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Entrevista com Bruno Osimo. Anna Palma, Andréia Guerini «Cadernos de Tradução», 2008, ISSN 2175-7968, Florianópolis, Brasil. Civica Scuola Interpreti Traduttori «Altiero Spinelli»

INTERVISTA A BRUNO OSIMO

1. Com’è nato il suo interesse per la traduzione?

Nonostante il lavoro fatto su di me per capirlo, non posso dire di essere arrivato a una

soluzione precisa. Da un lato credo che abbia avuto un ruolo l’educazione materna, dopo la

quale ho avuto modo di attribuire estrema importanza alla precisione delle sfumature nel modo

di esprimersi, forse anche un po’ come una sorta di reazione; dall’altra il contesto

indirettamente cosmopolita della mia educazione, sia perché sono ebreo e figlio di due persone

entrambe perseguitate dalle leggi razziali italiane e scampate al nazismo grazie alla fuga e

anche alla fortuna, sia perché mio padre viaggiava molto per lavoro e, ogni volta che tornava,

mi accorgevo che in quello che raccontava c’era sempre un residuo, qualcosa che, per capirla,

occorreva conoscere direttamente. Qualcosa d’intraducibile senza residuo.

2. Come sono stati accolti i suoi libri in Italia e all’estero?

In Italia i miei libri sono stati accolti bene, ma in sordina. Sono adottati in molti atenei e scuole

di specializzazione, ma, forse anche grazie al fatto che il mio editore, Hoepli, sembra non amare

le promozioni e gli eventi pubblici, non sono mai stati presentati in nessun luogo. All’estero,

ovviamente, c’è il grande limite della lingua. La lingua italiana è minoritaria ovunque. Ciò

nonostante, le poche recensioni sono uscite tutte all’estero.

Bisogna anche dire che il decennio che quest’anno compiono i miei libri (la prima edizione del

Manuale del traduttore è del 1998, e sono contento di festeggiare l’evento con i lettori di XXX)

è stato un decennio di trasformazione dell’università italiana, con la drastica riduzione dei corsi

in «lingue e letterature straniere moderne» e la fioritura di quelli in «mediazione linguistica»

(livello B.A.) e «traduzione» (livello M.A.). Questo ha comportato, per molti ex docenti di

letteratura, un reinserimento, il trovare un ruolo nuovo all’interno del proprio o di altri

dipartimenti. Molti docenti di traduzione erano stati formati come esperti di letteratura, e hanno

a volte un atteggiamento di sufficienza e di superiorità sia verso la traduzione, che considerano

“solo” un mestiere, sia verso i manuali, in quanto tipo di testo diametralmente opposto ai

discorsi “accademici”. Si può immaginare come abbiano considerato un libro che racchiude

entrambi questi difetti! Devo confessare che, durante il dottorato di ricerca, dovevo tenere

nascosta alla maggior parte dei docenti del collegio la pubblicazione dei miei libri, perché li

consideravano un titolo di demerito in quanto “didattici” e non “scientifici”.

3. Qual è il ruolo che la traduzione occupa nello scenario italiano? E quale quello degli Studi

della Traduzione fatti in Italia rispetto agli altri paesi dell’UE?

In Italia la traduzione ha un ruolo fondamentale, poiché la cultura italiana, dopo la fase

dominante dell’impero romano, attraversa un periodo di declino culturale. È perciò del tutto

naturale che (come afferma Even-Zohar), in quanto cultura periferica del polisistema culturale,

al suo interno la traduzione occupi una posizione centrale: è di qui che passano i testi che

importiamo dalle culture via via dominanti: quella statunitense in primis, soprattutto per quanto

riguarda la saggistica. In campo narrativo, è ora in fase di fortissima dominanza – rispetto

all’esiguità numerica – la cultura israeliana. Comunque in Italia si traduce molto: e si pubblicano

più traduzioni che originali, diversamente da quanto succede, per esempio, nei paesi anglofoni.

Per quanto riguarda gli studi sulla traduzione in Italia, siamo abbastanza arretrati rispetto ad

altri paesi europei. Anche se, a mio parere, è tutta l’Europa occidentale che sconta

un’arretratezza rispetto, da un lato, alla scuola semiotica estone e slava, e, dall’altro, rispetto

all’insegnamento fondamentale dello statunitense Charles Sanders Peirce. È vero che nei Paesi

Bassi, in Belgio, nel Regno unito e in Francia si pubblica molto di più sulla traduzione, ma è

anche vero che tali studi non sempre sono aperti alle autentiche novità rivoluzionarie degli studi

pubblicati nei paesi slavi negli anni Sessanta. Per esempio, il fondamentale libro di Popovič, La

scienza della traduzione, che ho curato in edizione italiana per Hoepli, prima era uscito solo in

slovacco, russo e tedesco, ed è tuttora fortemente sottovalutato dai più; il seminale libro di

Lûdskanov, Una concezione semiotica della traduzione, che sta uscendo da Hoepli nella

primavera del 2008, oltre all’edizione bulgara conosce solo una versione in francese

sgrammaticato, con una tiratura esigua e una diffusione pressoché nulla. E Lotman e Peirce,

che non hanno mai scritto esplicitamente sulla traduzione, hanno però dato un contributo

essenziale, se lo si sa e lo si vuole cogliere.

4. In Italia i traduttori sono riconosciuti? Hanno i loro diritti autorali riconosciuti e sono

remunerati come vorrebbero e dovrebbero?

In Italia, dove i traduttori sono importanti almeno quanto i camionisti (ossia moltissimo) per

l’economia del paese, perché si è scelta la politica di tradurre i modelli culturali altrui, anziché

proporre modelli propri (così come si è scelto di costruire autostrade anziché ferrovie), se

fossero compatti potrebbero paralizzare il paese, in mancanza di tariffe e condizioni adeguate.

Invece c’è l’epidemia di una malattia, apparentemente infettiva, la “traduttósi”, che causa nel

paziente un’insana voglia di tradurre a qualsiasi condizione e a qualsiasi prezzo… Scherzi a

parte, la domanda di traduzione è inferiore all’offerta, che è davvero enorme. Ci sono centinaia

di persone disposte a tradurre anche gratis, solo per l’onore (da chi tale è considerato) di avere

il proprio nome stampato, in piccolo, in una pagina che nessuno mai guarda, quella del

copyright. Vicino al copyright, e non in relazione a esso, perché nel 99% dei casi la legge sul

diritto d’autore viene disattesa e le traduzioni vengono pagate a forfait, senza nessuna

percentuale sulle vendite. A questo si aggiunge che il livello medio (e sottolineo «medio») di

cultura editoriale dei redattori e degli editor è scarso, che non hanno nessuna idea di cosa

significhi la qualità di una traduzione, o meglio, che hanno un’idea ben precisa di una qualità

della traduzione che penalizza il testo a vantaggio della sua (presunta: e sottolineo «presunta»)

vendibilità. In base a questa logica, qualsiasi sopruso è lecito ai danni del testo (sia il

prototesto, l’originale, sia il metatesto, il frutto della fatica del traduttore), purché ciò lo renda

più “leggibile”. Ma il concetto di «leggibilità» dipende dal concetto di lettore implicito che ci si

forma, e, a mio modo di vedere, gli editori tendono ad avere una visione del lettore implicito

come molto più ignorante e stupido di com’è in realtà il lettore medio.

Con ciò credo di avere implicitamente risposto anche alla seconda metà della domanda: no, i

traduttori italiani sono mal pagati e hanno uno status da paria, inferiore perfino a quello già

bassissimo (in Italia) degli insegnanti (il cui stipendio è inferiore a quello di un bancario). Ma un

po’ è anche colpa nostra: anziché piangerci addosso, dovremmo avere maggiore autostima,

dimostrare più coraggio ed essere meno disposti a subire. Insomma: il masochismo è curabile.

Propongo una psicoterapia intensiva per tutti, magari con convenzioni e sconti per la categoria.

5. Teoria e pratica della traduzione possono essere dissociate tra loro? In che misura teoria e

critica della traduzione possono aiutare a migliorare la qualità della traduzione?

Non penso che possa esistere una teoria della traduzione dissociata dalla pratica, né una pratica

dissociata dalla teoria. Quando la teoria era dissociata dalla pratica, per esempio con Catford e

Fëdorov negli anni Cinquanta e Sessanta, nessun traduttore ci credeva, perché a tutti saltava

all’occhio che si trattava di una teoria solo linguistica, che non contemplava tutti gli aspetti

extralessicali, primo tra tutti la cultura. La pratica dissociata dalla teoria è invece un’utopia, perché

le scelte che un traduttore fa, le fa comunque, che lui si renda conto o no segue una teoria,

esplicita o implicita. Altrimenti le sue scelte le farebbe a caso, e non credo che ci sia nessuno

disposto a sostenerlo. Popovič parla di teoria implicita della traduzione in riferimento a questo

fenomeno. Si potrebbe anche cercare di fare una storia della teoria della traduzione basata sulle

traduzioni pratiche. Più la teoria è implicita, più si corre il rischio di commettere incongruenze, di

avere una strategia traduttiva incoerente con sé stessa.

La cultura della critica della traduzione, diffondendosi, non può che migliorare le condizioni di

lavoro dei traduttori, e la qualità del prodotto così come viene poi considerato “finito”, ossia nella

fase finale di consumo da parte dei clienti. In mancanza di chiarezza su cosa s’intende per «qualità

della traduzione», si rischia di perseguire due fini diversi e inconciliabili: la facilitazione della

lettura, ottenuta mediante l’eliminazione degli scogli; e la preparazione di un testo presentato

come «altrui», ossia che conserva molte delle caratteristiche che lo connotano come traduzione di

un altro testo che proviene da una cultura diversa. Spesso in Italia si persegue il primo dei due fini,

ma non lo si dichiara quasi mai, anche perché risulterebbe offensivo per i clienti-lettori: si

attribuisce loro scarsa curiosità e poco interesse per ciò che il resto del mondo ha da offrirci; si

attribuisce loro fretta, disinteresse, desiderio di consumo veloce. Se vogliamo che i bagnanti

possano accedere a una costa piena di scogli, abbiamo due possibilità: fare una colata di cemento

e creare comodi scivoli, oppure attrezzare i bagnanti perché riescano a valicare la scogliera. Nel

primo caso, i bagnanti arrivano, ma non c’è più nulla da vedere.

6. Ci parli del suo interesse per la scuola di Tartu, di com’è nato e dell’importanza che ha avuto

e che ha nei suoi studi di Traduttologia.

Quando ero studente, la professoressa Elda Garetto, mia relatrice di laurea, mi diede un libro in

russo che, dal punto di vista grafico, aveva un aspetto molto modesto: era La traduzione totale, di

Peeter Torop. Leggendo quel libro, mi accorsi che, per quanto fosse molto difficile per me da

capire, trattava i problemi a un livello completamente diverso da quello a cui ero abituato: molto

più scientifico, metodico, ambizioso. Rimasi colpito dal contrasto tra il basso profilo dell’edizione

(sembrava una dispensa qualsiasi) e l’altissimo rigore del contenuto. Scrissi all’autore, e da lì prese

vita dapprima la traduzione, poi l’edizione italiana, poi l’amicizia con Peeter, poi la collaborazione.

In sostanza (lo dico con un po’ di vergogna per la mia ignoranza), scoprii la scuola di Tartu a

7. Attualmente lei fa parte di un progetto all’interno dell’Università di Tartu, ci può spiegare

Lo Stato estone, pur essendo molto più povero dello Stato italiano, ha una politica lungimirante e

sa che è molto importante, per il bene della nazione, investire nella ricerca. Di conseguenza ci

sono, anche nel campo della semiotica della traduzione, progetti di ricerca in cui sono a volte

coinvolti studiosi internazionali come guest researcher. Un progetto riguarda la storia della

traduzione e dovrebbe sfociare nella pubblicazione di un libro in inglese sull’argomento, distribuito

dalla Tartu University Press. Naturalmente in chiave semiotica. Un altro progetto riguarda la

riscoperta di Roman Jakobson e dell’enorme patrimonio nella sua opera per quanto riguarda la

8. Lei ha pubblicato diverse traduzioni di racconti e romanzi dal russo e dall’inglese. Nella

selezione dei libri da tradurre in italiano, su quali criteri si basa principalmente? E in che

misura le case editrici vi partecipano? La scelta del testo di un determinato autore da

tradurre è una fase che fa già parte, secondo lei, del processo traduttorio?

Tranne in rari casi (come L’isola di Sahalin di Čehov o L’ebreo in Russia e L’Angelo sigillato di

Leskov) nella mia vita la scelta è stata totalmente dell’editore. Fosse per me, per esempio,

tradurrei le opere complete di Čehov e lo considererei un grande onore e piacere. Invece

Mondadori, dopo avere cominciato la pubblicazione di tutti i racconti, a ritroso, cominciando dai più

recenti, a un certo punto si è fermato, senza preavviso. Peccato.

La scelta del testo fa parte senz’altro della critica della traduzione e del processo traduttivo. Si

tratta, come dice Popovič, di critica preventiva. Tra l’altro, difficilissima da fare, perché bisogna

essere esperti di marketing, di sociologia e di psicologia sociale. Non sono certo che coloro che la

fanno abbiano tutte queste competenze. E pensare che il primo lavoro che si offre a un aspirante

traduttore è proprio quello di leggere un libro e preparare la scheda di lettura che serve a prendere

tale decisione… Credo che si dovrebbe investire di più in questo campo, per ottenere risultati più

9. Nella sua traduzione del libro di Torop, La traduzione Totale, nelle Avvertenze per il lettore,

lei spiega la translitterazione dei caratteri cirillici ai quali si è attenuto, aggiungendo anche

alcune “norme spicciole di pronuncia”. Questo suo procedimento affinché il lettore possa

avvicinarsi, nella pronuncia anche solo interiorizzata dei nomi propri, a quella più vicina alla

lingua originale, sottolinea la sua preoccupazione anche per i suoni della cultura emittente.

Quando traduce testi letterari, quale criterio usa con i nomi propri di personaggi o di luoghi,

li traduce o no? e perché? E come si comportano o si sono comportati gli altri traduttori dal

russo in italiano o in altre lingue, sempre a questo proposito?

Io credo che nella traduzione di testi non strettamente utilitaristici lo scopo sia quello di far

conoscere al lettore mondi diversi, culture diverse, usi e costumi diversi. La traduzione la vedo

come strumento per combattere il provincialismo che affligge tutti noi e che, forse, sta anche alla

base di molti conflitti. Di conseguenza, quando non ho limiti imposti dall’editore, conservo nomi

propri sia di persona sia di luogo sia di istituzione nella forma più simile possibile a quella della

cultura originaria, fatto salvo l’alfabeto latino. Un disastro avviene quando, per esempio, si

traducono i nomi delle università, ciò che spesso le rende irriconoscibili, come quel giornalista che

ha tradotto “Washington University” con “Università di Washington”, proponendo al lettore italiano

qualcosa di interamente falso: si tratta dell’università intitolata a George Washington, e ha sede a

Saint Louis, nel Missouri. Solo le istituzioni che hanno nomi in più lingue (come l’UE) possono

essere nominate in quelle lingue. Che la cultura emittente sia quella russa o qualsiasi altra non fa

nessuna differenza. Le culture hanno una loro peculiarità che va rispettata e che è utile conoscere,

anche quando non si è disposti a condividerla. Dato che però le norme di traslitterazione non

tengono conto delle difficoltà dei non addetti ai lavori, e per la trascrizione delle lingue con alfabeto

cirillico è uscito un aggiornamento nel 1995 che semplifica il lavoro agli addetti ma lo complica per

i profani (per esempio, la lettera â serve ora a traslitterare un carattere cirillico che si pronuncia

«ia»), io sono favorevole a un’applicazione degli standard ISO, ma anche a una spiegazione iniziale

per i lettori con esempi semplici di pronunce di parole più locali possibili.

Molti traduttori dal russo sono rimasti fermi allo standard precedente, del 1968, anche perché nella

slavistica italiana c’è poco aggiornamento e una tendenza alla conservazione e al dogma. Quello

standard aveva il grave difetto di non comportare una corrispondenza biunivoca tra segno cirillico e

segno latino, con la conseguenza che nelle biblioteche, per esempio, i catalogatori che non sanno il

russo non sempre erano in grado di ricostruire la grafia originaria.

10. Nella sua opinione, lo studioso di Traduttologia ed il traduttore hanno un ruolo politico-

sociale nella società attuale? Se sì, qual è? Allo stesso modo, qual è l’impatto della

Traduttologia nelle case editrici, e in che modo può cambiare la relazione tra queste e

l’edizione del testo tradotto, tra queste ed i traduttori?

Il traduttore e il traduttologo hanno un ruolo molto importante. Non sono soltanto lo specchio del

modo in cui una cultura “legge” le altre, ma sono anche una forza attiva di riflessione su tale

relazione interculturale e di indirizzamento di tale lettura.

Le case editrici sono aziende, ma questo, oltre a essere un male, può anche essere un bene.

Spesso i redattori nel rapporto coi traduttori chiamano in causa il bilancio aziendale per giustificare

proposte di compensi esigui. È importante capire che il bilancio può crescere se, invece di pensare

alla produzione libraria in senso quantitativo, la si pensa in senso qualitativo. In questo senso

traduttologo e traduttore possono essere di enorme aiuto. Se si desse ascolto al traduttore e al

traduttologo anche come consulenti di commercializzazione, si potrebbe rivoluzionare il modo di

fare i libri, e i lettori si sentirebbero più coinvolti, come avviene in Israele, che ha il tasso di lettura

11. Alcuni dei suoi libri sono disponibili in modo integrale in Rete. Che opinione ha del ruolo di

Internet nella diffusione della cultura e della conoscenza in generale? Ed in particolare che

importanza ha la Rete nella produzione intellettuale, nell’interscambio tra i ricercatori, nel

migliorare la qualità delle traduzioni, ecc.?

Internet ha solo pochi anni ma è già uno strumento la cui assenza sembra inconcepibile. Il mio

modo di lavorare, negli ultimi quindici anni, è cambiato in modo radicale grazie a internet. I miei

allievi non riescono nemmeno a pensare di poter fare una traduzione senza stare costantemente

online. Le potenzialità di internet per gli scambi tra ricercatori sono enormi. Anche questa intervista

ne è una testimonianza e una dimostrazione.

Quanto al diritto d’autore e ai libri online, credo fermamente nel diritto dell’autore di avere una

retribuzione dai suoi lettori, e considero la fotocopia abusiva un vero e proprio furto, come anche

la copia abusiva di CD e DVD. Se un autore mette a disposizione online alcune risorse che sono di

sua proprietà, bene, allora questo è un fenomeno diverso. Ma l’onestà di fondo degli utenti viene

data per scontata. E ci si aspetta un gesto di reciprocità.

Angela Catrani intervista Bruno Osimo sul tema della traduzione Civica Scuola Interpreti Traduttori «Altiero Spinelli»

Dal momento in cui l’uomo ha iniziato a interrogarsi su se stesso, il problema delle diverse lingue che si parlano nel mondo ha incuriosito, affascinato, preoccupato, tanto che una delle prime “storie” raccontate nella Bibbia, e declinate in varie forme artistiche e culturali, è la storia biblica sulle origini delle differenze linguistiche, racconto che nella sua struttura narrativa sfiora il mito: parlo, naturalmente, dell’episodio noto come La Torre di Babele, che spiega come la proliferazione nel mondo di migliaia di lingue differenti sia stata una punizione divina per la superbia dell’uomo. Forse è proprio questa punizione divina che mi porto addosso, la mia assoluta incapacità di imparare una lingua straniera, ad avermi, per contrasto, fatto innamorare prima delle lingue cosiddette morte, il latino e il greco, e poi della scienza della traduzione, e dei traduttori in particolare, da me considerati ponte necessario (e vitale) per accedere agli amatissimi libri scritti in origine in altra lingua. La traduzione, ci insegnano i semiologi, è intorno a noi, filtra il mondo attraverso i nostri occhi e le nostre orecchie, attraversa i nostri studi e le nostre conoscenze. La percezione che ognuno di noi ha di un qualsiasi oggetto, anche il più comune, è talmente diversa che a volte occorre proprio una “traduzione” in un linguaggio codificato e fisso. Apro la conversazione con Bruno Osimo, professore universitario, semiotico, traduttore, scrittore. La sua competenza mi aiuterà a entrare nel tema, a districarmi tra significato e significante, tra metatesto e paratesto, cercando di capire cosa renda così affascinante e misteriosa questa scienza. Bruno Osimo studia le lingue da quando, come racconta nel suo libro Dizionario affettivo della lingua ebraica, ha scoperto che la lingua che parlava sua madre non era italiano, ma il tamponico, cioè una lingua volta a tradurre la realtà perché non ci faccia troppo male. Inglese e russo sono le sue lingue d’elezione e di insegnamento, a cui si affianca la Scienza della traduzione, materia fondamentale del primo anno della Scuola per interpreti e traduttori, laurea triennale.

Angela Catrani

Caro Bruno, ho la fortuna di conoscerti ormai da qualche anno, da quando ho superato la timidezza dopo aver letto il Dizionario affettivo e ti ho fatto i complimenti tramite Facebook. Sorprendentemente mi rispondesti e da quel momento avviammo un dialogo proficuo e costruttivo, almeno per me. Per Voland, due anni fa, hai affrontato una traduzione inconsueta e innovativa de I racconti di Odessa di Gogol, una traduzione in cui hai potuto mettere in atto tutta la teoria della Scienza della traduzione, rompendo gli argini rispetto a una staticità e piattezza che forse ha attraversato tutta la narrativa tradotta in Italia: il linguaggio che usi fa ampio utilizzo di parole dialettali, neologismi, errori, cercando di proiettare il lettore nella cultura poliedrica, multiforme, oserei dire “caciarona” della Odessa della fine dell’Ottocento. Partiamo proprio da qui: cosa e come una traduzione letteraria deve rispettare del testo originario?

Bruno Osimo

La tua domanda apre molti spiragli anche sui costrutti culturali impliciti nell’ambiente da cui è stata generata. Volendo ci si potrebbe domandare cos’è una traduzione “letteraria”: io sono incline a pensare alle traduzioni come processi – “letterari” o no – teoricamente identici e sempre creativi. Quando il testo è artistico, anche la traduzione ha una componente artistica, che comunque si affianca a quella razionale, necessariamente propria del traduttore. Ci si potrebbe domandare anche cosa significa «rispettare». Il primo rispetto che si deve all’originale penso che sia riconoscerne l’alterità, o meglio riconoscere l’alterità della traduzione. Trovo che presentare le traduzioni come “equivalenti” dell’originale sia un pericoloso processo di negazione. È rispetto prima di tutto della realtà delle cose. Riconoscimento della propria impotenza («Non posso leggere quel libro in originale perché non so quella lingua»); riconoscimento che la traduzione comporta alcuni passaggi mentali anche parzialmente inconsci e che è quindi sempre traduzione intersemiotica, frutto di pesanti influenze e interferenze della poetica del traduttore; quindi riconoscimento che le culture che s’incontrano e si scontrano nel processo traduttivo sono almeno tre: quella emittente, quella traducente, quella ricevente. Rispetto del lettore, che non va imbonito a credere che sta leggendo “lo stesso libro”, ma educato a pensare che ne sta leggendo un altro, non solo scritto in un’altra lingua da un’altra persona che è un altro autore, ma anche scritto in un diverso linguaggio culturalmente parlando: il linguaggio che il traduttore ha inventato apposta per riuscire a mettere in comunicazione prototesto e cultura ricevente. Quello che ho detto riflette una visione del mondo delle culture come fenomeni eterogenei e reciprocamente interessanti, e quindi la traduzione come inserimento dell’altrui nel proprio; ma naturalmente esiste anche la traduzione intesa come assorbimento, furto, prestito, che quindi si configura come appropriazione dell’altrui. È un po’ come la differenza che c’è tra citazione e plagio. Il plagio (traduzione appropriante) non è sempre volontario: può anche essere inconscio e anzi forse lo è nella maggior parte dei casi. Forse il rispetto del testo originario in essenza è rispetto per sé stessi, cura per l’autodefinizione di sé e altrettanta cura per la definizione dell’altro, delimitazione del proprio e dell’altrui e individuazione di strategie comunicative che esprimano la dialettica tra queste tre entità: altrui primario (segno), proprio traduttivo (interpretante), altrui secondario (oggetto). Sempre tenendo conto che nel mare dell’intertestualità sempre più feconda, concetti come «prototesto» e «testo primario» possono solo avere valore relativo, allo stesso modo in cui in semiotica l’interpretante del primo segno può a sua volta farsi segno “primario” di una successiva triade.

A. C.

I passaggi inconsci di cui parli riguardano i processi culturali impliciti del traduttore o moti emotivi legati al contenuto del testo che si sta traducendo?

Bruno Osimo

I passaggi inconsci riguardano sia l’inconscio soggettivo del traduttore sia, per così dire, l’inconscio della cultura di

appartenenza del traduttore. Possono verificarsi interferenze tra l’ideologia (in senso profondo, psichico) del traduttore e l’ideologia del testo, che danno luogo a quella che Popovič chiama «traduzione polemica». Possono anche esserci “zone d’ombra” della cultura ricevente intesa come collettivo, e allora nascono difficoltà di decodifica di determinati elementi del prototesto perché manca la specializzazione percettivo-cognitiva necessaria.

A. C.

Come e quanto entra la psiche del traduttore e quanto è opportuno che si cerchi di restare il più neutri possibili?

Bruno Osimo

La pretesa di neutralità del traduttore è – secondo me – insensata, e forse ha un parallelo nella pretesa di neutralità dello psicoterapeuta. Se, come ci diceva già Kant, la percezione è giudizio, già la percezione è ideologica, e con questo la neutralità è inesistente fin da subito. Il traduttore non deve restare neutro, ma deve dichiarare la propria ideologia. Messo a confronto con il prototesto, e con la necessità di proiettarne il senso sulla cultura ricevente, il traduttore elabora (consapevolmente o no) un linguaggio nuovo, fatto su misura per convogliare ciò che soggettivamente per il traduttore è il senso dominante del prototesto verso la cultura ricevente. Nel paratesto (per esempio in una postfazione) il traduttore denuda la propria strategia, denuncia la propria ideologia interpretativa, dichiara i propri intenti comunicativi e, nel contempo, confessa anche il proprio residuo (loss, perdita, lutto): anziché negarlo, il lutto, lo elabora (proprio come avviene in psicoanalisi) e lo svela al lettore.

A. C.

Riesci a farmi qualche esempio pratico, di traduzioni famose, per esempio? Oppure di risoluzione di un conflitto interno?

Angela Catrani, Bruno Osimo

Prendiamo come esempio il concetto di pošlost’ in Čehov. La pošlost’ deriva dal verbo hodit’ che significa «andare» ed è una specie ben precisa di volgarità. La volgarità è un concetto molto culturospecifico. Per esempio, nella cultura italiana contemporanea «volgarità» è spesso accostato a sessualità e a pornografia. In Čehov invece la pošlost’ è spesso accostata alla sytnost’, ossia alla sazietà. Se si considera l’opera di Čehov nell’insieme, si trovano svariati riferimenti alla sazietà, sia alimentare sia monetaria sia sul piano di quelli che ora chiameremmo i comfort, che è disprezzata dai personaggi che sono alter ego dell’autore. La sazietà materiale porta a una sorta di “sazietà spirituale” che è nemica dell’intelligenza, della curiosità, dell’attività che in ebraico si chiama tiqun olam, ossia riparare il mondo, valore di cui Čehov, non ebreo, sembra però carico.

Se si traduce Čehov in italiano, la cultura italiana presenta un enorme “buco nero” intorno a questo concetto. Buona parte delle attività popolari in Italia – mangiare, bere, sdraiarsi al sole, tradire il partner, fare il furbo, cavarsela con mezzucci – sono pošlye per Čehov, mentre da noi è considerato stereotipicamente volgare, che ne so, sfogliare Playboy o esprimersi in termini scatologici. In altre parole, la cultura espressa da un racconto di Čehov, letta dal mediatore culturale che è il traduttore e proiettata sulla attuale cultura italiana di massa produce una sorta di corto circuito. C’è un antropologo statunitense, Michael Agar, che definisce questi cortocircuiti «rich points», punti di arricchimento, perché dal punto di vista del confronto con culture altre avere un momento di smarrimento in cui non si riesce a capire/tradurre qualcosa è benefico e arricchisce. Qui si parrà la tua nobilitate, traduttore, perché ci sono due strategie con due esiti molto diversi. Una strategia stucca e liscia il muro e poi fa un ritocco di pittura, perché non si noti che la differenza culturale ha prodotto una crepa e magari fatto cadere un pezzo d’intonaco. L’altra strategia non persegue la liscezza del muro, ma insegue la dialettica tra le differenze: lascia che l’intonaco si stacchi, anzi fa cadere anche quello tremolante non ancora staccato, e poi fissa il muro e permette a chi lo osserva di accettarlo per quello che è: il frutto di un confronto tra culture diverse.

In termini strettamente traduttivi, il primo mediatore trova una soluzione andante (pošlyj, per l’appunto), trova un traducente come gretto o triviale e procede con il suo lavoro; il secondo mediatore apre un varco nella cultura cehoviana, parla della pošlost’ nella prosfazione o nelle note, informa i lettori che si trovano di fronte a un rich point, e chi ha voglia di arricchirsi si arricchisca (con l’aiuto del traduttore), e gli altri pàssino oltre.

A. C.

Come ultima domanda vorrei parlare proprio della tua particolare traduzione de I racconti di Odessa, completa, come da te teorizzato, di una prefazione in cui dichiari il tuo intento traduttorio. Questo apparato paratestuale diventa così parte integrante e necessaria di un libro, che non è più e solo di Babel, ma diventa di Babel-Osimo (come tra l’altro è dichiarato in copertina). Ci puoi raccontare la genesi di questo libro e della libertà che ti ha concesso l’editore di Voland?

Bruno Osimo

La traduzione mi è stata commissionata (non ho scelto io il testo) in quanto traduttore-autore (purtroppo in Italia si tende a pensare che un traduttore che non scrive anche in proprio sia uno scalino più giù nella scala socioculturale) perché la collana è riservata a classici tradotti da scrittori. Questa impostazione, già di suo, implica che il traduttore non sia stato incaricato di un lavoro di bassa manovalanza (come ahimè avviene a volte nella mentalità dell’editore) ma abbia anche una sua sfera di autonomia. In effetti ho intrapreso la traduzione senza preparazione e, man mano che procedevo, mi sono reso conto che mi stavo addentrando in un mondo stranissimo, caratterizzato non da una sola cultura ma dall’incontro/scontro di tante culture in un cronotopo variopinto, eterogeneo, screziato. Se ero sconcertato io, che nel cunicolo ero il capofila con la torcia accesa nell’elmetto, figuriamoci quelli in fila dietro di me – i lettori – che sarebbero passati più frettolosamente e con meno possibilità d’illuminazione – pensavo.

La mia preoccupazione dominante in questo frangente era di evitare il più possibile l’appiattimento. Da lettore mi stavo gustando un piatto esotico pieno di combinazioni creative di sapori inediti e come autore non volevo consegnare a mia volta ai miei lettori un anonimo sofficino surgelato da sbattere nel microonde e trangugiare spensieratamente. Quindi mi sono ingegnato come potevo per creare un (sotto) linguaggio, uno stile, dei tratti che dessero al lettore italiano l’idea di qualcosa di strano, di nuovo, di esotico, forse non del tutto comprensibile, ma che stimola la curiosità e la voglia di conoscere e di esplorare. Daniela Di Sora è stata molto collaborativa e non solo ha assecondato la mia richiesta di scrivere una postfazione, ma mi ha addirittura proposto una prefazione, che è molto più impegnativa e “invadente” dal punto di vista del lettore. Lavorare così è un lusso (in Italia) e credo che bisognerebbe adoperarsi tutti per trasformarla da eccezione a regola.

Bruno Osimo è nato a Milano il 14 dicembre 1958 in una famiglia culturalmente ebraica laica non osservante. Ha un diploma di traduttore dal russo e dall’inglese e un dottorato in scienza della traduzione. Dal 1980 traduce per l’editoria e per le aziende. Dal 1989 è docente di traduzione e scienza della traduzione presso la Civica Scuola Interpreti e Traduttori di Milano. Dal 1998 pubblica con Hoepli testi sulla traduzione (il più recente è il «Manuale del traduttore di Giacomo Leopardi»). Nel 2002 ha pubblicato l’articolo «On psychological aspects of translation» su Sign Systems Studies e da allora sviluppa questo filone di ricerca. Dal 2007 traduce e divulga autori importanti dell’est europeo nel campo della semiotica della traduzione: Jakobson, Lotman, Torop, Popovič, Lûdskanov, Revzin, Rozencvejg. Dal 2011 ha pubblicato tre romanzi con Marcos y Marcos: “Dizionario affettivo della lingua ebraica”, “Bar Atlantic”, “Disperato erotico fox”.

osimo@trad.it

Angela Catrani nasce a Rimini e vive vicino a Bologna, in una grande casa ecologica di legno, con il marito, due figli e un cane. Dopo la Maturità classica, si laurea con lode in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Bologna. Appassionata lettrice fin da bambina, alla classica domanda su “cosa vuoi fare da grande” risponde “Leggere”. Dato il suo carattere determinato, persegue il suo obiettivo e ora di professione principalmente legge e studia. Non aveva ancora terminato gli studi universitari e già lavorava in una casa editrice, Il Mulino, a cui è seguita una seconda casa editrice d’arte; ora lavora per una cooperativa sociale di Imola, Il Mosaico, per cui cura tutto il settore editoriale dei libri per bambini, in stretta sinergia con l’editore Bacchilega. Scrive articoli per riviste on line e per blog. Ha molte passioni e grandi entusiasmi, tra cui i libri per bambini, che ritiene essere una delle più alte espressioni artistiche in cui si possano coniugare spontaneità, eccellenza e bellezza.

angela.catrani@gmail.com

Pubblicato nel mese di febbraio 2016

www.aracne-rivista.it Rubriche 2016 – Transiti

Transiti #2

Iscritta nel Pubblico Registro della Stampa del Tribunale di Rimini: n° 11 del 24-05-2011 ISSN: 2239-0898

The Fundamentals of Translation, ebook by Bruno Osimo

fundamentals copertina

Bruno Osimo

The Fundamentals of Translation

Introductory Course with Exemplifying Tables for B. A. Students

translations by Alice Rampinelli, Anna Paradiso, Bruno Osimo

ISBN 9788898467099

1 Communicating always means translating

1.1 What is translation?

When speaking about translation, people usually think of the trasposition of a text from a language (a natural code) to another, different from the one in which the text was originally conceived and written. As a matter of fact, that is just a peculiar subprocess within the boundless universe of translation. One of the first steps towards a more scientific and complete approach to translation as it is generally thought of consists in acknowledging all its potential aspects.

The translation process is often described with metaphors relating to space and movement. In some languages the terms referring to “source text” and “target text” are undoubtedly linked to the notion of “space”. In Italian, for instance, “testo di partenza” and “testo d’arrivo” (literally, “starting text” and “arrival text”) refer to the semantic field of runs and races. The same is true, for example, for the French “texte de départ” and “texte d’arrivée”.

To some extent, it seems that translation were a sort of transportation of something (apparently words) from one place to another. And this might be due to the fact that even the Latin word from which “translation” derives, “translatus”, comes from the verbtrans-fero meaning “to bring on the opposite side of”. But even though it is true that translation has a spatial dimension, it also has a temporal and cultural one, all three made up of a number of other interrelated elements.

To avoid all the words which are too explicitly linked to the semantic field of departures and arrivals, which remind of military targets (“target text”) or which imply the misleading idea that there were no previous influences on the first text (“source text”), one may call “original” the text from which the translation process stems, and “translation” the text resulting from it. However, the word “translation” does not allow to make a distinction between the process and the outcome.

That is why the ideal terms would be “prototext” (i.e. “first text”, the original text) and “metatext” (i.e. the subsequent text, deriving from the first one). Such terms were coined by the Slovak semiotician Anton Popovič (1933-1984), who gave a substantial boost to translation studies in the 1960s and 1970s. Unfortunately, his ideas spread to the Western countries only after he had prematurely died.

It is also necessary to define the notion of “text”. The first definition that comes to mind when speaking of a text is a consistent group of written words with a unified structure that makes it a whole. But according to semiotics, the notion of “text” needs to be extended to nonverbal languages, such as music, figurative arts, cinema, advertisement, natural environment, street signals, and so on.

The consequences of such a widening of horizons are clear: if by “translation” we mean any process transforming a prototext into a metatext, with the text belonging to any verbal or nonverbal language or code (and by the way, prototext and metatext can even be expressed with the same code!), then the notion of “translation process” embraces a very wide range of processes, related to all possible transformations of texts.

That is why the translation process includes apparently different phenomena, such as film translation (often called “movie version”, a definition which does not stress its belonging to the sphere of translation) and intertextual translation (quotations, references, allusions, and so on). Already in 1683 the French churchman and scholar Pierre-Daniel Huet wrote in his De interpretatione:

the term “translation” also refers to the clarification of abstruse doctrines, to the interpretation of enigmas and dreams, to the interpretation of oracles, to the solution of complex issues, and, finally, to the spreading of all that is unknown. (Huet 1683:18)
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In the previous table, each row contains a communicative act which belongs to the translation process. Let us see some examples of translation processes.

The first row shows the standard interlingual translation process. The prototext is expressed in a natural code (i.e. in a language – English for instance – that differs from artificial codes such as, say, mathematics), and its transformation into a metatext is textual (both metatext and prototext are verbal texts) and interlingual (the prototext language is different from the metatext language).

The second row shows paraphrase: the process is the same as interlingual translation, but paraphrase usually occurs within the same language, as the content of the message is simply re-expressed with other words.

Quotations may take on the form of references or allusions especially if their ‘delimiters’ (such as inverted commas) are missing: sometimes it is a very hard task for the reader to recognize them as alien texts which were originally part of another, far different text. Even quotations are forms of translation because a word or a sentence uttered by someone in a given context and co-text (→ section 3.1) is re-uttered in a new context and co-text. In this way, the original utterance is now part of a new text: it is ‘translated’. The Internet and all the other telecommunication media are exponentially increasing intertextuality in our every-day communication practice. It is extremely easy for people with access to the Internet to come into contact with the other’s words, and the most modern communicative acts are consequently intertexts, i.e. intertextual translations.

Among the different types of intersemiotic translation there are also reading and writing, all the stages of dream elaboration as both intra- and interpersonal phenomena (i.e. reporting the dream, transcribing it), and psychotherapy, consisting both in the repeated translation of affects, feelings, and drives into words, and in the decoding and recoding of such words, which finally act as a feedback for the patient.

* * *

 

With a scientific explanation for the translation process as its goal, contemporary translation science does not only deal with interlingual translation. The present course on the fundamentals of translation does not aim at teaching how to translate – the translation practice represents a subsequent phase in the education of translators –, but at shading light on an often taken for granted and unconsciously practiced activity, as well as at paving the way for the interlingual translation practice.

http://store.streetlib.com/fundamentals-of-translation

Roman Jakobson’s Translation Handbook

Bruno Osimo1

 

 

This book is based on the principle that it is possible to create a text out of the writings of an author, focusing on a subject that had not necessarily been considered central or fundamental in the original author’s view. Roman Jakobson wrote many articles and books, that only partially dealt with translation. My intention here is to synthesize his thought on translation by collecting a number of quotations from different papers and essays of different times, originally written in various languages, and rearranging them according to my own criteria.

 

jakobson handbook copertina

The result is a series of paragraphs and chapters whose identity derives from the assembling of heterogeneous texts that, however, see one given topic from different perspectives. The first chapters focus on inner language as a nonverbal code, and the consequences of the continuous shift from verbal to nonverbal and viceversa occurring during speech, writing – coding –, hearing, reading – decoding –, and therefore occurring within the translation process itself. The notion of “intersemiotic translation” is considered from a new perspective.

In the central chapter Jakobson’s distinctive features method is applied to translation. Using the similarity/contiguity and imputed/factual variables, taken from Peirce’s writings, Jakobson realizes that one of the four actualizations is missing from Peirce’s treatment. Translation, that according to Jakobson is not equivalence but evolution of sense, may well be imputed similarity, the missing actualization of the aforementioned variables.

In the third chapter the focus is on the difference between humane disciplines and exact sciences, and where translation studies belong. Scientific method should be limited to exact disciplines or extended to humane fields as well? This decision has many implications, starting from the name of our discipline – translation science, translatology, translation studies, translation theory – passing through scientific terminology and arriving to semiotics, that according to Jakobson is the science within which the translation discipline should develop itself. Since in classic times disciplines were divided into trivium (humane fields) and quadrivium (sciences), following Jakobson’s semiotic path would mean to overcome trivium, to get out of triviality, in a sense.

In a slightly different form the three chapters were published as articles as follows:

 

(2009). Jakobson and the mental phases of translation. Mutatis Mutandis, 2(1), 73 – 84.

(2008) Translation as imputed similarity”. Sign Systems Studies 36.2:315-339.

(2016) Translation from rags to riches in Jakobson. Sign Systems Studies, still to be defined.

 

 

 

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Dinda L. Gorlée: Goethe’s glosses to translation, tesi di Chiara Dell’Orto Civica Scuola Interpreti Traduttori «Altiero Spinelli»

Dinda L. Gorlée: Goethe’s glosses to translation

Relatore: professor Bruno Osimo

CHIARA DELL’ORTO

Fondazione Milano
Civica Scuola Interpreti e Traduttori

Scuola Superiore per Mediatori Linguistici via Alex Visconti, 18 20151 MILANO

Diploma in Mediazione linguistica Dicembre 2015

© Dinda L. Gorlée: «Goethe’s glosses to translation» 2012 © Chiara Dell’Orto per l’edizione italiana 2015

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Dinda L. Gorlée: Goethe’s glosses to translation

Abstract in italiano

La presente tesi propone la traduzione dell’articolo Goethe’s glosses to translation di Dinda L. Gorlée, pubblicato sul volume 40, numero 3/4 del Sign Systems Studies, rivista accademica di semiotica. Il testo tradotto affronta sotto vari aspetti il concetto di triadicità, in contrapposizione con quello di dualismo. Semioticamente questo concetto è stato preso in considerazione da Peirce, nella sua triade semiotica di segno-oggetto-interpretante e nelle sue categorie di Primità, Secondità, Terzità. In traduzione, sia Jakobson che Goethe hanno sostenuto l’idea dell’esistenza di tre tipi di traduzione. Goethe ha formulato questa idea durante la stesura del suo West-Östlicher Divan, sorta di traduzione/parafrasi della versione in arabo del Divan di Hāfez. Attraverso le glosse a margine nelle Noten und Abhandlungen e nei Paralipomena, Goethe ha inoltre cercato di giustificare la libertà presasi nel tradurre e nel ricreare una nuova versione dell’opera persiana.

English abstract

The document proposes the Italian translation of the article Goethe’s glosses to translation by Dinda L. Gorlée, published on Sign Systems Studies. The article deals with the notion of triadicity, as opposed to that of duality. Semiotically, this concept was considered by Peirce in his semiotic sign-object- interpretant triad and in his threefold categories of Firstness, Secondness and Thirdness. In translation, both Jakobson and Goethe supported the idea of the existence of three types of translation. Goethe had this idea writing his West-Östlicher Divan, his personal translation/paraphrase of the Arabic version of Hafiz’ Divan. Through the marginal glosses in Noten und Abhandlungen and Paralipomena, Goethe also tried to justify the liberties he took when translating and recreating a new version of the Persian work.

Zusammenfassung

Diese Diplomarbeit schlägt die italienische Übersetzung des Artikels Goethe’s glosses to translation von Dinda L. Gorlée vor, der im Band 40 Nummer 3/4 der akademischen Zeitschrift von Semiotik Sign Systems Studies veröffentlicht wurde. Der Artikel befasst sich unter verschiedenen Aspekten mit dem Konzept der Triadizität im Gegensatz zu der Dualität. Semiotisch wurde dieses Konzept von Peirce in seiner semiotischen Triade Zeichen-Objekt- Interpretant und seine dreifachen Kategorien Erstheit, Zweitheit und Drittheit in Erwägung gezogen. Im Bereich der Übersetzung unterstutzten sowohl Jakobson als auch Goethe die Idee der Existenz von drei Arten Übersetzung. Goethe hatte diese Idee während des Schreibens seines West-östlichen Divan, eine Art Übersetzung/Paraphrase der arabischen Version des Hafis‘ Diwans. Durch die Randglossen in Noten und Abhandlungen und Paralipomena Goethe versuchte auch zu rechtfertigen die Freiheit, die er sich bei der Übersetzung und Wiederschaffung einer neuen Version des persischen Werkes genommen hatte.

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1 PREFAZIONE…………………………………………………………………………………………………………………………………..5

1.1 Introduzione al testo …………………………………………………………………………………………………………………………………………..5 1.2 Scelte traduttive…………………………………………………………………………………………………………………………………………………6 2 TRADUZIONE CON TESTO A FRONTE …………………………………………………………………………………………………. 7

3 RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI……………………………………………………………………………………………………………50

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1.1 Introduzione al testo

1 PREFAZIONE

La presente tesi ha come oggetto la traduzione dell’articolo Goethe’s glosses to translation di Dinda L. Gorlée, pubblicato nel 2012 su Sign Systems Studies 40(3/4). L’autrice, ricercatrice olandese di semiotica e traduzione, è a capo di un ufficio di traduzione giuridica multilingue all’Aja. Collabora inoltre con l’università norvegese di Bergen agli Archivi Wittgenstein e con quella di Helsinki presso il dipartimento di ricerche traduttologiche. L’articolo tratta principalmente di semiotica, traduzione e mediazione culturale, citando vari nomi di personaggi importanti e famosi nei rispettivi campi. Partendo dalla sua esperienza e dalle amicizie “semiotiche” che l’hanno indirizzata verso quel percorso di studi, l’autrice parla di come nel corso degli anni l’approccio e l’atteggiamento del traduttore verso la traduzione siano cambiati. Da un approccio duale o diadico, che è stato per molto tempo quello convenzionale e che ha dominato l’intero mondo della traduttologia fino a mezzo secolo fa, si è passati a considerare maggiormente un approccio triadico. Quest’ultimo, orientato verso la dottrina, anch’essa triadica, dei segni semiotici di Peirce, ha generato il nuovo metodo traduttivo: la semiotraduzione. Basandosi su questo nuovo metodo di pensiero progressivo, Goethe ha individuato, così come Jakobson, tre tipi di traduzione. La sostanziale differenza tra i due sta nel fatto che Goethe ha valutato i tre gradi di corrispondenza possibile tra prototesto e metatesto, mentre Jakobson, con i suoi tre tipi di traduzione (intralinguistica, interlinguistica e intersemiotica), ha dato per scontata la mancanza di equivalenza. I tre tipi di traduzione goethiani, da lui chiamati anche «epoche», possono essere così definiti: traduzione linearmente prosaica, parodistica e identica all’originale. Nel primo tipo si assiste a una Verdeutschung (termine coniato da Schleiermacher), una “germanificazione”, in cui il prototesto scompare e la traduzione risulta così una versione completamente germanizzata. Secondo Goethe una prosa lineare è la scelta migliore per questo primo tipo. Il secondo tipo presenta il dualismo domesticazione-straniamento, ovvero la Verfremdung. La traduzione perde la sua

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attenzione filologica per il prototesto e si assiste a una riformulazione. Il terzo e ultimo tipo è quello più elevato e più difficoltoso da mettere in pratica, poiché il traduttore perde la sua identità nazionale, adattandola al gusto estetico della massa. La traduzione è identica all’originale sia nel significato che nei procedimenti ritmici, metrici e retorici. Goethe ha formulato quest’idea dell’esistenza di tre tipi di traduzione nelle glosse a margine del suo West-östlicher Divan, rieditate nelle Noten und Abhandlungen e nei Paralipomena. Il West-östlicher Divan, versione personale goethiana in tedesco del Divan persiano di Hāfez, scritto in caratteri arabi, è la dimostrazione sia dell’applicazione del concetto e dell’approccio triadico alla traduzione da parte di Goethe, sia dell’erudizione propria di Goethe (la conoscenza della lingua araba non era cosa comune a quel tempo e, a onor del vero, nemmeno oggigiorno) e della mediazione culturale tra oriente e occidente, uno degli scopi fondamentali di quest’opera.

1.2 Scelte traduttive

Quando è stato possibile reperire la fonte (dal sito ufficiale del Deutsches Textarchiv), le citazioni presenti nel testo di autori tedeschi (Goethe e Eckermann) sono state tradotte direttamente dall’originale.

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2 TRADUZIONE CON TESTO A FRONTE

Friendship

Amicizia

When I find myself recollecting some instances of meeting Juri Lotman, I vividly remember the turmoil between East and West, making us captive of the political history and alienizing all personal contact. Lotman’s effective appeal to my invitation to become, together with Thomas A. Sebeok, key speakers of the First Congress of the Norwegian Association of Semiotics in Bergen (1989), became a semiotic extravaganza, unforgettable for all present. Translation was a crucial issue, but it seemed to work between semiotic friends. Sebeok addressed Lotman “mostly in German, with snatches of French, interspersed by his shaky English and my faltering Russian” (Sebeok 2001: 167). During one of the events of the congress, Lotman whispered to me in French, as I guess, that translation was on the program in the semiotic school in Tartu. I thought that the brief remark was a smart anecdote, but I had misunderstood Lotman’s cryptic words, alas!

Quando mi trovo a pensare ad alcune volte in cui incontrai Juri Lotman, ripercorro vividamente l’atmosfera di confusione tra Est e Ovest che ci rendeva prigionieri della storia politica e ci isolava da tutti i nostri contatti personali. L’efficace appello di Lotman al mio invito a diventare con Thomas A. Sebeok oratore principale del Primo Congresso della Norwegian Association of Semiotics a Bergen (1989) diventò uno stravagante spettacolo semiotico, indimenticabile per tutti i presenti. La traduzione era un tema cruciale, ma sembrava di lavorare tra amici semiotici. Sebeok si rivolgeva a Lotman “perlopiù in tedesco, con frammenti in francese, inframezzati dal suo inglese precario e dal mio russo zoppicante” (Sebeok 2001: 167). Nel corso di un evento durante il congresso, Lotman mi sussurrò in francese che, come credo di aver capito, la traduzione era nel programma della scuola semiotica di Tartu. Pensai che quel commento fosse soltanto un brillante aneddoto, ma aimè avevo frainteso le parole criptiche di Lotman.

The semiotic approach to translation – semiotranslation – had for many years been my lonely adventure. To write the methodology of Charles Peirce’s semiotics in a doctoral dissertation was against the

L’approccio semiotico alla traduzione – semiotraduzione – è stato per molti anni la mia avventura solitaria. Scrivere una tesi di dottorato sulla metodologia semiotica di Charles Peirce andava contro il volere

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opinion of my university superiors, so I worked on the enterprise alone. Later, under the inspiration of Sebeok, Peircean translation had turned into my “mono-mania”. In October 1999, if I remember well, I met for the first time Peeter Torop during the 7th International Congressof the International Association for Semiotic Studies in Dresden. Immediately, we became friends, although we had in the beginning no real language in common, but needed to communicate through half-words, body movements, and gesture. We have stayed honest friend until today (and hopefully tomorrow). My words of friendship are a simple yet affectionate statement but, in a time of professional wilderness, I fully realize that having a real friend overcomes our active busyness to trust in the truth and luxury of the language of friendship.

dei miei docenti universitari. Decisi così di intraprendere il cammino da sola. Successivamente, ispirata da Sebeok, la traduzione peirceiana diventò la mia monomania. Nell’ottobre del 1999, se mi ricordo bene, incontrai per la prima volta Peeter Torop durante il Settimo Congresso Internazionale della International Association for Semiotic Studies a Dresda. Siamo diventati subito amici nonostante all’inizio non avessimo alcuna lingua in comune e quindi comunicassimo con mezze parole, movimenti del corpo e gesti. Siamo rimasti buoni amici fino a oggi (e spero lo saremo anche domani). Le mie parole d’amicizia sono una dichiarazione semplice ma affettuosa, tuttavia, in un’epoca di aridità professionale, mi sono resa pienamente conto che avere un vero amico ci fa superare le difficoltà contingenti e confidare nella verità e nel lusso del linguaggio dell’amicizia.

Lotman’s hidden and secret words were realized in the friendship between Peeter and myself. A friendship between two semiotic translation theoreticians exists in our case to challenge the “old” rules of linguistic translatology into producing a new semiotic theory about the plural and manifold activity of making sense of a source text into a target text. Translatology – translating (process) and translation (product) – starts from the original, Romantic unity of the ego

L’amicizia tra me e Peeter era incentrata sulle parole segrete e nascoste di Lotman. L’amicizia tra due teorici della semiotraduzione esiste nel nostro caso per sfidare le “vecchie” leggi della traduttologia linguistica e produrre una nuova teoria semiotica che riguarda la plurale e molteplice attività del ricavare il senso di un prototesto in un metatesto. La traduttologia – il tradurre (processo) e la traduzione (prodotto) – parte dall’originale – l’unità romantica dell’Io alita la

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breathing his or her individual fashion of translation traversing the fixed and normative unity of language-and-grammar, but the perspective has now changed into the revolutionary advance of the plurality of the translator’s signatures. Translating (process) and translation (product) create a living and radical form of Roman Jakobson’s transmutation, inside and outside the source text, producing new target reactions of the “chaotic” symbiosis of language- and-culture.

propria modalità individuale di traduzione attraverso l’unità fissa e normativa di lingua e grammatica – ma la prospettiva ora è cambiata, con la rivoluzionaria pluralità delle firme del traduttore. Il tradurre (processo) e la traduzione (prodotto) creano una nuova forma vivente e radicale della trasmutazione di Roman Jakobson, dentro e fuori il prototesto, scatenando così nuove metareazioni della simbiosi “caotica” dell’insieme di lingua e cultura.

Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832), the Romantic poet- dramatist-novelist-philosopher and scientist (anatomy, botany) of German culture, came close to defining the modern version of translatology. In his days, he saw translation – including annotation, retranslation, and even lexicography – of a literary work in the German language as a means of performing a vital service for particularly classical literature. Goethe introduced the concept of world literature , building and mediating the cultural and political identity of the German princedoms into one national home (Venuti 1998: 77-78). However, at

Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832), poeta, drammaturgo, romanziere, filosofo e scienziato (anatomia, botanica) del romanticismo tedesco, arrivò quasi a definire la versione moderna di traduttologia. Considerava la traduzione di un’opera letteraria in lingua tedesca – compresa di annotazioni, ritraduzione e perfino lessicografia – un mezzo atto a rendere un servizio vitale per la letteratura, soprattutto per quella classica. Goethe introdusse il concetto di letteratura mondiale, costruendo e fondendo l’identità politica e culturale dei principati tedeschi in una patria nazionale (Venuti 1998: 77-78).

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informal kinds of causeries with his younger secretary Johann Peter Eckermann (1792-1854)1 – indeed, early forms of “interviews” occurring in Goethe’s study of the Weimar Palais, during dinner, in the library, in the garden, or taking walks together – Goethe interpreted as “translator” of his own experiences, the similarity between botanical

Comunque, durante causeries informali con il suo giovane segretario Johann Peter Eckermann (1792-1854) – in realtà erano “interviste” ante litteram che si verificavano nello studio di Goethe nel Palais di Weimar, a cena, in biblioteca, in giardino o facendo una passeggiata insieme – Goethe interpretò come traduttore delle proprie esperienze, la

1 This footnote is an informal excursus to punctuate formally the acute angle to understand the two ways of Goethe’s work in formal and informal writings, as argued here separately and in mediation. Semiotically, both reflect knowledge and metaknowledge, unfolding in the formation of reasoning in Peirce’s three categories: argumentative deduction, experimental induction, and hypothetical abduction reflect the two concepts of formality and informality, that are not separate but interactive in whole and parts. The formal mind is the pure cognition of semiosis (logical Thirdness, with nuances of Secondness and Firstness) and the informal mind is the degenerate pseudo-semiosis (real or fictional Secondness, with nuances of Firstness and Thirdness). In literary genres, Peirce’s categories represent description, narration, and dissertation. Formal works are the flow of text-oriented thought-signs, to have essentially one interpretation, whereas informal works embody culture-oriented “factors – the bodily states and external conditions – and these interrupt logical thought and fact” (Esposito 1980: 112). The informal stories are the picaresque variety of narrative genres. The flow of episodes, plots, anecdotes, and other impressionistic and causal narrations can embrace many meanings, even ambiguous and contradictory senses.

In Lotman’s cultural semiosis, the “constant flux” (1990: 151) of knowledge and metaknowledge throws light on the dialogic interaction of different human semiospheres (1990: 125ff.). The structural boundaries of formal cultural (moral, ethical, ideological) space may be crossed by all kinds of informal human (self-) expressions reflecting various cultures. In literary language, the crosswise dialog between formal and informal codesdemonstrates how and when human cultures (and subcultures) move away from domestic codes to shift to adopting new and strange codes. Lotman exchanges the formal “stereotype-images” into the informal image of what is described as “the unknown Dostoevsky” or “Goethe as he really was” to give a “true understanding” of literary personalities and their works (1990: 137). See also metaknowledge in the encyclopedic information of Sebeok (1986: 1: 529–534) and Greimas (1982: 188–190, 192).

Goethe’s formal attitude about literary translation will focus on his creative translation of his West-ostlicher Divan. His informal view will be argued about his own self-explanatory notes, explaining the complexities of his German translation of the Arabic verse. In this article, Goethe’s informal attitude about literary translation will be discussed: firstly, in the editor’s “table-talk literature” (1946: viii) of Goethe’s Conversations with Eckermann, and secondly, Goethe’s self- explanatory notes, explaining the German translation of his Divan verse. The latter, the Divan and the notes, shows the difference between Lotman’s terms of “central and peripheral spheres of culture” (1990: 162). The Divan is “the central sphere of culture … constructed on the principle of an integrated structural whole, like a sentence”, whereas the notes are “the peripheral sphere … organized like a cumulative chain organized by the simple joining of structurally independent texts” (Lotman 1990: 162). Lotman adds that “This organization best corresponds to the function of these texts: of the first to be a structural model of the world and of the second to be a special archive of anomalies” (Lotman 1990: 162).

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form, shape, or pattern to:

somiglianza tra forma botanica, struttura o modello di:

[…] a green plant shooting up from its root, thrusting forth strong green leaves from the sturdy stem, and at least terminating in a flower. The flower is unexpected and startling, but come it must – nay, the whole foliage has existed only for the sake of that flower […]. This is the ideal – this is the flower. The green foliage of the extremely real introduction is only there for the sake of this ideal, and only worth anything on account of it. For what is the real in itself? We take delight in it when it is represented with truth – nay, it may give us a clearer knowledge of certain things; but the proper gain to our higher nature lies alone in the ideal, which proceeds from the heart of the poet. (Eckermann 1946: 155; see 327)

[…] una pianta verde che germoglia dalle radici, il cui robusto stelo da vita a verdi e vigorose foglie ai lati e termina, infine, con un fiore. – Il fiore era inaspettato e sorprendente ma doveva venire; sì, il verde fogliame era lì solo per lui […]. Questo è l’ideale, questo è il fiore. Il verde fogliame della più che reale esposizione è lì solo per questo ideale e vale qualcosa soltanto in sua virtù. Ma che cos’è il reale in sé? Ci rallegriamo quando viene rappresentato con verità, sì, può anche darci una conoscenza più ampia di certe cose; ma la vera vittoria per la nostra natura superiore risiede ancora soltanto nell’ideale, che emerge dal cuore del poeta. (Eckermann 1836: Bd.1, 302)

Goethe’s footnotes to the phenomenon of translation explained the organic form of translation, attaining the long-cultivated ambition to blossom and fruit. Anticipating the idea of intersemiotic translation, Goethe’s approach seemed in some ways to anticipate biosemiotics. Indeed, the wilderness of the thistle path – shooting up from the wild rhizomes, thrusting forth thorny weeds with sharp spines and prickly margins – comes alive in the nomadic wanderings into the translator’s semiosis or pseudo-semiosis (Kull, Torop 2003, Gorlée 2004a). As a warning against the business of “a thousand hindrances” of translation, Goethe’s proverb said “one must not expect grapes from thorns, or figs from thistles […]” (Eckermann 1946: 385, 199). After his botanical analogy, Goethe added in spirited inspiration: “The like has often

Le note a piè pagina di Goethe sul fenomeno della traduzione spiegavano la forma organica della traduzione, realizzando l’ambizione, a lungo coltivata, di fiorire e dare frutti. Anticipando l’idea di traduzione intersemiotica, l’approccio di Goethe sembrava in qualche modo anticipare anche l’idea di biosemiotica. In effetti il deserto del sentiero dei cardi – che germogliano dai rizomi selvatici, facendo crescere foglie spinose con spine aguzze e margini setolosi – prende vita nei nomadi vagabondaggi della semiosi o pseudosemiosi del traduttore (Kull, Torop 2003, Gorlée 2004a). Come un avvertimento rispetto all’impresa dei “mille ostacoli” della traduzione, un proverbio di Goethe recitava “non bisogna aspettarsi l’uva dalle spine né i fichi dai rovi […]” (Eckermann 1848: Bd.3, 158). Dopo la sua analogia botanica

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happened to me in life; and such cases led to a belief in a higher influence, in something daemonic, which we adore without trying to explain further” (Eckermann 1946: 385). Friendship, I guess.

Goethe aggiunse, brillantemente ispirato: “Mi è spesso successo qualcosa di simile nella vita; e casi del genere portano a credere in un influenza superiore, qualcosa di demoniaco, che noi adoriamo senza cercare di spiegare ulteriormente” (Eckermann 1848: Bd.3, 158). L’amicizia, credo.

Semiotranslation

Semiotraduzione

The conventional view of translation is the dual (or dyadic) approach that has tended to predominate the whole of translation studies. This comprehensive theory of translation studies was used as a systematic guideline and, semiotically, was based on the twofold concepts of Ferdinand de Saussure’s language theory – signifier and signified, langue and parole, denotation and connotation, matter and form, sound and meaning, as well as synchrony and diachrony. The semiologically oriented language theory was in agreement with Saussure’s system of contrastive terms, while the dual dichotomies produced, for example, Hjelmslev’s expression and content, form and substance, and Jakobson’s code and message, selection and combination, metaphor and metonymy, whole and details. However Sebeok’s inner and outer, vocal and nonvocal, verbal and nonverbal,

L’approccio convenzionale alla traduzione è quello duale (o diadico) che ha dominato l’intera traduttologia. Questa teoria completa della traduzione fu usata come linea guida sistematica e, semioticamente, era basata sui duplici concetti della teoria del linguaggio di Ferdinand de Saussure – signifiant e signifié, langue e parole, denotazione e connotazione, sostanza e forma, suono e significato, così come sincronia e diacronia. La teoria del linguaggio orientata semiologicamente concordava con il sistema dei termini contrastivi di Saussure, mentre le dicotomie creavano, per esempio, espressione e contenuto, forma e sostanza di Hjelmslev, codice e messaggio, selezione e combinazione, metafora e metonimia, insieme e particolari di Jakobson. Tuttavia, per quanto riguarda interno ed esterno, vocale e nonvocale, verbale e nonverbale, segni e sistemi segnici linguistici e

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linguistic and nonlinguistic sign and sign systems, as well as Lotman’s primary and secondary modelling systems, internal and external communication, closed and open cultures, cultural center and periphery, tended not towards Saussure’s contrastive oppositions, but reflect a continuum, echoing relational structure of evolutionary progress. They grasp aspects of dynamic modes of expression, as found in Peirce’s threefold (or triadic) doctrine of semiotic signs.

nonlinguistici di Sebeok, così come i sistemi di modellizzazione primaria e secondaria, la comunicazione interna ed esterna, le culture aperte e chiuse, il centro e la periferia della cultura di Lotman, non sono orientati verso le opposizioni contrastive di Saussure, ma riflettono un continuum, riecheggiando la struttura relazionale del progresso evolutivo. Essi colgono modalità espressive dinamiche, come quelle presenti nella triplice (o triadica) dottrina dei segni semiotici di Peirce.

Within the threefold categories, the two-step model of translation studies of the linguistic (or multilingual) relation between the production and the producer, or the producing activity and reproductive activity, loses the primary importance. So does the ideal of perfect equivalence produced in the target language stand for the “same” place in the source language. The “old” model of classical equivalence has produced the paradigm of evaluating in the lines of the argument a yes/no response. The dual explanation judges translation according to the dual dichotomies of language: translation studies and translation practice, translation process and translation product, translatability and untranslatability, prescriptive (normative) and descriptive translation, co-textual and contextual translations, as well as source-oriented and target-oriented translations, faithful and

Nell’ambito delle tre categorie, il modello traduttologico diadico della relazione linguistica (o multilingue) tra produzione e produttore, o attività produttiva riproduttiva, perde la sua importanza primaria. Così l’ideale di equivalenza perfetta prodotta nella lingua ricevente sta per lo “stesso” posto nella lingua emittente. Il modello “vecchio” dell’equivalenza classica ha prodotto una valutazione sì/no sul piano dell’argomento. La spiegazione diadica giudica la traduzione in accordo con le dicotomie diadiche del linguaggio: traduttologia e pratica della traduzione, processo traduttivo e prodotto, traducibilità e intraducibilità, traduttologia prescrittiva (normativa) e descrittiva, traduzioni cotestuali e contestuali, così come traduzioni orientate verso il prototesto e verso il metatesto, traduzione libera e fedele, traduzione linguistica e artistica, traduzione naturalizzante e estraniante,

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free translation, linguistic and artistic translation, naturalizing and alienating translation, exotization and acculturation of translations, historization and actualization (assimilation) of translations, accuracy and receptibility of translations, and many others emanating from semiological (structuralist) approaches to translation studies (Greimas 1982: 351-352).

esotizzazione e acculturazione delle traduzioni, storicizzazione e attualizzazione (assimilazione) delle traduzioni, accuratezza e recettibilità delle traduzioni e molte altre che provengono da approcci semiologici (strutturalisti) alla traduttologia (Greimas 1982: 351-352).

Semiotranslation is the “new” methodology, characterized as Peirce’s doctrine of detecting and analyzing signs as a “progressive” thinking method, different from Saussure. Hijacked by Peirce, as my situation was, away from the camp of Saussure, the outlook of translation studies and the translation of meaning was based on the division and subdivision of the framework of Peirce’s logical terms. The semiotic sign or representamen, object, and interpretant, divided into various threeway elements, correspond to Peirce’s categories of Firstness, Secondness, Thirdness. The threeway elements are not separate but interact with each other in semiosis, when possible. Translators, as human interpreters, work with pseudo-semiosis or Peirce’s degenerate semiosis (Gorlée 1990; see fn. 1), as argued here. Semiotranslation channels a dynamic network of Peircean interpretant- signs, considered as artificial “sign-things” which are still alive, and thus

La dottrina peirceiana consistente nell’individuare e analizzare i segni come metodo di pensiero “progressivo”, diverso da Saussure, genera il metodo “nuovo”, la semiotraduzione. Le prospettive della traduttologia – peirceianamente dirottata, come la mia situazione, lontano dal campo di Saussure – e della traduzione del significato erano basate sulla divisione e suddivisione della struttura dei termini logici di Peirce. Il segno semiotico o representamen, l’oggetto e l’interpretante, divisi in vari elementi triadici, corrispondono alle categorie peirceiane di Primità, Secondità e Terzità. Gli elementi triadici non sono separati ma, quando possibile, interagiscono tra loro semioticamente. Come argomento qua, i traduttori, in qualità di interpreti umani, lavorano con la pseudosemiosi o con la semiosi degenerata di Peirce (Gorlée 1990; vedi nota 1). La semiotraduzione crea una rete dinamica di segni-interpretanti di Peirce, considerati

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progressively growing in time. A translation is a (re)creative work by a translator (or various translators), going through successive moods, aspects, and phases of the never-ending acts of translation. Simplifying the complex tasks of the translator, the vague and impromptu translations, made by so-called “bad” translators bringing in unintegrated and illogical impressions, could under the fortunate circumstances of “good” translators grow to become clear translations, giving higher determined and logical features – or performing any interpretant-messages whatsoever between “good” and “bad” (Gorlée 2004a: 167, 2004b) in what can be called intermediate types.

“segni-cose” artificiali, che sono tutt’ora vivi e crescono progressivamente nel tempo. Una traduzione è un lavoro (ri)creativo di uno o più traduttori che passa via via attraverso diversi stati d’animo, aspetti e fasi di atti traduttivi interminabili. Semplificando i compiti complessi del traduttore, le traduzioni vaghe e improvvisate, eseguite dai cosiddetti traduttori “cattivi” che mettono insieme impressioni nonintegrate e illogiche, potrebbero, nelle mani di traduttori “buoni”, crescere e diventare traduzioni chiare, con migliori caratteristiche logiche e determinate – o produrre messaggi-interpretanti a metà strada tra “buono” e “cattivo” (Gorlée 2004a: 167, 2004b) in quelli che possono essere chiamati tipi intermedi.

Peirce’s mental activity of threeway subdivision had the cultural flavor of detecting all kind of signs and nonsigns, analyzing both linguistic and nonlinguistic (graphical, acoustic, optical and other) messages (see Sebeok 1985) interplaying with each other in the outer and inner speech expressed in the sensation, emotion, and attention of the new media. Between Saussure – in agreement with Nida’s formal and dynamic equivalence (1964) – but tending toward Peirce, Jakobson’s three types of translation (1959) gave widening significances to the traditional concept of translation, defined as: (1)

L’attività mentale delle suddivisioni triadiche peirceiane aveva il gusto culturale dell’individuare tutti i tipi di segni e nonsegni, analizzando sia i messaggi linguistici che nonlinguistici (grafici, acustici, ottici e altri) (vedi Sebeok 1985) che interagivano l’uno con l’altro nel discorso interno ed esterno espresso nella sensazione, emozione e nell’attenzione dei nuovi media. Nel contesto Saussuriano – in accordo con l’equivalenza formale e dinamica di Nida (1964) – ma tendendo verso Peirce, i tre tipi di traduzione di Jakobson (1959) resero più significativa la concezione tradizionale di traduzione, definendola

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Intralingual translation or rewording is an interpretation of verbal signs by means of other signs of the same language, (2) Interlingual translation or translation proper is an interpretation of verbal signs by means of some other language, and (3) Intersemiotic translation or transmutation is an interpretation of verbal signs by means of signs of nonverbal sign systems. (Jakobson 1959: 233)

come: (1) la traduzione intralinguistica o riformulazione è un’interpretazione di segni verbali per mezzo di altri segni verbali della stessa lingua, (2) la traduzione interlinguistica o traduzione propriamente detta è l’interpretazione di segni verbali per mezzo di segni di un’altra lingua e (3) la traduzione intersemiotica o transmutazione è l’interpretazione di segni verbali per mezzo di segni provenienti da sistemi segnici nonverbali. (Jakobson 1959: 233)

Jakobson’s threefold division of translations gives the translational concept new and extralinguistic horizons beyond merely the accurate “rewording” and less accurate “translation proper” to the free and unbounded “transmutation” (Gorlée 1994: 156ff.). The wider phenomenon, including an “unconventional” repertoire of extensive forms of translations, was either supported or rejected, by purely linguistic translation theoreticians, as being non-empirical and “radical”. Jakobson’s On linguistic aspects of translation (1959) is now included in The Translation Studies Reader (Venuti 2004: 138-143), but in this recent manual of translation studies, semiotics is not (yet) mentioned as a methodology of translation studies2.

I tre tipi di traduzione di Jakobson aprono orizzonti nuovi ed extralinguistici al concetto traduttivo che vanno semplicemente oltre la “riformulazione”, più precisa, la “traduzione propriamente detta”, meno precisa, spingendosi fino alla “transmutazione”, libera e senza limiti (Gorlée 1994: 156 e seguenti). Il fenomeno allargato, che comprende anche un repertorio “non convenzionale” di forme estensive di traduzione, fu sia supportato che rifiutato da teorici della traduzione a impostazione rigidamente lessicale, poiché considerato non empirico e “radicale”. Il saggio On linguistic aspects of translation (1959) di Jakobson fa ora parte del recente manuale The Translation Studies Reader (Venuti 2004: 138-143), nel quale però la semiotica non

2 Jakobson’s cardinal functions of language can be pairwise attached or matched to the triad of Peirce’s categories, though they are not identical to them and their correlation is interactive and may vary upwards and downwards with the communicational instances and textual network (Gorlée 2008).

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è (ancora) menzionata come metodo traduttologico.

The criticism of semiology (in the French tradition: structuralism) and its symbiosis with translation studies may be summarized in the following three points: (1) the linguistic imperialism, in which a linguistic model can be applied to nonlinguistic objects in a metaphorical replacement, without doing justice to the nature of the nonlinguistic objects, (2) semiology is basically the study of signifiers, and does not ask what signs mean but how they mean, the object that refers to the sign; meaning become wholly a sign-internal affair, while Peirce’s interpretant-sign falls outside the sign and is not studied and not described, and finally (3) binarism, the division into a priori dual oppositions is presented as the instrument for exhaustive analysis, claiming to lead to objective, scientific conclusions; without analyzing the meaningful aspects of language and culture, time and space of the dynamic idea-potentiality of the sign in the human mind, that is identified and translated into the interpretant-sign (see Savan 1987- 1988: 15-72).

La critica della semiologia (secondo la tradizione francese <<strutturalismo>>) e la sua simbiosi con la traduttologia possono essere riassunte nei seguenti tre punti: (1) l’imperialismo linguistico, in cui un modello linguistico può essere applicato a oggetti nonlinguistici in una sostituzione metaforica, senza rendere giustizia alla natura degli oggetti nonlinguistici, (2) la semiologia è fondamentalmente lo studio dei signifiant e non si chiede che cosa significano i segni, ma come significano, l’oggetto che fa riferimento al segno; il significato diventa un affare totalmente interno al segno, mentre il segno-interpretante peirceiano è esterno al segno, non viene studiato e nemmeno descritto e infine (3) il binarismo, la divisione in opposizioni duali a priori, è presentata come lo strumento per un’analisi esaustiva, con la pretesa di condurre a conclusioni scientifiche e oggettive; senza analizzare gli importanti aspetti di lingua e cultura, tempo e spazio dell’idea- potenzialità dinamica del segno nella mente umana, che viene identificata e tradotta nel segno-interpretante (vedi Savan 1987-1988: 15-72).

Peirce’s semiotics argues that any scientific inquiry is best conceived as a dynamic truth-searching process, that is goal-directed

La semiotica di Peirce sostiene che qualsiasi indagine scientifica è concepita come un processo dinamico di ricerca della verità, orientato

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(teleological) but with no fixed results, no fixed methods, no fixed redefinitions, and no fixed agents. All results, methods, and agents are temporary habits, which are repeatable and nonrepeatable patterns of behavior. The same is also true for interpretative translation – or semiotranslation. Peirce’s idea dramatically changes the whole traditional approach, that as argued concentrates heavily on the basically unverifiable dichotomies labeled as a dogmatic form of dual expression. Semiotranslation offers answers of an evolutionary and sceptical nature about the possibility (or impossibility) of translatability and untranslatability, equivalence and fidelity/infidelity, the function and role of intelligence, will, and emotion of the translator’s fallabilistic mind, translation and retranslation, the fate of the source text, the destiny of the target text, and other semiotic questions.

verso un obiettivo (teleologico) ma senza risultati fissi, metodi fissi, ridefinizioni fisse, né agenti fissi. Tutti, sia risultati che metodi e agenti sono abitudini temporanee, pattern ripetibili e non ripetibili di comportamento. Lo stesso si può dire per la traduzione interpretativa – o semiotraduzione. L’idea di Peirce cambia drasticamente l’intero approccio tradizionale che, come sostenuto, si concentra perlopiù su dicotomie sostanzialmente non verificabili, etichettate come forma dogmatica di espressione duale. La semiotraduzione offre risposte di natura evolutiva e scettica alla possibilità (o impossibilità) di traducibilità o intraducibilità, equivalenza e fedeltà/infedeltà, alla funzione e al ruolo dell’intelligenza, della volontà e dell’emozione della mente fallibile del traduttore, della traduzione e ritraduzione, del fato del prototesto e del destino del metatesto e altre questioni semiotiche.

Sebeok’s encouragement deepened my interest in Peirce’s semiotics, but it dawned on me that Jakobson’s organic concept of translation adhered a unified whole in Lotman’s semiotic theory of culture. The natural inclination to visualize translation from Peirce’s logics was capitalized in Lotman’s universe of translation that joined

L’incoraggiamento di Sebeok ha reso più profondo il mio interesse per la semiotica peirceiana, ma mi sono resa conto che il concetto organico di traduzione di Jakobson aderiva in toto alla teoria semiotica della cultura di Lotman. La naturale inclinazione a visualizzare la traduzione dalla logica peirceiana è stata valorizzata nell’universo della

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language and culture into what I called the concept of linguïculture (Anderson and Gorlée 2011).3 The expansive system of semiotranslation includes culture and becomes linguïculture, grown and developed in Peeter Torop’s concept of total translation (in 1995, in Russian, with following publications), celebrated in the seminar Culture in Mediation: Total Translation, Complementary Perspectives (2010) in his honor. Torop’s linguïculture and his semiotranslation are actively involved in reaching the ultimate goal of Jakobson’s intersemiotic translation transferred to the forms and shapes of interartistic and interorganic transmutation.

traduzione lotmaniano, che ha unito lingua e cultura in ciò che ho chiamato linguïculture (Anderson e Gorlée 2011). L’ampio sistema della semiotraduzione comprende la cultura e diventa linguïculture, maturata e sviluppata nel concetto di traduzione totale di Peeter Torop (nel 1995, in russo, e successivamente tradotto), celebrata in suo onore nel seminario Culture in Mediation: Total Translation, Complementary Perspectives (2010). La linguïculture di Torop e la sua semiotraduzione sono attivamente coinvolte nel raggiungere l’obiettivo finale della traduzione intersemiotica di Jakobson, trasmessa alle forme e alle figure della transmutazione interartistica e interorganica.

Returning to humanist Goethe, long ago he visualized intersemiotics in the conversational approach to Eckermann, stating that:

Ritornando all’umanista Goethe, tempo fa egli si immaginò l’intersemiotica nell’approccio conversazionale con Eckermann, affermando che:

The plant goes from knot to knot, closing at last with the flower and

La pianta va da nodo a nodo, terminando infine con il fiore e il seme.

3 Linguïculture is coined from “language” and “culture” to suggest their direct connection at a cognitive-intentional-intuitive level beyond that of the mere word, sentence, or discourse. Linguïculture, as language-cum-culture, follows an earlier term, languaculture (Agar 1994a, 1994b), according to Agar himself an “awkward term” (1994b: 60) meaning language-and culture. Languaculture is used by Agar to argue his anthropological fieldwork (1994b: 93, 109ff. 128, 132, 137, 253f.), discussing the patterns of linguo-cultural expressions, happening in personal (low-content) or collectivistic (high-content) messages (Agar 1994a: 222). Linguïculture broadens languaculture to other areas and directions, different from Agar with a semiotic approach (Agar 1994b: 47f.). In the linguistic etymology of the binomial construction, the first unit must be affixed to the second: instead of Agar’s Latin root, halftranslated into French, “lengua” into “langua” (languaculture), the proposed “lingui-” in the transposition linguiculture, derived from Latin “lingua” with final affix –i attached after the root, will capture the speech units together with the attached cultural clues.

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the seed. In the animal kingdom it is the same. The caterpillar and the tape-worm go from knot to knot, and at last form heads. With the higher animals and man, the vertebral bones grow one upon another, and terminate with the head, in which the powers are concentrated […]. Thus does a nation bring forth its heroes, who stand at the heads like demigods to protect and save […] many last longer, but the greater part have their places supplied by others and are forgotten by posterity. (Eckermann 1946: 292)

Nel regno animale non è diverso. Il bruco, il verme solitario vanno da nodo a nodo e formano infine una testa; per quanto riguarda animali di natura superiore ed esseri umani, le vertebre sono posizionate una sopra l’altra fino a raggiungere la testa, dove si concentrano le forze. […] E così un popolo si crea i propri eroi che, come semidei, sono in prima fila nella protezione e nella cura; […] alcuni durano più a lungo; la maggior parte viene sostituita da altri e dimenticata dai posteri. (Eckermann 1836: Bd.2, 65-66)

Goethe with his brother-in-arms Friedrich von Schiller (1759-1805), belong to the Geniezeit, expressing the strong belief in the progress of individual work to turn into cultural and scientific heroes – an opinion that was relevant in the epoch of the progress of the industrial revolution. Goethe mentioned the practical and theoretical evolutionism of literature, mineralogy, and meteorology (Eckermann 1946 292-294) but as we see, his genre of semiotranslation bears fruit from one to another language and stands for the continuity in the future.

Goethe e il suo caro amico Friedrich von Schiller (1759-1805), appartengono alla Geniezeit, che esprime la forte convinzione che il corso del lavoro individuale trasformi in eroi della cultura e della scienza – parere che è stato rilevante durante la rivoluzione industriale. Goethe ha citato l’evoluzionismo pratico e teorico della letteratura, della mineralogia e della meteorologia (Eckermann 1946: 292-294), ma come si può vedere il suo genere di semiotraduzione porta i suoi frutti da un linguaggio all’altro e rappresenta la continuità nel futuro.

Truchement

Truchement

During the Sturm und Drang (Storm and Stress) years of Goethe’s youth, Friedrich Schleiermacher’s (1768-1834) (Störig 1963 38-70; trans. Lefevere 1977 66-89 retrans. By Susan Pernofski in Venuti 2004: 43-63) dual or dyadic idea of translation of Greek and Latin literature was the standard definition for translation and critics of translations.

Negli anni dello Sturm und Drang (Tempesta e Impeto) della gioventù di Goethe, la concezione duale o diadica schleiermacheriana della traduzione (1768-1834) (Störig 1963 38-70; tradotto da Lefevere 1977 66-89 ritradotto da Susan Pernofski in Venuti 2004: 43-63) della letteratura greca e latina era la definizione standard per i traduttori e

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Schleiermacher took a distance from informal “newspaper articles and ordinary travel literature” where he argued that translation is “little more than a mechanical task” (Venuti 2004: 44f.) and concentrated on the formal peculiarities of “old” literature. The new world with strange words and obscure sentences, rhymed in antique hexameter had to be transmogrified to a version of German, the native tongue, adorned with classical insights to imitate a “true” approximation of the classical authors and the sacred writings. The translator needed to be a philologist, a poet, and a classical or theological scholar, to respond to the complexities of the profession. The alternative attitudes of the translator were characterized by Schleiermacher as Verfremdung – imitating the source language, creating a foreignness of the German translation – or Verdeutschung – approximating the target language and producing a germanization of the translation. In Schleiermacher’s (and Goethe’s) day, only a tiny elite of the readers had access to the knowledge of foreign languages, in the sense that real paraphrases or imitations can lead to misconceptions and misunderstandings. Schleiermacher stressed that language is a creative game and “no one has his language mechanically attached to him from the outside as if by straps” (trans. qtd. in Venuti 2004: 56f.). Translation is for translators

per i critici della traduzione. Schleiermacher prendeva una certa distanza da “articoli di giornale e comune letteratura di viaggio” informali in cui sosteneva che la traduzione è “poco più di un’attività meccanica” (Venuti 2004: 44-45) e si concentrava sulle peculiarità formali della “vecchia” letteratura. Il nuovo mondo di strane parole e frasi oscure, concepito in esametri antichi e in rima, doveva essere magicamente trasformato in una versione in tedesco, la lingua madre, impreziosito da approfondimenti classici, per imitare una “vera” approssimazione degli autori classici e delle sacre scritture. Il traduttore doveva essere un filologo, un poeta e uno studioso classico o teologico per far fronte alle difficoltà della professione. Gli atteggiamenti alternativi del traduttore sono stati caratterizzati da Schleiermacher come Verfremdung – imitazione della lingua emittente, creazione di uno straniamento della traduzione tedesca – o Verdeutschung – approssimazione della lingua ricevente e germanizzazione della traduzione. Ai tempi di Schleiermacher (e Goethe) solo una piccola élite di lettori conosceva le lingue straniere, nel senso che parafrasi o imitazioni reali potevano portare a malintesi e incomprensioni. Schleiermacher sottolineò che la lingua è un gioco creativo e che “non siamo collegati meccanicamente alla nostra lingua dall’esterno con

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not so claustrophobic as it seems a bootstrapping operation (Merrel 1995: 98).

delle cinghie” (Schleiermacher 1838: 233). Per quanto sembri un’operazione di bootstrapping, la traduzione non è così claustrofobica per i traduttori (Merrel 1995: 98).

Goethe’s priorities started indeed from the work of classical authors (Homer, Euripides, Sophocles, Plato, Cicero), the sacred writings (Old and New Testaments), and traditional epics (Nibelungenlied). Since Goethe was the multilingual humanist of the old Western secular culture, he broadened the landscape to the socio-literary discussion of more modern or contemporary writers, such as Alighieri Dante, Jean- Baptiste Molière, William Shakespeare, Lord George Byron, and Walter Scott. Goethe had a classical mind, but his unique genius and his global significance were universal and transdisciplinary. He was strongly attentive to old and new developments in music, theatre, opera, architecture, Serbian songs, Chinese novels into what he called the global ideal of the “higher world-literature” (Eckermann 1946: 263). Goethe knew French, English, Italian, Latin, Greek, Hebrew, and Arabic and had translated works by Denis Diderot, François Voltaire, Benvenuto Cellini, Lord Byron and others. Translation was Goethe’s

Le priorità di Goethe partivano infatti dalle opere di autori classici (Omero, Euripide, Sofocle, Platone, Cicerone), le sacre scritture (Antico e Nuovo Testamento) e poemi epici tradizionali (Nibelungenlied). Essendo Goethe l’umanista multilingue dell’antica cultura laica occidentale, ampliò gli orizzonti verso una discussione socio-letteraria di autori più moderni o contemporanei come Dante Alighieri, Jean- Baptiste Molière, William Shakespeare, Lord George Byron e Walter Scott. Goethe aveva una mente classica, ma il suo genio unico e la sua importanza globale erano universali e transdisciplinari. Prestava molta attenzione ai vecchi e nuovi sviluppi di musica, teatro, opera, architettura, canzoni serbe, romanzi cinesi verso ciò che lui chiamava idea globale di “letteratura mondiale superiore“ (Eckermann 1946: 263). Goethe sapeva francese, inglese, italiano, latino, greco, ebraico e arabo e aveva tradotto opere di Denis Diderot, François Voltaire, Benvenuto Cellini, Lord Byron e altri. Aveva un interesse speciale per la

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special concern; he had been a translator himself and was fully aware of the troubles with the critical translation of literary works.4 Together with the brothers August Wilhelm and Friedrich von Schlegel (1767- 1845, 1772-1829), who broadened the significances of translation to Indian literature, Goethe introduced Oriental literature to Western readers.

traduzione; era lui stesso un traduttore ed era pienamente consapevole delle difficoltà della traduzione critica di opere letterarie. Insieme ai fratelli August Wilhelm e Friedrich von Schlegel (1767-1845, 1772-1829), i quali aumentarono l’importanza della traduzione per la letteratura indiana, Goethe fece conoscere la letteratura orientale ai lettori occidentali.

Goethe’s spiritual revolt out of his artistic and political life was writing Faust, his masterwork, in which the final volume II was completed in the last years of his life, during his conversations with Eckermann. In a quasi-autobiographical history, Goethe told the words and actions of a heroic man of enlightenment struggling between God and Mephistopheles. Bemused with magical dreams and wild passions for charming or even fatal women – recalling the Cartesian duality of mind and body –Faust sought energy and redemption through love, study and good works. Before Faust, Goethe’s first escape was pilgrimage from bourgeois civilization to the “otherness” of the cultures of Oriental life, that was in Germany otherwise regarded than

La ribellione spirituale di Goethe nella sua vita artistica e politica fu quella di scrivere il Faust, il suo capolavoro, il cui II volume finale fu completato nei suoi ultimi anni di vita, durante le sue conversazioni con Eckermann. In una storia quasi autobiografica, Goethe racconta le azioni e le parole di un eroe dell’Illuminismo che combatte tra Dio e Mefistofele. Disorientato da sogni magici e passioni selvagge per donne attraenti o addirittura fatali – che richiamano il dualismo cartesiano mente-corpo – Faust ricerca l’energia e la redenzione nell’amore, nello studio e nelle opere buone. La prima fuga di Goethe, anteriore al Faust, fu il pellegrinaggio dalla civiltà borghese alla “diversità” delle culture orientali, in Germania considerato diversamente dalle

4 In Goethe’s informal Conversations with Eckermann (1946), an intralingual translation of the actual conversations, the phenomenon of interlingual translation is repeated and discussed many times: specifically (1946: 65, 78, 160, 163ff., 199, 309, 320, 341, 385, 395, 396, 400, 410) and references to Goethe’s intersemiotic translation (1946: 135f., 303, 320).

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the British and French explorations of the East (Said 2003). In Goethe’s Germany, the Orient was an imaginative and unknown world of mysteries, with the alien customs of a Muslim continent and speaking Arabic, the language of the cryptic but sacred Islam.

esplorazioni francesi e inglesi dell’est (Said 2003). Nella Germania di Goethe l’oriente era considerato un mondo di misteri, fantasioso e sconosciuto, con usanze strane di un continente musulmano che parla l’arabo, la lingua del criptico ma sacro Islam.

Goethe was transmogrified into a Western Orientalist – although a salon Orientalist, since he never traveled to the East to study Arabic in situ. He composed the German translation of the Persian ghasal lyric of Hafiz5 (14th century), written in Arabic script. In the years of Goethe’s translation of Hafiz, the study of Orientalism changed his Western scale of art into a paradise of Oriental art (Said 2003). The basic elements are not the familiar Western “Skulptur und Bild, sondern Ornament und Kalligraph” (sculpture and image but rather ornament and calligraphy, my trans) (Solbrig 1973: 84). The mystical understanding of the recitation of the Quran, the metaphors of a beautiful rose with hundred leaves, and the nightingale’s song had to be symbolized, fictionalized, and to a certain degree allegorized (Solbrig 1973: 96). The rhetorical symbolisms of Hafiz’ mystical trance, drunk on the wine of

Goethe si era magicamente trasformato in un orientalista occidentale – anche se un orientalista da salotto, non essendo mai andato in oriente a studiare arabo in loco. Tradusse in tedesco i poemi lirici (ghazal) persiani di Hāfez (IV secolo) scritti in caratteri arabi. Negli anni della traduzione goethiana di Hāfez lo studio dell’Orientalismo passò da un punto di vista occidentale sull’arte all’arte orientale come paradiso (Said 2003). Gli elementi base non sono le familiari e occidentali “Skulptur und Bild, sondern Ornament und Kalligraph” (scultura e immagine, ma ornamento e calligrafo) (Solbrig 1973: 84). L’interpretazione mistica della recitazione del Corano, le metafore di una bella rosa con centinaia di foglie e del canto dell’usignolo dovevano essere simbolizzate, romanzate e in un certo senso allegorizzate (Solbrig 1973: 96). I simbolismi retorici della trance mistica di Hāfez,

5 Hafiz (original name: Shams ud-din Mohammad) (c.1325–1390) was a Persian poet (Shiraz, now Iran) of the ghazals or odes. Belonged to the order of dervishes and was a member of the mystical Sufi sect. Hafiz has been the subject of an enormous and still growing scholarship of Oriental studies, but will here only be indicated in some details.

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the beloved sultana, were translated into Goethe’s own sensual desire worded in his love poetry.6

ubriaco del vino dell’amata sultana, sono stati tradotti nel desiderio sensuale di Goethe stesso, espresso nelle sue poesie d’amore.

Goethe mediated not in person, but in fine arts between East and West. His German West-östlicher Divan was no ordinary translation but he composed a retranslation and reversion, or better a:

Goethe mediò tra oriente e occidente, non in prima persona, ma tramite le belle arti. Il suo West-östlicher Divan Tedesco non era una semplice traduzione, bensì una ritraduzione e una nuova versione, o meglio un:

Truchement [which] derives nicely from the Arabic turjaman, meaning “interpreter”, “intermediary”, or “spokesman”. On the one hand, Orientalism acquired the Orient as literally and as widely as possible; on the other, it domesticated this knowledge to the West, filtering it through regulatory codes, classifications, specimen cases, periodical reviews, dictionaries, grammars, commentaries, editions, translations, all of which together formed a simulacrum of the Orient and reproduced it materially in the West, for the West. (Said 2003: 166; see Paker 1998: 571)

Truchement [che] deriva dall’arabo turjaman, che significa “interprete”, “intermediario”, o “portavoce”. Da un lato l’Orientalismo ha acquisito l’oriente in maniera più letterale e ampia possibile; dall’altro, ha addomesticato questa conoscenza per l’occidente, filtrandola attraverso codici normativi, classificazioni, casi tipo, recensioni su periodici, dizionari, grammatiche, commentari, edizioni, traduzioni, che tutti insieme formavano un simulacro dell’oriente e lo riproducevano materialmente in occidente, per l’occidente. (Said 2003: 166; vedi Paker 1998: 571)

Goethe’s West-östlicher Divan (tr. West-Eastern Divan) (1814-1819)7 is the formal paraphrase of the Oriental narratives of Hafiz.8 However

Il West-östlicher Divan (Divan Occidentale-Orientale) di Goethe (1814-1819) è la parafrasi formale delle narrazioni orientali di Hāfez.

6 See Thubron (2009). Sufi poetry was religious and didactic verse, but is at times full of mystical satire with parodies and travesties. The criticism of the complexity of Islam society can turn into a flirt “with public obloquy and social danger, as if to prove that their love of God was wholly disinterested, uninfluenced by, indeed, contemptuous of, the social approval sought by the outwardly pious. Wine, forbidden to Muslims, becomes the emblem of divinity: homoeroticism (forbidden in theory, though not always in practice) is a recurring theme, where the divine is manifested in the beauty of beardless boys (Ruthven 1997: 65–66).

7 For the German original of the West-ostlicher Divan including Noten und Abhandlungen and Paralipomena (Goethe1952, published in East Germany) and without Paralipomena (Goethe 1958, published in West Germany). For Noten und Abhandlungen, see Storig (1963: 35–37). For the English translation of West- östlicher Divan, see Goethe (1998), of Noten und Abhandlungen, see Lefevere (1977: 35–37), retranslated by Sharon Sloan in Venuti (2004: 64–66). The English translation of Paralipomena (Goethe 1952) is my own.

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Goethe was acquainted with Hafiz through the German translation of Divan (1812), written by the Austrian diplomat and Orientalist Joseph Freiherr von Hammer-Purgstall (1774-1856). As Goethe explained in his Divan (1952: 183-185, 1958: 302-304), he had from 1814 read von Hammer-Purgstall’s recent translations of Hafiz’ ghazals. This reading aroused so vividly his deeper emotions, that he felt encouraged and stimulated into making his own retranslation. Indeed, Oriental studies was in Goethe’s days a pioneer project, so that Hammer’s translation in German was a bold experiment in Oriental scholarship.9 Hammer- Purgstall had sent his translated book to Goethe, with the artistic dedication “Dem Zaubermeister das Werkzeug” (a tool for the magician, my trans.) (Solbrig 1973: 13,37). Hammer’s translation was basically an interlinear version, a word-for-word imitation retaining the Arabic words and their different meanings (polysemy) for the learned audience of Orientalists. Yet in Goethe’s vision, Hammer’s philological translation became a dynamic exhortation to develop further into elegant poetry for Western man and woman.

Goethe era venuto a conoscenza di Hāfez grazie alla traduzione tedesca del Divan (1812), scritta dal diplomatico e orientalista austriaco Joseph Freiherr von Hammer-Purgstall (1774-1856). Come Goethe spiegò nel suo Divan (1952: 183-185, 1958: 302-304), aveva letto a partire dal 1814 le ultime traduzioni di von Hammer-Purgstall dei ghazal di Hāfez. Questa lettura suscitò le sue emozioni più profonde, così da sentirsi incoraggiato e stimolato a creare una propria ritraduzione. Ai tempi di Goethe l’orientalistica era un progetto pionieristico, perciò la traduzione di Hammer in tedesco era un esperimento ardito nel campo degli studi orientali. Hammer-Purgstall aveva inviato il suo libro tradotto a Goethe con la dedica creativa “Dem Zaubermeister das Werkzeug” (Al prestigiatore, lo strumento) (Solbrig 1973: 13,37). La traduzione di Hammer era fondamentalmente una versione interlineare, un’imitazione parola per parola che manteneva le parole arabe e le loro differenti accezioni (polisemia) per il pubblico colto di orientalisti. Tuttavia nella visione di Goethe, la traduzione filologica di Hammer divenne un’esortazione dinamica all’ulteriore sviluppo verso

8 The Oxford English Dictionary refers that the Persian word “divan”, untranslated into German and English, was “[o]riginally, in early use, a brochure, or fascicle of written leaves or sheets, hence a collection of poems” (OED 1989: 4: 882).

9 Joseph Hammer-Purgstall was a multilingual scholar. Beyond his native language, German, he knew Arabic, Persian, Turkish, Greek, Latin, Spanish, Italian, French, English, Hebrew, and Russian (Solbrig 1973: 45).

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una poesia elegante per gli uomini e le donne occidentali.

Hammer’s poetic simplicity was compared by Henri Broms to a forgotten treasure of “rough diamonds”, although in his beautiful metaphor Broms recognized that “their roughness in no fault, it is, rather, as if these original, simple rhythms might give a clearer sight of Hafiz’ world than many later interpretations” (1968: 46-47). Eastern and Western man and woman do not use the same structures and their minds use different logics (Broms 1990). Goethe was a visionary poet and his duty was to animate Hafiz’ lyrical poems for the “popular” elixir of Western life (Eckermann 1946: 271). He read Hammer’s poetically rough translation as a tool to mix his meanings in retranslation. There was in those days no affair of plagiarism, claiming responsibility for Goethe’s copying or stealing Hammer’s words or ideas. Indeed, Goethe highly appreciated Hammer’s translation – “mit Achtung und Anerkennung” (“with esteem and recognition”, my trans.) (Solbrig 1973: 16), “höchster Lob“ (“highster praise”, my trans.) (Lentz 1958: 21) – and vice versa. He consulted Hammer-Purgstall’s treatise again and again to solve many of his translational problems. At the same time, Goethe never wrote about the lack of artistic value of the alien words and ambiguities used by Hammer-Purgstall, that, as it seemed to

La semplicità poetica di Hammer fu paragonata da Henri Broms a un tesoro dimenticato di “diamanti grezzi”, anche se nella sua bella metafora Broms riconobbe che “il loro essere grezzi non è un difetto, ma piuttosto come se questi originai e semplici ritmi potessero dare una visione più chiara del mondo di Hāfez rispetto a molte interpretazioni successive” (1968: 46-47). Gli uomini e le donne orientali e occidentali non utilizzano le stesse strutture e la loro mente utilizza logiche diverse (Broms 1990). Goethe era un poeta visionario e il suo dovere era quello di animare le liriche di Hāfez per il “popolare” elisir di lunga vita occidentale (Eckermann 1946: 271). Egli lesse la traduzione poeticamente grezza di Hammer come strumento per miscelare i suoi significati nella ritraduzione. All’epoca non si parlò di plagio pretendendo responsabilità da parte di Goethe per aver copiato o rubato le parole o le idee di Hammer. Infatti Goethe apprezzò molto la traduzione di Hammer – “mit Achtung und Anerkennung” (“con stima e riconoscimento”), “höchster Lob” (“massima lode”) (Lentz 1958: 21) – e vice versa. Consultò più volte il trattato di Hammer-Purgstall per risolvere molti dei suoi problemi traduttivi. Allo stesso tempo Goethe non scrisse mai della mancanza di valore artistico delle parole straniere

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Goethe, were “created” for his poetic verse (Lentz 1958: 24).

e delle ambiguità usate da Hammer-Purgstall, che secondo Goethe, erano state “create” per i suoi versi poetici (Lentz 1958: 24).

Goethe had been deeply interested in Zoroastrianism, Mohammad’s Quran, and Bedouin poetry. Yet his thoughts must have remembered when he was a boy and heard the Oriental storytelling of the beautiful and captivating princess Sheherazade, whose marvelous fantasies of Oriental wealth, food and drink, and sex were to pleasure her husband, the king of Samarkand. The original stories of the popular (but unfinished) collection, Thousand and One Nights or Arabian Nights (Mommsen 1981: ix–xxiii, 101–118, 290–295), had been written in Arabic, but were translated to French in 12 volumes of Abbé Antoine Galland’s Les mille et une nuits (1704–1717) and then retranslated from French into other European languages, including German (Mommsen 1981: xv).

Goethe era profondamente interessato allo Zoroastrismo, al Corano di Maometto e alla poesia beduina. Tuttavia i suoi pensieri devono avergli ricordato di quando era un ragazzo e ascoltava il racconto orientale della bella e affascinante principessa Shahrazād, le cui incredibili fantasie di ricchezza, cibo e bevande e sesso orientali avevano lo scopo di dare piacere al marito, il re di Samarcanda. Le storie originali della famosa (ma incompleta) raccolta Le mille e una notte (Mommsen 1981: ix–xxiii, 101–118, 290–295) furono scritte in arabo ma tradotte in francese nei 12 volumi de Les mille et une nuits di Abbé Antoine Galland (1704–1717) e successivamente ritradotte dal francese nelle altre lingue europee, compreso il tedesco (Mommsen 1981: xv).

The popular Arabian tales, and the variants and imitations of this Western pilgrimage, had nothing to do with the impoverished life of Eastern men and women confined to the desert and held in low repute by the Muslim code of the Islamic Middle East (Said 2003: 64f., 193ff.). From the informal coffeehouse pleasure to the formal amusement of Goethe’s genius, as man of Western taste, he turned, with his intimate

I racconti arabi popolari, le varianti e le imitazioni di questo pellegrinaggio occidentale non avevano niente a che fare con la vita povera degli uomini e le donne orientali, confinati nel deserto e tenuti in condizioni di scarsa rispettabilità dal codice musulmano del Medio Oriente islamico (Said 2003: 64-65, 193 e seguenti). Dal piacere informale della caffetteria al divertimento formale del genio di Goethe,

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narration and wealth of local color, the Divan into a dramatic imagery between reality and romance, a travesty in which romance was stronger than reality. Despite the religious war of Christendom and Islam, Goethe felt free in the poetic retranslation to identify himself with his prophetic “twin brother” Hafiz. He also took the liberty to disguise Marianne von Willemer (1784–1860), his mistress, to play the role of poetess Suleika (Nicoletti 2002: 349-376).

in quanto uomo dal gusto occidentale, con la sua narrazione intima e la sua ricchezza di colori locali, trasformò il Divan in un insieme di immagini teatrali tra realtà e storia d’amore, parodia in cui il la storia d’amore era più forte della realtà. Nonostante la guerra religiosa tra Cristianesimo e Islam, Goethe si sentì libero nella ritraduzione poetica di identificarsi con il suo profetico “fratello gemello” Hāfez. Si prese inoltre la libertà di nascondere Marianne von Willemer (1784–1860), la sua amante, dietro il ruolo della poetessa Suleika (Nicoletti 2002: 349- 376).

Goethe followed the poetic verse of Hafiz’ ghazals (from Arabic “spinning”), that were Sufi-inspired poems of varying length and made up of a number of 4 to 14 couplets, all upon the same rhyme, playing together a pattern of variations on the main theme. The rhyme is repeated throughout the poem, but the off lines are unrhymed (aa, ab, ac, etc.). In the final couplet, the poet signs his name. The continuity of ghazals is, for Western eyes, rhapsodic and incoherent. To give the hidden meaning a sense, Goethe had expanded the couplet into a stanza up to 30 lines and made the ghazal a logical unity. In terms of style, he did not use the style of “old” quasi-Oriental writing, the historicizing or retrospective approach, en vogue in the Western world

Goethe seguì la struttura poetica dei ghazal (dall’arabo “filatura”) di Hāfez, poesie ispirate al sufismo, di vara lunghezza e composte da un minimo di 4 a un massimo di 14 distici, tutti con la stessa rima, fornendo un modello di variazioni sul tema principale. La rima è ripetuta per tutta la poesia, ma i versi di chiusura di ogni strofa non sono rimati (aa, ab, ac, ecc.). Il distico finale contiene la firma del poeta. La continuità dei ghazal è, agli occhi occidentali, rapsodica e incoerente. Per dare un senso al significato nascosto, Goethe aveva ampliato il distico in una strofa con 30 versi e reso il ghazal un’unità logica. In termini di stile non utilizzò quello della “vecchia” scrittura quasi-orientale, l’approccio storicizzante o retrospettivo in voga nel

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to approximate the Oriental world-picture to the West. Goethe abandoned his earlier two-step model of either exoticizing or naturalizing translation and tried to give the translated cycle of the poetic verse and essays a new, modernized, and actual expression in the German Divan.

mondo occidentale per approssimare l’immagine del mondo orientale all’occidente. Goethe abbandonò il suo precedente modello diadico di traduzione esotizzante o naturalizzante e cercò di conferire al ciclo tradotto di versi poetici e saggi una nuova, moderna e attuale espressione nel Divan tedesco.

The target-oriented truchement meant that the translator Goethe had to a certain degree modified linguistically and culturally the source text to suit his reality, taste, and critical standards, attributing modern ideas, persons, things, etc. to the target readership (Gorlée 1997: 162). Taking some scientific distance from Hammer-Purgstall’s philological translation, Goethe wrote with what sounded like the suddenly liberated translator of bridging socio-cultural differences (Fink 1982). Despite the traditional models, Goethe was free and followed his own lyric-prosaic “Spielformen” (Scholz 1990), that is playful forms of abductive literature, including the free mixture of foreign and native elements. As a globalized botanist, Goethe offered “something like a rhizomatic model” of “the desert and the oasis […] rather than forest and field” (Deleuze, Guattari 1987: 18; see Gorlée 2004a). Goethe’s Divan collection is not Hammer’s monolog but a role-playing dialog, or even trialog.

Il truchement orientato verso il metatesto significava che il traduttore Goethe aveva in una certa misura modificato linguisticamente e culturalmente il prototesto per adattarlo alla propria realtà, ai propri gusti e standard critici, attribuendo idee, persone, cose moderne ecc. al pubblico della cultura ricevente (Gorlée 1997: 162). Prendendo una certa distanza scientifica dalla traduzione filologica di Hammer-Purgstall, Goethe scrisse con quello che sembrava il traduttore improvvisamente emancipato delle differenze socioculturali (Fink 1982). Nonostante i modelli tradizionali, Goethe era libero e seguì le sue “Spielformen” lirico-prosaiche (Scholz 1990), ossia forme giocose di letteratura abduttiva, tra cui il libero mix di elementi stranieri e nativi. In quanto botanico globalizzato, Goethe offrì “qualcosa di simile a un modello rizomatico” de “il deserto e l’oasi […] anziché del bosco e del campo” (Deleuze, Guattari 1987: 18; vedi Gorlée 2004a). Il Divan di Goethe non è il monologo di Hammer, ma un

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dialogo o addirittura un trialogo, con un gioco di ruolo.

(Meta)statements

(Meta)dichiarazioni

In Goethe’s Divan cycle, the formal story went hand in hand with the informal asides: the Noten und Abhandlungen (tr. Notes and Essays) and then Paralipomena (1818–1819). In both marginal glosses10, Goethe coped with the doubles entendres of the Divan’s rewording, paraphrasing, amplifying, reinterpreting, condensing, parodying, and commenting of the revision and (re)-translation. The comments, redactions, adjuncts, phrases, paragraphs, fragments, and at times even misplacings and misunderstandings are published to better understand the techniques, plots, motifs, and types of the German Divan. Goethe’s informal marginalia reflected his own metastatements – Merrell’s “counterstatements, counterpropositions, counterarguments, and countertexts” (1982: 132) – about the analytical differences with respect to the statements of creative translation (Popovič 1975: 12–13; see fn. 1).

Nel ciclo del Divan di Goethe la storia formale andava di pari passo con le digressioni informali: le Noten und Abhandlungen (Note e Trattati) e Paralipomena (1818–1819). In entrambe le glosse a margine Goethe fece i conti con i doppi sensi della riformulazione, della parafrasi, dell’ampliamento, della reinterpretazione, della condensazione, della parodia, del commentare la revisione e la (ri)traduzione del Divan. Commenti, redazioni, aggiunte, frasi, paragrafi, frammenti e a volte anche errori di collocazione e fraintendimenti vengono pubblicati per comprendere al meglio le tecniche, le trame, i motivi e i tipi del Divan tedesco. I marginalia informali di Goethe riflettevano le sue metadichiarazioni – le “controdichiarazioni, controposizioni, controargomenti e controtesti” di Merrel (1982: 132) – sulle differenze analitiche rispetto alle dichiarazioni della traduzione creativa (Popovič 1975: 12–13; vedi nota 1).

One of the last glosses features Goethe’s new opinion: the threefold

Una delle ultime glosse include la nuova opinione di Goethe: il

10 A gloss (from Greek glossa “tongue”, “language”) – used in the title as keyword of the article – is an intellectual or naive explanation, by means of a marginal note of a previous text; sometimes used of the foreign or obscure word that requires explanation.

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model of translation. Goethe’s concept of translation manifests the information, and reproduction, and adaptation of the real and fictitious specificity of Western “orientalized” translations from Oriental literary works. In a selection of the paragraphs of the Notes, Goethe stated that:

modello di traduzione triadico. Il concetto di traduzione goethiano esprime l’informazione, la riproduzione e l’adattamento della reale e finzionale specificità delle traduzioni occidentali “orientalizzate” di opere letterarie orientali. In una selezione dei paragrafi delle Note, Goethe affermò che:

There are three kinds of translation. The first acquaints us with the foreign countries on our own terms; a plain prose translation is best in this purpose. Prose in and of itself serves as the best introduction: it completely neutralizes the formal characteristics of any sort of poetic art and reduces even the most exuberant waves of poetic enthusiasm to still water. The plain prose translation surprises us with foreign splendors in the midst of our national domestic sensibility; in our everyday lives, and without our realizing what is happening to us – by lending our lives a nobler air – it genuinely uplifts us. Luther’s Bible translation will produce this kind of effect with each reading.

Esistono tre tipi di traduzione. Il primo ci fa conoscere i paesi esteri con i nostri sensi; in questo caso una semplice prosa è la migliore. La prosa, infatti, elevando completamente tutte le caratteristiche di ogni sorta di arte poetica e riducendo anche l’entusiasmo poetico a un minimo livello, garantisce il miglior servizio iniziale, sorprendendoci con eccellenze straniere nel pieno della nostra domesticità, della nostra vita di tutti i giorni e, senza che noi capiamo cosa ci stia accadendo, conferendoci uno stato d’animo più nobile, realmente ci eleva. Ogni lettura della traduzione luterana della Bibbia produce un tale effetto.

Much would have gained, for instance, if the Nibelungen had been set in good, solid prose at the outset, and labeled as popular literature. Then the brutal, dark, solemn, and strange sense of chivalry would still have spoken to us in its full power. Whether this would still be feasible or even advisable now is best decided by those who have more rigorously dedicated themselves to these matters of antiquity.

Se i Nibelungen fossero stati scritti in una buona prosa e bollati come libro popolare, si sarebbe guadagnato molto di più e lo strano, solenne, cupo, e grigio senso di cavalleria si sarebbe ancora rivolto a noi nel pieno del suo potere. Se questo sia ancora consigliabile o fattibile, possono deciderlo al meglio coloro che si sono dedicati con decisione a questi affari antichi.

A second epoch follows, in which the translator endeavors to transport himself into the foreign situation but actually only appropriates the foreign idea and represents it as his own. I would like to call such an epoch parodistic, in the purest sense of that word. It is most often men of wit who feel drawn to the parodistic. The French make use of this style in the translation of all poetic works: Delille’s

Segue una seconda epoca, in cui il traduttore deve calarsi nella condizione straniera, ma in realtà si appropria solo del senso straniero e con i propri sensi si sforza di rappresentarlo. Vorrei chiamare tale epoca parodistica, nel senso più puro della parola. Sono perlopiù persone ricche d’ingegno che si sentono chiamati a svolgere questo tipo di attività. I francesi si servono di questo tipo di traduzione per

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translations provide hundreds of examples.11 In the same way that the French adapt foreign words to their pronunciation, they adapt feelings, thoughts, even objects; for every foreign fruit there must be a substitute grown in their own soil.

tutte le opere poetiche; si possono trovare centinaia di esempi nelle traduzioni di Delille. Così come adattano parole straniere alla loro pronuncia, i francesi procedono allo stesso modo con sentimenti, pensieri, sì anche con oggetti e per ogni frutto straniero pretendono un surrogato che sia cresciuto sul loro suolo, proveniente dalla loro terra.

[…] Because we cannot linger for very long in either a perfect or an imperfect state but must, after all, undergo one transformation after another, we experienced the third epoch of translation, which is the final and highest of the three. In such periods, the goal of the translation is to achieve perfect identity with the original, so that the one does not exist instead of the other but in the other’s place.

[…] Poiché si può stare fermi per molto sia in uno stato di perfezione che di imperfezione, ma una trasformazione dopo l’altra deve pur sempre avvenire, così abbiamo vissuto il terzo periodo, che è il più elevato e l’ultimo dei tre, quello in cui lo scopo è produrre una traduzione identica all’originale, così che uno non venga considerato piuttosto che l’altra, ma che prenda il suo posto.

This kind met with the most resistance in its early stages, because the translator identifies so strongly with the original that he more or less gives up the uniqueness of his own nation, creating this third kind of text for which the taste of the masses has to be developed.

Questo tipo ha inizialmente riscontrato le resistenze maggiori, poiché il traduttore, che si identifica fortemente con l’originale, rinuncia (più o meno) all’originalità della sua nazione e così si va a creare un terzo tipo, che deve formarsi secondo il gusto della massa.

At first the public was not at all satisfied with Voss 12(who will never be fully appreciated) until gradually the public’s ear accustomed itself to this new kind of translation and became comfortable with it. Now anyone who assesses the extent of what has happened, what versatility has come to the Germans, what rhythmical and metrical advantages are available to the spirited, talented beginner, how Ariosto and Tasso, Shakespeare and Calderon have been brought to us two and three times over as Germanized foreigners, may hope that literary history will openly acknowledge who was the first to choose this path in spite of so

Voss, poeta mai abbastanza stimato e apprezzato, non poteva soddisfare il pubblico finché non si fosse abituato al nuovo tipo di traduzione e non si fosse trovato a proprio agio con esso. Chi ora, in questo momento osserva ciò che è successo, la versatilità che è entrata a far parte dei tedeschi, quali benefici retorici, ritmici, metrici possedevano i giovani di spirito e talentuosi, come Ariosto e Tasso, Shakespeare e Calderon ci sono stati fatti passare come stranieri germanizzati due o tre volte, egli può sperare che la storia letteraria dica apertamente chi per primo, tra molti ostacoli, intraprese questa

11 Abbe Jacques Delille (1738–1813) translated Virgil’s Georgics and Aeneid into German. 12 Johann Heinrich Voss (1751–1826) translated Homer into German hexameters.

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many and varied obstacles.

via.

For the most part, the works of von Hammer indicate a similar treatment of oriental masterpieces; he suggests that the translation approximate as closely as possible the external form of the original work.

Per la maggior parte, le opere di von Hammer richiedono un trattamento simile ai capolavori orientali, per i quali è consigliata una traduzione più vicina possibile alla forma esterna dell’originale.

[…] Now would be the proper time for a new translation of the third type that would not only correspond to the various dialects, rhythms, meters, and prosaic idioms in the original but would also, in a pleasant and familiar manner, renew the poem in all of its distinctiveness for us. […]

[…] Ora sarebbe giunto il momento di una traduzione del terzo tipo, che corrisponderebbe ai diversi dialetti, le diverse modalità linguistiche ritmiche, metriche e prosaiche dell’originale e rinnova piacevolmente e in maniera a noi familiare la poesia in tutte le sue caratteristiche. […]

The reason why we also call the third epoch the final one can be explained in a few words. A translation that attempts to identify itself with the original ultimately comes close to an interlinear version and greatly facilitates our understanding of the original. We are led, yes, compelled as it were, back to the source text: the circle, within which the approximation of the foreign and the familiar, the known and the unknown constantly move, is finally complete. (Venuti 2004: 64–66; original Goethe 1952: 2: 186–189, 1958: 5: 304–307)13

Perché la terza epoca viene chiamata anche l’ultima, lo si spiega in poche parole. Una traduzione che ha come scopo di identificarsi con l’originale, alla fine si avvicina alla versione interlineare e facilita molto la comprensione dell’originale; con questo veniamo così ricondotti al teso base, guidati per così dire. Viene così finalmente chiuso tutto il cerchio, all’interno del quale si muovono l’approssimazione di ciò che è straniero e familiare, ciò che è conosciuto e sconosciuto. (Goethe 1952: 2: 186–189, 1958: 5: 304–307)

As discussed by Venuti (2005: 801), Goethe’s first phase concerns the radical domestication of the target language (Verdeutschung), making the reader forget that the text really is a translation of a

Come discusso da Venuti (2005: 801), la prima fase di Goethe riguarda la radicale addomesticazione della lingua ricevente (Verdeutschung), facendo dimenticare al lettore che il testo è in realtà

13 The 1952 edition offered a non-philological edition of Goethe’s unchanged “original” style in old-German, without rectifying capitalization, punctuation, parentheses, grammatical misconstructions, and so forth (Goethe 1952). The 1958 is a standard edited edition. For discussion of Goethe’s Notes, see chronologically Pannwitz (1917: 240–243), Lentz (1958), Rado (1982), Wertheim (1983), Steiner (1975: 256–260), and Nicoletti (2002).

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previous work. The source text has “disappeared” and the translation is a totally Germanized version. The second phase is a duality of domestication and foreignizing (Verfremdung). The translation loses the closeness to the source text and becomes an alienated world formulated and reformulated in a somewhat biased translation between source and target texts. The reader of franglais and other mixtures of languages is aware that the translator has mediated between both texts and becomes puzzled. The third phase is a manipulation to accord with some ideology, prejudice, dogma, or belief. The source text has been modified, even mutilated, peripherically, or almost beyond recognition. Indeed, such manipulation, away from the source center, may happen (fn. 1), and be accepted, welcomed, or simply ignored in the target culture, due to the linguistic and cultural distance between the codes involved, the temporal and/or spatial distance between the text-to-be-translated and the translated text, and/or for other reasons, be they social, political, religious, institutional, commercial, and so on.

una traduzione di un opera precedente. Il prototesto è “scomparso” e la traduzione è una versione completamente germanizzata. La seconda fase presenta il dualismo domesticazione-straniamento (Verfremdung). La traduzione perde la sua vicinanza al prototesto e diventa un mondo estraneo formulato e riformulato in una traduzione con un bias tra prototesti e metatesti. Il lettore di franglais e alti mix di lingue è consapevole che il traduttore ha mediato tra i due testi e diventa confuso. La terza fase presenta una manipolazione per concordare con ideologie, pregiudizi, dogmi o credenze. Il prototesto è stato modificato, perfino mutilato, perifericamente, o reso quasi irriconoscibile. Infatti una tale manipolazione, che porta lontano dal centro di origine, può succedere (nota 1) ed essere accettata, accolta, o semplicemente ignorata dalla cultura ricevente a causa della distanza linguistica e culturale tra i codici coinvolti, la distanza temporale e/o spaziale tra il prototesto e il metatesto e/o per altre ragioni, siano esse sociali, politiche, religiose, istituzionali, commerciali e così via.

Goethe offered an alternative to Schleiermacher’s dual approach of translation to a third “move” (Robinson 1998: 98) from the historical context of German culture to the nostalgia of exotic life and the erotic

Goethe offrì un’alternativa all’approccio diadico di Schleiermacher alla traduzione con una terza “mossa” dal contesto storico della cultura tedesca alla nostalgia della vita esotica e dell’amore erotico

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love of the Orient, as delicately restructured by himself. The orientalized metempsychosis of two fictional cultures had challenged Goethe’s new vision in the informal glosses to translation: was the Arabic Divan retranslated into German language more than a nomadic enthusiasm for Oriental religion and culture? Was Goethe’s triadic mention of translation a linguistic-anthropological symbol mixing Orient and Occident? Was Goethe, the greatest cosmopolitan of his days, in terms of sheer erudition and mastery of the Eastern material, a crosscultural critic of East and West?

dell’oriente, così come delicatamente ristrutturato da lui stesso. La metempsicosi orientalizzata di due culture finzionali aveva sfidato la nuova visione di Goethe nelle glosse informali alla traduzione: il Divan arabo ritradotto in lingua tedesca era più di un nomade entusiasmo per la religione e la cultura orientale? Il concetto triadico di traduzione di Goethe era un simbolo linguistico-antropologico di legame tra oriente e occidente? Goethe, il più grande cosmopolita del suo tempo, in termini di pura erudizione e padronanza della materia orientale, era un critico interculturale di oriente e occidente?

The Paralipomena are metacomments of his own comments. They work as Goethe’s catalogue-type information for his own use and are merely unmediated fragments, plagued by spelling mistakes and grammatical errors (see fn. 13). Without their later unedited publication (in Goethe 1952), the simplicity of Goethe’s metadata would have been lost and “forgotten”. 14 The whole text is as follows:

I Paralipomena sono metacommenti dei suoi stessi commenti. Fungono da catalogo di informazioni per uso proprio e non sono altro che frammenti non mediati, colmi di errori ortografici e grammaticali (vedi nota 13). Senza la loro pubblicazione successiva non revisionata (in Goethe 1952), la semplicità dei metadati di Goethe sarebbe andata “dimenticata”. L’intero testo è il seguente:

Three kinds
1, To reconcile foreign productions and the fatherland. 2, Further attempt against the foreign to achieve a middle situation. 3, final attempt to make translation and original identical

Tre tipi
1, riconciliare le produzioni straniere con la madrepatria. 2, ulteriori sforzi contro lo straniero per ottenere una situazione media. 3, sforzo finale che renda la traduzione e l’originale identici

14 The plural Paralipomena (from Greek paraleipein “to leave aside”, “to omit”) signify “forgotten” postscripts, supplements, or reflections of a previous book or fragment. Goethe’s Paralipomena has hardly been discussed.

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of all three the Germans can indeed show examples of exemplary pieces. more than approaching the foreign situation we should certainly note, to cheer loudly on the works of von Hammer, directing us on this way. even warmly welcoming the hexameter and pentameter from the first concept of translation.

Di tutti e tre i tedeschi possono di fatto dare esempi di pezzi esemplari. Più che avvicinarci alla situazione straniera, dovremmo certamente prender nota e incitare a gran voce le opere di von Hammer, portandoci su questa via. Perfino accogliendo calorosamente l’esametro e il pentametro derivante dalla prima concezione di traduzione.

The strangeness of the transfigurations into Greek and Latin of the excellent Jones,15 recalls the foreign country, customs, and taste, meaning that the study of the content totally destroys the originality of the poems.

La stranezza delle trasfigurazioni in greco e latino dell’eccellente Jones ricorda il paese straniero, i costumi e i gusti, il che significa che lo studio del contenuto distrugge totalmente l’originalità della poesia.

The grotesque enterprise of Mr. [any name] to rework Firdusi16 in the sense of alienating it from the Orient without bringing it close to the West.

La grottesca impresa del signor [nome qualsiasi] di rielaborare Firdusi nel senso di estraniarlo dall’oriente senza avvicinarlo all’occidente.

A prose translation should be far better than one transformed into an alien unsuitable rhythm.

Una traduzione in prosa sarebbe sicuramente migliore di una trasformata in un ritmo alieno e inadatto.

Von Hammer translation, retaining line by line of the original, is on its own correct, perhaps can Mr. [any name] decide now to accept these intents and purposes, to accomplish for himself and the bookseller in charge of the printing a flourishing business.

La traduzione di von Hammer, che conserva l’originale riga per riga, è di per se corretta, forse può il signor [nome qualsiasi] decidere ora di accettare queste intenzioni e scopi per ottenere per se stesso e per il libraio responsabile della stampa un fiorente profitto.

The translator will not harvest any thanks and the publisher no

Il traduttore non otterrebbe alcun ringraziamento e l’editore alcun

15 Sir William Jones (1746–1794), an English polyglot with knowledge of twenty-eight languages, was an eminent Oriental and Sanskrit scholar. Jones was interested in Hafiz and translated the sacred texts of Eastern religions. He pronounced the genealogical connection of Sanskrit with Greek and Latin, and the languages of Europe.

16 Firdusi (transliterated as Firdausi, Ferdowsi, or Firdowski) (932–1020) was the Persian poet who wrote the Iranian national epic, the Shahnamah. 37

profit. (My trans. from Goethe 1952: 3: 130–131)

guadagno. (Goethe 1952: 3: 130–131)

The chaotic Paralipomena naturally uses a different style of writing than the ordered paragraphs of the Notes. The informal tone reflects the emotional voice of Goethe’s personal words, but his dry and business-like actions speak louder. The pitch of Paralipomena lay in the postscript: how to cook Goethe’s West-Eastern Divan into a success story. Goethe focused on the production’s costs: to win the spectacular bestseller the business went at the expense of his associates (including the translator).

I caotici Paralipomena usano naturalmente un altro stile di scrittura rispetto agli ordinati paragrafi delle Note. Il tono informale riflette la voce emotiva delle parole personali di Goethe, ma le sue azioni monotone da uomo d’affari parlano molto più forte. Il punto più intenso dei Paralipomena è nel post scriptum: come trasformare il Divan occidentale orientale goethiano in una storia di successo. Goethe si concentrò sui costi di produzione: per diventare un bestseller, gli affari andarono a scapito dei suoi collaboratori (traduttore incluso).

East and West mingle in bizarre juxtaposition, but they do not mix in Goethe’s labyrinth of fragments. Guided by the spatiotemporal distance to Hafiz, Goethe mediates semiotically in cultural differences of morals and scholarship as a human and spiritual alternative. His agenda of the Notes reflects a psychological and anthropological understanding of Eastern ideas, concepts, meaning, and nuance. The public interest of cross-cultural scholarship is translated into the free association of poetry. The results are striking, including a new vision of translation. At the same time, Goethe’s hidden agenda arises in the bottom line of Paralipomena to determine the effectiveness of the agreement. The “negotiation” of bridging cultures and national

Oriente e occidente si mescolano in una bizzarra giustapposizione, ma non si mixano nel labirinto di frammenti goethiano. Guidato dalla distanza spaziotemporale da Hāfez, Goethe media semioticamente tra differenze culturali di morale e sapere come alternativa umana e spirituale. La sua pianificazione delle Note riflette una comprensione psicologica e antropologica di idee, concetti e sfumature orientali. L’interesse pubblico del sapere interculturale è tradotto nell’associazione libera della poesia. I risultati sono straordinari e comprendono una nuova visione della traduzione. Allo stesso tempo la pianificazione nascosta di Goethe compare in conclusione dei Paralipomena, determinando l’efficacia dell’accordo. La “negoziazione”

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experiences becomes on dark spots an over-confidence, changing into a purely commercial affair – an unhappy return to bourgeois civilization.

di culture ed esperienze nazionali nelle zone oscure diviene un eccesso di sicurezza, trasformandosi in un affare puramente commerciale – un infelice ritorno alla civiltà borghese.

Semiotic mediation

Mediazione semiotica

Goethe’s caravan of sign translation – from information and reproduction until adaptation – makes the target text become more and more visible in Peirce’s interpretants, and the source text more and more invisible. Goethe’s various “epochs” – Peirce’s Secondness indicating the spatiotemporal object under the force of haeccity (MS 909: 18 = CP: 1.405, 1890–1891) – were transported to signify the whole sign of the trajectory of translation. Semiotic signs play the role of a mediator between thought and reality, so that the “bringing together” of translation is grounded not on genuine Thirdness, but rather on the “middle, medium, means, or mediation” of the original sign (Parmentier 1985: 42 and passim) to produce mediate interpretants.

La carovana goethiana della traduzione segnica – dall’informazione e riproduzione fino all’adattamento – rende il metatesto sempre più visibile negli interpretanti di Peirce e il prototesto sempre più invisibile. Le varie “epoche” di Goethe – la Secondità di Peirce che indica l’oggetto spaziotemporale sotto la forza dell’ecceità (MS 909: 18 = CP: 1.405, 1890–1891) – furono portate a significare tutto il segno della traiettoria della traduzione. I segni semiotici svolgono il ruolo di un mediatore tra pensiero e realtà, in modo che il “mettere insieme” di una traduzione non sia basato sull’autentica Terzità, ma piuttosto su “medio, medium, mezzi o mediazione” del segno originale (Parmentier 1985: 42 e passim) per produrre interpretanti mediati.

Goethe’s and Jakobson’s three types of translation are the same in grammatical number, but differ on “such distinctions as objective and subjective, outward and inward, true and false, good and bad […]” (MS 304: 39, 1903). From a more external viewpoint, Goethe valued the

I tre tipi di traduzione di Jakobson e Goethe sono uguali in quantità, ma diversi per quanto riguarda “distinzioni tra oggettivo e soggettivo, esterno e interno, vero e falso, buono e cattivo […]”(MS 304: 39, 1903). Da un punto di vista più esterno, Goethe ha valutato i tre gradi di

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three degrees of possible equivalence between source and target texts, whereas Jakobson’s intralingual, interlingual, and intersemiotic translations took the lack of equivalence for granted as the standard “equivalence in difference” (1959: 233). From an internal viewpoint, Goethe’s truchement disguised translation in a liberated mode of a subjective translation, while Jakobson judged externally the distance between source and target language. Then Jakobson broadened their mutual translatability outside “ordinary language” (1959: 234) to translate the cultural (inter)relations (unmarked and marked forms and functions) into the target version (Mertz 1985: 13–16). Jakobson stated that the bilingual and bicultural dilemma of implying linguïculture defied all efforts of translatability, representing the “Gordian knot by proclaiming the dogma of untranslatability” (1959: 234). Semiotranslation can untie the intricate knot, cutting through untranslatability to claim Jakobson’s degrees of a relative translatability – not arriving at Goethe’s genial work, but an effort to solve the complexities.

equivalenza possibile tra prototesto e metatesto, mentre le traduzioni intralinguistica, interlinguistica e intersemiotica di Jakobson hanno dato per scontata la mancanza di equivalenza in quanto “equivalenza nella differenza” (1959: 233). Da un punto di vista interno, il truchement di Goethe ha nascosto la traduzione in un tipo emancipato di traduzione soggettiva, mentre Jakobson ha giudicato esternamente la distanza tra prototesto e metatesto. Inoltre Jakobson ha ampliato la loro traducibilità reciproca al di fuori del “linguaggio ordinario” (1959: 234) per tradurre le (inter)relazioni (inter)culturali (forme e funzioni marchiate e non) in una metaversione (Mertz 1985: 13–16). Jakobson affermò che il dilemma bilingue e biculturale che implica la linguïculture si sottrae a tutti gli sforzi di traducibilità, rappresentando il “nodo gordiano proclamando il dogma dell’intraducibilità” (1959: 234). La semiotraduzione può sciogliere quel nodo intricato, dando un taglio all’intraducibilità, per rivendicare i gradi di una relativa traducibilità di Jakobson – non arrivando all’opera geniale di Goethe, ma compiendo uno sforzo per risolvere le complessità.

Translation is freedom with a bold (re)action of the translator to reach his or her signature of the “same” meaning. The sign action is semiotic mediation, acting under the forces of reality and thought. In

La traduzione è libertà con un’audace (re)azione del traduttore per ottenere la propria segnatura dello “stesso” significato. L’azione segnica è mediazione semiotica, che agisce sotto le forze di realtà e

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translation, Firstness – sign – and Secondness – object – are linked to connect to the “medium” of Thirdness (CP: 1.337, 1909). Peirce wrote that:

pensiero. Nella traduzione, Primità – segno – e Secondità – oggetto – sono unite per connettere il “medium” della Terzità (CP: 1.337, 1909). Peirce scrisse che:

As a medium, the Sign is essentially in a triadic relation, to its Object which determines it, and to its Interpretant which it determines. In its relation to the Object, the Sign is passive; that is to say, its correspondence to the object is brought about by an effect upon the Sign, the Object remaining unaffected. On the other hand, in its relation to the Interpretant the Sign is active, determining the Interpretant without being itself thereby affected.

Come un medium, il segno è essenzialmente in una relazione triadica con il suo oggetto che lo determina e con il suo interpretante da lui determinato. Nella relazione con l’oggetto il segno è passivo; ciò significa che la corrispondenza con l’oggetto è causata da un effetto sul segno, e l’oggetto non viene toccato. Dall’altro lato, nella relazione con l’interpretante, il segno è attivo e determina l’interpretante senza venirne lui stesso inficiato.

But at this point certain distinctions are called for. That which is communicated from the Object through the Sign to the Interpretant is a Form; that is to say, it is nothing like an existent, but is a power, is the fact that something would happen under certain conditions. This Form is really embodied in the object, meaning that the conditional relation which constitutes the form is true of the Form as it is in the Object. In the Sign it is embodied only in a representative sense, meaning that whether by virtue of some real modification of the Sign, or otherwise, the Sign becomes endowed with the power of communicating it to an interpretant. It may be in the interpretant directly, as it is in the Object, or it may be in the Interpretant dynamically, as [the] behavior of the Interpretant […] (MS 793: 2–5 = (in different version) EP: 2: 544, 1906)

Ma a questo punto certe distinzioni sono necessarie. Ciò che viene comunicato dall’oggetto all’interpretante attraverso il segno è una forma; vale a dire che non è nulla come un esistente, ma è un potere, è il fatto che qualcosa potrebbe accadere in certe condizioni. Questa forma è veramente incarnata nell’oggetto, ciò significa che la relazione condizionale che costituisce la forma è vera della forma così come lo è dell’oggetto. Nel segno è incarnata solo in un senso rappresentativo, cioè o in virtù di qualche reale modifica al segno, o altrimenti, il segno si dota del potere di comunicarlo all’interpretante. Può essere nel’interpretante direttamente, com’è nell’oggetto, o può essere nell’interpretante dinamicamente, come comportamento dell’interpretante […].(MS 793: 2–5 = (in una versione diversa) EP: 2: 544, 1906)

Thirdness in translation is no purely intellectual interaction of First and Second into Third, but becomes a fantasy of a Second in relation to a First, without a real Third. Peirce wrote that:

La Terzità nella traduzione non è l’interazione puramente intellettuale del primo e del secondo nel terzo, ma diventa una fantasia di un secondo in relazione ad un primo, senza un terzo reale. Peirce

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scrisse che:

A man gives a brooch to his wife. The merely mechanical part of the act consists in his laying the brooch down while uttering certain sounds, and her taking it up. There is no genuine triplicity here; but there is no giving, either. The giving consists in his agreeing that a certain intellectual principle shall govern the relations of the brooch to his wife. (CP: 2.86, 1902)

Un uomo da una spilla alla moglie. La parte puramente meccanica dell’atto consiste nell’uomo che appoggia la spilla emettendo suoni e la donna che la raccoglie. Qui non c’è vera triplicità; ma non vi è nemmeno alcun dono. Il dono consiste nel concordare da parte di lui sul fatto che un certo principio intellettuale governerà le relazioni tra la spilla e sua moglie. (CP: 2.86, 1902)

The jewel of Goethe’s creative and recreative work West-östlicher Divan actively involves the knowledge of Hafiz and von Hammer- Purgstall, but the “mere congeries of dual characters” (MS 901: 13 = CP: 1.371, 1885) are brought in such a way that the synthesis (Thirdness) lies on Goethe’s way of translation, and particularly on himself as the translating poet.

Il gioiello dell’opera creativa e ricreativa West-östlicher Divan di Goethe coinvolge attivamente la conoscenza di Hāfez e von Hammer- Purgstall, ma “la mera congerie dei personaggi duali” (MS 901: 13 = CP: 1.371, 1885) è presente in modo tale che la sintesi (Terzità) si trovi sulla via goethiana della traduzione e in particolare su se stesso come poeta traducente.

In a literary work, the triadicity is dissolved into the “true duality” (MS 909: 11 = CP: 1.366, 1890–1891) of sign and object to embody the German interpretants in verse of Hafiz’ Arabic Divan. Goethe’s “alienated” treasure-box reflects his will and effort of mediation, based not alone on knowledge of foreign languages, but on his artistic genius and aesthetic life. Peirce returned to an Oriental tinge, when he continued as followed about semiosis and mediation:

In un opera letteraria la triadicità si dissolve nel “vero dualismo” (MS 909: 11 = CP: 1.366, 1890–1891) segno-oggetto per incorporare gli interpretanti tedeschi nei versi del Divan arabo di Hāfez. La scatola del tesoro “alienata” di Goethe riflette la sua volontà e il suo sforzo di mediazione, basati non solo sulla conoscenza di lingue straniere, ma sul suo genio artistico e sulla sua vita estetica. Peirce tornò a una sfumatura orientale quando continuò a trattare di semiosi e mediazione come segue:

The merchant in the Arabian Nights threw away a datestone which

Il mercante in Le mille e una notte lanciò una pietra datata che colpì

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struck the eye of a Jinnee. This was purely mechanical, and there was no genuine triplicity. The throwing and the striking were independent of one another. But had he aimed at the Jinnee’s eye, there would have been more than merely throwing away the stone. There would have been genuine triplicity, the stone being not merely thrown, but thrown at the eye. Here, intention, the mind’s action, would have come in. Intellectual triplicity, or Mediation, is my third category. (CP: 2.86, 1902)17

l’occhio di un genio. Ciò fu puramente meccanico, e non c’era vera triplicità. Il lanciare e il colpire erano indipendenti l’uno dall’altro. Ma se avesse mirato a colpire l’occhio del genio, ci sarebbe stato più di un semplice lanciare la pietra. Ci sarebbe stata vera triplicità, la pietra non sarebbe semplicemente stata lanciata ma lanciata verso l’occhio. Qui sarebbe entrata in gioco l’intenzione, l’azione della mente. La triplicità intellettuale, o mediazione, è la mia terza categoria. (CP: 2.86, 1902)

In the understanding of Goethe’s Divan and the “spontaneous” discovery of applying a triadic translation, the “good”, “bad”, and “intermediate” sign-events of translation modify and mediate the literary form of the accidental interpretants, made by pure chance and effort (CP: 1.337, 1909). Goethe’s intermediate (re)translation reflects not genuine semiosis – the “perfect” sign of Thirdness – but offers “imperfect” signs. Pseudo-semiosis is represented in the translation composed by human interpreters. The “quasi-minds” (MS 793: 2, 1906 = EP: 2: 544, 1906) create new but biased quasi-translations, on the

Nella comprensione del Divan di Goethe e nella scoperta “spontanea” di applicare una traduzione triadica, i segni-eventi “buoni”, “cattivi” e “intermedi” della traduzione modificano e mediano la forma letteraria degli interpretanti casuali, fatta da puro caso e sforzo (CP: 1.337, 1909). La (ri)traduzione intermedia goethiana non riflette la vera semiosi – il segno “perfetto” della Terzità – ma offre segni “imperfetti”. La pseudosemiosi è rappresentata nella traduzione scritta da interpreti umani. Le “quasi-menti” (MS 793: 2, 1906 = EP: 2: 544, 1906) creano quasi-traduzioni nuove ma con un bias, sulla base di

17 The passage of Arabian Nights about accidental Thirds is repeated in Peirce’s episode: “’How did I slay thy son?’ asked the merchant, and the jinnee replied, ‘When thou threwest away the date-stone, it smote my son, who was passing at the time, on the breast, and he died forthright.’ Here there were two independent facts, first that the merchant threw away the date-stone, and second that the date-stone struck and killed the jinnee’s son. Had it been aimed at him, the case would have been different; for then there would have been a relation of aiming which would have connected together the aimer, the thing aimed, and the object aimed at, in one fact. What monstrous injustice and inhumanity on the part of that jinnee to hold that poor merchant responsible for such an accident!” (MS 909: 12 = CP: 1.365, 1890–1891) and mentioned again in “the date-stone, which hit the Jinnee in the eye” (CP: 1.345, 1903).

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ground of quasi-signs made by the quasi-thought of a quasi-mind (Gorlée 2004b)18. Quasi-translations bring forth not the intellectual mind, but rather some unanalyzable, unpredictable, unsystemic, and controversial qualities of the feeling and mind of the interpreter- translator, manifesting instead of the high-level mental semiosis the lower-level idea of Goethe’s wicked travesty of the real facts.

quasi-segni prodotti da quasi-pensieri di una quasi-mente (Gorlée 2004b). Le quasi-traduzioni non danno vita alla mente intellettuale, ma piuttosto ad alcune qualità non analizzabili, imprevedibili, non sistemiche e controverse dei sentimenti e della mente dell’interprete- traduttore, manifestando invece della semiosi mentale di alto livello, l’idea di basso livello dell’audace parodia goethiana dei fatti reali.

Quasi- or pseudo-Thirdness is called “Betweenness or Mediation in its simplest and most rudimentary form” (CP: 5.104, 1903). This degenerate sign relation brings together and takes apart – semiotically, deconstructs and constructs – Goethe’s glosses on the plurality of translation (CP: 2.89ff., 1902). The deterioration of the triadic relation into a dyadic or degenerate semiosis can define the varieties of intermediate types. The thought-off content of Goethe’s Notes is regulated by the duality of first degenerate signs, but the ramified lines of the Paralipomena agree with second degenerate signs (Parmentier 1985: 39f.).19 In first or singly degenerate signs, the interpretant points

La quasi- o pseudo-Terzità è chiamata “betweeness o mediazione nella sua forma più semplice e rudimentale” (CP: 5.104, 1903). Questa relazione segnica degenerata unisce e smonta – semioticamente, decostruisce e costruisce – le glosse di Goethe sulla pluralità della traduzione (CP: 2.89 e seguenti, 1902). Il deterioramento della relazione triadica in una o semiosi diadica o degenerata può definire le varietà di tipi intermedi. Il contenuto pensato delle Note di Goethe è regolato dal dualismo dei primi segni degenerati, ma i righi ramificati dei Paralipomena concordano con i secondi segni degenerati (Parmentier 1985: 39-40). Nei primi segni degenerati o segni degenerati

18 Quasi-signs, see Gorlée (2004b: 66f., 87, 129f., 137, 148); quasi-thought, see Gorlée (2004b: 145, 203ff., 206ff., 214, 217ff.); quasi-mind, see Gorlée (2004b: 66f., 87, 129f., 137, 148).

19 See Buczyńska-Garewicz (1979, 1983), Gorlee (1990), and Merrell (1995). Peirce’s formal concept of degeneracy and its informal examples were specifically explained in his later years, from 1885 and ending in 1909; see Peirce’s informal letter to Victoria Lady Welby (1837–1912) with a glossary of intermediate types (PW: 194, 1905).

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directly to its object, but does not interact with the sign. For Peirce, the interpretant “forcibly directs […] to a particular object, and there it stops” (CP: 1.361, 1885) without giving a specific reaction. The reaction is degenerate Secondness with a nuance of Firstness and Thirdness. In second or doubly degenerate signs, the interpretant relates to the sign and the object in separate sign-events, to make its own sense representing the interpreter’s personal meaning. The degenerate Firstness with a nuance of Secondness and Thirdness gives “a pure dream – not any particular existence, and yet not general” (CP: 3.362, 1885).

singolarmente l’interpretante indica direttamente il suo oggetto, ma non interagisce con il segno. Per Peirce l’interpretante “si dirige forzatamente […] verso un oggetto particolare e lì si ferma” (CP: 1.361, 1885) senza reagire in modo specifico. La reazione è la Secondità degenerata con una sfumatura di Primità e Terzità. Nei secondi segni o segni doppiamente degenerati l’interpretante si correla al segno e all’oggetto in segni-eventi separati, per dare il proprio senso, che rappresenta il significato personale dell’interprete. La Primità degenerata con sfumature di Secondità e Terzità dà “un puro sogno – non una esistenza particolare e tuttavia nemmeno generale” (CP: 3.362, 1885).

Goethe was steadily accustomed to bilingual and bicultural identities in the “radically new sort of element” (CP: 1.471, 1896) of his project, connecting and disconnecting Hafiz and von Hammer-Purgstall within his German Divan. He thus practiced in the definitions of the Notes a scientific proposition20, identifying related and otherwise unrelated things about the types of translations in his experience. Peirce’s proposition was a singly degenerate arrangement, made “in a living

Goethe era costantemente abituato a identità bilingui e biculturali nel “tipo di elemento radicalmente nuovo” (CP: 1.471, 1896) del suo progetto, collegando e scollegando Hāfez e von Hammer-Purgstall all’interno del suo Divan tedesco. Egli praticò così nelle definizioni delle Note una proposizione scientifica, identificando aspetti correlati e altrimenti non correlati sui tipi di traduzioni della sua esperienza. La proposizione di Peirce era un accordo singolarmente degenerato, fatto

20 “Proposition” is one of Peirce’s favourite terms, omnipresent in his writings about language, interpretation, utterance, and meaning. 45

effort to make its interpreter believe it true” (MS 646: 16, 1910). Goethe asserted that the dyadic connection of active sign and passive object (CP: 1.471, 1896) was known as Schleiermacher’s duality of paraphrases and imitations. Yet Goethe’s “triad brings a third sort of element, the expression of thought, or reasoning, consisting of a colligation of two propositions, not mere dyadic propositions, however, but general beliefs; and these two propositions are connected by a common term and tend to produce a third belief” (CP: 1.515, c.1896). Goethe wanted to affect the readers by the freedom of his third agent, adaptation – a germane but extraneous element to the interactive duality. In a proposition, Peirce stated that:

“in uno sforzo vitale per renderlo vero al suo interprete” MS 646: 16, 1910). Goethe sostenne che la connessione diadica tra segno attivo e oggetto passivo (CP: 1.471, 1896) era conosciuta come il dualismo schleiermacheriano tra parafrasi e imitazioni. Tuttavia la “triade [di Goethe] porta un terzo tipo di elemento, l’espressione del pensiero, o ragionamento, che consiste nel collegare due proposizioni, non semplici proposizioni diadiche, comunque, ma pensieri generali; e queste due proposizioni sono connesse da un termine comune e tendono a produrre un terzo pensiero” (CP: 1.515, c.1896). Goethe voleva colpire i lettori con la libertà del suo terzo agente, l’ adattamento – un elemento attinente ma estraneo al dualismo interattivo. In una proposizione, Peirce affermò che:

[…] there are in the dyad two subjects of different character, though in special cases the difference may disappear. These two subjects are the units of the dyad. Each is one, though a dyadic one. Now the triad in like manner has not for its principal element merely a certain unanalyzable quality sui generis. It makes [to be sure] a certain feeling in us. (CP: 1.471, 1896)

[…] nella diade ci sono due soggetti di caratteri diversi, anche se in casi speciali la differenza può scomparire. Questi due soggetti sono le unità della diade. Ciascuno è uno, anche se diadico. Ora, la triade in modo simile non ha come suo elemento principale solo una certa qualità non analizzabile sui generis. Ci suscita [a dire il vero] una certa sensazione. (CP: 1.471, 1896)

Contrary to scientific method, “[…] it is to be understood that proposition, judgment, and belief are logically equivalent (though in other respects different)” (MS 789: 2, n.d.). Despite the doubts that “a proposition is nothing existent, but is a general model, type, or law

Contrariamente al metodo scientifico, “[…]è da intendersi che proposizione, giudizio e credenza sono logicamente equivalenti (anche se sotto altri aspetti diversi)” (MS 789: 2, s.d.). nonostante i dubbi che “una proposizione non sia nulla di esistente, ma sia un modello

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according to which existents are shaped” (MS 280: 29, c.1905), Goethe took his responsibility of the propositional announcement, supporting the three types of translation as a general idea.

generale, un tipo, o un accordo di legge in base al quale si sono formati gli esistenti” (MS 280: 29, c.1905), Goethe si prese la responsabilità dell’annuncio proposizionale, supportando i tre tipi di traduzione come idea generale.

Peirce announced that “[i]n science, a diagram or analogue of the observed fact leads on to a further analogy” (MS 909: 12f. [see 42] = CP: 1.367, 1890– 1891). The approximative approach of the “reactionally degenerate” (CP: 5.73, 1902) glosses of the Notes is again deconstructed in the doubly degenerate list of Paralipomena. The separate lines depend not really on intellectual performance (Thirdness), but sketch the design of the “qualitatively degenerate” (CP: 5.73, 1902) moods and tones of thought of Goethe’s own self. Goethe’s images of self-depiction in the edited version “address themselves to us, so that we fully apprehend them. But it is a paralyzed reason that does not acknowledge others that are not directed to us, and does not suppose still others of which we know nothing definitely” (MS 4: 49, 1904; my italics). Goethe’s “airy nothingness” (CP: 4.241, 1902) means that the sign of “Brute Actuality of things and facts” (Secondness) has weakened beyond the meaningful occurrence into the undetermined and vague quality of “suchness” (Firstness) (CP: 1.303, c.1894, CP:

Peirce annunciò che “[i]n scienza un diagramma o qualcosa di analogo, dei fatti osservati conduce a un’ulteriore analogia” ” (MS 909: 12-13 [vedi 42] = CP: 1.367, 1890– 1891). L’approccio approssimativo delle glosse “reazionalmente degenerate” (CP: 5.73, 1902) delle Note è ancora una volta decostruito nella lista doppiamente degenerata dei Paralipomena. Le linee separate non dipendono realmente da performance intellettuali (Terzità), ma abbozzano il disegno degli umori e dei toni “qualitativamente degenerati” del pensiero di Goethe stesso. Le immagini dell’autorappresentazione di Goethe nella versione revisionata “si rivolgono a noi, così che possiamo comprenderle pienamente. Ma è una ragione paralizzata che non riconosce altri che non siano rivolti verso di noi e non suppone nemmeno altri di cui non sappiamo assolutamente niente”(MS 4: 49, 1904; corsivo aggiunto). Il “nulla d’aria” (CP: 4.241, 1902) di Goethe significa che il segno della “bruta attualità delle cose e dei fatti” (secondità) si è indebolita oltre la significativa occorrenza ed è diventato “talità” (primità) di qualità vaga

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1.326, c.1894, CP: 1.304, c.1905), independent from the object (Gorlée 2009). To illustrate the empty pages of “Translations” in Paralipomena, Peirce wrote something analogous, saying that:

e indeterminata (CP: 1.303, c.1894, CP: 1.326, c.1894, CP: 1.304, c.1905), indipendente dall’oggetto (Gorlée 2009). Per illustrare le pagine vuote di “traduzioni” nei Paralipomena, Peirce scrisse qualcosa di analogo, affermando che:

Combine quality with quality after quality and what is the mode of being which such determinations approach indefinitely but altogether fail ever to attain? It is, as logicians have always taught, the existence of the individual. Individual existence whether of a thing or of a fact is the first mode of being that suchness fails to confer. (CP: 1.456, c.1896)

Combinare qualità con qualità dopo qualità e qual è il modo di essere che certe determinazioni avvicinano indefinitamente ma non riescono mai a raggiungere interamente? È, come i logici hanno sempre insegnato, l’esistenza dell’individuo. L’esistenza individuale sia essa di una cosa o di un fatto è il primo modo di essere che la talità non riesce a conferire. (CP: 1.456, c.1896)

The mere Firstness is a “rough impression” (SS: 194, 1905) reflecting the “Sign’s Soul, which has its Being in its power of serving as intermediary between its Object and a Mind. Such, too, is a living consciousness, and such the life, the power of growth, of a plant” (CP: 6.455, 1908). Grasping the possibility of understanding the hidden idea of a “dark instinct of being a germ of thought” (CP: 5.71, 1902), the reader is brought “face to face with the very character signified” (NEM 4: 242, 1904), with the expressions and emotions of Goethe’s own self- portrait.

La mera Primità è una “grezza impressione” (SS: 194, 1905) che riflette l’”anima del segno, che ha il suo essere nel suo potere di fungere da intermediario tra l’oggetto e la mente. Tale è anche una coscienza viva e tale la vita, la forza di crescita di una pianta” (CP: 6.455, 1908). Cogliendo la possibilità di comprendere l’idea nascosta di un “istinto oscuro di essere un germe di pensiero” (CP: 5.71, 1902), il lettore è portato “faccia a faccia con il carattere stesso significato” (NEM 4: 242, 1904), con le espressioni e le emozioni dell’autoritratto di Goethe.

With “only a fragment or a completer sign” (NEM 4: 242, 1904) in Goethe’s Paralipomena, the last and final point of intermediate types has been argued in bricolages (Firstness) (Gorlée 2007: 224ff.).

Con “solo un frammento o un segno più completo” (NEM 4: 242, 1904) nei Paralipomena di Goethe, l’ultimo e finale punto dei tipi intermedi è stato messo in discussione nel bricolages (Primità) (Gorlée

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Translation started out as pure intellectual Thirdness, but was accurately and sharply weakened into mixed concepts of Secondness and Thirdness, mingling with Thirdness. Pseudo-translation is degenerate thought, mediated into a representation of the fact according to a possible idea. Goethe’s images of translation are not reasoned, but rely on experience and education. In the Notes and the Paralipomena, degenerate translation gave in Peirce’s perspective “just one unseparated image, not resembling a proposition in the smallest particular […]; but it never told you so. Now in all imagination and perception there is such an operation by which thought springs up; and its only justification is that it subsequently turns out to be useful” (CP: 1.538, 1903) – like Goethe’s thing of beauty in West-östlicher Divan.

2007: 224 e seguenti). La traduzione iniziò come pura e intellettuale Terzità, ma fu accuratamente e acutamente indebolita in concetti misti di Secondità e Terzità, inframezzandosi alla Terzità. La pseudotraduzione è pensiero degenerato, mediato in una rappresentazione del fatto secondo un’idea possibile. Le immagini goethiane della traduzione non sono ragionate, ma fanno affidamento sull’esperienza e l’istruzione. Nelle Note e nei Paralipomena, la traduzione degenerata ha dato, secondo la prospettiva di Peirce, ”una sola immagine non separata, che non somigliava a una proposizione nel più piccolo dei particolari […] ma non è mai stato detto. Ora, in ogni immaginazione e percezione vi è una tale operazione con la quale il pensiero salta su; e la sua unica giustificazione è che risulta poi utile” (CP: 1.538, 1903) – come il fatto della bellezza nel West-östlicher Divan goethiano.

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Alessandro de Lachenal, LA SCUOLA DI NITRA (E MOLTO ALTRO)

Cominciò con una domanda, apparentemente generica, su una lista di discussione. In realtà risultò ben mirata, perché mi fece rendere conto quasi subito di non saper trovare assolutamente nulla sull’argomento Nitra school – nonostante i libri ben impilati sugli scaffali e qualche altro chiletto di fotocopie impolverate (ricettacolo di temibilissimi pesciolini d’argento).
Ed è finito con un convegno proprio a Nitra, organizzato presso l’università statale diCostantino il Filosofo [1] (così chiamata dal 1996, dopo esser stata fondata quattro anni prima a aprtire da un istituto pedagogico esistente dal 1959) dal locale Dipartimento di studi traduttivi (posso tradurre così ‘Translation Studies’?), dall’Istituto di letterature mondiali dell’Accademia slovacca delle scienze e dalCETRA, il Centro di studi traduttivi di Lovanio.
Una joint venture inedita e (anche per questo) interessante, rispecchiata pure dal titolo assegnato all’intera manifestazione: Some Holmes and Popovič in All of Us?, che Bruno Osimo mima nel suo intervento, fissato per le 14,30 di oggi (giovedì 8 ottobre, nella sessione 1): Any Holmes and Popovič in any of us Italians?

Il logo del convegno slovacco.

Il logo del convegno slovacco.

Tutti gli altri relatori col programma completo li trovate in un PDF di 8 pagine a questo link.
Andate invece sul sito ufficiale per ogni altra informazione, compresa la sponsorizzazione dell’editore Brill, che ha innestato un catalogo tipicamente accademico sulla lunga e nobile tradizione editoriale dei Paesi Bassi (sebbene oggi l’azienda abbia sede non più solo a Leida, ma anche a Boston e Tokyo).

 

Per chi non conosca bene Holmes e Popovič, dirò subito che condividono una morte prematura attorno alla metà degli anni Ottanta, la quale forse ha impedito loro di dispiegare tutte le implicazioni delle loro proposte, che però sono state accolte tempestivamente e in maniera estremamente positiva dalla comunità dei ricercatori interessati.

James Stratton Holmes (1924-1986) figura in quasi tutte le trattazioni di storia più recente della traduzione, nella cui ricostruzione ha assunto, grazie al saggio The Name and Nature of Translation Studies del 1972 (ma pubblicato tre anni più tardi), il ruolo di fondatore della corrente omonima: da un lato voleva opporsi sia all’impressionismo dell’approccio letterario, sia alle pretese di scientificità (ritenute eccessive) dell’approccio linguistico imperante, ma dall’altro ampliava le prospettive di studio e riflessione in una direzione che poi sarebbe stata ‘culturologica’. [2]
Un suo saggio del 1969 sulla traduzione poetica (La versificazione: le forme di traduzione e la traduzione delle forme, tradotto da Margherita Di Michiel) è incluso nell’antologia curata da Siri Neergard, Teorie contemporanee della traduzione(Bompiani 1995, 20022, pp. 239-256); che sia un contributo secondario rispetto al tema qui escusso lo dimostra, credo, il fatto che l’introduzione stessa della curatrice gli dedica una sola paginetta (p. 36), sebbene l’apporto di Holmes alle ‘grandi manovre’ della traduttologia sia comunque riconosciuto nelle note 3 e 17 da Neergard.

Anton Popovič (1933-1984) è invece l’esponente più noto (si fa per dire…) in Occidente della scuola slovacca di Nitra, ed è merito assoluto di Osimo la presenza sul mercato librario italiano del suo testo chiave, «un pilastro della scienza della traduzione»: Teória umeleckého prekladu (Bratislava 1975), che tradotta da Daniela Laudani, rivista da Osimo e collazionata sull’edizione sovietica seriore (Problemy chudožestvennogo perevoda, Moskva 1980) ha dato origine a La scienza della traduzione. Aspetti metodologici. La comunicazione traduttiva (Hoepli 2006), «la prima traduzione in una lingua al di qua della vecchia cortina di ferro». [3]
Opportunamente sia la traduttrice sia Laura Salmon [4] rammentano la collaborazione fra i due studiosi ed, è ancora Osimo che affianca le loro schede nel suo Storia della traduzione. Riflessioni sul linguaggio traduttivo dall’antichità ai contemporanei (Hoepli 2002, pp. 212-5)

Dirk Delabastita, There’s a Double Tongue. An Investigation into the translation of Shakespeare’s wordplay, with special reference to Hamlet, Amsterdam, Rodopi, 1993, p. 1-54. Traduzione italiana a cura del gruppo di studenti del terzo corso di traduzione Inglese-Italiano (germanisti) dell’A. A. 2000-2001 presso l’ISIT: , Anna Bencivenga, Alessia Bonifazi, Mara Cristina, Laura Fedeli, Andrea Ferrari, Jessica La Porta, Angelo Leghi, Marta Manzoni, Olivia Mossotti, Silvia Nicodano, Maria Poli, Valeria Pozzi, Nadia Quartini, Ornella Santoro, coordinati da Bruno Osimo. Civica Scuola Interpreti Traduttori «Altiero Spinelli»

Dirk Delabastita, There’s a Double Tongue. An Investigation into the translation of Shakespeare’s wordplay, with special reference to Hamlet, Amsterdam, Rodopi, 1993, p. 1-54.

Traduzione italiana a cura del gruppo di studenti del terzo corso di traduzione Inglese-Italiano (germanisti) dell’A. A. 2000-2001 presso la Civica Scuola Interpreti e Traduttori: Anna Bencivenga, Alessia Bonifazi, Mara Cristina, Laura Fedeli, Andrea Ferrari, Jessica La Porta, Angelo Leghi, Marta Manzoni, Olivia Mossotti, Silvia Nicodano, Maria Poli, Valeria Pozzi, Nadia Quartini, Ornella Santoro, coordinati da Bruno Osimo.

Capitolo 1

Traduzione e scienza della traduzione

0 Introduzione

Nella tradizione occidentale la comunicazione verbale tra gli esseri umani è diventata oggetto di studio di diverse discipline scientifiche, tra le quali la linguistica, la narratologia, la filosofia del linguaggio, gli studi sociali, la teoria della comunicazione e altre ancora. Anche la traduttologia rientra in questo gruppo, dal momento che si concentra su alcuni tipi di comunicazione bilingue e multilingue. Si può difatti dire che la traduttologia vi occupa una posizione unica (e poco invidiabile), poiché, se vuole riuscire a comprendere le condizioni e le regole su cui si basano le attività di trasferimento multilingue insite nel processo traduttivo, deve anche assolvere il compito di unificare le teorie sulla comunicazione intralinguistica e sulla cognizione e la comunicazione in generale può contribuire al suo sviluppo. La scienza della traduzione è ancora in fase di formazione, e i problemi ancora insoluti sono enormi. Questi possono derivare dagli sviluppi incerti delle discipline a cui è collegata e su cui fa affidamento e/o dalle complessità risultanti dalla sua peculiare posizione intermedia. Questo capitolo vuole essere una descrizione di alcuni problemi fondamentali che questa disciplina deve affrontare. La traduzione viene intesa come triplo processo di ricodifica (sul piano linguistico, culturale e testuale-retorico), e ciò richiede delle scelte, sia perché il codice del prototesto e il codice del metatesto sono asimmetrici, sia perché i testi tendono ad avere un’organizzazione complessa. Nelle sue decisioni il traduttore è fortemente influenzato dalle norme del polisistema ricevente. In aggiunta si danno alcuni spunti sui possibili sviluppi futuri della scienza della traduzione.

1 Problema numero uno della traduzione: l’anisomorfismo dei codici non artificiali

1.1 Ricodifica linguistica
1.1.1 Un enunciato linguistico non possiede un significato intrinseco a disposizione immediata di chiunque se lo trovi semplicemente davanti. Gli enunciati possono diventare segni significativi solo per chi conosce il linguaggio naturale in cui sono formulati. Il significato deriva non tanto dai singoli “messaggi”, quanto dalle multiple relazioni tra i messaggi e i “codici” o sistemi segnici convenzionali usati: quali elementi del repertorio del codice sono stati selezionati, e secondo quali regole sono stati combinati? Possono sembrare domande molto banali nell’era della semiotica, ma nella realtà di tutti i giorni è raro che chi usa la lingua sappia comprenderne tutte le implicazioni. In nome dell’economia cognitiva, oltre che per altri motivi, abbiamo la tendenza ad astrarci da tutti quei meccanismi intricati senza i quali le parole sarebbero prive di senso. È necessario fare ricorso a una forma di linguaggio poetico per farci riscoprire la dicotomia fondamentale tra segni e oggetti (Jakobson). Questa dicotomia ci si rivela in tutta la sua realtà anche quando si vuole imparare il significato di un enunciato prodotto in un linguaggio sconosciuto: l’enunciato può essere a disposizione nella sua fissa materialità, per esempio sotto forma di segni scritti su una superficie, e può comunicare una parvenza di significatività linguistica, ma resta comunque decisamente impenetrabile e si rifiuta testardamente di svelare i suoi significati. Non possono esistere segni significativi senza sistemi segnici, affinché la comunicazione possa avere luogo i codici devono essere condivisi.
Nel caso appena descritto, fortunatamente, si può invocare l’aiuto di un traduttore. Il traduttore deve, o dovrebbe, avere padronanza non solo del codice linguistico nel quale è formulato il messaggio originale, inaccessibile ai riceventi finali, ma anche del codice del metatesto che i riceventi conoscono bene. È perciò in grado di sostituire un messaggio nel protocodice con un messaggio nel metacodice, e in tale processo di deve trasferire un nucleo minimo di significato “invariante”.
Sebbene questo modello di traduzione come processo di ricodifica sia diventato un patrimonio acquisito, è necessario non dare per scontate tutte le sue implicazioni. Presuppone, dunque, che i linguaggi naturali si possano considerare codici; questo termine compare effettivamente nel vocabolario critico di una schiera impressionante di teorici della traduzione, tra i quali Ďurišin, Jakobson, Koller, Ladmiral, i teorici della Scuola di Lipsia (Kade, Neubert, Jäger), Nida, Pergnier, Reiß, Richards, la Scuola stilistica slovacca (Miko, Levý, Popovič), Steiner, la Scuola di Tel Aviv (Even-Zohar, Toury), Van den Broeck, Wilss e altri. La sua interpretazione esatta varia quanto ci si può aspettare dall’eterogeneità dell’elenco. In alcuni teorici il termine compare solo occasionalmente come semplice sinonimo high-tech di «linguaggio naturale», ma in altri casi il suo uso presenta implicazioni concettuali precise sia nella teoria linguistica che nella teoria della traduzione.
Il concetto semiotico di «codice» deriva dalle scienze dell’informazione e della telecomunicazione:
un codice è una trasformazione concordata, solitamente biunivoca e reversibile, mediante la quale è possibile convertire messaggi da un insieme di segni a un altro. Tipici esempi sono il codice Morse, il semaforo e il codice dei sordomuti. Nella nostra terminologia operiamo quindi una netta distinzione tra lingua, che si sviluppa organicamente nel corso del tempo, e codici, che sono inventati con uno scopo preciso e seguono regole esplicite che sono state inventate[1].

Secondo le caratteristiche elencate da Colin Cherry, le lingue umane certamente non rispondono alla definizione tecnica di «codice», come non hanno mancato di far notare i teorici contrari a un uso esteso del concetto[2]. Per esempio, la comunicazione per mezzo di una lingua non è affatto basata su un accordo precedente tra parlante e ascoltatore. Le lingue sono invece radicate in un comportamento sociale che ha una lunga storia; si devono imparare con la pratica e inoltre sono soggette a cambiamenti. Poi, nella lingua sono codificati non messaggi preesistenti, ma pensieri, esperienze, una visione del mondo. Come determinare se la decodifica produce gli stessi pensieri? Inoltre, spesso è stato fatto notare che nelle lingue non esiste un rapporto biunivoco tra signifiant e signifié corrispondente alle inequivocabili regole di trasformazione dei codici tecnici. Infine, i tradizionali modelli che rappresentano in che modo funzionano i codici linguistici nella comunicazione umana sono stati criticati perché troppo statici e unidirezionali e quindi inadatti a dare conto delle caratteristiche dinamiche, interattive della comunicazione verbale reale[3].
Naturalmente i presupposti su cui poggia l’applicazione del concetto di «codice» alla lingua umana necessitano di una spiegazione. Considerare codice un linguaggio naturale implica, tra l’altro, accettare le seguenti tesi: (i) Il linguaggio è un mero strumento a disposizione del singolo: il suo uso o non uso e la sua precisa modalità d’uso dipendono esclusivamente dalle intenzioni comunicative del singolo, e il soggetto che usa la lingua è signore e padrone dei significati dei propri messaggi. (ii) Esiste una serie di “significati puri” prelinguistici senza parole convogliati dal linguaggio.
Il minimo che si possa dire è che questi punti di vista sono contraddittori. Si afferma spesso, quindi, che ben lungi dall’essere un’entità presemiotica o asemiotica, l’uomo viene alla luce proprio nella misura in cui partecipa sempre più all’ordine simbolico del linguaggio durante il processo di socializzazione (cfr. i), e che il significato di un enunciato verbale non può essere astratto dalla sua formulazione verbale, essendo i significati prodotto di sistemi di significazione (cfr. ii). Si è qui posti di fronte a due punti di vista completamente differenti sul linguaggio e le sue relazioni con il significato: il linguaggio come espressione del significato versus il linguaggio come produttore di significato. Ma c’è in gioco ancora più della semplice opposizione tra due teorie del linguaggio. Gli strutturalisti hanno rifiutato l’idea che i Significati o i Soggetti abbiano una vita preverbale indipendente in un qualche campo trascendentale a sé stante. Il significato deriva da strutture di significato ed è perciò una categoria prettamente storica. La concezione della lingua come codice (ossia la lingua come mera espressione di significato) può conseguentemente essere criticata in quanto ideologica, poiché rappresenta la tipica tendenza delle culture umane a investire di obiettività i propri signifié, di presentarli come “fatti di natura” assoluti e universali, in breve, come entità trascendentali e quindi incontestabili. Descrivendo la lingua come codice, la si estrae dalla complessa realtà storica in cui è radicata, e la si trasforma in un mezzo di comunicazione presumibilmente omogeneo e neutro che chiunque può controllare.
Se questa analisi della metafora della lingua come codice è corretta, ci si può ragionevolmente aspettare che i meccanismi culturali che mette a nudo risalgano a un periodo anteriore all’invenzione della teoria dell’informazione e che si manifestino in altre forme vecchie e nuove. Sembra che sia proprio così. Il concetto di lingua come codice e di testi come messaggi (e, in definitiva, di traduzione come “ricodifica”) può essere in realtà recepito come versione moderna tecnologica di una di quelle metafore di cui viviamo[4], più precisamente della cosiddetta metafora del nastro trasportatore, secondo la quale i parlanti mettono idee preesistenti nelle parole e inviano queste parole-con-idee ai destinatari, che devono semplicemente disimballare le idee dall’involucro verbale[5]. Le parole rappresentano semplici contenitori inviati lungo un nastro trasportatore. È possibile documentare che idee simili sulla lingua, sul significato e sulla natura della comunicazione hanno una lunga tradizione. Dalle analisi di Lakoff e Johnson (1980) possiamo inferire che hanno lasciato il segno persino sulla struttura idiomatica della nostra lingua.
È indubbio che l’opposizione tra queste due visioni della lingua ha conseguenze di vasta portata per la teoria della traduzione. Prima di prenderle in considerazione, vorrei chiarire l’uso che faccio del termine «codice». Se ci si riferisce a una lingua naturale come «codice», si usa una metafora. Per questo è necessario essere consapevoli dell’esatto oggetto concreto (ground), o tertium comparationis, che sta alla base dell’immagine. In primo luogo, l’analogia percepita fra il tenore e il veicolo della metafora può riguardare il principio semiotico generale secondo il quale, perché un dato enunciato sia efficace dal punto di vista comunicativo, è necessario che entrambi i parlanti conoscano il sistema che vi sta alla base. In questo caso la metafora è ineccepibile; non vi è alcun dubbio che per decifrare l’Amleto bisogna conoscere l’inglese, così come è necessario avere una buona conoscenza del Morse per capire il senso di un messaggio di punti e linee, o che, come tutti i genitori sanno, le lingue straniere possono essere utilizzate come codici segreti. Tuttavia, se la metafora si basa sull’idea che le lingue naturali condividono con i codici tecnici altre caratteristiche, come per esempio l’essere trasparenti e neutri, la sua accettabilità dipende dal tipo di teoria linguistica (e posizione ideologica) che si adotta. Dato il mio orientamento strutturalista, non posso che continuare a usare il termine «codice» nella sua generale e prima accezione ed essere debitamente consapevole della distanza tra questa interpretazione libera e il concetto «originale», «stretto» o «tecnico».
1.1.2 Se si ritiene che le lingue siano codici in senso stretto, ossia che la lingua sia solo uno strumento a cui si ricorre per esprimere significati autosufficienti, la traduzione può essere considerata un processo bifasico. Nella prima fase il significato del testo è dissociato dalla sua espressione verbale originale; nella seconda è espresso di nuovo ma questa volta nella metalingua. Per queste due fasi di decodifica e ricodifica, Wilss[6] propone la coppia terminologica deverbalizzare (entsprachlichen) versus riverbalizzare (verssprachlichen). Anche in questo caso, la terminologia tecnologica è recente ma il concetto circola da secoli. Così, in molti scritti sulla traduzione rinascimentali e postrinascimentali
trova espressione in una serie di opposizioni metaforiche basate sui concetti di «esterno» versus «interno» o «percettibile» versus «impercettibile», come anima e corpo, materia e spirito, indumento e corpo, cofanetto e gioiello, guscio e nucleo, bacino e liquido contenuto, cassapanca e i suoi contenuti[7].

In un tale concetto di traduzione
l’extérieur seul change, le contenu est le même; on le transvase d’une langue dans une autre […]. En fin de compte et sans chercher à être paradoxal, on serait tenté de dire que les langues sont extérieures au processus de la traduction; elles sont le réceptacle du sens qui est exprimable dans n’importe laquelle d’entre elles[8].

Il mio rifiuto di qualsiasi interpretazione rigida della metafora del codice significa che devo respingere questa rappresentazione del processo traduttivo perché non è valida. Il concetto di significato come prodotto della lingua sembra esigere che il processo traduttivo venga descritto con un modello trifasico. Supponendo che un codice linguistico sia un insieme di minuscoli segni significativi (unità di signifiant e di signifié) e di regole di combinazione, il processo traduttivo può essere considerato, almeno in linea di principio, composto delle tre seguenti fasi: (i) La scomposizione o analisi del prototesto nelle strutture e negli elementi costitutivi della protolingua. (ii) La sostituzione degli elementi della protolingua (elementi e strutture grammaticali) derivante dall’analisi del prototesto con elementi corrispondenti della metalingua (elementi e strutture grammaticali). Comprendere per quale motivo questi elementi corrispondenti della metalingua possono, o devono, essere scelti dall’intero repertorio di quest’ultima, cioè comprendere l’esatta natura di questa “corrispondenza” fra le unità del prototesto e quelle del metatesto, è evidentemente uno dei punti cruciali della teoria della traduzione. (iii) La ricomposizione o sintesi del metatesto sulla base del prodotto della fase di trasferimento, in cui gli elementi di metalingua selezionati sono combinati nel metatesto.
Questa rappresentazione è davvero molto diversa dal procedimento di decodifica-ricodifica che corrisponde alla interpretazione rigida della metafora della lingua come codice. La differenza principale è che il processo traduttivo non abbandona mai l’ambito della semiotica, ossia avviene nelle lingue e fra le lingue, ma mai al di là delle lingue. Una seconda differenza cruciale riguarda la natura della relazione fra prototesti e metatesti, che finora ho vagamente descritto come una sorta di “corrispondenza”. I modelli traduttivi di decodifica e ricodifica tendono a presupporre che il processo traduttivo possa (e debba, perché solitamente è questa l’implicazione normativa) garantire una relazione di identità o quasi-identità fra i significati del prototesto e del metatesto. È una conseguenza logica del modo in cui tali modelli valutano il ruolo cognitivo della lingua. Se la lingua è solo la veste del significato, l’espressione linguistica può essere davvero sostituita senza influenzare il significato. La teoria strutturalista mette in dubbio la validità di questa argomentazione:
non avremo mai, e in effetti non abbiamo mai avuto, un “trasporto” di puri signifié da una lingua a un’altra, o, all’interno della stessa lingua, che lo strumento (o “veicolo”) del signifiant lasci vergini e intatti[9].

L’alternativa strutturalista quindi presenta una concezione completamente diversa della relazione tra i significati di prototesto e metatesto. Rifiutando qualsiasi pretesa di identità semantica fra i due, insiste sull’inevitabilità dei cambiamenti di significato nella traduzione. Il fatto che il significato del prototesto e quello del metatesto non possono che essere diversi deriva dalla tesi centrale dello strutturalismo, secondo la quale la lingua come produttrice di significato va intesa come struttura di relazioni interne autosufficiente e autodeterminante. Il significato di un elemento linguistico è il prodotto del suo valore relazionale all’interno della rete semantica della lingua di appartenenza. Il significato è una caratteristica delle singole lingue, e ciò preclude la possibilità di trovare nella metalingua elementi linguistici che abbiano lo stesso significato degli elementi della protolingua di cui cercano di essere i sostituti.
Se è impossibile ottenere una relazione di identità semantica fra prototesto e metatesto, è stato ipotizzato che nella traduzione può e dovrebbe essere realizzata una relazione di stretta equivalenza. Tuttavia, dal punto di vista del nostro modello strutturalista, deve essere esclusa anche questa possibilità. Il termine «equivalenza» deriva probabilmente dalla matematica[10]. Là denota una relazione riflessiva, simmetrica e transitiva fra due entità. Non è facile vedere come possa una relazione traduttiva essere riflessiva, ma sono soprattutto gli altri due criteri a presentare difficoltà insormontabili. Se le relazioni traduttive fossero simmetriche (A:B Þ B:A), la ritraduzione di qualsiasi metatesto riprodurrebbe il prototesto. Se fossero transitive ([A:B e B:C] Þ A:C), la traduzione nel codice linguistico C della traduzione nel codice linguistico B di qualsiasi prototesto, dovrebbe coincidere con la traduzione diretta del prototesto nel codice linguistico C. È evidente che le relazioni traduttive non soddisfano questi requisiti. Per esempio, le relazioni traduttive sono in sommo grado irreversibili[11] a causa dell’anisomorfismo delle lingue naturali, ossia il fatto che lingue diverse hanno strutture diverse. Non esiste una corrispondenza biunivoca sistematica né tra i singoli segni delle lingue né tra le relazioni interne che intercorrono tra loro in ogni lingua. È banale dire che le lingue differiscono tra loro al punto di ostacolare gravemente la traduzione di un testo da una lingua all’altra. Tuttavia, come ha sottolineato Toury[12], i problemi riscontrati in una traduzione interlinguistica non derivano tanto dalla semplice differenza tra protolingua e metalingua, quanto dal loro essere anisomorfe (o asimmetriche). Lo si può illustrare chiaramente comparando normali traduzioni interlinguistiche con i processi di ricodifica tra codici tecnici o artificiali.
Di solito i codici artificiali non presentano alcuna difficoltà di ricodifica (ossia in relazione con altri codici particolari), per quanto i codici in questione differiscano l’uno dall’altro. È infatti evidente che i codici artificiali sono stati appositamente concepiti per corrispondere il più possibile al sistema di segni con il quale devono comunicare. I codici artificiali hanno un fine specifico, sono fatti per essere isomorfi, sono parassiti per concezione. Per esempio, l’insieme delle relazioni tra i segni del codice Morse e il sistema di scrittura alfabetica è stato stabilito a priori per assicurare la massima corrispondenza reciproca. Ne consegue che tra loro esiste un grado massimo di traducibilità: i metatesti risultanti sono sempre accettabili in conformità alle regole del metacodice (ovvero casi corretti di utilizzo del metacodice) e corrispondono in massimo grado ai prototesti (fatto misurabile, per esempio, mediante test di ritraduzione). L’insieme delle relazioni a priori tra codici artificiali consente un’economia di trasferimento così elevata perché
non si riferisce mai a tali codici come sistemi complessivi su vari livelli, ma solo a uno o più livelli. È evidente che questi livelli servono da variabili di questo tipo predefinito di trasferimento, mentre gli altri livelli rimangono inalterati assumendo quindi lo status di invarianti[13].

I codici non artificiali come le lingue naturali non possono invece fare affidamento su nessuna definizione a priori di corrispondenza tra codici. Dopo tutto, le lingue sono sempre soggette a una certa evoluzione dovuta a molti fattori, tra cui le mutevoli condizioni sociali e materiali in cui avviene la comunicazione verbale. Anche se a volte prendono in prestito elementi lessicali o persino grammaticali da altre lingue, questi prestiti vengono poi integrati completamente, e ridefiniti in conformità con la rete semantica della lingua ricevente, e il loro scopo ultimo è rispondere alle necessità funzionali intraculturali del gruppo sociale in questione, non di facilitare il trasferimento interlinguistico da o verso altre lingue[14]. Non è quindi difficile comprendere perché coppie di lingue diverse (nonostante relazioni genealogiche tra ceppi di lingue dello stesso ceppo e somiglianze tipologiche anche tra lingue non affini) abbiano inevitabilmente un certo livello di anisomorfismo.
A livello pratico, la mancanza di isomorfismo implica che in traduzione debbano essere effettuate delle scelte.
Dal punto di vista della situazione lavorativa del traduttore, in qualsiasi momento della sua professione (ossia dal punto di vista pragmatico), la traduzione è un PROCESSO DECISIONALE: una serie composta da un dato numero di situazioni conseguenti – mosse di un gioco – situazioni che impongono al traduttore di scegliere tra un dato numero (molto spesso definibile in modo preciso) di alternative[15].

I due punti 1.1.2.1. e 1.1.2.2. analizzano ulteriormente la natura di queste scelte.
A livello teorico occorre trarre le seguenti conclusioni. Innanzitutto la traduzione interlinguistica sembra caratterizzata da un certo grado di indeterminatezza. Di solito dieci trascodifiche indipendenti di un prototesto dal codice Morse al codice Braille producono dieci versioni finali identiche: la ritraduzione riproduce il prototesto. Tuttavia è molto probabile che dieci traduzioni verso il francese di un testo inglese differiscano tra loro in misura minore o maggiore, e lo stesso vale per la ritraduzione. È indubbio che le relazioni che di fatto intercorrono tra gli elementi del prototesto e quelli del metatesto sono in parte descrivibili da un punto di vista semantico. I linguisti e gli scienziati della traduzione hanno elaborato determinate categorie descrittive applicabili oltre i confini di un singolo sistema linguistico e sono perciò utili a individuare i cambiamenti semantici che avvengono, o non avvengono, nelle fasi di trasferimento. Tali tentativi di classificare le relazioni traduttive tra protocodice e metacodice sono stati sviluppati, tra l’altro, nel contesto della stilistique comparée. Tuttavia avere a disposizione queste etichette generiche (per quanto possano essere utili per diversi scopi) non risolve la questione dell’anisomorfismo delle lingue. Rimane il livello di arbitrarietà relativo alla selezione degli elementi “corrispondenti” nel metacodice, per quanto siano precisi gli schemi con i quali possiamo classificare le diverse scelte possibili.
Questo mi spinge a una nota terminologica. Nel caso del processo di trascodifica tecnica, la relazione tra prototesto e metatesto può essere legittimamente descritta come relazione di equivalenza in senso stretto, grazie alle relazioni ben definite tra i codici artificiali in questione. Nella traduzione interlinguistica, il termine non può essere invece applicato alle relazioni tra prototesto e metatesto poiché ha implicazioni matematiche. Ciononostante, il termine è ampiamente utilizzato in traduttologia[16]. In che misura è giustificabile l’uso di questo termine? Sebbene il termine non sia applicabile alla traduzione nella sua accezione originale e in senso stretto, non troviamo nulla in contrario al suo uso: (i) in senso approssimativo; dopotutto le lingue non sono totalmente idiomorfiche e, in certe aree ristrette di significato, possono avere un dato grado di isomorfismo, soprattutto tra lingue e culture affini; (ii) in senso puramente descrittivo, che tralascia in toto le origini e le implicazioni matematiche del termine: la traduzione è equivalente alla sua fonte se ha la stessa funzione in una data cultura. Tuttavia, come nel caso di «codice», è necessario diffidare del carico metaforico della parola. In quanto segue, eviterò il rischio di ambiguità ricorrendo ad aggettivi come «equivalenza stretta» (cfr. il concetto matematico), «equivalenza relativa» o «approssimativa» (cfr. i) e «equivalenza empirica» (cfr. ii).
Un’ultima precisazione teorica riguarda la nota questione della traducibilità. In che misura è possibile la traduzione – se è possibile – data la natura sostanziale delle differenze tra le lingue? Coloro che tendono a considerare uguali le lingue naturali e i codici tecnici sono piuttosto ottimisti riguardo alla trasferibilità dei significati. Le formulazioni verbali sono semplice espressione di significati, per questo l’incompatibilità tra protocodice e metacodice non ha molta importanza. Tuttavia, se si accetta che lingua e significato non possono essere facilmente dissociati, è molto più probabile che le caratteristiche idiomorfiche delle lingue siano considerate di ostacolo alla traduzione, dal momento che precludono equivalenza e identità di significato oltre le barriere linguistiche. La mia impostazione strutturalista potrebbe indurmi a condividere quest’ultima posizione, sostenendo che l’effetto cognitivo più o meno profondo della struttura del linguaggio e la natura essenzialmente anisomorfa delle lingue minano il successo della traduzione. Tuttavia tali affermazioni vanno respinte perché sono basate su un concetto a priori di traduzione, ovvero il concetto secondo il quale i significati del prototesto e del metatesto devono essere equivalenti in senso matematico, ossia identici. In questo modo la domanda «Un testo può essere tradotto?» si riduce a «Un testo può essere tradotto in modo da assicurare identità o stretta equivalenza di significato?». Non è affatto necessario limitare tanto il concetto di traduzione, dato che non è intrinsecamente sbagliato concepire la traduzione con diversità o cambiamenti di significato. Oltre a non essere necessario, nuoce allo sviluppo della scienza della traduzione come disciplina empirica (vedi capitolo 3, paragrafo 1.4).

1.1.2.1 Vediamo ora qual è l’effetto più immediato dell’anisomorfismo delle lingue sul processo traduttivo. Catford sostiene che
fondamentalmente, ogni lingua è sui generis; viene suddivisa in categorie in base a relazioni che intercorrono all’interno della lingua[17].

Le lingue sono sistemi strutturati; inoltre, lingue differenti sono strutturate in modo differente. Quindi, la traduzione interlinguistica non può mai essere un semplice o meccanico processo di sostituzione. La corrispondenza tra gli elementi del metacodice e quelli del prototesto non può essere realizzata sulla base di una serie incontestabile di relazioni predefinite tra protocodice e metacodice. Come già sottolineato, questo comporta il più delle volte la necessità di fare scelte tra i diversi elementi del metacodice; analogamente, l’equivalenza stretta risulta impossibile. I traduttori, allora, devono accontentarsi della soluzione che più si avvicina e cercare nel metacodice l’elemento che perlomeno abbia un significato (un valore relazionale) che rifletta in modo ottimale il significato (valore relazionale) dell’elemento del prototesto. I traduttori cercano di portare al massimo il grado relativo di isomorfismo presente tra protocodice e metacodice, cercando in quest’ultimo l’elemento (per così dire) equivalente in modo ottimale al suo corrispettivo del prototesto. Propongo di chiamare questo metodo traduttivo «approccio analogico».
Diversamente dal processo traduttivo omologico, di cui parleremo nel prossimo paragrafo, la ricerca di analoghi spesso è considerata l’unica forma di traduzione linguistica vera e propria. Forse perché è quello che assomiglia di più all'”ideale” della ricodifica in senso stretto. Data l’impraticabilità di una mappatura completa degli elementi del protocodice e del metacodice, si cerca almeno di sfruttare al massimo il grado di simmetria linguistica a disposizione. In questo senso l’analogia può essere considerata una forma debole di isomorfismo. Bisogna comunque tenere sempre presenti i limiti di questo tipo di strategia traduttiva. Il successo potenziale con un metodo traduttivo linguistico analogico sono limitate da almeno quattro fattori: (i) l’effettivo livello di divergenza tra protocodice e metacodice: più le differenze tra le due sono sostanziali, più è difficile escludere un livello di arbitrarietà nella selezione degli elementi del metacodice sulla base dell’analogia (ii) la misura in cui certi significati culturali si sovrappongono alla pura semantica linguistica dell’elemento del prototesto; questo significa che una traduzione linguisticamente analogica può non essere efficace dal punto di vista della semantica culturale (vedi paragrafo 1.2); (iii) la misura in cui certi vincoli testuali relativi all’applicabilità e all’appropriatezza degli enunciati nelle varie situazioni regolano l’uso della grammatica e del lessico del metacodice (vedi paragrafo 1.3). (iv) la misura in cui l’elemento del prototesto è governato da funzioni semantiche ad hoc determinate dalla specifica configurazione testuale in cui occorre (vedi paragrafo 2).

1.1.2.2 La ricerca di analoghi linguistici spesso è considerato l’unico metodo legittimo di trasferimento, ma basta dare un’occhiata alla realtà della traduzione per giustificare la presenza di un secondo metodo di rappresentazione degli elementi linguistici del prototesto nel metatesto. Questo secondo metodo consiste nella selezione degli elementi del metacodice – o addirittura nella loro invenzione ad hoc se non sono disponibili nel metacodice – sulla base di una somiglianza formale con l’elemento del prototesto da tradurre. La selezione o la creazione di questi omologhi può avvenire non considerando in parte o del tutto il valore relazionale analogico sul piano semantico. In altre parole, l’elemento linguistico del prototesto non è considerato principalmente un’unità semantica funzionale la cui forma serve solo a differenziare e stabilizzare il suo significato come avviene col metodo analogico, ma piuttosto un’unità formale o semplice signifiant. Così, in base al principio dell’omologia, una frase del prototesto – il cui significato dipende dalle relazioni tra i suoi componenti grammaticali e lessicali all’interno dell’intero protocodice – viene tradotta come mera sequenza di parole (la cosiddetta traduzione parola per parola) o addirittura di suoni (la cosiddetta traduzione fonologica). Molti altri fenomeni traduttivi rientrano in questo tipo di strategia, compreso l’uso di prestiti, falsi amici, e il caso estremo della copia diretta, o non-traduzione. Questi fenomeni sono ben noti, dato che si manifestano in molte altre situazioni multilinguistiche, soprattutto nei processi di apprendimento della seconda lingua. Basandosi sul famoso studio di Weinreich Languages in Contact (1953), linguisti teorici e applicati sono giunti a considerarli fenomeni di interferenza.
In generale, i fenomeni di interferenza linguistica non sono ben visti, perciò i traduttologi normativisti spesso bollano gli omologhi traduttivi come soluzioni inadeguate al problema dell’isomorfismo delle lingue. Non è difficile capire il perché di questo atteggiamento negativo così diffuso. Non si può negare che gli omologhi traduttivi tendano a ignorare la dimensione semantica degli elementi linguistici del prototesto che sostituiscono o, piuttosto, ripetono. Gli elementi del prototesto sottoposti a traduzione omologica in realtà sono quasi dissociati dal codice in cui erano stati codificati, dal quale traggono valore semantico. Di conseguenza, il significato degli elementi del metacodice è molto meno equivalente a quello dei loro omologhi di quanto sarebbe con un metodo analogico. In casi estremi, può capitare che nel metacodice non ve ne sia traccia. Negando in modo totale o parziale la semantica del protocodice, non avviene alcuna ricodifica “reale”:
la corrispondenza formale [è la] qualità tipica di una traduzione che riproduce nel metacodice le caratteristiche formali del prototesto in modo meccanico. Spesso la corrispondenza formale distorce la struttura grammaticale e stilistica della lingua ricevente, distorcendo così il messaggio, determinando fraintendimenti o grande fatica nel ricevente[18].

Anche le teorie della traduzione di tipo descrittivo, cioè che non si basano su preconcetti su ciò che la traduzione è o dovrebbe essere, riconoscono chiaramente il carattere speciale dei casi di interferenza linguistica[1]. Comunque, i metodi di traduzione basati sull’omologia linguistica sono usati molto più spesso di quanto ai loro detrattori piaccia ammettere, e il loro campo di applicazione è molto più vasto e vario di quanto ritengano accettabile. Né possono essere giustificati attribuendoli a mera incompetenza o alla difficoltà di trovare analoghi soddisfacenti[2]; lo testimoniano gli innumerevoli casi in cui traduttori esperti preferiscono omologhi anziché analoghi ragionevolmente equivalenti a loro disposizione. Questa scelta è da attribuire a diversi fattori: l’autorità del prototesto o del suo autore, il prestigio del protocodice o della protocultura in generale, il desiderio di aggiungere un tocco esotico al metatesto, il desiderio di influenzare il metacodice e così via.
1.2 Ricodifica culturale
1.2.1 Nonostante la loro condizione privilegiata, le lingue naturali non sono però gli unici mezzi di significazione, comunicazione e organizzazione che le culture umane hanno a disposizione e su cui si basano. Vengono in mente molti altri esempi di sistemi di segni: codici etici, codici legali, segnali militari, linguaggi informatici, codici cifrati, codici culinari, codici della moda, codici architettonici, codici pittorici, codici musicali, di cinesica e prossemica, sistemi di valori ideologici, routine e rituali della vita quotidiana e così via. Questi elenchi fanno sorgere una domanda:
Come si fa a porre fine a questo inventario? Tutto è segno: i regali, le nostre case, il nostro arredamento, i nostri animali domestici[19].

Nelle prossime pagine userò il termine «codice culturale» per un particolare gruppo di sistemi segnici culturali come quelli appena elencati. Partirò da due presupposti, che la cultura è una sorta di struttura complessa che produce significato (e non si limita ad esprimerlo, quindi è esclusa qualsiasi interpretazione rigida della metafora del codice) e che i codici linguistici e i codici culturali non coincidono (anche se sono organizzati con i medesimi princìpi strutturali). Intendo argomentare che il concetto di codice culturale è uno strumento euristico utile perché permette di concettualizzare alcuni fenomeni di trasferimento “culturale” che sembrano proprio distinguibili dalle difficoltà di ricodifica “linguistica”.
Non è necessario ripetere che nessun testo nasce in un vuoto culturale. I testi nascono in – o in reazione a – un preciso contesto, a cui si può alludere, che può essere tematizzato, commentato o sottinteso in altri modi. Di conseguenza, si può ritenere che i testi contengano un carico di significati culturali sopra (accanto, dentro) i loro significati linguistici. A chi legge il Re Lear di Shakespeare non basta disporre di una buona conoscenza della lingua del periodo elisabettiano. Deve anche avere familiarità con il codice culturale elisabettiano: si presuppone una conoscenza di base delle leggi di successione, dei codici d’onore e di obbedienza filiale, delle strutture sociali feudali e così via; vi sono allusioni all’astrologia, alle leggende, alla moda – le scarpe scricchiolanti, il frusciare della seta, i profumi di zibetto – e così via. Le parole del Re Lear sono intrise di cultura elisabettiana.
In questa sede non ci occupiamo del modo in cui questi significati culturali sono (rap)present(at)i nei testi. Mi limito a citare i concetti di connotazione (Hjelmslev) e di mito (Barthes), che offrono un approccio interessante a questo problema. Secondo questi concetti, il segno linguistico è (per così dire) svuotato dal codice culturale, nel senso che viene nella sua interezza ridotto allo status semiotico di mero signifiant a cui si accosta successivamente un signifié convenzionale creando il segno culturale.
Dovremo analizzare più approfonditamente le relazioni fra codici linguistici e codici culturali, al livello generale dei sistemi segnici più che a livello dei singoli segni. È stato ipotizzato (vedi anche il paragrafo 1.1.2) che, dato il nostro punto di partenza, si debbano dare per scontati almeno alcuni legami fra il linguaggio da una parte, e il pensiero (individuale) e la cultura (collettiva) dall’altra. Secondo questa ipotesi, i linguisti hanno dimostrato che la struttura della lingua rispecchia in effetti diversi aspetti della realtà sociale, per esempio nella composizione e nell’organizzazione del lessico, nella struttura della grammatica, nella presenza di socioletti e altre varietà linguistiche, ecc. La presenza di numerose tracce di significati culturali all’interno della struttura stessa della lingua pone inevitabilmente
un problema fondamentale per la linguistica […] [cioè] se la conoscenza del mondo sia separata dalla conoscenza linguistica, e come debba procedere la caratterizzazione di quest’ultima. (Kess & Hoppe 1981: 95)

Per dirlo con parole mie, la distinzione fra codici linguistici culturali è accettabile in assoluto? Oppure, per ricorrere ai termini sintetici usati da alcuni partecipanti a questo dibattito, un dizionario (che raccoglie e organizza la conoscenza di una lingua) è diverso da un’enciclopedia (che raccoglie e organizza la conoscenza del mondo)?
Sostanzialmente ci si può avvicinare alla questione da due parti. Dal punto di vista del codice culturale la questione è in che misura i codici e i sottocodici culturali conducono un’esistenza autonoma, cioè indipendente dall’ordine del linguaggio. Per esempio, ci si può domandare se un codice pittorico possa funzionare senza parole oppure no. È possibile la comunicazione pittorica senza l’ausilio della lingua, considerando l’importante ruolo della critica d’arte, dei manifesti, delle brochure ecc? Le categorie semantiche dei codici di immagini sono predeterminate dalle categorie semantiche del codice linguistico? Nel complesso, risulta che nelle riflessioni sull’arte e sulla cultura il linguaggio viene comunemente ritenuto in un certo qual modo il meccanismo centrale nella produzione di significato in ambito culturale. Lo stesso Saussure considerava il linguaggio il “più importante” sistema di segni della cultura umana (1966; 16,68), ma non si è mai diffuso sul potenziale del modello strutturalista per l’analisi dei fenomeni non linguistici. Una teoria strutturalista sulla cultura in cui veniva assegnato un posto centrale al linguaggio è stata elaborata molti anni dopo dai semiotici della letteratura e della cultura della scuola di Tartu. Secondo questa teoria, il linguaggio è un sistema di modellizzazione primario, e la cultura un sistema di modellizzazione secondario. Il linguaggio plasma la percezione e la comprensione del mondo che ci circonda alla maniera di Sapir e Whorf, e lo stesso fa la cultura, ma al secondo grado: agisce su o viene applicata alle categorie del linguaggio, e ha come scopo la modifica e l’intensificazione delle forme di percezione primaria. Il ruolo centrale del linguaggio è infatti un cardine di questa teoria della cultura:

La struttura della lingua, il modello di mondo che rappresenta, a loro volta influenzano il modo in cui individui e cultura percepiscono e comprendono la realtà; si può discutere sull’entità di questa interazione ma non sul processo in sé. Le lingue naturali sono un sistema di modellizzazione primario nel senso più letterale del termine, e praticamente tutti gli aspetti dei processi di percezione e comprensione dell’individuo vengono in qualche misura influenzati da questo sistema interpretativo primario. […] La lingua in quanto mezzo principale di comunicazione è la base di numerosi altri sistemi sociali – tradizioni, convenzioni sociali, rituali, religione, […] arti figurative. (Lotman 1976: xiv)

Anche le forme artistiche non verbali come la pittura, ecc., sono considerate «im Banne der Sprache» (Flamend 1985). Mentre l’ipotesi sulla cultura della scuola di Tartu lascia una certa autonomia ai codici secondari, è chiaro che in ultima analisi la cultura viene considerata dipendente dal linguaggio. Questi atteggiamenti logocentrici hanno dominato la seconda metà del secolo, e ciò ovviamente ha determinato reazioni critiche da parte di artisti e critici d’arte offesi per la natura riduttiva insita in questa egemonia linguistica. Nonostante questo dissenso, si può tranquillamente concludere che la cultura rimane nel complesso piuttosto logocentrica, e si potrebbe affermare, citando Jakobson, che siamo governati da una tradizione di imperialismo linguistico.
Dal punto di vista opposto, cioè quello della lingua naturale, il tema dell’interdipendenza della linguistica e dei codici culturali si può ridurre a questa domanda: fino a che punto si può descrivere il linguaggio senza fare riferimenti alla realtà extralinguistica? È possibile compilare una grammatica o un dizionario descrittivi senza fare ricorso a significati presi dal codice culturale? Le diverse risposte a questa domanda rischiano di portarci in discussioni linguistiche (e ideologiche e filosofiche) sulle quali non intendo dilungarmi per ragioni pratiche. Vorrei solamente evidenziare il fatto che negli ultimi venti o trenta anni il panorama linguistico è stato dominato dalla grammatica generativa, il cui orientamento generale è universalistico e aculturale. Ci troviamo perciò di fronte a un paradosso non indifferente nel quale gli studiosi della cultura tendono a inserire il linguaggio al centro delle loro ipotesi, mentre, al contrario, la principale tendenza della linguistica attuale è incline piuttosto a isolare il linguaggio dall’ambiente culturale che lo circonda. Ad ogni modo, spero che da queste riflessioni abbozzate sia emerso che le questioni in gioco toccano direttamente le componenti teoriche della scienza della traduzione.
Ho già affermato che accetterò la distinzione tra codici linguistici e codici culturali; si suppone quindi che alcuni significati culturali saranno fuori dalla portata di un’analisi puramente linguistica. Sebbene in un prototesto possono essere codificate linguisticamente alcune caratteristiche della protocultura, presupporrò che la produzione, la comprensione, e la traduzione di un prototesto dipende anche dall’ utilizzo “adeguato” di alcuni segni culturali che possono essere separati dal codice linguistico. Questa posizione non sarà immune da possibili critiche, ma è in accordo con il principio strutturalista secondo il quale il linguaggio deve essere studiato come un sistema autonomo. Inoltre, si possono aggiungere due notevoli argomenti di natura pragmatica; in primo luogo, come intuito da traduttori, critici della traduzione, giurie di concorsi di traduzione, studiosi della traduzione, ecc., nella traduzione bisogna distinguere i problemi socioculturali dai problemi di trasferimento linguistico. Questa intuizione è confermata dalla presenza nel nostro vocabolario critico di termini quali modernizzazione e naturalizzazione da una parte, e storicizzazione ed esotizzazione dall’altra, che denotano il modo in cui viene trattata la dimensione culturale del prototesto . Il secondo argomento pragmatico (collegato all’altro) è la coesistenza di due metodi di traduzione nel caso in cui nel prototesto si registri la presenza di elementi che ne accrescono il peso culturale. Il primo metodo punta a un massimo grado di equivalenza linguistica senza però raggiungere quella culturale. Il secondo metodo favorisce invece l’equivalenza sul piano culturale a scapito del grado di equivalenza linguistica. Si può individuare abbastanza precisamente, per lo meno intuitivamente, la differenza fra i due approcci nel modo in cui il traduttore tratta le informazioni di carattere culturale dell’elemento del prototesto. Nel prossimo paragrafo tratteremo in maniera più sistematica dei diversi metodi di trasferimento culturale.
1.2.2. Anche le culture, come i linguaggi, sono fenomeni storici molto complessi in continua evoluzione a causa dei cambiamenti nel loro ambiente esterno e nei bisogni funzionali interni. ILa conseguenza di questo dinamismo intrinseco è uno sviluppo autonomo dei codici delle diverse culture che tendono ad essere fortemente discordanti e anisomorfi. È tanto più vero in quanto possiamo affermare che le culture (come le lingue) non sono borse piene di singoli elementi alla rinfusa, ma piuttosto strutture con un’organizzazione complessa le cui molteplici relazioni interne determinano la significatività culturale di ogni elemento. Come la ricodifica linguistica (vedi paragrafo 1.1.2.), ciò determina molte difficoltà di trasferimento.
Non sempre il traduttore, affrontando una traduzione interlinguistica, ha bisogno che avvenga anche il trasferimento del significato culturale. Ci sono casi in cui la traduzione viene effettuata all’interno di un unico sistema culturale (ma bilingue), cosicché un cambiamento del codice linguistico non implica necessariamente un cambiamento del codice culturale. È inoltre facile osservare che alcune forze centripete nella nostra civiltà occidentale e la diffusione delle comunicazioni di massa su scala mondiale stanno abbattendo molte barriere culturali prima più difficili da superare. Questo però non vuol dire che stia per cominciare l’era planetaria prevista da Teilhard de Chardin. Né che dobbiamo trascurare i numerosi punti di differenziazione culturale locale che restano e resteranno per sempre. Bisogna talora superare grandi distanze culturali specialmente con le culture non occidentali o con testi del passato che negli anni sono diventati culturalmente esotici se non del tutto incomprensibili.
Ci sono molti modi per superare i punti di asimmetria tra il codice culturale della lingua dell’originale e il codice culturale ricevente. Come ho appena detto, ci sono due strategie di base.

1.2.2.1. Una prima strategia consiste nella sostituzione di elementi linguistici del prototesto con elementi linguistici del metatesto che riflettono al meglio il significato culturale anziché linguistico. In altre parole, l’elemento del metatesto ha un significato culturale analogo; il suo valore relativo all’interno del codice culturale ricevente è un’approssimazione ottimale del valore relazionale della sua controparte nel codice culturale emittente. Un esempio chiarirà queste formulazioni astratte. Come ho detto sopra, in Re Lear Shakespeare nomina le «creaking shoes», oggetto che, nel codice culturale elisabettiano, era segno di moda. Una traduzione olandese come «krakende shoenen» [scarpe scricchiolanti N.d.T.] viene intuitivamente riconosciuta come analogo ragionevolmente equivalente a livello linguistico; tuttavia, non convoglierebbe il significato culturale della frase originale. Tramite un analogo culturale, d’altro canto, si cercherebbe proprio di trovare un’equivalenza approssimativa sul piano culturale, se necessario anche a scapito del grado di equivalenza linguistica. Nel nostro esempio si potrebbe fare riferimento a una marca di scarpe attuale di gran lusso o di gran moda.
L’esempio ci è anche utile per mostrare che i significati culturali in realtà non possono essere estirpati dal codice culturale che li ha generati, perciò l’analogia tra i segni culturali derivanti da codici diversi può essere solo molto approssimativa. Di nuovo (come per gli analoghi linguistici) in certi casi riusciamo a intuire la natura della relazione tra loro, che è ben diverso da una misura accurata dei gradi di equivalenza culturale. Perciò (come con la selezione degli analoghi linguistici), l’anisomorfismo dei codici culturali impone inevitabilmente un livello importante di arbitrarietà nella selezione degli analoghi culturali. Il processo traduttivo è anche qui un processo di selezione, ed è quindi impossibile usare il termine «equivalenza» in senso stretto. Non sorprende che la selezione di elementi localizzanti del codice culturale ricevente sia stata considerata
il problema forse più delicato che un traduttore di un testo letterario deve affrontare. Il senso e il valore comunicativo possono, nel complesso, essere misurati con relativa facilità e relativa precisione per quanto riguarda “l’uso comune” prevalente nella lingua emittente e nella lingua ricevente al momento della stesura del prototesto e del metatesto. Ma come si può misurare il valore degli elementi di tempo-luogo-tradizione nel prototesto?[3]

Forse è per questo che la maggior parte delle teorie normative attuali tende a considerare con sufficienza gli analoghi culturali. A volte si afferma addirittura che il ricorso a una strategia basata su analoghi culturali privi i metatesti del diritto di chiamarsi «traduzioni». Spesso si ritiene che gli analoghi culturali facciano riferimento al contenuto del prototesto, che il traduttore deve traghettare completamente, stando alla metafora del nastro trasportatore; se il traduttore si rifiuta di farlo. il metatesto va chiamato «adattamento», non «traduzione». Un altro fattore che può spiegare la valutazione generalmente negativa degli analoghi culturali è che la mente tende a essere piuttosto sensibile alle interferenze delle diverse situazioni culturali. Di solito disapproviamo la «incongruous jumble of ancient and modern manners»[4], ossia la mescolanza di àmbiti culturali diversi. Consideriamo anche la connotazione negativa che si dà al concetto di «anacronismo». Per quella ragione, gli analoghi culturali causano spesso disagi, a meno che, naturalmente, non venga trasposto radicalmente l’intero contesto culturale del prototesto. Infine, viene a volte sottolineato il fatto che gli analoghi culturali sono destinati a vita breve a causa dei cambiamenti diacronici nel codice culturale ricevente. Più ci sono riferimenti alla cultura ricevente del momento, prima il metatesto risulta datato.
1.2.2.2. Il secondo metodo di trasferimento dei significati culturali consiste nella produzione di omologhi culturali. A livello di ricodifica linguistica, il metodo omologico è caratterizzato dal fatto che l’elemento linguistico del prototesto viene considerato principalmente come unità formale (piano dei significanti) anziché semantico-funzionale (piano dei significati). A livello culturale vale una definizione parallela. La differenza sta ovviamente nella natura speciale dei significanti dei segni culturali. Se ci atteniamo all’interpretazione di Hjelmslev o Barthes, i significanti culturali sono definiti come intero segno linguistico a cui si attribuisce un significato culturale. Se perciò si usa il metodo omologico per trasferire segni culturali, la resa della semantica culturale aggiuntiva dei rispettivi elementi del prototesto passa in secondo piano rispetto a una resa il più possibile equivalente di questi elementi dal punto di vista linguistico. Dal punto di vista dei codici culturali in questione, si ha a che fare con un processo di copia formale in cui la semantica del prototesto viene quasi ignorata. Questo in certi casi determina volte oscurità o addirittura errori di comprensione (falsi amici culturali), specialmente se si devono coprire grandi distanze culturali. Tuttavia, non va sottovalutata la capacità di risolvere i problemi dei riceventi. Nell’esempio delle «creaking shoes», una resa culturalmente omologa (poniamo krakende shoenen in olandese) probabilmente è efficace sul piano comunicativo, anche se forse in modo meno diretto, purché i lettori o gli spettatori del Re Lear possano ricavare indizi sufficienti dal contesto complessivo da trarne la giusta connotazione culturale. In complesso, l’effetto ultimo degli omologhi culturali è spesso limitato all’introduzione di un tocco di couleur locale esotico che non era stato codificato dall’autore del prototesto né percepito dal pubblico del tempo. Forse questo fattore di ridondanza informazionale in parte sta alla base dell’attuale preferenza critica per tali metodi omologici rispetto agli analoghi culturali. Altre possibili ragioni sono state spiegate alla fine del paragrafo precedente (prestigio della cultura emittente ecc.).
Nella misura in cui è possibile distinguere i codici linguistici dai codici culturali, le decisioni prese dai traduttori a livello di trasferimento culturale hanno evidenti ripercussioni sul livello del trasferimento linguistico e viceversa. Le conseguenze vengono approfondite nel paragrafo 2. Per il momento possiamo distinguere approssimativamente le seguenti forme di interdipendenza: gli analoghi linguistici sono anche analoghi culturali nella misura in cui le caratteristiche culturali sono codificate a livello linguistico; nella misura in cui il significato culturale di un elemento del prototesto non è coperto dalla sua descrizione linguistica, gli omologhi culturali coincidono con gli analoghi linguistici; alle stesse condizioni, la produzione di analoghi culturali può richiedere cambiamenti radicali sul piano linguistico. Queste osservazioni permettono di trarre almeno una conclusione importante: l’introduzione del livello culturale ha quantomeno aumentato il numero di metatesti possibili realizzabili sulla base di un prototesto. Nel prossimo paragrafo entrerà in gioco un fattore di ulteriore complicazione.

1.3. Ricodifica testuale

1.3.1 Perché un enunciato sia efficace nella comunicazione orale gli eventuali destinatari del messaggio devono saper attribuire a tutte le frasi che compongono il messaggio il significato linguistico corretto e pertanto devono possedere lo stesso codice linguistico del parlante. Inoltre, per decifrare i significati culturali codificati nei segni linguistici, devono avere una sufficiente padronanza del codice culturale che viene usato. Finora, però, una terza dimensione è stata scarsamente considerata: le incomprensioni e le mancate comunicazioni avvengono anche quando l’eventuale destinatario del testo non è attrezzato a sufficienza all’utilizzo del codice che governa l’uso del linguaggio. Il contributo apportato da questa terza dimensione alla semantica complessiva di un testo e il suo rapporto con la traduzione saranno gli argomenti di questo paragrafo.
In base al famoso schema triadico di Morris si potrebbe dire che lo studio di un sistema di segni come il linguaggio consiste nell’analisi di tre tipi distinti di relazioni: quelle tra i segni (sintassi), quelle tra i segni ed il loro significato convenzionale (semantica), e quelle tra i segni ed i loro fruitori (pragmatica). In molti approcci tradizionali al linguaggio (e alla letteratura) l’interesse è concentrato soprattutto sui primi due tipi di relazioni. In particolare il primo è stato analizzato a fondo da studiosi che mirano a ricostruire la struttura interna delle lingue e che considerano la frase come unità fondamentale della loro analisi. Il terzo tipo di relazioni è entrato a far parte del dominio degli studi del linguaggo solo di recente. È merito di teorici dell’atto di parole come John Austin e John Searle se riconosciamo che l’uso del linguaggio è soggetto a certe regolarità tanto quanto le lingue stesse, e che lo studio del linguaggio non si può quindi limitare o ridurre all’analisi di frasi isolate, astratte dai loro contesti discorsivi. Se consideriamo il contesto linguistico e situazionale complessivo, scopriamo che per parlare e per scrivere compiamo, in effetti, tre atti diversi. Innanzi tutto costruiamo ed enunciamo frasi con un certo potenziale interpretativo (in altre parole la produzione di significati proposizionali o atto locutorio). Nello stesso tempo viene compiuto un cosiddetto atto illocutorio con il quale vogliamo che il nostro enunciato costituisca un atto di asserzione, elogio, domanda, promessa, avvertimento, e via dicendo. E spesso compiamo anche un cosiddetto atto perlocutorio, intendendo provocare un effetto sulle azioni o sullo stato mentale dell’interlocutore che vada oltre la semplice comprensione, per esempio rabbia, intimorimento, convincimento, reazione, e via dicendo. La cosa importante in queste distinzioni è che esse postulano una differenza tra le parole e le cose che si possono fare con le parole (cfr. il titolo del libro di Austin How to Do things with words[5] del 1962). Secondo questa teoria del linguaggio, in cui l’uso del linguaggio è considerato parte integrante della comunicazione umana, i “fini” del mittente del testo sono chiaramente più importanti della scelta dei “mezzi” linguistici. Quindi, gli atti illocutori non sono la conseguenza degli atti locutori. Si ritiene che l’atto illocutorio compiuto usando una certa frase conferisca all’enunciato di quella frase una particolare forza illocutoria. Questa triplice distinzione può essere riassunta nel seguente modo: un parlante enuncia delle frasi con un particolare significato (atto locutorio), e con una particolare forza (atto illocutorio), per ottenere un certo effetto sull’interlocutore (atto perlocutorio). (Kempson 1977: 51)
Quindi, le regole che governano l’uso del linguaggio sono di un ordine gerarchico più elevato delle regole linguistiche in senso stretto. Alla luce di questa voluta forza illocutoria e dell’effetto perlocutorio, queste regole d’ordine più elevato determinano per convenzione quali segni linguistici e quali combinazioni di segni linguistici devono essere selezionati dal repertorio complessivo del codice linguistico, non solo, ma anche quali caratteristiche sopralinguistiche aggiuntive devono comparire nel messaggio. Queste convenzioni possono operare su vari livelli. Elencherò in breve alcuni dei parametri che possono essere manipolati: la scelta degli strumenti grafici ed ortografici (nella comunicazione scritta); la preferenza o la resistenza a varietà linguistiche specifiche quali socioletto, dialetto, idioletto, ecc.; la preferenza o la resistenza a certe caratteristiche lessicali o grammaticali; l’uso di particolari strutture narrative, strategie argomentative, ecc.; l’uso di organizzatori del testo quali titoli, paragrafi, strofe, capitoli, ecc.; l’uso di altri strumenti per la coesione del testo e di convenzioni quali anafora, marcatori del discorso, ecc., l’uso di caratteristiche matricali specifiche quali topoi, formule, motivi, ecc.; la desiderabilità e l’esatta natura di schemi formali aggiuntivi quali allitterazioni, metro, tropi, figure, ecc.; i modi di interazione (per esempio la deissi) con altri sistemi semiotici (nei testi teatrali, nelle sceneggiature dei film, nei cartoni animati, negli annunci pubblicitari e simili). È questo un inventario schematico e provvisorio, ma che illustra adeguatamente i molteplici modi in cui gli enunciati si distinguono come realizzazioni di atti specifici di parole. È giusto ricordare che alcuni dei parametri elencati riguardano aspetti del linguaggio che appartengono al piano dei significanti, per esempio gli aspetti della sonorità. Questa semantizzazione delle proprietà formali è tipica degli atti di parole poetici o letterari; vedi sotto.
Come già detto, l’abbinamento dei tipi di strutture linguistiche con i vari tipi di forza illocutoria è una convenzione. Per esempio una domanda come «why not stop here” in inglese è di solito un suggerimento. Tradotta in ebraico standard perde la sua forza illocutoria secondaria ed opera solo come domanda. (Blum-Kulka 1981: 93)
Le varie convenzioni dell’inglese e dell’ebraico che governano la scelta e l’uso delle strutture del linguaggio qui non coincidono. Sul piano linguistico in senso stretto il valore semantico della frase inglese e di quella ebraica è all’incirca lo stesso, tuttavia la loro semantica complessiva non coincide a causa del diverso potenziale illocutorio e perlocutorio.
Dato che gli enunciati (come la frase singola nell’esempio precedente) possono manifestare il loro effetto pragmatico solo all’interno degli insiemi testuali cui appartengono, e poiché molte delle convenzioni che governano l’uso della linguaggio riguardano la costruzione testuale complessiva degli enunciati, propongo di classificare tutte le convenzioni di cui ho parlato come «codice testuale”. Le differenze nell’organizzazione testuale sono, poi, ciò che contraddistingue un’affermazione ironica rispetto ad una diretta, o ciò che costituisce la specificità di un testo giuridico, di una lettera commerciale, di un documento di una conferenza, di una commedia di costume, di una poesia simbolista, e via dicendo. Gli stessi fattori differenziano anche ogni singolo caso di queste tipologie di testo dalla semplice concatenazione delle frasi che lo compongono. Il testo sarà riconosciuto come un’unità singola di significato con un certo grado e un certo tipo di coerenza; attraverso i suoi marcatori di genere si presenterà come un membro o un quasi membro di una particolare classe di testi; di conseguenza verranno suscitate delle aspettative nel destinatario del testo che sarà spinto a adottare la disposizione alla lettura che per convenzione è pertinente al tipo di atto di parole.
In molte culture il codice letterario si può distinguere come un sottocodice speciale del codice testuale complessivo. Si può fare questa distinzione sia sulla base di un tipo particolare di organizzazione testuale che esso impone al materiale linguistico, sia sulla base della funzione culturale specifica che esso conferisce ai testi: l’aspetto più importante di un messaggio letterario diviene la costruzione del messaggio in quanto tale, incluse le sue caratteristiche formali che vengono semantizzate e diventano parte integrante del significato complessivo del testo (vedi paragrafo 2). Questo dare maggior rilievo alla forma del messaggio spesso comporta collocare in secondo piano altre funzioni tipiche dell’uso del linguaggio, determinando così un grande sconvolgimento dei modi comuni del discorso linguistico-testuale, in cui la vera formulazione linguistica e testuale del messaggio è, di fatto, nascosta o trasparente, poiché l’intento comunicativo è quello di perseguire “fini” più pragmatici. Questo spiega perché i testi artistici hanno un carico informativo tanto elevato. Ne consegue anche che gli strumenti utilizzati nel codice letterario non possono essere studiati in modo proficuo se vengono concepiti come invariabili, o se la comunicazione letteraria è considerata di per sé diversa dagli altri modi del discorso. Si può determinare in modo corretto quale sia la funzione letteraria (estetica, artistica) di un testo solo tenendo conto del background dinamico del codice testuale nel suo insieme. Questa dimensione storica spiega, per esempio, perché alcuni testi vengono decodificati come testi letterari anche se in origine non erano stati codificati come tali, o viceversa.
Utilizzare il termine «codice” in una dissertazione sui sistemi testuali letterari e non letterari significa incontrare nuovamente alcuni problemi teorici fondamentali. Soprattutto nella critica letteraria, l’applicazione del concetto di codice ha sollevato dure critiche. Fokkema (1985) prende in esame tutte le possibili obiezioni, cercando poi di confutarle sistematicamente. Tuttavia, sebbene si tenda a condividere il senso delle sue argomentazioni, alcune rigorose confutazioni falliscono nel loro intento. Per esempio, l’obiezione secondo cui codici precisi si baserebbero su un accordo precedente tra fonte e destinazione, mentre non esiste alcun accordo tra scrittore e lettori, viene «invalidata» nel momento in cui Fokkema «lascia cadere» questo requisito e rende meno precisa la definizione di codice[20]. È, come ovvio, semplicemente impossibile invalidare l’obiezione in modo accettabile. Scrittori diversi e persino opere diverse tendono a introdurre ideoletti propri e l’opera d’arte crea unilateralmente il proprio codice (autocodificazione). Si consideri che Lotman[21] descrive il rapporto tra il codice dell’autore e il codice del lettore in termini di lotta. Come scrive Culler,
la letteratura mina, parodia e rifugge costantemente da qualunque cosa minacci di diventare un codice rigido o un insieme di norme esplicite per l’interpretazione. […] Le opere letterarie non mentono mai interamente all’interno dei codici che le definiscono e ciò è quanto rende l’investigazione semiologica della letteratura un’impresa così allettante[22].

Ci sono altri problemi. Da un lato, si potrebbe mettere in discussione le ipotesi che stanno alla base della mia distinzione tra il codice testuale e il codice culturale, ipotesi che molti critici intertestualisti saranno riluttanti ad accettare. Dall’altro, le ipotesi secondo cui il codice testuale è considerato diverso dal codice linguistico non sono meno controverse. Dopo tutto, come Roland Barthes e altri studiosi ci farebbero credere, non c’è un discorso «puro» né un «grado zero» della retorica. Tuttavia, a difesa della mia decisione potrei fare riferimento a un fenomeno quale la licenza poetica (a quanto pare i codici letterari possono persino giustificare gli abusi delle regole grammaticali più elementari) o alla chiara tendenza dei sottocodici letterari e degli altri sottocodici testuali a non curarsi dei limiti linguistici. Potrei anche citare le importanti teorie della scuola di Tartu. Ma la considerazione decisiva è che sembrano esistere due metodi distinti di traduzione in particolare per la rappresentazione di segni testuali del prototesto. Vengono spiegati nei paragrafi 1.3.2.1 e 1.3.2.2.

1.3.2 Il fatto che gli enunciati verbali siano sempre soggetti a qualche forma di codifica testuale è molto importante per lo studioso di traduzione. Questo, comunque, non implica che una considerazione degli aspetti “testuali” o pragmatici dei segni testuali elimini o riduca l’indeterminatezza delle operazioni di trasferimento linguistico e culturale. Tuttavia, è quanto si aspettano in genere gli studiosi di traduzione.
La nostra intenzione è stata quella di esemplificare una strategia per affrontare i testi e le relative traduzioni cercando di elaborare criteri per una descrizione oggettiva del luogo e della funzione di ogni dato passaggio di un testo all’interno di un sistema di questo genere, per generare istruzioni traduttive adeguate al tipo di testo. Basandosi su una tale strategia, dovrebbe essere possibile sostituire intuitivamente decisioni di quantificazione (cui la teoria tradizionale della traduzione non è ancora capace di rinunciare) con semplici decisioni binarie. Perciò, non dovremo più considerare le traduzioni «molto buone», «più liriche», «piuttosto goffe» o «molto eleganti». In definitiva, dovrebbe esserci solo una traduzione «giusta» o «sbagliata»[23].

I problemi di traduzione incontrati finora vengono semplicemente aggravati dall’introduzione del fattore testuale. Una prima importantissima conseguenza è che spesso la codifica testuale del materiale linguistico plasma testi con un alto grado di strutturazione interna. Ulteriori relazioni testuali ad hoc vengono sovrapposte alle relazioni gerarchiche esistenti tra le frasi (grammatica) e alle relazioni orizzontali che collegano le varie frasi (concatenazione), ciò che spesso porta a un alto grado di complessità semantica intratestuale. L’effetto di questo primo fattore è discusso nel paragrafo 2.
In secondo luogo, analogamente ai codici linguistici e culturali, i codici testuali possono essere descritti come reti complesse di relazioni funzionali interne. Di nuovo traduttori e traduttologi non possono far altro che affrontare la mancanza di adattamento reciproco tra codici testuali tra i quali deve essere eseguito il trasferimento di elementi testuali. In realtà, la dimensione precisa di questa asimmetria differisce ampiamente[24]. Nel caso di certe tradizioni internazionali (il Classicismo francese del diciottesimo secolo, il giallo moderno ecc.) le differenze locali sono a volte molto sottili. In generale, dovremmo accettare il fatto che, ogni qualvolta ci sia un cambiamento di codice linguistico, c’è anche quantomeno un grado minimo di divergenza tra il codice testuale emittente e il codice testuale ricevente. Questo grado minimo è il corollario di convergenza tra il codice primario, linguistico e il codice secondario, testuale, poiché codici testuali tendono a basarsi su certe peculiarità fonologiche, grammaticali ecc. del codice linguistico:
l’influenza formativa della lingua nazionale basata su sistemi di modellazione secondari è un fatto reale e indiscutibile. È importante soprattutto nella poesia[25].

oppure come scrive Levý
die Sprache entwickelt oft schon aufgrund ihrer tektonischen Eigenschaften besonders günstige Voraussetzungen für bestimmte Kunstmittel [26]

La vera natura dell’incompatibilità tra (coppie di) codici testuali appartiene al campo di ricerca di discipline come la stilistica comparata, la sociolinguistica contrastiva, la testologia contrastiva, la comparatistica letteraria, l’analisi del discorso, la grammatica testuale e così via. Restrizioni pratiche mi impediscono di soffermarmi su questi aspetti: è il giunto il momento di osservare più da vicino i possibili metodi di trasferimento testuale.
1.3.2.1 È probabile che i traduttori vengano confrontati con caratteristiche testuali del prototesto sconosciute o insolite nel codice testuale del metatesto; forse il prototesto appartiene a un genere del codice emittente che o non esiste nel codice del metatesto oppure esiste in una forma leggermente differente (segnali di genere differenti) o in una posizione totalmente differente. Sono disponibili due opzioni fondamentali, le quali, ancora una volta, possono essere caratterizzate per mezzo dei concetti dell’analogia e dell’omologia. La soluzione analogica consiste nell’utilizzare una caratteristica stilistica, segnale di genere, tipo di testo, ecc. che appartenga al codice del metatesto e vi occupi una posizione al massimo grado equivalente alla posizione che la caratteristica del prototesto occupa all’interno del proprio codice testuale. Così, il traduttore francese di un sonetto shakespeariano adotta una forma di sonetto continentale invece di copiare le caratteristiche formali del prototesto. A causa dell’anisomorfismo dei codici testuali in questione, un’equivalenza rigorosa tra forme del genere è irrealizzabile e ci si deve rassegnare a un certo grado di indeterminatezza; perciò anche qui la forte tendenza delle procedure di selezione continua ad essere unidirezionale.
C’è stata di recente una forte spinta verso lo sviluppo di un modello descrittivo universale in relazione al quale si potrebbe misurare il grado di equivalenza tra il valore relativo di delle caratteristiche del prototesto versus quelle del metatesto all’interno dei rispettivi codici testuali. Secondo alcuni teorici degli speech act, per esempio, i concreti speech act sono legati alla cultura soltanto a un livello superficiale, poiché possono essere considerati realizzazioni di un gruppo di regole di base universali. Ciò creerebbe la possibilità teorica di uno standard di raffronto. Quanto ai fenomeni stilistici, un tentativo interessante è stato fatto dallo studioso slovacco František Miko. La sua teoria dell’espressione, secondo la quale particolari mezzi stilistici in un linguaggio sono da mettere in relazione con «qualità di espressione» più astratte e universali, sembrerebbe dare il via a
una valutazione sistematica dei mutamenti espressivi che si verificano in una traduzione formando così una base per la classificazione oggettiva di differenze tra la traduzione e l’originale[27].

Comunque, resta da vedere se la teoria universalistica di Miko sia attuabile nella realtà. In modo diverso, anche la teoria polisistemica della letteratura e della cultura offre certi criteri comparativi nel senso che dà un modello concettuale per l’analisi dei testi, delle caratteristiche dei testi e dei modelli di testo nell’evoluzione delle letterature e delle culture. Permette di caratterizzare e quindi di confrontare i tipi di testo e le caratteristiche di testo rispetto al loro status visto all’interno dell’insieme dinamico del codice testuale; a questo scopo offre criteri come conservatore versus innovativo, epigonico versus sperimentale, alto versus basso, canonico versus non canonico, indigeno versus esotico, sistemico versus non sistemico ecc. Tuttavia, sebbene alcuni dei suoi praticanti tendano a una concezione ontologica del concetto di sistema o siano impegnati nella ricerca di universali culturali e traduttivi, in linea di principio l’orientamento della teoria polisistemica è esplicitamente storico più che universalista. Ciò che le analisi polisistemiche dei codici testuali rivelano sempre è proprio la loro complessa organizzazione strutturale, la natura funzionale e dinamica e quindi la loro irriducibilità. Qualsiasi equivalenza tra caratteristiche del codice del prototesto e analoghi del codice del metatesto è, perciò, nel migliore dei casi approssimativa.

1.3.2.2 Una soluzione omologica al problema dell’asimmetria del codice testuale consiste nella copia diretta di caratteristiche del segno pertinente del prototesto. La sua semantica testuale, funzione del suo valore relazionale all’interno dell’intero codice del prototesto, è quasi al di fuori delle caratteristiche di cui si tiene conto a vantaggio della riproduzione delle caratteristiche formali. Questo tipo di strategia traduttiva è esemplificato dalle traduzioni continentali dei Sonetti di Shakespeare che rispettano lo schema rimico e le convenzioni metriche inglesi nonostante le diverse tradizioni autoctone in materia di sonetti.
2 Problema traduttivo numero due: l’organizzazione complessa dei messaggi

2.1 Nelle pagine precedenti la traduzione è stata considerata come processo di ricodifica tripla, sui piani linguistico, culturale e testuale. Dato che i codici non artificiali risultano non reciprocamente riducibili, ho discusso in che modo singoli segni del prototesto in queste condizioni sarebbero trasferibili nei metacodici, per esempio per mezzo di omologhi e analoghi. Ma nella vita vera i traduttori hanno a che fare con testi.
Se i problemi del trasferimento effettivo di singoli elementi del prototesto costringono il traduttore a fare certe scelte, l’identificazione stessa di questi singoli problemi di trasferimento dipende da una serie di scelte preliminare e non meno problematica riguardanti la scomposizione del prototesto. Quando il modello strutturali del prototesto elude le categorie di un unico schema tassonomico, la delimitazione delle singole unità traduttive sarà aperta a un livello sostanziale di indeterminatezza. Il processo traduttivo, anche in questi casi, appare come processo selettivo.
2.2 Il fenomeno appena descritto è particolarmente significativo quando è in gioco il trasferimento di caratteristiche testuali (sezione 1.3.2); è notoriamente una grande preoccupazione per i traduttori di testi letterari e una ragione sufficiente per molti scienziati della traduzione per dichiarare intraducibile la poesia.
La letteratura è caratterizzata dalla compresenza di modelli organizzativi diversi (verso, metro, ripetizioni di suoni, sintassi, isotopie ecc.) che interagiscono in vari modi tra loro e con gli strati sottostanti di significato linguistico e culturale. Ne consegue un’unità molto complessa in cui non è più possibile distinguere signifiant e signifié: si confondono in un unico segno totale, icona perfetta del mondo esclusivo che incarna. Questa compresenza di strutture in conflitto nei testi artistici è uno dei temi principali degli scritti della scuola semiotica di Tartu. Lotman si occupa della dialettica tra proprio e altrui nei sistemi, dove spesso per «altrui» si intendono quegli elementi provenienti da altri sistemi che sono inglobati nel proprio sistema conservando le loco caratteristiche di estraneità. Quando la collocazione di elementi è marcata, ossia inusuale, spezza gli automatismi percettivi del testo e genera un effetto artistico.
Dunque secondo Lotman è la multisistemicità delle opere d’arte letterarie a conferire loro unità strutturale, le loro caratteristiche uniche, l’alto contenuto informativo, la loro «energia” specifica e, in effetti, la loro irripetibilità. Lotman non ha dedicato molti articoli al problema della traduzione letteraria, ma l’osservazione che segue mostra in modo chiaro in quale direzione lo porti la sua teoria del testo letterario.
Le difficoltà fondamentali della traduzione di un testo letterario sono dovute alla necessità di restituire i legami semantici che esistono a livello fonologico e grammaticale. Se a livello fonologico fosse questione soltanto di riprodurre armonie imitative, allitterazioni o altre cose del genere, le difficoltà sarebbero minori. Ma le connessioni semantiche specifiche che compaiono in cirtù del cambiamento in un testo letterario del rapporto tra rivestimento sonoro della parole e la sua semantica, e la semantizzazione del livello grammaticale sembrano non poter essere sottoposti ad alcuna traduzione esatta (Lotman 1973: 16).

Secondo questa concezione sistemica del testo, i singoli elementi di un testo vengono a far parte di una serie di relazioni ad hoc con altri elementi testuali (Toury 1980: 95-96). Secondo Lotman, queste relazioni possono modificare considerevolmente la semantica di qualsiasi elemento testuale rispetto al suo carico semantico abituale. Un esempio molto semplice è rappresentato dall’ironia, che mostra come in un testo una parola possa addirittura assumere un significato esattamente opposto a quello che ci aspetteremmo sulla base del suo valore all’interno del codice linguistico; basti pensare all’effetto del discorso di Antonio in relazione al significato della parola «honorable» in Giulio Cesare , scena III,ii. Analogamente, l’uso di termini arcaici in un testo può essere indicatore di uno stile aulico, ma anche un mezzo per parodiare tale stile. Nei due casi possono essere stati usati gli stessi elementi del repertorio del codice linguistico; la distinzione sta solo nel differente ambito di relazioni testuali nel quale rientrano tali parole.
Di conseguenza, ha senso introdurre una distinzione fra il valore semantico che un elemento ha di norma sulla base della sua posizione relazionale all’interno del codice a cui appartiene, e il valore semantico che questo termine assume all’interno delle relazioni testuali specifiche in cui è inserito. In effetti, questa distinzione è già stata formulata parecchi anni fa dal formalista russo Tynjanov (1971 [1927]). Utilizzando i termini tynjanoviani autofunzione e sinfunzione[6], giungiamo alla formulazione che segue: l’autofunzione di un elemento in un’opera letteraria (ovvero il valore relazionale di quell’elemento all’interno del codice a cui appartiene) non coincide necessariamente con la sua sinfunzione (cioè con il suo valore relazionale all’interno del testo letterario considerato) ed è ad essa subordinato in ogni occorrenza testuale. La differenza fra le due è di grande importanza per la pratica della traduzione letteraria e, quindi, anche per la teoria della traduzione: entra in gioco un nuovo problema.
Tutto quello che è stato esposto nei paragrafi precedenti sulla traduzione (letteraria) era frutto di un punto di vista autofunzionale. Le argomentazioni implicitamente a sostegno di questo approccio possono essere parafrasate come segue: il valore aggiunto che la sinfunzione di un elemento dell’originale rappresenta rispetto alla sua autofunzione è conseguenza delle relazioni strutturali che l’elemento in questione mantiene con gli altri segni che costituiscono l’originale; se il traduttore riesce a trovare elementi corrispondenti che abbiano autofunzioni equivalenti nella lingua della traduzione, nel testo tradotto emergono automaticamente gli stessi gruppi di relazioni strutturali; in questo modo le sinfunzioni dell’originale vengono mantenute. In breve, il surplus di senso ottenuto dall’interazione degli elementi dell’originale viene riprodotto nella traduzione, se i singoli elementi possono essere tutti resi in modo equivalente: se il traduttore si occupa delle autofunzioni, le sinfunzioni sanno badare a sé stesse.

Sebbene questa argomentazione sia in sé indubbiamente corretta, è ovvio che le premesse su cui si basa non sono per niente realistiche. In primo luogo si pone il problema principale della traduzione: la ricerca di elementi singoli nella traduzione che abbiano valore semantico più o meno equivalente nelle due lingue è disseminata di grandi difficoltà. Nella traduzione letteraria questi problemi diventano ancora più seri. Fino ad ora ci siamo occupati principalmente del trasferimento (ottimale) dei significati (valori semantici) dell’originale. Eppure è evidente che anche le relazioni testuali interne che differenziano sinfunzioni da autofunzioni si basano su proprietà puramente formali delle componenti testuali, per esempio sui suoni. Anzi, la differenziazione tra autofunzioni e sinfunzioni sta, in gran parte, proprio nella semantizzazione di tali caratteristiche formali. Questo significa che il traduttore dovrebbe cercare di ottenere un’equivalenza ottimale non solo a livello di significato, ma anche a livello di significanti. Tali requisiti sono però incompatibili sulla base di un ben noto principio: nel linguaggio naturale le relazioni tra significanti e significati sono fondamentalmente arbitrarie (cfr. anche capitolo 2, paragrafo 1.2). Di conseguenza, sembra possibile immaginare una «traduzione in prosa”, che tenti di offrire una resa più o meno equivalente di una poesia di Shakespeare nei termini delle autofunzioni semantiche delle sue diverse componenti linguistiche; sembra possibile immaginare anche una «traduzione in versi” che dia una fedele riproduzione degli aspetti fonologici e prosodici dell’originale. Ma i problemi iniziano quando si vuole riprodurre il testo di Shakespeare in modo da conservare le interazioni testuali specifiche tra le sue varie componenti, cioè le sue sinfunzioni.

Cosa possono fare i traduttori davanti ad un testo tanto complesso? In linea di massima, sembrano esistere due opzioni principali. Scegliendo la prima, il traduttore potrebbe decidere di ignorare le particolari strutture dell’originale o persino interi livelli di strutturazione dell’originale, per avere massima libertà d’azione nel trasferimento ottimale degli elementi e delle strutture dell’originale su altri livelli. L’esempio più tipico di tale approccio è una traduzione in prosa che fin dall’inizio abbandona ogni speranza di riprodurre i suoni e le strutture metriche dei versi dell’originale, per concentrarsi maggiormente sul lessico e sulla grammatica. È chiaro che questo approccio non riuscirà a trasferire le complessità sinfunzionali dell’originale. Il secondo tipo di strategia presuppone un traduttore che metta da parte del tutto il punto di vista dei singoli segni dell’originale e le loro autofunzioni. In realtà segue la procedura inversa: cerca cioè di definire le sinfunzioni che agiscono nell’originale e di trasferire quelle invece dei singoli segni linguistici, culturali e testuali dell’originale, dalla cui interazione sono definiti. Nella formulazione (normativa) di Z. Klemensiewicz:

L’originale deve essere considerato come un sistema e non come una somma di elementi, come un’unità organica e non come un accumulo meccanico di elementi. Il compito del traduttore non è né riprodurre né trasformare gli elementi e le strutture dell’originale, bensì cogliere le loro funzioni e utilizzare strutture ed elementi della lingua madre che per quanto possibile siano sostituti e controvalori di questa lingua con la stessa attitudine ed efficacia funzionale. (citato da Levy 1969: 21-22)

Invece di affermare che anche il trasferimento equivalente di singole caratteristiche testuali specifiche produce un’unità sinfunzionale equivalente, questa strategia olistica mira a trasferire gruppi di caratteristiche testual-funzionali. D’altronde questo è il fondamento della visione tradizionale secondo cui la poesia non può essere tradotta ma solo ricreata. È una concezione difficile da accettare come tale, perché si intende la traduzione in termini restrittivi (cfr.oltre), ma c’è un che di vero. Di conseguenza, dobbiamo accettare la possibilità che la resa – non equivalente a livello ottimale dal punto di vista autofunzionale – di due strutture dell’originale, che si intersecano, instauri comunque una relazione di equivalenza approssimativa a livello sinfunzionale tra l’originale e la traduzione. In altre parole, ad alcune condizioni i cambiamenti semantici dal punto di vista dei segni componenti dell’originale potrebbero benissimo essere il prerequisito per instaurare un grado maggiore di equivalenza a livello dell’originale e della traduzione intesi come macrosegni.
Sfortunatamente, queste sono tutte formule molto astratte e, per quanto riescano a sistematizzare intuizioni comuni, non vi è ancora un modo per controllare la loro validità nella realtà basata sull’osservazione. Da un lato, sembra non esista uno strumento per la misurazione intersoggettiva dei gradi di equivalenza sinfunzionale. Sotto quest’aspetto, la scienza della traduzione dipende da una teoria preliminare del testo (letterario), ovvero una teoria che sia in grado di spiegare con precisione il modo in cui i nessi strutturali presenti nei testi si riflettono sulla semantica che i diversi segni che formano il testo posseggono individualmente in virtù del loro valore all’interno del codice.
Nei paragrafi sulla traduzione poetica ho esaminato questioni piuttosto complesse e probabilmente discutibili. Spero che ciò non abbia suscitato la falsa impressione che la poesia debba essere considerata qualcosa di totalmente diverso dalla normale scrittura, forse addirittura qualcosa di natura più nobile, e che siamo conseguentemente di fronte a due forme e qualità di traduzione completamente diverse, la traduzione letteraria versus la traduzione normale. Al contrario, le distinzioni fra i testi poetici più complessi e il testo di prosa più elementare sono di natura graduale, e in tal senso l’attinenza del nostro secondo problema traduttivo è variabile. In un certo senso, comunque, la discussione sui casi estremi di strutturazione testuale complessa in questo contesto è del tutto opportuna, poiché ci dà una degna conclusione per i paragrafi 1 e 2 in quanto sembra che siamo più lontani che mai dalle procedure predefinite e semplici di trasferimento che ci saremmo potuti aspettare dopo la metafora della ricodifica.

3 Alcune Conclusioni

3.1 Tipi di relazioni traduttive
Con l’ausilio di argomentazioni derivanti principalmente dalla tradizione strutturalista, ho cercato di mostrare che la traduzione non condivide alcune caratteristiche importanti con i processi di ricodifica tecnica. Potremmo ottenere un quadro un po’ più chiaro di tali differenze specificando meglio la varietà di relazioni traduttive come avvengono nella traduzione “reale” versus il tipo unico di relazioni prototesto-metatesto come nel caso della ricodifica pura. Perché sia possibile tale paragone abbiamo bisogno di un sistema di classificazione in grado di darci un controllo concettuale sui vari tipi di cambiamenti e non cambiamenti distinguibili nei processi di trasferimento tra due sistemi. Fortunatamente questo sistema generale di categorie di trasformazione esiste già. Ho in mente le categorie sostituzione, ripetizione, omissione, aggiunta e permutazione già usate secoli fa dagli antichi retori e riscoperte di recente dalla linguista contemporanea (per esempio da Noam Chomsky) e dalla teoria della letteratura (per esempio da Popovič 1976 e Van Gorp 1978).
Passo ora a esaminare brevemente ciascuna di queste cinque categorie di trasformazione. Ne emerge che la prima, la sostituzione, è l’unica a verificarsi nei processi di ricodifica pura. Nella traduzione, invece, nessuna di loro può essere esclusa[28].
3.1.1 Nel caso della sostituzione, l’elemento corrispondente del prototetso viene sostituito da un elemento del metatesto caratterizzato da un valore relazionale più o meno equivalente. Questo equivale a quello che è stato finora definito principio analogico.
Nella ricodifica pura tutte le relazioni tra elementi del metatesto e i loro corrispondenti nel prototesto ricadono in questa categoria. Inoltre, data la simmetria strutturale tra i codici interessati, soddisfano pienamente i criteri dell’equivalenza matematica. Ma nella traduzione tra codici non artificiali si verifica una equivalenza pura soltanto in un numero di casi molto limitato. Non esistono teorie semantiche operazionali e universali che possano fungere da tertium comparationis e selezionare in modo inequivocabile il quasi equivalente più prossimo per ogni elemento del prototesto. Nell’ambito della ricodifica non artificiale, l’analogia è dunque un concetto elastico. Certe sostituzioni a determinate condizioni possono essere considerate più equivalenti e analoghi migliori o più simili rispetto ad altri, ma tutto sommato sono giudizi che lasciano il tempo che trovano. A complicare il quadro, l’equivalenza autofunzionale in certi casi va infranta a vantaggio dell’equivalenza sinfunzionale, soprattutto nella traduzione letteraria.

3.1.2 Gli altri quattro tipi di relazioni sono tipici della ricodifica in senso lato (traduzione).
Nel caso della ripetizione, l’elemento del prototesto non viene sostituito, bensì semplicemente ripetuto o trasferito direttamente dal prototesto al metatesto. Le sue caratteristiche formali vengono in parte o del tutto riprodotte nel metatesto senza considerare l’equivalenza semantica massimale. Ciò corrisponde a quello che è stato chiamato principio omologico. Come è già stato osservato, il fatto che trascuri la semantica del prototesto viene talvolta giudicato un grave difetto, specialmente a livello di ricodifica linguistica:
In che modo affidarsi troppo a un modello di corrispondenza formale indebolisce l’identità semantica? Questo modello identifica la traduzione con la correlazione di segni da un codice all’altro, senza prendere in considerazione le diverse relazioni strutturali tra il segno e gli altri segni nei rispettivi codici. In altre parole, questo modello presuppone un’equivalenza tra i singoli elementi semiotici e le regole che governano la loro ricombinazione in unità linguistiche superiori, sia strutturali sia semantiche. Se è concepibile reperire equivalenti formali funzionali, questi però hanno relazioni diverse nei rispettivi codici, rendendo tale modello meno adatto a riprodurre il significato[29].

Ad ogni modo, per controbilanciare questa concezione, devo sottolineare che vi sono teorie normative alternative della traduzione che favoriscono una linea d’approccio “non-illusionistica” o “esotizzante”, e di conseguenza sono più propense ad approvare i metodi omologici. Inoltre – a prescindere da qualsiasi preconcetto normativo – non si può ignorare il semplice fatto che, in effetti, i trasferimenti omologici avvengono molto spesso.
Una caratteristica importante degli omologhi nella traduzione è la loro capacità di effettuare o rafforzare determinati cambiamenti diacronici all’interno dei codici riceventi. Attraverso gli omologhi la traduzione può divenire un canale per l’introduzione di nuovi elementi nel repertorio del codice ricevente o per la modifica di quelli esistenti. Tale processo si attua ogniqualvolta i casi di interferenza tra codice emittente e codice ricevente non vengono più percepiti come tali. A mo’ di esempio potrei citare la graduale adozione di prestiti nel lessico del codice linguistico ricevente (livello dei codici linguistici), la diffusione della cultura biblica e dei valori cristiani mediante le traduzioni della Bibbia (livello dei codici culturali), l’introduzione di nuove caratteristiche testuali o di un nuovo genere letterario in un altro sistema (livello dei codici testuali) e via dicendo. A questo proposito, gli omologhi traduttivi sono in netta antitesi con gli analoghi traduttivi. Questi ultimi sono sempre esempi “corretti” di uso del codice ricevente, e perciò è molto improbabile che vi causino cambiamenti. Tuttavia, ciò non significa che i metodi di traduzione analogici non possano avere un ruolo strategico nello sviluppo storico di un sistema di segni; però il loro ruolo conservatore anziché innovativo poiché implicano un ripudio più o meno polemico degli elementi estranei e un attivo sostegno ai codici indigeni.
A prima vista può sembrare sorprendente che una strategia traduttiva definibile come forma di non traduzione si manifesti in testi prodotti e ricevuti come «traduzioni». Il nostro scetticismo su quest’idea, tuttavia, è dovuto solo alla nostra incapacità di vedere al di là del cosiddetto buonsenso traduttivo, secondo cui la traduzione sarebbe una categoria distinta, coerente e universalmente definibile. Lo scopo di questo capitolo è mostrare che tali concezioni sono inadeguate. In questo contesto è un’idea stimolante, che incoraggia a integrare la scienza della traduzione in uno studio più generale del discorso, considerare che le sostituzioni linguistiche, culturali o testuali – che, come è stato detto, spesso vengono considerate procedure esclusivamente traduttive – si verificano sistematicamente in testi considerati originali o non tradotti, per esempio nell’uso dei prestiti lessicali, dei prestiti stilistici o semantici ecc.
3.1.3 Nel caso dell’omissione, un particolare elemento del testo originale non viene assolutamente reso nel testo tradotto, nemmeno con un analogo ipoequivalente. Molto probabilmente numerosi traduttologi normativi esiterebbero a considerare legittimo questo processo traduttivo:
In teoria, il traduttore deve giustificare ogni parte o aspetto del senso cognitivo e pragmatico nel testo della lingua dell’originale (Newmark 1981: 149)
Qualsiasi potatura o sfoltimento del testo originale rende meno definita la separazione tra traduzione e adattamento e vanno perciò evitati. Tuttavia, checché ne dicano i critici, le omissioni sono molto frequenti nell’attuale realtà della traduzione per molte ragioni differenti. Come segue dal paragrafo 2, spesso le omissioni non possono essere evitate, essendo i testi originali organizzati in modo complesso: l’opzione di rendere certi elementi o certe strutture del testo originale con la massima equivalenza possibile potrebbe richiedere il sacrificio di altri elementi o strutture del testo originale. Alcuni tra questi potrebbero essere ancora riconoscibili in un analogo ipoequivalente, altri potrebbero essere ripresi in qualche altra parte del testo grazie ad alcuni artifici di compensazione (cfr. infra), altri però potrebbero semplicemente sparire senza lasciar alcuna traccia.
3.1.4 Nel caso dell’aggiunta, il testo tradotto risulta avere dei segni di componente linguistica, culturale o testuale che apparentemente non appaiono nell’originale. Le possibili cause per cui tali elementi, non presenti nel testo originale, vengono inseriti dal traduttore sono molteplici. Di nuovo, la struttura complessa del testo originale potrebbe essere una limitazione di una certa importanza: l’omissione e l’aggiunta vanno a braccetto, soprattutto se il traduttore vuole mantenere le proprietà macrostrutturali o la stessa lunghezza dell’originale. Molto spesso, tuttavia, le aggiunte devono essere spiegate secondo altri principi. È molto nota, per esempio, la tendenza dei traduttori a produrre un testo tradotto più ampio rispetto all’originale: ciò è in parte dovuto al loro interesse, psicolinguisticamente comprensibile, alla chiarezza e alla coerenza, che li induce a esplicitare dei passi complicati, fornendo i collegamenti mancanti, a mettere a nudo argomentazioni implicite e, in generale, a dare al testo una formulazione più completa. Per quanto questa tendenza non intenzionale all’esplicitazione parafrastica sia comprensibile (e, di nuovo, sia frequente nella pratica traduttiva), non è molto apprezzata da numerosi traduttologi contemporanei:
Tutte le norme traduttive sono un tentativo di impedire che il traduttore propenda per l’extrema ratio, la parafrasi. (Newmark 1981: 130)
In altri casi ancora, le aggiunte sono dovute a interventi consapevoli e intenzionali da parte del traduttore, che, per esempio, ritiene forse di poter migliorare le qualità estetiche della sua traduzione, aggiungendo la rima a un prototesto che ne è privo, usando un linguaggio più ricco di metafore, amplificando il sapore esotico del testo, e così via.
3.1.5 Per definire la quinta categoria, la permutazione, è necessario integrare alla prospettiva autofunzionale quella sinfunzionale. La quinta categoria non riguarda il trasferimento vero e proprio di singoli segni dell’originale, bensì le relazioni tra le rispettive posizioni testuali nell’originale e nella traduzione: l’elemento del testo originale viene reso nella traduzione (per mezzo di un omologo o di un analogo, talvolta comportando qualche forma di aggiunta o riduzione), ma la sua posizione all’interno della traduzione non corrisponde alla posizione relativa della sua controparte nell’originale. Quando i traduttologi utilizzano il termine «compensazione» intendono una relazione traduttiva di questo tipo.
All’interno della categoria delle permutazioni vi è un’operazione traduttiva degna di essere ricordata in modo particolare: il traduttore distingue due livelli del discorso, il livello testuale e quello metatestuale, e relega la resa di un elemento del testo originale o di una sua caratteristica nel secondo livello. Lo status metatestuale di questo secondo livello del discorso viene segnalato con mezzi convenzionali, come l’uso delle note a piè di pagina, delle parentesi o del corsivo. Questo metodo particolare di ridistribuzione dei segni del testo originale (per il quale potrebbe essere coniato il termine «compensazione metatestuale») non di rado va a braccetto con metodi traduttivi omologhi: le informazioni metatestuali compensano la frequente mancanza di forza comunicativa di questi metodi. Il fatto che la compensazione metatestuale possa combinarsi con altre categorie di trasformazione risulta anche chiaro dal legame frequente con la categoria dell’aggiunta; molte informazioni descritte nelle note a piè di pagina, ecc., apportano delle aggiunte rispetto all’originale.
3.1.6 Questi cinque tipi di operazione possono essere presenti a livello di ricodificazione linguistica, culturale e testuale. Non bisogna presumere che le decisioni dei traduttori a questi tre livelli siano necessariamente coerenti. È bene tenere in mente la raccomandazione espressa da James S Holmes nella sua trattazione delle diverse traduzioni in inglese contemporaneo di un rondò medioevale in francese:
Sembrerebbe che ci sia una resistenza particolare a trasporre una poesia del passato in una metapoesia completamente contemporanea a tutti i livelli, priva di qualsiasi elemento che indichi i suoi legami con un’epoca precedente. Se quest’ipotesi è corretta, significa che la tendenza a classificare in generale le traduzioni come modernizzanti o storicizzanti deve lasciar posto a un’analisi più elaborata che, per ogni traduzione, definisca un profilo più complesso. (Holmes 1988: 41-42)
In teoria, dovrebbe essere necessaria e sufficiente l’applicazione delle cinque categorie di trasformazione sopra citate a ognuno dei tre livelli di codice a permettere l’«analisi più elaborata» dell’intero gruppo di relazioni tra testo tradotto e originale cui Holmes deve aver pensato. In pratica, le cose risultano più complesse e numerosi fattori limitano i reali potenziali descrittivi delle distinzioni fatte sopra: la natura problematica dei limiti teorici fra i tre codici; i margini indefiniti della prima categoria (sostituzione); la complessa struttura gerarchica dell’intero gruppo di relazioni traduttive che collegano originale e traduzione; e, ultima ma non meno importante, la mancata coincidenza dei punti di vista autofunzionale e sinfunzionale; questa impone che proprio l’identificazione di coppie formate da “problemi” del testo originale e “soluzioni” della traduzione venga molto complicata dal fatto che è probabile che gli elementi del testo tradotto non siano altro che delle soluzioni parziali di problemi altrettanto parziali.
Questi fattori rendono l’intero modello difficile da usare in un reale e dettagliato confronto di testi. Ecco perché lo userò solo indirettamente nella mia trattazione sulla traduzione dei giochi di parole. Tuttavia, sarebbe esagerato affermare che il modello sia privo di qualsiasi capacità descrittiva. Per illustrare le utili distinzioni generali che se ne possono ricavare, ho incluso la seguente griglia (figura 1) che distingue alcuni tipi importanti di traduzioni classificati secondo i miei due parametri: le cinque categorie di trasformazione e i tre livelli di codice. Alcuni dei termini contenuti nei riquadri del diagramma provengono dal linguaggio specialistico di diversi critici e studiosi di traduzione; ecco perché non tutti i termini usati sono comparabili o compatibili. Indicano traduzioni in cui un particolare tipo di relazione traduttiva è così rilevante da definire l’intero gruppo di relazioni tra originale e traduzione. In una traduzione non integrale, per esempio, le omissioni sono così frequenti a livello microstrutturale, e/o riguardano a tal punto certe proprietà macrostrutturali del testo originale, da essere percepite come elementi caratterizzanti della strategia traduttiva nel suo insieme.

3.2 Tipi comunicativi di equivalenza

3.2.1 La maggior parte dei concetti precedentemente espressi dipende direttamente da una definizione saussuriana di significato (in senso linguistico). Nei miei termini valore, posizione relativa ecc., il lettore avrà giustamente riconosciuto un’eco diretta del concetto saussuriano di valeur, certamente uno dei suoi concetti fondamentali. Ora esaminerò la definizione che lo stesso Saussure diede di questo concetto, definizione che mostra una probabile alternativa per avvicinarsi alla traduzione, che potrebbe avere la pretesa di rendere più giustizia alla dimensione “comunicativa” della traduzione; ad ogni modo, in fin dei conti, questa alternativa non si rivelerà molto diversa né può essere usata come una porta di servizio attraverso la quale l’immagine della traduzione, intesa come ricodificazione in senso stretto, può rientrare di nascosto.
Il concetto di valeur è, in effetti, preso in prestito dall’economia. Nella citazione seguente Saussure sviluppa la metafora e mostra come i valori (cioè valeurs) linguistici siano simili a tutti i valori al di fuori della lingua in quanto

sembrerebbero regolati dallo stesso principio paradossale. Sono sempre formati da:
(1) una cosa diversa che può essere scambiata con una il cui valore deve essere determinato; e
(2) cose simili che possono essere confrontate con la cosa il cui valore deve essere determinato.
È necessaria la presenza di entrambi i fattori perché ci sia un valore. Perciò per determinare il valore di una banconota da 5 franchi bisogna sapere: (1) che può essere scambiata con una quantità fissa di qualcosa di diverso, per esempio pane; e (2) che può essere confrontata con un valore simile dello stesso sistema, per esempio una moneta da 1 franco, o con monete di un altro sistema (un dollaro ecc.). Allo stesso modo una parola può essere scambiata con qualcosa di diverso, un’idea; ma può anche essere confrontata con qualcosa della stessa natura, un’altra parola. (Saussure, 1966)

Così suppongo che il valeur di un segno linguistico possa essere definito sia dalla posizione relativa nella struttura linguistica (il secondo fattore nella citazione qui sopra, cioè valeur nel senso stretto della parola), che dalla sua capacità di denotare alcune entità extralinguistiche (il primo fattore nella citazione, cioè la signification saussuriana). Vorrei ora indicare in che modo questa distinzione tra le due definizioni saussuriane di valeur sembra estremamente importante ai fini della traduzione; a questo punto limiterò il discorso al campo della ricodificazione linguistica.
Finora mi sono limitato a definire i valori come opposizioni all’interno della struttura della lingua (livello della langue), in altre parole il secondo fattore della citazione di Saussure. In base a questa definizione si giunge alla conclusione che nella traduzione è impossibile avere un’equivalenza rigorosa e perciò che, per coloro la cui definizione normativa di traduzione richieda una tale equivalenza, la traduzione stessa è impossibile. Lo stesso Saussure non si occupa quasi mai della traduzione ma alcuni suoi commenti in proposito fatti en passant risultano abbastanza chiari:

Se le parole stessero per concetti preesistenti, avrebbero tutti equivalenti esatti di significato da una lingua all’altra; ma non è così: (Saussure, 1966)

Nonostante in queste ultime pagine potrebbe sembrare che la prima definizione di valeurs, cioè i significati, sia stata accantonata, sono molti gli studiosi di traduzione che oggi ritengono che questo fattore sia decisivo sia per la traduzione che per la teoria della traduzione. Insistono sul fatto che la traduzione non si basi su codici (tra i quali operano molte opposizioni strutturali), ma piuttosto su messaggi concreti (che stabiliscono un certo rapporto con la realtà extralinguistica). Tradurre è questione di parole e non di langue:

On n’a pas en effet à traduire des mots, mais des concepts, pas des syntagmes, mais des idées, pas des phrases, mais des démonstrations, des arguments, etc. […](Pergnier, 1976, p. 92)[7]

Secondo questi studiosi il traduttore dovrebbe occuparsi dell’equivalenza non a livello dei valeurs (il secondo fattore saussuriano), ma piuttosto a livello delle significations (il primo fattore saussuriano). L’equivalenza non deve risiedere nelle parole, ma (nel loro rapporto con) i concetti o le idee che vengono espresse attraverso le parole. Se il primo scopo è considerato utopico data l’asimmetria strutturale di due lingue, il secondo potrebbe essere perseguito più facilmente. Secondo questo modo di pensare è evidente che il cambio prospettico da valeurs a significations potrebbe contenere un’argomentazione fondamentale per chi si sente chiamato a difendere la tesi della traducibilità (Mounin, 1963, pp. 266-270). Alla stessa stregua, qualcuno può sentire un suo probabile uso come metodo strategico per vincere l’indeterminatezza della traduzione, che sarebbe insormontabile secondo l’analisi a livello dei valeurs, e per giustificare certe posizioni normative. Prima di discutere queste implicazioni, vorrei mostrare la portata di questo cambio di prospettiva.

3.2.2 Lo stacco concettuale da langue a parole in fatto di traduzione può essere osservato nelle relativamente poche teorie incastonate nella tradizione saussuriana ortodossa (es. Pergnier, 1976; Van Eynde, 1985, pp. 53-54; per citare altri esempi). Più numerosi sono gli esempi che possono essere tratti da teorie meno direttamente legate alla tradizione dello strutturalismo, che mostrano senz’ombra di dubbio una tendenza verso la teoria della traduzione de la parole. La prossima citazione, sulle condizioni dell’equivalenza traduttiva, mostra il senso generale delle argomentazioni di queste ultime teorie

Nella traduzione totale, i testi nella lingua originale (SL) e in quella ricevente (TL) vengono considerati equivalenti traduttivi quando in una data situazione risultino intercambiabili. […] Lo scopo della traduzione totale deve […] essere scegliere equivalenti nella TL che non abbiano “lo stesso significato” delle parole nella SL, ma la maggior sovrapposizione possibiledi gamme situazionali (Catford, 1965)

Catford parla di un concetto generale di «situazione data» che sembra includere almeno queste tre componenti: il mittente del messaggio, il segmento di realtà sul quale incide, il ricevente del messaggio. Il traduttore “comunicativo” deve centrare la sua attenzione, o almeno credere di farlo, su ognuna di queste tre componenti. Di conseguenza possiamo dividere sommariamente i concetti della traduzione “comunicativa” in tre gruppi, che vado ora ad illustrare brevemente[8]:
equivalenza emotiva: il criterio dell’equivalenza riguarda la misura in cui gli intenti comunicativi dell’autore del testo originale debbano essere mantenuti dal traduttore. Un esempio è il concetto di traduzione espresso da Koschmieder e parafrasato da Wilss (1982) come segue:

Tradurre è trovare «das Gemeinte» (G) (il significato inteso), in termini di contenuto e stile dello «Zeichen» (Z) (signifiant) in relazione al «Bezeichnetes» (B) (signifié) della lingua originale e trovare lo «Zeichen» corrispondente nella lingua ricevente che, in relazione al «Bezeichnetes» della stessa, darà lo stesso «Gemeinte» nella lingua ricevente.

Un’enfasi di questo genere sulle intenzioni espressive dell’autore del testo originale può essere ritrovata in certi approcci ermeneutici alla traduzione, in approcci (alla traduzione) ispirati dalla teoria del’enunciazione, e così via.
equivalenza referenziale: qui, tenendo conto di una certa situazione nella realtà, il criterio di equivalenza richiede che il valore di verità della proposizione del testo originale debba essere mantenuto nella traduzione. Ho scelto un breve passo tratto da un articolo di Eugenio Coseriu, la cui ben nota distinzione tra Bedeutung, Bezeichnung e Sinn testimonia chiaramente il suo rifiuto di vedere la traduzione come un’operazione a livello di valeurs:

Das Problem beim Übersetzen ist […] das Problem der identischen Bezeichnung mit verschiedenen Sprachmitteln, d.h. nicht etwa »Wie übersetzt man diese oder jene Bedeutung dieser Sprache?«, sondern »Wie nennt man den gleichen Sachverhalt bzw. Tatbestand in einer anderen Sprache in der gleichen Situation?« (Coseriu, 1978: 21)[9]

equivalenza conativa: il criterio di equivalenza prevede che il traduttore debba mirare alla maggiore somiglianza possibile tra il pubblico originario del testo originale e quello ultimo del testo tradotto. Per dirla come Nida & Taber (1969: 1), che promuovono un concetto di traduzione cosiddetto dinamico:

Una volta lo scopo della traduzione era la forma del messaggio […]. Il nuovo scopo, invece, si è spostato dalla forma del messaggio alla risposta di chi lo riceve.
Perciò va determinata la risposta che il ricevente dà al messaggio tradotto. Questa risposta deve essere poi confrontata con il modo in cui il pubblico aveva reagito al messaggio nella sua forma originaria.
3.2.3 Tentiamo ora di determinare, dal punto di vista comunicativo, le implicazioni teoriche di questo importante cambiamento di prospettiva. Prima di tutto è opportuno specificare che il cambiamento è in sé una mossa assolutamente accettabile; risponde a quanto da noi intuito e cioè che la traduzione è, in realtà, un trasferimento di enunciati concreti e non di strutture linguistiche astratte: di conseguenza, nella traduzione è in gioco “qualcosa in più” delle semplici strutture linguistiche in questione. Inoltre, tutto questo non contraddice assolutamente la definizione saussuriana di significato.
Il problema è, quindi, appurare se gli approcci comunicativi alla traduzione aggiungono qualcosa di nuovo rispetto ad un tipo di approccio che si occupa, non del trasferimento di significations, ma del trasferimento di valeurs. Naturalmente la risposta è sì se un tale tipo di concezione della traduzione basata sul concetto di valeur sembra dare conto soltanto del livello linguistico del trasferimento. Non si discute più sul fatto che nella traduzione vi sia un “qualcosa in più” (culturale, testuale) con cui la traduttologia deve fare i conti. A questo riguardo le definizioni comunicative di traduzione e di equivalenza traduttiva, nonostante il loro carattere prevalentemente normativo, costituiscono un enorme passo avanti se paragonate ad altre concezioni meramente linguistiche che riducono la traduzione alla sola sostituzione del lessico e della grammatica del codice della lingua emittente. Quindi non è esagerato dire che hanno contribuito in modo sostanziale allo sviluppo teorico della disciplina. Attirando la nostra attenzione sulla dimensione testuale della traduzione (vedi par. 1.3) hanno mostrato, una volta per tutte, che gli studi sulla traduzione non devono essere confusi con il confronto strutturale delle lingue (vedi anche Toury 1980: 14).
Comunque le inadeguatezze di concezioni meramente linguistiche della traduzione derivano dal loro ingiustificato trascurare le dimensioni “non linguistiche” della traduzione e non dal loro concentrarsi, in modo apparentemente errato, sui valeurs (piuttosto che sulle significations). Il modello di traduzione presentato in questo capitolo si basa prevalentemente sul livello dei valeurs, ma non senza includere anche i livelli di ricodifica testuale e culturale, applicando i concetti di valeur e langue anche a questi ultimi. Un tale modello sembra quindi perfettamente in grado di rendere giustizia alla dimensione comunicativa della traduzione senza per questo abbandonare la sfera dei valeurs. Potrebbe essere dimostrato, per esempio, che la distinzione classica tra la cosiddetta corrispondenza formale (l’equivalenza tra semplici testi) e l’equivalenza dinamica (l’equivalenza tra messaggi comunicativi) si può ridurre ad una serie di distinzioni graduali:
Tra un’analisi del Prototesto e un processo di trasferimento prototesto-metatesto che considera il prototesto codificato solo a livello linguistico da un lato e, dall’altro lato, un’analisi del prototesto e un processo di trasferimento prototesto-metatesto nel quale viene affidata ai livelli culturali e testuali dell’organizzazione semantica una posizione di maggiore importanza, se non addirittura una posizione gerarchica dominante;
Tra una strategia di trasferimento del prototesto che ricorre frequentemente a soluzioni traduttive omologiche anche a livello linguistico da un lato e, dall’altro lato, una strategia di trasferimento del prototesto che di solito favorisce soluzioni traduttive analogiche.
In altre parole, se si vuole spiegare cosa sia questo “qualcosa in più” che le definizioni comunicative di traduzione vogliono comprendere non è necessario scostarsi dai valeurs e rivolgersi a considerazioni di signification. Del resto credo che una simile conclusione concordi con quanto teorizzato da Saussure. La citazione tratta dal Corso nel paragrafo 3.2.1 sembra suggerire che sia i valeurs sia le significations abbiano un ruolo di uguale importanza nel determinare il significato (linguistico). Comunque nel Corso ci sono altri punti nei quali Saussure ipotizza una relazione di dipendenza tra i due. In ultima analisi è la serie di relazioni strutturali all’interno della langue che determina i possibili usi della stessa in casi concreti di parole:

È abbastanza chiaro che inizialmente il concetto [del verbo «juger” D.D.] non è nulla, o meglio, esso è solo un valore determinato dai suoi rapporti con altri valori ad esso simili, e che, senza di essi la signification non esisterebbe. (Saussure 1966: 117).

La stessa argomentazione può essere applicata ai livelli dei codici culturali e testuali: perché un segno culturale o testuale diventi semioticamente sign-i-ficante ci deve essere un codice convenzionale (langue) superiore e al contempo indipendente dalla particolare occorrenza del segno (parole). Le funzioni comunicative di un testo verbale possono essere provocate solo dalla presenza, all’interno del testo, di alcuni segnali convenzionali che acquistano significato grazie alla conoscenza condivisa di questo sistema di segni preesistente. Credere che le funzioni comunicative dei testi siano in un qualche modo estranee agli effettivi segni del testo sarebbe un tipico esempio di pensiero conduit-metaphor.
Giunti a questo punto dovrebbe emergere l’essenza dell’intero paragrafo. Se l’equivalenza nel vero senso della parola sembra impossibile a livello dei valeurs, non è sicuramente pensabile a livello di significations poiché queste ultime dipendono dai primi. In breve il passaggio a un punto di vista comunicativo sulla traduzione non risolve né può risolvere il problema dell’indeterminatezza della traduzione. Eppure questo può proprio essere l’obiettivo latente di certe teorie “comunicative”: poiché affermazioni normative riguardanti l’equivalenza o l’identità di significato in traduzione non possono trovare conferma sul piano dei valeurs, vengono difese sul piano delle signification. Dal momento che questo appare però impossibile secondo la logica saussuriana, i teorici di approccio comunicativo sono portati ad adeguarsi alla conduit-metaphor e alla rappresentazione non semiotica della traduzione vista come processo di decodifica e ricodifica. Quindi le rappresentazioni della traduzione come decodifica e ricodifica e le definizioni “comunicative” della traduzione possono essere considerate un tentativo congiunto di razionalizzare particolari concezioni normative della traduzione.
Un testo tradotto che sia la ricodifica (linguistica, culturale e testuale) completa di un prototesto porta l’intero potenziale “messaggio” di quest’ultimo. Il problema dell’impossibilità di operare questa piena equivalenza all’interno della ricodifica non può essere risolto spostando la propria attenzione dalla causa («Fino a che punto entrambi i testi sono completamente equivalenti?”) all’effetto («Fino a che punto entrambi i messaggi sono completamente equivalenti dal punto di vista comunicativo?”). Inoltre, anche se non c’è niente di male nello studiare certi effetti, dobbiamo occuparci del problema pratico: che, cioè, dal punto di vista metodologico, non siamo molto più preparati a studiare questi effetti (i gradi di equivalenza comunicativa) di quanto non lo siamo a studiare i fattori che li determinano (i gradi di equivalenza prototesto-metatesto). Come potrebbero affermazioni[10] riguardanti il valore comunicativo equivalente, l’equivalenza dell’impatto sul lettore e così via essere provate in modo intersoggettivo, senza basarsi su una propria intuizione personale? Anche se è vero che alcuni studiosi hanno sviluppato metodi promettenti per l’analisi empirica di alcuni aspetti di questo problema, a questo livello i gradi di equivalenza tra effetti comunicativi sono probabilmente più difficili da calcolare di quelli tra fenomeni testuali. Il principio di equivalenza dinamica, per esempio, presuppone che la comprensione del METATESTO da parte del “destinatario medio” rifletta «la comprensione vera o presunta” del PROTOTESTO da parte dei destinatari originari (Nida & Taber 1969 23). I problemi che emergono da questa affermazione ingannevolmente semplice, incluso lo status del lettore medio del PROTOTESTO e di quello del METATESTO e il problema di metodi per verificare la comprensione, sono difficili da risolvere. Non c’è da stupirsi che teorie traduttive normative di tipo comunicativo vengano spesso accusate di arbitrarietà. È il caso, per esempio, delle seguenti citazioni:

L’equivalenza dinamica è basata sul principio dell’effetto equivalente, e cioè sul fatto che la relazione tra destinatario e messaggio dovrebbe mirare ad essere uguale alla relazione tra i destinatari originari e il messaggio nell’originale. [Eugene Nida D.D.] cita, quale esempio di questo tipo di equivalenza, la traduzione di “Romani 16:16” di J.B. Phillips dove l’idea di «greeting with a holy kiss” (salutare con un bacio santo) viene resa con «give one another a hearty handshake all round” (darsi una forte e sincera stretta di mano). Con questo esempio di quella che sembra «una traduzione inadeguata e di cattivo gusto” emerge la debolezza dei tipi di equivalenza definiti da Nida in modo impreciso. (Bassnett – McGuire 1980:26)
In assenza di una qualsiasi base oggettiva di valutazione, la reazione del lettore della lingua ricevente non può essere prevista così come non può essere misurata la reazione del lettore della lingua emittente e lo spostamento dell’enfasi dal testo a ipotetici aspetti di ricezione porta a parzialità e distorsione illimitata. (Brotherton s.d.:37).

3.3 Livello intermedio delle norme di traduzione

Ogniqualvolta i traduttori si assumono l’impegno di rendere un testo in una lingua, una cultura e un sistema testuale differenti devono confrontarsi con molti problemi di scelta sia nello scomporre il prototesto, sia nell’operazione trasferimento vero e proprio a di tradurre delle singole unità traduttive. Il risultato di questo processo non è quindi quasi mai in una relazione di perfetta rigorosa equivalenza con il prototesto, così che molte traduzioni piú o meno divergenti di un singolo testo possono coesistere, come spesso accade, all’interno della stessa cultura ricevente. L’importante interrogativo che ora ci interessa è perché sembra che i traduttori usino del tutto questa vasta gamma di strategie traduttive possibili.
Tutte le volte in cui si prendono in esame certi specifici campi dell’attività traduttiva, si è colpiti dalla ricorrenza di certi tipi di comportamento traduttivo, la cui preferenza apparentemente ha la meglio sull’intera gamma di opzoni possibili. Il grado di indeterminatezza che distingue la traduzione dai processi di ricodifica pura e determina la disponibilità di varie strategie di traduzione non sempre si accompagna a una varietà altrettanto ampia di metodi effettivamente utilizzati dai traduttori. Inoltre, questa scelta di metodi di traduzione spesso varia sistematicamente in relazione a determinati parametri socioculturali come il genere letterario del prototesto, il prestigio della cultura emittente, le dimensioni, la stabilità, ecc. della cultura ricevente, e cosí via. Di conseguenza,

sans avoir tous les textes et tous les traducteurs d’une certaine époque, l’historien parviendra même à formuler des règles de prévisibilité: avant d’avoir étudié certains textes particuliers, il sait à quelles options et stratégies il peut s’attendre. (Lambert s.d.: 19)

C’è, in altre parole, una sistematica disparità tra ciò che è teoricamente possibile e ciò che si osserva nelle situazioni socioculturali specifiche. Finora il tentativo più interessante di integrare questo fatto importante in una teoria di traduzione è stato intrapreso da Gideon Toury, il cui concetto chiave di norme di traduzione sembra fornire una risposta adeguata al problema[11].

Una norma è sia una sorta di istruzione concreta, sia un criterio per poi valutare la prestazione. Funge da limite per chi fa parte di una comunità ogniqualvolta vuole svolgere il tipo di attività comportamentale alla quale fa riferimento la norma. Le norme sono basate sul principio del comportamento mimetico o imitativo, poiché esigono che queste attività siano eseguite secondo un determinato modello. Una norma può, ma non necessariamente deve, essere formulata esplicitamente. Le norme occupano infatti un secondo piano terreno intermedio molto ampio tra due estremi:

regole obbiettive, relativamente assolute (in certi domini campi comportamentali, perfino leggi stabili, formulate) da una parte, e tratti idiomorfici completamente soggettivi dall’altra. […] Le norme in sé stesse non occupano solamente un punto della scala, ma una sezione graduata dell’intero continuum. (Toury 1980: 51)

Pertanto le norme possono essere più o meno rigide. Le norme vengono

acquisite – addirittura interiorizzate – dai singoli membri della comunità durante il processo di socializzazione (ibidem).

Questo spiega perché esse ci sia una forte tendenza a negare la propria loro normatività. Per quanto le norme siamo relative e storicamente variabili, coloro che aderiscono a una determinata norma spesso sostengono che il comportamento richiesto corrisponde a una logica naturale o universale e che è l’unico comportamento “ragionevole” possibile.

Da queste caratteristiche sembra che l’esistenza e il funzionamento di una norma possano essere inferiti da vari fenomeni: (i) certe regolarità di comportamento in situazioni in cui ci si sarebbe potuto anche aspettare altri tipi di comportamento; (ii) la valutazione positiva o negativa di concreti casi di comportamento che si conformano o no alla norma; (iii) formulazioni esplicite della norma, come raccomandazioni, obbligazioni, dissuasioni, proibizioni ecc.; (iv) l’alto status canonizzato di certi casi precedenti di comportamento, considerati ottimali e perciò realizzazioni esemplari di una data norma, cosi che possono essere prescritte come modello per successive situazioni operative.

La loro definizione implica che

c’è un punto fermo nel ha senso presupporre l’esistenza di norme solo in quelle situazioni che in teoria permettono più varianti di comportamento. (Toury 1980: 51)

La traduzione interlinguistica risulta proprio un’attività comportamentale nella quale si dimostrano possibili varie linee di azione, cosicché le norme di traduzione possono essere considerate limiti che guidano i traduttori nella scelta di metodi di traduzione “adatti” tra una gamma di opzioni disponibili. L’articolo di Toury The nature anad role of norms in literary translation (1980: 51-63) offre una visione chiara dei vari livelli ai quali possono essere operative le norme di traduzione. Consentitemi di ricordare brevemente che quelle che Toury chiama norme preliminari sono quelle che governano proprio la selezione delle opere (autori, generi letterari, scuole ecc.) e anche quelle che riguardano la tolleranza per forme di traduzione indiretta o di seconda mano. Le norme operative di Toury sono i limiti che guidano le decisioni durante il processo di traduzione vero e proprio. La cosiddetta norma iniziale determina il concetto generale della traduzione; questa opzione globale per un certo tipo di traduzione serve da punto di riferimento generale per decisioni operative più specifiche. Questa norma iniziale è

un mezzo utile per indicare la scelta di base del traduttore tra due alternative opposte […]: si sottomette o al prototesto con i suoi nessi testuali e le norme da esso espresse e in esso contenute, o alle norme linguistiche e letterarie attive nella lingua ricevente e nel polisistema letterario ricevente, o in una sua parte. (Toury 1980:54)

L’adesione al primo tipo di norma iniziale risulta nella determina la produzione di traduzioni adeguate (o source-oriented). Anche se c’è una buona probabilità che tali traduzioni non rispondano alle aspettative testuali standard dei lettori del metatesto, le traduzioni del secondo tipo sono dette accettabili (o target-oriented) proprio per il loro impegno ad andare incontro il più possibile alle aspettative dei lettori modello. Nella terminologia precedentemente utilizzata in questo primo capitolo, le traduzioni di tipo adeguato si sforzerebbero di rendere in modo completo l’intera organizzazione semantica del prototesto, comprese le sue gerarchie sinfunzionali; metodi omologici verrebbero adottati per segni culturali e testuali del prototesto; linguisticamente. sarebbero da preferire analoghi a costo dei necessari cambiamenti dettati dalla norma. Le traduzioni di tipo accettabile invece mostrerebbero una preferenza complessiva per gli analoghi a tutti i livelli, senza fare a meno di analoghi poco equivalenti, aggiunte, eliminazioni.
In conseguenza dell’introduzione del concetto di norma, la traduttologia dovrà d’ora in avanti tenere conto di tre livelli sui quali possono essere instaurati i rapporti traduttivi tra prototesto e metatesto (Toury 1980): (i) a livello di competenza traduttiva teorica si può considerare tutta una gamma di relazioni possibili tra prototesto e i molti metatesti potenziali; (ii) a livello delle norme di traduzione vengono postulati alcuni di questi potenziali rapporti prototesto-metatesti come costituenti una vera equivalenza traduttiva, mentre altri vengono respinti a priori come soluzioni di traduzione non valide; (iii) a livello empirico di prestazione traduttiva lo studioso può intuire quali tipi di rapporti traduttivi sono stati effettivamente stabiliti dai traduttori.
Ogni modello teorico per la descrizione o la creazione di potenziali rapporti di equivalenza dovrà essere davvero molto comprensivo, un modello per rapporti intertestuali in generale, in quanto le distinzioni tra traduzioni, adattamenti ecc. non possono essere definite in anticipo. Come quelli del secondo gruppo, i rapporti nel terzo gruppo costituiranno necessariamente un sottoinsieme di questo primo gruppo di tutti i rapporti possibili. Se la gamma delle relazioni effettive si sovrapponga significativamente a quella delle relazioni richieste è un’altra questione. Dovremmo ricordare che una norma può essere più o meno rigida, che i traduttori possono decidere di non rispettare le norme esistenti, che possono nascere sistemi di norme alternativi e causare conflitti e così via. Una caratteristica decisiva delle norme di traduzione – anzi, di ogni norma – è proprio il fatto che non operano in un vuoto eterno, aculturale. Come tutte le norme, le norme di traduzione sono relative e storiche. Sono legate gerarchicamente alle altre norme che regolano il comportamento umano in campi di attività affini o più ampi, e possono perfino coesistere con altre norme all’interno dello stesso campo di attività. Nell’ultimo caso le due norme potrebbero essere in concorrenza, e qualsiasi delle due potrebbe finire per avere il sopravvento e diventare dominante; le trasgressioni di una norma potrebbero venire copiate e portare infine allo sviluppo di una norma alternativa, e così via.

Attualmente è accettata da molti l’idea secondo la quale le norme traduttive sono in correlazione con altre serie di norme all’interno della lingua, della cultura e del sistema testuale ricevente. Dobbiamo molto della comprensione di questi meccanismi al cosiddetto paradigma dei polisistemi nello studio della letteratura e della traduzione, dove svolgono un ruolo di rilievo. Secondo alcuni teorici del polisistema quali Even-Zohar, Toury, Lambert, Lefevere e molti altri, il modo più efficace per studiare letterature, lingue e culture (in breve, i diversi modelli del comportamento umano governati da segni) è quello di pensarli come polisistemi, vale a dire come sistemi di sistemi. Infatti, questi studiosi hanno sviluppato alcuni concetti che si rifanno ai tardi formalisti russi e agli strutturalisti di Praga, che riconoscono come loro padri spirituali. La teoria del polisistema si propone enfaticamente come un aggregato d’ipotesi che mira fondamentalmente a promuovere la ricerca descrittiva. Si distingue da molte altre forme di strutturalismo poiché sostituisce qualunque concetto di struttura staticamente sincronico, astorico e omogeneo, con un concetto eterogeneo e più dinamico. Fenomeni culturali come la letteratura non vengono studiati in termini di un’unica rete chiusa di relazioni (che giustificherebbe difficilmente la diacronia dei fatti letterari), bensì come insiemi complessi di molteplici reti di relazioni. Ipotizzando la coesistenza di molti sistemi di questo tipo, che implica una molteplicità d’intersezioni tra sistemi e quindi una molteplicità di conflitti e lotte per il dominio, il culturologo può rendere giustizia sia al carattere strutturale e organizzato della cultura, sia all’eterogeneità e alla diacronia di questa. Allo stesso modo, lo sviluppo della teoria del polisistema può essere interpretato come un tentativo di superamento del divario precedentemente incolmabile, nello studio della letteratura, tra l’impostazione teorica e quella storica.
Un profilo più dettagliato del pensiero polisistemico riguardo a letteratura e cultura ci porterebbe troppo lontano, ma è necessario dire alcune parole sulla possibile posizione e funzione dei testi tradotti all’interno del polisistema culturale o, piuttosto, – dato che questo è l’ambito in cui sono state condotte la maggior parte delle ricerche – all’interno dei polisistemi letterari. Come si correlano le norme traduttive con le altre norme che formano la complessa struttura del sistema letterario ricevente? Ne risulta che le traduzioni sono oggetti di studio privilegiati perché spesso forniscono ai culturologi accesso diretto al cuore dei meccanismi evolutivi della cultura, favorendo l’analisi sia della dinamica interna sia delle diverse relazioni intersistemiche del sistema letterario ricevente. Come faceva notare Even-Zohar, nella traduzione le prime due norme basilari corrisponderanno nella maggior parte dei casi a due specifiche serie di condizioni sistemiche:
(i) i testi tradotti hanno l’obiettivo di determinare un cambiamento nel centro dominante di un (sotto)sistema letterario:
dato che l’azione traduttiva, nel momento in cui assume una posizione primaria, partecipa al processo di creazione di nuovi modelli, la preoccupazione più grande del traduttore non è di trovare modelli preconfezionati nel suo “bagaglio culturale”, nel quale i testi originali potrebbero essere trasferiti; al contrario, il traduttore è pronto a violare le convenzioni locali. Con tali premesse, le possibilità che una traduzione sia vicina all’originale in termini di adeguatezza (in altre parole, una riproduzione delle relazioni testuali dominanti dell’originale) sono molto più numerose. (Even-Zohar 1978: 124-125)

(ii) i testi tradotti non svolgono una funzione primaria (innovativa), bensì una funzione secondaria (conservatrice) rispetto al centro dominante del (sotto)sistema letterario:
poiché lo sforzo maggiore del traduttore è di concentrarsi per trovare i migliori modelli preconfezionati per il testo estraneo, il risultato è spesso una traduzione non adeguata o (come preferisco dire) una più grande discrepanza tra l’equivalenza raggiunta e l’adeguatezza postulata (Even-Zohar 1978: 125).

3.4 Riconsiderare lo schema comunicativo
3.4.1 L’introduzione del concetto intermedio di norma traduttiva ha conseguenze di vasta portata. Se la traduzione è un processo decisionale, i vincoli che influenzano tali decisioni non comprendono solo fattori più o meno accidentali o soggettivi (gusto personale, competenza linguistica, condizioni lavorative ecc.) e fattori più o meno oggettivi (censura, disponibilità di strumenti per il traduttore, restrizioni dettate dal codice ecc). Dobbiamo anche tener conto dell’effetto dei vincoli intersoggettivi che sono direttamente collegati alla posizione prospettiva o alla funzione del Metatesto all’interno del sistema ricevente e che sono estranei al Prototesto e alla situazione comunicativa nel quale è nato e funzionava. Inoltre, tale interferenza è attiva ad ogni stadio del complesso processo semiotico che porta alla produzione di traduzioni: dalla decisione iniziale di eseguire traduzioni, attraverso la selezione dei prototesti e la possibilità di rifiutarsi o meno di usare determinati testi intermedi, fino alle vere e proprie procedure di scomposizione e trasferimento.
Queste considerazioni sollevano seri dubbi sulla validità non solo della immagine di ricodifica pura quale adeguata rappresentazione del processo traduttivo – se ce ne fosse ancora bisogno –, ma anche dell’intero schema comunicativo doppio, o per lo meno dei presupposti su cui poggia. Secondo lo schema comunicativo doppio: (i) l’atto comunicativo nella traduzione avviene davvero tra il Mittente del Prototesto e il Destinatario del metatesto, ma per alcuni motivi pratici è stato poi suddiviso in due fasi con l’introduzione del traduttore come intermediario, (ii) l’unica funzione, benché riconosciuta difficile, del traduttore è di agire in qualità di trasformatore di messaggi; (iii) i cambiamenti traduttivi tra il Prototesto e il Metatesto sono di norma accidentali e possono essere spiegati in modo soddisfacente come “rumore”. (A sostegno di ciò, si sostiene che la comunicazione ideale senza “rumore” sia rara persino in situazioni monolingui.)
Tali presupposti sono a volte nascosti, ma trovano anche una formulazione esplicita, per esempio in alcune teorie semiotiche formalizzate della traduzione. La seguente citazione ne è un esempio significativo:
L’obiettivo cibernetico del processo è creare le condizioni neces­sa­rie per raggiungere, in situazioni bilingui, lo stesso obiettivo della co­mu­ni­cazio­ne monolingue, cioè la trasmissione di informazio­ni co­stanti. (Ludskanov 1975: 6)

Ovviamente, interpretazioni di questo genere sottovalutano radicalmente fino a che punto le considerazioni attinenti esclusivamente alla fase ricevente dello schema comunicativo doppio (che è dopotutto la fase in cui nasce realmente il metatesto!) influiscano sull’intero processo di trasferimento. In altre parole, il carattere unidirezionale del doppio modello comunicativo preclude ingiustamente il riconoscimento dei principali effetti retroattivi esercitati dai fattori della fase finale proprio sulla fase iniziale e sulla fase di trasferimento dell’intero processo. In modo molto radicale, Gideon Toury ha tratto questa conclusione:
Parlando in termini semiotici, è chiaro che è la cultura ricevente, o una sua parte, a svolgere il ruolo scatenante della decisione di tradurre e del processo traduttivo. La traduzione quale attività teleologica per eccellenza è in gran parte condizionata dagli obiettivi che si prefigge, e questi obiettivi vengono fissati nella e dalla prospettiva del/i sistema/i ricevente. Ne consegue che i traduttori operano innanzitutto nell’interesse della cultura verso la quale traducono, e non nell’interesse del testo originale, per non parlare della cultura originale. […] Le traduzioni sono parte di un solo sistema: il sistema ricevente. (Toury 1985: 18-19)

Il doppio modello comunicativo può ancora essere utile come mezzo per studiare comodamente tutti i fattori implicati nella comunicazione traduttiva, ma le sue lacune emergeranno subito non appena si proporrà come icona dei veri processi tradottivi: tende a oscurare la vera natura semiotica della traduzione.

3.5 Studi sulla traduzione
Come ha illustrato Jiři Levý (1967), la teoria matematica dei giochi contiene diverse categorie che potrebbero rivelarsi utili per una descrizione formale di processi decisionali quali la traduzione. Fra le altre cose Levý introduce i concetti di «istruzione definizionale» (ossia un’istruzione che definisce il paradigma sulla base del quale il traduttore deve fare la sua scelta) e di «istruzione selettiva» (ossia un’istruzione che governa l’effettiva selezione del traduttore tra le possibili alternative secondo certi criteri). Ciascuna istruzione selettiva può a sua volta definire un nuovo paradigma, vale a dire un sottoinsieme del precedente insieme di alternative, e diventare quindi l’istruzione definizionale di questo sottoinsieme, e così via, fino a che il processo di selezione non si conclude con un paradigma di un solo membro. Un principio alla base del modello di Levý è che l’analisi dei processi decisionali comprenda necessariamente anche la ricostruzione del paradigma sulla base del quale il traduttore dovrà fare o avrà fatto le sue scelte.
A pensarci, la rappresentazione di Levý rivela una certa somiglianza con la rappresentazione dei rapporti traduttivi a tre livelli di Gideon Toury. Il livello dei rapporti potenziali indica l’insieme dei possibili equivalenti traduttivi; è a questo livello, si potrebbe dire, che opera l’istruzione definizionale di Levý. Il resto del processo traduttivo, che porta infine a un paradigma di un solo membro, è governato da varie restrizioni tra le quali sono particolarmente rilevanti le norme traduttive. Abbiamo visto come Toury affermi che ha senso presupporre l’esistenza di norme solo in quelle situazioni che in teoria permettono più varianti di comportamento. È proprio il ruolo delle norme quello di fornire istruzioni riguardo al tipo di comportamento da preferire in determinate circostanze: le norme hanno, per definizione, carattere selettivo. Quindi, non sono del tutto diverse dall’istruzione selettiva di Levý in quanto le une e l’altra governano la selezione di un sottoinsieme a partire da insiemi più grandi di possibili traduzioni.
Ma non c’è alcun bisogno di insistere oltre il tollerabile sulla somiglianza fra le rappresentazioni di Levý e di Toury. Il solo scopo di questo confronto è di sottolineare la necessità di elaborare in questa disciplina una componente teorica a cui attribuire le seguenti funzioni: (i) l’ipotetica ricostruzione del paradigma contenente i diversi tipi di rapporto possibili tra prototesto e metatesto, dato un certo prototesto, e dell’insieme dei codici usati nel protosistema e nel metasistema; si tratta, cioè, di una ricerca di tutti i possibili tipi e gradi di equivalenza; (ii) l’ipotetica previsione dei modi in cui questa varietà di tipi di equivalenza prototesto-metatesto è in relazione ai vari tipi di norme traduttive e condizioni del sistema.
Vorrei sottolineare l’importanza di questo punto poiché vorrei che proprio su tale aspetto si concentri una futura correzione nell’ambito della traduttologia descrittiva. A causa del maggior rilievo conferito alle norme e all’esecuzione, questo approccio alla scienza della traduzione ha ampiamente trascurato la materia teorica di cui ho appena parlato, in particolare quella indicata al punto (i). Storicamente, questo relativo disinteresse per il livello teorico è del tutto comprensibile, come conseguenza, cioè, della consueta associazione della teoria della traduzione con gli approcci normativi, rivolti al prototesto, speculativi o strettamente linguistici le cui riduzioni erano state proprio d’incentivo al cambiamento di paradigma. Inoltre, l’impeto antitetico che stava dietro il cambiamento di paradigma ha avuto effetti molto positivi, soprattutto perché ha ristabilito un contatto tra lo studioso e i fatti empirici promuovendo lo studio degli effettivi rapporti prototesto-metatesto e dei concetti normativi che li governano. Ora, però, sembra che sia giunto il momento per la traduttologia descrittiva di superare il suo scetticismo rispetto alla teoria della traduzione e di riaprire o intensificare il dialogo con la linguistica, la semiotica, la filosofia del linguaggio, le varie discipline contrastive ecc. Uno dei compiti che deve affrontare è quello di riciclare il lavoro teorico fatto in precedenza in questo campo, gran parte del quale può rivelarsi di grande aiuto,
anzitutto per via di un lungo e tradizionale interesse per questioni di “equivalenza” versus “corrispondenza formale” […] Deve ancora liberarsi, comunque, dei pregiudizi prescrittivi insiti nella maggior parte degli approcci a tali questioni. L’elemento prescrittivo può infine trovare una sua collocazione nelle estensioni applicate di questa disciplina[30].

In effetti, parecchi segnali sia all’interno sia al di fuori della scienza descrittiva della traduzione indicano che questi futuri sviluppi sono già stati avviati. La mia analisi del problema specifico della traduzione del gioco di parole vuole essere un modesto contributo a questa tendenza. Si compone di due parti. Per prima cosa tratterò il problema teorico dei rapporti potenziali: quali sono le possibili tecniche di traduzione dei giochi di parole, ci sono restrizioni a queste possibilità? Tali argomenti sono affrontati nel terzo capitolo. Il modello provvisorio di competenza così ottenuto dovrebbe quindi permettermi di descrivere con maggior precisione come alcuni traduttori di Shakespeare abbiano, di fatto, superato i giochi di parole del prototesto e quali siano stati le norme e i modelli che hanno governato il loro comportamento. Il resoconto delle mie scoperte è nel capitolo quattro.
Ma prima di tutto è necessario un ulteriore capitolo introduttivo in cui indicherò esattamente quale gamma di fenomeni venga compresa nella definizione di gioco di parole.

La pubblicazione di questo testo nel sito avviene con il gentile permesso dell’autore e della casa editrice Rodopi. Per qualsiasi informazione circa l’acquisto del volume in inglese, rivolgersi a http://www.rodopi.nl/functions/search.asp?BookId=ATS+11.

[1] La distinzione tra cambiamenti traduttivi obbligatori e facoltativi, tema fondamentale nel lavoro di studiosi come Van den Broeck o Toury (vedi Vanderauwera 1985, p. 34-35), è un caso eclatante. Mentre i cambiamenti obbligatori, detti anche cambiamenti dettati dalle regole, vengono imposti al traduttore dalle particolari proprietà strutturali del metacodice, i cambiamenti facoltativi o dettati dalle norme sono dovuti a vincoli meno rigidi, come le preferenze personali, le convenzioni stilistiche, le norme traduttive e così via. I cambiamenti dettati dalle regole sono identificabili come categoria speciale in quanto caratterizzabili come alternativa alla copia omologica diretta, formale degli elementi linguistici del protocodice.
[2] Naturalmente gli omologhi sono sempre a portata di mano.
[3] Lefevere 1975, p. 100.
[4] Tytler 1978: 265
[5] Tradotto nella prima versione italiana del 1974 come Quando dire è fare, ed in maniera più letterale in una versione del 1987: Come fare cose con le parole.
[6] Nella traduzione italiana Einaudi «cofunzione». NdT
[7] Non bisogna tradurre parole, ma concetti, non sintagmi ma idee, non frasi ma dimostrazioni, argomentazioni, etc. (Pergnier, 1976)
[8] Tutte le citazioni provengono da testi sulla traduzione; non è ben chiaro se la distinzione tra questi tre tipi, che sono costrutti ad opera di teorici della traduzione, abbiano in realtà valore
[9] Il problema nel tradurre è il problema di rendere lo stesso significato con diversi mezzi linguistici, quindi non tanto «Come si dice questa o quella parola in questa lingua?» ma piuttosto «Nella stessa situazione, come verrebbe espresso lo stesso fatto o la stessa cosa in un’altra lingua?» (Coseriu, 1978)
[10] Ho avuto un po’ di problemi a tradurre questa frase. In particolar modo ho avuto problemi con la parola “claims”. Alla fine mi sono decisa per il significato dato dal Webster’s Collegiate Dictionary che dice: “An assertion open to challenge” e l’ho quindi tradotta con “affermazione”
[11] Le mie osservazioni sulle nrome sono perlopiù basate su Toury 1980 51-62; si veda anche Hermans 1991.

[1] (Cherry 1978, p.8)
[2] (es. Schmitz 1980)
[3] (es. Kurz 1976)
[4] (Lackoff & Johnson 1980)
[5] (Reddy 1979)
[6] (1982 : 62)
[7] (Hermans 1985 a : 120)
[8] (Ledere 1973: 25).
[9] (Jacques Derrida, citato in Van den Broeck 1988a: 272)
[10] (Wilss 1982: 137)
[11] (Levý 1967 : 1176; Toury 1980 : 13 : etc)
[12] (1980: 11-18)
[13] Toury 1980:13
[14] Vedi anche Toury 1980:13
[15] Levý 1967:1171
[16] Van den Broeck & Lefevere 1984: 77-82
[17] Catford 1965, p. 27.
[18] Nida e Taber 1962, p. 203.
[19] Guiraud 1975, p. 90.
[20] Fokkema 1985, p. 649.
[21] Per esempio 1976, p. 127-131.
[22] Culler 1976, p. 105.
[23] (Wertheimer 1974: 43)
[24] (Lambert 1983a).
[25] (Lotman 1976: 20).
[26] Levý 1969, p. 39.
[27] (Popovič 1970: 84)
[28] Van den Broeck 1984/1985: 132-134.
[29] Siskin 1987: 131-132.
[30] Toury 1985: 34-35.

Fare l’amore di questi tempi. La rubrica di Luca Fontana come esempio di traduzione interculturale ELENA DETTAMANTI Civica Scuola Interpreti Traduttori «Altiero Spinelli»

Fare l’amore di questi tempi. La rubrica di Luca Fontana come esempio di traduzione

interculturale

ELENA DETTAMANTI

Civica Scuola Interpreti e Traduttori via Alex Visconti, 18 20151 MILANO

Relatore Prof. Bruno OSIMO

Diploma in Scienze della Mediazione Linguistica ottobre 2006

© Elena Dettamanti 2006, per la tesi
© Editoriale Diario SpA 1998-2006, per gli articoli in appendice

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Fare l’amore di questi tempi.

La rubrica di Luca Fontana come esempio di traduzione interculturale. Elena Dettamanti

ABSTRACT IN ITALIANO

La tesi si basa su un lavoro di analisi della traduzione interculturale. Si è individuata nella rubrica Fare l’amore di questi tempi di Luca Fontana, pubblicata su Diario della settimana, una possibile fonte di materiale per una ricerca. Il lavoro si incentra su un’ipotesi: ogni singolo articolo di Luca Fontana è un esempio di traduzione interculturale. In ciascun articolo un elemento della cultura è stato individuato come prototesto, e uno o più elementi come metatesto. Una prima fase di analisi degli articoli ha evidenziato alcune variabili dei processi traduttivi: il numero dei metatesti, la connotazione di una delle culture come conformista o anticonformista e la connotazione di una delle culture come dominante o subordinata. Le variabili hanno permesso di delineare una tabella dei tipi di attualizzazione possibili. Ne sono risultati dodici prototipi di traduzione. Collocando gli articoli nei rispettivi prototipi, solo sei tipi di traduzione sono risultati effettivamente rappresentati dagli articoli di Fontana. Per ogni prototipo è stato analizzato in particolare un articolo che mostra le caratteristiche principali del tipo di traduzione interculturale a cui appartiene.

ENGLISH ABSTRACT
This thesis is based on the analysis of intercultural translation processe. Fare l’amore di questi tempi, Luca Fontana’s column published weekly on Diario della settimana, has been focused on as a source for research. This work is based on a hypothesis: Luca Fontana’s column is an example of intercultural translation process. In every article a cultural element has been identified as a prototext, and one or more elements as metatexts. The first step of analysis of the articles has pointed out some variables in translation processes: the number of metatexts, the connotation of one of the cultures as conformist or non-conformist and the connotation of one of the cultures as dominant or subordinate. These variables allowed to draw a table of the possible actualizations of the prototexts. This resulted in twelve possible types of translation. By assigning Luca Fontana’s articles to the single types of translation, only six types were actually represented by Luca Fontana’s articles. For every type of translation, one article has been analyzed in detail to demonstrate the main features of the type of translation to which it belongs.

RESUME EN FRANÇAIS

Cette thèse se fonde sur un travail d’analyse de la traduction interculturelle. La rubrique de Luca Fontana, Fare l’amore di questi tempi, publiée régulièrement dans l’hebdomadaire Diario della settimana, a été choisie comme source de recherche. Ce travail se base sur une hypothèse: chaque article de Luca Fontana est un exemple de traduction interculturelle. Dans chacun d’eux un élément de la culture a été choisi comme prototexte, et un ou plusieurs éléments comme métatextes. Une première phase de l’analyse des articles a mis en évidence certaines variables des processus de traduction: le nombre des métatextes, la connotation d’une des cultures comme conformiste ou anticonformiste ainsi que la connotation d’une des cultures comme dominante ou subordonnée. Ces variables ont permis de rédiger un tableau des types de traduction possibles. Le résultat a été la détermination de douze types de traduction possibles. En classant les articles de Luca Fontana dans les types de traduction appropriés, seuls six types de traduction ont été reconnus comme étant effectivement représentés par les articles de Luca Fontana. Pour chaque type un article a été analysé en détail afin d’expliquer les caractéristiques principales du type de traduction dont cet article fait partie.

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Sommario

  1. 0  Premessa ………………………………………………………………………………. 50.1 Descrizione del materiale …………………………………………………… 5 0.2 Premessa terminologica……………………………………………………… 5
  2. 1  Primo capitolo – La traduzione della cultura………………………….. 71.1 La traduzione culturale ………………………………………………………. 7 1.1.1 Il concetto di cultura ……………………………………………………… 7 1.1.2 La traduzione intraculturale……………………………………………. 8 1.1.3 La traduzione interculturale………………………………………….. 101.2 La tipologia traduttiva ……………………………………………………… 11 1.2.1 Prototipo di traduzione n ̊4 …………………………………………… 13 1.2.2 Prototipo di traduzione n ̊5 …………………………………………… 13 1.2.3 Prototipo di traduzione n ̊6 …………………………………………… 13 1.2.4 Prototipo di traduzione n ̊8 …………………………………………… 14 1.2.5 Prototipo di traduzione n ̊9 …………………………………………… 14 1.2.6 Prototipo di traduzione n ̊12 …………………………………………. 15

    1.3 La semiosi………………………………………………………………………. 15 1.3.1 La traduzione come passaggio da segno a oggetto…………… 16 1.4 L’abduzione ……………………………………………………………………. 17 1.5 Il ruolo di Luca Fontana nella traduzione interculturale ……….. 17 1.5.1 Luca Fontana come espressione della cultura di confine ….. 18 1.6 Il lettore modello …………………………………………………………….. 18

  3. 2  Secondo capitolo – Analisi dei testi……………………………………….. 202.0 Materiale empirico…………………………………………………………… 20 2.1 Le donne di Shakespeare ………………………………………………….. 20 2.2 Francia o Spagna?……………………………………………………………. 23 2.3 La filosofia di mammà……………………………………………………… 26 2.4 Due culture a confronto ……………………………………………………. 292.4.1 La veste profumata ……………………………………………………… 29

    2.4.2 Il piacere comprato ……………………………………………………… 32 2.5 La soluzione del mistero…………………………………………………… 35 2.6 I fustigatori inglesi…………………………………………………………… 38

  4. 3  Appendice – I testi di Luca Fontana……………………………………… 41
  5. 4  Riferimenti bibliografici ……………………………………………………… 73

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Elenco delle illustrazioni

  1. Le donne di Shakespeare 20
  2. Francia o Spagna? 23
  3. La filosofia di mammà 26
  4. La veste profumata 29
  5. Il piacere comprato 32
  6. La soluzione del mistero 35
  7. I fustigatori inglesi 38
  8. I leoni di Almodovar 40
  9. Lacrime per Falstaff 41
  10. Bessie senza una lira 42
  11. Repressione eufemistica 43
  12. Tutti nerovestiti 44
  13. Susanna e i vecchioni 45
  14. Borse di fuga triennali 46
  15. La musa al ritorno 47
  16. Giocate un po’ di più 48
  17. Medea (molto) britannica 49
  18. Contro la guerra 50
  19. Il diritto alla compagnia 51
  20. Boschi ombrosi e rovine 52
  21. Uno schianto di prof 53
  22. A bocca aperta 54
  23. Il buon samaritano 55
  24. Eurostar senza desideri 56
  25. Eroica castità 57
  26. Ai romani piaceva la… 58
  27. Sogni di guerra 59
  28. Le visite notturne 60
  29. Il corpo smembrato 61
  30. I dolori delle donne 62
  31. Lussuria e bon ton 63
  32. L’onesto Jago 64
  33. In stato di quiete 65
  34. L’eterna estate di Monicelli 66
  35. Eva, Adolfo e Heidi 67
  36. Medea in villetta 68
  37. Cartulina ‘e Napule 69
  38. Disprezzata regina 70
  39. La famiglia naturale 71
  40. La maledizione di Diana 72

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0.1 Descrizione del materiale

Premessa

Questa tesi si basa su un lavoro di ricerca che ha lo scopo di identificare, tra le innumerevoli forme di comunicazione, un esempio di traduzione interculturale e in seguito di svolgere un’analisi per individuare tutti gli elementi che rendono il mio materiale una traduzione interculturale a tutti gli effetti. Fenomeno che non è lampante se non a chi studia la traduzione come scienza in tutte le sue forme.

Per svolgere la tesi, è stata individuata una rubrica che sembrava significativa e adatta allo scopo. Si tratta di Fare l’amore di questi tempi di Luca Fontana del Diario della settimana, rivista settimanale che si occupa di attualità. La rubrica in questione appare nel settimanale a partire dal 1998. All’inizio non è una rubrica fissa e non compare tutte le settimane, ma negli ultimi anni si è imposta come imperdibile appuntamento del settimanale. Gli argomenti presentati nella rubrica spaziano, dall’amore alla politica, dalla musica al teatro, ma una costante rimane sempre la vena ironica dell’autore.

La prima fase del lavoro è stata di ricerca. Ho raccolto un campionario di 40 articoli dal 1998 al 2006. Nella seconda fase, quella pratica, ho svolto un lavoro di analisi. Ho stabilito le varianti che caratterizzano i vari processi traduttivi che si producono negli articoli, arrivando all’individuazione di 12 tipi di traduzione. Ho pertanto potuto collocare gli articoli nel loro gruppo di prototipo di traduzione.

Nella terza fase, che corrisponde al secondo capitolo della tesi, ho schematizzato e analizzato un articolo per ogni tipo di processo traduttivo.

0.2 Premessa terminologica

Prima di presentare la prima parte teorica, e per rendere chiara la seconda parte pratica, credo che sia utile fare un’introduzione sulla terminologia presente nella tesi.

Nella seconda parte, quella pratica, il lavoro comprende l’elaborazione degli articoli attraverso

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schemi che esplicano i passaggi traduttivi che percorre l’autore della rubrica, Luca Fontana, nella sua riflessione sulla società italiana, a volte consapevolmente altre volte inconsapevolmente, e i miei passaggi traduttivi che avvengono durante la mia analisi. Negli schemi compaiono termini propri del linguaggio della scienza della traduzione, come «prototesto» e «metatesto».

Questi due termini fanno ormai parte della traduttologia e sono alla base del concetto di «traduzione». Sono stati introdotti da Popovič (1975).

Con il termine «prototesto» si definisce il testo dal quale parte la traduzione. È insomma il testo d’origine. In una traduzione interlinguistica, da una lingua A a una lingua B, è il testo esposto nella lingua A. Il prototesto può non indicare solamente un testo scritto, come si pensa spesso quando si parla di traduzione. Il prototesto può essere un testo non verbale, ma indica comunque il punto da cui parte il processo traduttivo.

Il prototesto è soggetto della continuità intertestuale (Popovič 1975) e va considerato solamente in relazione alla sua potenzialità di generare un processo traduttivo. Non può essere studiato come elemento concluso e indipendente.

Con il termine «metatesto» si indica il testo prodotto a conclusione del processo traduttivo. Seguendo l’esempio precedente, se parliamo di traduzione da una lingua A a una lingua B, il metatesto è il testo nella lingua B. Come nel caso del prototesto, il metatesto può non essere un testo verbale. È comunque il punto di arrivo di una traduzione.

Il metatesto implica nella sua definizione l’esistenza di un prototesto, che però non potrà mai riprodurre in modo completo. Infatti non esiste una vera e propria equivalenza tra metatesto e prototesto.

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Primo capitolo – La traduzione della cultura

1.1 La traduzione culturale

Uno dei campi verso i quali l’approccio semiotico ha allargato il concetto di «traduzione» è quello culturale. Per «traduzione culturale» s’intende un processo nel quale, a prescindere da eventuali cambiamenti interlinguistici, si passa da una cultura a un’altra, ossia si modificano i riferimenti dati per scontati, il cosiddetto «implicito culturale».

1.1.1 Il concetto di cultura

Per svolgere una tesi sulla traduzione è doveroso introdurre il concetto stesso di «traduzione». Per «traduzione» si intende qualsiasi processo che trasformi un testo (testo che non deve essere considerato necessariamente come testo verbale) in un altro testo. Questa definizione di «traduzione» evidentemente non limita il processo alla trasformazione di un testo da una lingua verso un’altra lingua. Esso permette quindi di allargare questo concetto ad altre forme: possono essere così ritenute delle traduzioni ad esempio la scrittura e la lettura.

Se si considera questa definizione più ampia di «traduzione», si capisce come la distinzione tra traduzione interculturale e intraculturale sia più difficile del previsto. Per «traduzione interculturale» si è sempre intesa una traduzione da una lingua A a una lingua B e per «traduzione intraculturale» a una traduzione all’interno della stessa lingua. Se però si fa una distinzione tra traduzione interlinguistica e intralinguistica si capisce come vi sia una netta differenza con i concetti di traduzione interculturale e intraculturale.

Si delinea così una netta distinzione tra lingua e cultura. Anche se non bisogna confondere questi due concetti, non si deve pensare che essi non siano in relazione tra loro. Il concetto di cultura è molto più ampio rispetto a quello di lingua che può essere considerato un suo sottoinsieme. La lingua è uno degli elementi che formano la cultura di un individuo o di una società e che permette di differenziarla da altre culture.

Considerando la lingua come sottoinsieme della cultura è ora più facile pensare che il concetto di cultura non possa più essere limitato a una distinzione tra due lingue. La parola «cultura» racchiude un significato molto più ampio: «una cultura è un modo di percepire la realtà» (Osimo 2002). Se si pensa

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però che la realtà sia una cosa oggettiva, questo non deve trarre in inganno poiché la percezione è un fattore totalmente soggettivo. La propria esperienza, il contesto ambientale, sono tutti fattori che entrano in gioco quando ci si relaziona alla realtà. Questi cambiano continuamente da individuo a individuo e quello che per uno può essere scontato perché già entrato a far parte della sua esperienza per un altro può essere completamente nuovo. È così che si differenziano la parte esplicita e la parte implicita di un testo. Il non-detto può risultare facile da comprendere per un individuo che appartiene al contesto culturale in cui l’enunciato è prodotto, per un altro individuo estraneo a tale cultura la parte implicita può essere totalmente indecifrabile. È questo che rende ogni cultura unica e la differenzia dalle altre.

Riconoscere che la propria cultura è solo una delle possibili percezioni della realtà è un passo molto importante per l’accettazione del diverso. Vi sono due atteggiamenti possibili: l’«altrui nel proprio» e l’«appropriazione dell’altrui». Nel primo caso l’individuo riconosce la diversità tra le culture, è consapevole della soggettività della percezione ed è aperto a un continuo confronto con le altre culture. Nel secondo caso l’individuo guarda la realtà estranea attraverso i parametri della propria cultura per «omogeneizzare la diversità per farla apparire simile a ciò a cui si è abituati» (Osimo 2002).

La dinamica proprio/altrui è il concetto alla base della «semiosfera», concetto introdotto da Lotman. La «semiosfera» è il macrosistema delle culture. Ogni cultura è rappresentata da un sottoinsieme che si sovrappone parzialmente ad altri sottoinsiemi, cioè ad altre culture. Le culture interagiscono continuamente tra loro ed è per questo che il confine di ogni sottoinsieme non è mai netto. La «semiosfera» è sempre aperta a nuove trasformazioni poiché le relazioni tra le culture cambiano continuamente nel tempo e nello spazio.

L’universo delle culture visto in questo modo permette di mettere in luce la specificità di ogni cultura. La suddivisione di questo macrosistema può avvenire a più livelli: si può partire da sottoinsiemi più grandi come gli stati o i continenti fino ad arrivare ai singoli individui. Ogni individuo incarna così una cultura diversa.

Questo concetto di cultura più ampio ci permette di comprendere in modo più preciso la differenza tra «traduzione intraculturale» e «traduzione interculturale».

1.1.2 La traduzione intraculturale

La traduzione di un testo può avvenire all’interno di una stessa cultura o tra due culture diverse. Nel primo caso la traduzione si definisce «traduzione intraculturale».

Come esempio si può prendere una traduzione che avviene all’interno della cultura italiana. In questo caso la definizione di «cultura» avviene a livello di nazione e prende in considerazione i cittadini italiani. Ma se si considera il concetto di «cultura» più ampio descritto nel paragrafo

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precedente, si può pensare che una «traduzione intraculturale» avvenga per esempio all’interno di un gruppo di persone che non rappresentano per forza tutti i cittadini italiani ma solo una parte. In questo caso il concetto di cultura è più specifico.

Quando si parla di traduzione all’interno della stessa cultura, cioè quando la cultura emittente coincide con la cultura ricevente, non è detto che non insorgano problemi di traducibilità di un testo. La «traduzione intertestuale» avviene anche all’interno di una stessa cultura. Per «intertesto» si intende un testo che contiene citazioni, rimandi o allusioni a un altro testo. La difficoltà di decodifica degli intertesti è proporzionale all’implicitezza o esplicitezza della citazione, rimando o allusione. Vi sono tre parametri di decodifica. Il primo è legato all’implicitezza dell’esistenza dell’intertesto, cioè se vi sono dei segni grafici che indicano la presenza dell’intertesto. Ad esempio se esso è racchiuso nelle virgolette. Il secondo riguarda l’implicitezza della fonte dell’intertesto. A volte la fonte è chiaramente indicata dall’autore, in altri casi viene data per scontata. Il terzo parametro riguarda l’esplicitezza della funzione dell’intertesto. Anche quest’ultima può essere esplicita nella cultura dell’autore, in altri casi può risultare difficile capire il motivo di una citazione.

A seconda del grado di implicitezza/esplicitezza di un intertesto, cambia il grado di difficoltà di decodifica di un testo. Questo non è che uno dei problemi che insorgono durante una traduzione. Quando si affronta una traduzione culturale si relazionano tre culture: la cultura emittente (quella in cui nasce il prototesto), quella del traduttore (quella dove avviene la mediazione) e quella ricevente (quella in cui nasce il metatesto). Ogni testo è caratterizzato da una sua cultura che si distanzia dalle altre. La distanza culturale tra due testi può essere espressa sotto forma di coordinate che tengono conto della differenza, nei due testi, di questi elementi: le «coordinate cronotopiche» (Osimo 2001). La parola «cronotopo» significa «tempospazio» ed indica quindi le coordinate spazio-temporali di un testo, a cui si aggiungono le coordinate culturali.

Il fattore temporale incide enormemente sulla distanza tra culture, le quali acquisiscono o perdono elementi nel corso degli anni. Questo cambiamento è percepibile anche all’interno della stessa cultura.

L’aspetto geografico è un altro elemento che distanzia due culture. I toponimi locali sono dati per scontati all’interno della stessa cultura mentre in un’altra possono assumere persino significati diversi o devono essere resi espliciti.

Altro elemento è lo stile dell’autore che rende un testo più o meno marcato. In alcuni casi questa marcatezza può non essere riconosciuta dal traduttore, il quale vi sovrappone inconsciamente un suo stile; in altri casi il traduttore ritiene preferibile tralasciare la marcatezza per rendere il testo più accettabile nella cultura ricevente. In questo secondo caso il traduttore opera una manipolazione consapevole del testo.

Per evitare errori di traduzione o incomprensioni nell’analisi di un testo, è necessario introdurre il concetto di dominante. Essa viene definita come la componente intorno alla quale si focalizza il testo e che ne garantisce l’integrità. Anche se questa definizione sembra indicare un elemento ben distinto del testo, vi possono essere nel medesimo testo diverse dominanti con grado di importanza diverso. Si

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possono individuare in un testo due funzioni: la funzione informativa e la funzione estetica. La funzione informativa può riguardare ad esempio la cronologia degli eventi o il senso dell’opera. In alcuni casi può essere esplicita e comparire nel titolo dell’opera. La funzione estetica è legata al suono, allo stile dell’autore, del personaggio o alla sintassi.

Quando si resta all’interno di una stessa cultura, cioè quando la cultura dell’autore coincide con quella del lettore, è più facile riconoscere la dominante di un testo. Ciò nonostante possono insorgere incomprensioni e il lettore può fraintendere la dominante di un testo. Ad esempio, un romanzo storico può essere letto come un romanzo giallo anche se la dominante dell’autore era la ricostruzione storica di una determinata epoca.

Molti dei problemi legati alla traducibilità non riguardano soltanto la traduzione intraculturale, anzi essi aumentano quando si passa a una traduzione interculturale, cioè quando la cultura dell’autore non coincide più con quella del lettore.

1.1.3 La traduzione interculturale

Con il termine «traduzione interculturale» si definisce una traduzione in cui il traduttore attua una mediazione tra due culture distinte. L’autore e il lettore appartengono a due culture diverse.

Nel caso della traduzione interculturale i problemi legati alla traducibilità di un testo aumentano. I problemi già anticipati nel paragrafo precedente riguardano anche la traduzione interculturale. Le distanze tra le coordinate cronotopiche risultano accentuate quando si passa da una cultura a un’altra. Inoltre la dominante è tanto più difficile da trasmettere alla cultura ricevente se quest’ultima si differenzia dalla cultura emittente.

Un problema cruciale della traduzione interculturale è la differenza di specializzazione di una cultura rispetto a un’altra. Ogni cultura risulta più specifica in alcuni campi rispetto a un’altra cultura. Un esempio significativo è quello della neve tratto da Whorf: nella cultura eschimese il campo semantico di «neve» è molto più dettagliato rispetto per esempio a quello italiano. Il semplice verbo «nevicare» non esiste in questa cultura. Esistono dei termini più specifici per differenziare i tipi di nevicate: ad esempio «cade neve ghiacciata che non fa presa sul terreno».

La specificità non riguarda soltanto il campo semantico ma per esempio anche quello grammaticale. Il russo e l’italiano si differenziano per l’utilizzo o meno dell’articolo. L’inglese e l’italiano ne prevedono un utilizzo diverso.

Nel passare da una cultura più specificante a una meno specificante vi è il rischio di tralasciare un significato importante di una parola o di un determinato aspetto di quella cultura. Si genererebbe in questo modo un residuo traduttivo. Allo stesso tempo, nel passaggio da una cultura meno specificante a una più specificante si può cadere nell’eccesso di ridondanza.

Quando ci si trova davanti a due culture diverse è ancora più evidente l’inesistenza di una traduzione perfetta. Aspirare all’equivalenza è totalmente impensabile trovandosi di fronte alle

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differenze culturali di un testo. In questo caso il traduttore deve scegliere tra due approcci introdotti dallo scienziato della traduzione Toury: quello dell’adeguatezza e quello dell’accettabilità.

I concetti di cultura altrui nella propria e di appropriazione della cultura altrui, già introdotti nel paragrafo 1.1.1, sono fondamentali per distinguere i due approcci.

Tra il prototesto e il metatesto intercorre la distanza cronotopica che in un caso può essere percorsa dal lettore che si avvicina così alla cultura altrui, nell’altro caso è il prototesto che grazie al traduttore si avvicina al lettore. Nel primo caso si parla di «traduzione adeguata». Il prototesto viene conservato ed è compito del lettore fare uno sforzo per percorrere la distanza cronotopica ed avvicinarsi alla cultura emittente. In questo caso la lettura risulta più complicata poiché ricca di esotismi e realia, ma allo stesso tempo arricchisce maggiormente il lettore.

Nel caso della traduzione accettabile avviene il contrario. Il metatesto conserva pochissime caratteristiche del prototesto. In questo caso è il prototesto che tramite la mediazione del traduttore viene avvicinato al lettore. La lettura risulta più facile, gli esotismi e gli elementi di straniamento culturale vengono tradotti nella cultura ricevente per facilitare la comprensione del lettore. È il traduttore che percorre la distanza cronotopica tra il prototesto e il metatesto. I realia della cultura emittente vengono tradotti con realia della cultura ricevente o standardizzati.

Non è sempre il traduttore che decide quale approccio scegliere. In alcuni casi è la stessa cultura a decidere: vi possono essere infatti fattori di tipo politico, la presenza o meno di una cultura dominante o in altri casi la cultura editoriale che predilige un determinato approccio.

1.2 La tipologia traduttiva

Ciascun articolo di Luca Fontana è un esempio di traduzione. Come ogni traduzione presenta due elementi fondamentali: prototesto e metatesto. Per individuare quale sia il tipo di traduzione a cui ci si trova di fronte, si deve verificare se questi due elementi, prototesto e metatesto, nascono nella stessa cultura o appartengono a due culture diverse, se ci si trova cioè di fronte a una traduzione intraculturale o a una traduzione interculturale. La scelta dell’uno o dell’altro tipo di traduzione dipende dal punto di vista con cui si analizzano i testi.

Un’analisi degli articoli di Luca Fontana potrebbe considerare i testi come appartenenti alla sfera della cultura italiana, ad esempio. In questo caso si considererebbero prototesto e metatesto come appartenenti alla stessa sfera culturale. Ci si troverebbe di fronte a una traduzione intraculturale.

Quello che però interessa maggiormente degli scritti di Fontana è l’analisi della società; società che appare varia, molteplice e soggetta a molte interpretazioni. Lo stesso vale per la cultura, il quale concetto è più allargato, come presentato nel paragrafo 1.1.1. «Ognuno ha un proprio linguaggio interno, una propria cultura che è anche una lettura soggettiva della realtà» (Osimo 2002). Ne deriva che il sistema culturale di riferimento può di volta in volta inglobare un solo individuo, un gruppo di persone, una nazione intera. Come afferma Lotman,

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in base alle limitazioni che il ricercatore impone al suo materiale di studio, si può parlare di cultura pan-umana in generale, della cultura di questa o quell’area geografica oppure di questa o quell’epoca, della cultura, infine, di questa o quella comunità variabile nelle sue dimensioni ecc. (Lotman, 1973: 44).

Seguendo questa definizione, ciascun articolo di Luca Fontana è una traduzione interculturale in cui il prototesto e il/i metatesto/i appartengono a due culture diverse. Cultura emittente e cultura ricevente non coincidono. Sotto questo aspetto i problemi legati alla traducibilità aumentano se si considera che molti elementi impliciti per la cultura emittente possono non esserlo per la cultura ricevente.

Dopo aver individuato il tipo di traduzione, si passa all’analisi dei processi traduttivi. La relazione tra prototesto e metatesto/i cambia. Non si è sempre di fronte allo stesso tipo di traduzione. Ciò nonostante vi sono degli elementi costanti che accomunano i vari prototipi. In ogni tipo compaiono un prototesto (P), un metatesto o più metatesti (M) e il ruolo che svolge la cultura (C). Il numero dei metatesti varia a seconda del tipo di traduzione: ci può essere un solo metatesto, due metatesti (M1 e M2) o un numero di metatesti superiore a 2 (M3, M4…). Il metatesto non è l’unico elemento variabile. La cultura cambia a seconda della sua connotazione. Una cultura può essere conformista o anticonformista, oppure avere un ruolo di cultura dominante o subordinata.

Le variabili sono quindi tre: il numero dei metatesti, la connotazione di una delle culture come conformista o anticonformista, la connotazione di una delle culture come dominante o subordinata. Considerando queste variabili le combinazioni possibili sono dodici. La tabella sottostante illustra tutte le dodici combinazioni:

tipi di attualizzazione possibili

numero dei metatesti

connotazione di una delle culture come conformista o anticonformista

connotazione di una delle culture come dominante o subordinata

1

1

sì

no

2

1

sì

sì

3

1

no

sì

4

1

no

no

5

2

sì

no

6

2

sì

sì

7

2

no

sì

8

2

no

no

9

3 o più

sì

no

10

3 o più

sì

sì

11

3 o più

no

sì

12

3 o più

no

no

La tabella mostra tutte le dodici combinazioni, ma il campionario degli articoli di Fontana analizzato non soddisfa tutti e dodici i tipi di attualizzazione possibili. Gli articoli ricoprono sei dei dodici tipi di traduzione possibili e specificatamente i numeri 4, 5, 6, 8, 9 e 12.

Di seguito verranno illustrati i sei prototipi di traduzione con il rispettivo elenco degli articoli che ne fanno parte. Tutti gli articoli possono essere consultati in appendice.

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1.2.1 Prototipo di traduzione n ̊4

Il tipo di traduzione n ̊4 presenta un solo metatesto. Questo significa che dal prototesto parte un solo processo traduttivo.

Non è presente nessuna contrapposizione tra cultura conformista o anticonformista quindi nessuna delle culture è connotata in modo conformista o anticonformista. Le culture del metatesto vanno considerate in modo generico; culture diverse che si relazionano.

Inoltre non esiste una connotazione di una delle culture come dominante o subordinata, le due culture sono sullo stesso piano e hanno la stessa importanza.

Nel caso specifico degli articoli di Fontana facenti parte di questo prototipo di traduzione, nel metatesto l’autore colloca due visioni del prototesto: una in chiave storica, l’altra in chiave moderna. Poiché dal prototesto nasce un solo metatesto, la visione nelle due letture rimane la stessa nonostante la distanza temporale tra le due culture.

Gli articoli che fanno parte di questo tipo di traduzione sono: I leoni di Almodovar, Le donne di Shakespeare, Lacrime per Falstaff, Bessie senza una lira.

1.2.2 Prototipo di traduzione n ̊5

Nel prototipo n ̊5 dal prototesto si generano due processi traduttivi: i metatesti sono pertanto due.

In questo caso esiste una vera e propria contrapposizione tra le culture dei due metatesti. Una cultura è connotata come conformista, l’altra come anticonformista. Nel caso specifico degli articoli di Fontana, il M1 rappresenta la cultura conformista e il M2 la cultura anticonformista.

La contrapposizione, tuttavia, avviene alla pari. Fontana mette in contrasto le due culture, ma nessuna delle due prevale sull’altra. Non vi è quindi una connotazione di una delle culture come dominante o subordinata.

Gli articoli che fanno parte di questo tipo di traduzione sono: Repressione eufemistica, Tutti nerovestiti, Susanna e i vecchioni, Francia o Spagna?.

1.2.3 Prototipo di traduzione n ̊6

In questo tipo di traduzione, dal prototesto si generano due metatesti. I processi traduttivi che nascono dal prototesto sono pertanto due.

Come nel prototipo precedente, vi è la connotazione di una delle culture come conformista o anticonformista. Il primo metatesto rappresenta la cultura conformista e il secondo metatesto la cultura anticonformista.

A differenza del prototipo di traduzione precedente, in questo caso la cultura anticonformista tenta una “ribellione” o un coinvolgimento della cultura conformista verso una visione nuova della realtà. Il

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risultato però è nullo poiché la cultura conformista del M1 prevale sulla cultura anticonformista del M2. Vi è quindi una connotazione di una delle culture come dominante o subordinata.

Gli articoli che fanno parte di questo tipo di traduzione sono: La filosofia di mammà, Borse di fuga triennali, La musa al ritorno.

1.2.4 Prototipo di traduzione n ̊8

In questo tipo di traduzione sono raggruppati la maggior parte degli articoli di Fontana. Infatti una buona parte degli articoli presenta due metatesti e le culture contrapposte vanno considerate in senso generale. Nessuna delle culture è connotata come cultura conformista o anticonformista o come cultura dominante o subordinata.

Poiché gli articoli facenti parte di questo tipo di traduzione sono numerosi, la relazione tra la cultura del M1 e la cultura del M2 varia a seconda dei casi. In alcuni articoli le due culture si limitano a esprimere una loro opinione sul prototesto. In altri casi dal prototesto nascono due fazioni: i sostenitori e gli oppositori. In altri articoli i due metatesti rappresentano due aspetti del prototesto. Ad esempio, nell’articolo Cartulina ’e Napule dal prototesto «Napoli» nascono due metatesti di cui il primo rappresenta la Napoli povera e il secondo la Napoli ricca. Nel loro insieme i due aspetti permettono di delineare una visione completa del prototesto.

Un ultimo caso è la contrapposizione tra due culture appartenenti a mondi completamente diversi. Ad esempio, nell’articolo La veste profumata si contrappongono la cultura marocchina e la cultura italiana.

Nonostante queste peculiarità che contraddistinguono ogni caso, nessuna cultura in tutti gli articoli appartenenti a questo tipo di traduzione prevale sull’altra. È Fontana in un secondo tempo che svolge un’analisi comparativa tra il primo metatesto e il secondo metatesto evidenziando similitudini e differenze.

Gli articoli che fanno parte di questo tipo di traduzione sono: Giocate un po’ di più, Medea (molto) britannica, Contro la guerra, Il diritto alla compagnia, Boschi ombrosi e rovine, Uno schianto di prof, A bocca aperta, La veste profumata, IL buon samaritano, Eurostar senza desideri, Il piacere comprato, Eroica castità, Ai romani piaceva la…, sogni di guerra, Le visite notturne, Il corpo smembrato, I dolori delle donne, Lussuria e bon ton, L’onesto Jago, In stato di quiete, L’eterna estate di Monicelli, Eva, Adolfo e Heidi, Medea in villetta, Cartulina ‘e Napule, Disprezzata regina.

1.2.5 Prototipo di traduzione n ̊9

In questo tipo di traduzione dal prototesto partono più di due processi traduttivi. Nel caso specifico dei due articoli di Luca Fontana che fanno parte di questo gruppo, i metatesti sono quattro.

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Le culture che si contrappongono sono connotate in modo conformista o anticonformista in quanto alcuni metatesti sono espressione di una visione moderna della società, mentre altri metatesti ne rappresentano una visione conservatrice.

In questi articoli però non vi è il prevalere di una cultura sull’altra, nessuna cultura è connotata come dominante o subordinata.

Gli articoli che fanno parte di questo tipo di traduzione sono: La famiglia naturale, La soluzione del mistero.

1.2.6 Prototipo di traduzione n ̊12

Come nel prototipo precedente, i processi traduttivi che partono dal prototesto sono più di due. Di questo gruppo fanno parte due articoli e, nei due casi specifici, nell’articolo I fustigatori inglesi i metatesti sono tre mentre nell’articolo La maledizione di Diana i metatesti sono quattro.

A differenza del gruppo precedente, nessuna cultura è connotata come conformista o anticonformista. Le culture dei metatesti vanno considerate in senso generico, esprimono la loro opinione sul prototesto. Ad esempio nel caso dell’articolo I fustigatori inglesi vi sono delle fazioni contrapposte: quelle dei sostenitori e quelle degli oppositori.

Inoltre nessuna cultura è connotata come dominante o subordinata. Non vi sono culture che prevalgono sulle altre.

Gli articoli che fanno parte di questo tipo di traduzione sono: I fustigatori inglesi, La maledizione di Diana.

1.3 La semiosi

Il concetto di «semiosi» è stato introdotto dal filosofo statunitense Charles Sanders Peirce, fondatore della semiotica, scienza della significazione. Secondo Peirce ciascun atto semiotico comprende tre elementi: un segno, un oggetto e un interpretante. Secondo la definizione di Peirce:

a sign stands for something to the idea which it produces, or modifies. Or, it is a vehicle conveying into the mind something from without. That for which it stands is called its object; that which it conveys, its meaning; and the idea to which it gives rise, its interpretant (Peirce 7, 6, 89).

Con il termine «segno» si indica pertanto qualsiasi cosa che possa essere percepita, conosciuta. Il segno esiste in correlazione all’oggetto a cui esso rimanda. L’«oggetto» al contrario esiste a prescindere dal segno e può essere percepibile o immaginabile.

Per far si che un segno svolga la sua funzione effettiva di segno, deve entrare in relazione con un oggetto e produrre nella persona una rappresentazione mentale, l’interpretante, che metta in relazione quel segno con quell’oggetto. Si realizza così il processo interpretativo definito da Peirce «semiosi». Ogni atto semiotico implica l’esistenza di un interpretante. Poiché ogni interpretante è una rappresentazione mentale, psichica, la semiosi è un processo interpretativo soggettivo. Esso cambia da

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individuo a individuo. Ogni individuo carica di affettività in modo diverso l’interpretazione di un segno ed è per questo che lo stesso segno può essere percepito in maniera distinta da due persone che lo connotano col loro contesto culturale e con le loro esperienze personali.

La relazione tra segno e oggetto non cambia solo nello spazio ma anche nel tempo. Nel corso degli anni lo stesso segno può essere percepito in modo diverso dalla stessa persona.

La semiosi è un processo interpretativo che avviene a livello mentale. Può essere consapevole o meno. Prima di Kant1, si riteneva che fosse possibile un atto percettivo non soggettivo, una semplice registrazione di dati. Con l’apporto degli studi di Kant questa teoria è stata smantellata. Ogni atto percettivo è – volenti o nolenti – un atto di giudizio. Ogni atto semiotico si esprime con il linguaggio interno.

Con il concetto di «linguaggio interno» ci si riferisce a quelle proiezioni mentali, ai pensieri che nascono nella mente di ogni individuo ogni qual volta si attua una relazione tra segno e oggetto, ogni volta che si attua un processo semiotico. Il linguaggio interno non si esprime con segni verbali e perciò ogni qualvolta si vuole esprimere un pensiero lo si deve tradurre in segno verbale per poterlo comunicare agli altri.

1.3.1 La traduzione come passaggio da segno a oggetto

Ogni atto semiotico è un atto interpretativo. Lo è per esempio la lettura, la quale rappresenta la prima fase di una traduzione. L’analisi del prototesto è una parte fondamentale dell’atto traduttivo. Nel momento in cui si crea una relazione tra segno e oggetto si verifica il primo passo per comprendere un testo.

Il processo interpretativo semiotico è un processo continuo. Man mano che si procede con la lettura del testo, ogni nuovo segno apporta delle conoscenze maggiori e il lettore crea delle ipotesi interpretative che di volta in volta dovrà controllare alla luce dei segni successivi. Si genera un ciclo illimitato chiamato «circolo ermeneutico» il quale ha alla base il ragionamento logico definito da Peirce «abduzione»2.

Anche la traduzione implica un processo semiotico. Il traduttore, ogni volta che affronta un testo da tradurre, ha davanti un segno del prototesto che genera un primo triangolo semiotico del prototesto. Il traduttore, partendo dal segno del prototesto, sceglie il segno del metatesto il quale a sua volta genera un secondo triangolo semiotico del metatesto. Poiché non vi è un oggetto al centro della traduzione ma un segno che come già specificato nel paragrafo precedente deriva da una percezione soggettiva, l’oggetto del metatesto potenzialmente potrebbe essere diverso da quello del prototesto.

1 Studi esposti da Kant nella Critica della ragion pura (1787). 2 Si veda paragrafo 1.4

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1.4 L’abduzione

Il concetto di «abduzione» è stato introdotto da Charles Sanders Peirce e si affianca ai due tradizionali ragionamenti logici: la deduzione (il procedimento analitico) e l’induzione (il procedimento sintetico). La deduzione è il ragionamento logico con il minor tasso di creatività e la maggiore certezza della veridicità della conclusione. Aristotele aveva spiegato questo sillogismo utilizzando i termini di premessa maggiore (tutti gli uomini sono mortali3), premessa minore (Socrate è un uomo) e conclusione (Socrate è mortale). Peirce utilizza un altro linguaggio e un altro esempio. Con la deduzione ci si trova davanti a una regola (all the beans from this bag are white, Peirce 3, 5, 1), a un caso specifico (these beans are from this bag, Peirce 3, 5, 1, 623) e si arriva a un risultato (these beans are white, Peirce 3, 5, 1, 623). Quello che si ottiene è sicuramente un dato oggettivo e sicuro, ma questo non porta ad ampliare le proprie conoscenze. Quando ci si trova davanti a un testo non è il processo deduttivo che entra in azione poiché è vero che si è a conoscenza di alcune regole, ad esempio stilistiche o grammaticali, ma non si conoscono i casi antecedenti.

L’altro processo logico, l’induzione, è stato spiegato dagli empiristi. Rispetto alla deduzione ha un grado di creatività maggiore ma un grado di certezza minore. Gli empiristi definivano l’induzione come il processo che attraverso una prima premessa minore (la matita cade4) e una seconda premessa minore (il libro cade) generava una conclusione (tutti i corpi cadono). Secondo la sua terminologia, Peirce definisce l’induzione il sillogismo che attraverso un caso specifico (these beans are from this bag, Peirce 3, 5, 1, 623) e un risultato (these beans are white Peirce 3, 5, 1, 623) genera una regola (all the beans from this bag are white Peirce, 3, 5, 1, 623). Secondo l’induzione ciò che nasce è una regola, ma ogni volta che si analizza un testo non si producono regole ma casi specifici.

Poiché anche attraverso l’induzione non si arriva a una conclusione abbastanza creativa, Peirce sostiene che il procedimento logico che si adotta ogni volta che si affronta un testo è l’abduzione. Nell’abduzione si parte da una regola (all the beans from this bag are white, Peirce 3, 5, 1, 623) e da un risultato (these beans are white Peirce 3, 5, 1, 623) e si arriva a un caso specifico (these beans are from this bag, Peirce 3, 5, 1, 623). In questo caso la certezza della conclusione è basso, ma il tasso di creatività è maggiore rispetto sia alla deduzione sia all’induzione. Se la congettura finale sia vera o falsa lo si scopre mano a mano che si avanza nella lettura di un testo ed è questa continua ricerca che appassiona il lettore e lo rende partecipe.

1.5 Il ruolo di Luca Fontana nella traduzione interculturale

Nel suo lavoro di giornalista Luca Fontana attua un’analisi della società. Prende spunto da episodi di vita quotidiana, da articoli, da discorsi o interviste di personaggi celebri, da canzoni o opere letterarie per dipingere in chiave ironica la società. Per la sua analisi attinge dalle sue esperienze

3 Sono qui citati gli esempi usati da Aristotele per spiegare la deduzione. 4 Sono qui citati gli esempi usati dagli empiristi per spiegare l’induzione.

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personali e immerge il lettore in un contesto culturale ricco e vario. Per avvicinare il lettore al mondo da lui descritto, Fontana diventa un mediatore culturale, un vero e proprio traduttore. Infatti fa da tramite tra la cultura del prototesto e la cultura del metatesto.

Nella maggior parte degli articoli la traduzione non è una sola, da un prototesto nascono due o più metatesti. Luca Fontana ha così un secondo compito: fare da mediatore tra le culture dei metatesti. Attraverso un procedimento abduttivo spiega le differenze tra le culture dei metatesti, ne delinea le similitudini e i punti di incontro e trae le sue conclusioni. Conclusioni che sono sì soggettive, poiché la soggettività è una delle caratteristiche essenziali del processo abduttivo, ma che lasciano ampio spazio alla riflessione personale del lettore.

1.5.1 Luca Fontana come espressione della cultura di confine

Nel momento in cui Fontana si trova a dover attuare una mediazione tra le culture dei metatesti, si trova a metà tra due culture diverse. È espressione della cosiddetta «cultura di confine», concetto introdotto da Lotman.

Ogni cultura è rappresentata, all’interno della semiosfera, come un insieme. Naturalmente i diversi insiemi delle culture non sono uno staccato dall’altro. Ogni cultura si trova costantemente in contatto con le altre culture, ne viene influenzata e attinge dal diverso per potersi evolvere. Ne deriva che i sistemi delle culture si toccano, dando luogo a “membrane” di confine. Fontana nella sua analisi comparativa si trova proprio al confine tra le due culture, nella posizione della membrana tra le culture che mette in relazione.

Il concetto di confine all’interno della semiosfera riveste una ruolo molto importante e

non è un concetto astratto, ma un’importante posizione funzionale e strutturale, che determina la natura del suo meccanismo semiotico. Il confine è un meccanismo bilingue, che traduce le comunicazioni esterne nel linguaggio interno della semiosfera e viceversa. Solo col suo aiuto la semiosfera può così realizzare contatti con lo spazio extrasistematico o non semiotico. (Lotman 1985, 60).

1.6 Il lettore modello

Ogni testo viene scritto da un autore per un certo tipo di pubblico; l’autore si immagina un lettore modello che legga il suo testo e che comprenda la sua strategia. L’autore farà quindi delle scelte che si adattano al lettore modello che ha in mente, ad esempio se il narratore è in prima persona o in terza persona, uno stile invece che un altro. L’autore richiede in questo modo al lettore una collaborazione. Il lettore deve accettare le regole che gli impone il testo. Se il lettore legge un racconto di fantascienza non può esigere che tutto quello che viene riportato nel testo sia vero. Il lettore empirico, quello reale, deve rispettare quindi la cooperazione testuale impostagli da quel tipo testo.

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In alcuni casi la cooperazione testuale può venire meno. Il lettore modello non coincide con il lettore empirico. Il lettore empirico può aver frainteso alcuni aspetti del testo o non aver compreso appieno la figura dell’autore modello, cioè l’immagine che l’autore empirico vuole dare del narratore. «Il successo di un testo dipende dalla capacità dell’autore empirico di elaborare una strategia testuale adatta a un numero elevato di lettori empirici» (Osimo 2001). In questo modo aumentano le probabilità che un testo possa essere interpretato in modo coerente con la strategia dell’autore.

La cooperazione testuale diventa ancora più difficile quando il lettore si trova davanti a un testo tradotto. Tra la figura dell’autore e quella del lettore si colloca quella del traduttore che svolge la funzione di lettore empirico. In una prima fase il traduttore deve interpretare in modo corretto o nel modo più vicino all’idea dell’autore empirico la strategia del prototesto. Quando inizia la traduzione, deve prefissarsi un lettore modello del metatesto. Nel fare questo deve tenere conto di molti fattori, specialmente di quelli culturali. Il traduttore deve adattare il testo della cultura emittente alle richieste della cultura ricevente. Non tutti i testi possono avere lo stesso interesse, possono avere grande successo nella cultura emittente ma non ottenerne altrettanto nella cultura ricevente. Spetta al traduttore trovare una strategia che possa adattarsi a un numero maggiore di lettori empirici della cultura ricevente.

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Secondo capitolo – Analisi dei testi

2.0 Materiale empirico

Rispetto alla tabella presente in 1.2, che contiene i dodici tipi di attualizzazione possibili dati i parametri scelti per questa ricerca, nel materiale concretamente analizzato sono stati rinvenuti testi che corrispondono a sei dei dodici tipi teorici. Li presento qui nell’ordine in cui si collocano nella suddetta tabella, partendo quindi dal quarto tipo.

2.1 Le donne di Shakespeare

Diagramma del processo traduttivo:

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L’articolo intitolato Le donne di Shakespeare è apparso sul Diario del 20 luglio 2001. Fontana prende spunto dalla rappresentazione di As you like it di Shakespeare con Elisabetta Pozzi nel ruolo di Rosalind, spettacolo teatrale al quale ha assistito di persona. Come detto in precedenza, l’autore attinge da esperienze che ha vissuto in prima persona per dipingere un ritratto della società moderna.

Questo articolo appartiene al prototipo di traduzione n ̊4. Dal prototesto (identità sessuale) nasce un solo metatesto in cui non vi è né una cultura connotata come conformista o anticonformista, né una cultura connotata come dominante o subordinata. Nel metatesto si uniscono una visione storica e una visione moderna del prototesto. Le due visioni non si contrappongono ma coincidono nel cogliere appieno il significato del prototesto.

Nell’articolo Le donne di Shakespeare il prototesto è l’identità sessuale. Ne nasce un metatesto nel quale confluiscono la rappresentazione all’epoca di Shakespeare della sua commedia As you like it e la rappresentazione moderna con l’interpretazione di Elisabetta Pozzi. Nella commedia, Rosalind, la protagonista femminile, scappa dalla corte travestita da ragazzo per raggiungere il padre al quale è stato usurpato il trono. Il tema del travestimento è molto frequente nelle commedie di Shakespeare ed è un espediente che serve a creare sgomento nello spettatore e situazioni comiche. Fontana nell’articolo esalta le doti dell’attrice Elisabetta Pozzi affermando che lo «incanta vedere con quanto piacere l’attrice entri ed esca dai sessi».

Oltre a esaltare la bravura della protagonista e a dare la sua opinione sull’interpretazione moderna, Fontana svolge un parallelo tra la storia e la modernità. Il tema del travestimento acquista ancora più importanza considerando che al tempo di Shakespeare le donne non potevano recitare. Le parti femminili erano affidate a uomini. Fontana fa notare questa differenza con il teatro moderno. Seppure fosse un divieto insensato contro le donne e per fortuna sorpassato, permetteva di creare ancora più ambiguità nel gioco dei travestimenti. Inoltre il ricorso moderno a donne per le parti femminili nel teatro shakespeariano non permette di rappresentare tutte le parti comiche della commedia, come fa notare Fontana riferendosi alla mancanza della battuta di Rosalind nell’epilogo: «Se io fossi donna, bacerei quelli che mi piacciono, tra tutti voi che avete barba…».

L’utilizzo di soli maschi nelle rappresentazioni teatrali creava però alcuni problemi. Fontana, alla fine dell’articolo, descrive un dialogo fittizio tra Shakespeare e il direttore di scena sui problemi che potevano insorgere agli attori di parti femminili all’epoca di Shakespeare. L’autore ricorre all’ironia per rendere più vivace la sua analisi. L’ironia è un elemento costante degli articoli di Fontana, elemento che rende la lettura piacevole e scorrevole.

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2.2 Francia o Spagna?

Diagramma del processo traduttivo:

L’articolo intitolato Francia o Spagna è apparso sul Diario del 24 febbraio 1999. Fontana rievoca un incontro in una trattoria con una coppia di ragazzi, lui italiano lei spagnola, che si sono conosciuti in internet.

Questo articolo fa parte del prototipo n ̊5. Dal prototesto (adeguamento culturale) nascono due metatesti in cui una cultura è connotata come conformista e l’altra cultura come anticonformista. Poiché nessuna delle due culture – stando a come viene esposta la realtà nel testo – prevale sull’altra, non vi è una cultura connotata come dominante.

Il prototesto da cui parte la traduzione è, in questo articolo, l’adeguamento culturale. Ne nascono il primo metatesto, «i ragazzi con la faccia da avvocati», e il secondo metatesto, «coppia incontratasi in rete». Il primo metatesto rappresenta la cultura conformista. Questa cultura è contro ogni tipo di cambiamento e tra le due culture messe a confronto nell’articolo è quella che rinnega ogni adeguamento culturale. Se si considera la dinamica proprio/altrui (1.1.1), la cultura del primo metatesto (M1) rappresenta l’atteggiamento in cui vi è un’appropriazione dell’altrui, cioè si tende ad omogeneizzare le diversità. Si accetta un solo punto di vista: il proprio.

Il secondo metatesto rappresenta la cultura anticonformista. Nella dinamica proprio/altrui 23

rappresenta l’atteggiamento in cui vi è un avvicinamento verso le diversità e un’accettazione dell’altrui nel proprio. Una cultura diversa viene in questo caso percepita come arricchimento per sé stessi.

Fontana si trova davanti a due atteggiamenti contrapposti. Ne evidenzia le diversità contrapponendo i discorsi che ascolta personalmente. Oltre a presentarci queste due culture diverse, dà un suo parere personale. In questo caso Fontana condivide il punto di vista della coppia che si è conosciuta in internet, indignandosi dei discorsi intolleranti dei ragazzi seduti all’altro tavolo. L’autore si domanda quale sia il motivo di questa disparità di adeguamento culturale. Esclude che il grado di tolleranza dipenda da un fattore di censo e ceto e lascia la domanda in sospeso a un’interpretazione personale del lettore.

L’ironia è presente anche in questo articolo. La descrizione degli studenti seduti al tavolo accanto fa sorridere il lettore che riesce quasi a immaginare le facce dei ragazzi: «già a cinque anni hanno facce da ginecologini, commercialistini, avvocatini».

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2.3 La filosofia di mammà

Diagramma del processo traduttivo:

L’articolo intitolato La filosofia di mammà è comparso sul Diario del 24 marzo 1999. Fontana si interroga sull’importanza dell’imprinting familiare nel destino di una persona. Prende a esempio il suo incontro con una famiglia romana in un boschetto non lontano da Roma.

Questo articolo fa parte del prototipo di traduzione n ̊6. Dal prototesto si generano due metatesti. Vi è un doppio conflitto tra le due culture: una contrapposizione tra cultura conformista e cultura anticonformista e una contrapposizione tra cultura dominante e cultura subordinata.

Nell’articolo è stato individuato come prototesto la natura. Ne nascono due metatesti: il primo metatesto è impersonato dalla madre e il secondo dalla bambina. Il primo metatesto rappresenta la cultura conformista, quella cultura che respinge qualsiasi stimolo di arricchimento dall’esterno. Il secondo rappresenta la cultura anticonformista, cultura che è mossa da un istinto di curiosità verso ciò che non si conosce. Considerando, come nell’articolo precedente, la dinamica proprio/altrui, la madre rappresenta l’atteggiamento di appropriazione dell’altrui mentre la bambina rappresenta l’atteggiamento di altrui nel proprio.

Le due culture non sono sullo stesso livello: la cultura conformista prevale sulla cultura anticonformista. La madre infrange qualsiasi stimolo di conoscenza e curiosità della bambina. Il

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tentativo di quest’ultima nel coinvolgere la madre nella sua smania di sapere, viene spento miseramente con un perentorio: «Ma fatte li cazzi tua e magna!».

Fontana relaziona le due culture per mettere in evidenza il differente modo di percepire la natura. La madre non coglie nessuno stimolo dall’esterno, mentre la bambina, nonostante subisca l’influenza negativa della famiglia, rimane affascinata da qualcosa che supera la sua immaginazione come l’enorme quantità d’acqua che si trova davanti a lei.

Attraverso il racconto di questo episodio che ha vissuto in prima persona, Fontana risponde alla sua domanda iniziale: «Quanto conta l’imprinting familiare nel destino di un uomo e di una donna?». Secondo Fontana l’influenza familiare incide molto sulla persona. Le scelte, il carattere, la voglia di conoscere, sono tutti aspetti della personalità che vengono “tramandati” dai genitori. Fontana mette in luce un altro aspetto. Nella cultura italiana, in cui l’età media di uscita dalla famiglia è trentacinque anni, l’imprinting familiare acquista ancora più importanza.

In questo articolo l’ironia è un elemento essenziale. La descrizione della famiglia è vivace e ridicola al tempo stesso. Fontana ironizza sul tono di voce dei componenti della famiglia romana e sulle loro abitudini alimentari. L’idea della stazza della madre e della bambina è resa in modo straordinario attraverso il riferimento a opere di artisti famosi: «Una bambinona di Botero nata da una mammona neoclassica di Picasso». Inoltre l’utilizzo di parole dialettali rende i dialoghi più allegri e veritieri, rendendo il lettore partecipe in prima persona della scena che si sta svolgendo.

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2.4 Due culture a confronto

Nel prototipo di traduzione n ̊8 fanno parte la maggior parte degli articoli di Luca Fontana. Le culture che vengono messe a confronto sono sempre due e sono caratterizzate entrambe dall’assenza sia di una connotazione di tipo conformista o anticonformista, sia di una connotazione di tipo dominante o subordinata. È il senso generale di cultura che va preso in considerazione in questo prototipo.

Nonostante queste caratteristiche comuni, la relazione tra metatesti e prototesto cambia a seconda degli articoli. Il concetto generale di cultura è molto ampio. Per questo motivo ho deciso di presentare qui di seguito l’analisi di due articoli di Fontana appartenenti a questo prototipo per dare una maggiore visione d’insieme e rendere l’analisi più meticolosa.

Nel primo caso, La veste profumata, i due metatesti sono l’espressione di due culture appartenenti a realtà completamente diverse. Nel secondo caso, Il piacere comprato, il prototesto genera due fazioni: gli oppositori e i sostenitori.

2.4.1 La veste profumata

Diagramma del prototipo di traduzione:

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L’articolo intitolato La veste profumata appare sul Diario del 3 giugno 1998. In questo articolo Fontana prende spunto da un articolo apparso sulla Repubblica del 25 maggio 1998 per affrontare il tema dello scontro tra culture.

Questo articolo fa parte del prototipo di traduzione n ̊8. Dal prototesto nascono due metatesti in cui non vi è nessuna cultura che sia connotata come conformista o anticonformista o come dominante o subordinata. Nel caso specifico di questo articolo, le due culture che si confrontano appartengono a due mondi completamente diversi. Il primo metatesto rappresenta la cultura marocchina, il secondo metatesto la cultura italiana. I due metatesti non sono altro che letture diverse del prototesto: «la veste profumata».

La veste ha per le due culture qui a confronto, quella marocchina e quella italiana, due significati – simbolici, ovviamente – diversi. Per la società marocchina la veste ricamata è un segno di accettazione, di appartenenza e una volta donata a una persona significa l’entrata di questa persona in una famiglia che non la considera più altrui ma proprio. L’accettazione di tale regalo è dunque molto impegnativa. Benché si tratti di un gesto mancato, passivo, secondo la cultura emittente è l’accettazione della promessa di matrimonio. Per la società italiana il dono di una veste ricamata non ha altro valore che quello del regalo, senza nessun significato ulteriore a quello di una generica dimostrazione di affetto.

Fontana in questo articolo colloca la sua analisi in uno spazio intermedio tra le due culture, come linea di congiunzione tra le due. Svolge il ruolo di cultura di confine5. Pur non condividendo il gesto spregiudicato del ragazzo marocchino che ha ucciso la sua ragazza e la madre di lei perché rifiutato, Fontana cerca di decodificare questo gesto – che nella cultura in cui viene fatto è considerato criminale – alla luce della cultura emittente: in questo senso, l’omicidio è visto come problema di traduzione, come decodifica aberrante reciproca.

Il lettore modello di questo articolo non viene posto davanti a una razionale spiegazione di tale meccanismo difettoso di traduzione: tale processo rimane implicito, e viene còlto dal lettore soltanto sotto forma di ironica allusione.

5 Vedi paragrafo 1.5.1 del primo capitolo.

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2.4.2 Il piacere comprato

Diagramma del processo traduttivo:

L’articolo intitolato Il piacere comprato è apparso sul Diario del 23 dicembre 1998. Fontana affronta il tema dell’omosessualità prendendo spunto da un articolo di Repubblica, il quale espone la storia di un uomo che per mantenere la famiglia decide di prostituirsi.

Questo articolo rientra nel prototipo di traduzione n ̊8. Dal prototesto (la marchetta) nascono due metatesti. Non si crea né una contrapposizione tra cultura conformista e anticonformista, né un contrasto tra cultura dominante e subordinata.

Nell’articolo è stato individuato un prototesto: la marchetta, ovvero il «termine gergale per omosessuale maschio che si vende a maschi», come spiega Fontana nell’articolo. Da questo prototesto sono stati ricavati due metatesti. Il primo metatesto è la disapprovazione sociale. È stato definito «implicito culturale» in quanto per prima cosa non appare espressamente nel testo ma lo si evince in contrapposizione al secondo metatesto, e in secondo luogo esprime il pensiero comune della società italiana di cui Fontana fa un’analisi nella sua rubrica. Il secondo metatesto è l’articolo della Repubblica in cui viene raccontata la storia lacrimevole della marchetta.

In questo processo traduttivo le due culture formano due schieramenti contrapposti, l’uno contro e l’altro a favore della marchetta. Infatti il primo metatesto rappresenta la parte della società che

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disapprova il comportamento dell’uomo-marchetta, mentre il secondo metatesto è espressione della cultura delle persone che, leggendo l’articolo di Repubblica, hanno provato pietà per l’uomo costretto a prostituirsi per mantenere la famiglia.

Fontana fa un paragone tra le due visioni contrapposte ed esprime la sua opinione personale. Se da un lato è contro ogni forma di stereotipo e di intolleranza verso ogni categoria sociale, in questo caso Fontana non appoggia la visione pietistica dell’articolo di Repubblica. Egli ritiene impossibile ogni estraneità dal piacere nella decisione dell’uomo, facendo una netta distinzione tra marchetta e prostituta. Nel sostenere la sua tesi, Fontana non si limita a dare una sua opinione personale ma espone motivi fisiologici e di età rendendo la sua analisi ancora più accurata e aggiungendo uno spirito ironico che non manca mai nei suoi articoli.

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2.5 La soluzione del mistero

Diagramma del processo traduttivo:

L’articolo intitolato La soluzione del mistero è comparso sul Diario del 14 aprile 1999. Fontana prende spunto da una sentenza della Cassazione riguardo al caso di un adulto che ha mostrato filmini e foto porno a ragazzini e ragazzine.

L’articolo appartiene al prototipo di traduzione n ̊9. Dal prototesto nascono quattro metatesti, alcuni sono espressione di una cultura conformista, altri di una cultura anticonformista. La contrapposizione avviene allo stesso livello, nessuna delle culture prevale sulle altre.

Nell’articolo è stato individuato come prototesto il «vedere o non vedere», da cui nascono il primo metatesto, la richiesta di leggi più severe, il secondo, Il fantasma della libertà di Luis Buñuel, il terzo, il giovane Fontana, e il quarto, la sentenza della Cassazione. Il primo metatesto è espressione di una cultura conformista; ne fanno parte le persone che richiedono delle leggi che regolino cosa vedere o cosa non vedere. Il secondo, il terzo e il quarto metatesto rappresentano una cultura anticonformista. Tra questi fa anche parte lo stesso Fontana che diventa cultura ricevente raccontando la sua esperienza personale di quando era bambino.

Nella sua analisi comparativa dei metatesti, Fontana mette in rilievo un aspetto essenziale del prototesto: l’arbitrarietà della scelta di cosa sia lecito vedere o non vedere. A seconda delle epoche storiche, dei costumi che cambiano nel tempo, la scelta di cosa sia permesso mostrare o non mostrare

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cambia. Fontana espone due esempi: il film di Buñuel e il racconto del suo amico. Nel film Il fantasma della libertà un uomo mostra foto che suscitano stupore e vergogna nelle ragazzine che le osservano. Non sono che vedute di Place de la Concorde o della Statua della Libertà. L’amico di Fontana racconta che ha ricevuto quando era al ginnasio un sei in condotta per aver prestato Les Fleurs du mal di Beaudelaire a una sua amica.

Inoltre Fontana esprime il suo dissenso per la richiesta di punizioni più severe. Secondo l’autore, basta il costume per scegliere cosa è lecito o cosa non è lecito. Leggi più severe non fanno altro che alimentare il desiderio di andare oltre il lecito.

Lo stile ironico si mostra anche in questo articolo. La descrizione delle sue esperienze giovanili è ricca di dettagli ironici, come il racconto di un compagno di scuola su come nascono i bambini, testimonianza dell’ignoranza che c’era al tempo.

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2.6 I fustigatori inglesi

Diagramma del prototipo di traduzione:

L’articolo intitolato I fustigatori inglesi è apparso sul Diario del 18 novembre 1998. Fontana affronta il tema dell’omosessualità in Gran Bretagna prendendo spunto da un fatto di attualità: la difesa di Tony Blair a favore di uno dei suoi ministri coinvolto in uno scandalo di sesso.

Questo articolo fa parte del prototipo di traduzione n ̊12. Dal prototesto nascono tre metatesti e non compare né una contrapposizione tra culture conformiste e anticonformiste, né una contrapposizione tra culture dominanti e subordinate. Le culture a confronto vanno considerate in senso generico.

Nell’articolo è stato individuato come prototesto l’omosessualità. Ne nascono tre metatesti: il primo metatesto rappresenta la stampa fogna inglese, il secondo gli ex alunni delle scuole private e il terzo la posizione di Tony Blair. I tre metatesti formano schieramenti contrapposti, chi a favore dell’omosessualità e chi contro. Si parte dal primo metatesto, la stampa fogna inglese, che rappresenta il più forte oppositore. Il secondo metatesto, gli ex alunni, si trovano in una posizione intermedia. Pur rinnegando l’omosessualità, la serbano come vizio segreto. Il terzo metatesto, Tony Blair, si colloca tra i sostenitori attraverso la difesa del ministro dell’Agricoltura Nick Brown.

Fontana mette in relazione le tre componenti della società britannica dipingendo un ritratto della società britannica. Ne mette in evidenza i paradossi, come la posizione ambigua degli ex alunni delle

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scuole private e l’accanimento dei giornali scandalistici contro un fenomeno che fa ormai parte della società, l’omosessualità.

Per descrivere al meglio la società britannica, Fontana utilizza molti sostantivi inglesi. Permettono di rendere la lettura più vivace e aumentano l’ironia della narrazione. Quest’ultima è ancora più accentuata dalle traduzioni in italiano dei termini inglesi: gli ordinary decent people diventano ad esempio «la gggente».

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Appendice – I testi di Luca Fontana

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LOTMAN, Jurij M., La semiosfera. L’asimmetria e il dialogo nelle strutture pensanti,Venezia, Marsilio

Editori, 1985, ISBN 88-317-4703-7.

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TOURY G. 1995 Descriptive Translation Studies and Beyond, Amsterdam, Benjamins, 1995, ISBN 90- 272-1606-1.

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Breve introduzione alla vita e al pensiero di Charles Sanders Peirce A Brief Introduction to the Life and Thought of Charles Sanders Peirce ELENA DETTAMANTI Civica Scuola Interpreti Traduttori «Altiero Spinelli»

Breve introduzione alla vita e al pensiero di Charles Sanders Peirce

A Brief Introduction to the Life and Thought of Charles Sanders Peirce

 ELENA DETTAMANTI

 

Civica Scuola Interpreti e Traduttori

 

primo supervisore: prof. Bruno OSIMO

secondo supervisore: prof. Andrew TANZI

 

 

Master: Langages, Cultures et Sociétés

Mention: Langues et Interculturalité

Spécialité: Traduction professionnelle et Interprétation de

conférence

Parcours: Traduction littéraire

estate 2008

 

© 2000 Forum on Psychiatry and the Humanities of the Washington School of Psychiatry

© Elena Dettamanti per l’edizione italiana 2008

 



Breve introduzione alla vita e al pensiero di Charles Sanders Peirce

A Brief Introduction to the Life and Thought of Charles Sanders Peirce

 

 

English Abstract

 

This thesis proposes the Italian translation of the essay entitled A Brief Introduction to the Life and Thought of Charles Sanders Peirce by Joseph Brent, Peirce’s well-known biographer. This essay is the introductory text to the volume Peirce, Semiotics, and Psychoanalysis published in 2000. The author presents an overview of Charles Sanders Peirce’s dreadful life and of his Pragmatism, beginning with his relationship with his father Benjamin and with religion, and analysing his theory of inquiry, his innovative form of inference called “abduction”, his theory of signs which included the three elements – sign, object and interpretant –, and the application of these theories in psychoanalysis.


Sommario

 

 

Traduzione con testo a fronte. 1

Postfazione. 38

Analisi testuale del prototesto. 39

Presentazione dell’autore. 39

Biografia di Charles Sanders Peirce. 41

Tesi del saggio. 42

Struttura del saggio. 42

Il linguaggio. 48

Analisi traduttologica dell’originale. 50

Il lettore modello. 50

Dominante e sottodominanti 51

Strategia traduttiva. 53

Potenziale residuo e residuo effettivo. 57

Gestione del residuo traduttivo. 59

Riferimenti bibliografici 60

 



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Traduzione con testo a fronte


A Brief Introduction

to the Life and Thought

of Charles Sanders Peirce

 

Joseph Brent

 

 

 

Charles Sanders Peirce (1839-1914) was a singular man – a prodigious, protean, brilliant, and productive intellect who lived a humiliating and tragic life. There is no other quite like him in the history of Western ideas. His life raises the ancient puzzle of the relation of genius and madness. One Peirce scholar, in his review of Peirce’s only full-length biography (Brent 1993), gave his impressions of this extraordinary polymath:

 

A first ranker in western civilization, pioneer semiotician, innovative historian of science, student of economic theory, hopeless accountant, skilled mathematician, unfaithful husband, initiator of pragmatism, occasional actor, profligate dandy, great logician, brilliant experimental physicist, unlucky speculator, eminent cartographer, student of lexicography, gauche socialite, competent structural engineer, persistent drug-taker, occasional vagrant, student of medicine, nominal Episcopalian, prospective encyclopedia salesman, patentee in chemical engineering, subject of police inquiries, profound philosopher, project procrastinator … [Grattan-Guinness 1994]

 

Germane to the subject of this volume, I add experimental psychology and psychology of the conscious and unconscious mind and of the self and self-consciousness.

The complexity of Peirce’s character and his reputation as a broken and dissolute man, despite his recognized brilliance and originality haunted his reputation during his life and ever since his death more than eighty years ago. Despite his acknowledged genius and accomplishments, he was refused a professorship at Harvard, was fired from his lectureship at the Johns Hopkins University, and was forced to resign from his thirty-year career in geodesy at the United States Coast Survey. A major Peirce scholar recently wrote that the owners of his papers, the Harvard Department of Philosophy,


Breve introduzione

alla vita e al pensiero

di Charles Sanders Peirce

 

Joseph Brent

 

 

 

Charles Sanders Peirce (1839-1914) fu un uomo singolare – una mente prodigiosa, versatile, brillante e feconda che visse una vita umiliante e tragica. Non esistono paragoni nella storia del pensiero occidentale. La sua vita solleva l’antico enigma del legame tra genio e follia. Uno studioso di Peirce, nella recensione dell’unica biografia completa a lui dedicata (Brent 1993), espresse le proprie opinioni su questo erudito:

 

avanguardia della civiltà occidentale, pioniere della semiotica, storico innovativo della scienza, studioso di teoria economica, pessimo ragioniere, abile matematico, marito infedele, fondatore del pragmatismo, attore occasionale, dandy dissoluto, grande logico, brillante fisico sperimentale, speculatore sfortunato, eminente cartografo, studioso di lessicografia, persona goffa nella vita mondana, ingegnere strutturale competente, drogato impenitente, vagabondo occasionale, studioso di medicina, nominalmente episcopaliano, potenziale venditore di enciclopedie, detentore di brevetti in ingegneria chimica, indagato dalla polizia, profondo filosofo, procrastinatore di progetti […] (Grattan-Guinness 1994).

 

In attinenza con l’argomento di questo libro aggiungo «psicologo sperimentale» e «psicologo della mente conscia e inconscia e del Sé e dell’autocoscienza».

La complessità della personalità di Peirce e la sua nomea di uomo in disgrazia e dissoluto, malgrado la sua riconosciuta intelligenza e originalità, inficiarono la sua reputazione mentre era in vita e dopo la sua morte, avvenuta più di ottant’anni fa. Benché noto per il suo genio e il suo talento, gli fu rifiutata una cattedra alla Harvard University, perse il posto di lettore universitario alla Johns Hopkins University e fu costretto a rinunciare alla sua trentennale carriera nel campo della geodesia allo United States Coast Survey. Di recente un importante studioso di Peirce ha scritto che i proprietari delle sue opere, il Dipartimento di filosofia della Harvard, «hanno
consistently “acted to obstruct research on Peirce, thus continuing the Harvard vendetta against Peirce which lasted from [Charles W.] Eliot’s ascension to the presidency of Harvard in 1889 until the [recent] advent of … a new breed of Harvard Professors. The history of the Harvard Department’s conduct with respect to the Peirce manuscripts is one of the sorriest tales in American academic history” (Murphey 1993).

Before December 1991, when the department ended censorship of its biographical Peirce material by permitting publication of my biography, with its hundreds of quotations from their biographical manuscripts, it was impossible to attempt well-researched accounts of and explanations for Peirce’s extraordinary character and behavior, though there were many guesses based on rumor and privileged information. Driven largely by the desire to hide the often unpalatable facts of his life, this censorship helps to explain Peirce’s relative obscurity in the history of Western thought, despite his broad influence.

In the attempt to explain the extremes of Peirce’s life, I hypothesize (despite the obvious dangers of historical diagnosis) that Peirce probably suffered from three neurological pathologies, to which he pointed himself. As an adolescent, Peirce began to experience extremely painful episodes of trigeminal neuralgia. These episodes continued throughout his life and often left him prostrate for days, sometimes weeks. His father, who also suffered from a very painful illness, Bright’s disease, early introduced him to opium and ether as palliatives for the intense pain.

In his twenties, Peirce began to exhibit the extreme mood swings that are symptomatic of bipolar disorder. The condition worsened with age, and he manifested most of the associated symptoms. On the manic side, he exhibited driven, paranoid, and impulsive actions; extreme insomnia; ecstatic grandiosity and visionary expansiveness; hypersexuality; almost superhuman energy; and had irrational financial dealings, which include compulsive extravagance and disastrous investing. On the depressive side, he had severely melancholic or depressive episodes characterized by suicidal feelings or flatness of mood, accompanied by an inertness of mind, the inability to feel emotion, and an unbearable sense of futility. As an adolescent, Peirce experimented with drugs, and throughout his life he used them with sophistication, both to manage his pain and depression and to enhance the ecstatic creativity of his manic episodes.
[costantemente] ostacolato gli studi su Peirce, perpetrando così la vendetta della Harvard contro Peirce che durò dall’ascesa di [Charles W.] Eliot alla presidenza della Harvard nel 1869 fino al [recente] arrivo di […] una nuova stirpe di docenti della Harvard. La storia della condotta del Dipartimento di filosofia della Harvard nei confronti dei manoscritti di Peirce è uno dei racconti più bui della storia accademica americana» (Murphey 1993).

Prima del dicembre 1991, quando il dipartimento pose fine alla censura del materiale biografico di Peirce permettendo la pubblicazione della mia biografia contenente centinaia di citazioni dai suoi manoscritti biografici, era impossibile cercare resoconti e spiegazioni dettagliate della personalità e del comportamento singolare di Peirce, sebbene esistessero diverse ipotesi basate su dicerie e informazioni confidenziali. Spinta in gran parte dal desiderio di nascondere gli eventi spesso spiacevoli della sua vita, questa censura permette di spiegare la relativa assenza di Peirce dalla storia del pensiero occidentale, malgrado la sua ampia influenza.

Nel tentativo di spiegare gli estremi della vita di Peirce, ipotizzo (malgrado gli ovvi pericoli di una diagnosi storica) che Peirce fosse affetto da tre patologie neurologiche. Da adolescente iniziò a soffrire di attacchi estremamente dolorosi di nevralgia del trigemino. Questi attacchi si ripresentarono nel corso della sua vita e lo lasciavano spesso privo di forze per giorni, a volte settimane. Suo padre, che soffriva anch’egli di una malattia molto dolorosa, il morbo di Bright, gli fece conoscere molto presto l’oppio e l’etere come palliativi per il forte dolore.

Dopo i vent’anni Peirce cominciò a mostrare repentini cambiamenti d’umore, sintomatici del disturbo bipolare. Le sue condizioni peggiorarono con l’età e si manifestarono numerosi sintomi associati a tale malattia. Per quanto riguarda la fase maniacale, Peirce manifestava azioni comandate, paranoiche e impulsive; una grave insonnia; mania di grandezza estatica ed espansività visionaria; ipersessualità; un’energia quasi sovrumana e conduceva affari finanziari irrazionali, tra cui una certa compulsione a spendere e investimenti disastrosi. Per quanto riguarda la fase depressiva, manifestava attacchi di grave melanconia o depressione caratterizzati da istinti suicidi o da apatia, a cui si aggiungevano una certa indolenza della mente, un’incapacità di provare emozioni e un senso di futilità intollerabile. Da adolescente Peirce provò droghe e nel corso della sua vita le usò in modo sempre più sofisticato, sia per
He was probably addicted to caffeine, alcohol, morphine, and cocaine through much of his adult life. It was these behaviors, in a time when they were believed to be explained only by moral failure, that ruined his personal and professional life.

Peirce was surprisingly unreflective about his own character and did not begin to ponder seriously on the reasons for his disastrous personal and professional failures until his mid-sixties, when he concluded, rightly, that much of the cause was “the poison of biology”. He blamed his genetic inheritance for his uncontrollable emotionality, what he called “the criminal trait in the blood”, and wrote: “For long years I suffered unspeakably, being an excessively emotional fellow, from ignorance of how to go to work to acquire sovereignty over myself” (MS 848, 905).

Surprisingly, while Peirce gave his uncontrollable emotions and facial neuralgia salient roles in his failure, he gave his left-handedness the most important part to play. In this third diagnosis he proposed – with considerable modern support for his hypothesis – that his left-handedness was and element in a pathological condition caused by differences from the normal in the structure of his brain, which he thought had its most unfortunate effect in his “incapacity for linguistic expression”. He speculated that “the connections between different parts of my brain must be different from the usual and presumably best arrangement; and, if so, it would necessarily follow that my thinking should be gauche” (MS 632). Peirce always had the greatest difficulty with language of any kind and was constantly reminded that the basis of this way of thinking was diagrammatic, not linguistic. He made it his intention, in all his labored writing, to have the process of thinking laid open to view as “a moving picture of the action of thought” (MS 296, 298, 905; Geschwind and Galaburda 1987). For Peirce, thinking was best represented as the manipulation of diagrams and, in this respect, mathematics was at the root of his philosophy.

In addition to these neurological factors, three other factors deeply influenced his life: his father, Benjamin; his obsession with logic; and religion. Benjamin Peirce was brilliant, profound, facile, and given to outbursts of rage and long bouts of depression.
sopportare il dolore e la depressione sia per aumentare la creatività estatica delle fasi maniacali. Nella maggior parte della sua vita adulta fu probabilmente dipendente da caffeina, alcol, morfina e cocaina. Furono questi comportamenti, in un’epoca in cui erano considerati nient’altro che cause di un fallimento morale, a rovinare la sua vita personale e professionale.

Peirce fu sorprendentemente incurante del suo carattere e iniziò a riflettere seriamente sulle ragioni dei suoi disastrosi insuccessi personali e professionali solo verso i sessantacinque anni, quando arrivò alla conclusione, giusta, che la causa principale fosse «il veleno biologico». Attribuì all’eredità genetica lo scarso controllo emozionale, che chiamò «il tratto criminale del sangue» e scrisse: «Per lunghi anni ho sofferto in modo indicibile, poiché ero un tipo eccessivamente emotivo, per la mia incapacità di acquisire controllo su me stesso» (MS 848, 905).

Sorprendentemente, se da un lato attribuì solo un ruolo saliente nei suoi insuccessi alle emozioni incontrollabili e alla nevralgia facciale, Peirce attribuì il ruolo più importante al suo mancinismo. In questa terza diagnosi propose – con una tesi moderna a sostegno della sua ipotesi – che il suo mancinismo fosse l’elemento di una condizione patologica causata da alcune differenze nella struttura del suo cervello rispetto alla normalità, le quali, sosteneva, avevano come effetto più spiacevole «l’incapacità di espressione linguistica». Ipotizzò: «le connessioni tra le diverse parti del mio cervello devono differenziarsi dalla disposizione normale e presumibilmente migliore; e se così fosse sarebbe conseguenza necessaria che il mio modo di pensare sia gauche» (MS 632). Peirce ebbe sempre grandissime difficoltà con tutti i tipi di lingue e gli fu costantemente ricordato che la base del suo modo di pensare era diagrammatica, non linguistica. In tutti i suoi difficili scritti si prefisse come scopo di mettere a nudo il processo del pensiero per poterlo vedere come «un’immagine in movimento dell’azione del pensare» (MS 296, 298, 905; Geshwind e Galaburda 1987). Secondo Peirce il pensiero poteva essere descritto al meglio come manipolazione di diagrammi e, sotto questo punto di vista, la matematica fu alla radice della sua filosofia.

Oltre a questi fattori neurologici, altri tre fattori influenzarono enormemente la sua vita: il padre Benjamin, l’ossessione per la logica e la religione. Benjamin Peirce era un uomo brillante, serio, superficiale e soggetto a scatti di rabbia e lunghi attacchi di
He was powerfully attractive eloquent, and successful – a loving and overwhelming father, who, from Charles’s childhood on, trained his son’s intellect for genius, paying little attention to standard curricula, whether it was that of grade school or Harvard University. Recognizing his son’s precocity in mathematics, Benjamin concentrated his demanding regimen in that subject, sometimes forcing Charles to play continuous games of double dummy whist through the night, while he criticized every error and its nature. Benjamin rarely provided young Charles with a theorem in mathematics, instead giving him examples or outcomes and requiring him to work out the mathematical principles for himself by the use of diagrams alone. Benjamin also set his son, as an adolescent, to reading such philosophers as Kant, Spinoza, Hegel Hobbes, Hume, and James Mill. He would then induce Charles to tell him about the “proofs offered by the philosophers, and in a very few words would almost invariably rip them up and show them to be empty” (MS 823). Benjamin was an overpowering and often cruel taskmaster who believed he had sired a genius. He fully intended to make his son a major intellect and the means to the perpetuation of his own philosophical system. When Charles was forty years old, Benjamin declared publicly that “it was a great gratification for [Benjamin] to know that his son would prosecute the work to which he had devoted the latter part of his own life” (Sergeant 1880).

At the same time, the father otherwise allowed the son free rein and even encouraged him to become a connoisseur of wines and to refine his taste for the good things in life. As long as he could afford it, Charles lived an extravagantly luxurious life, in large part to meliorate his suffering. After Charles’s death, his nephew wrote, in what the family considered an accurate account, that he became a highly emotional, easily duped, and rather snobbish young dandy who went his own way, indifferent of the consequences (MS 1644). Largely because of his neurological and nervous disorders, his family, particularly his father, indulged and protected him, even when he was in his forties. It is not surprising that this heavily burdened youth publicly avowed his advocacy of the obscure ontological atheism of the nineteenth-century French positivist historian Etienne Vacherot and in other ways paraded his contempt for the hierarchs of Cambridge and Boston. Nor is it unexpected that his wives from both his disastrous marriages became nurses, failed disciplinarians, and scapegoats, as his mother had been.


depressione. Era molto attraente, loquace e di grande successo – un padre affettuoso e travolgente, che, fin dall’infanzia di Charles, allenò la mente geniale del figlio, dando poca attenzione ai curricula, che si trattasse della scuola elementare o della Harvard University. Rendendosi conto della precocità del figlio per la matematica, Benjamin Peirce concentrò il suo severo programma educativo su quella materia, costringendo a volte Charles a giocare estenuanti partite di double dummy whist per tutta la notte, sottoponendo ogni suo errore e la sua natura a giudizio critico. Rare volte procurò a Charles teoremi di matematica; gli fornì invece esempi o risultati dai quali estrapolare da solo i princìpi matematici attraverso il solo uso di diagrammi. Inoltre Benjamin Peirce iniziò il figlio, fin da adolescente, alla lettura di filosofi come Kant, Spinoza, Hegel, Hobbes, Hume e James Mill. Poi insisteva perché Charles gli ripetesse «le prove offerte dai filosofi e con poche parole le distruggeva immancabilmente dimostrando la vacuità dei loro ragionamenti» (MS 823). Benjamin Peirce fu un maestro opprimente e spesso crudele che credeva di aver generato un genio. Aveva sempre avuto l’intenzione di fare di suo figlio una delle menti più importanti e il mezzo per la perpetuazione del proprio sistema filosofico. Quando Charles aveva quarant’anni, Benjamin dichiarò pubblicamente che «era una grande gratificazione per [Benjamin] sapere che suo figlio avrebbe portato avanti il lavoro al quale aveva dedicato l’ultima parte della sua vita» (Sargent 1880).

Allo stesso tempo il padre permise al figlio libero sfogo e addirittura lo incoraggiò a diventare un esperto di vini e a raffinare il gusto per le cose belle della vita. Fino a quando poté permetterselo, Charles condusse una vita lussuosa e stravagante, principalmente per mitigare le sue sofferenze. Dopo la morte di Charles, il nipote scrisse, in quello che la famiglia considerava un resoconto accurato, che era diventato un giovane dandy estremamente emotivo, facilmente ingannabile e snob che andava avanti per la sua strada incurante delle conseguenze (MS 1644). In gran parte a causa dei suoi disturbi neurologici e nervosi, la famiglia, in particolare suo padre, lo viziò e lo protesse, anche quando aveva ormai raggiunto la quarantina. Non sorprende che questo giovane pesantemente oppresso confessasse pubblicamente il suo appoggio all’oscuro ateismo ontologico dello storico positivista francese dell’Ottocento Etienne Vacherot e in altri modi ostentasse il suo disprezzo per gli alti prelati di Cambridge e Boston. Non è nemmeno inaspettato che le mogli dei due matrimoni disastrosi gli facessero da
Charles Peirce began his lifelong obsession with logic when, at twelve, he read his older brother’s copy of Archbishop Richard Whately’s Logic. Apparently what first fascinated him was the uncanny directionality of inference and, later, its puzzling ability to provide and preserve meaning. Around the same time, he discovered his method of constructing a philosophy, which he called “pedestrianism” and later described (at twenty-five), after having mastered the works of Immanuel Kant: “It is necessary to reduce all our actions to logical processes so that to do anything is but to take another step in the chain of inference. Thus only can we effect that complete reciprocity between Thought & its object which it was Kant’s Copernican step to announce” (MS 339).

Despite this apparently restricted and inchmeal description, logic is, for Peirce, far more than the cut-and-dried academic discipline: it is the connective tissue of the universe. It is the basis of any thinking having a broadly scientific character, which is to say, of inquiry, generally – which, in Peirce’s extended conception of inference, includes not only the deductive and inductive elements usually thought of as making up the discipline but hypothesis, which he calls abduction, as well. Hypothesis is, for Peirce, a form of inference subject to its own rule, which originates knowledge and is how we manage to guess, often fruitfully, the way our world is. Peirce believed this ability to understand our world to be founded in the continuity of mind and nature, in the presupposition that we “have a capacity for ‘guessing’ right. We shall do better to abandon the whole attempt to learn the truth however urgent may be our need of ascertaining it, unless we can trust the human mind’s having such power of guessing right that before very many hypotheses shall have been tried, intelligent guessing may be expected to lead us to the one which will support all test, leaving the vast majority unexamined” (CP 6.530).

This step-by-step inferential process also describes Peirce’s lifelong manner of philosophizing. He kept at it, scribbling away abstractedly at odd moments, or working with his extraordinary powers of concentration almost without sleep for days,
infermiere e capri espiatori, incapaci di imporre una disciplina, come era stata sua madre.

L’ossessione di Charles Peirce per la logica, che durò tutta la sua vita, cominciò all’età di dodici anni, quando lesse il libro Elements of Logic dell’arcivescovo Richard Whately appartenente al fratello maggiore. Probabilmente fu affascinato in primo luogo dalla direzionalità delle inferenze e, in secondo luogo, dalla sconcertante capacità di produrre e preservare il significato. Nello stesso periodo si creò un metodo per costruire una filosofia, che chiamò «Pedestrianism» e più tardi scrisse (all’età di venticinque anni), dopo aver studiato con accuratezza le opere di Immanuel Kant: «È necessario ridurre tutte le nostre azioni a processi logici così che tutto quello che si fa non è altro che una tappa nella catena delle inferenze. Solamente in questo modo possiamo determinare quella reciprocità completa tra il pensiero e il suo oggetto che è la rivoluzione copernicana proclamata da Kant» (MS 339).

Nonostante questa descrizione apparentemente ristretta e frammentata, la logica, secondo Peirce, va oltre la disciplina accademica prestabilita: è il tessuto connettivo dell’universo. È alla base di tutti i ragionamenti che hanno un carattere scientifico generale, è quindi alla base della ricerca – che, nella concezione estesa di «inferenza» di Peirce, comprende non solo gli elementi deduttivi e induttivi che normalmente vengono ricondotti a tale disciplina, ma anche l’ipotesi che egli chiama «abduction» [abduzione]. L’ipotesi è, secondo Peirce, una forma di inferenza soggetta a regole proprie, che genera conoscenza e permette di fare congetture su come funziona il mondo, spesso con successo. Peirce riteneva che tale capacità di capire il mondo si basasse sulla continuità tra mente e natura, sul presupposto che «abbiamo la capacità di fare “congetture” giuste. Dobbiamo fare il possibile per abbandonare il tentativo di conoscere la verità anche se il nostro bisogno di asserirla è urgente, a meno che non facciamo affidamento sulla capacità della mente umana di fare congetture giuste prima che siano state tentate numerose ipotesi, una congettura intelligente dovrebbe portarci all’ipotesi che sostiene tutta l’analisi, lasciandone la maggior parte incontrollata» (CP 6.530).

Questo processo inferenziale per gradi descrive anche il modo di filosofare che Peirce adottò in tutto il corso della sua vita. Si attenne sempre a tale metodo, scarabocchiando distrattamente a tempo perso o lavorando con una grande capacità di
sometimes weeks, even months at a time, a practice he could sustain only with the help of drugs, which included alcohol, morphine, cocaine, and caffeine made from very strong coffee reduced to a syrup. He continued to work this way from the time he was about twenty until the week of his death at seventy-four, despite illness, poverty, and the constant reverses of his life. In 1905, at age sixty-six, he described to the Italian pragmatist Mario Calderoni how he had worked at twenty-eight: “It was in a desperate endeavor to making a beginning of penetrating into that riddle [of human existence, conduct, and thinking, and their relation to God and Nature] that on May 14, 1867, after three years of almost insanely concentrated thought, hardly interrupted even by sleep, I produced my one contribution to philosophy in the ‘New List of Categories’” (Peirce 1982).

Three years earlier, in 1902, he had written William James’s wife, Alice, while working on his phenomenology: “During the interval, I had not more than a dozen chats with my wife … and otherwise hadn’t spoken two consecutive sentences to anybody. There were four or five months’ silence. It is not an exceptional period. I live always so” (Letter to Alice James [1902]). These illustrations indicate the lifelong interplay of creative obsession and bipolar disorder.

Being born and raised in the long shadow of the Puritan oligarchy made religion a matter of daily importance for the young Peirce, diluted as it was in Benjamin’s devout Unitarian faith. Charles’s first clear expression of its impact on him was the defiant announcement of his atheism, mad when he was an undergraduate. By his mid-twenties, his father’s deeply held belief in the underlying harmony of religion and science and his marriage to a clergyman’s devout and feminist daughter had convinced Charles of the seriousness, if not the truth, of religion to the point that he joined his first wife in the Episcopal church as her condition for the marriage. Thereafter, his reservations on the subject were largely focused on what he judged to be the dangerous nonsense of theological metaphysics. In 1892, at fifty-three, Peirce had a mystical experience that changed his life. He reported that, after many years of absenting himself from church and communion, in the midst of great personal crisis he felt driven to attend,
concentrazione quasi senza dormire per giorni, a volte settimane, altre volte persino mesi, una pratica che riusciva a sostenere solo con l’aiuto di droghe, tra cui alcol, morfina, cocaina e caffeina prodotta da un caffé molto forte ridotto a sciroppo. Continuò a lavorare in questo modo dall’età di vent’anni fino alla settimana della sua morte a settantaquattro, malgrado la malattia, la povertà e le continue disgrazie della sua vita. Nel 1905 all’età di sessantasei anni scrisse al pragmatico italiano Mario Calderoni come lavorava a ventotto anni: «Fu in uno sforzo disperato di tentare di risolvere l’enigma [dell’esistenza, del comportamento e del pensiero dell’uomo e della loro relazione con Dio e la Natura] che il 14 maggio 1867, dopo tre anni di riflessione profonda e quasi insana, interrotta raramente dal sonno, ho prodotto il mio contributo alla filosofia nella New List of Categories[1]» (Peirce 1982).

Tre anni prima, nel 1902, aveva scritto alla moglie di William James, Alice, mentre lavorava alla sua fenomenologia: «Durante le pause ho parlato solo una dozzina di volte con mia moglie […] e del resto non ho pronunciato due frasi consecutive con nessuno. Ci sono stati quattro o cinque mesi di silenzio. Non è un periodo fuori dal normale. Vivo sempre così» (Lettera a Alice James [1902]). Questi esempi dimostrano l’alternanza tra ossessione creativa e disturbo bipolare che caratterizzarono l’intera esistenza di Peirce.

La religione, stemperata dalla devozione di suo padre per la fede unitariana, fu per il giovane Peirce – nato e cresciuto all’ombra dell’oligarchia puritana – un elemento molto importante. La prima espressione chiara dell’impatto della religione su Charles fu l’ardito annuncio, da studente universitario, del suo ateismo. All’età di venticinque anni la fede profonda e costante del padre nell’armonia basilare tra religione e scienza e il suo matrimonio con la figlia devota e femminista di un pastore convinsero Charles della serietà, se non della verità, della religione al punto che entrò a far parte della chiesa episcopale insieme alla sua prima moglie come condizione per il loro matrimonio. In séguito le sue riserve sull’argomento si concentrarono su quello che lui definì l’assurdità pericolosa della metafisica teologica. Nel 1892 all’età di cinquantatré anni Peirce ebbe un’esperienza mistica che cambiò la sua vita. Raccontò che, dopo molti anni di assenza dalla chiesa e dalla comunione, nel mezzo di una crisi personale molto
and one morning, after wandering aimlessly, he entered St. Thomas’s Episcopal Church in New York City:

 

I seemed to receive the direct permission of the Master to come [to communion] … when the instant came I found myself carried up to the altar rail, almost without my own volition. I am perfectly sure that it was right. Anyway, I could not help it.

I may mention as a reason why I do not offer to put my gratitude for the bounty granted to me into some form of church work, that which seemed to call me today seemed to promise me that I should bear a cross like death for the Master’s sake, and he would give me strength to bear it. I am sure it will happen. My part is to wait.

I have never before been mystical, but now I am. [MSL 483]

 

For Peirce, the experience was so important that he said of it, “If … a man has had no religious experience, then any religion not an affectation is as yet impossible for him; and the only worthy course is to wait quietly till such experience comes. No amount of speculation can take the place of experience” (CP 1.654).

For the mystic, the real is not itself sensible; it is represented by means of sense, in the same manner as an idea is represented by a word, say, sign. The word is heard with the ear, but the meaning that it signifies has no more physical properties than a character in A Midsummer Night’s Dream. From the publication of his first papers in 1867, Peirce held in his doctrine of signs, which he called semiotic, that “we have no power of thinking without signs” (CP 285) and that “all thought whatsoever is a sign, and is mostly of the nature of language” (420). After his mystical experience, he increasingly treated semiotic as an interpretation of the logos, the idea of the world perceived to be God’s utterance, the action of signs, or semiosis. In five articles published in the Monist in 1891-93 (CP 6.7-34, 35-65, 102-63, 238-317), which bracket his religious experience, those published before and after it show very clearly in their differences the experience’s effect on his thinking. In 1908, Peirce reinterpreted his pragmatism as “A Neglected Argument for the Reality of God” (CP 6.452-93).

The mystic will often speak of “the Master” or a similarly reverenced being as the guide to the real. In Peirce’s case the “cross like death” was the iron duty “the Master” had bound him to do – the completion of his architectonic philosophy. After his
grave, una mattina, dopo aver vagato senza meta, entrò nella chiesa episcopale St. Thomas di New York:

 

Mi sembrò di ricevere il permesso direttamente dal Signore di andare [a prendere la comunione] […] quando arrivò il momento, mi trovai spinto fino alla barra dell’altare, quasi senza una mia volontà. Sono del tutto sicuro che fosse giusto. In ogni caso non potevo evitarlo.

Come ragione del motivo per cui non offro di mettere la mia gratitudine per la ricompensa offertami in una qualche forma di lavoro per la chiesa, posso addurre che ciò che sembrò chiamarmi oggi sembrava promettermi che avrei dovuto sopportare una morte di croce per il volere del Signore e che mi avrebbe dato la forza per sopportarla. So che accadrà. Devo solo aspettare.

Non sono mai stato mistico, ma ora lo sono [MSL 483].

 

Per Peirce l’esperienza fu così importante che scrisse: «Se […] un uomo non ha avuto nessuna esperienza religiosa, qualsiasi religione che non sia un’affettazione è al momento per lui impossibile, e il solo atteggiamento che può valere è attendere tranquillamente finché tale esperienza arriva. Nessuna quantità di speculazione può prendere il posto dell’esperienza» (CP 1.654).

Per il mistico il reale non è sensoriale; è rappresentato per mezzo del senso, come un’idea è rappresentata da una parola, cioè da un segno. Il mondo si ascolta con l’orecchio, ma il suo significato non ha maggiori proprietà fisiche di un personaggio del Sogno di una notte di mezza estate. Dalla pubblicazione dei suoi primi scritti nel 1867, Peirce sostenne con la sua dottrina dei segni, che chiamò «semiotic», che «non abbiamo nessun potere di pensare senza segni» (CP 5.285) e che «qualsiasi pensiero è un segno e ha soprattutto natura di linguaggio» (420). Dopo l’esperienza mistica, trattò sempre di più la semiotica come interpretazione del logos, l’idea del mondo come parola di Dio, l’azione dei segni, o semiosi. In cinque articoli pubblicati sul Monist nel 1891-93 (CP 6.7-34, 35-65, 102-63, 238-71, 287-317), che raggruppano la sua esperienza religiosa, quelli pubblicati prima e dopo mostrano con le loro differenze l’effetto di tale esperienza sul suo pensiero. Nel 1908 Peirce reintepretò il suo pragmatismo come A Neglected Argument for the Reality of God [2] (CP 6.452-93).

Il mistico si riferirà spesso al «Signore» o a un’entità simile come alla guida della realtà. Nel caso di Peirce la «morte di croce» fu il compito ferreo che «il Signore» gli
mystical experience of 1892, Peirce, poor, isolated, increasingly sick, and often profoundly depressed and suicidal, wrote more than 80,000 pages of difficult, often brilliant, and sometimes superb philosophical thinking, very little of it published, in trying to do what “the Master” demanded. He died, in 1914, virtually pen in hand.

This volume assumes that Peirce’s thought can provide a fruitful basis for the development of psychoanalytic theory. I will now provide an introduction to what is a thoroughly American foundation for a very different way of looking at human psychology, beginning with pragmatism, his theory of inquiry.

Peirce uses the word inquiry very broadly to mean the many ways we go about trying to find things out by means of signs and symbols, which are then subjected to logical criticism. He uses the word inference, not to stand for the way we presume to think logically, but to point to the fact that when we infer, we are usually giving a reason for what it is that we are asserting. We do this, Peirce held, by using – in various combinations – the three types of inference he distinguishes: deduction, induction, and hypothesis, which Peirce preferred to call abduction. Of the first, he agrees that every deductive inference is already contained in the premises, but he also contends that, even in something so apparently cut-and-dried, there is an experimental element. Induction he calls that type of inference which is concerned with testing, not, as so many philosophers of science have insisted, originating knowledge. But it is Peirce’s revolutionary claim that hypothesis or abduction is a third type of inference that is the truly interesting element of his theory of inquiry. Only abduction can originate or advance knowledge, and the difference between induction and abduction is that in induction “we conclude that facts, similar to observed facts are true in cases not examined [while in abduction] we conclude the existence of a fact quite different from anything observed … The former classifies, and the latter explains” (CP 2.636). Peirce provides a simple diagram of abductive inference:

 

The surprising fact, C, is observed;

But if A were true, C would be a matter of course,

Hence, there is reason to suspect that A is true. [CP 5.189]

 


assegnò: il compimento della sua filosofia architettonica. Dopo l’esperienza mistica del 1892 Peirce, povero, isolato, sempre più malato e spesso molto depresso e con istinti suicidi, scrisse più di 80.000 pagine di speculazioni filosofiche difficili, spesso geniali e a volte superbe, poche delle quali vennero pubblicate, nel tentativo di fare quello che «il Signore» gli aveva chiesto. Morì nel 1914 quasi con la penna in mano.

In questo libro si assume che il pensiero di Peirce fornisca una base fertile allo sviluppo della teoria psicoanalitica. Propongo ora un’introduzione a quello che è il fondamento puramente americano di una nuova visione della psicologia umana, iniziando dal pragmatismo, la teoria dell’indagine di Peirce.

Peirce usa la parola «inquiry» in senso generale per significare i molti modi in cui affrontiamo il tentativo di comprendere le cose attraverso i segni e i simboli, che sono poi soggetti a una critica logica. Usa il termine «inference» non per designare il modo in cui presumiamo di pensare con logica, ma per indicare il fatto che, quando inferiamo, generalmente diamo una ragione a quello che stiamo affermando. Lo facciamo, sostiene Peirce, usando – con varie combinazioni – i tre tipi di inferenza da lui identificati: deduzione, induzione e ipotesi, che Peirce preferiva chiamare «abduction». Della prima concorda sul fatto che ogni inferenza deduttiva sia già contenuta nelle premesse, ma allo stesso tempo sostiene che, anche in una situazione così apparentemente ovvia, ci sia un elemento sperimentale. Chiama «induzione» quel tipo di inferenza che riguarda la prova [testing], e non la creazione di una conoscenza, come molti filosofi della scienza sostengono. Ma è la tesi rivoluzionaria di Peirce secondo cui l’ipotesi o abduzione sarebbe un terzo tipo di inferenza a rappresentare l’elemento veramente interessante della sua teoria dell’indagine. Solo l’abduzione può originare o far avanzare la conoscenza, e l’induzione e l’abduzione di differenziano perchè con l’induzione «concludiamo che fatti simili ai fatti osservati sono veri in casi non esaminati [mentre con l’abduzione] concludiamo l’esistenza di un fatto completamente differente da alcunché osservato […]. La prima classifica, la seconda spiega» (CP 2.636). Peirce propone un semplice diagramma dell’inferenza abduttiva:

 

Si osserva il sorprendente fatto C;

Ma se fosse vero A, C sarebbe spiegato come fatto normale,

Perciò c’è ragione di sospettare che A sia vero. [CP 5.189].

 


What first strikes the attention is the entirely tentative nature of the conclusion – it is a guess worth considering. Secondly, the schema shows what makes a hypothesis worthwhile or reasonable, whether in everyday life or in science. The diagram says nothing about what would justify or validate the hypothesis. That will be a matter of elaborating the consequences of the hypothesis deductively and then testing it inductively. The only important question concerning any hypothesis is, does it open up a new and unexpected line of thought that leads us to more detailed exploration and test? Here the special importance Peirce attaches to abduction becomes clear; it is the only form of inference which originates knowledge, unlike deduction and induction, which reiterate and test knowledge we already have.

We can now summarize Peirce’s view of inquiry as the statement of his pragmatism: it is the logical rule that requires that any genuine hypothesis will lead deductively to consequences that can be tested inductively by experience. Peirce generalized this framework to encompass thought of any kind – perception, emotion, action, inquiry, deliberation, science – and to insist that thought always exhibits the same pattern: the mutual interplay, interaction, and support of the three types of inference he distinguishes. The life of thought he characterizes as the constant formation, reformation, and exercise of habits of inference.

For Peirce, habits of inference take three forms. The first is reasoning proper, the making of fully conscious and, at least in intention, fully worked-out inferences, such as those made by a biologist or clinical psychoanalyst. Reasoning, in this critical sense, is what logicians usually investigate and formalize. The second is what Peirce called acritical reasoning (CP 5.440). It is the sort of inference that we regularly make in our everyday lives, in conversation, in disciplining our children, in making plans, in arguing for a political candidate, or in any other ordinary pattern of thinking in which we seldom provide our premises or complete an argument. The third form, of particular interest to psychoanalysis, is what Peirce calls “operations of the mind which are logically analogous to inference excepting only that they are unconscious and therefore uncontrollable and therefore not subject to logical criticism” (CP 5.108). For Peirce, the
Ciò che colpisce in primo luogo è la natura del tutto ipotetica della conclusione: è una supposizione che vale la pena di prendere in considerazione. In secondo luogo lo schema mostra ciò che rende un’ipotesi utile o ragionevole, che si tratti della vita quotidiana o della scienza. Il diagramma non dice niente su cosa giustificherebbe o renderebbe valida l’ipotesi. Tale sarebbe il modo di procedere nell’elaborazione delle conseguenze dell’ipotesi attraverso la deduzione e la prova induttiva. L’unica domanda importante che riguarda qualsiasi ipotesi è: apre una nuova e inaspettata linea di pensiero che ci conduce a scoperte e prove più dettagliate? Diventa quindi chiara la grande importanza che Peirce attribuisce all’abduzione; è la sola forma di inferenza che origina conoscenza, al contrario di deduzione e induzione che reiterano e testano conoscenze che noi già possediamo.

Possiamo riassumere la visione di Peirce sull’indagine come l’espressione del suo pragmatismo: è la regola logica a stabilire che qualsiasi ipotesi sincera conduce deduttivamente a conseguenze che possono essere testate induttivamente dall’esperienza. Peirce estese questo concetto a tutti i tipi di pensiero – percezione, emozione, azione, indagine, deliberazione, scienza – insistendo che il pensiero segue sempre lo stesso schema: la reciprocità, l’interazione e il sostegno dei tre tipi di inferenza distinti da Peirce. Definisce l’esistenza del pensiero come la continua formazione, riformazione e applicazione delle abitudini inferenziali.

Secondo Peirce esistono tre forme di abitudine inferenziale. La prima è il ragionamento vero e proprio, la formulazione di inferenze in modo completamente consapevole e, almeno nelle intenzioni, in modo completamente calcolato, come quelle fatte da un biologo o da uno psicoanalista clinico. Il ragionamento, in questo senso critico, è quello che i logici di solito esaminano e formalizzano. Il secondo è quello che Peirce definì ragionamento «acritical» (CP 5.440). È il tipo di inferenza che facciamo regolarmente nella vita di tutti i giorni, quando conversiamo, quando insegniamo la disciplina ai nostri figli, quando ci organizziamo, quando discutiamo su un candidato politico o in qualsiasi altro schema di pensiero nel quale forniamo raramente le nostre premesse o una tesi completa. La terza forma, di particolare interesse per la psicoanalisi, è quella che Peirce definisce «operazioni della mente che dal punto di vista logico sono analoghe a inferenze, eccetto solo che sono inconsce e perciò incontrollabili e perciò non soggette a critica» (CP 5.108). Secondo Peirce quelle più
most easily identified of these are our perceptual judgments of shape and color, spatial and temporal relations, which are unconscious hypotheses and, therefore, beyond our control.

One way to appreciate the range of Peirce’s thought and its application to psychoanalytic theory and practice is to begin with his assault on Cartesianism, one of the origins of modern thinking about inquiry. Peirce understood clearly that Descartes was, as he was himself, trying to grasp the underlying reasons for the success of modern scientific method, and, in his thoroughgoing rejection of Descartes, he invented contemporary logic of science in both its broad and narrow senses. Peirce’s criticisms of Descartes also provide the best introduction to his architectonic system of thought. These criticisms are to be found in two papers Peirce wrote in 1868, when he was not yet thirty, “Concerning Certain Faculties Claimed for Man” and “Some Consequences of Four Incapacities”, which remained virtually ignored for al least sixty years (CP 5.213-63, 264-317).

Descartes put forward the now familiar idea that we know by means of direct acts of knowledge called intuitions, which are self-evident truths we cannot doubt. These intuitions are absolutely simple, dyadic relations between the knowing mind and what is known, such that the intuition presents a whole truth perfectly circumscribed. Once achieved, the intuition is independent and requires no accounting. Descartes claimed that his methods of investigation give results. He thought that since some of our beliefs may have been constituted nonintuitively, if we are serious inquirers, we must rigorously, at least once in our lives, make the experiment of doubting all our beliefs. What survives will be those simple beliefs that have proved themselves to be intuitions – direct, self-evident knowledge of truth. We, then, individually, build our general knowledge, piece-by-piece in the right order, from these simple intuitions, as in geometry. But it is absurd to ask for justifications of these intuitions, since all investigations depend on them as ultimates beyond explanation.


facili da identificare sono i giudizi percettibili della forma e del colore, le relazioni spazio-temporali, le quali sono ipotesi inconsapevoli e, quindi, al di fuori del nostro controllo.

Un modo per apprezzare la gamma del pensiero di Peirce e le sue applicazioni alla teoria e alla pratica psicoanalitica è cominciare con la sua battaglia al cartesianismo, una delle origini del pensiero moderno sull’indagine. Peirce capì chiaramente che Cartesio stava cercando, come lui, di comprendere le ragioni alla base del successo del metodo scientifico moderno, e, nel suo risoluto rigetto per Cartesio, inventò la logica della scienza contemporanea in senso generale e specifico. Le critiche di Peirce a Cartesio costituiscono inoltre la migliore introduzione al suo sistema architettonico del pensiero. Tali critiche si ritrovano in due saggi del 1868 del non ancora trentenne Peirce, intitolati Concerning Certain Faculties Claimed for Man[3] e Some Consequences of Four Incapacities[4], che vennero quasi ignorati per almeno sessant’anni (CP 5.217-63, 264-317).

Cartesio propose l’idea, ora familiare, secondo la quale apprendiamo attraverso atti diretti della conoscenza chiamati «intuizioni», che sono verità lapalissiane di cui non possiamo dubitare. Tali intuizioni sono molto semplici, rapporti bivalenti tra la mente intelligente e ciò che si deve apprendere, così che l’intuizione presenta una verità completa perfettamente circoscritta. Una volta raggiunta, l’intuizione è indipendente e non richiede alcuna spiegazione. Cartesio sosteneva che i suoi metodi d’indagine davano dei risultati. Pensava che, poiché alcune delle nostre convinzioni possono essere state costruite in modo non intuitivo, se siamo dei ricercatori seri dobbiamo rigorosamente, almeno una volta nella vita, sperimentare la messa in dubbio di tutte le nostre convinzioni. Rimarranno quelle convinzioni semplici che si riveleranno intuizioni – conoscenza diretta ed evidente della verità. Costruiremo poi, individualmente, la nostra conoscenza generale, pezzo dopo pezzo nel giusto ordine, partendo da queste semplici intuizioni, come in geometria. Ma è un’assurdità cercare di giustificare tali intuizioni, poiché qualsiasi indagine dipende dalle intuizioni in quanto fatti fondamentali al di là di qualsiasi spiegazione.


For Peirce, Descartes’ theory of knowledge is an abduction whose consequences must be deduced and then tested inductively. He rejects the Cartesian model of inquiry on several grounds, beginning:

 

We cannot begin with complete doubt. We must begin with all the prejudices we actually have … These prejudices are not to be dispelled with a maxim, for they are things which it does not occur to us can be questioned … A person may, it is true, in the curse of his studies, find reason to doubt what he began by believing; but in that case he doubts because he has a positive reason for it, not on account of the Cartesian maxim. Let us not pretend to doubt in philosophy what we do not doubt in our hearts. [CP 5.265]

 

He goes on to point out that it is a profound mistake to take individual consciousness as our final standard of knowledge. Instead, he holds up the community of inquirers, who can question each other and work toward some agreement as a more appropriate criterion. In practice, Peirce replaces Cartesian intuition with the community of scientific inquirers, who have the hope that, in time, for a given inquiry, one solution will be established as the superior one. Such a tentative, but justifiable outcome is what truth means in science. Finally, Peirce denies that inquiry can be held to justify the Cartesian reliance upon “absolutely inexplicable” intuitions: these, by their very nature, block the road of inquiry.

Peirce deepens his attack on intuition by denying that we have direct intuitive knowledge either of ourselves as unique individuals or of our own inner states and attitudes. He holds that we come to know the important facts about ourselves inferentially; that we first form a definite idea of ourselves as a hypothesis to provide a place in which our errors and other people’s perceptions of us can happen. Furthermore, this hypothesis is constructed from our knowledge of “outward” physical facts, such things as the sounds we speak and the bodily movements we make, which Peirce calls signs. The strangeness of such signs is that, while they are purely physical, in order for them to act as sings they must stand in relation to other physical things, and that relation is not physical, but intelligible. This state, in which the suprasensible exists in the sensible, is the commonplace, but seldom noticed, origin of our experience. Peirce, fascinated since boyhood by the intelligibility of relation – by logic and meaning –
Secondo Peirce, la teoria della conoscenza di Cartesio è un’abduzione le cui conseguenze devono essere dedotte e in seguito testate induttivamente. Rifiuta il modello di indagine di Cartesio per varie ragioni; la prima:

 

Noi non possiamo cominciare con il dubbio totale. Dobbiamo cominciare con tutti i pregiudizi che agiscono in noi […]. Questi pregiudizi non li possiamo eliminare con una massima, poiché sono tali che non ci è mai venuto in mente di poterli mettere in discussione […]. È vero che nel corso dei suoi studi una persona può trovare ragione di dubitare di cose a cui in principio credeva, ma in questo caso dubita perché ha una ragione positiva per farlo, e non certo in considerazione della massima cartesiana. Non si pretenda dunque di dubitare in filosofia ciò di cui non dubitiamo dentro di noi [CP 5.265].

 

Continua sottolineando che è un grave errore considerare la conoscenza individuale schema finale della conoscenza. Al contrario, chiama in causa la comunità dei ricercatori, che, come criterio più appropriato, possono interrogarsi tra loro e lavorare per arrivare a un accordo. In pratica Peirce sostituisce l’intuizione cartesiana con la comunità dei ricercatori scientifici, che sperano che, presto, per una data ricerca, si arrivi a stabilire la soluzione migliore. Questo risultato ipotetico ma legittimo è ciò che la scienza considera «verità». Infine Peirce nega che l’indagine possa essere condotta al fine di giustificare la dipendenza cartesiana dalle intuizioni «assolutamente inspiegabili»: queste, per loro stessa natura, bloccano la strada alla ricerca.

Peirce rafforza il suo attacco contro l’intuizione negando l’idea secondo la quale noi possediamo una conoscenza intuitiva diretta sia di noi stessi come unici individui sia dei nostri stati e atteggiamenti mentali. Afferma che noi giungiamo a conoscere i fatti importanti su di noi attraverso un processo inferenziale; ci facciamo una prima idea chiara di noi stessi come ipotesi per costituire un luogo dove possano trovare spazio i nostri errori e ciò che gli altri percepiscono di noi. Inoltre tale ipotesi prende forma dalla nostra conoscenza dei fatti fisici “esterni”, come i suoni che produciamo parlando e i gesti che facciamo, che Peirce chiama «segni». La stranezza di questi segni risiede nel fatto che, anche se sono segni puramente fisici, per funzionare come segni devono mettersi in relazione con altre cose fisiche e tale interazione non è fisica ma intelligibile. Tale condizione, nella quale il soprasensibile esiste nel sensibile, è la banale origine della nostra esperienza, anche se raramente ce ne rendiamo conto. Peirce, affascinato sin
claims, in W. B. Gallie’s words, that “to know, with regard to a succession of physical events, that they make up a series of signs, is to know of the existence of and operation of a mind (or number of minds); and that to be engaged in making or manifesting or reacting to a series of signs is to be engaged in ‘being a mind’ or, more simply and naturally, to be engaged in thinking intelligently” (1952, 80-81).

We will not see ourselves exactly as others see us, or see them exactly as they see themselves, but we surely see ourselves through our own speech and other interpretable behavior, just as others see us and themselves in the same way. What is important is the commonality of the process, so that whatever else it may be, as Peirce says, “all thinking is dialogic in form” (CP 6.338), whether it is intrasubjective or intersubjective. For Peirce, then, the self is a form of dialogue: “One’s thoughts are what he is ‘saying to himself’, that is, saying to that other self that is just coming to life in the flow of time. Then one reasons, it is that critical self that one is trying to persuade; and all thought whatsoever is a sign, and is mostly in the nature of language” (CP 5.421). In metaphor, the human self is a nexus actively embodied in an infinite labyrinth of intelligible signs.

In summary, Peirce sets forth the semiotic doctrine that all thought is in signs and, more generally, that in any situation where knowledge is possible, sign action, or semiosis, is its vehicle. While the Cartesian tradition holds that knowledge is essentially direct and dyadic, a two-sided relation between knowing mind and known fact, Peirce insists that knowledge is inferential and triadic in that it always requires three elements, a sign, the object signified, and the interpretant, which may be expressed broadly for any intelligible assertion in the form “A signifies B to C,” or, more narrowly, in psychoanalysis, as “A transfers B to C”.

Now, a long-acknowledged problem with psychoanalytic theory – its open secret – is that it cannot provide a theoretical basis for “symbol formation”, even though analysis is itself carried on exclusively by means of symbols. This failure has meant that the revolutionary discoveries that have been made in clinical practice are disconnected from the theory that is presumed to underlie them. Nevertheless, the language in which such
dall’adolescenza dall’intelligibilità delle relazioni – dalla logica e dal significato – sostiene, usando le parole di W. G. Gallie, che «conoscere, riguardo a una successione di eventi fisici, che costituiscono una serie di segni, vuol dire venire a conoscenza dell’esistenza e del funzionamento di una mente (o di diverse menti); e che produrre o rivelare o reagire a una serie di segni significa “essere una mente” o, più semplicemente e naturalmente, pensare con intelligenza» (1952, 80-81).

Forse non vedremo noi stessi esattamente come ci vedono gli altri, o non vedremo gli altri esattamente come vedono sé stessi, ma sicuramente vediamo noi stessi attraverso le nostre stesse parole e altri comportamenti interpretabili, così come gli altri vedono noi e sé stessi. La cosa importante è la condivisione del processo, così che qualunque sia il pensiero, come afferma Peirce, risulti «dialogico nella forma» (CP 6.338), che si tratti di pensiero intrasoggettivo o intersoggettivo. Secondo Peirce, inoltre, il Sé è una forma di dialogo: «I pensieri di un individuo sono ciò che egli va “dicendo di sé stesso”, ovvero ciò che va dicendo a quell’altro sé stesso che sta appunto venendo alla vita nel flusso del tempo. Quando l’individuo ragiona, è proprio questo [Sé] critico che cerca di persuadere; e così qualsiasi pensiero è un segno e ha soprattutto natura di linguaggio» (CP 5.421). Metaforicamente il Sé umano è un nesso incorporato attivamente in un labirinto infinito di segni intelligibili.

In sintesi Peirce spiega con la dottrina semiotica che qualsiasi pensiero risiede nei segni e che, più genericamente, in qualsiasi situazione in cui è possibile una conoscenza, l’azione segnica, o semiosi, ne costituisce il mezzo. Mentre la tradizione cartesiana afferma che la conoscenza è essenzialmente diretta e diadica, una relazione bidirezionale tra la mente che conosce e il fatto conosciuto, Peirce sottolinea che la conoscenza è inferenziale e triadica poiché richiede sempre la presenza di tre elementi, un segno, l’oggetto significato e l’interpretante, concetto che può essere espresso in senso più generale attraverso qualsiasi affermazione intelligibile del tipo «A significa B per C», o, in senso più ristretto, in psicoanalisi, «A trasferisce B su C».

Ora, un problema storico della teoria psicoanalitica – un segreto di Pulcinella – è il fatto che tale teoria non può apportare una base teorica alla «formazione del simbolo», sebbene l’analisi stessa sia portata avanti esclusivamente per mezzo di simboli. Da questa mancanza consegue che le rivoluzionarie scoperte fatte nella pratica clinica sono staccate dalla teoria che si presume ne sia alla base. Eppure il
clinical discoveries are expressed is usually the inappropriate language of orthodox psychoanalytic theory. The consequence is fundamental confusion.

Briefly, Sigmund Freud’s research, typical of the nineteenth century’s obsession with mechanism, was founded on the concept of biological drive, on the presumption that such a foundation would illuminate the depths of human experience by showing how bodily functions generate the energy for and goals of all mental activity. This concentration generally excluded concern with the world of objects and relations between human individuals. Later, when Freud turned to the psychology of the ego as an important part of the problem of relations among object, he developed a theory of object relations which attempted to preserve his original drive theory by treating the role of objects as the targets of discharge and the inhibition or facilitation of drives. The mind is, thus, an epiphenomenon incapable of causing anything, perhaps even repression, a conclusion that completely vitiates the purposes of psychoanalysis.

The realization that even the most ingenious variations of strictly Freudian ego psychology cannot explain symbol formation (which is to say, effective thought) and are consequently useless in justifying “the talking cure” has led to a profusion of object relations models. In these models, drive theory is either drastically modified or rejected outright by conceptual frameworks in which relations with others are taken to constitute the fundamental elements of mental life. The great clinical significance of object relations, unexplainable by orthodox theory, is that it has been the central conceptual issue in psychoanalysis since 1919, with the early work of Melanie Klein, and became more explicit in the 1940s with the writings of H. S. Sullivan and W.R.D. Fairbairn.

Yet the idea of object relations, although it makes possible significant human intercourse, because of its often explicitly Cartesian dyadic structure represented by the patient-therapist relation and by the generally reductionist tendency of positivism, has proved unable to provide the theory of meaning – “symbol formation” – its clinical findings demand. A few independent theorists, such as Jacques Lacan, have proposed a
linguaggio attraverso il quale sono espresse tali scoperte cliniche è solitamente il linguaggio inappropriato della teoria della psicoanalisi ortodossa. La conseguenza è una fondamentale confusione.

In breve, le ricerche di Sigmund Freud, tipiche dell’ossessione ottocentesca per il meccanicismo, si basavano sul concetto di pulsione biologica, sulla supposizione secondo la quale tale fondamento avrebbe illuminato gli abissi dell’esperienza umana mostrando come le funzioni corporee generano l’energia per tutte le attività mentali e ne stabiliscono il fine. Tale limitazione escludeva generalmente il problema del mondo degli oggetti e le relazioni tra gli individui. In séguito, quando indirizzò i suoi studi verso la psicologia dell’Io come parte importante del problema delle relazioni tra gli oggetti, Freud sviluppò una teoria delle relazioni oggettuali che tentava di mantenere la teoria originale delle pulsioni considerando gli oggetti obiettivi della scarica, dell’inibizione o dell’agevolazione delle pulsioni. La mente è quindi un epifenomeno incapace di produrre qualcosa, forse nemmeno la rimozione, conclusione che distrugge completamente gli obiettivi della psicoanalisi.

La consapevolezza che persino le variazioni più ingegnose della rigorosa psicologia freudiana dell’Io non sono in grado di spiegare la formazione del simbolo (cioè del pensiero efficace) e sono di conseguenza inutili per giustificare la “guarigione per via verbale” ha portato alla sovrabbondanza di modelli di relazioni oggettuali. In tali modelli la teoria delle pulsioni viene inoltre modificata drasticamente o scartata direttamente da strutture concettuali nelle quali le relazioni con gli altri sono interpretate come elementi fondamentali della vita mentale. La grande importanza clinica delle relazioni oggettuali, che la teoria ortodossa non era riuscita a spiegare, è data dal fatto che rappresenta il principale tema concettuale della psicoanalisi dal 1919, con le prime opere di Melanie Klein, e si è delineata più chiaramente negli anni Quaranta con gli scritti di H. S. Sullivan e W. R. D. Fairbairn.

Tuttavia l’idea delle relazioni oggettuali, sebbene renda possibile rapporti umani significativi, grazie alla sua struttura diadica cartesiana rappresentata dalla relazione paziente-terapeuta e alla generale tendenza riduttiva al positivismo, si è dimostrata incapace di produrre la teoria del significato – “la formazione dei simboli” – richiesta dalle scoperte cliniche. Alcuni teorici indipendenti, come Jacques Lacan, hanno
linguistic psychoanalytic model, but these are the limited beginnings of a semiotic theory.

On the other hand, Peirce’s semiotic provides a well-conceived theory of thought-signs, which provides a broad and adequate basis for and development of symbol formation. For Peirce, the universal character of a sign is its triadicity. He holds this position in opposition to the many, originating with Ferdinand de Saussure, who believe that a sign can stand in an essentially dyadic relation, called its meaning, to its object. Peirce points out that this is a fundamental misconception of the nature of a sign because it overlooks that a sign can function only as an element in a working system of signs, which is triadic in nature.

According to Peirce, the irreducibly triadic property of the sign always has three elements: sign (first term), standing for object (second term) to interpretant (third element). Nevertheless, Peirce conceded that, for the sake of analysis, he would allow a sign to be treated only in its relation to the second term its object. Taken this way, signs are of three kinds: icons, indexes, and symbols. An icon is a sign whose particular way of signifying is by likeness; thus, an ape may serve as an icon of a human. An index signifies by means of an actual dynamic relation to its object. For example, a certain grimace indicates the presence of pain. A symbol is any artificial or conventional sign, so a rose is a symbol of love. Almost all words in a language are symbols in this sense. But neither icon, index, nor symbol actually functions as a sign until it is interpreted, unless semiosis, the action of signs, occurs. It is the fact of evolutionary kinship that makes the ape an icon of the man. Taken by itself, the similarity in appearance of the two beasts means nothing. The independent existence of the grimace and the pain are simply two brute facts, unless we add the doctor’s palpating the abdominal lower right quadrant looking for the possibility of appendicitis. And as for the symbol “A rose is a rose is a rose”, we may add “sometimes a cigar is just a cigar”.

Peirce’s idea of the interpretant requires a brief elucidation. We might think wrongly that Peirce intends the word to refer to a person or mind – an actual interpreter.
proposto un modello psicoanalitico basato sul linguaggio, ma si tratta solo di inizi circoscritti di una teoria semiotica.

La semiotica di Peirce, invece, propone una teoria dettagliata dei pensieri-segni, che dà una base ampia e adeguata per la teoria della formazione del simbolo e il suo sviluppo. Secondo Peirce, il carattere universale di un segno è il suo stato triadico. Peirce sostiene tale posizione opponendosi ai molti che, prendendo spunto da Ferdinand de Saussure, credono che un segno faccia parte di una relazione essenzialmente diadica con il suo oggetto, chiamata «significato». Peirce fa notare che si tratta di un fraintendimento della natura del segno perché trascura il dato fondamentale che un segno può funzionare solo come elemento in un sistema operativo di segni, che è di natura triadico.

Secondo Peirce, l’irriducibile proprietà triadica del segno ha sempre tre elementi: il segno (il primo termine), che sta per l’oggetto (il secondo termine) attraverso l’intepretante (il terzo termine). Ciò nonostante Peirce ammise che, per il bene dell’analisi, avrebbe permesso la riflessione sul segno solo in relazione al secondo termine, il suo oggetto. Secondo tale concezione, i segni sono di tre tipi: icone, indici e simboli. L’icona è un segno il cui atto di significazione avviene per somiglianza; perciò un gorilla può servire da icona per un umano. Un indice acquista significato attraverso un’effettiva relazione dinamica con il suo oggetto. Per esempio, una certa smorfia indica la presenza di dolore. Un simbolo è qualsiasi segno artificiale o convenzionale; così una rosa è simbolo d’amore. Quasi tutte le parole di una lingua in questo senso sono simboli. Ma né un’icona né un indice e neppure un simbolo funzionano davvero come segni se non vengono interpretati, se non avviene una semiosi, un’azione segnica. È l’evoluzione della consanguineità a fare del gorilla un’icona dell’uomo. Presa in sé, la somiglianza d’aspetto tra le due bestie non significa niente. Le esistenze indipendenti della smorfia e del dolore sono due semplici fatti spiacevoli, a meno che si aggiunga una palpazione del medico della parte addominale in basso a destra alla ricerca di una possibile appendicite. E come per il simbolo «a rose is a rose is a rose», si potrebbe aggiungere «a volte un sigaro è solo un sigaro».

L’idea dell’interpretante di Peirce richiede una breve delucidazione. Si potrebbe ritenere, erroneamente, che Peirce intendesse riferire la parola a una persona o a una
This is wrong because, in the first place, there are kinds of semiosis or sign action that do not involve what we usually mean by minds, such as the communication to be found in a beehive, where one bee is able, by means of signs, to show other bees exactly where nectar is to be found. But more important, this is an incorrect assumption because, as Peirce points out, we do not recognize that a sign has been interpreted by observing a mental action but by observing another sign. To give an example, a person points (index) up at the sky and his companion looks up (interpretant) to see the object of the sign. Someone else might call out, “What do you see up there?” which is also an interpretant of the original sign. For Peirce, any appropriate response to a sign is acting as another sign of the object originally signified. A sunflower following the sun across the sky with its face is also an interpretant. Peirce uses the word interpretant to stand for any such development of a given sign.

Freud often gives descriptions of analysis in which he recognizes the actions of signs without naming them as such or considering the possibility of a sign system. In one case of a hysterical patient, Elizabeth Von R., he writes:

 

The discovery of the reason for the first conversion opened a second, fruitful period of treatment. The patient surprised me soon afterwards by announcing that she now knew why it was that the pains [sign] always radiated from that particular area of her right thigh [object] and were their most painful there: it was in this place that her father used to rest his leg every morning, while she renewed the bandage around it, for it was badly swollen [interpretant]. This must have happened a good hundred times, yet she had not noticed the connection till now. In this way she gave me the explanation that I needed of the emergence of what was an atypical hysterogenic zone [second interpretant of the original sign]. Further, her painful legs began to “join in the conversation” [semiosis, the action of signs] during our analyses. [S. E. 2:148]

 

Here Freud is clearly aware of the semiotic character of analysis, in particular of its indexical form as symptom, but he develops this thought to further encompass the idea of what I will call therapeutic semiosis:


mente: un interprete reale. È falso perché, in primo luogo, ci sono tipi di semiosi o di azioni segniche che non implicano quello che normalmente intendiamo per «mente», come la comunicazione che avviene in un alveare, dove un’ape è in grado, attraverso segni, di mostrare alle altre api dove si trova esattamente il nettare. Ma, ancora più importante, è un presupposto erroneo perché, come sottolinea Peirce, non riconosciamo che un segno è stato interpretato osservando un’azione mentale, ma osservando un altro segno. Per fare un esempio, una persona indica (indice) il cielo e il suo amico guarda (interpretante) per vedere l’oggetto del segno. Qualcun altro può chiedere ad alta voce «Cosa vedi lassù?», che è quindi un altro interpretante del segno originale. Secondo Peirce qualsiasi reazione appropriata a un segno è agire come altro segno dell’oggetto originariamente significato. Un girasole che segue con la corolla il sole nella traiettoria in cielo è pure un interpretante. Peirce usa la parola «interpretant» per indicare qualsiasi consimile sviluppo di un dato segno.

Freud fa spesso descrizioni di analisi in cui riconosce le azioni dei segni senza però indicarli con tale nome e senza considerare la possibilità di un sistema di segni. A proposito del caso della paziente isterica Elizabeth Von R. scrive:

 

Con la scoperta del motivo della prima conversione iniziò un secondo periodo, fruttuoso, della cura. Anzitutto l’ammalata mi sorprese, poco dopo, annunciandomi di sapere ormai perché i dolori [segni] partissero sempre proprio da quel determinato punto della coscia destra [oggetto] e fossero lì più violenti. Era questo, infatti, proprio il punto in cui ogni mattina veniva poggiata la gamba del padre, mentre essa rinnovava le bende che avvolgevano la gamba tutta gonfia [interpretante]. Era una cosa che aveva dovuto prodursi un centinaio di volte ed era strano ch’essa fino a oggi non avesse pensato a questo nesso. Mi fornì in tal modo l’attesa spiegazione del formarsi di una zona isterogena atipica [secondo interpretante del segno originale]. Inoltre le gambe dolenti cominciarono regolarmente nelle nostre analisi a “partecipare al discorso” [semiosi, l’azione segnica] (Freud 1984: 302).

 

Qui Freud è chiaramente consapevole del carattere semiotico dell’analisi, in particolare della forma indicale del sintomo, ma sviluppa tale pensiero per delucidare l’idea che chiamerò «semiosi terapeutica»:


What I have in mind is the following remarkable fact. As a rule the patient was free from pain when we started work. If, then, by a question or by pressure upon her head I called up a memory, a sensation of pain would make its first appearance, and was usually so sharp that the patient would give a start and put her hand to the painful spot. The pain that was thus aroused would persist so long as she was under the influence of the memory; it would reach a climax when she was in the act of telling me the essential and decisive part of what she had to communicate, and with the last word of this it would disappear. I came in time to see such pains as a compass to guide me; if she stopped talking but admitted that she still had a pain, I knew that she had not told me everything, and insisted on her continuing her story till the pain had been talked away. Not until then did I arouse a fresh memory. [148]

 

In this passage, the sing is pain, the object is memory, and the interpretant is the therapeutic dialogue between the analyst and patient leading to subsequent semiosis, ending only when the original sign becomes an interpretant and the therapy is complete.

I have only mentioned in passing Peirce’s doctrine of universal categories, which underlies his theory of signs and which can be shown to provide a means toward the development of a theory of the unconscious as a system of signs and to account for the development of self-consciousness. This brief and incomplete outline will serve to introduce the man and his thought, so that the essays in this volume may be understood within a framework of connected ideas – the structure of Peirce’s architectonic philosophy of inquiry and the problems associated with orthodox psychoanalytic theory.

 

 

References

 

I use the conventional designations to refer to Peirce’s works: CP 1.1 means Collected Papers, volume one, paragraph one; MS and MSL, followed by a number means the manuscript or manuscript letter as identified in Robin’s Annotated Catalogue, cited below.


Intendo riferirmi alla strana circostanza seguente: di solito l’ammalata, all’inizio del nostro lavoro, era libera dal dolore; quando invece con una domanda o con una pressione sul capo provocavo un ricordo, si faceva subito notare una sensazione dolorosa, per lo più con tale vivacità da far sussultare l’ammalata e da farle portar la mano sul punto dolente. Il dolore in tal modo destato permaneva per tutto il tempo durante il quale la malata era dominata dal ricordo, raggiungeva il suo culmine quando stava per pronunciare la parte essenziale e decisiva della sua comunicazione, e scompariva con le ultime parole della comunicazione stessa. Gradualmente appresi a utilizzare questo dolore risvegliato come una bussola; quando essa taceva ma ammetteva di sentire ancora dolori, sapevo che non aveva detto tutto e insistevo per la continuazione della confessione sino a che il dolore non fosse trascinato via dalle parole. Soltanto allora risvegliavo un nuovo ricordo (Freud 1984: 302).

 

In questo passo il segno è il dolore, l’oggetto è la memoria e l’interpretante è il dialogo terapeutico tra l’analista e il paziente che porta a semiosi successive, che finiscono solo quando il segno originale diventa un interpretante e la terapia è completa.

Ho citato solo di passaggio la dottrina delle categorie universali di Peirce, che sta alla base della sua teoria dei segni e che, come si può mostrare, è un mezzo per lo sviluppo della teoria dell’inconscio come sistema di segni e spiega lo sviluppo dell’autocoscienza. Questo abbozzo breve e incompleto serve a introdurre l’uomo e il suo pensiero, così che i saggi contenuti in questo volume possano essere capiti all’interno di una cornice di idee connesse tra loro: la struttura della filosofia architettonica dell’indagine di Peirce e i problemi associati alla teoria psicoanalitica ortodossa.

 

 

Riferimenti bibliografici

 

Per riferirmi alle opere di Peirce uso le sigle convenzionali: CP 1.1 significa Collected Papers, volume uno, paragrafo uno; MS o MSL seguiti da un numero indicano il manoscritto o la lettera manoscritta come indicato nell’Annotated Catalogue di Richard S. Robin citato qui di seguito.


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Postfazione


Analisi testuale del prototesto

Il testo scelto come tesi del biennio di specializzazione in traduzione letteraria è un saggio tratto dalla raccolta intitolata Peirce, Semiotics, and Psychoanalysis edita da The Johns Hopkins University Press nel 2000 a cura di John Muller e Joseph Brent. La raccolta contiene in totale dieci saggi: A Brief Introduction to the Life and Thought of Charles Sanders Peirce di Joseph Brent; Peircean Reflections on Psychotic Discourse di James Phillips; Protolinguistic Phenomena in Psychoanalysis di John E. Gedo; Hierarchical Models in Semiotics and Psychoanalysis di John Muller; Feeling and Firstness in Freud and Peirce di Joseph H. Smith; Peirce and Freud: The Role of Telling the Truth in Therapeutic Speech di Wilfried Ver Eecke; Peirce and Psychopragmatics: Semiosis and Performativity di Angela Moorjani; Peirce and Derrida: From Sign to Sign di David Pettigrew; Further Consequences of a Singular Capacity di Vincent Colapietro; Gender, Body, and Habit Change di Teresa de Lauretis. Il testo scelto per la traduzione è il primo saggio introduttivo dal titolo A Brief Introduction to the Life and Thought of Charles Sanders Peirce scritto da Joseph Brent.

 

Presentazione dell’autore

L’autore del saggio è lo studioso Joseph Brent, docente al Dipartimento di Storia della University of California, Los Angeles. Il suo interesse per Charles Sanders Peirce iniziò alla fine di giugno del 1958 quando si recò a Cambridge per consultare la raccolta dei libri di Peirce, che ammontano a circa 12.000 volumi, contenuta nella Widener Library. Contemporaneamente cominciò a raccogliere informazioni su questo grande erudito a diverse persone legate alla Harvard University, l’università in cui Peirce aveva ottenuto la laurea. Brent scrive a proposito di questi incontri: «What I discovered astonished me. Most of those I questioned thought of Peirce as an eccentric and debauched genius who was a rich source of unrelated and unformed ideas, significant, if at all, only for having thought of the bright glimmer of ideas like pragmatism […]». Molte tra queste persone menzionarono alcuni comportamenti ritenuti deprecabili di Peirce, nonostante la sua riconosciuta mente geniale. Brent riassume le varie dicerie sul suo conto:

 

Did I know that he was a drunkard, a drug addict, a homosexual, a libertine who had died of syphilis; that he was an atheist who had married the granddaughter of an esteemed Episcopal bishop, who fled him when he tried to seduce her into sexual perversion; that he then had a long adulterous affair with a French whore, whom he married for her money; that he had several bastard children by several women, one a Negress? (Brent 1996: par. 8)

 

Pochi tra loro manifestarono interesse per il progetto di Joseph Brent di scrivere una biografia di Peirce. I più erano preoccupati per un possibile attacco alla reputazione della Harvard University. Del resto il cognome Peirce è fortemente legato a tale università: Charles Peirce si laureò lì nel 1859, il padre Benjamin fu un eminente docente di matematica e astronomia alla Harvard University e il nonno di Charles Peirce fu il primo bibliotecario dell’università e il primo a scrivere la storia della Harvard University.

Brent rimase comunque convinto della genialità di Peirce e continuò le ricerche. Entrò a far parte della Charles S. Peirce Society, fondata nel 1946 da Frederic H. Young. Entrò inoltre in contatto con vari studiosi di Peirce per raccogliere le informazioni più ampie. Attraverso queste fonti, Brent venne a conoscenza del fatto che la Harvard University aveva ristretto l’accesso ai manoscritti biografici di Peirce in suo possesso. L’unico libro che raccogliesse la vita e le idee di Peirce era fino a quel momento The Development of Peirce’s Philosophy dello studioso Murray Murphey pubblicato nel 1961. La censura della Harvard University finì solo nel 1991, e solo dopo quella data Brent ebbe accesso ai manoscritti di Peirce, trentuno anni dopo che Brent ebbe completato la sua dissertazione su Peirce:

 

Then, in 1990, entirely unexpectedly, long after I had moved into other fields of interest and had given up on the biography, Thomas A. Sebeok, a distinguished semiotician, linguist and Peirce scholar (who is not an academic philosopher), found my dissertation and asked me to revise it for publication, including in my text, where I thought it appropriate, the results of Peirce scholarship since 1960. In December, 1991, at the request of Indiana University Press, the Harvard philosophers, who could no longer find sufficient reason to deny it, gave me permission to publish selections from their Peirce Collection. In January, 1993, the Press published my biography and Houser, the new director of the Project, allowed me to study the restricted papers, which I had vainly asked to see thirty-five years before […] (Brent 1996: par. 32).

 

Brent pubblicò la sua biografia di Peirce nel 1993 col titolo Charles Sanders Peirce: A Life.

I manoscritti biografici di Peirce sono ora aperti allo studio e alle analisi degli studiosi.

 

Biografia di Charles Sanders Peirce

Il saggio A Brief Introduction to the Life and Thought of Charles Sanders Peirce tratta la vita e il pensiero dello studioso americano Charles Sanders Peirce, il quale nacque il 10 settembre 1857 a Cambridge nel Massachusetts e morì il 19 aprile 1914 a Milford in Pennsylvania. Suo padre, Benjamin Peirce, fu docente di matematica alla Harvard University e fu uno dei fondatori dello United States Coast Survey. Il padre fu per Peirce una figura essenziale; Benjamin Peirce si occupò infatti personalmente dell’educazione e della formazione del figlio. Peirce si laureò alla Harvard University nel 1859 e in quello stesso anno iniziò a lavorare allo United States Coast Survey. Vi lavorò fino al 1891. Dal 1879 al 1884 Peirce insegnò logica al Dipartimento di matematica della Johns Hopkins University. Rimase comunque una collaborazione temporanea perché non riuscì mai a ottenere la cattedra universitaria di logica. Ottenne incarichi temporanei oltre alla Johns Hopkins University di Baltimora anche al Lowell Institute di Boston e alla stessa Harvard University. La collaborazione con le università si concluse presto a causa dei comportamenti giudicati immorali di Peirce. Non gli rimase che il lavoro allo United States Coast Survey che però terminò nel 1891. Per il resto della sua vita Peirce si dedicò a lavori di consulenza (principalmente in ingegneria chimica) e si ritrovò spesse volte in grave crisi finanziaria. Essenziale fu l’aiuto anche economico dei parenti e degli amici che lo sostennero fino alla morte.

Durante la sua vita non riuscì mai a pubblicare un libro; l’unica opera che riuscì a portare a termine fu La grande logica che rimase comunque inedita. Fu molto prolifico e i suoi articoli pubblicati ammontano a circa 12.000 pagine. Lasciò inoltre un’immensa mole di manoscritti, circa 80.000 pagine che, dopo la sua morte, la vedova Juliette, sua seconda moglie, vendette al Dipartimento di filosofia della Harvard University.

 

Tesi del saggio

Nel suo saggio Joseph Brent si pone l’obiettivo di diffondere il pensiero di Charles Sanders Peirce illustrandone la vita e i punti cardine della filosogia. Brent analizza la figura di Peirce dal punto di vista sia biografico che scientifico. Nel raccontare gli episodi spesso deplorevoli della sua vita, Brent vuole ricordare al lettore come mai una figura così importante del pensiero americano sia stata ignorata per quasi un secolo. Per quanto riguarda l’analisi delle sue teorie innovative, l’autore pone l’accento sull’importanza che le idee di Peirce hanno non solo a livello generale per la scienza, ma anche la loro applicazione nel campo della psicoanalisi.

Il saggio di Brent aiuta il lettore a comprendere a fondo il personaggio storico di Peirce e le sue idee. Dà al lettore una chiave di lettura degli altri saggi della raccolta.

 

Struttura del saggio

Joseph Brent divide il saggio essenzialmente in due parti. Nella prima parte presenta la vita di Charles Sanders Peirce rivelando elementi poco conosciuti della sua esistenza. Parte da una citazione di Grattan-Guinness che non è altro che un elenco di attività o di caratteristiche della personalità di Peirce. Caratteristiche che sono sia positive, le quali accentuano la genialità della persona, sia negative, come ad esempio «subject of police inquiries» o «unfaithful husband». Questa parte dedicata alla biografia di Peirce non si sofferma sulle tappe della sua esistenza, ma ha lo scopo di spiegare l’assenza di tale studioso dalla storia del pensiero americano. L’autore infatti è fortemente critico nei confronti della Harvard University, la quale, sostiene Brent, abbia censurato gli scritti di Peirce dei quali è detentrice. Più precisamente il proprietario degli scritti di Peirce è il Dipartimento di Filosofia della Harvard University, la quale ha permesso l’accesso agli scritti di Peirce solo nel 1991 permettendo così a Brent di scrivere la biografia di Peirce pubblicata nel 1993 col titolo Charles Sanders Peirce: A Life. Questa avversione dell’ambiente universitario americano nei confronti di Peirce si spiega con i comportamenti considerati all’epoca deplorevoli che caratterizzarono la sua vita.

Brent ipotizza nel saggio che lo studioso americano fosse affetto da tre patologie neurologiche. La prima malattia che l’autore analizza è la nevralgia del trigemino i cui primi sintomi si manifestarono in Peirce durante gli anni dell’adolescenza. Per «nevralgia del trigemino» s’intende quella malattia che si manifesta attraverso dolori repentini e intensi al viso. L’insorgenza dei dolori è improvvisa e impedisce qualsiasi utile reazione. Il malato non ha mezzi di contrasto e rimane impotente di fronte al dolore. Gli attacchi possono avere una durata variabile e, come nel caso di Peirce, possono durare giorni o perfino settimane. Numerose sono le conseguenze di tale malattia, a causa della quale il paziente si isola sempre più dai contatti sociali e dal lavoro; può perder peso per rifiuto di masticare e ridursi in uno stato di grave denutrizione e depressione.

La seconda malattia che Peirce manifestò in vita e i cui primi sintomi iniziarono quando aveva circa vent’anni è il disturbo bipolare. Con «disturbo bipolare», altrimenti detto psicosi maniaco-depressiva, ci si riferisce a quella patologia nella quale i normali stati dell’umore, tristezza e felicità, si presentano ciclicamente amplificati e alternati a periodi di normalità. La malattia è composta da due fasi alterne: la fase depressiva e quella maniacale. Nella fase depressiva la normale tristezza si trasforma in depressione acuta e la fatica in grande stanchezza; si soffre di insonnia o ipersonnia (aumento del sonno) e la concentrazione diventa difficile e i pensieri e le parole si fanno più lenti. Come nel caso di Peirce, si possono manifestare anche istinti suicidi. Nella fase maniacale la normale felicità diventa euforia, con ottimismo eccessivo, espansività delle idee e delle azioni ed estrema irritabilità. Nella fase maniacale l’impulsività è molto accentuata e il malato può prendere decisioni spesso avventate, può essere portato per esempio a spendere in modo incontrollato o ad avere comportamenti sessuali insoliti, come spiega Brent nel suo saggio.

La terza patologia di cui Peirce soffrì e che egli stesso analizzò nei suoi scritti è legata al suo modo di pensare e al funzionamento del cervello. Peirce infatti ipotizzò che la struttura del suo cervello differisse dalla normalità. Peirce ritenne che questa differenza a livello cerebrale fosse la causa del suo mancinismo e del suo modo di pensare non linguistico ma diagrammatico. Questo disturbo rese difficile per Peirce qualsiasi espressione linguistica e del ragionamento.

Dopo l’analisi delle patologie che caratterizzarono la vita di Peirce, Brent presenta altri tre elementi che influenzarono lo studioso nel corso della sua esistenza. Il primo elemento è il padre: Benjamin Peirce. Benjamin Peirce nacque il 4 aprile 1809 e morì il 6 ottobre 1880 e fu un importante matematico americano. Insegnò alla Harvard University per quarant’anni. Come spiega Brent nel saggio, Benjamin Peirce fu un padre molto presente nella vita del figlio. Consapevole delle potenzialità di Charles, cercò di fornirgli gli stimoli giusti per allenare la sua mente geniale. Si preoccupò della sua formazione scolastica preferendo ai programmi convenzionali gli scritti di grandi filosofi e affidando al figlio il compito di risalire da solo alle dimostrazioni dei teoremi matematici.

Benjamin Peirce ebbe una grande influenza non solo sull’educazione del figlio ma anche sulla sua salute. Il padre era anch’egli affetto da una grave malattia: il morbo di Bright. Con il termine «morbo di Bright» si indica quella patologia, anche chiamata «glomerulonefrite acuta», che colpisce i reni. Si tratta di un’infiammazione dei reni che provoca una riduzione della quantità di urina, la formazione di edemi, cioè un aumento dell’acqua contenuta nei tessuti, e l’aumento della pressione sanguigna. Se non viene curata può portare all’anemia e alla morte. Benjamin Peirce soffriva di tale malattia in forma cronica e per contrastare il forte dolore faceva uso di oppio e altre droghe. Ben consapevole dei dolori di cui soffriva anche il figlio, Benjamin indusse fin da subito Charles a fare grande uso di droghe come palliativi per il forte dolore.

Un altro elemento che Brent ci presenta e che caratterizzò la vita di Charles Peirce è la sua ossessione per la logica. Questa passione, ci spiega Brent, nacque in Peirce quando lesse il libro Elements of Logic dell’arcivescovo Richard Whately. La logica rimase come elemento costante della sua vita e del suo pensiero. Infatti Peirce basò la sua teoria dell’indagine sulla logica.

Il terzo elemento che Brent analizza è la religione e la sua influenza sulla vita di Peirce. Charles Peirce non manifestò fin da subito un interesse per la religione, anzi da giovane dichiarò apertamente il suo ateismo. Da adulto però si riavvicinò alla religione ed entrò a far parte della chiesa episcopale con il suo primo matrimonio. Evento più importante della sua vita fu però l’esperienza mistica che racconta nei suoi scritti, avvenuta nel 1892 all’età di cinquantatré anni e che nel saggio Brent lascia raccontare proprio a Peirce inserendo ciò che scrisse nei suoi manoscritti.

Con il resoconto dell’esperienza religiosa di Peirce, termina la prima parte del saggio dedicata alla vita di questo studioso americano. Inizia quindi la seconda parte che Brent dedica alle importanti “scoperte” di Peirce che lo rendono, secondo lo stesso autore, uno dei più importanti pensatori americani. È in questa parte che l’autore sviluppa la sua tesi secondo la quale il pensiero di Peirce può essere di grande rilevanza per lo sviluppo della teoria psicoanalitica. L’autore parte introducendo la teoria dell’indagine di Peirce, secondo la quale ogni ragionamento e percezione del mondo avviene per mezzo di tre tipi di inferenza: deduzione, induzione e ipotesi o abduzione. Le prime due vengono spiegate brevemente perché non fanno parte della grande innovazione di Peirce; Brent si sofferma invece sulla terza: l’ipotesi o, come Peirce la chiamava, «abduction» [abduzione]. L’ipotesi o abduzione è l’unica tra le tre forme di inferenza che aggiunge elementi nuovi alla conoscenza e che la fa progredire. Il procedimento abduttivo è del tutto sperimentale, non segue un ragionamento analitico o sintetico, come per la deduzione e l’induzione. L’abduzione si limita a dire che qualcosa può essere.

Peirce applica l’abduzione a qualsiasi tipo di ragionamento e sottolinea che qualsiasi tipo di processo mentale segue sempre lo stesso schema e cioè l’interazione dei tre tipi d’inferenza. Questa interazione segue le abitudini dell’inferenza che Peirce sostiene si dividano in tre forme. La prima è il ragionamento vero e proprio, dove le inferenze sono del tutto consapevoli e seguono una logica prestabilita. È il ragionamento di uno scienziato. La seconda è il ragionamento «acritical», come lo definiva Peirce, dove non vengono specificate le premesse o una vera e propria tesi. È il ragionamento che qualsiasi individuo attua nella vita di tutti i giorni. Infine la terza è il ragionamento inconscio e non soggetto a una logica critica. S’identifica principalmente con le percezioni, per esempio del colore o della forma o quelle spazio-temporali.

Dopo aver spiegato la teoria dell’indagine di Peirce, Brent procede nel saggio con il confronto, più volte ostentato da Peirce nei suoi scritti, con il cartesianismo. Introduce così un’altra grande innovazione apportata da Peirce al pensiero scientifico: la semiosi o azione segnica. Cartesio affermava che la conoscenza era essenzialmente diretta e diadica, esisteva cioè un rapporto bilaterale tra la mente e il fatto conosciuto. Peirce afferma invece che la conoscenza si basi su una struttura triadica e richiede quindi la presenza di tre elementi: il segno, l’interpretante e l’oggetto. Il primo termine, il segno, indica qualsiasi percezione che suscita un’interpretazione. Qualsiasi segno produce un pensiero che interpreta il segno; si ha dunque il secondo termine, l’interpretante. Parlando di interpretante non bisogna però pensare a un individuo. Si indica con tale termine qualsiasi sviluppo del segno dato. Il terzo termine, l’oggetto, è ciò a cui l’interpretante rimanda in relazione al segno originale. Secondo la relazione segno-oggetto, esistono tre tipi di segni: le icone, il cui atto di significazione avviene attraverso la somiglianza, gli indici, che acquistano significato per mezzo di una relazione dinamica con l’oggetto, e infine i simboli, che sono i segni convenzionali.

Un chiarimento è però d’obbligo. Nel saggio, Brent sembra rivendicare una certa opposizione di Peirce verso Ferdinand de Saussure, il quale riteneva che la relazione tra segno e oggetto fosse diadica e non triadica come afferma invece Peirce. Tale opposizione alle idee di Saussure è però impensabile da parte di Peirce poiché i due non entrarono mai in contatto e non lessero mai i rispettivi scritti. Peirce pertanto non poteva conoscere il pensiero di Saussure. La sua rivendicazione di una relazione triadica in contrapposizione con quella diadica si rivolge invece a Cartesio, come lo stesso Brent aveva spiegato in precedenza nel saggio. Cartesio infatti aveva già parlato di una relazione diadica tra segno e oggetto.

Nel corso dell’analisi e come conclusione del saggio, Brent applica l’azione segnica o semiosi alla psicoanalisi, spiegando come già Freud procedesse nel suo lavoro attraverso un processo semiotico. Brent individua negli scritti di Freud relativi a un caso di isteria da lui curato, quello di Elizabeth Von R., i tre termini della semiosi e cioè il segno, l’oggetto e l’interpretante. Brent individua nel dolore della donna il segno, il punto in cui prova dolore è l’oggetto e l’interpretante è il motivo per cui il dolore si produce sempre in quel determinato punto. Nel caso di Elizabeth Von R., l’interpretante è il ricordo di quando suo padre ogni mattina appoggiava la gamba sulla sua coscia mentre lei gli cambiava la benda della ferita. Secondo Brent, Freud è consapevole del carattere semiotico della sua analisi. Inoltre Brent sostiene che dal primo segno nasca una seconda semiosi che egli chiama «semiosi terapeutica» dove il segno è il dolore, l’oggetto la memoria e l’interpretante il dialogo tra l’analista e il paziente. Da questa semiosi ne nasce un’altra e un’altra ancora finché il segno originale non diventa interpretante e quindi la terapia arriva alla conclusione.

Dopo aver presentato alcuni dettagli biografici di Peirce e alcune delle teorie fondamentali da lui proposte, Brent termina il saggio rivolgendosi direttamente al lettore, come ha ripetuto più volte durante il saggio, sottolineando il carattere introduttivo del suo scritto. Il suo saggio ha lo scopo di presentare una panoramica delle idee di Peirce e la loro applicazione alla teoria psicoanalitica, tema che verrà poi affrontata dai singoli saggi presenti nella raccolta.

Al termine del saggio e prima dei riferimenti bibliografici, l’autore dà al lettore una breve spiegazione delle sigle da lui usate all’interno del saggio. Sono sigle che indicano convenzionalmente gli scritti di Peirce così come sono catalogati. Secondo questa convenzione per CP si intendono i Collected Papers e con la sigla MS o MSL i manoscritti o le lettere manoscritte di Peirce.

Le due parti in cui si divide il saggio, quella che narra la vita di Peirce e quella che ne racconta le idee, seguono regole narratologiche differenti proprio per la diversità nello scopo che l’autore si è prefisso nelle due fasi del saggio. Nella prima parte il racconto segue una struttura più romanzata in cui l’autore presenta attraverso una serie di analessi o flashback gli avvenimenti salienti che hanno caratterizzato la vita di Peirce. Ritorna quindi al rapporto con il padre Benjamin e racconta aneddoti sul suo modello educativo spesso opprimente: «Benjamin concentrated his demanding regimen in [mathematics], sometimes forcing Charles to play continuous games of double dummy whilst through the night, while he criticized every error and its nature. Benjamin rarely provided young Charles with a theorem in mathematics, instead giving him examples or outcomes and requiring him to work out the mathematical principles for himself by the use of diagrams alone».

Oltre al rapporto col padre che ha un ruolo saliente nel racconto biografico, Brent si sofferma anche sul rapporto tra Peirce e la religione. Anche qui torna indietro nel tempo con un’analessi ma in questo caso lascia spazio alle parole di Peirce contenute nei manoscritti, nei quali racconta la sua esperienza mistica avvenuta nel 1892 all’età di cinquant’anni nella chiesa episcopale St. Thomas a New York.

La seconda parte del saggio, dedicata all’esposizione delle principali idee di Peirce, segue un altro schema narrativo. Se prima il tempo verbale più usato era il passato, ora Brent attualizza l’analisi del pensiero di Peirce ricorrendo, nella maggior parte dei casi, al presente. L’uso di questo tempo verbale rende ancora più attuali le idee innovative di Peirce nonostante risalgano a circa un secolo fa. Nella seconda parte Brent usa il passato solo nel presentare il pensiero di Cartesio in contrapposizione a quello di Peirce.

Nel saggio è molto importante il rapporto con il lettore. L’autore del saggio predilige un contatto diretto con il lettore piuttosto che una narrazione impersonale. Lo dimostra l’uso del pronome «I» nel testo originale: «Germane to the subject of this volume, I add experimental psychology and psychology of the conscious and unconscious mind and of the self and self-consciousness» o nell’introduzione alla seconda parte del saggio «[…] I will now provide an introduction to what is a thoroughly American foundation for a very different way of looking at human psychology, beginning with pragmatism, his theory of inquiry». Un altro elemento che dimostra questa presenza dell’autore è l’aggettivo «my»: «Before December 1991, when the department ended censorship of its biographical Peirce material by permitting publication of my biography […]». Qui Brent si riferisce alla pubblicazione della sua biografia su Peirce apparsa nel 1993 dal titolo Charles Sanders Peirce: A Life.

 

Il linguaggio

Il linguaggio utilizzato da un autore dipende fortemente dal tipo di lettore che l’autore si è prefissato durante lo svolgimento del suo lavoro. Il saggio scritto da Joseph Brent dal titolo A Brief Introduction to the Life and Thought of Charles Sanders Peirce è il testo introduttivo alla raccolta di saggi dal titolo Peirce, Semiotics, and Psychoanalysis edita dalla The Johns Hopkins University Press e i diritti della raccolta sono in possesso del Forum on Psychiatry and the Humanities. Si tratta quindi di una pubblicazione specialistica riservata a un pubblico ristretto, molto competente in materie quali psicologia, psicoanalisi e semiotica.

Joseph Brent usa un linguaggio specialistico dando per scontati molti concetti, consapevole della competenza del lettore del suo saggio. I termini settoriali sono molti, principalmente legati alla psicoanalisi e alla medicina. Brent parla di nevralgia del trigemino, di disturbo bipolare e di morbo di Bright. Li introduce nel testo senza fornire una spiegazione del loro significato. In questo caso la spiegazione sarebbe stata superflua visto che il pubblico di destinazione del saggio ha uno spettro di conoscenze che ingloba la medicina ed è sicuramente a conoscenza del significato di tali parole.

I termini medici non sono gli unici a comparire nel testo senza un inciso esplicativo. Brent introduce concetti di psicoanalisi e di semiotica. Parla per esempio di «modo di pensare diagrammatico e non linguistico», di deduzione induzione e abduzione.

La lingua usata da Brent non è di immediata comprensione, non solo per i termini specialistici, ma anche per una sintassi ricca di subordinate. A una complessità dei concetti corrisponde quindi una complessità del linguaggio. Brent fa ampio uso di “connettori” come while, despite e nor. Riccorre molto spesso alla forma -ing preceduta da by. Es.: «by permitting publication of my biography», «by using […] the three types of inference», «by denying that we have direct intuitive knowledge», «by showing how bodily functions generate the energy».

Nel saggio Brent ricorre spesso alle citazioni. Le concentra principalmente sui Collected Papers di Peirce e sui suoi manoscritti, per dare spazio alle parole del pragmatico stesso, tema del suo saggio. Poiché le citazioni sono tante, il loro stile e linguaggio meritano una certa considerazione e analisi. Peirce è vissuto a cavallo tra il xix e il xx secolo; il suo inglese rispecchia quindi la lingua del tempo. Anche il suo linguaggio non è di facile comprensione. La sintassi è ipotattica, ricca di subordinate; le frasi sono lunghe.

 

I may mention as a reason why I do not offer to put my gratitude for the bounty granted to me into some form of church work, that which seemed to call me today seemed to promise me that I should bear a cross like death for the Master’s sake, and he would give me strength to bear it (Brent 2000: 6).

 

La frase qui sopra è un esempio del linguaggio di Peirce. La frase è molto lunga, si estende su tre righe e la sola forma di punteggiatura è la virgola.

Nell’ultima parte del saggio Brent, affrontando il tema dell’applicazione della teoria semiotica di Peirce in psicoanalisi, inserisce due citazioni di Freud. Anche qui la sintassi è ipotattica, le frasi lunghe e spezzate solo da virgole o punti e virgola.


Analisi traduttologica dell’originale

 

Il lettore modello

L’autore, Joseph Brent, nello scrivere il saggio si è immaginato il possibile lettore del suo testo. Si instaura tra autore e lettore una cooperazione testuale. Perché la cooperazione testuale avvenga in modo corretto, il lettore reale o empirico deve rispecchiare il lettore immaginato dall’autore reale, o autore empirico. Tale lettore immaginato o lettore modello influenza le scelte dell’autore il quale, a seconda delle caratteristiche del lettore modello, sceglierà quali elementi lasciare impliciti e quali invece spiegare nel testo.

Il saggio di Joseph Brent si rivolge a un lettore modello colto, studente o studioso di psicoanalisi e semiotica. Infatti Brent introduce concetti legati alla medicina psicoanalitica. Parla di nevralgia del trigemino e di disturbo bipolare. Non dà una spiegazione di tali espressioni perché Brent sa che il suo lettore modello conosce tali malattie. Se il lettore modello è a conoscenza di tali malattie la cooperazione testuale tra autore empirico e lettore empirico è andata a buon fine.

Il lettore modello immaginato dall’autore non deve avere solo conoscenze mediche ma anche di psicoanalisi. Introduce concetti come «modo di pensare diagrammatico» o idee appartenute a Freud come «psicologia del Sè», «teoria delle pulsioni» o «relazioni oggettuali». Il lettore modello è quindi un esperto di psicoanalisi. Infatti nonostante il saggio di Brent non sia prettamente incentrato sulla psicoanalisi ma sulla figura di Peirce, gli altri nove saggi della raccolta si concentrano sull’applicazione delle teorie di Peirce, e principalmente della sua teoria segnica o semiotica, alla psicoanalisi.

Brent immagina un lettore modello esperto di psicoanalisi, ma prevede che il lettore implicito sia probabilmente carente in nozioni di semiotica o comunque non conosce alla perfezione le idee e la vita di Peirce. Infatti, come l’autore spiega alla fine del saggio:

 

This brief and incomplete outline will serve to introduce the man and his thought, so that the essays in this volume may be understood within a framework of connected ideas – the structure of Peirce’s architectonic philosophy of inquiry and the problems associated with orthodox psychoanalytic theory (Brent 2000: 14).

 

Il lettore modello quindi ha una conoscenza più ampia di nozioni di psicoanalisi che di semiotica.

Il lettore modello immaginato dal lettore è generalmente colto. Ha quindi una cultura generale molto ampia. Lo dimostrano due elementi del testo. Il primo è il riferimento alla pièce teatrale di Shakespeare A Midsummer Night’s Dream (Sogno di una notte di mezza estate). Brent scrive «The word is heard with the ear, but the meaning that it signifies has non more physical properties than a character in A Midsummer Night’s Dream». Consapevole dell’ampia cultura del suo lettore modello, Brent non specifica di chi sia l’opera. Certamente si tratta di un’opera famosissima che ha fatto la storia della letteratura inglese, ma è comunque da considerarsi come un non-detto da parte dell’autore che instaura una cooperazione testuale con il lettore modello. Il secondo elemento è la citazione dalla poesia di Gertrude Stein: «And as for the symbol “A rose is a rose is a rose”, we may add “sometimes a cigar is just a cigar”». La prima citazione è tratta da una poesia di Gertrude Stein, famosa esponente della letteratura americana dell’Ottocento. Anche questo elemento indica la presenza di un non-detto. La cooperazione testuale non viene meno se il lettore empirico, cioè il lettore reale, riconosce la citazione. La seconda citazione è invece una frase di Freud, il che indica, come già detto in precedenza, che tra le conoscenze del lettore modello ci devono essere nozioni di psicoanalisi.

 

Dominante e sottodominanti

Essenziale per la traduzione interlinguistica di un testo è l’individuazione della dominante e delle sottodominanti, le quali influenzano le scelte del traduttore che deve mantenere la stessa dominante nel testo tradotto.

Nel saggio scritto da Joseph Brent la dominante è influenzata dalla natura del testo. Trattandosi di un testo saggistico, l’elemento che ha la maggiore importanza è la trasmissione della tesi e della logica delle argomentazioni a sostegno di tale tesi. La dominante è quindi la facile trasmissione delle informazioni al pubblico che legge. Tale dominante indica che la funzione più rilevante di questo testo è la funzione informativa.. Lo scopo dell’autore è comunicare al lettore la sua tesi e sostenerla con varie argomentazione per convincere il pubblico della sua validità. Inoltre, nel caso di questo saggio che ha un carattere introduttivo a una raccolta di saggi, la funzione informativa è ancora più evidente ed è spiegata anche dallo stesso autore all’interno del testo. Il saggio, infatti, spiega Brent alla fine del testo, si prefigge l’obiettivo di introdurre l’uomo e le sue idee di modo che i successivi saggi raccolti nel volume possano essere interpretati all’interno di una cornice che non è altro che la struttura della filosofia dell’indagine di Peirce e il suo legame con la teoria psicoanalitica ortodossa.

La funzione informativa è la funzione principale del saggio; la funzione estetica rimane invece in secondo piano. Per quanto riguarda le caratteristiche legate al suono come il ritmo, le alliterazioni, le assonanze non seguono una scelta stilistica particolare.

Se la dominante è la funzione informativa del testo, esistono comunque sottodominanti di cui bisogna tenere conto. Nonostante la funzione estetica sia in secondo piano, alcune categorie di tale funzione sono comunque importanti nella trasmissione delle informazioni al lettore del saggio. La funzione estetica infatti non include soltanto il suono ma anche la sintassi, la grammatica e il registro. Quest’ultima è una delle sottodominanti. Poiché il lettore modello è un lettore colto, con una formazione sicuramente universitaria, esperto di psicoanalisi e con un’ampia cultura generale, il registro tenuto da Brent è alto. Tale registro deve rimanere invariato nella traduzione. Il registro alto è dato da marche sia sintattiche che linguistiche. La costruzione sintattica è ricca di subordinate, di frasi lunghe. Ne è un esempio la seguente frase:

 

By his mid-twenties, his father’s deeply held belief in the underlying harmony of religion and science and his marriage to a clergyman’s devout and feminist daughter had convinced Charles of the seriousness, if not the truth, of religion to the point that he joined his first wife in the Episcopal church as her condition for the marriage (Brent 2000: 5-6).

 

Un’altra sottodominante è legata sempre alla funzione estetica. Non riguarda più il registro o la sintassi ma le marche grammaticali del testo. Questa sottodominante è strettamente collegata alla dominante principale, cioè la funzione informativa del testo. La presenza di marche grammaticali, come neologismi o termini settoriali, influiscono sulla trasmissione delle informazioni. Infatti aiutano la comprensione del messaggio del testo perché essendo termini settoriali aiutano a inquadrare il tema del saggio. Sono un esempio di queste marche grammaticali termini come «hypersexuality», «abduction», «interpretant» e «Cartesianism». I termini «abduction» (abduzione) e «interpretant» (interpretante) rivestono un ruolo importante nel saggio. Trattandosi di concetti introdotti proprio da Peirce la loro traduzione è di vitale importanza per la comprensione del saggio.

La ricerca terminologica ha un’importanza particolare nel testo e occupa un’altra sottodominante. Concetti come «theory of inquiry», «habits of inference», «acritical reasoning» e «therapeutic semiosis» sono entrati nella terminologia settoriale scientifica grazie a Peirce e poichè sono nozioni ormai universali la traduzione deve essere riconosciuta dal pubblico.

 

Strategia traduttiva

Per un’analisi traduttologica adeguata e approfondita è necessaria un’attenta lettura del prototesto. La lettura deve essere finalizzata alla comprensione della tesi che l’autore propone nel testo; all’individuazione del lettore modello, della dominante e delle sottodominanti, già analizzate nei paragrafi precedenti; alla formulazione di una strategia traduttiva adeguata al testo.

Dopo un’attenta lettura del prototesto, ripetuta più volte, e dopo l’individuazione della tesi, della dominante, delle eventuali sottodominanti, la strategia traduttiva impostata è cominciata con il reperimento dei testi citati nel saggio. La traduzione dei riferimenti bibliografici è quindi stata la prima tappa del processo traduttivo. La maggior parte dei testi inclusi nei riferimenti bibliografici, inseriti alla fine del saggio, appaiono in una traduzione italiana. Alcuni di loro sono studiosi molto noti, come Kant, Lacan, Freud, Cartesio e Saussure.

Nel saggio non compaiono comunque citazioni da tutti i testi inclusi nei riferimenti bibliografici. La citazione che compare nella prima pagina del saggio è tratta dal testo “Beyond Categories: The Lives and Works of Charles Sanders Peirce” di Grattan-Guinness, testo del quale non esiste una traduzione italiana ufficiale. Tale citazione è una delle più difficili del testo poiché si tratta di un elenco di attività di Peirce o di caratteristiche legate alla sua vita. Risulta difficile da tradurre per via della mancanza di un contesto in cui inserire i termini. Per cui ho privilegiato nella traduzione di tali termini l’immediata comprensione dell’espressione. Per esempio l’espressione, con cui inizia la citazione, «a first ranker in western civilization» è stata tradotta «avanguardia della civiltà occidentale». Anche le altre citazioni del cui testo originale non esiste una traduzione italiana ufficiale sono state tradotte.

Le citazioni di Peirce meritano un capitolo a parte. I testi da cui Brent ha preso le citazioni sono due: i Collected Papers e i manoscritti o le lettere manoscritte. I primi sono da lui indicati con la sigla CP, i secondi con la sigla MS o MSL. Dei manoscritti non esiste una traduzione italiana ufficiale per cui le citazioni nel testo sono state trattate come tutte le altre citazioni di cui non esiste una traduzione ufficiale italiana. Dei Collected Papers esiste invece una traduzione italiana che però racchiude solo una parte di essi. Ho pertanto ripreso tale traduzione quando possibile. Prima di inserire la traduzione italiana delle citazioni ho però verificato che le citazioni di Brent riprendessero il numero corretto di volume e paragrafo dei Collected Papers e ho corretto gli eventuali errori. La citazione “If … a man has had no religious experience, then any religion not an affectation is as yet impossible for him; and the only worthy course is to wait quietly till such experience comes. No amount of speculation can take the place of experience” non è tratta da CP 1.654 bensì da CP 1.655. Come le citazioni “we have non power of thinking without signs” e “all thought whatsoever is a sign, and is mostly of the nature of language” non sono tratte rispettivamente da CP 5.285 e 420 ma da CP 5.265 e 421.

Un altro errore era presente invece nei riferimenti bibliografici. Il nome del curatore del libro Sketches and Reminiscences of the Radical Club non è, come ha erroneamente scritto Brent, Sergeant ma Sargent.

Infine le citazioni presenti nell’ultima pagina sono tratte dalla raccolta in lingua inglese che racchiude tutte le opere di Freud intitolata The Standard Edition of the Complete Psychological Works of Sigmund Freud. Per la traduzione italiana ho seguito invece la raccolta di tutte le opere di Freud raccolte in 12 volumi pubblicati da Boringhieri.

Prima di iniziare la traduzione vera e propia del testo, oltre alla ricerca dei libri di cui appaiono le citazioni e di quelli inclusi nei riferimenti bibliografici, ho fatto una ricerca terminologica. Ricerca che è stata mirata a quelle espressioni o termini specialistici. Si tratta di termini medici, semiotici o legati alla teoria psicoanalitica. La traduzione di tali termini o espressioni deve essere coerente con i termini e le espressioni che vengono usate in questi ambiti, medicina semiotica e psicoanalisi, dagli esperti. Alcuni esempi di tali parole sono «trigeminal neuralgia» tradotta con «nevralgia del trigemino»; «Bright’s disease» che poteve essere tradotta con «malattia di Bright» mentre la forma più diffusa è «morbo di Bright»; «bipolar disorder» resa con «disturbo bipolare»; «pedestrianism» della quale ho mantenuto la versione inglese; «theory of inquiry» tradotta con «teoria dell’indagine» in quanto è una delle espressioni introdotte da Peirce e la traduzione riconosciuta è proprio questa; «inference» «deduction» «induction» e «abduction» sono state tradotte rispettivamente con «inferenza» «deduzione» «induzione» e «abduzione»; «habits of inference» con «abitudini inferenziali»; «acritical reasoning» con «ragionamento acritical» con il corsivo inglese reso con le virgolette caporali a racchiudere la parola «acritical»; «Cartesianism» con il termine «cartesianismo» con la lettera minuscola; i termini «sign» «object» «interpretant» introdotti proprio da Peirce sono stati tradotti con «segno» «oggetto» e «interpretante»; le parole «icons» «indexes» e «symbols» con «icone» «indici» e «simboli»; l’espressione introdotta da Brent «therapeutic semiosis» con «semiosi terapeutica».

Per i termini semiotici alla base del suo pragmatismo ho usato come fonte di riferimento la traduzione italiana dei Collected Papers e il volume Storia della traduzione di Bruno Osimo edito da Hoepli.

Il termine «inquiry» ha sollevato un problema nella traduzione. Se per l’espressione «theory of inquiry» la traduzione più appropriata è «teoria dell’indagine», il problema si pone nella resa in italiano del termine «inquirers» che in inglese pone un chiaro legame con la parola «inquiry». Il termine italiano «indagatori», anche se mantiene il rimando alla «teoria dell’indagine», non racchiude il vero significato della parola inglese. Quando Brent afferma nel saggio che «Peirce replaces Cartesian intuition with the community of scientific inquirers», la parola italiana «indagatori» non può comprendere la comunità scientifica. Pertanto ho deciso di usare il termine «ricercatori» a discapito del rimando con la parola «indagine».

Riguardo all’approccio verso la terminologia presente nel testo, resta da fare un’altra considerazione a livello grafico. I termini tipici della filosofia di Peirce, che in inglese risultavano scritti in corsivo, sono stati scritti in tondo e racchiusi tra le virgolette caporali. Inoltre tali parole sono state lasciate in inglese poiché termini originari della filosofia di Peirce e che pertanto lo studioso usava in inglese. Per esempio il termine interpretant che appare in corsivo in inglese, nella traduzione italiana è stato reso nella forma grafica «interpretant».

Dopo aver affrontato la ricerca terminologica, ho potuto iniziare la traduzione vera e propria. Per la traduzione ho tenuto a mente i risultati delle due analisi: quella testuale e quella traduttologica. Ho considerato quindi il registro e la sintassi del prototesto dal punto di vista formale e il lettore modello che Brent si era prefissato e la dominante che avevo individuato in precedenza.

Brent si era immaginato, nella stesura del saggio, un lettore modello colto, esperto di psicoanalisi, con nozioni non approfondite di semiotica. Il lettore modello non aveva come qualità necessaria una conoscenza approfondita della figura di Peirce. Nel tradurre mi sono prefissata lo stesso lettore modello di Brent. Pertanto ho immaginato come possibili lettori modelli studiosi di psicoanalisi, praticanti di tale disciplina o studenti universitari.

L’identificazione del lettore modello ha portato a una scelta del registro del saggio e della sua struttura sintattica. Poiché il lettore modello ha un livello di cultura molto elevato ho deciso di mantenere un registro alto anche nella traduzione. Per innalzare il registro si sono preferiti, per esempio, deittici come «tale» al posto di «questo»; per tradurre il verbo «assumes» si è optato per la forma «si assume» rara nell’italiano quotidiano ma utilizzabile nei testi saggistici specialistici.

Il registro alto non è dato solo da scelte terminologiche, ma anche da costruzioni sintattiche. Anche in questo caso ho deciso di seguire l’originale mantenendo la lunghezza delle frasi e quindi rispettando la punteggiatura del prototesto. Le frasi che occupavano nel saggio inglese anche sei righe, nell’italiano mantengono la stessa lunghezza. Le subordinate del testo originario rimangono numerose anche nel testo italiano. Questa scelta non va però a discapito del senso. Oltre al registro, alla struttura sintattica e al lettore modello, ho tenuto bene a mente nella traduzione anche la dominante. Dominante che coincide con la funzione informativa del testo. Poiché la trasmissione delle informazioni, più precisamente della tesi del saggio, è l’obiettivo fondamentale del testo, la struttura sintattica non ostacola tale comunicazione del senso. Ho mantenuto la stessa struttura sintattica modificando quegli elementi che potessero rendere le frasi poco comprensibili o che potessero inficiare la trasmissione del significato. Per esempio la frase «Germane to the subject of this volume, I add experimental psychology and psychology of the conscious and unconscious mind and of the self and self-consciousness» poteva creare equivoci nella comprensione del senso. Brent fa un riferimento al titolo del libro e afferma di aggiungere a tale argomento, che comprende «Semiotics and Psychoanalisis», anche «experimental psychology and psychology of the conscious and unconsciuos mind and of the self and self-consciousness». Tale frase però appare dopo l’elenco di aggettivi e qualità positive e negative attribuite a Peirce da Grattan-Guinness. Poteva quindi crearsi un’ambiuguità della frase. Per questo motivo ho deciso di trasformare i sostantivi indicanti le scienze con sostantivi che si riferissero ancora una volta alla persona di Peirce seguendo l’elenco precedente. Ho pertanto tradotto la frase «In attinenza con l’argomento di questo libro aggiungo psicologo sperimentale e psicologo della mente conscia e inconscia e del Sè e dell’autocoscienza».

Per quanto riguarda l’aspetto grafico non ci sono stati cambiamenti particolari, ma solo un adattamento alle norme redazionali più comuni in italiano. Seguendo tali norme i tre puntini «…» che in inglese indicano un salto nel testo sono stati sostituiti con […]. Le citazioni che in inglese vengono introdotte con le virgolette alte, “ ”, in italiano sono state racchiuse tra virgolette caporali, « ». Il corsivo è stato usato per le parole straniere nel testo come nel caso di gauche, per i titoli di saggi e libri citati nel testo e per quelle parole o espressioni di particolare importanza che si è voluto mettere in risalto. Le parole che assumono la connotazione di termini e di cui si fornisce una spiegazione sono invece state racchiuse dalle virgolette caporali « ». In alcuni casi tali parole, poiché frutto della filosofia di Peirce, sono state lasciate in inglese. Per esempio nella frase «The second is what Peirce called acritical reasoning», l’ultima espressione è stata resa nella forma grafica ragionamento «acritical».

 

Potenziale residuo e residuo effettivo

Nel saggio di Joseph Brent il potenziale residuo può essere analizzato sotto due punti di vista: l’aspetto terminologico e scientifico e l’aspetto culturale. Dal primo punto di vista, quello terminologico e scientifico, non ho evidenziato un probabile residuo potenziale. Pertanto non vi è un residuo effettivo nella traduzione. Certamente tale residuo può crearsi se il lettore reale o effettivo non corrisponde con il lettore modello che mi sono immaginata nel tradurre il testo originale. Requisito principale del lettore modello è un’ottima conoscenza della psicoanalisi e della sua terminologia e una sufficiente conoscenza di termini semiotici. Se tale requisito viene meno è evidente che si creerà un residuo che spetterà al lettore colmare.

Dal punto di vista culturale ho riscontrato un probabile residuo. Nonostante la sfera culturale sembri limitata, nel saggio di Brent, che appare più incentrato sull’aspetto scientifico, si coglie la presenza, inevitabile, di una determinata cultura: quella statunitense. Inevitabile perché l’autore, Joseph Brent, è americano e perché la figura principale da lui analizzata è Charles Sanders Peirce, uno dei più importanti studiosi statunitensi. La presenza di elementi che indicano la rilevanza di tale cultura non sono elementi di disturbo per il lettore modello di Brent. Infatti tale lettore modello proverrà in gran parte dal mondo universitario americano. Il lettore modello della mia traduzione invece di fronte a elementi ricollegabili alla cultura statunitense universitaria potrebbe risentire di un effetto di straniamento. Il lettore statunitense con una buona formazione universitaria ha un rapporto familiare con i nomi delle università americane, che appaiono molto spesso nel saggio di Brent. Il lettore italiano invece nel leggere «Harvard University» o «Johns Hopkins University» sente la connotazione esotica delle parole. Inoltre il lettore statunitense può sicuramente conoscere la figura di Charles W. Eliot che Brent nomina citando una frase di Murphey. Charles W. Eliot è stato nominato rettore della Harvard University nel 1869; il lettore modello di Brent ha sicuramente già sentito tale nome. Il lettore italiano, anche se con una buona formazione universitaria, non è tenuto a conoscere la figura di Charles W. Eliot e il ruolo che ha potuto avere nella censura dei manoscritti di Peirce.

Un altro aspetto legato alla predominanza nel prototesto della cultura statunitense è la religione. Il lettore italiano, per motivi storici, ha probabilmente una formazione cattolica; potrebbe non avere familiarità con parole o espressioni come «nominalmente episcopaliano», «oligarchia puritana» e «fede unitariana».

Infine un residuo può essere causato dai titoli inglesi dei saggi o articoli che Brent cita nel suo saggio. Se a un lettore statunitense il tema di tali saggi è istantaneamente compreso, per il lettore italiano potrebbe risultare più arduo da capire.

 

Gestione del residuo traduttivo

Nel paragrafo precedente ho esposto il possibile residuo che si è creato traducendo il prototesto in italiano. Per quanto riguarda i nomi delle università, il riferimento al rettore Charles W. Eliot della Harvard University e al riferimento a determinate religioni poco diffuse in Italia, il residuo è rimasto tale. Tale decisione dipende dal lettore modello prefissato in partenza: poiché uno dei suoi requisiti è un’ampia conoscenza generale tali nozioni possono far parte di tale conoscenza. Per quanto riguarda i titoli dei saggi inseriti nel testo, ho deciso di inserire delle note con una traduzione italiana. Tale scelta dipende dalla dominante: poiché la funzione informativa è quella prevalente nel testo, il lettore deve poter accedere alle informazioni in maniera eguale al lettore statunitense.

 


Riferimenti bibliografici

 

 

AA.VV., Enciclopedia medica di selezione per la famiglia, Milano, Selezione dal Reader’s Digest, 1977.

Associazione Laura Saiani Consolati, Psichiatria Brescia, disponibile in internet all’indirizzo www.psichiatriabrescia.it/disturbobipolare.html, consultato nel maggio 2008.

BONFANTINI, Massimo A. e PRANI, Giampaolo, Opere. Charles Sanders Peirce, Milano, Bompiani, 2003

BRENT, Joseph, The Singular Experience of Peirce Biographer, in  Joseph Ransdell Arisbe, The Peirce Gateway, disponibile in internet all’indirizzo http://www.cspeirce.com/menu/library/aboutcsp/brent/singular.htm, consultato nel maggio 2008.

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CHINES, Loredana e VAROTTI, Carlo, Che cos’è un testo letterario, Roma, Carocci, 2001.

ECO, Umberto, Lector in fabula. La cooperazione interpretativa nei testi narrativi, Milano, Bompiani, 1979.

GANDOLFI, Angelo, Centro virtuale per la nevralgia del trigemino, disponibile in internet all’indirizzo www.nevralgiatrigemino.it/diagnostica/int.htm, consultato nel maggio 2008.: centro virtuale per la nevralgia del trigemino a cura del prof. Angelo Gandolfi, Neurochirurgo e Otoneurochirurgo presso il Rome American Hospital, Roma.

OSIMO, Bruno, Propedeutica della traduzione. Corso introduttivo con tavole sinottiche, Milano, Hoepli, 2005.

OSIMO, Bruno, Storia della traduzione. Riflessione sul linguaggio traduttivo dall’antichità ai contemporanei, Milano, Hoepli, 2006.

RAI, Enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche, disponibile in internet all’indirizzo http://www.emsf.rai.it/biografie/anagrafico.asp?d=53:, consultato nel maggio 2008.

 



[1] Una nuova lista di categorie [n.d.t.]

[2] Un argomento trascurato per la realtà di Dio [n.d.t.].

[3] Questioni concernenti certe pretese facoltà umane [n.d.t.].

[4] Alcune conseguenze di quattro incapacità [n.d.t.].

A Semiotic Approach to the Theory of Translation: il contributo di Ljudskanov alla scienza della traduzione VALERIA SANGUINETTI Civica Scuola Interpreti Traduttori «Altiero Spinelli»

 

A Semiotic Approach to the Theory of Translation:

il contributo di Ljudskanov alla scienza della traduzione

VALERIA SANGUINETTI

 

 

 

Civica Scuola Interpreti e Traduttori

via Alex Visconti, 18   20151 MILANO

 

Relatore Prof. Bruno Osimo

 

Diploma in Scienze della Mediazione Linguistica

estate 2006


© Ljudskanov e Language Sciences – Bloomington, Indiana 1975

© Valeria Sanguinetti per l’edizione italiana 2006

 

ABSTRACT IN ITALIANO

Ljuduskanov, direttore del progetto di traduzione meccanica e linguistica matematica a Sofia negli anni ’60, si occupa sia di traduzione meccanica sia di teoria della traduzione. I suoi scritti presentano punti di contatto con alcuni grandi studiosi del Novecento. Analogamente a Revzin, Ljudskanov assegna una grande importanza all’informazione invariante, intesa come elemento comune tra i vari tipi di traduzione. Costui utilizza come punto di partenza per le sue osservazioni lo schema della comunicazione monolingue del suo contemporaneo Jakobson e, come questi, inserisce la traduzione all’interno della semiotica. Il ricercatore bulgaro sostiene che la traduzione, a qualsiasi genere appartenga il testo, consiste in un processo creativo, tesi condivisa con lo slovacco Popovič. Entrambi prendono in considerazione il problema che sorge quando si ha una differenza temporale tra prototesto e metatesto. Dalla analisi di Ljudskanov emerge per la prima volta la concezione di informazione necessaria alla traduzione.

 

 

 

 

 

ENGLISH ABSTRACT

Ljudskanov – director of the Machine Translation and Mathematical Linguistics Project in Sofia during the 1960s – deals both with machine translation and with the theory of translation. His writings show some points in common with some important scholars of the XX century. Similarly to Revzin, Ljudskanov gives great significance to invariant information, considered as a common element among the various types of translation. He uses Jakobson’s communication model as the starting point for his observations and, like the Russian linguist, he is convinced that the place of translation as a science is in semiotics. The Bulgarian researcher claims that translation, no matter what genre it belongs to, is a creative process and he shares this opinion with the Slovak Popovič. They both reflect on the problem caused by the time difference between the source text and the target text.  Ljudskanov’s analysis for the first time highlights the idea of information necessary for translation.

 

 

 

 

 

RESUMEN EN ESPAÑOL

Ljudskanov, que en los años 60 dirigió el proyecto de Traducción Automática y Lingüística Matemática en Sofía, se dedica tanto a la traducción automática como a la teoría de la traducción. Sus obras presentan puntos en común con otros grandes investigadores del siglo XX. Ljudskanov, análogamente a Revzin, otorga gran importancia a la información invariante, en cuanto elemento que los distintos tipos de traducción tienen en común. Como punto de partida para sus observaciones, utiliza el esquema de la comunicación monolingüe de su contemporáneo Jakobson y, tal como él, considera que la ciencia de la traducción forma parte de la semiótica. El investigador búlgaro sostiene que la traducción, sea cual fuere el género al que pertenece, es un proceso creativo, tesis que comparte con el eslovaco Popovič. Ambos toman en consideración  el problema que surge cuando hay una diferencia temporal entre el texto de partida y el texto de llegada. Del estudio de Ljudskanov se desprende, por primera vez, el concepto de información necesaria para la traducción.

 

 

Sommario

1 Prefazione 11

1.1 Biografia 11

1.2 Isaak Iosifovič Revzin e Viktor Jul´evič Rozencvejg 15

1.3 Roman Jakobson 17

1.4 Anton Popovič 21

2.0 Traduzione con testo a fronte 25

Riferimenti bibliografici 53

 

Prefazione

1.1 Biografia

Aleksandr Konstantinov Ljudskanov nasce a Sofia nel 1926, figlio di un diplomatico bulgaro, discendente del primo capo di governo della Bulgaria (Dragan Tsankov), e di una nobile ragazza russa (della famiglia Ermolov). Fin da bambino parla francese e russo, oltre al bulgaro. Studia giurisprudenza all’Università di Sofia e diventa presto assistente di un importante professore (Torbov). Nel 1944 però sia lui che il professore vengono espulsi dall’università durante un’epurazione.

Grazie alla sua conoscenza della lingua russa Ljudskanov inizia la sua attività di traduttore per la rivista Sovetsko-bulgarskaja družba [Amicizia bulgaro-sovietica]. Ciò gli dà la possibilità di entrare a far parte del Dipartimento di Russo alla facoltà di filologia dell’università di Sofia come insegnante di russo.

Da qui inizia il suo interesse per la teoria della traduzione come disciplina linguistica. La sua tesi dottorale Sul tema, il luogo e la metodologia di una teoria della traduzione generale crea un modello unico per la teoria della traduzione umana e meccanica. Il solo fatto di unire in qualche modo questi due tipi di traduzione gli vale delle inimicizie: nei circoli letterari nessuno aveva mai sentito parlare di traduzione meccanica (la traduzione era considerata come un’opera di creatività e un trionfo del genere umano).

All’epoca erano appena iniziati gli esperimenti con i computer di prima generazione. All’Istituto di Matematica dell’Accademia Bulgara delle Scienze venivano condotte simulazioni di ogni tipo di attività umana che, nonostante fossero eseguite da macchine oggi ritenute obsolete, entusiasmavano i matematici di ogni età.

Nel giugno del 1963 Sofia ospita il 5° Congresso Internazionale di Slavistica. Allora i convegni internazionali non erano specializzati come oggi. Vi si riunivano persone con le stesse idee, che osavano vedere il linguaggio sotto diversi punti di vista. Ljudskanov presentò uno studio dei problemi dell’analisi grammaticale sintattica nella traduzione meccanica e uno sulla specificità della traduzione meccanica di lingue appartenenti alla stessa famiglia. Allo stesso congresso diversi giovani matematici bulgari presentarono documenti legati all’entropia della lingua bulgara. La delegazione dell’Unione Sovietica presente al congresso contava tra i suoi membri Andrei Zalinznjak e Igor Melchuk, mentre tra i membri della delegazione americana figurava Roman Jakobson. L’incontro tra i matematici e i linguisti bulgari si dimostrò decisivo per lo sviluppo della traduzione meccanica in Bulgaria. Nel 1964 venne istituito un Progetto di Traduzione meccanica che Ljudskanov per il resto della sua vita. In Bulgaria, come in altri paesi, l’attività  con la traduzione meccanica iniziò con un sistema sperimentale per la traduzione di alcune frasi. Nel caso bulgaro si trattava di cinque frasi tradotte dal russo al bulgaro. Lo scopo era semplicemente dimostrare che la macchina era in grado di gestire la lingua.

Ljudskanov è stato anche autore di un libro di 157 pagine Preveždat čovekat i mašinata che ha catturato l’attenzione dei colleghi all’estero che conoscevano l’autore e le sue idee. Il libro è stato tradotto in francese dallo stesso Ljudskanov per il Centre de Linguistique quantitative de la Faculté des Sciences de l’Université de Paris nel 1969. In seguito al successo del libro Ljudskanov stesso ampliò la trattazione di circa i due terzi, creando una relazione tra i problemi della traduzione meccanica e la semantica moderna e le teorie sintattiche. Questa edizione ampliata del libro è stata pubblicata nella Germania dell’Est nel 1972 e in seguito anche nella Germania occidentale e in Polonia.

1.2 Isaak Iosifovič Revzin e Viktor Jul´evič Rozencvejg

Sia il libro sia il testo tradotto mostrano nel dettaglio il pensiero di Ljudskanov sulla teoria della traduzione. Viene evidenziata la “natura linguistica dell’operazione traduttiva”, nonostante nelle stesse pagine la traduzione venga definita anche come trasformazione semiotica. Ljudskanov cerca di analizzare ciò che hanno in comune i vari tipi di traduzione approdando alla nozione di informazione invariante:

Cet élément commun revient à des transformation des signes d’un message d’entrée en signes d’un autre code, en conservant une information invariante. Ayant en vue que toutes ces transformations portent sur des signes, nous allons les désigner par le terme de transformations sémiotiques (1969:40).

La nozione di invariante era stata creata nello stesso periodo dai russi Isaak Iosifovič Revzin e Viktor Jul´evič Rozencvejg che la

considerano «ciò che resta immutato nel processo trasformativi» intendendo la traduzione come la trasformazione di un messaggio. L’invariante viene considerata come il senso, ma questo concetto di «senso» mostra una difficoltà di definizione dovuta al fatto che il senso non ha una corrispondenza unisemica con la realtà significata dal messaggio.

Un altro punto di contatto tra Revzin-Rozencvejg e Ljudskanov risiede nel concetto di “linguaggio di intermediazione”. Revzin e Rozencvejg sostengono che l’invarianza non sia da considerare come una categoria assoluta, ma che sia in stretta correlazione con il linguaggio di intermediazione creato. Ljudskanov parla di una “langue intermédiaire” nella fase di sintesi, nella produzione del metatesto:

Mais puisqu’il est possible qu’un côté signifiant peut avoir plusieurs côtés signifiés et vice-versa, cette identification suppose le choix du signifié ou bien du signifiant actuel par référence à une langue-intermédiaire donné (1969:53).

I punti in comune con Revzin e Rozencvejg non fanno riferimento solo alla teoria della traduzione. All’epoca in cui Ljudskanov dirigeva il Progetto di Traduzione Meccanica a Sofia, Rozencvejg lavorava al Laboratorio di Traduzione Meccanica dell’Istituto di Lingue Straniere di Mosca. Purtroppo a causa di ostacoli burocratici i rapporti tra le due istituzioni, e quindi tra gli studiosi, si è limitato a intercambi tra i membri dello staff e a collaborazioni di breve durata.

 

1.3 Roman Jakobson

Come abbiamo visto dalla biografia di Ljudksanov il linguista bulgaro ha conosciuto di persona Roman Jakobson. Con lui condivide l’idea di inserire la traduzione nell’area di studio della semiotica. Secondo Jakobson:

The meaning […] of any word or phrase whatsoever is definitely a linguistic or – to be more precise and less narrow – a semiotic fact (1959:428).

Questo perché Jakobson intende ampliare lo studio della traduzione alla riverbalizzazione e alla trasmutazione.

Analogamente Ljudskanov scrive:

A science of translation is possible.

This science must be a general theory of semiotic transformations […]. Its place is in semiotics, not linguistics, literature, etc (1975:7)

Il problema di una collocazione della scienza della traduzione secondo Ljudksanov è stato esaminato dagli autori in modo sbagliato. Si è cercato di dare delle risposte studiando altri campi, come l’estetica o la psicologia, anziché attraverso un’analisi del processo traduttivo stesso. Nonostante la scienza della traduzione sia stata rivendicata sia dalla letteratura sia dalla linguistica Ljudksanov ritiene che debba essere una branca della semiotica.

[L]’objet de la science de la traduction est notamment l’opération traduisante, vue comme un processus sémiotique de transformation. En partant de cette détermination de l’objet il n’est pas difficile d’établir la place de la science de la traduction parmi les autres sciences: la théorie de la traduction ou bien on pourrait dire encore, la théorie des transformations sémiotiques doit être une branche de la sémiotique (1969:46).

Inoltre Ljudskanov concorda con la tripartizione dei tipi di traduzione di Jakobson. Quella che per Jakobson è la traduzione intersemiotica o trasmutazione è

an interpretation of verbal signs by means of signs of nonverbal sign systems (1959:429).

e viene definita da Ljudskanov come:

l’ainsi dite traduction intrasémiotique, c’est-à-dire la traduction de n’importe quelle langue nonverbale en n’importe quelle langue verbale ou bien vice-versa (1969:45).

All’interno dei problemi pratici che compaiono nella trattazione di Ljudskanov emergono le questioni legate alla presenza o all’assenza delle categorie grammaticali:

There is a Russian folktale in which the Old Year is personified as an old man, Russian ‘god’ being masculine; but ‘year’ is feminine in Bulgarian, so do we translate the old man into an old woman? (1975:5)

Questi problemi, che ogni traduttore è costretto ad affrontare, vengono presi in esame anche da Jakobson quando si occupa della traducibilità della cultura:

It is more difficult to remain faithful to the original when we traslate into a language provided with a certain grammatical category from a language lacking such a category (1959:432).

Inoltre Ljudskanov prende in prestito lo schema delle funzioni della comunicazione di Jakobson. Lo schema della comunicazione monolingue della teoria dell’informazione di Jakobson viene posto alla base dei ragionamenti del linguista bulgaro.

1.4 Anton Popovič

Lo slovacco Popovič prende in considerazione l’idea che la traduzione sia un processo creativo, a seguito dell’applicazione della teoria della comunicazione ad altri campi:

Ci si è cominciati a interessare alle possibilità creative del traduttore. La situazione creativa in cui nasce il metatesto è vista come armonia di diversi fattori della comunicazione. Oltre alla questione delle strategie creative del traduttore, c’è il problema del ruolo svolto dal lettore non solo nella ricezione del testo ma anche nella formulazione del metatesto (1975:36).

Allo stesso risultato giunge Ljudskanov alla fine della sua analisi:

The formula ITN= ITNB+ ITNS […] shows the creative character of all genres of LN=LN’, because all translation requires choice, the choices are not entirely determined by ITNB or even ITN, and free choice is creativity (1975:8).

Questa conclusione è significativa soprattutto perché, considerando un modello generale della traduzione, si approda alla convinzione che

the three traditional genres are only subclasses of a general class, and their characteristics are not in complementary distribution as some writers put them (e.g., literary-creative vs. technical-mechanical) (1975:6)

e che quindi non sia vero che solo la traduzione letteraria consista in un processo creativo.

Popovič si occupa anche di uno dei problemi pratici proposti da Ljudskanov in questo modo:

Historical colouring. Ought we to preserve it, even add to it when the text is an old one? (1975:5)

E di uno dei problemi teorici:

Should translations read like translations or like originals? (1975:6)

Dando una risposta alle domande precedenti:

In traduzione il ricevente trova un determinato colorito diverso dal prototesto. Il lettore da una parte vuole leggere la traduzione come un originale, ma dall’altra vi vede un’opera che rappresenta una cultura altrui e per questo motivo si aspetta e ricerca elementi che riflettano tale esotismo (Miko 1971: 25).

Entrambi gli studiosi esaminano la differenza temporale tra prototesto e metatesto. Ljudskanov, come Savory, si chiede

Should translations of old works read like contemporary texts, or as if they were of the author’s own period? (1975:6)

Popovič paragona il traduttore che lavora a un testo non contemporaneo a un autore di un genere storico. Nella maggior parte dei casi il traduttore attualizza il passato per renderlo accessibile al lettore contemporaneo, ma se opera una storicizzazione, che non compare nel prototesto, si tratta di un procedimento stilistico del traduttore stesso.

La questione di cosa si debba conservare tenendo conto del fattore intertemporale richiede una soluzione individuale del traduttore. In questo senso l’irripetibilità della soluzione scelta dal traduttore è analoga all’irripetibilità dell’atto creativo (1975-80:103.104).

 

 

 

Il testo tradotto è la trascrizione in inglese del discorso di Ljudskanov a una conferenza  ed è stato pubblicato sulla rivista Language Science del 1975.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Traduzione con testo a fronte

 

A Semiotic Approach to the Theory of Translation

Alexander Ludskanov

 

The author is Director of the Machine Translation and Mathematical Linguistics Project, Institute of Mathematics of the Bulgarian Academy of Sciences, and teaches at the University of Sofia. This lecture text was taken down and translated from French by Brian Harris, School of Translators and Interpreters, University of Ottawa.

 

Setting the scene

Throughout the past century the dominant principle in writings about translation has been that of ‘adequate translation’.1 Adequate translation requires reproduction of both content and from.2 It is a good principle, but difficult to apply. Its problems held the attention of translation theorists and linguists, and conditioned the literature on the subject, until well into the postwar period. The problems were discussed but not solved.

Meanwhile three important new conditions arose which deepened, enlarged and multiplied the problems:

  1. New fields of translation activity such as children’s books, simultaneous interpretation, films and television, all burgeoned and required a great many more translators while presenting special difficulties.3


Approccio semiotico alla teoria della traduzione

Aleksandr Ljudskanov

 

L’autore è direttore del progetto di Traduzione Meccanica e Linguistica Matematica presso l’Istituto di Matematica della Accademia Bulgara delle Scienze e insegna all’Università di Sofia. Il testo di questa conferenza è stato scritto e tradotto dal francese da Brian Harris della Scuola per traduttori e interpreti della University of Ottawa.

 

Condizioni

Nel secolo scorso il principio che dominava gli scritti sulla traduzione era quello di “traduzione adeguata”.1 Una traduzione adeguata richiede la riproduzione sia del contenuto che della forma.2 E’ un buon principio, ma difficile da applicare. I problemi della traduzione adeguata hanno tenuto viva l’attenzione di teorici della traduzione e di linguisti, e hanno condizionato la letteratura sul tema fino agli anni successivi al dopoguerra. La problematica veniva discussa, ma non risolta.

Nel frattempo erano sorte tre nuove importanti condizioni che avevano aggravato, ingrandito e moltiplicato i problemi:

  1. Si sviluppavano nuovi campi dell’attività traduttiva come libri per bambini, interpretazione simultanea, film e la televisione che richiedevano molti più traduttori e presentavano particolari difficoltà.3
  2. Whereas translation on a large scale had been confined to natural languages (LN), the advent of the computer introduced much translation between artificial languages (LA →LA’) and between the two types (LN ↔LA).
  3. For the first time, the attempts at machine translation (TM) introduced a change in the nature of the translator.


The problems can be discussed under three headings: practical, theoretical, and metatheoretical.

Examples of Practical Problems

  1. What to do about idioms with internal images (metaphors), e.g., English “carrying coals to Newcastle” vs. French “porter l’eau à la mer?”
  2. Likewise proper names with internal images, e.g., “Sobakeevich” in Gogol’s Dead Souls, from ‘sobaka’ = dog. Transliterate and lose the image? Translate the image and make a proper name unrecognizable?
  3. Personification. There is a Russian folktale in which the Old Year is personified as an old man, Russian ‘god’ being masculine; but ‘year’ is feminine in Bulgarian, so do we translate the old man into an old woman?
  4. Systems of description of the physical world, e.g., ‘kms’ vs. ‘miles’. Should we translate them?
  5. Historical colouring. Ought we to preserve it, even add to it when the text is an old one?
  6. Mentre la traduzione su larga scala era stata confinata ai linguaggi naturali (LN), l’avvento del computer introdusse molta traduzione tra linguaggi artificiali (LA → LA’) e tra i due tipi di linguaggi (LN ↔ LA).
  7. Per la prima volta i tentativi di traduzione meccanica introducevano un cambiamento nella natura del traduttore.

 

Questi problemi possono essere divisi in tre orientamenti: pratico, teorico e metateorico.

Esempi di problemi pratici

  1. Cosa fare con le frasi idiomatiche contenenti immagini (metafore), es.: inglese “carrying coals to Newcastle” versus francese “porter l’eau à la mer?” [in italiano: “portare acqua al mare”, “portare vasi a Samo” n.d.T.]
  2. Stessa questione con i nomi propri contenenti immagini, es.: “Sobakevič” in Anime morte di Gogol’, da “sobaka”= cane. Traslitterarli e perdere l’immagine? Tradurre l’immagine e creare un nome proprio irriconoscibile?
  3. Personificazione. C’è un racconto popolare russo in cui l’Anno Nuovo è rappresentato come un vecchio, “Dio” in russo è maschile; ma “anno” in bulgaro è femminile, quindi lo traduciamo come un uomo anziano o una donna anziana?
  4. Sistemi di descrizione del mondo fisico, es., “km” versus “miglia”. Dobbiamo tradurli?
  5. Colorito storico. Dovremmo mantenerlo o addirittura aggiungerlo quando il testo è vecchio?

 

Examples of Theoretical Problems

1. Can we speak of a general notion of translation between LN whatever the genre of text, or must we proceed genre by genre (literary, political, or technical)?4 Our reply to this defines (i) the object of the theory and (ii) the relationship between the genres; because if there is no general theory, then they have nothing in common.

2. Some theoreticians say the degree and quality of fidelity should vary with the genre, e.g., great licence is permissible in poetry, the political genre requires middling fidelity, while the technical should be strictly faithful.

3. Some say fidelity should vary with the readership. Should a translation of Einstein for scientists be different from one for popular reading? (There have been translations of Marx as an idealist!)

4. Some say only literary translation is creative.

Savory lists some of these problems:5

  1. Should translations conserve words, or only ideas and images?
  2. Should translations read like translations or like originals?
  3. Should translations retain the author’s style or be in the translator’s?
  4. Should translations of old works read like contemporary texts, or as if they were of the author’s own period?


Esempi di problemi teorici

  1. Possiamo parlare di una nozione generale di traduzione tra LN qualsiasi sia il genere del testo (letterario, politico o tecnico), o dobbiamo procedere genere per genere?4 La nostra risposta a ciò definisce (i) l’oggetto della teoria e (ii) il rapporto tra i generi; perché se non esiste una teoria generale non hanno nulla in comune.
  2. Alcuni teorici dicono che il grado e la qualità della fedeltà dovrebbero variare a seconda del genere, es., la licenza è largamente permessa in poesia, il genere politico richiede una fedeltà media, mentre quello tecnico deve essere rigorosamente fedele.
  3. Alcuni dicono che la fedeltà dovrebbe variare a seconda del pubblico. Una traduzione di Einstein per scienziati deve essere diversa da una per il lettore comune? (In alcune traduzioni, Marx è risultato idealista!)
  4. Alcuni dicono che solo la traduzione letteraria è creativa.

Savory elenca alcuni di questi problemi:

  1. La traduzione deve mantenere le parole, o solo idee e immagini?
  2. La traduzione deve sembrare una traduzione o un originale?
  3. La traduzione deve mantenere lo stile dell’autore o quello del traduttore?
  4. Le traduzioni di testi antichi devono sembrare testi contemporanei o devono sembrare del periodo stesso dell’autore?
  5. Does the translator have any right to change or suppress?
  6. Should poetry be translated in verse, or only in prose?

 

To these I add:

7. Can we speak of translation only between LN, or between all semiotic systems?

8. Can translation be done only by humans, or also by computers?

Examples of Metatheoretical Problems

Is a science of translation at all possible? Some deny it. If it is possible, what is its object of study? Where is its place? In literature? In linguistics? Both these disciplines have claimed it. How should its taxonomy be organized? Some say by genres, others by languages, and so on.

Most contemporary theory does not reply to these questions, an what replies it does give are unsatisfactory. Why so? There are two main reasons. First, there is obviously the complexity of the phenomenon. The basic shortcoming, however, is that most writers do not deduce replies from an analysis of the translation process itself but from other fields, e.g., aesthetics, psychology, even politics.

So I shall try to propose a systematic reply by analysis of the translation process itself. An attempt to describe the process in full would of necessity be lengthy, so the presentation here will be limited to three problem areas:

 

  1. Il traduttore ha diritto a operare cambiamenti o eliminare?
  2. La poesia deve essere tradotta in versi o solo in prosa?

A questi io aggiungo:

  1. Possiamo parlare di traduzione solo tra LN, o fra tutti i sistemi semiotici?
  2. La traduzione può essere fatta solo dall’uomo, o anche dal computer?

Esempi di problemi metateorici

È possibile una scienza della traduzione in sé? Alcuni lo negano. Se è possibile, qual è l’oggetto del suo studio? Dove si colloca? Nella letteratura? Nella linguistica? È stata rivendicata da entrambe queste discipline. Come dovrebbe essere organizzata la sua tassonomia? Alcuni dicono per generi, altri per lingue e così via.

La maggior parte della teoria contemporanea non risponde a queste domande, e quando dà delle risposte lo fa in modo insoddisfacente. Perché? Ci sono due ragioni principali. In primo luogo c’è ovviamente la complessità del fenomeno. Il difetto principale, comunque, è che la maggior parte degli autori non deduce le risposte da un’analisi del processo traduttivo stesso, ma da altri campi, ad esempio estetica, psicologia e addirittura politica.

Quindi proverò a proporre una risposta sistematica attraverso l’analisi dello stesso processo di traduzione. Un tentativo di descrivere questo processo per intero sarebbe necessariamente lungo, perciò qui la presentazione si limiterà a tre aree problematiche:

 

1. A linguistic description of the surface of the translation process;

2. The semiotic concept;

3. The deep semiotic-semantic process.

Linguistic Description

In this I shall follow a trivial line of reasoning, for which the starting point is a logical schema of monolingual communication as commonly found in information theory (figure 1). Therefore the aim of monolingual communication is to transmit a constant I. The sine qua non is that S and S’ know some language in common. If not, obviously the same objective cannot be achieved by an implementation of this model as it stands. We would have to insert a transformer between M and M’, either human or computer.

So far this is indeed trivial, but the conclusions we may draw are important:

1. The translation process is a linguistic activity, because of the place the transformer occupies between RC and RC’.

2. The cybernetic objective of the process is to create the necessary conditions for attaining, in bilingual circumstances, the same objective as monolingual communication, i.e., to transmit constant information.

From this much we can define the linguistic surface level of the translation process in terms of the model:

 

  1. Una descrizione linguistica della superficie del processo di traduzione;
  2. La concezione semiotica;
  3. Il processo semiotico-semantico profondo.

Descrizione linguistica

In questo ho seguito una linea di ragionamento banale, secondo la quale il punto di partenza è uno schema logico di comunicazione monolingue, come se ne trovano facilmente nella teoria dell’informazione (figura 1). Quindi lo scopo della comunicazione monolingue è la trasmissione di una costante I. La conditio sine qua non è che S e S’ conoscano una lingua comune. In caso contrario, ovviamente, lo stesso obiettivo non può essere raggiunto attraverso un’applicazione del modello così com’è. Dovremmo inserire un trasformatore, umano o computerizzato, tra M e M’.

Fin qui è veramente banale, ma le conclusioni che possiamo trarre sono importanti:

  1. Il processo traduttivo è un’attività linguistica in virtù del luogo del trasformatore tra RC e RC’.
  2. L’obiettivo cibernetico del processo è creare le condizioni necessarie al conseguimento, in circostanze bilingui, dello stesso obiettivo della comunicazione monolingue, cioè trasmettere un’informazione costante.

Questo ci permette di definire il livello linguistico superficiale del processo traduttivo per quanto riguarda il modello:

 

Translation LN→ LN’ is a creative process, consisting of the transformation of the units of language RC, in which is encoded the sender’s message M, into units of another language RC’, reproducing so far as possible a constant information I=I’.

This definition provides answers to some earlier questions:

1. We can speak of a general model of translation. It is always as in the modified version of figure 1, i.e., with a transformer between RC and RC’.

2. Therefore the three traditional genres are only subclasses of a general class, and their characteristics are not in complementary distribution as some writers put them (e.g., literary-creative vs. technical-mechanical).

3. Therefore the degree of fidelity to be aimed at is always the same, contrary to what some writers claim, because the aim of the process is always the same.

 

Sender

(S)

Information formulated to send

(I)

Message

(M)

ChannelM’    I’→

Receiver

(S’)

.

.

.

.

.

 

.

.

.

 

.

.

 

.

.

.

.

.

(RC’)

.

Extralinguistic ‘Reality’

(R)

Rules & Code Book

(RC)

Modified world image

(R’)

(=Competence/Lexicon)

           Figure 1

 

 

 

 

La traduzione LN → LN’ è un processo creativo che consiste nella trasformazione delle unità del linguaggio RC, in cui è codificato il messaggio M dell’emittente, in unità di un altro linguaggio RC’, che riproduce il più possibile un‘informazione costante I = I’.

Questa definizione fornisce risposte ad alcune questioni precedenti:

  1. Possiamo parlare di un modello generale di traduzione. È sempre come nella versione modificata della figura 1, cioè con un trasformatore tra RC e RC’.
  2. Perciò i tre generi tradizionali sono solo sottoclassi di una classe generale, e le loro caratteristiche non hanno la distribuzione complementare che alcuni autori gli attribuiscono (es. letterario-creativo versus tecnico-meccanico).
  3. Quindi il grado di fedeltà a cui si ambisce è sempre lo stesso, contrariamente a ciò che sostengono alcuni autori, perché lo scopo del processo è sempre lo stesso.

 

Emittente

(S)

Informazione formulata

(I)

Messaggio

(M)

CanaleM’    I’→

Ricevente

(S’)

.

.

.

.

.

 

.

.

.

 

.

.

 

.

.

.

.

.

(RC’)

.

“Realtà “ extralinguistica

(R)

Libro di regole

 e codici (RC)

          Immagine del mondo modificata

 

(R’)

(=Competenza/Lessico)

           Figura 1

 

 


The Semiotic Concept

All the modern theoreticians describe only LN→ LN’, and so have I up to this point. But present-day practice shows us translation between artificial languages (LA→ LA’). Hence we must ask ourselves: Is translation limited to LN, or is it much wider in scope? It is the analysis of this question which has led me to the semiotic concept of translation.

First, however, it is necessary to point out that although general semiotic theory has introduced many very abstract notions, e.g., ‘sign’, ‘sign-system’ (=code), ‘information’, ‘message’; it does not provide the concept of semiotic transformation, though such transformations certainly exist. This gap in the elements of our theoretical apparatus needs to be filled.

To that end I have analysed many information processes, e.g., sending a cable, visual perception, hearing aids, decimal to binary notation, passage from deep to surface linguistic structures, the genetic code, human memory, mathematical transcriptions, etc. Some of them are relatively simple: for instance sending a telegram, where a message M coded in LN is transformed symbolically into a message M’ in universal (‘International’) Morse code, and the transformation would be utterly useless if a constant information I were not preserved. Other examples are much more complex, but lead me to the same general conclusion: All these processes are of like nature, viz., a transformation of symbols that preserves information. From this, two fundamental assertions follow:


La concezione semiotica

Tutti i teorici moderni descrivono solo LN → LN’, e così ho fatto anche io fino a questo punto. Ma la pratica odierna [del 1975 n.d.T.] ci mostra traduzioni tra linguaggi artificiali (LA → LA’). Pertanto dobbiamo chiederci: la traduzione è limitata a LN, o ha un campo di azione molto più ampio? È l’analisi di questa domanda che mi ha portato alla concezione semiotica della traduzione.

Innanzitutto, comunque, è necessario sottolineare che nonostante la teoria semiotica generale abbia introdotto una grande quantità di nozioni molto astratte, es. “segno”, “sistema-segnico” (= codice), “informazione”, “messaggio” non fornisce il concetto di trasformazione semiotica, sebbene tali trasformazioni esistano senza ombra di dubbio. Questa lacuna tra gli elementi del nostro sistema teorico deve essere colmata.

A questo scopo ho analizzato molti processi informativi, es., invio di un telegramma, percezione visiva, apparecchi acustici, notazione da decimale a binaria, passaggio da strutture linguistiche profonde a superficiali, codice genetico, memoria umana, trascrizioni matematiche ecc. Alcuni di questi sono relativamente semplici: ad esempio l’invio di un telegramma, in cui un messaggio M codificato in LN è trasformato simbolicamente in un messaggio M’ in codice universale (“internazionale”) Morse, e la trasformazione sarebbe del tutto inutile se non si preservasse l’informazione costante I. Altri esempi sono molto più complessi, ma mi portano alla stessa conclusione generale:

1. The surface description of LN→ LN’ already given is analogous to all these other examples.

2. Hence there is the possibility, nay, the necessity, of introducing the concept of semiotic transformation (TS). The concept might be formalized, but it will suffice for the moment to define it informally as follows:

TS’s are replacements of the signs encoding a message by signs of another code, preserving (so far as is possible in the face of entropy) invariant information with respect to a given system of reference.

Now for some further general conclusions, which at the same time constitute replies to metatheoretic problems:

1. A science of translation is possible.

2. This science must be a general theory of semiotic transformations. (This settles the science’s object of study.)

3. Its place is in semiotics, not linguistics, literature, etc.

4. The definition just stated provides a basis for deductive classification of the types of TS: since it is a matter of translation between codes, classification will be by type of code. Such a taxonomy looks like figure 2.

 

 

La descrizione superficiale di LN → LN’ data è analoga a tutti questi altri esempi.

  1. Quindi vi è la possibilità, anzi, la necessità di introdurre il concetto di trasformazione semiotica (TS). Si potrebbe formalizzare il concetto, ma per il momento basterà definirlo in maniera informale in questo modo:

La trasformazione semiotica è la sostituzione dei segni che codificano un messaggio con segni di un altro codice, preservando (il più possibile, malgrado l’entropia) l’informazione invariante rispetto a un sistema di riferimento dato.

Ora come ulteriori conclusioni generali, che allo stesso tempo costituiscono risposte a problemi metateorici:

  1. Una scienza della traduzione è possibile.
  2. Questa scienza deve essere una teoria generale delle trasformazioni semiotiche (Ciò chiude il problema circa l’oggetto di studio della scienza).
  3. Il suo posto è nella semiotica, non nella linguistica o nella letteratura ecc.
  4. La definizione appena data fornisce la base per una classificazione deduttiva dei tipi di TS: dal momento che si tratta di una questione di traduzione fra codici, la classificazione avverrà per tipo di codice. Una tassonomia di questo tipo ha l’aspetto della figura 2.

 

It should be noted in favour of this taxonomy that:

1. It is deductive;

2. It descends in orderly progression from genus to species;

3. It is an open-ended and prognostic classification into which other types can be introduced eventually, e.g., extraterrestrial languages.

Thus far I have laid the basis for a taxonomy of semiotic transformations by domains, and replied to questions about the place of translation theory, the possibility of such theory as a science, and whether it applies only to LN.

 

L L’
LB LB’ LV LV’ LB LV
LA LA’ LN LN’ LA LN
LNS LN’S
LNSP LN’SP LNSG LN’SG LNSP LNSG

Figure 2

KEY:

L            The most general notion of code.

LB                  The class of non-verbal codes.

LV            The class of verbal codes, natural or artificial.

LA            The class of artificial languages (e.g., programming, logic, math).

LN            The class of natural languages.

LNS            The class of stylistic subcodes of LN.

LNG            The class of graphic realizations of LN.

LNP            The class of phonetic (oral) realizations of LN.

 

The Deep Semiotic-Semantic Process

The divisions in this process include analysis (=recognition, decoding) and reference.

Analysis. It is said that to translate one must ‘understand’. True enough, but what does that mean? There are two notions of understanding: the substantive and the linguistic.

 

A vantaggio di questa tassonomia occorre osservare che:

  1. è deduttiva;
  2. discende in progressione ordinata dal genere alla specie;
  3. è una classificazione di previsione con finale aperto, in cui alla fine si possono introdurre altri tipi, es. lingue extraterrestri.

Finora ho gettato le basi per una tassonomia delle trasformazioni semiotiche secondo domini, e ho risposto a domande sul luogo occupato dalla teoria della traduzione, sulla possibilità di tale teoria come scienza e se questa sia applicabile solo a LN.

 

L L’
LB LB’ LV LV’ LB LV
LA LA’ LN LN’ LA LN
LNS LN’S
LNSP LN’SP LNSG LN’SG LNSP LNSG

Figura 2

Legenda:

L            Il concetto più generale di codice

LB                  La classe di codici non verbali

LV            La classe di codici verbali, naturali o artificiali

LA            La classe di linguaggi artificiali (es. programmazione, logica, matematica)

LN            La classe di linguaggi naturali

LNS            La classe di sottocodici stilistici di LN

LNG            La classe di realizzazioni grafiche di LN

LNP            La classe di realizzazioni fonetiche (orali) di LN

 

Il processo semiotico-semantico profondo

Le divisioni all’interno di questo processo includono analisi (= riconoscimento e decodifica) e riferimento.

Analisi. Si dice che per tradurre si debba “capire”. Abbastanza vero, ma cosa vuol dire? Ci sono due concetti di comprensione: quella sostantiva e quella linguistica.

Substantive understanding is the identification (= categorization) of a new piece of information by means of information already stored.

Linguistic understanding (in the broadest sense of L) is a prerequisite of substantive identification, and amounts to choice between significations of units of the entry language in a given context.

Take, as an example, La masse était grande. It is not fully understandable because there are two significations (actually more than two): ‘physical mass’, ‘mass of people’. The polysemy of linguistic units hampers understanding and obliges a choice in context.

So translation requires linguistic understanding, which requires choices, and the choices must be based on certain information which I call ‘information necessary for translation’ (ITN). This is information which translators must already possess or be able to acquire in order to make coherent choices. The composition of ITN is:

ITN = ITNB + ITNS
Necessary Information = Basic Information + Supplementary Information

 

ITN is information in the language unit itself. ITNS is that part of ITN not in ITNB. It is, for example, the information needed to decide between the several significations of masse listed in the dictionary.

 

 

La comprensione sostantiva è l’identificazione (= categorizzazione) di un nuovo pezzo di informazione mediante informazioni già registrate.

La comprensione linguistica (nel senso più ampio di L) è un prerequisito dell’informazione sostantiva, e corrisponde a una scelta tra significati di unità della lingua emittente in un contesto dato.

Prendiamo, come esempio, La masse était grande. Non è del tutto comprensibile perché ci sono due significati (in realtà più di due): «massa fisica» , «massa di persone». La polisemia di unità linguistiche ostacola la comprensione e obbliga a una scelta secondo il contesto.

Quindi la traduzione richiede una comprensione linguistica, che richiede delle scelte che devono basarsi su determinate informazioni che io chiamo «informazioni necessarie alla traduzione» (ITN). Queste sono informazioni di cui i traduttori devono già essere in possesso o che devono essere in grado di acquisire per fare delle scelte coerenti. La composizione di ITN è:

ITN = ITNB + ITNS
Informazione necessaria = Informazione di base + Informazione supplementare

 

ITN è informazione nell’unità di linguaggio stessa. ITNS è quella parte di ITN non compresa in ITNB. È, ad esempio, l’informazione necessaria a decidere tra i vari significati di masse elencati nel dizionario.

 

It is the acquisition of ITNS that is the most difficult problem for human translation (TH) and machine translation (TM). How does TH acquire it? By (1) linguistic analysis of context, close or wide-ranging, surface or deep; or (2) extralinguistic analysis. In my example the sentence that constitutes the entire surface context of masse does nothing to resolve its ambiguity, nor would any deeper analysis help. Either we need a larger context (Dans la rue il y avait beaucoup de gens…), or else some extralinguistic information. If we do not envisage TM of literary texts at present, it is not so much because of linguistic difficulties as because of the amount of extralinguistic information needed.

The Reference System. We have seen that linguistic understanding can be described as choice between significations. But to make the choice we must be aware that it is there, e.g., be able to recognize masse as having two or more significations and to identify each of them. Logic and linguistics offer two approaches to the identification of significations, viz., the referential and the logical:

Referential identification: by the thing itself, e.g., by showing the object.

Logical identification: explanation of a sign by another sign or by a combination of sings. For this we may use signs of another language, but also signs of the same language.

 

È l’acquisizione di ITNS il problema maggiore per la traduzione umana (TH) e per quella meccanica (TM). Come viene acquisita da TH? Attraverso (1) l’analisi linguistica del contesto (co-testo), circoscritto o ampio, profondo o superficiale; o (2) l’analisi extralinguistica. Nel mio esempio la frase che costituisce l’intero contesto superficiale di masse non aiuta a risolvere l’ambiguità, così come non aiuterebbe un’analisi più approfondita. Abbiamo bisogno di un contesto più ampio (Dans la rue il y avait beaucoup de gens…) o di qualche informazione extralinguistica. Se al momento non prevediamo una TM di testi letterari, non è a causa delle difficoltà linguistiche, ma a causa della quantità di informazione extralinguistica necessaria.

Il sistema di riferimento. Abbiamo visto che la comprensione linguistica può essere descritta come scelta tra significati. Ma per fare questa scelta dobbiamo essere coscienti che essa esiste, es. essere in grado di riconoscere masse come avente due o più significati e identificare ognuno di essi. La logica e la linguistica offrono due approcci all’identificazione di significati, e cioè quello referenziale e quello logico:

Identificazione referenziale: attraverso la cosa in sé, es. mostrando l’oggetto.

Identificazione logica: spiegazione di un segno mediante un altro segno o una combinazione di segni. Per questo tipo di identificazione potremmo usare segni di un altro linguaggio, ma anche segni dello stesso linguaggio.

 

In both cases, identification is by reference to something. Therefore the translator must identify meaning by reference to something. This ‘something’ is his ‘system of reference’. For translators and all bilinguals, this system is a metalanguage in which must be encoded knowledge of LN and LN’ and of the reality reflected in both of the LN (see figure 3).

Some such conceptual metalanguage is crucial to the theory of translation, since only in a nonambiguous metalanguage can we fix for study the I (information) that is being translated. However, within the limits of this paper I can do no more than refer you to my book.6 My final conclusions are these:

1. The formula ITN= ITNB+ ITNS determines the crucial aim of all TM research, which is to automate acquisition of ITNS.

2. It can partly predict the present potential of TM, because it is only insofar as the computer can accumulate this information that it is theoretically capable of translating.

3. It shows the creative character of all genres of LN = LN’, because all translation requires choice, the choices are not entirely determined by ITNB or even ITN, and free choice is creativity.

 

In entrambi i casi, l’identificazione avviene mediante il riferimento a qualcosa. Perciò il traduttore deve identificare il significato in riferimento a qualcosa. Questo “qualcosa” è il suo “sistema di riferimento”. Per i traduttori e le persone bilingui, questo sistema è un metalinguaggio in cui bisogna codificare la conoscenza di LN e LN’ e della realtà riflessa in entrambi LN (vedi figura 3).

Una parte di questo metalinguaggio concettuale svolge un ruolo fondamentale nella teoria della traduzione, dal momento che solo in un metalinguaggio non ambiguo possiamo stabilire, ai fini dello studio, l’informazione (I) che viene tradotta. Tuttavia, entro i limiti di questo studio non posso fare altro che rimandare al mio libro.6 Le mie conclusioni finali sono le seguenti:

  1. La formula ITN =ITNB + ITNS determina lo scopo fondamentale di tutta la ricerca sulla TM, che consiste nell’automatizzare l’acquisizione di ITNS.
  2. Questa formula è in grado di predire in parte l’attuale potenziale di TM, perché è solo nella misura in cui il computer riesce ad accumulare queste informazioni che è teoricamente capace di tradurre.
  3. Questa formula mostra l’aspetto creativo di tutti i generi di LN = LN’, perché ogni traduzione richiede scelta, le scelte non sono interamente determinate da ITNB e neanche da ITN, e la libera scelta è creatività.

 

 

Units of natural metalanguage →

(or artificial intermediate

language of TM)   000       …..     …….

.

.

.

   …

Units of LN

XXX   YYY← Units of LNFigure 3

 

 

NOTES

1. One way to write history is to slice the flux of happenings into periods. We may divide the history of the theory of translation into the following periods. Each advance was brought about by an extension of the kinds of text (genres) that had to be translated.

a) Literal translation: 1000 B.C. to Middle Ages. Religious texts, considered sacred. The effect was word-for-word. (“When I translate the Greeks, except for the Scriptures, in which even the order of the words holds a mystery, I do not translate word for word.” – St. Jerome [emphasis added].) Such translations were difficult to understand, but it was assumed they would be interpreted by priests.

b) Translation of meaning with little consideration for form. Commercial and legal texts. Often attributed to Cicero, who spoke of not rendering the words themselves but rather their “weight,” i.e., the ‘signifieds’ not the ‘signifiers’. But in neglecting form, this kind of translation also ignored the functions of the form.

 

 

 

Unità di metalinguaggio naturale → (o linguaggio artificiale di intermediazione di TM) 0 0 0
. . . . .
. . . . . . .

.

.

.

. . .

Unità di LN

X X X Y Y Y ← Unità di LN
Figura 3

 

NOTE

  1. Uno dei modi di scrivere la storia è suddividere il flusso di avvenimenti in periodi. Potremmo ripartire la storia della teoria della traduzione nei seguenti periodi. Ogni progresso è dovuto a un ampliamento dei tipi di testi (generi) da tradurre.

a)    Traduzione letterale: dal 1000 a.C. al Medioevo. Testi religiosi, considerati sacri. L’effetto era una traduzione parola per parola. (“Quando traduco i Greci, eccetto le Sacre Scritture, dove anche l’ordine delle parole è un mistero, non traduco parola per parola.” San Gerolamo [enfasi aggiunta]. Queste traduzioni non erano di facile comprensione ma si presumeva che sarebbero state interpretate dai preti.

b)    Traduzione a senso con poca considerazione della forma. Testi commerciali e giuridici. Spesso attribuito a Cicerone, che parlava di non rendere le parole stesse, ma il loro “peso,” cioè, il ‘signifié’, non il ‘signifiant’. Ma trascurando la forma , questo tipo di traduzione trascurava anche le funzioni della forma.

 

c) ‘Free’ translation: At its height in eighteenth-century France. Applied to translations of the classics and other belles-lettres. The justification was aesthetic, and the cultural absolutism in France was its support. Aesthetic classicism preached the concept of ideal beauty; therefore the translator should try to improve on the original in conformity with this ideal, and he had the right to make the necessary changes in the text. But of course the ‘eternal’ ideal was really the ideal of an Age and of a Culture, and so the result was to ‘nationalize’ the works translated. This was the period of Perrot d’Ablancourt’s “belles infidèles.” The style spread throughout Europe, even to Russia: Vedensky said, “Read the text, think how author would think if he lived under the same sky as us, then change.”

d) ‘Adequate’ translation: nineteenth century till now. Coincided with the new call to translate scientific and technical texts, but was helped along by changes in aesthetics; it was and is still the age of realism, concreteness, relativity according to place and time. The translator should respect the author. The aim is to preserve content and form.

Of course this periodization is grossly oversimplified and far from discrete; all the types of translation mentioned continue to be practised down to the present day, but each period is characterized by the dominance of one type.

 

c)    Traduzione “libera”: ha raggiunto il suo apice nella Francia del Settecento. Applicata alla traduzione dei classici e della narrativa in genere. La giustificazione era di tipo estetico, e in Francia era appoggiata dall’assolutismo culturale. Il classicismo estetico predicava il concetto di bellezza ideale; perciò il traduttore doveva cercare di migliorare l’originale in conformità a questo ideale, e aveva il diritto di apportare al testo i cambiamenti necessari. Ma certamente l’ideale ‘eterno’ era in realtà l’ideale di un’Epoca e di una Cultura, e di conseguenza il risultato era la localizzazione “nazionale” delle opere tradotte. Questo era il periodo delle “belles infidèles” di Perrot d’Ablancourt. Lo stile si diffuse in tutta Europa, perfino in Russia: Vedenskij disse, “Leggi il testo, pensa ciò che l’autore penserebbe se vivesse sotto il nostro stesso cielo, e poi cambia”.

d)    Traduzione “adeguata”: dal XIX secolo a oggi. Ha coinciso con la nuova esigenza a tradurre testi scientifici e tecnici, ma è stata aiutata dai cambiamenti nell’estetica; era ed è ancora l’età del realismo, della concretezza, della relatività a seconda di spazio e tempo. Il traduttore deve rispettare l’autore. Lo scopo è di mantenere contenuto e forma.

Senza dubbio questa periodizzazione è grossolanamente semplificata e non del tutto diacronica; tutti i tipi di traduzione citati continuano a essere praticati fino a oggi, ma ogni periodo è caratterizzato dal predominio di un tipo.

 

  1. More precisely the functions of the form, and only exceptionally the form itself (but see note 3)

3. For example, film dubbing and subtitling. The former has the peculiar constraint of ‘lip-synch’, the requirement that an oral translation should match the lip movements of the original; the latter requires that the written translations in the subtitles be very condensed because the writing is restricted to a line or two at the bottom of the screen and must stay in view long enough for the audience to read it after they have grasped the visual that it accompanies.

4. These are the traditional genres mentioned in writings about translation.

5. T. Savory, The Art of Translation. New and enlarged ed. (London: Cape, 1968).

6. Preveždat čovekat i mašinata. (Sofia: Nauka i Iskustvo, 1968). Translated as: 1) Traduction humaine et traduction mécanique, trans. author, 2 vols. (Paris: Dunod, 1969); 2) Mensch und Maschine als Übersetzer, trans. G. Jäger and H. Walter (Halle: Niemeyer, 1972; West German ed. Munich: Hueber, 1974). Polish and English translations in preparation.

 

  1. Più precisamente le funzioni della forma, e solo in via eccezionale la forma stessa (ma vedi nota 3).
  2. Ad esempio il doppiaggio e il sottotitolaggio dei film. Il primo ha la particolare limitazione della ‘sincronizzazione labiale’, la necessità che una traduzione orale corrisponda ai movimenti labiali dell’originale; il secondo necessita che le traduzioni scritte nei sottotitoli siano molto condensate perché la scrittura è limitata a una riga o due in basso sullo schermo e deve essere vista dal pubblico abbastanza a lungo da poter essere letta dopo aver colto la visuale che la accompagna.
  3. Questi sono i generi tradizionali citati negli scritti sulla traduzione.
  4. T. Savory, The Art of Translation. Nuova edizione ampliata (London: Cape, 1968).
  5. Preveždat čovekat i mašinata. (Sofia: Nauka i Iskustvo, 1968). Tradotto come: 1) Traduction humaine et traduction mécanique, tradotto dall’autore, due volumi (Paris: Dunod, 1969); 2) Mensch und Maschine als Übersetzer, tradotto da G. Jäger e H. Walter (Halle: Niemeyer, 1972; edizione Germania occidentale Monaco: Hueber, 1974). Traduzioni inglese e polacca in preparazione.

 

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