La valeur ajoutée de
l’interculturel dans la traduction
Singularités balkaniques
ANNAMARIA XHULI
Scuole Civiche di Milano
Fondazione di partecipazione
Dipartimento Lingue
Scuola Superiore per Mediatori Linguistici
via Alex Visconti, 18 20151 MILANO
Relatore: professor Bruno Osimo
Correlatore: professoressa Livia Zannini Fresco
Diploma in Scienze della Mediazione Linguistica
Marzo 2009
© Mirela Kumbaro Furxhi 2007
© Annamaria Xhuli per l’edizione italiana 2009
Abstract in italiano Questa tesi si basa sulla traduzione di una parte del saggio della professoressa Mirela Kumbaro La valeur ajoutée de l’interculturel dans la traduction. Singularités balkaniques. Le specificità in analisi riguardano un codice culturale poco conosciuto, come quello dell’Albania durante la dittatura comunista. L’interculturalità rappresenta un valore aggiunto soprattutto quando si parla di tradurre opere che, per il contesto in cui sono nate e per il modo in cui sono state concepite, si prestano a una lettura doppia. La prefazione contempla oltre all’analisi traduttologica, anche elementi storici e legati all’universo letterario di Ismail Kadare. English abstract This thesis is based on the translation of part of professor Mirela Kumbaro’s essay La valeur ajoutée de l’interculturel dans la traduction. Singularités balkaniques. The different traits examined are specific to a cultural code which is not well-known, the communist dictatorship in Albania. The intercultural aspect represents an added value, especially for the translation of such works which, for their creation in a defined context and for the way in which they were conceived, provide a double reading. Besides the translation analysis, the prologue also considers aspects related to history and to Ismail Kadare’s literary world. Résumé en français Ce mémoire se base sur la traduction d’une partie de l’essai du professeur Mirela Kumbaro La valeur ajoutée de l’interculturel dans la traduction. Singularités balkaniques. Les spécificités examinées concernent un code culturel peu connu, celui de l’Albanie pendant la dictature communiste. L’interculturel représente une valeur ajoutée surtout quand il s’agit de traduire des œuvres qui, par le contexte qui les a vu naitre et la façon dont elles ont été conçues, se prêtent à une double lecture. La préface ne se limite pas à l’analyse de la traduction, mais examine également les aspects historiques et les aspects liés à l’univers littéraires de Ismail Kadare.
Sommario
1. Prefazione ............................................................ 5
1.1 Riflessioni di carattere storico e letterario ................... 5
1.2 Considerazioni e analisi traduttologica ........................ 7
1.3 Riferimenti bibliografici ..................................10
2. Traduzione con testo a fronte ...........................12
2.1 Sopravvivere al comunismo ........................................ 13
2.2 Il “caso” Kadare ........................................................... 19
2.3 Dalla cultura chiusa alla cultura aperta ...................... 35
2.4 Il traduttore ................................................................. 37
2.5 Riferimenti bibliografici..................................45
1.1 Riflessioni di carattere storico e letterario In un’Europa sempre più unita e al contempo diversificata, l’interculturalità è diventata sempre più onnipresente. Nonostante l’anzianità e la misura ridotta del nostro continente, è in realtà vastissimo e sempre nuovo per il numero di culture che lo popolano e per la sua Storia sempre in evoluzione; paesi vicinissimi e lontanissimi allo stesso tempo parlano lingue diverse e posseggono culture altrettanto diverse. In tutto questo la traduzione acquista un valore aggiunto, proprio quello dell’interculturalità. Per quanto riguarda l’Albania, questo valore ha dovuto attendere a lungo prima di essere veicolato attraverso la traduzione degli scrittori più importanti, a causa del lungo e silente isolamento del paese iniziato con la dittatura nazional-comunista di Enver Hoxha nel 1946. Un piccolo paese, vittima non soltanto del suo dittatore, ma vittima della Storia che gli ha riservato secoli interi di vessazioni straniere. Una parentesi storica e linguistica diventa necessaria per capire quali siano le singolarità balcaniche che definiscono l’interculturalità nella traduzione come valore aggiunto. La terra dove oggi si trova l’Albania è stata popolata fin dall’antichità dagli Illiri, da cui deriva anche la lingua albanese, una lingua appartenente alla famiglia indoeuropea, unica sopravvissuta del gruppo illirico. La documentazione esistente non permette di avere teorie certe a questo proposito ma il fatto che non esiste una fonte storica che testimoni l’arrivo degli albanesi in questa terra riconduce alla loro autoctonia. Dall’epoca degli Illiri in poi, l’Albania ha sempre dovuto far fronte alle invasioni, a partire da quella romana fino a quella più lunga dell’Impero ottomano dal 1479, fino all’indipendenza nel 1912. Sicuramente questo mezzo secolo di dominazione turca non poteva non lasciare segni indelebili nella cultura albanese. Il periodo che segue viene caratterizzato da quella che viene chiamata «rinascita albanese», periodo dai tratti democratici e antifeudali ispirati dall’illuminismo europeo. Si installa il regime monarchico del Re Zog, rovesciato dall’occupazione italiana nel 1939 che proclamò Vittorio Emanuele «Re d’Italia e d’Albania» e successivamente da quella tedesca. Per contrastare il fascismo e il nazismo nasce la resistenza partigiana formata principalmente dai membri del Partito comunista di Enver Hoxha che riuscì a prendere il controllo del paese nel 1946 e a instaurare un regime totalitario comunista che si protrasse fino al 1990.
Il regime di Enver Hoxha si stabilì in un periodo di grave arretratezza economica e sociale per l’Albania. Inizialmente la dittatura albanese è di stampo stalinista, ma quando Hruščёv denuncia i crimini di Stalin, Hoxha decide di isolare completamente l’Albania dal resto dell’Europa e di allacciare rapporti con la Repubblica popolare cinese di Mao-Zedong. Dichiarò trionfalmente che la nazione era il primo paese dove l'ateismo di Stato era scritto nella Costituzione; fu proibito dare nomi religiosi ai figli. Coloro che fecero circolare Corani, Bibbie, icone o altri oggetti religiosi furono condannati a lunghi periodi di prigione, lo stato dei diritti umani in Albania era cupo. Il regime impediva e denigrava la libertà di parola, di religione, di stampa e di associazione, sebbene la costituzione del 1976 pretendesse di garantire ognuno di questi diritti. Le clausole della Costituzione riguardanti le varie libertà furono presto tolte perché il regime riteneva che l'esercizio di queste avrebbe comportato mancanza di stabilità e ordine. In aggiunta, il regime cercò di impedire alla popolazione l'accesso a fonti d’informazione che non fossero controllate dal governo. La letteratura permessa da Enver Hoxha doveva essere conforme alla realtà comunista e ai princìpi del realismo socialista, ovvero una letteratura diretta dal Partito comunista da cui emergessero la condanna del mondo capitalista, l’eroe del lavoro, e vari aspetti della rivoluzione. Furono bandite le opere di grandi scrittori europei del Novecento. Gli scrittori dissidenti vennero imprigionati, mandati in campi di isolamento o addirittura uccisi anche soltanto per aver scritto nelle loro poesie che le nuvole erano tristi: per un nulla.
Ismail Kadare è uno dei più grandi scrittori della letteratura albanese contemporanea; ma è anche uno dei nomi più importanti della letteratura a livello internazionale. La critica francese, tedesca, spagnola, inglese e italiana l’ha definito uno scrittore d’importanza mondiale, lo scrittore più produttivo dei nostri tempi; mentre la critica statunitense lo considera un gigante della letteratura europea moderna. È stato candidato più volte al premio Nobel. Nel mondo, Kadare è oggi l’ambasciatore culturale e spirituale degli Albanesi. La sua opera è molto ricca ed è composta di poesie, canti, novelle, romanzi, studi letterari e folclorici, diari. Kadare è stato capace di denunciare la tragedia del totalitarismo tramite le sue opere senza essere mai tacciato di dissidenza dalla dittatura. La leggenda e il mito hanno permesso a Kadare di staccarsi dalla realtà albanese della letteratura diretta dallo Stato, come in Chi ha riportato Dorutina? come anche di ricorrere ai miti greci nella Figlia di Agamennone. I suoi romanzi sono considerati grandi allegorie capaci di sfuggire a tutti i princìpi imposti grazie a quella che lui stesso chiama
«oggettività omerica». La neutralità dello scrittore ha salvato le sue opere dalla distruzione e la sua grandezza le ha portate oggi nel mondo tradotte in più di sessanta lingue. In queste opere dove storia, miti, leggende, allegorie si mescolano tra loro e aleggia l’esotismo di una cultura balcanica lontana dall’Italia di oggigiorno, la traduzione si carica d’interculturalità. Rendere accessibile la lettura interlineare amplifica maggiormente il prisma di ricezione mettendo in discussione il concetto di «intraducibilità». 1.2 Considerazioni e analisi traduttologica La traduzione di una parte del saggio della traduttrice albanese Mirela Kumbaro La valeur ajoutée de l’interculturel dans la traduction – singularités balkaniques ha richiesto non soltanto una ricerca di approfondimento storico, letterario e linguistico sulle varie opere e autori ma anche la comprensione e la giusta interpretazione di una mentalità, di una scuola di pensiero che fa riferimento a tutta una serie di contenuti. Nonostante la scrittrice di questo saggio sia albanese, il francese in cui scrive è molto chiaro e scorrevole. Dopo aver concluso i suoi studi all’ESIT di Parigi, Mirela Kumbaro è oggi traduttrice e interprete, e professoressa presso Universiteti i Tiranës. Collabora con la Fondazione Scuole Civiche di Milano per un progetto relativo all’Università di Prishtina in Kosovo.
L’analisi traduttologica ha portato a varie riflessioni di carattere culturale, linguistico ma anche politico e sociale per capire fino in fondo lo scopo e il vero significato di elementi linguistici (che citerò in seguito) usati in un contesto ben preciso. I problemi traduttivi hanno riguardato soprattutto il dover tradurre espressioni in maniera più chiara possibile per cercare in qualche modo di rendere accessibili anche gli impliciti relativi a un codice culturale relativamente poco conosciuto. Infatti, sono stata spesso condotta a confronti triplici, come per la figura del ponte e della persona murata viva in Andrić, Kadare e nel canzoniere epico albanese, traendo dalle tre versioni un significato simbolico diverso a seconda dell’uso di queste due metafore. Come anche il dover “omogeneizzare” le citazioni di Kadare, del traduttore Vrioni e della scrittrice del saggio per cogliere infine un unico pensiero ed esprimerlo senza deformarne l’intenzione. Il lettore modello di questo saggio coincide con lettori che hanno familiarità con alcuni concetti base della traduzione ma, soprattutto, lettori modello che già conoscono, anche solo superficialmente, lo scrittore albanese Kadare e il periodo comunista in Albania, quindi che condividono lo stesso codice culturale dell’autrice. Quando parlo di «alcuni concetti
base di traduzione» mi riferisco a strategie sintattiche e grammaticali nella trasposizione dei testi in cui il concetto a cui si riferisce la frase «non si sente che è tradotto» risulta evidente e superato. Il residuo traduttivo per un lettore di formazione occidentale, in questo caso italiano, deriva non tanto dalla difficoltà di cogliere i problemi riguardanti la strategia traduttiva o la traduzione dal punto di vista della scrittrice, quanto dalla difficoltà di comprendere esempi distanti dal suo mondo che richiedono approfondimenti a parte (visto che non esiste un paratesto). Tutto ciò, da un punto di vista più generale, mentre più nei dettagli le espressioni che hanno costretto a una particolare attenzione e una particolare strategia traduttiva sono state:
1.3 Riferimenti bibliografici
Del Giudice, Piero. (2004). «Il mondo sotto assedio».
Trepca, disponibile in internet all’indirizzo www.trepca.net,
consultato a marzo 2009.
Elsie, Robert. (1997). «Histori e Letërsisë Shqiptare». Elsie,
disponibile in internet all’indirizzo www.elsie.de, consultato a
marzo 2009.
Gambaro, Fabio. (2007). «L’Albania era un incubo». La
Repubblica, disponibile in internet all’indirizzo
www.repubblica.it, consultato a marzo 2009.
Kadare, Ismail. (1989). Chi ha riportato Dorutina?, Milano:
Longanesi.
Kadare, Ismail. (2007). La figlia di Agamennone, Milano:
Longanesi.
Osimo, Bruno (2004). Manuale del traduttore, Milano:
Hoepli.
Osimo, Bruno (2004). Traduzione e qualità: la valutazione in
ambito accademico e professionale, Milano: Hoepli. Shuteriqi, Dhimiter e Bala, V. e Brahim, R. e Kodra, K. e Xhiku, A. e Fullani, Dh. e Çollaku, Sh. a cura di (1983). Historia e Letërsisë Shqiptare [Storia della letteratura albanese], Tiranë: Akademia e Shkencave, Instituti i Gjuhësisë dhe Letërsisë.
2. Traduzione con testo a fronte
Il valore aggiunto dell’interculturalità nella traduzione Singolarità balcaniche di Mirela Kumbaro Furxhi (Universiteti i Tiranës) 2.1 Sopravvivere al comunismo L’Albania è il mio paese, paese balcanico, come gli altri paesi balcanici, anch’esso paese ex-comunista, come molti altri paesi ex-comunisti, in cui però la dittatura è stata più lunga e difficile che in qualsiasi altro. Fino al dicembre del 1990, quindi ancora un anno dopo la caduta del muro di Berlino, l’Albania era uno stato puramente staliniano. La sopravvivenza di questa dittatura, una delle più feroci, si spiega con motivi propri, sia albanesi che internazionali, motivi che non possono essere oggetto di questo intervento. Quello che invece mi sembra importante è spiegarne le conseguenze. Lungi da me tenervi un corso di storia, ma permettetemi di raccontarvi un aneddoto non della grande storia d’Albania, ma un amaro episodio che preferisco non dimenticare: Verso la fine degli anni Settanta, il regime comunista ha iniziato il processo di annientamento definitivo della proprietà privata in Albania. Anche il contadino albanese è diventato un vero proletario. Non aveva più il diritto di mantenere, per i bisogni della propria famiglia, né mucche, né agnelli né maiali. Sono stati immediatamente introdotti nel codice penale gli articoli necessari per punire tutti gli oppositori. Nonostante tutto, al momento della caduta del regime si venne a sapere che alcuni contadini non vi si erano assoggettati. Si racconta che per anni, alcuni di loro nascondessero la loro mucca nella casamatta del paese, nutrendola e mungendola nella totale oscurità. Quando finalmente, la si fece uscire, dopo la caduta della dittatura, la povera bestia era diventata cieca.
La valeur ajoutée de l’interculturel dans la traduction Singularités balkaniques de Mirela Kumbaro Furxhi (Universiteti i Tiranës) 2.1 Survivre au communisme L’Albanie est mon pays, pays balkanique, comme les autres pays balkaniques, pays ex-communiste également, comme beaucoup d’autres pays ex-communistes, mais où la dictature a été plus longue et plus difficile que nulle part ailleurs. Jusqu’en décembre 1990, donc un an encore après la chute du Mur de Berlin, l’Albanie était toujours un pur Etat stalinien. La survivance de cette dictature, une des plus sauvages s’explique par ses propres motifs, albanais et internationaux à la fois, qui ne pourraient faire objet de cet article. En revanche, il me paraît important d’en expliquer les conséquences, ne serait-ce qu’en racontant un extrait de la petite histoire de l’Albanie, épisode amer mais que je préfère ne pas oublier: Vers la fin des années soixante-dix, le régime communiste a entrepris le processus de l’anéantissement définitif de la propriété privée en Albanie. Aussi le paysan albanais est-il devenu un vrai prolétaire. Il n’avait plus le droit de maintenir, pour les besoins de sa famille, ni vache, ni brebis, ni cochon. On a aussitôt introduit dans le code pénal les articles nécessaires pour punir tous ceux qui s’y opposaient. Malgré tout, en 1990, au moment de la chute du régime on apprenait que quelques paysans ne s’y étaient pas soumis. On raconte que certains avaient caché leur vache dans la casemate du village pendant des années, la nourrissant et la trayant dans l’obscurité totale. Et lorsque finalement, on l’a sortie de là, après la chute de la dictature la pauvre bête était devenue aveugle.
Credo che all’epoca non si fosse abbastanza attenti da riconoscervi la metafora drammatica di una società che usciva da mezzo secolo di schiavitù. Nessuno di quelli che vivevano come noi nel paese si rendeva conto delle difficoltà che li aspettava. Come modesto testimone senza pretese della Storia albanese (con la S maiuscola) posso dirvi con certezza che all’inizio e anche dopo il nostro concetto di «libertà» era estremamente semplicistico e ingenuo. In un regime dittatoriale, la cultura, le lettere, l’arte sono rinchiusi nella “casamatta” della censura. Il comunismo ha saputo ricuperare la rivolta antiborghese degli intellettuali e degli artisti. Il passaggio dall’arte impegnata all’arte diretta è stato piuttosto facile e più d’un artista si è sentito protetto in uno stato che pretende di sottrarre l’arte e la produzione culturale alle leggi del mercato, imponendo all’artista un capitolato d’oneri ideologico – e che ci riesce. Tornando un po’ indietro, possiamo osservare che il sistema aveva creato uno spazio di relativa libertà strettamente sorvegliato, una libertà dominata dal potere. Se sotto la dittatura ci sono stati spazi di sopravvivenza intellettuale, è dovuto anche al fatto che, in un modo o nell’altro, gli intellettuali si erano adattati alle condizioni della dittatura. Infatti la letteratura è un potente mezzo di propaganda per il regime totalitario. In Se una notte d’inverno un viaggiatore Italo Calvino si riferisce proprio a questo quando afferma: «Quale dato permette di distinguere le nazioni in cui la letteratura gode d'una vera considerazione, meglio delle somme stanziate per controllarla e reprimerla?» (Calvino 2000:200). L’epoca in cui i testi stranieri erano tagliati, censurati, addirittura deformati in funzione dell’ideologia della dittatura non è molto lontana, e il traduttore era lo schiavo che, per sopravvivere, doveva tradurre deformando il testo, l’autore originale, ma anche il suo spirito. Qualsiasi forma di sopravvivenza ha un prezzo ma è difficile valutarlo. Per sfuggire alla realtà si sceglieva l’esilio interiore. Parlando di esiliarsi interiormente, nel suo libro La mente prigioniera lo scrittore polacco Czeslaw Milosz spiega che questo esilio rischiava di essere una tappa verso la duplicità, verso un duplice linguaggio e una duplice vita. Nell’ultima intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica in occasione della pubblicazione in Italia del suo libro L’aquila, Ismail Kadare afferma: «È molto più difficile scrivere liberamente che fare qualche pubblica dichiarazione per conquistarsi la patente di dissidente».
Je crois que l’on n’était pas assez attentif à l’époque pour y reconnaître la métaphore dramatique d’une société qui sortait d’un demi-siècle de servitude. Aucun de nous, qui vivions à l’intérieur, ne se rendait compte des difficultés qui nous attendaient. En tant que témoin, en toute modestie, de l’Histoire albanaise, je peux certainement vous dire qu’à ces débuts et même après, notre image de la liberté était extrêmement simpliste et naïve. Dans un régime dictatorial, la culture, les lettres, l’art, sont enfermés dans la casemate de la censure. Le communisme a su récupérer la révolte antibourgeoise des intellectuels et des artistes; le passage a été plutôt facile de l’art engagé à l’art dirigé et plus d’un créateur s’est senti protégé dans un Etat qui prétend – et qui y arrive – soustraire l’art et la production culturelle aux lois du marché en imposant à l’artiste un cahier des charges idéologiques. Avec un peu de recul, nous pouvons observer que le système avait créé un espace de relative liberté étroitement surveillée, une liberté maîtrisée par le pouvoir. S’il y a eu des espaces de survie intellectuelle sous la dictature, c’est aussi parce que, d’une façon ou d’une autre, les intellectuels s’étaient adaptés aux conditions de la dictature, car la littérature est un puissant moyen de propagande pour le régime totalitaire. Italo Calvino, (dans Si par une nuit d’hiver un voyageur), ne dit pas autre chose lorsqu’il affirme : «on peut mesurer l’importance qu’une société accorde à sa littérature aux moyens qu’elle emploie pour la réprimer». L'époque n'est pas si lointaine où les textes étrangers étaient coupés, censurés, voire déformés en fonction de l’idéologie de la dictature, et le traducteur était l’esclave qui, pour survivre, devait traduire en déformant le texte, l’auteur original, mais également l’esprit. Toute survivance a un prix dont il est difficile d’en estimer le coût. Pour échapper à la réalité on s’exilait intérieurement. En parlant de l’exil intérieur, dans La pensée captive, l’écrivain polonais Czeslaw Milosz montrait que cet exil risquait d’être une étape vers la duplicité, vers le double langage et la double vie. Dans son entretien dans le quotidien italien La Repubblica, à l’occasion de la publication de son livre L’aigle en Italie, Kadaré dit : «Il est beaucoup plus difficile d’écrire librement que de faire quelque déclaration pour obtenir le certificat de la dissidence».
Sotto la dittatura, la letteratura doveva quindi conformarsi a un codice preciso atteso dal lettore. Questa “competenza arcitestuale” o generica (secondo la terminologia di Gérard Genette), cioè la conoscenza delle convenzioni e degli stereotipi, non poteva essere estranea a nessuno, tanto era ribadita a scuola e nei dibattiti. Per uno scrittore, non sottomettervisi equivaleva in sé a esprimere un messaggio contestatario. Così nacque il linguaggio sdoppiato insito la cultura comunista. “Leggere fra le righe” era una pratica che non sarebbe stata in grado di sfociare in una vera e propria apertura, in quanto la lettura “interlineare” è in effetti un privilegio riservato a una minoranza. Il linguaggio sdoppiato sottintende naturalmente una lettura doppia che mette in gioco una conoscenza e un intuito molto legati a un certo periodo storico, in concreto, quello della dittatura di Hoxha, l’ex dittatore dell’Albania. La lettura delle opere di Kadare ne è la prova. D’altronde è stato l’unico che, grazie al suo eccezionale talento e a mezzi sufficientemente ingegnosi, è riuscito a sfuggire alle dure ingiunzioni del realismo socialista e alla fraseologia ideologica in uso sotto il regime comunista. Nella stessa intervista già citata Kadare afferma: «Tra la dittatura e la letteratura si svolge sempre una battaglia feroce, dove non è detto che la seconda sia inevitabilmente la vittima. La letteratura sa essere crudele, sa infliggere ferite profonde e alla fine è anche capace di vincere». Eppure trasgredire ogni limite, attaccare apertamente il sistema esistente negli altri paesi ex-comunisti conduceva al silenzio, all’esclusione, alla dissidenza ma in Albania portava unicamente alla morte. Durante la cerimonia d’assegnazione del premio Man Booker International nel 2005 il nostro grande scrittore Kadare diceva a questo proposito: A uno scrittore non è facile rendersi conto che sta vivendo all’interno di un regime di morte. Sotto i regimi totalitari, la letteratura e le altre forme d’arte hanno dovuto affrontare prove di una crudeltà senza precedenti. Abbiamo visto condanne di scrittori in tutte le epoche abbiamo conosciuto la censura, la prigionia, la deportazione, l’esilio. Tuttavia il regime di cui parlo non si è accontentato di vietare la circolazione delle opere più celebri, quelle che chiamiamo le “cattedrali” della creazione artistica […] Ha cercato in tutte le maniere di distruggere il materiale stesso con il quale queste cattedrali erano costruite. Lo stalinismo ha, in un certo modo, raggiunto il suo obiettivo […] Eravamo rimasti solo una piccola minoranza in un deserto senza limiti e senza speranze che portava il nome di «realismo socialista» (Kadare 2005).
Sous la dictature, la littérature devait donc se conformer à un code précis auquel le lecteur s’attendait. Cette «compétence architextuelle» (selon les termes de Gérard Genette), qui est la connaissance des conventions et des stéréotypes, ne pouvait échapper à personne tant l’école et les discours officiels les ressassaient. Pour un écrivain, ne pas s’y soumettre équivalait à émettre, en soi, un message contestataire. D’où l’épanouissement du double langage qui était inhérent à la culture communiste et lire entre les lignes était une pratique qui ne saurait déboucher sur une véritable ouverture, car la lecture interlinéaire est en fait un privilège réservé à une minorité. Le double langage sous-entend naturellement une double lecture laquelle met en jeu un savoir et des intuitions très liés à une période historique donnée, concrètement celle de la dictature d’Hoxha, l’ex-dictateur de l’Albanie. La lecture que nous avons faite des œuvres de Kadaré en est la preuve. Il est le seul d’ailleurs qui, grâce à son talent exceptionnel et par des biais suffisamment subtils, a réussi à échapper aux rudes injonctions du réalisme socialiste et à la phraséologie idéologique d’usage sous le régime communiste. Dans le même entretien que j’ai cité précédemment, Kadaré dit : « Entre la dictature et la littérature un combat féroce se livre toujours et ce n’est pas obligatoirement la deuxième qui est la victime. La littérature sait être cruelle, sait infliger des blessures profondes et enfin elle est même capable de gagner ». Et pourtant, transgresser les limites, s’attaquer ouvertement au système, conduisait au silence, à l’exclusion, à la dissidence dans d’autres pays ex-communiste, mais en Albanie cela conduisait simplement à la mort. Toujours notre grand Kadaré lors de la cérémonie du décernement du prix ManBooker International 2005, disait à ce propos : Il n'est pas facile, pour celui qui écrit, de se sentir vivre au milieu d'un régime de mort. Sous les régimes totalitaires, la littérature et les autres arts ont été confrontés à une épreuve d'une cruauté jamais vue dans l'histoire du monde. À toutes les époques on a connu des condamnations d'écrivains, on a connu des censures, des geôles, des déportations, des exils. Mais celui dont je parle ne s'est pas contenté d'interdire la circulation des œuvres les plus célèbres, de celles qu'on appelle les «cathédrales» de la création artistique… il s'est évertué à détruire le matériau même avec lequel on édifiait ces cathédrales. D'une certaine façon, le stalinisme est parvenu à ses fins… Nous n'étions plus qu'une petite minorité dans ce désert sans bornes et sans espoir qui avait le nom Réalisme socialiste (Kadare 2005).
2.2 Il “caso” Kadare Malgrado e contro tutto, Kadare, l’esempio vivente del grande scrittore è una gioia per i lettori e un motivo di orgoglio per gli albanesi. Durante la cerimonia del premio ManBooker International, parla della traduzione delle sue opere nel resto del mondo e afferma:
All’estero, lo scrittore ha avuto un enorme successo soprattutto in Francia. Ciò è dovuto anche al grande traduttore albanese Vrioni, uno degli ultimi tra i grandi. Credo fermamente che questo traduttore possa essere giustamente considerato un grande lettore, capace di realizzare e interpretare la lettura doppia rendendola accessibile in francese, lingua della sua giovinezza e della sua istruzione, e in Francia, paese che conosceva molto bene per passato i migliori anni della sua vita. E anche perché Vrioni condivideva con l’autore il medesimo codice culturale. Era un albanese puro, cólto ed erudito, conosceva bene la storia del proprio paese e la cultura balcanica. E per un buon motivo perché conosceva dall’interno quella grande prigione che era l’Albania, all’epoca della sua chiusura, avendo passato dodici anni della sua vita in un campo d’internamento albanese. Nel suo libro di memorie Mondes effacés: Souvenirs d’un Européen [Mondi cancellati, memorie di un europeo], Vrioni esprime tutto questo parlando del romanzo Aprile Spezzato: Davanti a questo testo non potevo proprio reagire come un lettore straniero. Il mio approccio era diverso, più diretto, con evocazioni e associazioni d’idee che questo lettore non poteva avere. Il romanzo è molto ricco, specialmente per un albanese con una formazione occidentale che poteva prendere in considerazione le circostanze e associare i due aspetti – quello legato esclusivamente al territorio e quello che il romanzo implica come universale, e che viene esposto in un modo magnifico (Vrioni 1998:269).
2.2 Le « cas » Kadaré Malgré et contre tout, Kadaré, l’exemple vivant du grand écrivain est bien là pour le plaisir de tous les lecteurs et pour la fierté des Albanais. Lors de la cérémonie du prix ManBooker International Kadaré, parlant du transfert de son œuvre vers les autres mondes, il dit aussi : Un jour, traversant la nuit de la dictature, ce pain de prison a abouti par hasard jusqu'entre vos mains. Dans vos cités libres – à Paris, Londres, New York, Madrid, Vienne, Rome […]– , vous avez pris entre vos mains ce pain de prison et l'avez considéré avec curiosité. Puis vous y avez goûté, vous l'avez apprécié, vous avez estimé que ce pain était aussi mangeable pour vous, hommes libres du monde libre (Kadare 2005). A l’étranger, c’est surtout en France que l’auteur a remporté le plus vif succès. Et ceci également grâce un grand traducteur albanais, M. Vrioni, un des derniers de la race des seigneurs. Nous croyons fortement que ce traducteur était ce grand lecteur de mérite, capable de réaliser et d’interpréter cette double lecture pour la rendre accessible en français, dans sa langue de jeunesse et de formation et à la France qu’il connaissait très bien pour y avoir passé les plus belles années de sa vie. Mais aussi parce qu’il partageait le même code culturel que son auteur. Il était un Albanais de souche, cultivé et érudit, connaissant bien l’histoire du pays, la culture balkanique. En outre, il connaissait de l’intérieur cette grande prison qu’était l’Albanie enfermée à l’époque, et pour cause, il avait passé 12 années de sa vie dans le goulag albanais. Dans son livre de mémoires J. Vrioni l’exprime en ces termes parlant du roman Avril Brisé: Devant ce texte, je ne pouvais réagir exactement comme un lecteur étranger. Mon approche était différente, plus directe, avec des évocations, des associations d’idées que ce lecteur ne pouvait pas avoir. Le roman est très riche, particulièrement pour un Albanais de formation occidentale, qui pouvait faire la part des choses et joindre les deux aspects – celui qui est purement lié au terroir et ce que le roman comporte d’universel, et qui est déployé de façon majestueuse (Vrioni 1998 :269).
Penso che l’opera di Kadare abbia avuto veramente fortuna a trovare tra i suoi lettori il vero traduttore che oggi ci ha lasciato tracce indelebili attraverso le versioni francesi dei libri di questo grande scrittore albanese. Un grande traduttore che per dieci anni è rimasto anonimo per il pubblico francese, malgrado le critiche molto positive soprattutto negli ambienti letterari parigini. Alain Bosquet dirà: «una traduzione eccezionalmente riuscita». In questo clima di guerra fredda, in cui l’Albania si rintanava nei Balcani senza far parlare di sé, Vrioni racconta nelle sue memorie di essere rimasto nell’anonimato per volere della dittatura «A Parigi ci si domandava il motivo per cui un libro potesse essere tradotto da uno straniero e non da un francese» (Vrioni 1998:230-231). Questo traduttore pieno di modestie racconta a proposito del suo folle lavoro: Fino ad allora non conoscevo quasi per niente Ismail Kadare […] Mi sono riproposto quindi di leggere il suo libro Il generale dell’armata morta […] i miei paragoni andavano più verso Faulkner, Buzzati, o Kafka. In seguito ho potuto constatare che altri traduttori, come me, si immergevano nell’atmosfera, nello stile del libro che stavano trasmettendo in un’altra lingua e per questo attingevano da altri autori che gli si avvicinavano. Non lo facevo per scrivere con lo stile di Buzzati o di Kafka, ma mi dicevo che in alcune opere si possono trovare elementi utili per tradurne o scriverne altre. Dostoevskij non aveva forse chiesto a sua sorella di inviargli un certo libro perché non poteva continuare l’opera che stava scrivendo senza consultarlo? Dal canto mio, non potevo trovare nelle librerie albanesi né Faulkner, né Buzzati, né Kafka [si trattava di autori vietati dal regime]. Avevo comunque letto Il Processo, Il Castello e Il deserto dei Tartari e ne conservavo un vivace ricordo […] Ho continuato febbrilmente la mia traduzione, ricopiandola tre volte apportandovi le correzioni […] fino all’ultimo momento […] Si trattava per me di una vittoria, perché Dio sa quante volte ho ricorretto le bozze (Vrioni 1998:230-231). Il destino di questo libro è sfuggito sia al suo autore che al suo traduttore. Ha aperto le ali ed è volato via, inviato, come altri testi tradotti a Tirana, in giro per il mondo, un po’ qua e un po’ là.
Nous pensons que l’œuvre de Kadaré a connu une réelle chance d’avoir trouvé parmi ses lecteurs son vrai traducteur qui nous a laissé aujourd’hui ses traces indélébiles dans la version française des textes du grand écrivain albanais. Un grand traducteur qui pendant dix ans est resté anonyme pour le public français, malgré les critiques très positives à son égard dans les milieux littéraires parisiens. «Une traduction exceptionnellement réussie» dirait Alain Bosquet. Dans ces temps de guerre froide, où l’Albanie se terrait au fond des Balkans sans faire parler d’elle, il est resté dans l’anonymat «par décision de la dictature, raconte M. Vrioni dans ses mémoires. On se demanda à Paris, comment il se faisait qu’un livre parvenait traduit par un étranger et non par un Français !» (Vrioni 1998 :230-231). Le traducteur, en toute modestie, raconte un peu de son travail de dément : Je ne connaissais guère jusqu’alors Ismail Kadaré. […] Je me proposais donc de lire son livre, le Général de l’Armée Morte […] Mes comparaisons allaient plutôt vers Faulkner, Buzzati, ou Kafka. J’ai pu constater par la suite que d’autres traducteurs, comme moi, se plongent dans l’atmosphère, dans le style du livre qu’ils vont transmettre dans une autre langue et puisent pour cela dans auteurs qui lui sont proches. Moi-même ne le faisais pas pour écrire dans le style de Buzzati ou de Kafka, mais je me disais que l’on peut trouver dans certaines œuvres des éléments utiles pour en traduire ou pour écrire d’autres. Dostoïevski n’avait-il pas demandé un jour à sa sœur de lui envoyer tel livre, parce qu’il ne pouvait continuer celui qu’il écrivait sans consulter celui-là ? De mon côté, je ne pouvais trouver ni Faulkner, ni Buzzati, ni Kafka dans les librairies albanaises [c’étaient des auteurs interdits par le régime]. J’avais cependant lu Le Procès, Le Château et Le Désert des Tartares dont je gardais un souvenir vivace [… ]Je me remis avec fièvre à la traduction en français, que je recopiai trois fois en y apportant des corrections […] jusqu’au dernier moment […] C’était pour moi une victoire, dit le traducteur, car Dieu sait combien j’avais pu retravailler sur épreuves! (Vrioni 1998 :230-231). Le destin de ce roman échappa ensuite aussi bien à son auteur qu’à son traducteur. Il vola de ses propres ailes, envoyé, comme d’autres textes traduits à Tirana, çà et là, à l’étranger.
Sono soprattutto le traduzioni in francese dei libri di Kadare a essere servite come base per le traduzioni nelle altre lingue, realizzando così un trasferimento triangolare. David Bellos, il traduttore verso l’inglese, è partito dalla versione francese di Kadare e in occasione del premio ManBooker Inernational 2005 afferma a questo proposito: Quello che ho tradotto nella versione inglese del libro di Kadare Dosja H [Il dossier H] era qualcosa di più di un semplice libro di Kadare. Era un libro di Kadare co-prodotto con una delle traduzioni più strane ma anche più valide di tutti i tempi. Il francese di Vrioni è fluido, sobrio, leggermente old-fashioned […] e per niente nativo. Ha una poetica tutta sua che non posso confrontare certo con l’originale ma che piace e soddisfa l’autore dell’originale. Forse questa non è la strada più ovvia ma la traduzione è, come la politica, in qualche occasione l’arte del possibile (Bellos 2005). Tutte queste traduzioni hanno saputo riportare i miti, i racconti, le leggende e i pensieri magici che circolano e abbondano nelle opere di Kadare. Kadare stesso spiega questa presenza mitologica a posteriori affermando: L’Albania si stava disfacendo davanti ai nostri occhi. Come un’icona tarlata, invecchiava giorno dopo giorno, si stava rovinando, indebolendo. Se mi restava ancora qualche buona ragione per essere uno scrittore […] la sola, la prima e l’ultima era questa: cercare di restaurare l’icona. Perché le generazioni future, al momento di grattare via la vernice di quest’epoca senza pietà, ritrovassero un’immagine intatta (Kadare 1991:401). Con l’evocazione delle leggende, Kadare contribuisce inoltre a preservare quella cultura tradizionale di cui il Potere desiderava la scomparsa, e cosa a cui tiene molto, ad associare i canti del suo paese alla mitologia greca. Nel romanzo Il ponte a tre archi, Kadare riprende il tema del celebre libro Il ponte sulla Drina dello scrittore jugoslavo Ivo Andrić, ma con un’intenzione molto diversa. Nella sua opera Kadare mostra il valore della legenda della donna murata, simbolo di sacrificio necessario per compiere qualcosa di grande. Il mito ripreso da Kadare racconta che sulle rive della Buna, fiume che passa non molto lontano da Scutari, città nel nord dell’Albania, tre fratelli stanno costruendo le mura di una roccaforte della città, che si suppone quella di Rozafat.
Ce sont surtout les traductions en français de Kadaré qui ont servi de base pour les traductions vers les autres langues, en réalisant un transfert triangulaire. Le traducteur en langue anglaise depuis la version française de Kadaré, David Bellos, à l’occasion du Prix ManBooker International 2005, obtenu par Kadaré, dit à ce propos: What I had translated, then, when I produced my English version of The File on H, was something more than a book by Ismail Kadare. It was a book by Kadare co-produced by one of the strangest but most effective translation pairs of all time. Vrioni’s French is fluid, spare, slightly old-fashioned [...] and not quite native. It has a poetry of its own, which I cannot compare to the original, of course, but which pleases and satisfies the author of the original. It may not be an obvious way to go about things, but translation is, on occasions, like politics, the art of the possible (Bellos 2005). Toutes ces traductions ont rendu les mythes, les contes, les légendes et les pensées magiques qu’ils véhiculent et qui abondent dans l’œuvre de Kadaré. Kadaré lui-même explique cette présence mythologique après coup en disant : L’Albanie se défaisait sous nos yeux. Telle une icône vermoulue, elle vieillissait jour après jour, se défigurait, s’étiolait. S’il me restait encore quelque bonne raison d’être écrivain... la seule, la première et la dernière raison était celle-là : essayer de restaurer l’icône. Pour que les générations à venir, quand elles gratteraient le vernis de cette époque sans merci, redécouvrent l’image intacte (Kadare 1991 :401). Par l’évocation des légendes, Kadaré contribue également à préserver la culture traditionnelle dont le Pouvoir souhaitait la disparition, et associe, ce qui lui tient à coeur, les chants de son pays à la mythologie grecque. Dans le roman Le pont aux trois arches , Kadaré reprend le thème du célèbre livre Le pont sur la Drina de l’écrivain yougoslave Ivo Andrić, mais dans une intention très différente. Kadaré montre, dans son ouvrage, la valeur de la légende de l’Emmurée, symbole du sacrifice nécessaire pour accomplir quelque chose de grand. Le mythe véhiculé par Kadaré raconte qu’au bord de la Bune, rivière qui passe non loin de Shkodra, ville du nord de l’Albanie, trois frères construisent une forteresse, considérée comme étant celle de Rozafat, la citadelle de la ville.
L’opera a cui si lavora di giorno crolla di notte e gli operai decidono d'interrogare un santo di passaggio. Il santo ricorda loro innanzitutto che non bisogna lavorare di domenica aggiungendo che l’indomani bisognerà murare viva nella costruzione la sposa che avesse portato da mangiare. I fratelli giurano di non dire niente alle rispettive mogli per lasciar decidere al fato. Tuttavia, i due fratelli maggiori rompono il silenzio e infrangono la promessa ed è quindi la sposa del fratello minore a portare gli alimenti e il vino. Viene quindi murata viva ma esprime la seguente supplica: Lasciatemi fuori una mano, lasciatemi fuori un occhio, lasciatemi fuori un piede lasciatemi fuori un seno (Akademia e Shkencave 1983). perché vuole guardare suo figlio, accarezzarlo, cullarlo e nutrirlo. Come dice anche il ricercatore Jean-Paul Champseix nello studio sull’opera di Kadare, la leggenda della donna murata nel Ponte a tre archi ripresa dall’autore non ha soltanto un semplice tema folklorico, ma assume un aspetto veramente emblematico legato al sistema politico forgiato dal dittatore albanese Enver Hoxha. Il paese è diventato un laboratorio in cui i dirigenti hanno potuto dedicarsi a esperimenti sociali destinati a produrre un “uomo nuovo”. Cito: «Perciò l’immuramento sacrificale del vero albanese era necessario per dar nascita alla creatura docile, disciplinata e decerebrata sognata da ogni regime totalitario» (Champseix 2007). Nel romanzo di Kadare, la persona sotterrata viva è un uomo quello che viene interrato nel ponte e il sacrificio diventa supplizio nel ponte cinto di morte. La forma della leggenda così modificata, trasformando secondo Kadare il sacrificio in supplizio, esprime il contrario del suo modello.
L’ouvrage réalisé le jour s’effondrant au cours de la nuit, les maçons interrogent un saint de passage. Celui-ci rappelle, tout d’abord, qu’il convient de ne pas travailler le dimanche, puis il ajoute qu’il faudra emmurer dans la construction, le lendemain, l’épouse qui viendra porter le repas. Les frères jurent de ne rien révéler à leurs femmes afin de laisser le destin choisir. Toutefois, l’aîné et le cadet ne peuvent garder le silence et manquent à leur parole. C’est donc la femme du benjamin qui apporte la nourriture et le vin. Elle est alors emmurée mais implore, car elle veut pouvoir caresser, regarder, bercer et nourrir son fils: Laissez-moi dehors une main, laissez-moi dehors un œil, laissez-moi dehors un pied, laissez-moi dehors un sein (Akademia e Shkencave 1983). Comme le dit aussi le chercheur Jean-Paul Champseix dans son étude sur l’œuvre de Ismail Kadaré (qu’il a bien voulu prêter à l’auteur du présent article pour une très agréable et enrichissante lecture), la Légende de l’Emmurée n’est pas, dans son œuvre, un simple thème folklorique. Elle a un véritable caractère emblématique du système politique que forgea le dictateur albanais Enver Hoxha. Le pays devint un laboratoire qui permit aux dirigeants de se livrer à des expériences sociales destinées à produire l’Homme Nouveau. «Ainsi, l’emmurement sacrificiel de l’Albanais réel était nécessaire pour donner naissance à la créature docile, disciplinée et décérébrée, dont tous les régimes totalitaires ont rêvé» (Champseix 2007). Dans ce roman, c’est un homme qui est enterré dans le pont, et le sacrifice est devenu supplice alors que le pont est « enceint » de la mort. Il s’agit bien d’une tournure à l’envers. Ainsi la légende modifiée dit le contraire de son modèle.
È quindi un romanzo il cui titolo evoca il libro di Ivo Andrić, premio Nobel nel 1961, Il ponte sulla Drina. Kadare lo cita in un altro romanzo, Il crepuscolo degli dei della steppa, affermando che: «In quanto balcanico, apprezzavo molto il suo libro, pur essendo persuaso del fatto che come nel caso della ballata della parola data, la variante albanese, in quanto più antica, fosse assolutamente la più bella» (Kadare 1981:35). Per Andrić, il ponte è un grandioso testimone che non cambia, sostanzialmente, niente per la Storia. È soprattutto in tempi di pace che, con i suoi doppi terrazzi, da entrambi i lati, diventa un importante luogo sociale, di riposo, incontri e discussioni. Tuttavia, quando una delle comunità sembra prendere il sopravvento sulle altre, spesso nel momento dell’indebolimento della tutela esteriore, la tolleranza (nel senso di «io ti tollero») sparisce e gli odi si scatenano nuovamente. Questo ponte è quindi un palcoscenico su cui sfilano i secoli, dall’epoca ottomana alla guerra del 1914. Per Kadare, non funziona assolutamente così, perché il ponte è la Storia. Rappresenta un fatto drammatico con conseguenze inaudite, un vero e proprio sisma politico e culturale. Ecco perché il romanzo è tutto incentrato sulla sua fondazione, in un’Albania del Trecento ancora indipendente, ma nello stesso tempo fragile, disunita ed economicamente sopraffatta, e che vede avvicinarsi i confini dell’Asia, in particolare quelli dell’occupazione ottomana. «L’impero ottomano serve molto spesso a Kadare per rappresentare il potere totalitario dell’epoca moderna. Il gran numero d’indizi invita il lettore a una duplice lettura» (Champseix 2007). È diverso anche l’uso della leggenda della donna murata fatto dai due scrittori. Per Andrić, si tratta soltanto di un mezzo per semplificare e abbellire il passato, per conservarne le tracce in una memoria collettiva. Il ponte serve a mostrare la coabitazione pacifica di tutte le comunità e malgrado il bombardamento finale subito, crea un’atmosfera ottimista.
C’est donc un roman dont le titre évoque le livre de Ivo Andrić, Prix Nobel de 1961, Le pont sur la Drina . Kadaré le cite dans une autre roman Le Crépuscule des dieux de la steppe en affirmant que «en Balkanique que j’étais, j’appréciais beaucoup son livre, et pourtant j’étais persuadé que comme dans le cas de la ballade de la parole donnée, la variante albanaise, étant la plus ancienne, était sans aucun doute aussi la plus belle» (Kadare 1981 :35). Pour Andrić, le pont est un témoin majestueux qui ne change rien, fondamentalement, à l’Histoire. En temps de paix, tout particulièrement, il devient, avec sa double terrasse, de part et d’autre de la voie, un lieu social important, de repos, de rencontres et de discussions. Mais dès que l'une des communautés semble prendre le pas sur les autres, souvent lors de l'affaiblissement de la tutelle extérieure, la tolérance (au sens de "je te tolère") disparaît et les haines se déchaînent à nouveau. Ce pont est donc une scène sur laquelle défilent les siècles, de l’époque ottomane à la guerre de 1914. Pour Kadaré, il n’en va pas du tout de même car le pont est l’Histoire. Il constitue un fait dramatique aux prolongements inouïs, un véritable séisme politique et culturel. C’est pourquoi le roman est centré sur sa seule fondation, dans une Albanie encore indépendante au XIVe siècle, mais fragile, désunie et économiquement dépassée, qui voit s’approcher les frontières de l’Asie, notamment l’occupation ottomane. «L’Empire ottoman sert fort souvent chez Kadaré à représenter le pouvoir totalitaire de l’époque moderne. Par nombre d’indices, le lecteur est invité à une double lecture» (Champseix 2007). L’usage que les deux auteurs font de la légende de l’emmuré est également différent. Pour Andrić, la légende n’est qu’un moyen de simplifier et d’embellir le passé pour en conserver des traces dans une mémoire collective. Le pont y sert pour montrer une cohabitation paisible entre toutes les communautés et une atmosphère optimiste s’en dégage malgré le bombardement final du pont.
Champseix afferma giustamente: Nell’opera di Kadare la leggenda viene resa attuale in un clima di inquietudine e di attesa di un’imminente catastrofe da cui l’Albania faticherà a riprendersi. In questo senso, il romanzo non differisce molto dalla tragedia, in quanto la catastrofe staliniana sarà per di Kadare ancor più forte dell’invasione ottomana […] Egli non intende costruire l’avvenire ma preservare un presente fragile e minacciato. Non stupisce che l’ottimismo non appaia in queste opere dove, per altro, regna in maniera significativa il suo modo di considerare freddamente le cose (Champseix 2007). Non intendo certamente fare un’analisi letteraria, ma ricordare semplicemente il lavoro d’interpretazione intertestuale che il traduttore è portato a fare con la coscienza e con l’inconscio, quando decide di assumere la responsabilità storica traducendo tali scrittori, per portarli da un mondo all’altro, dai Balcani verso l’Europa. Ultimo esempio dell’universo di Kadare è La ballata della bessa, la leggenda considerata quella più antica e la fondatrice della parola d’onore, così importante in Albania. La ballata si trova nell’opera Chi ha riportato Dorutina? Narra la storia di un figlio che promette alla propria madre di riportarle la sorella, sposata molto lontano da, «a qualsiasi costo» qualora lei avesse voglia di rivederla. Il figlio muore in guerra ma esce dalla tomba per mantenere la parola. È un tema che ricorre in tutta l’opera di Kadare. Ne costituisce ormai un fondamento «un meccanismo legale, con le sue proprie regole, i suoi articoli e le sue interpretazioni» (Kadare 1984:101). Di questo concetto Kadare fa un monumento, a tal punto che il traduttore preferisce conservare la parola albanese «bessa» difesa con fanatismo dall’autore, contro tutto e tutti, senza lasciare spazio ad altre soluzioni traduttive . La ritroviamo nella leggenda dell’immuramento, in cui i due fratelli maggiori violano la «bessa» rivelando il patto alle mogli. Nel Ponte a tre archi Kadaré afferma: «nella versione slava della ballata, e precisamente alle parole «violarono la bessa», corrispondono i termini vjeru pogazio, ovvero «hanno violato ha religione», la «credenza» ciò che, nel contesto, non ha alcun senso ed è da imputare a una traduzione erronea della parola albanese bessa» (Kadare 1984:101) con le parole «credenza», «religione».
Chez Kadaré, la légende est réactualisée dans un climat d’inquiétude et d’attente d’une catastrophe imminente dont l’Albanie aura peine à se relever. En ce sens, le roman n’est pas éloigné de la tragédie, d’autant que la catastrophe stalinienne redoublera, dans l’esprit de Kadaré, l’invasion ottomane[…]Il ne songe pas à construire l’avenir mais à préserver un fragile présent menacé. Il n’est pas étonnant que l’optimisme ne soit pas de saison dans ces œuvres où, de plus, règnent significativement des froidures perpétuelles (Champseix 2007). dit à très juste titre JP. Champseix. Evidemment ce n’est pas une analyse littéraire que je voudrais faire ici, mais tout simplement rappeler le travail d’interprétation intertextuelle que le traducteur est amené a faire avec sa conscience et dans son subconscient lorsqu’il décide d’assumer la responsabilité historique, de traduire de tels écrivains, pour les ramener d’un monde vers un autre, des Balkans vers l’Occident. Un dernier exemple de l’univers kadaréen: La ballade de la bessa, c’est la légende considérée comme plus ancienne et fondatrice de la parole donnée, si importante en Albanie. Il s’agit, évidemment de l’histoire de Constantin et Doruntine. Elle raconte l’histoire d’un fils qui avait promis à sa mère de ramener «à tout prix», sa sœur mariée au loin, lorsqu’elle éprouverait le désir de la revoir. Il mourut à la guerre mais sortit du tombeau pour respecter sa parole. Ce thème revient tout au long de l’œuvre de Kadaré. Elle constitue déjà une institution, «un mécanisme légal, avec ses règles, ses articles et ses interprétation» (Kadare 1984 :101). Kadaré en fait un monument, au point où le traducteur préfère garder le mot albanais que l’auteur défend avec fanatisme, contre vents et marées, sans laisser d’autres solutions de traduction. On la retrouve dans la légende de l’Emmurement, où les deux frères aînés violèrent la «bessa» en révélant le pacte à leurs femmes. «Dans la version slave de la ballade, dit Kadaré dans Le pont aux trois arches, précisément aux mots « ils violèrent la bessa » correspondent les mots vjeru pogazio, autrement dit, « ils ont violé la religion, la «croyance», ce qui dans le contexte, n’a aucun sens et est dû à une traduction erronée du mot albanais bessa» (Kadare 1984 :101) par les mots «croyance», «religion».
Per gli albanesi, l’autore non ha bisogno di chiarire l’equivoco perché «credenza» si dice «besim», parola che, secondo Kadare, genera confusione letteraria con l’altra parola «bessa» (parola d’onore). Tutto questo non potrebbe essere esplicitato in francese dal traduttore in quanto egli dovrebbe intervenire troppo nel testo. Ciò che resta da dire per il lettore francofono è che nella versione slava della leggenda c’è un errore. A questo punto il contesto linguistico si mischia a quello interculturale, o piuttosto a quello interbalcanico. Tuttavia ciò che non emerge nel paragrafo risulta evidente dalla totalità del romanzo, dallo spirito e l’anima dall’opera. È in questo che consiste il concetto di «compensazione» in traduzione: se perdiamo qualcosa in un paragrafo la ricuperiamo nell’opera. A ogni modo, siamo convinti che al di là delle lingue, al di là dei semplici contesti, la vera traduzione esige un lavoro in profondità nella storia, nell'inconscio collettivo e addirittura nell’immaginario individuale. Ecco il compito del traduttore. Tocca a lui condividere via via non solo i codici culturali dell’autore e, in seguito, del lettore della traduzione, ma anche condividerne l’immaginario nel migliore dei modi. Ecco quanto afferma il traduttore Vrioni nelle sue memorie quando parla della traduzione del Ponte a tre archi: Traducendo questo romanzo, sono stato portato a fare un riavvicinamento tra le acque di Kadare e quelle in cui avevo navigato con i miei genitori durante la mia infanzia. Il mio lavoro era accompagnato da antiche visioni. Vedevo questo fiume, questo corso da un punto di vista tutto mio e il testo in un certo senso si associava ai miei ricordi. Da queste immagini non potevano mancare le reminescenze […] e chissà se questa interferenza tra i miei ricordi e le descrizioni, non ha influito sia pure in minima parte sul testo francese (Vrioni 1998:268). Passando da un universo di lettori a un altro, la percezione ovviamente non è la stessa. Se la lettura di secondo grado generalmente non sfugge al grande pubblico, ad affascinare soprattutto i lettori occidentali sono invece molto spesso il tenebroso esotismo dell’impero ottomano così come l’evocazione delle tradizioni e dei racconti balcanici. D’altra parte, con il cambiamento del contesto storico, dopo la caduta del regime dittatoriale, il bisogno della lettura doppia viene a mancare anche in Albania dove i giovani sembrano non capirci un granché della dittatura. Questa perdita sarà compensata, a nostro avviso da quello di cui abbiamo parlato finora: «Dalla qualità dell’universo di Kadare» (Champseix 2007).
Dans l’original albanais l’auteur n’a pas besoin d’expliquer la confusion car en albanais le mot «croyance» se dit par le mot «besim», d’où la confusion littérairement supposée par Kadaré, avec le mot «besa» (la parole donnée), chose que le traducteur ne pourrait pas expliciter en français, car il s’ingérerait trop dans le texte. Ce qui reste pour le lecteur francophone c’est que dans la version slave de la légende il y a une erreur. Ici le contexte linguistique se mêle au contexte interculturel, ou plutôt, interbalkanique. Mais ce qui ne ressort pas du paragraphe, découle tout naturellement de la totalité du roman, de l’esprit et de l’âme de l’œuvre. C’est ici que consiste la notion de la négociation dans la traduction: si on perd quelque chose dans un paragraphe on la récupère dans l’œuvre. De toutes façons, nous sommes persuadés qu’au-delà des langues, au-delà des simples contextes, la vraie traduction exige un travail en profondeur dans l’histoire, dans le subconscient collectif et dans l’imaginaire individuel même. C’est là la tâche du traducteur. C’est à lui de partager à tour de rôle non seulement les codes culturels de l’auteur et ensuite du lecteur de la traduction, mais aussi et dans le meilleurs des modes possible, de partager leur imaginaires. Voilà ce que dit le traducteur Vrioni dans ses mémoires lorsqu’il évoque la traduction du Pont aux trois arches: En traduisant ce roman, je fus conduit à faire le rapprochement entre les bacs de Kadaré et ceux sur lesquels j’avais vogué avec mes parents dans mon enfance. Mon travail s’accompagnait de visions anciennes. Je voyais ce fleuve, cette grève, tout cela à ma façon, et le texte s’agrégeait en quelque sorte à mes souvenirs. Des réminiscences ne pouvaient manquer d’intervenir dans ces images[...] et qui sait si cette interférence entre mes souvenirs et les descriptions n’a pas influé tant soit peu sur le texte français (Vrioni 1998:268). En passant d’un univers de lecteurs à d’autres, la perception n’est naturellement pas la même. Si la lecture au second degré n’échappe généralement pas au grand public, c’est le plus souvent le ténébreux exotisme de l’Empire ottoman ainsi que l’évocation des traditions et des contes balkaniques qui séduisent le plus le public occidental. Par ailleurs, avec le changement du contexte historique, après la chute du régime dictatorial, le besoin de la double lecture se perd aussi en Albanie où la jeunesse semble ne plus comprendre grand-chose à la dictature. Cette perte que nous constatons sera compensée, croyons-nous, «par la qualité de l’univers kadaréen» (Champseix 2007) que nous évoquions plus haut.
Nascono nuovi significati, il valore artistico attira maggiormente la nostra attenzione libera dal giogo. Per noi albanesi si tratta di una scoperta, e per il lettore straniero di un piacere prolungato. Tutto questo grazie all’universalità dell’opera di Kadare e alla traduzione – il vero indistruttibile ponte che resiste a tutti i bombardamenti.
De nouvelles significations naissent, les valeurs artistiques attirent encore plus notre attention libérée du joug. C’est une découverte pour nous Albanais, c’est un plaisir prolongé pour le lecteur étranger. Tout ceci grâce à l’universalité de l’œuvre de Kadaré et à la traduction – le vrai pont imbattable qui résiste à tous les bombardements.
2.3 Dalla cultura chiusa alla cultura aperta Durante i cinquant’anni di comunismo lo spazio culturale albanese era rimasto chiuso nei confronti delle nuove correnti di pensiero costringendo di conseguenza gli albanesi a vivere nell’ignoranza riguardo alla cultura del Novecento. Negli anni Ottanta pensavano ancora che Van Gogh fosse un pittore moderno mentre in Europa era già un classico. La società albanese era drogata dal comunismo in cui si aveva l’impressione di risentire degli effetti di una bomba atomica che fa nascere bambini con malformazioni. Con l’apertura del paese è coinciso un vero e proprio trauma ideologico, morale, psicosociale ed economico. L’apertura è stata inoltre caratterizzata da una reale crisi culturale in quanto non si è trattato di una progressiva assimilazione di idee nuove e sconosciute nel contesto di una “normale” presenza di culture diverse, ma piuttosto di una scomparsa e di un’apparizione simultanea di tutte le idee, scuole di pensiero, correnti e periodi, sfidando ogni principio logico e ideologico. Molte pubblicazioni, letterarie e non, sono state tradotte a tutti i livelli e hanno raggiunto il mercato del libro: una parte ispirata da una generazione che voleva ridurre il rimpianto di non aver potuto mettere nella propria biblioteca giovanile i best seller della prima metà del Novecento, e molti altri, ma anche dal folle desiderio di ritrovare il tempo perduto, con o senza Proust. Inoltre questo inevitabile confronto con il mondo non significa soltanto un confronto con una cultura diversificata ma anche con una cultura multiforme. La globalizzazione non ha di certo atteso la fine del secondo millennio per influenzare la cultura. Dato questo, lo sviluppo tecnologico degli ultimi cinquant’anni ha notevolmente accelerato tale processo. Toccava a noi integrare questo mondo e oggi, dopo quindici anni, penso che siamo riusciti a cavarcela piuttosto bene e, modestia a parte, i traduttori sono stati sempre all’avanguardia.
2.3 De la culture fermée vers la culture ouverte Pendant 50 ans de communisme, comme l'espace culturel
albanais étant reste ferme a l'égard des nouveaux courants de la
pensée, on a forcément vécu dans l'ignorance de la culture du
XXe siècle. Dans les années '80, on croyait toujours que Van Gogh
était un peintre moderne alors qu'en Europe il était déjà un
classique. C'était une société droguée par le communisme
où on a l'impression de ressentir encore l'effet postérieur d'une
bombe a radiation qui fait naître des enfants avec des
malformations. L'ouverture du pays a eu pour compagnon de route un
véritable traumatisme idéologique, moral, psychosocial,
économique. Elle a été caractérisée par une vraie crise culturelle
également, car il ne s'agissait pas d'une assimilation progressive des
idées, nouvelles et inconnues dans un contexte "normal" de
mixage culturel, mais plutôt d'un défoulement et de l'apparition
simultanée de toutes les idées, de toutes les écoles, de tous les
courants et périodes, en défiant tout principe logique et
idéologique. Beaucoup de publications, littéraires ou non littéraires, ont
été traduites a tous les niveaux et ont rejoint le marche du livre :
une partie inspirée par une génération qui voulait apaiser le regret de
ne pas avoir pu ranger dans sa bibliothèque de jeunesse les
best-sellers de la première moitié du XXe siècle, et bien d'autres,
mais aussi et surtout par le fou désir de retrouver le temps perdu
avec ou sans Proust. Par ailleurs, cette incontournable confrontation avec le monde signifiait non seulement une confrontation avec une
culture diversifiée mais aussi avec une culture multiforme.
La globalisation n'a pas attendu, bien sur, la fin du deuxième
millénaire pour influer sur la culture. Cela étant, l'essor
technologique des cinquante dernières années a considérablement
accéléré ce processus. C'était a nous d'intégrer ce monde et
maintenant, au bout de 15 ans, je crois qu'on s'est débrouillé plutôt
bien et, toute modestie mise à part, les traducteurs se sont trouvés
souvent à l’avant-garde.
2.4 Il traduttore Il traduttore rimane un cavaliere indispensabile per realizzare i trasferimenti tra le varie civiltà le cui differenze si rivelano, da un lato, nell’uso di codici di comunicazione diversi e, dall’altro, dalla distanza, sia spaziale che temporale. È questo approccio che invita a considerare la traduzione proprio negoziazione delle differenze, e non opposizione tra universale e locale. In questo senso, il traduttore ha un ruolo essenziale nella costruzione della cultura del proprio paese attraverso i testi tradotti. Lavorare alla traduzione delle culture, non è soltanto chiedersi cosa si traduce, perché lo si traduce, come lo si traduce, ma anche interrogarsi sugli scritti contemporanei relativi a quanto è difficilmente traducibile e, da qui, mettere in discussione il tema dell’incompatibilità, della traduzione e del tradimento. In sostanza, tradurre significa pensare la cultura come un rapporto tra culture. Ecco perché non si può parlare di «cultura omogenea». Le differenze esistono all’interno di una cultura e tra culture diverse così come esistono all’interno di una lingua e tra lingue diverse. Pensiamo che il carattere conflittuale dell’intraducibile sia generato dalla mancanza di comunicazione fra le culture. Meno comunicano più l’intraducibile guadagna terreno. Quindi, tradurre fra culture diverse costituisce la posta in gioco della civiltà, soprattutto nel contesto ideologico attuale che fa del riferimento allo scontro delle civiltà un tema dominante e sempre sottointeso. E così il traduttore si ritrova al centro del dibattito. Deve immedesimarsi nell’altro, introdursi non soltanto nel suo mondo – dipende ancora una volta dalla ragione, dall’universo delle immagini – ma intromettersi nel suo linguaggio. E cosa ancor più ardua è trovare lo stesso modo di esprimersi, ma in una lingua diversa che non obbedisce alle stesse regole e che funziona con altri segni e un altro codice, per poter rendere il detto e il non-detto, per poter compiere lo sforzo d’intertestualità che collega questi due «maestri» – se mi permettete di riprendere la metafora di Paul Ricoeur allo scopo di rendere un immenso servizio all’autore permettendogli di raggiungere altre rive.
2.4 Le traducteur Le traducteur reste un chevalier incontournable pour réaliser les transferts entre les civilisations dont les différences se révèlent, d’une part, dans l’utilisation de codes de communication différents et sont, d’autre part, le résultat d’une distance, soit-elle temporelle ou spatiale. C’est cette démarche qui invite à considérer la traduction notamment comme négociation des différences, et non plus comme opposition entre l’universel et le local. Le traducteur joue, dans ce sens, un rôle essentiel dans la constitution de la culture de son propre pays, à travers les textes traduits. Travailler sur la traduction des cultures, c’est non seulement se demander ce qu’on traduit, pourquoi on traduit, comment on traduit, c’est aussi s’interroger sur les récits contemporains de l’intraduisible et, par là, mettre en question la thématique de l’incompatible, de la traduction et de la trahison. Bref, traduire, c’est penser la culture comme un rapport entre les cultures. C’est pourquoi il ne peut être question d’une culture homogène. Les différences sont présentes au sein d’une culture et entre les cultures, comme elles le sont au sein d’une même langue et entre les langues. Nous croyons que le caractère conflictuel de l’intraduisible trouve sa source dans la non communication des cultures. Moins communiquent les cultures plus l’intraduisible gagne du terrain. Ainsi, traduire entre les cultures constitue bien un enjeu de civilisation, surtout dans le contexte idéologique actuel, qui fait de la référence à la «guerre des civilisations» le discours dominant et partout implicite. Et avec tout cela le traducteur revient au centre du débat. Il doit entrer dans l’autre, s’introduire non seulement dans son monde – cela relève encore de la raison, de l’univers des images - mais aussi s’immiscer dans son langage. Plus grave, il lui faut trouver le même parler, mais dans une langue différente, qui n’obéit pas aux mêmes règles et fonctionne sur d’autres signes et un autre code, pour rendre le dit et le non-dit, pour accomplir cet effort d’intertextualité qui relit ses deux «maîtres», si vous me permettez de reprendre cette qualification de Paul Ricoeur. Mais en rendant un énorme service à l’auteur, en lui permettant de joindre d’autres rives.
Tutti i traduttori hanno questa preoccupazione, servire due maestri. Preoccupazione che può trasformarsi in tormento, addirittura in dolore letterario in quanto la traduzione letteraria presuppone un’altra creazione. Permettetemi di darvi un altro esempio recente della traduzione in albanese della pièce di Nathalie Sarraute Per un sì o per un no. Due personaggi, due amici d’infanzia si tormentano per un niente, per un’intonazione, «per un sì o per un no». Si sottomettono alle leggi del dialogo teatrale pur non rinunciando a ciò che fa la loro specificità: il loro attaccamento all’autenticità della parola. Il loro dialogo è pieno di cose non dette, di sottointesi che alimentano la complicata relazione che li lega. Questa constante discordanza tra i due protagonisti è all’origine di situazioni dolorose e nel contempo buffe. Così si svolge il conflitto, stimolato dagli innumerevoli piccoli crimini provocati dalle parole e dall’intonazione, dietro il baluardo dei luoghi comuni e della “sottoconversazione”. «I personaggi sono molto francesi», diceva il regista, «voglio che restino tali e nel contempo siano accessibili al pubblico albanese». Il litigio intorno al nulla rappresenta, in realtà, una routine quotidiana della nostra vita. Sulla scena della vita politica albanese si vedono spesso politici che litigano fino a all’assurdo, e noi li osserviamo come spettatori oppure ci sentiamo inconsciamente parte del loro conflitto. Queste riflessioni hanno spinto la traduttrice a costruire un ponte di traduzione per rendere possibile la comunicazione tra Sarraute e il pubblico albanese. Per un sì o per un no si può tradurre allora letteralmente, ma si resterebbe su un territorio estraneo. Questa versione letterale lascerebbe il pubblico nella passività e non verrebbe realizzato l’effetto desiderato dall’autore. Si resterebbe fedeli alla parola ma non allo spirito. Scavando nello spirito di quest’opera singolare e difficile, dato che è nata dalla preoccupazione di esprimere il non detto, la traduttrice ha tentato di integrare la sua atmosfera in quella dei personaggi mettendosi nei loro panni e improvvisamente le è venuta spontanea un’espressione albanese che tradotta parola per parola in italiano è la seguente: Per una parola di bocca [Për një fjalë goje].
Tous les traducteurs ont connu ce souci de servir les deux maîtres qui peut se transformer en tourment, voire en douleur littéraire. Car la traduction littéraire suppose un autre enfantement. Permettez-moi de vous donner un exemple récent de la traduction en albanais de la pièce de Nathalie Sarraute Pour un oui ou pour un non. Deux personnages, deux amis d’enfance, s’entredéchirent pour un rien, pour une intonation, «pour un oui ou pour un non». Ils se soumettent aux lois du dialogue de théâtre sans renoncer pour autant à ce qui fait leur spécificité: leur attachement à l’authenticité de la parole. Leur dialogue est rempli de non-dits, de sous-entendus qui nourrissent la relation compliquée qu'ils entretiennent. Ce décalage constant entre les deux protagonistes est à l'origine de situations douloureuses et drôles à la fois. Ainsi se développe le conflit, aiguillonné par les innombrables petits crimes que provoquent les paroles, leur intonation, sous la carapace des lieux communs, de la “sous-conversation”. «Les personnages sont très français, disait le metteur en scène, je veux qu’ils le demeurent tout en étant accessible au public albanais». En fait, le conflit du rien est une routine quotidienne de notre vie. Sur la scène de la vie publique albanaise on voit fréquemment des politiques qui se disputent jusqu’à atteindre l’absurde, et nous les observons comme spectateurs ou sinon on fait inconsciemment partie de leur conflit. Après ces réflexions la traductrice s’est mise à construire le pont de traduction pour réaliser cette communication entre Sarraute et le public albanais. Pour un oui ou pour un non, on peut le traduire ainsi, de façon littérale, mais on resterait sur un terrain étranger. Cette version littérale laisserait le public passif, l’effet désiré par l’auteur ne se serait pas produit. On aurait été fidèle à la lettre mais pas à l’esprit. En creusant l’esprit de cette œuvre singulière et difficile en ce qu'elle est née du souci d'exprimer le non-dit, la traductrice a essayé d’intégrer son atmosphère, celle des personnages en s’imaginant à leur place et du coup, pour traduire ce titre, une expression albanaise lui est venue tout naturellement, que je vais traduire littéralement pour vous en français: Pour un mot de bouche [Për një fjalë goje].
È un’espressione semplice, accessibile agli albanesi, che aggiunge così una certa dose di autenticità e seduce il pubblico in quanto si stabilisce una trepidante attesa per sapere cos’è successo per una parola di bocca [Për një fjalë goje]. Nel testo della Sarraute questa parola è una piccola frase che fa precipitare le intenzioni: «C’est bien… ça», e accontenta tutti quanti. Dopo molti tentativi di recitazione e prove ad alta voce, la traduttrice è riuscita a generare questa piccola frase motrice che tradotta letteralmente dall’albanese è la seguente: «che bella … quella» [e bukur … kjo]. Con questi sforzi si mobilita il proprio inconscio, il proprio vissuto, il grido venuto dall’intimo all’ultimo momento quando si comincia a credere nell’intraducibile. Il cerchio si chiude! È in questo che consiste il valore aggiunto che attira l’attenzione del pubblico della traduzione. È con questo tipo di riflessi che è stato tradotto in albanese anche il romanzo di Milan Kundera Lo scherzo. La traduttrice vi ha ritrovato l’atmosfera del comunismo puro e duro che ha conosciuto in gioventù e non ha potuto resistere alla forte tentazione di tradurre questa rigida atmosfera con delle corrispondenze albanesi dello stesso genere risvegliatesi in lei, senza assolutamente tradire l’autore che, su questo piano, condivideva gli stessi riferimenti del lettore albanese a cui era destinata la traduzione. In questo modo l’espressione «onore al lavoro» diventa «il lavoro è onore e gloria» [puna është nder e lavdi], e «l’autocritica davanti al Partito» diventa «una sana autocritica davanti al Partito» [një autokritikë e shëndoshë para Partisë], e «far parte dei politici» (nel senso di condannati politici) «avere delle macchie nella biografia» [është me njollë në biografi] o ancora «il nemico si è infiltrato nel partito comunista» [armiku i klasës ka depertuar brënda partisë komuniste] eccetera. Solo per dire che tutte queste formule hanno rapidamente ritrovato i propri omologhi nel codice culturale albanese. Tra l’altro è grazie a questi ritrovamenti negoziati che il primo libro di Kundera tradotto ha raggiunto il pubblico albanese. Pensiamo che ogni traduttore, alla luce di questi esempi, scelga un partito preso che manifesti la propria lettura del testo e lasci intravedere la propria convinzione, la propria personalità, insomma non solo la propria pretesa obiettività, che sembrerebbe ricoprire la parola «fedeltà», ma anche e inevitabilmente la propria totale soggettività, che non appare più come “infedeltà”.
C’est simple, accessible aux Albanais, ajoutant ainsi une petite dose d’authenticité et séduisant le public, car le suspens s’établit pour savoir ce qui s’est passé juste pour «un mot de bouche». Ce mot dans le texte de Sarraute c’est une toute petite phrase qui en précipite le propos: «C'est bien... ça», et voilà le monde entier qui s'effiloche. C’est au bout de plusieurs récitations et essais à haute voix que la traductrice a pu sortir cette petite phrase motrice en albanais sous la forme que je vous traduis à nouveau littéralement «elle est belle… celle-là». Dans ces efforts, on mobilise son subconscient, son vécu, son cri intérieur qui arrive au dernier moment, lorsqu’on commençait à croire à l’intraduisible. La boucle est bouclée! C’est là que consiste à nos yeux la valeur ajoutée. Qui retient aussi le public de la traduction. C’est avec de tels réflexes que nous avons traduit également le roman de Milan Kundera en albanais La Plaisanterie. La traductrice y a retrouvé l’atmosphère du communisme pur et dur qu’elle avait connue dans sa jeunesse et elle ne pouvait pas résister à la forte tentation de traduire cette atmosphère rigide par des équivalences albanaises du même genre qui se sont réveillées en elle, sans trahir point l’auteur qui, sur ce plan, partageait les mêmes références que le lecteur albanais auquel était destinée la traduction. C’est ainsi que l’expression «Honneur au travail» est devenu «Le travail est notre honneur et gloire», «l’autocritique devant le Parti» est devenu «une saine autocritique au sein du Parti», «faire partie des politiques» (dans le sens des condamnés politiques) est devenu «avoir des tâches dans sa biographie» ou encore «l’ennemi de classe s’était infiltré dans le Parti communiste» etc. juste pour vous dire que toutes ces formules ont retrouvé vite leur homologues dans le code culturel albanais. C’est, entre autres, grâce à ces retrouvailles négociées que ce premier livre traduit de Kundera a rejoint le public albanais. Nous croyons que chaque traducteur, à la lumière de ces exemples, choisit un parti pris qui manifeste sa propre lecture du texte et laisse entrevoir sa conviction, sa personnalité propre, bref non seulement sa prétendue objectivité que semblerait recouvrir ce terme de fidélité, mais aussi et inévitablement, son entière subjectivité qui n’apparaît plus comme «infidélité».
In quanto valore aggiunto, ogni traduzione riflette le tendenze e i gusti del suo tempo così come l’impronta del suo traduttore. Cito Jean Giono che diceva: «Je décris le monde tel qu’il est quand j’y suis» [descrivo il mondo come è quando vi sono]. Vorrei dire, senza fare riferimento a nessuno, che si può tradurre un testo così come è quando il traduttore è presente nel testo stesso. Ogni traduttore vive in questo senso un’avventura originale, unica, facendo appello al suo inconscio e alla sua aspirazione, fatta della memoria di tutto quello che ha sentito dire, che ha visto e conosciuto, e all’improvviso ecco venire l’illuminazione. Il ruolo che la società odierna assegna al traduttore in quanto ambasciatore dello scrittore originale, suo porta-voce, non è semplice. Il traduttore è come un attore che interpreta e che deve mettersi al posto non dei personaggi del libro ma del suo autore, rispettando tutti gli equilibri scelti da questi, ma anche quelli dello Straniero che è in lui perché il lettore senta che il testo viene dall’estero, anche se non deve sentire che è tradotto, per rispettare insomma in questo modo, il lettore stesso della traduzione. Accettiamo in anticipo tutte le critiche, pur rivendicando quello che è sempre un’impresa che meraviglia: far parlare un autore in un’altra lingua, permettendogli, così, di allargare il suo pubblico e di accrescere la sua gloria, e condividere il nostro piacere nell’oltrepassare con lui lo spazio e il tempo. In questo tempo di comunicazione e mass-media, rinunciamo una buona volta alla battuta «traduttore-traditore» che ci viene dal Rinascimento italiano.
Comme une valeur ajoutée, toute traduction reflète les tendances et les goûts de son temps aussi bien que la marque de son traducteur. J’aimerais bien citer ici Jean Giono qui disait : «Je décris le monde tel qu’il est quand j’y suis». J’ose dire, sans engager personne, que l’on peut traduire un texte tel qu’il est quand le traducteur y est. Chaque traducteur vit dans ce sens une aventure originale, unique, faisant appel à son subconscient, à son inspiration, qui est faite de la mémoire de tout ce qu’il a entendu dire, de tout ce qu’il a vu et connu, et soudain c’est l’illumination. Le rôle que la société d’aujourd’hui assigne au traducteur en tant qu’ambassadeur de l’écrivain original, son porte-parole, n’est pas simple. Car le traducteur est comme un acteur qui interprète et qui doit entrer dans la peau non des personnages du livre mais de son auteur, en respectant tous les équilibres choisis par l’Auteur, mais aussi l’Etranger qu’il y a en lui pour que le lecteur sente que le texte vient d’ailleurs, même s’il ne doit pas sentir qu’il est traduit, pour respecter de cette façon et finalement, le lecteur même de la traduction. On accepte d’avance tous les reproches, mais en revendiquant ce qui est toujours un exploit qui émerveille : faire parler un auteur dans une autre langue, lui permettant, ainsi, d’élargir son audience et d’accroître sa gloire, et partager notre plaisir de franchir avec lui l’espace et le temps. En ces temps de communication et de médias, renonçons une bonne fois au gag qui nous provient de la Renaissance italienne – traduttore/traditore.
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