May 112016
 

Peircean Reflections on Pyschotic Discourse Riflessioni peirciane sul discorso psicotico

VALERIA SANNA

Université Marc Bloch
Institut de Traducteurs d’Interprètes et de Relations Internationales Scuole Civiche di Milano
Corso di Specializzazione in Traduzione

primo supervisore: professor Bruno OSIMO secondo supervisore: professoressa Anna RUCHAT

Master: Langages, Cultures et Sociétés Mention: Langues et Interculturalité Spécialité: Traduction professionnelle et Interprétation de conférence
Parcours: Traduction littéraire

giugno 2008

© Forum on Psychiatry and the Humanities of the Washington School of Psychiatry 2000

© Valeria Sanna per l’edizione italiana 2008

Abstract

This dissertation consists in the translation from English into Italian of the article Peircean Reflections on Psychotic Discourse by James Phillips, a psychiatrist from Connecticut. The research focuses on Peirce’s most general notions concerning thought and sign. Particular attention is dedicated to psychotic patients who – in their relationships both to the world and to the Self – are overwhelmed by the externality of the sign and confound not only sign, object, and interpretant, but also symbols and indexes. The study also focuses on the developmental implications of Peircean semiotic notions, suggesting the need for actual embodiment of the semiotic triad in early development and the failure of the latter in the potential psychotic.

Sommario

Traduzione con testo a fronte………………………………………………………………….. 1 Commento alla traduzione ……………………………………………………………………. 69 1. Descrizione del materiale……………………………………………………………….. 70 2. Testo narrativo versus testo saggistico…………………………………………….. 70 2.1 Il testo narrativo……………………………………………………………………….. 71 2.1.1 Lo stile ……………………………………………………………………………… 71 2.1.2 Il linguaggio ………………………………………………………………………. 72 2.1.3 Elementi del testo narrativo …………………………………………………. 72 2.2 Il testo saggistico ………………………………………………………………….. 73 2.2.2. Il linguaggio ……………………………………………………………………… 74 3. Charles Sanders Peirce e il segno…………………………………………………… 75 3.1 Icona ……………………………………………………………………………………… 77 3.2 Indice……………………………………………………………………………………… 77 3.3 Simbolo ………………………………………………………………………………….. 77 4. Lo psicotico e il segno……………………………………………………………………. 78 5. Il traduttore e il segno ……………………………………………………………………. 80 6. Analisi del prototesto …………………………………………………………………….. 81 7. La strategia traduttiva ……………………………………………………………………. 82 8. I problemi traduttivi ……………………………………………………………………….. 83 8.1 Capire prima di tradurre ……………………………………………………………. 83 8.2 Il linguaggio appropriato ……………………………………………………………. 84 8.2.1 Speech, language, e discourse ……………………………………………. 85 8.2.2 Thing e Object …………………………………………………………………… 87 8.3. Eleganza formale versus aderenza all’originale …………………………… 87 8.4 Le citazioni ……………………………………………………………………………… 88 8.4.1 Alcune traduzioni a confronto ………………………………………………. 89 9. Interventi redazionali……………………………………………………………………… 92 9.1 Le citazioni di Peirce ……………………………………………………………….. 93 9.2 Un’ulteriore precisazione…………………………………………………………… 94 Riferimenti bibliografici …………………………………………………………………………. 95

Traduzione con testo a fronte

Peircean Reflections on Psychotic Discourse

It is common knowledge among readers of Peirce that his goal was to develop a general semiotics at a level of abstraction that went well beyond the domain of human psychology. Drawing his semiotic theory back into the territory of human behaviour and speech is thus clearly moving in a direction that was not Peirce’s primary concern. It is in recognition of this discordance that the current effort to apply Peircean notions to an understanding of psychotic discourse is carried out. That such an application is not where Peirce’s interest lay does not in itself gainsay the possibility and potential value of the application.

This Peircean reflection on psychosis will proceed on two levels. The first will be that of Peirce’s most general notions regarding the mind and the semiotic process. At this level, what may be said of Peirce might also be said of many other semioticians, with due acknowledgement that Peirce said most of it first. The treatment of semiotics and psychosis at this level will break into two sections dealing with the world and the self in psychosis. At a further level we then enter into the specifics of Peirce’s semiotic theory, particularly his notion of the sign as a triadic entity. At this level our discussion will move from general semiotic principles to uniquely Peircean semiotics. Finally, we will end with some suggestions concerning a Peircean contribution to developmental issues in psychosis.

Three further introductory remarks need to be made. First, this chapter is in no way intended to present a comprehensive theory or understanding of schizophrenia and the other psychotic disorders. It is intended rather to suggest what Peircean semiotics might offer for such theory or understanding. Second (and related to the first remark), with the exception of some suggestions regarding psychological development in the final section, the chapter avoids issues of etiology and remains closer to the form of psychotic process. The semiotic distortions found in psychosis may indeed be present regardless of the etiology of the particular condition.

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Riflessioni peirciane sul discorso psicotico

È noto a tutti i lettori di Peirce che il suo scopo era sviluppare una semiotica generale a un livello di astrazione che andasse ben oltre il campo della psicologia umana. Riportare la sua teoria semiotica sul territorio del discorso e del comportamento umano significa quindi spostarsi chiaramente in una direzione che non era la principale preoccupazione di Peirce. È sulla base di questa discordanza che al momento si porta avanti lo sforzo di applicare i concetti peirciani alla comprensione del discorso psicotico. Che una tale applicazione non rappresenti il centro dell’interesse di Peirce, non contraddice di per sé la possibilità di questa applicazione né il suo valore potenziale.

Questa riflessione peirciana sulla psicosi procede a due livelli. Il primo riguarda i concetti più generali di Peirce sulla mente e sul processo semiotico. A questo livello ciò che si può dire di Peirce si potrebbe dire anche di molti altri semiotici, con il dovuto riconoscimento a Peirce per aver sostenuto la maggior parte delle cose per primo. La sezione riguardante semiotica e psicosi a questo livello si divide in due paragrafi che trattano il mondo e il Sé nella psicosi. A un livello successivo entrerò quindi nel dettaglio della teoria semiotica di Peirce, in particolare del suo concetto di «segno» come entità triadica. A questo livello, la discussione si allontana dai princìpi generali della semiotica per concentrarsi nello specifico sulla semiotica di Peirce. Esporrò infine alcune ipotesi riguardanti il contributo di Peirce alle questioni evolutive nella psicosi.

Sono tuttavia necessarie tre ulteriori precisazioni introduttive. Primo: questo capitolo non intende in nessun modo presentare una teoria esaustiva e comprensiva della schizofrenia e degli altri disturbi psicotici; intende piuttosto dare un’idea di cosa potrebbe offrire la semiotica di Peirce a una tale teoria o concezione. Secondo (e collegato al primo punto): a eccezione di alcune ipotesi nella sezione finale riguardanti lo sviluppo psicologico, l’articolo evita questioni di eziologia e resta più vicino alla forma del processo psicotico. Di fatto, le distorsioni semiotiche che si trovano nella psicosi possono essere presenti a prescindere dell’eziologia di questa condizione particolare.

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Third and finally, this chapter ignores the differentiation of the various psychotic conditions. I attempt to look at the semiotic dimensions of psychotic thinking in general, not, for instance, of schizophrenic thinking versus manic psychotic thinking. Indeed, current research points to the nonspecificity of the thought disorders of the various psychotic conditions (Harrow and Quinlan 1985).

Sign and Psychosis

As just indicated, a first level of reflection addresses Peirce’s most general statements regarding semiosis and the human subject. In a gnomic utterance (for Short, “a dark saying . . .much beloved by semioticists [that] still passes [his] own understanding” [1992, 124]), Peirce declares that man is a sign.

It is sufficient to say that there is no element whatever of man’s consciousness which has not something corresponding to it in the word; and the reason is obvious. It is that the word or sign which man uses is the man himself. For, as the fact that every thought is a sign, taken in conjunction with the fact that life is a train of thought, proves that man is a sign; so, that every thought is an external sign, proves that man is an external sign. That is to say, the man and the external sign are identical, in the same sense in which the words homo and man are identical. Thus my language is the sum total of myself; for the man is the thought. [1868b, 854]

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Terzo, e ultimo: questo capitolo non tiene conto della distinzione tra le diverse condizioni psicotiche. Cerco di guardare alla dimensione semiotica del pensiero psicotico in generale, e non, per esempio, del pensiero schizofrenico versus il pensiero psicotico maniacale. Questo articolo mostra piuttosto la non specificità dei disturbi del pensiero nelle varie condizioni psicotiche (Harrow e Quinlan 1985).

Segno e psicosi

Come detto, un primo livello di riflessione concerne le affermazioni più generali di Peirce riguardanti la semiosi e il soggetto umano. In una affermazione gnomica (per Short: «una dichiarazione oscura [...] molto amata dai semiotici [che] va tuttora al di là [della sua] comprensione»; 1992:124) Peirce dichiara che l’uomo è un segno.

È sufficiente dire che non vi è alcun elemento della coscienza umana che non abbia qualcosa che gli corrisponda nella parola; e la ragione è ovvia. È che la parola o segno che l’uomo usa è l’uomo stesso. Poiché, come il fatto che ogni pensiero è un segno, considerato insieme al fatto che la vita è una concatenazione di pensieri, prova che l’uomo è un segno; così, [il fatto] che ogni pensiero è un segno esterno prova che l’uomo è un segno esterno. Vale a dire che l’uomo e il segno esterno sono identici, nello stesso senso in cui sono identiche le parole homo e uomo. Il mio linguaggio è pertanto la somma totale di me stesso, poiché l’uomo è il pensiero (1868b: 854)1.

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It is sufficient to say that there is no element whatever of man’s consciousness which has not something corresponding to it in the word; and the reason is obvious. It is that the word or sign which man uses is the man himself. For, as the fact that every thought is a sign, taken in conjunction with the fact that life is a train of thought, proves that man is a sign; so, that every thought is an external sign, proves that man is an external sign. That is to say, the man and the external sign are identical, in the same sense in which the words homo and man are identical. Thus my language is the sum total for myself; for the man is the though (CP 5.314).

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At this level we are not yet considering Peirce’s distinctive analysis of the sign as a triadic entity but rather his more global assimilation or identification of mind and semiotic process. The major implication of this identification is that our access to things (and to ourselves) is by way of signs and that we ourselves are this semiotic process. With this assertion Peirce anticipates and joins company with those of our contemporaries who have also emphasized that there is no “thought” or “mind” behind the articulated thoughts.

What is immediately striking about Peirce’s pronouncement that man is a sign is that this is not at all obvious. Indeed, the opposite would seem to be the case. Common sense would declare that we are in immediate contact with things and do not require the mediation of signs. The ordinary condition of signs is thus transparency. As we see through signs to the world, we do not take note of the signs. Paul Ricoeur reminds us of this transparency of signs: “If, with the ancients, and again with the Port-Royal grammarians, the sign is defined as a thing that represents some other thing, then transparency consists in the fact that the sign, in order to represent, tends to fade away and so to be forgotten as a thing” (1992, 41). The same phenomenon is evoked by Maurice Merleau- Ponty in describing the communicative capacity of language: “When someone — an author or a friend — succeeds in expressing himself, the signs are immediately forgotten; all that remains is the meaning. The perfection of language lies in its capacity to pass unnoticed. But therein lies the virtue of language: it is language which propels us toward the things it signifies. In the way it works, language hides itself from us. Its triumph is to efface itself and to take us beyond the words to the author’s very thoughts, so that we imagine we are engaged with him in a wordless meeting of minds” (1973, 10).

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A questo livello non sto ancora considerando l’analisi specifica peirciana del segno come entità triadica, ma piuttosto la sua più generale assimilazione o identificazione di mente e processo semiotico. Il principale risvolto di tale identificazione consiste nel fatto che il nostro accesso alle cose (e a noi stessi) avviene per mezzo di segni e che noi stessi siamo questo processo semiotico. Con questa affermazione Peirce anticipa il gruppo di quei nostri contemporanei che hanno anche rimarcato che, dietro ai pensieri articolati, non c’è un «pensiero» né una «mente», e si unisce a loro.

Ciò che delle parole di Peirce – il quale dichiara che l’uomo è un segno – colpisce all’istante, è che questo non è affatto ovvio. Anzi, parrebbe vero il contrario. Secondo il senso comune, noi siamo in contatto diretto con le cose, e non ci occorre la mediazione dei segni. La condizione comune dei segni è quindi la trasparenza. Dal momento che noi guardiamo al mondo attraverso i segni, non prestiamo attenzione ai segni. Paul Ricoeur ci richiama alla mente questa trasparenza dei segni:

Se, con gli Antichi e ancora con i grammatici di Port Royal, si definisce il segno come una cosa che rappresenta un’altra cosa, la trasparenza consiste nel fatto che, per rappresentare, il segno tende a scomparire e a farsi, così, dimenticare in quanto cosa (2005:120).

Lo stesso fenomeno è evocato da Maurice Merleau-Ponty quando descrive la capacità comunicativa del linguaggio:

Quando qualcuno – autore o amico – ha saputo esprimersi, i segni vengono subito dimenticati; resta solo il senso, e la perfezione del linguaggio è tale da passare inosservata.
Ma proprio questa è la virtù del linguaggio: è lui a rimandarci a ciò che significa; si dissimula ai nostri occhi con la sua stessa operazione; il suo trionfo è di cancellarsi e di dare accesso, al di là delle parole, al pensiero stesso dell’autore, in modo che, poi, crediamo di esserci intrattenuti con lui senza parole, da mente a mente (1984:38).

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If the usual fate of signs is to be transparent, to go unnoticed, where does this stop? What are the circumstances in which signs assert their presence? For Peirce they assert their presence when we reflect on the process of thought. As he says in “Questions Concerning Certain Faculties Claimed for Man”: “If we seek the light of external facts. But we have seen that only by external facts can thought be known at all. The only thought, then, which can possibly be cognized is thought in signs. But thought which cannot be cognized does not exist. All thought, therefore, must necessarily be in signs” (1868a, 24). Others have focused on the varied circumstances in which the sign quality of thought stands out. Ricoeur continues the statement just quoted: “This obliteration of the sign as a thing is never complete, however. There are circumstances in which the sign does not succeed in making itself absent as a thing; by becoming opaque, it attests once more to the fact of being a thing and reveals its eminently paradoxical structure of an entity at once present and absent” (Ricoeur 1992, 41). As examples of the opaqueness of the sign, Ricoeur highlights speech acts in which the fact of utterance is reflected in the sense of the statement.

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Se, in genere, il destino dei segni è essere trasparenti e passare inosservati, quando non è così? Quali sono le circostanze in cui i segni asseriscono la loro presenza? Secondo Peirce asseriscono la loro presenza quando noi riflettiamo sul processo del pensiero. Come sostiene in Questions Concerning Certain Faculties Claimed for Man [Questioni concernenti certe pretese facoltà umane]:

Se cerchiamo la luce dei fatti esterni, i soli casi di pensiero che possiamo reperire sono casi di pensiero in segni. È evidente che nessun altro pensiero può essere evidenziato da fatti esterni. Ma abbiamo visto che è possibile comprendere il pensiero soltanto attraverso fatti esterni. Dunque, il solo pensiero che può forse essere conosciuto è il pensiero in segni. Ma il pensiero che non può essere conosciuto non esiste. Ogni pensiero deve pertanto essere necessariamente in segni2.

Altri si sono concentrati sulle svariate circostanze in cui emerge la qualità segnica del pensiero. Prosegue Ricoeur:

Ma questa obliterazione del segno in quanto cosa non è mai completa. Ci sono circostanze in cui il segno non riesce a rendersi tanto assente; opacizzandosi, esso si attesta nuovamente come cosa e rivela la sua struttura eminentemente paradossale di entità presente-assente (2005:121).

Come esempi di opacità del segno, Ricoeur porta gli atti discorsuali in cui nel senso dell’enunciazione si riflette il fatto stesso che è un’affermazione.

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If we seek the light of external facts, the only cases of thought which we can find are of thought in signs. Plainly, no other thought can be evidenced by external facts. But we have seen that only by external facts can thought be known at all. The only thought, then, which can possibly be cognized is thought in signs. But thought which cannot be cognized does not exist. All thought, therefore, must necessarily be in signs (CP 5.251).

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Thus, when the statement, “the cat is on the mat” is replaced by “I affirm that the cat is on the mat,” the sign-making “I” of the second version obtrudes itself on the transparency of the first.

For his part, Merleau-Ponty finds the opaqueness of the sign exposed in poetic language (and even more in painting), with its curious admixture of transparency, mediation, and opacity (1973, 9 – 46). In the same vein, Jakobson emphasizes that poetry as such foregoes direct referentiality in the service of lingering over the word-signs that comprise the poem (quoted in Ricoeur, 1978, 150). And, as is well known, in a movement that extends from Mallarmé to Derrida, the independence of the text from even a necessary indirect referentiality has resulted in an acute focus on the sign status of the text. In Steiner’s words, “This move is first declared in Mallarmé’s disjunction of language from external reference and in Rimbaud’s deconstruction of the first person singular. These two proceedings, and all that they entail, splinter the foundations of the Hebraic-Hellenic-Cartesian edifice in which the ratio and psychology of the Western communicative tradition had lodged” (1989, 94 – Se, 95). Finally, in certain poets we find a direct thematizing of the process of poetizing — the use of signs to muse over the use of signs. Thus, for instance, in “The Man with the Blue Guitar,” Wallace Stevens writes,

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Quindi, quando la frase «il gatto è sullo zerbino» è sostituita da «io affermo che il gatto è sullo zerbino», l’«io» della seconda versione, che diventa un segno, s’impone sulla trasparenza della prima.

Dal canto suo, Merleau-Ponty trova esposta l’opacità del segno all’interno del linguaggio poetico (e ancora di più nella pittura), con la sua curiosa mescolanza di trasparenza, mediazione e opacità (1984:37-67). Allo stesso modo Jakobson sottolinea che la poesia, in quanto tale, rinuncia alla referenzialità diretta per soffermarsi sulle parole-segno di cui consiste il componimento poetico (citato in Ricoeur 1978:150). Inoltre, come è ben noto, in un movimento che si estende da Mallarmé a Derrida, l’indipendenza del testo è passata da una referenzialità anche solo indiretta necessaria, a una focalizzazione intensiva sullo stato del segno nel testo. Come sostiene Steiner:

Questa traslazione è dichiarata per la prima volta nella disgiunzione della lingua dal referente esterno di Mallarmé, e nella decostruzione della prima persona singolare da parte di Rimbaud. Questi due procedimenti e tutte le loro implicazioni spaccano le fondamenta dell’edificio ebraico-ellenico-cartesiano in cui risiedevano la ratio e la psicologia della tradizione comunicativa occidentale (1992:97).

Infine, in alcuni poeti troviamo una tematizzazione diretta del processo del poetare – l’uso di segni per riflettere sull’uso di segni. Quindi, per esempio, in L’uomo dalla chitarra azzurra Wallace Stevens scrive:

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“They said, ‘You have a blue guitar, / You do not play things as they are.’ / The man replied, “Things as they are / Are changed upon the blue guitar.’ / And they said then, ‘ But play, you must, / A tune beyond us, yet ourselves, / A tune upon the blue guitar / Of things exactly as they are’” (1959, 73 – 74). And T. S. Eliot in “Four Quartets” writes, “Trying to learn to use words, and every attempt / Is a wholly new start, and a different kind of failure / Because one has only learnt to get the better of words / For the thing one no longer has to say, or the way in which / One is no longer disposed to say it. And so each venture / Is a new beginning, a raid on the inarticulate imprecision of feeling, / Undisciplined squads of emotion” (1962, 128).

These are all circumstances in which signs call attention to themselves in a productive, reflective manner. And this list of circumstances is hardly complete. Others could be mentioned, but it is time to lead the discussion in another direction, that in which the consciousness of signs betokens a crack in the normal semiotic process. Here we begin to speak of a breakdown of the everyday transparency of signs. For the schizophrenic who becomes acutely aware of his or her own words or gestures as words or gesture, they suddenly reveal their nature as signs — or semiotic things.

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Gli dissero: «sulla chitarra azzurra / tu non suoni le cose come sono». / Egli disse: «Le cose come sono / si cambiano sulla chitarra azzurra». / Risposero: «Ma tu devi suonare / un’aria che sia noi e ci trascenda, / un’aria sopra la chitarra azzurra / delle cose così come esse sono»3 (1959:29).

E T.S. Eliot in Four Quartets [Quattro quartetti] scrive:

A cercar d’imparare l’uso delle parole, e ogni tentativo / è un rifar tutto da capo, e una specie diversa di fallimento / perché si è imparato a servirsi bene delle parole / soltanto per quello che non si ha più da dire, o nel modo in cui / non si è più disposti a dirlo. E così ogni impresa / è un cominciar di nuovo, un’incursione nel vago / con logori strumenti che peggiorano sempre / nella gran confusione dei sentimenti imprecisi, / squadre indisciplinate di emozioni4 (1986:285).

Queste sono tutte circostanze in cui i segni richiamano su di sé l’attenzione in un modo produttivo e riflessivo. Difficilmente questa lista di circostanze sarà completa. Se ne potrebbero citare altre, ma è tempo di portare la discussione in un’altra direzione, quella in cui la consapevolezza dei segni rappresenta una crepa nel normale processo semiotico. Qui cominciamo a parlare del crollo della trasparenza quotidiana dei segni. Per lo schizofrenico che diventa ben consapevole delle sue parole o dei suoi gesti in quanto parole o gesti, [questi] rivelano improvvisamente la loro natura di segni – o di cose semiotiche.

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They said, “You have a blue guitar, / You do not play things as they are.” / The man replied, “Things as they are / Are changed upon the blue guitar.” / And they said then, “But play, you must, / A tune beyond us, yet ourselves, / A tune upon the blue guitar / Of things exaclty as they are” (1959:73-74).

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Trying to learn to use words, and every attempt / Is a wholly new start, and a different kind of failure / Because one has only learnt to get the better of words / For the thing one no longer has to say, or the way in which / One is no longer disposed to say it. And so each venture / Is a new beginning, a raid on the inarticulate / With shabby equipment always deteriorating / In the general mess of imprecision of feeling, / Undisciplined squads of emotion (1962:128).

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If, according to Peirce, it is the case that “we are in thought, and not that thoughts are in us” (1868b, 42), the schizophrenic is often not only in them, but engulfed by them. If the remarkable fact about semiosis is that thoughts as external signs are things and yet transport us beyond themselves, for the schizophrenic this transport often breaks down, and the patient is confronted with word-things that do not assume their usual function. The patient becomes stuck in them. They no longer transport him or her to the object or the other person. Schizophrenic ambivalence, for instance, which Bleuler attributes to loosening of associations and the attribution of both positive and negative feelings to every situation, may also be understood as a paralysis in the normal semiotic process ([1911] 1950, 53 – 55). Asked to sit on the chair, the patient puzzles, “Chair, what is a chair?” Invited to eat, he pauses over and studies the fork, whose meaning as an implement has ceased to be transparent for him, and he gets caught up in the word-things — fork, food.

For the psychotic, these are not detached reflections or musings on the semiotic understructure of human reality. They are terrifying experiences in which that very structure is breaking down. Certainly the acute anxiety that accompanies psychotic experience is at least in part explained by this collapse of the basic semiotic structuring of human experience. What Freud described as the end-of-the-world experience in psychosis and attributed to a libidinal decathexis of the world (S.E. 12:69 – 71) may thus be reinterpreted from a semiotic perspective. The familiar semiotically structured world is indeed disintegrating.

With the loss of sign transparency in psychosis, the normal semiotic structure of sign, object, and interpretant may be deeply altered. As already suggested, thoughts as sign-things bear a dimension of externality and are not the pure internal presences they are often imagined to be.

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Se, secondo Peirce, questo è il caso in cui «noi siamo nel pensiero e non [...] i pensieri sono in noi»5, lo schizofrenico spesso non soltanto è dentro loro, ma ne è sommerso. Se l’aspetto notevole della semiosi consiste nel fatto che i pensieri, in quanto segni esterni, sono cose, e tuttavia ci trasportano oltre sé stessi, per lo schizofrenico questo trasporto spesso viene meno, e il paziente si confronta con parole-cose che non svolgono le loro solite funzioni. Il paziente si ritrova incastrato al loro interno. Le parole-cose non lo trasportano più verso l’oggetto né verso l’altra persona. L’ambivalenza schizofrenica, per esempio, che Bleuler attribuisce allo scioglimento delle associazioni, e l’attribuzione di sensazioni positive e negative a ogni situazione, possono essere anche intese come paralisi del normale processo semiotico (1950:53-55). Quando è stato chiesto al paziente di sedersi sulla sedia, il paziente ha risposto disorientato: «Sedia, che cos’è una sedia?». Invitato a mangiare, si sofferma sulla forchetta e la studia; il suo significato di utensile ha cessato di essere trasparente per lui, e viene catturato dalle parole-cose: forchetta, cibo.

Per lo psicotico non si tratta di riflessioni distaccate né meditazioni sulla sottostruttura semiotica della realtà umana, ma di esperienze terrificanti in cui è proprio quella struttura ad andare in crisi. Di certo la forte angoscia che accompagna l’esperienza psicotica è spiegata almeno in parte da questo crollo della struttura semiotica alla base dell’esperienza umana. Quello che Freud descrisse come l’esperienza della fine del mondo nella psicosi e attribuì a un disinvestimento libidico dal mondo (S.E. 12:69-71) può essere quindi reinterpretato da una prospettiva semiotica. Si tratta della disintegrazione del mondo strutturato semioticamente che conosciamo.

Con la perdita della trasparenza del segno nella psicosi può essere profondamente alterata la normale struttura semiotica composta da segno, interpretante, e oggetto. Come già ipotizzato, i pensieri in quanto segni-cose portano una dimensione di esteriorità e non sono pure presenze interne, come spesso le si crede.

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We are in thought, and not that thoughts are in us (CP 5.289).

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Peirce emphasized this in the above-cited statement in declaring that man is an external sign (1868b, 854). In psychosis, with the disappearance of normal sign transparency, this externality is taken to its furthest extreme, and the thought- signs are materialized into entities of the external world: voices of others, commands from on high, influencing machines, recording machines in the brain, material objects that convey hidden meanings.

It is at this point that the semiotic account confronts the psychoanalytic understanding of psychosis — that is, as loss of ego boundaries in the earlier writers (e.g., Federn 1953; Freeman, Cameron, and McGhie 1958) and as a fusion of self and object representations in later ones (e.g., Kernberg 1975). The psychoanalytic understanding is based on a separation of the internal and the external — self and object, self-representation and object representation — and the blurring of these. The significant reinterpretation that semiotic theory brings to this account is the externality of the sign. If thought already possesses a dimension of externality, it is a shorter step toward full externalization of the thought. The vulnerability of any subject to psychosis is thus exposed.

Among psychoanalysts the externality of the sign has been most clearly recognized by Lacan, who, with his category of the symbolic order, has been particularly sensitive to the semiotic dimension. Working out of a framework that is both Lacanian and Peircean, Muller has explained the breakdown of normal language use in schizophrenia as a failure to use language in its mediating role between the subject and the unarticulated, unsymbolized world — what Lacan terms the Real.

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Nell’affermazione citata in precedenza, dichiarando che l’uomo è un segno esterno (1868b:854), Peirce ha enfatizzato questo concetto. Nella psicosi, con la scomparsa della normale trasparenza del segno, questa esteriorità viene portata al suo estremo e il pensiero-segno si materializza in entità del mondo esterno: voci di altri, ordini dall’alto, macchine manipolatrici, registratori nella mente, oggetti materiali che hanno un significato nascosto.

È a questo punto che la concezione semiotica si contrappone alla comprensione psicoanalitica della psicosi – ossia una perdita dei limiti dell’Io nei primi autori (es. Federn 1953; Freeman, Cameron, e McGhie 1958) e la fusione delle rappresentazioni del Sé e dell’oggetto negli autori successivi (es. Kernberg 1975). La concezione psicoanalitica si basa sulla separazione tra ciò che è interno e ciò che è esterno – Sé e oggetto, rappresentazione del Sé e rappresentazione dell’oggetto – e il loro reciproco sconfinamento. La significativa reinterpretazione della concezione semiotica è l’esteriorità del segno. Se il pensiero possiede già una dimensione di esteriorità, è più vicino alla piena esteriorizzazione del pensiero. Si capisce quindi la vulnerabilità dei soggetti psicotici.

Tra gli psicoanalisti chi ha saputo riconoscere al meglio l’esteriorità del segno è stato Lacan che, con la sua categoria dell’ordine simbolico, è stato particolarmente sensibile alla dimensione semiotica. Al di fuori di una cornice sia lacaniana che peirciana, Muller ha spiegato il crollo dell’uso normale della lingua nella schizofrenia come un mancato uso della lingua per il suo ruolo di mediazione tra il soggetto e il mondo inarticolato e non simbolizzato – che Lacan definisce «il Reale».

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Now what if language does not function as such a recourse against the Real? What if the Real is experienced without the mediation of language? What if words themselves lose their referential context and are experienced as in the Real? To say that words are in the Real is to say that words have become like things: whether they come from the therapist or the titles of books or the “internal tape recorder,” they can strike the patient’s ears, eyes, forehead, chest, like objects. They do not mediate and refer to objects. [1996, 97]

With his understanding of the symbolic order as above, over against, or external to the subject, Lacan offers a unique way of envisioning the externality of the sign. It is thus not surprising that, as Muller explicates, the Lacanian analysis of psychosis emphasizes the thinglike quality of psychotic language.

One patient offers a vivid illustration of the confusion that may occur in connection with the externality of the sign. On the one hand, he is acutely aware of all his mental experiences — thoughts, feelings, sensations, impulses, inclinations — and treats these as external sign-phenomena that have been placed “in” him for some reason. On the other hand, he invests indifferent external communications such as the radio or television with increased and distorted semiotic significance. The internal is thus treated as external and the external as internal. In focusing in this way on this man’s profoundly confused use of signs, we are giving a semiotic account of what in general psychiatry would be called thought insertion and ideas of reference.

Another patient illustrates the way in which the externalization of the thought-sign leads to a deeply altered experience in which the world of indifferent things becomes an inexhaustible reservoir of gesture and meaning. A young man with bipolar disorder would intermittently slip into psychotic thinking in which things everywhere would take on significance. There was not a coherent theme that could be elicited from the abundance of “meanings” and “signs” he would describe. What was paramount was simply that there were signs everywhere.

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E se la lingua non svolgesse la funzione di riferimento al Reale? E se il Reale fosse percepito senza la mediazione della lingua? E se le parole stesse perdessero il loro contesto referenziale e fossero percepite come nel Reale? Dire che le parole sono nel Reale è dire che le parole sono diventate come delle cose: che vengano da un terapeuta o dal titolo di un libro o dal “registratore mentale” possono colpire l’orecchio del paziente, l’occhio, la fronte, il petto, come degli oggetti. Non mediano né rimandano a oggetti (1996:97).

Con questa concezione dell’ordine simbolico che si riferisce all’oggetto o che gli è esterno, Lacan propone un modo unico di figurarsi l’esteriorità del segno. Non sorprende che, come chiarisce Muller, l’analisi lacaniana della psicosi enfatizzi la cosità del linguaggio psicotico.

Un paziente mostra chiaramente la confusione che può generarsi in caso di esteriorità del segno. Da un lato è ben consapevole delle sue percezioni mentali – pensieri, emozioni, sensazioni, impulsi, inclinazioni – e le tratta come fenomeni-segno esterni che per qualche ragione sono stati posti “in” lui. Dall’altro, investe di significatività accresciuta e distorta comunicazioni esterne ricevute per esempio dalla radio o dalla televisione. L’interno è quindi trattato come esterno, e l’esterno come interno. Concentrarsi così sull’uso profondamente confuso dei segni di quest’uomo descrive, da un punto di vista semiotico, quello che la psichiatria generale chiamerebbe «inserimento di pensieri» e «idee di riferimento».

Un altro paziente mostra come l’esteriorizzazione del pensiero-segno porti a un’esperienza profondamente alterata in cui il mondo delle cose indifferenti diventa una fonte inesauribile di gesti e significati. Un giovane affetto da disturbo bipolare di tanto in tanto scivolava nel pensiero psicotico in cui ovunque cose assumono significato. Non si è presentato un tema coerente che possa essere desunto dall’abbondanza di «significati» e «segni» che ha descritto. La cosa più rilevante consiste semplicemente nel fatto che c’erano segni ovunque.

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What is suggested in the experiences of such patients is that terror from the collapse of semiotic structure is such that the restitution must involve an overinvestment of the world with meaning.

In this discussion of the severe distortions of normal semiotic processes found in chronic psychoses, one point must be kept in mind. While the usual transparency of signs is abolished in these conditions, this does not generally represent a real self-consciousness of signs on the part of the patient. It is the observer whois made aware of the opacity and externality of signs in the patient’s speech through the latter’s odd use of them. This is of course a way of distinguishing the poet from the psychotic. In both, signs assert their presence and opacity, but it is the former who is in control of this process. That said, we may also acknowledge that the statement is an oversimplification of a more nuanced situation. First, there are the psychotics who are aware of their semiotic transformations; then there are those few, for example, Nerval, who simply cover both categories of poet and psychotic.

In this regard it should be acknowledged that in his recently published Madness and Modernism, Louis Sass has strongly opposed any poet-versus- schizophrenic polarity of the sort I suggest in this chapter. In what he calls “autonomization,” Sass describes a feature of schizophrenic language that is similar to what is being presented here: “A second characteristic of schizophrenic language involves tendencies for language to lose its transparent and subordinate status, to shed its function as a communicative tool and to emerge instead as an independent focus of attention or autonomous source of control over speech and understanding” (1992, 178). Sass does not, however, see this autonomization of language in schizophrenia as qualitatively different from what he calls the “apotheosis of the word” in figures like Mallarmé, Barthes, and Derrida.

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Ciò che emerge dall’esperienza di questi pazienti è che il terrore derivante dal crollo della struttura semiotica è tale che, per compensare, si deve eccedere nell’investire il mondo di significato.

Nel corso di questa discussione sulle gravi distorsioni del normale processo semiotico individuate nelle psicosi croniche, è necessario tenere a mente una cosa. Anche se in queste condizioni la consueta trasparenza del segno viene meno, di solito ciò non rappresenta una vera metaconsapevolezza dei segni da parte del paziente. È chi osserva a essere consapevole dell’opacità e dell’esteriorità dei segni nel discorso del paziente attraverso l’uso bizzarro che questi ne fa. Di certo è un criterio per distinguere il poeta dallo psicotico. Per entrambi, i segni asseriscono la propria presenza e opacità, ma è solo il primo a riuscire a controllare questo processo. Detto questo, possiamo riconoscere che quest’affermazione è un’ipersemplificazione di una situazione più sfumata. In primo luogo, esistono psicotici che sono consapevoli delle loro trasformazioni semiotiche; poi ci sono quei pochi, per esempio Nerval, che semplicemente rientrano in entrambe le categorie: poeta e psicotico.

A questo proposito è bene ricordare che in Madness and Modernism, di recente pubblicazione, Louis Sass si è opposto con forza a qualsiasi polarità poeta versus schizofrenico del genere che propongo in questo capitolo. In ciò che chiama «autonomizzazione», Sass descrive una caratteristica del linguaggio schizofrenico simile a quella che è qui presentata:

una seconda peculiarità del linguaggio schizofrenico comporta la tendenza della lingua a perdere il suo status di trasparenza e subordinazione, a cedere la sua funzione di strumento di comunicazione ed emergere invece come centro dell’attenzione indipendente o come fonte di controllo autonoma sul discorso e sulla comprensione (1992:178).

Sass, a ogni modo, non considera questa autonomizzazione della lingua nella schizofrenia diversa, da un punto di vista qualitativo, da quella che chiama «apoteosi della parola» in autori come Mallarmé, Barthes e Derrida.

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Although there are clearly similarities and overlaps between schizophrenic and deconstructionist uses of language, and although, as indicated above, a stark contrast between the two is certainly oversimplified, I would in the end argue that Sass’s argument for a lack o qualitative difference does not do justice to the disturbed, uncontrolled, and anguished quality of schizophrenic language and existence.

Signs of the Self

Thus far we have concentrated on the semiotic restructuring (or “destructuring” of the world in psychosis. Peirce’s semiotic description of the mind was pursued in its implications for how the world is encountered in health and psychosis. The emphasis was on the heightened opacity and externality of the sign in the psychotic’s encounter with the world. We must now shift our focus from the world to the subject itself. The declaration that a person is a sign was above taken to mean that the subject is in contact with a coherent world only by way of signs. But this declaration has a second meaning, namely that the subject relates to him or herself through signs. This is of course the strongly anti- Cartesian bias of Peircean semiotics. There is no direct intuition or vision of the self. While in this section we will again witness the problems inherent in the opacity and the externality of signs — now of the self — the emphasis will fall on the disorder that may follow from the sheer complexity of the range and structure of signs that define a self.

The loss of Cartesian intuition (and with it the loss of the self as substance in the traditional sense) has become a familiar theme in contemporary thought and has had varying consequences.

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Pur essendoci evidenti somiglianze e sovrapposizioni tra l’uso del linguaggio schizofrenico e quello decostruzionista e, come indicato sopra, nonostante un forte contrasto tra i due usi del linguaggio sia sicuramente ipersemplificante, concluderei sostenendo che la tesi di Sass riguardo alla mancanza di una differenza qualitativa non rende giustizia alla qualità della lingua e non chiarisce come mai il discorso e l’esistenza dello schizofrenico siano disturbati, incontrollati e angosciati.

Segni del Sé

Fino a questo momento mi sono concentrato sulla ristrutturazione (o «destrutturazione») semiotica del mondo nella psicosi. La descrizione semiotica peirciana della mente è stata approfondita nelle sue implicazioni riguardo a come ci si confronta con il mondo in caso di salute e di psicosi. L’enfasi è stata posta sull’aumento dell’opacità e sull’esteriorità del segno nell’incontro dello psicotico con il mondo. È ora necessario spostare l’attenzione dal mondo al soggetto stesso. La dichiarazione secondo la quale una persona è un segno era stata usata in precedenza per indicare che il soggetto è a contatto con un mondo coerente soltanto per mezzo di segni. Questa dichiarazione ha tuttavia un secondo significato e precisamente: il soggetto si rapporta a sé stesso attraverso i segni. Questo è certamente un atteggiamento fortemente anticartesiano della semiotica peirciana. Non c’è un’intuizione diretta o una visione del Sé. Oltre a testimoniare i problemi inerenti all’opacità e all’esteriorità del segno – ora del Sé –, in questa sezione porrò l’enfasi sulla sindrome derivante puramente dalla complessità della gamma e della struttura dei segni che definiscono il Sé.

La perdita dell’intuizione cartesiana (e con essa la perdita del Sé come sostanza nel senso tradizionale) è diventata un tema ricorrente nelle riflessioni contemporanee e ha comportato numerose conseguenze.

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At the opposite pole from the Cartesian self, in a movement inaugurated by Nietzsche, the loss of the intuited, substantial self has united thinkers from fields as diverse as analytic philosophy, cognitive science, and Buddhism in the conclusion that there is no self. Others, rejecting both the intuited, substantial self of Descartes and the opposite stance of an absence of self, have taken a middle ground, arguing for a self that is real albeit not a substance, a self that can be known not directly but through its effects — and its signs. It is in this company that we will locate Peirce. If his contemporary Nietzsche announced the death of the Cartesian substantial self, it was Peirce who proclaimed the birth of a self that could be known indirectly — the semiotic self.

What is this self that is known through its effects and its signs? This is the self of gender, proper name, age and stage of life, profession, avocation, religion — and further, of relationships, marital status, children, and so forth. If I attempt to know myself through pure introspection, the yield is negligible. But if I take the indirect route and approach myself through the series of signs just mentioned, the yield is considerable. I am male, married, middle aged, a psychiatrist, and so forth. To the argument that none of these signs defines the “real” me, there is only one response: With the loss of belief in substance and intuition, we will accept this modest self of indirection, this self of signs.

In addition to the list of categories that mark a typical life, there are two particular classes of verbal signs that signify an identity. The first is that of the personal pronouns. The individual must be able to indicate him or herself as “I,” and as Benveniste has spelled out, the use of “I” implies both a “you” and the implicit awareness that the “you” is also an “I” for whom I am a “you.” In his words,

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All’estremo opposto del Sé cartesiano, in un movimento inaugurato da Nietzsche, la perdita del Sé intuìto e sostanziale ha visto concordare pensatori dei più svariati campi, dalla filosofia analitica, alla scienza cognitiva, al buddismo, nella conclusione che non esiste un Sé. Altri, rifiutando sia il Sé intuìto e sostanziale di Cartesio sia la posizione opposta di assenza del Sé, hanno scelto una strada di mezzo, sostenendo l’esistenza di un Sé reale, sebbene non si tratti di una sostanza; un Sé che può essere conosciuto non direttamente ma attraverso i suoi effetti – e i suoi segni. È all’interno di questo gruppo che va collocato Peirce. Se il suo contemporaneo Nietzsche ha annunciato la morte del Sé sostanziale cartesiano, è stato Peirce a proclamare la nascita di un Sé che potesse essere conosciuto indirettamente: il Sé semiotico.

Che cosa è questo Sé che è noto attraverso i suoi effetti e i suoi segni? È il Sé del genere, del nome proprio, dell’età e della fase della vita, della professione, degli hobby, della religione – e poi ancora, delle relazioni, dello stato civile, dei figli e così via. Se cerco di conoscere me stesso attraverso la pura introspezione, ottengo pochi risultati. Se invece intraprendo il percorso indiretto e mi avvicino a me stesso grazie alla serie di segni appena menzionati, i risultati sono notevoli. Sono maschio, sposato, di mezza età, psichiatra, e così via. C’è una sola risposta all’osservazione che nessuno di questi segni definisce il “vero” me, e cioè che con la perdita della convinzione nella sostanza e nell’intuizione accetteremo questo modesto Sé indiretto; questo Sé di segni.

Esistono due particolari classi di segni verbali, che significano identità, da aggiungere alla lista delle categorie che definiscono una vita tipica. La prima è quella dei pronomi personali. L’individuo deve essere in grado di indicare sé stesso come «io» e, come ha dichiarato Benveniste, l’uso [del pronome] «io» implica sia un «tu» sia l’implicita consapevolezza che anche il «tu» è un «io» per il quale io sono un «tu». Queste le sue parole:

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“The consciousness of oneself is possible only if it is experienced by contrast. I only employ I in addressing someone else, who will be in my allocution a you. It is this condition of dialogue that is constitutive of the person, for it implies a reciprocity in which I become you in the allocution of the other who in his turn designates himself by I” (1966, 260). Benveniste also points out that the use of personal pronouns is always accompanied by deictic indicators that locate the speaker in space and time (253). As in the above analysis, these personal pronouns, as well the deictic indicators surrounding them, enjoy a large degree of transparency. We are generally not conscious of the sign in quality of “I,” “you,” “here,” “now,” and so forth.

The second class of self-signifying signs consists of those terms that indicate the material-psychic balance of the human person, the sense of the person as a matter and spirit, or body and mind, or as an embodied consciousness. With this class we see a predominance of metaphorical locutions. Since we do not have an adequate language of soul or mind — of our inner states — we borrow categories of the world and of our bodies to express the psychological side of our existence. For instance, Lakoff and Johnson, in a work that develops this use of metaphor in great detail, describe the use of orientation (e.g., “I’m feeling up”) and entity (e.g., “My mind isn’t operating today”) metaphors — that is, aspects of the material world — to describe states of the mental or psychic world (1980, 14, 27).

To complete this picture of a self known indirectly through its signs, we must add a final dimension to the categories of signs as just described: that of the narrative self, the self as evolved over a lifetime, with a past, present, and future.Narrativity brings to the self the dimensions of temporality and memory, and the integration of these into the more-or-less coherent story of a single destiny. Each of the categories finds its place in the life narrative: the child grows into the adult, chooses and develops in a particular profession, forms relationships and a family, and so forth.

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La coscienza di sé è possibile solo per contrasto. Io non uso io se non rivolgendomi a qualcuno, che nella mia allocuzione sarà un tu. È questa condizione di dialogo che è costitutiva della persona, poiché implica reciprocamente che io divenga tu nell’allocuzione di chi a sua volta si designa con io (1994:312).

Benveniste precisa inoltre che l’uso dei pronomi personali è sempre accompagnato dai deittici che localizzano nel tempo e nello spazio chi parla (303). Nell’analisi precedente, questi pronomi personali, come anche i deittici che li circondano, godono di un ampio grado di trasparenza. In genere noi non siamo consapevoli della qualità segnica di «io», «tu», «qui», «ora», e così via.

La seconda classe di segni che significano il Sé consiste nei termini che designano l’equilibrio materiale-psichico di un essere umano, il senso della persona come materia e spirito, o corpo e mente, o come coscienza incarnata. In questa classe si osserva una predominanza di locuzioni metaforiche. Dal momento che non disponiamo di un linguaggio adeguato dell’anima o della mente – del nostro stato interiore –, prendiamo in prestito categorie del mondo e dei nostri corpi per esprimere il lato psicologico della nostra esistenza. Per esempio, Lakoff e Johnson, in un’opera che analizza con minuzia questo uso delle metafore, descrivono l’uso di metafore di orientamento (esempio «sono su di morale») e di entità (esempio «oggi la mia mente non funziona») – ovvero, aspetti del mondo materiale – per descrivere stati di mondo mentale o fisico (1980:14; 27).

Per completare il quadro di questo Sé, di cui si viene a conoscenza indirettamente attraverso i suoi segni, è necessario aggiungere un’ultima dimensione alle categorie di segno appena descritte: quelle di un Sé narrante, il Sé come si è evoluto nel corso della vita, con il suo passato, presente e futuro. La narratività conferisce al Sé le dimensioni di temporalità e memoria, e il loro inserimento nella storia, più o meno coerente, del destino di un signolo. Ciascuna di queste categorie trova il suo posto all’interno della narrazione della vita: il bambino cresce e diventa adulto, sceglie una certa professione e si evolve in essa, si crea legami e una famiglia, e così via.

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Human identity as narrationial is a process, ultimately a reflective process. At a first level life is simply lived in habit and routine. Yet even here the unexamined life has, in Ricoeur’s terms, a prenarrative or prefigured quality (1984). A story is being lived, if not yet told. At a further, more reflective level, the story embodied in the life is told. The implicit narrative becomes an explicit narrative. Of course the actual process is far more complicated. The balance of the lived and the told is always changing. The average life may have many narratives, and the narrative of one’s own life intermingles with that of the narratives of others. One is thus a character in one’s own narratives as well as in those of others. In Kerby’s words:

Self-narration, I have argued, is what first raises our temporal existence out of the closets of memorial traces and routine and unthematic activity, constituting thereby a self as its implied subject. This self is, then, the implied subject of a narrated history. Stated another way, in order to be we must be as something or someone, and this someone that we take ourselves to be is the character delineated in our personal narratives. The unity of the self, where such unity exists, is exhibited as an identity in difference, which is all a temporal character can be. [1991, 109]

It should be added, finally, that metaphor is again deeply involved in the structuring of a narrated life. Such notions as story, character, and narrative are, after all, borrowed from literary genres. And locutions such as the “passage” or “flow” of life are based on such implicit metaphors as “life as a river.” Ultimately, given the polysemy of signs, most signs of the self are metaphorical, and we never really transcend this level. Such is the consequence of knowing the self through the indirection of signs.

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L’identità umana in quanto narrativa è un processo, e sostanzialmente un processo riflessivo. A un primo livello la vita viene semplicemente vissuta nelle sue abitudini e nella sua routine. Eppure anche qui la vita non esaminata ha, come ha scritto Ricoeur, una qualità prenarrativa e prefigurata (1984). Una storia viene vissuta, anche se non ancora raccontata. A un livello avanzato e più riflessivo, la storia racchiusa nella vita viene raccontata. Il racconto implicito diventa un racconto esplicito. Di certo il processo vero e proprio è ben più complicato. L’equilibrio tra il vissuto e il detto cambia di continuo. Una vita media può avere molti racconti, e il racconto della vita di qualcuno si mescola con quello di altri. Una persona è quindi personaggio del proprio racconto e anche dei racconti di altri. Come ha scritto Kerby:

La narrazione del Sé, ho argomentato, è ciò che estrae la nostra esistenza temporale dall’armadio delle tracce di memoria, routine, e di attività atematiche, costituendo così un Sé in qualità di soggetto implicito. Questo Sé è quindi il soggetto implicito di una storia raccontata. Detto in altre parole, per poter essere dobbiamo essere in qualità di qualcosa o qualcuno, e questo qualcuno che noi decidiamo di essere è il personaggio delineato nei nostri racconti personali. L’unità del Sé, laddove esista questa unità, viene espressa come identità nella differenza, che è tutto ciò che un personaggio temporale può essere (1991:109).

Va aggiunto infine che, ancora una volta, nella strutturazione della vita raccontata la metafora ha un ruolo importante. Concetti come «storia», «personaggio» e «racconto» sono, in fondo, presi in prestito dai generi letterari. E locuzioni come «lo scorrere» o «il corso» della vita si basano su metafore implicite del tipo «la vita è un fiume». Infine, data la polisemia, la maggior parte dei segni del Sé è metaforica, e noi non riusciamo mai a trascendere veramente questo livello. È questa la conseguenza del conoscere il Sé attraverso l’azione indiretta dei segni.

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In view of the complexity of personal identity as a self-narrated network of signs, it is not hard to imagine the difficulties of someone in the course of a psychosis. Since there never was a clear, introspected “I,” we cannot technically speak of the loss of this “I” in psychosis. What we look for, rather, is a collapse of the network of signs through which the self is constituted. We regularly see problems with the use of the personal pronouns, as with those patients who use third person locutions to avoid the use of “I” in speaking about themselves. Here the externality of the “I” as sign is transformed into the use of “he” to refer to the self. In this regard, Peirce’s remarks about the child’s learning to name him- or herself by being named by the parents (Peirce 1868a, 18 – 21) (and the child’s well-known tendency to refer to him or herself in the third person) are apposite. If the child’s first experience with the personal pronoun is a self-label learned from another, the externality of the “I” sign is highlighted from the beginning of speaking life. Muller describes a psychotic patient who avoids the use of personal pronouns and other deictic references (1996, 108), and Sass elaborates on this abandonment of deictic indicators in schizophrenia (1992, 177).

The need to use metaphoric expressions to express the psycho-body duality leads to distortions in both directions. A patient in the midst of an acute psychosis and struggling with the material and biological dimensions of his identity said over and over again that he was nothing but a hollow tube in which food entered at one end and shit exited at the other. Not able to tolerate his condition as an embodied, biological organism, he exaggerated this into his entire identity. A contrasting resolution for the same conflict was offered by a psychotically depressed man who insisted that he had no body.

The categories that serve to mark and anchor one’s identity into a narrative unity are often employed in a distorted and disorganized manner. A chronically schizophrenic man whom I have known for years has a set of categories with which he attempts to demarcate himself: good student in high school, marine, construction worker, husband, father, unable to work for many years, schizophrenic.

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Alla luce della complessità dell’identità personale come rete di segni che narrano il Sé, non è difficile immaginarsi le difficoltà di un soggetto psicotico. Dal momento che non c’è mai stato un «Io» frutto di introspezione ben definito, nella psicosi non è tecnicamente possibile parlare della perdita di questo «Io». Ciò che invece intendo mostrare è il crollo di una rete di segni che costituisce il Sé. Di solito vediamo i problemi attraverso l’uso dei pronomi personali, come in quei pazienti che usano la terza persona per evitare l’uso [del pronome] «Io» quando parlano di sé stessi. Qui l’esteriorità di «io» in quanto segno si trasforma nell’uso di «egli» per riferirsi a sé. A questo proposito, sono appropriate le osservazioni di Peirce sul bambino che impara a nominare sé stesso quando viene nominato dai genitori (Peirce 1868:96-99) (e la nota tendenza che il bambino ha a riferirsi a sé stesso in terza persona). Se la prima esperienza che il bambino ha con il pronome personale è un’etichetta del Sé appresa da un altro, l’esteriorità del segno «Io» viene evidenziata nelle prime fasi dell’uso della parola. Muller descrive un paziente psicotico che evita di usare i pronomi personali e altri deittici (1996:108), e Sass approfondisce l’abbandono dei deittici nella schizofrenia (1992:177).

La necessità di ricorrere a espressioni metaforiche per esprimere la dualità corpo-psiche porta a distorsioni in entrambe le direzioni. Un paziente affetto da psicosi acuta e che si scontra con la dimensione materiale della sua identità e con quella biologica ha sostenuto più e più volte di non essere nient’altro che un tubo cavo in cui del cibo entrava da una estremità e della merda usciva dall’altra. Incapace di tollerare questa sua condizione di organismo biologico concreto, l’ha portata all’estremo fino a ridurre la propria identità a questo. Una soluzione opposta al medesimo conflitto è stata data da uno psicotico depresso che insisteva nel sostenere di non avere un corpo.

Le categorie necessarie a contraddistinguere e fissare l’identità di una persona in un’unità narrativa sono spesso impiegate in modo distorto e disorganizzato. Un uomo affetto da schizofrenia cronica che conosco da anni possiede una serie di categorie con le quali cerca di demarcare sé stesso: «bravo studente alle superiori», «marine», «operaio edile», «marito», «padre», «impossibilitato a lavorare per diversi anni», «schizofrenico».

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These are, however, never ordered in a meaningful way with expectable priorities, hierarchies, and temporal layerings, nor are they narrated into an integrated life. For instance, categories that have not been relevant for decades (e.g., marine, construction worker) are placed alongside contemporary categories, with little sense of current relevance and the temporal passage from one to the other. This man also demonstrates the way in which many patients use the category of “mental patient” or “schizophrenic” as an identity tag that sums up all that is wrong with them in a way that cannot be further articulated.

Finally, the routine use of metaphors to describe aspects of the self offers endless opportunities for confused, psychotic thinking and speech. To take a simple example, Lakoff and Johnson offer the following specimens of “the mind is a machine” metaphor: “My mind just isn’t operating today”; “Boy, the wheels are turning now”; I’m a little rusty today”; “We’ve been working on this problem all day and now we’re running out of steam” (1980, 27). With each of these statements, taking the expression literally rather than figuratively will lead to the most bizarre notions about one’s own mind. Metaphor always operates through a dialectic of similarity and dissimilarity. Thus, each of the above statements has the general form of “my mind is like a machine.” If the “like” is removed, the result is literal, concrete, metaphoric, and possibly psychotic.

The Triadic Sign and Psychosis

The above discussion has focused on the implications of general principles of Peircean semiotics for an understanding of psychotic thinking and speech. It is now time to concentrate on Peirce’s unique triadic conception of the sign to see what further light it sheds on psychotic thought. The line of thought developed in this section is not intended to replace or supersede but rather to extend that developed above.

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A ogni modo queste categorie non sono mai ordinate in modo significativo o in ordine di priorità, gerarchia, o livello temporale prevedibile, e non sono neppure raccontate dando forma a una vita integrata. Per esempio, categorie che non sono rilevanti da decenni (come «marine» e «operaio edile») vengono poste accanto a categorie contemporanee, dimostrando scarso senso di ciò che è attuale e del passaggio temporale dall’una all’altra. Quest’uomo dimostra inoltre come molti pazienti utilizzino la categoria di «paziente psichiatrico» o «schizofrenico» come etichetta che riassume tutto ciò che c’è di sbagliato in loro in un modo non ulteriormente articolabile.

Infine, l’uso consuetudinario delle metafore per descrivere aspetti del Sé offre infinite possibilità di pensieri e discorsi psicotici e confusi. Per fare un esempio semplice, Lakoff e Johnson propongono i seguenti esempi della metafora «la mente è una macchina». «Oggi la mente non mi funziona»; «Gente, ora le rotelle stanno girando»; «Oggi sono un po’ arrugginito»; «È tutto il giorno che lavoriamo a questo problema e adesso abbiamo esaurito le batterie» (1980:27). Nel caso di ciascuna di queste affermazioni, prendere l’espressione alla lettera, e non in senso figurato, porta a pensare le cose più assurde della mente di una persona. Le metafore funzionano sempre attraverso la dialettica della somiglianza e dissomiglianza. Pertanto, ciascuna delle affermazioni di cui sopra ha la forma generale di «la mia mente è come una macchina». Se viene eliminato il «come», il risultato è letterale, concreto, metaforico e, infine, psicotico.

Il segno triadico e la psicosi

La discussione precedente si è focalizzata sulle implicazioni dei principi generali della semiotica peirciana per una concezione del pensiero e del discorso psicotico. È ora il momento di concentrarsi sulla concezione triadica del segno tipica di Peirce, per vedere come ha approfondito ulteriormente il pensiero psicotico. La linea di pensiero sviluppata in questa sezione non intende sostituire quella appena sviluppata, ma intende piuttosto ampliarla.

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In the varied definitions of the sign he offered over several decades, Peirce always included the triad of sign, object, and interpretant. In Houser’s summary:

In its most abbreviated form, Peirce’s theory of signs goes something like this. A sign is anything which stands for something to something. What the sign stands for is its object, what it stands to is the interpretant. The sign relation is fundamentally triadic: eliminate either the object or the interpretant and you annihilate the sign. This was the key insight of Peirce’s semiotic, and one that distinguishes it from most theories of representation that attempt to make sense of signs (representations) that are related only to objects. [1992, xxxvi]

The triadic nature of the sign may be illustrated with one of Peirce’s own examples, a thermometer (quoted in Deely 1990, 24). As a physical thing in the natural world, the thermometer’s column of mercury is caused to rise by an increase in the ambient temperature. As such, the thermometer is a thing among things and a part of the natural causal order. It is not yet a sign. What transforms this thermometer-thing into a sign is that it “stands for something to something.” It stands for its object, the ambient temperature, to its interpretant, the person recognizinig the thermometer as a thermometer. One reason for Peirce’s neologism, “interpretant,” as opposed to “interpreter,” is to focus on the fact that the interpretant is more precisely not the “interpreting” person but rather the thought generated in the mind of the “interpreting” person or consciousness. The interpretant of the thermometer-sign is thus the idea of such and such ambient temperature in the mind of the observer. The sign is said to mediate between object — the ambient temperature — and interpretant — the idea of the ambient temperature. In this example, then, by means of the thermometer-sign, the observer can form an idea of the ambient temperature.

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Nelle varie definizioni di segno che ci ha donato nel corso di molti decenni, Peirce si è sempre concentrato sulla triade di segno, oggetto e interpretante. Come riassume Houser:

Nella sua forma più abbreviata, la teoria dei segni di Peirce afferma qualcosa del tipo: un segno è qualunque cosa che in base a qualcosa sta per qualcosa. Quello per cui sta il segno è il suo oggetto, l’effetto tramite il quale sta per l’oggetto. La relazione segnica è fondamentalmente triadica: eliminando l’oggetto o l’interpretante, si annienta il segno. Era questa l’intuizione chiave della semiotica di Peirce, e ciò che la distingue dalla maggior parte delle teorie della rappresentazione che cercano di dare un senso ai segni (rappresentazioni) che sono in relazione soltanto con gli oggetti (1992: XXXVI).

La natura triadica del segno può essere illustrata con uno degli esempi di Peirce: un termometro (citato in Deely 1990:24). In quanto cosa fisica nel mondo naturale, la colonnina di mercurio del termometro cresce a causa di un aumento della temperatura nell’ambiente. In quanto tale il termometro è una cosa tra le cose ed è parte dell’ordine naturale causale. Non è ancora un segno. Ciò che trasforma questa cosa-termometro in un segno è che il termometro «in base a qualcosa sta per qualcosa». In base al suo interpretante, la persona che riconosce il termometro come termometro, sta per il suo oggetto, la temperatura ambientale. La scelta di Peirce di coniare il neologismo «interpretante», in contrapposizione a «interprete» è stata dettata dal fatto che «interpretante», per essere più precisi, non è la persona «che interpreta» ma invece il pensiero che si genera nella mente o nella coscienza della persona «che interpreta». L’interpretante del segno termometro è perciò l’idea di una certa temperatura ambientale nella mente di chi osserva. Il segno si dice che faccia da mediatore tra oggetto – la temperatura ambientale – e interpretante – l’idea della temperatura ambientale. Secondo questo esempio, dunque, l’osservatore riesce a formarsi un’idea della temperatura ambientale per mezzo del segno-termometro.

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The most commonsense understanding of the Peircean sign is that of the sign as word or gesture, not a thing as in the example of the thermometer. As word or gesture the sign structure is that of one person signifying something about the world to another person. The sign is the statement or gesture of the first person, the object is that about which this person is speaking or signifying, and the interpretant is the second person (or second person’s thought) to whom the first person is communicating. The triadic structure in this case would involve one person signifying something to another person about something. In a much-quoted letter of 1908, Peirce described the sign structure in this manner: “I define a Sign as anything which is so determined by something else, called its Object, and so determines an effect upon a person, which I call its Interpretant, that the latter is thereby mediately determined by the former” (1977, 80 – 81).

Peirce was vigorous in his insistence, however, that the sign need not involve separate individuals in this way. Specifically, the interpretant need not be another person or mind. The above quote is immediately followed by the sentence: “My insertion of ‘upon a person’ is a sop to Cerberus, because I despair of making my own broader conception understood” (ibid.). Thus, the interpretant may be the thought of another person, but may as well be simply the further thought of the first person.

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La concezione più diffusa del segno peirciano è quella del segno come parola o gesto, e non come cosa, come nell’esempio del termometro. In quanto parola o gesto, la struttura segnica è quella di una persona che significa qualcosa riguardante il mondo comunicando con un’altra persona. Il segno è l’affermazione o il gesto della prima persona, l’oggetto è ciò di cui questa persona sta parlando o che sta significando, e l’interpretante è la seconda persona (o il pensiero della seconda persona) a cui la prima persona sta comunicando. La struttura triadica in questo caso coinvolgerebbe una persona che significa qualcosa comunicando con un’altra persona riguardo a qualcosa. In una lettera molto citata del 1908, Peirce descrive così la struttura segnica:

Definisco «segno» qualunque cosa che è così determinata da qualcos’altro, chiamato il suo «oggetto» e [che] determina così un effetto su una persona, che chiamo il suo «interpretante», che quest’ultimo è di conseguenza determinato in modo mediato dal precedente (1977:80-81)6.

Tuttavia, Peirce insisteva con vigore che il segno non deve necessariamente coinvolgere due individui distinti. Nello specifico, l’interpretante non deve essere necessariamente un’altra persona o un’altra mente. Alla citazione riportata qui sopra segue la frase:

Il fatto che abbia inserito «su una persona» è un boccone lanciato a Cerbero, perché dispero di far capire la mia concezione più ampia (ibidem)7.

L’interpretante può pertanto essere il pensiero di un’altra persona, ma può anche essere semplicemente un ulteriore pensiero della prima persona.

6

determines an effect upon a person, which I call its Interpretant, that the latter is thereby

mediately determined by the former.

I define a Sign as anything which is so determined by something else, called its Object, and so

7
broader conception understood.

My insertion of “upon a person” is a sop to Cerberus, because I despair of making my own

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In any process of thought, for example, in any soliloquy, the succeeding thought is the interpretant of the preceding thought. That is, each thought interprets the thought that has preceded it. A particular thought is then both the interpretant of the thought that precedes it and the object of the interpretant thought that succeeds it.

This generalization of the sign relationship to a process that can take place in one mind and need not involve the participation of two minds, although clearly an abstraction from the more straightforward, two-person notion of semiotic process, is still not the level of generalization that Peirce wished to reach for the sign. In his most abstract, most general understanding of the sign, it need not involve any mind at all. As he wrote in 1902, “If the logician is to talk of the operations of the mind at all . . . he must mean by ‘mind’ something quite different from the object of study of the psychologist. . . . Logic will here be defined as formal semiotic. A definition of a sign will be given which no more refers to human thought than does the definition of a line as the place which a particle occupies, part by part, during a lapse of time” (quoted in Fisch 1986, 343).

As this statement indicates, Peirce was interested in an understanding of logic and semiotics that was wholly independent of psychology. For our purposes, however, we will have to draw him back to psychology — specifically to such questions as to how semiotic processes develop and how they actually work in human beings.

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In ogni processo di pensiero, per esempio, in ogni soliloquio, il pensiero seguente è l’intepretante del pensiero che lo precede. Ovvero, ciascun pensiero interpreta il pensiero che lo ha preceduto. Un certo pensiero è quindi sia l’interpretante del pensiero che lo precede che l’oggetto del pensiero interpretante che lo segue.

Tale generalizzazione della relazione segnica come processo che può aver luogo nella mente di un individuo e non implica necessariamente il coinvolgimento di due menti, seppure sia chiaramente un’astrazione dal concetto di processo semiotico più diretto e che coinvolge due persone, non è comunque il livello di generalizzazione che Peirce desiderava raggiungere per il segno. Nella sua concezione più astratta e generica di segno, il segno non deve per forza coinvolgere una mente. Come ha scritto nel 1902:

Se il logico deve necessariamente parlare delle operazioni della mente [...] per «mente» deve intendere qualcosa di molto diverso dall’oggetto di studio dello psicologo. [...] Qui la logica verrà definita semiotica formale. Verrà data una definizione di segno che non si riferisce al pensiero umano più di quanto non lo faccia la definizione di una linea come il posto occupato da una particella, pezzo per pezzo, in un arco di tempo (citato in Fisch 1986:343)8.

Come si evince da questa affermazione, Peirce era interessato a una concezione di logica e semiotica del tutto indipendente dalla psicologia. Per i fini che mi propongo è tuttavia necessario riportarlo alla psicologia e, nello specifico, a quelle questioni riguardanti le modalità di sviluppo dei processi semiotici e il loro funzionamento effettivo negli esseri umani.

8

If the logician is to talk of the operations of the mind at all [...] he must mean by “mind” something wuite different from the object of study of the psychologist. [...] Logic will here be defined as formal semiotic. A definition of a sign will be given which no more refers to human thought than does the definition of a line as the place which a particle occupies, part by part, during a lapse of time.

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For these questions the final abstraction is of limited use, while the less abstract levels of sign process — involving either one or two persons (or minds) — will prove to be of great use. Although for Peirce “the interpretant is deliberately not described as being necessarily an idea in the mind of someone” (Colapietro 1989, 7), our focus, remaining as we will at a more psychological level, will be on the interpretant as an idea in the mind of someone.

If we try to imagine actual sign use in ordinary circumstances, we must envisage a complex and changing situation in which the subject may occupy any (or all) of the positions of the sign triad at any particular moment. The subject may thus be the sign, the object (to him or herself or another), or the interpretant (of his or her own thought or that of another). In an encounter between two people, each speaker’s utterance will be the sign referring about something, the object, to the other person, the interpretant. But the speaker will at the same time also be the interpretant and object of his or her own ongoing speech, and as well the object in another sense if referring to him- or herself. The situation then quickly reverses as the other begins to speak. And as the dialogue continues and begins to take the form of a single thought process with two voices — a notion with which Peirce was highly sympathetic, referring to us as “mere cells of a social organism” (quoted in Colapietro 1989, 65) — we may say that it becomes a kind of soliloquy. In that event the sign and the interpretant (and at times the object) are at all times both of the speakers. But then recalling that for Peirce, in agreement with Plato, “all thought is dialogue” (quoted in Colapietro 1989, xiv), we conclude that the distinctions between soliloquy and dialogue — between a one-person and a two-person thought process — blur. A dialogue is always a soliloquy and a soliloquy is always a dialogue. In each case the same triadic sign process obtains.

Peirce elaborated his analysis of signs by classifyin them into three trichotomies (and then later into a tenfold classification).

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L’astrazione definitiva è di poco aiuto per rispondere a tali domande, mentre livelli di astrazione minore del processo segnico – che coinvolgono una o due persone (o menti) – si riveleranno di grande aiuto. Sebbene secondo Peirce «l’interpretante sia deliberatamente descritto come qualcosa che non è necessariamente un’idea nella mente di qualcuno» (Colapietro 1989:7), per attenermi, come farò, a un livello più psicologico, porrò l’attenzione sull’interpretante in quanto idea nella mente di qualcuno.

Se proviamo a immaginare un uso effettivo del segno in circostanze ordinarie, dobbiamo raffigurarci nella mente una situazione complessa e in continuo cambiamento nella quale il soggetto in qualunque momento può occupare una qualsiasi posizione della triade segnica (o anche tutte). Il soggetto può quindi essere il segno, l’oggetto (per lui o per lei o per un’altra persona), o l’interpretante (del suo pensiero o di quello di qualcun altro). Nell’incontro tra due persone, ciascuna enunciazione del parlante sarà il segno che si riferisce a qualcosa, l’oggetto, per l’altra persona, l’interpretante. Ma chi parla, allo stesso tempo sarà interpretante e oggetto del suo discorso così come l’oggetto in un altro senso se fa riferimento a sé stesso. La situazione quindi si rovescia velocemente quando l’altro inizia a parlare. E dal momento che il dialogo continua e inizia a prendere la forma di un singolo processo di pensiero a due voci – concetto che Peirce condivideva parecchio, riferendosi a noi come «mere cellule di un organismo sociale» (citato in Colapietro 1989:65) – possiamo dire che diventa una sorta di soliloquio. In quel caso il segno e l’interpretante (e talvolta l’oggetto) appartengono entrambi al parlante. Se però richiamiamo alla mente Peirce che, in accordo con Platone, sosteneva che «ogni pensiero è un dialogo» (citato in Colapietro 1989:XIV), si può concludere che la distinzione tra soliloquio e dialogo – tra un processo di pensiero a una persona e a due persone – si confonde. Un dialogo è sempre un soliloquio, e un soliloquio è sempre un dialogo. In entrambi i casi si presenta lo stesso processo segnico triadico.

Peirce elaborò la sua analisi dei segni classificandoli in tre tricotomie (e poi in seguito in dieci classi).

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For our purposes we need only focus on one of the first trichotomies, that of the relation of sign to object, and within that division only the distinction between index and symbol. The indexical sign has an actual connection with its object. As Peirce puts it, “An Index is a sign which refers to the Object that it denotes by virtue of being really affected by that Object” (1897, 102). Examples are a footprint in the sand or a rap on the door. In contrast, the symbolic sign has an arbitrary, conventional relation to its object. Again in Peirce’s words, “A Symbol is a sign which refers to the Object that it denotes by virtue of a law, usually an association of general ideas, which operates to cause the symbol to be interpreted as referring to that Object” (ibid.). The immediate examples are words, which, except for occasional onomatopoeic qualities, are associated with their referents in a wholly arbitrary, conventional manner.

Appreciating, then, the complexity of the semiotic processes in the most ordinary speech or thought, it is not hard to imagine the range of distortions these processes may undergo in psychosis. In what follows I will first describe some examples of these distortions and then suggest the developmental processes and disturbances that may be related to them.

Let us begin with the patient described above who carefully examines his mental experiences and often overinterprets and misinterprets them. For instance, he experiences a sexual sensation when in the presence of a woman at work. In Peircean terms this sensation is an index of the patient’s arousal and of the woman as the object of his desire. Further, we would say that the interpretant of the sign is the further thought that follows the patient’s sudden urge, such as a thought that he might like to go out with the woman (or whatever thought occurs in the woman, if he indicates his desire to her).

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Considerato l’obiettivo che mi sono prefissato, è necessario che mi soffermi soltanto su una delle prime tricotomie, quella del rapporto tra segno e oggetto, e all’interno di tale divisione sulla sola distinzione tra indice e simbolo. Il segno indicale ha una connessione effettiva con il suo oggetto. Come sostiene Peirce: «Un Indice è un segno che si riferisce all’Oggetto che esso denota in virtù del fatto che è realmente determinato da quell’Oggetto» (1897:102)9. Esempi sono le impronte sulla sabbia e il bussare alla porta. Diversamente, il segno simbolico è in rapporto arbitrario e convenzionale con il suo oggetto. Utilizzando ancora le parole di Peirce: «Un Simbolo è un segno che si riferisce all’Oggetto che esso denota in virtù di una legge, di solito un’associazione di idee generali, che opera in modo che il Simbolo sia interpretato come riferentesi a quell’Oggetto» (ibidem)10. Esempi immediati sono parole che, a eccezione di occasionali qualità onomatopeiche, sono associate ai loro referenti in modo del tutto arbitrario e convenzionale.

Comprendendo pertanto la complessità dei processi semiotici nel più ordinario discorso o pensiero, non è difficile immaginare la gamma di distorsioni che questi processi possono subire nella psicosi. In quanto segue descriverò in primo luogo alcuni esempi di queste distorsioni e proseguirò poi con ipotesi sui processi evolutivi e i disturbi che possono esservi collegati.

Per cominciare riprendo l’esempio, descritto in precedenza, del paziente che esamina con attenzione le proprie esperienze mentali e che spesso le interpreta in modo esagerato ed erroneo. Il paziente ha, per esempio, una sensazione sessuale quando al lavoro si trova in presenza di una donna. In termini peirciani questa sensazione è un indice dell’eccitazione del paziente, e della donna come oggetto del suo desiderio. Direi inoltre che l’intepretante del segno è il pensiero successivo che segue l’improvviso bisogno del paziente, come per esempio che a lui potrebbe far piacere uscire con quella donna (o qualunque pensiero si presenti nella donna qualora lui le esprimesse questo desiderio nei confronti di lei).

9
that Object (CP 2.247).

An Index is a sign which refers to the Object that it denotes by virtue of being really affected by

10

A Symbol is a sign which refers to the Object that it denotes by virtue of a law, usually an association of general ideas, which operates to cause the Symbol to be interpreted as referring to that Object (CP 2.249).

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However, things are not so simple for this patient. As soon as he experiences the sensation he quickly concludes (1) that the woman has provoked the feeling, and (2) that she was ordained to do this so that he will have sexual experience. The sensation has now shifted from an indexical to a symbolic plane. The patient is not simply affected by the object, the woman, which would make his feeling an index. There is an intention from an outside force that is being communicated to him. His feeling thus has the power of a symbolic communication, although not with the full clarity of spoken language. Furthermore, the positions of sign, object, and interpretant become increasingly complex and confused. Since he also assumes that the woman has had desire toward him placed in her, they are each both object and interpretant: objects both for each other and of the outside force, and interpretants of the other’s desire as well as of the outside intention.

Another patient asks me to uncross my legs after I have crossed them in the middle of a session. Asked to explain her request, she informs me that she takes the crossing of my legs to be a sexual pass toward her. This woman has taken a rather simple, low-level sign — the leg-crossing as an index drawing attention to me (and possibly of my discomfort or restlessness) — and treated it as a gesture of my desire toward her. Again, there is a shift from index to symbol. The leg-crossing has taken on elaborate symbolic significance. Moreover, she has completely altered the relationships of sign, object, and interpretant. The object —what is represented by the leg-crossing —is no longer my discomfort but is now herself, the object of my desire and gesture. And the interpretant has become herself as the interpreting agent with all the reactions evoked or provoked by my putative advance.

Finally, let me suggest a more complex example, that of the paranoid patient. How may he be analyzed from a semiotic perspective?

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A ogni modo, per questo paziente le cose non sono così semplici. Non appena prova questa sensazione conclude subito (1) che la donna ha provocato quel sentimento e (2) che le era stato imposto di comportarsi così in modo che lui avesse un’eccitazione. La sensazione si è spostata ora da un piano indicale a uno simbolico. Il paziente non è semplicemente colpito dall’oggetto, la donna, il che renderebbe il suo sentimento un indice. C’è l’intenzione di una forza esterna, che gli viene comunicata. Il suo sentimento ha pertanto il potere di una comunicazione simbolica, sebbene non abbia la piena chiarezza della lingua parlata. Inoltre, la posizione di segno, oggetto e intepretante si fa sempre più complessa e confusa. Dal momento che anche lui presume che la donna abbia avuto un desiderio nei suoi confronti che le è stato imposto, sono entrambi sia oggetto che interpretante: oggetti sia l’uno per l’altro che della forza esterna, e interpretanti dell’altrui desiderio così come dell’intenzione esterna.

Un’altra paziente durante una seduta mi chiede di non tenere le gambe accavallate come le avevo appena messe. Quando le ho chiesto di spiegare la sua richiesta mi ha risposto che lei percepisce il mio accavallare le gambe come un’avance sessuale verso di lei. Questa donna ha preso un segno piuttosto semplice e di basso livello – l’accavallamento delle gambe come indice che richiama l’attenzione su di me (e possibilmente del mio disagio o della mia irrequietezza) – e lo ha considerato un segno del mio desiderio nei suoi confronti. Ancora una volta si presenta un passaggio da indice a simbolo. Accavallare le gambe ha assunto un significato simbolico elaborato. La donna ha inoltre alterato completamente le relazioni di segno, oggetto e interpretante. L’oggetto – ciò che è rappresentato dall’accavallamento delle gambe – non è più il mio disagio, ora è invece lei stessa l’oggetto del mio desidero e del mio gesto. Inoltre l’interpretante è diventato lei stessa in quanto agente interpretante con tutte le reazioni evocate o provocate dalla mia ipotetica avance.

Mi si permetta infine di ragionare su un esempio più complesso, quello di un paziente paranoide. Come potrebbe essere analizzato da un punto di vista semiotico?

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To begin, he is someone who identifies himself as the object of the signifying and interpreting activities of others. They talk and plan about him. Sometimes they signify (so he thinks) to him. It then becomes his task to interpret their communications (about him or to him). He does not really talk to or with anyone; he is unable to assume the position of the signifying agent that would be required for this. Even in an apparent conversation, he is busy placing himself as object and interpreting the hidden meanings of his interlocutor. There is certainly a jumble of sign classes in his distorted thinking. As in the above examples, simple indexes are taken for symbolic communications. The striking effect of these shifts is the way in which he becomes the object and interpretant of signs that in fact have nothing to do with him. Caught in these distorted and exaggerated poles of the sign triad as the object and the interpretant, and never the signifying agent, he loses the freedom that goes with that position.

What emerges from these examples is the generalization that, in psychotic thinking, the specification of the precise Peircean sign category is less important than the recognition that in all cases there is an overinterpretation of simple indexes into symbols. Events in the world that do nothing but call attention to themselves (e.g., a spontaneous cry) or provide information about the object in question (e.g., a weathercock) are taken to mean more that they are. This corrupted meaning always implies some other agency generating the meaning, however anonymous that agency remains; and with that implicit agency there is an improper shuffling of the positions of sign, object, and interpretant. In this psychotic process a rustling of the trees does not remain a simple index of wind and current weather conditions. It carries the symbolic weight of hidden presence and communication, and the psychotic subject is not a neutral observer of the wind but rather the intended object and interpreter of whatever message is carried by the gesturing leaves.

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Per iniziare, il soggetto è una persona che indentifica sé come oggetto delle attività di significazione e interpretazione degli altri. Loro parlano di lui e confabulano su di lui. Allora è suo compito interpretare quello che comunicano (su di lui o a lui). A volte loro significano (questo è quello che pensa lui) riferendosi a lui. Non parla realmente a o con qualcuno; è incapace di assumere la posizione dell’agente significante che sarebbe necessaria per farlo. Perfino in una conversazione immaginaria è impegnato a mettere sé stesso come oggetto e a interpretare i significati nascosti del suo interlocutore. Di certo nel suo pensiero distorto c’è un miscuglio di classi segniche. Come negli esempi precedenti, semplici indici sono presi per comunicazioni simboliche. L’effetto sorprendente di questi passaggi è il modo in cui il paziente diviene l’oggetto e l’interpretante di segni che in realtà non hanno niente a che fare con lui. Incastrato in questi poli di triade segnica distorti ed esagerati come l’oggetto e l’interpretante, e mai l’entità significativa, egli perde la libertà che pertiene a quella posizione.

Ciò che emerge da questi esempi è una generalizzazione, ovvero che nel pensiero psicotico la specificazione della precisa categoria segnica peirciana è meno importante rispetto al riconoscimento che in tutti i casi si ha un’iperinterpretazione di indici semplici fino a farli diventare simboli. Eventi del mondo che non fanno nient’altro che richiamare a sé l’attenzione (es. un grido spontaneo) o forniscono informazioni sull’oggetto in questione (es. una banderuola) vengono investiti di un significato maggiore rispetto a quello che hanno in realtà. Questo significato corrotto implica sempre qualche altra entità che genera il significato, per quanto anonima rimanga quell’entità, e con quell’entità implicita si ha un cambiamento improprio delle posizioni di segno, oggetto, e interpretante. In questo processo psicotico il frusciare degli alberi non resta un indice semplice del vento e delle condizioni climatiche in quel momento. Porta con sé il peso simbolico della presenza e della comunicazione nascoste, e il soggetto psicotico non è un osservatore neutrale del vento, ma piuttosto l’oggetto voluto e l’interprete di qualunque messaggio venga portato dalle foglie che gesticolano.

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Sebeok has called attention to the importance of indexicality in Peirce’s conception of the sign:

Peirce contended that no matter of fact can be stated without the use of some sign serving as an index, the reason for this being the inclusion of designators as one of the main classes of indexes. He regarded designations as “absolutely indispensable both to communication and to thought. No assertion has any meaning unless there is some designation to show whether the universe of reality or what universe of fiction is referred to.” Deictics of various sorts, including tenses, constitute perhaps the most clear-cut examples of designations. Peirce identified universal and existential quantifiers with selective pronouns, which he classified with designation as well. [1995, 224]

Indexes are deictic indicators that anchor the speaker in the world, the world of this particular here and now and the world of this particular intersubjective situation. The psychotic may simply abandon the use of deictic references (as with Muller’s patient, whose speech contained no first-person references [1996, 108]) or, as emphasized in the above examples, confuse index with symbol. The consequence of this confusion is that, in the terminology of Peirce just cited by Sebeok, the psychotic does not offer adequate “designation to show whether the universe of reality or what universe of fiction is referred to.” But this is not for lack o designating indexes; it is rather that the psychotic, in confusing index and symbol, has thoroughly confounded the universes of reality and fantasy.

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Sebeok ha richiamato l’attenzione sull’importanza dell’indicalità nella concezione peirciana di segno:

Peirce sosteneva che nessun fatto evidente può essere affermato senza l’uso di qualche segno che funga da indice; dal momento che i designatori sono considerati una delle classi principali di indici. [Peirce] considerava le designazioni «assolutamente indispensabili sia per comunicare che per pensare». Nessuna asserzione ha un significato a meno che non vi sia una designazione che mostri l’universo di realtà o l’universo di finzione a cui si riferisce». I deittici di ogni tipo, inclusi i tempi verbali, costituiscono forse gli esempi più limpidi di designazioni. Peirce identifica quantificatori universali e esistenziali con pronomi selettivi che ha classificato come designazioni (1995:224).

Gli indici sono indicatori deittici che ancorano al mondo chi parla, il mondo di questo particolare qui e ora e il mondo di questo particolare situazione intersoggettiva. Lo psicotico può semplicemente abbandonare l’uso dei riferimenti deittici (come nel caso del paziente di Muller, il cui discorso non conteneva nessun riferimento di prima persona (1996:108) oppure, come è stato evidenziato negli esempi precedenti, confondere l’indice con il simbolo. La conseguenza di questa confusione è che, per usare la terminologia di Peirce appena citato da Sebeok, lo psicotico non fornisce una adeguata «designazione che mostri l’universo di realtà o l’universo di finzione a cui si riferisce». Questo non avviene però per mancanza di indici di designazione, ma piuttosto perché lo psicotico, confondendo indice e simbolo, confonde del tutto gli universi di realtà e finzione.

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Developmental Considerations

I would like to conclude with some suggestions, obviously quite speculative, concerning developmental processes that might be associated with the psychotic distortions of normal semiotic processes. In this discussion I will pass over the issue of the enormously complex relationship of constitution and development. It is common knowledge that the highly complex semiotic processes that Peirce has illuminated and that are part of ordinary adult thought and speech must be learned by children in the company of correctly thinking and speaking adults. The child development literature is replete with examples of child’s efforts to get its semiosis right. Indeed, Peirce himself offers perspicuous remarks about the way in which the child learns to recognize him- or herself through the comments made by adults about him or her. The child’s sense of self is a product of their testimony: “A child hears it said that the stove is hot. But it is not, he says; and indeed, that central body is not touching it, and only what that touches is hot or cold. But he touches it, and finds the testimony confirmed in a striking way. Thus, he becomes aware of ignorance, and it is necessary to suppose a self in which this ignorance can inhere. So testimony gives the first dawning of self-consciousness” (1868a, 20).

The seminal work in developmental semiotics has been carried out recently by Muller in Beyond the Psychoanalytic Dyad (1996).

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Considerazioni evolutive

Desidero concludere con alcune osservazioni, decisamente teoriche, riguardanti processi evolutivi che potrebbero essere associati ai disturbi psicotici dei normali processi semiotici. In questa sezione non mi soffermerò sulla questione della relazione enormemente complessa di costituzione e sviluppo. Allo stesso modo non parlerò di quanto è generalmente noto e accettato riguardo allo sviluppo cognitivo e piscologico, ma lo terrò bene a mente. È noto a tutti che i processi semiotici altamente complessi che Peirce ha approfondito, e che fanno parte del normale pensiero e discorso adulto, devono essere appresi da bambini in presenza di adulti che pensano e parlano correttamente. La letteratura sull’età evolutiva è colma di esempi di sforzi dei bambini per capire bene la semiosi; Peirce stesso propone infatti numerose osservazioni sul modo in cui il bambino impara a riconoscere sé stesso attraverso i commenti che gli adulti fanno su di lui. La percezione di sé del bambino è il prodotto della testimonianza degli adulti:

Un bambino sente dire che la stufa è calda. Ma non è vero, dice; e, infatti, quel corpo centrale non la sta toccando, e soltanto ciò che si tocca è caldo o freddo. Tuttavia lo tocca e trova confermata la testimonianza in modo sorprendente. [Il bambino] diviene così consapevole dell’ignoranza, ed è necessario supporre un Sé a cui questa ignoranza possa inerire. La testimonianza pone le basi della coscienza di sé (1868a:20)11.

Il lavoro fondamentale nella semiotica evolutiva è stato portato avanti di recente da Muller in beyond the Psychoanalytic Dyad (1996).

11

A child hears it said that the stove is hot. But it is not, he says; and, indeed, that central body is not touching it, and only what that touches is hot or cold. But he touches it, and finds the testimony confirmed in a striking way. Thus, he becomes aware of ignorance, and it is necessary to suppose a self in which this ignorance can inhere. So testimony gives the first dawning of self-consciousness (CP 5.233).

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Muller reviews the infant developmental literature extensively and demonstrates that the dyadic relationship of mother and infant is framed and held by the cultural system of signs to which they belong. This system is assimilated by Muller both to Peirce’s category of Third as well as to Lacan’s symbolic order. Muller shows further that it is the presence of this Third that prevents the mother-infant dyad from sliding into merger and fusion.

The Third is required to frame the dyad and thereby enable the partners to relate without merging. . . . The complexity of intersubjectivity . . . can best be understood when the dyadic processes of empathy and recognition are taken as operating in a triadic context in which a semiotic code frames and holds the dyad. It is the determining presence of such a code, shaping culture, communication, and context, that makes possible the saying of “I” and “you” whereby the human horizon is opened to reach of intimacy, both personal and perhaps also transcendent. [1996, 61 – 62]

I focus on another aspect of development that depends on a different aspect of Third. While in his most general descriptions of the categories Peirce connected Third to mediation and generality, he also applied the categories to specific domains such as that of the sign. On the one hand, the sign plays the mediating role that is associated with Third. In Greenlee’s words, “What the sign succeeds in mediating is the object-interpretant relation; for either actually or potentially the sign renders the object available to the interpreter (in whatever way available, whether for thinking, saying, acting, making, etc.)” (1973, 33 – 34).

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Muller esamina nel dettaglio la letteratura sull’età evolutiva e dimostra come la relazione diadica di madre e neonato sia inquadrata e contenuta dal sistema di segni culturale a cui appartiene. Muller ha assimilato questo sistema sia alla categoria peirciana di «terzo» sia all’ordine simbolico di Lacan. Muller mostra inoltre che è la presenza di questo «terzo» a impedire alla diade madre- neonato di degenerare.

Il Terzo è richiesto per inquadrare la diade e permettere così ai partner di relazionarsi senza fondersi. [...] La complessità dell’intersoggettività [...] può essere spiegata meglio quando il processo diadico di empatia e riconoscimento viene dato per operante in un contesto triadico in cui un codice semiotico inquadra e regge la diade. È la presenza determinante di questo codice, che plasma la cultura, la comunicazione, e il contesto, a permettere di dire «io» e «tu» con i quali l’orizzonte umano si amplia fino a raggiungere la sfera intima, sia personale sia forse anche trascendente (1996:61-62).

Mi focalizzo su un altro aspetto dello sviluppo che dipende da un diverso aspetto del Terzo. Nelle sue descrizioni più generali delle categorie, Peirce collegava il Terzo alla mediazione e alla generalità; inoltre, allo stesso tempo, applicò le categorie a campi specifici come quello del segno. Da un lato il segno svolge il ruolo di mediatore associato al Terzo. Come affermò Greenlee:

Quello che il segno riesce a mediare è la relazione oggetto- interpretante; poiché effettivamente o potenzialmente il segno rende l’oggetto disponibile a chi interpreta (disponibile in qualunque modo, che sia per pensare, parlare, agire, fare, eccetera) (1973:33-34).

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In this vein Peirce wrote, “In its genuine form, Third is the triadic relation existing between a sign, its object, and its interpreting thought, itself a sign, considered as constituting the mode of being of a sign. A sign mediates between the interpretant sign and its object” (1966, 389).

On the other hand, Peirce also brought all the categories to bear on the sign relationship: “A Sign, or Representamen, is a First which stands in such a genuine triadic relation to a Second, called its Object, as to be capable of determining a Third, called its Interpretant” (quoted in Anderson 1995, 46). In what follows I will emphasize the actual embodiment of Third in a real person in early development. While this may seem a departure from Muller’s understanding of the Third as the symbolic order, there is in fact no real departure, given Lacan’s instantiation of the symbolic order in the figure of the father.

Now what might be a Peircean reading of the early development of the triadic sign and its relation to psychosis? Let us begin by recalling that Peirce’s unique contribution to semiotics in his insistence on the triadic nature of the sign.

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Su questa linea di pensiero Peirce scrisse:

Nella sua forma genuina, [la Thirdness]12 è la relazione triadica esistente tra un segno, il suo oggetto, e il suo pensiero interpretante, a sua volta un segno, considerato come elemento che costituisce il modo di essere di un segno. Un segno fa da mediatore tra il segno interpretante e il suo oggetto (1966:389)13.

D’altro canto, in Peirce tutte le categorie riguardano la relazione segnica:

Un segno, o Representamen, è un Primo che sta in una tale relazione triadica genuina con un Secondo, chiamato «oggetto», da essere in grado di determinare un Terzo, chiamato il suo «interpretante» (citato in Anderson 1995:46)14.

In quanto segue porrò l’accento sulla vera incarnazione del Terzo in una persona reale nelle prime fasi dello sviluppo. Sebbene possa sembrare un allontanamento dalla concezione che Muller ha del Terzo come ordine simbolico, in realtà non c’è un vero e proprio allontanamento, data l’esemplificazione di Lacan dell’ordine simbolico nella figura del padre.

Quale potrebbe essere dunque una lettura peirciana delle prime fasi dello sviluppo del segno triadico e della sua relazione con la psicosi? Per cominciare, si può richiamare alla mente quel contributo unico alla semiotica che fece Peirce insistendo sulla natura triadica del segno.

12
aveva utilizzato la parola Thirdness [terzità] N.d.T.

Nella versione originale citata dall’autore compare la parola Third [«terzo»]; Peirce, in realtà

13

interpreting thought, itself a sign, considered as constituting the mode of being of a sign. A sign

mediates between the interpretant sign and its object (CP 8.332).

14

A Sign, or Representamen, is a First which stands in such a genuine triadic relation to a Second, called its Object, as to be capable of determining a Third, called its Interpretant (CP 2.274).

In its genuine form, Thirdness is the triadic relation existing between a sign, its object, and the

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“The sign relation is fundamentally triadic: eliminate either the object or the interpretant and you annihilate the sign. This was the key insight of Peirce’s semiotic, and one that distinguishes it from most theories of representation that attempt to make sense of signs (representations) that are related only to objects” (Houser 1992, xxxvi). The developmental question that inserts itself into this discussion is how the triadic nature of the sign is learned. The suggestion I wish to propose is that in early development — in learning semiosis —actual individuals may be important in a way that they are not in adult semiotic process. As was described above, an adult soliloquy is a triadic semiotic process in which sign, object ,and interpretant are all present in the single train of thought.(And also, as was described above, because the three components are all present, the soliloquy has qualities of a dialogue.)

The infant, however, does not begin in soliloquy; it begins in communicational interchange with its mother or care giver. What will later be the ability to have a “conversation” with itself must start with a “conversation” with its mother. It is as this conversation is internalized that the internal dialogue can take place. Now, since a dialogue must always involve the three components of the sign —in the straightforward case, one person talking to another about something — might it not be the case that not two but three real people (or more) are necessary to inculcate semiosis at the beginning of life? In other words, at the beginning, each component of the semiotic triad would be embodied in an actual person. Semiotically, the father would represent the critical third in the dialogue of mother and infant. Given Peirce’s identification of the interpretant as the third in the sign triad, the paradigmatic case would place the father as the interpretant of the mother-infant dialogue. In fact, however, the developing conversation with the infant would entail the usual alternation of roles as each of the three assumed the role of signifying agent, object, or interpretant.

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La relazione segnica è fondamentalmente triadica: eliminando l’oggetto o l’interpretante si annienta il segno. Era questa l’intuizione chiave della semiotica di Peirce, e ciò che la distingue dalla maggior parte delle teorie della rappresentazione che cercano di dare un senso ai segni (rappresentazioni) in relazione soltanto con gli oggetti (Houser 1992:XXXVI).

La questione evolutiva che si inserisce in questa discussione riguarda la modalità di apprendimento della natura triadica del segno. Desidero osservare che nelle prime fasi dello sviluppo – nell’apprendimento della semiosi – individui reali possono essere importanti in modo diverso rispetto a quanto non lo siano nel processo semiotico adulto. Come è stato descritto in precedenza, un soliloquio adulto è un processo semiotico triadico in cui segno, oggetto, e interpretante sono tutti presenti nella singola concatenazione di pensieri. (Dal momento che, inoltre, come descritto in precedenza, sono presenti tutte e tre le componenti, il soliloquio ha le qualità di un dialogo).

A ogni modo, il neonato non inizia con un soliloquo; inizia con l’interscambio comunicativo con sua madre o con l’accuditore. Quella che in futuro sarà la capacità di fare una «conversazione» con sé stesso deve cominciare con una «conversazione» con sua madre. È quando questa conversazione viene interiorizzata che può avere luogo il dialogo interno. Ora, dal momento che un dialogo deve sempre coinvolgere i tre componenti del segno – nel caso diretto, una persona che parla di qualcosa a qualcuno – potrebbe non essere vero che siano necessarie non due ma tre (o più) persone reali per instillare la semiosi all’inizio della vita? In altre parole, all’inizio, ciascun componente della triade semiotica sarebbe rappresentato da una persona reale. Dal punto di vista semiotico, il padre rappresenterebbe il terzo critico nel dialogo tra madre e neonato. Data l’identificazione peirciana dell’interpretante con il Terzo nella triade segnica, il caso paradigmatico posizionerebbe il padre al posto dell’interpretante del dialogo madre-neonato. In effetti, comunque, la conversazione che si sviluppa con il neonato comporterebbe il solito alternarsi di ruoli ciascuno dei tre assume il ruolo di agente significativo, oggetto, o interpretante.

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Indeed, a critical aspect of the evolution of the mother-infant dyad would be the ability of the mother and father to treat the infant as the object of their dialogue, in which case the child would experience itself as object of a semiotic process, as well as interpretant of the parental dialogue.

Whatever the apportionment of roles at a particular moment, the important point is the need for actual persons representing the three positions in the inculcation of semiosis. This would be the Peircean reading of early development and the tendency for a pathologically exclusive mother-infant relationship to promote psychosis. Adult object relationships require semiotic competence, and the development of semiotic competence depends on early object relationship. If actual people are necessary for early training in the semiotic triad, and a pathologically exclusive mother-infant relationship prevents the entrance of a third into relationship, the result will be a failure to inculcate the mastery of normal semiosis. (It should be noted, finally, that in this discussion I am not insisting on the literal presence of the child’s father but rather on the presence of another or others — or even of the father or another as a symbolic presence.)

Among the many possible failure scenarios — or aspects of what is really one failure scenario — in early semiotic development, let me mention three. The first would be that in which the mother’s interactions with the infant did not permit the presence of the father (literally or symbolically). In this case, with the father absent both as semiotic object as well as interpreter/interpretant of the mother-infant dialogue, the language would remain highly subjective, and the semiotic object would not achieve independence of subjective meaning. Conversation would never be about something truly exterior to the conversants. The second scenario would be the one in which the parents could not make the infant an object of their conversation. In this case the mother would not be sufficiently extricated from the dyadic relationship with the infant, and the infant would not experience itself wholly as object, or as interpreter/interpretant of a conversation about it.

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In realtà, un aspetto critico dell’evoluzione della diade madre-neonato consisterebbe nella capacità della madre e del padre di trattare il neonato come oggetto del loro dialogo, caso in cui il bambino avrebbe un’esperienza di sé come oggetto di un processo semiotico, oltre che come interpretante del dialogo tra i genitori.

Qualunque sia la ripartizione dei ruoli in un momento particolare, l’aspetto importante è la necessità delle persone reali di rappresentare le tre posizioni quando instillano la semiosi. Questa sarebbe la lettura peirciana delle prime fasi dello sviluppo e la tendenza a promuovere la psicosi a relazione patologicamente esclusiva madre-neonato. Le relazioni oggettuali adulte richiedono una competenza semiotica, e lo sviluppo della competenza semiotica dipende dalle relazioni oggettuali infantili. Se per la formazione infantile alla triade semiotica sono necessarie persone reali, e una relazione patologicamente esclusiva madre-figlio impedisce l’ingresso di un terzo nella relazione, ne consegue l’impossibilità di instillare la padronanza della semiosi normale. (Va notato, infine, che in questa sezione non insisto sulla presenza letterale del padre del bambino, ma piuttosto sulla presenza di un altro o di altri – o anche del padre o di un altro come presenza simbolica).

Tra i tanti possibili scenari di tale insuccesso – o aspetti di ciò che è realmente uno scenario di insuccesso – nel primo sviluppo semiotico, permettetemi di menzionarne tre. Il primo sarebbe quello in cui l’interazione della madre con il neonato non ammette la presenza del padre (letterale o simbolico). In questo caso, con l’assenza del padre sia come oggetto semiotico che come interprete/interpretante del dialogo madre-neonato, la lingua rimarrebbe altamente soggettiva, e l’oggetto semiotico non raggiungerebbe l’indipendenza del significato soggettivo. La conversazione non riguarderebbe mai qualcosa di veramente esterno agli interlocutori. Il secondo scenario sarebbe quello in cui i genitori non sono riusciti a fare del neonato l’oggetto della loro conversazione. In questo caso la madre non viene sradicata a sufficienza dalla relazione diadica con il neonato, e il neonato non avrebbe una piena esperienza di sé come oggetto, né come interprete/interpretante di una conversazione che lo riguarda.

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The third scenario would be one in which the infant and father could not engage in an interaction that took the mother as object. Here the infant would not have the experience of the mother as object as well as subject, and as in the second scenario, as someone fully separate from itself. Each scenario thus represents a variation on the need for embodiment of the various positions of the semiotic triad in actual persons in the early inculcation of semiosis.

Conclusion

This reflection of Peircean semiotics and psychosis has moved through three stages. In a first stage I focused on Peirce’s most general notions concerning the dependence of thought on signs and concerning the externality of the sign. In his or her relationships both to the world and to the self, the psychotic was seen as foundering on the externality of the sign. In a second stage I focused more specifically on Peirce’s triadic understanding of the sign. Here the emphasis fell, on the one hand, on the psychotic’s conflation of sign, object, and interpretant, and on the other hand, on his or her confusion of index and symbol. In a third and final stage, I questioned the developemenal implications of a Peircean analysis, suggesting the need for actual embodiment of the semiotic trad in early development and the failure of this in the potential psychotic.

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Il terzo scenario sarebbe quello in cui il neonato e il padre non riescono a sviluppare un’interazione che abbia la madre come oggetto. In questo caso il neonato non avrebbe l’esperienza della madre come oggetto né come soggetto, né, come nel caso del secondo scenario, come qualcuno del tutto separato da sé stesso. Ciascuno scenario rappresenta pertanto una variante sulla necessità di incarnare, durante la prima fase di instillazione della semiosi, le diverse posizioni della triade semiotica con persone reali.

Conclusione

Questa riflessione sulla semiotica di Peirce e sulla psicosi ha seguito tre fasi. In una prima fase mi sono concentrato sulle più generali concezioni di Peirce riguardanti la dipendenza del pensiero dai segni e l’esteriorità del segno. Nelle sue relazioni sia con il mondo che con il Sé, lo psicotico è stato visto andare in crisi sull’esteriorità del segno. In una seconda fase mi sono concentrato più specificamente sulla concezione triadica peirciana del segno. Qui ho posto l’enfasi, da un lato, sulla fusione psicotica di segno, oggetto, e interpretante, e dall’altro, sulla confusione psicotica di indice e simbolo. In una terza e ultima fase, ho messo in questione le implicazioni evolutive dell’analisi peirciana, ipotizzando che, nelle prime fasi dello sviluppo, sia necessaria l’incarnazione della triade semiotica in persone reali, e che nello psicotico potenziale tale incarnazione sia venuta meno.

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Commento alla traduzione

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1. Descrizione del materiale

Il saggio da me scelto e tradotto come elaborato finale del percorso di studi in traduzione è tratto dal volume Peirce, Semiotics, and Psychoanalysis; una raccolta di saggi che presentano i concetti fondamentali della semiotica peirciana e si concentrano sulle possibili applicazioni al campo della psicoanalisi e della filosofia. Autore del testo è l’americano James Phillips, psichiatra a New Haven, Connecticut, e docente di psichiatria alla Yale University.

In Peircean Reflections on Psychotic Discourse, James Phillips affronta in modo innovativo la semiotica peirciana focalizzando l’attenzione sulla sua possibile applicazione alla psicosi. Il testo approfondisce i più generali concetti peirciani di «segno», «interpretante» e «oggetto», e il ruolo che questi elementi svolgono nel caso di psicosi e, più precisamente, nei vari tipi di psicosi. Dopo essersi concentrato sulla triade segnica peirciana, l’autore sviluppa e approfondisce il discorso del Sé, la sua funzione all’interno della narrazione quotidiana, come si forma e come si evolve nel passaggio da neonato a adulto, e il ruolo determinante dei genitori – o delle figure di riferimento – in questo processo. Per «narrazione quotidiana» si intende il discorso umano interpersonale nella vita di tutti i giorni osservato da un punto di vista testologico.

2. Testo narrativo versus testo saggistico

Nei due anni di specializzazione in traduzione letteraria i miei studi si sono concentrati principalmente su due tipi di testo: il testo narrativo e il testo saggistico. Queste due categorie di testo sono profondamente diverse tra loro, e la loro diversità comporta un approccio particolare e mirato in fase di traduzione. È bene dunque avere un’idea chiara dei punti in comune ai due testi e, soprattutto, delle loro divergenze.

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2.1 Il testo narrativo

Il testo narrativo è forse il testo più complesso da descrivere. Si potrebbe definire il testo narrativo una macrocategoria di testi finzionali volti a intrattenere il lettore, all’interno della quale è possibile identificare diversi generi: il racconto, il romanzo, la novella, la fiaba, la favola, il mito, la poesia, il diario. Alla voce «narrare» di un vocabolario della lingua italiana15 si legge «esporre, riferire oralmente, per iscritto nel loro svolgimento temporale, lo svolgersi di fatti reali o fantastici, in modo chiaro e dettagliato»; il testo narrativo è quindi quel testo particolare in cui viene descritto un avvenimento, reale o meno, secondo un ordine temporale.

2.1.1 Lo stile

Come ho appena affermato, lo scopo primario del testo narrativo è intrattenere; sta poi all’autore decidere come impostare il testo, che tono conferire alle proprie parole, su che elementi puntare, e come sviluppare la narrazione. Il testo narrativo è quindi un testo plastico che prende forma nelle mani dello scrittore, il quale lo modella e lo plasma a proprio piacimento. Per catturare l’attenzione del lettore, l’autore, durante la narrazione, può decidere di ricorrere a ogni sorta di espedienti: può giocare sul piano temporale, e spostarsi così dal presente al passato, o addirittura anticipare eventi; può ricorrere a salti di registro, variando così le scelte sintattiche e lessicali, o presentare personaggi ben caratterizzati e definirli attraverso descrizioni accurate. In genere il testo narrativo, se di buon livello, ha una propria eleganza formale ed è curato nei minimi dettagli. Compito del traduttore è attenersi il più possibile alle scelte dell’autore e renderle al meglio nella sua traduzione.

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De Mauro:2000

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2.1.2 Il linguaggio

Data la libertà che contraddistingue il testo narrativo non si può parlare di un linguaggio “tipico” o “ricorrente”. L’autore, narrando, fa un uso libero (e proprio) della parola, può coniare neologismi o utilizzare espressioni ormai cadute in disuso, qualora lo ritenesse necessario, magari per rendere al meglio l’atmosfera di tempi lontani. Il testo narrativo non contiene in genere termini, eppure in molti casi alcune parole hanno la medesima funzione, in quanto diventano parole chiave e si trasformano in rimandi intratestuali che vanno individuati e rispettati. Può inoltre capitare che all’interno di un romanzo, per esempio, compaia la descrizione di un oggetto, una macchina, un animale, e che si presentino quindi dei termini veri e propri.

2.1.3 Elementi del testo narrativo

Il testo narrativo, per essere definito tale, presenta in genere alcuni elementi fondamentali legati alla formula più semplice che sta alla base di ogni narrazione: qualcuno fa qualcosa in un certo momento; è come viene narrato questo «qualcosa» a fare la differenza. La più grande distinzione che può essere fatta all’interno di un testo narrativo è quella tra «fabula» (storia) e «intreccio» (discorso); per fabula si intende la serie di eventi secondo il normale ordine cronologico, per intreccio si intende invece la scelta dell’autore di disporre questi avvenimenti (può quindi sovvertire il normale ordine cronologico). Gli eventi seguono generalmente uno schema narrativo (pressoché standard nei romanzi tradizionali): una situazione iniziale di equilibrio viene turbata fino a raggiungere un culmine di tensione per poi risolversi in un equilibrio finale, non necessariamente positivo. All’interno dello spazio si muovono dei personaggi, più o meno definiti, che interagiscono tra loro attraverso dialoghi, è compito del narratore cedere di volta in volta la parola, e il punto di vista, ai personaggi. Ogni personaggio può essere definito caratterialmente anche attraverso alla descrizione che ne viene fatta e alle parole che escono dalla sua bocca.

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È nel passaggio da un piano temporale all’altro, nel cambiamento del punto di vista e nella modalità di esprimere i pensieri dei personaggi e del narratore che sta la maestria dello scrittore; compito del traduttore, e in questo si riscontra la sua abilità, è riconoscere queste peripezie narrative e rispettarle.

Più valore artistico viene riconosciuto al prototesto narrativo, meno possibilità di intervento avrà il traduttore in fase di narrazione. In altri casi, quando il testo che si accinge ha tradurre non ha valenze letterarie e, anzi, è scritto frettolosamente e con poca accuratezza, può spettare al traduttore occuparsi di inserire accorgimenti per renderlo più fruibile e, possibilmente, migliore.

2.2 Il testo saggistico

Il testo saggistico spesso non viene preso abbastanza in considerazione; è infatti tendenza diffusa, generalmente, distinguere i testi in ”letterari” e “tecnici”. Dal momento che non appartiene né alla categoria dei testi narrativi, né a quella dei testi scientifici, tecnici, o comunque prettamente settoriali, il testo saggistico è da considerarsi un testo “ibrido”, con molte peculiarità simili ai tipi di testo appena nominati, e quindi con particolari ripercussioni inevitabili sulla strategia traduttiva da applicare. Un saggio può infatti avere lo stesso peso e la stessa valenza artistica di un racconto, con la stessa cura nello stile e un’estrema accuratezza per quanto riguarda lo stile e la scelta dei vocaboli. È però vero che esistono saggi che si rivolgono agli “addetti ai lavori” e che trattano quindi argomenti scientifici o tecnici con una terminologia accurata e precisa, che in traduzione va curata.

2.2.1 Lo stile

Il testo saggistico ha un’identità che cambia a seconda dello scopo che si prefigge e del lettore a cui aspira a rivolgersi. Il tema centrale del saggio è, in genere, legato a un campo del sapere; può quindi trattare di politica, filosofia, scienza, cultura. All’autore di un testo saggistico non è richiesto, solitamente, inserire citazioni o argomentare al meglio le sue teorie; spesso questi può dare

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per scontati molti concetti, scegliendo di non esprimerli. È compito del lettore documentarsi e fare ricerche per capire al meglio quanto viene esposto nel saggio. Ciò che distingue un saggio da un testo scientifico è, spesso, la cura del linguaggio e dello stile. È pur vero che può accadere che a scrivere saggi siano quegli esperti che, per professione, non si occupano di scrittura e di conseguenza i loro scritti risultano oscuri e dalla lettura difficile.

Sebbene il testo saggistico possa assumere le più svariate forme, ed essere quindi scritto con l’estro più creativo o con rigore e freddezza scientifica, esistono punti fissi e quasi inalienabili alla base della stesura di un saggio.
Il primo punto fermo del testo saggistico è il suo obiettivo. Il saggio, infatti, non sempre mira soltanto a intrattenere il lettore, bensì a informarlo. L’autore, scrivendo, cerca di approfondire un argomento sviluppandolo con ordine e coerenza. Il saggio è pertanto un testo non finzionale caratterizzato da uno stile fortemente codificato coerente alla struttura logico-consequenziale del discorso, stile che, considerato l’elevato tasso di formalità, generalmente lo accomuna ai testi scientifici

2.2.2. Il linguaggio

Il saggio può apparire spesso freddo e “asettico”, scarsamente personalizzato e originale dal punto di vista del linguaggio; tuttavia, esistono saggi di tipo divulgativo che sono destinati a un pubblico più ampio, ed è proprio questo tipo di saggi che può contenere un maggior tasso di creatività e originalità per quanto riguarda stile e linguaggio.

Testi saggistici dalla valenza fortemente scientifica tendono a includere numerosi termini tecnici-scientifici estremamente precisi, che non possono essere sostituiti in alcun modo. In fase di traduzione, il traduttore dovrà adoperarsi per ricercare il termine, uno e uno soltanto, che gli corrisponda, avvalendosi della consultazione di glossari e memorie di traduzione. Dal momento che non si tratta di un testo esclusivamente connotativo né tanto meno evocativo, il saggio non vuole stimolare i sensi del lettore (eccezione fatta per i saggi poetici o di approfondimento su qualche esponente del mondo

74

letterario) ma si limita a esporre una tesi. Può capitare che il saggio rimandi ad altri testi, magari portando esempi e citazioni estratte da altre opere per avvalorare la tesi che l’autore vuole sviluppare. In questo caso il traduttore dovrà individuare i rimandi intertestuali impliciti o espliciti e tradurli al meglio qualora non fossero già tradotti, oppure individuare le traduzioni in circolazione nel proprio paese e riportare la versione “ufficiale”. Compito del traduttore è inoltre tradurre i riferimenti bibliografici del prototesto indicando la traduzione di cui si è servito durante il suo lavoro.

Per quanto riguarda il testo saggistico, il traduttore può impostare la propria strategia traduttiva a seconda del lettore modello che si prefigura: può scegliere infatti di conferire al saggio un tono meno solenne e più chiaro per renderlo accessibile a una potenziale vasta porzione di pubblico; può altrimenti attenersi a un linguaggio più tecnico e formale se stabilisce che il pubblico cui è destinato il saggio è costituito da esperti e uomini di scienza. Di certo, il saggio, così come il testo narrativo, non può rivolgersi alle persone non alfabetizzate, che possono fruire soltanto di testi multimediali quali film o audiolibri16.

3. Charles Sanders Peirce e il segno

L’apporto di Charles Sanders Peirce (1839-1914) alla moderna semiotica inizia a essere sempre più preso in considerazione anche da esponenti di altre discipline, sia umanistiche che scientifiche, grazie alle applicazioni che la semiotica peirciana può avere nelle più svariate discipline. È questo il caso del testo da me tradotto, in cui la teoria di Peirce riguardante il segno, e con essa il ruolo dell’interpretante, è stata applicata al discorso psicotico e, nello specifico, a casi di soggetti schizofrenici o paranoidi. Il contributo significativo di Peirce consiste proprio nel considerare il segno un elemento fondamentale attorno al quale si forma il nostro pensiero: noi siamo segni, pensiamo attraverso segni, e i nostri pensieri non sono nient’altro che un continuum di semiosi in cui un

16

Per ulteriori chiarimenti sulle caratteristiche del testo saggistico rimando a Osimo 2008.

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oggetto (nel senso peirciano del termine) diventa il segno del pensiero successivo. Peirce sostiene infatti che:

[...] non vi è alcun elemento della coscienza umana che non abbia qualcosa che gli corrisponda nella parola; e la ragione è ovvia. È che la parola o segno che l’uomo usa è l’uomo stesso. Poiché, come il fatto che ogni pensiero è un segno, considerato insieme al fatto che la vita è una concatenazione di pensieri, prova che l’uomo è un segno; così, [il fatto] che ogni pensiero è un segno esterno prova che l’uomo è un segno esterno. Vale a dire che l’uomo e il segno esterno sono identici, nello stesso senso in cui sono identiche le parole homo e uomo. Il mio linguaggio è pertanto la somma totale di me stesso, poiché l’uomo è il pensiero17.

Peirce definisce il segno come qualcosa che secondo qualcuno sta per qualcosa e crea nella mente di quella persona un segno equivalente, o forse più evoluto, che Peirce stesso chiama «interpretante». Ciò a cui rimanda il segno è il suo «oggetto». Il segno, secondo Peirce, è quindi un elemento triadico dalla seguente struttura:

17

[...] there is no element whatever of man’s consciousness which has not something corresponding to it in the word; and the reason is obvious. It is that the word or sign which man uses is the man himself. For, as the fact that every thought is a sign, taken in conjunction with the fact that life is a train of thought, proves that man is a sign; so, that every thought is an external sign, proves that man is an external sign. That is to say, the man and the external sign

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Peirce non si limita a questa definizione di segni ma, forse affezionato al numero tre, identifica tre classi segniche ben definite: icona, indice, e simbolo18.

3.1 Icona

Peirce definisce «icona» un segno che si riferisce all’oggetto che vuole rappresentare in virtù di una somiglianza; spetta a chi osserva (o ascolta) cogliere questa somiglianza e collegare il segno all’oggetto. Sono esempi di icona i ritratti, i disegni, gli ideogrammi.

3.2 Indice

Secondo Peirce un «indice» è un segno che si riferisce all’oggetto a cui rimanda in virtù del fatto che è realmente determinato da quell’oggetto, ne è influenzato. Il rapporto tra il segno in questione e il suo oggetto non si basa su una somiglianza. L’esempio più classico è quello del fumo (segno) che denota la presenza del fuoco (l’oggetto), che lo ha generato.

3.3 Simbolo

La definizione che Peirce dà di «simbolo» è quella di un segno che si riferisce all’oggetto che denota in virtù di una legge che stabilisce che quel simbolo deve essere interpretato come facente riferimento a quell’oggetto. La relazione tra il segno e il suo oggetto è quindi prettamente convenzionale, culturospecifica, e soggettiva.

are identical, in the same sense in which the words homo and man are identical. Thus my

language is the sum total of myself; for the man is the thought (CP 5.314).

18

Si vedano a tale proposito i paragrafi 2.247, 2.248, e 2.249 dei Collected Papers di Peirce.

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4. Lo psicotico e il segno

Quanto ho affermato finora è valido in una situazione non patologica, ovvero nel caso di individui nel pieno delle proprie facoltà mentali. È pertanto palese il fatto che la triade segnica peirciana, il ruolo dell’interpretante, e la distinzione dei vari tipi di segni entrino in crisi nel caso di soggetti psicotici.

Secondo un accreditato dizionario di psicoanalisi, la psicosi è una

Forma di disturbo mentale caratterizzato da una notevole regressione dell’Io e della libido con conseguente grave disorganizzazione della personalità. Le psicosi si dividono in due gruppi, quelle organiche e quelle funzionali. Quelle della prima categoria sono secondarie a malattia fisica (per esempio paresi generale da sifilide, tumore del cervello, arteriosclerosi); le seconde sono connesse principalmente a fattori psicosociali, sebbene vi possano essere anche predisposizioni biologiche. Le principali psicosi funzionali sono i disturbi dell’affettività (psicosi maniaco-depressiva) e i disturbi del pensiero (schizofrenia e paranoia)19.

È possibile dare un’interpretazione semiotica della psicosi. Lo psicotico è un soggetto dall’Io non ben definito né sviluppato; come afferma Phillips, in caso di psicosi si ha «il crollo di una rete di segni che costituisce il Sé» (2000:25): lo psicotico non sa chi è, e non sa chi o cosa non è. Per confermare ulteriormente questo concetto ricordo infatti che, di frequente, accade che soggetti psicotici si esprimano in terza persona quando vogliono parlare di sé20. Questa indeterminatezza si ripercuote inoltre verso l’esterno e genera l’impossibilità del paziente di distinguere il segno da quello che intende significare (il suo oggetto). Proseguendo la lettura della definizione appena citata si legge:

19 20

Burness, E. Moore 1993 Phillips 2000:25

78

[...] La concettualizzazione freudiana della psicopatologia delle psicosi mette in evidenza una sostanziale unità tra i processi mentali delle psicosi e delle nevrosi. Tuttavia Freud mise in risalto anche certe differenze importanti. Una è che l’individuo psicotico è inconsciamente fissato a un livello precedente di sviluppo libidico, la fase narcisistica. Ciò conduce, mediante la regressione, alla caratteristica più importante nello sviluppo della psicosi: il cambiamento delle relazioni del paziente con le persone e gli oggetti del suo ambiente. In certi casi il paziente vede gli altri isolati e distaccati o anche fortemente ostili. Ciò solitamente è collegato all’idea che il mondo e le persone sono in qualche modo cambiati, e a volte la fantasia si estende fino a pensare che il mondo sia distrutto e tutti siano irreali. Freud riteneva che questi sintomi rappresentassero la rottura del paziente con la realtà e la caratteristica più tipica delle psicosi»21.

Lo schizofrenico, in quanto psicotico, si confronta quindi con parole-cose ma non riesce ad andare oltre; è il caso dell’esempio del paziente che, invitato a mangiare, si sofferma sulla cosa-forchetta e la analizza non riuscendo a passare alla fase successiva, ovvero a mangiare un boccone di cibo per mezzo della forchetta (2000:20). Un caso particolare di psicosi è quello del paranoide, il quale non solo si sofferma sulle parole-segno o sulle cose-segno ma le percepisce come elemento negativo nei suoi confronti. Il soggetto percepisce tutto ciò che lo circonda – persone, cose, animali, rumori – come un “nemico”, un elemento ostile nei suoi confronti, e si ferma a questo livello. È quindi evidente come, in caso di psicosi, non ci sia una percezione del segno come entità che svolge un ruolo di mediazione tra il suo interpretante e il suo oggetto, bensì come entità a sé stante, incomprensibile o minacciosa che sia.

Alla luce di quanto detto finora è possibile trarre una conclusione, e cioè che per innescare il processo di semiosi attraverso il segno occorre trascenderlo, e giungere così – attraverso un’entità mentale (l’interpretante) – al suo oggetto.

21

Burness, E. Moore 1993

79

Come sostiene Phillips: «La condizione comune dei segni è quindi la trasparenza. Dal momento che noi guardiamo al mondo attraverso i segni non prestiamo attenzione ai segni» (2000:17). Nella psicosi questa trasparenza viene meno: il soggetto psicotico si focalizza sul segno e non riesce a figurarsi nessun interpretante, né tanto meno riesce a comprenderne il senso. Il segno diventa opaco e il soggetto psicotico si ferma al Primo percependolo come «cosa» e facendo crollare il processo di semiosi; l’esteriorità del segno viene dunque «portata al suo estremo, e il segno-pensiero si materializza in entità del mondo esterno: voci di altri, ordini dall’alto [...]» (2000:20). Una situazione di questo tipo è, per lo psicotico, un’esperienza terrificante: il soggetto è sopraffatto dalla cosa-segno. Cose del mondo che sono comunemente insignificanti vengono percepite in modo amplificato ed esagerato dal soggetto psicotico, il quale le investe di significato accresciuto (e distorto).

5. Il traduttore e il segno

Nello svolgere la sua professione capita al traduttore di ritrovarsi a riflettere a lungo su parole o termini per scegliere quale inserire nella propria traduzione. Accade dunque che, riflettendo, il traduttore si concentri sulla parola in quanto segno, e non sull’oggetto a cui rimanda. La parola-segno perde così trasparenza e il traduttore si ferma al primo elemento della semiosi: il segno vero e proprio. Come nel caso dello psicotico, nel caso di metalinguaggio, crolla il processo di significazione.

Una riflessione sulla parola in sé di questo tipo può essere esemplificata dal seguente schema distorto della famosa triade di Peirce.

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6. Analisi del prototesto

Alla luce di quanto affermato nel paragrafo 2 posso sostenere che il testo da me tradotto appartiene alla categoria dei testi saggistici. Tuttavia, Peircean Reflections on Psychotic Discourse è da considerarsi un saggio “atipico”, dal momento che contiene numerose citazioni e rimandi ad altre opere. Il lettore modello a cui si rivolge l’autore del testo, considerato anche il volume all’interno del quale il saggio è racchiuso, è una persona istruita che si occupa di psicologia o psichiatria, che possiede inoltre delle solide basi filosofiche, o comunque umanistiche, e che conosce i fondamenti della dottrina di Peirce, dal momento che molto viene lasciato non detto. Il saggio è scritto da una persona colta e istruita ma che, tuttavia, di professione non si occupa di scrittura: l’aspetto formale soccombe dunque al contenuto; l’autore ha deciso di concentrarsi su cosa espone, e non su come lo fa. Nel testo sono infatti presenti forti salti di registro: si passa da espressioni come «inexhaustible reservoir of gesture» (2000:21) e «perspicuous remarks» (2000:31) a espressioni più colloquali come per esempio: «As Pierce puts it…» (2000:29). Molte volte, proprio per come sono espressi i concetti, è difficile comprendere cosa vuole esprimere l’autore. In questi casi non bisogna concentrarsi sulla struttura della frase in sé, ma piuttosto occorre cercare di interpretarla grazie

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anche al co-testo22 in cui è inserita. Un altro elemento che avvalora la mia tesi sull’autore è il continuo passaggio che questi, forse inavvertitamente, compie dalla prima persona singolare alla prima persona plurale. Il testo esordisce con una forma impersonale «this Peircean reflection on psychosis will proceed on two levels» (2000:16) per poi proseguire con «at this level our discussion will move…» e «we will end…» (ibidem), e terminare dopo poche righe con «finally [...] I attempt to look at the semiotic dimension of psychotic thinking» (2000:17). Questa frammentarietà nella scelta del soggetto ricorre di continuo nel testo; è compito del traduttore decidere come comportarsi e a che linea attenersi in fase di traduzione.

7. La strategia traduttiva

Dopo aver letto più volte il testo e averne bene inquadrato contenuto e lettore modello, ho stabilito una linea da seguire in fase di traduzione. Per prima cosa ho deciso di conservare il linguaggio specifico e di tradurre tutti termini con la massima accuratezza. Ho ritenuto necessario rendere il testo il più chiaro e semplice possibile, in modo che il testo, nonostante i contenuti, risultasse comprensibile a una porzione di pubblico più ampia. La mia «dominante» è stata pertanto la valenza scientifica del testo accompagnata alla sua possibile fruibilità. Il saggio presenta numerosi rimandi intertestuali a svariate discipline, con un occhio di riguardo al campo della filosofia. Il lettore mediamente istruito, o comunque specializzato in altre discipline, potrebbe trovare faticosa la lettura del testo e avere spesso l’impressione di non riuscire a coglierne il senso. Per ovviare alla presenza di questo «residuo» è possibile ricorrere a note a piè di pagina o a un qualsiasi apparato metatestuale (volendo, anche all’inserimento di un glossario); ho tuttavia scelto di lasciare inespresso il sottinteso per rispettare la scelta dell’autore. Il “lettore medio”23 italiano si trova pertanto nella stessa condizione del “lettore medio” inglese: entrambi possono decidere se

22

Per «co-testo» si intende la parte di testo che precede o segue l’enunciato in questione.

82

fermarsi a una lettura superficiale del testo o se approfondire autonomamente i concetti in esso contenuti consultando enciclopedie o manuali e ricorrendo magari alla bibliografia inserita dall’autore. Se James Phillips, infatti, avesse deciso di scrivere un testo comprensibile a tutti, allora lui stesso avrebbe inserito note a piè di pagina oppure si sarebbe forse concentrato maggiormente sulla scelta delle parole.

8. I problemi traduttivi

In fase di traduzione mi sono ritrovata a dover affrontare più problemi di quanti ne avessi individuati con la prima lettura del testo. Una prima lettura, sebbene attenta e eseguita con occhio critico, non è mai tanto approfondita quanto l’analisi del testo che si compie quando si traduce, momento in cui ci si scontra con le più diverse difficoltà: dalla scelta dei vocaboli, alla coerenza del testo, dal registro all’impaginazione.

8.1 Capire prima di tradurre

Il primo problema reale avuto confrontandomi con il testo è stato afferrare il contenuto del testo in modo che mi fosse chiaro del tutto. Il saggio concentra in poche pagine concetti di filosofia e psicoanalisi, nonché di semiotica, temi con i quali, purtroppo, non ho molta dimestichezza. Considerate quindi le mie limitate conoscenze sugli argomenti ho ritenuto necessario documentarmi ricorrendo a ogni mezzo di informazione possibile: ho infatti consultato persone esperte in materia nonché siti internet specifici, manuali, enciclopedie e dizionari settoriali. Dopo questa prima fase ho proceduto con la traduzione vera e propria, scontrandomi con i problemi che man mano mi si presentavano.

23

Per «lettore medio» intendo la persona adulta mediamente istruita che fruisce del testo.

83

8.2 Il linguaggio appropriato

Gli elementi del testo che mi hanno creato maggiori difficoltà sono stati forse i termini settoriali legati alla psicoanalisi come, per esempio, i nomi dei vari disturbi mentali e dei vari tipi di psicosi, quali psychotic disorder, bipolar disorder, psychotically depressed, o espressioni come self-representation, libidinal decathexis, e parole ricorrenti nel gergo piscoanalitico come speech, thought, discourse, language, e thinking, e la necessità di distinguerle tra loro ove possibile. In ciascuno di questi casi ho verificato sempre che fonti attendibili attestassero il traducente da me individuato. È il caso dell’espressione – in apparenza molto banale – ideas of reference, da me tradotta come «idee di riferimento». Per avere conferma della mia traduzione ho provato come prima cosa a inserire entrambe le locuzioni – quella inglese e quella italiana – e ho verificato che il mio «idee di riferimento» era stato usato per tradurre ideas of reference nel titolo di un saggio del 1962 intitolato Hallucinations, delusions, and ideas of reference treated with psychotherapy (Allucinazioni, deliri e idee di riferimento trattati con la psicoterapia) e contenuto nell’American Journal of Psychoterapy24. Per essere del tutto sicura di quanto mi accingevo a scrivere ho consultato un dizionario di psicologia25, nel quale, alla voce «idea» si legge la seguente definizione di «idea di riferimento»:

[...] interpretazione di gesti, parole, opinioni, notizie di per sé indifferenti come se contenessero riferimenti al soggetto interpretante. Queste idee non cedono alla critica e all’evidenza, e nei casi di paranoia, hanno un contenuto persecutorio, nei casi di depressione un contenuto colpevolizzante che il soggetto ritiene meritato.

Ho dunque capito che «idee di riferimento» si inseriva perfettamente nel co- testo: l’autore ha infatti utilizzato questa locuzione illustrando il caso di un paziente psicotico che «investe di significatività accresciuta e distorta

24
American Journal of Psychotherapy 16, New York, 1962, ISSN 0002-9564, p. 52-60.

Arieti, S. Hallucinations, delusions, and ideas of reference treated with psychotherapy, in

84

comunicazioni esterne» (2000:21). Phillips prosegue sostenendo che il paziente tratta l’interno come esterno, e l’esterno come interno e che «concentrarsi [...] sull’uso dei segni profondamente confuso di quest’uomo, descrive, da un punto di vista semiotico, quello che la psichiatria generale chiamerebbe inserimento di pensieri e idee di riferimento» (ibidem).

8.2.1 Speech, language, e discourse

Alcune parole ricorrenti nel saggio sono speech, language, e discourse, che, a seconda dell’uso che l’autore ne fa, possono essere tradotte in modo diverso e, pertanto, meritano un approfondimento a parte.
È bene innanzitutto avere presente cosa si intende per «lingua» «linguaggio» e «discorso». Alla voce «lingua» del Dizionario della lingua italiana26 si legge:

parlata, idioma, ant. favella, loquela, talora linguaggio come facoltà umana; più spesso modo di parlare peculiare di una comunità umana, appreso dagli individui (in condizioni normali) fin dai primi mesi di vita, affiancato, per le popolazioni alfabetizzate, da modalità ortografiche e di stile connesse alla pratica dello scrivere e del leggere; nelle innumeri manifestazioni di tale modo di parlare e di scrivere si riconosce la presenza di un vocabolario comune alla generalità dei parlanti della comunità.

La «lingua» è dunque ciò che permette a ogni individuo di comunicare (scrivendo o parlando) con chi appartiene alla sua stessa comunità. E si distingue dal «linguaggio» che, secondo il Dizionario di psicologia27 è un

Insieme di codici che permettono di trasmettere, conservare ed elaborare informazioni tramite segni intersoggettivi in grado di significare altro da sé. Esso, pur essendo dislocato rispetto

25 26 27

Galimberti, U. 1994 De Mauro 2000 Galimberti, U. 1994

85

all’immediatezza sensibile del segno, da questo è richiamato mediante l’atto del denotare e del connotare. [...] il linguaggio umano [...] si evolve nel corso della vita dell’individuo.

Una persona, attraverso il linguaggio, può comunicare anche con persone che non appartengono alla stessa cultura. Si parla infatti anche di «linguaggio del corpo», poiché anche attraverso i gesti si può significare qualcosa a qualcuno. Con «discorso» si intende invece:

esposizione di un pensiero, di un’idea, di una tesi per mezzo della parola28.

In ambito semiotico si ricorre al termine «discorso» quando si desidera mettere in risalto che ci si occupa non del linguaggio inteso come codice, come dizionario, ma come attualizzazione pratica concreta di quel linguaggio. Quindi, così come si può dire «il discorso pronunciato da X in una certa occasione» si può anche dire «il discorso psicotico» sottintendendo che si fa riferimento non a un singolo discorso, ma al modo di attualizzare il linguaggio da parte di uno psicotico. In questo saggio non si usano in modo rigido i termini «discorso» e «linguaggio», perciò, in certi casi, si ricorre a quell’accezione di «linguaggio» che non denota tecnicamente un codice ma, più discorsivamente, si riferisce appunto al modo di esprimersi di un gruppo di persone. Alla luce di queste considerazioni ho deciso di comportarmi liberamente e di scegliere, di volta in volta, che traducente utilizzare per rendere al meglio il concetto espresso dall’autore; «discorso» traduce quindi non solo discourse, ma anche speech e language, speech viene tradotto anche come parola, e language come linguaggio.

28

De Mauro 2000

86

8.2.2 Thing e Object

Desidero soffermarmi inoltre sulle parole thing e object dal momento che più volte mi sono ritrovata a rivedere le mie scelte in proposito. Molto spesso nel testo si parla di cose comuni – sedie, forchette, termometri, eccetera – come di things. Utilizzare la parola «cosa» all’interno di un saggio scientifico di questo tipo, mi sembra uno smacco al registro scelto; avrei infatti preferito ricorrere al quasi corrispondente «oggetto». Tuttavia mi sono dovuta arrendere e ho dovuto utilizzare «cosa» dal momento che «oggetto» in alcune parti del testo avrebbe costituito una fonte di ambiguità. Dal momento che il saggio tratta anche di semiotica, nel testo ricorrono di continuo i termini peirciani «segno», «interpretante», e «oggetto», appunto. Per distinguere dunque quello che è un oggetto comune, dall’oggetto peirciano (il «Secondo» nella triade di Peirce) ho tradotto thing con «cosa». In un punto del testo in particolare questa mia scelta traduttiva ha trovato riscontro, e cioè quando l’autore, parlando di un soggetto schizofrenico, afferma che questi «diventa ben consapevole delle sue parole o dei suoi gesti in quanto parole o gesti» e che dunque le parole o i gesti «rivelano improvvisamente la loro natura di segni – o di cose semiotiche» (2000:19). In presenza dell’aggettivo «semiotico» è impossibile tradurre thing con «oggetto», poiché si verrebbe a creare una grossa ambiguità che avrebbe creato confusione nella mente del lettore.

8.3. Eleganza formale versus aderenza all’originale

Molti critici puntano il dito contro il traduttore e la sua versione attaccandosi al concetto di “fedeltà”. Partendo dal presupposto che non si può parlare di “fedeltà” posso argomentare molte mie scelte traduttive. Come ho già affermato la dominante sulla quale mi sono concentrata maggiormente è stata il rispetto del contenuto e, di conseguenza, di tutti i termini specifici, affinché non risultassero screditati i concetti espressi dall’autore. Ho tuttavia ritenuto importante conferire uniformità al testo, soprattutto per quanto riguarda il registro, in modo che avesse una maggiore dignità; a questo è dovuta la mia

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decisione di non rispettare totalmente il modo di esprimersi dell’autore: così facendo sono intervenuta soltanto su quelle espressioni macchinose o ridondanti che si presentavano. Per tradurre parole come affirmation, statement, sentence, pronounciation, utterance, declaration, che non vanno considerate come parole chiave da conservare rigorosamente, sono ricorsa a traducenti diversi che di volta in volta meglio si adattavano al contesto, intervenendo in certi casi anche sulla sintassi.

Anche nel caso degli aggettivi actual e real, per esempio, non ho scelto a priori un traducente per l’uno e l’altro, ma di volta in volta ho deciso come tradurli; spesso il co-testo mi ha spinta a inserire ripetizioni usando lo stesso traducente per i due aggettivi.

8.4 Le citazioni

Grazie agli OPAC (online public access catalogue) delle varie biblioteche, nonché a quello del Sistema Bibliotecario Nazionale, sono riuscita a recuperare le edizioni italiane delle opere citate nel saggio, e ho potuto così inserire le traduzioni “ufficiali” esistenti. Le citazioni delle opere di Peirce hanno costituito per me la principale difficoltà. In Italia esistono infatti numerose edizioni degli scritti di Peirce, nessuna completa, ed esistono svariati volumi che comprendono una selezione di saggi diversi. Prima di scegliere quale versione inserire nel testo ho passato in rassegna tre volumi29 contenenti i saggi che mi interessavano. Dopo un’attenta analisi ho deciso di tradurre di mio pugno le citazioni riportate nel testo dal momento che in ognuna delle versioni da me esaminate presentava qualche lacuna, seppur minima a volte; lacuna che ho cercato di colmare nel massimo rispetto dell’originale.

29

Peirce, C.S. 1978; 2003; 2005

88

8.4.1 Alcune traduzioni a confronto

Di seguito riporto una tabella con la quale raffronto alcune citazioni tradotte estratte dalle tre edizioni italiane da me reperite in fase di traduzione per mostrare come differiscano tra loro. Le citazioni che riporto sono tratte dal saggio Questions Concerning Certain Faculties Claimed for Man. Per ultima inserisco la mia variante per mostare dove sono intervenuta e cosa ho modificato rispetto alle altre traduzioni, sulla base di questo piccolo estratto è possibile intuire il mio atteggiamento nel tradurre le citazioni delle opere di Peirce.

P = prototesto
M = metatesto
M1 = Scritti di filosofia, a cura di William J. Callaghan M2 = Scritti scelti, a cura di Giovanni Maddalena
M3 = Opere, a cura di Massimo Bonfantini

P

Questions Concerning Certain Faculties Claimed for Man

If we seek the light of external facts, the only cases of thought which we can find are of thought in signs. Plainly, no other thought can be evidenced by external facts. But we have seen that only by external facts can thought be known at all. The only thought, then, which can possibly be cognized is thought in signs. But thought wich cannot be cognized does not exist. All thought, therefore, must necessarily be in signs.

[...]

A child hears it said that the stove is hot. But it is not, he says; and indeed, that central body is not touching it, and only what that thouches is hot or cold. But hetouches it, and finds the testimony confirmed in a striking way. Thus, he becomes aware of ignorance, and it is necessary to suppose a self in which this ignorance can inhere. So testimony gives the first dawning of self-consciousness.

89

M1

Questioni concernenti certe pretese facoltà umane

Se cerchiamo la luce dei fatti esterni, i soli casi di pensiero che possiamo reperire sono casi di pensiero in segni. Ovviamente, nessun altro pensiero può essere evidenziato da fatti esterni. Ma abbiamo visto che si può conoscere il pensiero solo da fatti esterni. Allora il solo pensiero che sia assolutamente possibile conoscere è pensiero in segni. Ma il pensiero che non può essere conosciuto non esiste. Ogni pensiero perciò deve necessariamente essere pensiero in segni.

[...]

Un bambino ode dire che il fornello è caldo. Ma non lo è, egli dice; e, in verità, quel corpo centrale non lo sta toccando e solo ciò che quello tocca è caldo o freddo. Egli lo tocca, però, e trova confermata in maniera essenziale la testimonianza. In questo modo egli diviene consapevole dell’ignoranza, ed è necessario suppore un io a cui questo non sapere possa inerire. La testimonianza produce così il primo inizio dell’autocoscienza.

M2

Questioni riguardo a certe pretese capacità umane

Se guardiamo ai fatti esteriori, i soli casi di pensiero che possiamo rinvenire sono di pensieri in forma di segni. È chiaro chei fatti esteriori non mettono in luce alcun altro pensiero. Ma abbiamo visto che ilpensiero può essre conosciuto solo ed esclusivamente per fatti esteriori. Il solo pensiero, allora, che può essere conosciuto è il pensiero attraverso i segni. Ma il pensiero che non può essre conosciuto non esiste, quindi tutto il pensiero deve necessariamente essere per segni.

[...]

Un bambino sente dire che la stufa è calda. Non è vero, egli dice; in effetti, il corpo centrale non la sta toccando e solo ciò che esso tocca può essere caldo o freddo. Allora egli la tocca e scopre che la testimonianza viene dolorosamente confermata. Così diventa consapevole dell’ignoranza ed è necessario supporre un io al quale questa ignoranza possa inerire. In questo modo la testimonianza è all’origine dell’autocoscienza.

90

M3

Questioni concernenti certe pretese facoltà umane

Se ci basiamo sui fatti esterni, i soli casi di pensiero che possiamo trovare sono quelli di pensiero in segni. È chiaro che nessun altro pensiero può essere evidenziato da fatti esterni. Ma abbiamo visto che il pensiero si può conoscere solamente attraverso i fatti esterni. Dunque, il solo pensiero che è possibile conoscere è, senza eccezione, il pensiero in segni. Ma il pensiero che non può essere conosciuto non esiste. Perciò ogni pensiero deve necessariamente essere pensiero in segni.

[...]

Un bimbo sente dire che la stufa è calda. Ma non è vero, egli dice; e, infatti, quell’altro corpo centrale che gli sta parlando non la sta toccando, e solo ciò che si tocca è caldo o freddo. Allora il bambino la tocca, e scopre che la testimonianza è dolorosamente confermata. Così, diventa consapevole dell’ignoranza, ed è necessario supporre un io cui questa ignoranza possa inerire. In tal modo la testimonianza comporta il primo avvio dell’autocoscienza.

M4

Se cerchiamo la luce dei fatti esterni, i soli casi di pensiero che possiamo individuare sono casi di pensiero in segni. È evidente che nessun altro pensiero può essere evidenziato da fatti esterni. Ma abbiamo visto che è possibile comprendere il pensiero soltanto attraverso fatti esterni. Dunque, il solo pensiero che può forse essere conosciuto è il pensiero in segni. Ma il pensiero che non può essere conosciuto non esiste. Ogni pensiero deve pertanto essere necessariamente in segni

[...]

Un bambino sente dire che la stufa è calda. Ma non è vero, dice; e, infatti, quel corpo centrale non la sta toccando, e soltanto ciò che si tocca è caldo o freddo. Tuttavia lo tocca e trova confermata la testimonianza in modo sorprendente. [Il bambino] diviene così consapevole dell’ignoranza, ed è necessario supporre un sé a cui questa ignoranza possa inerire. La testimonianza pone le basi della coscienza di sé.

91

Risulta evidente come la prima traduzione (M1), nonché la più datata, sia molto aderente all’originale, spesso a tal punto da rendere difficoltosa la lettura. Le altre due traduzioni (M2 e M3), più recenti, sono invece più scorrevoli; tuttavia M2 sembra essere molto più appropriante e meno aderente all’originale. M3, nonostante sia la traduzione migliore tra le tre da me individuate, presenta alcune lacune (seppur minime) che ho cercato di integrare al meglio proponendo una mia traduzione (M4).

9. Interventi redazionali

Una volta ultimata la traduzione non ho ritenuto concluso il mio lavoro; mi sono infatti preoccupata di intervenire su alcuni aspetti, spesso considerati secondari, che fanno la differenza.
Il primo impatto che si ha con un prodotto è sempre un impatto visivo; è pertanto significativo intervenire sull’aspetto “estetico” del testo e assicurarsi che sia mantenuta una certa coerenza nell’aspetto formale. Per quanto riguarda questo saggio sono dovuta intervenire principalmente laddove l’autore aveva inserito citazioni. È infatti consuetudine diffusa lasciare inserite nel testo in corpo normale le citazioni corte; per quanto riguarda invece le citazioni più lunghe è buona riportare il testo in corpo minore, con un margine più ampio, e in modo che sia ben distaccato dal testo che precede la citazione e da quello che la segue. Da questo punto di vista risulta evidente come Peircean Reflections on Psychotic Discourse non sia stato rivisto accuratamente prima di essere dato alle stampe; le citazioni lunghe risultano inserite nel testo senza coerenza: a volte sono riportate in corpo minore e ben distaccate dal resto del testo, altre volte, invece, sono state lasciate inserite nel testo in corpo normale. A tale proposito si veda, per esempio, la citazione dell’opera di Maurice Merleau-Ponty (Phillips 2000:18)

Sempre a proposito delle citazioni riportate, i riferimenti di anno e pagina, che rimandano alla fonte da cui la citazione è tratta, nel testo originale sono inseriti

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a volte in parentesi tonde e altre volte in parentesi quadre. Anche in questo caso ho optato per una soluzione omogenea, scegliendo la formula: (anno:pagina).
La mancanza di cura dell’aspetto redazionale è palese anche nel caso dei riferimenti bibliografici: spesso sono riportati secondo criteri diversi; a volte, per esempio, il nome dell’autore è trascritto per intero, altre volte viene segnata soltanto l’iniziale. Sono intervenuta quindi non solo inserendo il testo di riferimento italiano, ma anche sulla trascrizione delle fonti originali.

9.1 Le citazioni di Peirce

Nel testo di Phillips sono presenti numerose citazioni di Peirce, spesso non tratte dalla fonte primaria, bensì da altre fonti in cui sono state riportate le parole di Peirce. Ho deciso di inserire in nota a piè di pagina il testo originale e di inserire, come riferimento, il numero del paragrafo da cui sono state tratte le citazioni, in modo da agevolare il lettore che avesse intenzione di approfondire la lettura nei Collected Papers. In fase di traduzione ho però avuto un piccolo intoppo nel momento in cui l’autore ha inserito una citazione di Peirce riportata all’interno di un altro volume (in Phillips 2000:32):

In its genuine form, Third is the triadic relation existing between a sign, its object, and the interpreting thought, itself a sign, considered as constituting the mode of being of a sign. A sign mediates between the interpretant sign and its object.

In realtà, Peirce, nei Collected Papers, non ha usato la parola Third, bensì Thirdness; ho dunque deciso di correggere la citazione e segnalare il mio intervento ricorrendo a una nota a piè di pagina.

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9.2 Un’ulteriore precisazione

Ho deciso di inserire in nota (per le citazioni di Peirce, Eliot, e Stevenson) il testo inglese di riferimento nonostante in questa tesi sia previsto il testo a fronte. Questa mia decisione è stata dettata dal fatto che il testo a fronte è inserito in questa tesi per fini meramente didattici. In una situazione professionale, in cui viene esclusa l’ipotesi di un testo a fronte, mi sarei comportata in questo modo; alla luce di questa riflessione ho agito di conseguenza.

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Riferimenti bibliografici

Burness E. Moore, Bernard D. Fine. (a cura di), Dizionario di psicoanalisi, trad. di Bruno Osimo e Lucia Portella, Milano, Sperling & Kupfer, 1993, ISBN 88-200-1549-8.

De Mauro, Tullio (a cura di). Il dizionario della lingua italiana, Milano, Paravia, Bruno Mondadori Editori, 2000, ISBN 88-203-5023-2.

Galimberti, Umberto. (a cura di). Dizionario di psicologia, Torino, UTET, 1994 (1992), ISBN 88-02-04613-4.

Osimo, Bruno. Manuale del traduttore, Milano, Hoepli, 2004, ISBN 88-203- 3269-8.

Osimo, Bruno. Propedeutica della traduzione, Milano, Hoepli, 2005 (2001), ISBN 88-203-2935-2.

Osimo, Bruno. La traduzione saggistica dall’inglese, Milano, Hoepli, 2007, ISBN 88-203-3741-X.

Osimo, Bruno (a cura di). Corso di traduzione [online], [Modena] Logos, 2000- 2004 Disponibile dal world wide web: http://www.logos.it/pls/dictionary/linguistic_resources.traduzione?lang=it [ultima consultazione: 25 maggio 2008].

Peirce, Charles Sanders. The Collected Papers of Charles Sanders Peirce, vol. 1-6 a cura di Charles Hartshorne and Paul Weiss, vol. 7-8 a cura di Arthur W. Burks, Cambridge (Massachusetts), Harvard University Press, 1931-1935, 1958.

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Peirce, Charles Sanders. Scritti di filosofia, a cura di William J. Callaghan, Bologna, Cappelli editore, 1978.

Peirce, Charles Sanders. Scritti scelti, a cura di Giovanni Maddalena, Torino, UTET, 2005, ISBN 88-02-06072-X.

Peirce, Charles Sanders. Opere, a cura di Massimo Bonfantini, Milano, Bompiani, 2003, ISBN 88-452-9216-9.

Phillips, James. Peircean Reflections on Psychotic Discourse, in Peirce, Semiotics, and Psychoanalysis, Baltimore and London, The Johns Hopkins University Press, 2000, a cura di John Muller e Joseph Brent, ISBN 0-8018-6288-4, p. 16-36.

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