Traduzione del saggio di Roman Jakobson «The Twentieth Century in European and American Linguistics: Movements and Continuity»

 

Traduzione del saggio di Roman Jakobson

«The Twentieth Century in European and American Linguistics: Movements and Continuity»

 

   

 

FEDERICA BARTESAGHI

Université de Strasbourg

Institut de Traducteurs d’Interprètes et de Relations Internationales

Fondazione Milano

Master in Traduzione

Primo supervisore: Professor Bruno OSIMO

Secondo supervisore: Professoressa Valentina BESI

 

Master: Arts, Lettres, Langues

Mention: Langues et Interculturalité

Spécialité: Traduction et Interprétation

Parcours: Traduction littéraire

estate 2012

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

© Mouton Publisher, 1985.

 

© Federica Bartesaghi per l’edizione italiana, 2012.

 

 

 

 

 

 

Mia ferma convinzione è che non di “fedeltà” si dovrebbe parlare bensì di “lealtà”. Il termine fedeltà connota guanciali, lenzuola e sotterfugi; il termine lealtà due occhi che fissando altri occhi dichiarano amore ammettendo un momentaneo “tradimento”. Sono stato leale alla tua altezza poetica, tradendoti qui e qui e qui: l’ho fatto per restare il più lealmente possibile alla tua altezza. Questo è ciò che dico ogni sera ai poeti vivi e morti coi quali cerco di intessere il dialogo poietico.

Franco Buffoni

 

 

 

Abstract

 

In this essay, «The Twentieth Century in European and American Linguistics: Movements and Continuity», Roman Jakobson chronicles the growth of linguistic studies both in Western and Eastern Europe, as well as in the United States. He portrays the most important personalities of his time and reminds those works that gave an invaluable contribution to the development of this field of study. His aim was to encourage his colleagues, especially the young ones, to widen their horizons and start to cooperate with linguistic scholars and students all over the world so that perhaps, in time, the science of language may come to hold in every country its proper place among sciences. This dissertation presents a translation into Italian of Jakobson’s article and its analysis.

 

Sommario

 

1. Traduzione con testo a fronte. 7

2. Analisi testuale. 52

2.1 Struttura e argomento del saggio  53

2.2 Roman Jakoboson, un eclettico plurilingue  54

2.3 L’ignoranza linguistica dei… linguisti 55

2.4 Oriente e Occidente: più lontani (o più vicini) che mai?  56

3. Analisi traduttologica. 58

3.1 Trovare la giusta strategia  59

3.2 A proposito di residuo  61

3.3 Discorso orale vs. testo scritto vs. testo tradotto  63

3.4 Perché scegliere la parola più facile, se ce n’è una più bella?  65

3.5 In English, auf Deutsch, ou préférez-vous en français?  66

3.6 L’astruso gergo dei linguisti 67

3.7 La traduzione dell’apparato metatestuale  68

4. Riferimenti bibliografici 69

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1. Traduzione con testo a fronte


THE TWENTIETH CENTURY IN EUROPEAN AND AMERICAN LINGUISTICS: MOVEMENTS AND CONTINUITY

Dear friends! I was asked to speak at the present Symposium devoted to the European background of American linguistics about the science of language in America and in Europe in the twentieth century. Apparently this topic was suggested because I witnessed the international develop­ment of linguistic thought through the long period of six decades – I followed this development first in the upper classes of the Lazarev Institute of Oriental Languages, afterwards as a student of linguistics and subsequently as a research fellow at Moscow University, then from 1920 in Prague and in other Western-European, especially Scandina­vian, centers of linguistic thought, and since the forties in America, with frequent visits to other areas of intense linguistic research.

As my eminent colleague Einar Haugen said in his recent paper “Half a Century of the Linguistic Society”, “each of us treasures his own memories”.[1] Thus, may I refer to my first, though indirect, acquaintance with the LSA. In March of 1925, the pioneering Czech scholar expert in both English and general linguistics, Vilém Mathesius, together with his younger, devoted collaborator in these two fields, Bohumil Trnka, invited Sergej Karcevskij and me to a consultative meeting. Mathesius began by citing two events. The first of them was the tenth anniversary of the Moscow Linguistic Circle, which, let us add, was already dissolved at that time, yet whose creation in 1915 and whose vital activities were a durable stimulus in the Russian and international development of linguistics and poetics. On my arrival in Prague in 1920, Mathesius questioned me about the make-up and work of the Moscow Circle and said, “We will need such a team here also, but now it is still too early. We must wait for further advances.”


IL NOVECENTO NELLA LINGUISTICA EUROPEA E AMERICANA: MOVIMENTI E CONTINUITÀ

Cari amici, mi è stato chiesto di parlare della scienza del linguaggio in America e in Europa nel Novecento a questo symposium dedicato alle radici europee della linguistica americana. Un simile argomento pareva indicato dal momento che sono stato testimone dello sviluppo internazionale del pensiero linguistico nel corso di sei lunghi decenni: ho seguito questo sviluppo dapprima ai corsi superiori dell’Istituto Lazarev di lingue orientali, in seguito quale studioso di linguistica e dopo ancora in veste di borsista all’università di Mosca, dal 1920 in poi a Praga e in altri centri di pensiero linguistico dell’Europa occidentale, soprattutto scandinavi, e dagli anni Quaranta in America, con frequenti incursioni in altri Paesi dove la ricerca linguistica era intensa.

Come il mio stimato collega Einar Haugen ha affermato nel suo recente articolo «Half a Century of the Linguistic Society» [Mezzo secolo della Linguistic Society]: «Ognuno di noi fa tesoro dei propri ricordi»[2]. Di conseguenza, posso far riferimento al mio primo contatto, ancorché indiretto, con la LSA. Nel marzo del 1925, il pionieristico studioso ceco esperto di linguistica inglese e di linguistica generale, Vilém Mathesius, assieme al suo più giovane, devoto collaboratore in entrambi i campi, Bohumil Trnka, invitarono me e Sergej Karcevskij a un incontro consultivo. Mathesius cominciò menzionando due avvenimenti. Il primo era il decimo anniversario del Circolo linguistico di Mosca, il quale, com’è noto, a quei tempi si era già sciolto, sebbene la sua fondazione nel 1915 così come le sue vivaci attività siano state uno stimolo durevole per lo sviluppo della linguistica e della poetica russa e internazionale. Al mio arrivo a Praga nel 1920, Mathesius mi interpellò sulla composizione e sul lavoro del Circolo di Mosca e disse: «Avremo bisogno di un gruppo del genere anche qui, ma per il momento è ancora presto. Dobbiamo attendere ulteriori progressi».


At the outset of our debates in 1925, he announced the most recent and impelling news – the formation of the Linguistic Society of America. Mathesius was one of those European linguists who followed with rapt attention and sympathy the impressive rise of American research in the science of language.

In October 1926, the Prague Linguistic Circle had its first meeting. It is well-known that this Prague association, which, strange as it seems at first glance, has also been dissolved, gave in turn a powerful and lasting impetus to linguistic thought in Europe and elsewhere. From the beginning, there was a close connection between the Linguistic Society of America and the Prague Linguistic Circle. I don’t know whether the young generation of scholars realizes how strong these relations were. N. S. Trubetzkoy’s letters reveal some new data on the manifold ties between American linguistics and the “École de Prague”[3]. At the end of 1931, Trubetzkoy, at the time immersed in the study of American Indian languages, emphasized that “most of the American Indianists perfectly describe the sound systems, so that their outlines yield all the essentials for the phonological characteristics of any given language, including an explicit survey of the extant consonantal clusters with respect to the different positions within or between the morphemes”. Trubetzkoy had a very high opinion of the American linguist whom he called “my Leipzig comrade”. This was Leonard Bloomfield, who in 1913 shared a bench with Trubetzkoy and Lucien Tesnière at Leskien’s and Brugmann’s lectures. Bloomfield praised “Trubetzkoy’s excellent article on vowel systems” of 1929 and devoted his sagacious 1939 study on “Menomini Morphophonemics” to N. S. Trubetzkoy’s memory[4].


Quando nel 1925 ebbero inizio i nostri dibattiti, Mathesius annunciò l’ultima e più importante novità: la creazione della Linguistic Society of America. Era uno di quei linguisti europei che seguivano con rapito interesse e partecipazione l’ammirevole crescita della ricerca americana nella scienza del linguaggio.

Nell’ottobre del 1926, il Circolo linguistico di Praga si riunì per la prima volta. È risaputo che questa associazione di Praga, anch’essa sciolta, per quanto strano possa sembrare di primo acchito, diede a sua volta un impeto potente e duraturo al pensiero linguistico in Europa e nel resto del mondo. Sin dall’inizio, c’era un collegamento stretto tra la Linguistic Society of America e il Circolo linguistico di Praga. Non so se l’ultima generazione di studiosi comprenda quanto intensi fossero questi rapporti. Le lettere di N.S. Trubeckoj rivelano alcuni nuovi indizi sui molteplici legami esistenti tra la linguistica americana e l’«École de Prague»[5]. Alla fine del 1931, Trubeckoj, a quei tempi immerso nello studio delle lingue amerindie, sottolineò che «la maggior parte degli americanisti descrive perfettamente i sistemi vocalici, di modo che i loro profili riproducono tutto ciò che è essenziale per le caratteristiche fonologiche di qualsiasi lingua, compresa una panoramica esplicita dei gruppi consonantici esistenti per in riferimento alle diverse posizioni dentro o tra i morfemi». Trubeckoj aveva un’altissima opinione del linguista americano che chiamava «il mio compagno di Lipsia». Si trattava di Leonard Bloomfield, che nel 1913 sedeva al fianco di Trubeckoj e di Lucien Tesnière alle lezioni di Leskien e Brugmann. Bloomfield elogiò «l’eccellente articolo di Trubeckoj sui sistemi vocalici» del 1929 e dedicò alla memoria di N.S. Trubeckoj il suo brillante studio del 1939 sulla «Menomini Morphophonemics»[6] [La Morfofonemica dei Menomini].


The Prague Circle had very close ties with Edward Sapir. When we held the International Phonological Conference of 1930, Sapir, though unable to attend, kept up a lively correspondence with Trubetzkoy about his Prague assembly and the development of the inquiry into linguistic, especially phonological, structure. Almost nothing remains of this exchange. Those of Sapir’s messages which had not been seized by the Gestapo were lost when the Viennese home of Trubetzkoy’s widow was demolished by an air raid. In their turn, Trubetzkoy’s letters perished when Sapir, at the end of his life, destroyed his entire epistolary archive. However, some quotations from Sapir’s letters have survived in Trubetzkoy’s correspondence, and others were cited by Trubetzkoy at our meetings. It is noteworthy that Sapir underscored the similarity of his and our approaches to the basic phonological problems.

These are not the only cases of the transoceanic propinquity between linguists of the American and of the Continental avant-garde. We may recollect and cite a remarkable document published in Language (vol. 18, 307-9). In August 1942 the Linguistic Society of America received a cable forwarded by the Soviet Scientists’ Anti-Fascist Committee. This was a telegraphic letter of more than 4,000 words sent from Moscow and signed by a prominent Russian linguist, Grigorij Vinokur, the former secretary of the Moscow Linguistic Circle. In this cabled report Vinokur emphasized the particular affinity of the young Russian linguists, especially the Moscow phonologists, with the pursuits and strivings of the LSA. He noted how profoundly Sapir was valued by the linguists of the USSR. Apparently the first foreign version of Sapir’s Language was an excellent Russian translation of this historic handbook by the Russian linguist A. M. Suxotin, with interesting editorial notes about the parallel paths in international linguistics.[7]


Il Circolo di Praga aveva legami molto stretti con Edward Sapir. Quando nel 1930 tenemmo il Congresso fonologico internazionale, Sapir, malgrado non potesse essere presente, intrattenne una vivace corrispondenza con Trubeckoj riguardo al suo convegno praghese e allo sviluppo dell’indagine nella struttura linguistica, in particolar modo fonologica. Quasi nulla rimane di questo scambio. I messaggi di Sapir che non erano stati sequestrati dalla Gestapo andarono perduti quando la residenza viennese della vedova di Trubeckoj venne rasa al suolo in un raid aereo. A loro volta, le lettere di Trubeckoj scomparvero quando Sapir, ormai in fin di vita, distrusse il suo intero archivio epistolare. Malgrado ciò, alcune citazioni dalle lettere di Sapir sono sopravvissute nella corrispondenza di Trubeckoj e altre venivano riportate da Trubeckoj durante i nostri incontri. È significativo che Sapir enfatizzasse la somiglianza tra i suoi approcci e i nostri ai problemi fonologici di base.

Questi non sono gli unici esempi della vicinanza transoceanica tra i linguisti dell’avanguardia americana e continentale. Possiamo ricordare e menzionare un documento degno di nota pubblicato in Language [Lingua-Linguaggio] (vol. 18, 307-9). Nell’agosto del 1942 la Linguistic Society of America ricevette un telegramma dal comitato degli scienziati sovietici antinazisti. Si trattava di una lettera telegrafica di più di quattromila parole spedita da Mosca e firmata da un eminente linguista russo, Grigorij Vinokur, ex segretario del Circolo linguistico di Mosca. In questo rapporto cablato Vinokur sottolineava la peculiare affinità dei giovani linguisti russi, in particolar modo dei fonologi di Mosca, con i propositi e lo zelo della LSA. Accennava alla profonda stima che i linguisti dell’Unione Sovietica nutrivano nei confronti di Sapir. A quanto pare la prima versione straniera di Language[8] di Sapir fu un’eccellente traduzione verso il russo del suo storico manuale da parte del linguista russo A.M. Suhotin, con note del curatore di grande interesse sui sentieri paralleli nella linguistica internazionale[9].

In the light of all these and many other interconnections, the question of purported hostility between American and European linguists comes to naught. Any actual contact puts an end to the belief that these were two separate and impervious scientific worlds with two different, irreconcilable ideologies. Sometimes we hear allegations that American linguists repudiated their European colleagues, particularly those who sought refuge in this country. I was one of those whom the Second World War brought to the Western hemisphere, and I must state that the true scholars, the outstanding American linguists, met me with a fraternal hospitality and with a sincere readiness for scientific coopera­tion. If there were signs of hostility and repudiation – and they were indeed evident – they occurred solely on the side of a few inveterate administrators and narrow-minded, ingrained academic bureaucrats and operators, and I am happy to acknowledge the unanimous moral support and defence which came from such genuine men of science as Charles Fries, Zellig Harris, Charles Morris, Kenneth Pike, Meyer Schapiro, Morris Swadesh, Stith Thompson, Harry V. Velten, Charles F. Voegelin, and many others.

One of the first American linguists whom I met on my arrival in this country and who became a true friend of mine was Leonard Bloomfield. Both orally and in writing, he repeatedly expressed his aversion to any intolerance, and he struggled against “the blight of the odium theologi­cum” and against “denouncing all persons who disagree” with one’s interest or opinion or “who merely choose to talk about something else”(in 1946). The fact that one, Bloomfield wrote, “disagrees with others, including me, in methods and theories does not matter; it would be deadly to have one accepted doctrine” (in 1945). I recollect our cordial and vivid debates; Bloomfield wanted me to stay and work with him at Yale, and assured me that he would be happy to have someone with whom he could have real discussions. The great linguist severely repudiated any selfish and complacent parochialism.

 

Alla luce di queste e di molte altre interconnessioni, la questione della pretesa ostilità tra linguisti americani ed europei non ha più ragion d’essere. Ogni contatto reale pone fine alla convinzione che fossero due mondi scientifici separati e privi di influenze reciproche con due ideologie diverse, inconciliabili. Ci capita di sentire accuse infondate secondo le quali i linguisti americani avrebbero ripudiato i loro colleghi europei, in particolar modo chi cercava rifugio in questo Paese. Io sono stato tra quelli che la Seconda guerra mondiale ha portato in Occidente e mi sento in dovere di dichiarare che i veri studiosi, i grandi linguisti americani, mi hanno accolto con un’ospitalità fraterna e con una propensione sincera alla collaborazione scientifica. Se ci sono stati segnali di ostilità e ripudio – e sono stati evidenti – si sono verificati unicamente da parte di pochi amministratori inveterati, burocrati e funzionari del mondo accademico ostinati e ottusi, e sono felice di constatare l’unanime sostegno morale e la protezione che sono scaturiti da autentici uomini di scienza come Charles Fries, Zellig Harris, Charles Morris, Kenneth Pike, Meyer Schapiro, Morris Swadesh, Stith Thompson, Harry V. Velten, Charles F. Voegelin e molti altri.

Uno dei primi linguisti americani che conobbi al mio arrivo in questo Paese e che divenne mio grande amico fu Leonard Bloomfield. Sia a parole sia sulla carta, Bloomfield espresse più di una volta la sua avversione per ogni intolleranza e si batté contro «il flagello dell’odium theologicum» e contro «la condanna per chiunque è in disaccordo» con gli interessi e le opinioni di uno o «che semplicemente sceglie di parlare d’altro» (nel 1946). Il fatto che qualcuno, scrisse Bloomefield, «sia in disaccordo con altri, me compreso, per metodologie e teorie non ha importanza; sarebbe mortalmente noioso avere una sola dottrina accettata» (nel 1945). Ricordo i nostri dibattiti amichevoli e accesi; Bloomfield voleva che rimanessi a lavorare con lui alla Yale e mi assicurò che sarebbe stato felice di avere qualcuno con cui poter fare discussioni vere. Il grande linguista ripudiava appieno ogni provincialismo egoistico e compiaciuto.


From my first days in this country in June 1941 I experienced the deep truth in Bloomfield’s later obituary judgment on Franz Boas: “His kindness and generosity knew no bounds”.[10] The fundamental role in American linguistics played by this German-born scholar, 28 years old at his arrival in the United States, was wisely appraised by Bloomfield: “The progress which has since been made in the recording and description of human speech has merely grown from the roots, stem, and mighty branches of Boas’ life-work.” As to the founder and skillful director of the Handbook of American Indian Languages himself, I recall his amiable, congenial house in Grantwood, New Jersey, where the host, with his keen sense of humor, used to say to his sister in my presence: “Jakobson ist ein seltsamer Mann! He thinks that I am an American linguist!”

Boas strongly believed in the international character of linguistics and of any genuine science and would never have agreed with an obstinate demand for a regional confinement of scientific theories and research. He professed that any analogy to a struggle for national interests in politics and economics was superficial and far-fetched. In the science of language there are no patented discoveries and no problems of inter­tribal or interpersonal competition, of regulations for imported and exported merchandise or dogma. The greater and closer the cooperation between linguists of the world, the vaster are the vistas of our science. Not only in the universe of languages, but also throughout the world of convergent development of bilateral diffusion.

 

Sin dai miei primi giorni in questo Paese nel giugno del 1941, feci esperienza della profonda verità che c’è nel necrologio di Bloomfield per Franz Boas: «La sua gentilezza e generosità non conoscevano confini»[11]. Bloomfield stimò saggiamente il ruolo chiave che questo studioso di origini tedesche, arrivato negli Stati Uniti all’età di ventotto anni, ebbe nella linguistica americana: «Dopo Boas, i progressi fatti nel registrare e descrivere il discorso umano sono solo il frutto delle radici, del tronco e dei possenti rami del suo operato di una vita». Riguardo all’artefice ed esperto curatore del Handbook of American Indian Languages [Manuale delle lingue amerindie], rammento la sua splendida, gradevole residenza a Grantwood, New Jersey, dove il padrone di casa, con il suo spiccato senso dell’umorismo, diceva alla sorella in mia presenza: «Jakobson ist ein seltsamer Mann! [Jakobson è un uomo bizzarro!] Mi crede un linguista americano!».

Boas credeva fermamente nel carattere internazionale della linguistica e di ogni vera e propria scienza e non sarebbe mai stato d’accordo con un’ostinata pretesa di confinamento territoriale delle teorie e delle ricerche scientifiche. Sosteneva che qualsiasi analogia con una lotta per gli interessi nazionali in politica e in economia era superficiale ed eccessiva. Nella scienza del linguaggio non esistono scoperte brevettate e non ci sono problemi di competizione intertribale o interpersonale, di regolamentazioni per mercanzie o dogmi importati ed esportati. Più grande e più stretta è la collaborazione tra i linguisti del mondo, più sconfinati sono gli orizzonti della nostra scienza. Non solo nella sfera delle lingue, ma anche in tutto il mondo di evoluzione convergente della diffusione parallela.


One may add that isolationist tendencies in the scientific life of the two hemispheres were mere transient and insignificant episodes and that the international role of American linguistics and, in particular, the trans­oceanic influence of the American achievements in the theory of language appear as early as the European models do in American linguistics.

During the second half of the past century it was Germany which witnessed the widest progress and expansion of comparative Indo-European studies. Yet the new and fecund ideas in general linguistics emerged outside the German scholarly world. Toward the end of the nineteenth century Karl Brugmann and August Leskien, the two leading German comparatists and proponents of the world-famed Leipzig school of Neogrammarians, emphatically acknowledged the immense stimula­tion which the American linguist William Dwight Whitney gave to the European research in the history of languages by his original treatment of general principles and methods. At the same time, Ferdinand de Saussure stated that Whitney, without having himself written a single page of comparative philology, was the only one “to exert an influence on all study of comparative grammar”, whereas in Germany linguistic science, which was allegedly born, developed, and cherished there by innumerable people, in Saussure’s (as also in Whitney’s) opinion never manifested “the slightest inclination to reach the degree of abstraction necessary to master what one is actually doing and why all that is done has its justification in the totality of sciences”.[12] Having returned at the end of his scholarly activities to the “theoretical view of language”, Saussure repeatedly expressed his reverence for “the American Whitney, who never said a single word on these topics which was not right”. Whitney’s books on general linguistics were immediately translated into French, Italian, German, Dutch, and Swedish and had a far wider and stronger scientific influence in Europe than in his homeland.


Si può pensare che le tendenze isolazionistiche nella vita scientifica dei due emisferi siano state episodi a malapena transitori e insignificanti e che il ruolo internazionale della linguistica americana e, in particolare, l’influenza transoceanica delle conquiste americane nella teoria del linguaggio compaiano in concomitanza con i modelli europei nella linguistica americana.

Nella seconda metà del secolo scorso fu la Germania ad assistere al progresso e alla crescita più considerevoli degli studi comparativi sull’indoeuropeo. Non a caso le idee nuove e feconde in linguistica generale emersero dal mondo accademico tedesco. Verso la fine dell’Ottocento Karl Brugmann e August Leskien, i due più noti comparatisti tedeschi ed esponenti della rinomata Scuola neogrammaticale di Lipsia, riconobbero con chiarezza l’immenso stimolo che il linguista americano William Dwight Whitney diede alla ricerca europea sulla storia delle lingue attraverso il suo approccio originale ai principi e ai metodi generali. Parallelamente, Ferdinand de Saussure dichiarava che Whitney, pur non avendo scritto di suo pugno una sola pagina sulla filologia comparativa, era l’unico «a esercitare influenza su tutti gli studi di grammatica comparativa» mentre nella scienza linguistica tedesca, che in quel luogo era presumibilmente stata data alla luce, allevata e nutrita da innumerevoli persone, secondo Saussure (e anche Whitney) non si manifestò mai «la benché minima tendenza a raggiungere il grado di astrazione necessario a dominare ciò che uno fa e la risposta al perché una cosa viene fatta si trova nella totalità delle scienze»[13]. Essendo tornato verso la fine della sua attività accademica alla «visione teorica della lingua», Saussure espresse più di una volta la sua deferenza per «l’americano Whitney, che non pronunciò mai una sola parola sull’argomento che non fosse esatta». Il libro di Whitney sulla linguistica generale venne subito tradotto in francese, italiano, tedesco, olandese e svedese ed ebbe un’influenza scientifica assai più significativa e forte in Europa che in madrepatria.

 

For many years American students of language, absorbed in particu­lars, seemed to disregard Whitney’s old warning to linguists in which he adjured them not to lose “sight of the grand truths and principles which underlie and give significance to their work, and the recognition of which ought to govern its course throughout” (1867).[14] Leonard Bloomfield was actually the first American scholar who from his early steps in linguistic theory endeavored to revive Whitney’s legacy in the study of language.

As a parallel to the earlier and deeper naturalization of Whitney’s Principles of Linguistic Science in the Old World one may cite the reception of Saussure’s Cours de linguistique générale in the New World. Although it opened a new epoch in the history of linguistics, the appearance of this posthumous publication found, at first, only a few linguists ready to accept the basic lessons of the late Genevan teacher. Originally most of the Western-European specialists outside of his native Switzerland showed restraint toward Saussure’s conception, and, strange to say, France was one of the countries particularly slow in assimilating his theory. One of the earliest open-minded appraisers and adherents of the Cours was an American scholar. Its first two editions were commented on by Bloomfield not only in the separate review of the Cours for the Modern Language Journal (1923-24), but also in Bloomfield’s critiques of Sapir’s Language (1922) and of Jespersen’s Philosophy of Gramar (1927), and in a few further texts, all of them made e easily available by Charles F. Hockett in his magnificent anthology.[15]

According to the aforesaid review, the nineteenth century “took little or no interest in the general aspects of human speech”, so that Saussure in his lectures on general linguistics “stood very nearly alone”, and his posthumous work “has given us the theoretical basis for a science of human speech”.


Per molti anni gli studiosi della lingua americani, concentrati sui dettagli, sembravano non tener conto dell’antico monito che Whitney rivolgeva ai linguisti per esortarli a non perdere «di vista le grandi verità e i principi che stanno alla base del loro lavoro e gli danno un senso, e la cui identificazione dovrebbe governarne il corso in ogni dove» (1867)[16]. Leonard Bloomfield fu infatti il primo studioso americano che da quando mosse i suoi primi passi nella teoria linguistica si impegnò a ridare slancio all’eredità lasciata da Whitney allo studio della lingua.

Analogamente alle precedenti e più profonde naturalizzazioni dei Principles of Linguistic Science [I principi della scienza linguistica] di Whitney nel Vecchio mondo, possiamo menzionare l’accoglienza del Cours de linguistique générale [Corso di linguistica generale] di Saussure nel Nuovo mondo. Benché abbia segnato l’inizio di una nuova era nella storia della linguistica, la comparsa delle sue pubblicazioni postume trovò, dapprima, solo pochi linguisti pronti ad accettare gli insegnamenti basilari del defunto insegnante ginevrino. All’inizio la maggior parte degli specialisti dell’Europa occidentale al di fuori della Svizzera, sua terra natale, si dimostrarono prudenti verso la concezione di Saussure e, incredibile a dirsi, la Francia fu uno dei Paesi più lenti nell’assimilare la sua teoria. Uno tra primi estimatori e seguaci di ampie vedute del Cours fu uno studioso americano. Le prime due edizioni furono commentate da Bloomfield non solo nella recensione a sé stante del Cours per il Modern Language Journal (1923-24), ma anche nella sua critica a Language (1922) di Sapir e al Philosophy of Gramar [Filosofia della grammatica] (1927) di Jespersen e in alcuni altri scritti, tutti resi facilmente reperibili da Charles F. Hockett nella sua magnifica antologia[17].

Secondo la sopracitata recensione, l’Ottocento «si interessò poco o niente degli aspetti generali del discorso umano», di modo che Saussure, durante le sue lezioni di linguistica generale, «era quasi del tutto solo» e il suo lavoro postumo «ci ha fornito le basi teoriche per una scienza del discorso umano».

 

In reviewing Sapir’s Language, Bloomfield realizes that the question of influence or simply convergent innovations is “of no scientific moment”, but in passing he notes the probability of Sapir’s acquaintance with Saussure’s “book, which gives a theoretical founda­tion to the newer trend of linguistic study”. In particular, he is glad to see that Sapir “deals with synchronic matters (to use de Saussure’s terminology) before he deals with diachronic, and gives to the former as much space as to the latter”.

Bloomfield subscribes not only to the sharp Saussurian distinction between synchronic and diachronic linguistics, but also to the further dichotomy advocated by the Cours, namely a rigorous bifurcation of human speech (language) into a perfectly uniform system (langue) and the actual speech-utterance (parole). He professess full accord with the “fundamental principles” of the Cours:

For me, as for de Saussure *** and, in a sense, for Sapir ***, all this, de Saussure’s la parole, lies beyond the power of our science. *** Our science can deal only with those features of language, de Saussure’s la langue, which are common to all speakers of a community, – the phonemes, grammatical categories, lexicon, and so on. *** A grammatical or lexical statement is at bottom an abstraction.[18]

But in Bloomfield’s opinion, Saussure “proves intentionally and in all due form: that psychology and phonetics do not matter at all and are, in principle, irrelevant to the study of language”. The abstract features of Saussure’s la langue form a “system, – so rigid that without any adequate physiologic information and with psychology in a state of chaos, we are”, Bloomfield asserts, “nevertheless able to subject it to scientific treatment”.

According to Bloomfield’s programmatic writings of the twenties, the “newer trend” with its Saussurian theoretical foundation “affects two critical points”.


Analizzando Language di Sapir, Bloomfield capisce che il problema dell’influenza o anche solo delle innovazioni convergenti non ha «alcun valore scientifico», ma incidentalmente si accorge che Sapir doveva conoscere «il libro di Saussure, che getta le fondamenta teoriche per la tendenza più nuova degli studi linguistici». In particolar modo, è lieto di constatare che Sapir «tratta le questioni di sincronia (per usare la terminologia di Saussure) prima di trattare quelle di diacronia e concede alle prime tanto spazio quanto alle seconde».

Bloomfield condivide non solo la netta distinzione che fa Saussure tra linguistica sincronica e diacronica, ma anche un’altra dicotomia sostenuta dal Cours, vale a dire una rigorosa biforcazione del discorso umano (language) in un sistema perfettamente uniforme (langue) e in un enunciato reale (parole). Si dichiara in completo accordo con i «principi fondamentali» del Cours:

Per me, come per de Saussure […] e, in un certo senso, per Sapir […], tutto questo, la parole di de Saussure, esula dal campo della nostra scienza. […] La nostra scienza può trattare solo quegli aspetti della lingua, la langue di de Saussure, che sono comuni a tutti i parlanti di una comunità: i fonemi, le categorie grammaticali, il lessico e così via. […] Un’affermazione grammaticale o lessicale è di base un’astrazione[19].

Ma a giudizio di Bloomfield, Saussure «dimostra intenzionalmente e nella forma debita che la psicologia e la fonetica non hanno alcuna importanza e che, in linea di principio, sono irrilevanti per lo studio della lingua». Le caratteristiche astratte della langue di Saussure formano un «sistema così rigido che senza adeguate informazioni sulla fisiologia e con la psicologia nel caos» sostiene Bloomfield, «siamo comunque in grado di sottoporlo a un trattamento scientifico».

Secondo quanto afferma Bloomfield nei suoi scritti programmatici degli anni Venti, la «tendenza più nuova» del fondamento teorico di Saussure «riguarda due aspetti cruciali».


First, and once more he underscores this point in his paper of 1927 “On Recent Work in General Linguistics”,[20] Saussure’s outline of the relation between “synchronic” and “diachronic” science of language has given a “theoretical justification” to the present recognition of descriptive linguistics “beside historical, or rather as precedent to it”.[21]In this connection it is worth mentioning that even the striking divergence between the search for new ways in Saussure’s synchronic linguistics and his stationary, nearly Neogrammarian atti­tude toward “linguistic history”, was adopted by Bloomfield, who was disposed to believe that here one could hardly learn “anything of a fundamental sort that Leskien didn’t know”.[22]

Referring to the second critical point of the “modern trend” in linguistics, Bloomfield commends two restrictive definitions of its sole attainable goal: he cites the Saussurian argument for “la langue, the socially uniform language pattern”[23]and Sapir’s request for “an inquiry into the function and form of the arbitrary systems of symbolism that we term languages”.[24]

When maintaining that this subject matter must be studied “in and for itself”, Bloomfield literally reproduces the final words of the Cours. Strange as it seems, here he shows a closer adherence to the text of Saussure’s published lectures than the lecturer himself.


Primo, e torna a ribadire questo punto nel suo scritto del 1927 «On Recent Work in General Linguistics»[25] [Sulle ultime opere di linguistica generale], la descrizione saussuriana del rapporto tra la scienza della lingua «sincronica» e «diacronica» ha dato una «spiegazione teorica» al riconoscimento attuale della linguistica descrittiva «accanto a quella storica, o meglio come sua antecedente»[26]. A questo proposito vale la pena ricordare che persino la più grande divergenza tra la ricerca di nuove strade nella linguistica sincronica di Saussure e il suo approccio statico, quasi neogrammatico alla «storia linguistica»[27] venne adottata da Bloomfield, che era disposto a credere che qui difficilmente si sarebbe potuto imparare «qualcosa di fondamentale che Leskien non sapesse già»[28].

Riguardo al secondo punto cruciale della «tendenza moderna» in linguistica, Bloomfield encomia due definizioni limitanti dell’unico obiettivo perseguibile: ricorda l’argomentazione saussuriana per «la langue, il modello di lingua socialmente uniforme»[29] e l’insistenza di Sapir sulla necessità di «uno studio nella funzione e nella forma di quei sistemi di simbolismi arbitrari che chiamiamo lingue»[30].

Quando afferma che questo argomento di discussione deve essere studiato «dentro e per sé stesso», Bloomfield riporta alla lettera le ultime parole del Cours. Per quanto strano possa sembrare, qui Bloomfield mostra un’aderenza al testo delle lezioni saussuriane pubblicate maggiore dell’oratore stesso.


As has since been revealed, the final, italicized sentence of the Cours “la linguistique a pour unique et véritable objet la langue envisagée en elle-même et pour elle­-même” though never uttered by the late teacher, was appended to the posthumous book by the editors-restorers of Saussure’s lectures as “1’idée fondamentale de ce cours”. According to Saussure’s genuine notes and lectures, language must not be viewed in isolation, but as a particular case among other systems of signs in the frame of a general science of signs which he terms sémiologie.

The close connection between Bloomfield’s (and, one may add, Sapir’s) initial steps in general linguistics and the European science of language, as well as Whitney’s significance in the Old World, exemplify the continuous reciprocity between the linguists of the two hemispheres.

In his first approach to the “principle of the phoneme” Bloomfield pondered over the concepts developed by the school of Sweet, Passy, and Daniel Jones, and when we met, he cited his particular indebtedness to Henry Sweet’s “classical treatise” on The Practical Study of Lan­guages (1900).[31]


Come vi è stato ormai rivelato, l’ultima frase in corsivo del Cours: «La linguistique a pour unique et véritable objet la langue envisagée en elle-même et pour elle-même» [Il solo e vero oggetto della linguistica è la lingua in sé e per sé], sebbene non sia mai stata pronunciata dal defunto insegnante, venne inserita nel libro postumo dai curatori-restauratori delle lezioni di Saussure come «l’idée fondamentale de ce cours» [l’intuizione fondamentale di questo corso]. Secondo gli appunti e le lezioni originali di Saussure, la lingua non deve essere considerata isolatamente, ma come un caso particolare tra altri sistemi di segni nel quadro di una scienza dei segni generale che lui chiama «sémiologie».

Lo stretto legame tra i primi passi di Bloomfield (e, si potrebbe dire, quelli di Sapir) nella linguistica generale e la scienza del linguaggio europea, come anche l’importanza di Whitney nel Vecchio mondo, esemplificano la permanente reciprocità tra i linguisti dei due emisferi.

Nel suo primo approccio al «principio del fonema» Bloomfield rifletteva sui concetti sviluppati dalla scuola di Sweet, Passy e Daniel Jones, e quando ci incontrammo, ricordò il suo particolare debito verso il «trattato classico» di Henry Sweet su The Practical Study of Lan­guages (1900)[32] [Lo studio pratico delle lingue].


From the very outset of his concern for phonemic problems, Bloomfield confronted the difference between the discreteness of phonemes and “the actual continuum of speech sound” and Saus­sure’s opposition of langue/parole,[33] and he found “explicit formulations” in Baudouin de Courtenay’s Versuch einer Theorie der phone­tischen Alternationen of 1895.[34] From this book he also got the fruitful concept and term morpheme, coined by Baudouin.[35]Upon the same label, likewise borrowed from Baudouin’s terminology, French linguis­tic literature mistakenly imposed the meaning “affix”.

There are certain classical works in the European linguistic tradition which have constantly attracted special attention and recognition in the American science of language. Thus, the two books which so captivated Noam Chomsky, one by Humboldt and one by Otto Jespersen, have more than once since their appearance evoked lively and laudatory responses from American linguists: thus, in Sapir’s estimation, “the new vistas of linguistic thought opened up by the work of Karl Wilhelm von Humboldt”, and the latter’s treatise Uber die Verschiedenheit des menschlichen Sprachbaues compelled Bloomfield to admire “this great scholar’s intuition”; as to Jespersen’s masterpiece, Bernard Bloch in 1941 praised “the greatness of the Philosophy of Grammar”, and Bloomfield’s review of 1927 pointed out that by this book “English grammar will be forever enriched”.[36]

 

Sin da quando iniziò a interessarsi di problemi fonemici, Bloomfield affrontò la differenza tra la discretezza dei fonemi e «la continuità del suono del discorso» come anche l’opposizione tra langue/parole[37] di Saussure, e trovò «formulazioni esplicite» nel Versuch einer Theorie der phone­tischen Alternationen [Tentativo di teorizzare le alternanze fonetiche] di Baudouin de Courtenay del 1895[38]. Da questo libro trasse anche il fruttuoso concetto e termine «morfema» coniato da Baudouin[39]. Alla stessa etichetta, egualmente presa in prestito dalla terminologia di Baudouin, la letteratura linguistica francese impose l’erroneo significato di «affisso».

Ci sono alcune opere classiche nella tradizione linguistica europea che destano da sempre particolare attenzione e riconoscimento nella scienza del linguaggio americana. Sin dalla loro comparsa, infatti, i due libri che tanto hanno affascinato Noam Chomsky, uno di Humboldt e uno di Otto Jespersen, hanno suscitato più di una volta le reazioni vivaci ed encomiastiche dei linguisti americani: secondo il parere di Sapir, infatti, «i nuovi orizzonti del pensiero linguistico si sono aperti con il lavoro di Karl Wilhelm von Humboldt» e il trattato di quest’ultimo, Uber die Verschiedenheit des menschlichen Sprachbaues [Riguardo alla diversità delle costruzioni linguistiche umane], costrinse Bloomfield ad ammirare «questa grande intuizione dello studioso»; per quanto riguarda il capolavoro di Jespersen, nel 1941 Bernard Bloch elogiò «la magnificenza della Philosophy of Grammar» e la recensione di Bloomfield del 1927 proclamò che grazie a questo libro «la grammatica inglese [sarebbe stata] per sempre arricchita»[40].

 

The wide-spread myth of a sole and uniform American linguistic school and of its exclusive control throughout the country, at least during certain periods in the development of the science of language in the United States, is at variance with the actual situation. Neither the geographical nor the historical significance of one or another scientific trend can be based on the excessive number of students who, as Martin Joos neatly remarked (1957:v), “accept the current techniques without inquiring into what lay behind them”.[41] What really counts is the quality alone, both of theoretical and of empirical attainments.

In America, as well as in Europe, there has fortunately always been an imposing variety of approaches to the foundations, methods, and tasks of linguistics. In its initial output, the Linguistic Society of America displayed a remarkable diversity of views. Its first president, Hermann Collitz of the Johns Hopkins University, in his inaugural address (December 28, 1924) on “The Scope and Aims of Linguistic Science”, spoke about the rapidly improving conditions for a new advancement of “general or ‘philosophical’ grammar”, which for a while “had to be satisfied with a back seat in linguistics”.[42] Collitz laid stress on the principal problems of general linguistics, one of which concerns “the relation between grammatical forms and mental categories”. He referred in this connection to “an able study written by an American scholar, namely: Grammar and Thinking, by Albert D. Sheffield” (New York: 1912), a book, let us add, “heartily welcomed” in Bloomfield’s review of 1912 as “a sensible volume on the larger aspects of language”.[43]


Il mito ampiamente diffuso di una scuola linguistica americana unica e coesa e del controllo esclusivo che questa esercita in tutto il Paese, per lo meno durante certi periodi di sviluppo della scienza del linguaggio negli Stati Uniti, è in contrasto con la situazione reale. Né l’importanza geografica né quella storica di una o di un’altra tendenza scientifica possono essere basate sul numero eccessivo di studiosi che, come Martin Joos osservò chiaramente (1957:v), «accettano le tecniche odierne senza indagare su ciò che vi si cela dietro»[44]. L’unica cosa che conta davvero è la qualità, tanto delle conquiste teoriche quanto di quelle empiriche.

Per fortuna in America, così come in Europa, c’è sempre stata una formidabile varietà di approcci ai fondamenti, ai metodi e ai compiti della linguistica. Nella sua produzione iniziale, la Linguistic Society of America esibì una considerevole diversità di punti di vista. Il suo primo presidente, Hermann Collitz della Johns Hopkins University, nel suo discorso inaugurale (28 dicembre, 1924) su The Scope and Aims of Linguistic Science [L’ambito e gli obiettivi della scienza linguistica] parlò del rapido miglioramento delle condizioni per un nuovo progresso della «grammatica generale o “filosofica”» che per il momento «doveva accontentarsi di un posto marginale nella linguistica»[45]. Collitz mise in evidenza i problemi principali della linguistica generale, uno dei quali riguarda «il rapporto tra le forme grammaticali e le categorie mentali». Questo riferimento era rivolto a «un intelligente studio elaborato da un ricercatore americano, ovvero Grammar and Thinking [Grammatica e pensiero], di Albert D. Sheffield» (New York: 1912), un libro, per di più, «accolto con entusiasmo» nella recensione di Bloomfield del 1912 quale «brillante volume sugli aspetti più vasti della lingua»[46].


The other concern of general linguistics was defined by Collitz as “uniformi­ties and permanent or steadily recurring conditions in human speech generally”. The latter item shortly thereafter became a subject of controversy in the gatherings and publications of the LSA: skeptics were disposed to deny the existence of general categories, as long as no linguist can know which of them, if any, exist in all languages of the world, whereas Sapir with an ever growing persistence worked on a series of preliminaries to his Foundations of Language, a wide-ranging program of universal grammar that he cherished till the end of his life.

The passage of the aforementioned inaugural address on the “mental categories” as correlates of external forms hinted at a question about to become for decades an enduring casus belli between two linguistic currents in America, where they have been nicknamed respectively “mentalism” and “mechanism” or “physicalism”. With regard to the pivotal problems of general linguistics touched upon by Collitz, Bloomfield’s prefatory article – “Why a Linguistic Society?” – for the first issue of the Society’s journal Language adopted a conciliatory tone: “The science of language, dealing with the most basic and simplest of human social institutions, is a human (or mental or, as they used to say, moral) science. *** It remains for linguists to determine what is widespread and what little is common to all human speech.”[47]Yet the two integral theoretical articles which made up the second issue of the same volume – Sapir’s “Sound Patterns in Language” and “Linguistics and Psychology” by A. P. Weiss – brought to light a major scientific dissent. Sapir’s epochal essay (1925), one of the most farsighted American contributions to the apprehension and advance of linguistic methodology, asserts from its first lines that no linguistic phenomena or processes, in particular neither sound patterns nor sound processes of speech (for instance “umlaut” or “Grimm’s law”, so-called), can be properly understood in simple mechanical, sensorimotor terms.

 

L’altra questione spinosa della linguistica generale fu definita da Collitz come «conformità e condizioni stabili o costantemente ricorrenti nel discorso umano in generale». Quest’ultimo divenne in breve soggetto di controversie nelle riunioni e nelle pubblicazioni della LSA: gli scettici erano pronti a negare l’esistenza di categorie generali, dato che nessun linguista può sapere quali di loro, se ce ne sono, esistono in tutte le lingue del mondo, mentre con una persistenza sempre maggiore Sapir lavorava a una serie di premesse al suo Foundations of Language [I fondamenti della lingua], un programma comprensivo di grammatica universale che ebbe a cuore fino alla fine dei suoi giorni.

Il passo del predetto discorso inaugurale sulle «categorie mentali» quali correlati di forme esterne alludeva a una questione che nei decenni a seguire si sarebbe rivelata un duraturo casus belli tra due correnti linguistiche in America, dove sono state soprannominate rispettivamente «mentalismo» e «meccanicismo» o «fisicalismo». Per quanto riguarda i problemi centrali di linguistica generale sollevati da Collitz, l’articolo introduttivo di Bloomfield – «Why a Linguistic Society?» [Perché una Linguistic Society?] – per il primo numero della rivista della società Language assumeva un tono conciliante: «La scienza del linguaggio, che riguarda le istituzioni sociali umane più basilari e semplici, è una scienza umana (o mentale o, come erano soliti chiamarla, morale). […] Resta ai linguisti il compito di determinare cosa del discorso umano è diffuso e cosa non lo è»[48]. Ciononostante i due articoli teorici integrali che rappresentavano il secondo numero dello stesso volume – «Sound Patterns in Language» [I modelli vocalici della lingua] di Sapir e «Linguistics and Psychology» [Linguistica e psicologia] di A.P. Weiss – portarono alla luce un profondo dissenso scientifico. L’epocale saggio di Sapir (1925), uno dei più lungimiranti contributi americani alla comprensione e allo sviluppo della metodologia linguistica, afferma sin dalle prime righe che nessun fenomeno o processo linguistico, in particolare né i modelli vocalici né i processi vocalici del discorso (per esempio la cosiddetta «Umlaut» o «Legge di Grimm»), possono essere compresi appieno in semplici termini meccanici, sensorimotori.

 

The dominant role was said to pertain to the “intuitive pattern alignment” proper to all speakers of a given language. According to the author’s conclusion, the whole aim and spirit of the paper was to show that phonetic phenomena are not physical phenomena per se and to offer “a special illustration of the necessity of getting behind the sense data of any type of expression in order to grasp the intuitively felt and communicated forms which alone give significance to such expression”.

Sapir’s assaults against mechanistic approaches to language run counter to the radical behaviorism of the psychologist Albert Paul Weiss. The latter’s article appeared in Language thanks to the sponsor­ship of Bloomfield, who taught with Weiss at Ohio State University, 1921-27, and who was increasingly influenced by his doctrine. In this paper of 1925 Weiss envisions a “compound multicellular type of organization” produced by language behavior, and he assigns to written language the rise of an even “more effective sensorimotor inter­changeability between the living and the dead”. Bloomfield’s wide-scale outline of 1939, Linguistic Aspects of Science, with its numerous references to Weiss, picks up and develops this image: “Language bridges the gap between the individual nervous systems. *** Much as single cells are combined in a many-celled animal, separate persons arecombined in a speech community. *** We may speak here, without metaphor, of a social organism”.[49]

What, however, most intimately fastens Bloomfield to the works of Weiss is the latter’s demand that human behavior be discussed in physical terms only. “The relation between structural and behavior psychology”, examined by Weiss in the Psychological Review (1917), rejects the structuralist’s aim “to describe the structure of the mind or consciousness” and denies the possibility of cooperation between struc­turalism and behaviorism, so far as the fundamental conceptions underlying both methods and the theoretical implications of either method are subjected to a close scrutiny.[50]

 

Si diceva che il ruolo dominante spettasse agli «allineamenti di modelli intuitivi» propri di tutti i parlanti di una lingua. Secondo la conclusione tratta dall’autore, l’intero proposito e spirito dell’articolo era mostrare che i fenomeni fonetici non sono in sé fenomeni fisici e di offrire «una raffigurazione singolare della necessità di soffermarsi sui dati pratici di ogni tipo di espressione allo scopo di cogliere le forme intuite e comunicate che da sole danno senso alla suddetta espressione».

L’attacco di Sapir agli approcci meccanicistici alla lingua si oppone al comportamentismo radicale dello psicologo Albert Paul Weiss. L’articolo di quest’ultimo comparve su Language grazie al sostegno di Bloomfield, che insegnò assieme a Weiss alla Ohio State University, 1921-27, e che era sempre più influenzato dalla sua dottrina. Nel suo scritto del 1925 Weiss immagina un «tipo di organizzazione pluricellulare» prodotta dal comportamento linguistico e attribuisce alla lingua scritta l’origine di «un’interscambiabilità sensorimotoria più efficace tra i vivi e i morti». La vasta panoramica di Bloomfield del 1939, «Linguistic Aspects of Science» [Gli aspetti linguistici della scienza], con i suoi numerosi riferimenti a Weiss, raccoglie e sviluppa questa immagine: «La lingua colma le distanze tra i sistemi nervosi individuali. […] Quasi come le singole cellule si raggruppano in un animale multicellulare, persone diverse si raggruppano in una comunità discorsuale. […] In questo caso possiamo parlare, senza metafore, di un organismo sociale»[51].

Ciò che, tuttavia, lega più profondamente Bloomfield ai lavori di Weiss è la richiesta di quest’ultimo che il comportamento umano venga discusso unicamente in termini fisici. «La relazione tra psicologia strutturale e comportamentale» esaminata da Weiss nella Psychological Review (1917), si dissocia dall’intenzione dello strutturalista di «descrivere la struttura della mente o dei contenuti coscienti» e nega la possibilità di una collaborazione tra strutturalismo e comportamentismo, nella misura in cui le concezioni fondamentali che sottostanno tanto ai metodi quanto alle implicazioni teoriche di entrambi i metodi sono soggette a un controllo rigoroso[52].

 

In conformity with these suggestions, any “mentalistic view” was proscribed by Bloomfield as a “prescientific approach to human things” or even a “primeval drug of animism” with its “teleologic and animistic verbiage”: will, wish, desire, volition, emotion, sensation, perception, mind, idea, totality, consciousness, subconsciousness, belief, and the other “elusive spiritistic-teleologic words of our tribal speech”. In the mentioned Linguistic Aspects of Science one chances to come across a paradoxically phrased confession: “It is the belief [!] of the present writer that the scientific description of the universe *** requires none of the mentalistic terms.”[53]Bloomfield’s presidential address to the Linguistic Society of America in 1935 prophesied that “within the next genera­tions” the terminology of mentalism and animism “will be discarded, much as we have discarded Ptolemaic astronomy”.[54]

It is this drastic dissimilarity between the two leading spirits of the Linguistic Society in the very essence of their scientific creeds which found its plain expression in Sapir’s oral remarks on “Bloomfield’s sophomoric psychology” and in Bloomfield’s sobriquet for Sapir, “medicine man”.[55] A diametrical opposition between both of them with regard to such matters as “the synthesis of linguistics with other sciences” was deliberately pointed to in Bloomfield’s writings.[56]

This difference between two methods of approach deepened with the years and greatly affected the course and fortunes of semantic research in American linguistics.

 

In conformità a questi suggerimenti, ogni «visione mentalistica» venne bandita da Bloomfield in quanto «approccio prescientifico alle cose umane» o persino «droga primordiale dell’animismo» con la sua «prolissità teologica e animistica»: volere, speranza, desiderio, volontà, emozione, sensazione, percezione, mente, idea, totalità, coscienza, inconscio, convinzione e altre «vaghe parole spiritistico-teologiche del nostro discorso tribale». Nel già menzionato «Linguistic Aspects of Science» si rischia di incappare in una confessione espressa in modo paradossale: «Chi scrive è convinto [!] che la descrizione scientifica dell’universo […] non richieda alcun termine mentalistico»[57]. Il discorso di insediamento presidenziale di Bloomfield alla Linguistic Society of America nel 1935 profetizzava che «entro la prossima generazione» la terminologia di mentalismo e animismo «[sarebbe stata] scartata, proprio come abbiamo scartato l’astronomia Tolemaica»[58].

È questa divergenza drastica tra i due spiriti protagonisti della Linguistic Society nell’essenza stessa delle loro convinzioni scientifiche a trovare piena espressione nei commenti di Sapir sulla «psicologia da studentucolo di Bloomfield» e nell’epiteto di Bloomfield per Sapir: «Sciamano»[59]. Come ha intenzionalmente indicato nei suoi scritti[60], la posizione di Bloomfield su argomenti come «la combinazione della linguistica con altre scienze» è diametralmente opposta a quella di Sapir.

Questa differenza tra due metodi di approccio si è acuita con il passare degli anni e ha avuto forti ripercussioni sul corso e sulla fortuna della ricerca semantica nella linguistica americana.


On the one hand, the inquiry into the “commu­nicative symbolism” of language in all its degrees and on all its levels from the sound pattern through the grammatical and lexical concepts, to the “integrated meaning of continuous discourse”, was becoming of still higher import in the work of Sapir, and with an avowed reference to his enlightening teaching, it was said in 1937 by Benjamin L. Whorf that “the very essence of linguistics is the quest for meaning”.[61] On the other hand, Bloomfield, though realizing perfectly that the treatment of speech-forms and even of their phonemic components “involves the consideration of meanings”, admitted at the same time in his paper “Meaning” of 1943 that “the management of meanings is bound to give trouble” as long as one refuses to adopt “the popular (mentalistic) view” and to say “that speech forms reflect unobservable, non-physical events in the minds of speakers and hearers”.[62]

The difficulty in considering meaning while negating any “mental events” provoked repeated efforts by some younger language students to analyze linguistic structure without any reference to semantics, in contradistinction to Bloomfield’s invocation of meaning as an inevitable criterion. Bloomfield himself was ready to deny not only the validity of such claims, but even the possibility of their existence.[63] Nonetheless, experiments in antisemantic linguistics became widespread toward the late forties. I was invited in the summer of 1945 to give a series of lectures at the University of Chicago. When I informed the University of my title for the planned cycle – “Meaning as the Pivotal Problem of Linguistics” – there came a benevolent warning from the faculty that the topic was risky.


Da un lato, l’indagine nel «simbolismo comunicativo» del linguaggio ad ogni grado e a tutti i suoi livelli partendo dal modello vocalico, passando per i concetti grammaticali e lessicali, fino al «significato integrato del discorso continuo», stava assumendo un rilievo ancora maggiore nel lavoro di Sapir, e con una voluta allusione al suo istruttivo insegnamento, nel 1937 Benjamin L. Whorf disse che «l’essenza stessa della linguistica è la ricerca di significato»[64]. Dall’altro lato, Bloomfield, sebbene capisse perfettamente che occuparsi di forme del discorso e persino delle loro componenti fonemiche «[avrebbe comportato] la considerazione dei significati», ammetteva al contempo nel suo articolo «Meaning» [Significato] del 1943 che «la gestione dei significati è destinata a creare problemi» fintanto che uno si rifiuta di adottare «la visione popolare (mentalistica)» e di dire «che le forme del discorso riflettono eventi inosservabili, non fisici, che hanno luogo solo nelle menti dei parlanti e degli ascoltatori»[65].

La difficoltà nel considerare il significato ignorando ogni «evento mentale» spinse alcuni studiosi della lingua più giovani a compiere ripetuti sforzi di analizzare la struttura linguistica senza alcun riferimento alla semantica, in opposizione all’insistenza di Bloomfield sul significato quale criterio inevitabile. Lo stesso Bloomfield era pronto a negare non solo la validità di tali affermazioni, ma persino la possibilità che esistessero davvero[66]. Ciononostante, verso la fine degli anni Quaranta gli esperimenti di linguistica antisemantica si diffusero ampiamente. Nell’estate del 1945 fui invitato a tenere una serie di lezioni alla University of Chicago. Quando informai l’università circa il titolo del ciclo di lezioni che avevo programmato – «Meaning as the pivotal problem of linguistics» [Il significato ovvero il problema cruciale della linguistica] – dalla facoltà mi giunse il benevolo avvertimento che l’argomento era rischioso.


It would be fallacious, however, to view the avoidance of semantic interpretation as a general and specific feature of the American linguistic methodology even for a brief stretch of time. This tentative ostracism was an interesting and fruitful trial accompanied by simultaneous and instructive criticism, and it has been superseded by an equally passionate and acclaimed striving for the promotion of semantic analysis first in vocabulary, then also in grammar.

Yet, finally, what bears a stamp of American origin is the semiotic science built by Charles Sanders Peirce from the 1860’s throughout the late nineteenth and early twentieth centuries, a theory of signs to which, as was justly acknowledged (under Charles Morris’ influence) by Bloomfield, “linguistics is the chief contributor”, and which in turn has prepared the foundations for a true linguistic semantics. But in spite of this, Peirce’s semiotic remained for many decades fatally unknown to the linguists of both the New and the Old World.

Now to sum up. In America the science of language produced several remarkable, prominent, internationally influential thinkers – to men­tion only some of those who are no longer with us, Whitney, Peirce, Boas, Sapir, Bloomfield, Whorf. What we observe at present, and what proves to be timely indeed, is an ever higher internationalization of linguistic science, without a ludicrous fear of foreign models and of “intellectual free trade”.

One can still reproach American students and scholars, as well as those in diverse European countries, for a frequent inclination to confine the range of their scientific reading to books and papers issued in their native language and homeland and particularly to refer chiefly to local publications. In some cases this propensity results merely from an insufficient acquaintance with foreign languages, which is a debility widely spread among linguists. It is for this reason that important studies written in Russian and other Slavic languages have remained unknown, although some of them provide new and suggestive approaches.

 

Sarebbe fuorviante, tuttavia, considerare l’assenza dell’interpretazione semantica un tratto generale e specifico della metodologia linguistica americana anche solo per un breve lasso di tempo. Questo timido ostracismo è stato un tentativo interessante e fruttuoso accompagnato da una critica simultanea ed educativa, ed è stato soppiantato da una lotta egualmente accesa e acclamata per la promozione dell’analisi semantica dapprima nel vocabolario, poi anche nella grammatica.

Infine, però, ciò che porta il marchio d’origine americano è la scienza semiotica edificata da Charles Sanders Peirce dagli anni Sessanta dell’Ottocento fino alla fine del Diciannovesimo e gli inizi del Ventesimo secolo, una teoria dei segni a cui, com’è stato giustamente riconosciuto da Bloomfield (sotto l’influenza di Charles Morris), «la linguistica ha dato il contributo principale» e che a sua volta ha gettato le basi per una vera e propria semantica linguistica. Malgrado ciò, la semiotic di Pierce è rimasta per decenni disgraziatamente sconosciuta ai linguisti del Nuovo e del Vecchio mondo.

In definitiva: in America la scienza del linguaggio ha prodotto eminenti pensatori, degni di grande nota, influenti a livello internazionale – per menzionare solo alcuni di loro che non sono più tra noi: Whitney, Pierce, Boas, Sapir, Bloomfield e Whorf. Ciò che osserviamo oggi, e che si dimostra difatti tempestivo, è un’internazionalizzazione ancora maggiore della scienza linguistica, senza un’insensata paura dei modelli stranieri e del «libero scambio intellettuale».

Si possono biasimare gli studenti e studiosi americani, come anche quelli di svariati Paesi europei, per la frequente inclinazione a limitare la gamma delle loro letture scientifiche a libri e articoli pubblicati nella loro lingua madre e patria e in particolar modo perché fanno affidamento quasi unicamente sulle pubblicazioni locali. In alcuni casi questa propensione deriva solo da una scarsa conoscenza delle lingue straniere, che è una mancanza ampiamente diffusa tra i linguisti. È per questo motivo che importanti studi scritti in russo e altre lingue slave sono rimasti sconosciuti, sebbene alcuni di loro offrano spunti nuovi e suggestivi.


One should finally mention the most negative phenomenon of American linguistic life. Bloomfield, who in 1912 had expressed “a modest hope *** that the science of language may in time come to hold in America also its proper place among sciences”,[67]returned to this question in his notable survey, “Twenty-one Years of the Linguistic Society”, shortly before the end of his scholarly activity. He was certainly right in concluding that “the external status of our science leaves much to be desired though there has been some improvement”.[68] Now, however, this improvement is rapidly vanishing. Once again we observe that the blame does not lie with linguists, but with those bureaucrats who, under the pretext of scarcity and restraint, are prone to abolish or reduce departments and chairs of general linguistics, of comparative Indo-European studies, of Romance, Scandinavian, Slavic and other languages. In Sapir’s pointed parlance, efforts are being made to establish and perpetuate the “very pallid status of linguistics in America”, because this science seems to be hardly “convertible into cash value”.[69]Such antiscientific measures are most deplorable. In spite of the present crisis, America still remains more prosperous than most of the European countries, but even under their economic recession, none of them has dismantled its graduate schools and their linguistic programs.


Infine si potrebbe menzionare il fenomeno più negativo della vita linguistica americana. Bloomfield, che nel 1912 aveva espresso «una speranza modesta […] che con il tempo la scienza del linguaggio [potesse] arrivare ad avere anche in America il posto che le [spettava] tra le scienze»[70], ritornò sull’argomento nel suo prestigioso studio, «Twenty-one Years of the Linguistic Society» [Ventun anni della Linguistic Society], poco prima della fine della sua attività accademica. Aveva di sicuro ragione nel concludere che «lo status esterno della nostra scienza lascia molto a desiderare nonostante siano stati fatti alcuni progressi»[71]. Adesso, tuttavia, questo progresso sta sfumando rapidamente. Ancora una volta vediamo che la colpa non è dei linguisti, ma di quei burocrati che, con il pretesto della penuria e delle costrizioni, sono inclini ad abolire o a ridurre le facoltà e le cattedre di linguistica generale, di studi comparativi di indoeuropeistica, romanistica, scandinavistica, slavistica e di altre lingue. Per dirla con lo stile diretto di Sapir, si stanno compiendo degli sforzi per affermare e perpetuare «lo status anemico della linguistica in America» perché questa scienza sembra difficilmente «convertibile in danaro»[72]. Simili misure antiscientifiche sono oltremodo riprovevoli. Nonostante la crisi attuale, l’America continua a essere più prospera della maggior parte dei Paesi europei, che pure sotto il peso della recessione economica non hanno distrutto i propri corsi di specializzazione e i propri programmi linguistici.


Nevertheless, permit me, in conclusion, once more to quote Leonard Bloomfield. The forecast made 45 years ago (December 30, 1929) in his address before a joint meeting of the Linguistic Society of America and the Modern Languages Associations reads:

I believe that in the near future – in the next few generations, let us say – linguistics will be one of the main sectors of scientific advance.[73]

Do not all of us here share this belief?

First presented as the opening paper at the Golden Anniversary Symposium of the Linguistic Society of America, New York, Dec. 27, 1974. Elaborated in Peacham, Vermont, summer of 1975, and published in The European Back­ground of American Linguistics, ed. H. M. Hoenigswald (Dordrecht, 1979).


Ciononostante, per concludere, lasciatemi citare ancora una volta Bloomfield. La previsione fatta 45 anni fa (30 dicembre, 1929) durante il suo discorso in occasione di una riunione congiunta della Linguistic Society of America e della Modern Language Associations dice testualmente:

Credo che nel prossimo futuro – nel giro di poche generazioni, tanto per intenderci – la linguistica sarà uno dei principali settori del progresso scientifico.[74]

Non condividiamo forse tutti questa convinzione?

Presentato la prima volta come discorso inaugurale al Golden Anniversary Symposium della Linguistic Society of America, New York, 27 dicembre 1974. Elaborato a Peacham, Vermont, estate del 1975, e pubblicato in The European Back­ground of American Linguistics [Le radici europee della linguistica americana], ed. H. M. Hoenigswald (Dordrecht, 1979).


 


Riferimenti bibliografici:

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2. Analisi testuale


2.1 Struttura e argomento del saggio

L’articolo di Jakobson non segue la struttura classica delle opere di saggistica: non parte da una tesi che deve argomentare, sostenere o eventualmente confutare, in poche parole non indaga un tema fino a giungere a delle conclusioni. Vediamo che non è diviso in parti, ma è un unico blocco discorsivo dove tematiche, personalità e teorie si succedono con naturalezza, senza artificio, ma sempre seguendo un ordine rigoroso. In questo caso specifico, infatti, Jakobson non espone le sue teorie linguistiche o le sue riflessioni in modo diretto e normativo, perché non si tratta di un saggio dal valore scientifico. È un omaggio, un ripercorrere le tappe principali e i progressi dalla linguistica nel corso del Novecento annoverando le più grandi autorità legate a questa disciplina e ricordando le formulazioni del pensiero più originali, quelle che si sono poi confermate principi cardini della scienza linguistica.

Jakobson inizia il suo discorso con un riferimento a Mathesius e Trnka, che nel 1925 gli annunciarono la creazione della Linguistic Society of America (LSA). Ricorda la fine del Circolo linguistico di Mosca e la vicinanza della la LSA con il Circolo linguistico di Praga, testimoniata dalle lettere di Trubeckoj. Questa vicinanza transoceanica, tuttavia, non si limitava alle scuole di pensiero linguistico americane ed europee: anche il comitato degli scienziati sovietici antinazisti si era fatto vivo sottolineando «l’affinità dei linguisti russi con i propositi e lo zelo della LSA». Jakobson afferma che molti studiosi americani si rivelarono «autentici uomini di scienza» quando lui giunse in America a causa della guerra. Ricorda il suo caro amico Leonard Bloomfield e la sua avversione per qualunque limitazione al libero pensiero; parla di Franz Boas, che ritiene il primo vero fautore di basi solide per uno studio della lingua, nonché fermamente convinto del carattere internazionale della linguistica e contrario a «una ostinata pretesa di confinamento territoriale delle teorie e delle ricerche scientifiche».

Rammenta come nella seconda metà del secolo scorso la Germania avesse concepito le idee più nuove e feconde per la linguistica generale, anche grazie a personalità quali Karl Brugmann e August Leskien della Scuola neogrammaticale di Lipsia, che nutrivano una profonda stima per il lavoro di William Dwight Whitney. La stessa ammirazione per questo americano e per le sue scoperte nel campo della grammatica comparativa veniva apertamente manifestata da Ferdinand de Sussure. In un primo momento anche il suo Cours de linguistique générale trovò maggiori riconoscimenti all’estero che in patria, precisamente in America. Ed è Bloomfield che più di ogni altro avverte la vastità delle intuizioni di Saussure. Come dice Jakobson, questa sua predilezione per la teoria saussuriana, così come l’importanza di Whitney nel Vecchio mondo «esemplificano la continua reciprocità tra i linguisti dei due emisferi». Afferma inoltre che ci sono opere della tradizione europea che hanno sempre destato particolare interesse nella scienza del linguaggio americana, come i libri di Humboldt e Jespersen nel caso di Noam Chomsky.

Jakobson conclude dicendo che tanto in America quanto in Europa c’è sempre stata una varietà di approcci formidabile alla ricerca linguistica, che ha spesso scatenato vivaci dibattiti e profondi dissensi, soprattutto per quanto riguarda le due correnti linguistiche principali sviluppatesi negli Stati Uniti: il mentalismo e il fisicalismo, rispettivamente sostenute da Bloomfield e Sapir. Ma se c’è una cosa che più di ogni altra porta il marchio americano, questa è la scienza semiotica di Charles Sanders Pierce. Infine, Jakobson elogia l’odierna internazionalizzazione della linguistica e il fruttuoso libero scambio intellettuale, esortando a continuare su questa strada proficua e deprecando quei burocrati che, con il pretesto della ristrettezza economica, vogliono ostacolare gli studi di linguistica e la sua affermazione come vera e propria scienza.

2.2 Roman Jakoboson, un eclettico plurilingue

Fondatore del Circolo linguistico di Mosca, cofondatore del Circolo linguistico di Praga e membro del Circolo linguistico di Copenhagen, Roman Jakobson ha insegnato in molte università del Vecchio e del Nuovo Continente, dove è sbarcato per sfuggire alle persecuzioni naziste della Seconda guerra mondiale. Ha intrattenuto rapporti di lavoro e stretto profonde amicizie con le più stimate personalità del mondo accademico linguistico di quegli anni, in particolar modo con Benjamin Whorf, Leonard Bloomfield e Franz Boas, che in un’occasione gli salvò persino la vita. Nato a Mosca ma naturalizzato statunitense, l’indole di Jakobson riflette le sue esperienze di vita: ha girato il mondo e si è avvicinato con curiosità ed entusiasmo a tutte le scuole di pensiero linguistico – e non solo – del suo tempo. Nel primo paragrafo del saggio, lui stesso si presenta come un «testimone dello sviluppo internazionale del pensiero linguistico nel corso di sei lunghi decenni» in cui ha praticamente esplorato il mondo e ampliato i suoi orizzonti senza pregiudizi, così da poter avere una prospettiva completa e globale della sua materia, ma senza limitare mai a quest’ultima il suo campo d’azione e di apprendimento. Fermamente convinto che la specializzazione in una disciplina porti a perdere di vista il tutto e, di conseguenza, non abbia ragione d’esistere, sono proprio la sua interdisciplinarietà e la sua capacità di avere una visione d’insieme i suoi più grandi punti di forza.

2.3 L’ignoranza linguistica dei… linguisti

Per una personalità così poliedrica, non esiste nulla di più demotivante di una concezione del mondo limitata al proprio orticello. In un paragrafo del saggio si appella direttamente agli studiosi, vecchi e giovani, americani ed europei, biasimandoli per la loro inclinazione a limitare le proprie letture – e quindi le proprie prospettive linguistiche – alle opere pubblicate nel loro Paese e soprattutto nella loro lingua. Disapprova questa limitata conoscenza linguistica che conduce, per forza di cose, a un panorama egualmente limitato. Afferma che il risultato di questa ignoranza è che molte opere di grande valore, soprattutto quelle scritte in lingue slave, sono rimaste per lo più sconosciute. In molti Paesi dell’Est Europa la ricerca linguistica aveva infatti raggiunto un livello decisamente avanzato e tante opere estranee al mondo occidentale contenevano formulazioni originalissime, che spesso precorrevano concezioni che in America o nel centro Europa avrebbero trovato espressione solo molto tempo dopo.

 

2.4 Oriente e Occidente: più lontani (o più vicini) che mai?

A una prima lettura è difficile cogliere tutti quei rimandi intratestuali che legano tra loro le varie parti del testo in una fitta rete di nessi e simboli. Con occhio attento, però, già a una seconda lettura il filo rosso che li unisce diventa visibile e aiuta a schiudere un significato più profondo, prima solo ipotizzabile. Rileggendo il testo una terza volta, poi, questa costellazione di simboli assume un valore ben preciso, che è anche il valore non più denotativo ma esemplificativo del saggio. In questo caso, parole come connetcions, links, ties si ripetono continuamente nel corso dell’articolo e su di loro viene posta un’enfasi particolare. Inoltre, Jakobson parla molto spesso al plurale, così da coinvolgere il suo pubblico in prima persona e allo stesso tempo farsi partecipe di quanto afferma:

What we observe at present, and what proves to be timely indeed, is an ever higher internationalization of linguistic science, without a ludicrous fear of foreign models and of “intellectual free trade”. (Pag.40)

Questo particolare metodo di analisi del testo venne formulato dal critico di stilistica letteraria Leo Spitzer [Ballerio, 2001]. Secondo lui, bisogna leggere il testo in modo sistematico fino a che qualche peculiarità linguistica non ci colpisce ed esaminando i piccoli casi specifici vedremo come questi rimandino più in generale al testo. È l’idea del circolo ermeneutico, ma per cogliere il significato profondo dell’opera giocano la loro parte anche il sentimento e l’intuizione personale, secondo quella mentalità romantica per cui la lingua è il frutto di un sentimento e dà sentimento; per necessità di cose, quindi, va studiata con sentimento. Di fronte al testo letterario, insomma, non si può avere un approccio solo scientifico ma anche umano. Sebbene le sue teorie siano state molto criticate per questa “invasiva” e poco giustificabile componente emotiva, resta uno spunto interessante su cui riflettere e, da lettori, ne facciamo tutti esperienza diretta.

Anche il critico letterario tedesco Ernst Robert Curtius [Curtius, 2009] ha descritto un processo di lettura che parte da un’intuizione e, come Spitzer, ha iniziato a collegare i fenomeni che si ripetono postulando che ci sia un’interpretazione comune per queste particolarità linguistiche. Il singolo è visibile grazie al tutto, al quadro generale dell’opera, e viceversa (ancora una volta il circolo ermeneutico); però lui va oltre dicendo che a partire dallo stile, dalla forma, si può arrivare a comprendere persino l’atteggiamento intellettuale dell’autore.

Detto questo, un’analisi stilistica dell’articolo di Jakobson mi ha permesso di capire che la questione fondamentale, quella che lo ha motivato a scrivere questo saggio, è senz’altro il rapporto “odio-amore” tra la scuola linguistica americana e quella del Centro e dell’Est Europa. Dopotutto, chi meglio di Jakobson poteva parlare di un simile argomento e chi più di lui poteva capirne la reale importanza? Tutto il saggio è teso a osservare i rapporti tra i due emisferi nel corso del secolo scorso e a sottolineare come l’interscambio di idee non fosse rilegato a eventi rari e isolati, ma fosse una costante storica che andava incoraggiata sempre più. Cita molti esempi di influenze e ammirazioni reciproche e dice che la supposta ostilità tra i due emisferi non è mai realmente esistita, ma veniva istigata solo da pochi burocrati ottusi e di vedute limitate.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3. Analisi traduttologica


3.1 Trovare la giusta strategia

Dopo aver letto per la prima volta questo saggio di Jakobson, mi sono posta due domande fondamentali che ogni traduttore ha il dovere di porsi prima di iniziare a tradurre un testo: «Per chi è stato scritto?» e «Perché è stato scritto?». Prima di affrontare qualsiasi traduzione, infatti, è necessario sottoporre il testo a un’attenta analisi linguistica e culturale, un’analisi che permetta di individuarne le ragioni profonde, quelle che hanno spinto l’autore a mettere per iscritto i suoi pensieri, per comprenderle appieno e formulare una strategia traduttiva che garantisca, in fase di traduzione, la maggior coerenza possibile.

Innanzitutto, mi sono chiesta a quale genere testuale appartenesse il saggio, e mi sono risposta che Jakobson lo ha concepito per un pubblico composto quasi unicamente da linguisti come lui o, per lo più, da persone operanti in quel settore (studenti, semiotici, accademici ecc.). Da questo dato possiamo dedurre che la maggior parte delle informazioni veicolate dal testo non compaiono per iscritte, ma sono sottintese tra persone che condividono uno stesso gergo specialistico e rientrano quindi in quell’universo denominato «implicito culturale» [Agar: 2006]. Può rivelarsi questo un problema al momento di tradurre? Decisamente sì. L’ostacolo consiste nel riuscire a colmare i “buchi” della propria conoscenza enciclopedica per poter seguire il filo del suo ragionamento, per comprendere davvero, fino infondo, e di conseguenza tradurre in maniera sensata e filologica. Bisogna però fare attenzione: un conto è inserire questi tasselli mancanti in fase di comprensione e di rielaborazione del testo, ovvero nella propria mente, ma quando si inizia a tradurre non si deve correre il rischio di banalizzare certi concetti andando a spiegare quanto nel testo non viene spiegato, ossia creando una ridondanza dove non c’era. Toccherà al lettore compiere lo stesso sforzo compiuto dal traduttore, nel caso in cui sia digiuno di nozioni linguistiche, mentre per un linguista o un semiotico italiano risulterà perfettamente normale leggere e comprendere il testo così come è stato formulato originariamente. Le agevolazioni del traduttore devono essere, in linea di massima, di tipo linguistico, o lì dove l’ostacolo culturale sia tanto insormontabile da compromettere la comprensione; ma ritorno su questo punto quando analizzo il residuo traduttivo.

Mi pongo a questo punto un’altra domanda relativa alla comprensione del saggio, ovvero: «Il lettore italiano che riceverà questo testo, assomiglierà al lettore modello che aveva in mente Jakobson quando lo ha scritto?» È molto probabile, in quanto tratta un argomento che possiamo definire «settoriale». Chi non è un linguista o non ha un’inclinazione personale per la materia difficilmente sceglierà di leggere questo articolo, per cui senza dubbio il lettore modello di Jakobson e il mio sono molto simili. Non posso ignorare, però, che se gli studi linguistici sono una disciplina fiorente negli Stati Uniti, come anche in molti paesi dell’Europa occidentale e orientale, in Italia i veri studiosi della materia sono pochi. Ne consegue che se il gergo settoriale in lingua inglese impiegato da Jakobson per rivolgersi ai suoi colleghi è ampiamente diffuso e condiviso, non si può dire altrettanto del gergo settoriale della linguistica italiana. È questo un problema all’ora di tradurre? Decisamente sì. Il saggio, infatti, presenta svariate espressioni gergali, anche se forse più che di termini si tratta qui di concetti, e trovare dei corrispondenti italiani calzanti è stato uno degli aspetti più complessi del mio lavoro.

Per tornare alle due domande “esistenziali” del tradurre, quanto detto rispondeva forse alla domanda: «Per chi?», ma non alla domanda: «Perché?». Innanzitutto, nessun testo ha senso se considerato isolatamente, ma va sempre analizzato in base al contesto in cui è nato. Allora mi sono immaginata Roman Jakobson, uno dei più straordinari esperti di linguistica del Novecento, stare di fronte a una platea di suoi colleghi tentando di convincerli che la loro materia di studio ha bisogno di essere affrontata come una vera e propria scienza: attraverso la collaborazione, il sostegno reciproco, il dialogo e un fruttuoso e sincero scambio di opinioni. Era un obiettivo ambizioso parlare di solidarietà, quando i fatti hanno dimostrato che il più delle volte le ambizioni personali e le gelosie sono state un ostacolo allo sviluppo di questa disciplina, che pure aveva e ancora ha tutte le carte in regola per elevarsi a rango di scienza. Il suo scopo era esortare e far riflettere, ma anche rendere omaggio a tutti coloro che nel corso degli anni hanno apportato un contributo inestimabile alla linguistica e lottato affinché due emisferi così lontani riuscissero a trovare un saldo punto di incontro. Questo ha spinto Jakobson ha scrivere il saggio, questa era la dominante del testo e dovevo tenerla bene a mente mentre traducevo. Individuare con chiarezza la dominante di un testo permette di compiere un’operazione di fondamentale importanza: scegliere – e non subire – il residuo.

3.2 A proposito di residuo

Arriviamo quindi al tanto temuto residuo. Voglio chiarire subito la mia posizione riguardo a questa componente, necessaria e inevitabile, della traduzione. Ho assimilato il concetto di «traduzione totale» elaborato da Peeter Torop [Torop, 1995] secondo il quale non può esistere una traduzione completa, così come non esistono equivalenti linguistici tra due lingue diverse. Può invece esistere una traduzione in cui il traduttore, dopo aver elaborato e messo in atto una strategia traduttiva adeguata, accetta il fatto che una parte del messaggio, per quanto piccola o irrilevante, è e resterà intraducibile. Questa presa di coscienza è il primo passo verso una buona traduzione, senza l’insensata pretesa di poter riscrivere un testo in un’altra lingua che sia un equivalente dell’originale. In traduzione le equivalenze non esistono, esistono solo versioni che si avvicinano in misura minore o maggiore all’originale. Ci sono tuttavia svariati modi per cercare di compensare il residuo che si viene a formare, vuoi con l’uso di note, vuoi con la più discutibile strategia dell’adeguamento.

In questo caso specifico, quando si è reso necessario, ho scelto di intervenire direttamente sul testo in due modi diversi. Nel primo caso ho fatto ricorso alle note a piè di pagina per sciogliere un’ambiguità nel testo originale: veniva più volte citato il titolo di un elaborato di Sapir, Language, e il titolo di un’omonima rivista linguistica. Con molta probabilità, un linguista americano avrebbe capito dal contesto che si trattava di due cose diverse e a quale delle due faceva riferimento Jakobson di volta in volta, ma forse un linguista italiano non ci sarebbe arrivato con la stessa immediatezza. Da qui il mio intervento nel testo per ovviare a un potenziale malinteso:

Qui Language non si riferisce più alla rivista nominata poche righe sopra, ma al libro di Sapir del 1921 il cui titolo completo è Language: an introduction to the study of speech. La rivista Language, viceversa, è l’organo della Linguistic Society of America dal 1925 in poi [N.d.T.]. (Pag.13)

A un certo punto, invece, parla delle differenze tra la linguistica sincronica e diacronica, ma lo fa usando una terminologia diversa. Per non provocare lo smarrimento del lettore, che avrebbe potuto non capire a cosa stesse facendo riferimento Jakobson, ho usato una nota a piè di pagina per spiegare quanto stava avvenendo nel testo:

Qui Jakobson sceglie di parlare di «storia linguistica» pur intendendo la «linguistica diacronica»; di conseguenza, ho rispettato la sua decisione autoriale [N.d.T.]. (Pag.25)

In un altro caso, Jakobson citava i titoli di alcuni articoli scritti da eminenti linguisti, americani e stranieri, la cui comprensione era fondamentale per riuscire a intendere le ragioni del suo intervento e il messaggio che voleva comunicare. Dare questa comprensione per scontata sarebbe stato indice di scarsa cura e poca attenzione verso un lettore italiano che non necessariamente ha una conoscenza delle lingue sufficiente da permettergli di capire in autonomia ciò che Jakobson vuole comunicargli quando cita un dato libro o articolo se i titoli di questi ultimi sono per lui incomprensibili. In simili circostanze ho ritenuto utile aggiungere una mia traduzione del titolo tra parentesi quadre, così che fosse ben chiaro che si trattava di un’agevolazione fornita dal traduttore, ad esempio:

Riguardo al fondatore ed esperto curatore del Handbook of American Indian Languages [Manuale delle lingue amerindie], rammento la sua amabile, gradevole residenza a Grantwood […] (Pag.17)

Lo stesso ho fatto per i titoli che erano in lingue diverse dall’inglese, per l’esattezza in francese e in tedesco, ad esempio:

[…] secondo l’opinione di Sapir, «i nuovi orizzonti del pensiero linguistico si sono aperti con il lavoro di Karl Wilhelm von Humboldt» e il trattato di quest’ultimo, Uber die Verschiedenheit des menschlichen Sprachbaues [Riguardo alla diversità delle costruzioni linguistiche umane], costrinse Bloomfield ad ammirare «questa grande intuizione dello studioso» […] (Pag.29)

L’unico inconveniente di questa strategia è che il testo tradotto, il metatesto, risulta un po’ più lungo rispetto all’originale; ma ritengo insensato sacrificare la chiarezza di un testo a scapito di qualche riga in più di traduzione.

3.3 Discorso orale vs. testo scritto vs. testo tradotto

Come specificato alla fine del saggio, Jakobson tenne questo discorso nel 1974 al Golden Anniversary Symposium della Linguistic Society of America di New York, ma mise per iscritto quanto detto di fronte alla platea solo nell’estate del 1975. In quanto nato come discorso orale, trascritto in un secondo momento, possiamo dedurre che il testo del discorso originale pronunziato da Jakobson doveva essere un tantino diverso da quello che leggiamo. Non dimentichiamo inoltre che Jakobson era di origini russe, e benché abbia vissuto per la maggior parte della sua vita negli Stati Uniti l’inglese non era la sua lingua madre. Eppure questo testo è scritto in un inglese impeccabile, anzi, si può dire che Jakobson padroneggi un inglese migliore di molti madrelingua.

Inutile pretendere che il passaggio dalla lingua orale a quella scritta non comporti delle conseguenze; incide infatti su una serie di fattori non trascurabili, primo fra tutti, la spontaneità. Già dalle sue primissime parole: «Dear friends! I was asked to speak…» vediamo che Jakobson vuole dare l’illusione che si tratti della trascrizione fedele del suo discorso originale e a questo proposito inserisce quella componente istintiva propria del linguaggio parlato. D’altra parte non c’è un solo errore di sintassi, una sola imprecisione o sbavatura linguistica. Insomma, sebbene questa pretesa di spontaneità conferisca al testo una certa freschezza, non è del tutto credibile.

Uno dei più grandi paradossi della traduzione e proprio voler far credere che il testo che si legge è stato concepito in quella lingua, e quando ho iniziato a tradurre questo saggio ho compiuto un’operazione molto simile a quella che ha compiuto Jakobson quando ha deciso di mettere le sue parole per iscritto. Per usare il gergo coniato dallo stesso Jakobson: nel mio caso si è trattato di una traduzione interlinguistica, «un’interpretazione di segni verbali per mezzo di un’altra lingua»; nel suo di una traduzione intersemiotica (o «trasmutazione»), ossia «un’interpretazione di segni verbali per mezzo di segni di sistemi segnici non verbali» [Jakobson, 1959]. Nato come discorso orale, elaborato una prima volta come testo scritto e passato poi in altre mani per essere tradotto, è davvero possibile definirlo spontaneo? Io lo definirei piuttosto «due volte meno spontaneo», ma per questo motivo anche due volte meno bello? Temo che sia una domanda a cui non è possibile dare risposta, visto che ci rimanda indietro nel tempo all’opposizione secolare tra Hegel, che diceva che non v’è bello che non sia stato voluto tale e prodotto dallo spirito, e Kant, che ribatteva che l’oggetto estetico per eccellenza è un oggetto naturale o che pare naturale, quando l’arte nasconde l’arte [Genette, 1976].

Per ritornare alla questione della spontaneità, Aleksandăr Lûdskanov ha sviluppato una sua teoria riguardo alla differenza tra la traduzione di testi poetici, la cosiddetta «traduzione letteraria», e quella di testi scientifici, chiamata «traduzione professionale». Secondo il semiotico bulgaro, scopo ultimo della traduzione, in tutte le sue forme, è veicolare un messaggio. Secondo i “letteralisti” la traduzione letteraria si differenzia da quella professionale per gli elementi extratestuali che contiene, ma Lûdskanov ricorda che la componente emozionale, connotativa presente nel testo poetico non presuppone un’identica componente emozionale anche nell’atteggiamento del traduttore. Un testo tradotto è per forza di cose il frutto di un processo mentale razionale e di conseguenza non ha in sé nulla di spontaneo. Il fatto che l’oggetto della traduzione sia un testo artistico, quindi, non presuppone che debba esserlo anche il metodo e per questo stesso motivo non c’è ragione di distinguere la traduzione di un testo di narrativa dalla traduzione di un testo scientifico e da tutti gli altri tipi di traduzione. Il grado di precisione necessario in traduzione non varia a seconda del genere testuale tradotto, ma in base all’esattezza degli strumenti possibili. La conclusione che trae Lûdskanov è questa:

Il meccanismo del processo traduttivo verbale interlinguistico ha sempre, indipendentemente dal genere testuale che si traduce, un carattere creativo condizionato dalla natura linguistica di questa operazione e dallo specifico dei linguaggi naturali che presuppone scelte non predeterminate riguardo ai mezzi linguistici dovute a tutte le differenze strutturali dei linguaggi naturali. [Lûdskanov, 1967]

Concetto, questo, che stava molto a cuore anche a Jakobson, da sempre convinto che la linguistica fosse la più esatta tra le scienze umane e per questo motivo, secondo lui, un approccio scientifico ai linguaggi naturali non avrebbe posto alcun problema sia di carattere teorico, sia pratico [Jakobson, 1967].

3.4 Perché scegliere la parola più facile, se ce n’è una più bella?

Nei due anni di master, i miei professori di traduzione hanno ribadito questo concetto innumerevoli volte e spesso ne ho avuto la dimostrazione pratica, ma mai come quando ho tradotto questo saggio di Jakobson ne ho avuto la riprova schiacciante: tradurre un testo scritto bene, per quanto complesso, è mille volte più facile che tradurre un testo scritto male in partenza. L’ho detto e mi ripeto, la scrittura di Jakobson è impeccabile da un punto di vista grammaticale e sintattico. In più il testo è ordinato, nonostante spazi tra una moltitudine di argomenti e annoveri esempi pratici ma anche aneddoti curiosi. Non scordiamo che il titolo del saggio è: «Il Novecento nella linguistica europea e americana: movimenti e continuità», quindi Jakobson ripercorre un lungo pezzo di storia, ricco di avvenimenti per la linguistica americana ed europea, con la chiarezza e la lucidità che contraddistingue un vero maestro.

Non mi ha sorpreso la sua evidente capacità di mantenere un registro alto e costante per tutto il saggio, con qualche tocco di retorica sapientemente inserito, ma mai prolisso e ampolloso. Della sua scrittura mi hanno piacevolmente colpito le scelte linguistiche: sempre accessibili, mai scontate. In alcuni casi, quando poteva scegliere una parola ordinaria, standard per esprimere un concetto, Jakobson sceglieva di usare una parola meno abusata, che preservasse ancora intatto il suo significato denotativo ed esemplificativo; lo dimostra l’uso della parola di origine francese sobriquet per dire soprannome, o delle parole di origine latina impetus e per se per indicare rispettivamente un forte slancio e la locuzione «in sé». Per conservare questo aspetto, che dà valore aggiunto a un testo già ben scritto, il traduttore deve compiere scelte linguistiche altrettanto poco banali senza rischiare di farsi prendere la mano e cadere nell’errore opposto – che Jakobson è stato tanto bravo a scongiurare – cioè quello di nobilitare il testo lì dove scelte linguistiche attente e mirate sono sufficienti a riprodurre l’effetto desiderato. Un piccolo esempio pratico:

In the light of all these and many other interconnections, the question of purported hostility between American and European linguists comes to naught. (Pag.14) Alla luce di queste e molte altre interconnessioni, la questione della pretesa ostilità tra linguisti americani ed europei non ha più ragion d’essere. (Pag.15)

Mentre l’aggettivo purported non è di sicuro il più banale per esprimere il concetto di «ipotizzato» o «presunto», se cerchiamo naught nel dizionario troviamo esplicitamente detto che si tratta di un modo arcaico per dire «niente», mentre la locuzione «to come to nought» significa «fallire».

3.5 In English, auf Deutsch, ou préférez-vous en français?

Vale senz’altro la pena fare un discorso a parte per quanto riguarda l’inclinazione di Jakobson per le lingue straniere. Abbiamo ormai appurato che la sua cultura dominava molte sfere del sapere rendendolo un esperto conoscitore del mondo e, in quanto tale, la sua padronanza della lingue era ammirevole. Come si è già potuto notare, nel testo abbondano le contaminazioni (positive e volute) da lingue quali il francese, il tedesco, il latino e il greco. Per quanto riguarda i titoli di libri o saggi citati da Jakobson, spiego sopra qual è stato il mio approccio traduttivo; nel caso di queste “coloriture del testo”, invece, ho scelto di lasciarle così come le aveva inserite Jakobson, cioè cariche di tutta la loro esoticità e, non meno importante, rappresentati del suo stile personale. Già nella prima riga del saggio troviamo la parola symposium, di origine greca, e poco sotto un riferimento in francese alla Scuola di Praga: «École de Prague», poi il latino con odium theologicum, per se e via dicendo. In un solo caso ho inserito una traduzione di servizio dal tedesco, quando a un certo punto Jakobson ricorda l’amico e collega Franz Boas e accenna a un aneddoto che lo riguarda:

the host […] used to say to his sister in my presence: “Jakobson ist ein seltsamer Mann! He thinks that I am an American linguist!” (Pag.16) il padrone di casa […] diceva alla sorella in mia presenza: «Jakobson ist ein seltsamer Mann! [Jakobson è un uomo bizzarro!] Mi crede un linguista americano!». (Pag.17)

Avrei potuto tranquillamente lasciare solo il tedesco come nell’originale, nell’eventualità che il lettore conoscesse la lingua o al più che andasse a cercare da sé il significato in un dizionario; ma essendo un aneddoto simpatico, credo di aver reso un miglior servizio tanto a Jakobson quanto al lettore inserendo la traduzione.

3.6 L’astruso gergo dei linguisti

Sistemi vocalici, caratteristiche fonologiche, gruppi consonantici, morfemi, filologia comparativa, sincronia, diacronia, mentalismo, meccanicismo, animismo, allineamenti di modelli intuitivi, comportamentismo radicale, comunità discorsuale, simbolismo comunicativo, semantica linguistica… sono solo alcuni esempi di quello che si definisce «gergo». In ogni ambito lavorativo o accademico, ma non solo, in qualsiasi sfera della vita umana, assistiamo a ciò che i sociolinguisti chiamano «conversione di codice» [Brioschi e Di Girolamo, 1984], ovvero il passaggio di un parlante da una lingua a un’altra, da una lingua standard a una varietà regionale o a un dialetto. Lo stesso discorso vale per il passaggio da un registro all’altro all’interno della stessa lingua in base alla situazione, cioè al contesto. Nel complesso, registri, stili, varietà e sottocodici formano i generi del discorso: delle categorie testuali che hanno caratteristiche formali tradizionalmente riconosciute.

Questo per dire che spesso e volentieri usiamo “lingue speciali” per rivolgerci a persone con cui abbiamo una conoscenza condivisa: sono le lingue del mestiere e le usiamo quasi senza rendercene conto, tanto entrano a far parte del nostro uso quotidiano. È esattamente ciò che ha fatto Jakobson nel suo articolo rivolgendosi a linguisti e studiosi di semiotica come lui, ma anche io stessa, in questo elaborato, mi avvalgo di una terminologia perfettamente comprensibile per i miei colleghi o professori, ma non per chi ignora le nozioni basilari della teoria traduttiva. Grazie ai corsi di teoria della traduzione, molti dei concetti esplicitati – o sottintesi – da Jakobson non mi sono risultati troppo astrusi, ma la componente di conoscenza specialistica presupposta da questo saggio resta notevole.

3.7 La traduzione dell’apparato metatestuale

Nel suo excursus sulla storia della linguistica del Novecento, Jakobson cita molti degli autori e molte delle opere che hanno maggiormente influenzato il pensiero linguistico del secolo scorso. Nell’originale, a ogni riferimento nel testo corrisponde una nota a piè di pagina con le indicazioni bibliografiche; nella maggior parte dei casi non si avvale delle note per spiegare o completare le informazioni che dà nel saggio, ma piuttosto per elencare tutte quelle opere da cui ha tratto ispirazione. Le note sono molto numerose – addirittura trentasei – anche se in diversi casi la stessa opera viene citata più di una volta. Nella traduzione, per avere un apparato di note preciso, ben strutturato e soprattutto in linea con le norme stilistiche italiane, ho scelto di menzionare nelle note a piè di pagina solo il cognome dell’autore, l’anno di pubblicazione dell’opera o dell’articolo ed eventualmente i numeri di pagina a cui Jakobson rimanda. I riferimenti bibliografici completi, invece, sono ordinatamente elencati in una sezione a parte alla fine del saggio, come suggerito dalla norma UNI ISO 7144 del 1997: «Documentazione – Presentazione delle tesi e documenti simili».


4. Riferimenti bibliografici

AGAR, M. «Culture: Can You Take It Anywhere?», International Journal of Qualitative Methods, 2006, vol. 5, no. 2.

BALLERIO, S. «Ripercorrere Leo Spitzer. Il metodo e l’identità», in Letteratura e Letterature, Pisa, Fabrizio Serra editore, 2011.

BRIOSCHI, F. e DI GIROLAMO, C. Elementi di teoria letteraria, Milano, Principato: 1984.

CURTIUS, E. R. Marcel Proust, Ledizioni, Milano, 2009.

GENETTE, G. Figure III. Discorso del racconto, Einaudi, Torino, 1976.

JAKOBSON, R. «The Dominant» (1935), in Jakobson, 1987, pp. 41-46.

JAKOBSON, R. «On Linguistic Aspects of Translation» (1959), in Jakobson, 1987, pp. 428-435.

JAKOBSON, R. «Linguistics in Relation to Other Sciences», in Linguis­tics, in Main trends in Social Research, Unesco, 1967 e 1971, pp. 655-696.

LESINA, R. Il nuovo manuale di stile: guida alla redazione di documenti, relazioni, articoli, manuali, tesi di laurea, Bologna, Zanichelli, 2009.

LȖDSKANOV, A. Bruno Osimo (a cura di), Un approccio semiotico alla traduzione. Dalla prospettiva informatica alla scienza traduttiva, Milano, Hoepli, 2008 (1967).

OSIMO, B. «Jakobson: Translation as imputed similarity», in Sign Systems Studies, Tartu University Press, 2006, 34.2.

OSIMO, B. La traduzione saggistica dall’inglese, Milano, Hoepli, 2007.

OSIMO, B. «Jakobson and Cinderella’s parable of translation», in corso di stampa.

OSIMO, B. «Jakobson and the mental phases of translation», Mutatis Mutandis, 2009, 2(1), pp. 73-84.

TOROP, P. Bruno Osimo (a cura di), La traduzione totale. Tipi di processo traduttivo nella cultura, Milano, Hoepli, 2010 (1995).



[1]Language 50 (1974), 619-621.

[2] Haugen 1974: 619-62.

[3]R. Jakobson, ed., N. S. Trubetzkoy’s Letters and Notes (The Hague: Mouton, 1975).

[4] See C. F. Hockett, ed., A Leonard Bloomfield Anthology (Bloomington-London: Indiana University Press, 1970), 247, 351-362.

[5] Jakobson 1975.

[6] Hockett 1970: 247, 351-362.

[7]Jazyk: Vvedenie v izučenie reči (Moscow-Leningrad: Gos. Social’no-Èkonomičeskoe izdatel’stvo, 1934).

[8] Qui Language non si riferisce più alla rivista nominata poche righe sopra, ma al libro di Sapir del 1921 il cui titolo completo è Language: an introduction to the study of speech. La rivista Language, viceversa, è l’organo della Linguistic Society of America dal 1925 in poi [N.d.T.].

[9] Suhotin 1934.

[10] A Leonard Bloomfield Anthology, 408.

[11] Hockett 1970: 408.

[12]See R. Jakobson, “The World Response to Whitney’s Principles of Linguistic Science”, reprinted supra, 219-236.

[13] Jakobson 1971.

[14] W. D. Whitney, Language and the Study of Language. Twelve Lectures on the Principles Of Linguistics (N.Y.: Scribner, 1867).

[15]A Leonard Bloomfield Anthology, 106-109, 91-94, 141-143.

[16] Whitney 1867.

[17] Hockett 1970: 106-109, 91-94, 141-143.

[18]Ibid., 141-142, 107.

[19] Hockett 1970: 141-142, 107.

[20]Ibid., 173-190.

[21] Ibid., 179.

[22]Ibid., 177-178, 542.

[23]Ibid., 177.

[24]Ibid., 92-93, 143.

[25] Hockett 1970: 173-190.

[26] Hockett 1970: 179.

[27] Qui Jakobson sceglie di parlare di «storia linguistica» pur intendendo la «linguistica diacronica»; di conseguenza, ho rispettato la sua decisione autoriale [N.d.T.].

[28] Hockett 1970: 177-178, 542.

[29] Hockett 1970: 177.

[30] Hockett 1970: 92-93, 143.

[31] In Cahiers Ferdinand de Saussure 32 (1978, p. 69) Calvert Watkins published remarkable excerpts from Bloomfield’s letter of December 23, 1919 to the specialist in Algonquin languages at the Smithsonian, Truman Michelson: “My models are Pāṇini and the kind of work done in I.-E. by my teacher, Professor Wackernagel. No preconceptions; find out which sound variations are distinctive (as to meaning), and then analyze morphology and syntax by putting together everything that is alike.” Bloomfield asks whether Michelson has got hold of de Saussure’s Cours de linguistique générale: “I have not yet seen it, but Professor Wackernagel mentioned it in a letter and I have ordered it and am anxious to see it.” The European and especially Swiss roots of Bloomfield’s innovative search – Jakob Wackernagel and Ferdinand de Saussure – become still clearer.

[32] In «Cahiers Ferdinand de Saussure» 32 (1978, p. 69) Calvert Watkins pubblicava estratti degni di nota dalla lettera di Bloomfield del 23 Decembre 1919 per lo specialista in lingue algonchine dello Smithsonian, Truman Michelson: «I miei modelli sono Pāṇini e il genere di lavoro svolto a I.-E. dal mio insegnante, il Professor Wackernagel. Niente preconcetti; scopri quali variazioni vocaliche sono distintive (in quanto a significato), e poi analizza morfologia e sintassi mettendo assieme tutto ciò che si somiglia». Bloomfield chiede se Michelson ha preso visione del Cours de linguistique générale di Saussure: «Non l’ho ancora visto, ma il Professor Wackernagel l’ha menzionato in una lettera e l’ho ordinato e sono impaziente di vederlo». Le radici europee e in particolar modo svizzere dell’innovativa ricerca di Bloomfield – Jakob Wackernagel e Ferdinand de Saussure – diventano ancora più evidenti.

[33]A Leonard Bloomfield Anthology, 179.

[34]Ibid., 248.

[35] Ibid., 130.

[36] B. Bloch, review of Jespersen’s Efficiency in Linguistic Change, Language 17 (1941), 350-353; A Leonard Bloomfield Anthology, 143, 180.

[37] Hockett 1970: 179.

[38] Hockett 1970: 248.

[39] Hockett 1970: 130.

[40] Bloch 1941.

[41] M. Joos, ed., Readings in Linguistics 1(Washington: American Council of Learned Societies, 1957), v.

[42] Language 1 (1925), 14-16.

[43] A Leonard Bloomfield Anthology, 34.

[44] Joos 1957.

[45] Language 1 (1925), 14-16.

[46] Hockett 1970: 34.

[47] Ibid., 109-112.

[48] Hockett 1970: 109-112.

[49] L. Bloomfield, “Linguistic Aspects of Science”, International Encyclopedia of Unified Science 1:4 (Chicago: University of Chicago, 1939).

[50] A. P. Weiss, “The Relation Between Structural and Behavioral Psychology”, Psychological Review 24 (1917), 301-317.

[51] Bloomfield 1939.

[52] Weiss 1917: 301-317.

[53] “Linguistic Aspects …”, 13.

[54] A Leonard Bloomfield Anthology, 322.

[55] Ibid., 540.

[56] Ibid., 227,249.

[57] Bloomfield 1939: 13.

[58] Hockett 1970: 322.

[59] Hockett 1970: 540.

[60] Hockett 1970: 227, 249.

[61] B. L. Whorf, Language, Thought and Reality (Cambridge, Mass. – London: M.LT. Press, 1956), 79.

[62] A Leonard Bloomfield Anthology, 401.

[63] Cf. Charles C. Fries, “Meaning and Linguistic Analysis”, Language 30 (1954), 57-68.

[64] Whorf 1956: 79.

[65] Hockett 1970: 401.

[66] Charles e Fries 1954: 57-68.

[67] A Leonard Bloomfield Anthology, 33.

[68] Ibid., 493.

[69] E. Sapir, “The Grammarian and His Language”, American Mercury 1(1924), 149-155.

[70] Hockett 1970: 33.

[71] Hockett 1970: 493.

[72] Sapir 1924: 149-155.

[73] A Leonard Bloomfield Anthology, 227.

[74] Hockett 1970: 227.

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