human agency as suggested by Bourdieu and his field model, however relevant it may be found in respect of the free market culture frame and contemporary western philosophy, has the disadvantage that it is neither methodologically nor theoretically worked out on hierarchically lower levels (especially in relation to the internal translation process and the product structure) for the pivotal focus on and analysis of our main object of study, as has been already pointed out elsewhere (e.g. Buzelin 2005, Chesterman 2006).

The currently debated utilitarian aspect of a theory, that is the idea of a theory in service of practice (possibly with research and researchers committed to improving the translator’s status or conditions43) has its precursors in western prescriptive or normative translation theories. They were criticized for well known reasons, especially from the positivistic standpoint. Holmes (1972, in Holmes 1988) saw the solution in the TS applied branch. In the 90s Chesterman (e.g. 1993, 1999) suggested a theory that would be built on the principle of from-is-to-ought to accommodate its axiological dimension. This is basically Levý’s design of his Art of Translation, a design of an original and coherent theory with an extension to the past and in particular to the contemporary ‘ought’.

 

ALLA RICERCA DI UNA TEORIA CON AGENTI

E AL SERVIZIO DELLA PRATICA

 

I concetti di «social agency» e «individual agency» nella traduzione come è noto sono stati introdotti con la svolta sociologica della scienza della traduzione. Il sociale/collettivo e l’individuale sono due componenti antagonisti necessari per le dinamiche delle entità umane, le loro attività e i loro codici culturali hanno testimoniato il loro ritorno tra le scienze umane. Per esempio, la struttura concettuale neo-marxista discussa recentemente, basata sulla agency umana come suggerito da Bourdieu e dal suo modello sul campo, per quanto importante per quanto riguarda la cultura del libero mercato e la filosofia occidentale contemporanea, ha lo svantaggio di non essere elaborato né metodologicamente né teoricamente nei livelli gerarchicamente più bassi (specialmente in relazione al processo traduttivo interno e alla struttura del prodotto) per l’importante punto focale e l’analisi del nostro oggetto di studio principale, come è stato già mostrato in precedenza. (Buzelin 2005, Chesterman 2006).

L’aspetto pratico di una teoria attualmente in discussione, cioè l’idea di una teoria al servizio della pratica (eventualmente con studi e ricercatori impegnati nel miglioramento della posizione e delle condizioni del traduttore43) ha il suo precursore nelle teorie traduttive prescrittive o normative. Sono state criticate per ragioni ben note, specialmente dalla prospettiva dei positivisti. Holmes (1972 in Holmes 1988) vedeva la soluzione nel ramo applicativo della scienza della traduzione. Negli anni Novanta Chesterman (1993, 1999) sosteneva una teoria che fosse costruita sul principio de “from-is-to-ought” per conciliare la dimensione assiologica. Questo è sostanzialmente il progetto di Levý per la sua Arte della traduzione, un progetto di una teoria originale e coerente con un’estensione verso il passato e in particolare al “ought” contemporaneo.

 

For pragmatic reasons in its time, the book was written with a dual purpose (scholarly knowledge and a tool for theoretical reflection of technical problems in literary translation, which might improve the quality of production) and for a dual audience (researchers and literary translators, respectively). However, as a meticulous scholar44 when it comes to theory and methodology, he was quite explicit about the difference between (a) a general theory and special theories built on empirical research, a verifiable theoretical model and hypotheses, (b) descriptive research based on an analytical model and methods and (c) translation criticism based on a critical model and methods (anchored in the concrete socio-cultural, historically established ‘ought’, i.e. translations vs. period conventions and the concept of an optimal, normative translation). This is how Levý’s book, aiming at a wider readership in a particular ideological atmosphere behind the ‘iron curtain’ should be interpreted.

Popovič (1971, 1975), Levý’s follower, designed the theory of translation as built from (a) general theory, (b) special theories (subcategorized into technical, journalistic and literary translation), (c) praxeology and (d) didactics.45 In his opinion, the subdiscipline of praxeology should complement the theoretical model of the translation process as the communicative functioning of translation because ‘real’ translations (i.e. processes and products) deviate from the ideal model due to concrete external social conditions46, hence his typological differentiation of translations. Praxeology, then, would explain the difference between the deductive theoretical model and reality, and come up with respective suggestions to improve translation practice, so that reality would get closer to the normative theoretical ideal, which, in consequence would improve practice with regard to the functioning and value of translation. Popovič’s praxeology, programmatically based on its own interdisciplinary research methodology and conceived as a subdiscipline concerned with translation practice with the aim of improving it through researchers’ proposals, represents almost a prototype ideal of the above mentioned endeavours and concerns in TS today

 

Per ragioni pragmatiche in  quel periodo il libro era stato scritto con un intento doppio (conoscenza erudita e uno strumento per la riflessione teorica su problemi tecnici nella traduzione artistica, il che poteva migliorare la qualità della produzione) e per un doppio pubblico (rispettivamente ricercatori e traduttori letterari). Tuttavia, in quanto studioso meticoloso44 quando si tratta di teoria e metodologia, era molto esplicito riguardo alla differenza tra (a) una teoria generale e teorie speciali costruite su ricerche empiriche, un modello teorico verificabile e ipotesi, (b) ricerca descrittiva basata su un modello d’analisi e metodi e (c)  critica della traduzione basata su un modello critico e metodi (ancorati nel “ought” socio-culturale concreto, stabilito storicamente, ossia la traduzione contro le convenzioni del periodo e il concetto di una traduzione normativa ottimale). Ecco come dovrebbe essere interpretato il libro di Levý, che mira ad un numero di lettori più ampio in una particolare atmosfera ideologica dietro “la cortina di ferro”.

Popovič (1971,1975), seguace di Levý, ha progettato la teoria della traduzione costituita da (a) teoria generale, (b) teorie speciali (sottocategorizzate in traduzione tecnica, traduzione giornalistica e traduzione artistica), (c) prasseologia e (d) didattica.45 Secondo lui, la subdisciplina della prasseologia doveva essere complementare al modello teorico del processo di traduzione come funzionamento comunicativo della traduzione perché la traduzione “reale” (cioè processi e prodotti) devia dal modello ideale a causa delle condizioni sociali concrete esterne46, da qui la sua differenziazione tipologica della traduzione. La prasseologia, allora, spiegherebbe la differenza tra il modello teorico deduttivo e la realtà, e trovare le rispettive proposte per migliorare la pratica della traduzione, così che la realtà si avvicini all’ideale teorico normativo, che, di conseguenza migliorerebbe la pratica con riguardo al funzionamento e al valore della traduzione. La prasseologia di Popovič, basata programmaticamente sulla propria metodologia di ricerca interdisciplinare e concepita come una sottodisciplina riguardante la pratica della traduzione con lo scopo di migliorarla attraverso le proposte dei ricercatori, rappresenta quasi un prototipo ideale degli interessi e degli impegni sopracitati nella scienza della traduzione odierna

 

– that is a theory, research and researchers acting in service of practice in order to help it or improve it.

Praxeology or theory of practice is also the denomination of Bourdieu’s sociology based on human action. Sociology of translation represented one of three branches in Popovič’s praxeology (1975), the other two being editorial practice of translation and methodology of translation criticism. Sociology was to be concerned with e.g. the selection of texts for translation (an ideological, political and economic issue) and the concrete social conditioning of the process and its product, also related to the status of translation practice and its professionalization, etc. Praxeological research has some coverage in both Slovak and Czech TS47, but it has to be carefully differentiated from what is known as the translator’s formulated poetics and other personal accounts which should themselves serve as objects of study.

 

OMNIPRESENT IDEOLOGY

 

For Czech and Slovak social semiotics it is in fact the receiver who determines the social functioning of an artistic work or its translation. Therefore ideology in the text cannot be reduced either to its inherent operativeness (i.e. the pragmatic dimension of ‘sign – user’) or to its thematic elements (‘meaning’) as it can also be carried by formal elements (their selection and syntax – i.e. on the paradigmatic and syntagmatic axes). This is also the case of literalist approaches to translation in earlier historical periods, making one wonder how such translations could have been functional, and yet, in one or more ways, they were .48

 

 

– cioè la teoria, ricerche e ricercatori agiscono al servizio della pratica al fine di aiutarla o migliorarla.

La prasseologia o la teoria della pratica è anche la denominazione della sociologia di Bourdieu basata sulle azioni umane. La sociologia della traduzione rappresentava uno dei tre rami della prasseologia di Popovič (1975), gli altri due erano la pratica editoriale della traduzione e la metodologia della critica traduttiva. La sociologia riguardava anche per esempio la selezione dei testi da tradurre (un problema ideologico, politico ed economico) e il concreto condizionamento sociale del processo e del suo prodotto, correlato anche allo stato della pratica traduttiva e alla sua professionalizzazione ecc. La ricerca prasseologica ha una certa copertura sia nella traduzione slovacca che ceca47, ma deve essere attentamente distinta da ciò che è conosciuto come la poetica formulata del traduttore e dagli altri resoconti personali che dovrebbero loro stessi essere oggetto di studio.

 

IDEOLOGIA ONNIPRESENTE

 

Per la semiotica sociale ceca e slovacca è in effetti il ricevente che determina il funzionamento sociale di un opera artistica o della sua traduzione. Perciò l’ideologia nel testo non può essere ridotta né alla sua operatività intrinseca (ossia la dimensione pragmatica di «segno – utente») né ai suoi elementi tematici («significato») in quanto possono essere portati da elementi formali (la loro selezione e la sintassi – ossia sull’asse pragmatico e sintagmatico). È anche il caso degli approcci letteralisti alla traduzione nei primi periodi storici, facendo sì che uno si chiedesse come tali traduzioni potessero essere funzionali, e tuttavia, in uno o più modi lo erano.48


Cultural ideology is inscribed in the text in its content or form in their interaction with the pragmatic dimension of the author/translator and receiver. The text contains sociosemes, which is a concept introduced in the late 70s (Pospíšil 2005: 207), i.e. elements of meaning (encoded in content or form), signs denoting in the particular sociocultural context and within the particular collective awareness some social meaning of facts experienced in life, including symbols constituted e.g. through encounters with art or with signs established in an artistic tradition. The sociosemes, mostly polyfunctional because they frequently relate to several aspects of world view, be it ethics and morals, politics, nationalism, religion etc., are conceived as dynamic structural units varying with the socio-historical context. This is why, paradoxically, the receiver may identify as sociosemes those sign units that had not been perceived as such by the author.

In respect of translation it is relevant to see what Levý (1971 in this volume) saw as pertinent and derived from Mukařovský, i.e. that the receiver’s reception is a combination of individual idiosyncracies as well as of collective internalized norms and social context – interpretations may result in the shift of the dominant function, in the reshuffling of intended functions carried by the elements in the structure, but also in perceiving as intended certain elements that the author may have never intended to function as such. Pospíšil (2005: 211), referring back to Mukařovský (1943, 1966) explains this intricacy by pointing out that for this structuralism the core theoretical assumption applies that the structure of functions of a work of art corresponds to the structure of needs of the individual or collective perceiver, hence the derived value of the work.

It is the predominant need or the social relevance in a particular society that determines the function and value of the text, and this is also why receivers in their particular culture and time perceive the functions as intentional on the production pole of the horizontal axis. As Mukařovský (1966: 64) points out, intentionality may be

 

L’ideologia culturale è inscritta nel testo nel suo contenuto o forma nella loro interazione con la dimensione pragmatica dell’autore/traduttore e il ricevente. Il testo contiene sociosemi, un concetto introdotto nei tardi anni Settanta (Pospíšil 2005: 207), ossia gli elementi del significato (codificati in contenuto o forma), segni che denotano nel particolare contesto socio-culturale e all’interno di una particolare consapevolezza collettiva alcuni significati sociali di fatti sperimentati nel corso della vita, inclusi i simboli costituiti per esempio attraverso gli incontri con l’arte o con i segni stabiliti in una tradizione artistica. I sociosemi, per la maggior parte polifunzionali poiché si relazionano frequentemente a numerosi aspetti della visione del mondo, che sia etica, morale,  politica, nazionalismo, religione ecc. , sono concepiti come unità dinamiche strutturali che variano con il contesto socio-storico. Ecco perché, paradossalmente, il ricevente può identificare come sociosemi quelle unità di segni che non sono state percepite così dall’autore.

Riguardo alla traduzione è importante vedere cosa Levý (1971 in questo volume) ha ritenuto pertinente e ha tratto da Mukařovský, ossia che la ricezione del ricevente è una combinazione di idiosincrasie individuali così come di norme collettive e contesti sociali interiorizzati – le interpretazioni possono determinare cambiamenti della funzione dominante, il rimescolamento di funzioni volute portate dagli elementi nella struttura, ma anche la percezione di certi elementi come voluti la cui funzione potrebbe non essere mai stata intesa in questo modo dall’autore. Pospíšil (2005: 211) riferendosi a Mukařovský (1943, 1966) spiega questa complessità evidenziando che per questo strutturalismo l’ipotesi teorica centrale richiede che la struttura delle funzioni di un’opera d’arte corrisponda alla struttura delle necessità del percettore individuale o collettivo, da qui i valori che provengono dall’opera.

È il bisogno predominante o la rilevanza sociale in una particolare società che determina la funzione e il valore del testo, e questa è anche la ragione per cui i riceventi nella loro particolare cultura e tempo percepiscono le funzioni come intenzionali nel polo della produzione sull’asse orizzontale. Come sottolinea Mukařovský (1966: 64), l’intenzionalità può essere afferrata solo se la guardiamo dal

grasped only if we look at it from the standpoint of the receiver whose anticipation of the author’s intention makes the receiver seek the semantic integral of the work; this in turn is generally bound to its genre affiliation. In the translation context this complex represents the standpoint of the translator, reader, editor and publisher, critic etc.

Ideological functions of translation are first and foremost laid bare by the very act of its ostension in certain contexts, in other contexts ostension may be concealed, intentions masked, but function/s can only ‘function’ at the receiver’s end, which certainly allows for un/intended manipulation as in any verbal interaction, be it direct or reported speech, be it non/fictional or semifictional discourse imaging worlds between the real and unreal in an artistic or non-artistic way. All such communication is subject to individual and contextual constraints as well as to the category of anti/illusionism. Translation, in addition, is constrained by the original as it is derived from it. This may be the point that makes the difference also, but not only, from the ideological perspective. However, there is no straightforward relationship between what the translator, under constraints, imports from the original and what is actually transferred into the TLC. This is because meanings and shifts in meaning are generated through the interaction of the internal context and the external context – even social meanings carried by signs are only realized through their perception in a concrete society. To make the picture more complicated – this social meaning may be imparted in the signs by the author, or by the translator, or it may be attributed to the signs by the receiver only.

This is nothing new – Mukařovský (1943, 1966: 93-94) points out that whatever the intentions of the author may have been, receivers may perceive them differently, depending on their individual and collective dispositions, which may even reshuffle the intended dominance and subordination of structural units.

 

punto di vista del ricevente la cui anticipazione dell’intenzione dell’autore gli fa ricercare la semantica integrale dell’opera; questo a sua volta è generalmente legato all’affiliazione a un genere testuale. Nel contesto traduttivo questo complesso rappresenta il punto di vista del traduttore, del lettore, dell’editor e dell’editore, del critico ecc.

Le funzioni ideologiche della traduzione sono rivelate prima di tutto dall’atto stesso della sua ostensione in certi contesti, in altri contesti l’ostensione può essere celata, le intenzioni mascherate, ma le funzioni/e può solo “funzionare” dalla parte del ricevente, che certamente tiene conto della manipolazione in/volontaria come in ogni interazione verbale,  sia essa un discorso diretto o riportato, un discorso finzionale/non finzionale o semifinzionale, immaginando mondi tra la realtà e l’irrealtà in un senso artistico o non artistico. Tutte queste comunicazioni sono oggetto delle limitazioni individuali e contestuali così come le categorie dell’illusionismo e dell’antillusionismo. La traduzione, in aggiunta, è limitata dall’originale poiché deriva da esso. Questo potrebbe essere il punto che fa la differenza anche, ma non soltanto, dalla prospettiva ideologica. Tuttavia, non ci sono relazioni dirette tra ciò che il traduttore, costretto, importa dall’originale e ciò che viene realmente trasferito nella cultura ricevente. Questa è anche la ragione per cui vengono generati i significati e i cambiamenti nei significati attraverso l’interazione di contesti interni ed esterni – anche i significati sociali portati dai segni sono realizzati soltanto attraverso la loro percezione in una società concreta. Per rendere il quadro più complicato – questo significato sociale può essere comunicato nei segni dall’autore, o dal traduttore, o può essere attribuito ai segni soltanto dal ricevente.

Questo non è niente di nuovo – Mukařovský (1943, 1966: 93-94), sottolinea che qualunque possano essere state le intenzioni dell’autore, i riceventi possono percepirle diversamente, dipende dalle loro disposizioni individuali e collettive, che possono persino rimescolare la dominanza voluta e subordinare le unità strutturali. Questo è il punto in cui l’intenzione di un autore interagisce con la ricezione, compresa quella del traduttore e conseguentemente quella del ricevente.

This is the point where an author’s intention interacts with reception, including that of the translator and consequently that of the receiver. So intentionality can only be fully understood if we look at it from the point of view of the receiver trying to identify the integral semantic unity of the artistic work against the background of the preconceived authorial intention in the particular genre, as Mukařovský (1943, 1966: 93-94) remarks.

In simple terms, the theoretical assumption, also valid for translation, is that the structure of a message corresponds to the receiver’s (individual or collective) structure of needs, and that this needs-related functioning constitutes its value. This is why a dominant need in a society at a particular time determines the function and value of a text, be it an original or a translation, and this is also why these two features are perceived as intentional. This may explain the ways texts are translated, perceived, and the criteria of their selection, but of course it is not an explanation of the origins of the receiver’s needs, nor of the needs of the receiver’s culture or their dynamism49.

However, this semiotic approach maintains the focus on its object of study – the sign as text and message, while the social context penetrates the sign through the author and receiver, whether we consider formal aspects, the content or the pragmatic aspect, as we hoped to demonstrate. To avoid losing the central object of translation studies, i.e. translation, for the sake of studying its external context, as may be the case when we borrow genuine sociological theories, it might be wiser to develop a sociological dimension in a theory that has such potential.

Limited space does not allow for a more detailed presentation and comparisons, thus potentially inviting some new misunderstandings. However, besides additional unavoidable risks involving her interpretation and some generalizations, it is the author’s hope that an interested reader will get some, albeit necessarily limited, access to a theory so far locked in other, less accessible, languages.

 

Così l’intenzionalità può essere interamente compresa soltanto se noi la guardiamo dal punto di vista del ricevente che prova ad identificare l’unità semantica integrale dell’opera d’arte sullo sfondo dell’intenzione precedentemente concepita dell’autore in un particolare genere testuale, come ribadisce Mukařovský (1943, 1966: 93-94).

In parole povere, l’ipotesi teorica, valida anche per la traduzione, è che la struttura del messaggio corrisponde alla struttura dei bisogni del ricevente (individuale o collettivo), e che questo funzionamento collegato ai bisogni costituisce il suo valore. Ecco perché un bisogno dominante in una società in un determinato momento determina la funzione e il valore di un testo, che sia un originale o una traduzione, e questo è anche il motivo per cui queste due caratteristiche sono percepite come intenzionali. Questo può spiegare i modi in cui i testi vengono tradotti, percepiti e i criteri della loro selezione, ma sicuramente non spiega le origini dei bisogni del ricevente, né i bisogni della cultura del ricevente o il loro dinamismo49.

Tuttavia, questo approccio semiotico mantiene l’attenzione sul suo oggetto di studio – il segno come testo e messaggio, mentre il contesto sociale penetra il segno attraverso l’autore e il ricevente, se consideriamo gli aspetti formali, l’aspetto del contenuto o quello pragmatico, come speravamo di dimostrare. Per evitare di perdere l’oggetto centrale della scienza della traduzione, ossia la traduzione, per studiarne il contesto esterno, come può essere il caso quando prendiamo in prestito teorie sociologiche vere e proprie, potrebbe essere più saggio sviluppare una dimensione sociologica in una teoria che ha tale potenziale.

Lo spazio limitato non permette una presentazione e una comparazione più dettagliate, perciò da adito potenzialmente a nuovi fraintendimenti. Tuttavia, accanto a inevitabili rischi aggiuntivi che coinvolgono la sua interpretazione e alcune generalizzazioni, l’autrice spera che il lettore interessato riuscirà ad avere più accesso, sebbene necessariamente limitato, a una teoria che fino ad ora è stata rinchiusa in altre lingue meno accessibili.

 

NOTES

 

  1. Its precursor was his habilitation thesis Základní otázky teorie prekladu (Fundamental Issues in Translation Theory) dated 1958; In 1958 he also published the textbook Úvod do teorie prekladu (Introduction to the Theory of Translation). The second version of The Art of Translation was completed by Levý in 1967 for the German translation published in 1969 as Die Literarische Übersetzung: Theorie einer Kunstgattung; its Russian translation was published in 1974 as Iskusstvo perevoda. His widely known article Translation as a Decision Process came out in 1967, the year of his premature death when he was only 40. Between the mid 50s and 1967 Levý wrote dozens of other articles and conference papers on translation and literature.
  2.  Volek (2005: 139) notes that the often cited works by Jakobson from the 50s and 60s are no longer representative of Prague structuralism .
  3. Czech structuralism, incl. Levý, distinguished between the artefact (text, sculpture, painting etc.) as a material object on the one hand, and its intersubjective existence as a work of art realized through the reception process, on the other. The artefact and the work of art represented two aspects of a sign.
  4. Doležel (2000b: 165) remarks that Czech structuralism is often criticized for its formalist and immanentist poetics, but perhaps it is more often the case that Prague poetics and aesthetics are simply eradicated from the map of 20th century poetics, i.e. totally ignored in “western” historical accounts and treatments of structuralism. On the other hand, Prague linguistics has been acknowledged as the post-Saussurean stage in the development of European structuralism.

 

NOTE

 

  1. Il suo precursore è stato la sua tesi di abilitazione Základní otázky teorie překladu (problemi fondamentali della teoria traduttiva) risalente al 1958; nel 1958 ha anche pubblicato un libro di testo Úvod do teorie překladu (introduzione alle teorie della traduzione). La seconda versione di Arte della traduzione è stata completata da Levý nel 1967 per la traduzione tedesca pubblicata nel 1969 con il titolo Die Literarische Übersetzung: Theorie einer Kunstgattung; la sua traduzione russa fu pubblicata nel 1974 col titolo Iskusstvo perevoda. Il suo famoso articolo Translation as a decisional process uscì nel 1967, l’anno della sua morte prematura quando aveva solo Quarant’anni. Tra la metà degli anni Cinquanta e il 1967  Levý scrisse decine di altri articoli e scritti per conferenze sulla traduzione e la letteratura.
  2. VOLEK (2005: 139) fa notare che spesso i lavori citati di Jakobson degli anni Cinquanta e Sessanta non sono più rappresentativi dello strutturalismo praghese.
  3. Lo strutturalismo ceco, incluso Levý, faceva distinzione tra l’artefatto (testo, scultura, dipinto ecc.) come oggetto materiale da un lato e la sua esistenza intersoggettiva come opera d’arte realizzata attraverso il processo di ricezione dall’altro. L’artefatto e l’opera d’arte rappresentavano i due aspetti di un segno.
  4. DOLEŽEL (2000B: 165) ribadisce che lo strutturalismo ceco è spesso criticato per la sua poetica formalista e immanentista, ma forse è più probabile che la poetica praghese e l’estetica siano state semplicemente sradicate dalla mappa della poetica del Novecento, ossia totalmente ignorate nei resoconti storici e nelle trattazioni dello strutturalismo “occidentali”. D’altro canto, la linguistica praghese è stata riconosciuta come fase post-saussureano nello sviluppo dello strutturalismo europeo.
    1. Jakobson was a professor at the university in the town of Brno; Levý worked there from 1964-1967.
    2. In 1936, Jakobson (quoted in Doležel 2000a: 164) said that Prague theory was the result of the symbiosis of Czech and Russian thinking, while at the same time it incorporated experience of West-European and American science. A critical account of the relationships between Russian formalism and Prague theory was published by Mukarovský in his review of the Czech translation of Shklovsky’s Teoriia prozy (Theory of prose) in 1934: among other he pointed out that Prague combined structural autonomy with the aspect of its conditioning sociocultural embeddedness.
    3. E.g. Lubomír Doležel (Canada), Kvetoslav Chvatík (Germany, Switzerland); Ladislav Matejka, Emil Volek and Peter Steiner (USA).
    4.  I.e. both its production and reception. Influenced by Lotman, the Slovaks use the term text for the combination of form and meaning.
    5. i.e. theories based on empirical study. The Czechs and Slovaks used the so called zig-zag method (which can be traced back to W. von Humboldt) – a dialectical interaction between empirical results and formulation/extension of a theory: Because of this principle, Levý and Popovic are considered descriptivists in Translation Studies. However, it is obvious that their descriptivism may not overlap with Toury’s DTS.
    6. Handling structures without people, or, as Bourdieu (1994) would have it – conceptualizing people as mere ‘epiphonemes’ of structures. The reason for this fundamental difference between French and Czech structuralism is that while the former drew more heavily on Saussurean systemic linguistic theory, the latter, i.e. Mukarovský’s functional approach, relied on Husserl’s phenomenology and Durkheim’s sociology.
    7. Jakobson è stato professore all’università della città di Brno; Levý ha lavorato lì dal 1964 al 1967.
    8. Nel 1936 Jakobson (citato in Doležel 2000a: 164) ha affermato che la teoria praghese era il risultato della simbiosi del pensiero ceco e di quello russo, mentre allo stesso tempo incorporava l’esperienza degli studi dell’Europa occidentale e dell’America. Un resoconto critico della relazione tra il formalismo russo e la teoria praghese fu pubblicato da Mukařovský nella sua recensione della traduzione ceca di Teoriia prozy (teoria della prosa) di Shklovskii nel 1934: tra l’altro evidenziò che Praga aveva combinato l’autonomia strutturale con l’aspetto della sua integrazione socio-culturale condizionante.
    9. Per esempio Lubomír Doležel (Canada), Květoslav Chvatík (Germania, Svizzera); Ladislav Matějka, Emil Volek e Peter Steiner (USA).
    10. Ossia sia la sua produzione che la sua ricezione. Influenzati da Lotman, gli slovacchi usano il termine text per la combinazione di forma e significato.
    11. Ossia le teorie basate sugli studi empirici. I cechi e gli slovacchi utilizzavano il metodo chiamato zig-zag (che può essere fatto risalire a W. Von Humboldt) – un’interazione dialettica tra i risultati empirici e la formulazione/estensione di una teoria: dato questo principio, Levý e Popovič sono considerati descrittivisti nella scienza della traduzione, tuttavia, il loro descrittivismo non può ovviamente coincidere con i Descriptive Translation Studies di Toury.
    12.  Occuparsi delle strutture senza le persone, o come sosterrebbe BOURDIEU (1994) – concettualizzare le persone come meri “epifonemi” delle strutture. La ragione di questa differenza fondamentale tra lo strutturalismo francese e ceco è che mentre il primo ricorreva più fortemente alla teoria linguistica sistemica Saussureana, il secondo, ossia l’approccio funzionale di Mukařovský, faceva affidamento sulla fenomenologia di Husserl  e sulla sociologia di Durkheim.
      1. Hence the difference between Popovic’s and Holmes’s TS paradigms: Popovic does not use the concepts of DTS and applied branches, and sees the development of the discipline as a dialectical movement between theory and analytical empiricism, while his praxeology as a pragmatic extension covers Holmes’s applied branch (Jettmarová 2005).
      2. Cf. Levý in this volume. Cf. also recent concerns over Bourdieu’s integration into TS.
      3. The Moscow-Tartu school was established by Lotman, Ivanov and Toporov in 1964.
      4. Especially the Warsaw Circle and E. Balcerzan.
      5. Czech structuralism was called sociosemiotics by Chvatík (1994: 55).
      6. E.g. the widely-known Literary Theory (1983) by Terry Eagleton presents structuralism as a bricolage of hackneyed half-truths and uninformed assumptions which make structuralism look like a list of deadly sins, e.g.linking Czech literary structuralism of the 60s directly and only with Saussure and Russian formalists, at the same time relegating it to the domain of philosophical idealism, and claiming that this structuralism eliminated the human subject and reduced it to the function of a non-personal structure, etc. (Doležel 2005: 123-124)
      7. Taken from B. Malinowski (1953).
      8. Adapted from A. Tarski (1933).
      9. The concept of the dominant was taken over from Russian Formalism (according to Jakobson 1935, published in Eagle 1971 and in Jakobson 1995: 37).

 

 

 

  1. Da qui la differenza tra i paradigmi traduttivi di Popovič e Holmes: Popovič non usa il concetto dei Descriptives Translation Studies e dei rami applicativi, e vede lo sviluppo della disciplina come un movimento dialettico tra la teoria e l’empirismo analitico, mentre la sua prasseologia, in quanto estensione pragmatica copre il ramo applicativo di Holmes (Jettmarová 2005).
  2.  Vedi Levý in questo volume. Vedi anche i recenti interessi a proposito dell’integrazione nella scienza della traduzione di Bourdieu.
  3.  La scuola di Mosca-Tartu fu istituita da Lotman, Ivanov e Toporov nel 1964.
  4.  Specialmente il circolo di Varsavia e E. Balcerzan.
  5.  Lo strutturalismo ceco venne chiamato sociosemiotica da Chvatík (1994: 55)
  6.  Per esempio la famosa Literary Thoery (1983) di Terry Eagleton presenta lo strutturalismo come un bricolage di mezze verità trite e ritrite e presupposti disinformati che fa sembrare lo strutturalismo una lista di peccati mortali, per esempio collegare lo strutturalismo letterario ceco degli anni Sessanta direttamente e solamente con Saussure e i formalisti russi, rilegandolo allo stesso tempo al campo dell’idealismo filosofico e sostenendo che questo strutturalismo abbia eliminato il soggetto umano riducendolo alla funzione di una struttura non-personale ecc. (DOLEŽEL 2005: 123-124).
  7.  Preso da B. MALINOWSKI (1953).
  8.  Adattato da A. TARSKI (1933).
  9. il concetto di «dominante»è stato preso dal formalismo russo (secondo Jakobson 1935, pubblicato su Eagle 1971 e in Jakobson 1995: 37).
    1. Function was understood as the (intended) aim or purpose of communication, which in turn was seen as a teleological activity, i.e. social interaction aimed at some goal. As a relational concept, function depends on the receiver. For Mukarovský (1936: 54), aesthetic value was found to be a process co-determined by both the immanent development of the artistic structure and the changes in the structure of “social cohabitation”.
    2. Cf. ‘text-type’ translation theories (e.g. Skopos, Newmark) that also highlight the main function but lack this dynamism as well as their explicit socio-historical embeddedness.
    3. The reader’s interpretation is alternatively called concretization (a modified concept adapted from Ingarden’s phenomenological theory) to designate the resulting mental image of the work of art, in contrast with proficient interpretations by literary scholars or critics (cf. Levý 1983: 47). Mutatis mutandis for translation.
    4. This model of the reception process anticipated the principles of reception aesthetics (the Konstanz school) as well as any attempts to integrate hermeneutics. Levý (1963 in Levý 1971: 49) is explicit about the hierarchic structure of such perception, adding that at certain point of semantic accumulation of information, a new information increment results in the transformation of a series of semantic units into an instruction of how to understand this semantic series. This is how the structure of an artistic message gradually emerges or comes into being during the process of concretization in dependence on the reader’s idiolect.
    5. La funzione era intesa come lo scopo o il proposito (intenzionale) di comunicazione, che a sua volta era visto come attività teleologica, ossia l’interazione sociale mirata ad alcuni obiettivi. Come concetto relazionale la funzione dipende dal ricevente. Per Mukařovský (1936: 54), il valore estetico è risultato essere un processo co-determinato sia dallo sviluppo immanente della struttura artistica sia dai cambiamenti nella struttura della coabitazione sociale.
    6. Vedi le teorie di traduzione “testo-tipo” (per esempio Skopos, Newmark) che evidenziano anche la funzione principale ma mancano di questo dinamismo così come il loro esplicito coinvolgimento socio-storico.
    7. L’interpretazione del lettore è chiamata in alternativa concretizzazione (un concetto modificato adattato dalla teoria fenomenologica di Ingarden) per indicare l’immagine mentale dell’opera d’arte risultante, in contrasto con le abili interpretazioni degli studiosi o dei critici letterari (Levý 1983: 47). Mutatis mutandis per la traduzione.
    8.  Questo modello del processo ricettivo ha anticipato i principi dell’estetica della ricezione (la scuola di Konstanz) così come ogni tentativo di integrare l’ermeneutica.  Levý (1963 in Levý 1971: 49) è esplicito a proposito della struttura gerarchica di tale percezione, aggiungendo che ad un certo punto di accumulazione semantica dell’informazione, un nuovo incremento informativo determina la trasformazione di una serie di unità semantiche in un’istruzione su come capire queste serie semantiche. È così che le strutture di un messaggio artistico emergono gradualmente o nascono durante il processo di concretizzazione a seconda dell’idioletto del lettore.

 

 

 

  1. A more specific version (Levý 1963b: 25n) of the hypothetical process, proposed as a weakly normative one, breaks down the reading phase into the stages of (a) understanding and (b) interpreting, the latter including the establishment of a pre/conception of the translation by the translator. ‘Re-stylization’ is the execution stage, involving three potential transfer procedures: translation (relevant for the general component), substitution (relevant for the specific component) and transcription (relevant for the unique/individual component).
  2. he referential aspect of a work of art should not be equated with imitation of reality as is common for the reductionist and simplistic concept of mimesis in Western culture today. Literary representation is a more complex issue.
  3. All his subcategories are conceptualized and further classified in taxonomies. Expression is understood as a unit combining linguistic style and content.
  4. The same form or content may have different meaning in the TL/TLT/TLC, thus to achieve the same function the translator should use forms and contents that are potential carriers of that function, which is identified through the translator’s understanding and interpretation of the SLT element’s function on its the structural level and in the SLT as a whole). However, some forms or content in translation may, unlike their SLT counterparts, acquire additional function/s in translation, e.g. adding local or historical colour, and thus become dominant elements. This depends on the prospective function of a translation and the translator’s pre/conception of it.
  5. Una versione più specifica (Levý 1963b: 25n) del processo ipotetico, proposta come versione debolmente normativa, divide la fase della lettura in stadi di (a) comprensione e (b) interpretazione, quest’ultimo include la formazione di una pre/concezione della traduzione da parte del traduttore. La “re-stilizzazione” è uno stadio esecutivo, che coinvolge tre potenziali procedure di trasferimento: traduzione (rilevante per la componente generale), sostituzione (rilevante per la componente specifica) e trascrizione (rilevante per la componente unica/individuale).
  6. L’aspetto referenziale di un’opera d’arte non dovrebbe essere fatto coincidere con l’imitazione della realtà, comune per il concetto reduzionista e semplicista della mimesi nella cultura occidentale odierna. La rappresentazione letteraria è una questione più complessa.
  7.  Tutte le sue sottocategorie sono concettualizzate e ulteriormente classificate in tassonomie. L’espressione è intesa come un’unità che combina lo stile linguistico e il contenuto.
  8. La stessa forma o contenuto può avere un significato differente nella traduzione/testo tradotto/cultura ricevente, perciò per ottenere la stessa funzione il traduttore dovrebbe usare forme e contenuti che sono portatori potenziali di quella funzione, che è identificata attraverso la comprensione e l’interpretazione della funzione degli elementi del testo emittente sul suo livello strutturale e del testo emittente nel suo insieme da parte del traduttore. Tuttavia, alcune forme e contenuti nella traduzione possono, a differenza delle loro controparti nel testo emittente, acquisire funzioni addizionali nella traduzione, per esempio ulteriore colore locale o storico, e perciò diventare elementi dominanti. Questo dipende dalla funzione prospettiva di una traduzione e della pre/concezione che ne ha il traduttore .
    1. i.e. meaning (whether cognitive or emotive) constituted by both form and content. Semiotically (Chvatík 2001: 128), although the meaning of a sign is constituted in the cognition of an individual interpreting the sign, the intersubjective validity of the meaning is constituted by the social structure on whose background it is concretized by the individual.
    2. From this point, current debates on the a/historicity or the westernized concept of translation (e.g. Tymoczko 2006) lose some of their relevance. As Popovic (1983) points out, there is no universal definition of translation because it is a historical relational concept that can either be empirically derived from the structure of translations (as a projected communication in the text), or determined through its position among other texts (especially derived texts, i.e. metatexts). Popovic (1975) opts for the latter option and integrates his metatext theory, positioning translation on the scale between token-token and token-type models. Translations may be used as prototexts with domestic texts derived from them – as is the case of translation’s developmental function.
    3.  i.e. epistemological.
    4. The concept, derived from illusio (ludus), was used in Czech semiotic aesthetics, especially in theatre studies, to denote the tendency to create images in such a way so that they would invoke in the receiver the illusion of their real existence. In other words, to create a model of an existing or non-existing prototype that would be accepted by the receiver as a prototype on the agreed principle of a play, i.e. ‘as if’. Pseudotranslations (i.e. texts only pretending to have been derived from their prototype originals) misuse this principle.

 

 

  1. Ossia il significato (sia esso cognitivo o emotivo) costituito sia dalla forma che dal contenuto. Semioticamente (Chvatík 2001: 128) sebbene il significato di un segno sia costituito nella cognizione di un’interpretazione individuale di un segno, la validità intersoggettiva del significato è costituita dalla struttura sociale sul cui sfondo è concretizzata dall’individuo.
  2. Da questo punto, gli attuali dibattiti sull’a/storicità o il concetto occidentalizzato di traduzione (per esempio Tymoczko 2006) hanno perso un po’ della loro importanza. Come fa notare Popovič (1983), non ci sono definizioni universali di traduzione perché è un concetto relazionale storico che può essere o derivato empiricamente dalle strutture delle traduzioni (come una comunicazione proiettata in un testo) o determinato attraverso la sua posizione tra gli altri testi (specialmente i testi derivati, ossia i metatesti). Popovič (1975) opta per l’ultima opzione e integra la sua teoria del metatesto, collocando la traduzione su una scala tra il modello token-token e quello token-type. Le traduzioni possono essere usate sia come prototesti con i testi nazionali derivati da essi – sia succede nel caso della funzione evolutiva della traduzione.
  3. Ossia epistemologico.
  4.  Il concetto, derivato dall’illusio (ludus), era usato nella semiotica estetica ceca, specialmente negli studi teatrali, per denotare la tendenza a creare immagini in modo tale da evocare nel ricevente l’illusione della loro reale esistenza. In altre parole, per creare un modello di un prototipo esistente o inesistente, che venga accettato dal ricevente come un prototipo sul principio convenuto della commedia, ossia “come se”. La pseudotraduzione (ossia i testi fingono solamente di essere stati derivati dai loro prototipi originali) fa cattivo uso di questo principio.
    1. Hence Popovic’s (1975) translativity dichotomies of here-and-now, here-and-then, there-and-now and there-and-then, defined in terms of the own, the other, the new and the old in their combination.
    2. Cf. Toury’s law of interference.
    3. This phenomenon was also hypothetized by Nida (1964), however without its dynamic dimension.
    4. Real translations and translators may deviate from the theoretical model in a number of aspects and for a variety of reasons. The general communication model cannot account for all concrete nuances and manifestations. Apart from autotranslation, intermediated translation, compiled translation, plagiarized translation, concealed translation, polemic or substandard translation, the translator may not respect, for various reasons, the current translation norm or some communication factors and relations in their proportions dictated by current norms, including the concept of translation and equivalence.
    5. The Czech concept of an open structure allows for non-systemic elements be present in the structure, and viceversa – for originally integrated elements to leave the structure via its periphery.
    6. Cf. e.g. Bourdieu’s habitus and trajectory.
    7. For Czech structuralism, the intended function at the production end and the resulting value at the reception end are inherent in both aspects, therefore translations are seen as hybrids. Value is then related to the translation’s social circulation (i.e. its functioning and positioning);

 

 

 

  1. Da qui le dicotomie della trazionalità di Popovič (1975): qui-e-ora, qui-e-allora, lì-e-ora, lì-e-allora; definite in termini di il proprio, l’altrui, il nuovo e il vecchio nella loro combinazione. Questi possono riflettere nello stile e/o nel contenuto della traduzione. Se le soluzioni del traduttore nel testo mostrano una fluttuazione tra le dicotomie, è segno di una mancanza di metodo e di pre/concezione.
  2. Vedi la legge dell’interferenza di Toury.
  3. Questo fenomeno era stato ipotizzato anche da Nida (1964), tuttavia senza la sua dimensione dinamica.
  4. Le traduzioni reali e i traduttori possono deviare dal modello teorico in numerosi aspetti e per svariate ragioni. Il modello generale di comunicazione non può rendere conto di tutte le sfumature e le manifestazioni concrete. Eccetto per l’autotraduzione, la traduzione intermedia, la traduzione redatta, la traduzione plagiata, la traduzione nascosta, la traduzione polemica o substandard, il traduttore può non rispettare, per molte ragioni, la norma della traduzione attuale o alcuni fattori comunicativi e le relazioni nelle loro proporzioni dettate dalle norme correnti, incluso il concetto di traduzione ed equivalenza.
  5.  Il concetto ceco di struttura aperta non tiene conto degli elementi non-sistemici presenti nella struttura e viceversa – degli elementi originariamente integrati per lasciare la struttura tramite la sua periferia.
  6.  Vedi esempio dell’habitus e della traiettoria di Bourdieu.
  7.  Per lo strutturalismo ceco, la funzione voluta dalla parte della produzione e il valore risultante dalla parte della ricezione sono intrinseci in entrambi gli aspetti, perciò le traduzioni sono considerate ibridi. Il valore è poi correlato alla circolazione sociale della traduzione (ossia al suo funzionamento e alla sua

 

this circulation, in turn, relates with heteronomous factors or structures in the social context.

  1. The period of the 19th century Revival in the Czech culture that had been surviving under the dominating German/Austrian rule is a perfect example of contradictory parallel norms and functions; while translations from German aided the distancing of the two cultures by applying the domesticating method, translations from Slavic languages/cultures sought cultural convergence, supporting the idea of Pan-Slavism.
  2. For intercultural relationships in TS see esp. Lambert in Delabastita et al. (2006: 37-62, 84-85, 111-116).
  3. The dichotomy of foreignization and domestication in translation was introduced by Schleiermacher and recently re-introduced by Venuti. Levý, in the early 1960s, ushered in the umbrella concept of translativity as a scale with the two poles and related it explicitly to the category of the receiver, thus turning it into a dynamic and historical concept with both descriptive and explanatory potential.
  4. Jakobson’s concept (1960) proposed next to his interlingual and intersemiotic translation.
  5. Similar to the ambitions of Bourdieu’s sociology and his researcher.
  6. In the 1960s, Levý established the Group for Exact Methods and Interdisciplinarity in Brno.
  7. For a comparison of Popovic’s and Holmes’s paradigms cf. Jettmarová (2005). In places Popovic subsumes didactics under praxeology.

 

 

 

collocazione); questa circolazione, a sua volta collega i fattori eteronomi o le strutture nel contesto sociale.

  1. Il periodo del Revival dell’Ottocento nella cultura ceca che è sopravvissuto alle regole della dominazione tedesca/austriaca è un perfetto esempio di norme e funzioni parallele contraddittorie; mentre le traduzioni dal tedesco miravano a distanziare le due culture applicando il metodo addomesticante, le traduzioni dalle lingue/culture slave ricercavano una convergenza culturale, supportando l’idea del panslavismo.
  2. Per le relazioni interculturali nella scienza della traduzione vedi  Lamberti in Delabastita et al. (2006: 37-72, 84-85, 111-116)
  3.  la dicotomia di estraniazione e addomesticamento nella traduzione sono state introdotte da Schleiermacher e recentemente re-introdotte da Venuti.  Levý, agli inizi degli anni Sessanta, ha introdotto nel vasto concetto della traduzionalità come una scala con due poli e lo ha collegato esplicitamente alla categoria del ricevente, trasformandolo così in un concetto dinamico e storico con un potenziale sia descrittivo che esplicativo.
  4.  Il concetto di Jakobson (1960) proposto accanto alla sua traduzione interlinguistica e intersemiotica.
  5.  Simile alle ambizioni della sociologia di Bourdieu e al suo ricercatore.
  6.  Negli anni Sessanta,  Levý ha fondato il gruppo per i metodi esatti e l’interdisciplinarità a Brno.
  7. Per un paragone tra i paradigmi di Popovič e Holmes vedi Jettmarová (2005). Popovič classifica a volte la didattica sotto la prasseologia.

 

 

  1. This may cast doubt on the strength of the descriptive and explanatory hypotheses of the communication theory and its model (specifically in Popovic). Modelling is treated e.g. by Levý (1971: 69-70). Normativity as a subdiscipline (deriving the ‘ought’ from general principles) was part of some semiotic theories, occupying a slot between the pure and descriptive semiotics (Osolsobe 2002: 162).
  2.  On the conceptual and theoretical levels elaborated e.g. by Ján Ferencík (1982).
  3. Whether they have or have not been functional can only be discerned from manifested receptions (e.g. reviews, polemics, etc.) and consequent effects, but also from the fact that these complied with the translation norm of the time. Cf. also Jettmarová on advertising (2003, 2004).
  4.  ‘Need’ has become a buzzword in Translation Studies and it can be conceptualized  from different disciplinary angles. For Czech and Slovak structuralism need is a contextually internalized part of the experiential complex in the individual, while culture needs may be said to derive from ideology of the culture-in-time and the status quo of the system in focus. Studies on history of translation and literature are explicit and specific about who or what is behind the constitution of needs. (cf. e.g. Levý 1957 and Vodicka 1969).

 

 

  1.  Questo può gettare dubbi sulla forza delle ipotesi descrittive ed esplicative della teoria comunicativa e del suo modello (specificamente in Popovič). La modellizzazione è trattata per esempio da Levý (1971: 69-70) la normatività come sottodisciplina (derivando il “ought” da principi generali) era una parte delle teorie semiotiche, che occupava un posto tra la semiotica pura e quella descrittiva (Osolsobě 2002: 162).
  2. Su livelli concettuali e teoretici elaborati per esempio da Ján Ferenčík (1982).
  3.  Sia che siano o meno funzionali possono soltanto essere distinti dalle ricezioni manifestate (per esempio la recensione, la polemica ecc.) e dagli effetti che ne derivano, ma anche dal fatto che questi hanno rispettato la norma traduttiva del tempo. Vedi anche Jettmarová sulla pubblicità (2003-2004).
  4.  La parola “bisogno” è diventata di moda nella scienza della traduzione e può essere concettualizzata da diversi angoli disciplinari. Per lo strutturalismo ceco e slovacco il bisogno è una parte interiorizzata contestualmente del complesso esperienziale dell’individuo, mentre si può dire che i bisogni della cultura derivino dall’ideologia della cultura-nel-tempo e dallo status quo del sistema in questione. Gli studi sulla storia della traduzione e della letteratura sono espliciti e specifici a proposito di chi o cosa c’è dietro la costituzione dei bisogni (vedi per esempio Levý 1957 e Vodička 1969).

 

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VODIČKA, FELIX. 1969. Struktura vývoje. Praha: Odeon.

VOLEK, EMIL. 2005 Jan Mukařovský redivivus: Co zůstalo z tradice a dědictví pražské školy? In SLÁDEK, ONDŘEJ. (ed.) Český strukturalismus po poststrukturalismu. Brno: Host. 32-43

POPOVIČ, ANTON A KOL. 1983. Originál/preklad. Bratislava: Tatran.

 

POSPÍŠIL, ZDENĚK. 2005. Sociosémiotika umělecké komunikace. Boskovice: Albert.

 

SLÁDEK, ONDŘEJ. (a cura di) 2005. Český strukturalismus po poststrukturalismu. Brno: Host.

 

TOURY, GIDEON. 1995. Descriptive Translation Studies and Beyond. Amsterdam: J. Benjamins.

TOURY, GIDEON. 2006. Conducting research on a ‘Wish-to-Understand’ basis. In: Duarte, Joao Fereira et al. (a cura di). Translation studies at the interface of disciplines. Amsterdam: J. Benjamins. 55-65.

 

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3. Riferimenti bibliografici della prefazione

 

 

 

 

 

 

 

 

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Comunicazioni di massa (2008) consultabile in internet  all’indirizzo www.comunicazionidimassa.net . Consultato  Novembre 2010

 

Dizionari Garzanti. Italiano. (1994). Italia: Garzanti

 

Dizionario Treccani consultabile in internet all’indirizzo www.treccani.it  Consultato Novembre 2010

 

Enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche (2001)Consultabile in internet all’indirizzo www.emsf.rai.it . Consultato nel Novembre 2010

 

 

Il Diogene (2010) Consultabile in internet all’indirizzo www.ildiogene.it  Consultato nel Novembre 2010

 

Lûdskanov, Aleksandăr  (2008).  Un approccio semiotico alla traduzione: dalla prospettiva informatica alla scienza traduttiva.  A cura di Bruno Osimo. Milano: Hoepli

 

Lulu (2002-2010) Consultabile in internet all’indirizzo www.lulu.com . Consultato nel Novembre 2010

 

 

Osimo, Bruno (2008).  Il manuale del traduttore: guida pratica con glossario, Milano:Hoepli

 

Osimo, Bruno (2002).  Storia della Traduzione: riflessioni sul linguaggio traduttivo dall’antichità ai contemporanei. Milano: Hoepli

 

Popovič, Anton (2006).  La scienza della Traduzione: aspetti metodologici. La comunicazione traduttiva. A cura di Daniela Laudani e Bruno Osimo. Milano: Hoepli

 

Riflessioni.it – dove riflette il web (2000-2010). Consultabile in internet all’indirizzo www.riflessioni.it Consultato nel Novembre 2010

 

Tesionline. Consultabile in internet all’indirizzo sociologia.tesionline.it . Consultato nel Novembre 2010

 

 

Vocabolario della lingua Italiana: Lo Zingarelli minore (2005) Milano: Mondadori

 

Wikipedia Consultabile in internet all’indirizzo www.wikipedia.org  Consultato nel Novembre 2010

 

WordIQ Dictionary (2010). Consultabile in internet all’indirizzo www.wordlingo.com . Consultato nel Novembre 2010

 

WordLingo (2010) Consultabile in internet all’indirizzo  www.wordlingo.com Consultato nel Novembre 2010