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L’inserimento dei bambini stranieri come problema di traducibilità culturale: il caso di Y.

L’inserimento dei bambini stranieri come problema di traducibilità culturale:

il caso di Y.

ELISA LAZZARON

 

 

Fondazione Milano

Milano Lingue

Scuola Superiore per Mediatori Linguistici

via Alex Visconti, 18   20151 MILANO

        Relatore: professor Bruno Osimo

Diploma in Mediazione Linguistica

                             Ottobre 2010


 

© Elisa Lazzaron per l’edizione italiana 2010

 

Abstract in italiano

 

Attraverso l’analisi di Agar, lingua e cultura sono un’unica realtà. La cultura emittente comporta numerosi ostacoli alla comprensione in quanto possono emergere elementi apparentemente impossibili da tradurre, i rich point. Il traduttore compie un’opera di mediazione linguistica e culturale per contestualizzare il messaggio e trovare una soluzione, accessibile a una cultura che non gli è propria. Sulla base di un’esperienza di stage come facilitatrice linguistica la candidata ha analizzato come l’inserimento scolastico di un bambino straniero possa risultare un problema di traducibilità culturale e un esempio più che valido di applicazione pratica della teoria di Agar sui rich point e la linguacultura.

 

English abstract

Through Agar’s analysis, the concepts of «language» and «culture» are one. The source culture involves a certain amount of obstacles to comprehension because we can find elements that seem impossible to translate, called «rich point». The translator has to carry out a work of linguistic and cultural mediation to contextualize the message and find a possible solution that is accessible to another culture. On the basis of an experience as « language facilitator» I have analysed how the school integration of a foreign student can turn out to be a problem of cultural translatability and an effective and practical example of Agar’s theory on «rich point» and «languaculture».

 

 

Résumé en français

Selon l’analyse de Agar, langue et culture sont une seule réalité. La culture émettrice peut comporter des nombreaux obstacles à la compréhension dus à la presence d’éléments apparemment impossible à traduire, appelés «rich point». Le traducteur doit donc intervenir en offrant une médiation linguistique et culturelle pour contextualiser le message et proposer une possible solution, accessible à une culture différente. Mettant à profit l’expérience acquise au cours d’un stage de “facilitateur linguistique” on a analysé comment l’intégration des étudiants étrangers peut etre considérée comme un problème de traduisibilité culturelle et un exemple valable de la théorie de Agar sur la «langue-culture» et les «rich point».

 

 

Sommario

 

1. La condizione dei minori stranieri nell’inserimento scolastico  5

1.1. Quadro introduttivo dell’integrazione scolastica  6

1.2. Diverse situazioni sociali e migratorie  9

Il caso di Y. 13

1.3. Aspetti psicologici del minore e possibili soluzioni adottate nel processo di integrazione culturale  15

Il caso di Y. 16

2. L’integrazione come problema di traducibilità culturale  21

2.1 L’interculturalità e il processo traduttivo  22

2.2 I residui comunicativi 23

2.3 Il concetto di «linguacultura»   25

2.4 I I «rich point» e la strategia traduttiva  26

2.5 Il delicato compito del traduttore  28

3. Un nuovo concetto di cultura  30

3.1 Il vecchio concetto di cultura  31

3.2 La cultura è relazionale  32

3.3 La cultura è parziale e plurale  34

4. Il caso di Y. e i rich point  36

4.1 La «cugina-sorella»   38

4.2 La «chiesa»   41

5. La traduzione come mediazione culturale  43

5.1 Il facilitatore linguistico  44

5.2 Il facilitatore linguistico e il mediatore linguistico  47

Riferimenti bibliografici 49

 

 

 

 

 

 

  1. La condizione dei minori stranieri nell’inserimento scolastico


1.1.       Quadro introduttivo dell’integrazione scolastica

L’immigrazione non è un fenomeno nuovo in Italia e negli ultimi trent’anni ha assunto un’importanza rilevante nel nostro paese così come nell’intera Europa. Per questa ragione, non può più essere considerato solo un evento transitorio; si tratta di una realtà che riguarda il nuovo assetto del mondo, un fenomeno destinato a espandersi a causa del divario fra paesi ricchi e paesi poveri e dei molteplici conflitti in atto sui diversi territori.

La presenza costante e sempre più massiccia di immigrati, ha avuto un effetto determinante sulla crescita demografica italiana, nonché il cospicuo aumento dei ricongiungimenti familiari che determinano quello che si può definire un “radicamento” dell’immigrazione. In altre parole, si passa da un’immigrazione a tempo e a scopo determinato (vale a dire per motivi lavorativi), ad un’immigrazione che mira all’”insediamento” in Italia delle famiglie straniere. Questo comporta un considerevole aumento di bambini stranieri nelle scuole italiane e impone al sistema scolastico italiano una maggiore apertura alle esigenze di una scuola sempre più multiculturale e un miglioramento delle strutture e dei percorsi di accoglienza.

È necessaria una distinzione tra i concetti di interculturalità e inserimento, spesso confuse tra loro e considerate solo in presenza di un bambino d’origine minoritaria. L’interculturalità, invece, dovrebbe essere una metodologia trasversale a tutte le discipline e allargata a tutta la scuola, indipendentemente dalla presenza in classe di allievi di cultura straniera. Attuare questo metodo, vorrebbe dire porre le basi per un inserimento e un’integrazione più solida. Conoscere un’altra cultura vuol dire evidenziarne gli aspetti che la rendono «diversa» dalla nostra, significa contemporaneamente capire che la nostra visione di «cultura altra» non sempre coincide con la visione che essa ha di sé, né con le varie rappresentazioni che altre culture si possono costruire. L’intercultura agisce come una sorta di «promemoria», un richiamo ad alcuni valori comuni come il dialogo, l’accettazione, la non-violenza e la pace.

Attualmente, le nostre strutture educative, accolgono circa 574.512 bambini e adolescenti immigrati di prima e seconda generazione e le nazionalità maggiormente coinvolte sono quella albanese, marocchina ed ex jugoslava; in forte aumento risultano anche gli studenti provenienti da Romania ed Ecuador.

Tale presenza, sebbene disomogenea sul territorio nazionale, è rilevabile in ogni realtà scolastica e ha determinato nel corso degli anni differenti modalità di risposta, che si sono concretizzate nella riorganizzazione degli spazi e dei tempi scolastici, nell’impiego di nuove figure professionali (assistenti di lingua e/o facilitatori), nell’adeguamento delle attività didattiche alle nuove caratteristiche della scuola. L’istituzione scolastica ha messo in campo una serie di attività e iniziative tra loro molto diverse, che rientrano inseme nel nuovo concetto di «educazione interculturale».

Purtroppo però non è sempre facile e immediato garantire questi bisogni per carenze di politiche sociali e istituzionali del nostro paese.

La scuola vive nella costante contraddizione di una discrepanza fra direttive e legislazioni e un cronico taglio di fondi, che finisce per compromettere sia sul piano culturale che su quello organizzativo l’applicazione stessa delle indicazioni legislative.

 

 

 

 

 

 

 

 

1.2.       Diverse situazioni sociali e migratorie

Ogni bambino ha un retroterra culturale, una situazione familiare diversa, un percorso migratorio diretto o indiretto, vissuto. Ognuno di loro ha una storia personale, un passato da rispettare e da tenere in considerazione nel corso del suo inserimento scolastico. E, proprio all’avvio del processo di integrazione, è necessario conservare questo bagaglio personale e da queste fondamenta partire per la costruzione di una nuova vita nella cultura ricevente. La possibilità di crescere tra due culture, come avviene per i figli di immigrati, può costituire, se gestita correttamente, un’ottima opportunità: rappresenta la preziosa occasione di impossessarsi di una doppia ricchezza, quella di due mondi che possono arricchirsi a vicenda.

Tuttavia, affinché i bambini possano sfruttare questa duplice ricchezza, è necessario che trovino le condizioni ottimali per superare alcune difficoltà che potrebbero incontrare lungo il loro cammino. Alcuni di questi ostacoli dipendono dalla loro situazione sociale e migratoria, altri sono legati in modo più specifico alla difficoltà stessa di crescere tra due culture.

I bambini stranieri si confrontano con situazioni e realtà assai diverse tra loro e sono queste diversità a determinare la serena crescita psicologica del bambino.

Svariate sono le condizioni di partenza:

  • Bambini nati in Italia da genitori con regolare permesso di soggiorno: questa è senz’altro la condizione più favorevole. I bambini crescono sostanzialmente come i loro coetanei italiani, imparano facilmente la lingua e la loro socializzazione viene agevolata fin dai primi anni di vita. Non conoscono traumi di separazione e di dislocazione nello spazio e le loro eventuali difficoltà sono riconducibili alla gestione delle dinamiche interculturali oppure alla mancata coincidenza tra la cultura emittente e il complesso dei valori, delle opinioni, delle norme, delle regole e degli ideali che caratterizzano la cultura ricevente.
  • Bambini nati all’estero e immigrati con i genitori: si tratta in questo caso di bambini che conoscono il trauma di una separazione dal loro mondo di origine.

Conoscono un “prima” e un “dopo” che devono ricostruire. Lo spostamento in un altro paese avviene durante la fase del loro sviluppo e lo sradicamento dal paese di origine unito all’impatto con la nuova realtà socio – culturale vengono vissuti simultaneamente, con rilevabili conseguenze sulla qualità e la natura dei processi familiari. In questo caso, essi attraversano un trauma doloroso, fatto di separazione da persone care, dal contesto in cui sono cresciuti, per essere “catapultati” in un ambiente nuovo, nei confronti del quale si sentono spesso degli estranei. Inoltre, non sono spinti dalle stesse intense motivazioni che hanno portato i loro genitori a migrare e vivono il viaggio come qualcosa che subiscono passivamente, spesso come una vera e propria violenza.

  • Minori ricongiunti dopo una prolungata separazione dai genitori:  questa modalità di strutturazione familiare è la più diffusa nel nostro paese. In genere questi bambini subiscono un doppio sradicamento, segnato da fratture e cambiamenti improvvisi. Non sono loro a scegliere il primo distacco dai loro genitori e subiscono passivamente anche la scelta di staccarsi nuovamente da quelle persone e da quei luoghi che avevano caratterizzato fino a quel momento tutta la loro vita. Questo duplice trauma si ripercuoterà sul loro inserimento nella cultura ricevente.
  • Figli di genitori non in regola: è questo il caso meno frequente, perché normalmente quando si tratta di bambini, le famiglie sono già ben inserite o in ogni caso c’è stato un discreto radicamento sociale, espresso dall’ottenimento del permesso di soggiorno e da un impiego relativamente stabile. Tuttavia esistono dei minori che vivono nel nostro paese come dei clandestini e questa situazione è spesso legata a realtà di emarginazione socio-economica: si tratta di famiglie molto povere senza un casa né un lavoro. Per il bambino non è una situazione facile e avrà molte difficoltà prima di raggiungere un equilibrio psicologico e integrarsi correttamente.
  • Bambini stranieri adottati: questi bambini sono immediatamente classificati come italiani, o comunque come appartenti alla nazionalità della famiglia che li ha accolti e questo può provocare dei gravi traumi sul piccolo, perché una parte della sua realtà preesistente, quella stessa realtà che li ha condotti alla condizione di adattabilità, non viene tenuta da subito in considerazione, provocando a volte disagi psichici non indifferenti e una conseguente mancanza di identità.
  • Giovani non accompagnati: si tratta di bambini che hanno tentato l’avventura migratoria in modo del tutto autonomo, soli. Sono per lo più legati a organizzazioni criminali o a situazioni a rischio e molto pericolose. Si trovano a dover fronteggiare notevoli complessità di natura giuridica, ma anche psicologica: si sentono adulti, per le oggettive situazioni che affrontano autonomamente, ma vivono in una società che li considera ancora, come in effetti sono, bambini.
  • Figli di genitori separati, che ricongiungono uno dei due genitori nel nuovo paese: questi minori subiscono un duplice trauma, difficilmente quantificabile. Già nel loro paese natale sono “costretti” a vedere i genitori in tempi diversi e il trasferimento in un altro paese da parte di uno dei due genitori implica una separazione molto più dolorosa. Si tratta di un nuovo ricongiungimento con il genitore biologico che però, sul piano affettivo, è considerato un vero e proprio sconosciuto. È una situazione ad altissimo rischio: è come creare artificialmente piccoli orfani, che vengono poi forzatamente adottati.

 

Il caso di Y.

La situazione che ho appena descritto è riconducibile al caso analizzato durante il mio stage in qualità di «facilitatrice linguistica» presso la scuola Paolo Sarpi di Settimo Milanese.

Y. è una bambina di 11 anni, nata nel dipartimento di Arequipa, in Perù, dove vive con suo padre e la «tata», che la cura quando lui non c’è. Il 7 gennaio 2010 è venuta in Italia da sola, per raggiungere sua mamma che già viveva a Milano da 5 anni. Catapultata in un mondo a lei sconosciuto, dopo aver affrontato un viaggio di molte ore verso l’ignoto ha incontrato la sua mamma biologica.

Ormai da anni i suoi genitori sono separati e la bambina è già abituata a vederli “a turno”. Qui in Italia però, la situazione è molto diversa: il papà lo potrà vedere solo a Natale e Pasqua, due festività che Y ricorda con molta nostalgia. Ora per lei ricordare il Perù è motivo di tristezza e sofferenza.

Il caso di Y. non può essere ricondotto semplicemente a un modello o a un tipo di «bambino straniero»: occorre piuttosto ripercorrere il suo viaggio fino all’arrivo in Italia, soffermansosi sul modo in cui la sua «diversità» viene percepita dai suoi compagni di classe, coetanei, e dalle insegnanti e su come queste rappresentazioni influiscano sull’immagine che lei ha di sé e del nuovo contesto in cui è inserita.

 

 

1.3.       Aspetti psicologici del minore e possibili soluzioni adottate nel processo di integrazione culturale

 

L’ipotesi di fondo è che i bambini di cultura straniera siano sottoposti ad un duplice processo di acculturazione e socializzazione che determina una lacerazione dell’Io, diviso tra istanze culturali e affettive in conflitto: quella di cui sono portatori i genitori e quella del paese d’arrivo. Al minore è affidato il compito di mediare tra due mondi lontani, con i rischi connessi.

In questa realtà, il bambino tenta di ricomporre le lacerazioni che si trova a vivere adottando alcune soluzioni provvisorie:

1)  Resistenza culturale: questo termine sottolinea l’atteggiamento assunto dallo straniero nei confronti della cultura ricevente e il suo tentativo di preservare l’identità etnica originaria propostagli dai genitori mantenendo la propria lingua, cucina, abbigliamento e il proprio modo di comportarsi nella cultura ricevente. Conseguenza immediata di questo atteggiamento è una riduzione minimale delle possibili nuove amicizie nei confronti dei coetanei non connazionali, un aumento del distacco del bambino con il resto della comunità scolastica. La resistenza culturale non è altro che un momento di rafforzamento della propria identità etnica, un modo per ritrovare se stessi e le proprie origini anche in un cultura diversa.Il rischio di una chiusura ghettizzante è evidente e se gestito in modo inadeguato finirebbe con il far sentire il minore sempre più “straniero” nella cultura ricevente.

 

Il caso di Y.

Y nei primi giorni di scuola arriva sempre prima dei suoi compagni, siede al primo banco di fianco alla bambina più brava e diligente della classe, una soluzione che agli insegnanti è parsa strategica e che si è rivelata per i primi giorni utile.

Y non parla molto in classe e anche per semplici domande come: « A che pagina siamo?», «Mi presti le forbici?» parla in spagnolo.

Con i professori è molto educata e rispettosa, non risponde mai male a nessun loro rimprovero e si stupisce che i suoi compagni lo facciano così liberamente:

Y: « Ma non vi sgridano in Italia?»;

IO: « Sì, infatti avranno compito di castigo!»

Y.: « Anche in Perù la Diretora è cattiva, batte i bambini. E la mia amica è pobre y non pode fazer nada perché è la Diretora che la fa studiare!».

Y. mi racconta spesso della sua scuola in Perù perchè ricordare la sua terra le fa sentire meno la mancanza.

Y. è molto attenta alle differenze che nota rispetto al suo paese. Mi dice spesso che la sua migliore amica in Perù è molto diversa dai suoi nuovi compagni di classe e che qui a Milano, non riesce a socializzare facilmente.

Un giorno in classe, doveva scrivere una lettera a un amico/a descrivendogli la sua nuova vita a Milano…

Y: «Hola Eliza, espero que estas bien, te mando esta carta para saludarte y darte grazias por ensenarme a hablar italiano. Yo aqui estoy masomenos porque extrano a mi familia, a mis amigos y aca no tengo amigos. No se porque! Y voce? Aqui no tengo una mejor amiga para contarle todos lo que me pasa. Mi clase esta bien mas las demas personas que e conosido e que son buenas son: la Profesora Formaggioni, la Profesora Amadori e la Profesora Eliza…».

Il disagio di Y è immediato e il suo desiderio di trovare delle risposte è chiaro sin da subito. È per questo che ho deciso di rispondere a quella sua prima lettera, instaurando una sorta di corrispondenza segreta. Era un modo per farle ricordare il Perù, per farmi raccontare tutto quello che in classe non potevamo dirci. Per Y era un modo di evadere la realtà di Milano, che la rattristava.

2)   Processo di assimilazione: il bambino straniero in questo caso segue pienamente la proposta identitaria della cultura ricevente e come diretta conseguenza tende a rifiutare o meglio, a rinnegare la propria cultura emittente. Questa complicata situazione può avere numerosi effetti, sia positivi che negativi. Sicuramente la ferma volontà del bambino di appartenere pienamente alla nuova cultura, facilita il suo apprendimento e il suo adattamento nel paese che lo ospita. Tuttavia, vi sono dei rischi da non sottovalutare: questa volontà di rinnegare le sue origini e la sua vita precedente può portare a una graduale perdita di fiducia, a una progressiva svalorizzazione della sua cultura e delle sue tradizioni creando una maggiore conflittualità nei confronti dei suoi legami familiari. Si viene a creare una situazione per molti versi paradossale: da una parte il modello culturale dominante nel paese d’immigrazione è percepito dal bambino come quello vincente, dall’altra sono praticamente svanite o non sono mai state realizzate a pieno le procedure per una vera assimilazione. Ne consegue una netta instabilità tra quello che si aspetta il minore e la disponibilità della cultura ricevente.

 

3)   Marginalità: questa terza soluzione è generalmente considerata la più diffusa. L’identità di questi bambini è confusa; essi vivono ai margini della cultura emittente, che in certi casi ricordano vagamente e che non riconoscono a pieno, e la cultura ricevente che non riescono ancora a identificare come una possibile proposta identitaria alternativa. Questi bambini sono totalmente spaesati, non sentono di appartenere a nessuna delle due culture e si collocano passivamente in entrambe. Spesso questo vivere ai margini determina un maggiore attaccamento ai propri affetti, ai propri ricordi e alle ultime esperienze vissute.

 

Il caso di Y.

Durante i miei incontri con Y. le chiedo spesso di raccontarmi qualcosa di lei e della sua famiglia. Lei sorride, finchè non le chiedo:

«Parli italiano con la mamma, vero? Vive a Milano da molto tempo ormai, ti potrebbe aiutare non credi?»

Inizialmente Y. non risponde ma poi, in tono freddo e distaccato, dice:

«Lei non è italiana, non sa parlare italiano! Deve parlare spagnolo».

La sua risposta mi ha lasciato molto perplessa ma successivamente sono arrivata alla conclusione che la bimba volesse preservare,almeno con la mamma, una parte della sua cultura. In un contesto in cui lei non ha scelto di inserirsi e che è stato la causa del suo primo distacco dalla mamma lei preferisce parlare la sua lingua d’origine forse per mantenere vivo il ricordo del Perù.

4)   Doppia cultura: quest’ultima soluzione è considerata la migliore, poiché permette al bambino un maggiore equilibrio, una maggiore capacità critica e una maggiore sensibilità e obiettività. La doppia cultura non è altro che un lento ma profondo lavoro analitico interiore, in cui l’identità del bambino viene formata basandosi sul continuo confronto tra due mondi, la cultura emittente e la cultura ricevente. Questo confronto non comporta soluzioni definitive e precostituite, bensì un processo di analisi e di selezione. Rispettare e valorizzare le origini e le tradizioni del bambino è il principio cardine di una buona integrazione e di un positivo adeguamento. Il bambino riesce così ad avere un’identità formata dall’armonizzazione e dall’integrazione dei valori appartenenti a entrambe le culture, senza rinnegarne una o idolatrarne un’altra. Si sviluppa così un duplice sentimento di appartenenza del bambino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  1. L’integrazione come problema di traducibilità culturale


2.1 L’interculturalità e il processo traduttivo

Parlare di inserimento dei bambini stranieri non può prescindere dal parlare di interculturalità, e quindi di una dimensione espressa nei concetti ricorrenti di «accoglienza», «differenza», «apprendimento», «scambio» e «tolleranza».

Tutti questi concetti sono legati al concetto di «traduzione». Normalmente, quando si parla di traduzione si ha in mente una sottospecie molto particolare del processo comunicativo, ossia la riespressione di un testo in una lingua (codice naturale) diversa da quella in cui il testo è stato originariamente concepito e scritto.

In Italia, in riferimento al processo traduttivo, si parlava un tempo di “testo di partenza” e di “testo d’arrivo”, quasi a voler attribuire alla traduzione un percorso unicamente spaziale (Osimo 2002).

La traduzione invece, oltre a possedere una dimensione spaziale, possiede una dimensione culturale e temporale. Non volendo utilizzare questi termini che riconducono ironicamente ad un gara di corsa agonistica, si potrebbe chiamare il primo testo, «originale» e il secondo, il frutto del processo traduttivo «traduzione». Questa parola però ha il difetto di non distinguere il processo dal prodotto: «traduzione» infatti indica anche il processo attraverso il quale si arriva al secondo testo.

Gli esperti preferiscono quindi parlare di «proto testo» (primo testo) e di «metatesto» (testo modificato, testo trasferito, testo successivo…)

2.2 I residui comunicativi

Tradurre è necessario per comunicare, è necessario per avvicinare un concetto a persone provenienti da Paesi diversi e da realtà culturali differenti. Un elemento importante nel processo traduttivo è la presa di coscienza che ogni atto comunicativo comporta un “residuo comunicativo”, un concetto, una parola o anche solo un’espressione davanti alla quale sembra bloccarsi la nostra traduzione, davanti alla quale sembra impossibile tradurre. Questo comporta una particolare attenzione nel vedere quali parti del messaggio hanno elevate probabilità di non essere comprese a pieno e in modo immediato e quali strumenti metatestuali pensare di mettere in azione per la gestione di tale residuo comunicativo. La strategia comunicativa viene così a coincidere in buona parte con la strategia traduttiva.

In particolare quando si parla di bambini stranieri che cercano di integrarsi e inserirsi in un contesto diverso da quello in cui vivevano prima, è importante, anzi necessario, tradurre tenendo conto dei possibili “residui comunicativi”. Qualsiasi enunciazione che facciamo, infatti, scritta o orale, verbale o no, è inserita in un contesto che influenza il senso dell’enunciazione.

Possiamo quindi affermare che la traduzione permette la comunicazione tra culture diverse. Proprio questo importante rapporto di influenza tra autore e ambiente culturale è stato analizzato da diverse prospettive:

– Il semiotico estone Jurij Lotman ha scritto un saggio sull’argomento intitolato La semiosfera (1985). L’universo della cultura è paragonato a un organismo, le cui cellule, rappresentate dalle singole culture, interagiscono, arricchendosi tra loro.

Concetto chiave di questa teoria è quello di «confine» che è permeabile proprio come la membrana di una cellula. Questo confine unisce due diverse culture e nello stesso tempo le divide mostrando le varie diversità. Ed è proprio in questo confine che prende forma la traduzione. È nella semiosfera che due culture interagiscono tra loro. Lotman vede il rapporto tra cultura propria e cultura altrui come una benefica possibilità di arricchimento, di crescita per le due culture che possono così fecondarsi ed evolversi. Questa dinamica proprio/altrui, che è lontana dal creare uniformità e omogeneità, sviluppa le singole culture anche quelle minoritarie, che prendono coscienza della propria differenza e identità nel confronto con l’altro.

 

 

 

 

 

 

 

 

2.3 Il concetto di «linguacultura»

Possiamo ormai affermare che lingua e cultura sono due realtà imprescindibili l’una per l’altra: non possiamo affermare di conoscere a pieno una lingua se non conosciamo anche la cultura che essa esprime e da cui essa deriva. A sottolineare il forte legame che intercorre tra questi due aspetti di un’unica realtà, Agar ha coniato il termine «linguacultura». Con questo termine, egli intende un linguaggio che comprende non solo elementi quali grammatica e lessico, ma anche conoscenze pregresse, informazioni locali e culturali, abitudini e vari comportamenti. Il concetto di “cultura” e la sua comprensione, implicano il legame tra due “linguaculture” che Agar definisce LC1 (linguacultura emittente) e LC2 (linguacultura ricevente). L’apprendimento della linguacultura ricevente è veicolato da “rich point”: momenti, definiti dall’autore, di incomprensione e di aspettativa mancata. Si tratta di una relazione tra due estremi, nel mezzo dei quali si trova la traduzione. Ed è proprio la quantità di materiale che viene trasmesso da un estremo all’altro, la cultura, a determinare poi la portata della traduzione e stabilire il ruolo maggiore o minore del traduttore che convoglia tutte queste informazioni. Tutto dipende quindi dai confini e dai limiti posti tra la lingua emittente e quella ricevente. Potremmo aggiungere che si tratta di una sorta di residuo comunicativo, un momento della conversazione che viene interrotto da una parola, un’espressione che non è facile comprendere immediatamente e che denota differenze culturali fondamentali tra i due soggetti della comunicazione. Questo è un momento delicato della comunicazione e conseguentemente della traduzione perché necessita di un’analisi approfondita dei confini e dei limiti culturali, geografici e spaziali del soggetto emittente e del soggetto ricevente.

Il traduttore deve quindi essere formato a essere una sorta di mediatore culturale. La parola «mediatore» deriva dal verbo latino medio e ha due significati: da un lato si riferisce all’azione di acquisire (e ottenere) e di trasmettere e prestare (per esempio la conoscenza) e dall’altro riferisce ad un’azione di mediare, di intervenire. Nel mondo in cui viviamo oggi è più che mai necessario parlare di pluralità. Mai parlare di cultura bensì di culture… (da finire, ma ho già letto il testo di Agar)

2.4 I «rich point» e la strategia traduttiva

Il concetto di «cultura» assume un valore sistemico. Ci rendiamo conto della presenza di una cultura diversa dalla nostra solo nel momento in cui ci troviamo di fronte a persone che hanno un comportamento diverso dal nostro e che ai nostri occhi risulta incomprensibile. Possiamo infatti affermare che il concetto di cultura viene alla luce solo quando si notano effettive diversità con una persona estranea con cui entriamo in contatto. Posto questo, non ha alcun senso parlare della cultura X senza considerare da che punto di vista viene osservata. Parlare di cultura e del suo significato richiede una spiegazione che possa rendere il concetto chiaro e visibile a un esterno.

Di qualsiasi differenza o parola incomprensibile si tratti, ci troviamo sempre sul piano culturale. Ed è qui che entra in gioco la traduzione. Solo con la traduzione è possibile dare un senso a queste differenze, ovvero a questi rich point.

Riconoscere una differenza è il primo passo per avviare una traduzione e la conseguente strategia traduttiva. Solitamente i rich point sono strettamente collegati a contesti e significati creati da un determinato «sistema», o anche da un singolo individuo e richiedono quindi la conoscenza non solo degli aspetti semantici, grammaticali e prettamente linguistici, ma anche comportamentali. Il problema della traduzione è così legato alla capacità di comprendere, interpretare e spiegare un linguaggio in cui sono condensate la cultura e la storia di un «sistema» (In semiotica per «sistema» si intende un’entità formata da uno o più individui all’interno della quale si danno per scontate le stesse cose, ossia si ha in comune l’«implicito culturale».

Il traduttore deve concentrarsi su queste differenze per creare un senso che tutti possano comprendere. Nella sua traduzione dovrà tenere conto di vari aspetti, il cui numero è molto variabile e dipende dalla natura del confine tra la cultura emittente e quella ricevente. Più la linguacultura emittente è “diversa” da quella ricevente, più il compito del traduttore è complesso, poiché deve confrontarsi con un numero maggiore di rich point e dare loro un senso anche nella linguacultura ricevente trasmettendo contemporaneamente i rapporti e i modelli comportamentali di un contesto culturale differente.

La traduzione, e di conseguenza la cultura, non è altro che una costruzione artificiale che rende possibile la traduzione, è qualcosa di intersoggettivo, che va poi rielaborato. La traduzione è indispensabile per ogni tentativo di comprensione e di comunicazione, tanto più quando la relazione implica orizzonti di significato, lingue, storia e culture diverse, straniere le une per le altre (Agar 2006).

 

Questa importante premessa ci aiuterà a individuare quali sano alcune caratteristiche della «cultura», intesa nel suo significato più moderno, indispensabili a comprendere perché la cultura è traduzione.

2.5 Il delicato compito del traduttore

In base a quanto appena detto, possiamo affermare che il traduttore si trovi al centro di un vero e proprio processo di mediazione culturale, prima ancora che linguistica e deve necessariamente tener conto delle varie difficoltà interpretative relazionandosi con le varie culture. La mediazione ha dunque tre poli:

– La cultura emittente (quella in cui nasce il «prototesto»);

– La cultura del traduttore (quella di mediazione tra il «proto testo» come testo altrui, la propria cultura e il «metatesto» come cultura altrui nella propria);

– La cultura ricevente (quella in cui nasce il «metatesto») (Osimo 2002).

 

La cultura di un testo può essere scomposta in vari elementi e la distanza culturale tra due testi può essere espressa sotto forma di coordinate (storiche, geografiche, culturali, linguistiche eccetera), che tengono conto della differenza nei due testi: le coordinate cronotopiche. Questo termine si riferisce all’insieme delle coordinate di un testo, necessarie a collocarlo all’interno della cultura in cui nasce (Osimo 2002: 39).

«Cronotopo» letteralmente significa «tempo-spazio» e quindi fermandosi al suo significato etimologico indica le coordinate spazio-temporali. Il concetto con il passare del tempo si è arricchito giungendo a indicare anche le coordinate cronologiche, geografiche, spaziali eccetera (Osimo 2002)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  1. Un nuovo concetto di cultura


3.1 Il vecchio concetto di cultura

Per anni il concetto di «cultura» è stato all’origine dello storico conflitto tra antropologi e traduttori, oltre che dell’apparente incompatibilità ideologica e pragmatica delle due discipline.In antropologia, il concetto di «cultura» è onnicomprensivo e per questo viene spesso considerato in modo errato. In passato, gli antropologi usavano la parola «cultura» per descrivere, spiegare e generalizzare il comportamento altrui. Alfred Kroeber e Clyde Kluckhohn (1966), la definiva così:

 

La cultura è composta da un insieme, esplicito e implicito, di comportamenti acquisiti e trasmessi da simboli che costituiscono le particolari conquiste ottenute da un gruppo di esseri umani e che comprendono anche la loro personificazione sotto forma di artefatti; il nucleo essenziale della cultura è composto da idee tradizionali e in particolare dai valori ad esso collegati. Da un lato i sistemi culturali possono essere considerati come prodotti di azioni, e dall’altro come elementi condizionanti di ulteriori azioni (Kroeber e Kluckhohn 1952).

 

Dalla definizione sopracitata emerge un’idea di cultura come un sistema chiuso e coerente di significati e azioni, da cui vengono escluse sia la dimensione spaziale sia quella temporale. La cultura assume quindi la forma di un complesso di valori tradizionali tramandato da una generazione all’altra e che proprio come un prezioso documento scritto rimane invariato e non subisce alterazioni.

Il concetto di «cultura» aveva così un significato «autoreferenziale», legato a uno specifico modus operandi, proprio ad una determinata area geografica. Se una persona si comportava in un certo modo, l’antropologo riteneva che quel particolare atteggiamento derivasse dalla sua «cultura» e per il fatto di condividere una specifica identità culturale.

 

«Perché si comportano così?»

«Perché questa è la loro cultura».

«Chi sono?» «Sono tutti membri della stessa cultura».

 

Questa idea è ormai “superata” e non può più funzionare. In questo modo, si negava automaticamente qualsiasi possibile deviazione e cambiamento e si semplificava un concetto che in realtà, come ha sottolineato anche Michael Agar, è molto più complesso e ampio.

3.2 La cultura è relazionale

Il relativismo culturale ha rappresentato sicuramente un’importante scoperta in rapporto agli studi degli antropologi. Il punto centrale di questa teoria è che:

 

non è mai possibile apprendere chiaramente l’immaginazione di un altro popolo o di un altro periodo come fosse la propria (Geertz 1988:57).

 

Agar ha superato questa teoria, sostenendo che la cultura, così come la traduzione è anche relazionale. Risulta così senza senso parlare di cultura X senza affermare la cultura X per Y. Come la traduzione, anche la cultura unisce una linguacultura LC1 con un linguacultura LC2. Ogni volta che sentiamo parlare di cultura dobbiamo tenere in considerazione il confine di chi/per chi.

La cultura necessita di una traduzione quando il confine tra LC1 e LC2 è molto ampio. Possiamo quindi affermare che la cultura è una sorta di costruzione tra LC1 e LC2 e la quantità di materiale che finisce nella cultura, dipenderà dal confine tra le due: maggiore è il confine tra cultura emittente e cultura ricevente, maggiore sarà la quantità di materiale da analizzare.

Premettendo che il concetto di cultura emerge solo nel momento in cui ci percepiamo una differenza tra noi e l’altro, che entra in contatto con noi, il risultato che ne deriva è la presenza di diverse combinazioni LC1/LC2, diversi rich point. Tutto dipende da “cosa porta con sé” la linguacultura 1, può dipendere da chi è la persona che abbiamo davanti, la sua vita passata, il suo lavoro eccetera. Diversi possono essere i confini tra LC1 e LC2 e conseguentemente diversi saranno i rich point. Avranno differenti traduzioni perché avremo sempre differenti culture che entrano in contatto tra loro. Il più grande rich point consiste nella totale incomprensione dovuta a enormi differenze tra LC1 e LC2. Il momento di totale non comprensione è definito come «culture shock» ed è riconducibile a una sensazione di totale incomprensione che genera un profondo disorientamento. Il più piccolo, al contrario, potrebbe esistere probabilmente tra gruppi diversi della stessa società. Questi due casi citati sono l’esempio di due estremi opposti, tutti gli altri esempi che ne potrebbero derivare si collocherebbero nel mezzo. Inoltre non è possibile valutare una cultura in modo assoluto, perché in numero di rich points è una produzione del singolo ed è calcolabile in relazione ai confini esistenti tra la sua cultura e le altre. Pertanto non è possibile considerare il concetto di cultura nel suo concetto tradizionale, e quindi come una proprietà nostra o una proprietà loro. È una costruzione artificiale che rende possibile una traduzione tra loro e noi, tra cultura di partente e cultura ricevente. È intersoggettiva (Agar 2005). Necessita di un’analisi approfondita tanto più è ampio il divario tra LC1 e LC2. Quanto è necessario descrivere dipende da quale X e da quale Y delimitano gli estremi del confine.

Ne consegue che la traduzione che costruiamo altro non è che la cultura che descriviamo; in questo senso possiamo affermare che traduzione e cultura si equivalgono.

3.3 La cultura è parziale e plurale

Oggi più che mai abbiamo a che fare con sistemi aperti e dinamici, che crescono e si evolvono insieme nel loro ambiente, sistemi complessi. Cercare di far funzionare ancora il «vecchio concetto di cultura» come un sistema chiuso e coerente di significati e azioni condivise solo e sempre da alcuni individui non avrebbe più senso. Nessuno oggi vive in un concetto di cultura come quello appena citato. La cultura è parziale e plurale. Non possiamo parlare di cultura del singolo se ci riferiamo a una persona specifica o ad una situazione particolare. Il plurale è più che mai obbligatorio. Un momento particolare, una persona particolare così come un gruppo di persone non è possibile considerarlo una cultura singola. In questi casi si parla sempre di «culture». La domanda che ci sorge spontanea è:

 

«possiamo parlare realmente di cultura italiana?»

«si può davvero parlare di italiano?»

 

Si può solo parlare di «Italia» come di una cultura parziale che può esistere in qualsiasi parte del mondo, ma non avrebbe senso parlare di italiano o di cultura italiana. Ognuno di noi ha un suo essere italiano, un suo “vivere in Italia”. Ognuno di noi non è altro che un mix di “culture” che interagiscono l’una con l’altra internamente ed esternamente con le “culture” altrui. Sono queste le interazioni che ci consentono di avere una visione di noi e dell’altro. Ognuna di queste “culture” rappresenta una parte e non una totalità di ciò che un individuo o un gruppo è. Nessun sistema è identificabile con una cultura soltanto. Si tratta sempre e comunque di «culture» (Agar 2006).

 

  1. Il caso di Y. e i rich point

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quest’anno, dal mese di marzo al mese di giugno, ho lavorato presso la scuola media Paolo Sarpi di Settimo Milanese in qualità di facilitatrice linguistica e mi è stata affidata la bambina Y.

Y. ha 11 anni, è nata nel dipartimento di Arequipa, in Perù. Figlia di genitori separati, vive da sempre con il padre e una “tata”, che le fa da madre. La sua mamma biologica è ormai da 5 anni in Italia, a Milano e lavora come badante per una coppia di anziani.

Y. non voleva venire in Italia, perché nel suo piccolo paesino del Perù stava molto bene, aveva la sua scuola, aveva le sue amiche e una casa stupenda con un cavallo tutto suo.

Un solo grande pensiero non le permetteva di essere completamente felice: sua mamma non era con lei…

Decisa di far vedere alla figlia il suo nuovo mondo, la sua nuova realtà di vita e di lavoro, la mamma di Y. pagherà un biglietto aereo alla bimba e la terrà con sé per un intero anno.

Il 7 gennaio 2010 inizierà per Y. un nuovo cammino, il suo primo giorno di scuola in un ambiente “straniero”, diverso da quello di origine.

Il mio incontro con lei è avvenuto dopo circa due settimane di frequentazione presso la prima media a Settimo Milanese e non è stato facile inizialmente conquistarmi la sua fiducia, perché era molto timida e riservata.

 

4.1 La «cugina-sorella»

Concludendo quanto affermato nei capitoli precedenti in merito alla teoria di Agar sulla linguacultura e sui rich point, desidero citare un paio di esempi per me determinanti l’effettiva comprensione della complessità dell’argomento.

Nel corso del mio stage come facilitatrice linguistica Y. era spesso chiamata a scrivere dei brevi temi scegliendo tra diversi argomenti. Spesso gli argomenti trattati coinvolgevano lei e le emozioni legate alla sua nuova vita a Milano. Il primo scritto era proprio la descrizione di una persona a lei cara e che avrebbe voluto avere con sé.

Fu questa la prima volta in cui Y. mi parlò della sua «prima-hermana» (letteralmente tradotto «cugina-sorella»). È questa la parola utilizzata da Y. per parlare della cugina, nata però dalla relazione tra il fratello di sua mamma e la sorella di suo padre. Per lei questo legame era speciale, così come potrebbe apparire dalla descrizione che ho appena riportato, ma la mia attenzione non vuole concentrarsi sulle varie discendenze parentali nella famiglia di Y., bensì sulla difficoltà che ho riscontrato nella traduzione di questo termine.

Confrontando varie fonti, cartacee e non, e chiedendo ad alcuni amici spagnoli, ho riscontrato che nel contesto, questa parola racchiude un triplice significato: sicuramente contiene l’idea di «prima», che in italiano si traduce con «cugina» e sicuramente questa risulta anche la soluzione più immediata alla difficoltà, magari pensando a una semplice cugina di primo grado. Tuttavia, la presenza della parola «hermana» ci allontana, in italiano, dal singolo concetto di «cugina» e anche da quello di «cugina di primo grado». Di fatto la parola esiste, viene utilizzata nella lingua parlata anche se non compare in nessun dizionario di spagnolo. È un termine che Y. utilizza di frequente perché sostiene che in Perù sia normale, è un termine che tutti utilizzano perché è facile che si compongano famiglie come la sua, è normale che si abbiano figli tra zii di una stessa famiglia.

Il problema è nato dal momento in cui dovevo tradurre la parola in italiano. Non ero in grado di riprodurre lo stesso concetto nella cultura ricevente, in questo caso la mia. Parlare a qualcuno di «cugina-sorella», non significa nulla se non unisco al termine una definizione che ne spieghi il significato che Y. vuole dare alla parola. Per lei non è solo una cugina perché per metà è sua sorella dato che suo padre e il padre di sua cugina sono fratelli e le rispettive madri pure. Il termine utilizzato è ricco di un valore affettivo oltre che di un vero e proprio significato.

 

Consultando vari forum spagnoli e vari estratti di testi in lingua queste erano le ricorrenze che ho trovato:

 

–       Prima hermana = Una hija de algún hermano de tu mamá o tú papá.

–       A veces se especifica “hermana” cuando se quiere dar una idea de cercanía con esa prima. Se pode decir también “prima carnal”.

–       A veces se usa para parentescos más lejanos o incluso para personas sin parentesco conocido, es decir, simples (aunque buenos) amigos.

 

Dalle descrizioni emerge sicuramente il grado di parentela della ragazza in questione anche se il termine «hermana» è propriamente utilizzato per indicare lo stretto legame tra le due ragazze, che si considerano «quasi sorelle». In italiano la traduzione «cugina di primo grado» esiste, anche se viene abbandonato il significato affettivo che la cultura emittente racchiude in sé.

 

L’esempio che ho appena citato ci riconduce all’analisi di Agar secondo cui il concetto stesso di «cultura» è legato al rapporto tra due culture ben precise e dal loro contatto.

Y., parlandomi di questa «prima-hermana», intendeva parlarmi di una persona che per lei era quasi una sorella, più che una cugina e quando ho cercato di chiederle se X. fosse sua cugina di primo grado, lei mi ha risposto più di una volta che non era semplicemente sua cugina bensì erano metà sorelle e metà cugine.

La «cugina-sorella» è un chiaro esempio di come nella traduzione sia necessario tenere in considerazione tutte le sfumature proprie di una cultura che determinano o meno l’esistenza di un traducente dello stesso grado di intensità in un’altra cultura. La teoria di Agar ha rappresentato per me un elemento fondamentale per comprendere come nella traduzione intervengano molteplici fattori e come sia impossibile non tener conto della «cultura emittente» e della «cultura ricevente» per comunicare un messaggio e renderlo fruibile a tutti. La scelta del traduttore di tradurre una parola o un enunciato della cultura emittente deve rispettare tutte le sfumature e le informazioni che quel termine racchiude in sé e che potrebbero modificare il significato della stessa nella cultura ricevente.

4.2 La «chiesa»

Come spesso accade a chi non parla bene una lingua e si trova catapultato in un paese nuovo, spesso la comprensione risulta difficoltosa. Questo concetto vale ancor di più se parliamo di bambini stranieri che ancora non conoscono la loro lingua alla perfezione e che devono rapportarsi alle differenze linguistico-culturali del paese in cui si trovano. Se a paragone ci sono due persone che parlano due lingue differenti e che provengono da mondi differenti la comunicazione non sarà sempre facile e immediata. In questi casi, un fattore da tener sempre a mente è che non esistono definizioni banali o spiegazioni semplici e scontate; ogni frase detta, ogni parola pronunciata per noi ha un valore, ma questo stesso valore e/o grado di immediatezza non è lo stesso per un’altra persona, a maggior ragione se ci troviamo di fronte ad una bambina di 11 anni, non italiana.

Spesso, durante le lezioni curricolari, aiutavo Y. a tradurre termini ed enunciati di cui non comprendeva immediatamente il significato. Una volta in particolare, mi sono resa conto di come per me fosse scontata una risposta e di come invece per Y. la mia domanda non avesse lo stesso significato che io le attribuivo.

Era l’ultimo giorno di scuola, la classe era divisa in due gruppi e i bambini giocavano a farsi tra loro degli indovinelli… Quello che in particolar modo attirò la mia attenzione fu il seguente:

 

«Qual è il luogo per eccellenza dove si prega?»

 

La risposta che tutti diedero fu quella che io stessa avevo immaginato, ossia: «La chiesa».

Tutti risposerò così tranne Y., lei disse «Ovunque – In casa».

Da questa sua risposta iniziai a pensare dentro di me che la domanda dell’indovinello non fosse così scontata e che forse per una persona che proveniva da un altro paese e da un’altra cultura. Per noi componenti di quel gruppo di “ragazzi italiani”, la risposta era banale, tutti noi avevamo pensato che il luogo per eccellenza dove si prega è la chiesa, ma per lei non è stato così.

La risposta di Y. è un chiaro esempio di come la cultura sia plurale e relativa, di come non è possibile parlare di cultura X, se non specifichiamo la cultura X per Y. Parlare di risposta facile e scontata, vuol dire trascurare questo fatto, significa non dare valore al senso che la parola assume per una persona in un contesto specifico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  1.  La traduzione come mediazione culturale


5.1 Il facilitatore linguistico

Il compito di facilitatrice consiste essenzialmente nella mediazione culturale tra la cultura emittente e la cultura ricevente.

In questo caso specifico tra Y. e la classe di cui fa parte.

Il facilitatore linguistico è un professionista esperto nella didattica dell’italiano come lingua seconda tanto che, se fosse ufficialmente prevista questa funzione nella scuola, potrebbe essere definito «insegnante di italiano L2» (Favaro 2002: 63).

 

I facilitatori linguistici sono quindi insegnanti ed educatori, di madrelingua italiana, con una adeguata formazione didattica, glottodidattica e pedagogico-interculturale, che collaborano, autonomamente o come membri di associazioni e cooperative che operano nel territorio, con gli enti locali (specialmente i Comuni) nei progetti di facilitazione linguistica, promossi e finanziati dalla scuola o dagli stessi enti locali. Questo personale esperto lavora con gli studenti stranieri gestendo e conducendo i laboratori di italiano L2 nelle scuole sia in orario scolastico che extrascolastico (per esempio attività di doposcuola finalizzate allo svolgimento dei compiti, al rafforzamento linguistico e allo studio disciplinare). Sono quindi persone che svolgono delicati compiti didattici ed educativi che richiedono preparazione e specifiche competenze sia nell’ambito dell’insegnamento della seconda lingua, una disciplina che adotta specifiche metodologie e strategie che devono essere conosciute e padroneggiate da coloro che ricoprono questo incarico, sia nel campo dell’educazione interculturale per promuovere e facilitare l’incontro, la conoscenza e lo scambio reciproco fra le persone portatrici di culture diverse presenti nelle scuole.

Nella scuola, i compiti di un facilitatore linguistico possono essere molteplici:

 

–       collaborare nella definizione di pratiche condivise all’interno della scuola in tema di accoglienza degli alunni stranieri;

–       sostenere e guidare gli alunni neo-arrivati nella loro fase di adattamento, diventando un punto di riferimento per richieste di informazioni e di aiuto;

–       facilitare l’apprendimento della lingua all’interno di laboratori di italiano L2;

–       ricostruire il profilo linguistico, cognitivo e culturale di ogni allievo straniero neo-arrivato nella scuola partecipando con gli insegnanti, i mediatori culturali ed altre figure preposte (ad esempio psicopedagogisti, membri della Commissione Intercultura) alla documentazione e valutazione iniziale delle sue competenze ed abilità e alla rilevazione dei suoi bisogni linguistici e comunicativi iniziali;

–       programmare un percorso didattico coerente e specifico in base alle competenze e i bisogni rilevati dell’alunno ma rispettando gli obiettivi comuni di apprendimento linguistico e disciplinare;

–       relazionarsi e collaborare con gli insegnanti in modo tale da un pieno inserimento dell’allievo straniero e garantire un livello sufficiente di apprendimento della lingua per comunicare e per studiare le diverse discipline scolastiche;

–       essere di supporto didattico agli insegnanti fornendo materiali e strumenti utili e suggerendo metodologie per l’insegnamento dell’italiano L2 e la gestione della classe plurilingue;

–       valutare e documentare i risultati ottenuti e gli obiettivi raggiunti dagli allievi stranieri al termine del periodo di facilitazione linguistica;

–       promuovere e facilitare il dialogo interculturale fra tutte le persone che vivono la scuola e in particolare favorire un dialogo costruttivo tra il bambino straniero e la classe (Itals 2010).

 

Come si può notare, il facilitatore linguistico è chiamato a facilitare l’inserimento dell’allievo straniero nella nuova scuola e nella nuova classe fornendogli gli strumenti linguistici necessari e, allo stesso tempo, fungendo da punto di riferimento per quanto riguarda la comunicazione tra lui e gli altri, coetanei e adulti, che operano nella scuola, diventando cosi una vera e propria figura ponte tra l’alunno straniero e la nuova classe in cui è inserito, gli insegnanti e la scuola.

5.2 Il facilitatore linguistico e il mediatore linguistico

Facendo questa esperienza lavorativa, mi sono resa conto delle grandi affinità di principio tra il ruolo di mediatrice linguistica (la qualifica che sto conseguendo con il mio corso di laurea triennale) e quello di facilitatrice linguistica.

Lo stesso mediatore linguistico opera nelle scuole o in altri ambiti formativi, educativi e sociali e gioca un ruolo indispensabile in materia di mediazione fra persone con radici, esperienze e valori culturali diversi ma che condividono gli stessi luoghi di vita o di lavoro. Dal punto di vista della normativa, le leggi sull’immigrazione (Legge n. 40 del 6 marzo 1998 e n. 189 del 30 luglio 2002) fanno esplicitamente riferimento a questa figura professionale: «lo Stato, le Regioni, le Province e i Comuni nell’ambito delle proprie competenze favoriscono la realizzazione di convenzioni con associazioni per l’impiego, all’interno delle proprie strutture, di stranieri titolari di carta di soggiorno o di permesso di soggiorno di durata non inferiore a due anni, in qualità di mediatori interculturali, al fine di agevolare i rapporti tra le singole amministrazioni e gli stranieri appartenenti ai diversi gruppi etnici, nazionali, linguistici e religiosi».Il mediatore linguistico e culturale, quando sia necessario distinguerlo dal facilitatore linguistico, può essere un madrelingua straniero già inserito in Italia o un italiano con una adeguata conoscenza di una delle lingue e culture di “migrazione” e che non necessariamente dispone di una formazione glottodidattica e pedagogica.

 

Il mediatore può collaborare e fungere così da supporto al ruolo educativo della scuola.

In particolare può svolgere compiti:

–        di accoglienza, tutoraggio e facilitazione nei confronti degli allievi neoarrivati e delle loro famiglie;

–       di mediazione nei confronti degli insegnanti fornendo loro informazioni sulla scuola nei paesi di origine, sulle competenze e sulla storia personale del singolo alunno;

–       di interpretariato e traduzione (avvisi, messaggi, documenti orali e scritti) nei confronti delle famiglie;

–       di assistenza e mediazione negli incontri dei docenti con i genitori, soprattutto nei casi di particolare problematicità;

–       proporre percorsi didattici di educazione interculturale, che prevedono momenti di conoscenza e valorizzazione dei paesi e delle lingue d’origine (Itals 2010).

 

 

Riferimenti bibliografici

 

Agar M. 2006 «Culture: can you take it everywhere?» International Journal Of Qualitative Methods 5 (2) June disponibile in internet all’indirizzo www.ualberta.ca/, consultato nell’ottobre 2010.

Agar, M. 1995 Language shock: Understanding the culture of conversation. New York: William Morrow.

Agar, M. 1996 The professional stranger: An informal introduction to ethnography. New York: Academic Press.

Dictionary.com 2006-2010 disponibile in internet al sito www.dictionary.com, consultato nell’ottobre 2010.

Favaro G. 2003 in «La difficoltà del crescere: minori stranieri e tutela», Atti del corso, Provincia di Milano -Settore alle politiche sociali. 2003

Forum wordreference in spagnolo e inglese, disponibile sul sito www.wordreference.com

Garzanti 2009, Dizionario di italiano Garzanti, disponibile in internet all’indirizzo www.garzantilinguistica.it, consultato nell’ottobre 2010.

Il dizionario della lingua italiana, 2000 Firenze: Le Monnier.

Istituto psicoanalitico per le ricerche sociali 2000, Integrazione ed identità dei minori immigrati.

Kroeber A.L. & Kluckhohn C. 1966 Culture: A critical review of concepts and definitions. New York: Random House.

Laboratorio Itals 2010, Italiano come lingua straniera.

Merriam-Webster 2000 Merriam Webster’s online dictionary, Springfield (MA): Merriam-Webster. disponibile in internet all’indirizzo www.merriam-webster.com, consultato nell’ottobre 2010.

Osimo, B. 2004 Manuale del traduttore: guida pratica con glossario, Milano: Hoepli.

Osimo, B. 2010 Propedeutica della traduzione: corso introduttivo con tabelvole sinottiche, Milano: Hoepli.

The American Heritage 2000 The American Heritage Dictionary of the English Language, Boston: Houghton Mifflin, disponibile in internet all’indirizzo www.education.yahoo.com/reference/dictionary/., consultato nell’ottobre 2010.

The free dictionary 2009 The free dictionary, disponibile in internet all’indirizzo www.thefreedictionary.com, consultato nell’ottobre 2010.

Torop P. 2010 La traduzione totale. Tipi di processo traduttivo nella cultura, Milano: Hoepli.

Savory: Translator’s humour Dal testo al humour e dal humour al testo

Savory: Translator’s humour

Dal testo al humour e dal humour al testo

CRISTINA SALA

 

 

Fondazione Milano

Milano Lingue

Scuola Superiore per Mediatori Linguistici

via Alex Visconti, 18   20151 MILANO

 

 

 

 

 

 

 

 

Relatore: professor Bruno Osimo

Diploma in Mediazione Linguistica

Ottobre 2010


 

© Theodore Horace Savory, London, 1957

© Cristina Sala per l’edizione italiana 2010

 

Understanding humour especially its social and psychological functions, its value as an indicator of both cultural and personal identity requires this sense of its radical subjectivity, a sense easily confirmed in the experience of telling a joke to an unamused audience. This extent to which we can share humour is based on a common world view and one way of distinguishing individuals is by nothing when they are amused and with whom. A sense of the cultural relativity of a given group’s sense of the normal and the deviant, the real and unreal, underpins both the anthropology and the sociology of humour. A sense of variations of these notions between individuals in the same cultural and social group underpins the psychology of humour.

Paul Lewis

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questa tesi è dedicata a tutti coloro che credono che il humour, la comicità e i fumetti siano cose da bambini.

 

 

 

 

 

 


Savory: Translator’s humour

Dal testo al humour e dal humour al testo

 

Abstract in italiano

 

Il traduttore interlinguistico ricopre anche il ruolo di mediatore culturale: in fase traduttiva deve sopperire ai residui comunicativi tramite il proprio sapere. Il residuo traduttivo, che è sempre presente, è maggiore quanto più un prototesto è radicato nella cultura emittente: in presenza di battute, allusioni a personaggi famosi propri di quel paese specifico, modi di dire, proverbi, humour e ironia il traduttore ha a disposizione svariati strumenti per cercare di trovare una compensazione. Per quanto riguarda l’aspetto umoristico di un testo a fumetti, il traduttore dovrà intraprendere sforzi aggiuntivi poiché la traduzione del humour implica necessariamente conoscenze culturali e linguistiche specifiche. Il lavoro di traduzione si complica ulteriormente e necessita di ricerche, analisi, confronti e studi per essere svolto dignitosamente. Talvolta, però, un traduttore particolarmente distratto e frettoloso può creare lui stesso delle nuove occasioni di humour, magari da un testo che con il humour non aveva proprio niente a che fare, producendo risultati che meritano di essere ricordati per la loro originalità.

 

English abstract

 

Interlinguistic translators also play the role of cultural mediators: during the translation phase they must make up for communication losses through their own knowledge. The communication loss, which is a constant, is larger the more a text is deep-rooted in the issuing culture: in the presence of jokes, allusions to famous people of that particular country, sayings, proverbs, humour and irony the translator has many tools to compensate for the communication losses. With regard to the humorous character of a comic book, the translator should undertake further efforts since the translation of humour necessarily requires specific cultural and linguistic knowledge. The translator’s job gets tougher and needs to be integrated with research, analysis, comparisons and studies in order to be properly carried out. Sometimes a particularly inattentive and perfunctory translator can inadvertently create new instances of humour, possibly from a text which in fact had no humorous intentions, producing results which deserve to be remembered for their originality.

 

Deutsche Fassung

 

Der interlinguale Übersetzer spielt auch die Rolle des kulturellen Vermittlers: während der Übersetzungsphase muss er sein Wissen einsetzen, um die Kommunikationsverluste auszugleichen. Der Übersetzungsverlust, der immer vorhanden ist, ist umso größer, je mehr ein Prototext in seiner Kultur eingewurzelt ist: wenn Witze, Andeutungen auf prominente Persönlichkeiten des spezifischen Landes oder Kulturraumes, Redensarten, Sprichwörter, Humor und Ironie vorhanden sind, verfügt der Übersetzer über zahlreiche Mittel, um einen Ausgleich zu finden. Was den humoristischen Aspekt eines Comictextes betrifft, muss der Übersetzer zusätzliche Anstrengungen unternehmen, weil die Übersetzung von Humor notwendigerweise spezifische kulturelle und linguistische Kenntnisse impliziert. Die Übersetzungsphase kompliziert sich weiter und verlangt Recherchen, Analysen, Vergleiche und Studien, um angemessen erledigt zu werden. Es kann aber auch vorkommen, dass ein unaufmerksamer und hastiger Übersetzer unbeabsichtigt selbst neue humoristische Aspekte schafft, auch in einem Text, der mit Humor eigentlich nichts zu tun hat, und somit ein originelles Ergebnis erzielt.

 

 

 

 

 

 

 


Sommario

1.            Prefazione  5

2.            Humour e psicologia  11

3.            Prefazione alla traduzione  17

4.   Traduzione con testo a fronte- il humor inconscio  20

5.   Prefazione dell’analisi traduttiva  48

5.1. I PROBLEMI GRAFICI 49

5.2. I PROBLEMI LINGUISTICI 50

5.3. I PROBLEMI CULTURALI 51

6.   Analisi linguistica e culturale delle vignette di Schulz e  proposte di traduzione- il humour conscio  52

7.   Conclusioni 73

8.   Riferimenti bibliografici 76


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  1. Prefazione

 

La traduzione in cui si verifica il passaggio da una lingua a un’altra viene chiamata «traduzione interlinguistica» ed è quella che Jakobson definisce «interpretazione dei segni linguistici per mezzo di qualsiasi altra lingua»: in sostanza il traduttore ricodifica e ritrasmette un messaggio ricevuto da un’altra fonte.

Una qualsiasi traduzione interlinguistica (che implica il passaggio da una cultura ad un’altra) comporta non pochi ostacoli sotto molti aspetti: quello linguistico, culturale, eccetera.

Come in ogni forma comunicativa, anche in questo caso si verificano delle perdite poiché è impossibile trasmettere perfettamente e interamente il messaggio del prototesto all’interno del metatesto.

Tali perdite sono chiamate in ambito traduttivo «residui» e sono rappresentate da porzioni di testo non tradotte e porzioni di testo che sono, invece, intraducibili. Per sopperire a tali mancanze il traduttore che, innanzitutto, deve esserne consapevole, può ricorrere a un apparato metatestuale, ossia a prefazioni, postfazioni, note a piè di pagina, eccetera.

All’interno degli ostacoli culturali è frequente trovarsi di fronte a problemi riguardanti il humour e la comicità, in particolare per un traduttore che si occupi di argomenti umoristici e satirici e abbia a che fare con prototesti basati su questa matrice come, ad esempio, i fumetti.

Ovviamente, più che in altri testi, nei fumetti si verificheranno svariate perdite comunicative, che rappresentano, appunto, parti di testo intraducibili.

Quando un traduttore incontra riferimenti ironici a elementi propri della cultura emittente molto noti e conosciuti (come personaggi dello spettacolo) in ambito fumettistico è preferibile evitare di inserire note a piè di pagina, principalmente per una ragione culturale.

La sostituzione dell’elemento originale con un riferimento a un elemento della cultura ricevente può essere probabilmente la soluzione ottimale a questo tipo di ostacolo traduttivo.

Effettuando una traduzione interlinguistica non si deve soltanto trasferire un messaggio da una lingua all’altra ma il traduttore deve rivestire il ruolo di mediatore culturale così che il lettore del metatesto possa arricchire il suo bagaglio di cultura attingendo a informazioni proprie sulla cultura di appartenenza del prototesto.

 

Nell’ultima sezione della tesi ho voluto dimostrare, attraverso la presentazione di alcune strisce dei Peanuts in lingua originale, quanto sia tangibile e reale ciò che ho detto sinora, immedesimandomi in un traduttore di fumetti e cercando di risolvere, attingendo al mio bagaglio culturale e prendendo come riferimento un lettore modello della mia madrelingua, tutti gli ostacoli che si presentavano in alcune vignette scelte per la loro particolare difficoltà traduttiva.

Ho deciso di intitolare quest’ultima parte del mio lavoro «humour conscio» poiché si tratta di scelte umoristiche non casuali, ma dettate dall’intento dell’autore delle vignette di fare ridere o perlomeno sorridere i lettori delle sue strisce.

 

Procedendo a ritroso, nella seconda parte, ho lavorato su una traduzione “Translator’s humour”, una dissertazione di matrice umoristica che tratta degli strafalcioni linguistici commessi a più riprese da vari traduttori interlinguistici che hanno prodotto (forse inconsciamente) piccoli capolavori del humour traduttivo alquanto divertenti e che ho voluto analizzare sul piano linguistico e culturale per capire quali bizzarri ragionamenti stavano alla base dei loro prodotti. Ed è proprio per questo motivo che ho intitolato questa sezione «humour inconscio».

Ciò che è emerso è che, per la maggior parte delle volte, gli strafalcioni compiuti sono la conseguenza diretta di traduzioni superficiale e sbrigative, di disattenzione e di assonanze devianti tra due lingue che appartengono allo stesso ceppo linguistico.

 

La prima parte tratta più in via generale il humour, cosa sia in realtà e come viene definito dai principali pensatori e filosofi della storia, per dare un’infarinatura iniziale di ciò che seguirà e per far capire al lettore della mia tesi l’argomento di base su cui ho voluto concentrarmi, un argomento spesso criticato e spesso messo da parte perché considerato quasi “immorale” o addirittura “infantile” ma che vale la pena trattare e analizzare soprattutto sul piano culturale e traduttivo, poiché ricco di sfumature interessanti.

 

Con questa tesi vorrei dimostrare quanto il lavoro del traduttore sia minuzioso e quanto necessiti di attenzione e concentrazione. Il traduttore è implicitamente anche un mediatore culturale, il suo compito consiste nel far comunicare quanto più possibile due culture lontane.

Una parola mal interpretata, letta frettolosamente, omessa o minimizzata può dare origine a una serie di incomprensioni che, a loro volta, possono generare errori clamorosi i quali, a seconda del punto di vista, possono risultare o divertenti o ridicoli e possono modificare radicalmente la fisionomia del prototesto.

Viceversa, anche lo studio e la traduzione di testi umoristici presenta ostacoli non irrilevanti. I fumetti che sono erroneamente indicati sotto la voce «lettura per bambini», per la loro apparente facilità di lettura, sono veri e propri repertori di informazioni, nozioni, modi di dire ed espressioni della cultura del paese in cui vengono scritti. Per questo, svariate volte, succede che anche un adulto che si cimenti nella lettura di un fumetto non capisca alcune parti di testo poiché non è a conoscenza di alcuni dettagli, di alcune espressioni o, ancor più sovente, di alcune allusioni culturali.

Considerando i fumetti a carattere umoristico (come i Peanuts) è bene ricordare che questi sono ancor più ermetici e traboccanti di informazioni sui modi, usi e costumi di quella cultura di provenienza, perciò il lavoro del traduttore prenderà una piega ancor più complessa e interessante.

Infine, il mio scopo è quello di fare in modo che il lettore di questa tesi arrivi fino in fondo all’ultima pagina e capisca che quello che sembra un po’ puerile e banale, poi in fondo tanto banale non è.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2.  Humour e psicologia

 

 

 

It’s only a joke” we often say, but humour is complex, a matter of texts and contexts. As texts, formal jokes and spontaneous witticism follow grammatical rules, exploit semantic associations, convey affect, thought and disposition in context-that is, as a shared experience.

Paul Lewis

 

 

Molti filosofi, scrittori, linguisti del passato, come Platone, Aristotele, Bergson e Freud hanno cercato di dare una definizione di umorismo, suggerendo una serie di teorie. Sul piano lessicale si può affermare che il campo semantico relativo all’umorismo è di notevoli dimensioni, oltre che complesso da limitare. «Comico, satira, ironia, sarcasmo» sono tutti termini contestualmente associabili al humour in sé, tuttavia assai differenti sul piano del significato.

Svariati studiosi sostengono l’impossibilità di una suddivisione teorica tra vari sottocampi quali, per citarne qualcuno, la psicologia e la letteratura.

Secondo Umberto Eco «the category of comic does not seem to have a possibility of theoretical differentiation from that of humour». Un’ altra studiosa della stessa opinione è Olbrechts-Tyteca (1977) la quale non contempla alcuna differenziazione tra humorous e ridiculous.

Salvatore Attardo afferma che «se si ignora la suddivisione interna del humour e si accetta un’ampia lettura del concetto, ne consegue che il humour (o il comico) è qualsiasi cosa che un gruppo sociale definisca come tale».

Secondo la corrente di ricerca anglo-americana il termine «humour» viene inteso “as the umbrella-term for all phenomena of this field. Thus, humour replaced the comic and is treated as a neutral term; i.e., not restricted to positive occasion for laughter” (Ruch, 1996).

Se è vero, come affermano molte teorie, che una risata o un approccio sorridente alla vita sono la manifestazione dell’avvertimento dei contrasti della realtà, è innegabile che questi contrasti si differenziano da cultura a cultura. L’umorismo si fonda, dunque, su una prospettiva chiaramente storica, come afferma anche Delia Chiaro: «il concetto di ciò che le persone trovano divertente sembra essere limitato da confini linguistici, geografici, diacronici, socioculturali e personali» (1998:15).

Il humour è circoscritto entro precisi limiti spazio-temporali ed è intimamente connesso alle strutture pragmatiche, socioculturali e linguistiche della comunità di cui è espressione ed entro cui si realizza.

Queste caratteristiche proprie del genere comico sono ben presenti ai traduttori che hanno a che fare con testi in cui è importante mantenere l’effetto comico della cultura emittente nella cultura ricevente. Questo compito diventa particolarmente arduo quando si tratta di trasporre i giochi di parole. Nelle parole si racchiudono, infatti, universi culturali difficilmente traducibili e, anche in presenza di un’ottima traduzione dal punto di vista linguistico, l’effetto comico può essere annullato, senza che il traduttore possa intervenire, poiché la cultura ricevente potrebbe mancare di riferimenti necessari a capire una particolare battuta o semplicemente potrebbe prediligere altri stimoli umoristici.

Ecco che, allora, ciò che fa ridere a Londra non farà ridere a Washington (pur avendo, dal punto di vista linguistico, un ostacolo in meno); ciò che fa ridere a Milano non farà probabilmente ridere a Parigi (pur non essendo due città molto distanti sia geograficamente che culturalmente): le coordinate socio-culturali entro cui si realizza il humour, prima ancora della sua concreta realizzazione linguistica, ne segnano la tendenziale peculiarità «localistica» e «temporale».

 

Un approccio linguistico al humour teorizza che ogni parlante abbia una «competence» umoristica per giudicare un testo comico. Per «competence» si intende implicitamente ciò che noi chiamiamo «sense of humour», intorno cui si sviluppano due teorie, la «semantic script theory of humour» e la «general theory of verbal humour» che analizzano il fenomeno comico dal punto di vista linguistico.

Il «sense of humour» inteso come caratteristica variabile della personalità di ciascuno è preso in esame da tre teorie che lo studiano sul piano psico-sociologico: «There are many explanations of laughter and humour, that John Monrreal does well to distill into three theories: the superiority theory, the relief theory and the incongruity theory» (Critchley 2002:2).

L’oggetto dello studio è quindi ciò che differenzia i due diversi approcci: quello linguistico e quello psico-sociologico, ossia, il primo mira a studiare l’effetto comico creato attraverso il testo, il secondo analizza la ricezione e la produzione dell’effetto comico su soggetti diversi.

 

 

La teoria della superiorità di Platone e Aristotele, Quintiliano e Hobbes: secondo questa teoria «we laugh from feelings of superiority over other people, from ‘suddaine Glory arising from suddaine conception of some Eminency in our selves, by Comparison of the Infirmityes of others or with our owne formerly’» (Critchley 2002:2,3).

È questo dunque un approccio che si concentra sul contenuto dell’umorismo, piuttosto che sulla sua struttura, e sulle differenze a livello d’apprezzamento tra gruppi diversi.

 

Secondo la teoria psicoanalitica di Freud «l’energia che è rilasciata e liberata nel riso dà piacere perché, stando a quanto si dice, ciò risparmia energia che generalmente si utilizzerebbe per contenere o reprimere l’attività psichica».

Si evince che l’umorismo è un meccanismo di difesa per affrontare particolari contesti e circostanze complessi.

 

Infine, l’ultima teoria, quella dell’incongruità ipotizzata da Kant e Schopenhauer afferma che:

«Es muß in allem, was ein lebhaftes, erschütterndes Lachen erregen soll, etwas Widersinniges sein […]. Das Lachen ist ein Affekt aus der plötzlichen Verwandlung einer gespannten Erwartung in nichts[1]» (Kant 1799:225).

 

«Meiner […] Erklärung zufolge ist der Ursprung des Lächerlichen allemal die paradoxe und daher unerwartete Subsumtion eines Gegenstandes unter einem ihm übrigens heterogenen Begriff, und bezeichnet demgemäß das Phänomen des Lachens allemal als die plötzliche Wahrnehmung einer Inkongruenz zwischen einem solchen Begriff und dem durch denselben gedachten realen Gegenstand, also zwischen dem Abstrakten und dem Anschaulichen[2]» (Schopenhauer 1858:122).

 

 

«Humour is produced by the experience of a felt incongruity between what we know or expect to be the case and what actually takes place in the joke, gag, jest or blague» (Critchley 2002: 3).

 

 

 

  1. Prefazione alla traduzione

 

Quando una battuta non viene compresa è compito difficile spiegarla a parole, come molti sapranno: bisogna ricorrere ai mezzi che conosciamo per cercare di rendere il senso di quella battuta incompresa, ossia con l’ausilio di parafrasi, di riformulazioni. Queste strategie, tuttavia, privano la battuta originaria della sua immediatezza e del suo essere battuta. Non è detto, peraltro, che tramite questi espedienti per cercare di garantirne la comprensione- anche se tardiva- della frase, il senso comico venga trasmesso.

Questo problema si presenta di frequente nella propria madrelingua, per cui è facile immaginare quanto spesso accada in fase di traduzione da una lingua all’altra, ossia in presenza di testi interlinguistici. Per questo motivo, spesso non è sufficiente cimentarsi per ricercare significati di parole, di espressioni idiomatiche o, addirittura, di giochi di parole; tuttavia è necessario operare una riformulazione della frase accompagnata da un adattamento linguistico del testo.

La complessità linguistica dell’umorismo si presenta come un ostacolo non di facile superamento in fase di traduzione della comicità, condito da una serie di innumerevoli sfumature tipiche della cultura.

Come si chiede anche Delia Chiaro è «se,e fino a che punto, il discorso umoristico, che è naturalmente limitato da barriere linguistiche e sociali, riesca ad attraversare le frontiere geografiche, visto che la traduzione dell’umorismo espresso verbalmente riguarda un tipo di linguaggio tra i più complessi da tradurre, basato su termini e principi di teoria di traduzione, quali l’equivalenza e l’ (in)traducibilità».

 

Problemi di traduzione del humour riguardano anche la sottotitolazione dell’umorismo che, come afferma Rachele Antonini, «deve seguire nella parte più tecnica e pratica le norme formali e linguistico- testuali d’impostazione dei formati e di posizionamento dei sottotitoli della proiezione cinematografica dei film e delle trasmissioni televisive».

E prosegue:

«La cosiddetta spontaneità del parlato reale ha una precisa spiegazione nell’assenza di progettazione del testo, la quale generalmente dà luogo a un uso ristretto del codice (scomparsa del predicato, enunciati incompiuti, riduzione dei tempi e dei modi, rapporti di coordinazione preferiti a quelli di subordinazione fra le frasi, riduzione e ripetizione lessicale) e a un frequente ricorso al contesto situazionale, gesti per indicare oggetti e/o sensi. In questo caso il lavoro dell’operatore è quello di integrare (completare) nella dimensione scritta ciò che nel parlato risulta equivoco, incompleto, improprio, demandato al non-verbale (intonazione, espressione, gestualità, contesto) o del tutto mancante. Nel dialogo il fraintendimento del tono genera incomprensione, l’incomprensione comicità».

 

Ed è proprio da quest’ultimo punto riguardante l’incomprensione che vorrei introdurre il capitolo Translator’s humour estratto dal libro “The art of translation” di Theodore Savory.

In questo caso, però, a differenza di quanto detto sinora, il humour prodotto non è, per così dire, voluto, ma nasce da sé, o meglio, nasce da meccanismi di traduzione fuorvianti che hanno come unica, imbarazzante conseguenza quella di produrre strafalcioni veri e propri, senza attinenza con i contesti considerati, frutto della negligenza di traduttori poco accorti.

Nella maggior parte dei casi si tratta di traduzioni che, dal punto di vista della parola, assomigliano all’originale, ma il cui significato è assolutamente differente e incoerente con quanto scritto.

Dopo aver tradotto il testo ho analizzato più accuratamente gli esempi di strafalcioni commessi da una  lingua all’altra (dal latino all’inglese, dal francese all’inglese, dall’inglese al francese) cercando di dare una spiegazione della scelta compiuta, tramite scomposizioni morfologiche di alcune parole e interpretazioni plausibili.

 

 

 

 

4. Traduzione con testo a fronte- il humour inconscio

 

TRANSLATOR’S HUMOUR

 

 

I don’t know how, cheerfulness was always breaking in.

MR EDWARDS to DR JOHNSON

 

There is no aspect of man’s activity in which there can be found no place for humour, no cause for laughter: if it were not so, life would be uninspiring in youth and intolerable in old age. And if any sober-minded kill-joy would voice the contrary opinion let him be reminded that of a truly solemn occasion we read: “Συ εί είπέτρος,καί ἐπί ταυτύη τῇ πετρα οἰκοδομήσω μου τὴν εκκλησίαν”. “Thou art Peter, and upon this rock I will build my church.” (Matt. XVI, 18.) Unhappily, the pun on which the Christian Church was founded is lost in translation into English, though it survives in Latin.

Humour, therefore, must be expected to enter into translation, and in fact it makes its appearance very early in the student’s experience, or perhaps more accurately in his inexperience, when his attempts to translate produce surprising or ludicrous results.

Howlers, as they are traditionally termed, are common enough in the lives of all teachers; they have several times been collected and published, and sometimes criticized as spurious inventions because they have seemed too good to be true. Writing as one who has collected scientific howlers for over forty years, I can

 

IL HUMOUR DEI TRADUTTORI

 

 

Non so come, l’allegria irrompeva sempre.

al DR JOHNSON da MR EDWARDS

 

 

Non esiste alcun aspetto dell’attività dell’uomo in cui non possa essere trovato spazio per il humour, né motivo per ridere: se così non fosse la vita sarebbe noiosa in gioventù e poco stimolante in vecchiaia. E se qualche guastafeste assennato si pronunciasse contrario ricordategli che di un’occasione profondamente solenne leggiamo così: “Συ εί είπέτρος,καί ἐπί ταυτύη τῇ πετρα οἰκοδομήσω μου τὴν εκκλησίαν”. “Tu sei Pietro e sopra questa pietra fonderò la mia Chiesa” (Mt 16, 18). Sfortunatamente il gioco di parole sul quale fu fondata la Chiesa Cristiana va perso nella traduzione verso l’inglese, sopravvivendo tuttavia in latino.

Perciò, è probabile che il humour entri nella traduzione e, anzi, fa la sua comparsa molto presto nell’esperienza dello studente o forse, più propriamente nella sua inesperienza, quando i suoi tentativi di traduzione producono risultati sorprendenti o assurdi.

Gli strafalcioni, così come vengono tradizionalmente chiamati, sono abbastanza comuni nella vita di tutti gli insegnanti; sono stati frequentemente raccolti e pubblicati e a volte criticati come invenzioni spurie poiché sono sembrati troppo buoni per essere veri. Dato che raccolgo strafalcioni scientifici da oltre quarant’anni posso

assure the sceptics that the rate of supply is sufficient to make forgery unnecessary.

There are, however, degrees of absurdity among howlers of all kinds. A mere mistake does not make the grade; the essence of a howler is that the clue to the misapprehension should be reasonably obvious, that is to say the translation offered must be a translation of other words which resemble or suggest the words that are actually printed. Because l’habile ouvrier looks to the unobservant like l’habit ouvert it becomes a howler, when, instead of “the clever workman” it is translated as “with his coat unbuttoned”.

Any jest, however, loses all its appeal when it is analysed in this way.

The number of first-class linguistic howlers is so great that some self-discipline must be imposed in quoting samples. Since the two most important languages in schools are Latin and French, ten specimens are divided between them:

 

rassicurare gli scettici che ve ne sono più che a sufficienza da rendere superflue le invenzioni.

Tuttavia ci sono gradi di assurdità tra i vari tipi di strafalcioni.

Un errore semplice non basta a qualificarsi come strafalcione; l’essenza di uno strafalcione è che l’indizio dell’errore di comprensione dovrebbe essere piuttosto evidente, ossia la traduzione proposta deve essere una traduzione di altre parole che assomigliano alle parole effettivamente stampate o le suggeriscano. Dato che l’habile ouvrier sembra all’osservatore disattento l’habit ouvert diventa uno strafalcione quando, al posto de ”il bravo lavoratore” viene tradotto con “con il vestito sbottonato”. Tuttavia qualsiasi scherzo, quando viene analizzato in questo modo, perde tutto il suo fascino. Il numero di strafalcioni linguistici di prima classe è così elevato che bisogna imporsi un po’ di autodisciplina nel citarne gli esempi.

Siccome le due lingue più importanti nelle scuole sono il latino e il francese, ho fatto cinque esempi per ognuna:

 

 

From Latin:

  1.                                     i.               Caerulae puppes: Skye terriers.
  2.                                    ii.               Cave canem: beware! I may sing.
  3.                                   iii.               Cornigeri boves: corned beef.
  4.                                  iv.               Pax in bello: freedom from indigestion.
  5.                                   v.               De mortius nil nisi bonum: in the dead there is nothing but bones.

 

 

Dal latino:

  1.          Caerulae puppes: Skye terriers[3].
  2.          Cave canem: beware! I may sing[4]

iii. Cornigeri boves: corned beef[5]

  1. Pax in bello: freedom from indigestion[6]
  2. v.           De mortius nil nisi bonum: in the dead there is nothing but bones[7]

From French:

  1.                                  vi.               Un Espagnol de forte taille: a spaniel with forty nails
  2.                                 vii.               Je frappe : le sentinel ouvre: I knock the sentinel over.
  3.                                viii.               La belle dame sans merci: the girl friend who did not say « Thank you ».

 

 

Dal francese:

  1. Un Espagnol de forte taille: a spaniel with forty nails.[8]
  2. Je frappe : le sentinel ouvre : I knock the sentinel over.[9]
  3. La belle dame sans merci : the girlfriend who did not say «Thank you».[10]
  4.                                  ix.               Il jeta un coup d’oeil à l’avis: he threw a cup of oil at the bird.

 

  1. Il jeta un coup d’oeil à l’avis: he threw a cup of oil at the bird.[11]
  2. x.         Le peuple ému repondit: the purple emu laid another egg.[12]


Rather more rarely are howlers perpetrated in the opposite direction, but the following seem worthy of survival:

 

Band of Hope: Orchestre d’Espoir.

I do not know whether….: Je ne sais pas mouton..

Match-makers: fabricants d’allumettes.

Stick no bills: ne collez pas de becs.

 

Gli strafalcioni commessi nella direzione opposta sono piuttosto rari da trovare, ma i seguenti sembrano meritare la sopravvivenza:

 

Band of Hope: Orchestre d’Espoir.[13]

I do not know whether: … Je ne sais pas mouton…[14]

Match-makers : fabricants d’allumettes.[15]

Stick no bills : ne collez pas de becs.[16]

 

A relation or an extension of this group may sometimes be heard from the lips of a light-hearted linguist who intentionally maltreats his language. Mr F.E. Bailey recently recorded his use of the expression ausgebraunt for “browned off”, and was politely asked to improve it to abgebraunt; while E. Williams in The Wooden Horse has given us blond genug for “fair enough”. Fit to be mentioned in such company is Verkehrsmarmelade for “traffic jam”.

From these spontaneous ejaculations, which certainly lighten much ordinary conversation, a short step takes us to the transfusion of the humour of an original into an equivalent translation; but there are not many writers who can be funny in a language other than their own and instances are rarer. The greater, then, is the merit of Professor C.H. Carruthers, who put Alice in Wonderland into Latin, so that in Alicia in Terra Mirabili we may read, for “Will  you walk a little faster?” said a whiting to a snail, the characteristically terse “Paulo citius incede” sic alburnus cochleae.

 

Ogni tanto un’espressione simile a quelle elencate può uscire dalla bocca di un linguista scherzoso che maltratta intenzionalmente la sua lingua. F. E. Bailey ha recentemente riferito di aver utilizzato l’espressione ausgebraunt per browned off[17] e gli è stato gentilmente chiesto di migliorarlo con abgebraunt; mentre E. Williams in “Il cavallo di legno” ci ha proposto blond genug per fair enough[18]. Adatto per essere menzionato in questa categoria è Verkehrsmarmelade per traffic jam[19].

Da queste sparate spontanee, che certamente ravvivano molte conversazioni quotidiane, un piccolo passo in avanti ci conduce al trasferimento del humour di un originale in una traduzione equivalente. Ma non ci sono molti scrittori che sanno essere divertenti in una lingua che non è la loro e gli esempi sono più rari. Il più eclatante, allora, è merito del professor C.H. Carruthers che ha tradotto Alice in Wonderland in latino, così che in “Alicia in Terra Mirabili” possiamo leggere per “Will you walk a little faster? said a whiting to a snail” il caratteristico conciso “Paulo citius incede” sic alburnus cochleae[20].

 

 

Our debt to the Professor was increased when he followed In Terra Mirabili with Per Speculum.

This is particularly treasurable because philologists have so often seized upon the first stanza of “Jabberwocky” and have used it to expound their ideas of the relationship between words and their meanings, so that the serious and the absurd, the scholarly and the inane, are mixed together in a refreshing pot-pourri.

 

 

 

“Twas brilling, and the slithy toves

Did gyre and gimble in the wabe,

All mismy were the borrogroves

And the mome raths outgrabe.”

 

Il nostro debito nei confronti del professore è cresciuto quando ha continuato “Terra Mirabili” con “Per Speculum[21].

Questo è particolarmente interessante perché i filologi hanno così spesso approfittato della prima strofa del “Jabberwocky[22] e l’hanno utilizzata per esporre le proprie idee in merito alla relazione tra le parole e il loro significato, così che il serio e l’assurdo, l’erudito e l’inane vengono mischiati in uno scoppiettante pot-pourri.

 

 

 

Twas brilling, and the slithy toves

 Did gyre and gamble in the wabe,

 All mismy were the borrogroves

 And the mome raths outgrabe.”[23]

 

 

This becomes:

 

Est brilgum: tovi slimici

In vabo tererotitant;

Brogovi sunt macresculi,

Momi rasti strugitant

 

The world of the mind is made richer by those who can contribute such imponderabilia.

As appears in Chapter XV, the translation of technical words and phrases has serious difficulties of its own, but when attempts are made to offload the burden to electronic computers a new opportunity for witticism is created. One fears that the reported efforts of the machine are more likely to be fictitious than ever to have been seen on the output tape, but some of them are in themselves good enough to be preserved, while they serve to keep us in touch with the world of commerce.

 

Diventa:

 

Est brilgum: tovi slimici

In vabo tererotitant;

Brogovi sunt macresculi,

momi rasti strugitant.[24]

 

Il mondo della mente viene reso più ricco da coloro che possono mettere a disposizione tali imponderabilia[25].

Come appare nel capitolo XV, la traduzione di termini e frasi tecniche è già difficoltosa di per sé, ma quando si cerca di scaricarne il fardello sui computer, ecco una nuova occasione di humour.

È più probabile, si teme, che i tentativi del computer siano fittizi e non reali, ma alcuni sono di per sé abbastanza buoni da essere conservati e nel contempo servono per mantenerci in contatto con il mondo del commercio.

 

 

 

The following are among the efforts that have been in circulation:

 

  1.                                     i.               For “The spirit is willing but the flesh is weak” one read “ The whisky is agreeable but the meat had gone bad”.
  2.                                    ii.               For “hydraulic ram” we had “aquatic male sheep”.
  3.                                   iii.               For “Out of sight, out of mind” the transcript was “Invisible, imbecile”.

 

These things are futilities, and to redeem the character of this chapter two first-rate examples may be given.

 

 

 

I seguenti sono alcuni dei tentativi in circolazione:

 

  1. Per “ The spirit is willing but the flesh is weak” si legge “ The whisky is agreeable but the meat had gone bad”.[26]
  2. Per “ Hydraulic ram” abbiamo “ aquatic male sheep”.[27]
  3. Per “Out of sight, out of mind” la traduzione é “ invisible, imbecile”.[28]

 

Queste sono cosucce e per risollevare il carattere di questi capitoli posso fornire due esempi di primaria qualità.

 

 

 

The first belongs to the genus of abgebraunt, and is told of Professor Richard Porson, one of the greatest classical scholars of all time. Returning to his rooms late one night, he found neither whisky nor candle in readiness, and carefully making his way across the floor he murmured, “Οὐδέ τῶδε, οὐδε τἄλλα” (Oude tode, oude talla), the Greek phrase for “Neither the one nor the other”.

Finally, there has never been a finer explanation of a foreign language than Mr George Walker’s account of an unsuccessful appearance on the cricket field. So many of us have recognized the saddening fact that an invitation from one’s son’s Headmaster to play in the annual Father’s Match foreshadows the end of one’s efforts at the wicket, that its very title evokes nostalgia that adds to its value.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il primo appartiene al genere di abgebraunt ed è stato detto dal professor Richard Porson, uno dei letterati classici più eminenti di tutti i tempi. «Una sera tardi, rientrando nella sua stanza, non trovò né whisky né una candela a portata di mano e, facendosi attentamente strada lungo la camera mormorò “Οὐδέ τῶδε, οὐδε τἄλλα”» (Oude tode, oude talla), la frase greca per «Né l’uno né l’altro».

 

Infine, non vi è mai stato utilizzo migliore di una lingua straniera di quello che troviamo nel resoconto di George Walker di una partita fallimentare di cricket.

Molti di noi sanno che il triste fatto di ricevere un invito da parte del preside della scuola del figlio alla partita annuale dei papà adombra la fine dei propri tentativi di gioco (wicket[29]), il cui titolo stesso evoca una certa nostalgia che va ad aggiungersi al suo valore.

 

 

 

 

 

 

 

 

PAPA JOUE AU CRICKET

 

Papa joue au Cricket.

C’est une grande allumette- une deux- jour allumette.

Papa est dans le pré tout le premier jour.

Il laisse tomber deux attrapes,

et manque trois balles dans le profond, qui vont à la borne  pour quatre. Beurre- doigts !

Son capitaine le met sur à bouler. Il boule deux larges, et trois pas-balles. Il est frappé pour six. Il boule des plein-jets et des long-sauts et des demi-volées. Il est ôté. Il a l’analyse : -Pardessus, 3; Pucelles, 0; Courses, 38; Guichets, 0.

L’autre côté accourt une vingtaine de haute taille. Papa s’assied dans le pavillon.

Il est dernier homme dedans.

Il regarde son capitaine, qui fait un siècle.

Après un premier-guichet debout, les guichets tombent. Le filateur en prend quatre : un attrapé à court troisième homme, un dans le ravin, un autre à niais moyen-dessus er le dernier vaincu par un qui va avec le bras.

Le marchand de vitesse fait le truc de chapeau parmi les lapins : un joliment pris à jambe-carrée, un dans les glissades, er l’autre battu er boulé tout au-dessus de la boutique.

Les joueurs courent. Le guichet-teneur casse le guichet.

Celui qui court n’est pas dans son pli. Il est couru dehors.

 

PAPÀ GIOCA A CRICKET

 

Papa joue au Cricket.

C’est une grande allumette- une deux- jour allumette.

Papa est dans le pré tout le premier jour.

Il laisse tomber deux attrapes,

Et manque trois balles dans le profond, qui vont à la borne pour quatre. Beurre- doigts !

Son capitaine le met sur à bouler. Il boule deux larges, et trois pas-balles. Il est frappé pour six. Il boule des plein-jets et des long-sauts et des demi-volées. Il est ôté. Il a l’analyse : -Pardessus, 3 ; Pucelles, 0; Courses, 38; Guichets, 0.

L’autre côté accourt une vingtaine de haute taille. Papa s’assied dans le pavillon.

Il est dernier homme dedans.

Il regarde son capitaine, qui fait un siècle.

Après un premier-guichet debout, les guichets tombent. Le filateur en prend quatre : un attrapé à court troisième homme, un dans le ravin, un autre à niais moyen-dessus er le dernier vaincu par un qui va avec le bras.

Le marchand de vitesse fait le truc de chapeau parmi les lapins : un joliment pris à jambe-carrée, un dans les glissades, er l’autre battu er boulé tout au-dessus de la boutique.

Les joueurs courent. Le guichet-teneur casse le guichet.

Celui qui court n’est pas dans son pli. Il est couru dehors.

Papa est dedans.

Il saisit sa chauve-souris.

Il marche à la poix.

Il prend milieu-et-jambe.

Papa ferme ses yeux. Il coupe en retard. Il manque.

On boule. C’est Chinois.

Papa ferme ses yeux. Il accroche. C’est un coup de vache.

La balle lui frappe le genou. Le pré hurle, «Comment ça?» L’arbitre lève son doigt.

Cloches d’enfer!

Papa est dehors, jambe- devant-guichet.

Il n’a pas cassé son canard.

Hélas!

 

 

This is a brilliant, unsurpassed and unsurpassable: to continue this chapter beyond it would be to introduce an inevitable anticlimax which it were prudent to avoid.

Papa est dedans.

Il saisit sa chauve-souris.

Il marche à la poix.

Il prend milieu-et-jambe.

Papa ferme ses yeux. Il coupe en retard. Il manque.

On boule. C’est Chinois.

Papa ferme ses yeux. Il accroche. C’est un coup de vache.

La balle lui frappe le genou. Le pré hurle, « Comment ça ? »    L’arbitre lève son doigt.

Cloches d’enfer !

Papa est dehors, jambe- devant-guichet.

Il n’a pas cassé son canard.

Hélas ![30]

 

Questo è un esempio brillante, insuperato e insuperabile: per andare oltre questo capitolo rimarrebbe da introdurre un anticlimax che per prudenza abbiamo evitato.

 

 

5. Prefazione dell’analisi traduttiva

 

I fumetti sono testi multimediali che inglobano due codici espressivi diversi, le parole e le immagini, ossia informazioni verbali e non verbali che interagiscono tra loro per formare un testo unico e coerente: le parole che compongono il testo scritto cercano di simulare la lingua parlata, riproducendone caratteristiche peculiari come esitazioni, interruzioni ed espressioni colloquiali idiomatiche.

In fase traduttiva il traduttore ha il permesso di operare solo sul codice verbale, adeguando le strategie traduttive adottate ai vincoli posti dal codice visivo.

I problemi riguardanti la traduzione del fumetto sono molto simili a quelli della trasposizione del testo cinematografico: infatti in entrambi i casi la comunicazione verbale è, per la maggior parte delle volte, affidata ai dialoghi.

I fumetti umoristici (come quelli presi in considerazione in questa sede) e satirici sono spesso profondamente radicati nell’uso linguistico e nell’attualità culturale del paese di provenienza: questo fatto rende problematica la loro traduzione del contesto della cultura ricevente.

Dal punto di vista pratico, infatti, gli ostacoli riscontrabili sul piano traduttivo riguardano principalmente la traducibilità grafica, gli aspetti linguistici e gli aspetti culturali.

5.1. I problemi grafici

Questi problemi sono chiamati grafici poiché riguardano gli elementi tipici dell’immagine: i balloon, il testo, il titolo, le onomatopee.

Il traduttore non ha possibilità di intervento sull’immagine, ossia non può adattarla a suo piacimento e secondo le sue esigenze.

Ad esempio, per quanto riguarda i balloon, ossia le nuvolette entro le quali sono contenuti i dialoghi, hanno dimensione fissa cioè non possono essere ingranditi né rimpiccioliti. Il metatesto, perciò, deve essere della stessa lunghezza del prototesto o di lunghezza inferiore, ma mai superiore, altrimenti il rischio è che non ci stia nello spazio a disposizione.

Il testo, dal canto suo, deve mantenere lo stesso font, ossia lo stesso carattere e la stessa grandezza. Questo vale non solo per i dialoghi contenuti nei balloon, ma anche per il titolo, per le didascalie, ecc…

Il titolo è, forse, la questione grafica più delicata. Infatti esso ha una funzione commerciale, oltre che di introduzione alla storia. È il titolo che attira il pubblico e lo induce a comprare il fumetto. Il compito del traduttore è quindi anche quello di renderlo più allettante possibile.

Infine, anche le onomatopee rappresentano un ostacolo per il traduttore perché, per il 99% delle volte sono immagini e quindi, per loro natura, immodificabili. Tuttavia le onomatopee sono l’eccezione che conferma la regola. Il traduttore può modificare il testo delle onomatopee, anche se ciò comporta un rischio non trascurabile, oltre che un costo per la casa editrice, soprattutto se l’onomatopea da modificare è a colori.

5.2. I problemi linguistici

Dal punto di vista linguistico, molti fumetti riproducono la lingua parlata della cultura emittente, a volte anche con espressioni gergali e dialettali, ossia informali, che comprendono espressioni idiomatiche e di uso comune. Così, la traduzione degli stessi implica una difficoltà ulteriore. Anche la lingua è in continua evoluzione, per cui espressioni gergali ed idiomatiche di un tempo possono già essere “fuori uso” ed essere sostituite da altre di nuova generazione.

Ad esempio, nel caso dello slang, compito del traduttore è quello di:

  • Riconoscere il tipo di slang
  • Riconoscere il destinatario dello slang
  • Utilizzare uno slang della sua lingua che si avvicini all’originale.

 

Le onomatopee, oltre a rappresentare un ostacolo prettamente grafico, possono inoltre rappresentare un ostacolo linguistico. Come tradurre, ad esempio, quei verbi fonosimbolici propri della lingua inglese (come crash, snap, splash….)? Ormai queste onomatopee sono state assimilate nelle varie culture riceventi, così che ad ogni onomatopea è associato un rumore particolare all’interno di uno specifico contesto riconosciuto dal lettore. Ecco perché molte di esse non vengono più tradotte.

5.3. I problemi culturali

Questo genere di problema è forse il più arduo da affrontare e superare.

Il traduttore ha il compito di riportare nella cultura ricevente il messaggio originale, in modo da limitare i possibili residui traduttivi e appianare le differenze culturali, anche se ciò non è sempre possibile, come si dimostrerà in fase analitica.

In primis, il humour e l’ironia sono due aspetti basilari dei fumetti e non è sempre facile riuscire a trasporli efficacemente nella cultura ricevente. Ad esempio, un motivo è che non tutte le lingue hanno la stessa possibilità di creare giochi di parole o di fare battute simmetricamente ad altre lingue. Oppure non è detto che, sempre sul piano del humour, una battuta divertente in una determinata lingua sia divertente anche in  altre lingue, poiché anche queste sono legate al fattore culturale.

Oltretutto ogni paese ha un proprio senso dell’ umorismo, scherza su alcuni argomenti, mentre su altri rimane indifferente. Per tutti questi motivi, il traduttore per adempiere al suo compito, deve possedere un’ampia conoscenza del panorama culturale dell’autore che sta traducendo, anche perché nel testo si possono trovare riferimenti a personaggi, oggetti o elementi propri della cultura emittente sconosciuti alla cultura ricevente.

Oltre a conoscere aspetti propriamente culturali, riguardanti la lingua, i modi di dire, le espressioni idiomatiche ecc…, il traduttore deve avere conoscenze anche riguardo a eventi attuali, come fatti di cronaca e politica (se traduce un fumetto creato in uno spazio temporale a lui contemporaneo) o del passato (se si sta occupando di fumetti appartenenti agli anni 50-60), per facilitare il lavoro di ricerca e analisi al fine di produrre una buona traduzione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6. Analisi linguistica e culturale delle   vignette di Schulz e proposte di traduzione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per 60 anni i Peanuts hanno raccontato storie di vita quotidiana degli U.S.A. e nel fare ciò hanno trasmesso la cultura della società di questo paese. In questo capitolo si analizzeranno alcune strisce particolarmente interessanti culturalmente e linguisticamente, prodotte dal padre di Snoopy, di Charlie Brown e di tutti i loro amici: Charles Monroe Schulz. Verranno inoltre avanzate proposte traduttive.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In questo caso ci troviamo di fronte a un due problemi di traducibilità, posti da ragioni essenzialmente culturali e, più precisamente, parlando di politica.

Dal punto di vista contestuale questa vignetta è legata ad altre vignette precedenti, per cui parte del humour dipende proprio dall’aver già letto le vignette collegate. Tuttavia il humour della singola vignetta può anche funzionare da solo, anche se la sua intensità viene affievolita.

Linus sta “parlando” con Snoopy probabilmente in un parco (come ci suggerisce l’ambientazione, seppur stilizzata).

 

 

 

 

 

 

 

 

Nella vignetta precedente (quella sopra riportata) Linus propone a Snoopy di entrare nella Corte Suprema americana, in quanto procuratore generale di fama mondiale. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a un problema di traducibilità poiché in inglese “attorney” non significa propriamente «procuratore generale», per le differenti mansioni svolte dall’uno e dall’altro. Tuttavia, in italiano potrebbe tranquillamente funzionare come traducente, perché nella vignetta non vengono approfonditi i compiti dell’attorney. Anche nella vignetta immediatamente successiva Linus afferma che in tal caso Snoopy avrebbe dovuto trasferirsi a Washington (che come tutti gli inglesi sanno, è la sede della Corte Suprema americana). Ora, in fase di traduzione bisogna prendere in considerazione il fatto che:

 

  1. In inglese la vignetta è umoristica
  2. Anche in italiano la vignetta è umoristica, il humour principale risiede infatti nella battuta finale di Snoopy che si domanda: “E dov’è?”.
  3. Il lettore medio dei Peanuts in Italia dovrebbe essere a conoscenza del fatto che la Corte Suprema americana ha la sua sede a Washington e quindi non si dovrebbe chiedere “perché proprio Washington e non un’altra città?”.

 

In questo caso si hanno due possibilità:

–             decidere di mantenere Washington in fase di traduzione, con il rischio che qualcuno si domandi perché. In questo caso si deve lasciare la dicitura «Corte Suprema»[31] senza sostituirla con il corrispondente italiano «Corte di Cassazione» (che svolge più o meno lo stesse funzioni).

–             Decidere di sostituire Washington con il traducente italiano. In questo caso, però, dobbiamo necessariamente scegliere di inserire Corte di Cassazione e non Corte suprema.

 

Lo stesso percorso cognitivo è applicabile alla vignetta di cui si parlava precedentemente. In base alle scelte traduttive operate nelle prime vignette il traduttore deve continuare sulla stessa linea.

Qui i problemi rappresentati sono costituiti dalla parola bench. Si potrebbe in effetti tradurre con seggio o scranno, ma forse in questo caso sarebbe più appropriato tradurre con magistratura, perchè è di questo che si tratta. Scranno potrebbe risultare di difficile comprensione, seggio non è del tutto preciso. Quindi, in fase traduttiva, sceglierei di utilizzare il termine magistratura, anche se ciò comporterebbe una lieve modifica del testo.

Nello stesso balloon di Linus approdiamo al secondo ostacolo traduttivo, di origine culturale. Si fa infatti riferimento a Sandra Day O’ Connor che, secondo l’enciclopedia Wikipedia, è una giurista americana nonché prima donna membro della Corte suprema degli Stati Uniti d’America.[32]

Ovviamente, il personaggio in questione è parte integrante della cultura americana degli anni 80-90 e pertanto conosciuta. In Italia, sempre tenendo presente il lettore medio dei Peanuts, il nome di questa giurista è sconosciuto a molti, pertanto bisognerà scartare immediatamente la possibilità di mantenerlo in fase traduttiva. Questa scelta non è fondamentale ai fini del humour perché, anche in questo caso, la battuta finale è riservata a Snoopy che, come in precedenza, con l’ingenuità e l’ignoranza canina che gli appartengono, chiede: “È carina?” lasciando comunque intendere che si tratti di un personaggio famoso di cui Snoopy ignori totalmente l’esistenza.

Quindi, anche qui, il lettore italiano pur capendo la battuta rimarrà perplesso dal nome cui si fa riferimento in quanto non appartenente alla sua cultura.

 

Si tratta quindi:

  1. di trovare un personaggio italiano il più possibile associabile a Sandra Day O’Connor. È necessario che:

–             sia un giurista

–             sia conosciuto

–             sia ancora in vita

–             sia un donna

  1. mantenere Sandra Day O’ Connor, con la consapevolezza che il lettore medio italiano dei Peanuts con grande probabilità non sarà a conoscenza del personaggio. Tuttavia ai fini del humour non si presentano particolari problemi, poiché questo è concentrato nella battuta di Snoopy, battuta assolutamente “neutra”, ossia priva di riferimenti socio-culturali, e quindi alla portata di tutti.

Quest’ultima caratteristica è strettamente correlata alla battuta finale di Snoopy, che chiede se la giurista in questione è carina.

Tuttavia non è necessario che faccia parte della Corte di Cassazione, né che abbia particolari qualità riconosciute a Sandra Day O’Connor.

Ricercando in internet e sui libri si può apprendere che non vi sono particolari personaggi di spicco facenti parte della magistratura e tuttora ancora importanti. Certo, vi sono numerose personalità della cerchia giurista che hanno avuto i loro riconoscimenti e sono stati determinanti sotto certi aspetti ma, evidentemente, non hanno la stessa valenza della Day O’Connor.

O, se ce l’hanno, probabilmente solo in quel particolare ambito, ossia conosciuti solo a chi è effettivamente esperto nel campo del diritto e della giurisprudenza.

Ovviamente le personalità maschili sono da scartare a priori, altrimenti il humour espresso nella battuta finale di Snoopy non passerebbe nella traduzione italiana. Quindi Giancarlo Caselli, giurista che ha ricoperto varie cariche quali procuratore della Repubblica a Palermo, direttore generale del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria procuratore capo della Repubblica  di Torino e quindi personalità di un certo peso e sicuramente nota a una vasta fascia di pubblico, non può essere preso in considerazione. Stesso ragionamento va fatto con l’attuale Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il quale fa parte anch’egli del Consiglio superiore della magistratura ma, purtroppo, non rispondente ai criteri di selezione. Oltretutto, la scelta non combacerebbe neanche perfettamente con i campi richiesti.

Infatti Giorgio Napolitano non è conosciuto come magistrato, ma come Presidente della Repubblica, quindi potrebbe portare il lettore a chiedersi come mai la scelta sia ricaduta su di lui.

In questo caso la scelta dipende da cosa il traduttore trovi più adatto al contesto e al particolare tipo di situazione.

Dunque, la sfida sta nel trovare un personaggio femminile che abbia tutte le caratteristiche sopracitate, cosa non facile dato che in Italia sono ben poche le giuriste di fama nazionale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In questa striscia ci troviamo di fronte a un altro problema culturale simile a quello precedente. Questa volta, però, il contesto considerato è quello sportivo.

Come sappiamo, i Peanuts sono dei grandi sportivi, infatti durante il loro tempo libero giocano spesso a baseball. Utilizzano anche un linguaggio tecnico credendo di essere veri professionisti e sognano grandi personaggi del baseball statunitense, tant’è che sembrano essere veri giocatori ma, sul campo da gioco, smentiscono la loro presunta bravura.

In questo caso il baseball, però, viene “sostituito” dal tennis, che, dal punto di vista della cultura americana, è considerato uno degli sport più amati e seguiti negli States.

A Snoopy è affidata l’ultima battuta: “I’ve always wanted to call Billie Jean King!”. Come tutti gli statunitensi sanno, Billie Jean King è un’ ex tennista di grande fama che, durante la sua carriera, ha vinto 12 titoli singolari, 16 titoli di doppio e 11 titoli di doppio misto del Grande Slam. È generalmente considerata una delle più grandi giocatrici di tennis e atlete della storia. La King è stata inoltre una delle più grandi sostenitrici della lotta contro il sessismo nello sport e nella società. La partita di tennis per la quale il pubblico la ricorda di più è la Battaglia dei Sessi del 1973, nella quale sconfisse Bobby Riggs, vincitore del singolare a Wimbledon, che è stato il numero 1 al mondo negli anni 1941, 1946 e 1947.

Charles Schulz fu uno dei suoi più grandi ammiratori e amici, tant’è che la nominò diverse volte nelle sue strisce. In una strip, Peppermint Patty dice a Marcie: “Nessuno ti ha mai detto che quando ti arrabbi sembri proprio Billie Jean King?”.

Dal punto di vista della traducibilità anche qui si pone lo stesso problema affrontato sopra anche se, probabilmente, la scelta del traduttore sarà più semplice. Infatti, molto più che della politica, la gente se ne intende di sport così che sarà molto più probabile che i lettori italiani conoscano il personaggio di Billie Jean King, piuttosto che la giurista O’Connor. Oltretutto la tennista, secondo la biografia offerta da Wikipedia, ha conosciuto i suoi “anni d’oro” negli anni 70-80, ritirandosi definitivamente dalla scena negli anni 90. Quindi possiamo supporre che una fetta di pubblico piuttosto vasta possa conoscere questa star, appurato che una cospicua parte dei lettori dei Peanuts non siano più adolescenti.

Tuttavia, il rischio che non tutti sappiano chi è il personaggio in questione (i lettori giovani, in particolare) è comunque alto. In questo caso il traduttore dovrebbe operare come già indicato, ossia trovare nel panorama italiano un tennista ugualmente famoso come lo è la King negli Usa e per cui la battuta finale di Snoopy possa funzionare. C’è da fare un’altra considerazione: molti tennisti e tenniste di fama mondiale sono soprattutto stranieri e quindi si potrebbe attingere anche a panorami stranieri e, a questo proposito, citare personaggi come Maria Sharapova o Serena Williams. O ancora lo svizzero Roger Federer o lo spagnolo Rafael Nadal che sono conosciutissimi a livello mondiale.

Come anche nella striscia analizzata precedentemente, si deve inoltre considerare il “tempo della traduzione”. Infatti, Schulz nella stesura dei Peanuts ha attinto al panorama culturale del suo tempo che va dagli anni 60, fino alla fine degli anni 90, data che coincide con la sua morte. Dunque personaggi famosi, riferimenti storici e culturali sono da ricercare in quel preciso lasso temporale. Per un traduttore che lavori su fumetti da poco pubblicati non sussistono grossi problemi, poiché rientra nello stesso arco temporale. Ma un traduttore che, a distanza di anni, se non di decenni, si trova a tradurre vignette lontane da lui sia sul piano spaziale che temporale allora le cose si complicano. Scegliere personaggi del proprio tempo? O andare a ritroso nel tempo e ripescare fatti\ eventi e personalità degli anni che furono?

Sorge a questo punto un altro problema, legato in questo preciso caso alla vignetta in questione ma valido universalmente: è necessario fare una scelta basandoci su quella già compiuta precedentemente dal traduttore della striscia in cui Patty nomina lo stesso personaggio o possiamo staccarci da questa traduzione e compiere una scelta nostra?

Probabilmente nessun lettore italiano avrà il testo inglese a fronte, per cui nessuno andrà ad analizzare l’originale e a fare un confronto con la traduzione italiana. Se le strisce sono contenute nella stessa raccolta o sono addirittura legate tra loro da un continuum di poche pagine, sarebbe opportuno mantenere la stessa scelta traduttiva; altrimenti, se quel preciso traduttore non è a conoscenza del fatto che esista una striscia in cui venga nominato lo stesso personaggio o quella particolare striscia non si trova all’interno della stessa raccolta, la scelta del “secondo” traduttore è assolutamente libera e autonoma.

 

 

 

 

 

 

 

 

In questa striscia ci imbattiamo in un altro tipo di problema cui il traduttore deve far fronte.

La scena è chiaramente ambientata in classe, anche se non ci sono molti elementi grafici che lo facciano supporre. Il fatto che Piperita Patty si trovi seduta davanti a Marcie e le mostri un foglio ci toglie ogni dubbio.

Le battute che si scambiano le due ragazzine sono chiarissime in inglese. Inizialmente Piperita mostra il proprio pagellino a Marcie dicendole: “E questo, Marcie? Sembra che la maestra mi abbia dato una A in ogni materia. Nella seconda vignetta non sono presenti dialoghi, ma sono particolarmente evocativi i volti delle bambine: quello di Piperita Patty soddisfatto e sorridente e quello di Marcie contemplativo e assorto. La battuta finale, in cui è contenuto tutto il humour della striscia è affidata a Marcie che inizialmente sembra dar ragione a Piperita dicendo: “Hai ragione….e poi aggiungendo: “le sue D meno assomigliano a delle A”, smontando in questo modo le aspettative di Piperita e facendo sorridere il lettore.

Effettivamente, se ci fossimo trovati a tradurre questa striscia 50 anni fa probabilmente non ci saremmo posti il problema di mantenere quell’A invariata.

Tuttavia, l’ordinamento scolastico italiano è cambiato nel tempo e sono state apportate modifiche in vari campi, tra cui anche quello del sistema delle votazioni. Fino a una ventina di anni fa il sistema scolastico primario di secondo grado prevedeva ancora l’assegnazione dei voti dalla A alla D (considerate sufficienti) la E e la F, insufficienze.

I due sistemi, americano e italiano, coincidevano alla perfezione.

Oggigiorno, però, nelle scuole elementari italiane il sistema dei voti prevede l’assegnazione di cinque votazioni: OTTIMO, DISTINTO, BUONO, SUFFICIENTE, NON SUFFICIENTE.

Cosicché, in fase traduttiva, non potremmo usufruire della votazione letterale poiché questa, anche se potrebbe essere capita da un ragazzo sulla ventina o, ancor più probabilmente, da un adulto, un bambino che frequenti le scuole primarie di secondo grado o le scuole secondarie di primo grado non sarebbe in grado di capirla. Salvo casi eccezionali, ovviamente.

Pertanto dovremmo trovare una soluzione accettabile.

La battuta originale si basa su una deformazione della D- (votazione del sistema americano) che assomiglia ad una A, così che Piperita è convinta di avere tutte A in pagella.

Una buona traduzione tiene conto di questo aspetto, ossia riuscire a trovare un traducente italiano considerando ciò che è stato detto sopra.

Siccome un OTTIMO non può diventare un SUFFICIENTE né tantomeno un NON SUFFICIENTE, nemmeno storpiando al massimo la parola, l’unica soluzione è quella di adottare il sistema numerico di valutazione, ossia dall’1 al 10. Questo sistema di voti è in vigore in tutte le scuole secondarie di primo e secondo grado e in alcune scuole elementari.

Il campo considerato quindi si allarga, cosicché un numero maggiore di lettori potrà comprendere la battuta.

Infatti se, ad esempio, optiamo per soluzione il numero 7 (come votazione positiva in sostituzione alla A) e il numero 1 (come votazione negativa in sostituzione alla D-), pur non corrispondendo in qualità possono essere confusi se scritti male e di fretta (un 1 scritto male può, con un po’ di fantasia, assomigliare a un 7).

Come possiamo notare dobbiamo, anche in questo caso, fare una scelta che comporterà necessariamente delle rinunce e non corrisponderà mai al 100% al prototesto.

Il traduttore deve compiere uno sforzo ulteriore per riuscire a mantenere il humour della battuta (cosa piuttosto facile per questa striscia), e contemporaneamente adattare quest’ultima alla cultura ricevente.

Una scelta più azzardata, contemplata tra le varie possibilità di un traduttore, è quella di lasciare la votazione letterale (A,B,C..). Il lettore dovrà compiere uno sforzo in più per capire la battuta (soprattutto se non sa l’inglese) e, considerando ciò che è stato detto sopra, un bambino probabilmente non riuscirà a capirla da solo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Parallelamente all’esempio precedente è stato ritenuto opportuno analizzare anche questa vignetta .

Anche qui il primo problema è rappresentato dalle lettere dell’alfabeto che negli Stati Uniti rappresentano il sistema delle votazioni e che quindi dovremmo sostituire con numeri o una votazione dall’ottimo al non sufficiente. Tuttavia, in una più accurata analisi, scopriremo che l’ostacolo maggiore lo troviamo nella fase di traduzione del humour. Infatti se in fase traduttiva scegliessimo di sostituire le lettere della votazione americana con le nostre votazioni (ottimo, distinto, eccetera.) la vignetta non solo perderebbe il humour, ma anche il senso. Se osserviamo la prima didascalia in cui Piperita Patty cita quattro lettere, a primo acchito queste sembrerebbero i voti che Piperita ha ottenuto sul pagellino. Tuttavia, le votazioni a cui si riferisce Piperita non sono altro che le lettere che compongono la parola CARD, che, affiancata alla parola REPORT, in inglese significa pagella scolastica. Infatti, come poi affermerà Piperita con un poco di amarezza nell’ultima vignetta, la R non è contemplata tra le votazioni americane, per cui era altamente improbabile che quelle quattro lettere corrispondessero alle votazioni.

Trovandoci di fronte a questo tipo di ostacolo traduttivo come possiamo procedere?

La scelta di mantenere le lettere potrebbe rivelarsi rischiosa non solo dal punto di vista culturale (pochi conoscono le lettere dell’alfabeto come metodo di valutazione) ma soprattutto dal punto di vista della comprensione stessa. Dovremmo infatti mantenere inalterata la parola CARD, ma poi la battuta non funzionerebbe e, anzi, avremmo una striscia “a metà”.

Tornando alle considerazioni precedenti, se pensiamo al sistema di votazioni italiano questo, come già detto, prevede il sistema numerico e quello delle votazioni dall’ottimo all’insufficiente. Scartando la seconda opzione ci rimane il sistema numerico. A questo punto la scelta è ancora una volta duplice:

  1. cambiare completamente il contenuto dei balloon, pur mantenendo lo stesso tipo di humour della  striscia considerata.
  2. lasciare invariate le lettere e le parole tra le virgolette.

 

Il humour di questa vignetta consiste nel confondere le lettere della parola CARD con dei voti ottenuti in pagella per poi rendersene conto solo alla fine; possiamo chiamarlo “il humour della R”. Immaginiamo di intraprendere ancora una volta la strada più difficile: quella di stravolgere il contenuto dei ballon, per offrire un “servizio” al lettore.

Con i numeri possiamo inventare una situazione molto simile. Ad esempio, se Piperita dicesse: “Ho preso un 8, un 6 uno 0 e un 7, non male, eh, Marcie?” e Marcie “Quella è 8-6-07, cioè la data” “Mi chiedevo come avessi potuto prendere uno 0”.

In questo caso la battuta funzionerebbe e non ci sarebbero nonsense. Oltretutto si usa anche un sistema di votazioni conosciuto da tutti in Italia, per cui anche dal punto di vista culturale la traduzione potrebbe essere ottimale. Tuttavia, se si opta per questa soluzione, bisogna tenere in conto che questo significherebbe cambiare quasi completamente il prototesto e non sempre è possibile farlo.

Anche qui, è il sistema numerico a “salvarci” in fase traduttiva.

 

 

 

 

 

 

Le scelte del traduttore invece si complicano nel momento in cui ha a che fare con la vignetta sopra riportata.

A differenza di tutte le altre vignette sopra analizzate, questo è un classico esempio di vignetta “intraducibile”. Se osserviamo il dialogo tra Sally e Charlie, capiamo immediatamente che si tratta di un ostacolo legato a un gioco di parole basato sul termine inglese brown. Schulz fa uso di questa parola per rendere umoristica la vignetta. Brown, come tutti sanno (o perlomeno i lettori di Peanuts), è il cognome della famiglia di Charlie e Sally.

Ma non solo: è anche il colore marrone. Ed è proprio su questa ambivalenza che si fonda il humour della vignetta.

Il traduttore sarà molto combattuto trovandosi di fronte a un problema simile. Come tradurre infatti la terza immagine in cui Sally trova sulla Bibbia brown pensando si riferisca al suo cognome e senza minimamente considerare la parola a cui è realmente legata, ossia cattle?

Quello che fa sorridere di questa vignetta non è l’ambivalenza in sé della parola, piuttosto l’ingenuità infantile di Sally che, nel finale, esplode con uno “UAU!”.

  1. Il traduttore non può operare drasticamente ricorrendo a un cambiamento del cognome della famiglia Brown, perché tutti i lettori medi dei Peanuts (ma anche chiunque conosca un minimo i Peanuts) sanno che Charlie Brown È Charlie Brown.
  2. Il traduttore non può tradurre parola per parola perché non solo si perderebbe il humour (il male minore), ma la vignetta non avrebbe nemmeno molto senso. Infatti traducendo brown cattle con «mucche», oppure con «bestiame» il traduttore riuscirebbe a sopperire al problema presentato dalla terza immagine, ma non quello della prima. Infatti non avrebbe senso la domanda di Sally al fratello: “Se il nostro nome è nella rubrica telefonica, perché non si trova anche nel Vecchio Testamento?”.
  3. Il traduttore avrebbe come unica scelta quella di non tradurre il balloon della terza immagine, di lasciarlo cioè in inglese. La posta in gioco è piuttosto alta perché, ovviamente, un lettore italiano si aspetta che il traduttore offra un servizio a 360°. Tra l’altro, il prototesto non è nemmeno così semplice per un lettore che abbia conoscenze di base della lingua inglese. Parole come cattle, among e sheep possono anche non essere contemplate nel panorama linguistico del lettore. Ma, ai fini della comprensione della vignetta, è un rischio che, secondo il mio punto di vista, vale la pena correre. Infatti, anche se il lettore non capirà interamente il testo in lingua inglese, il suo occhio si soffermerà inevitabilmente su quel brown, che la sua mente aveva già individuato e riconosciuto come cognome della famiglia di Charlie e Sally, nel momento in cui legge il balloon della prima immagine.

Tra l’altro, un’ulteriore giustificazione che si può additare al traduttore che scegliesse di mantenere la frase in inglese, è quella di aver riportato un passo biblico in lingua inglese proprio com’era nel prototesto. In questo caso si dimostra che ogni soluzione può essere accettabile, anche quella di mantenere i termini in inglese. Questa scelta non deve essere condannata dal lettore, poiché non vi sono molte altre possibilità per far passare il messaggio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In fase analitica abbiamo notato come i problemi di traducibilità possano essere classificati in vari categorie: problemi culturali, linguistici ecc…. Questo ultimo esempio, classificabile nella categoria  dei PROBLEMI LINGUISTICI, è strettamente legato a un gioco di parole e, più precisamente, a un’assonanza della parola rain con la parola pain.

È importante sottolineare il fatto che, dal punto di vista contestuale, questa vignetta deve inevitabilmente comparire insieme a quella precedente, a cui è imprescindibilmente legata. Infatti per il lettore è di primaria importanza focalizzare la situazione spaziotemporale per meglio comprendere anche il humour delle vignette stesse.

Dal punto di vista del modus operandi in fase di traduzione, in questa particolare situazione la scelta inevitabile del traduttore è quella di procedere con una traduzione “parola per parola”, con la consapevolezza di dover rinunciare a qualcosa: siamo in presenza di un evidente residuo traduttivo. Infatti, davanti alla scelta di mantenere il humour a discapito del gioco di assonanza tra le parole rain e pain, (rispettivamente «pioggia» e «dolore\ male») che comunque in italiano sarebbe difficile mantenere, o viceversa, è chiaro che la scelta ricade sulla prima possibilità.

L’assonanza non è assolutamente necessaria perché la battuta passi, ma serve a rinforzare il humour stesso. Infatti, se traducessimo l’intervento finale di Charlie Brown con “Ha detto pioggia o male?” la battuta farebbe comunque sorridere.

Se il traduttore volesse proprio mantenere sia humour che assonanza linguistica tra due parole, in italiano si potrebbe optare per una soluzione del genere: “Ha detto acquazzONE o scivolONE?”.

Certo, prendendo in considerazione questa possibilità, si deve riconoscere che la traduzione comunque non sarebbe perfetta, tuttavia si avvicinerebbe di più all’originale.

Da scartare, però, sarebbe l’opzione di mantenere rain e pain nel metatesto, con il rischio che:

–             il lettore non capisca il significato di entrambi i termini.

–             Il humour non venga trasmesso.

–             Il lettore non faccia caso alla particolarità dell’assonanza tra i termini, concentrato a capire il significato del balloon di Charlie Brown.

 

Per tutti questi motivi questa possibilità non può essere presa in considerazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

7. Conclusioni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Durante l’analisi delle vignette sopra riportate ho potuto constatare che:

  • non è detto che le vignette apparentemente semplici e lineari non possano, invece, celare seri problemi di traducibilità: si possono infatti trovare molti “scogli” da superare ed esse possono rivelarsi cariche di informazioni proprie della cultura emittente che, talvolta, possono essere trasposte nel metatesto, altre volte ciò non è possibile. Compito del traduttore è, attraverso opportune valutazioni e particolari ricerche, approdare non alla scelta “giusta”, ma alla scelta “migliore” per lui, che possa soddisfare le esigenze del potenziale lettore di fumetti.
  • Non è sempre possibile adattare interamente la traduzione alla cultura ricevente. È bene anche mantenere aspetti culturali originali senza intervenire troppo sul metatesto. Oltretutto è giusto che il lettore impari anche a conoscere culture diverse e contesti dissimili ai suoi, come già affermato nella sezione introduttiva di questo capitolo. Uno dei segreti dei fumetti è questo: unire “l’utile al dilettevole”, ossia imparare e istruirsi in merito ad aspetti culturali non propri e assimilarli, magari confrontandoli con la propria cultura, senza togliere il piacere e il gusto di leggere un fumetto.
  • Non tutte le vignette sono traducibili e il traduttore non può “fare miracoli”. Particolari vignette sono così intrise della cultura emittente che tradurle significherebbe privarle della loro unicità e spogliarle della loro bellezza. Ecco perché alcune vignette sono, per così dire, intoccabili. Questo non è, come potrebbe sembrare, un ostacolo per il lettore, ma una nuova opportunità di toccare con mano la cultura originaria e apprendere nuove informazioni e nuovi aspetti prima sconosciuti.
  • I traduttori cercano sempre di risolvere le differenze culturali in modi diversi ma sempre orientati a suscitare un effetto equivalente sul lettore. L’umorismo non è sempre facile da tradurre poiché, spesso, è basato su giochi di parole, difficili (se non impossibili) da tradurre in una lingua e cultura differenti. Per quanto il traduttore possa trovare soluzioni brillanti ed efficaci e soprattutto vicine all’originale, perdite di significato sono comunque inevitabili. Per tutti questi motivi il traduttore ha il compito di intervenire sul piano linguistico, senza però cambiare il senso complessivo della storia, secondo il principio dell’equivalent effect di Nida.
  • Il fumetto è parte integrante del patrimonio culturale di un paese, poiché ne riflette usi, costumi e tradizioni. Perciò la traduzione del fumetto non consiste in una mera traduzione “parola per parola” del contenuto dei balloon: una buona traduzione deve tenere conto della cultura ricevente e rendere la cultura della cultura emittente comprensibile ai lettori della cultura ricevente. Per questo motivo il traduttore svolge anche il ruolo di mediatore culturale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

8. Riferimenti bibliografici

 

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Osimo, B. (2001). Propedeutica della traduzione: corso introduttivo con tavole sinottiche, Milano: Hoepli.

 

Jakobsòn, R. (1987). On linguistic Aspects of Translation, in Language in Literature, a.c. di Krystyna Pomorska e Stephen Rudy, Cambridge (Massachussetts): Harvard University Press, disponibile in                 internet al sito:

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[1] «In tutto ciò che una risata fragorosa e sconvolgente deve suscitare deve esserci qualcosa di insensato. La risata è un’emozione che nasce da una trasformazione improvvisa di una forte aspettativa in niente»

[2] «Secondo la mia spiegazione, la fonte del comico è senz’altro la sottoclassificazione paradossale e quindi inaspettata di un oggetto nei confronti di concetto peraltro a lui diverso e indica in tal senso il fenomeno della risata senza dubbio come la percezione improvvisa di un’incongruenza tra un simil concetto e l’oggetto reale a cui si riferisce, ossia tra “l’astratto” e “il concreto”».

[3] La traduzione di caerulae puppes è «costellazione celeste». In questo caso si tratta di una traduzione superficiale da parte del traduttore inglese che ha combinato i termini operando un’associazione erronea del significato degli stessi. Il risultato è Skye terriers, che in inglese indica una razza canina. Caerulae («celeste») ha fatto pensare al cielo (sky) e puppes a «cuccioli, animali» (puppies).

[4] In questo caso il traduttore inglese ha prodotto una traduzione giusta per metà, ottenendo un risultato piuttosto buffo: la traduzione di cave canem è: «attento al cane!». Possiamo notare che l’ostacolo di questa traduzione rappresenta quello di ricercare la desinenza della parola latina per un risultato corretto. La desinenza em è stata completamente ignorata, staccandola dalla radice della parola can. Can, in inglese, significa «potere» mentre em non ha alcun significato. Oltre alla licenza di poter dividere la radice latina dalla sua desinenza (can-em), il traduttore ha confuso can («cane» in latino), radice della parola canem («al cane») con cano («canoro, cantare»)  traducendolo con sing («cantare»)  producendo in questo modo un risultato lontano dal vero significato, anche se divertente.

[5] Probabilmente in questo caso il traduttore non avrà ricercato il significato di Cornigeri boves, andando per assonanza dei termini. È vero che Cornigeri rappresenta un aggettivo di boves («buoi»), la cui traduzione inglese non è corned («inscatolato»), ma «con le corna». La giusta traduzione sarebbe «buoi con le corna», in inglese corned beef significa, invece, «carne in scatola».

[6] La traduzione di pax in bello è «pace in guerra». Freedom from indigestion (la cui traduzione è: «libertà dall’indigestione») fonde in sé due errori: il primo è freedom (che non è il traducente per pax, «pace»); il motivo di questa scelta non si spiega. Indigestion, invece deriva dall’assonanza dei termini bello e belly, che in inglese significa «pancia, addome». Rielaborando fantasiosamente i due termini il traduttore è approdato a una traduzione il cui campo semantico non ha niente a che vedere con quello del prototesto.

[7] Come negli esempi precedenti anche in questo caso il risultato è ben lontano dalla realtà. La soluzione piuttosto grottesca proposta si avvicina al campo semantico della frase latina, ma si distacca nel significato. Anche qui si può notare l’assonanza tra le parole bonum («buono- bene») e bones («ossa»). Probabilmente è questo che ha portato a una traduzione errata.  Nil nis («non si può dire niente se non» ) è stato tradotto con there is nothing but, eludendo il verbo «dire». La traduzione latina sarebbe: «Dei morti non si può dire niente se non bene». In inglese la frase è stata tradotta così: «del morto non rimane niente se non le ossa».

[8] In questo caso, si tratta di una traduzione tipicamente grossolana, evidentemente prodotta senza l’uso del vocabolario, come si può notare anche nel punto 3 degli esempi dalla lingua latina verso quella inglese. L’assonanza delle parole come Espagnol- spaniel, forte- forty, taille- tails, ha prodotto come risultato una traduzione “ricalcata”. Così che, invece di tradurre: «uno spagnolo con taglia grande» eccetera., l’autore ha ottenuto un risultato piuttosto bizzarro e inverosimile: «un cane (spaniel è una razza canina) con quaranta code».

[9] In francese il verbo frapper, come verbo intransitivo, ha svariati significati: «colpire, battere, bussare, picchiare». La difficoltà che il traduttore avrebbe potuto incontrare in fase di traduzione sarebbe stata quella di scegliere il traducente migliore per frapper. Ma il traduttore, in questo caso, si è anche preso la licenza di eliminare la punteggiatura (i due punti) ed unire due frasi in un’unica: I knock the sentinel over. L’errore è dato anche dall’assonanza deviante ouvre-over. Over, come preposizione, è stata unita al verbo knock («abbattere») dando così origine a un nuovo verbo di tipo frasale e fancendo diventare il soggetto del secondo periodo il complemento oggetto della frase tradotta. La traduzione corretta sarebbe stata: «Busso: la sentinella apre». Mentre quella simpatica è: «Stendo\ atterro la sentinella».

[10] In questo esempio la disattenzione del traduttore è evidente nell’ultima parola tradotta: merci. Come primo significato il vocabolario online francese porta «grazie». Successivamente vengono indicati gli altri significati del termine che sono stati evidentemente ignorati dal traduttore. Questi sono: «mercé, misericordia, pietà». Uno di questi sarebbe bastato a far acquisire senso alla frase. In inglese abbiamo: «la ragazza (anche qui possiamo notare un’ imprecisione poiché in francese la belle dame significa «la bella signora», mentre in inglese è stato tradotto con «ragazza, fidanzata») che non dice grazie». Il sans è stato interpretato dall’autore come un «che non dice mai».

[11] La prima parte della traduzione risulta corretta: Il jeta= he threw, ossia «gettò, diede». La seconda ed ultima parte risulta erronea a causa di una mal interpretazione delle parole, che in francese e in inglese presentano assonanze, ma il cui significato è esattamente l’opposto. L’ultimo termine, poi, è stato tradotto dal latino. Avis infatti significa « uccello». Essendo il francese una lingua di provenienza neolatina ed essendo quindi molte parole (come anche in italiano) simili al latino, il traduttore ha prodotto una mescolanza atipica tra due lingue diverse. Il risultato prodotto è il seguente: «gettò una tazza (cup, in questo caso confusa con coup) di olio (oil, confuso con oeil) all’uccello (avis, dal latino)». La giusta traduzione sarebbe, invece: «diede un’occhiata all’avviso».

[12] Come abbiamo notato a più riprese, molto spesso gli strafalcioni in inglese vengono inseriti all’interno di una sfera animale. Anche in quest’ultimo caso la traduzione cita un animale, cioè un’emu. L’emu è, secondo l’enciclopedia, il più grande uccello nativo in Australia e appartiene alla famiglia dei ratiti e non ha nulla a che vedere con il significato del periodo francese: le peuple ému répondit, la cui traduzione corretta sarebbe: «il popolo commosso risponde». In inglese, la corbelleria prodotta è così tradotta in italiano: «la emu (ému-emu) viola (purple-peuple) depose un altro uovo». É interessante notare la scelta del traduttore nella traduzione di répondit: è stato reso con another (come se fosse una ripetizione) mentre pondit, che in francese non significa nulla, è stato tradotto con «depose» (anche la scelta del tempo verbale è sbagliata). In sé la frase non è un nonsense, perché effettivamente la emu, appartenente alla stessa famiglia degli struzzi, può deporre uova, ma il metatesto non ha nulla a che vedere col prototesto.

[13] Band of Hope è il nome di un’organizzazione per bambini di estrazione sociale povera (operaia) fondata nel 1847 a Leeds in cui i membri si impegnavano ad astenersi dall’alcool, partecipavano ad attività organizzate e seguivano corsi di musica, la quale svolgeva un ruolo primario nell’organizzazione (cori). Quindi, in questo caso, essendo il nome proprio di un’organizzazione Band of Hope non va tradotto (la lettera maiuscola di Hope fornisce questo accorgimento). La traduzione francese è una traduzione prettamente letterale: «Orchestra della Speranza».

[14] L’unico errore della frase, che però fa cambiare completamente significato rendendola un nonsense, è quel mouton, che in francese significa pecora, montone. Whether è stato evidentemente storpiato, senza però capire da dove.

[15] In questo caso le parole non hanno subìto modifiche e non sono state neppure “ricalcate”. L’autore dello strafalcione ha semplicemente mal interpretato, probabilmente senza soffermarsi sui possibili altri traducenti di match-makers. Infatti la traduzione corretta sarebbe stata «organizzatore d’incontri» e non «costruttore di fiammiferi» (fabricant d’allumettes). Maker vuol dire effettivamente costruttore e match vuol dire effettivamente fiammifero. L’associazione di questi due termini, comunque scorretta anche dal punto di vista grammaticale, non era quella intesa in inglese.

[16] Effettivamente to stick significa « incollare, appendere, far aderire». Infatti la traduzione della prima parte di quest’ultimo esempio di questa serie è corretta. Il nonsense che ci fa sorridere è rappresentato da quel bec, traduzione per bill. Quest’ultima parola ha come primi traducenti: «fattura, conto, manifesto, progetto di legge». Come seconda traduzione il dizionario inserisce «becco». Ed è proprio qui che ha origine lo strafalcione del traduttore. Potendo scegliere tra opzioni come «manifesto, cartelloni, eccetera» l’autore si è concentrato sul secondo significato di bill, facendo perdere il senso della frase.

[17] Ausgebraunt non ha significato in tedesco, abgebraunt, invece, significa «perdere il colore marrone» ed è l’espressione equivalente del verbo inglese to brown off. Spesso, in tedesco, sono proprio quelle  particelle divisibili dei verbi, apparentemente insignificanti, a determinare il significato del verbo stesso a cui sono legate o, addirittura, a modificarlo radicalmente.

[18] Fair enough in inglese significa «giusto abbastanza»; tuttavia fair, come secondo significante, può voler dire anche «biondo». Infatti E. Williams lo ha tradotto erroneamente in tedesco con blond genug che significa appunto «abbastanza biondo».

[19] Traffic jam è un’espressione inglese che significa «ingorgo stradale». L’errore sta nell’aver tradotto letteralmente traffic con Verkehr («traffico») e jam con Marmelade («marmellata»), ottenendo un risultato piuttosto ridicolo.

[20] “Cammineresti un po’ più velocemente?” disse il merlano alla lumaca.

[21] “Attraverso lo specchio”

[22] Il Jabberwocky è il titolo di un poemetto nonsense scritto da Lewis Carroll e pubblicato nel 1871 in “Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò”. È considerato il più celebre nonsense in lingua inglese. La traduzione italiana per Jabberwocky è  «Ciciarampa».

[23] La traduzione di Milli Graffi recita:

“Era cerfuoso e i viviscidi tuoppi

ghiarivan foracchiando nel pedano:

stavan tutti mifri i vilosnuoppi

mentre squoltian i momi radi invano”.

[24] versione latina corretta di Augustus A. Vansittart:

Coesper erat: tunc lubriciles ultravia circum
Urgebant gyros gimbiculosque tophi;
Moestenui visae borogovides ire meatu;
Et profugi gemitus exgrabuere rathae.

[25] Definizione inglese di imponderabilia: “…a series of phenomena of great importance which cannot possibly be recorded by questioning or computing documents, but have to be observed in their full actuality….such things as the routine of a man’s working day, the details of his care of the body, of the manner of taking food and preparing it...”

 

[26] «Lo spirito è forte ma la carne è debole» viene tradotto con «il whiskey è buono ma la carne è andata a male». Spirit («spirito, anima») è confuso con «spirito» inteso come whisky e flesh («carne, desideri umani») confuso con meat («carne come alimento»)

[27] Per hydraulic ram si intende una «pompa d’acqua circolare». Per ram si intende anche «montone». Con molta fantasia il traduttore ha inventato un nuovo tipo di montone, quello acquatico.

[28] Se in fase traduttiva verso l’italiano volessimo utilizzare un’espressione di uso comune per out of sight out of mind potremmo optare per «lontano dagli occhi, lontano dal cuore» (riuscendo, così, a mantenere la ripetizione di «lontano da» presente nella forma inglese (out of). In questo senso, però, avrebbe una connotazione chiaramente affettiva. Se volessimo scegliere qualcosa di “neutro” potremmo tradurre con «non vedere è non pensare» o qualcosa di simile.

La traduzione parola per parola di questa espressione inglese che allontana dal senso della frase stessa è: «fuori dalla vista, fuori di testa». Sempre con una buona dose di fantasia il traduttore è approdato a questa traduzione: «invisibile, imbecille».

[29]In ambito sportivo wicket si riferisce alla «porta». Il significato più generale è «sportello, cancelletto».

[30] Il testo è permeato da termini che indicano le azioni della partita i quali, tradotti in italiano, non avrebbero alcun senso con il contesto considerato e risulterebbero chiaramente inopportuni. Del resto tutto il testo tradotto in italiano presenta ben poche frasi sensate, sia perché alcuni termini non hanno traduzione in italiano (in quanto specifici dello sport e quindi propri francesi) o, se ce l’hanno, stridono con il contesto sportivo di cui si parla. Altre frasi non hanno senso nemmeno in francese. Il risultato è una traduzione assolutamente ridicola, che alterna frasi sensate con nonsense veri e propri.

[31]The Supreme Court of the United States is the highest judicial body in the United States, and leads the federal judiciary. It consists of the Chief Justice of the United States and eight Associate Justices, who are nominated by the President and confirmed with the “advice and consent” (majority vote) of the Senate. Once appointed, Justices effectively have life tenure, serving “during good Behaviour”,[1] which terminates only upon death, resignation, retirement, or conviction on impeachment.[2] The Court meets in Washington, D.C. in the United States Supreme Court Building. The Supreme Court is primarily an appellate court,  but it has original jurisdiction over a small range of cases.[3]

[32] She served as an Associate Justice from 1981 until her retirement from the Court in 2006. O’Connor was appointed by President Ronald Reagan in 1981.[2] During her tenure, she was regarded as the Court’s leading centrist, and was the swing vote in many cases; this made her the most powerful justice for many years.

Dinda Gorlée, Peirce, Text and Sign: saggio di traduzione

Peirce, Text and Sign: saggio di traduzione

 

 

 

Problemi di traducibilità

 

 

 

 

 

 

Maika Balestra

 

 

 

 

Scuole Civiche di Milano

Fondazione di partecipazione

Dipartimento di Lingue

Scuola Superiore per Mediatori Linguistici

Via Alex Visconti, 18   20151 MILANO

 

 

 

Relatore Prof. Bruno Osimo

 

 

 

 

Diploma in Scienze della Mediazione Linguistica

autunno 2005


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

© Editions Rodopi, Amsterdam – New York, NY, 2004

© Maika Balestra per l’edizione italiana 2004


English Abstract

 


This thesis provides an analysis of a passage from the book “On Translating Signs, Exploring Text and Semio-translation”, written by the Dutch semiotic translation-theoretician Dinda L. Gorlée. As the author explains in the preface, her book is a collection of essays dealing with text and translation. Two sections of the book have been translated. They are “Peirce, Text and Sign” and “Text and Semiosis”. The decision to write a thesis containing a translation analysis stems from the candidate’s love for translation and her desire to continue studying it. In order to analyse the source text properly, the thesis is divided into three chapters. The first one is structured as an essay and has an introductory function: it provides a general description of the book and its contents, as well as some brief information about the author. The chapter also includes two paragraphs illustrating the key ideas of American Pragmatism and the main stages of the life of Charles S. Peirce. In the second chapter the analysis first examines the style used in the source text. Particular attention has been paid to lexicon, register and syntax. A theoretical analysis of the source text as regards its translatability follows. It studies the function of the text, the target reader, the translation strategy and translation loss. A similar analysis has been carried out for the target text. At the end of the chapter some examples show the difficulties of the translation process. The last chapter contains the Italian version of the source text.

 

 

 


Deutsches Abstract

 

Ziel dieser Arbeit ist es, einen Teil des Buches „On translating Signs, Exploring Text and Semio-translation“ hinsichtlich seiner Übersetzbarkeit zu analysieren. Das Buch wurde 2004 von der niederländischen Übersetzungswissenschaftlerin und der Semiotikforscherin Dinda L. Gorlée geschrieben. Wie die Autorin selbst im Vorwort zu ihrem Buch erklärt, handelt es sich um eine Sammlung von Aufsätzen mit dem Ziel, die Begriffe „Text“ und „Übersetzung“ zu erforschen. In der vorliegenden Arbeit wurden zwei Abschnitte des Buches übersetzt, die die Titel „Peirce, Text and Sign“ und „Text and Semiosis“ tragen. Die Entscheidung, eine Übersetzungsarbeit zu schreiben, hat die Kandidatin wegen ihrer Liebe für diese Disziplin und ihres Wunsches getroffen, ihre Ausbildung im Bereich der Übersetzung fortzusetzen. Zum Zwecke einer möglichst genauen Analyse des  Quellentextes wurde diese Arbeit in drei Kapitel gegliedert. Das erste hat einen Essay ähnlichen Charakter und eine einleitende Funktion: es beschreibt den Inhalt des Buches im Allgemeinen und gibt einige kurze Auskünfte über die Autorin. Dieses Kapitel enthält ebenfalls zwei Abschnitte, die jeweils dem Amerikanischen Pragmatismus und den wichtigsten Etappen des Lebens von Charles S.Peirce gewidmet sind. Im zweiten Kapitel findet sich zuerst eine Textanalyse, die sich hauptsächlich mit dem Stil der Autorin befasst. Berücksichtigt werden Wortschatz, sprachliche Ebene und Syntax. Dann folgt die Übersetzungsanalyse des Quellentextes. Im Mittelpunkt stehen dabei die Funktion des Textes, der Zielleser, die Übersetzungsstrategie und die übersetzungsrelevantesten Unterschiede und Ähnlichkeiten zwischen den beiden Texten. Am Ende dieses Kapitels werden an Hand einiger Beispiele die Schwierigkeiten des Übersetzungsprozesses deutlich gemacht. Das dritte Kapitel enthält schliesslich die italienische Übersetzung des Quellentextes.

 

 

 


Abstract in italiano

 

L’obiettivo di questa tesi è analizzare un passo del libro «On translating Signs, Exploring Text and Semio-translation», scritto dalla ricercatrice olandese di semiotica e traduzione Dinda L. Gorlée. Come l’autrice stessa spiega nella prefazione, il suo volume è una raccolta di saggi volti ad indagare i concetti di «testo» e di «traduzione». La tesi include la versione italiana di due paragrafi dell’opera, intitolati «Peirce, Text and Sign» e «Text and Semiosis». La decisione di scrivere una tesi contenente un’analisi traduttologica deriva dalla passione della candidata per la traduzione, nonché dal desiderio di approfondire le sue conoscenze in questo ambito. Al fine di analizzare al meglio il prototesto, la tesi è strutturata in tre capitoli. Il primo, di carattere perlopiù compilativo, ha una funzione introduttiva: fornisce una descrizione generale del prototesto e dei suoi contenuti, nonché qualche breve informazione sull’autrice. A chiusura di capitolo due paragrafi illustrano i concetti chiave del Pragmatismo americano e le tappe salienti della vita di Charles S. Peirce. Nel secondo capitolo l’analisi si focalizza inizialmente sullo stile del prototesto: particolare attenzione viene prestata al lessico, al registro e alla sintassi. Segue un’analisi teorica del prototesto dal punto di vista della sua traducibilità. Sono stati presi in esame la dominante e il lettore modello del prototesto per poter elaborare una strategia traduttiva finalizzata ad una gestione ottimale del residuo comunicativo. Un’analisi simile è stata approntata, parallelamente, anche sul metatesto. Il capitolo si chiude con degli esempi, al fine di mostrare le difficoltà incontrate nel processo di traduzione. Queste derivano quasi sempre dalla specificità settoriale del prototesto. Il terzo e ultimo capitolo presenta la mia traduzione dell’originale.

 

 

Sommario

 

I On Translating Signs, Exploring Text and Semio-Translation. 7

1.1 Introduzione  8

1.2 L’autrice. 9

1.3 Daphnis. 9

1.4 I contenuti 10

1.5 La cultura del prototesto. 10

1.5.1 Il pragmatismo americano. 11

1.5.2 Il pragmatismo metodologico di Peirce. 12

1.5.2.1 Il metodo della ragione. 12

1.5.2.2 La semiotica. 13

1.5.3 Charles Sanders Peirce. 16

 

II Analisi Traduttologica. 18

2.1 Lo stile del prototesto. 19

2.1.1 Il lessico. 19

2.1.2 Il registro. 21

2.1.3 Sintassi 22

2.1.4 Esempio pratico. 22

2.2 Le marche del prototesto. 24

2.3 La dominante del prototesto. 24

2.4 La dominante del metatesto. 25

2.5 Il lettore modello dell’autrice. 25

2.6 Il lettore modello del metatesto. 27

2.7 La strategia traduttiva. 27

2.8 Il residuo comunicativo. 29

2.9 Difficoltà della traduzione. 33

2.9.1 Esempi di frasi difficili da capire. 33

 

III Traduzione. 35

 

Riferimenti bibliografici 62

 

 

 

 

I

On Translating Signs

Exploring Text and Semio-Translation

Dinda L. Gorlée

Caratteri generali

 

Questo primo capitolo, di carattere introduttivo, vuole fornire una descrizione generale di On Translating Signs, Exploring Text and Semio-translation ed è perciò quasi interamente dedicato all’opera e alla sua autrice, Dinda L. Gorlée.

Ho ritenuto opportuno, al paragrafo 1.5, spendere qualche parola sul pragmatismo americano e sul suo fondatore, Charles Sanders Peirce. Infatti, se è vero che il prototesto non è specifico di nessun ambito culturale dal punto di vista spaziotemporale, geografico, la sua produzione è tuttavia legata in modo inscindibile ed inequivocabile alla ricerca nel campo della semiotica e della traduzione (capitolo II). Data la mole consistente di citazioni tratte dalle opere di Peirce, mi sembra che il suo pensiero possa rientrare fra le componenti culturali che caratterizzano il prototesto.

 

 

1.1  Introduzione

 

Il testo che ho tradotto è tratto dal libro On translating Signs, Exploring Text and Semio-translation scritto da Dinda L. Gorlée, ricercatrice olandese di semiotica e traduzione. Come lei stessa spiega nella prefazione, il libro è suddiviso in tre capitoli: il primo, dal titolo Text and Interdisciplinary Texture, è un capitolo introduttivo sul testo; il secondo, Semiotranslation and Abductive Translation, affronta il tema della traduzione; infine il terzo capitolo, Trial and (T)error: Peirce’s Fallibilism and Semiotranslation si focalizza sia sul testo che sulla traduzione.

Le pagine da me tradotte sono tratte dal capitolo Text and Interdisciplinary Texture, e precisamente corrispondono alle pagine 58-67, ovvero ai paragrafi Peirce, Text and Sign e Text and Semiosis. Ho inoltre tradotto il relativo apparato metatestuale che si trova alle pagine 85-87.


1.2 L’autrice

 

Dinda L. Gorlée è a capo di un ufficio di traduzione giuridica multilingue all’Aja. Collabora inoltre con l’università norvegese di Bergen agli Archivi Wittgenstein e con quella di Helsinki presso il dipartimento di ricerche traduttologiche. A lei va il merito di aver rinsaldato i rapporti fra la scienza della traduzione e la semiotica, con un particolare interesse per il pensiero di Peirce.

Lei stessa è ricercatrice di semiotica in relazione alla scienza della traduzione, alla traduzione vocale, alla semiotica testuale e alla traduzione giuridica.

Fra le sue pubblicazioni più famose vi è il saggio Semiotics and the Problem of Translation: With Special Reference to the Semiotics of Charles S. Peirce, del 1994. Attualmente l’autrice sta lavorando ad un nuovo volume dal titolo Song and Significance: Interlingual and Intersemiotic Vocal Translation.

 

 

1.3 Daphnis

 

On translating Signs, Exploring Text and Semio-translation è pubblicato dall’editore olandese Rodopi come supplemento alla rivista Daphnis.

Tale rivista fu fondata nel 1970 da una cerchia internazionale di letterati come «rivista di letteratura medioevale tedesca» e fu pubblicata per la prima volta nel 1972 a Berlino. Nel 1976 la casa editrice fu spostata ad Amsterdam e da allora la rivista viene pubblicata nella capitale olandese. Daphnis è stata concepita come un organo di ricerca per la letteratura tedesca e per quella neolatina dalla fine del XIV fino a metà del XVIII secolo. Si occupa inoltre, a livello comparativo, dei rapporti fra la letteratura medievale tedesca e le letterature europee dello stesso periodo.

Con la rivista Daphnis vengono pubblicati saggi inediti nelle categorie «trattati», «miscellanea», «scoperte minori», «progetti di lavoro», «ricerche» e «bibliografie». Ampio spazio viene dedicato inoltre alla teologia, alla filosofia, alla storia e all’arte figurativa. Nel 1981 è stata introdotta una nuova rubrica intitolata «Discussione scientifica», dedicata in buona misura al linguaggio scientifico specialistico. Ogni annata di Daphnis comprende quattro numeri per un totale di circa 200 pagine.

 

 

1.4 I contenuti

 

Come già suggerisce il titolo, Peirce, Text and Sign, questo paragrafo illustra, attraverso numerose citazioni dalle opere di Peirce, il significato che le parole «testo» e «segno» rivestivano per questo filosofo e scienziato americano e il modo in cui soleva servirsene. Vengono passati in rassegna i concetti di «simbolo», «discorso», «proposizione», «argomento» per approdare infine ad una spiegazione della teoria generale dei segni di Peirce.

Il secondo paragrafo, Text and Semiosis, si focalizza invece su un particolare tipo di segni, quelli di Terzità, che Peirce chiamava simboli, e sulla relazione tripartita che si instaura fra segno-oggetto-interpretante, soprannominata da Peirce «semiosi». Vengono poi illustrate le caratteristiche della semiosi testuale peirceiana in contrapposizione alle altre semiotiche testuali, in particolare alle teorie testuali di Saussure. Infine l’autrice fa alcune considerazioni su concetti quali «segno-pensiero», «quasi-segno», «quasi-mente», «segno-testo».

 

 

1.5 La cultura del prototesto

 

Come già accennato in apertura, il testo della Gorlée è ricchissimo di rimandi intertestuali, in particolar modo di citazioni tratte dalle opere di Peirce. Ed è proprio attorno alle teorie di questo filosofo e scienziato americano che ruotano molte delle considerazioni dell’autrice. Proprio per questo credo che il pensiero di Peirce – ed il contesto culturale in cui, anche se solo in parte, si sviluppò – siano delle componenti culturali importanti del prototesto.

Questo paragrafo intende prendere in esame la personalità poliedrica di Peirce ed i caratteri distintivi del pragmatismo americano, al fine di indagare fino a che punto le teorie peirceiane ed il pragmatismo influenzino la cultura del prototesto.

1.5.1 Il pragmatismo americano

 

Il pragmatismo americano è il contributo più innovativo degli Stati Uniti d’America alla filosofia occidentale. Esso nacque e si sviluppò nel clima di diffuso interesse per la filosofia e di riconoscimento della sua funzione vitale che caratterizzò la società americana alla fine del XIX secolo.

La parola «pragmatismo» deriva dal greco pragma (azione, atto). Lo storico greco Polibio (I sec. a.C.) soleva definire i suoi scritti «pragmatici», intendendo con questo termine che erano concepiti per essere istruttivi ed utili ai suoi lettori. Charles Sanders Peirce, fondatore del pragmatismo – e probabilmente il primo a servirsi del termine per designare una specifica dottrina filosofica –, più che la parola greca aveva in mente quella tedesca usata da Kant: pragmatisch si riferisce al pensiero sperimentale, empirico e finalizzato basato sull’esperienza e ad essa attinente. In semiotica la branca che studia il rapporto fra i segni e coloro che se ne servono è detta pragmatica (per distinguerla dalla semantica e dalla sintassi).

Il pragmatismo mise in luce un’impostazione che era stata presente fin dall’inizio nella filosofia americana. Si tratta della tendenza a considerare come fondamentale, per la scelta e l’adozione di una dottrina filosofica, non già la sua astratta e teoretica “verità”, ma la sua pratica utilità, la capacità di una dottrina di fungere da guida della condotta pratica dell’uomo nei confronti delle cose, degli altri uomini e di Dio.

La caratteristica fondamentale del pragmatismo è il suo orientamento verso il futuro anziché verso il passato o il presente. Uno dei suoi principi cardine è la strumentalità del conoscere: per i pragmatici la conoscenza è uno strumento che permette all’uomo di controllare e prevedere le azioni future.

Il pragmatismo americano si concretizzò in due correnti fondamentali: il pragmatismo metodologico e quello metafisico. Pur muovendo dal comune presupposto della strumentalità del conoscere, queste due impostazioni differiscono nel modo di concepire il legame conoscenza – azione. Il pragmatismo metodologico – cui aderirono, fra gli altri, Peirce e Dewey – si presenta come una teoria del significato, ovvero come una dottrina della portata pragmatica delle proposizioni e delle credenze. Il pragmatismo metafisico – James fu uno degli esponenti di spicco – si pose invece come una teoria generale della verità e della realtà, secondo cui la verità di un’idea risiede nella sua presunta utilità personale o sociale, ovvero nella sua capacità di esercitare un’azione benefica sulla vita dell’uomo.

Per evitare che il suo pragmatismo metodologico venisse confuso con quello metafisico di James, Peirce preferì parlare di pragmaticismo, Dewey invece di strumentalismo.

 

 

1.5.2 Il pragmatismo metodologico di Peirce

 

1.5.2.1 Il metodo della ragione

 

La filosofia pragmatica di Peirce è parte di una teoria più generale dei segni e del pensiero. Il pensiero, o «indagine», scaturisce dal dubbio, ovvero da uno stato in cui le azioni abituali sono bloccate o confuse. Dal dubbio risultano l’irritazione organica e l’indecisione. La risoluzione e una condotta libera sono, d’altro canto, prodotti della credenza, che è una forma di stabilità e soddisfazione. Secondo Peirce la sola funzione del pensiero è quella di produrre credenze e ogni credenza è una regola d’azione; sicché lo scopo finale del pensiero è l’esercizio della volizione e la produzione di abitudini d’azione. Pensare, ovvero uscire lottando dallo stato di irritazione connaturato al dubbio, vuole dire creare credenze (stati mentali di calma e sicurezza). Una credenza è vera nel momento in cui sussista conformità tra effetti attesi dalla credenza ed effetti realizzati; è falsa nel momento in cui non sussista tale conformità. Nel momento in cui sia vera, la credenza è norma d’azione utile; nel momento in cui non lo sia, è una norma d’azione non utile ad incidere sulla condotta umana. Peirce ammetteva però che vi sono vari metodi per stabilire una credenza e ognuno ha qualche vantaggio. C’è il metodo della tenacia di chi si rifiuta di discutere le proprie credenze e può condurre al successo la persona ostinata; il metodo dell’autorità che, vietando le opinioni difformi, può condurre all’accordo; il metodo metafisico che si appella alla ragione e produce costruzioni e sistemi ideali, che però sono incontrollabili. Questi metodi hanno in comune il tratto di escludere la possibilità dell’errore: ognuno di essi si ritiene infallibile. C’è solo il metodo scientifico, secondo Peirce, che rinuncia all’infallibilità. E questo è il solo metodo che la scienza e la filosofia devono seguire, professando apertamente ciò che egli chiama il fallibilismo della ragione. Il pragmatismo, come lo intende Peirce, non è nient’altro che l’applicazione di quest’ultimo metodo ai problemi filosofici.

Il metodo scientifico consiste fondamentalmente nel tentativo costante di collocare i giudizi percettivi che ci vengono imposti dall’esperienza in un modello esplicativo composto da tre tipi di ragionamento: l’«abduzione», che tiene conto di una costante nota e della constatazione di un fenomeno nuovo e da questi inferisce una congettura; la «deduzione», che muove da una regola e da un caso specifico per dedurre un risultato; e infine l’«induzione», che muove da un caso specifico e da un risultato per indurre delle ipotesi.

Nel suo sforzo – prolungatosi per anni – di collocare la sua analisi del dubbio e dell’indagine all’interno di una teoria segnica più completa e globale, in cui la comunicazione, il pensiero, la conoscenza e l’intelligenza potessero essere pienamente compresi, Peirce approdò a dei risultati originali. Uno di questi è la semiotica contemporanea.

 

 

1.5.2.2 La semiotica

 

Oggi Peirce è ricordato soprattutto per aver posto le basi della semiotica contemporanea, la disciplina che si occupa dei segni in quanto questi vengono interpretati ed utilizzati. Punto di partenza è la considerazione che non c’è pensiero senza segno, che ogni pensiero è in realtà un segno che rimanda a un pensiero successivo che a sua volta è un segno e così via. Ciò significa che l’universo intero non è un insieme definito e definitivo di cose poi riprodotte con i segni, ma un insieme di segni collegati fra loro in cui non c’è mai un punto di partenza primo e assoluto. Il nostro contatto con la realtà non è mai diretto, ma sempre mediato dal segno: è una continua interpretazione, ovvero una semiosi illimitata.

Il segno viene definito da Peirce come «qualcosa che sta secondo qualcuno per qualcosa sotto qualche aspetto o in qualche capacità» (CP: 2.228, c.1897). Dunque il pragmatismo di Peirce è inteso a tradurre certi tipi di segni in segni più chiari, al fine di superare la confusione linguistica o concettuale. Formulare un interpretante significa determinare gli “effetti” o le conseguenze che i segni o le idee in questione possono produrre.

Primariamente il pragmatismo di Peirce è una teoria del significato emersa dalle sue riflessioni personali sul suo lavoro scientifico, in cui lo sperimentalista comprende una proposizione in questo modo: se l’esperienza prescritta si realizza, questa è verificata. Questo metodo può essere usato in due modi: innanzitutto serve a mostrare che, quando le controversie non hanno risoluzione, ciò è dovuto agli abusi che facciamo della lingua e a sottili confusioni concettuali. Questioni come, ad esempio, se il mondo fisico sia un’illusione, se l’uomo sia ingannato dai propri sensi, o se le sue azioni siano predestinate non sono problemi reali. In secondo luogo può essere utilizzato come delucidazione. Dire, ad esempio, che l’oggetto O è duro significa che, se si prova a scalfirlo, O non verrà intaccato dalla maggior parte delle sostanze.

Similmente, nella sua teoria della verità, Peirce afferma che la verità è l’insieme delle attività di verifica della comunità scientifica, mentre la realtà è l’accordo della comunità sulla verità. Di conseguenza, non solo il pensiero è finalizzato, ma il significato ha in sé un riferimento al futuro.

Peirce si dimostra fiducioso del cammino trionfale della scienza verso la verità, senza tuttavia trascurare – come osservato – l’idea di fallibilità della conoscenza scientifica.

Per evitare che le sue teorie venissero confuse con le altre dottrine pragmatiche Peirce ribattezzò il suo modo di vedere con il nome di pragmaticismo.


I tre tipi di ragionamento secondo Peirce: nel passaggio dalla deduzione all’abduzione, attraverso l’induzione, si ha una diminuzione progressiva del grado di certezza del ragionamento ed un aumento della componente creativa.

 

La deduzione (ragionamento analitico)

 

 

 

 

 

 

 


L’induzione (ragionamento sintetico)

 

 

 

 

 

 

 


L’abduzione (ragionamento sintetico)

 

 

 

 


1.5.3 Charles Sanders Peirce

 

Vero fondatore del pragmatismo fu Charles Sanders Peirce (1839-1914), personalità poliedrica, cultore di logica simbolica nonché geniale divulgatore di teorie scientifiche e padre della semiotica moderna. Di grande rilevanza sono i suoi apporti alla teoria della probabilità, alla logica simbolica, alla filosofia della scienza, alla matematica e alla semiotica, nonché i suoi scritti di astronomia, fisica, e chimica e quelli sul metodo scientifico.

Peirce soleva descriversi come uno sperimentalista e un «logico», termine la cui portata si ampliò notevolmente dai suoi primi scritti, andando ad abbracciare le sue dottrine del pensiero e dell’indagine (paragrafo 1.5.2.1).

Nonostante le proposte di incarichi universitari ricevute, Peirce lavorò soltanto come docente di logica part-time alla Johns Hopkins University fra il 1879 e il 1884; per tre anni fu docente di filosofia della scienza alla Harvard.

Nonostante fosse uno scrittore prolifico, Peirce vide pubblicate soltanto due delle sue opere. Si tratta del saggio Photometric Researches (1878), che gli valse la fama di migliore astrofisico del tempo, e di Studies in Logic (1883), una raccolta di saggi scritti da Peirce e dai suoi studenti alla Johns Hopkins.

Peirce non scrisse libri ma saggi ed articoli – che coprono l’arco di circa mezzo secolo – apparsi su vari periodici americani. Una prima antologia dei suoi scritti apparve, postuma, nel 1923 con il titolo di Chance, Love and Logic. I sei volumi dei Collected Papers of Charles Sanders Peirce furono editi invece negli anni fra il 1931 e il 1935. Molti degli scritti di Peirce sono ancora inediti e le edizioni esistenti perlopiù postume, due fattori che ostacolano in modo non indifferente la diffusione del suo pensiero.

Pur essendo il padre del pragmatismo americano, Peirce non fu filosofo di professione. Il suo principale impiego – dalla laurea in chimica, conseguita alla Harvard nel 1859, fino al suo ritiro a Miltford, in Pennsylvania, nel 1887 – fu presso lo United States Coast and Geodetic Survey, il servizio costiero americano. Dal 1887 fino alla fine dei suoi giorni Peirce visse in condizioni di estrema povertà, di malattia e di isolamento dal mondo accademico. Morì, dimenticato da tutti, nel 1914.

Data la condizione di isolamento in cui Peirce visse, non si può dire che il suo pensiero sia frutto del confronto e dello scambio con gli altri pragmatici. Pertanto la cultura del prototesto, più che del pragmatismo americano, risente del pensiero di Peirce e del suo pragmatismo metodologico.

 

 

II

Analisi Traduttologica


La traduzione di un testo come On translating Signs, Exploring Text and Semio-translation comporta inevitabilmente, data la specificità lessicale che lo contraddistingue, un’analisi approfondita delle componenti lessicali e stilistiche al fine di elaborare un’adeguata strategia traduttiva. Meno rilevanti sono invece le coordinate cronotopiche. D’altra parte, pur non essendo specifico di nessun ambito culturale dal punto di vista spaziotemporale, geografico, il testo è molto calato all’interno della cultura della ricerca nel campo della semiotica e della traduzione. Di conseguenza, come si vedrà in particolare ai paragrafi 2.8 e 2.9, i problemi di traduzione sono quasi tutti legati alla specificità settoriale del testo.

 

 

2.1 Lo stile del prototesto

 

2.1.1 Il lessico

 

Quello del prototesto è un lessico settoriale tipico della semiotica e della ricerca traduttologica. Il prototesto è infatti ricco di termini tecnici coniati da Peirce quali, ad esempio, «Firstness», «Secondness» e «Thirdness», o anche «Firsts», «Seconds» e «Thirds», o ancora «interpretant», per citare solo quelli più ricorrenti, più altri termini non peirceiani come «word-sign», «text-sign», «quasi-sign» e «signhood».

Accanto a questi compaiono termini tipici del linguaggio filosofico di origine greca e latina come, ad esempio, «essence», che deriva dal latino essentĭa1 (essenza, natura), «phenomenology», dal greco phainomenon, che significa «che appare o che esiste», attraverso il tedesco Phänomenologie, «syllogism», dal greco syllogismos, che significa «inferenza, conclusione, computo, calcolo», attraverso il latino tardo syllŏgismus e il francese antico sillogisme, «triadic» – composto dal sostantivo inglese triad con l’aggiunta del suffisso ic – dal greco trias, triados (tre), attraverso il latino trĭăs, triădis, «arbitrary», dal latino arbĭtrārĭus (arbitrario), «semiotics», dal greco semeiotikos (osservatore di segni), e «quasi», dal latino quăsĭ2 (come se, quasi che).

A questo proposito è interessante l’uso che l’autrice fa di parole romanze – principalmente di derivazione latina e francese – quando avrebbe potuto sceglierne altre, più comuni, di origine germanica. Riporto qui alcuni esempi tratti sia dalle parti di testo scritte dall’autrice che dagli intertesti: «discipline» dal latino discĭplīna (istruzione data ad un discepolo), attraverso il francese antico descepline, «to suffice» dal latino sufficĕre (bastare, essere sufficiente), attraverso il francese antico souffire, «to consist of», dal latino consistĕre (collocarsi, porsi, fermarsi, stare; trattenersi; indugiare; comparire, presentarsi), «to be composed of»,dal latino componĕre, «signify» dal latino significāre (mostrare attraverso segni, significare), attraverso il francese antico signifier, «pertinent» dal latino pertĭnentĕr (in modo adatto), attraverso il francese antico partenant, «edifice» dal latino aedĭfĭcium (edificio), attraverso il francese antico edifice, «error» dal latino errŏr (l’andare errando, errore), attraverso il francese antico errur, «category», dal greco kategorein (accusare, asserire, predicare), attraverso il latino tardo cătēgŏrĭa (accusa; categoria), attraverso il francese medioevale catégorie, «numerous», dal latino nŭmĕrōsus (numeroso) e «consensus», dal latino consensŭs3, attraverso il francese antico consentir.

Premesso che l’equivalenza fra segni di codici naturali non esiste, ecco quali sostantivi di origine germanica l’autrice – e gli autori da lei citati – avrebbero potuto usare in luogo di quelli di derivazione latina e francese visti sopra4:

 

Vi sono inoltre termini che, pur essendo dei sostantivi di uso comune, assumono nel preciso cotesto e contesto in cui sono inseriti particolari sfumature semantiche che rendono più difficile il processo traduttivo: è il caso di un sostantivo appartenente alla lingua di tutti i giorni come habit, che occorre più di una volta nel prototesto. Questo sostantivo ha come possibili traducenti «abitudine, consuetudine, usanza, vezzo».5 Tuttavia nel prototesto l’unico traducente possibile è «abitudine», dal momento che Peirce si serviva del sostantivo habit come di un termine tecnico, il cui traducente italiano è ormai attestato in modo stabile, e non è perciò più sostituibile con alcun “sinonimo”.

Il lessico del prototesto si compone infine di qualche parola straniera, come la locuzione francese – adattata sintatticamente e grammaticalmente all’inglese – fin-de-siècle, e quelle latine ad hoc e prima facie. Ho mantenuto queste espressioni tali e quali anche nel metatesto, essendo di uso comune in questo e in molti altri ambiti. Nel caso di fin-de-siècle, inoltre, il significato è vincolato all’utilizzo del francese: tradurre «fin-de-siècle scientist» con «scienziato di fine secolo» sarebbe un errore non indifferente, dal momento che si andrebbe a modificare il significato del prototesto: il francese fin-de-siècle significa infatti «relativo alla fine dell’Ottocento o che si ispira alla civiltà artistica e culturale di quel periodo».6 Se in italiano traducessi «di fine secolo» il lettore non capirebbe certamente che si sta parlando della fine dell’Ottocento.

 

 

2.1.2 Il registro

 

Dall’analisi effettuata sul lessico risulta un registro alto, cui contribuiscono anche i numerosi rimandi intertestuali, perlopiù alle opere di Peirce, e soprattutto l’uso frequente di parole di origine latina, greca e francese (paragrafo 2.1.1). L’inglese infatti, nel corso della sua lunga storia, ha “preso in prestito” parole da più di 350 lingue parlate in tutto il mondo, fra cui anche dal latino – in seguito all’arrivo dei Romani sul suolo britannico – e dal francese – successivamente alla conquista normanna (1066). In inglese le parole romanze sono considerate di registro alto, ragione per cui l’autrice se ne serve così frequentemente.

Dato che si tratta di un testo scientifico, scritto da una specialista e rivolto perlopiù ai colleghi, ed eventualmente ai loro studenti come nel mio caso, il registro è quello delle pubblicazioni scientifiche. È caratterizzato da precisione terminologica, scarso carattere connotativo, periodi argomentativi che si succedono senza che l’autrice si rivolga direttamente al suo lettore modello. Generalmente si tratta di periodi lunghi, a volte complessi, che richiedono una grande concentrazione da parte del lettore.

Se si volesse classificare il prototesto a seconda della sua apertura/chiusura mi sembra corretto – alla luce delle considerazioni esposte sopra – parlare testo chiuso, sebbene la contrapposizione aperto/chiuso non sia rigida: nel prototesto si possono infatti individuare – come nella maggior parte dei testi – parti più “chiuse” di altre.

 

 

2.1.3 Sintassi

 

Il prototesto presenta una struttura sintattica mista fra paratassi e ipotassi, sebbene sia possibile affermare che vi è una prevalenza di subordinazione.

Spesso la sintassi delle singole frasi viene resa più complessa dall’inserimento di rimandi intertestuali, tutti comunque esplicitati dai segni diacritici.

Frequenti sono infine gli elenchi, perlopiù nelle citazioni, che contribuiscono ad accelerare un ritmo generalmente assai lento.

Si consideri, ad esempio, il seguente passo del prototesto, tratto dalla nota numero 21:

 

His long list includes many instances of verbal communication, spoken and/or written:”Then we have mark, note, trait, manifestation, ostent, show, species, appearance, vision, shade, spectre, phase. Then, copy, portraiture, figure, diagram, icon, picture, mimicry, echo. Then, gnomon, clue, trail, vestige, indice, evidence, symptom, trace. Then, muniment, monument, keepsake, memento, souvenir, cue. Then, symbol, term, category, stile, character, emblem, badge. […] “(PW: 194, 1905, citato in Gorlée 2004: 87)

 

Grazie a questi lunghi elenchi di sostantivi il testo diviene più snello, assumendo al contempo un ritmo più rapido.

2.1.4 Esempio pratico

 

A completamento di quest’analisi stilistica mi sembra utile porre un’applicazione “concreta” delle considerazioni viste nei paragrafi precedenti, allo scopo di renderle meno astratte e teoriche e un po’ più pratiche.

Si consideri allora il seguente paragrafo, esemplificativo di tutto quanto il prototesto:

With regard to the modern meaning of text, which we take as the object of research in these pages, Peirce, as a sign-theoretician, used terms such as symbol, discourse, proposition, and argument, thereby addressing himself to purpose of Thirdness, involving the logical properties of the text today. Here it must suffice to characterize briefly the several concepts through which Peirce approached the phenomenon of text: A symbol is a sign requiring intelligent interpretation to become meaningful. It is the agreed-on vehicle of thought, and “all thinking is conducted in signs that are mainly of the same structure as words…, or symbols” (CP: 6.338, c. 1909, Peirce’s emphasis). Reasoning – that is, the logical interpretation of signs by signs, wheter spoken, written, or otherwise – always takes a discursive form […]. (Gorlée 2004: 58)

 

In questo paragrafo emergono con chiarezza tutti gli elementi individuati sopra: registro aulico, rimandi intertestuali all’opera di Peirce, grande precisione terminologica – evidente soprattutto negli elenchi come «symbol, discourse, proposition, and argument» –, carattere denotativo, periodi argomentativi tipici del linguaggio scientifico. La stessa esposizione dei concetti è quella delle dimostrazioni scientifiche: con la locuzione «with regard to» viene introdotto l’argomento di cui si tratta, mentre col successivo «here it must suffice […]» lo si delimita nettamente. Segue poi una definizione, dal sapore un po’ assiomatico, di «simbolo». L’autrice evita ogni riferimento al lettore modello, preferendo mantenersi in una posizione più “elevata”, fatta eccezione per il pronome personale soggetto «we» nella prima riga, che tenderei ad interpretare come la somma dell’autrice e del lettore.


2.2 Le marche del prototesto

 

Un testo può essere marcato a diversi livelli: lessicale, sintattico, stilistico, di socioletto, di idioletto, di dialetto ecc…

L’unico ambito in cui il prototesto si discosta dallo standard è quello lessicale, per via dell’uso frequente di termini tecnici, tipici della semiotica e della traduzione (paragrafo 2.1.1) e per la prevalenza di un registro alto, al di sopra dello standard (paragrafo 2.1.2).

 

 

2.3 La dominante del prototesto

 

Trattandosi dell’estratto di un libro, la dominante del testo che ho tradotto verrà in parte a coincidere con quella del libro stesso.

A questo proposito è molto interessante il titolo, che mette già spiccatamente in luce non soltanto il prevalere della funzione informativa su quella estetica (peraltro quasi del tutto assente), ma anche quale funzione informativa il libro intende espletare: fornire delle basi teoriche per la traduzione di segni e approfondire i concetti di «testo» e di «semiotraduzione».

Importantissima è inoltre la prefazione, in cui l’autrice afferma di voler presentare una selezione, ordinata cronologicamente, dei saggi da lei scritti negli ultimi 10 anni, aventi per argomento il «testo» e la «traduzione». Questa affermazione è un’ulteriore conferma della dominante già individuata.

A questa dominante principale si affiancano altre due sottodominanti: nella prefazione infatti l’autrice auspica che questo suo libro divenga di stimolo ai futuri semiotici e che possa contribuire allo sviluppo delle ricerche traduttologiche. Inoltre l’opera intende mettere in risalto la complessità della teoria dei segni di Peirce.

Dall’analisi effettuata sul contenuto (paragrafo 1.4) quest’ultima dominante, accanto alla funzione informativa che caratterizza il libro intero, mi sembra quella che più coincide con la dominante del testo qui tradotto.

Per quanto concerne il lettore del prototesto, credo che fra tutte le dominanti individuate rimangano valide anche per lui principalmente quelle che più hanno a che vedere con la funzione informativa dell’opera.

2.4 La dominante del metatesto

 

Per quanto riguarda la cultura ricevente, ritengo che le dominanti individuate nel prototesto rimangano tali: anche il metatesto infatti è caratterizzato da una spiccata funzione informativa e ruota attorno alla complessità della teoria segnica di Peirce. Nel caso di una traduzione adeguata, le dominanti per il lettore del metatesto coincideranno con quelle del lettore del prototesto.

Del resto un cambiamento di dominante nel passaggio dal prototesto al metatesto sarebbe, in questo caso, difficilmente pensabile, trattandosi di un testo perlopiù chiuso ed informativo, svincolato dalla cultura – intesa in senso geografico e storico – che lo ha prodotto.

 

 

2.5 Il lettore modello dell’autrice

 

Come per la dominante, anche il lettore modello del prototesto viene necessariamente a coincidere con quello dell’intero libro.

Quello di On translating Signs, Exploring Text and Semio-translation è certamente un lettore “addetto ai lavori”, vale a dire una persona che ha già una certa dimestichezza con gli argomenti trattati ed è in qualche modo interessata ad approfondirli. In concreto potrebbe trattarsi di ricercatori, studiosi e professori nel campo della semiotica e della traduzione.

Tuttavia è ipotizzabile anche un lettore modello più “alle prime armi”. Come l’autrice stessa scrive nella prefazione al libro, questo vuole essere «illuminante e provocante» anche per chi non è proprio un esperto del settore. Sempre nella prefazione, l’autrice descrive in modo inequivocabile il suo lettore modello, che dev’essere «moderno, cosmopolita, internazionalizzato, multilingue e interessato alla tematica filosofica». Di qui dunque l’esigenza dell’autrice, di nazionalità olandese, di scrivere in una lingua straniera, in inglese precisamente. Che la scelta dell’inglese sia dettata principalmente da ragioni legate al lettore modello è evidente. L’inglese infatti è divenuto una lingua franca della comunità scientifica mondiale, che permette di abbracciare un pubblico vastissimo e di raggiungere, a livello spaziale, i quattro angoli del pianeta. Che sia un esperto di semiotica o un principiante, il lettore modello a cui l’autrice si rivolge va oltre le barriere linguistiche e i confini nazionali. Si potrebbe dire che è un lettore non caratterizzato in particolare dalla sua identità nazionale. All’autrice non importa in quale Paese risiedano i suoi lettori (reali) e nemmeno di quale cultura siano portatori. Sono semplicemente degli abitanti di quel villaggio globale che è il mondo.

Come si vedrà al paragrafo 2.9, la scelta dell’autrice del prototesto di scrivere in lingua straniera, ovvero di servirsi di una lingua diversa dalla sua lingua madre, non facilita di certo il compito del traduttore, spesso alle prese con una source language, per così dire, “strana”.


2.6 Il lettore modello del metatesto

 

Il lettore modello del metatesto sarà, come quello del prototesto, un esperto di semiotica e traduzione, che sceglie di leggere il testo tradotto pur disponendo di tutti gli strumenti necessari per poter leggere l’originale. Credo però che qui venga a mancare la componente del lettore modello principiante ipotizzato dall’autrice. Inoltre, per ovvie ragioni di natura linguistica, il passaggio dal prototesto al metatesto implica un “restringimento” del modello di lettore, che da internazionale diviene quasi esclusivamente italiano.

 

 

Internazionale, oltre le barriere linguistiche

Prototesto

e i confini nazionali, esperti e non

 

 

 

 

 

Metatesto

 


italiano, esperto

2.7 La strategia traduttiva

 

In generale il processo traduttivo non implica soltanto la trasformazione di un prototesto in un metatesto, ma anche e soprattutto il passaggio da una protocultura ad una metacultura, dalla cultura altrui alla propria. Insomma: tradurre non significa soltanto coprire la distanza esistente fra source e target language in termini di differenze sintattiche, grammaticali, stilistiche. Significa molto di più: nel momento in cui ci si accosta alla traduzione entra in gioco una distanza culturale più o meno significativa che dev’essere colmata.

In questo gioco di scambi e di passaggi interculturali il traduttore, con la sua cultura specifica, svolge un ruolo fondamentale: egli veste infatti i panni di mediatore fra la cultura emittente e quella ricevente. Si pone, per così dire, sul “confine” fra le due culture coinvolte ed è lui che decide in che modo coprire tutte le differenze, sia linguistiche che culturali, fra prototesto e metatesto.

Lo scienziato della traduzione Toury ha introdotto un’utile distinzione con i suoi concetti di adeguatezza ed accettabilità (citato in Osimo 2001: 81).

In generale ritengo più proficua, sia dal punto di vista della dialettica della semiosfera che a livello di arricchimento culturale personale del lettore, una traduzione adeguata. Questo tipo di approccio prevede che il prototesto venga conservato come espressione di una cultura diversa. Il metatesto adeguato manterrà perciò molte delle caratteristiche del prototesto e non sarà un testo “facile” da leggere, o “semplificato” dal traduttore. Al contrario il lettore si troverà alle prese con un testo di più difficile comprensione rispetto ad un metatesto accettabile, e perciò dovrà compiere uno sforzo per coprire da solo la distanza cronotopica fra sé e la cultura del prototesto, lasciata quasi del tutto scoperta dal traduttore. Egli infatti sceglierà di conservare i realia, i nomi propri di persona, le strutture sintattiche (per quanto possibile). Inoltre cercherà di rispettare le scelte stilistiche dell’autore, traducendo una struttura marcata con una marcata, una standard con una struttura standard e così via.

L’aspetto positivo di questo tipo di impostazione è che, se da un lato il lettore troverà più difficile orientarsi in un metatesto adeguato, dall’altro i suoi sforzi di comprensione lo porteranno ad arricchire notevolmente le sue conoscenze proprio grazie al confronto con un’altra cultura.

Per quanto riguarda la traduzione del prototesto tratto da On translating Signs, Exploring Text and Semio-translation una traduzione adeguata mi sembra, oltre che la più indicata, l’unica possibile. Fondamentalmente per due motivi: innanzitutto perché il lettore modello individuato è in grado di colmare, con le sue conoscenze, la distanza che lo separa dal prototesto.

In secondo luogo perché il testo della Gorlée contiene numerosissimi rimandi intertestuali, fra cui molte citazioni tratte dalle opere di Charles S. Peirce. Essendo queste ricche di tecnicismi, sottigliezze e sfumature semantiche, mi sembra corretto tradurle in modo che sia possibile ricondurre ogni singola frase a quella del prototesto.

Nell’elaborazione di una strategia traduttiva adeguata è necessario tenere conto, ovviamente, oltre che della dominante e del lettore modello, anche delle considerazioni sullo stile viste al paragrafo 2.1: del testo originale il metatesto dovrà quindi conservare  il lessico settoriale ed il registro alto. Inoltre, dove possibile, dovrà avere una struttura sintattica simile a quella dell’originale.

2.8 Il residuo comunicativo

 

Parlando del residuo comunicativo nella traduzione di On translating Signs, Exploring Text and Semio-translation è necessario innanzitutto ritornare alla scelta dell’autrice, dettata da motivi di “vastità di pubblico”, di scrivere in inglese, vale a dire in una lingua diversa dalla sua lingua madre. Infatti, se la scrittura intesa come processo traduttivo porta inevitabilmente con sé un primo residuo, dato da ciò che non si riesce a tradurre in parole dei propri segni psichici, la scelta della Gorlée di scrivere in una lingua straniera amplifica tale residuo: alla parte di informazione mentale andata perduta nel passaggio dal materiale mentale a quello verbale si somma quella che l’autrice non è riuscita ad esprimere in inglese. La grandezza di quest’ultimo residuo è inversamente proporzionale alla conoscenza della lingua inglese dell’autrice: tanto più la sua conoscenza dell’inglese sarà approfondita, tanto più piccolo sarà il residuo dovuto all’uso di una lingua straniera. Viceversa, se la conoscenza dell’inglese dell’autrice sarà scarsa, il residuo sarà più grande.

È evidente che questo tipo di residuo non caratterizza soltanto il prototesto ma si ripercuote inevitabilmente anche sul metatesto.

Un secondo tipo di residuo, piuttosto consistente, è dovuto alla diversa ampiezza dei campi semantici delle parole inglesi e di quelle italiane. Molte volte infatti i sostantivi inglesi coprono, da soli, un campo semantico tanto vasto che in italiano sarebbero necessarie più parole per riuscire a raggiungerne uno altrettanto ampio.

Si consideri, ad esempio, un sostantivo come speech, che ricorre diverse volte nel testo della Gorlée. Ho riportato qui a titolo esemplificativo tre passi tratti dalle pagine 59 e 61.

 

[…] That these two things should have come to be called by one name, in English, French, and Spanish, a name that in classical Latin means simply, running about, is one of the curious growths of speech. (MS 597:2,c. 1902 citato in Gorlée 2004 : 59)

 

Propositions refer to a series of possibilities in speech, leading to a certain belief in the hearer. (Gorlée 2004 : 59)

 

By categorizing signs not by their material aspects but by the different ways in which they may be meaningful, Peirce conceived of many human languages – speech, gestures, music, and others – […] (Gorlée 2004 : 61)

Nel primo caso ho tradotto speech con «lingua», nel secondo con «discorso» e nel terzo con «il parlato».

Il Cambridge Advance Learner’s Dictionary riporta la seguente definizione di speech:

Definition

speech (SAY WORDS)
noun
1 [U] the ability to talk, the activity of talking, or a piece of spoken language
2 [U] the way a person talks
3 [U] the language used when talking
4 [C] a set of words spoken in a play

speech (FORMAL TALK)
noun [C]
a formal talk given usually to a large number of people on a special occasion

Ad ognuna di queste accezioni di speech corrispondono in italiano uno o più traducenti, i cui campi semantici spesso si sovrappongono. Ad esempio in 1 speech potrebbe essere tradotto con «capacità» o «facoltà di parlare», ma anche con «discorso», in 2 con «parlata», «modo di esprimersi», in 3 con «lingua parlata» e in 4 con «monologo», «discorso» oppure, nell’ultimo caso, con «discorso formale».

È evidente che il traduttore si trova a dover scegliere un solo traducente, alterando in questo modo lo spettro semantico del segno che viene presentato al lettore del metatesto. Infatti, traducendo speech con, ad esempio, «discorso» ottengo uno spettro semantico che, pur avendo una parte in comune con quello del prototesto, assume nella cultura ricevente anche altri significati, non sempre contemplati dall’autrice del prototesto. Ad esempio «discorso» ha come accezioni «colloquio», «conversazione» ma anche «linea di condotta», «linea di orientamento».

In seguito alla scelta del traducente, che è un atto interpretativo, lo spazio ermeneutico si restringe bruscamente per poi dare vita ad un nuovo circuito semiotico coincidente soltanto in parte con quello del prototesto.

 

 

spettro semantico

del prototesto

scelta di un traducente

(restringimento del campo semantico)

spettro semantico del metatesto

colloquio

 

conversazione

 

linea di condotta

 

 

 

 

 


        

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Lo stesso si potrebbe dire per il sostantivo mark, che occorre nella nota 21 a pagina 87 di On translating Signs Exploring Text and Semio-translation:

 

His long list includes many instances of verbal communication, spoken and/or written:”Then we have mark, note, trait, […]”(PW : 194, 1905 citato in Gorlée 2004 : 87)

 

Il Cambridge Advance Learner’s Dictionary riporta la seguente definizione di mark:

 

Definition

mark (SYMBOL)
noun [C]
1 a symbol which is used for giving information:
e.g. I’ve put a mark on the map where I think we should go for a picnic.

2 a written or printed symbol:
e.g. a question mark

mark (REPRESENTATION)
noun [C]
an action which is understood to represent or show a characteristic of a person or thing or feeling:
e.g. He took off his hat as a mark of respect for her dead husband.

mark (JUDGMENT)
noun [C] MAINLY UK
a judgment, expressed as a number or letter, about the quality of a piece of work done at school, college or university

mark (LEVEL)
noun [S]
the intended or desired level:
e.g. Sales have already passed the million mark.

 

Alcuni possibili traducenti di mark potrebbero essere «segno», «marchio», «marca», «voto», «valutazione», «livello», «grado».

Fra tutti questi traducenti ho scelto, coerentemente alla strategia traduttiva messa a punto fondata sul concetto di adeguatezza (paragrafo2.7), quello che più richiama il prototesto, ovvero l’italiano «marchio».

Un secondo tipo di residuo è semantico, ovvero riguarda quei vocaboli appartenenti alla cultura del prototesto che non trova un corrispondente adatto nella lingua italiana.

Si consideri, ad esempio, il sostantivo inglese agency, che occorre alla pagina 66 di On translating Signs Exploring Text and Semio-translation:

As all semiotic signs, the text-sign is a living agency actively seeking to realize itself through some interpreting mind rather than passively waiting to be realized by it, as is the case in linguistic semiotics. (Gorlée 2004 : 66)

 

Trovare una traduzione per il sostantivo «agency» non è stato facile. Infatti, proporre nel metatesto «agenzia» secondo il criterio dell’adeguatezza avrebbe comportato in italiano un residuo traduttivo non indifferente, essendo il primo significato evocato dalla parola «agenzia» quello di «agenzia viaggi». Per meglio comprendere il significato di «agency» nel prototesto sono ricorsa allora all’aiuto dell’autrice stessa, la quale mi ha spiegato che con questo sostantivo intende un’«azione» o un «complesso di atti o azioni». «Agency» deriva infatti dall’inglese actor, inteso non in senso teatrale-cinematografico ma come «colui che produce un effetto» o «agente». Nel metatesto ho perciò tradotto «agency» con «azione».

 

 

2.9 Difficoltà della traduzione

 

Come già accennato al paragrafo 2.5, la scelta dell’autrice di scrivere in inglese, ovvero in una lingua diversa dalla sua lingua madre, influisce sul processo traduttivo, complicandolo. Infatti, oltre ai normali problemi che si incontrano quando si traduce un testo – elaborare una strategia traduttiva adeguata, trovare delle soluzioni alle difficoltà di resa, gestire le parole intraducibili, colmare le differenze, a tutti i livelli, fra source e target language – si evidenzia qui una difficoltà ulteriore: traducendo il testo della Gorlée mi sono infatti trovata di fronte ad un prototesto che, in alcuni punti, è di difficile comprensione. Se questa difficoltà può talvolta essere attribuita alla mia scarsa conoscenza degli argomenti illustrati – che la Gorlée tratta in modo molto approfondito – o all’utilizzo di un registro aulico, o ancora di periodi complessi ed elaborati, altre volte deriva però da un uso molto tecnico delle strutture sintattiche e grammaticali inglesi.

Qui di seguito ho riportato qualche esempio di passi del prototesto la cui comprensione risulta difficoltosa proprio per via di quest’uso tecnico delle strutture linguistiche inglesi.

 

 

2.9.1 Esempi di frasi difficili da capire

 

Peirce referred to the latter’s “Greek text,” saying that “the context of the book calls more emphatically for a charter of very different meaning from that which we read in the present text” and “the meaning that can be attached to the existing text,” written by Aristotle (MS 759: 10-11, c.1906 citato in Gorlée 2004 : 58)

 

In questo passo la reggenza della seconda parte della citazione non è di così immediata comprensione. L’autrice infatti estrapola per ben due volte le parole di Peirce dal loro contesto e cotesto originali, inserendole in un contesto e cotesto nuovi. Ad una prima lettura si è indotti a credere che la seconda parte della citazione, quella che inizia con «the meaning», sia un elemento a sé stante, e soltanto rileggendo attentamente il passo si scopre che è retta dalla preposizione «from».

 

In a Peircean semiotics, […] (Gorlée 2004 : 59)

 

[…], in a Peircean phenomenology, […] (Gorlée 2004 : 61)

 

In questi due passi l’uso dell’articolo indeterminativo, che ad una prima lettura può apparire un po’ innaturale e forzato, è dovuto ad una questione di enfasi: autori diversi hanno sviluppato le loro semiotiche, muovendo però sempre da un terreno comune: Peirce e la sua semiotica. Perciò, servendosi dell’articolo indeterminativo, l’autrice compie una scelta ben precisa, intesa a sottolineare non soltanto che si sta parlando della semiotica di Peirce, ma anche che questa è una semiotica in particolare fra le tante sviluppatesi successivamente.

In italiano verrebbe spontaneo tradurre quest’articolo indeterminativo con uno determinativo: «nella semiotica di Peirce». Così facendo, però, andrebbe persa l’importante sfumatura voluta dall’autrice e si verrebbe meno al criterio dell’adeguatezza.

 

 

 

III

Traduzione

 

Peirce, Text and Sign

 

Peirce, as fin-de-siècle scientist, did occasionally use “text” in a modem sense of the term.17 Nevertheless, in Peirce’s day “text” was commonly used in classical philology, religious studies, and related disciplines, to refer to the words of Greek and Latin authors, and other, preferably “ancient” (CTN: 1: 158, 1892), pieces of writing. These were manuscripts invested with special authority, the Bible especially, and Aristotle’s writings. Peirce referred to the latter’s “Greek text,” saying that “the context of the book calls more emphatically for a chapter of very different meaning from that which we read in the present text” and the “meaning that can be attached to the existing text,” written by Aristotle (MS 759: 10-11, c.1906). This is how Peirce commonly used the term, and likewise this is how his Swiss contemporary, Saussure, spoke of (translated) “written texts” (Saussure [1916] 1959: 1, 7), namely, as objects of commentary and exegesis.

With regard to the modem meaning of text, which we take as the object of research in these pages, Peirce, as a sign-theoretician, used terms such as symbol, discourse, proposition, and argument, thereby addressing himself to purpose of Thirdness, involving the logical properties of the text today. Here it must suffice to characterize briefly the several concepts through which Peirce approached the phenomenon of text: A symbol is a sign requiring intelligent interpretation to become meaningful. It is the agreed-on vehicle of thought, and “all thinking is conducted in signs that are mainly of the same structure as words … , or symbols” (CP: 6.338, c.1909, Peirce’s emphasis). Reasoning – that is, the logical interpretation of signs by signs, whether spoken, written, or otherwise – always takes a discursive form (as opposed to discourse today, as mentioned before). Peirce wrote that

 

Reasoning by our older authors Shakespeare, Milton, etc. is called “discourse of reasoning”, or “discourse” simply. The expression is not yet obsolete in the dialect of philosophers. But “discourse” also means talk, especially


Peirce, testo e segno

 

Peirce, come scienziato fin-de-siècle, usò occasionalmente «testo» in un’accezione moderna del termine.17 Eppure al tempo di Peirce «testo» era usato comunemente in filologia classica, negli studi religiosi e nelle discipline ad essi correlate con riferimento alle parole degli autori greci e latini e ad altri scritti, preferibilmente “antichi” (CTN: 1: 158, 1892). Si trattava di manoscritti investiti di un’autorevolezza speciale, soprattutto la Bibbia e gli scritti di Aristotele. A proposito del «testo greco» di quest’ultimo, Peirce diceva che «il contesto del libro richiede in modo evidente un capitolo di significato molto diverso da quello che leggiamo nel testo attuale» e «dal significato attribuibile al testo esistente» scritto da Aristotele (MS 759: 10-11, c.1906). È in questo modo che Peirce soleva usare questo termine, e analogamente il suo contemporaneo svizzero, Saussure, parlava di «testi scritti» (tradotti) (Saussure [1916] 1959: 1, 7), come di oggetti di commentario e di esegesi.

Per quanto riguarda il significato moderno di «testo», che in queste pagine assurgiamo ad oggetto della nostra indagine, Peirce, da teorico del segno, usava termini quali «simbolo», «discorso», «proposizione» e «argomento» riferendosi così allo scopo della Terzità, coinvolgendo le proprietà logiche del testo inteso in senso moderno. Qui è sufficiente caratterizzare brevemente i diversi concetti con cui Peirce si è accostato al fenomeno del «testo»: un simbolo è un segno che necessita di un’interpretazione intelligente per poter assumere significato. E’ il veicolo convenuto del pensiero, e «tutto il pensiero viene condotto in segni che fondamentalmente presentano la stessa struttura delle parole […], o simboli» (CP: 6.338, c.1909, corsivo di Peirce).

Il ragionamento – ovvero l’interpretazione logica dei segni attraverso i segni, siano essi orali, scritti o di altra natura – assume sempre una forma discorsiva (in contrapposizione al discorso oggi, come accennato prima). Peirce scriveva che

 

Il ragionamento è chiamato, dai nostri autori antichi come Shakespeare, Milton ecc…«discorso di ragionamento» o semplicemente «discorso». Quest’espressione non è ancora caduta in disuso nel dialetto dei filosofi. Ma «discorso» significa anche conversazione, specialmente


talk monopolized. That these two things, reasoning and talk, should have come to be called by one name, in English, French, and Spanish, a name that in classical Latin means simply, running about, is one of the curious growths of speech. (MS 597:2,c. 1902)

 

However, Peirce hastened to add to this that discourse, or reasoning, is “communication”, and hence not “a sort of talk with oneself … addressed to oneself” (MS 597: 3, c.1902), but a dialogue addressed to some real or fictional receiver or interpreter.

Peirce stated that “discourse consists of arguments, composed of propositions, and they of general terms, relative and non-relative, of singular names, and of something that may be called copulas, of relative pronouns, etc. according to the family of speech that one compares the discourse to …” (MS 939: 27, 1905). Accordingly, a “proposition” is, for Peirce, “any product of language, which has the form that adapts it to instilling belief into the mind of the person addressed, supposing him to have confidence in its utterer” (MS 664: 8, 1910). A proposition “may relate to several such universes” such as “‘No admittance except on business,’ over a door is a general proposition, but it relates to that door” and “if I say ‘Hamlet’s purposes were sometimes undecided,’ I refer to the fictions created by Shakespeare,” whereas “the proposition ‘all men are mortal,’ refers to the actual universe” (MS 789: 7, 3, 5, 6, n.d.). Proposition refers to a series of possibilities in speech, leading to a certain belief in the hearer. In what Peirce called argument, “[c]ertain facts are stated in such a way as to convince a person of the reality of a certain truth, that is, the argumentation is designed to determine in his mind a representation of that truth” (MS 599: 43, c. 1902). Applied to written texts, the concepts of symbol, discourse, proposition, argument, inter alia enable us to deal logically (that is, semiotically) with the text as a device for verbal definition, suggestion, persuasion, instruction, and other forms of communication deviced through words in a particular language which speaker and hearer have in common. Firstly, it is necessary to consider the text as a material object. Construed in Peircean terms, it is a sign and, more specifically, a verbal sign.

 

 

 


conversazione, specialmente conversazione monopolizzata. Che queste due cose, ragionamento e conversazione, siano giunte ad essere chiamate con un solo nome in inglese, in francese, in spagnolo, un nome che in latino classico significa semplicemente «correre qua e là», è uno dei curiosi sviluppi della lingua. (MS 597:2, c. 1902)

 

Ad ogni modo Peirce si affrettò ad aggiungere che il discorso, o ragionamento, è «comunicazione» e pertanto non «una sorta di conversazione fra sé […] rivolta a sé stessi» (MS 597: 3, c.1902), bensì un dialogo rivolto ad un ricevente o interprete reale o finzionale.

Peirce affermava che «il discorso consiste di argomenti, che si compongono di proposizioni, e queste di termini generali, relativi e non, di nomi singolari e di cose che potrebbero essere chiamate «copule», di pronomi relativi, ecc… a seconda della famiglia linguistica con cui si confronta il discorso […]» (MS 939: 27, 1905). Pertanto per Peirce una «proposizione» è «un qualsiasi prodotto linguistico la cui forma lo renda adatto ad instillare convincimento nella mente della persona cui si rivolge, supponendo che questi si fidi dell’enunciatore» (MS 664: 8, 1910). Una proposizione «può riferirsi a svariati universi come questo» come «”Vietato l’ingresso ai non addetti” su una porta è una proposizione generale, ma si riferisce a quella porta» e «se dico “A volte i propositi di Amleto erano incerti”, mi riferisco ai mondi finzionali immaginati da Shakespeare» mentre «la proposizione “tutti gli uomini sono mortali” si riferisce all’universo reale» (MS 789: 7, 3, 5, 6, n.d.). Una proposizione si riferisce ad una serie di possibilità nel discorso che portano ad un certo grado di convincimento in chi ascolta. In ciò che Peirce chiamava «argomento» «certi fatti sono enunciati in modo tale da convincere una persona della realtà di una certa verità, vale a dire l’argomentazione è studiata per determinare nella sua mente una rappresentazione di quella verità» (MS 599: 43, c.1902).

Applicati ai testi scritti i concetti di «simbolo», «discorso», «proposizione», «argomento» ci permettono, fra l’altro, di trattare il testo in modo logico (cioè semiotico) come uno strumento per la definizione, la suggestione, la persuasione, l’istruzione e per altre forme di comunicazione verbale in una certa lingua che il parlante e l’ascoltatore hanno in comune. Innanzitutto è necessario considerare il testo come un oggetto materiale. Tradotto in termini peirceiani è un segno e, più nello specifico, un segno verbale.


As a sign it must be seen on a par with all other objects which in Peirce’s logic are susceptible of signhood.

In a Peircean semiotics, anything – any feeling, object, event, phenomenon, concept, etc. – can, observed in certain circumstances, become a semiotic sign. A sign signifies, and thus survives, because it has some quality or distinctive property which turn it into a sign to somebody or something. This implies that a sign must be somehow puzzling, interesting, intriguing, or otherwise require someone’s special attention, by suggesting that it means something other than itself, thereby inviting, even requiring some explanation. For me, a semiotic translation-theoretician, this new information is a translation of the primary sign.

Max Fisch underscores that “Peirce’s general theory of signs is so general as to entail that, whatever else anything may be, it is also a sign” (Fisch 1983: 56). According to Peirce, “Signs in general [are] a class which includes pictures, symptoms, words, sentences, books, libraries, signals, orders of command, microscopes, legislative representatives, musical concertos, performances of these…” (MS 634: 18, 1909). In short, “A sign is any sort of thing” (MS 800: 2, [1903?], provided it is an interesting or puzzling “representation” to someone or something, and thus “stands for something to the idea which it produces, or modifies. Or it is a vehicle conveying into the mind something from without” (NEM: 4: 309, 1895), that is to say, something in the world. 18

Peircean scholars have frequently commented on the fact that Peirce’s concept of sign is very broad; at any rate, much broader than and emcompassing all other semioticians’s conceptions of signhood. According to Greenlee, it is “deliberately broad” (1973:24), but not just for the sake of broadness. We must note Peirce’s own affirmation that it “is a very broad conception, but the whole breath of it is pertinent to logic” (NEM: 3: 233, 1909). Indeed, despite Peirce’s numerous definitions and redefinitions of the sign throughout his intellectual career19, he never abandoned the broadness of its scope; nor did he change the essence of the logical properties of the sign as “something, A, which denotes some fact or object, B, to some interpretant thought, C” (CP: 1.346, 1903).


In quanto segno deve essere visto alla pari di tutti gli altri oggetti che nella logica di Peirce sono suscettibili di segnità. In una semiotica di Peirce qualunque cosa – qualsiasi sentimento, oggetto, evento, fenomeno, concetto ecc… – può, osservata in certe circostanze, divenire un segno semiotico. Un segno significa, e quindi sopravvive, perché possiede una qualche qualità o proprietà distintiva che lo trasforma in un segno per qualcuno o qualcosa. Ciò implica che un segno deve in qualche modo disorientare, interessare, intrigare, o deve richiedere l’attenzione speciale di qualcuno in altro modo, suggerendo che significa qualcosa di diverso da sé e in questo modo invitando, richiedendo addirittura una qualche spiegazione. Per me, teorica della semiotica della traduzione, questa nuova informazione è una traduzione del segno primario.

Max Fisch sottolinea che «la teoria generale dei segni di Peirce è tanto generale da implicare che una cosa qualsiasi, qualunque altra cosa possa essere, è anche un segno» (Fisch 1983: 56). Secondo Peirce «I segni in generale [sono] una classe che include figure, sintomi, parole, frasi, libri, biblioteche, segnali, comandi, microscopi, rappresentanti legislativi, concerti musicali, le esecuzioni di questi […]» (MS 634: 18, 1909). In breve, «Un segno è qualsiasi cosa» (MS 800: 2, [1903?], a condizione che sia una «rappresentazione» interessante o disorientante per qualcuno o qualcosa e dunque «che stia per qualcosa all’idea che produce o modifica. Oppure è un veicolo che trasporta nella mente qualcosa dall’esterno» (NEM: 4: 309, 1895), vale a dire è qualcosa nel mondo. 18

Gli studiosi di Peirce spesso hanno osservato che il concetto peirceiano di segno è molto ampio; in ogni caso molto più ampio dei concetti di segnità di tutti gli altri semiotici e comprensivo di tutti questi. Secondo Greenlee è «volutamente ampio» (1973:24), ma non soltanto per amore dell’ampiezza. Dobbiamo sottolineare l’affermazione di Peirce stesso che «è una concezione molto ampia ma il suo respiro è interamente pertinente alla logica» (NEM: 3: 233, 1909). In effetti Peirce, nonostante avesse definito e ridefinito il segno diverse volte nel corso della sua carriera intellettuale19, non abbandonò mai l’ampiezza della sua portata; e nemmeno cambiò l’essenza delle proprietà logiche del segno come «qualcosa, A, che denota un certo fatto o oggetto, B, per un certo pensiero interpretante, C» (CP: 1.346, 1903).


There is substantial evidence from Peirce’s work that he took a keen interest in language and linguistics, in addition to many other fields of research, theoretical and applied. Peirce’s numerous linguistically-oriented essays, the first of which was his 1865 Harvard Lecture I (W: 1: 162ff., 1865), manifest a deeply-felt concern with language as a logical sign system, which for Peirce meant a semiotic sign system. This interest manifests itself most promently in Peirce’s later period (from 1902), when the idea of a phenomenology governed by the three modes of being – Firstness, Secondness, Thirdness – had crystallized deeply in the philosopher’s mind. Unlike phenomenology in the more customary sense, Peirce viewed it as the phenomenological science that studies “the collective total of all that is in any way present to the mind, quite regardless of whether it corresponds to any real thing or not” (CP: 1.284, 1905).

The object of study can thus be, in a Peircean phenomenology, all that can possibly be perceived or thought. Thus we find linguistic phenomena rubbing shoulders with the myriad phenomena of a non-linguistic nature which catch the attention of the seer, listener, reader and interpreter. Peirce’s doctrine of the three categories provides a means of dealing with all such phenomena, without discrimination, though not equally. To place Peirce’s thought under the banner of philosophy of language is, nevertheless, a serious misconstrual of the facts, because it would fail to do justice to the universal scope of Peirce’s logic. This is brought out beautifully by Jakobson, thus:

 

Peirce’s semiotic edifice encloses the whole multiplicity of significative phenomena, whether a knock at the door, a footprint, a spontaneous cry, a painting or a musical score, a conversation, a silent meditation, a piece of writing, a syllogism, an algebraic equation, a geometric diagram, a weather vane, or a simple bookmark. The comparative study of several sign systems carried out by the researcher revealed the fundamental convergences and divergences which had as yet remained unnoticed. Peirce’s works demonstrate a particular perspicacity when he deals with the categoric nature of language in the phonic, grammatical and lexical aspects of words as well as in their arrangement within clauses, and in the implementation of the clauses with respect to the utterances. At the same time, the author realizes that his research “must extend over the whole of general Semeiotic,” and warns his


Nell’opera di Peirce vi sono prove sostanziali del suo vivo interesse per la lingua e la linguistica, oltre che per molti altri ambiti di ricerca, sia teorici che applicativi. I numerosi saggi di Peirce orientati verso la linguistica, il primo dei quali fu il suo Harvard Lecture I del 1865 (W: 1: 162 sg., 1865), rivelano una profonda preoccupazione per la lingua in quanto sistema segnico logico, che per Peirce voleva dire sistema di segni semiotico. Questo interesse si manifesta massimamente nell’ultimo periodo peirceiano (a partire dal 1902), quando l’idea di una fenomenologia governata dai tre modi di essere – Primità, Secondità, Terzità – si era profondamente cristallizzata nella mente del filosofo. Diversamente dalla fenomenologia in senso più tradizionale, Peirce la vedeva come la scienza fenomenologica che studia «il totale collettivo di tutto ciò che è presente nella mente in qualsiasi modo, senza tener conto del fatto che corrisponda o meno a una cosa reale» (CP: 1.284, 1905).

Pertanto, in una fenomenologia peirceiana, l’oggetto di studio può essere tutto ciò che sia dato di percepire o di pensare. Di conseguenza troviamo fenomeni linguistici che vengono a contatto con la miriade di fenomeni di natura non linguistica che attirano l’attenzione di chi vede, di chi ascolta, di chi legge e di chi interpreta. La dottrina peirceiana delle tre categorie fornisce gli strumenti per trattare tutti i fenomeni di questo tipo senza discriminazione, sebbene non allo stesso modo. Nondimeno collocare il pensiero di Peirce sotto il nome di filosofia del linguaggio è un grave errore di interpretazione dei fatti, poiché si manca di rendere giustizia alla portata universale della logica di Peirce. Ciò viene messo bene in risalto da Jakobson, in questo modo:

 

L’edificio semiotico di Peirce racchiude l’intera molteplicità dei fenomeni significativi, siano essi una bussata alla porta, un’impronta, un grido spontaneo, un dipinto o uno spartito musicale, una conversazione, una meditazione silenziosa, uno scritto, un sillogismo, un’equazione algebrica, un diagramma geometrico, un segnavento o un semplice segnalibro. Lo studio comparato di diversi sistemi segnici condotto da Peirce ha rivelato le fondamentali convergenze e divergenze che finora erano rimaste inosservate. Le opere di Peirce dimostrano una particolare perspicacia quando l’autore tratta la natura categorica della lingua negli aspetti fonici, grammaticali e lessicali delle parole così come nella loro disposizione all’interno delle proposizioni e nella realizzazione delle proposizioni in relazione agli enunciati. Al contempo Peirce comprende che la sua ricerca «deve estendersi a tutta la Semiotica generale» e mette in guardia la sua


epistolary interlocutor, Lady Welby: “Perhaps you are in danger of falling into some error in consequence of limiting your studies so much to Language.” (Jakobson 1987: 442)

 

By categorizing signs not by their material aspects but by the different ways in which they may be meaningful, Peirce conceived of many human languages – speech, gestures, music, and others – in which experience may be communicated. Language, consisting of verbal signs is, of course, pivotal among these languages. Peirce said that “By a ‘verbal sign I mean a word, sentence, book, library, literature, language, or anything else composed of words” (MS 318: 239,1907) 20. This list, from Peirce’s later period, is nearly echoic of earlier enumerations, such as “words and phrases, and speeches, and books, and libraries” (MS 404: 5, 1893). As Fisch interprets Peirce,

 

It goes without saying that words are signs; and it goes almost without saying that phrases, clauses, sentences, speeches, and extended conversations are signs. So are poems, essays, short stories, novels, orations, plays, operas, journal articles, scientific reports, and mathematical demonstrations. So a sign may be a constituent part of a more complex sign, and all the constituent parts of a complex sign are signs. (Fisch 1983:56-57)

 

Scattered throughout Peirce’s works are numerous references to, and discussions of discourse in the form of written signs of all kinds, from isolated simple word-signs to complex verbal structures. For instance, the words “witch” (MS 634: 7, 1909), “Hi!” (MS 1135: 10, [18951]1896), “runs” (MS 318: 72, 1907), and “whatever” (CP: 8.350, 1908) are for Peirce signs; so is “the word ‘man’ [which] as printed, has three letters; these letters have certain shapes, and are black” (W: 3: 62, 1873; cf. MS 9: 2, 1904). Peirce considered as a semiotic sign “[a]ny ordinary word, as ‘give’, bird’, ‘marriage'” (CP: 2.298, 1893) 21 and combinations of words, such as “all but one”, “twothirds of”, “on the right (or left) of” (CP: 2.289-2.290, c.1893).

In his writings, Peirce further presented and analyzed many sentence-signs, both grammatically complete or elliptic, such as “Napoleon was a liar” (MS 229C: 505, 1905), “King Edward is ill” (MS


interlocutrice epistolare, Lady Welby:«Forse state rischiando di cadere in un qualche errore poiché limitate i vostri studi così tanto alla Lingua» (Jakobson 1987: 442).

 

Categorizzando i segni non a seconda dei loro aspetti materiali ma secondo i diversi modi in cui possono essere significativi, Peirce concepiva molti linguaggi umani – il parlato, i gesti, la musica e altri – attraverso cui l’esperienza può essere comunicata. La lingua, consistendo di segni verbali, riveste certamente un ruolo cruciale fra questi linguaggi. Peirce diceva che «Per “segno verbale” intendo una parola, un periodo, un libro, una biblioteca, una letteratura, una lingua o qualsiasi altra cosa fatta di parole» (MS 318; 239, 1907) 20. Questa lista, dall’ultimo periodo peirceiano, è quasi un’eco delle enumerazioni precedenti come «parole e frasi, e discorsi, e libri e biblioteche» (MS 404: 5, 1893). Come Fisch interpreta Peirce,

 

Va da sé che le parole sono segni; e va quasi da sé che le frasi, le proposizioni, i periodi, i discorsi e le conversazioni lunghe sono segni. Lo sono anche le poesie, i saggi, le novelle, i romanzi, le orazioni, le opere teatrali, quelle liriche, gli articoli di giornale, le relazioni scientifiche e le dimostrazioni matematiche. Così un segno può essere una parte costitutiva di un segno più complesso e tutte le parti costitutive di un segno complesso sono segni. (Fisch 1983:56-57)

 

Nelle opere di Peirce sono disseminati numerosi riferimenti al discorso e discussioni sottoforma di segni scritti di tutti i tipi, da semplici segni-parole isolati a complesse strutture verbali. Ad esempio per Peirce le parole «witch» (MS 634: 7, 1909), «Hi!» (MS 1135: 10, [1895] 1896), «runs» (MS 318: 72, 1907) e «wathever» (CP: 8.350, 1908) sono segni; anche «la parola “man” che, così stampata, si compone di tre lettere, è un segno; queste lettere hanno determinate forme e sono nere» (W: 3: 62, 1873; cf. MS 9: 2, 1904). Peirce considerava segno semiotico «qualsiasi parola comune come “give”, “bird”, “marriage”» (CP: 2.298, 1983) 21 e combinazioni di parole come «all but one», «twothirds of», «on the right (or left) of» (CP: 2.289-2.290, c.1893).

Nei suoi scritti Peirce presentò ed analizzò ulteriormente molti segni-frasi, sia grammaticalmente completi che ellittici, come «Napoleon was a liar» (MS 229C: 505, 1905), «King Edward is ill» (MS


800: 5, [1903?]), “Fine day!” (MS 318: 69, 1907), “Let Kax denote a gas furnace” (CP: 7.50, 1867), “Burnt child shuns fire” (MS 318: 154-155, 1907), and “Any man will die” “(MS 318: 74, 1907). By the same token, Peirce wrote that “If – then –––”, “––– causes ––– “. ” ––– would be –––”, and ” ––– is relative to – for ––– ” are “among linguistic signs” (CP: 8.350, 1908). Peirce’s favorite examples of sentence-signs were perhaps, chronologically, “This stove is black” (e.g., CP: 1.551, 1867), the military command “Ground arms!” (e.g., CP: 5.473, 1907 and MS 318: 37, 175, 214, 244, 1907), and “Cain killed Abel” (e.g., NEM: 3: . 839, 1909 and CP: 2.230, 1910), all of these repeatedly used by Peirce as illustrative logical examples.

Pieces of discursive writing (that is, texts) are signs. Though a sentence may sometimes be a text in itself, texts are more commonly combinations of sentences, complex signs that in turn consist of signs, which again consist of signs. This may be exemplified by the syllogism, understood as a compound sign built up, logically as well as linguistically, of three subsigns, which are in turn divisible, and which lead to a result: “All conquerors are Butchers / Napoleon is a conqueror / [therefore] Napoleon is a butcher” (W: 1: 164, 1865). The theater directory and the weather forecast published in the newspaper are, for Peirce, predictive signs (MS 634: 23, 1909); so are “the books of a bank” (MS 318: 58, 1907) and “an old MS. letter … which gives some details about … the great fire of London” (MS 318: 65, 1907). As a further example of a verbal text-sign mentioned by Peirce we might finally mention “Goethe’s book on the Theory of Colors … made up of letters, words, sentences, paragraphs, etc.” (MS 7: 18, 1904).

 

Text and Semiosis

 

All linguistic signs, regardless of size or complexity, are first and foremost signs of Thirdness: Peirce’s symbolic signs (see CP: 5.73, 1903). “All words, sentences, books and other conventional signs are Symbols” (CP: 2.292, c.1902). They stand for the intended object not because they have a qualitative or structural similarity to it, which would make them iconic signs; nor are they physically or causally connected with their object, as is the case of indexical signs. A symbolic sign


800: 5, [1903?], «Fine day!» (MS 318: 69, 1907), «Let Kax denote a gas furnace» (CP: 7.50, 1867), «Burnt child shuns fire» (MS 318: 154-155, 1907) e «Any man will die» (MS 318: 74, 1907). Analogamente Peirce scrisse che «If – then –––», «––– causes –––». «––– would be –––», e «––– is relative to – for –––» sono «fra i segni linguistici» (CP: 8.350, 1908). Gli esempi di segni-frasi preferiti da Peirce erano forse, cronologicamente, «This stove is black» (ad esempio CP: 1.551, 1867), il comando militare «Ground arms!» (ad esempio CP: 5.473, 1907 e MS 318: 37, 175, 214, 244, 1907) e «Cain killed Abel» (ad esempio NEM: 3: 839, 1909 e CP: 2.230, 1910), tutti ripetutamente usati da Peirce come esempi illustrativi logici.

I pezzi di scritto discorsivo (cioè i testi) sono segni. Sebbene a volte un periodo possa essere un testo di per sé, più comunemente i testi sono combinazioni di periodi, segni complessi che a loro volta sono fatti di segni, che ancora si compongono di segni. Lo si potrebbe esemplificare attraverso il sillogismo, inteso come un segno composto costituito, sia a livello logico che linguistico, da tre sottosegni, che a loro volta sono divisibili e che conducono ad un risultato:«All conquerors are butchers / Napoleon is a conqueror / [therefore] Napoleon is a butcher» (W: 1: 164, 1865). Per Peirce la pagina dei teatri e le previsioni del tempo pubblicate sul giornale sono segni predittivi (MS 634: 23, 1909); lo stesso dicasi per « le scritture contabili di una banca» (MS 318: 58, 1907) e per «una vecchia lettera manoscritta […] che fornisce alcuni dettagli sul […] grande incendio di Londra» (MS 318: 65, 1907). Come ulteriore esempio di segno-testo verbale menzionato da Peirce potremmo infine citare il «libro di Goethe sulla teoria dei colori […] fatto di lettere, parole, periodi, paragrafi ecc…» (MS 7: 18, 1904).

 

Testo e semiosi

 

Tutti i segni linguistici, indipendentemente dalla loro ampiezza o complessità, sono innanzitutto segni di Terzità: i segni simbolici di Peirce (vedi CP: 5.73, 1903). «Tutte le parole, i periodi, i libri e gli altri segni convenzionali sono Simboli» (CP: 2.292, c.1902). Stanno per l’oggetto inteso non perché vi somiglino qualitativamente o strutturalmente, cosa che li renderebbe segni iconici; e nemmeno perché si ricollegano al loro oggetto fisicamente o causalmente, come nel caso dei segni indicali. Un segno

is a sign “simply because it will be understood to be a sign” (MS 307: 15, 1903) and it “is applicable to whatever may be found to realize the idea connected [with it]” (CP: 2.298, 1893). As Thirds, symbolic signs only function fully in a triadic sign relation that includes the sign itself, the object it stands for, and the sign in which the “first” sign is interpreted, its interpretant:

 

If this triple relation is not of a degenerate species, the sign is related to its object only in consequence of a mental association, and depends upon habit. Such signs are always abstract and general, because habits are general rules to which the organism has become subjected. They are, for the most part, conventional or arbitrary. They include all general words, the main body of speech, and any mode of conveying a judgment. (CP:3.13, 1867)

 

“Habit” must here be understood in the Peircean sense: not as something fixed once and for all, but, on the contrary, as a flexible rule of procedure adopted for the practical purpose of successfully interpreting a sign. All signs that not only deal with feeling (Firstness) nor with action (Secondness) but with thought (Thirdness), namely Peirce’s “intellectual concepts” (CP: 5.467, 1907), are in this sense habitual. The understanding and interpretation of linguistic signs is an intellectual, cognitive activity, and linguistic signs are therefore a habit-bound, rule-governed activity22.

Nevertheless, the rule must always be conceived as being ultimately based upon some deliberate resolution adopted by the language users to give certain linguistic signs certain meanings. This in turn implies that language users as a group may also at any point decide to change the rules, and “new” rules may be over-ruled in their turn by any subsequent decision. As repeatedly argued by Thomas Sebeok, change is essential to the verbal sign, including the constant change in all human languages. This is a crucial concept for the development of translation studies. The concept of the linguistic sign as an ad hoc rule of procedure would seemingly make it into an arbitrary entity, one which, paradoxically,


simbolico è un segno «semplicemente perché sarà compreso come tale» (MS 307: 15, 1903) ed «è applicabile a qualsiasi cosa possa comprendere l’idea [ad esso] connessa» (CP: 2.298, 1893). In quanto terzi, i segni simbolici funzionano pienamente soltanto in una relazione segnica triadica che include il segno stesso, l’oggetto che rappresenta e il segno in cui il “primo” segno è interpretato, il suo interpretante:

 

Se questa relazione tripla non è di specie degenere, il segno è correlato al suo oggetto solo a seguito di un’associazione mentale e dipende dall’abitudine. Tali segni sono sempre astratti e generali, essendo le abitudini regole generali cui l’organismo è divenuto soggetto. Sono, per la maggior parte, convenzionali o arbitrari. Comprendono tutte le parole generali, buona parte del vocabolario comune e tutti i modi di esprimere un giudizio. (CP:3.13, 1867)

 

«Abitudine» deve essere qui intesa in senso peirceiano: non come qualcosa di stabilito una volta per tutte ma, al contrario, come una flessibile norma procedurale adottata allo scopo pratico di interpretare correttamente un segno. Tutti i segni che non solo hanno a che vedere con il sentire (Primità), e neppure con l’azione (Secondità) bensì con il pensiero (Terzità), ovvero i «concetti intellettuali» di Peirce (CP: 5.467, 1907), sono in questo senso abituali. La comprensione e l’interpretazione dei segni linguistici è un’attività intellettuale, cognitiva e dunque i segni linguistici sono un’attività vincolata dall’abitudine e governata dalla regola22.

Tuttavia la norma dev’essere sempre concepita come fondata, in definitiva, su una qualche decisione deliberatamente presa dai parlanti per conferire a determinati segni determinati significati. Questo a sua volta implica che i parlanti come gruppo possano anche decidere, in qualsiasi momento, di cambiare le regole, e le “nuove” regole possono a loro volta essere invalidate da qualsiasi decisione successiva. Come ripetutamente affermato da Thomas Sebeok, il cambiamento è essenziale al segno verbale, compreso il costante cambiamento in tutte le lingue umane. Questo è un concetto cruciale per lo sviluppo delle ricerche traduttologiche. Il concetto di segno linguistico come norma di procedimento ad hoc sembrerebbe trasformarlo in un’entità arbitraria, un’entità che, paradossalmente,


would be unsuitable for efficient communication. The fact is, however, that the linguistic sign is both habit-bound and at the same time conventional, inasmuch as a word, sentence, or text can only function as a means of communication if the rule or habit is, to some extent, agreed upon by a consensus among the community of language users.

In order to communicate its message the text-sign must function in a tripartite, sign-object-interpretant relation called semiosis. Semiosis as Peirce conceived it, seems to be both the action of the sign itself and the process of interpretation. These are in fact two aspects of the same activity, because a sign is only capable of producing an interpretant in a thinking mind if it is an element of a triadic relation. Only the interpretant constitutes a real thought­-sign, as opposed to the “quasi-sign” which is governed by “automatic regulation” (CP: 5.473, 1907) between sign and object. In a dyadic sign relation the sign is “physically connected with its object; they make an organic pair, but the interpreting mind has nothing to do with this connection, except remarking it, after it is established” (CP: 2.299, c.1902). In order to be meaningful, a non-triadic sign does not require intelligent interpretation – that is, an interpretation which is at the same time habitual and habit-changing, conventional and creative –, either because the sign immediately exhibits its meaning or because it directly points toward it. That there is no real logical action in the interpretation of a one-place, iconic sign, should be clear; but the two-place, indexical sign equaly disqualifies itself from semiosis, because it signifies its object either by law or by “brute force with no element of inherent reasonableness” (CP: 6.329, c.1909).

Peirce emphasized explicitly that by semiosis he meant “an action, or influence, which is, or involves, a cooperation of three subjects, such as a sign, its object, and its interpretant, this tri-relative influence not being in any way resolvable between pairs” (CP: 5.484, 1907, Peirce’s emphasis). Text semiosis means that it is essential for the text-sign to embody ideas, thoughts, a message, because they are what the text is about: its object, the contents of the text. However, it is not sufficient for a text-sign to have a meaning-content; it must be recognized, identified, and interpreted as such in order to operate as a full-fledged symbolic sign. It may on occasion


sarebbe inadeguata ad una comunicazione efficace. Il fatto è, comunque, che il segno linguistico è sia vincolato dalla convenzione che convenzionale allo stesso tempo, poiché una parola, un periodo o un testo possono funzionare come mezzi di comunicazione soltanto se la regola o abitudine è concordata, in una certa misura, fra la comunità dei parlanti.

Per poter comunicare il suo messaggio il segno-testo deve funzionare in una relazione tripartita segno – oggetto – interpretante chiamata «semiosi». Come la intendeva Peirce la semiosi sembra essere sia l’azione del segno stesso che il processo della sua interpretazione. Questi sono in realtà due aspetti della stessa attività, in quanto un segno può produrre un interpretante in una mente pensante solo se è un elemento di una relazione triadica. Solo l’interpretante costituisce un vero segno-pensiero, in contrapposizione al «quasi-segno», che è governato dalla «regolazione automatica» (CP: 5.473, 1907) fra segno e oggetto. In una relazione segnica diadica il segno è «fisicamente correlato al suo oggetto; costituiscono una coppia organica ma la mente interpretante non ha niente a che fare con questa relazione, a parte commentarla dopo che è stata instaurata» (CP: 2.299, c.1902). Per poter essere significativo, un segno non triadico non richiede un’interpretazione intelligente – vale a dire un’interpretazione che è allo stesso tempo abituale e suscettibile di modificare l’abitudine, convenzionale e creativa –, o perché il segno manifesta immediatamente il suo significato o perché lo indica direttamente. Che non c’è una reale azione logica nell’interpretazione di un segno iconico, primo, dovrebbe essere chiaro; ma similmente il segno indicale, secondo, si esclude dalla semiosi in quanto significa il suo oggetto o attraverso una legge o con «la forza bruta senza nessun elemento di ragionevolezza intrinseca» (CP: 6.329, c.1909).

Peirce sottolineò esplicitamente che per semiosi intendeva «un’azione o influenza che è, o comporta, una collaborazione di tre soggetti, come un segno, il suo oggetto ed il suo interpretante, senza che questa influenza tri-relativa sia in alcun modo risolvibile fra coppie» (CP: 5.484, 1907, corsivo di Peirce). Semiosi testuale significa che per il segno-testo è essenziale incarnare idee, pensieri, un messaggio, perché sono ciò di cui il testo tratta: il suo oggetto, i contenuti del testo. Tuttavia per un segno-testo non è sufficiente avere un contenuto in termini di significato; dev’essere riconosciuto, identificato ed interpretato come tale per poter operare a pieno titolo come un segno simbolico. Di tanto


even be misunderstood or manipulated, because from a strictly Peircean perspective the nature of the interpretation produced is, in the final analysis, as irrelevant as is the person of the individual interpreter. The text-sign itself is endowed with a power which, coming from the object and ultimately referring back to it, must in order to realize its full semiotic effect, appeal forward through it (the sign) to what is potentially an endless series of interpretant signs, each one interpreting the one preceding it. Textual semiosis teaches that the meaning of the text-sign is not necessarily identical with the prima facie object which the text refers to, but rather with the rule or habit (its interpretant) by which one would, under certain conditions, read, understand, and interpret it.

This suggestion for translation studies and its survival can be illustrated by Peirce’s account from the “life” of one text-sign, thus:

 

Take, for example, that sentence of Patrick Henry which, at the time of our Revolution, was repeated by every man to his neighbor: “Three millions of people, armed in the holy cause of Liberty, and in such a country as we possess, are invincible against any force that the ennemy can bring against us.” Those words represent this cha­racter of the general law of nature. They might have produced effects indefinitely transcending any that circumstances allowed them to produce. It might, for example, have happened that some American schoolboy, sailing as a passenger in the Pacific Ocean, should have idly written down those words on a slip of paper. The paper might have been tossed overboard and might have been picked up by some Jagala on a beach of the island of Luzon; and if he had them translated to him, they might easily have passed from mouth to mouth there as they did in this country, and with similar effect. (CP: 5.105, 1902)

 

The history of Henry’s pronouncement is, at least potentially, the life history of all text-signs. Texts need to receive a real or potential interpretation in order to be able to operate as signs in different spatial and/or temporal settings. That is to say, they must be meaningful (signifying) in shifting semiosic relations to the listeners, readers, etc. If a combination of verbal signs does not draw the attention toward itself as a sign and does not manifest itself as mediating between what it can mean and what it is interpreted to mean,


in tanto può addirittura essere frainteso o manipolato, perché da una prospettiva strettamente peirceiana la natura dell’interpretazione prodotta è, in ultima analisi, tanto irrilevante quanto la persona del singolo interprete. Il segno-testo stesso è dotato di un potere che, derivando dall’oggetto e in definitiva riferendovisi nuovamente, deve, per realizzare appieno il suo effetto semiotico, appellarsi attraverso il segno a ciò che potenzialmente è una serie infinita di segni interpretanti, nella quale ciascun segno interpreta quello che lo precede. La semiosi testuale insegna che il significato del segno-testo non è necessariamente identico all’oggetto prima facie a cui il testo si riferisce, bensì alla regola o abitudine (il suo interpretante) attraverso cui, in determinate condizioni, lo si leggerebbe, comprenderebbe ed interpreterebbe.

Questo suggerimento per la traduttologia e la sua sopravvivenza può essere illustrato dalla spiegazione di Peirce tratta dalla “vita” di un segno-testo in questo modo:

 

Si prenda, ad esempio, quella frase di Patrick Henry che, al tempo della nostra Rivoluzione, fu ripetuta da ogni uomo al proprio vicino:«Tre milioni di uomini, armati nella santa causa della Libertà, e in una terra tale come quella che possediamo, sono invincibili contro qualunque forza il nemico possa opporci». Quelle parole rappresentano questo carattere della legge generale di natura. Possono aver prodotto effetti che trascendono in modo indefinito qualsiasi effetto le circostanze hanno permesso loro di avere.

Ad esempio potrebbe essere accaduto che un qualche scolaro americano, passeggero di una nave sull’Oceano Pacifico, abbia casualmente scritto quelle parole su un foglietto. Il foglietto potrebbe essere stato scagliato in mare ed essere stato raccolto da un qualche Jagala su una spiaggia dell’isola di Luzon; e se gliele avesse tradotte queste parole sarebbero facilmente passate di bocca in bocca, lì come avevano fatto in questo Paese, sortendo un effetto simile. (CP: 5.105, 1902)

 

La storia dell’affermazione di Henry è, almeno potenzialmente, la storia della vita di tutti i segni-testi. I testi necessitano di ricevere un’interpretazione reale o potenziale per poter operare come segni in diversi ambienti spaziali e/o temporali. In altre parole devono poter essere significativi in relazioni semiotiche variabili per chi ascolta, chi legge, ecc… Se una combinazione di segni verbali non attira l’attenzione su di sé come segno e non si manifesta come mediatrice fra ciò che può significare e ciò che significa dopo essere stata


it remains a non-text. A text which, when transplanted in time and/or place, loses its power to appeal to an interpreting mind, becomes thereby a non-semiosic, dead entity. From the perspective of Peircean semiotics, the text-sign is characterized by endless and unlimited semiosis, by the ongoing process of growth through interpretation. What keeps the text-sign alive is precisely that it elicits an interpretant again and again, and that these interpretants (and the interpretants of the interpretants) are not only rule-governed entities but also, virtually or really, rule-changing and rule-creating new activities.

It is apparent that for Peirce, a written text was a complex verbal sign partaking of the basic properties common to semiotic signhood. Unfortunately, the significance of his theory for a text-semiotics, Peirce’s textology, will require some interpretive extrapolation. We shall soon get to that. But first let us make sure that, from the foregoing arguments, the following is clear: a Peirce-based text-semiotics must be dramatically different from other sign-theoretical text-theories, particularly from those based on Saussure’s text-theories. As opposed to French semiology, with its emphasis on text production, pragmatic semiotics in the Peircean tradition proceeds in the contrary direction-, manifesting itself first and foremost as a theory of sign interpretation. The sign as Peirce conceived it is, in contradistinction to its semiological counterpart, not defined in terms of an utterer and/or interpreter but in terms of its dynamic relations, both conventional and new. Through semiosis, the sign deploys its meaning; its full meaning is thus ideally knowable, if only in some hypothetical future, unreachable today. Sign-action and sign-interpretation are not necessarily determined by a human utterer nor interpreter. Peirce’s semiosis is self-generating triadic action. As all semiotic signs, the text-sign is a living agency actively seeking to realize itself through some interpreting mind rather than passively waiting to be realized by it, as is the case in linguistic semiotics.

One reason why a Peircean concept of text, and hence a Peircean text-semiotics, may at first seem fanciful is that it diminishes the significance of the reader/interpreter. In a semiological text-theory, the reader/interpreter is


interpretata, rimane un non-testo. Un testo che, quando trasposto nel tempo e/o nello spazio, perde il suo potere di attrarre una mente interpretante, diventa così un’entità

non semiotica, morta. Dalla prospettiva della semiotica di Peirce il segno-testo è caratterizzato da semiosi infinita ed illimitata, dal processo in atto di crescita attraverso l’interpretazione. Ciò che mantiene vivo il segno-testo è precisamente il fatto che questi suscita ripetutamente un interpretante, e che questi interpretanti (e gli interpretanti degli interpretanti) non sono soltanto entità governate da regole ma anche, virtualmente o realmente, nuove attività che cambiano e creano le regole.

E’ evidente che per Peirce un testo scritto è un segno verbale complesso che presenta le proprietà basilari comuni della segnità semiotica. Sfortunatamente la portata della sua teoria per la semiotica testuale, la testologia di Peirce, richiederà una qualche estrapolazione interpretativa. Vi arriveremo fra breve. Ma prima dobbiamo assicurarci che dalle argomentazioni appena esposte sia chiaro quanto segue: una semiotica testuale fondata sulle teorie di Peirce deve essere spiccatamente diversa dalle altre teorie testuali basate su teorie segniche, in particolare da quelle fondate sulle teorie testuali di Saussure. In contrapposizione alla semiologia francese, che pone l’enfasi sulla produzione testuale, la semiotica pragmatica nella tradizione peirceiana procede nella direzione opposta, manifestandosi innanzitutto come una teoria dell’interpretazione segnica. Il segno, così come concepito da Peirce, non è, in contrapposizione al suo omologo semiologico, definito in termini di un enunciatore e/o interprete, bensì in termini delle sue relazioni dinamiche, sia convenzionali che nuove. Attraverso la semiosi il segno dispiega il suo significato, che perciò è pienamente conoscibile a livello ideale, se non altro in un qualche ipotetico futuro oggi irraggiungibile. L’azione e l’interpretazione segniche non sono necessariamente determinate da un enunciatore umano né da un interprete. La semiosi di Peirce è azione triadica autogenerantesi. Come tutti i segni semiotici il segno-testo è un’azione vivente che cerca attivamente di realizzarsi attraverso una qualche mente interpretante piuttosto che attendere passivamente di essere realizzato da essa, come nel caso della semiotica linguistica. Una ragione per cui un concetto peirceiano di testo, e dunque una semiotica testuale di Peirce, possono inizialmente sembrare fantasiosi è che sminuiscono l’importanza del lettore/interprete. In una teoria testuale semiologica il lettore/interprete è


customarily looked upon as the sole discourse-producing subject, as the agency that gives the text-sign its meaning by matching signifier with signified. A pragmatic, Peircean paradigm, emcompasses the presence of an interpreter, which is somehow subsumed but at the same time deemphasizes it. Apparently, Peirce did not have in mind one single person or not even one specific mind, but in an abstract way any receptive organism capable of generating textual interpretants. Peirce called this an intelligent “quasi-mind.” As Peirce wrote, semiosis “not only happens in the cortex of the human brain, but must plainly happen in every Quasi-mind in which Signs of all kinds have a vitality of their own” (NEM: 4: 318, c.1906); and a “quasi-­interpreter” is one example of such a “quasi-mind” (CP: 4.51, 1906)23.

Peirce did therefore not include the interpreter as a fourth component of semiosis, in addition to the interpretant. This is not to say that Peirce did not acknowledge the existence of the interpreter, because he did in fact refer to an interpreter occasionally – e.g., in his often-cited definition of a sign as “something which stands to somebody for something in some respect or capacity. It addresses somebody, that is, creates in the mind of that person an equivalent sign, or perhaps a more developed sign” (CP: 2.228, c. 1897).

On the whole, however, Peirce seems to indicate that the meaning of the text-­sign must be logically conceived as relatively independent from the reader/interpreter and that it transpires wholly in an endless series of individual semiosic events. As will be argued and documented in the following, this proposition provides a new and fruitful perspective on the phenomenon of text, one which undercuts subjective signification and elevates semiotic textology to the plane of intersubjective and objective inquiry. thereby enhancing, not restraining, its creative component.


tradizionalmente considerato il solo soggetto in grado di produrre il discorso, l’azione che conferisce al segno-testo il suo significato collegando signifiant e signifié. Un paradigma pragmatico peirceiano comprende la presenza di un interprete, che è in qualche modo implicita, ma che al contempo lo ridimensiona. Sembra che Peirce non avesse in mente una singola persona né tantomeno una mente specifica, ma in modo astratto qualunque organismo ricettivo in grado di generare interpretanti testuali. Peirce lo chiamava «quasi-mente». Come Peirce scrisse la semiosi «non solo si verifica nella corteccia cerebrale umana ma deve evidentemente verificarsi in ogni Quasi-mente in cui i Segni di tutti i tipi abbiano una propria vitalità» (NEM: 4: 318, c.1906); e un «quasi-interprete» è un esempio di tale «quasi-mente» (CP: 4.51, 1906)23.

Pertanto Peirce non includeva l’interprete come quarto componente della semiosi in aggiunta all’interpretante. Con ciò non si intende dire che Peirce non riconoscesse l’esistenza dell’interprete, poiché anzi occasionalmente si riferì ad un interprete – ad esempio nella sua definizione spesso citata di segno come «qualcosa che sta secondo qualcuno per qualcosa sotto qualche aspetto o in qualche capacità. Si rivolge a qualcuno, ossia, crea nella mente di quella persona un segno equivalente, o forse un segno più sviluppato» (CP: 2.228, c.1897).

Nel complesso, comunque, Peirce sembra indicare che il significato del segno-testo debba essere logicamente concepito come relativamente indipendente dal lettore/interprete e che si manifesti interamente in una serie infinita di eventi semiotici individuali. Come verrà argomentato e documentato più avanti, questa affermazione fornisce una nuova e feconda prospettiva sul fenomeno del «testo», una prospettiva che insidia la significazione soggettiva ed eleva la testologia semiotica al piano dell’indagine intersoggettiva e oggettiva, dunque valorizzando, e non reprimendo, la sua componente creativa.


Notes

 


17 Some random examples from Peirce: “We shall undoubtedly naturally conclude that the publication of Andronicus would be of Opera Inedita, including all works of which a decidedly new recension was found; but naturally of Aristotle’s polished and finished productions no such text would be found” (CP: 7.235), where text refers to Aristotle’s classical writings. But we find text used in a different, modernized sense in a letter to his friend William James, where Peirce wrote “I refer to you particularly to p. 301 et seq. I will quote a few phrases, though of course it is the continuous text that talks,” with text signifying a scholarly paper that Peirce had written earlier. See, particularly, text in Peirce’s review-articles for The Nation, where he referred, for example, to “the illustrations, which are wood-cuts in the text” (CTN: 2: 62, 1894); “there was a date, 10 Nov. 1619, in the text, and 11 Nov. 1620, in the margin” (CTN: 2: 93, 1889); “its pages were filled with solid text” (CTN: 2: 197, 1899); “The text occupies less than six hundred pages” (CTN: 2: 265, 1900); “a text of half a million words” (CTN: 3: 34, 1901); “the Appendix to the book … fills more than half again as many pages as the body of the text” (CTN: 3: 62, 1890); “Heiberg prints for the first time the Greek text of Anatolius on the first ten numbers” (CTN: 3: 87, 1902). Some examples from Peirce’s other works: “End of footnote” is immediately followed by “Text resumed” (MS 646: 8, 1910); and apropos of an opera Peirce remarked: “The business of the composer was to invent ‘beautiful melodies.’ The text that was written below it was a secondary affair. Music and words were yuxtaposed, as it were” (MS 1517: 31, 1896). The latter quote is from Peirce’s translation of William Hirsch’s Genius and Degeneration, and Peirce’s use of the word text here is evidently a transposition of the original German Text; on Peirce as translator, see Gorlée (1996). Consider also the following passage: “I hold that it is necessary to make an emendation to the text of the 25th chapter of the Second Prior Analytics …” (MS 318: 187, 1907), where Peirce also used text in the sense of “words.” In this connection it is interesting to note the following quote: “… if we take a piece of blank paper, and form the resolve to write upon it some part of what we think about some real or imaginary condition of things, then, that resolve being made and the whole sheet (called the […] ) having been devoted to that purpose exclusively, …” (MS 678: 42, 1910; blank space and emphasis in Peirce’s handwritten original). To fill the blank space in the parentheses, Peirce could perhaps have been looking for the word “text”, or an equivalent.

 

18 Pharies notes that “Peirce’s definition of the term as anything capable of standing for something else is so broad that it includes many things that would not normally qualify for the term in everyday English (tokens, marks, badges, signals, ciphers


Note

 

17 Alcuni esempi a caso tratti da Peirce:«Senza dubbio dovremmo naturalmente concludere che la pubblicazione di Andronico sarebbe un’Opera Inedita che comprende tutte le opere delle quali è stata rinvenuta una recensione decisamente nuova; ma naturalmente delle produzioni perfette e complete di Aristotele un testo tale non è stato trovato» (CP: 7.235), dove «testo» si riferisce agli scritti aristotelici classici. Ma troviamo «testo» usato in un’accezione diversa, moderna in una lettera all’amico William James, in cui Peirce scrisse:«Mi riferisco a te in particolar modo a p. 301 e seguenti. Citerò alcune frasi, anche se certamente è il testo continuo che parla», dove «testo» indica un saggio dotto scritto in precedenza da Peirce . Si veda, in particolare, «testo» nelle recensioni di Peirce per The Nation, in cui egli fa riferimento, ad esempio, alle «illustrazioni, che sono delle xilografie nel testo» (CTN: 2: 62, 1894); «c’era una data, il 10 novembre 1619, nel testo, ma 11 novembre 1620 a margine» (CTN 2: 93, 1889); «le sue pagine erano piene di testo continuo» (CTN : 2: 197, 1899); «Il testo occupa meno di 600 pagine» (CTN: 2: 265, 1900); «un testo di mezzo milione di parole» (CTN: 3: 34, 1901); «l’Appendice al libro […] occupa ben più della metà delle pagine del corpo del testo» (CTN: 3: 62, 1890); «Heiberg stampa per la prima volta il testo greco di Anatolio sui primi dieci numeri» (CTN: 3: 87, 1902). Alcuni esempi tratti da altre opere di Peirce:«Fine della nota a piè di pagina» è immediatamente seguito da «riprende il Testo» (MS 646: 8, 1910); e a proposito di un’opera lirica Peirce fece notare:«Il compito del compositore era di inventare delle “belle melodie”. Il testo scritto sotto era una questione secondaria. Musica e parole erano, per così dire, giustapposte» (MS 1517: 31, 1896). L’ultima citazione è tratta dalla traduzione peirceiana di Genius und Degeneration di William Hirsch e l’uso che Peirce fa della parola «testo» è qui evidentemente una trasposizione dell’originale tedesco Text; su Peirce traduttore si veda Gorlée (1996). Si consideri anche il seguente passo:«Ritengo necessaria una revisione del testo del venticinquesimo capitolo di Second Prior Analytics []» (MS 318: 187, 1907), in cui Peirce usò «testo» anche in senso di «parole». A questo proposito è interessante notare la seguente citazione:«[…] se prendiamo un pezzo di carta bianca, e decidiamo di scrivere su di essa qualche parte di ciò che pensiamo su un qualche stato delle cose reale o immaginario, allora, essendo stata presa questa decisione ed avendo destinato l’intero foglio (chiamato […]) esclusivamente a quello scopo, […]» (MS 678: 42, 1910; spazio bianco e corsivo come da manoscritto originale di Peirce). Per riempire lo spazio bianco nella parentesi, Peirce potrebbe aver cercato la parola «testo» o un suo equivalente.

 

18 Pharies nota che «la definizione peirceiana del termine come qualsiasi cosa capace di stare per qualcos’altro è così ampia da includere molte cose che normalmente non avrebbero a che vedere con questo termine nell’inglese di tutti i giorni (contrassegno, contromarche, distintivi, segnali, cifre,


 

 

 


symbols; objects, animals, persons; propositions, arguments, sentences, paragraphs, books; mountains, seas, planets, stars, galaxies, universes), although it would be possible to say, for example, that a robin on the lawn is a sign of approaching spring, that a book is a sign of the author’s labors, or that a galaxy is a sign that the laws of physics continue to operate” (Pharies 1985:14).

 

20 In his monograph on Charles S Peirce and the Linguistic Sign, Pharies takes the linguistic sign only in the narrowest sense: “Peirce would use it to refer to any linguistic representation, including words, sentences, conversations, even whole books. I am employing it in the sense that has become traditional in linguistic literature, namely, that is ‘word'” (Pharies 1985: 9, n.7).

 

21 In July of 1905, Peirce wrote the following to Lady Welby, in a draft of a letter which was never sent to his correspondent: “The dictionary is rich in words waiting to receive technical definitions as varieties of signs” (PW: 194, 1905). His long list includes many instances of verbal communication, spoken and/or written: “Then we have mark, note, trait, manifestation, ostent, show, species, appearance, vision, shade, spectre, phase. Then, copy, portraiture, figure, diagram, icon, picture, mimicry, echo. Then, gnomon, clue, trail, vestige, indice, evidence, symptom, trace. Then, muniment, monument, keepsake, memento, souvenir, cue. Then, symbol, term, category, stile, character, emblem, badge. Then, record, datum, voucher, warrant diagnostic. Then, key, hint, omen, oracle, prognostic. Then, decree, command order, law. Then, oath, vow, promise, contract, deed. Then, theme, thesis, proposition, premiss, postulate, prophecy Then, prayer, bidding, collect, homily, litany, sermon. Then, revelation, disclosure, narration, relation. Then, testimony, witnessing, attestation, avouching, martyrdom. Then, talk palaver, jargon, chat, parley, colloquy, tittle-tattle, etc.” (PW: 194, 1905). Regrettably, the rest of this text, which possibly contained Peirce’s comments on the catalogue, did not survive.

 

22 Habit (and following items discussed here) will be further developed in the last chapter on fallibilism.

 

23 Quasi-mind and its associates are developed in the last chapter on fallibilism.


 

 


simboli; oggetti, animali, individui; proposizioni, argomenti, frasi, paragrafi, libri; montagne, mari, pianeti, stelle, galassie, universi), sebbene sia possibile dire, ad esempio, che un pettirosso sul prato è segno che la primavera si avvicina, che un libro è segno delle fatiche di un autore, o che una galassia è segno che le leggi della fisica continuano ad operare» (Pharies 1985:14).

 

20 Nella sua monografia Charles S. Peirce and the Linguistic Sign Pharies prende il segno linguistico solo in senso stretto:«Peirce lo userebbe per riferirsi a qualsiasi rappresentazione linguistica, incluse le parole, i periodi, le conversazioni e persino interi libri. Io lo utilizzo nel senso divenuto tradizionale nelle pubblicazioni linguistiche, ovvero nel senso di “parola”»(Pharies 1985: 9, n.7).

 

21 Nel luglio 1905 Peirce scrisse quanto segue a Lady Welby, in una bozza di una lettera mai inviata alla sua corrispondente:«Il dizionario è ricco di parole che attendono di ricevere definizioni tecniche come varietà di segni» (PW: 194, 1905). La sua lunga lista include molti esempi di comunicazione verbale, parlata e/o scritta:«Poi abbiamo marchio, nota, tratto, manifestazione, espressione, spettacolo, specie, apparenza, visione, ombra, spettro, fase. Poi copia, il ritrarre, figura, diagramma, icona, immagine, mimica, eco. Poi gnomone, indizio, vestigio, indice, evidenza, sintomo, traccia. Poi prova, monumento, ricordo, memento, souvenir, indizio. Poi simbolo, termine, categoria, stile, carattere, emblema, distintivo. Poi registrazione, data, voucher, mandato, sintomo. Poi chiave, allusione, presagio, oracolo, previsione. Poi decreto, comando, ordine, legge. Poi giuramento, voto, promessa, contratto, atto. Poi tema, tesi, proposizione, premessa, postulato, profezia. Poi preghiera, raccoglimento, omelia, litania, sermone. Poi rivelazione, divulgazione, narrazione, relazione. Poi deposizione, testimonianza, attestazione, garanzia, martirio. Poi conversazione, discussione, gergo, chiacchierata, negoziato, colloquio, pettegolezzo, ecc…» (PW; 194, 1905). Sfortunatamente il resto del testo, che probabilmente conteneva i commenti di Peirce su quest’elenco, non è sopravvissuto.

 

22 L’abitudine (e i punti discussi qui) verranno approfonditi nell’ultimo capitolo sul fallibilismo.

 

23 La Quasi-mente e i temi ad essa associati verranno sviluppati nell’ultimo capitolo sul fallibilismo.

 

Riferimenti bibliografici

 

 

ABBAGNANO N., FORNERO G. Protagonisti e Testi della Filosofia, Volume D Tomo 1, Torino, Paravia, 1999

 

FUSARO D. Il pragmatismo americano, 2002. Disponibile dal world wide web:

<www.filosofico.net/pragmatismamericano.htm>

 

GORLÉE D L. On translating Signs Exploring Text and Semio-translation,

Amsterdam – New York, Rodopi, 2004.

 

HARPER D. Online Etimology dictionary, 2001. Disponibile dal world wide web:

<http://www.etymonline.com>

 

KEMERLING G. A dictionary of Philosophical Terms and Names, 1197-2002. Disponibile dal world wide web: <http://www.philosophypages.com>

 

O’CONNOR J.J., ROBERTSON E.F. Charles Sanders Peirce, 2005. Disponibile nel world wide web:

<http://www-groups.dcs.st-and.ac.uk/~history/Mathematicians/Peirce_Charles.html>

 

OSIMO B. Propedeutica della traduzione. Corso introduttivo con tavole sinottiche, Milano, Hoepli, 2001.

 

OSIMO B. Storia della traduzione. Riflessioni sul linguaggio traduttivo dall’antichità ai contemporanei, Milano, Hoepli, 2002

 

THAYER H.S. Pragmatism. Disponibile dal world wide web:

<http://www.pragmatism.org/companion/pragmatism_thayer.htm>



1 Kemerling 1997-2002.

2 «phenomenology», «syllogism», «triadic», «arbitrary», «semiotics», «quasi»: Harper 2001

3 Trascrizione delle parole latine da IL, Vocabolario della lingua latina Castiglioni, Mariotti, Torino, Loescher, 1997

4 Questa sostituzione è pensata per il particolare cotesto e contesto in cui queste parole sono inserite

5 Grande dizionario di inglese Picchi, Milano, Hoepli, 2003, p.496

6 De Mauro, T., Dizionario della lingua italiana, Torino, Paravia, 2000, p. 935

Revzin, Rozencvejg, Analisi e sintesi in traduzione

Analisi e sintesi

DANIA DALMONTE

Fondazione Milano Milano Lingue

Scuola Superiore per Mediatori Linguistici via Alex Visconti, 18 20151 MILANO

Relatore: professor Bruno Osimo Diploma in Mediazione Linguistica Ottobre 2011

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© I. I. Revzin, V. J. Rozencvejg: «Osnovy obŝego i mašinnogo perevoda» 1964 © Dania Dalmonte per l’edizione italiana 2011

Analisi e sintesi

Abstract in italiano

Con l’evoluzione del pensiero sovietico e l’analisi di concetti come «traducibilità» e «traduzione adeguata», lo studio della traduzione inizia ad assumere un carattere sempre più scientifico. È in questo periodo che si sviluppa l’opera di Rezvin e Rozencvejg, ancora attuale per i temi trattati. Il processo traduttivo che si articola in una fase di analisi e in una fase di sintesi, il linguaggio d’intermediazione, il senso come invariante della traduzione e il confronto tra differenti modelli di genesi del testo sono alcuni dei concetti su cui gli autori si concentrano, attraverso una teorizzazione che non sempre ha trovato consensi in occidente. Allo stesso modo sono analizzati i problemi che emergono attraverso la traduzione automatica, oggetto di particolare interesse negli anni Sessanta.

English abstract

As the Soviet thought evolved and the analysis of ideas as «translatability» and «adequate translation» were approached, translation studies started to have a more scientific nature. It’s in this period that we can set the work of Revzin and Rozencvejg, whose themes are still relevant today. The translation process, where we can highlight a phase of analysis and a phase of synthesis, the intermediate language, the sense as invariant information in the translation process and the comparison among different models of text genesis are just some of the ideas the authors focus on, through a theorization which didn’t always find consensus in Western Europe. In the same time also questions regarding machine translation, object of particular interest in the Sixties, are deeply analysed.

Абстракт на русском языке

Советское мышление эволюционировало, понятия как например переводимость или адекватный перевод были анализированы и исследования перевода началы иметь научный характер. В этот период мы можем ставить работу Ревзина и Розенцвейга, темы которых ещё очень актуальные. Процесс перевода, в котором являются два основных момента, анализ и синтез, язык‐посредник, смысл как инварянтная информация в переводе и сравнение между моделами порождения текста ‐ это некоторые темы рассматривающиеся авторами, через теоризацию, которую не всегда нашла согласия в Западном Европе. Кроме того, рассматриваются проблематики связанные с машинном переводом, предмет особого интереса в 60‐их годах.

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Sommario

1. Prefazione…………………………………………………………………………………….3 2. Analisi dei contenuti………………………………………………………………………6 3. Traduzione………………………………………………………………………………….14

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1. Prefazione

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La traduzione ha scopi diversi rispetto all’interpretariato.
La traduzione comprende l’interpretazione del significato di un prototesto di partenza e la successiva produzione di un nuovo testo, equivalente a quello di origine, in un’altra lingua (si parlerà in questo caso di metatesto di arrivo). La traduzione è quindi la trasposizione scritta di concetti da una lingua ad un’altra e si differenzia dall’interpretazione, dove il messaggio è veicolato oralmente.
Il traduttore mira a portare il testo dalla lingua di origine alla lingua di destinazione in maniera tale da mantenere il più possibile inalterato il significato e lo stile del testo. A causa delle differenze tra le lingue, spesso è difficile conservare tanto il senso esatto quanto lo stile della scrittura. Il traduttore si trova costretto a operare scelte che cambiano in funzione della natura del testo stesso e degli scopi che la traduzione si prefigge.
La traduzione automatica, in particolare, è un’area della scienza della traduzione e della linguistica computazionale, che si occupano rispettivamente dello studio del processo traduttivo e dell’analisi del funzionamento del linguaggio naturale. L’obiettivo è quello di trovare una mediazione tra il linguaggio umano, in continua evoluzione, e le capacità di comprensione della macchina.
La traduzione automatica studia la traduzione di testi da un linguaggio naturale a un altro tramite programmi informatici.
È proprio della traduzione meccanica e della traduzione in generale che si occupa l’opera Oсновы общего и машинного перевода (Fondamenti di traduzione generale e automatica), pubblicato nel 1964 da Isaak Iosifovič Revzin e Viktor Jul’evič Rozencvejg. L’oggetto della presente tesi sarà proprio la traduzione e l’analisi dei paragrafi 17, 18, 19, 20 e 21 del capitolo 3 dell’opera citata.
Entrambi gli autori, Revzin e Rozencvejg, sono riconducibili alla scuola di Tartu‐Mosca, di particolare interesse nell’ambito della semiotica e i cui principali esponenti sono Lotman, Uspenskij e Ivanov, per citarne alcuni; la scuola è caratterizzata da un interesse verso la semiotica della cultura e da

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un approccio scientifico alla traduzione, che ha però trovato non poche opposizioni, soprattutto quando si parla di traduzione artistica.
L’idea della traduzione automatica può essere fatta risalire già al diciassettesimo secolo, quando Cartesio aveva proposto un linguaggio universale, all’interno del quale idee equivalenti in lingue diverse corrisponderebbero a uno stesso simbolo.

Nel 1954 aveva invece avuto luogo il Georgetown experiment, che riguardava la traduzione automatica di oltre 60 frasi dal russo al tedesco; l’esperimento si era concluso con successo, garantendo finanziamenti fondamentali per la ricerca.

Il processo fu tuttavia molto più lento e deludente rispetto alle aspettative che si erano create: i finanziamenti si ridussero fortemente in seguito al rapporto ALPAC e fu chiaro che lo studio della traduzione automatica doveva essere elaborato diversamente.

L’interesse per la traduzione automatica è stato comunque particolarmente vivo soprattutto intorno agli anni 60, quando si predilige un approccio più scientifico alla traduzione, rispetto a quello precedente di stampo prettamente linguistico, la sostituzione di un testo in una lingua di partenza con un testo nella lingua di arrivo.

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2. Analisi dei contenuti

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Nel 1964 Jurij Lotman fonda a Tartu la scuola di semiotica di Tartu‐Mosca; tra gli esponenti di questa scuola possiamo citare ad esempio Boris Uspenskij, Vjačeslav Vsevolodovič Ivanov, Vladimir Toporov, Mikhail Gasparov, Alexander Piatigorsky, Isaak I. Revzin, Lesskis, Igor Grigorievitch Savostin e altri ancora. Sarà poi Torop a subentrare alla guida della scuola dopo la morte di Lotman. La scuola è conosciuta in particolare per aver stabilito un quadro teorico attorno alla semiotica della cultura, ma anche per la sua rivista Sign Systems Studies (in russo Труды по знаковым системам), pubblicata dalla Tartu University Press e la più antica rivista di semiotica del mondo (è stata fondata nel 1964).

Lotman, con gli altri esponenti della scuola di Tartu, intende inaugurare uno studio semiotico della cultura: l’obiettivo è quello di analizzare i fenomeni culturali attraverso il metodo semiotico. Da questo punto di vista è fondamentale il contributo dei formalisti russi, scuola di critica letteraria sviluppatasi tra il 1914 e 1915 a Mosca e San Pietroburgo, che aveva spostato l’attenzione sui meccanismi interni dei testi letterari: i formalisti rifiutavano metodi psicologici, sociologici o filosofici e non si soffermavano sui dati biografici dello scrittore, né sul contesto sociale dell’opera, ma tentavano di spiegare in termini tecnici i congegni testuali. I semiotici della cultura riprendono quindi il metodo con il quale i formalisti russi intendevano legare la ricerca ai dati testuali e decidono di studiare i meccanismi strutturali che caratterizzano i fenomeni culturali. Parlano della semiotica della cultura come di una “scienza della correlazione funzionale dei differenti sistemi segnici.”

Mentre in un primo periodo, negli anni ’60 e ’70, la scuola è quindi influenzata dal formalismo russo, dagli anni ‘80 invece il suo approccio può essere considerato sistemico, in relazione all’introduzione del concetto di semiosfera di Lotman.

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“Ad avere un ruolo primario non sarà allora questo o quel mattone, ma il ‘grande sistema’ chiamato semiosfera. La semiosfera è quello spazio semiotico al di fuori del quale non è possibile l’esistenza della semiosi”. (Lotman Ju. M., Uspenskij B. A., “Sul meccanismo semiotico della cultura”, 1970)

In particolare intorno agli anni ’60, anni di svolta per la traduzione, si sviluppa un approccio più scientifico alla traduzione, come anche un particolare interesse per la traduzione automatica; la traduzione non viene più affrontata da un punto di vista semplicemente linguistico, sollevando fin da un primo momento diverse critiche da parte degli occidentali, soprattutto per quanto riguarda i testi letterari, ed è probabilmente proprio per questo motivo che l’opera in questione non è ancora stata tradotta e pubblicata in occidente.

È in questo contesto che si sviluppa il lavoro degli studiosi Isaak Iosifovič Revzin e Viktor Jul’evič Rozencvejg, autori dell’opera da me analizzata, Oсновы общего и машинного перевода (Fondamenti di traduzione generale e automatica), pubblicata nel 1964; il libro si presenta come un manuale accademico diretto agli studenti dell’Università e raccoglie le nozioni di traduzione discusse dagli autori durante un ciclo di lezioni tenuto negli anni 1959‐61 e per molti aspetti innovative.

L’elemento da cui partire, secondo gli autori, è il linguaggio d’intermediazione, lingua “ponte” che permette di creare una rete di corrispondenze tra unità di senso elementari tra la cultura emittente e quella cultura ricevente. Per comprendere al meglio questo concetto può essere utile la nozione di “invariante”, elaborata da Revzin e Rozencvejg, analizzando ciò che hanno in comune i diversi tipi di traduzione, e poi ripresa anche dal bulgaro Ljudskanov.

“Questo elemento comune ricorre nel caso di trasformazioni di segni di un messaggio nella lingua emittente in segni di un altro codice, conservando un’informazione invariante. Considerando che tutte queste trasformazioni hanno come oggetto dei segni, le definiremo allora con il termine trasformazioni semiotiche”. (Ljudskanov, 1969, traduzione mia)

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Considerando la traduzione trasformazione di un messaggio, l’invariante si delinea come “ciò che resta immutato nel processo traduttivo”, e può essere fatta intuitivamente corrispondere al “senso”, che tuttavia non ha una corrispondenza unisemica con il frammento di realtà (referente) significato dal messaggio ed è quindi un elemento di difficile definizione. Di conseguenza è necessario distinguere messaggio, referente del messaggio e senso del messaggio. (Revzin I. I., Rozencvejg V. Ju. “Oсновы общего и машинного перевода”, 1964)

Qui, rispetto alla teoria tradizionale, l’invarianza di senso non è trattata come categoria assoluta, ma come invarianza in relazione al linguaggio di intermediazione creato e scelta in base alla funzione comunicativa del testo. Il linguaggio di intermediazione, che la traduzione automatica ha dimostrato essere qualcosa di più di un semplice concetto astratto, può essere considerato un esempio di linguaggio artificiale; la stessa traduzione automatica suggerisce l’esistenza di un linguaggio astratto, un linguaggio di intermediazione che può essere costruito come sistema univoco di significati astratti fissati univocamente o di significati puri, grammaticali o lessicali. Questo andrebbe a confermare l’ipotesi degli autori sull’esistenza del significato anche al di fuori di una lingua concreta.

“L’identificazione del significato degli elementi linguistici presuppone un sistema di riferimento comune. Questo sistema di riferimento, che può essere un linguaggio artificiale o naturale o verbale che rispecchia l’esperienza comune della realtà, verrà convenzionalmente chiamato «linguaggio d’intermediazione»” (Lûdskanov, 2008).

Partendo dal concetto di “linguaggio di intermediazione”, Revzin e Rozencvejg si concentrano sull’analisi del processo traduttivo, caratterizzato da una fase di analisi e da una fase di sintesi. Secondo lo stesso Torop, tra i più autorevoli semiotici, all’interno del processo traduttivo si distinguono le fasi di analisi e sintesi: la prima intesa come rivolta al prototesto, la seconda al lettore. Compito del traduttore è quindi quello di spostarsi dal sistema della lingua emittente al sistema della lingua ricevente; deve essenzialmente individuare elementi del discorso nella

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lingua emittente e collocarli in corrispondenza delle categorie del sistema della stessa lingua emittente e quindi alle categorie del linguaggio di intermediazione e deve in seguito passare da una serie di categorie del linguaggio di intermediazione alla lingua ricevente, costruendo un discorso. Il suo primo compito è la comprensione del testo, quindi la creazione di una corrispondenza tra il testo e la realtà. Obiettivo fondamentale della fase di analisi è individuare le unità della traduzione in cui si scompone l’informazione analizzata. Nel caso della traduzione meccanica l’individuazione delle unità della traduzione corrisponde all’eliminazione di determinate parti del testo dall’informazione registrata nella memoria della macchina. Il linguaggio di intermediazione è quindi una sorta di tappa intermedia nel processo traduttivo, che però si delinea diversamente nel caso delle cosiddette parole‐termine, termini con un significato tecnico determinato dal contesto: in questo caso la traduzione non si effettua attraverso il comune linguaggio di intermediazione, ma attraverso un particolare linguaggio di intermediazione che è il linguaggio di un dato settore della scienza. (Revzin I. I., Rozencvejg V. Ju. “Oсновы общего и машинного перевода”, 1964)

Solo di recente, con Jakobson, è stata evidenziata la distinzione di principio tra analisi (ascolto) e sintesi (enunciazione). Durante questo passaggio è fondamentale che il senso del messaggio resti invariato.
Gli autori ipotizzano l’esistenza di un analogo del linguaggio di intermediazione in qualsiasi traduzione, considerando la traduzione automatica come la modellizzazione di un processo che entra in atto durante l’apprendimento di una lingua reale.

È stata proprio la traduzione automatica a mettere in evidenza la necessità di un più chiaro approccio al problema dell’analisi del testo, attraverso la quale passiamo dalla forma al linguaggio di intermediazione (funzione o puro significato) e al problema della sintesi del testo, attraverso la quale ci spostiamo dal linguaggio di intermediazione alla forma.

Fondamentale per l’esame di analisi e sintesi e quindi per la traduzione è il concetto di “frase sensata”, che secondo la teoria della traduzione è la

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frase traducibile, e che costituisce anche il concetto di partenza nella costruzione dei modelli di genesi del testo.
Importante in quest’ambito è stato il lavoro di Homskij, che si caratterizza per la ricerca delle strutture innate del linguaggio naturale e per la ricerca di un sistema di regole semplice e in grado di produrre un numero di frasi sensate più elevato possibile.

Il grande obiettivo che Homski si pone è in sostanza quello di costruire una teoria generale della struttura linguistica, concepita come dispositivo o insieme di regole che presiedono alla produzione e ripetizione indefinita di frasi all’interno di una lingua.

Per quanto riguarda il primo modello elaborato da Homsky, egli suppone di avere una struttura meccanica in grado di produrre un numero infinito di stati; in seguito al passaggio da un ipotetico stato Si ad uno Sk viene emessa una parola. Suppone poi che tutte le coppie di stati siano state fissate e che il meccanismo attraversi una serie di stati collegati da S0 a Sn. Definisce qualsiasi concatenazione di parole ottenuta da questa operazione “frase”, e ogni serie di frasi “linguaggio con un numero finito di stati”. Tuttavia da uno stato il meccanismo può in realtà tornare anche allo stato di partenza, producendo una parola, e in questo caso, da una serie finita di stati potremmo generare un numero infinito di frasi. L’ipotesi degli autori è quella che esista un legame preciso tra la struttura statistica e semantico ‐ grammaticale del testo. (Homskij)

Nonostante la semplicità e chiarezza di tale meccanismo, che rappresenta il modello più semplice di grammatica, Homskij ha approfondito il suo studio elaborando un modello di genesi più complesso, utilizzando il metodo dei costituenti immediati (in ogni frase il sintagma verbale e il sintagma nominale). Partendo dal concetto di configurazione di base (lo scheletro della proposizione, soggetto e predicato) e di configurazione secondaria, Homskij costituisce un modello generativo per cui partendo da un simbolo Z0, questo è sostituito da una configurazione di base, come poi tutti gli elementi della proposizione; in un secondo momento sono applicate le regole volte a sostituire i simboli delle classi con le singole

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parole. La serie ottenuta dalle trasformazioni sopra citate sarà definita “derivazione”, mentre l’insieme delle frasi cosi generate è definito “terminal language”.
“If a string is the last line of a terminated derivation, we say that is a terminal string. […]

A set of strings is called a terminal language if it’s the set of terminal strings for some grammar [Σ, F]. Thus each such grammar defines some terminal language, and each terminal language is produced by some grammar of the form [Σ, F].” (Homskij, Syntactic structures)

Sulla base dei costituenti immediati Homskij ha elaborato una sintesi della teoria della generazione, ipotizzando che oltre al nucleo della lingua, ovvero tutte quelle frasi ottenute dalle configurazioni di base, esistano anche altre frasi ottenute mediante determinate trasformazioni. In questo modo la generazione non sarebbe altro che lo sviluppo della configurazione, la sostituzione di simboli con parole. La trasformazione può essere vista come una traduzionr7e all’interno della lingua stessa, ma

“La differenza tra la trasformazione e la traduzione intralinguistica consiste nel fatto che, al momento della trasformazione, non ci scontriamo con una diversa categorizzazione della realtà.” (1964, traduzione mia)
Tesnière, tra i maggiori linguisti francesi, ha proposto un’interessante classificazione delle trasformazioni, distinguendo essenzialmente trasformazioni di primo livello (trasformazione dell’elemento della proposizione nella parola di un’altra categoria, ad esempio trasformazione dell’aggettivo, dell’avverbio o del verbo in sostantivo) e di secondo livello (trasformazione che coinvolge tutta la proposizione, come la trasformazione della proposizione indipendente in subordinata).

Se due stesse trasformazioni portano a una stessa serie di simboli, questa sarà definita omonimo costruttivo, mentre parleremo di sinonimia grammaticale nel caso in cui due diverse costruzioni grammaticali hanno lo stesso significato.

Tuttavia, tra le frasi del nucleo non è possibile trovare due frasi contenenti sinonimi grammaticali poiché come è già stato spiegato le frasi del nucleo

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sono generate senza alcuna trasformazione. (Revzin I. I., Rozencvejg V. Ju. “Oсновы общего и машинного перевода”, 1964)
Tuttavia, analizzando le problematiche che emergono dalla traduzione meccanica, gli autori stessi smentiscono la possibilità di un’esauriente, completa ed efficace trasformazione automatica senza il contributo umano, poiché il dizionario non può prevedere la corretta interpretazione della stessa parola in situazioni diverse e descrivono processo traduttivo essenzialmente come un processo di trasformazione semiotica.

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Riferimenti bibliografici

Homskij N. Синтаксические структуры, Сб. «Новое в лингвистике», 1962 Kovalev V. : Dizionario russo‐italiano italiano‐russo, 2000

Lotman Û. : «Iskusstvoznanie i točnye metody v sovremennyh zarubežnyh issledovaniâh, in Semiotika i iskusstvometriâ» , 1970

Lotman Û. , Uspenskij B. A., “Sul meccanismo semiotico della cultura”, 1972
Lûdskanov A. : Un approccio semiotico alla traduzione. Dalla prospettiva informatica alla scienza

traduttiva, a cura di B. Osimo, 2008
Lûdskanov A. : Traduzione umana e automatica, 1967

Revzin I. I. , V. J. Rozencvejg: «Osnovy obŝego i mašinnogo perevoda» 1964 Svedova O. : Dizionario monolingua di russo, 2009

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3. Traduzione

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§ 17 Разложение процесса перевода на два основных этапа

Изложенная в § 13 схема No 4 описывает процесс перевода слишком обще. Поэтому мы воспроизведем ее основную часть здесь еще раз с выделением двух этапов, которые особенно важны для исследования перевода.

Рассмотрим теперь этот процесс с точки зрения переводчика, переходящего от системы ИЯ к системе ПЯ. Его работа распадается на две части: 1) он должен выделить какие‐то элементы сообщения на ИЯ и поставить их в соотвествие с категориями системы ИЯ и далее с категорями языка‐посредника (этот процесс соотвествует пониманию некоторого текста на некотором языке)
2) он должен из заданного набора категорий языка‐посредника перейти к ПЯ и сконструировать на ПЯ некоторое сообщение (этот процесс соотвествует, например, говорению на некотором языке).

17. Scomposizione del processo traduttivo in due fasi principali

Lo schema 4 rappresentato nel paragrafo 13 descrive il processo traduttivo in modo troppo generico. Per questo motivo ne riprodurremo qui le parti principali distinguendo due fasi, particolarmente importanti per l’analisi della traduzione.

Consideriamo ora questo processo dal punto di vista del traduttore, che si sposta dal sistema della lingua emittente al sistema della lingua ricevente. Il suo lavoro si divide in due parti:

1) deve individuare alcuni elementi del discorso nella lingua emittente, associarli alle categorie del sistema della stessa lingua emittente e quindi alle categorie del linguaggio d’intermediazione (questo procedimento corrisponde alla comprensione di un testo in una lingua)
2) deve passare da una serie prestabilita di categorie del linguaggio d’intermediazione alla lingua ricevente e costruire nella lingua ricevente un discorso (questo processo

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Различение анализа и синтеза имеет большое общелингвистическое значение. Оказывается, что задачи и трудности, возникающие при анализе текста, в корне отличаются от задач синтеза. Обычно языковеды‐теоретики, не расченяя процесс перевода на составные части, проходили мимо этих вопросов. Лишь в последнее время было указано на принципальное различие слушания (анализ) и говорения (синтез) (Jakobson, 1956). Между тем, наш замечательный языковед Л.В.Щерба (ср. § 8), правда, в совершенно другой связи (в связи с методикой преподавания иностранных языков) указывал на принципальное различие в построении грамматики в зависимости от того, направлена ли она на активное овладение языком («синтез» в наших терминах) или на пассивное («анализ»).
Здесь необходимо одно разъяснение. Известно, что термин «фрамматика» употребляется в двух значениях: 1) грамматический строй языка и 2) опиcание грамматического строя языка. Одноко мы не всегда замечаем, что сложившееся словоупотребление ведет к абсолютизаций понятия , «грамматика». Отсюда один шаг к широко распространенному убеждению, что только одна «грамматика», в смысле описания грамматического строя может считаться научной. Этим объясняются и претензии различных школ и направлений в языкознании на формулировку единственно верных и единственно научных методов описания языка.
Между тем, описание системы языка целиком зависит от практических целей, которые ставит перед собой исследователь , и научность выдвигаемых принципов может оцениваться лишь с точки зрения правильности поставленной задачи и степени приближения к намеченной цели.

corrisponde ad esempio al parlare in una lingua).
La distinzione di analisi e sintesi ha una grande importanza in linguistica generale. I problemi e le difficoltà che sorgono durante l’analisi del testo si distinguono all’origine dai problemi della sintesi. Solitamente i teorici della lingua, non scomponendo il processo traduttivo in parti costitutive, non hanno affrontato questi problemi. Solo di recente è stata evidenziata la distinzione di principio tra ascolto (analisi) e parlare (sintesi) (Jakobson, 1956) .

Intanto, l’eminente linguista L. V. Ŝerba , in relazione però al metodo di insegnamento delle lingue straniere, ha segnalato la distinzione di principio nella costruzione della grammatica a seconda che questa fosse diretta all’assimilazione attiva della lingua («sintesi» nella nostra terminologia) o passiva («analisi»).

Qui è necessario un chiarimento. È noto che il termine «grammatica» viene utilizzato con due diverse accezioni: 1) struttura grammaticale di una lingua e 2) descrizione della struttura grammaticale di una lingua. Tuttavia, non sempre notiamo che l’uso del lessico che si è andato a creare porta all’assolutizzazione del concetto di «grammatica». Questo è un passo verso la convinzione ampiamente diffusa che la sola «grammatica», nel suo significato di descrizione della struttura grammaticale, possa essere considerata scientifica. Con questo si spiegano sia le pretese delle diverse scuole, sia le tendenze nella linguistica a formulare metodi di descrizione della lingua esclusivamente certi e scientifici.

Peraltro, la descrizione del sistema linguistico dipende interamente da obiettivi pratici che lo studioso si pone e la scientificità dei principi elaborati può essere valutata solo dal punto di vista della correttezza deicompiti stabiliti e dal grado di avvicinamento agli scopi prefissati.

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Серьезным аргументом против разделения анализа и синтеза, пассивного и активного аспекта мог бы быть следующий. Пассивная грамматика препологает переход «от формы к чистому значению», активная ‐ «от чистого значения к форме выражения». Поскольку «оголение мысли», «существование без языка» невозможно, то и подобный переход не может быть осуществлен. Здесь надо иметь в виду следующее. Под языком можно понимать всякую систему знаков, служащих для фиксирования мысли, тогда «существование мысли без языка», разумеется, невозможно. Но термин «язык» принято употреблять и для называния «совокупности конкретных средств общения людей данной страны», это ‐ конкретный язык (русский, англиский, немецкий и т. п.). Существование значения (или элементарной смысловой единицы) вне такого конкретного языка теоретически вполне допустимое предположение. В самом деле, можно преположить, что значение фиксируется в некотором искусственном языке, где осуществляется взаимооднозначное соотвествие между обозначающим и обозначаемый и где в силу последнего соображения можно говорить и о «чистом значении». Такого типа искусственным языком может явиться, например, язык‐посредник, о котором мы говорили в § 10. Машинний перевод показывает, что язык‐посредник ‐ это нечто большее, чем полезная абстракция.
Машинний перевод как раз препологает наличие некоторого абстрактного языка, который и подвергается обработке в машинной профрамме. Такой «язык‐ посредник» (вне зависимости от того, с какого количества конкретных языков может быть осушествлен на него перевод) может строиться как система односначно фиксированных абстрактных значений или, если угодно, чистих значений (как

Potrebbero essere sollevate solide argomentazioni contro la separazione di analisi e sintesi e di aspetto attivo e passivo. La grammatica passiva propone il passaggio “dalla forma al significato puro” , quella attiva “dal significato puro alla forma espressiva”. Poiché non è possibile “denudare i pensieri” e non può esistere “il pensiero senza la lingua”, un simile passaggio non può essere effettuato. È ora necessario tenere in considerazione quanto segue. Per linguaggio si può intendere qualsiasi sistema di segni, usato per fissare i pensieri, quindi l’ “esistenza dei pensieri senza la lingua”, certamente, non è possibile. Ma il termine «lingua» è anche utilizzato come denominazione di “insieme di mezzi concreti di dialogo tra le persone di un dato paese”: questa è la lingua concreta ( russo, inglese, tedesco e cosi via). L’esistenza del significato (o di unità di senso elementari) al di fuori di una determinata lingua concreta è, in sede teorica, un’ipotesi del tutto ammissibile. In effetti si potrebbe affermare che il significato viene fissato in un linguaggio artificiale, dove si realizza una corrispondenza biunivoca tra segno e oggetto e dove, data quest’ultima considerazione, si può parlare anche di « significato puro ». Un tale tipo di linguaggio artificiale può essere, ad esempio, il linguaggio d’intermediazione di cui abbiamo parlato nel paragrafo 10. La traduzione automatica mostra che il linguaggio d’intermediazione è qualcosa di più che un concetto astratto.
La traduzione automatica suggerisce l’esistenza di un linguaggio astratto, esposto a un’elaborazione all’interno del programma automatico. Tale «linguaggio d’intermediazione» (che non dipende dalla quantità di lingue concrete verso le quali può essere effettuata la traduzione) può essere costruito come sistema di significati astratti fissati univocamente o, se si desidera, di significati puri (grammaticali come anche lessicali).

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грамматических, так и лексических). Если считать машинний перевод моделированием некоторого процесса, происходящего пpи обучении языку человека, и вообще согласиться с возможностью кибернетических аналогий, то вполне оправдано наше предположение о существовании аналога такого языка‐посредника при любом переводе.

В машинном переводе преположение о наличии системы «чистых значений» подвердгается в настоящее время экспериментальной проверке.

Заметим также, что именно машинний перевод показал необходимость раздельного подхода к проблеме анализа текста, при котором фактически мы идем от формы к языку‐посреднику, т.е. к функции или чистому значению (пассивная грамматика Л. В. Щербы) и к проблеме синтеза текста, при котором мы фактически идем от языка‐посредника, т. е. от функции или чистого значения к форме (активная грамматика Л. В. Щербы).

Когда мы говорим, что процесс общения распадается на два этапа, анализ и синтез, то это не озночает, что между ними нет взаимосвязи и взаимодействия, или, более того, что они в равной мере составляют акт коммуникации. Исходным при описании последнего, в особенности, когда имеет место общение посредством перевода, должно быть рассмотрение синтеза (порождения сообщений). Это тем более целесообразно, что анализ (распознавание единиц сообщения) может быть описан как процесс обратный по отношению к ситесу, т. е. как процесс воззтановления способов его порождения.

Se si considera la traduzione automatica modellizzazione di un processo che si attua durante l’apprendimento di una lingua reale e se in generale conveniamo sulla possibilità di analogie cibernetiche, si giustifica appieno la nostra ipotesi sull’esistenza di un analogo di un tale linguaggio di intermediazione in qualsiasi traduzione.

Nella traduzione automatica, l’ipotesi dell’esistenza di un sistema
di «significati puri» , è ora sottoposta a verifiche sperimentali.

Osserviamo anche che proprio la traduzione automatica ha mostrato la necessità di un chiaro approccio al problema dell’analisi del testo, con la quale di fatto passiamo dalla forma al linguaggio d’intermediazione, cioè alla funzione o al significato puro (la grammatica attiva di L.V. Ŝerba) e al problema della sintesi del testo, nel quale di fatto ci spostiamo dal linguaggio d’intermediazione, cioè dalla funzione o dal significato puro alla forma (la grammatica attiva di L.V. Ŝerba) . Quando diciamo che il processo del dialogo si divide in due fasi, analisi e sintesi, questo non significa che tra esse non ci siano interdipendenza e interazione, o che diano vita in egual misura all’atto comunicativo. Punto di partenza nella descrizione dell’atto comunicativo, in particolare quando questo ha luogo per mezzo di una traduzione, deve essere lo studio della sintesi (genesi del discorso). È più opportuno che l’analisi (identificazione degli elementi del discorso) venga descritta come processo reciproco rispetto alla sintesi, cioè come processo di ricostruzione delle modalità della sua genesi.

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§ 18. Модели порождения текста
В этом параграфе мы хотим кратко изложить основные идеи связанные с построением моделей порождения текста1. Исходным понятием при построении таких моделей служит понятие осмысленной или, как говорят, «отмеченной» фразы, причем это понятие полагается интуитивно понятным и не определяется. Полагается также, что множество осмысленных фраз данного языка задано (Ревзин, 1962, стр. 60‐61). Для теории перевода осмысленными являются те сообщения, которые подлежат переводу.
Итак, пусть задано множество осмысленных фраз. Был поставлен следующий важный вопрос (Хомский, стр. 422, 1962): какова должна быть система правил, чтобы:
1) ее применением можно было получить как можно больше осмысленных фраз,
2) ее применением мы не могли произвести ни одной неосмысленной фразы и
3) она была достаточно простой.
В связи с этим, может встать вопрос о сравнении различных произвольно конструирыемых систем между собой, а именно, если одна система производит больше осмысленных фраз, чем другая, то ее можно считать более «сильной», с другой стороны, если одна система содержить меньше правил, чем другая, то ее можно считать более простой. Построению таких формальных грамматических систем, или грамматических моделей и их сравнению между собой посвящена замечательная работа Н. Хомского «Синтаксические структуры». Кратко идея первой модели Хомского сводится к следующему:
Пусть у нас имеется некоторое механическое устройство, которое может принимать конечное число состояний: С1, С2…Сn.

18. Modelli di genesi del testo
In questo paragrafo esporremo brevemente i concetti di base legati alla struttura dei modelli di genesi del testo1. Il concetto di “frase sensata” o, come si dice, “marcata”, costituisce la nozione di partenza nella costruzione di tali modelli e, nello stesso tempo, si affida alla comprensione intuitiva e non viene definito. Si presume inoltre che la quantità delle frasi sensate di una lingua sia data (Revzin, 1962:60‐61). Nella teoria della traduzione sono dotati di senso i messaggi traducibili. Quindi, supponiamo ci sia dato un gran numero di frasi sensate.
È stata posta la seguente importante questione ( Homskij:422, 1962) : quale dovrebbe essere il sistema di regole affinché: 1) la sua applicazione possa produrre quante più frasi sensate possibile,
2) la sua applicazione non sia possibile in frasi prive di senso e
3) sia abbastanza semplice.
In relazione a questo può essere sollevata la questione del confronto tra i diversi sistemi costruiti arbitrariamente, vale a dire se da un sistema derivano più frasi sensate che da un altro, questo potrà allora essere considerato più “forte” e, d’altra parte, se un sistema contiene meno regole di un altro, potrà essere considerato più semplice.
Alla costruzione di tali sistemi grammaticali formali, o modelli grammaticali, e al confronto tra gli stessi, è dedicato lo straordinario lavoro di N. Homskij «Strutture sintattiche». Sinteticamente, l’idea del primo modello di Homskij consiste in questo: Supponiamo di avere una struttura meccanica in grado di produrre un numero finito di stati: S1, S2, Sn.

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Одно из этих состояний, например С0, является начальным состоянием, и одно из этих состояний, например Сn является конечным. Пусть переход из некоторого состояния Сi в некоторое состояние Ск сопровождается выдачей некоторого слова. Пусть зафиксированы все такие пары состояний, которые назовем связанными. Пусть теперь устройство проходит ряд цвязанных состояний от Со к Сn. Любую цепочку слов. полученную при такой операций, назовем фразой. Каждий набор фраз, произведенный некоторым устройством описанного вида, назовем языком с конечным чслом состояний, например, набор фраз the man comes “человек приходит” и the men come “люди приходят” может быть произведен следующим устройством, принимающим пять состояний:

При переходе из С0 (начальное состояние) в С1 производится «пустое слово», при переходе из С1 в С2 производится слово the, из С2 устройство может перейти в два разных состояния С3 и С4, в первом случае производится слово man, во втором men, при переходе из С3 в С5 производится слово comes и при переходе из С4 в С5 слово come. С5 ‐ конечное состояние.
Из этого примера можно сделать заключение, что язык с конечным числом состояний должен состоять только из конечного числа фраз.

Uno di questi stati, ad esempio S0, è lo stato di partenza e un altro, ad esempio Sn, è quello finale. Supponiamo che il passaggio dallo stato Si a uno stato Sk sia seguito dall’emissione di una parola. Supponiamo che tutte queste coppie di stati, che definiremo legati, siano state fissate. Supponiamo ora che il meccanismo passi attraverso una serie di stati collegati da S0 a Sn. Qualsiasi serie di parole, ottenuta durante questa operazione, sarà definita frase. Ogni serie di frasi, prodotta da un meccanismo del tipo descritto, sarà chiamata linguaggio con un numero finito di stati, ad esempio, la serie di frasi the man comes, “ l’uomo sta arrivando” e the men come, “gli uomini stanno arrivando”, possono essere prodotte dal seguente meccanismo, il quale comprende cinque stati:

Durante il passaggio da S0 (stato di partenza) a S1 si produce una “parola vuota”, durante il passaggio da S1 a S2 è prodotta la parola the, da S2 la struttura può spostarsi verso due diversi stati, S3 e S4, nel primo caso producendo la parola man, e nel secondo caso men, durante il passaggio da E3 a E5 è prodotta la parola comes e durante il passaggio da S4 a S5 la parola come. S5 è lo stato finale.

Partendo da questo esempio è possibile concludere che un linguaggio con un numero finito di stati deve essere costituito solo da un numero finito di frasi.

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На самом деле это не так. Ведь из некоторого состояния устройство может вернуться в то же самое состояние, производя некоторое слово; пусть, например, устройство может переходить из С2 не только в С3 и С4, но и в С2, производя при этом слово old (старый, старые). Изобразим это на схеме стрелкой, выходящей из С2 и слова возвращающейся в С2:

Тогда язык будет состоять из бесконечного набора фраз вида:
the man comes, the old man comes, the old…old…old…man comes…
Схема кажется достаточно простой и удобной, т. к. конечный набор состояний дает возможность производить бесконечное множество фраз. Между тем оказалось, что эта схема, с одной стороны, обладает очень слабой объяснительной способностью, т. е. мало содействует пониманию процесса порождения фраз человеком, а с другой стороны, может быть заменена более общей моделью, частным случаем которой и является язык с конечным числом состояний (Хомский, стр. 422‐430; Ревзин, 1962, стр. 139). Ниже мы рассмотрим более сильный порождающий процесс. Однако прежде следует ометить следующее важное достоинство рассматриваемой схемы: она позволяет применить к анализу языка аппарат теории информации (§ 12).

Ma in effetti non è proprio cosi. Poiché da uno stato il meccanismo può tornare allo stesso stato, producendo una parola; supponiamo, per esempio, che la struttura possa passare da S2 non solo a S3 e S4, ma anche a S2, generando la parola old [vecchio, vecchi]. Rappresentiamo questa situazione nello schema, con una freccia che parte da S2 e torna allo stesso S2.

In questo caso la lingua sarà costituita da una serie infinita di frasi come:
the man comes, the old man comes, the old…old…old…man comes…

Lo schema appare abbastanza semplice e comodo, poiché una serie finita di stati dà la possibilità di generare un numero infinito di frasi. È stato però dimostrato che questo schema, da un lato, possiede scarse capacità esplicative, cioè non contribuisce significativamente alla comprensione del processo di genesi delle frasi dell’uomo, ma dall’altro può essere sostituito da un modello più generale, il cui caso specifico è il linguaggio con un numero finito di stati (Homskij:422‐430; Revzin 1962:139).

Più avanti analizzeremo in modo più approfondito il processo di genesi. Tuttavia è prima necessario notare il merito importante dello schema considerato: esso permette di applicare all’analisi della lingua l’apparato della teoria dell’informazione (paragrafo 12).

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В теории информации уже рассматривались схемы, подобный схеме порождения языка с конечным числом состояний, с той только модификацей, что каждому переходу Сi → Ck приписывалась известная вероятность Рik (Эшби, гл. 9, 1959).
Вернемся к процессу порождения, приведенному в начале параграфа, только дабавим еще переходы:

C1 → C6 с выдачей слова

this “этот”

these “эти” woman

women

comes “идет”


с выдачей пустого слова

C8 → C0 “
Общая схема будет иметь вид:

C1 → C7
C6 → C10 “женщина” C7 → C9 “женщины” C10 → C5 C9 → C8

“ “

come “идут”

Для случаев, когда из данного состояний Сi мы переходим в одно и только одно состаяние Ск, соотвествующая вероятность Pik = 1. Для остальных случаев мы можем определить частоту, исследуя на достаточно длинном тексте, сколько раз встречатеся:

Nell’ambito della teoria dell’informazione sono già stati esaminati schemi simili a quello della genesi del linguaggio con un numero finito di stati, con una solo modifica, ovvero che ad ogni passaggio da S1 → Sk veniva registrata la probabilità nota Pik (Ashby, capitolo 9, 1959).
Torniamo ora al processo di genesi di cui abbiamo parlato all’inizio del paragrafo, aggiungendo però alcuni passaggi:

S1 → S6 produzione parola

S1→ S7
‘questi’
S6→S10
‘donna’
S7→S9
‘donne’
S10→S5
S9→S8
‘arrivano’
S5→S0 “

this ‘questo’ these

woman women

comes ‘arriva’ come

“ “

con produzione di una parola vuota S8→S0 “

Lo schema generale avrà quest’aspetto:

Nei casi in cui, da un dato stato S1, è possibile spostarsi solo verso lo stato Sk, la corrispondente probabilità sarà Pik = 1. Nel resto dei casi possiamo determinare la frequenza, analizzando in un testo sufficientemente lungo quante volte si incontra:

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а) после this слова woman и man
б) после these слова women и men
в) после the слова woman, women, man и men
Г) в начале (после «пустого слова») слово this.

Проведенный анализ (правда, на небольшом материале) показал, что, по‐ видимому:

P1.2 (the) > P1.6 (this) > P1.7 (these) P6.10 (woman) ≈ P6.3 (man)
P7.4 (men) ≈ P7.9 (women)

Эти результаты, очевидно, не случайны. Можно высказать предположение, что если в языке с конечным чслом состояний два слвоа принадлежат к одному грамматическому классу и одному семантическому классу, то условная вероятнность появления (после любого данного слова) одного из них приблизительно равна условной вероятности появления другого. Возможно, что в языках с конечным числом состояний имеет место и обратное, т. е. из того, что условная вероятность появления одного слова (после любого данного) приблизительно равна условной вероятности появления другого, следует их принадлежность к одному грамматическому и одному семантическому классу.

Это предположение не опровергается тем, что вероятность появления man (человек) после the равна вероятность появления (люди), хотя они и принадлежат к разным грамматическими классам. Ведь после this (этот) вероятность появления man есть некоторое положительное число, в то времия как вероятность появления men (люди) практически равна нулю.

То, что, по‐видимому, существует определенная связь между статистической и грамматико‐ семантической структурой текста,

a)dopo this la parola woman e man
b)dopo these la parola women e men
c)dopo the la parola woman, women, man e men
d)all’inizio (dopo la “parola vuota”) il termine this.

L’analisi condotta (a dire la verità su una quantità di materiale abbastanza limitato) ha mostrato che, evidentemente:

P1.2 (the) > P1.6 (this) > P1.7 (these) P6.10 (woman) ≈ P6.3 (man)
P7.4 (men) ≈ P7.9 (women)

Questi risultati, certo, non sono casuali. È possibile formulare un’ipotesi: se all’interno di un linguaggio con un numero finito di stati due parole appartengono a una stessa classe grammaticale e a un’area semantica, allora convenzionalmente la probabilità della comparsa (dopo qualsiasi parola data) di una di esse è approssimativamente pari alla probabilità di comparsa dell’altra.
È possibile che nei linguaggi con un numero finito di stati si verifichi anche il reciproco, cioè a parità di probabilità di occorrenza di due parole, le due parole appartengono alla stessa classe grammaticale e semantica. Questa ipotesi è smentita dal fatto che la probabilità della comparsa della parola man [persona] dopo the è pari alla probabilità della comparsa di men [persone], nonostante questi termini appartengano a classi grammaticali diverse. Eppure, dopo this [questo] la probabilità di comparsa della parola man è un numero positivo, mentre la probabilità di comparsa della parola men [persone] è praticamente pari a zero.
Il fatto che, apparentemente, esista un legame preciso tra la struttura statistica e semantico‐grammaticale del testo è verosimile anche in forza delle considerazioni che seguono.

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правдоподобно и в силу следующих соображений.
В теории информации показывается следующий факт: чем свободнее возможность связывать между собой отдельные элементы кода, тем меньше избыточность (см. § 12). Если бы язык был устроен так, что в нем избыточность равнялась нулю, то любая фраза в нем была бы осмыслена, а схема порождения должна была бы строиться так, что из любого состояния возможен с одинаковой вероятностью переход в остальные. Наоборот. чем больше ограничений наложено на порядок следования элементов, тем больше избыточность кода.

Наличие в языке целого ряда рязличных классов слов и обусловленное этим сложное структурное строение языка, наличие специфически лингвистической грамматики объясняется, по‐видимому, необходимостью в большой избыточной информации. По самим условям речевого общение язык немыслим как оптимальный код, т. к. он должен обладать очень большой помехоустойчивостью.

В этой связи интересно следующее замечание Ингве: «Порядок и беспорядок в известной мере дополняют друг друга. Статистическая независимость преполагает отсутствие структуры, а любые отклонения от равновероятного исхода (any deviation of randomness) могут рассматриваься как‐показатель структурности» (Yngve, 1956, стр. 106). Для подобных исследований схема порождения с конечным числом состояний чрезвычайно полезна, т. к. она представляет собой наиболее простую модель грамматики. С другой стороны, интересно разобрать более сложные модели порождения, которые лучше отражают свойства реальных языков.

Nella teoria dell’informazione viene mostrato il seguente fatto: più libera è la possibilità di legare tra loro i singoli elementi del codice, minore sarà la ridondanza (paragrafo 12). Se la lingua fosse costruita in modo che al suo interno la ridondanza fosse pari a zero, allora qualsiasi frase al suo interno sarebbe sensata, mentre lo schema della genesi dovrebbe essere costruito affinché da qualsiasi stato fosse possibile, con una uguale probabilità, il passaggio verso quelli rimanenti. Al contrario, quante più limitazioni sono poste sull’ordine di successione degli elementi, maggiore sarà la ridondanza del codice.

L’esistenza all’interno della lingua di una serie di differenti classi di parole, la complessa struttura della lingua da ciò condizionata e l’esistenza di una grammatica specificatamente linguistica si spiegano apparentemente con la necessità di una grande ridondanza di informazioni. Secondo le condizioni stesse della comunicazione discorsuale, la lingua non può essere considerata un codice ottimale, poiché deve possedere una considerevole resistenza alle interferenze.

A riguardo è interessante notare l’osservazione di Yngve: “Ordine e disordine, in una certa misura, si completano a vicenda. L’indipendenza statistica presuppone l’assenza di struttura, e qualsiasi deviazione da un esito prevedibile (any deviation of randomness) può essere considerata come indice di strutturalità” (Yngve:106, 1956).
Per simili ricerche, lo schema della genesi con un numero finito di stati è particolarmente utile, poiché rappresenta il più semplice modello di grammatica. D’altro canto, è interessante prendere in esame modelli di genesi più complessi, i quali meglio riflettono le proprietà reali delle lingue.

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Используя метод анализа по непосредственно состасляющим (НП)2, Н. Хомский построил порождающий процесс, который гораздо больше соотвествует лингвистической интуиции, а главное, оказывается гораздо более сильным, чем рассмотренный ранее (Ревзин, 1962, стр. 139).
Мы изложим основные идеи этого метода порождения, используя понятие конфигуразии, принятое в нашей литературе. Мы будем называть конфигурацией:
а) последовательность грамматических классов, соотвествующих костяку предложения, т. е. классов, соотвествующих субъекту и предикату (такую конфигурацию назовем базисной); б) последовательность грамматических классов, выполняющих ту же роль, что и один класс (такую конфигурацию назовем небазисной).
То, что мы рассматриваем не цепочки слов, например, “человек пришел, большой человек, очень большой, пришел домой и т. п., а цепочки соотвествующих классов, связано с необходимостью сократить число правил вывода. Так, цепочку нарече + прилагательное м. рода, ед. числа, им. падежа можно в дальнейшем заметить очень большим числом сочетаний, например

очень хороший
очень плохой
весьма посредцтвенный довольно примитивный и т. п.

Порождение осмысленной фразы можно представить себе следующим образом. Имеется исходный симбол Z0. Этот симбол заменяется какой‐то базисной конфигурацией. Далее, каждый из элементов конфигурации, в свою очередь, заменяется конфигурацией и т.д.

Utilizzando il metodo di analisi dei costituenti immediati2, N. Homskij ha costruito un processo generativo che corrisponde in misura maggiore all’intuizione linguistica, e la cosa più importante è che si dimostra di gran lunga più forte di quello analizzato prima (Revzin:139, 1962).

Esporremo le idee fondamentali di questo metodo di genesi, utilizzando il concetto di configurazione, accettato nella letteratura. Definiremo come configurazione:

a) la sequenza di categorie grammaticali, che corrispondono allo scheletro della proposizione, cioè le classi che corrispondono a soggetto e predicato (tale configurazione sarà definita di base);

b) la sequenza di categorie grammaticali che assolvono lo stesso ruolo di classe ( tale configurazione sarà definita secondaria).
Il fatto di notare non una serie di parole, ad esempio, “un uomo è arrivato, un uomo malato, molto malato, è arrivato a casa” , ma una serie di classi corrispondenti, si lega alla necessità di ridurre il numero di regole della conclusione. Quindi alla serie avverbio + aggettivo, genere maschile, singolare, caso nominativo si potrebbe in seguito sostituire un notevole numero di combinazioni, come ad esempio:

molto buono
molto cattivo
assai mediocre abbastanza semplice ecc.

La genesi delle frasi sensate può presentarsi nel seguente modo.
Consideriamo il simbolo di partenza Z0. Questo simbolo è sostituito da una qualsiasi configurazione di base. Quindi, ciascuno degli elementi della configurazione, a sua volta, sarà sostituito dalla configurazione e cosi via.

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Затем вступают в действие правила, заменяющие симболы классов отдельными словами.
Поясным сказанное следующим примером:

Пусть S1 ‐ класс, соответствующий существительному им. падежа, мн. числа

V1 ‐ ” непереходному глаголу мн. числа, пр. времени

V2 ” непереходному глаголу мн. числа, пр. времени

A1 ” прилагательному им. падежа, мн. ч числа

A2 ” прилагательному вин. падежа, ж. рода, ед. числа

S2 ” существительному вин. падежа, ж. рода, ед. числа

Тогда порождение фразы:
“Советские шаxматисты одержали крупную победу” можно представить как следующую последовательность замен:

  1. 1)  Z0 → S1V1
  2. 2)  S0 → A1S1
  3. 3)  V1 → V2S2
  4. 4)  S2 → A2S2
  5. 5)  S1 → шахматисты
  6. 6)  A1 → советские
  7. 7)  V2 → одержали
  8. 8)  S2 → победу
  9. 9)  A2 → крупную

Заметим, что при всех заменах в левой части обязательно стоит один симбол, а в правой части может быть несколько симболов. Каждый ряд операций типа х → y приводит к преобразованию исходного символа, которое можно записать следующим образом:

Successivamente entrano in azione le regole volte a sostituire i simboli delle classi con le singole parole.
Chiariamo quanto detto con il seguente esempio:

Sia S1 – una classe corrispondente al sostantivo, caso nominativo,
plurale

V1 – una classe corrispondente al verbo intransitivo, plurale, tempo passato

V2 – una classe corrispondente al verbo transitivo, plurale, tempo passato

A1 – una classe corrispondente all’aggettivo, caso nominativo, plurale A2 – una classe corrispondente

all’aggettivo, caso accusativo, genere femminile, singolare

S2 – una classe corrispondente al sostantivo, caso accusativo, genere femminile, singolare

Quindi la genesi della frase:
“Gli scacchisti sovietici hanno riportato una grande vittoria” può essere rappresentata

come la seguente serie

1) 2) 3) 4) 5) 6) 7) 8) 9)

di sostituzioni:

Z0 → S1V1
S1→ A1S1
V1→ V2S2
S2 → A2S2
S1 → scacchisti
A1 → sovietici
V2 →hanno riportato S2 → vittoria

A2 → grande

Notiamo che, in tutte le sostituzioni, nella parte sinistra troviamo immancabilmente un solo simbolo, mentre nella parte destra si possono trovare più simboli. Ogni serie dell’operazione del tipo X → Y porta alla trasformazione del simbolo di partenza, il quale può essere trascritto nel seguente modo:

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Z0
S1V1
A1S1V1
A1S1V2S2
A1S1V2A2S2
Cоветские шахматисты V2A2S2 ……………………………………………
Cоветские шахматисты одержали крупную победу (по 9).

Такой ряд Хомский назвал выводом (derivation). Символы Z0, A, S, V и т.п. мы будем называть мета‐обозначениями. Совокупность заключительных строк задаваемых правилами данного типа, будем считать множеством осмысленных фраз, порождаемым данной грамматикой.

Набор осмысленных фраз, т. е. заключительных строк вывода, Хомский назвал терминальным языком (terminal language).
Порождению, в виде цепочки вывода, эквивалентен процесс, который представляется в виде так называемого порождающего дерева. Каждой замене одного элемента на несколько соответствует узел. из которого выходит несколько ветвей. Так, приведенное предложение может быть представлено как порожденное следующим деревом:

Рассмотренная модель интересна и с кибернетической точки зрения. На ее основе Ингве высказал следующую интересную гипотезу (Yngve, 1960).

Z0
S1V1
A1S1V1
A1S1V2S2
A1S1V2A2S2
Gli scacchisti sovietici V2A2S2 ………………………………….
Gli scacchisti sovietici hanno riportato una grande vittoria

Homskij ha definito tale serie derivazione (derivation).
Considereremo come la grande quantità di frasi sensate originate dalla data grammatica la totalità delle linee conclusive date dalle regole descritte.

L’insieme di frasi sensate, vale a dire delle linee conclusive della derivazione, è stato definito da Homskij terminal language.
Alla genesi, nell’ambito della serie delle derivazioni, equivale il processo che si presenta nel quadro del cosiddetto albero generativo. A qualsiasi sostituzione di un elemento corrisponde un nodo, dal quale si estendono vari rami. Quindi, l’affermazione riportata può essere presentata come generata dal seguente albero:

Il modello analizzato è interessante anche da un punto di vista cibernetico. Alla sua base, Yngve ha formulato la seguente interessante ipotesi (Yngve:1960).

28

Преположим, что человек действительно синтезирует фразы рассмотренным выше способом. Ясно, что он не выдает сразу готовую фразу, а выстраивает слова цепочкой, одно за другим, при этом он не всегда знает, как будет закончена фраза, начатая определенным словами. Фраза может быть, вообще говоря, сколько угодно длинной (примером может служить шутливое английское стихотворение “дом, который построил Джек”, известное у нас в переводе С. Маршака). С другой стороны, объем выстродействующей памяти человека, как показали экспериментально психологические исследования Миллера (Miller, 1956), весьма ограничен. Ингве предлагает модель, которая реализует эту ситуацию, а именно, машину, схема которой представлена на стр. 93.

При этом в постоянной памяти содержатся правила вида Xi → Yj, в решающем устройстве производится сама операция замены, а в быстродействующей памяти хранятся те промежыточные сведения, которые необходимо запомить для выполнения некоторых операций.

Supponiamo che l’uomo sintetizzi realmente le frasi nel modo sopra analizzato. È evidente che non viene subito rilasciata la frase compiuta, ma le parole vengono allineate a catena, una dopo l’altra; non sempre sa come terminerà la frase, iniziata con certe parole. La frase può essere, in generale, di una qualsiasi lunghezza (può servire come esempio la filastrocca cumulativa inglese “The house Jack Built” di Jimmy Raynor). D’altro canto, il volume della memoria di transito dell’uomo, come mostrato dalle ricerche psicologiche sperimentali di Miller (Miller:1965), è piuttosto limitato. Yngve propone un modello che realizza tale situazione, precisamente una macchina, il cui schema è rappresentato a pagina 93.

In questo caso nella memoria a lungo termine vengono mantenute le regole del tipo Xi → Yj, nella struttura determinante viene effettuata la medesima operazione di sostituzione, mentre nella memoria di transito vengono conservate quelle informazioni intermedie che è necessario ricordare per l’esecuzione di alcune operazioni.

29

Например, для вывода сочетания: «одержали крупную победу» по правилам:

  1. 1)  V1 → V2S2
  2. 2)  V2 → одержали
  3. 3)  S2 → A2S2
  4. 4)  S2 → победу
  5. 5)  A2 → крупную

до того, пока не сработало четвертое правило, в быстродейстующей памяти надо хранить слово “победу”, которое может быть выдано (и стерто в быстродействующей памяти) лишь тогда, когда выведено слово “крyпную”.

Из этого примера ясно, что быстродействующая память должна вмещать по кайней мере два слова, иначе невозможно произвести нужную нам последовательность слов.
Ингве показывает, что минимальный объем быстродействующей памяти, необходимый для порождения описанным устройством любой фразы данного языка, зависит ото того, имеем ли мы дело с так называемыми прогрессивными или же регрессивными3 конструкциями в языке.
Прогрессивными конструкциями Ингве называет деревья или поддеревья (части деревьев), где ветвление происходит в правых точках, т. е. имеющие вид:

Ad esempio, per la derivazione della combinazione: “одержали крупную победу” ( hanno riportato una grande vittoria), secondo le regole:

  1. 1)  V1 → V2S2
  2. 2)  V2 → одержали [hanno riportato]
  3. 3)  S2→A2S2
  4. 4)  S2 → победу [una vittoria]
  5. 5)  A2 → крупную [grande]

fino all’entrata in azione della quarta regola è necessario conservare nella memoria di transito la parola “vittoria”, che può essere emessa (e cancellata nella memoria di transito) solo quando viene emessa la parola “grande”.

Da questo esempio risulta chiaro che la memoria di transito deve accogliere almeno due parole, non sarebbe altrimenti possibile generare la successione di parole a noi necessaria.
Yngve mostra che il volume minimo della memoria di transito, necessario per la generazione di qualsiasi frase di una data lingua tramite il meccanismo descritto, dipende dalla nostra pratica con le cosiddette costruzioni progressive o regressive3 all’interno della lingua. Yngve definisce le costruzioni progressive alberi o sottoalberi (elementi degli alberi), dove le diramazioni si originano dai punti di destra, prendendo cioè questa forma:

30

Ингве показывает, что указанное устройство, при ограниченном объеме быстродействующей памяти, может производить фразы какой угодно большой длины, если деревья этих фраз суть прогрессивные конструкции. Регрессивными конструкциями Ингве называет деревья или поддеревья, где ветвление происходит в левых точках, т. е. имеющие вид:

Именно за счет таких конструкций и повышаются требования к объему быстродействующей памяти.
После этих предверительных замечаний перейдем к изложению основной гипотезы Ингве.

Ингве считает, что:

Yngve mostra che la struttura indicata, dato il volume limitato della memoria di transito, può produrre frasi di qualsiasi lunghezza se l’albero generativo di queste frasi è costituito dalle costruzioni progressive.

Yngve definisce gli alberi, o sottoalberi, costruzioni regressive, dove le diramazioni si originano dai punti di sinistra, prendendo cioè la seguente forma:

Proprio per queste costruzioni aumentano le esigenza del volume della memoria di transito.
Dopo queste osservazioni preliminari, passiamo ora all’esposizione dell’ipotesi di base formulata da Yngve.

Yngve ritiene che:

31

а) фразы, действительно употребляемые в разговорном языке, имеют регрессивные построения ограниженной длины;
б) во всех языках существуют методы ограничения регрессивных конструкций, и вообще для фраз с разветвленным регрессивным построением используются синонимические конструкции прогрессивного строения.

Гипотеза Ингве проходит в настоящее время экспериментальную проверку . Имеется ряд веских возражений против этой гипотезы (в частности, высказанных Хомским и Лизом ). Тем не менее, основное стремление Ингве ‐ связать механизм порождения текста с особенностями быстродействующей памяти ‐ заслуживает самого серьезного внимания. В частности, мы увидим, в § 31. что гипотеза б) имеет важное значение для понимания явлений устного перевода.

Как ни важна, однако, модель непосредственных составляющих для монимания явлений языка, имеется, как выяснилось, ряд фраз, которые не могут быть объяснены на основании этой модели (Хомский; Ревзин. 1962).

В качестве примера приведем ряд немецких фраз:

1. Gestern baute er das Haus. “Вчера стоил он дом “.

2. Wie hat er das Haus gebaut? “Как он строил дом?”

3. Das Haus wird von ihm gebaut. “Дом строится им”.

Эти фразы не могут быть произведены методом непосредственных составляющих по следующим соображениям:

а) При порождении этим методом лйюбая фраза должна делиться на две непрерывные части (соответствущие субъекту и предикату), а в наших фразах этого нет;

a) le frasi realmente utilizzate nella lingua colloquiale possiedano una struttura regressiva di lunghezza limitata;
b) all’interno di tutte le lingue esistano metodi di restrizione della costruzione regressiva, e in generale per le frasi con una struttura regressiva articolata è utilizzata una costruzione sinonimica alla struttura progressiva.

L’ipotesi di Yngve, al momento, è in fase di verifica sperimentale. Ci sono schiere di obiezioni convincenti contro suddetta ipotesi (formulate in particolare da Homskij e Lees). Ciononostante, la principale aspirazione di Yngve, stabilire una relazione tra il meccanismo della generazione del testo e le particolarità della memoria di transito , merita la più seria attenzione.

In particolare, vedremo nel paragrafo 31 che l’ipotesi b) ha importante significato per la comprensione del fenomeno della traduzione orale.

È a sua volta importante, tuttavia, il modello dei costituenti immediati per la comprensione dei fenomeni della lingua; esiste, come è stato chiarito, una serie di frasi che non possono essere spiegate sulla base di questo modello (Xomskij; Revzin:1962).

In qualità d’esempio riportiamo una serie di frasi in tedesco:

1. Gestern baute er das Haus. “Ieri ha costruito la casa”.
2. Wie hat er das Haus gebaut?

“Come ha costruito la casa?”
3. Das Haus wird von ihm gebaut. “La casa è stata costruita da lui”.

Queste frasi non possono essere prodotte dal metodo dei costituenti immediati per le seguenti considerazioni:
a) durante la genesi, con questo metodo, qualsiasi frase deve dividersi in due parti ininterrotte (corrispondenti a soggetto e predicato), mentre nelle nostre frasi questo non avviene;

32

б) Интуитивно можно сказать, что все три фразы получены из фразы er baut das Haus, которую, в свою очередь, можно, например, получить из конфигурации: субъект – предикат (er baut).

Одноко легко убедиться, что нет такого преобразования, при котором фразы 1‐3 получаются из фразы er baut das Haus при помощи замены только одного элемента конфигурацией (без изменения порядка следования других элементов).

в) При порождении фраз конфигурационным методом каждая замена Х1 → Y1 не зависела от других замен, произведенных ранее. Здесь же замена baut на wird gebaut связана с заменой er на von ihm.
В связи с этим Хомский строит некоторое обощение теории порождения по НП, а именно, допускает, что наряду с фразами, полученным из базиснух конфигураций (им можно назвать ядром языка), имеется еще дополнительное множество фраз, полученное из фраз языка путем применения некоторых трансформаций. Процесс порождения теперь можно представлять себе как развертывание конфигураций и замену абстрактных символов словами языка, как и в предшествующей модели, с последующей трансформацей полученных фраз.
Таким образом, имеется совокупность фраз ядра, полученных конфигурационным методом, и совокупность фраз, полученных из фраз ядра (или каких‐нибудь иных), путем трансформации.
Покажем, например, что фразы 1‐3 могут быть получены из фразы er baute das Haus путем трансформации описанного выше вида. Введем следующие трансформации: T1. er baute gestern → gestern baute er (этот тип трансформаций, наиболее простой, поскольку здесь все элементы остаются теми же самыми ‐ можно назвать «перестановочной трансформацией»).

b) intuitivamente si può affermare che tutte e tre le frasi sono state ottenute dalla frase er baut das Haus, la quale a sua volta può essere ottenuta dalla configurazione: soggetto – predicato (er baut).

Tuttavia si verifica facilmente che non c’è tale trasformazione, per cui le frasi 1‐3 sono ottenute dalla frase er baut das Haus con l’aiuto della sostituzione di un solo elemento della configurazione (senza una modifica dell’ordine degli altri elementi).

c) Durante la generazione delle frasi attraverso il metodo della configurazione qualsiasi sostituzione Xi → Yj non dipende da altre sostituzioni effettuate precedentemente. Qui la sostituzione di baut con wird gebaut è legata alla sostituzione di er con von ihm.
A riguardo Xomskij ha elaborato una sintesi della teoria della generazione sulla base dei costituenti immediati, e precisamente suppone che oltre alle frasi ottenute dalle configurazioni di base (che possono essere definite nucleo della lingua), esista un’ulteriore quantità di frasi ottenute dalle frasi della lingua mediante alcune trasformazioni.
Il processo della generazione può ora presentarsi come lo sviluppo della configurazione e come sostituzione di simboli astratti con parole della lingua, come anche nel modello precedente, con successiva trasformazione delle frasi ottenute.
In questo modo, c’è un insieme di frasi del nucleo ottenute attraverso il metodo di configurazione, e un insieme di frasi ottenute dalle frasi del nucleo (o di qualcos’altro), per mezzo della trasformazione.
Mostriamo ad esempio che le frasi 1‐3 possono essere ottenute dalla frase er baute das Haus per mezzo della trasformazione del tipo descritto sopra. Introduciamo la seguente trasformazione:
T1. er baute gestern → gestern baute er (questo tipo di trasformazione è il più semplice, poiché qui tutti gli elementi rimangono gli stessi, e può essere definita “trasformazione commutativa”).

33

T2. er hat → wie hat er
(этот тип «перестановочной трансформациями» можно назвать «вопросительными трансформацями»). T3. baute das Haus → hat das Haus gebaut (это не простая замена элемента baut на hat gebaut, типа тех, которые производились в предыдущем параграфе, но подлинная трансформация, поскольку здесь, во‐первых, происходит определенная перестановка и, главное, появляется не происвольный элемент некоторого класса, например, geschrieben, gemacht, и т. п., а тот элемент, который передает тот же смысл. Такие трансформации можно назвать «морфологическими»).
T4. er baut das Haus → das Haus wird von ihm gebaut.
Аналогично в русском языке:
он строит дом → дом строится им
Это «пассивная трансформация». Покажем теперь, как комбинируя методы конфигурационного порождения и трансформационных преобразований, можно получить наши фразы. Из конфигурационных преобразований нам понадобятся следующие три:

ф1 Z → er ging
ф2 ging → baute das Haus ф3 baute → baute gestern.

Эти преобразования порождают следующие ядра:

er ging
er baute das Haus
er baute gestern das Haus

Наши фразы 1‐3 получаются применением следующих преобразований:

1 фраза: ф1, ф2, ф3, T1 2 фраза: ф1, ф2, T3, T2 3 фраза: ф1, ф2, T4

T2. er hat → wie hat er
( questo tipo di “trasformazioni commutative” possono essere definite “trasformazioni interrogative”).
T3. baute das Haus → hat das Haus gebaut (questa non è una semplice sostituzione dell’elemento baut con hat gebaut, come quelle effettuate nel paragrafo precedente, ma si tratta di una vera trasformazione, poiché qui, in primo luogo, si verifica un certo spostamento e, cosa più importante, non compare un elemento arbitrario di una classe, ad esempio geschrieben, gemacht, ecc…, ma quell’elemento che trasmette lo stesso significato. Tali trasformazioni possono essere definite “morfologiche”).
T4. er baut das Haus → das Haus wird von ihm gebaut.
Analogamente nella lingua russa:
он строит дом → дом строится им ( lui ha costruito la casa → la casa è stata costruita da lui)
Questa è una “trasformazione passiva”. Mostriamo ora come, combinando i metodi della generazione, della configurazione e della trasformazione, sia possibile ottenere le nostre frasi.
Dalle configurazioni delle trasformazioni risulta necessario il seguente modello:

F1 Z → er ging
F2 ging →baute das Haus F3 baute → baute gestern.

Queste trasformazioni generano le seguenti frasi del nucleo:

er ging
er baute das Haus
er baute gestern das Haus

Le nostre frasi 1‐3 sono ottenute dalla messa in atto delle seguenti trasformazioni:

1 frase: F1, F2, F3, T1 2 frase: F1, F2, T3, T2 3 frase: F1, F2, T4

34

Трансформации могут иметь самую разнообразную форму. Это могут быть трансформации, преобразующие:
а) часть фразы в часть фразы, например, T2, T3

б) фразу в фразу, например, T4
в) фразу в часть фразы.
До сих пор трансформаций последнего типа мы не рассматривали. Между тем, в языке они играют очень большую роль.

Большинство предложений нашего языка содержит некоторые трансформации, например, взятое наугад (стр. 615) предложение из “Краткого курса математического анализа” А. Я. Хинчина: “В создании строгой теории бесконечнык рядов одновременно с Коши фундаментальные результаты были получены Абелем”. Оно получено из следующих предложений:

1) Некто создавал строгую теорию бесконечных рядов
2) Коши получил фундаментальные результаты

3) Абель получил фундаментальные результаты, т. е. в создании этого предложения участовали по крайней мере две трансформации:

Le trasformazioni possono assumere le più molteplici forme e possono coinvolgere: a)parti di frasi all’interno di parti di frasi, come nel caso di T2 o T3

b)una frase all’interno della frase, come ad esempio in T4
c)una frase all’interno di una parte di frase. Tuttora non abbiamo analizzato quest’ultimo tipo di trasformazione, che ha invece un ruolo molto importante all’interno della lingua.

La maggioranza delle frasi nella lingua russa contiene alcune trasformazioni, come ad esempio la proposizione scelta a caso da “Breve corso di analisi matematica” di A. Ja. Chinčin (pagina 615):

“Nella creazione della rigida teoria delle serie infinite contemporaneamente a Koši, risultati fondamentali sono stati ottenuti da Abel’”. Questo è ottenuto dalle seguenti proposizioni:

1) Hекто создавал строгую теорию бесконечных рядов [Qualcuno ha elaborato una rigida teoria di serie infinite]
2) Коши получил фундаментальные резултаты [Koši ha ottenuto risultati fondamentali]
3) Абель получил фундаментальные резултаты [Abel’ ha ottenuto risultati fondamentali], cioè all’elaborazione di questa proposizione hanno partecipato almeno due trasformazioni:

35

а) некто создавал теорию → создание теории
б) Абель получил результаты → результаты были получены Абелем

и два правила объединения, которые также можно рассматривать как трансформацию:
в) при объединении 1), 2) и 3) действует правило: создание → в создании

г) при совпадении предикатов у 2) и 3) действует правило: Коши делал нечто → одновременно с Коши.
Введение в предложение однородных членов может быть осуществлено с помощью алгоритма, предложенного Е. В. Падучевой (Падучева, стр. 17 ‐ 18). Такой алгоритм можно построить следующим образом. Алгоритм должен сравнивать синтаксические деревья двух сочиненых предложений, и если оказывается, что определенные части этих деревьев заняты тождественными словами (т. е. соответствующие цепочки совпадают во всем, кроме порядкового номера слова и предложении), то эти два дерева можно “срастить”, т. е. отбросить ту часть второго предложеиния, которая в нем тождественна с первое предложение с помощью сочинительного союза. В результате такой операции, можно, например, из двух сочиненных предложений:

Прямая А пересекает прямую В, и прямая А пересекает прямую Y,
получить предложение с однородными членами:

Прямая А пересекает прямую В и прямую Y.
Деревья могут сращиваться “сверху”, как в предыдущем случае, когда два сочиненных предложения имеют тождественные подлежащие и сказуемые, так и “снизу”, как в предложении:

a)некто создавал теорию [qualcuno ha elaborato la teoria] → создание теории [elaborazione della teoria]
b)Абель получил резултаты [Abel’ ha ottenuto risultati] → резултаты были получены Абелем [dei risultati sono stati ottenuti da Abel’]

e due regole di associazione, che possono a loro volta essere considerate trasformazioni: c)nell’associazione delle proposizioni 1), 2) e 3) opera una regola: создание [elaborazione] → в создании [nella creazione]

d) nel caso coincidano i predicati delle proposizioni opera allora la regola: Коши делал нечто [Koši ha fatto qualcosa] → одновременно с Коши [contemporaneamente a Koši]. L’introduzione all’interno della proposizione di elementi analoghi può essere effettuata con l’aiuto di un algoritmo, proposto da E. V. Padučeva (Padučeva, pag. 17‐18). Tale algoritmo può essere costituito nel seguente modo. L’algoritmo deve comparare gli alberi sintattici delle due proposizioni composte, e se si dimostra che certe parti di questi alberi sono occupate da parole equivalenti (cioè serie corrispondenti che coincidono in tutto, tranne che nel numero d’ordine della parola nella proposizione) , allora questi due alberi possono “congiungersi” , cioè abbandonare quella parte della seconda proposizione che è presente al suo interno come anche, identica, nella prima proposizione, mentre la parte rimanente è introdotta nella prima proposizione con l’aiuto della congiunzione copulativa. Come risultato di tale operazione è possibile ad esempio, da due proposizioni composte:

“La retta A interseca la retta B”, e “La retta A interseca la retta Y”,
ottenere una proposizione con parti analoghe:

“La retta A interseca la retta B e la retta Y”. Gli alberi possono congiungersi “dall’alto”, come nel caso precedente, dove due proposizioni composte hanno identici soggetti e predicati, come anche “dal basso”, come nel caso della proposizione:

36

Прямая А и прямая В пересекают прямую Y, где вершины деревьев различны, а совпадающими являются нижние части деревьев, начиная со сказуемого.

§ 19. Трансформация как внутриязыковой перевод
Абстрактное определение трансформации, данное в § 18, сводится к тому, что при трансформации дается ряд правил замены одних фраз другими, причем предполагается, что смысл остается неизменным. Для нас существенно именно последние.

Поэтому мы определим трансформацию как перевод внутри языка или, точнее, тот частный случай перевода по схеме No 4, при котором ИЯ совпадает с ПЯ (см. понятие внутриязыкового перевода в §

6). Отличие трансформации от межъязыкового перевода, между прочим, состоит в том, что при трансформации нам не приходится сталкиваться с разной категоризацией действительности. Представляет значительный интерес классификация информаций, предложенная Л. Теньером4. В основу своей классификации Теньер положил части речи, которые он обозначает симболами, соответствующими окончаниями частей речи в эсперанто: О (существительное), А (прилагательное), I (глагол), E (нарече). При этом он различает два основных типа трансформаций: к первому относятся трансформации полнозначного слова ‐ члена предложения в слово иной категории (трансформации первой степени), ко второму ‐ трансформация всего предложения (трансформации второй степени). Внутри каждого из этих типов выделяются трансформации простые, двойные, тройные и т. д., в зависимости от количества трансформаций, которым подвергается базисная конструкция.

La retta A e la retta B intersecano la retta Y, dove le sommità degli alberi sono differenti, mentre coincidono le parti inferiori degli alberi, a partire dal predicato.

19. La trasformazione come traduzione intralinguistica
La definizione astratta di trasformazione che abbiamo trovato nel paragrafo 18, si limita al fatto che, al momento della trasformazione, è data una serie di regole di sostituzione di alcune frasi con altre e, nello stesso tempo, si prevede che il senso rimanga invariato. Per noi è importante proprio l’ultimo elemento. Per questo definiamo la trasformazione come traduzione all’interno della lingua o, più precisamente, come caso particolare della traduzione in base allo schema No 4, nel quale la lingua emittente coincide con la lingua ricevente (vedi il concetto di traduzione intralinguistica nel paragrafo 6). La differenza tra la trasformazione e la traduzione interlinguistica, fra l’altro, consiste nel fatto che, al momento della trasformazione, non ci scontriamo con una diversa categorizzazione della realtà. È di notevole interesse la classificazione delle trasformazioni proposta da L. Tesnière4. Alla base della sua classificazione Tesnière ha posto le parti del discorso, rappresentate con dei simboli, corrispondenti alle desinenze delle parti del discorso in esperanto: O (sostantivo), A (aggettivo), I (verbo), E (avverbio). Su questa base Tesnière distingue due tipi fondamentali di trasformazione: il primo riguarda la trasformazione della parola dotata di senso, dell’elemento della proposizione nella parola di un’altra categoria (trasformazione di primo livello), mentre il secondo riguarda la trasformazione di tutta la proposizione (trasformazione di secondo livello). All’interno di ciascuno di questi tipi si distinguono trasformazioni semplici, doppie, triple e cosi via, a seconda della quantità di trasformazioni che sono esposte alla costruzione di base.

37

Трансформации далее классифицируются, исходя из характера результирующей (а не исходной) категории. Рассматриваются, следовательно, трансформации в существительное, прилагательное, нарече и глагол.

К простым трансформациями первой степени Тенеьер относит следующие: трансформация прилагательного, наречия, глагола в существительное, трансформация существительного, наречия и глагола в прилагательное, трансформация существительного, прилагательного и глагола в нарече, трансформация существительного, прилагательного и наречия в глагол. Соответственно описываются двойные, тройные е т. п. трансформации первой степени.

Так, согласно Теньеру, двойная трансформация первой степени по формуле I > O > E представляет собой трансформацию личной глагольной формы в отглагольное существительное (I > O) и далее в неречие (O > E), например:

Ср: Je vous défends de sortir, Bernard cherche à comprendre.

Здесь, по теории Теньера, неопределенная форма есть глагол, преобразованный в существительное (первая трансформация), а последнее при помощи предлога de превращается в функциональный эквивалент наречия, играя ту же роль, что, например, rigoureusement (Ср. Je vous défends rigoureusement). То же относится и к форме à comprendre. Факты перевода, по‐ видимому, подтверждайют целесообразность такого подхода, т. к., например, при переводе на немезкий язык подобных конструкций появляется подлинное отглагольное существительное (I > O), причем образуется предложная группа, часто действительно играйющая обстоятельственную роль (O > E).

Le trasformazioni sono inoltre classificate in base alla natura della categoria risultante (e non di partenza). Sono analizzate quindi le trasformazioni in sostantivo, aggettivo, avverbio e verbo.

Tra le trasformazioni semplici di primo livello Tesnière colloca quanto segue: la trasformazione dell’aggettivo, dell’avverbio, del verbo in sostantivo, la trasformazione del sostantivo, dell’avverbio e del verbo in aggettivo, la trasformazione del sostantivo, dell’aggettivo e del verbo in avverbio, la trasformazione del sostantivo, dell’aggettivo e dell’avverbio in verbo.

Di conseguenza le trasformazioni doppie, triple e cosi via sono descritte come trasformazioni di primo livello.
Quindi, secondo Tesnière, la trasformazione doppia di secondo livello secondo la formula I > O > E rappresenta una trasformazione di forma strettamente verbale in sostantivo deverbale (I > O) e, in seguito, in avverbio (O > E), ad esempio:

Je vous défends de sortir, Bernard cherche à comprendre.

Qui, secondo la teoria di Tesnière la forma indeterminata è rappresentata dal verbo, trasformato in sostantivo (prima trasformazione), mentre quest’ultimo, con l’aiuto della preposizione de si trasforma nell’equivalente funzionale dell’avverbio, svolgendo lo stesso ruolo di rigoureusement (je vous défends rigoureusement). Questo riguarda anche la forma à comprendre. Nei fatti la traduzione conferma la convenienza di questo approccio poiché ad esempio, durante la traduzione di simili costruzioni in tedesco compare un vero sostantivo deverbale (I > O), e nello stesso tempo si costituisce un gruppo preposizionale, che effettivamente spesso ricopre una funzione circostanziale (O > E).

38

Ср: Il se décidra a traiter. Er entschloß sich zur Unterhandlung.

Трансформация (I > O > E) свойственна и русскому языку. Ср.: «от нечего делать», полученное трансформацией инфинитива в нарече посредством предлога “от” (аналогично французкому предлогу de). Трансформация второй степени (обозначается ») описывает преобразование назависимого предложения в подчиненное. Сюда относятся трансформации I » O (Je dis + Alfred a raison » je dis qu’ Alfred a raison, где подчиненное предложение выступает в функции существительного). I » A (les livres que vous avez, где подчиненное предложение выступает в функции прилагательного), I » E (je vous ai reçu + vous êtes arrivés → je vous ai reçu quand vous êtes arrivés, где подчиненное предложение функционирует как наречие.

Легко заметить, что эти трансформации описывают дополнительное, определительное и обстоятельственное предложение.

Трансформация второй степени, как и трансформация первой степени, может быть многократной, т. е. состоять из нескольких глаголов. Так, сложноподчиненное предложение J’approuve ce que vous faites описывается как двойная трансформация: vous faites ( I » A) + que vous faites » ce que vous faites (A » O). Некоторые трансформации Теньер называет эллиптическими. Так, двойной трансформации второй степени по формуле I» E » O в немецком языке может соотвествовать во французком эллиптическая трансформация I » O. Ср. Lehren, wie man vorsichtig sein muß – enseigner la prudence (cp. понятие модуляции в § 20).

Теория трансформаций дает возможность решить вопрос о конструктивной омонимии.

Il se décida à traiter. Er entschloß sich zur unterhandlung.

La trasformazione (I > O > E) è propria anche della lingua russa. “от нечего делать”, è ottenuta dalla trasformazione dell’infinito in avverbio per mezzo della preposizione “от” (analogamente alla preposizione francese de). La trasformazione di secondo livello (indicata dal simbolo ») caratterizza la trasformazione della preposizione indipendente in subordinata. Qui è mostrata la trasformazione I » O (Je dis + Alfred a raison » je dis qu’Alfred a raison, dove la proposizione subordinata agisce in funzione del sostantivo), I » A (les livres que vous avez, dove la proposizione subordinata agisce in funzione di aggettivo), I » E (je vous ai reçu + vous êtes arrivés → je vous ai reçu quand vous êtes arrivé, dove la proposizione subordinata opera come avverbio.

Si nota facilmente che queste trasformazioni caratterizzano una proposizione complementare, attributiva e circostanziale. La trasformazione di secondo livello, come anche la trasformazione di primo livello, può essere multipla, cioè costituita da più verbi. Quindi il periodo per subordinazione J’approuve ce que vous faites è descritto come doppia trasformazione: vous faites → que vous faites (I » A) + que vous faites » ce que vous faites (A » O). Alcune trasformazioni sono definite da Tesnière come ellittiche. Così, alla trasformazione doppia di secondo livello in base alla formula I » E » O della lingua tedesca può corrispondere, nella lingua francese, la trasformazione ellittica I » O. Lehren, wie man vorsichtig sein muß – enseigner la prudence (vedi il concetto di modulazione nel paragrafo 20).

La teoria della trasformazione da la possibilità di risolvere la questione riguardante l’omonimia costruttiva.

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Если одна и та же цепочка симболов получается при двух разных трансформациях, то мы будем говорить, что эта цепочка является конструктивныйм омонимом. В качестве примера приведем случай совпадения так называемого субъектного и отглагольном существительном. Если мы имеем совокупность слов die Entdekkung dieses Laboratoriums “открытие лаборатории”, то ее можно объяснить как возникшую в разультате трансформации фразы:

Das Laboratoriums entdeckt etwas → die Entdeckung des Laboratoriums

“лаборатория нечто открыла” → “открытие лаборатории” или в результате трансформации фразы:

Man entdeckt das Laboratorium → die Entdeckung des Laboratoriums “нечто открыл (обнаружил) лабораторию → открытие лаборатории”.

B терминах трансформационного порождения может быть изложена одна проблема, которая имеет долгую историю и играет больщую роль в теории перевода и грамматической стилистике. Речь идет о том случае, когда две разные грамматические конструкции, например, в немецком языке причастный оборот и предложная конструкция с отглагольным существительным имеют одно и то же значение.
1) Näher tretend, hörte er Klänge einer Blechmusik (Бредель, «Родные и знакомые»).
2) “Aha”, sagte er im Nähertreten (Манн, «Верноподанный»).
Об этом, между прочим, свидетельствует перевод:
1) Подойдя ближе, он услышал звуки духового оркестра.

Se una stessa serie di simboli è ottenuta tramite due diverse trasformazioni , allora affermeremo che questa serie è un omonimo costruttivo. In qualità di esempio riportiamo il caso di coincidenza del cosiddetto caso genitivo del soggetto e dell’oggetto con sostantivo astratto deverbale. Se ci è dato l’insieme di parole die Entdekkung dieses Laboratoriums, apertura del laboratorio, allora questo può essere interpretato come risultato della trasformazione della frase:

Das Laboratorium entdeckt etwas → die Entdeckung des Laboratoriums

“лаборатория нечто открыла” → “откритие лаборатории” [apertura del laboratorio]
O come risultato della trasformazione della frase:

Man entdeckt das Laboratorium → die Entdeckung des Laboratoriums “нечто открыл (обнаружил) лабораторию [qualcuno ha aperto (mostrato) il laboaratorio] → “откритие лаборатории” [apertura del laboratorio].

In termini di generazione trasformativa può essere esposto un problema che ha alle spalle una lunga storia e il quale ricompre un importante ruolo nella teoria della traduzione e nella stilistica grammaticale. Si tratta di quel caso in cui due diverse costruzioni grammaticali, ad esempio nella lingua tedesca, la costruzione participiale e la costruzione preposizionale con sostantivo deverbale, hanno lo stesso significato.

1) Näher tretend, hörte er Klänge einer Blechmusik (Bredel, “Parenti e amici”).
2) “Aha”, ‐ sagte er im Nähertreten (Heinrich Mann, “Il suddito”).
Questo è confermato dalla traduzione:
1) подойдя ближе, он услышал духового оркестра [Avvicinandosi sentì il suono di una banda].

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2) «Ага», ‐ сказал он, подойдя ближе. Явлению грамматической синонимии давались различные определения; по‐ видимому, наиболее удачным является определение Балли, который рассматривал грамматическую синонимию как частных случай замещения (supplétion): «Замещающие знаки имеют в точности одно и то же значение, но разные означающие» (Балли, стр. 196 – 198, 1955). Приводя примеры замещающих знаков, Балли, между прочим, говорит: «Отметим попутно, что герундий транспонирует глагол в существительное: Il lit en se promenant – Il lit pendant sa promenade. – “Он читает, прогуливаясь” ‐ “Он читает во время прогулки”.

Однако все попытки определения этого явления наталкивались на напреодолимые трудности, связанные с неясностью выражения «иметь одно и то же значение» или «иметь близкое значение».

Мы будем называть две конструкции грамматически синонимичными, ецли они:
а) развертываются из одного и того же исходного узла на дереве порождения предложения или, иначе говоря, играют одинаковую грамматическую роль;

б) входят в предложения, полученные одно из другого путем трансформации. Вернемся теперь к определению понятия трансформации в § 18. На основании этого определения можно сделать одно существенное утверждение:

Во фразах ядра некоторого языка нельзя найти две фразы, содержащие грамматические синонимы. Это очевидно, т. к. фразы ядра порождаются без обращения к какой‐либо трансформации. Итак, имеется по крайней мере два подъязыка, один ин которых, а именно, ядро, является идеализацией понятия «нейтральный стиль», рассматриваемого в стилистике.

2) “Ага”, ‐ сказал он, подойдя ближе
[“Aha”, ‐ disse lui, avvicinandosi].
Del fenomeno della sinonimia grammaticale sono state date diverse definizioni; probabilmente la definizione meglio riuscita è quella di Bally, il quale ha considerato la sinonimia grammaticale come caso particolare della sostituzione [supplétion]: “I segni che sostituiscono hanno esattamente lo stesso significato, ma diversi significanti” (Bally:196‐198, 1955).
Riportando esempi di segni sostitutivi, Bally, tra l’altro, afferma: “Notiamo per inciso che il gerundio trasforma il verbo in sostantivo: Il lit en se promenant – Il lit pendant sa promenade. – “он читает, прогуливаясь” [Lui legge passeggiando]– “он читает во время прогулки” [Lui legge durante la passeggiata]. Tuttavia tutti i tentativi di definire questo fenomeno si sono scontrati con difficoltà insormontabili, legate alla scarsa chiarezza dell’espressione “ha lo stesso significato” o “hanno significato simile”.
Definiremo due costruzioni «grammaticalmente sinonimiche» se queste: a) si sviluppano da uno stesso nodo di partenza sull’albero della generazione della proposizione o, in altre parole, svolgono lo stesso ruolo grammaticale;
b) entrano nelle proposizioni ottenute l’una dall’altra per mezzo della trasformazione. Torniamo ora alla definizione del concetto di trasformazione del paragrafo 18. Alla base di questa definizione può essere fatta un’affermazione essenziale:
all’interno delle frasi del nucleo di una lingua non è possibile trovare due frasi contenenti sinonimi grammaticali. Questo è evidente in quanto le frasi del nucleo sono generate senza appellarsi ad alcun tipo di trasformazione. Quindi esistono almeno due sottolinguaggi, uno dei quali, più precisamente il nucleo, costituisce l’idealizzazione del concetto di «stile neutro», analizzato in stilistica.

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Что касается второго подъязыка, то его можно также рассматривать как целую совокупность подъязыков, причем каждый из подъязыков может быть охарактеризован теми трансформациями, при помощи которых получены фразы этого подъязыка. Тогда мы можем получить объективные характеристики того, что обычно называется «функциональным стилем». В самом деле, трансформации типа:

Er legt etwas zugrunde → Zugrundelegung “Он кладает нечто в основу” → “положение в основу”
Er hält die Prinzipien ein → Einhaltung der Prinzipien

“Он соблюдает принципы” “соблюдение принципов”

характерны для делового стиля, а трансформации типа:

Er legt etwas zugrunde → etwas zugrundelegend
Er hält die Prinzipien ein → die Prinzipien einhalten

для описаний в художественной литературе.

В то же время в разговорной речи неупотребительны ни те, ни другие трансформации.
Конечно, выделение подъязыков по типам применяемых трансформаций есть весьма грубое приближение понятия «функциональный стиль». Интересно, однако, что формальные методы, изложенные в § 18, могут явиться хотя бы вспомогательным инструментом для стилистики.

Per quanto riguarda il secondo sottolinguaggio, questo può anche essere considerato come un intero insieme di sottolinguaggi; ciascun sottolinguaggio può essere caratterizzato da quelle trasformazioni per mezzo delle quali si ottengono frasi di tale sottolinguaggio. Possiamo allora ricavare le caratteristiche oggettive di quello che è generalmente definito “stile funzionale”. Effettivamente trasformazioni del tipo:

Er legt etwas zugrunde [pone qualcosa alla base] → Zugrundelegung [il porre alla base] “Oн кладет нечто в основу” → “положение в основу”.

Er hält die Prinzipien ein [osserva i principi] → Einhaltung der Prinzipien [osservanza dei principi]
“он соблюдает принципы” → “соблюдение принципов”

sono tipiche dello stile ufficiale, mentre trasformazioni del tipo:

Er legt etwas zugrunde [pone qualcosa alla base] → etwas zugrundlegend [porre qualcosa alla base]
Er hält die Prinzipien ein [osserva i principi] → die Prinzipien einhalten [osservare i principi]

sono usate per le descrizioni in ambito letterario.

Allo stesso tempo nella comunicazione discorsuale non sono impiegate né queste, né altre trasformazioni.
Certo, mettere in evidenza i sottolinguaggi in base ai tipi di trasformazione adottati rappresenta un accostamento molto approssimativo al concetto di «stile funzionale». È interessante tuttavia che i metodi formali, esposti nel paragrafo 18, possono comunque rivelarsi strumenti sussidiari per la stilistica.

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§ 20. Семантика в порождающей модели. Понятие модуляции
Рассмотренные в § 18 модели порождения имеют один существенный ‐ с точки зрения теории перевода ‐ недостаток: в них или совсем не рассматривается лексическое наполнение порождаемых фраз или же оно рассматривается лишь косвенно. Это соответствует преположению, что ‐ в отличие от грамматических структур, которые развертываются в процессе порождения из более простых ‐ лексическое наполнение всегда является чем‐то заданным и не подвергается преобразованиям, в ходе которых более простые ‐ с точки зрения их смысла ‐ единицы заменяются более сложными. Ясно, конечно, что процесс перевода можно описать и в соответствии с такой моделью порождения (в большинстве пособий по переводу, отдельно рассматривающих грамматические преобразования и лексическое наполнение, в сущности и предполагается нечто подобное). В этом случае нужно и язык‐посредник строить как систему соответствий между целыми словами и выражаениями (аналогично двуязычно,у словарю или фразеологическому словарю, предполагаермому в пособиях упомянутого типа).

Все дело, однако, в том, что тогда число соответствий становится очень большим (даже бесконечным, если допустить, что словарь всегда может пополняться новыми словами).

Если бы удалось выделить небольшое число элементарных единиц, к комбинации которых можно было бы свести значение каждого слова, то задача установления соответствий существенно упростилась бы. По‐видимому, именно такое описание личше всего моделирует деятельность человека в процессе перевода.

20. La semantica nei modelli di generazione. Il concetto di modulazione
I modelli di generazione analizzati nel paragrafo 18, dal punto di vista della teoria della traduzione, hanno un inconveniente considerevole: al loro interno il riempimento lessicale delle frasi generate non è affatto analizzato, o è analizzato solamente in modo marginale. Questo corrisponde all’idea che a differenza delle strutture grammaticali che si sviluppano nel processo di formazione da strutture più semplici, il riempimento lessicale è sempre qualcosa di dato e non è sottoposto a trasformazioni nel corso delle quali unità più semplici, dal punto di vista del loro significato, sostituiscono quelle più complesse.

È chiaro certo che il processo traduttivo può essere descritto anche in relazione a tale modello di generazione (nella maggior parte dei manuali di traduzione sono analizzati separatamente le trasformazioni grammaticali e il riempimento lessicale e non si suppone in realtà niente di simile). In questo caso è necessario costruire anche il linguaggio d’intermediazione come sistema di corrispondenze tra parole complete e frasi (analogamente al dizionario bilingue o al dizionario fraseologico, proposto in manuali del tipo menzionato).

Sta di fatto però che allora il numero delle corrispondenze diventa molto consistente (persino infinito se si ammette che il lessico può sempre arricchirsi con nuovi termini).
Se fosse possibile individuare un esiguo numero di unità di senso elementari, la combinazione delle quali potrebbe trasmettere il significato di ogni parola, allora il compito di stabilire le corrispondenze sarebbe considerevolmente più semplice. Probabilmente proprio tale descrizione simula meglio delle altre l’attività delle persone nel processo della traduzione.

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Это соображение позволяет более чекто сформулировать вопрос о том, какие единицы целесообразно считать исходными и как должен быть устроен язык.постредник, в котором эти единицы записаны.

Некоторые соображения были высказаны в этой связи В.В. Ивановым (Иванов, 1957, стр. 56). Они сводятся к следующему. Все множество слов разбивается на ряд «семантических полей», например, поле слов, обозначающих деятеля, поле слов, обозначающих умственные способности людей и т. п. «Значение каждой лексической единицы можно рассматривать как множество, состоящее из счетного числа «сем» (или «семантических дифферемциальных признаков»). Выбор «сем», из которых состоит значение данной лексической единицы, определяется числом семантических полей, в которые входит эта единица» (там же). Возьмем для примера группу русских слов, описывающих имущественные отношения (ср. “дать”, “дарить”, “завещать”, “обменивать”, “продать”, “приобретать, “наследовать”, “получать”, “отнимать”, “лишать”, “присваивать” и т. п.). Каждое из этих слов можно представить как сложное синтаксическое образование, описывающее ситуацию, в которой взаимодействуют две стороны (А, В) и некоторый объект (О). Элементарным для всех слов этой группы является значение “иметь”. Этим не сказано, что слово “иметь” не может быть разложено на более элементарные семантические единицы: достаточно указать на то, что оно описывает ситуацию, в которой участвует субъект (А) и объект (О), между которыми существует некоторое отношение бытия (ср. : “город имеет библиотеку” ‐ “в городе есть библиотека” ‐ “библиотека этого города” и т. п.).

Questa considerazione consente di formulare più chiaramente la questione di quali unità considerare opportunamente come iniziali e di come dovrebbe essere costruito il linguaggio d’intermediazione, all’interno del quale tali unità sono inserite.

Alcune considerazioni a riguardo sono state formulate da V. V. Ivanov (Ivanov:56, 1957), e consistono in quanto segue. L’intero insieme di parole si divide in una serie di “campi semantici”, ad esempio il campo di parole che fanno riferimento alla personalità, il campo di parole che fanno riferimento alle capacità intellettive delle persone e cosi via. “Il significato di ogni unità lessicale può essere considerato un insieme composto dal numero di calcolo “sette” (o “segni semantici differenziali”). La scelta di “sei”, dei quali si costituisce il significato della data unità lessicale si configura come un numero di campi lessicali nei quali si inserisce questa unità”. Prendiamo come esempio il gruppo di parole russe che descrivono i rapporti di proprietà (дать [dare], дарить [donare], завещать [lasciare in eredità], обменивать [sostituire], продать [vendere], приобретать [acquistare], наследовать [ereditare], получать [ricevere], отнимать [sottrarre], лишать [togliere], присваивать [impadronirsi] eccetera). Ognuna di queste parole può essere presentata come una complessa costruzione sintattica che caratterizza la situazione in cui interagiscono due parti (A, B) e un oggetto (O). Basilare per tutte queste parole è il significato иметь [avere]. Questo non significa che la parola иметь [avere] non possa essere scomposta in unità semantiche ancora più elementari: è sufficiente indicare che questa caratterizza la situazione in cui hanno parte un soggetto (A) e un oggetto (O), tra i quali esiste una relazione di struttura (“город имеет бибиотеку” ‐ la città ha una biblioteca ‐ в городе есть бибиотека ‐ in città c’è una biblioteca‐ eccetera).

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Но именно тот факт, что глагол “иметь” описывает ситуацию, в которой участвуют лишь 2 элемента, в отличие от слов группы, описывающей имущественные отношения, в которых, как уже сказано, участвуют 3 элемента, дает основание использовать значение этого слова в качестве элементарного для семантического описания этих последних. Так, слово “дать” будет представлено как состоящее из следующих семантических единиц: 1) каузировать (“сделать так, чтобы…”, фр. Faire, англ. Make, нем. lassen), 2) иметь, т, е. посредством этого слова описывается ситуация, характериизующаяся тем, что А каузирует имение О для В (Ср. : А дает книгу В). Слово “дарить” будет представлено так: 1) каузировать, 2) имееть, 3) безвозмездность. Поскольку каузировать + иметь → дать, то сово “дарить” может быть представлено как дать + безвозмездность. Получаем следующую, примерно, таблицу порождения некоторых слов, обозначающих имущественные отнощения:

1) каузировать + иметь → дать
2) дать + безвозмездность → дарить
3) дать + в обмен на деньги → продать.

Легко заметить, что приведенные здесь слова определяютося со стороны А, каузирующего имение: (Ср. фр. faire avoir – “дать”, faire don ‐ “подарить”). Но так как речь идет о двустороннем отношении, то мы можем изобразить соответствующую ситуацию и со стороны В.

Ma proprio il fatto che il verbo иметь [avere] caratterizza una situazione cui prendono parte solo 2 elementi, diversamente dalle parole dei gruppi che descrivono i rapporti di proprietà, nei quali, come è già stato detto, partecipano 3 elementi, pone le basi per l’utilizzo del significato di questa parola in qualità di elemento principale per la descrizione semantica di questi ultimi. Quindi la parola дать sarà rappresentata come costituita dalle seguenti unità linguistiche : 1) каузировать [causare] (сделать так, чтобы – fare in modo tale che.., francese: faire, inglese: make, tedesco: lassen), 2) иметь, cioè per mezzo di questa parola viene descritta una situazione caratterizzata dal fatto che A determina il possesso di O per B (А дает книгу B – A da un libro a B). La parola дарить [donare] sarà cosi rappresentata: 1) каузировать [causare] 2) иметь [avere] 3) безвозмездность [gratuità]. Poiché каузировать [causare] + иметь [avere] → дать [dare], allora la parola дарить [donare] può essere rappresentata come дать [dare] + безвозмездность [gratuità]. Otteniamo ad esempio la seguente tabella di generazione di alcune parole che fanno riferimento ai rapporti di proprietà:

1)каузировать [causare] + иметь [avere] → дать [dare]
2)дать [dare] + безвозмездность [gratutità] →дарить [donare]

3)дать [dare] + в обмен на деньги → продать [vendere]

Si nota facilmente che le parole qui riportate sono definite da A, che definisce la reggenza: (vedi frase: faire avoir – дать, fair don – подарить). Ma cosi come il linguaggio si costituisce sulla base di relazioni bilaterali, è possibile rappresentare la corrispondente situazione come definita da B.

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Нам достаточно для этого поменять действующие стороны местами, вместо А каузировать + иметь О для В (т. е. “дать”) писать: В каузировать + иметь О для А, обозначив, таким образом, слово “получать”. Для отношения (2) получим слово “получать в дар”, для отношения (3) ‐ слово “покупать”. Легко заметить, что выражаемые таким образом отношения сходны с залоговыми отношениями: с семантической точки зрения (именно этот подход представляет преимущественно интерес для теории перевода) нет приниципальной разницы между выражением смысла лексическими или нелексическими спредствами.

(Ср. англ. B. is given a book by A. = B. receives a book from A.,

т. е. по‐русски В. получает книгу от А, или же дает книгу В.)

От этих отношений отличаются семантически отношения транзитивности‐ рефлективности: “брать”, как и “дать”, значить каузировать имение, но “дать” = А каузирует имение О для В, “брать” = В каузирует имение О для В. Вполне возможна ситуация, при которой А дает В некоторый объект, а В этот объект не берет. Проиллюстрируем теперь, каким образом можно описать значения русских слов: “иметь”, “дать”, “лишить”, “брать”, “потерять”, “отнять”, “купить”, “присвоить”, “продать”, “дарить” при помощи четырех элементарных признаков:
1) имения,
2) каузации,
3) рефлективности (для себя),
4) оплаты
и одной логической операции ‐ отрицания (каждый изуказанных признаков может отрицаться).

Ci è sufficiente scambiare di posto le parti attive, al posto di A каузировать [far fare] + иметь [avere] O, B (cioè дать – dare) scrivere: B каузировать [far fare] + иметь [avere] O con A, assumendo cosi il significato della parola получaть [ricevere]. Attraverso la relazione (2) otteniamo la parola получaть в дар [ricevere in dono], attraverso la relazione (3), la parola покупать [comprare]. Si nota facilmente che le relazioni rappresentate in questo modo appaiono come relazioni di pegno: da un punto di vista semantico (questo approccio in particolare presenta un interesse specificamente per la teoria della traduzione) non esiste una differenza sostanziale tra le espressioni di senso attraverso mezzi lessicali e non lessicali.

(vedi inglese : B. is given a book by A. = B. receives a book from A.,

cioè in russo B. получает книгу от А, oppure А дает книгу B).

È da queste relazioni che si distinguono da un punto di vista semantico le relazioni di riflessività: “брать” [prendere], come anche “дать” [dare], ha il significato di determinare il possesso, ma “дать” = A determina il possesso di O per B, “брать” = B determina il possesso di O per B.

È del tutto plausibile una situazione in cui A da a B un oggetto, ma B non lo prende. Illustriamo ora in che modo è possibile descrivere il significato delle parole russe: “иметь” [avere], “дать” [dare], “лишить” [sottrarre], “брать” [prendere], “потерять” [perdere], “отнять” [sottrarre], “купить” [comprare], “присвоить” [impossessarsi], “продать” [vendere], “дарить” [donare], con l’aiuto di quattro proprietà principali:

1) possesso
2) causa
3) riflessività (su di sé)
4) pagamento
e di un’operazione logica, la negazione (ognuna delle proprietà indicate può essere negata).

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Можно представить себе, что значения соответствующих слов порождаются из более простых. Мы изобразим этот процесс при помощи дерева, причем условимся слева изображать положительные значения соотвествующего признака (+), а спарава ‐ отрицательные значения (‐).

На этой схеме нейтрализуются два разных значения: каузировать имение (вне зависимости от объекта) = “дать1” и каузировать имение не для себя = “дать2”, поскольку в русском языке в обоих случаях употребляется одно и то же слово “дать”. Во французком языке в значении “дать1” употревляется faire avoir, в значении “дать2” употребляется donner.

В нашей схеме использовалась лишь одна логическая операция, а именно отрицание.

È possibile presupporre che i significati delle parole corrispondenti siano generati da strutture più semplici. Rappresenteremo questo processo con l’aiuto di un grafico ad albero e stabiliremo di rappresentare a sinistra i significati positivi con il segno (+), mentre a destra quelli negativi con il segno (‐).

In questo schema sono neutralizzati due diversi significati: determinare il possesso (senza dipendere dall’oggetto) = “дать1” e determinare il possesso non per sé = “дать2”, poiché in russo in entrambi i casi è utilizzata una stessa parola “дать”. In francese nel caso del significato di “дать1” si utilizza faire avoir, mentre nel caso del significato “дать2” si utilizza donner.

Nel nostro schema è utilizzata una sola operazione logica, precisamente la negazione.

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Разумеется, можно использовать и другие операции, например, конъюнкцию, образуя из определенных выше пучков признаков более сложные, связанные союзом “и”. Так, можно определить: обмениваться = А каузирует имение для В, и В каузирует имение для А (“дать” + “взять”);

украсть = А каузирует неимение для В и А каузирует имение для себя без оплаты (отнять + присвоить);
одолжить = А каузирует имение для В1 для того, чтобы В каузировал имение той же вещи у А (дать, чтобы получить обратно).

Аналогичный процесс порождения можно было бы построить для случая, когда исходным значением было бы имение не материального объекта, а некоторых знаний (тогда “дать2” соответствовало бы “преподавать”, нем. lehren, фр. enseigner, рум. Învăța и т. д., а “украсть” соответствовало бы “плагиировать”). Ясно, что каждое изописанных значений может модифицироваться прибавлением новых признаков, карактерных не для всей группы, а только для одного слова. Так, прибаблением признака “посмертно” к совокупности признаков слова “дарить” можно получить слово “завещать” и т. п. Такой процесс порождения можно было бы назвать лексической трансформацией. Удобнее, однако, терминологически отграничить понятия семантические от понятий грамматических. Процесс порождения, при котором соверщается переход от одного слова к другому с сохранением основного значения мы будем называть модуляцией5.

Senza dubbio possono essere impiegate anche altre operazioni, come ad esempio la congiunzione, formando dai gruppi di segni sopra definiti, altri segni più complessi, legati dalla congiunzione “и” [e].
Si può quindi stabilire che:
обмениваться [scambiarsi/barattare] = A determina il possesso per B e B determina
il possesso per A (дать + взять – dare + prendere);
украсть [rubare] = A determina il possesso per B e A determina il possesso per sé stesso senza pagare (отнять + присвоить – sottrarre + appropriarsi);
одолжить [prestare] = A determina il possesso per B1 affinché B determini il possesso di quella stessa cosa per A (dare per poi ricevere indietro).
Un analogo processo di generazione potrebbe essere stato costruito per il caso in cui il significato originario costituisse il possesso non di una cosa materiale, ma di alcune cognizioni (quindi дать2 corrisponderebbe a преподавать [insegnare], in tedesco lehren , in francese einseigner, in rumeno a preda, брать [prendere] corrisponderebbe a учиться [studiare], in tedesco lernen, in rumeno învăța e cosi via, mentre украсть [rubare] corrisponderebbe a плагиировать [plagiare]. È chiaro che ciascuno dei significati descritti può essere modificato dall’aggiunta di nuove proprietà, distintive non di tutto il gruppo, ma solo di una parola. Dunque, attraverso l’aggiunta della proprietà посмертно (postumo) all’insieme di proprietà della parola дарить [donare] si può ottenere la parola завещать [lasciare in eredità] eccetera.
Tale processo di generazione potrebbe essere definito trasformazione lessicale. È tuttavia più opportuno distinguere da un punto di vista terminologico i concetti semantici da quelli grammaticali. Il processo di generazione, attraverso il quale si realizza il passaggio da una parola a un’altra, conservando il significato di base, sarà definito modulazione5.

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Так, переход от слова “лишить” к слову “отнять” будет модуляцией.
Частным случаем модуляции является тождественная модуляция, когда при переходе от слова к слову сохреняется весь пучок элементарных значений. Так, от слова “дарить” может быть порождено не только слово “завещать”, но и тождественная ей по смыслу лексема “оставить в наследство”. Таким образом, частным случаем модуляции является то, что называется синонимией, точнее ‐ синонимией стилистической. Это обстоятельство накладывает еще одно требоване на характер языка‐ постредника. При порождении слова должны быть заданы не только элементарные значения, но и набор характеристик, указывающик на его употребление в данном функциональном стиле, т. е. набор стилистических характеристик. Этот процесс можно себе представить так, что к набору элементарных значений добавляется характеристика (фамильярно, вулгарно) и т. п. Так, от совокупность признаков “отнять” + “”присвоить”, мы можем получить не только “украсть”, но и “стянуть”, “утащить”, “увести (машину)” и т. д.

Мы показали, каким образом анализируются слова, близкие друг к другу по смыслу (или, как мы будем говорить дальше, относящиеся к одному «смысловому ряду»). Заметим, что такие группы очень легко выделяются, если использовать следующую систему определений:
А) Назовем слова х и y полусинонимичными, если существует контекст (в некотором ПЯ), где они переводятся одним словом (омонимы считаются разными словами).
В) Назовем слова х и y полуантонимичными, если х и «y плюс отрицание» или y и «х плюс отрицание» полусинонимичны.

Quindi, il passaggio dalla parola лишить [privare] alla parola отнять [sottrarre] sarà definito modulazione.
Un caso particolare della modulazione è la modulazione identica, che si verifica quando durante il passaggio da una parola all’altra sono mantenuti tutti i significati principali. Cosi, dalla parola дарить [donare] è possibile generare non solo la parola завещать [lasciare in eredità], ma anche il lessema di senso identico оставить в наследство [lasciare in eredità]. In questo modo il caso particolare della modulazione è quello che viene definito sinonimia, più precisamente sinonimia stilistica. Questa circostanza aggiunge un nuovo requisito alla natura del linguaggio d’intermediazione. Con la generazione della parola devono essere dati non solo i significati principali, ma anche l’insieme delle caratteristiche che dimostrano il suo uso nel dato stile funzionale, cioè l’insieme delle caratteristiche stilistiche. Questo processo può essere presentato come aggiunta di caratteristiche all’insieme dei significati fondamentali (familiare, volgare) eccetera. Quindi, dall’insieme di proprietà отнять + присвоить [privare + appropriarsi] possiamo ottenere non solo украсть [rubare], ma anche стянуть [sgraffignare], утащить [portar via], увести [portare via un’automobile] eccetera.

Abbiamo mostrato in che modo sono analizzate le parole simili l’una all’altra per senso (oppure, come diremo più avanti, che possono essere attribuite a una “serie di sensi”).
Notiamo che tali gruppi si distinguono molto facilmente se si utilizza il seguente sistema di definizioni:
A) Definiremo le parole x e y semisinonimiche, se esiste un contesto (nella lingua ricevente), dove sono tradotte con una sola parola (gli omonimi sono considerati parole diverse).
B) Definiremo le parole x e y semiantonimiche se x e “y più negazione” oppure y e “x più negazione” sono semisinonimici.

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Г) Будем говорить, что х и y относятся к одному смысловому ряду, если можно построить такую цепочку слов Х0, Х1, Х2……Хn, что 1) Хi‐1 полусинонимичны или полуантонимичны (0 ≤ I ≤ n) и 2) Х0 = х и Хn = y.

Легко доказать, что смысловые ряды не пересекаются. Понятие смыслового ряда интересно тем, чт внутри него всегда возможна модуляция (можно уточнить понятие модуляции в свою очередь не выводила за пределы смыслового ряда). Важность этого понятия интуитивно всегда сознавалась в теории перевода. К сожалению, приниципы выделения того, что называлось «синонимическим рядом», «переводическими синонимами», «антонимическим переводом» не были достаточно четко выяснены.

Из определения модуляции видно, что это понятие включает также порождение слов, называемых обычно идеографическими синонимами, т. е. слов, отличающихся не только употребляемостью в том или ином подъязыке, но и количеством элементарных значением (фактом оплаты).
Так же, как при порождении фраз, основную роль играли базисные конструкции, составляющие ядро языка, можно и слова, служащие основой для порождения целой группы слов, обозначающих имущественные отношения, ядерным словом будет “иметь”.
Таким образом, термин модуляция призван называть явление, интуитивно давно осознанное в теории перевода и часто называемое переводческой синонимией.

C) Affermeremo che x e y appartengono a un’unica serie di senso se è possibile costituire una serie di parole x0, x1, x2…xn, tale per cui 1) xi‐1 e xi siano semisinonimici o semiantonimici(0≤ i≤ n)e2)x0=xexn=y. È semplice dimostrare che le serie di senso non si intersecano. Il concetto di successione di senso è interessante in quanto al suo interno è sempre possibile la modulazione (si può rendere più preciso il concetto di modulazione affermando che questa a sua volta non oltrepassa i confini delle serie di senso). L’importanza di questo concetto è stata sempre intuitivamente riconosciuta nell’ambito della teoria della traduzione. Purtroppo, i principi di distinzione di quelli che sono definiti “serie di sinonimi”, “sinonimi traduttivi”, “traduzione antonimica”, non sono ancora stati chiariti bene.

Dalla definizione della modulazione è evidente che tale concetto include anche la generazione delle parole generalmente definite sinonimi ideografici, cioè parole che si distinguono non solo per il loro uso in questo o in un altro sottolinguaggio, ma anche per la quantità di significati fondamentali. Quindi, ad esempio, присвоить [appropriarsi] e купить [acquistare] si distinguono per un solo significato fondamentale (il pagamento).
Cosi come durante la genesi delle frasi le costruzioni di base hanno ricoperto un ruolo fondamentale, costituendo il nucleo della lingua, anche le parole, utilizzate come fondamento per la genesi di un intero gruppo di parole, possono essere considerate il nucleo lessicale della lingua. Quindi, per i gruppi di parole che si riferiscono ai rapporti di proprietà, la parola nucleare sarà иметь [avere].
In questo modo, il termine modulazione può essere definito come fenomeno da molto ormai compreso nell’ambito della teoria della traduzione a livello intuitivo e spesso definito sinonimia traduttiva.

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В работах по теории художественного перевода подобные случаи обычно описываются при рассмотрении способов достижения полноценного перевода. Указывается, в частности, на возможность конктетизации недифференцированных и абстрактных понятий.

Например, предложение: His Lordship jumps into a cab, and goes to the railroad переводятся: “Лорд Кью юркнул в извозчичью карету и приказал везти себя на железную дорогу” (Рецкер, 1950, цтр. 176 ‐ 177).

В связи с проблемой разложения слова на семантические множители нужно заметить следующее. В переводе мы, наряду с общими словами типа рассмотренных выше, всегда, в большей или меньшей степени, имеем дело со словами‐терминами. Следует различать терминологическое значение термина и, как говорит А. М. Терпигорев, его «буквальное значение». Терминологическое значение термина ‐ это его соотнесенность с определением. дефиницией. «Буквальное»же значение термина соответствует набору семантических множителей, выделенных для данного слова в данном языке. Как указывает А. М. Терпигорев, буквальное значение термина может соответствовать, не соответствовать или противоречить его терминологическому значению (Терпигорев, 1953, стр. 73). Например, русский термин “жидкостная коррозия” применяется для понития, определяемого как «коррозия металлов в жидкой среде» (Терпигорев, 1953, стр. 74). Буквальное значение русского термина здесь соответствует его терминологическому значению. При Пассмотрении аналогичного термина в немецком языке feuchte Korrosion обнаруживается лишь частичное соответдтвие буквального значения слова его терминологическому значению: имеющееся в этом сочетании определение feuchte значить “влажная”, “сырая”, а не “жидкая”.

Nell’attività teorica della traduzione artistica casi simili caratterizzano solitamente l’analisi dei mezzi per realizzare una traduzione eccellente. Si mostra in particolare la possibilità di concretizzazione di concetti astratti e indifferenziati.

Ad esempio la proposizione: His Lordship jumps into a cab, and goes to the railroad si traduce: “Лорд Кью юркнул в извозчичью карету и приказал везти себя на железную дорогу” (Rezker:176‐177, 1950).

In relazione al problema della scomposizione della parola in fattori semantici è necessario notare quanto segue. Nella traduzione, oltre alle parole comuni del tipo sopra analizzato, abbiamo sempre a che fare, in misura maggiore o minore, con le parole‐termine. Conviene distinguere il significato terminologico del termine e, come afferma A.M. Terpigorev, il suo “significato letterale”. Per significato terminologico del termine si intende la sua correlazione con la definizione. Il significato “letterale” del termine corrisponde a un insieme di fattori semantici, rilevati per una data parola in una data lingua. Come mostra A. M. Terpigorev, il significato letterale del termine può corrispondere, non corrispondere o essere in contraddizione con il suo significato terminologico (Terpigorev, 1953, pag. 73). Ad esempio il termine russo жидкостная коррозия [corrosione da liquidi] si conforma al concetto definito come “corrosione dei metalli in ambiente liquido” (Terpigorev, 1953, pag. 74). Il significato letterale del termine russo in questo caso corrisponde al suo significato terminologico. Analizzando il termine analogo in lingua tedesca feuchte Korrosion si ritrova solo una corrispondenza parziale del significato letterale della parola con il suo significato terminologico: in questa combinazione la definizione feuchte significa “влажная” [bagnato], “сырая” [umido], e non “жидкая” [liquido].

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Приведем еще один пример:
В немецком слове Feldstärke имеются составные части, обозначающие буквально понятие “сила поля”. Но так как терминологическое значение слова определяется содержанием обозначенного им технического понятия, то специалист по электротехнике переведет на русский язик слово Feldstärke термином “напряженность поля”. Следовательно, при оценке и переводе термина очень важно учитывать соотношение между его буквальным значением и терминологическим (Божно, стр. 11).
Термины с точки зрения теории перевода можно определить одним из следующих трех способов:
а) Как слова, не допускающие модуляции. б) Как слова, единственной трансформацией для которых является замена термина его определением или же замена абсолютным синонимом.
в) Как слова, перевод которых осуществляется не через обычный язык‐ посредных, а через язык‐посреднык, являющийся языком данной отрасли науки (вне зависимости от того, формализован или не формализован этот язык).
Наиболее важно, по‐видимому, трерье определение, из которого следуют первые два. Оно важно и для выделения специфики того, что обычно понимают под научно‐техническим переводом. Специфика научно‐технического перевода заключается именно в особом языке‐ посреднике. Недаром поэтому все пишыщие о научно‐техническом переводе говорят о необходимости знать соответствующую отрасль знания6.

Riportiamo ancora un esempio:
Nella parola tedesca Feldstärke esistono parti costitutive il cui concetto significa letteralmente “forza del campo”. Ma poiché il significato terminologico della parola è determinato dal concetto tecnico, uno specialista di elettrotecnica traduce in russo la parola Feldstärke con il termine “напряженность поля” [intensità di campo]. Di conseguenza, valutando anche la traduzione del termine, è molto importante prendere in considerazione la correlazione tra il suo significato letterale e quello terminologico (Božno:11, 1961).
I termini dal punto di vista della teoria della traduzione possono essere definiti in uno dei tre seguenti modi:
a) come parole che non ammettono la modulazione.
b) come parole la sola trasformazione delle quali è costituita dalla sostituzione del termine con la sua definizione o la sostituzione con un sinonimo assoluto.
c) come parole la traduzione delle quali è effettuata non attraverso il comune linguaggio d’intermediazione, ma attraverso un linguaggio d’intermediazione che si presenta come il linguaggio di un dato settore della scienza (senza dipendere dalla formalizzazione o meno di questo linguaggio). La definizione più importante è probabilmente la terza, dalla quale derivano le prime due. Questa è importante anche per la messa in rilievo delle peculiarità di quello che solitamente si intende per traduzione tecnico‐scientifica. La peculiarità della traduzione tecnico‐scientifica consiste proprio in un linguaggio d’intermediazione particolare. Non a caso proprio per questo motivo tutti gli autori che si occupano della traduzione tecnico‐scientifica parlano della necessità di avere una preparazione tecnica in quel settore6.

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Приведенные соображения отчасти относятся и к словам общего языка, обозначающим конкретные предметы (как мы говорили уже, языком‐ посредником выступает в данном случае язык вещей). Здесь, однако, положение облегчается тем, что при обозначении конкретных предметов обычно имеет место одинаковая категоризация действительности. Конечно, в случаях типа приведенных в § 11 в языке‐ посреднике целесообразно иметь более дробные единицы, например, отдельные единицы, соответствующие фр. main, нем. Hand, англ. hand и фр. bras, нем. Arm, англ. arm и т. п.

Необходимо, однако, иметь в виду, что один и тот же набор признаков (в частном случае конретных предметов ‐ один признак) может применяться, как для обозначения абстрактного понятия, так и для обозначения конкретного предмета. Поэтому в языке‐посреднике их нужно разделить, например, элементарный смысл, соответстбующий слову “сердце”, представить как два элементарных смысла: “сердце1” (конкретный предмет) и “сердце2” (абстрактный признак). Это необходимо, в частности, для правильного перевода русских прилагательноых.
При рассмотрении вопорсов, связанных с переводом русских прилагательных, решающее значение имеет сама природа прилагательного, т. к. в зависимости от того, является ли оно качественным, т. е. соответствует в языке‐посреднике абстрактному смыслу, или относительным, т. е. соответствует в языке‐посреднике конкретному смыслу, может менятся и характер соответствия в ПЯ.
В качестве примера рассмотрим прилагательное “сердечный”.
Возьмем такие сочетания, как “сердечная деятельность”, “сердечная болезнь”, с одной стороны, и “сердечный прием”, с другой стороны.

Le considerazioni riportate possono parzialmente rifarsi anche alle parole della lingua comune, che si riferiscono a cose concrete (come abbiamo già detto il linguaggio delle cose agisce in questo caso come linguaggio d’intermediazione). Qui, tuttavia, la situazione si semplifica in quanto con la denotazione degli oggetti concreti ha solitamente luogo una categorizzazione univoca della realtà. Certo, nei casi del tipo riportato nel paragrafo 11 nel linguaggio d’intermediazione è opportuno che esistano unità più frazionate, ad esempio singole unità corrispondenti al francese main, al tedesco Hand, all’inglese hand e al francese bras, al tedesco Arm, all’inglese arm eccetera.
È necessario tuttavia tenere in considerazione il fatto che uno stesso insieme di proprietà (nel caso particolare degli oggetti concreti si tratta di un segno) può conformarsi sia al segno del concetto astratto, sia al segno dell’oggetto concreto. Per questo nel linguaggio d’intermediazione è necessario separarli, ad esempio il senso fondamentale, corrispondente alla parola сердце [cuore], presenta due sensi fondamentali: сердце1 (oggetto concreto) e сердце2 (proprietà astratta). Questo è necessario in particolare per una corretta traduzione dell’aggettivo russo.
Nell’analisi delle questioni relative alla traduzione degli aggettivi russi, il significato determinante ha la stessa natura dell’aggettivo, quindi a seconda che sia qualitativo, cioè se corrisponde nel linguaggio d’intermediazione a un senso astratto, o relativo, cioè se corrisponde nel linguaggio d’intermediazione a un senso concreto, può anche cambiare il carattere delle corrispondenze nella lingua ricevente.
In qualità di esempio analizzeremo l’aggettivo сердечный [cardiaco/cordiale].
Prendiamo combinazioni come сердечная деятельность [attività cardiaca], сердечная болезнь [malattia cardiaca] da un lato e сердечный приём [accoglienza calorosa] dall’altro.

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Если бы при анализ слово “сердечный” в сочетаниях обеих групп ставилось в соответствие одной и той же единице языка‐посредника, то при синтезе мы получили бы неверные переводы. Так, если бы эта единица языка‐посредника соответствовала словам фр. cordial , англ. cordial, нем. herzlich, то наряду с осмысленными сочетаниями нем. herzlicher Empfang, фр. accueil cordial, англ. cordial reception, были бы порождены бессмысленные сочетания: herzliche Krankheit, maladie cordiale и т. п. Могут сказать, что осмысленность здесь зависить просто от сочетаемости прилагательного herzlich, cordial и т. п. с другими словами. Такой подход возможен, но вряд ли целесообразен, т. к. здесь имеется общая закономерность, которая применима не только к этому примеру, но к переводу целого ряда других прилагательных.

Возьмем другой пример ‐ слово “царский” и будем рассматривать такие сочетания: “царская дочь”, “царская семья”, с одной стороны и “царская палач”, “царский режим”, с другой стороны.

Если мы не выделим элементарных смыслов “царь1” и “царь2”, то опять мы получим ряд неосмысленных сочетаний. Правильный перевод достигается только при выделении двух разных элементарных смыслов, ибо “царская дочь” переводится – фр la fille du tsar, англ. the tsar’s daughter, нем. die Zarentochter; с другой стороны, сочетание “царская Россия” переводится: фр. la Russie tsariste, нем. das zaristische Rußland. Рассмотрим теперь прилагательное, которое очень часто встречается в переводе. Это прилагательное: “мирный”.

Se durante l’analisi la parola сердечный nelle collocazioni di entrambi i gruppi fosse messa in corrispondenza con una stessa unità del linguaggio d’intermediazione, allora durante la sintesi otterremmo traduzioni inesatte. Quindi, se questa unità del linguaggio d’intermediazione corrispondesse alla parola francese cordial, inglese cordial, tedesco herzlich, allora oltre alle combinazioni dotate di senso, in tedesco herzlicher Empfang, in francese accueil cordial e in inglese cordial reception, sarebbero generate combinazioni prive di senso: herzliche Krankheit, maladie cordiale, eccetera.

È possibile affermare che qui il senso dipende semplicemente dalla combinabilità dell’aggettivo herzlich, cordial, eccetera con altre parole. Tale approccio è possibile, ma è poco probabile che sia sensato in quanto qui esiste una regolarità generale la quale è applicabile non solo a questo esempio, ma anche alla traduzione di un’intera serie di altri aggettivi.

Prendiamo un altro esempio, la parola царский [dello zar], e analizziamo tali combinazioni: царская дочь [figlia dello zar], царская семья [la famiglia zarista], da un lato, e царская Россия [la Russia zarista], царский палач [il boia dello zar] e царский режим [regime zarista] dall’altro.

Se non evidenziamo il senso fondamentale царь1 e царь2, allora ancora una volta otterremo una serie di collocazioni prive di senso. Una traduzione corretta può essere ottenuta solo attraverso la messa in evidenza di due diversi sensi fondamentali, in quanto царская дочь si traduce come la fille du tsar in francese, the tsar’s daughter in inglese, die Zarentochter in tedesco; dall’altro lato la combinazione царская Россия si traduce come la Russie tsariste in francese e das zaristische Russland in tedesco.
Analizzeremo ora un aggettivo che si incontra molto spesso nella traduzione. Si tratta dell’aggettivo мирный [di pace/pacifico].

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Очень часты, например, такие сочетания, как “мирный договор”, “мирный труд” и т. п. “Мирный договор” ‐ “договор о мире”. Здесь прилагательное имеет относительное значение. Мы переводим Friedensvertrag. Ясно, что сказать здесь friedlicher Vertrag нельзя. “Мирный труд” имеет качественное значение ‐ “спокойный труд, труд, не прерываемый катастрофами”, поэтому мы переводим: friedliche Arbeit. Но в этом случае соответствие не носит однозначного характера. Дело в том, что “мирный труд” может быть иногда переведен при помощи Friedensarbeit. При этом, такой перевод получает значение “работа во время мира”, “работа для мира”. Сочетания “детский дом”, “детская литература” имеют значение относительное (Виноградов, стр. 204 – 205, 1947), поэтому мы переводим: Kinderheim, Kinderliteratur. Если же мы говорим: “детская болтовня” (в смысле “наивная болтовня”), то это значение качественное, ср. Перевод kindliches Gerede.

Интересный пример изменения значения прилагательного мы находим у М. Горького:
“Онс улыбалась, лицо ее было надменно и неподвижно, улыбалась только ее серые осенние глаза” («Дело Артамоновых»).

Обычно прилагательное “осенний” имеет относительное значение: “осенний лист”, ср. Herbstlaub, “осенние дни” Herbsttage. Здесь же значение явно качественное. Поэтому переводчик должен был перевести это место так (Кузнецова, стр. 187): Sie lächelte: ihr Gesicht war hochmütig und unbeweglich, nut ihre grauen herbstlichen Augen lächelten.

Molto frequenti sono ad esempio le collocazioni мирный договор [trattato di pace], мирный труд [lavoro pacifico], eccetera. Mирный договор: договор о мире. Qui l’aggettivo ha un significato relativo. Lo tradurremo con Friedensvertrag. È chiaro che in questo caso non è possibile tradurre con friedlicher Vertrag. Mирный труд ha un significato qualitativo: спокойный труд [attività pacifica], attività non interrotta da incidenti, per questo tradurremo con friedliche Arbeit. Ma in questo caso la corrispondenza non ha carattere univoco. Infatti, мирный труд può essere a volte tradotto come Friedensarbeit. In questo caso una tale traduzione acquista il significato di “lavoro in tempo di pace”, “lavoro per la pace”.

Le collocazioni детский дом [asilo], детская литература [letteratura per bambini] hanno un significato relativo (Vinogradov:pag.204‐ 205, 1947) , per questo tradurremo: Kinderheim, Kinderliteratur. Se dicessimo: детская болтовня [chiacchiera infantile], nel senso di chiacchiera ingenua, allora questo sarebbe un significato qualitativo (vedi la traduzione kindliches Gerede).

Un interessante esempio dei mutamenti del significato dell’aggettivo è quello dato da Maksim Gor’kij:
“она улыбалась, лицо её было надменно и неподвижно, улыбалась только её серые глаза” [sorrideva, il suo viso era altezzoso e immobile, sorridevano solo i suoi occhi grigi autunnali]. (“L’affare degli Artamonov”) Generalmente l’aggettivo осенний [autunnale] ha un significato relativo: осенний лист [foglia d’autunno], Herbstlaub, осенние дни [giorni d’autunno], Herbsttage. Qui il significato è chiaramente qualitativo. Per questo il traduttore dovrebbe tradurre questo passo come segue (Kuznecov, pag. 187): Sie lächelte: ihr Gesicht war hochmütig und unbeweglich, nur ihre grauen herbstlichen Augen lächelten.

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§ 21. Единицы перевода. Контекст Обратимся теперь к работе переводчика. Ему дано некоторое сообщение, подлежащее переводу. Прежде всего переводчик должен «понять» его. Но какий точный смысл мы можем придать словам «понимание текста»? Очевидно, что в теории перевода эту слова будут иметь разный смысл, в зависимости от того, происходит ли интерпретация (схема No 3) или собственно перевод (схема No 4). При интерпретации понимание текста сводится к установлению соответствия между текстом и действительностью. Но какой смысл имеют слова «понимание текста» при переводе? По‐видимому, целесообразно считать, что понять текст при переводе значит: а) установить соответствие между некоторым отрезками текста и элементами языка‐ посредника и б) установить синтактические отношения между этими отрезками.
Эти отрезки текста, с которыми ыстанавливается соответствие через язык‐ посредник, мы будем называть единицами перевода7.
Выделение тех единиц, на которые распадается анализируемое сообщение с точки зрения перевода, и является одной из основных задач анализа текста.
Можно было бы принщть слово (промежуток между проблемами ‐ в письменном тексте и промежуток между паузами, «фонетическое слово» в устном тексте) в качестве такой единицы.
Были выдвинуты, однако, серьезные возражения против принятия слова в качестве единицы перевода. Из них, по‐ видимому, наиболее интересным является следующее. «Главная причина, по которой мы не можем принять слово, как единицу (имеется в виду «единицу перевода»), в том, что в слове не выступает достаточно ясно двойственная природа знака, причем обозначающее выдвигается на первый план за счет обозначаемого» (Vinay, Darbelnet, стр. 37,

21. Le unità della traduzione. Il contesto Prestiamo ora attenzione al lavoro del traduttore. Al traduttore è dato un messaggio che deve essere tradotto. Per prima cosa il traduttore deve comprenderlo. Ma precisamente quale senso possiamo attribuire alle parole “comprensione del testo”? È ovvio che nella teoria della traduzione queste parole avranno un senso diverso, che dipende dal verificarsi dell’interpretazione (schema No 3) o dal verificarsi di una traduzione effettiva (schema No 4). Attraverso l’interpretazione la comprensione del testo si riduce alla creazione di una corrispondenza tra il testo e la realtà. Ma che senso hanno le parole “comprensione del testo” nell’ambito della traduzione? Probabilmente ha senso ritenere che comprendere un testo nell’ambito della traduzione significhi:

a)stabilire una corrispondenza tra alcuni frammenti del testo ed elementi del linguaggio d’intermediazione e b)stabilire relazioni sintattiche tra questi frammenti.

Definiremo questi frammenti con i quali si stabiliscono le corrispondenze per mezzo del linguaggio d’intermediazione, unità della traduzione7.

L’individuazione di tali unità, nelle quali si scompone il messaggio analizzato dal punto di vista della traduzione, costituisce uno degli obiettivi principali dell’analisi del testo.
È possibile considerare unità della traduzione la parola (l’intervallo tra gli spazi nel testo scritto e l’intervallo tra le pause, “parola fonetica”, nel testo verbale).
Tuttavia sono state sollevate solide obiezioni contro la possibilità di considerare la parola un’unità della traduzione. Tra queste, la più interessante è probabilmente la seguente. “ La ragione principale per cui non possiamo considerare la parola come unità (unità della traduzione) consiste nel fatto che all’interno della parola non emerge in modo sufficientemente chiaro la natura ambivalente del segno, e inoltre il signifiant emerge in primo piano a spese del signifiè (Vinay, Darbelnet:37, 1958).

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1958).
Авторы цитируемой книги решают вопрос об единицах перевода выделением так называемых единиц смысла (unités de pensée). Однако на практике оказывается, что авторы сводят вопрос об единицах перевода к еще одной классификации фразеологических единиц.
Гораздо более глубокую трактовку вопрос об единицах перевода получил в работах по машинному переводу.
В машинном переводе выделение единиц перевода соответствует операции сведения определенных отрзков текста к информации, записанной в памят машины. Было предложено различать следующие виды слов («Машинный перевод», 127):
а) Вводимое слово (input‐word) есть единица текста, определенная следующим образом:
Слово есть любая цепочка букв, которой предшествует и за которой следует пробел или знак препинания.
Два слова идентифицируются, еслибуквы, стоящие на выступающих местах, совпадают.
б) Выводимое слово (output‐word) есть группа слов ПЯ, выступающих в качестве соответствия данного вводимого слова.
в) Запоминаемое слово, совокупность информаций к данному слову, помещенная в памяти машины.
Первая проблема, связанная с выделением единиц текста, состоит в следующем: должно ли «вводимое слово» совпадать с «запоминаемым словом»? Например, если имеется предложение: «Величина угла определяется отношением дуги к радиусу»8, то нужно ли. чтобы запоминаемые слова имели вид: величина
угла и т. п.

Gli autori dell’opera citata risolvono il problema delle unità della traduzione rilevando le cosiddette unità di senso (unités de pensée). Tuttavia nella pratica risulta che gli autori riducono la questione delle unità della traduzione a un’altra classificazione di unità fraseologiche.

Una trattazione della questione delle unità della traduzione di gran lunga più approfondita è stata ottenuta nell’ambito della traduzione automatica.

Nella traduzione automatica l’individuazione delle unità della traduzione corrisponde all’operazione di ricondurre determinati frammenti del testo all’informazione, registrata nella memoria della macchina. È stato proposto di distinguere i seguenti tipi di parola (“Traduzione automatica”:127):

a) input word, è un’unità del testo, definita come segue:
la parola è una qualsiasi stringa di lettere, la quale precede e alla quale segue uno spazio o un segno di interpunzione. Due parole si identificano se le lettere, che si trovano in posizioni corrispondenti, coincidono

b) output word, è un gruppo di parole della lingua ricevente, che emerge in qualità di corrispondenza della data imput word.
c) Parola memorizzata, insieme di informazioni relative a una data parola, presente nella memoria della macchina.

Il primo problema legato all’individuazione delle unità del testo consiste in quanto segue: la “imput word” deve coincidere con la “parola memorizzata”? Ad esempio, supponiamo di avere la proposizione: “величина угла определяется отношением дуги к радиусу”8 [L’ampiezza dell’angolo è determinata dal rapporto tra arco e raggio]; allora le parole memorizzate dovrebbero essere:
величина [ampiezza]
угла [dell’angolo] eccetera.

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В обычных словарях это заведомо не так, там так называемое «словарное слово» (нем. Stichwort, польск. hasło) дается в исходной форме (существительное в именительном падеже единственного числа, глагол в форме инфинитива и т. п.). При этом предпологается, что человек легко найдет исходную форму для данного слова из текста. Для машины же нужны четкие правила идентификации вводимого и запоминаемого слова. Принципально возможны следующие два пути:

1) Вводимое и запоминаемое слово совпадают. Это означает, что в память машины длжны быть введены, например, следующие разные слова: “величина”. “величины”, “величину”, “величиной”, “величине”, “величин”, “величинам”, “величинах”. Вообще говоря, такой путь может быть приемлем (например, для языков типа английского или немеского). Однако для русского языка такой путь в десятки раз увеличил бы объем машинной памяти, что технически невыгодно.

2) Даются формальные правила, по которым ряд разных вводимых слов, например, “величина”, “величине”, “величин” и т. п. сводится к одному запоминаемому слову. При этом запоминаемое слово может быть исходной формой, как в словарях (например, “величина”), или иметь какую‐ то другую форму (например, “величин”). Поскольку решающим является критерий удобства, то форма запоминаемого слова может быть, вообще говоря, выбрана произвольно. Удобно при этом пользоваться, как показывает пример “величина”, основой слова, однако, этот термин также нуждается в точном определении применительно к машине. Сведение вводимого слова к запоминаемому может быть достигнуто путем прибавления или (что удобнее) отбрасывания определенных букв.

Nei dizionari comuni non sempre è così, poiché al loro interno il cosiddetto словарное слово [lemma], (in tedesco Stichwort, in polacco haslo) è dato nella sua forma iniziale (sostantivo al caso nominativo singolare, verbo nella forma dell’infinito eccetera). Con questo si presuppone che le persone trovino facilmente la forma iniziale della parola data nel testo. Per la macchina sono necessarie precise regole di identificazione della imput word e della parola memorizzata. In linea di principio sono possibili le due seguenti procedure:
1)La imput word e la parola memorizzata coincidono. Questo significa che nella memoria della macchina devono essere introdotte ad esempio le seguenti parole: “величина”, “величины”, “величину”, “величиной”, “величин”, “величинам”, “величинах”. Generalmente parlando, tale procedura può essere considerata ammissibile (ad esempio per lingue come quella inglese o tedesca). Tuttavia per la lingua russa questo procedimento aumenterebbe di decine di volte il volume della memoria della macchina, il che è tecnicamente svantaggioso.

2) Sono date delle regole formali per le quali una serie di diverse imput words, ad esempio “величина”, “величинe”, “величин” eccetera è riconducibile a una sola parola memorizzata. La parola memorizzata può quindi presentarsi nella sua forma di base, come nei dizionari (ad esempio “величина”), o avere una qualsiasi altra forma (ad esempio “величин”).

Poiché il criterio della comodità è determinante, allora la forma della parola memorizzata può essere, generalmente parlando, scelta arbitrariamente. Conviene in questo caso utilizzare la parola di base, come è mostrato dall’esempio “величина”, tuttavia questo termine richiede una precisa definizione relativamente alla macchina. La riduzione della imput word a parola memorizzata può essere ottenuta tramite l’aggiunta o (più comodamente) il troncamento di determinate lettere.

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Поэтому под термином «основа» понимается часть слова, которая остается графически неизменной во всех его формах. (Кулагина, Мельчик, 1956, стр. 111). Заметим, что это не совсем то, что обозначается термином «основа» в обычных грамматиках. Возьмем вводимые слова: “осел”, “осла”, “ослов”, “ослами”, “ослах” и т. п. Можно дать правило, по котороу машина будет отбрасывать окончания ‐а, ‐ов, ‐ами, ‐ах и т. п., и вводимые слова “осла”, “ослов”, “ослами”, “ослах” будут тогда сведены к основе: “осл”. Слово “осел” к этой основе свести труднее. Можно потребовать, чтобы машина выбрасывала букву е, стоящую на предподледнем месте, но это осложит все правила. По‐видимому, целесообразнее иметь две основы: “осл” и “осел”. Иногда появиться необходимость запоминать три основы, например, “мог”, “мож” и “моч”, четыре основы, например, “ид”, “шл”, “шел”, “шедш” для глагола “идти” и, может быть, даже больше.
Таким образом, в машинном переводе, как правило, выделяются единицы, более короткие, чем слова, а именно единицы, соответствующие морфемам. С другой стороны, опыт машинного перевода показал, что в виде запоминаемого слова в словарь машины целесообразно вводить целые обороты (причем удобно иметь даже специальный словарь оборотов).
Сочетания слов или «обороты» при машинном переводе, понятие более широкое, чем, скажем, «идиомы» или «фразеологические сочетания».
«Под оборотом мы понимаем все те комбинации из нескольких слов, буквальный перевод которых одного за другим (по данным нашего словаря), без учета формы их сочетания, привел бы к искажению смысла» (Кулагина, Мельчук, стр. 113, 1956).

Per questo con il termine “tema” si intende quella parte della parola che rimane graficamente invariata in tutte le sue forme. (Kulagina, Mel’cik:111, 1956). Facciamo presente che questo non è interamente quello che si intende con il termine “tema” nella grammatica comune. Riportiamo le imput word: “осел” [asino], “осла”, “ослов”, “ослами”, “ослах”, eccetera. Può essere formulata la regola per cui la macchina lascia da parte le desinenze ‐a, ‐ oв, ‐ами, ‐ ax, eccetera, e le imput words “осла”, “ослов”, “ослами”, “ослах” sono allora ridotte al tema “осл”. È più complicato riportare a questo tema la parola “осeл”. Può essere necessario che la macchina cancelli la lettera e, situata in penultima posizione, ma questo complica tutte le regole. Probabilmente è più conveniente disporre di due temi: “осл” e “осел”. A volte sorge la necessità di conservare nella memoria tre temi, ad esempio “мог”, “мож” e “моч”, quattro temi, ad esempio “ид”, “шл”, “шел” e “шедш” dal verbo идти e magari anche di più.

In questo modo nella traduzione automatica, solitamente, si distinguono unità, più brevi della parola, ma vere e proprie unità che corrispondono a morfemi. D’altro canto, l’esperienza della traduzione automatica ha mostrato che, nella forma della parola memorizzata nel vocabolario della macchina, ha senso introdurre interi modi di dire (conviene avere perfino un apposito vocabolario di modi di dire).

Le combinazioni di parole o “collocazioni”, nell’ambito della traduzione automatica, sono un concetto più ampio rispetto alle “espressioni idiomatiche” o “collocazioni fraseologiche”.
“Per «modi di dire» intendiamo tutte quelle combinazioni di alcune parole, la cui traduzione letterale di queste in un altra (secondo le informazioni del nostro dizionario), senza tenere in considerazione la forma della loro collocazione, porterebbe a un’alterazione del senso” (Kulagina, Mel’cuk:113, 1956).

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Если исходить из этого определения, то становится очевидмым, что многие словосочетания, которые рассматриваются в лингвистике как идиоматичные, при машинном переводе оборотами не считаются, например, намецкие Kopf verlieren (“терять голову”): Koloß auf tönernen Füßen (“колосс на глиняных ногах”).

В машинном переводе выяснено, что любой алгоритм анализа имеет своей конечной целью сопоставление отрзков текста ПЯ с некоторой данностью, существующей вне текста. Такой данностью может быть, например, текст на ПЯ или же система ПЯ, система ИЯ и, наконец, система языка‐посредника.

В связи с этим, Т. М. Николаева преложила следующую классификацию единиц перевода (Николаева, 1961):
1) Единица перевода выделяется как отрезок текста ИЯ по отношению к отрезку текста ПЯ. Такого рода единицы выделялись в ряде работ по машинному переводу, например, в опыте Достерта, о котором речь будет идти ниже (§ 38). Здесь непосредственно приравниваются друг другу части слов, слова и отдельные словосочетания (теоретически длину отрезка можно сколько угодно увеличивать, беря даже предложения и абзацы, но практически, разумеется, нельзя выходить за рамки словосочетания ‐ подробнее об этом в § 32). Как мы увидим далее, роль логических и грамматических правил в таком алгоритме сводитсе к минимуму;
2) Единица перевода выделяется как отрезок текста ИЯ по отношению к системе ПЯ. При таком подходе, анализируя, например, английское существительное с предлогом by, ему сразу приписывают русский признак «творительный падеж» и т. п.

Se ci si basa su questa definizione, allora rimane evidente il fatto che mentre numerose collocazioni in linguistica sono analizzate come idiomatiche, nell’ambito della traduzione meccanica i modi di dire non sono considerati, ad esempio in tedesco den Kopf verlieren [perdere la testa]: Koloss auf tönernen Füssen [colosso su piedi di terracotta].

Nell’ambito della traduzione meccanica è chiarito che qualsiasi algoritmo di analisi ha un fine certo di comparazione delle parti del testo della lingua ricevente con qualcosa di dato presente al di fuori del testo. Tale datità può essere, ad esempio, un testo nella lingua ricevente o lo stesso sistema della lingua ricevente, il sistema della lingua emittente e infine il sistema del linguaggio d’intermediazione.

In relazione a questo T. M. Nikolaeva ha proposto la seguente classificazione delle unità della traduzione (Nikolaeva, 1961):
1) l’unità della traduzione si distingue come il frammento del prototesto in relazione alla parte del testo della lingua ricevente. Unità di tale genere sono state individuate in una serie di lavori sulla traduzione automatica, ad esempio nell’esperienza di Dostert, di cui parleremo più avanti (paragrafo 38). Qui sono direttamente equiparate parti di parole, parole e singole collocazioni (in teoria la lunghezza della parte del testo può aumentare a piacere, comprendendo anche la proposizione e il capoverso, ma nella pratica certamente non si può uscire dall’ambito della combinazione di parole – tratteremo la questione in modo più dettagliato nel paragrafo 32). Come vedremo più avanti, il ruolo delle regole logiche e grammaticali all’interno di tale algoritmo si riduce al minimo;

2) l’unità della traduzione si distingue come il frammento del prototesto in relazione al sistema della lingua ricevente. Attraverso tale approccio, esaminando ad esempio il sostantivo inglese con la preposizione by, gli si attribuisce immediatamente la proprietà russa “caso strumentale” eccetera.

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Этот тип анализа очень распостранен при машинном переводе;
3) Единица перевода выделяется как отрезок текста ПЯ по отношению к системе ИЯ, вне зависимости от языка, на которой делается перевод (см. § 38, независимый анализ).

4) Единица перевода выделяется как отрезок текста ИЯ по отношению к универсальному языку‐посреднику.
В общей теории перевода, очевидно, целесообразно иметь такие единицы перевода, которые выделяются в зависимости от языка‐посредника, свойстав которого, вообще говоря, в свою очередь, зависит от той пары языков, которые участвуют в переводе: то, что является единицей при переводе с русского на французкий, может не быть единицей при переводе на немецкий. Это, собственно говоря, не противоречит идее, выдвинутой авторами Stylistique comparée, поскольку фразеологизмы и идиомы являются частным случаем единиц перевода9 в любом из четырех рассмотренных подходов. Конкретное отличие рассмотренного подхода, однако, в следующем: в нем учитывается, что текст не состоит непосредственно из смысловых единиц, т. е. единиц плана содержания, смысловые единицы выделяются именно по сопоставлению с тем‐что, находящимся вне текста, поэтомув качестве единицы перевода принимается нечто, находящееся в плане выражения, т. е. в той непосредственной данности. каковой является текст.

Исходя из всех этих соображений, мы предлагаем следующее определение единицы перевода:
Единицей переводаназывается минимальный ортезок текста ИЯ, соответствующий такому набору элементарных смыслов в языке‐ посреднике, который может быть поставлен в свою очередь в соответствие с некоторым отрезком текста в ПЯ.

Questo tipo di analisi è molto diffuso nell’ambito della traduzione automatica;
3) l’unità della traduzione si distingue come frammento del prototesto in relazione al sistema della lingua emittente, senza dipendere dalla lingua verso la quale è eseguita la traduzione (vedi il paragrafo 38, l’analisi indipendente).
4) l’unità della traduzione si distingue come frammento del prototesto in relazione al linguaggio d’intermediazione universale. Nella teoria generale della traduzione è evidente la convenienza di disporre di unità della traduzione, la cui individuazione dipende dal linguaggio d’intermediazione, le proprietà del quale, generalmente parlando, dipendono a loro volta da quella coppia di lingue che partecipano alla traduzione: quello che costituisce un’unità nella traduzione dal russo al francese può non essere un unità nella traduzione verso il tedesco.
Questo di fatto non è in contraddizione con l’idea esposta dagli autori di Stylistique comparée, poiché le locuzioni e le espressioni idiomatiche costituiscono un caso particolare delle unità della traduzione9 in ognuno dei quattro approcci analizzati. La differenza fondamentale dell’approccio analizzato, tuttavia, consiste in quanto segue: si tiene in considerazione il fatto che il testo non si compone direttamente di unità di senso, cioè unità sul piano del contenuto, le unità di senso sono individuate proprio attraverso la comparazione con qualcosa che si trova all’esterno del testo, per questo motivo si considera un’unità della traduzione qualcosa che si trova sul piano dell’espressione, cioè una realtà diretta, che costituisce il testo. Partendo da tutte queste considerazioni proponiamo la seguente definizione di unità della traduzione:
Si definisce unità della traduzione un minimo frammento del prototesto, il quale corrisponde a un particolare insieme di sensi fondamentali all’interno del linguaggio d’intermediazione, che può a sua volta essere messo in corrispondenza con un frammento del metatesto.

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Таким образом, единицы перевода выделяются здесь относительно некоторого ПЯ: Ниже мы увидим, что это определение можно упростить так, чтобы единица перевода от ПЯ не зависела.
При выделениие диниц перевода необходимо иметь в виду, что, по нашему определению, единицей перевода может быть и отдельная морфема. Это происходит, , в том случаем, когда морфема выражает значение модальности и ставится в соответствие отдельному набору элементарных смыслов в языке‐посреднике, а затем отдельному отрезку текста в ПЯ. Рассмотрим, например, французское предложение Deux ouvriers auraient été tués.

При переводе на английский язык (Vinay, Darbelnet, стр.142) нам нужно выделить отдельную единицу, которая соответствует в английском языке самостоятельному глаголу, ср. англ.:

Two workers are reportet killed.

То же в русском:
“Сообщается, что убито двое рабочик”.

Отдельной единицей может быть морфема вида, ср. русск.:

“Он говаривал”.
Нем. Er pflegte zu sagen,

Er sagte oft Фр. Il aimait répéter.

Il répétait souvent.

Мы определяли единицу перевода относительно перевода на некоторый другой язык. Поэтому, как мы говорили, в одном и том же тексте могут выделяется разные единицы перевода (в зависимости от языка, на который делается перевод). Между тем, ощущается потребность и в таких единицах, которые не зависели бы от языка, на который делается перевод.

In questo modo le unità della traduzione sono individuate in relazione a una lingua ricevente. Più avanti vedremo che questa definizione può essere semplificata in modo tale che l’unità della traduzione non dipenda dalla lingua ricevente.

Individuando le unità della traduzione è necessario tenere in considerazione che, in base alla nostra definizione, un’unità della traduzione può essere anche un singolo morfema. Questo si verifica ad esempio nel caso in cui il morfema esprime il significato della modalità e si pone in corrispondenza con un particolare insieme di sensi fondamentali all’interno del linguaggio d’intermediazione, e successivamente con un certo frammento del metatesto . Analizziamo ad esempio la proposizione francese Deux ouvriers auraient été tués. Nella traduzione verso l’inglese (Vinay, Darbelnet:142) è necessario individuare la singola unità, la quale corrisponde nella lingua inglese al verbo indipendente, vedi inglese:

Two workers are reported killed.

Lo stesso succede in russo: “Cообщается, что убито двое рабочих”.

Una singola unità può essere costituita da un morfema di aspetto, vedi il russo:

“Oн говаривал”
Tedesco: er pflegte zu sagen,

er sagte oft francese: Il amait répéter.

Il répétait souvent.

Abbiamo definito l’unità della traduzione relativamente alla traduzione verso un’altra lingua. Per questo, come abbiamo detto, in uno stesso testo è possibile individuare diverse unità della traduzione (le quali dipendono dalla lingua verso la quale è effettuata la traduzione). Allo stesso tempo si sente la necessità anche di quelle unità che non dipenderebbero dalla lingua verso la quale è effettuata la traduzione.

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Поскольку (ср. третий подход к выделению единиц, стр. 116) трансформация и модуляция суть некоторый перевод, то можно определить единицы перевода относительно трансформации и модуляции, т. е. перевода на тот же самый язык. Единицу перевода, полученную таким способом, мы будем называть фундаментальной единицей перевода. Приведем пример:

“Лучше оперы и балеты появились в результате творческого содружества композиторов с поэтами”.

Здесь можно выделить фундаментальные единицы “появились в результате” (ср. трансформацию ‐ “явились результатом”) и “творческое содружество”” (ср. модуляцию “совместное творчество”). Таким образом, на этапе анализа мы прежде всего производим расчленение текста на единицы перевода (относительно ПЯ) или же фундаментальные единицы. Представление текста в виде последовательности единиц мы будем называть сегментацией10 текста ИЯ. Отметим, что одному и тому же отрезку ИЯ, т. е. одной и той же единице перевода может, вообще говоря, соответствовать несколько разных наборов элементарных смыслов в языке‐ посреднике, удовлетворяющих определению единицы перевода (мы будем называть такие единицы омонимичными или неоднозначными), а такие одному набору элементарных смыслов в языке‐посреднике может соответствовать несколько отрезков в ПЯ (назовем такие отрзки синонимичными).

Poiché la trasformazione e la modulazione sono l’essenza di una traduzione (vedi il terzo approccio alla distinzione delle unità della traduzione, pagina 116), allora è possibile definire le unità della traduzione in relazione alla trasformazione e alla modulazione, cioè a una traduzione intralinguistica. Definiremo l’unità della traduzione ottenuta in questo modo unità fondamentale della traduzione. Riportiamo un esempio:

“лучшие оперы и балеты появились в результате творческого содружества композиторов с поэтами” [le migliori opere e balletti hanno visto la luce grazie alla cooperazione artistica di compositori e poeti].

Qui è possibile individuare le unità fondamentali “появились в результате” (vedi la trasformazione – “явились результатом” – sono risultate da) e творческое содружество” (vedi la modulazione творческое содружество – attività creativa comune).
In questo modo nella fase dell’analisi per prima cosa effettueremo la scomposizione del testo nelle unità della traduzione (in relazione alla lingua ricevente) o unità fondamentali. La rappresentazione del testo sotto forma di sequenza di unità sarà definita segmentazione10 del testo nella lingua emittente.
Notiamo che a una stessa parte del testo nella lingua emittente, cioè a una stessa unità della traduzione, possono, generalmente parlando, corrispondere diversi insiemi di sensi fondamentali nel linguaggio d’intermediazione, i quali soddisfano la definizione di unità della traduzione (definiremo tali unità omonimiche o ambigue), ma anche a un insieme di sensi fondamentali nel linguaggio d’intermediazione possono corrispondere alcuni frammenti nella lingua ricevente (definiremo questi frammenti sinonimici).

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Если теперь небольшим расширением единицы перевода можно перейти от неоднозначной единицы перевода к однозначной (или хотя бы резко сократить количество соответствующих наборов в языке‐посреднике), то мы будем называть новый расширенный текст микроконтекстом данной единицы. Если же от неоднозначной единицы текста можно перейти к одноозначной лишь значительным расширением текста, то мы будем называть новый расширенный текст макроконтекстом данной единицы перевода. Макроконтекст не может учитываться в формальной теории. Поэтому, в дальнейшем, говоря о контексте, мы будем, как правило (если это не оговорено особо), иметь в виду микроконтекст.

Была предложена следующая классификация типов перевода в зависимости от длины учитываемого контекста (Yngve, 1955):

а) пословный (word‐for‐word) перевод б) посинтагменный (phrase‐for‐phrase) перевод
в) пофразный (sentence‐for‐sentence) перевод

Продолжая эту классификацию, можно было бы выделить:
г) поабзацный перевод и т. п.
Необходимо ясно представлять себе, что при такой фиксации пределов контекста мы не обязательно должны кажды раз пробегать весь выбранный нами контекст, но, во всяком случае, не должны выходить за его пределы. Это означает, что, если, например,производится пофразный перевод, то можно представить себе, что текст разрезается на предложения, и каждое дается отдельному переводчику, а затем полученные переводы соединяются в нужном порядке.

Se ora, con una modesta estensione dell’unità della traduzione, fosse possibile passare da un’unità della traduzione ambigua o omonimica a una sinonimica (o almeno ridurre fortemente la quantità degli insiemi corrispondenti all’interno del linguaggio d’intermediazione), allora definiremmo il nuovo testo esteso microcontesto della data unità.

Se da un’unità del testo ambigua o omonimica fosse possibile passare ad un’unità sinonimica solo attraverso una considerevole estensione del testo, allora definiremmo il nuovo testo esteso macrocontesto della data unità della traduzione.

Il macrocontesto non può essere preso in considerazione dalla teoria formale. Per questo, a seguire, trattando il contesto (se non è specificato separatamente) terremo in considerazione come da regola il microcontesto.

È stata proposta la seguente classificazione dei tipi di traduzione, a seconda della lunghezza del contesto considerato (Yngve, 1955):

a) traduzione word for word
b) traduzione phrase for phrase
c) traduzione sentence for sentence proseguendo con questa classificazione è possibile individuare:
d) traduzione capoverso per capoverso eccetera.
È necessario rappresentare chiaramente il fatto che con una tale stabilizzazione dei limiti del contesto non dobbiamo sempre e obbligatoriamente ricordare tutto il contesto da noi selezionato, ma in ogni caso non bisogna uscire dai suoi confini. Questo significa che se ad esempio si esegue una traduzione sentence for sentence, allora è possibile immaginare che il testo si divida in proposizioni e ognuna di queste sia affidata a un singolo traduttore, e in seguito le traduzioni ottenute siano connesse nell’ordine necessario.

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Ясно, что на практике такое ограничение приводит к снижению качества перевода. Чрезвычайно важно, однако, точно определить такую среднюю длину контекста, чтобы ошибки были достаточно редки (некоторые попытки в этом направлении см. в работе Kaplan, 1955).

Выделение минимальных контекстов имеет место и на практике, а именно, при так называемом последовательном устном переводе. Здесь, естественно, возникает вопрос о длине отрезка речи. Она определяется условиями устного общения. При переводе диалогической речи (беседы, переговоров, допроса и т. п.), последовательно переводятся небольшие по объему высказывания, каждое изкоторых представляет собой, как правило, самодоблеющий контекст. При последовательном переводе монологической речи (выступления, заявления и т. п.), длина отрзков определяется, с одной стороны, характером такой речи (логическая связанность, характер сцеплений см. § 29), и, с другой стороны, необходимостью понимания сообщения слушателями. Если значительно удлинить отрезки, или, тем более, перевести речь целиком после того, как оратор ее закончил, то будет нарушена основная характеристика устной речи ‐ одновременность коммуникации. Если же переводить речь предложение за предложением, или, тем более, отдельными синтагмами, то будут искажены характерные черты монологической речи. Можно, следовательно, сказать, что длина переводимого отрезка будет определяться этим полярными требованиямии. Как правило, она колебляется от 1 до 5 минут звучания, редко доходя до 10 минут.

È chiaro che nella pratica tale limitazione porta a una minore qualità della traduzione. Particolarmente importante, tuttavia, è determinare precisamente una certa lunghezza media del contesto, in modo tale che gli errori siano abbastanza rari (per alcuni tentativi in questa direzione vedi il lavoro di Kaplan, 1955).
L’individuazione di contesti minimali ha luogo sia nella pratica che proprio durante la cosiddetta traduzione orale consecutiva. Qui, naturalmente, sorge la questione della lunghezza del frammento del discorso. Questa è determinata dalle condizioni dell’attualizzazione. Nella traduzione del discorso dialogico (interviste, trattative, interrogatori, eccetera) si traducono consecutivamente proposizioni di dimensioni modeste, ciascuna delle quali costituisce di solito un contesto a sé stante.
Nella traduzione consecutiva del discorso monologico (discorsi, dichiarazioni, eccetera), la lunghezza della parte del discorso è determinata, da un lato, dal carattere di tale discorso (legame logico, carattere della coesione, vedi paragrafo 29) e, dall’altro lato, dalla necessità di comprendere il messaggio da parte degli ascoltatori. Se si allunga considerevolmente la parte del discorso o se addirittura si traduce il discorso interamente dopo che l’oratore ha terminato, allora si va contro quella che è la caratteristica principale del discorso orale: la contemporaneità della comunicazione. Se si traduce il discorso frase per frase o se si traducono i singoli sintagmi, allora sarebbero alterate le caratteristiche proprie del discorso monologico. È possibile quindi affermare che la lunghezza della parte tradotta sarà determinata da queste esigenze diametralmente opposte. Solitamente, questa varia da 1 a 5 minuti, raggiungendo raramente i 10 minuti.

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NOTE

1 Этот параграф предполагает ‐ согласно программе курса лингвистики для соответствующих отделений ‐ знакомство с основыми идеяами порождающей грамматики. Читателям, не прослушавшим этот курс, рекомендуется опустить § 18 и перейти сразу к § 19.
[In conformità al programma del corso di linguistica per le sezioni corrispondenti, questo paragrafo presuppone una conoscenza dei concetti di base della grammatica generativa. Al lettore che non ha frequentato questo corso si suggerisce di tralasciare il paragrafo 18 e di andare direttamente al paragrafo 19.]

2 Изложение метода анализа но НП можно найти в книге Глисона (Глисон, 1959).
[L’esposizione del metodo di analisi secondo i costituenti immediati può essere rintracciata nell’opera di Gleason] (Gleason, 1959)
3 См. понимание прогрессивной и регрессивной последовательности у Балли (Балли, стр. 218 ‐ 312). [Vedi l’interpretazione della successione progressiva e regressiva di Bally]

(Bally, pag. 218‐ 312)
4 Трансформационный синтаксис Теньера не столь строго формализован, как синтаксис в теории Хомского. Вслед за Балли, Теньер вводит понятие трансляции, обозначающее «…перевод полнозначного слова из одной грамматической категории в другую…» (Tesnière стр. 364). Он не задает правила порождения фраз при помощи трансляций, но зато дает детальное описание трансляций. Кратко излагая эту классификацию, мы будем пользоваться термином «трансформация».
[La sintassi trasformativa di Tesnière non è rigorosamente formalizzata, come la sintassi nella teoria di Homskij. Subito dopo Bally, Tesnière ha introdotto il concetto di traslazione, ovvero “…il trasferimento di una parola dotata di significato da una categoria grammaticale a un’altra…” (Tesnière, pag. 364). Egli non indica regole di genesi delle frasi tramite la traslazione, tuttavia da una descrizione dettagliata della traslazione. Esponendo brevemente tale classificazione utilizzeremo il termine “trasformazione”.]
5 В русском слове значение рефлективности‐нерефлективности не противопоставлены, в отличие от фр. prêter, нем. Leihen “дать в долг” и фр. emprunter, нем. borgen “брать в долг”.
Этот термин заимствован нами у авторов серии (см. Vinay, Darbelnet, стр. 51, Malblanc, стр. 28). Там же приводится много примеров, иллюстрирующих значение этого понятия для теории перевода.
[Nella parola russa i significati di riflessività e non sono contrapposti, a differenza del francese prêter, del tedesco leihen (dare in prestito), e del francese emprunter, del tedesco borgen (prendere in prestito).
Abbiamo preso in prestito questo termine dagli autori della collana “Stylistique comparée” (vedi Vinay, Darbelnet, pag. 51, Malblanc, pag.28), dove non sono riportati molti esempi ad illustrare il significato di tale concetto per la teoria della traduzione.]
6 Это требование на первый взгляд тривиально (как будто при нетехническом переводе не приходится обращаться к действительности, т. е. иметь дело с интерпретацией) и даже ошибочно (именно при техническом переводе обрашение к действительности минимально; доказательством служит машинный перевод именно технических текстов), но оно отражает верную идею о том, что в техническом переводе процесс осуществляется через другой язык‐посредник.
[In una prima analisi tale esigenza è banale (come se nella traduzione non tecnica non ci si occupasse della realtà) e perfino falsa (proprio nella traduzione tecnica il legame con la realtà è minimo; la prova è che la traduzione meccanica viene utilizzata proprio per testi tecnici), ma questa esprime l’idea esatta di quello che è il processo che si realizza attraverso un altro linguaggio di interemediazione nella traduzione tecnica.]
7 Для интерпретации аналогами единиц перевода будут некоторые отрезки текста, поставленные в соответствие элементарный ситуациям.
[Per l’interpretazione, al posto di analoghe unità della traduzione avremo frammenti di testo messi in corrispondenza con situazioni elementari.]
8 Данное предложение взято из числа тех, которые переводились при Джорджтаунском эксперименте (см. «Машинный перевод», стр. 173 и сл.).
[La proposizione data è tratta da una delle tante che sono state tradotte nell’ambito del Georgetown experiment (vedi “Машинный перевод”, pag. 173 e seguenti)].
9 Ср. определение идиоматичности по отношению к определенному языку, предложенное Бар‐ Хиллелом и Мельчуком (Бар‐Хиллел. «Машинный перевод», стр. 251, Мельчик, 1960 б).
[Vedi la definizione di idiomaticità in relazione a una determinata lingua, proposta da Bar Hillel e Mel’čuk (Bar Hillel, “Машинный перевод”, pag. 251, Mel’čuk, 1960)].
10 Авторы серии «Stylistique comparée» употребляют в этом значении термин découpage (Malblanc, стр. 23; Vinay, Darbelnet, стр. 161 и др.)
[Gli autori della collana “Stylistique comparée” utilizzano in questo senso il termine découpage (Malblanc, pag. 23; Vinay, Darbelnet, pag. 161 e altre)].

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Riferimenti bibliografici

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Amplifon: un esperimento di traduzione dal marketese all’italiano

 

Amplifon: un esperimento di traduzione dal marketese all’italiano

FEDERICA BARTESAGHI

Fondazione Milano

Milano Lingue

Scuola Superiore per Mediatori Linguistici

via Alex Visconti, 18   20151 MILANO

Relatore: professor Bruno Osimo

Diploma in Mediazione Linguistica

Ottobre 2010


 

 

© GfK Eurisko, Post Test sulla comunicazione stampa Amplifon, 2009

© Federica Bartesaghi per l’edizione italiana 2010

 

Amplifon: un esperimento di traduzione dal marketese all’italiano

(Amplifon: a translation experiment from marketese

to italian)

 

Abstract in italiano

La traduzione è quel processo di mediazione che permette a persone provenienti da paesi diversi di comunicare tra loro, ma non solo, la traduzione è anche e soprattutto una costante nella vita di ogni uomo: è ciò che rende possibile stabilire un nesso fra sé stessi e il resto del mondo o, senza spingersi troppo lontano, tra sé stessi e chi ci circonda. Quotidianamente ci si imbatte in centinaia di diverse culture e altrettante convivono dentro a ogni singolo individuo. «Traduzione» significa incontro tra lingueculture e quindi «tradurre» significa rendere possibile l’interazione tra due, venti o duecento mondi diversi. Questo è quanto si è voluto mostrare attraverso la traduzione linguoculturale di una ricerca di mercato commissionata da Amplifon all’istituto di ricerca GfK Eurisko.

 

English abstract

Translation is the mediation process that enables comprehension between people coming from different countries; most importantly, translation is a constant in every person’s life. It makes it possible to establish a connection between ourselves and the rest of the world, or without going too far, between ourselves and the people around us. Every day, we run across hundreds of different cultures and just as many live together inside a single person. “Translation” means an encounter among languacultures, and therefore, “to translate” means to enable the interaction among two, twenty or two hundred different worlds. That is what we have tried to show through the languacultural translation of a market survey commissioned by Amplifon to the research centre GfK Eurisko.

 

Resumen en español

La traducción es el proceso de mediación que permite la comunicación entre personas originarias de diferentes países, pero no solo, la traducción es también y sobretodo una constante en la vida de todas las personas. Nos hace posible establecer una conexión con el resto del mundo, o sin ir más lejos, entre nosotros y quien nos rodea. Todos los días, nos topamos con centenares de diferentes culturas y otras tantas coexisten dentro de cada persona. «Traducción» significa encuentro entre lenguaculturas y por lo tanto «traducir» significa hacer posible la interacción entre dos, veinte o docientos mundos diferentes. Esto es lo que hemos querido mostrar a través de la traducción de la lengua-cultura de una investigación de mercado que Amplifon le comisionó al centro de investigación de mercados GfK Eurisko.

 

Sommario

 

1. Prefazione  3

1.1 I rich point  4

1.2 La traduzione della cultura  6

1.3 La ricerca di mercato come sottocultura  10

2. Analisi traduttiva  13

2.2 Analisi linguistico-culturale  14

2.3 Dominante e sottodominanti 16

2.4 Lettore modello   17

3. Traduzione  19

3.1 Residuo traduttivo   28

 

 

 

1. Prefazione


1.1 I rich point

Il punto di partenza della mia tesi può essere facilmente riassunto dalle parole di un illustre etnologo e studioso della lingua che ha affermato quanto segue: «Using a language involves all manner of background knowledge and local information in addition to grammar and vocabulary» (Agar 2006:2). Ciò mi aiuta a introdurre il concetto di «linguacultura», che nei prossimi capitoli starà alla base di ogni mia considerazione.

In materia di traduzione parlare di lingua non è sufficiente. Grammatica, lessico, punteggiatura, sono solo alcuni degli ostacoli che un traduttore si trova a dover affrontare al momento di tradurre da una lingua verso un’altra lingua. Consapevolmente o no, migliaia di altri fattori interferiscono e creano ostacoli che possono forse essere catalogati come culturali. Dico «forse» perché, come spiegherò più avanti, il concetto di «cultura» è tutt’altro che semplice da definirsi. Per ora, utilizzerò il termine «cultura» nella sua accezione più comune, ossia ciò che definisce quell’insieme di abitudini, atteggiamenti, convenzioni che fanno sì che un gruppo di persone più o meno ristretto si identifichi come “diverso” dagli altri. Questa differenza tra culture è la distanza che si interpone fra le stesse ed è esattamente il vuoto che un traduttore si propone di colmare al fine ultimo di rendere ogni cultura più accessibile all’altra. Si tratta di quel genere di fraintendimenti che si presenterebbero se un inglese e un giapponese cercassero di comunicare tra loro, ognuno parlando la propria lingua; ma paradossalmente lo stesso genere di equivoci può facilmente riscontrarsi all’interno della stessa lingua, o meglio, è un fenomeno che si verifica in continuazione e che non è meno complicato da analizzare rispetto al primo.

Lo stesso Agar identifica questi momenti di incomprensione e di aspettative disattese con la locuzione «rich point», in quanto è proprio grazie alla loro esistenza che avvertiamo una distanza, un punto di mancato incontro. Differenze che talvolta fanno sorgere un problema: cos’è meglio, una traduzione accettabile, in cui il vuoto è colmato senza che il traduttore lasci alcuna traccia di sé nel testo finito, o una traduzione adeguata, dove si ritiene giusto conservare le peculiarità dell’originale, in quanto impossibile da tradurre in modo completo? Nel primo caso il rischio sarebbe quello di cancellare l’identità del testo originale, eliminando o modificando ogni sua caratteristica e privando quindi i riceventi del testo tradotto di nuovi elementi che potrebbero in qualche modo arricchirli a livello personale. Nel secondo caso il rischio è ben diverso, fornire al lettore ultimo un testo eccessivamente complicato da capire, anche se indubbiamente più apprezzabile.

È una domanda e un problema ai quali non è possibile dare una risposta univoca, in quanto è plausibile che una risposta giusta e universalmente valida nemmeno esista; ecco invece una seconda questione, che è poi il fulcro della tesi stessa: come comportarsi quando non si tratta di tradurre da una linguacultura verso un’altra linguacultura, ma piuttosto all’interno della stessa lingua? Prendiamo di nuovo in considerazione quel gruppo di persone che si identificano in una stessa cultura e che di conseguenza avvertono una distanza nei confronti di altre culture; facciamo ora una seconda divisione, in quanto questo gruppo, questa cultura, altro non è in realtà se non la microcultura (che nel nostro specifico caso si chiamerà «ricerca di mercato») di una macrocultura, (che si chiamerà «marketing»).

Siamo dunque giunti all’introduzione del mio esempio, reale e pratico, di come una microcultura pur utilizzando (anche se così non sembra) una stessa lingua e pur essendo profondamente radicata all’interno di una società, possa a un gran numero di persone facenti parte della medesima società risultare incomprensibile e distante anni luce. Queste sono le premesse, ma non posso passare alla dimostrazione pratica di quanto introdotto fin qui prima di chiarire il concetto, ormai rivelatosi fondamentale, di «linguacultura» e più in generale di «traduzione culturale».

1.2 La traduzione della cultura

La lingua è così profondamente radicata nella cultura e viceversa, che esse possono fondersi in un’unica parola: «linguacultura». Inizierò prendendo nuovamente spunto da una citazione: «Culture is construction, a translation between source and target […] the translation we build is the culture we describe» (Agar 2006:6). È necessario quindi capire perché le parole «cultura» e «traduzione» vengono associate quasi fossero sinonimi, o meglio metafore una dell’altra. La cultura, proprio come detto per la traduzione, è un concetto relativo. Relativo a moltissimi fattori, ma individuabile in un solo modo: quando si incontra una differenza, ossia quel rich point di cui ho parlato in precedenza.

La linguacultura risulta pertanto “visibile” solo quando entra in contrasto con una seconda linguacultura, quando si produce ciò che è giustamente definito «culture shock». Quest’ultimo altro non è se non un letterale shock culturale, l’evento che ci fa rendere conto di non essere in grado di comprendere qualcosa perché a noi sconosciuto, insolito, estraneo (successivamente spiegherò quanto questo concetto calzi alla perfezione col mio caso specifico). Siamo giunti al punto in cui il gruppo, la nostra particolare cultura, incontra una cultura differente con la quale deve entrare in contatto ed è costretta a stabilire una comunicazione facendo uno sforzo traduttivo. In questo caso la traduzione è un costrutto artificiale ideato al fine di rendere possibile la comunicazione tra “loro” e “gli altri”. Riecco quindi la questione che avevo sollevato e alla quale non avevo potuto dare una risposta: fino a che punto sia giusto interferire nel testo originale per semplificare la comprensione di chi userà il testo finito. Approfitterò di una nuova citazione, che a parer mio è chiarissima ed esaustiva a riguardo: «[…] it needs to be elaborate enough to get the job done and no more than that» (Agar 2006:6).

Prima ho affermato che la cultura è relativa e questo è vero per il semplice motivo che non può esistere nessuna cultura in sé, può esistere solo una particolare percezione di codesta cultura per un’altra cultura. Lo stesso principio vale per la lingua: quando si parla una lingua per la maggior parte i problemi non riguardano la grammatica delle frasi, ma piuttosto il significato che queste frasi hanno per ogni individuo. Detto in parole semplici, la cultura è una presa di coscienza che inizia proprio lì dove avvertiamo un problema. Nulla può definirsi «cultura» prima di entrare in contrasto con qualcos’altro che metta in evidenza le incongruenze e di conseguenza non ha senso parlare di una cultura X senza definire cosa questa cultura X rappresenta per una cultura Y. È riduttivo parlare di una cultura; bisognerebbe parlare sempre di più culture. Ne consegue che esistono altri due tratti distintivi del termine «cultura», ossia che oltre ad essere relativa è anche parziale e plurale.

Oggi ogni individuo è un po’ di tutto, un po’ di questa e un po’ di quella cultura, nessuno può essere più identificato con una cultura soltanto, come invece era più probabile anni fa, quando i nuclei cittadini erano chiusi e isolati ed entravano poco in contatto con il resto del mondo, quando le tradizioni, le usanze, le lingue erano tramandate di generazione in generazione quasi imperturbate. Basti immaginare la vita che potevano condurre un contadino o un fabbro: certamente il numero di culture con le quali queste persone venivano a contatto era molto limitato. Allora forse sì era possibile parlare di un numero ristretto di culture, ma oggi non più.

La facilità con la quale è possibile viaggiare fino all’altro capo del mondo, o con la quale ci si mette in comunicazione con chiunque ovunque si trovi, crea i presupposti per un fruttuoso interscambio culturale tra i popoli. Una «contaminazione positiva» (Osimo 2002:7) tra le culture favorisce la crescita intellettuale degli individui ed arricchisce coloro che si pongono nei confronti del resto del mondo con un atteggiamento umile e curioso, mentre non è di alcuna utilità a coloro che si pongono nei confronti degli altri con un atteggiamento caratterizzato dal pregiudizio e dall’indifferenza. Ci si chiede se sia giusto continuare a usare indistintamente la parola «cultura» se il suo significato originale è venuto a mancare; e ci si chiede anche dove stia la linea di demarcazione tra ciò che è identificabile come culturale e ciò che non lo è. È difficile, se non improbabile, tracciare questa immaginaria linea, relativa anch’essa a molti fattori.

Un terzo concetto attribuibile alla cultura è «densità». Con questo si intende il grado di rilevanza di una cultura, quanto è pervasiva nei confronti delle altre. Un altro ancora l’«atteggiamento», ossia come ci si comporta nel confronti di una data cultura, come ci si relaziona ad essa e quanta importanza le si attribuisce. Una quinta questione è il «livello di integrazione» e con questo s’intende quanto i singoli siano riusciti a far confluire verso un traguardo comune le mille sfaccettature delle loro culture. Un’ultima caratteristica della cultura è la «volatilità», che equivale ai mutamenti più o meno importanti a cui la cultura viene sottoposta nel corso del tempo. Come abbiamo visto, tutti questi concetti aiutano a inquadrare le mille qualità che una cultura può presentare, ma a questo punto sorge spontaneo chiedersi che senso abbia delineare così precisamente un termine il cui significato e la cui attualità vengono messi in seria discussione.

Ciononostante, è giusto dire che un buon uso di questo termine è, come detto, individuare una differenza, un rich point. Al contrario, un uso sbagliato del termine sarebbe indicare una mancanza, etichettare una differenza che percepiamo come una deficienza da parte degli altri. Come ho affermato all’inizio del paragrafo, dire «cultura» è un altro modo per dire «traduzione». Ma attenzione ancora una volta, quando diciamo «cultura» possiamo far riferimento a due cose ben distinte: una prima accezione della parola è quella già ampiamente analizzata e discussa; una seconda accezione, invece, è quella che sta a indicare tutto ciò che è “squisitamente umano”, ciò che da migliaia di anni rende gli uomini diversi dagli altri primati e dai suoi antenati preistorici.

In quest’ottica si può dire che le differenze tra gli uomini rappresentano anche le loro similitudini e cioè quello che rende possibile la traduzione. Questa universale connessione tra gli individui è esattamente il secondo significato del termine «cultura». Le condizioni storiche che hanno portato a coniare questa parola e le condizioni storiche che, al contrario, hanno portato al suo declino sono molto diverse; c’è da chiedersi se il suo destino è l’estinzione o se sarà in grado di trovare un nuovo posto nel mondo.

1.3 La ricerca di mercato come microcultura

Nel paragrafo precedente ho parlato di una macrocultura e di una microcultura; è venuto ora il momento di spiegare meglio come queste due entità hanno a che fare con quanto detto. Voglio occuparmi di una particolare cultura che è ormai diventata parte integrante della nostra società e non solo, parlo di quel vastissimo settore che prende il nome di «marketing», ossia di tutto ciò che ha a che fare con il commercio, la consulenza, la compravendita, la finanza, ossia con la maggior parte degli ambiti lavorativi e, in maniera indiretta, anche con i rimanenti.

Nel nostro caso il «marketing» rappresenta la macrocultura, una vera e propria linguacultura sotto ogni aspetto. Restringerò ora il campo alla «ricerca di mercato», che costituisce una delle molte microculture o culture satellite rispetto alla macrocultura appena citata e che a essa ha guardato nel momento di organizzare il proprio “repertorio culturale”, ossia «l’aggregato di alternative utilizzate da un gruppo di persone e dai suoi singoli membri per l’organizzazione della vita» (Itamar Even-Zohar 2000:201).

In quanto totalmente estranea a questo settore e ignara delle sue dinamiche, ho avuto l’opportunità di “sbirciare” al suo interno grazie all’aiuto di persone che, per necessità professionale, hanno dovuto relazionarsi con questo sistema e hanno imparato a farlo proprio. In riferimento a quanto spiegato, il modo in cui queste persone sono venute a contatto con questo nuovo mondo è stato un vero e proprio cultural shock. Come mi è stato raccontato, dopo un iniziale sconcerto, costoro hanno cominciato a familiarizzare con la nuova dimensione e hanno iniziato ad esprimersi usando la lingua della cultura dominante (il marketese) e giorno dopo giorno ciò che inizialmente suonava bizzarro, quasi senza senso, ha acquisito nuova forma ed è diventato uno strumento fondamentale, se non indispensabile, della vita lavorativa.

Metabolizzando lo shock iniziale hanno preso confidenza con l’ambiente, trasformandolo in qualcosa di quotidiano, di naturale. Esattamente come avviene per una persona che si trasferisce in un nuovo paese e che deve abituarsi a uno stile di vita completamente diverso. In seguito all’iniziale smarrimento, la routine e l’abitudine faranno sì che questa persona si ritrovi a pensare, parlare e vivere in quello stesso modo che prima gli era avulso quasi senza rendersene conto. A qualcuno forse un simile paragone potrà sembrare bizzarro, ma la dimostrazione pratica di queste mie considerazioni ne comproverà la veridicità. A volte infatti (e questo avviene anche con la traduzione), la vera difficoltà sta in ciò che appare scontato, ciò che di primo acchito non avremmo messo neanche in discussione.

 

 

 

2. Analisi traduttiva

 

2.1 Presentazione del materiale

Nel terzo capitolo, ossia nella parte pratica, mi occuperò della traduzione di una ricerca di mercato commissionata da Amplifon all’istituto di ricerche sociali e di mercato GfK Eurisko, con sede a Milano. Si tratta del rapporto di ricerca delle rilevazioni effettuate da un gruppo di ricercatori nel periodo tra l’ottobre e il novembre del 2009, il cui scopo finale era quello di testare la comunicazione stampa dell’azienda che commissionava il lavoro. Tale documento mi è stato gentilmente messo a disposizione dagli stessi addetti ai lavori, i quali mi hanno altresì fornito le informazioni necessarie per una più esaustiva interpretazione del gergo marketese all’interno della traduzione.

2.2 Analisi linguistico-culturale

Per svolgere un’analisi linguistico-culturale del testo che tradurrò è necessario fare una premessa, ossia che ogni mediazione linguistica ruota intorno a tre poli: la cultura emittente (dell’autore), la cultura mediante (del traduttore) e la cultura ricevente (del lettore). Nel mio caso specifico, che differisce dall’immaginario classico che si ha di una traduzione e cioè che essa sia interlinguistica, quindi tra due sistemi linguistici differenti, questa mediazione è effettuata all’interno della stessa area linguistica e alla presenza di due soli poli: la cultura emittente, che come affermato è una microcultura del più ampio settore del marketing e cioè la ricerca di mercato; e di una cultura comune per il traduttore e i riceventi del testo finito. Difatti, ho già anticipato che la mia preparazione linguistico-culturale antecedente alla traduzione del testo è quella di una persona in gran parte estranea a questa cultura, come lo sono anche i miei prototipi di lettori.

Partendo da questo presupposto, risulta ragionevole che il problema fondamentale che si riscontra durante una prima lettura del testo siano gli elementi culturospecifici, ovvero una terminologia estremamente settoriale che rende la comprensione ostica a chiunque non sia dotato di un minimo bagaglio di conoscenze specifiche.

Allo stesso modo, la comprensione è resa ulteriormente ardua da tutto ciò che è omesso, vale a dire dall’implicito culturale. Perché se già risulta complicato capire ciò che il testo vuole comunicare al lettore a causa del gergo utilizzato, ciò che di alcuni argomenti viene dato per scontato perché ritenuto conoscenza già acquisita risulta ancor più duro da comprendere. Ma se questi ostacoli che il testo presenta sono complessi da affrontare, presenta anche innegabili punti di forza per il traduttore: il prototesto ha come obiettivo principale riportare i risultati della ricerca nel modo più sterile possibile; non vi è alcuna personalizzazione, non vi è ironia, non vi sono metafore, in pratica non vi si trova nessuno di quegli elementi connotativi che solitamente caratterizzano testi come articoli di giornale, saggi o testi narrativi e che il più delle volte sono fonte di complicazioni e fraintendimenti per il traduttore. Questi elementi non sono presenti nel nostro testo proprio perché l’autore non ha alcun interesse a rendere la sua ricerca più intrigante facendo ricorso a simili tattiche comunicative che andrebbero a discapito di una comprensione immediata.

La strategia comunicativa del traduttore deve mirare a riportare tale impersonalità anche nel metatesto. Sarà fondamentale ricordarsi di comunicare nel modo più chiaro e semplice possibile, spiegando bene non solo ogni concetto, ma anche ciò che nel testo non è esplicitato. Come spiegherò più attentamente nei prossimi paragrafi, nulla deve essere dato per scontato per il nostro lettore modello.

2.3 Dominante e sottodominanti

Mi ricollego al paragrafo precedente per chiarire un altro aspetto fondamentale dell’analisi traduttiva, ovvero l’individuazione della dominante del testo e delle eventuali sottodominanti in esso presenti. La dominante di un testo è il senso primario che esso vuole trasmettere, il primo concetto che si desidera far giungere al ricevente quando quest’ultimo affronta la lettura e che, nel caso di una traduzione, rispecchia ciò che l’autore voleva comunicare originariamente o attualizza sensi che si attivano col contatto con la cultura ricevente. In cima alla classifica degli aspetti più importanti che l’autore di questo testo voleva comunicare al lettore quando ha messo nero su bianco ciò che aveva scoperto, vi è indubbiamente l’intenzione di divulgare informazioni. D’altronde, scopo primario di questa e di tutte le ricerche di mercato è fare un’indagine per dare una risposta alle richieste del committente. Questo è affermato in maniera chiarissima nelle prime pagine del documento:

«GfK Eurisko ha condotto una ricerca multi-disciplinare che si è posta i seguenti obiettivi: verificare l’impatto e il gradimento della pagina di stampa […] individuare le aree ad alto impatto visivo immediato […] evidenziare le aree in cui si concentra l’attenzione, verificare le parti di testo che vengono lette, comprendere quale sia la decodifica del messaggio proposto, valutare la capacità di call to action, valutare il riflesso della comunicazione sull’immagine del brand di Amplifon».

La sola sottodominante di rilievo che emerge dal testo è l’aspirazione a dare al committente una forte impressione di professionalità e di internazionalizzazione; ed è anche l’aspetto più complicato da riportare in una traduzione, visto che è stato ottenuto principalmente facendo ricorso a termini in lingua straniera. Questo carattere secondario del testo talvolta risulta fin troppo marcato: il ricorrente impiego di termini importati o adattati dall’inglese mi induce a credere che la smania dell’autore di fare colpo sul suo cliente attraverso frasi altisonanti e una terminologia complessa offuschi l’obiettivo di comunicare informazioni nel modo più chiaro possibile.

2.4 Lettore modello

In questo caso specifico, lettore modello dell’autore e lettore modello del traduttore sono molto diversi; ma non sempre queste due figure coincidono. Individuarle prima di accingersi a tradurre è fondamentale quanto individuare la dominante del testo. Il lettore modello è la persona che prima l’autore e poi il traduttore hanno in mente come plausibile ricevente del testo, tanto originale quanto tradotto. È il prototipo di persona per la quale si scrive, una persona immaginaria che forse nella realtà non sarà mai l’effettiva ricevente del testo, ma che in ogni caso è inevitabile avere ben chiara in mente.

Per ogni testo scritto esiste un lettore modello; per un libro di fiabe il lettore modello sarà un bambino che forse ha appena imparato a leggere, per un film splatter probabilmente un giovane ragazzo o un appassionato del genere, mentre per una ricerca di mercato il lettore modello sono il committente e il suo staff. Bisogna sempre sapere per che genere di persona si sta scrivendo: di dov’è originaria, qual è la sua età, che tipo di istruzione ha ricevuto, di che sesso è e in alcuni casi è utile persino possedere informazioni secondarie come qual è il suo stato civile, se ha dei figli e via dicendo. Sono tutte informazioni che permettono di elaborare una strategia traduttiva sensata e completa.

Nel caso specifico di questa ricerca di mercato, sarebbe poco verosimile un prototipo di lettore che non avesse nulla a che fare con il campo delle comunicazioni, della pubblicità o del marketing. Il prototipo di lettore dell’autore era indubbiamente una persona competente in questo campo, che avrebbe ricavato informazioni utili per la sua vita professionale leggendo questa ricerca (informazioni che oltretutto aveva pagato). Il lettore modello che mi prefiguro io al momento di tradurre questo testo per la mia tesi è invece molto diverso: benché molto istruito, possiede poche e generiche informazioni riguardo al funzionamento di questo particolare settore e ha bisogno di essere agevolato nella comprensione da ampie spiegazioni che permettano di colmare il vuoto lasciato dall’implicito culturale che caratterizzava invece il primo lettore modello, il quale troverebbe tali agevolazioni alla lettura indubbiamente ridondanti.


3. Traduzione

 

 

 

 

 

 

Figura 1


La semiotica[1] è una metodologia di analisi desk[2] che può intervenire su[3] qualsiasi supporto[4] di comunicazione e marketing / brand communication mix[5] (concept; nome; logo; packaging; advertising; below-the-line[6]; retailing; web site; etc.)
L’analisi semiotica è un metodo[7] di ricerca di mercato preliminare che può essere applicato a qualsiasi strumento di comunicazione usato per lanciare un prodotto[8] (idea; nome; logo; confezione; pubblicità; pubblicità con media alternativi; distribuzione commerciale al dettaglio; sito internet; etc.)

 

Individua i codici e le modalità/proprietà comunicazionali pertinenti e distintive che definiscono l’identità (brand, product[9]) espressa/il concetto comunicato, il posizionamento[10] veicolato e i valori trasmessi dal supporto in test[11], identificandone il target profile[12] prefigurato. Individua le modalità per comunicare[13] nella maniera più pertinente e distintiva, che siano  in grado di esprimere l’identità scelta (marchio, prodotto), il concetto comunicato e i risultati ottenuti dalla pubblicità testata, identificando il profilo degli acquirenti potenziali.

 

Il Media Mix[14] di Amplifon tende a costruire un profilo comunicazionale[15] coerente e trasversale[16] di “testimonianza[17]”, concentrato sulla “performance risolutiva[18]” (e non sugli end benefit[19]) e sulla “call to action[20]” (alla prova[21]) per esemplificazione[22].

Costruisce una determinazione dimostrativa assertiva[23] e storicizzante[24] (“prima”) del “problema” (psico-sociale primariamente) dell’ipoacusia[25]; nella stampa, in particolare, definisce un’idea di ‘comunicazione da leggere’ a carattere informativo (prevalente), “corporate[26]” e promozionale (in coda) mentre marginalizza l’impatto visivo.

La strategia pubblicitaria di Amplifon mira a stabilire un piano comunicativo che sia coerente con se stesso e che si rivolga a tutti i potenziali clienti avvalendosi della testimonianza di chi ha fatto uso del prodotto (e non sui benefici che apporta) e vuole stimolare i possibili acquirenti a recarsi nei punti vendita per provare il prodotto.

Descrive il problema della riduzione dell’udito (il disagio personale e le difficoltà a relazionarsi con gli altri) in maniera decisa e contestuale[27]; nel volantino la comunicazione può essere letta a più livelli: informativa sul prodotto, informativa sull’azienda e promozionale[28], mentre riduce l’impatto visivo.

 

Trasversalmente, il Media Mix di Amplifon sfrutta un insieme omogeneo di figure referenziali della “vita sociale” (gruppo di amici/famiglia, il setting d’arredo[29], il momento della cena, la living room[30]/sala da pranzo) per: caratterizzare i needs[31] (contemporanei) e le attese del target[32] (senior[33], 65-75 anni) in senso di piena/effettiva e appagante compartecipazione conviviale – socialità, comunitarietà, amicalità/familiarità, giovialità[34].

 

Nella comunicazione stampa, tuttavia, il visual[35] risulta tendenzialmente incoerente e scarsamente performante[36]: qualifica l’ipoacusia attraverso la figura della bolla ma ne dona una determinazione solo debolmente invalidante ; il visual tende a ridurre gli aspetti “privativi” e a connotare un’idea di partecipazione (contenuta, ma reale) incoerente con le valenze espresse dall’ “intrappolamento” nella bolla.

Complessivamente, la strategia pubblicitaria di Amplifon mette in scena un modello di vita sociale armoniosa (gli amici/la famiglia, l’ambientazione, il momento della cena, il soggiorno/la sala da pranzo) per rappresentare i bisogni contemporanei e le aspettative del “cliente modello[37]” (anziano, 65/75 anni) vale a dire un vero e appagante coinvolgimento nella vita sociale[38].

 

 

 

 

Tuttavia, l’immagine usata nel volantino funziona poco: la bolla fa capire che l’uomo non è in grado di sentire bene, ma non in maniera del tutto convincente; l’immagine, infatti, dà comunque un’idea di partecipazione, per quanto limitata, che è incoerente con l’impressione di intrappolamento che bolla vuole suggerire.

 

La caratterizzazione risulta molto più coerente e chiara nel commercial televisivo[39] (erigendo tale comunicazione a “primario riferimento[40]”) in quanto: la mimesi facciale del “protagonista” (opposta a quella degli “astanti”) esprime “straniamento” (vs. “condivisione), “apatia” (vs. enfasi), “contenutezza” (vs. divertimento); la disposizione della simulazione finzionale[41] alla partecipazione enfatizza la sensazione di disagio e il sentimento di repressione: “voler partecipare / vivere appieno la socialità” , “non poter seguire” (per non audizione) “dover far sembrare” di partecipare per evitare la stigmatizzazione sociale. La rappresentazione risulta molto più coerente e chiara nella pubblicità televisiva (il che la rende fondamentale), in quanto la mimesi facciale del protagonista esprime spaesamento, indifferenza e noia contrapponendosi a quella degli altri, i cui volti esprimono partecipazione, passione e divertimento. Il fatto che il protagonista finga di essere coinvolto evidenzia il suo disagio e la sua inibizione: vuole partecipare alla vita sociale, ma è incapace di farlo perché non riesce a sentire, e simula la comprensione per evitare l’esclusione sociale.

 

Nel complesso, il media Mix risulta piuttosto coerente in termini di identità espressiva, scelte figurative e tematiche, tono di voce e dinamica narrativa proposta, sebbene siano relativamente diverse le qualificazioni dell’ipoacusia: Più “severe” le condizioni ‘costrittive’ sul piano relazionale nell’adv televisivo[42].

Molto meno invalidante l’ipoacusia proposta nella press adv[43] (tendendo a marginalizzare l’ “utilità” di un intervento risolutore).

Il media mix risulta tendenzialmente pertinente alla ‘call to action’ promozionale, valorizzando specificatamente la gratuità della prova e l’assistenzialità dei “protesisti[44]”: in modo più coerente l’adv televisivo che esprime con maggiore chiarezza e attinenza l’esemplificazione esortativa, valorizza compiutamente il Centro Amplifon e focalizza chiaramente sulla ‘temporalità[45]’ della “portabilità” dell’offerta; in modo meno appealing[46] e diretto (anche se più “istituzionalizzante[47]” e rassicurante) nell’adv stampa che investe più propriamente in una “attestazione” risolutiva (più che esortativa)[48], non avvalora la “temporalità” della portabilità e rende meno evidente il discorso “testimoniale”.

Nel complesso, la strategia pubblicitaria è coerente con l’identità del prodotto, con le scelte figurative e tematiche, con il tono di voce e con la narrazione proposta, sebbene il disturbo all’udito acquisisca sfumature differenti: più “gravi” nello spot televisivo e più “lievi” nel volantino, dove la necessità di un intervento risolutore sembra minore.

La strategia pubblicitaria risulta quindi atta a invogliare le persone a partecipare al mese della prevenzione, puntando sulla prova gratuita dell’udito e sull’assistenza ai clienti da parte dei protesisti: lo spot televisivo è più coerente, dato che sottolinea l’importanza di una prova pratica del prodotto, valorizza il Centro Amplifon e richiama l’attenzione sulla temporaneità[49] dell’offerta. Nel volantino ciò avviene in modo meno invitante e diretto (ma più serio[50] e rassicurante): valorizza maggiormente la risoluzione del problema, ma incentiva meno il cliente a recarsi nel Centro Amplifon e, al contempo, indebolisce sia l’aspetto temporale dell’offerta che l’importanza della testimonianza diretta.

 


3.1 Residuo traduttivo

Il residuo traduttivo di un testo è ciò che il traduttore si trova costretto a omettere o decide deliberatamente di escludere dal testo finale. Quando si affronta la traduzione di un testo è impossibile pensare di riprodurre tutto; bisogna fare scelte traduttive ricordando di tenere sempre in mente qual è la dominante del testo e per chi si traduce. Può trattarsi di qualsiasi aspetto del testo che risulterebbe incomprensibile al lettore modello e che nelle traduzioni interlinguistiche, il più delle volte, è rappresentato da elementi culturospecifici che per natura non possono avere la stessa valenza per il lettore modello dell’autore e per quello del traduttore. Naturalmente, vi si sommano elementi linguistici e sintattici propri di ogni sistema linguistico. Nel mio caso, ossia in una traduzione culturale, il mio ostacolo sono stati prevalentemente gli elementi culturospecifici di coloro che ormai conosciamo come «marketesi» e, siccome il mio lettore modello è una persona totalmente estranea alla loro cultura, nella maggior parte dei casi non è stato possibile trovare dei corrispondenti nella cultura ricevente. Ho dovuto fare ricorso a un gran numero di note e di agevolazioni alla lettura per compensare la mancanza di traducenti. L’unico residuo che ho scelto di eliminare è stata la forte aggettivazione presente nel prototesto; questo perché benché fosse perfettamente possibile riportare questo aspetto nel metatesto, non sarebbe stato coerente con la decisione di eliminare tutte le parti del testo non indispensabili alla comprensione e quindi anche tutti quegli “orpelli lessicali” (lunghe serie di aggettivi e un uso esagerato di parentesi e virgolette) che avrebbero creato confusione nella mente del mio lettore modello.

Riferimenti bibliografici

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Petrilli, Susan. A cura di (2001). Lo stesso altro, Roma: Meltemi.

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Toury, Gideon (2000). «Progettazione culturale e traduzione». In La traduzione. A cura di Susan Petrilli, Roma: Meltemi (188-199).



[1] La semiotica all’interno delle ricerche di mercato è utile ad analizzare la comprensione e l’efficacia di una comunicazione pubblicitaria. Per cui un messaggio pubblicitario, un prototipo, una confezione (pack), uno slogan, un simbolo, un’immagine, un logo, ecc. vengono presentati e discussi con i partecipanti dei focus group (forma di ricerca qualitativa, in cui un gruppo di persone è interrogato riguardo all’atteggiamento personale nei confronti di un tema specifico. Le domande sono fatte all’interno di un gruppo interattivo, in cui i partecipanti sono liberi di comunicare con altri membri del gruppo. Il focus group è una tecnica particolarmente usata nella ricerca di mercato e nel marketing, come strumento utile per lo sviluppo di nuove idee e per l’acquisizione di feedback riguardo ai nuovi prodotti. In particolare, permette alle imprese e alle agenzie di discutere, osservare o esaminare il nuovo prodotto prima che esso sia messo a disposizione del pubblico al fine di cogliere i loro processi di significazione).

[2] L’analisi desk viene realizzata per circoscrivere un quadro di riferimento, vale a dire il contesto della ricerca. La sua utilità è duplice: da un lato rappresenta il background teorico e razionale del piano progettuale, dall’altro costituisce la base dei contenuti su cui elaborare gli strumenti di rilevazione per la fase di ricerca sul campo. Tale metodologia consiste nello studiare uno o più oggetti scomponendoli in elementi e attribuendogli dei significati. Scomporre l’oggetto della ricerca significa dotarsi di strumenti per un’analisi più precisa e puntuale, che agevoli l’individuazione degli aspetti maggiormente ricchi di significato, i quali dovranno essere approfonditi in successive fasi di ricerca quantitativa e/o sul campo. Si noti che analisi desk è la versione italiana della locuzione inglese desk analysis e si tratta di una traduzione in cui i due termini sono stati invertiti, ma dove non è stata introdotta la preposizione e tradotta la seconda parola.

[3] La preposizione «su» viene usata in modo molto esteso in tutti i campi in cui è forte l’influenza della lingua inglese, probabilmente come traducente della preposizione «on» (reale o immaginaria che sia). Un esempio lampante di tale fenomeno sono le locuzioni «su internet»/«sul sito», che stanno prendendo piede in alternativa alle più italiane «in internet»/«nel sito». Pertanto, nella traduzione ho ritenuto opportuno sostituire il «su» con una preposizione italiana più grammaticalmente fondata.

[4] Calco sull’inglese support. Dato il contesto mi è sembrato più chiaro usare la parola «strumento», in alternativa avrei anche potuto usare la parola «mezzo».

[5] La Communication mix è un insieme di elementi che compongono il piano di comunicazione di un’idea di marketing e si raggruppano in 4 categorie: pubbliche relazioni, pubblicità, promozione delle vendite, attività persuasiva dei venditori.

[6] Below the line è una locuzione tecnica che si usa in pubblicità e indica tutte le attività di comunicazione che non sfruttano i media tradizionali. Tra queste troviamo le sponsorizzazioni, le relazioni pubbliche, le promozioni e il direct marketing (tecnica di marketing attraverso la quale aziende e enti comunicano direttamente con clienti e utenti finali). La locuzione ha origini giornalistiche e indica il complesso delle notizie nella metà inferiore, cioè sotto (below) la piega (line) della prima pagina di un quotidiano esposto assieme agli altri in edicola. L’espressione contraria è Above the line, che indica invece le attività veicolate attraverso i media classici, come televisione, radio, editoria, affissioni.

[7] In questo caso non si tratta di metodologia in senso stretto, ma di un metodo. C’è la tendenza  a usare la parola più astratta per quella più concreta o quella collettiva al posto di quella che denota un solo elemento, come nei casi di tipo/tipologia, problema/problematica ecc. A volte la stessa tendenza si riscontra anche nei verbi, nei quali di solito si preferisce la variante più lunga: usare/utilizzare/usufruire.

[8] Nella versione originale c’era una certa ridondanza prodotta dalla locuzione communication mix, che sostanzialmente significa ciò che già viene detto in altre parti della frase. Ho preferito semplificare la comprensione per il mio lettore modello.

[9] Non c’è un reale motivo terminologico per dire brand e non dire marchio. L’uso di termini inglesi conferisce alla ricerca una certa pomposità e un aspetto più cosmopolita.

[10] Il posizionamento di un prodotto è la decisione aziendale circa il target e il tipo di prodotto (con relative caratteristiche) in relazione al mercato e al suo collocamento. Ad esempio: se si tratta di un prodotto pensato per ragazze, molto probabilmente si sceglierà di farlo rosa, colorato, profumato o in versione da borsetta. Sono decisioni che vengono prese a tavolino prima di cominciare la produzione.

[11] In test significa testato, già provato.

[12] Il target profile è il modello di cliente a cui è rivolta una determinata campagna, pubblicità o prodotto; si tratta quindi di un prototipo di cliente. È la “versione marketing” del lettore modello di un autore.

[13] L’ostacolo alla comprensione è dovuto a un uso sbagliato della lingua. «Comunicazionale» è un aggettivo di seconda formazione rispetto a «comunicazione». La scelta di usare un aggettivo di seconda formazione richiama il discorso fatto in precedenza per usare/utilizzare: sono parole più pesanti e difficili da capire per una persona normale e vengono usate con allo scopo di “abbindolare” il lettore usando un lessico altisonante (ma inesatto).

[14] Il Media Mix è una strategia di marketing che decide quali strumenti o mezzi utilizzare per una campagna di pubblicizzazione. Il media mix (o media planning), serve a capire dove e come distribuire il budget tra vari mezzi e pianificare l’azione di comunicazione.

[15] Il profilo comunicazionale è l’identità della comunicazione stessa: giovane, vecchia, classica, moderna, diretta, indiretta ecc. Sono i tratti principali della comunicazione e vengono prestabiliti ad hoc per il prodotto che si vuole pubblicizzare.

[16] «Trasversale al target» significa per tutti, cioè che sia adatto per tutta la fascia di persone che rappresentano i potenziali clienti.

[17] Per «comunicazione di testimonianza» si intende la testimonianza fisica di una persona che realmente soffre di quel disturbo, una persona che sia vicina ai clienti e che gli assomigli: per testimoniare sull’utilità e sui benefici che l’utilizzo di un apparecchio acustico apporta allo stile di vita quotidiano di una persona comune, non ci sarà un giovane attore o modello a fare da testimonial, ma piuttosto un signore di mezz’età che come migliaia di altre persone deve convivere con un problema all’udito.

[18] «Performance risolutiva» significa letteralmente «risoluzione del problema». Non si tratta di un palliativo o di un aiuto, ma di qualcosa che è in grado di eliminare il problema completamente. La pubblicità deve mostrare ai possibili compratori la performance del prodotto, quindi come funziona e i vantaggi che apporta.

[19] L’end benefit è il risultato finale: il beneficio ottenuto in seguito all’uso del prodotto.

[20] Call to action è la locuzione inglese usata per indicare la «chiamata all’azione». Si riferisce allo stimolo che la pubblicità deve dare al cliente: deve far in modo che chi è interessato al prodotto non si limiti a pensare che sarebbe utile comprarlo, ma esca realmente di casa e si rechi nel negozio per provarlo.

[21] È importante, se non fondamentale, che la gente lo vada a provare. Tutti infatti già sanno a cosa serve il prodotto, già lo conoscono in linea teorica. Il punto cruciale è che quando poi lo provano non vogliano più farne a meno ed è esattamente questo lo spirito della pubblicità: fare in modo che alle persone venga voglia di provarlo.

[22] «Esemplificare» significa spiegare o dimostrare qualcosa attraverso degli esempi. In questo caso si intende mostrare le qualità del prodotto e il suo funzionamento tramite la prova pratica dello stesso.

[23] Letteralmente, l’assertività è una caratteristica del comportamento umano che consiste nella capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni e opinioni.

[24] «Storicizzare» significa concepire o interpretare qualcosa come un processo storico in divenire (per esempio storicizzare la realtà). In questo caso intende dire che la pubblicità racconta una storia: un uomo ha un problema all’udito, è insieme alla sua famiglia, gli altri si divertono, ma lui non è in riesce a partecipare. Poi si reca in un Centro Amplifon, prova l’apparecchio acustico ed è felice, perché finalmente la sua percezione della realtà cambia (esce dalla bolla).

[25] Per «ipoacusia» si intende una riduzione, più o meno grave, dell’udito.

[26]Nell’ambito della comunicazione, il termine inglese corporate indica tutto ciò che è relativo all’azienda. La comunicazione corporate ha come scopo quello di pubblicizzare l’immagine e la conoscenza dell’azienda stessa: è Amplifon che dice qualcosa di sé.

[27] Ho scelto di capovolgere la frase e di mettere il soggetto all’inizio e gli aggettivi ad esso riferiti in seguito, dato che la costruzione originaria era più inglese che italiana. In questo modo la lettura risulta meno faticosa e più normale.

[28] In questo caso per «promozionale» si intende dire che la pubblicità è informativa rispetto al mese della prevenzione: offre ai clienti la possibilità di recarsi nei punti vendita ed effettuare gratuitamente la prova dell’udito. In definitiva nella pubblicità si promuovono l’apparecchio, il marchio e il servizio di controllo dell’udito gratuito.

[29] Hanno scelto di usare la locuzione inglese piuttosto che quella italiana perché l’espressione è omnicomprensiva: non si riferisce unicamente all’arredamento, ma anche a tutto ciò che abbellisce e adorna lo spazio abitato. Usare la parola «arredamento» al posto di setting d’arredo sarebbe limitante, ma la parola «ambientazione» è in grado di riprodurre la stessa idea.

[30] Anche in questo caso scelgono di usare l’inglese piuttosto che l’italiano, quando invece esiste un traducente esatto per living room, ovvero «salotto» o «soggiorno».

[31] Parola chiave in questa e in tutte le ricerche di mercato. L’obiettivo principale delle aziende è infatti quello di soddisfare le esigenze dei clienti e per fare ciò è fondamentale essere capaci di individuarne i bisogni (i needs).

[32]Il target rappresenta i soggetti che, sulla base delle caratteristiche delle loro richieste, vengono individuati come ideali destinatari di una specifica azione di marketing o di una particolare comunicazione pubblicitaria. Questo termine inglese che letteralmente significa «bersaglio» viene usato in molti settori oltre che nel marketing pubblicitario: in gergo economico, ad esempio, indica il risultato di una precisa strategia; mentre all’interno di un’azienda è il risultato pratico posto come obiettivo per un progetto.

[33] In questo caso definisce un’età precisa ma non sempre è così. Solitamente, indica una fascia di età che a seconda dei casi noi definiremmo in molti modi diversi: adulta, mezz’età,anziana.. e che nel gergo del marketing è spesso contrapposta a un’altra fascia, quella dei  junior.

[34] La grande ripetizione che viene fattafrequente occorrenza in tutto il testo di parole che terminano in ità (come ad esempio socialità, comunitarietà e successivamente temporalità, gratuità e assistenzialità) è un’altra prova dello stile raffinato pretenzioso che l’autore cerca di conferire al testo usando la forma più astratta di una parola, ma lo fa maldestramente e a discapito del senso della frase.

[35] Il visual corrisponde all’immagine principale sia di una confezione che di una campagna pubblicitaria. In questo caso si riferisce all’immagine dell’uomo intrappolato nella bolla visibile nella figura 1, che è seduto a tavola con la sua famiglia e con gli amici, ma che fatica a sentire ciò di cui stanno parlando.

[36] La figura 1 mostra l’immagine della bolla, la quale da un lato suggerisce l’idea di un totale straniamento rispetto al mondo esterno, ma dall’altro non esclude del tutto l’ipoacustico dalla vita sociale: lui ne fa ancora parzialmente parte. Per «scarsamente performante» si intende che l’immagine non funziona bene perché non trasmette esattamente il significato che si desiderava comunicare.

[37] Per «cliente modello» non intendo dire «cliente perfetto»; mi rifaccio alla definizione di target profile data in precedenza, ovvero un prototipo di acquirente ideale.

[38] Mettono in campo una vasta gamma di emozioni e situazioni per rendere meglio l’idea, ma non aggiungono significato alla frase e non sono necessarie per capirne il senso, quindi ho preferito riassumere l’idea generale e parlare di «vita sociale».

[39] Il commercial televisivo è la pubblicità che viene mandata in onda in televisione(on air).

[40] Il commercial televisivo è diventato il mezzo di comunicazione primario per questo prodotto (ovvero il «primario riferimento») perché è quello che funziona di più: rispetto agli altri riesce a comunicare al meglio l’identità del prodotto. La mimesi facciale del protagonista nel video rivela appieno il suo senso di disagio e di smarrimento mentre gli altri si stanno divertendo, impressione che è meno immediata nella pubblicità stampata, cioè nel volantino (figura 1).

[41] Nella figura 1 è evidente che il protagonista finge di essere in grado di seguire la conversazione e sorride a chi siede al tavolo con lui. Simula per non dare a vedere che in realtà non riesce a sentire bene perché vuole evitare il disagio che tale situazione crea e per la paura di essere trattato diversamente dagli altri.

[42] Adv, Advertising e Adware sono tre termini con cui si indica la pubblicità. L’adv televisivo indica gli annunci pubblicitari mandati in onda in televisione.

[43] È l’abbreviazione della locuzione inglese Newspaper advertising e si riferisce alla pubblicità che viene stampata sui giornali o sul volantini, quindi una forma scritta di pubblicità.

[44] I protesisti di Amplifon sono coloro che si occupano della creazione e dell’adattamento delle protesi acustiche.

[45] L’uso della parola «temporalità» è scorretto perché fuori contesto. Infatti sotto questa voce nel dizionario si legge: «natura di ciò che è temporale, effimero; proprio del tempo, della storia (si contrappone a spiritualità): condannare la t. della Chiesa».

[46] Appeal è un termine inglese che può avere molti significati e per questo viene usato in svariati modi; ma i più ricorrenti sono: «attrazione, richiamo, interesse, fascino».

[47] Come ho già accennato, l’uso dell’aggettivo «istituzionalizzante» sembra fuori luogo. Ciò che è «istituzionalizzante» è ciò che «istituzionalizza» e sotto questa voce nel dizionario si legge:  «Acquisizione, all’interno della società, di una forma stabile, pienamente accettata e perlopiù oggetto di ordinamento giuridico (sancire qualcosa dandogli carattere giuridico)».

[48] «Investire di più in un’attestazione risolutiva invece che esortativa» significa dare maggiormente rilievo e importanza alla dimostrazione di come si può risolvere il problema (quindi mostrare il disagio che si prova prima di usare Amplifon e il benessere che si può ritrovare dopo averlo provato) piuttosto che esortare le persone a recarsi nel punto vendita.

[49] Forse ciò che in gergo marketese si intende dire con «temporalità» corrisponde all’italiano «temporaneità», che indica ciò che e temporaneo, quindi che ha durata breve e limitata.

[50] Con l’uso dell’aggettivo «istituzionalizzante», che non pare pertinente all’interno della frase, si cerca di dare lustro e serietà all’azienda. È come se Amplifon volesse dire ai suoi clienti che lo scopo dell’azienda non è solo quello di ricavare dei guadagni, ma anche quello di assistere al meglio i suoi clienti, in modo sicuro e professionale. Per questo motivo ho scelto di usare la parola «serietà».

 

Slavismi in A Clockwork Orange e loro analisi semiotica

Slavismi in A Clockwork Orange e loro analisi semiotica

SARA TROMBETTA
Fondazione Milano
Milano Lingue
Scuola Superiore per Mediatori Linguistici
via Alex Visconti, 18 20151 MILANO

Relatore: professor Bruno OSIMO

Diploma in Mediazione linguistica
luglio 2013
Sommario
1. Abstract
2. Introduzione
3. Com’è nato il romanzo
4. Il nadsat
4.1. Analisi
4.2. Esempi di adattamento
5. Motivi del libro: perché il russo?
6. Burgess e Orwell a confronto
7. Riflessioni generali
8. Conclusioni
9. Appendici
9.1. Glossario nadsat
9.2. Nomi e toponimi russi
10. Riferimenti bibliografici
1. Abstract

ABSTRACT IN ITALIANO
I capitoli seguenti presentano il romanzo A Clockwork Orange di Anthony Burgess e il linguaggio inventato che lo caratterizza, il nadsat. Questo slang è formato da parole russe “adattate” all’inglese, e viene esaminata l’idea alla base del libro per poter capire i motivi che hanno spinto l’autore a fare determinate scelte linguistiche. Sono presentati alcuni esempi tratti dal romanzo, ipotizzate le parole russe da cui derivano ed è proposta un’analisi del loro “adattamento” all’inglese. Sono avanzate ipotesi sulle impressioni che il lettore non slavista ha alla lettura di questo romanzo. Nelle appendici è proposto un glossario nadsat e un elenco dei nomi e toponimi russi presenti nel libro.

ENGLISH ABSTRACT
The following chapters present Anthony Burgess’s novel A Clockwork Orange and the invented slang that characterises it, the so-called nadsat. This slang is composed of Russian words that have been “adapted” to English. The main idea at the basis of the book is examined, in order to understand the reasons why the author made certain linguistic choices. Some examples from the novel are given, the Russian words from which they originate are hypothesized and an analysis of their “adaptation” to English is proposed. A non-Slavist reader’s first impressions about this novel are also hypothesized. In the appendix a nadsat glossary and a list of the Russian names and toponyms from the book are proposed.

PЕЗЮМЕ НА РУССКОМ ЯЗЫКЕ
Следующие главы представляют роман Энтони Борджесс A Clockwork Orange и nadsat, то-есть слэнг характеризующий его.
2. Introduzione
A Clockwork Orange (Un’arancia a orologeria nella prima traduzione di Floriana Bossi, Einaudi, 1969; poi cambiato in Arancia meccanica) è un romanzo del 1962 scritto da John Burgess Wilson (in arte Anthony Burgess).
Ambientato in una società futuristica, racconta la storia di un ragazzo di quindici anni, Alexander the Large, che commette una serie di crimini e di atti di violenza insieme ai suoi droogs [amici].

3. Com’è nato il romanzo
In un periodo di relativa crisi di buone idee per un nuovo romanzo, spinto dalla curiosità e dall’editore Heinemann, che sperava di ricavare una storia da pubblicare, nel 1961 Burgess andò a Leningrado (l’attuale San Pietroburgo). In previsione del viaggio l’autore iniziò a studiare russo da autodidatta, ed ebbe l’idea di un romanzo scritto in uno slang che fosse un misto di russo, inglese, e altre lingue. Prima ancora di partire cominciò a creare un dizionario di circa 200 vocaboli russi modificati, e a scrivere A Clockwork Orange (Biswell 2005 237).
Una sera, quando già si trovava a Leningrado insieme a sua moglie, vide fuori da un ristorante un gruppo di stilâgi [giovani che seguono la moda occidentale] che urlavano e facevano rumore. Fu colpito in modo particolare da questo episodio perché guardando questi ragazzi gli sembrò di vedere i giovani inglesi, vestiti in the «height of fashion» (Burgess 2011 4), che dopotutto si comportavano nello stesso modo. Questo può spiegare perché non è specificata l’ambientazione della storia: la violenza tra i giovani è un fenomeno internazionale.

4. Il nadsat
Il nadsat [in inglese teen] è il nome del linguaggio che usano Alex e i suoi amici, che sono infatti adolescenti.
Nonostante l’autore avesse anticipatamente creato un dizionario del nadsat, molte parole sono nate o sono state modificate nel corso della stesura del romanzo, e come si può vedere dalle note scritte a mano dallo stesso Burgess sui lati del dattiloscritto (Biswell 2005 250) e da lettere che scrisse ad amici e conoscenti, l’autore nutriva profondi dubbi al riguardo.
In primo luogo non era sicuro che questo linguaggio sarebbe stato davvero efficace: quanti avrebbero capito il significato dei termini? e quanti avrebbero colto il senso del loro uso?
In secondo luogo, l’autore voleva un linguaggio particolare e ben studiato, temeva di cadere nella banalità se avesse usato alcune espressioni di inglese corrente, ma allo stesso tempo non voleva esagerare con l’uso del russo per non risultare pesante.
Su consiglio del suo stesso editore Heinemann di Londra, l’uso del nadsat si intensifica man mano che si procede con la lettura. In questo modo il lettore può “digerire” la novità, senza trovarsi subito di fronte a qualcosa di incomprensibile, e può allo stesso tempo imparare una nuova lingua (Biswell 2005 249).
Ma allora perché Burgess non ha voluto pubblicare un dizionario di nadsat, scelta che peraltro è stata criticata da diversi editori e autori?
Un glossario avrebbe certamente facilitato la lettura, ma forse il libro avrebbe perso di efficacia. Una cosa, infatti, è leggere parole sconosciute e provare a indovinarne il significato, a capire perché sono state usate in quel modo e perché invece non sono state usate parole di uso comune, un’altra è non capire che cosa si è letto e andare a cercare spiegazioni in un glossario. In quest’ultimo caso buona parte delle sensazioni che proviamo nella lettura verrebbe persa, l’effetto che suscitano (o che dovrebbero suscitare) in noi parole come chelloveck, tolchock e spatchka svanirebbe nel momento in cui scopriamo che vogliono dire uomo, spinta e dormita.

4.1 Analisi
Gli slavismi che Burgess ha scelto di inserire nel romanzo non sono stati traslitterati, ma “adattati” all’inglese e al lettore inglese attraverso per esempio l’aggiunta delle desinenze inglesi del simple past e del present continuous, l’aggiunta della -s del plurale o della terza persona singolare all’indicativo presente, il troncamento delle tipiche desinenze russe (dei verbi, degli aggettivi, ecc) o la loro sostituzione con altre desinenze tipiche inglesi.
In generale questo lavoro di adattamento si può dividere in due categorie: l’adattamento della grammatica e quello della pronuncia. Alcune parole, poi, sono state completamente stravolte e reinventate partendo dalla radice slava.
Inoltre, a un verbo nel romanzo non sempre corrisponde un verbo russo: molti dei verbi “creati” da Burgess nel romanzo derivano da sostantivi russi.

4.2 Esempi di adattamento
«Now all the cats were getting spoogy and running and jumping in a like cat-panic» (Burgess 2011 47; corsivo aggiunto): spoogy potrebbe derivare dall’aggettivo russo испуганный [ispugannyj] che significa “spaventato”. La lettera russa <у> non è stata traslitterata ma è stata trascritta secondo le regole fonetiche inglesi. La desinenza degli aggettivi maschili russi è abbreviata in , forse per facilitare il lettore inglese, per il quale una finale in sarebbe risultata consonantica. Le lettere centrali sono state eliminate e questo, insieme al fatto che la prima lettera () nell’aggettivo russo è stata omessa, è forse per mimare l’aggettivo inglese spooky, che significa “spaventoso”.

«But I let on to be back in sleepland and then I did doze off real horrorshow, and I had a queer and very real like sneety, dreaming for some reason of my droog Georgie. In this sneety […]» (Burgess 2011 28; corsivo aggiunto): sneety potrebbe derivare dal verbo russo сниться [snit’sâ] che significa “dormire”, ed è quindi un esempio di verbo usato come sostantivo (“sogno”). Anche in questo caso è stata eseguita una trascrizione invece della traslitterazione, per far sì che il lettore inglese riuscisse a pronunciare la parola correttamente. Perciò <и> () è trascritta . Inoltre la particella riflessiva del verbo russo <-sâ> è sostituita da una , forse per non far percepire la parola come straniera.

horrorshow potrebbe derivare dall’avverbio russo хорошо [horošo] che significa “bene”. Il suono della prima lettera russa /h/ è stato mantenuto, come anche il suono finale. Burgess non l’ha traslitterata, ma ha creato una parola nuova, con un suono molto simile e con un significato ben preciso: è infatti una parola molto usata dal protagonista Alex, che la usa con il significato russo “bene”, riferendosi a cose che per lui sono belle, come pestaggi, stupri e atti di violenza, ma che per gli altri sono appunto horror shows.

«Then we saw one young malchick with his sharp, lubbilubbing under a tree, […]» (Burgess 2011 16; corsivo aggiunto): lubbilubbing potrebbe derivare dal verbo russo любить [lûbit’] che significa “amare”. Questa parola è stata completamente reinventata, partendo dalla radice slava. Inoltre è stato aggiunto il suffisso -ing del present continuous.
Con questo termine non riusciamo a capire di preciso che cosa stia succedendo, possiamo solo fare delle ipotesi in quanto non ci viene data un’immagine diretta, il compito di interpretare viene lasciato alla nostra immaginazione. È questo un esempio di come Burgess sia riuscito a trasmettere determinate situazioni, come scene di sesso o di violenza, senza però scandalizzare il lettore, che intuisce quello che l’autore intende dire ma riceve un’immagine meno forte, a volte addirittura comica o infantile.

«In the trousers of this starry veck there was only a malenky bit of cutter (money, that is) […] so we gave all his messy little coin the scatter treatment, it being hen-korm to the amount of pretty polly we had on us already.» (Burgess 2011 8; corsivo aggiunto): hen-korm potrebbe derivare dalla parola inglese chickenfeed [cifra irrisoria], ed essere stata scomposta in questo modo: “hen” sostituisce “chicken”, e “feed” è sostituito dal verbo russo кормить [kormit’] che significa appunto “nutrire”, e che, come per tutti gli altri verbi russi scelti da Burgess, è stato abbreviato omettendo la desinenza del verbo russo <-it’>.

«He had books under his arm […] and was coming round the corner from the Public Biblio, which not many lewdies used those days.» (Burgess 2011 6; corsivo aggiunto): lewdies deriva probabilmente dal sostantivo russo люди [lûdi] che significa persone. Invece della traslitterazione è stata fatta una trascrizione, facendo sì che il lettore inglese potesse pronunciare correttamente la parola, che assomiglia all’aggettivo inglese lewd [lascivo, volgare]. Si noti anche che люди in russo è già un plurale, mentre nel romanzo è stata aggiunta la -s del plurale inglese.

«You could viddy that poor old Dim the dim didn’t quite pony all that […]» (Burgess 2011 9; corsivo aggiunto): pony potrebbe derivare dal verbo russo понять [ponât’], che significa “capire”. La trascrizione standard di questa parola è <ponyat’> e, dato che per tutti gli altri termini Burgess si è affidato alla trascrizione, un’ipotesi potrebbe essere che, sapendo o avendo verificato la corretta pronuncia di понять, abbia semplicemente eliminato la desinenza del verbo russo <-at’>, come ha fatto in tutti gli altri casi.
Il fatto che in inglese la parola “pony” esista (anche se con un altro significato) potrebbe aver influito su questa scelta.

«I thought how I would have a malenky bit longer in the bed, […] make toast for myself and slooshy the radio or read the gazetta, all on my oddy knocky.» (Burgess 2011 27; corsivo aggiunto): oddy knocky deriva probabilmente dall’aggettivo russo одинокий [odinokij] che significa “solo”. La parola russa è stata scomposta in due parole, che seguono la pronuncia russa ma l’uso lessicale inglese: diventa .
Inoltre oddy knocky riprende il tono infantile di Alex (eggiweg, skolliwoll, ecc). Anche in questo caso sembra che Burgess si sia basato su parole inglesi esistenti (“odd” e “knock”) per crearne una nuova di significato diverso.

«When he came, all nervous and rubbing his rookers on his grazzy apron, we ordered […]» (Burgess 2011 9; corsivo aggiunto); «So down I ittied, slow and gentle, admiring in the stairwell grahzny pictures of old time […]» (Burgess 2011 46; corsivo aggiunto): grazzy e grahzny potrebbero derivare entrambi dall’aggettivo russo грязный [grâznyj] che significa “sporco”. Il fatto che Burgess ne abbia dato due versioni diverse potrebbe essere segno di indecisione per quanto riguarda l’adattamento: una volta scelto il vocabolo da usare bisognava pensare a come “adattarlo” all’inglese. Forse, essendo indeciso, ha scelto di lasciarle entrambe. Oppure in un primo momento aveva usato uno solo dei due termini, e successivamente ne ha inventato un altro che gli sembrava migliore, ma non ha sostituito la prima scelta in tutte le sue occorrenze, per sbadataggine o perché il nadsat non segue delle regole precise.

«[…] I got new vons, sniffing away there with my like very sensitive morder or sniffer.» (Burgess 2011 72; corsivo aggiunto): morder potrebbe derivare dal sostantivo russo морда [morda] che significa “muso”. In questo, come in altri casi, è stata mantenuta la radice slava, mentre la desinenza è stata cambiata.
Per prima cosa, dato che Burgess ha trascritto tutti questi termini, potrebbe aver pensato di scrivere “morder” perché si legge quasi come “morda”.
Inoltre, una finale in vocale è poco frequente nei sostantivi inglesi, a differenza di quelli russi (al femminile e neutro). Per questo è stata aggiunta la desinenza , che oltre a essere più comune, è anche la desinenza della parola “sniffer” che segue. “sniffer” e “morder” hanno qui un significato simile: forse Burgess temeva che non fosse abbastanza chiaro lasciare solo il termire nadsat e ha preferito aggiungere la traduzione inglese (come ha fatto per altri termini) per non creare dubbi. Forse, invece, lo ha fatto per far passare per inglese una parola inventata di origine straniera, oppure semplicemente per mettere in evidenza la sua abilità di creare nuove parole partendo da due lingue così diverse tra loro.

«And there were devotchkas ripped and creeching against walls and I plunging like a shlaga into them» (Burgess 2011 27; corsivo aggiunto): shlaga potrebbe derivare dal sostantivo russo шлагбаум [šlagbaum], che deriva a sua volta dal tedesco Schlagbaum, che significa “sbarra”, oppure dal sostantivo russo шланг [šlang] che significa “tubo”. Nel libro alcune parole nadsat provengono dal francese, dal tedesco o dall’ebraico. Non essendo riuscita a stabilire con precisione fino a che punto Burgess conoscesse queste lingue (era, fra le altre cose, linguista e traduttore) non posso affermare con certezza che “shlaga” derivi dal russo piuttosto che dal tedesco. Il fatto che non abbia mai traslitterato le parole, ma le abbia trascritte, non aiuta: , infatti, può essere sia la trascrizione anglosassone di (tedesco), sia di <ш> (russo).
шлагбаум e Schlagbaum indicano principalmente la sbarra a strisce rosse e bianche di un passaggio a livello. In un altro passaggio del libro, Alex usa una metafora per dire che sta andando a dormire: «[…] before getting my passport stamped […] at sleep’s frontier and the stripy shest lifted to let me through» (Burgess 2011 25; corsivo aggiunto). “shest” deriva probabilmente dal sostantivo russo шест [šest] che significa “palo, asta”, ad esempio quella per lo sport del salto con l’asta. Perché in questo caso, dove шлагбаум (o Schlagbaum) sarebbe stata la parola perfetta, ha scelto di usarne un’altra, meno precisa? Perché non le ha invertite, usando “shest” al posto di “shlaga” e viceversa? Forse ha cercato in un dizionario la traduzione russa di “pole” e ha scelto uno a caso dei traducenti che ha trovato. Questa teoria andrebbe a favore dell’ipotesi che nel 1961, quando ha scritto A Clockwork Orange, Burgess non conosceva bene il russo.

5. Motivi del libro: perché il russo?
Ci sono diverse ragioni per cui Burgess ha scelto di inventare il nadsat.
Come ho già detto, l’idea del romanzo è nata quasi per caso, in quanto casuale è stata l’idea di organizzare il viaggio a Leningrado. Ma perché creare il nadsat?
Il macrotema del libro è il libero arbitrio. L’uomo, secondo Burgess, non è più libero di fare le proprie scelte indipendentemente, e di scegliere liberamente il bene o il male. Nella società futuristica di A Clockwork Orange, che non è poi tanto diversa da quella in cui viveva l’autore, lo stato («State») è padrone: possiede la televisione e i mass media, controlla le menti umane e le trasforma in meccanismi a orologeria nel momento in cui elimina ogni possibilità di libera scelta.
Quando il protagonista Alex, che ha chiaramente scelto il male, viene catturato e portato alla Staja, «State Jail, that is» (Burgess 2011 57), lo Stato provvede a imporre su di lui il bene: non avviene un percorso di pentimento ma, attraverso un lavaggio del cervello, Alex è costretto a compiere il bene per non sentire dolore.
In questo senso il romanzo può essere letto come critica ai regimi totalitari, e i continui riferimenti allo stato e al governo («State» e «Government») richiamano il regime socialista (può essere letto anche un sottile richiamo allo stato di 1984 di Orwell, anche se in quest’ultimo la presenza del GF è costante, mentre in Burgess è più qualcosa di cui si sa l’esistenza ma che appare solo dopo che la violenza è stata commessa, arriva per punire, non per prevenire). Essendo scritto in piena guerra fredda, ed essendo formato da “slavismi anglicizzati” (o “anglicismi russificati”) il nadsat può rappresentare la perfetta contrapposizione dei due fronti, quello occidentale e quello orientale.

[…] in early 1961 […] I thought hard about the book and decided that its story properly belonged to the future, in which it was conceivable that even the easy-going British state might employ aversion therapy to cure the growing disease of youthful aggression. My late wife and I spent part of the summer of 1961 in Soviet Russia, where it was evident that the authorities had problems with turbulent youth not much different from our own. The stilyagi, or style-boys, were smashing faces and windows, and the police, apparently obsessed with ideological and fiscal crimes, seemed powerless to keep them under. It struck me that it might be a good idea to create a kind of young hooligan who bestrode the iron curtain and spoke an argot compounded of the two most powerful political languages in the world – Anglo-American and Russian. The irony of the style would lie in the hero-narrator’s being totally unpolitical.
(Burgess 1987 1)

Per ricreare una società futuristica Burgess dovette pensare a un linguaggio che la rispecchiasse: utilizzare uno slang qualsiasi in voga a quei tempi tra i giovani non era plausibile, in quanto con gli anni sarebbe passato di moda, facendo inevitabilmente risultare il libro “vecchio”. È probabile che Burgess abbia scritto una prima versione del romanzo, non pubblicata, nell’argot dei Teddyboys, Mods e Rockers dell’epoca, o che avesse iniziato a scrivere il romanzo in questo modo, cambiando poi idea per quanto riguarda il linguaggio da usare.

This first version presented the world of adolescent violence and governmental retribution in the slang that was current at the time among the hooligan groups known as the Teddyboys and the Mods and the Rockers. I had the sense to realise that, by the time the book came to be out, that slang would already be outdated, but I did not see clearly how to solve the problem of an appropriate idiolect for the narration.
(Burgess 1987 1)

Un’altra riflessione da fare sul nadsat riguarda il modo in cui queste strane parole sono percepite dal lettore.
Partendo dal presupposto che Burgess descrive un gruppo di adolescenti, questo slang da loro un tocco infantile. Dire infatti «Then we saw one young malchick with his sharp, lubbilubbing under a tree» (Burgess 2011 16) non ha lo stesso effetto di (per esempio) «Then we saw one young boy flirting with his sharp under a tree». Inoltre, Alex e i suoi amici bevono il latte (moloko) insieme a diversi tipi di droghe: l’accento è posto sul fatto che, nonostante siano molto violenti, sono comunque dei ragazzini, e quindi il loro modo di parlare deve essere conforme alla loro età. Nel corso del libro Alex cresce, e nell’ultimo capitolo dell’edizione inglese (omesso nella prima edizione americana) ci è lasciato a intendere che sta maturando, e con lui cresce e matura anche il suo modo di esprimersi.

Un altro effetto che si ottiene con il nadsat, oltre che al tocco infantile, è un senso di “ammorbidimento del tono”. Il libro è stato pubblicato per la prima volta in Gran Bretagna nel 1962, e in quegli anni non si parlava così apertamente come facciamo oggi di violenza, stupri di gruppo, uccisioni, ecc. Per non scandalizzare in maniera eccessiva il pubblico (cosa che era inevitabile, soprattutto dopo l’uscita del film) Burgess trovò “l’espediente” del linguaggio, anche perché il suo scopo non era quello di sconvolgere il lettore, ma mostrare semplicemente un ritratto della società.

It was the dawn of the age of candid pornography that enabled Stanley Kubrick to exploit, to a serious artistic end, those elements in the story which were meant to shock morally rather than merely titillate. These elements are, to some extent, hidden from the reader by the language used: to tolchok a chelloveck in the kishkas does not sound so bad as booting a man in the guts, and the old in-out in-out, even if it reduces the sexual act to a mechanical action, does not sicken quite as much as a Harol Robbins description of cold rape.
(Burgess 1987 2)

Il libro è stato soprattutto un esperimento linguistico. L’obiettivo era di mettere in primo piano la lingua, non la violenza o il sesso (Burgess 1990 You’ve had your time: Being the second part of the confessions of Anthony Burgess, William Heinemann Ltd, London).
Amante di Joyce, Burgess condivideva con lui l’idea che la lingua fosse così importante in un romanzo da diventare un personaggio del romanzo stesso, se non addirittura il protagonista (Biswell 2005 37).
Dopotutto, A Clockwork Orange non fu il primo esperimento linguistico di Burgess: in tutti i suoi precedenti romanzi e scritti di ogni genere si dilettava nella sperimentazione della lingua, riscrivendo testi di canzoni ben conosciute cambiandone il contenuto, sperimentando giochi di parole, che non sempre erano di facile comprensione. Nella Trilogia malese (A Malayan Trilogy nell’edizione inglese, The Long Day Wanes: A Malayan Trilogy in quella americana), scritta nella seconda metà degli anni Cinquanta, Burgess inserisce parole e nomi malesi nel testo sbagliando di proposito, creando un effetto comico (per chi conosce il malese ovviamente), ma non forma parole nuove mischiando le due lingue (inglese e malese). Questa è infatti una novità di A Clockwork Orange.
Nonostante sia una lettura abbastanza impegnativa, il significato delle parole nadsat si può intuire dal contesto, anche se non si conosce il russo. Esperimenti linguistici più estremi sono stati fatti successivamente, in The Doctor is Sick (1960) per esempio, dove il linguaggio della malavita inventato da Burgess è quasi (se non del tutto) incomprensibile («“Witch the narnoth and cretch the giripull.” “Vearl pearnies under the weirdnick and crafter the linelow until the vopplesnock.”») (Burgess 1960 148). Non si sa da dove derivi questo slang, potrebbe essere del tutto inventato, magari una deformazione dell’inglese. In ogni caso si tratta di un linguaggio usato solo in brevi tratti del romanzo, durante i dialoghi dei gangster, mentre in A Clockwork Orange il nadsat caratterizza tutto il libro, non solo i dialoghi, perché il narratore è il protagonista Alex.
6. Burgess e Orwell a confronto
Nuovi linguaggi erano già stati inventati in precedenza, tra gli altri da George Orwell nel suo 1984. In questo romanzo, Orwell inventa il Newspeak [Neolingua], che sarebbe una lingua che nel futuro sostituirà l’inglese. Nel romanzo sono presenti solo alcuni termini Newspeak, per il resto la lingua usata è l’inglese. Inoltre, nelle appendici, è presente una spiegazione dettagliata della provenienza di questa Neolingua, del senso della sua creazione e del suo uso, della formazione delle parole, e sono forniti al lettore alcuni esempi.
Il Newspeak è stato quindi pensato e creato in base a regole grammaticali, che vengono fornite al lettore (anche se nel libro si incontrano raramente parole Newspeak, che sono sempre seguite da una spiegazione che ne chiarisce il significato).
Al contrario, in A Clockwork Orange, non abbiamo il supporto delle appendici: il lettore è catapultato in una realtà linguistica senza alcuna spiegazione, se non qualche traduzione tra parentesi, solo di alcune parole e principalmente all’inizio del libro: «Pete had a rooker (a hand, that is) […]» (Burgess 2011 4; corsivo aggiunto). Non abbiamo nemmeno una spiegazione morfologica, l’unica informazione che ci viene data è che si tratta di «“Odd bits of old rhyming slang” […] “A bit of gipsy talk, too. But most of the roots are Slav. Propaganda. Subliminal penetration.”» (Burgess 2011 86).
Oltre a questa prima differenza tra nadsat e Newspeak, si noti che il primo è uno slang parlato dai giovani, che è usato quasi per estraniarsi dalla realtà degli adulti, non è un linguaggio organizzato ma, come tutti gli slang giovanili, cambia in continuazione, anche a seconda del parlante. Il Newspeak, invece, è una lingua costruita e imposta dal centro di potere, che ha come obiettivo quello di impedire alle persone di pensare. Usando un vocabolario estremamente ridotto, ogni parola è carica di significato, un significato ben preciso però, che non lascia spazio a dubbi o doppi sensi. Si può quindi dire che, mentre uno è un linguaggio dei giovani e dei ribelli, colorato, impreciso e poco chiaro, l’altro è la lingua del governo e del potere. Mentre uno è il linguaggio sovversivo, anti-dittatoriale, l’altro è la lingua della dittatura. Per capire il perché di queste differenze bisogna forse pensare ai due autori e al loro rapporto con lo stato e con le dittature.
Orwell si definiva “socialista democratico”. Rimasto deluso dalle contraddizioni del comunismo di Stalin, in 1984 mostra quanto di sbagliato c’è in un regime totalitario, sia esso di destra o di sinistra, portando alle estreme conseguenze la realtà dittatoriale.
In Burgess, invece, la critica ai regimi totalitari è molto più sottile. Non è solo un attacco al socialismo, come spesso è stato interpretato, anche per via dei numerosi riferimenti al governo e allo stato, ma anche, e forse soprattutto, una critica alle democrazie in generale, per esempio alla Gran Bretagna. Burgess, infatti, ipotizza che anche in uno stato che si definisce libero e democratico come il Regno Unito possa verificarsi una situazione in cui lo stato decida di avviare un programma di terapie dell’avversione per criminali, nel tentativo di eliminare ogni tipo di violenza e criminalità, e di poter reinserire gli ex detenuti nella società senza alcun timore. Anche se non si è mai schierato apertamente né da una né dall’altra parte, Burgess lascia intendere che, per lui, anche le democrazie possono rivelarsi dei regimi totalitari.

[…] I thought hard about the book and decided that its story properly belonged to the future, in which it was conceivable that even the easygoing British state might employ aversion therapy to cure the growing disease of youthful aggression.
(Burgess 1987 1)

7. Riflessioni generali
Sarebbe importante riuscire a capire fino a che punto Burgess conoscesse il russo, ma come ho già detto, non sono riuscita a stabilirlo con esattezza.
È probabile che non avesse molte difficoltà a studiare le lingue: negli anni in cui lavorò in Malesia dovette superare una prova in malese per potere insegnare. Testimonianze dei suoi colleghi in Malesia riportano che riuscì in poco tempo a imparare la lingua e a padroneggiarla, al punto da poterla usare in giochi di parole nei suoi romanzi della Trilogia malese. Lo stesso Burgess sosteneva che per imparare una lingua bastasse avere una buona memoria e un buon orecchio, per ricordare i suoni e le strutture sintattiche (Biswell 2005 166).
Dopo essersi recato in Unione Sovietica affermò di aver voluto intraprendere quel viaggio anche per una questione linguistica, per poter ascoltare il russo parlato dai madrelingua, per poter praticare ciò che aveva imparato, e per completare e mettere a punto il dizionario che aveva già iniziato e che gli sarebbe servito per la revisione finale di A Clockwork Orange (Biswell 2005 238).
Può darsi che Burgess abbia chiesto consiglio a un madrelingua, o a qualcuno che sapeva bene il russo per scegliere quali vocaboli usare. Tuttavia, anche se alcune delle parole russe che ha scelto non sono solitamente le prime che una persona impara appena inizia a studiare russo (надменный [arrogante], мёрзкий [abominevole]), potrebbe di certo averle cercate in un dizionario. Questo quindi vorrebbe dire che il libro è stato prima di tutto pensato e scritto in inglese, con slang e influenze di altre lingue, e in un secondo momento alcune delle parole inglesi sono state sostituite da quelle russe, dopo una ricerca in un dizionario. Questo tipo di lavoro non richiede una conoscenza approfondita della lingua. A favore di questa tesi si aggiunge il fatto che la struttura e i modi di dire che ha usato sono comunque inglesi («[…] I gave them a like cold glazzy [eye].» (Burgess 2011 33; corsivo aggiunto); «[…] He had gotten me interessovatted [interested] now […]» (Burgess 2011 37; corsivo aggiunto); «[…] we went […] to watch through the window what was ittying [going] on.» (Burgess 2011 43; corsivo aggiunto); «[…] and spoon after spoon after spoon of sugar, me having a sladky [sweet] tooth, […]» (Burgess 2011 31; corsivo aggiunto)).
D’altro canto, però, pare che Burgess abbia letto e imparato a memoria parte della poesia Evgenij Onegin del poeta Puškin in lingua originale prima ancora di andare a Leningrado, e che si fosse cimentato in traduzioni della stessa, per poi confrontarle con quelle di Vladimir Nabokov (Burgess 1965 74).
Sempre restando in tema di traduzioni, nel 1985 tradusse e adattò la commedia teatrale di Alexandr Griboedov Gore ot uma con il titolo Chatsky (The Importance of Being Stupid) (Biswell 2005 387). Un lavoro simile richiede senz’altro determinate conoscenze linguistiche: Burgess le aveva perché erano passati più di vent’anni da A Clockwork Orange e aveva perfezionato la lingua, o perché le aveva già nel 1961?
In preparazione al viaggio a Leningrado lesse anche la traduzione inglese di Delitto e castigo di Fëdor Dostoevskij. Forse si ispirò proprio a questo romanzo quando decise di scrivere A Clockwork Orange. Quest’ultimo, infatti, può essere scomposto in due parti: la prima riguarda i crimini di Alex e la sua banda, quindi il “delitto”, la seconda, invece, che ci mostra come Alex viene messo in carcere e successivamente sottoposto a una terapia (la cura Ludovico) per essere “guarito” dal suo carattere violento, è appunto il “castigo” (Biswell 2005: 238).
Un’altra considerazione che ritengo sia giusto fare riguarda un ristretto gruppo di parole:
“cal”, che deriva dal sostantivo russo кал [kal], che significa “fèci”;
“groodies” che deriva probabilmente dal sostantivo russo грудь [grud’], che significa “seno”;
“sherries” che deriva probabilmente dal sostantivo russo шары [šary], che significa “sfere”;
“yahma” che deriva probabilmente dal sostantivo russo яма [âma], che significa “buca”;
“bratchnies” che deriva probabilmente dall’aggettivo russo внебрачный [vnebračnyj], che significa “extramatrimoniale”.
Queste sono tutte parole standard usate impropriamente al posto di termini volgari e offensivi. “внебрачный”, ad esempio, significa “nato fuori dal matrimonio”, e in russo non è un insulto. Viene però usato da Alex come insulto nei confronti dei poliziotti: «Bog murder you, you vonny stinking bratchnies.» (Burgess 2011 49; corsivo aggiunto), che poche righe sopra chiama “bastards”.
“cal” [feci], ripetuto moltissime volte da Alex, non corrisponde al linguaggio che ci si aspetterebbe da un delinquente quindicenne quando dice: «And all that cal.» (Burgess 2011 141; corsivo aggiunto). Esiste senz’altro una parola di registro più colloquiale, più adatta alla situazione.
Lo stesso vale per “groodies” [seno], quando, appena prima di stuprare una donna, Alex commenta: «[…] a young pretty bit of sharp with real horrorshow groodies on her […]» (Burgess 2011 18; corsivo aggiunto).
Probabilmente Burgess pensava a “kiss my ass” quando ha deciso di scrivere «kiss-my-sharries» (Burgess 2011 12; corsivo aggiunto), dove “sharries”, che significa “sfere”, in russo non ha doppi sensi e non è mai usato in senso anatomico. Questa parola ricorda tra l’altro “cherries”, cosa che forse rende quest’espressione ancor più carica di senso.
Infine, dopo aver aggredito un signore che aveva libri e lettere in mano, Alex ci descrive come uno dei suoi droogs afferri una lettera e imiti una persona sul water: «Then he let out a very shoomny smeck […] pretending to start wiping his yahma with [the letter].» (Burgess 2011 8; corsivo aggiunto). Anche in russo, come in inglese, esiste un’espressione gergale per indicare l’azione compiuta da Dim, espressione di cui senza dubbio si servirebbe un ragazzo come Alex in questa situazione: è difficile immaginare un gruppo di teppisti sotto l’effetto di stupefacenti che, dopo aver violentemente picchiato un uomo, dicono “pulirsi la buca”. Fa parte anche questo del repertorio infantile di Alex, o l’autore ha visto un doppio senso dove non c’era? Oppure, nel mondo di A Clockwork Orange, “yahma” ha proprio questo doppio senso: nel momento in cui una parola viene usata in un certo modo assume un significato che originariamente non aveva.
Questi esempi rafforzano l’ipotesi che Burgess non abbia fatto altro se non prendere un dizionario, cercare le parole che gli servivano, facendosi guidare anche dal suono, e prendere per buono il primo traducente che trovava, non sapendo il russo e non capendo gli esempi sul dizionario. Altrimenti perché usare queste parole che nel contesto risultano fuori luogo?
Di certo non per evitare di scandalizzare il lettore, che capisce in ogni caso quello che Alex fa, e comunque, come ho già detto, il solo uso del russo avrebbe mascherato qualsiasi concetto censurabile, quindi l’autore, volendo, avrebbe potuto sbizzarrirsi come meglio credeva, così come aveva già fatto nella Trilogia malese, dove attribuì nomi di registro gergale e offensivi “cifrati” (ad esempio in malese) a persone e luoghi. È infatti risaputo che Burgess, in barba al “comune senso di pudore”, si divertiva a far imprecare i personaggi dei suoi romanzi in modi più o meno riconoscibili (Biswell 2005 194).
Un altro esempio mostra chiaramente come Burgess non avesse paura di usare parolacce: «“Crash your dermott, yid,” meaning to shut up, but it was very insulting.» (Burgess 2011 66; corsivo aggiunto). “dermott” deriva probabilmente dal sostantivo russo дерьмо [der’mo] che significa “feci, merda”. Questa parola può avere anche un senso gergale ed essere usata come insulto. Perché qui ha usato “dermott”, mentre nel resto del romanzo ha usato “cal”? Forse perché credeva che fossero sinonimi intercambiabili.
I due esempi che seguono saltano all’occhio perché sembrano errori grossolani: «You filthy old soomka […]» (Burgess 2011 48; corsivo aggiunto); «And then the disc on the stereo twanged off and out (it was Johnny Zhivago, a Russky koshka, singing […]» (Burgess 2011 22; corsivo aggiunto). “soomka” deriva probabilmente dal sostantivo russo сумка [sumka], che significa “borsa”. A differenza dell’inglese “old bag”, che può significare “vecchia befana”, in russo сумка non ha questo significato. Allo stesso modo, “koshka”, che deriva dal sostantivo russo кошка [koška] e significa “gatta”, non può voler dire “tipo” (“a Russky type”), significato che può invece avere l’inglese “cat”.
Da questi esempi molto significativi sorge un’ulteriore domanda: è davvero possibile che Burgess, pur non sapendo il russo, abbia commesso questi errori senza accorgersene? Come può non aver pensato che “bag” inteso come “befana” e “cat” inteso come “tipo” fanno parte dello slang inglese, e che quindi avrebbe dovuto fare più attenzione nella sua ricerca? Non può essere invece che, facendo spesso vari tipi di “giochetti linguistici” per prendere in giro il lettore, abbia sbagliato di proposito, e che, consapevole del fatto che “сумка” vuol dire “borsa” e che “кошка” significa “gatta”, abbia scelto di usare lo stesso queste parole? Magari pensava che il lettore inglese non lo avrebbe capito, oppure non gli importava. Oppure il suo lettore modello sa il russo e l’inglese ed è in grado di ricostruire questo gioco complesso.
Una cosa è certa secondo me: il nadsat non è stato pensato anticipatamente, elaborato con cura, e non si basa su regole grammaticali definite. Penso che sia il risultato di un lavoro di genio, ma che rimane comunque un lavoro poco accurato. Che questa poca accuratezza fosse voluta o meno, rimane da decidere. Forse era voluta, o forse no. Magari per mancanza di tempo o di voglia Burgess ha deciso di lasciare le cose così come gli erano venute. Credo sia evidente, comunque, che non si sia preoccupato di risultare preciso, anche perché forse il romanzo ne avrebbe risentito: meglio lasciare il “lampo di genio” e non un linguaggio troppo artificioso e costruito.

8. Conclusioni
A una prima lettura A Clockwork Orange sembra un romanzo caratterizzato da un linguaggio molto strano. Forse non ci si rende immediatamente conto che molte parole sono straniere, anzi, la maggior parte delle parole nadsat assomiglia, o è addirittura uguale, a parole inglesi, come si può vedere dagli esempi nel capitolo 4.2. Si potrebbe pensare, quindi, che siano parole che non conosciamo, magari di uno slang della Gran Bretagna che non abbiamo mai sentito, e il fatto che ci siano davvero parole Cockney aumenta quest’impressione. Oppure ci sembra di riconoscere parole inglesi, ma ci sorge qualche dubbio perché sono inserite in un contesto insolito, quindi si potrebbe pensare che siano davvero parole inglesi ma che in quel caso abbiano un significato che non sapevamo avessero (e che magari non ci preoccupiamo di andare a controllare in un dizionario, dal momento che possiamo intuirlo dal contesto).
Che cosa ne pensa invece un lettore inglese non slavista? In alcuni casi vengono usate espressioni di inglese arcaico: «[…] What dost thou in mind for thy little droog have?» (Burgess 2011 120), quindi potrebbe pensare che alcune di queste parole siano arcaiche. In altri casi, invece, potrebbe intuire che si tratta di parole straniere, anche se magari non sa che sono russe.
Sono solo alcune, infatti, le parole che suonano davvero straniere: per chi ha almeno qualche base di russo non dovrebbe essere difficile riconoscere la parola di provenienza, ma anche chi non lo conosce affatto si dovrebbe rendere conto che alcune parole hanno un suono slavo.
In conclusione ipotizzerei che è molto probabile che un lettore non slavista di madrelingua diversa dall’inglese non si accorga che nel romanzo molte parole provengono dal russo, o che addirittura non si renda conto che non sono inglesi. Per quanto riguarda le parole che di certo non sembrano inglesi, molto probabilmente il lettore penserà che sono inventate, anche perché alcune sono veramente inventate, o modificate al punto tale da sembrarlo.
9. Appendici
9.1 Glossario nadsat
Occorrenza nel romanzo
Parola russa
Significato della parola russa
Stringa di testo
baboochkas
бабушка
[babuška]
nonna
«[…] in the snug there were three or four baboochkas peeting their black and suds on SA (State Aid).» (Burgess 2011 8)
bandas
банда
[banda]
banda
«[…] or for that matter any of the other bandas or gruppas or shaikas that from time to time were at war with one.» (Burgess 2011 25)
bezoomny
безумный
[bezumnyj]
stupido
«[…] I eased up and put the brake on, the other three giggling like bezoomny, […]» (Burgess 2011 17)
Biblio
библиотека
[biblioteca]
biblioteca
«He had books under his arm […] and was coming round the corner from the Public Biblio, […]» (Burgess 2011 6)
bitva
битва
[bitva]
battaglia
«They looked like they had been in some big bitva, as indeed they had, […]» (Burgess 2011 36)
Bog
Бог
[Bog]
Dio
«[…] veshches which would give you a nice quiet horrorshow fifteen minutes admiring Bog And All His Holy Angels and Saints […]» (Burgess 2011 3)
bolnoy
больной
[bol’noj]
malato
«So I was put into the bed and still felt bolnoy but could not sleep, […]» (Burgess 2011 80)
bolshy
большой
[bol’šoj]
grande
«[…] great bolshy yarblockos to you.» (Burgess 2011 23)
bootick
бутик
[butik]
negozio
«[…] I thought here at least was time to itty off to the disc-bootick […]» (Burgess 2011 33)
brat/bratty
брать
[brat’]
fratello
«Not right it wasn’t to get on to me like the way you done, brat.» (Burgess 2011 49)
bratchnies
внебрачный
[vnebračnyj]
bastardo
«Bog murder you, you vonny stinking bratchnies.» (Burgess 2011 49)
britva
бритва
[britva]
rasoio
«[…] this would be the nozh, the oozy, the britva, not just fisties and boots.» (Burgess 2011 13)
brooko
брюхо
[brûho]
pancia
«I’m not going to crawl around on my brooko any more, […]» (Burgess 2011 53)
brosatted
бросать
[brosat’]
lasciare
«And you will hardly believe […] that on this Sunday they brosatted in another plenny.» (Burgess 2011 64)
bugatty
богатый
[bogatyj]
ricco
«I gave them […] the lot, right up to this night’s veshch with the bugatty starry ptitsa […]» (Burgess 2011 54)
cal
кал
[kal]
fèci
«[…] his platties were a disgrace, all creased and untidy and covered in cal and mud and filth […]» (Burgess 2011 12)
cantora
контора
[kontora]
ufficio
«They dragged me to this very bright-lit whitewashed cantora, […]» (Burgess 2011 51)
carmans
карман
[karman]
tasca
«[…] and we were going out without one cent of cutter in our carmans.» (Burgess 2011 9)
chai
чай
[čaj]

«A cup of the old chai, sir? Tea, I mean.» (Burgess 2011 29)
chasha
чаша
[čaša]
tazza
«[…] slurping away at the old chai, cup after tass after chasha, […]» (Burgess 2011 32)
chasso
часовой
[časovoj]
guardia
«Pete keeping chasso without, not that there was anything to worry about out there.» (Burgess 2011 10)
cheenas
женщина
[ženŝina]
donna
«It was nadsats milking […] around, […] but there were a few of the more starry ones, vecks and cheenas alike […]» (Burgess 2011 22)
cheest
чистить
[čistit’]
pulire
«[…] soaking out tashtooks in spit to cheest the dirt off.» (Burgess 2011 11)
chelloveck
человек
[čelovek]
persona
«The chelloveck sitting next to me […]» (Burgess 2011 4)
chepooka
чепуха
[čepuha]
sciocchezza
«[…] with “My dearest dearest” in them and all that chepooka, […]» (Burgess 2011 8)
choodessny
чудесный
[čudesnyj]
meraviglioso, portentoso
«[…] had to submit to the strange and weird desires of Alexander the Large which […] were choodessny and zammechat […]» (Burgess 2011 36)
cluve
клюв
[klûv]
becco
«And he launched a bolshy tolchock right on my cluve, so that all red red nose-krovvy started to drip […]» (Burgess 2011 111)
collocoll
колокол
[kolokol]
campana
«[…] so we rang the collocoll and brought a different waiter in this time […]» (Burgess 2011 11)
crarking
кряхтеть
[krâhtet’]
gemere
«Now as I got up from the floor among all the crarking kots and koshkas […]» (Burgess 2011 48)
crasting
красть
[krast’]
rubare
«Our pockets were full of deng, so there was no real need from the point of view of crasting any more pretty polly […]» (Burgess 2011 3)
creech/
screech
кричать
[kričat’]
gridare
«The starry prof type began to creech […]» (Burgess 2011 7)
damas
дама
[dama]
dama, signora
«[…] and old ptitsas who were widows and deaf starry damas with cats […]» (Burgess 2011 43)
ded
дед
[ded]
vecchio
«[…] it reminded me of that time of the tolchocking and Sheer Vandalism with that ded coming from the public biblio […]» (Burgess 2011 58)
deng
деньги
[den’gi]
soldi
«Our pockets were full of deng […]» (Burgess 2011 3)
dermott
дерьмо
[der’mo]
merda
«“Crash your dermott, yid,” meaning to shut up, but it was very insulting.» (Burgess 2011 66)
devotchkas
девочка
[devočka]
ragazza
«There were three devotchkas sitting at the counter all together […]» (Burgess 2011 4)
dobby
добрый
[dobryj]
buono
«Makes you feel real dobby, that does.» (Burgess 2011 9)
domy
дом
[dom]
casa
«[…] Sit”, he said, “sit, sit,” as though this was his domy and me his guest.» (Burgess 2011 29)
dorogoy
дорогой
[dorogoj]
caro,costoso
«[…] vases and ornaments that looked starry and dorogoy.» (Burgess 2011 44)
dratsing
драться
[drat’sâ]
picchiarsi
«Then in the dratsing this droog of Billyboy’s suddendly found himself all opened up like a peapod, […]» (Burgess 2011 14)
droogs
друг
[drug]
amici
«There was me, that is Alex, and my three droogs, that is Pete, Georgie, and Dim, […]» (Burgess 2011 3)
eegra
игра
[igra]
gioco
«I didn’t like this crack crack eegra, so I grasped hold of one end of her stick as it came down again […]» (Burgess 2011 47)
eemya
имя
[imâ]
nome
«[…] looking for A Clockwork Orange, which would be bound to have his eemya in, he being the author.» (Burgess 2011 117)
forella
форель
[forel’]
trota
«[…] and there was this nasty vindictive starry forella with her wattles ashake and grunting as she like tried to lever herself up from the floor, […]» (Burgess 2011 47)
gazetta
газета
[gazeta]
giornale
«[…] make toast for myself and slooshy the radio or read the gazetta, all on my oddy knocky.» (Burgess 2011 27)
glazzies
глаза
[glaza]
occhi
«These sharps were dressed […] with purple and green and orange wigs on their gullivers, […] and make-up to match (rainbows round the glazzies, that is, […])» (Burgess 2011 4)
gloopy
глупый
[glupyj]
stupido
«[…] Dim the dim didn’t quite pony all that, but he said nothing for fear of being called gloopy and a domeless wonderboy.» (Burgess 2011 9)
goloss
голос
[golos]
voce
«The stereo was on and you got the idea that the singer’s goloss was moving from one part of the bar to another, […]» (Burgess 2011 5)
goobers
губа
[guba]
labbro
«The old veck began to make sort of chumbling shooms […] so Georgie let go of holding his goobers apart and just let him have one in the toothless rot with his ringy fist, […]» (Burgess 2011 7)
goolied
гулять
[gulât’]
camminare
«So we goolied up to him, very polite, and I said: “Pardon me, brother.”» (Burgess 2011 6)
gorloes
горло
[gorlo]
gola
«[…] they’d all be back now […] forcing black and suds and double Scotchmen down the unprotesting gorloes of those stinking starry ptitsas […]» (Burgess 2011 50)
govoreeting
говорить
[govorit’]
parlare
«[…] vecks and cheenas alike […] laughing and govoreeting at the bar.» (Burgess 2011 22)
grahzny
грязный
[grâznyj]
sporco
«So down I ittied […] admiring in the stairwell grahzny pictures of old time […]» (Burgess 2011 46)
grazzy
грязный
[grâznyj]
sporco
«When he came, all nervous and rubbing his rookers on his grazzy apron, we ordered us four veterans […]» (Burgess 2011 9)
gromky
громкий
[gromkij]
forte, rumoroso
«As I stepped back from the kick I must have like trod on the tail of one of these dratsing creeching pusspots, because I slooshied a gromky yauuuuuuuuw […]» (Burgess 2011 48)
groody
грудь
[grud’]
seno
«Then they had long black very straight dresses, and on the groody part of them they had little badges of like silver with different malchicks’ names on them […]» (Burgess 2011 4)
gruppas
группа
[gruppa]
gruppo
«[…] or for that matter any of the other bandas or gruppas or shaikas that from time to time were at war with one.» (Burgess 2011 25)
gullivers
голова
[golova]
testa
«These sharps were dressed in the height of fashion too, with purple and green and orange wigs on their gullivers […]» (Burgess 2011 4)
hen-korm
кормить
[kormit’]
nutrire
«[…] there was only a malenky bit of cutter […] so we gave all his messy little coin the scatter treatment, it being hen-korm to the amount of pretty polly we had on us already.» (Burgess 2011 8)
horrorshow
хорошо
[horošo]
buono, bello
«[…] one or two other veshches which would give you a nice quiet horrorshow fifteen minutes admiring Bog […]» (Burgess 2011 3)
interessovatted
интересовать
[interesovat’]
interessare
«He had gotten me interessovatted now […]» (Burgess 2011 37)
itty
идти
[idti]
andare
«And in the afterlunch I might perhaps […] itty off to the old skolliwoll […]» (Burgess 2011 27)
jeezny
жизнь
[žizn’]
vita
«Dim can’t go on all his jeezny being as a little child.» (Burgess 2011 23)
kartoffel
картофель
[kartofel’]
patata
«[…] we had these off-white cravats which looked like whipped-up kartoffel or spud […]» (Burgess 2011 4)
keeshkas
кишка
[kiška]
budella
«He was creeching out loud […], only the odd blurp blurp coming from his keeshkas, […]» (Burgess 2011 12)
kleb
хлеб
[hleb]
pane
«[…] Georgie with like a cold leg of something in one rooker and half a loaf of kleb […] in the other, […]» (Burgess 2011 19)
klootch
ключ
[klûč]
chiave
«I opened the door of 10-8 with my own little klootch, […]» (Burgess 2011 25)
knopka
кнопка
[knopka]
bottone
«I went to the lift, but there was no need to press the electric knopka to see if it was working or not, […]» (Burgess 2011 25)
kopat
копать
[kopat’]
scavare
«I didn’t so much kopat the later part of the book, which is more like all preachy govoreeting than fighting and the old in-out.» (Burgess 2011 60)
Korova
корова
[korova]
mucca
«There was me, that is Alex, and my three droogs […] and we sat in the Korova Milkbar […]» (Burgess 2011 3)
koshka
кошка
[koška]
gatta
«[…] it was Johnny Zhivago, a Russky koshka, singing […]» (Burgess 2011 22)
kots
кот
[kot]
gatto
«[…] [she] was pouring the old moloko from a milk-bottle into saucers and then setting these saucers down on the floor, so you could tell there were plenty of mewing kots and koshkas […]» (Burgess 2011 44)
krovy
кровь
[krov’]
sangue
«Dim looked very surprised, his rot open, wiping the krovvy off of his goober with his rook and in turn looking surprised at the red flowing krovvy and at me.» (Burgess 2011 22)
kupetting
купить
[kupit’]
comprare
«[…] because it would be just a matter of kupetting Dim a demi-litre of white but this time with a dollop of synthemesc in it, […]» (Burgess 2011 4)
lapa
лапа
[lapa]
zampa
«Now all the cats were getting spoogy and running and jumping in a like cat-panic, and some were blaming each other, hitting out cat-tolchocks with the old lapa […]» (Burgess 2011 47)
lewdies
люди
[lûdi]
persone
«[…] [he] was coming round the corner from the Public Biblio, which not many lewdies used those days.» (Burgess 2011 6)
litso
лицо
[lico]
viso
«[…] Dim had a very hound-and-horny one of a clown’s litso (face, that is).» (Burgess 2011 4)
lomtick
ломтик
[lomtik]
fettina
«[…] as soon as he’d slooshied this dollop of song like a lomtick of redhot meat plonked on your plate, […]» (Burgess 2011 22)
loveted
ловить
[lovit’]
catturare
«All right, I do bad […] and if I get loveted, well, too bad for me, […]» (Burgess 2011 31)
lubbilubbing
любить
[lûbit’]
amare
«Then we saw one young malchick with his sharp, lubbilubbing under a tree, […]» (Burgess 2011 16)
Luna
луна
[luna]
luna
«So there we were dratsing away in the dark, the old Luna with men on it just coming up, the stars stabbing away as it might be knives […]» (Burgess 2011 14)
malchicks
мальчик
[mal’čik]
ragazzo
«[…] they had little badges of like silver with different malchicks’ names on them – Joe and Mike and suchlike.» (Burgess 2011 4)
malenky
маленький
[malen’kij]
piccolo
«He looked a malenky bit poogly when he viddied the four of us […]» (Burgess 2011 6)
maslo
масло
[maslo]
burro
«[…] Georgie with like a cold leg of something in one rooker and half a loaf of kleb with a big dollop of maslo on it in the other, […]» (Burgess 2011 19)
merzky
мёрзкий
[mërzkij]
abominevole
«I’m not going to crawl around on my brooko any more, you merzky gets.» (Burgess 2011 53)
messel
мысль
[mysl’]
pensiero, idea
«You’d lay there after you’d drunk the old moloko and then you got the messel that everything all round you was sort of in the past.» (Burgess 2011 5)
mesto
место
[mesto]
posto
«The Korova Milkbar was a milk-plus mesto, and you may, O my brothers, have forgotten what these mestos were like, […]» (Burgess 2011 3)
millicents
милиция
[miliciâ]
polizia
«[…] the whole district had been very quiet on the whole, so the armed millicents or rozz patrols weren’t round there much, […]» (Burgess 2011 9)
minoota
минута
[minuta]
minuto
«Then we said: “Back in a minoota,” […]» (Burgess 2011 9)
molodoy
молодой
[molodoj]
giovane
«And now, with the nochy still molodoy, let us be on our way, O my brothers.» (Burgess 2011 16)
moloko
молоко
[moloko]
latte
«[…] some of the new veshches which they used to put into the old moloko, […]» (Burgess 2011 3)
moodge
муж
[muž]
uomo
«I could never stand to see a moodge all filthy and rolling and burping and drunk, […]» (Burgess 2011 12)
morder
морда
[morda]
grugno, muso
«[…] I got new vons, sniffing away there with my like very sensitive morder or sniffer.» (Burgess 2011 72)
mozg
мозг
[mozg]
cervello
«[…] one or two other veshches which would give you a nice quiet horrorshow fifteen minutes admiring Bog And All His Holy Angels and Saints in your left shoe with lights bursting all over your mozg.» (Burgess 2011 3)
nachinatted
начинать
[načinat’]
iniziare
«[…] for he was such a nasty quarrelsome type of plenny […] that trouble nachinatted that very same day.» (Burgess 2011 64)
nadmenny
надменный
[nadmennyj]
arrogante
«It opened with German eagles and the Nazi flag […] and then there were very haughty and nadmenny like German officers […]» (Burgess 2011 84)
nadsats
надцать
[nadcat’]
adolescenti
«It was nadsats milking and coking and fillying around (nadsats were what we used to call the teens), […]» (Burgess 2011 22)
nagoy
нагой
[nagoj]
nudo
«[…] some of the malchicks living in 18A had […] [added] hair and stiff rods and dirty ballooning slovos out of the dignified rots of these nagoy (bare, that is) cheenas and vecks.» (Burgess 2011 25)
neezhnies
нижний
[nižnij]
intimo
«And too I saw just by 18A a pair of devotchka’s neezhnies doubtless rudely wrenched off in the heat of the moment, O my brothers.» (Burgess 2011 25)
nochy
ночь
[noč’]
notte
«So we scatted out into the big winter nochy and walked down Marghanita Boulevard […]» (Burgess 2011 6)
noga
нога
[noga]
piede
«Then I made with the noga, and we backed out lovely, and nobody viddied us take off.» (Burgess 2011 16)
nozh
нож
[nož]
coltello
«This would be real, this would be proper, this would be the nozh, the oozy, the britva, not just fisties and boots.» (Burgess 2011 13)
oddy knocky
одинокий
[odinokij]
solo
«[…] make toast for myself and slooshy the radio or read the gazetta, all on my oddy knocky.» (Burgess 2011 27)
odin dva tree
один два три
[odin dva tri]
uno due tre
«But then I counted odin dva tree and went ak ak ak with the britva, […]» (Burgess 2011 41)
okno
окно
[okno]
finestra
«[…] old Dim chaining the okno till the glass cracked and sparkled in the winter air, […]» (Burgess 2011 21)
oobivat
убивать
[ubivat’]
uccidere
«[…] all these cell-droogs of mine were very shoomny with tales of what I’d done to oobivat this worthless pervert whose krovvy-coverd plott lay sacklike on the floor.» (Burgess 2011 68)
ookadeeted
уходить
[uhodit’]
andarsene, uscire
«But when he’d ookadeeted and I was making this very strong pot of chai, I grinned to myself over this veshch that P. R. Deltoid and his droogs worried about.» (Burgess 2011 31)
ooko
ухо
[uho]
orecchio
«[…] I cracked this veck who was sitting next to me and well away and burbling a horrorshow crack on the ooko or earhole, […]» (Burgess 2011 5)
oomny
умный
[umnyj]
intelligente
«But when we got into the street I viddied that thinking is for the gloopy ones and that the oomny ones use like inspiration and what Bog sends.» (Burgess 2011 40)
oozhassny
ужасный
[užasnyj]
terrificante
«There were real oozhassny animal type vecks among them, […]» (Burgess 2011 54)
oozy
узы
[uzy]
catene
«[…] this would be the nozh, the oozy, the britva, not just fisties and boots.» (Burgess 2011 13)
osooshing
осушить
[osušit’]
prosciugare
«Dim was osooshing the last of the krovvy off.» (Burgess 2011 24)
otchkies
очки
[očki]
occhiali
«[…] with her was this chelloveck who was her moodge, youngish too with horn-rimmed otchkies on him, […]» (Burgess 2011 18)
peet
пить
[pit’]
bere
«Or you could peet milk with knives in it, as we used to say, and this would sharpen you up […]» (Burgess 2011 3)
pishcha
пища
[piŝa]
cibo
«So they put down their fatty pishcha on the table among all the flying paper […]» (Burgess 2011 19)
platch
плач
[plač]
pianto
«They went haw haw haw, viddying old Dim dancing round and fisting the writer veck so that the writer veck started to platch like his life’s work was ruined, going boo hoo hoo […]» (Burgess 2011 19)
platties
платье
[plat’e]
vestito
«So all we did then was to pull his outer platties off, stripping him down to his vest and long underpants […]» (Burgess 2011 7)
plennies
пленный
[plennyj]
prigioniero
«You could hear some of the plennies in their cells cursing and singing […]» (Burgess 2011 51)
plesk
плеск
[plesk]
gorgoglio
«The point was whether to leave the auto to be sobiratted by the rozzes or […] to give it a fair tolchock into the starry waters for a nice heavy loud plesk before the death of the evening.» (Burgess 2011 20)
pletchoes
плечо
[plečo]
spalle
«Then we wore waisty jackets without lapels but with these very big built-up shoulders (“pletchoes” we called them) […]» (Burgess 2011 4)
ploshed
площадь
[ploŝad’]
piazza, area
«They saw themselves, you could see, as real grown-up devotchkas already, what with […] padded groodies and red all ploshed on their goobers.» (Burgess 2011 33)
plott
плоть
[plot’]
carne, corpo
«With my britva I managed to slit right down the front of one of Billyboy’s droog’s platties, very very neat and not even touching the plott under the cloth.» (Burgess 2011 14)
podooshka
подушка
[poduška]
cuscino
«But for the present, little droog, get your bleeding gulliver down on your straw-filled podooshka and let’s have no more trouble from anyone.» (Burgess 2011 66)
pol
пол
[pol]
sesso
«They kept looking our way and I nearly felt like saying the three of us […] should go off for a bit of pol […]» (Burgess 2011 4)
polezny
полезный
[poleznyj]
utile
«I would perform the old ultra-violence on the starry ptitsa and on her pusspots if need be, then I would take fair rookerfuls of what looked like real polezny stuff and go waltzing to the front door […]» (Burgess 2011 46)
pony
понять
[ponât’]
capire
«You could viddy that poor old Dim the dim didn’t quite pony all that, but he said nothing for fear of being called gloopy and a domeless wonderboy.» (Burgess 2011 9)
poogly
пугливый
[puglivyj]
pauroso
«[…] “Yes? What is it?” in a very loud teacher-type goloss, as if he was trying to show us he wasn’t poogly.» (Burgess 2011 6)
pooshka
пущка
[puŝka]
cannone
«As soon as we launched on the shop we went for Slouse who ran it, […] who viddied at once what was coming and made straight for the inside where the telephone was and perhaps his well-oiled pooshka, complete with six rounds.» (Burgess 2011 10)
prestoopnicks
преступник
[prestupnik]
criminale
«Then there was being remanded in filthy custody among vonny perverts and prestoopnicks.» (Burgess 2011 57)
privodeeted
приводить
[privodit’]
condurre
«When I’d finished my rabbit with the stereo he just govoreeted a few slovos of thanks and then I was privodeeted back to the cell on Tier 6 […]» (Burgess 2011 63)
prodding
продавать
[prodavat’]
vendere
«They had no licence for selling liquor, but there was no law yet against prodding some of the new veshches which they used to put into the old moloko, […]» (Burgess 2011 3)
ptitsa
птица
[ptica]
uccello
«[…] there was no real need […] to do the ultra-violent on some shivering starry grey-haired ptitsa in a shop […]» (Burgess 2011 3)
pyahnitsa
пьяный
[p’ânyj]
ubriaco
«When we got outside of the Duke of New York we viddied by the main bar’s long lighted window, a burbling old pyahnitsa or drunkie, […]» (Burgess 2011 12)
rabbited
работать
[rabotat’]
lavorare
«I heard my papapa grumbling and trampling and then ittying off to the dyeworks where he rabbited, […]» (Burgess 2011 28)
radosty
радость
[radost’]
felicità
«More, badness is of the self, the one, the you or me on our oddy knockies, and that self is made by old Bog or God and is his great pride and radosty.» (Burgess 2011 31)
raskazz
рассказ
[rasskaz]
racconto
«You will have little desire to slooshy all the cally and horrible raskazz of the shock that sent my dad beating his bruised and krovvy rockers against unfair like Bog in his Heaven, […]» (Burgess 2011 57)
rassoodocks
рассудок
[rassudok]
ragione, mente
«[…] we sat in the Korova Milkbar making up our rassoodocks what to do with the evening, […]» (Burgess 2011 3)
razdraz
раздражать
[razdražat’]
irritare, far arrabbiare
«[…] and then he got very very razdraz, waving and screaming and losing his guard […]» (Burgess 2011 14)
razrez
разрез
[razrez]
taglio, spaccatura
«This crystal book I had was very tough-bound and hard to razrez to bits […]» (Burgess 2011 7)
razzes
раз
[raz]
volta
«When I’d gone erk erk a couple of razzes on my full innocent stomach, I started to get out day platties from my wardrobe, […]» (Burgess 2011 32)
rooker/rockers
рука
[ruka]
mano
«Pete had a rooker (a hand, that is), Georgie had a very fancy one of a flower, […]» (Burgess 2011 4)
rot
рот
[rot]
bocca
«These sharps were dressed […] with purple and green and orange wigs on their gullivers, […] and make-up to match (rainbows round the glazzies, that is, and the rot painted very wide).» (Burgess 2011 4)
Russky
русский
[russkij]
russo
«And then the disc in the stereo twanged off and out (it was Johnny Zhivago, a Russky koshka, singing […]» (Burgess 2011 22)
sabog
сапог
[sapog]
stivale
«[…] he stabbed this veck’s foot with his own large filthy sabog.» (Burgess 2011 22)
sakar
сахар
[sahar]
zucchero
«[…] I was brought some nice hot chai with plenty of moloko and sakar […]» (Burgess 2011 80)
sammy
самый
[samyj]
stesso
«The next thing was to do the sammy act, which was one way to unload some of our cutter […]» (Burgess 2011 8)
scooped
скупать
[skupat’]
accaparrarsi
«And he scooped this ill-gotten pretty into his trouser carmans, […]» (Burgess 2011 38)
scoteenas
скот
[skot]
bestia
«And we could viddy one or two [cats], great fat scoteenas, jumping up on to the table with their rots open going mare mare mare.» (Burgess 2011 44)
shaikas
шайка
[šajka]
banda
«[…] or for that matter any of the other bandas or gruppas or shaikas that from time to time were at war with one.» (Burgess 2011 25)
sharries
шары
[šary]
sfere
«Everything as easy as kiss-my-sharries.» (Burgess 2011 12)
shest
шест
[šest]
asta
«I wanted like a big feast of it before getting my passport stamped, my brothers, at sleep’s frontier and the stripy shest lifted to let me through.» (Burgess 2011 25)
shilarny
желание
[želanie]
desiderio
«If you need pretty polly you take it. Yes? Why this sudden shilarny for being the big bloated capitalist?» (Burgess 2011 40)
shiyah
шея
[šeâ]
collo
«And I made sure my so-called droogs were in it, right up to the shiyah.» (Burgess 2011 54)
shlaga
шлагбаум
[šlagbaum]/ шланг
[šlang]
sbarra/tubo
«And there were devotchkas ripped and creeching against walls and I plunging like a shlaga into them, […]» (Burgess 2011 27)
shlapa
шляпа
[šlâpa]
cappello
«When I opened up he came shambling in looking shagged, a battered old shlapa on his gulliver, his raincoat filthy.» (Burgess 2011 29)
shlemmies
шлем
[šlem]
casco
«[…] it was only two very young rozzes that came in, very pink under their big copper’s shlemmies.» (Burgess 2011 11)
shoomny
шумный
[šumnyj]
rumoroso
«Then he let out a very shoomny smeck – “Ho ho ho” – […]» (Burgess 2011, 8)
shooms
шум
[šum]
rumore
«The old veck began to make sort of chumbling shooms – “wuf waf wof” – […]» (Burgess 2011 7)
shoot
шут
[šut]
buffone
«I viddied then, of course, what a bezoomny shoot I was not to notice that it was the hypodermic shots in the rooker.» (Burgess 2011 86)
skazatted
сказать
[skazat’]
dire
«None of them skazatted a word or nodded even.» (Burgess 2011 24)
skorriness
скорость
[skorost’]
velocità
«[…] this old ptitsa had come up behind me very sly and with great skorriness for her age […]» (Burgess 2011 47)
skorry
скоро
[skoro]
velocemente
«[…] you may, O my brothers, have forgotten what these mestos were like, things changing so skorry these days and everybody very quick to forget, […]» (Burgess 2011 3)
skriking
скрести
[skresti]
raschiare, graffiare
«[…] and, my balance being a bit gone, I went really crash this time, on to sploshing moloko and skriking koshkas, […]» (Burgess 2011 48)
skvatted
схватить
[shvatit’]
prendere
«And then Pete skvatted these three books from him and handed them round real skorry.» (Burgess 2011 6)
sladky
сладкий
[sladkij]
dolce
«[…] I drink this very strong chai with moloko and spoon after spoon after spoon of sugar, me having a sladky tooth […]» (Burgess 2011 31)
slog
злог
[zlog]
etto
«[…] he took a bottle from a cupboard in his desk and started to pour himself a real horrorshow bolshy slog into a very greasy and grahzny glass.» (Burgess 2011 72)
sloochatting
случаться
[slučat’sâ]
accadere
«[…] the whole veshch really a very humorous one if you could imagine it sloochatting to some other veck and not to Your Humble Narrator.» (Burgess 2011 48)
slooshy
слушать
[slušat’]
sentire
«Then you could slooshy panting and snoring and kicking behind the curtain and veshches falling over and swearing and then glass going smash smash smash.» (Burgess 2011 10)
slovos
слово
[slovo]
parole
«This chelloveck sitting next to me […] was well away with his glazzies glazed and sort of burbling slovos like “Aristotle wishy washy works outing cyclamen get forficulate smartish”.» (Burgess 2011 4)
smeck
смех
[smeh]
riso
«[…] there was no real need […] to do the ultra-violent on some shivering starry grey-haired ptitsa in a shop and go smecking off with the till’s guts.» (Burgess 2011 3)
smot
смотреть
[smotret’]
guardare
«He took a very close smot at me but then went back to being like kind and cheerful […]» (Burgess 2011 118)
sneety
сниться
[snit’sâ]
apparire in sogno
«But I let on to be back in sleepland and then I did doze off real horrorshow, and I had a queer and a very real like sneety, dreaming for some reason of my droog Georgie.» (Burgess 2011 28)
sobiratted
собирать
[sobirat’]
raccogliere
«The point was whether to leave the auto to be sobiratted by the rozzes or, us feeling like in a hate and murder mood, to give it a fair tolchock […]» (Burgess 2011 20)
soomka
сумка
[sumka]
borsa
«[…] You filthy old soomka […]» (Burgess 2011 48)
soviet
совет
[sovet]
consiglio
«”Now,” I said, and it was me that was starting, because Pete had given old Dim the soviet not to uncoil the oozy from round his tally and Dim had taken it, […]» (Burgess 2011 41)
spatchka
спячка
[spâčka]
letargo
«”Best we go off homeways and get a bit of spatchka,” said Dim.» (Burgess 2011 24)
splooge
сплющить
[splûŝit’]
schiacciare
«[…] this rich beat-up chelloveck had raged like real bezoomny and gone for them all with a very heavy iron bar. […] Georgie had tripped on the carpet and then brought this terrific swinging iron bar crack and splooge on the gulliver, […]» (Burgess 2011 58)
spoogy
испуганный
[ispugannyj]
spaventato
«Now all the cats were getting spoogy and running and jumping in a like cat-panic, […]» (Burgess 2011 47)
starry
старый
[staryj]
vecchio
«[…] there was no real need […] to do the ultra-violent on some shivering starry grey-haired ptitsa […]» (Burgess 2011 3)
stoolies
стул
[stul]
sedia
«I was in bumpy darkness, with beds and cupboards and bolshy heavy stoolies and piles of boxes and books about.» (Burgess 2011 45)
strack
страх
[strah]
paura, terrore
«[…] I was not your handsome young Narrator any longer but a real strack of a sight, my rot swollen and my glazzies all red and my nose bumped a bit also.» (Burgess 2011 51)
tally
талия
[taliâ]
(giro)vita
«Old Dim said: “Oh no, not right that isn’t,” and made to uncoil the chain round his tally, […]» (Burgess 2011 40)
tolchock
толчок
[tolčok]
spintone
«Our pockets were full of deng, so there was no real need from the point of view of crasting any more pretty polly to tolchock some old veck in an alley […]» (Burgess 2011 3)
toofles
туфли
[tufli]
scarpe
«Then I put my nogas into very comfy woolly toofles, […]» (Burgess 2011 29)
vareeting
варить
[varit’]
bollire
«[…] I might perhaps […] itty off to the old skolliwoll and see what was vareeting in that great seat of gloopy useless learning, O my brothers.» (Burgess 2011 27)
veck
человек
[čelovek]
persona
«[…] tolchock some old veck in an alley and viddy him swim in his blood while we counted the takings and divided by four, […]» (Burgess 2011 3)
veshches
вещь
[veŝ’]
cose
«[…] there was no law yet against prodding some of the new veshches which they used to put into the old moloko, so you could peet it with vellocet or synthemesc or drencrom […]» (Burgess 2011 3)
viddy
видить
[vidit’]
vedere
«[…] tolchock some old veck in an alley and viddy him swim in his blood while we counted the takings and divided by four, […]» (Burgess 2011 3)
vino
вино
[vino]
vino
«[…] he went grinning and going er er and a a a for this veck’s dithering rot, crack crack, first left fistie then right, so that our dear old droog the red – red vino on tap and the same in all places, like it’s put out by the same big firm – started to pour and spot the nice clean carpet […]» (Burgess 2011 19)
voloss
волос
[volos]
capelli
«What was ittying on was that this starry ptitsa, very grey in the voloss and with a very liny like litso, […]» (Burgess 2011 43)
von
вон
[von]
odore
«Billyboy was something that made me want to sick, […] and he always had this von of very stale oil that’s been used for frying over and over, […]» (Burgess 2011 13)
vred
вред
[vred]
danno
«Billyboy had a nozh […] but he was a malenky bit too slow and heavy in his movements to vred anyone really bad.» (Burgess 2011 15)
yahma
яма
[âma]
buco
«Then he let out a very shoomny smeck – “Ho ho ho” – pretending to start wiping his yahma with [the letter].» (Burgess 2011 8)
yahzick
язык
[âzyk]
lingua
«Then I tooth-cleaned and clicked, cleaning out the old rot with my yahzick or tongue, […]» (Burgess 2011 26)
yarbles
яйца
[âjca]
uova, palle
«[…] Come and get one in the yarbles, if you have any yarbles, you eunuch jelly, thou.”» (Burgess 2011 14)
yeckated
ехать
[ehat’]
andare
«We yeckated back townwards, my brothers, […]» (Burgess 2011 20)
zammechat
замечательный
[zamečatel’nyj]
straordinario
«[…] had to submit to the strange and weird desires of Alexander the Large which […] were choodessny and zammechat […]» (Burgess 2011 36)
zasnoot
заснуть
[zasnut’]
dormire
«So the he started on me, me being the youngest there, trying to say that as the youngest I ought to be the one to zasnoot on the floor and not him.» (Burgess 2011 65)
zheena
жена
[žena]
moglie
«The writer veck and his zheena were not really there, bloody and torn and making noises.» (Burgess 2011 20)
zoobies
зубы
[zuby]
denti
«Pete held his rookers and Georgie sort of hooked his rot wide open for him and Dim yanked out his false zoobies, upper and lower.» (Burgess 2011 7)
zvonock
звонок
[zvonok]
campanello
«There was a bellpush and I pushed, and brrrrrrr brrrrr sounded […]. So I pushed the old zvonock a malenky bit more urgent.» (Burgess 2011 44)
zvook
звук
[zvuk]
suono, rumore
«But there were the golosses of millicents telling them to shut it and you could even slooshy the zvook of like somebody being tolchocked […]» (Burgess 2011 51)

9.2 Nomi e toponimi russi

Occorrenza nel romanzo
Stringa di testo
Molotov
«[…] [they were] shuffling through the new pop-discs – Johnny Burnaway, Stash Kroh, The Mixers, Lay Quiet Awhile With Ed And Id Molotov, and all the rest of that cal» (Burgess 2011 33)
Zhivago
«[…] it was Johnny Zhivago, a Russky koshka, singing […]» (Burgess 2011 22)
Brodsky
«Brodsky will deal with him tomorrow and you can sit in and watch Brodsky.» (Burgess 2011 69)
Gagarin
«Namely, that bit of shop-crasting in Gagarin Street.» (Burgess 2011 136)

Riferimenti bibliografici
Burgess A. 2011, A Clockwork Orange, London: Penguin Essentials
Biswell A. 2005, The real life of Anthony Burgess, Picador
Orwell G. 2008, 1984, London: Penguin

Traducibilità del gergo criminale russo nelle intercettazioni telefoniche in Italia

Traducibilità del gergo criminale russo nelle intercettazioni telefoniche in Italia

Michela Cobelli

Fondazione Milano

Milano Lingue http://www.fondazionemilano.eu/lingue/

Scuola Superiore per Mediatori Linguistici

via Alex Visconti, 18 20151 MILANO

Relatore: professor Bruno Osimo

Diploma in Mediazione linguistica

dicembre 2013

© Michela Cobelli per l’edizione italiana 2013

La traslitterazione dal russo è stata eseguita in conformità alla norma ISO/R 9:1995.

Abstract in italiano

Il proposito è affrontare il problema della traducibilità del gergo criminale russo nella realtà giudiziaria italiana. Partendo da alcuni stralci di intercettazioni telefoniche sono analizzate espressioni gergali russe da un punto di vista storico, linguistico e culturale. Più gli intertesti del gergo criminale russo sono impliciti, maggiore è per il mediatore linguistico la difficoltà di decodificarli perché i numerosi residui necessitano di una traduzione metatestuale. Nell’ultima parte è approfondita la figura del mediatore linguistico che deve tenere conto delle differenze culturali per tradurre il messaggio superficiale, ma anche le sue implicazioni. Si cerca di spiegare usi e costumi della criminalità russa.

English abstract

The purpose is to tackle the problem of translating Russian criminal slang in Italian judicial inquiries. Starting from a series of wiretap extracts, Russian slang expressions have been examined from a historical, linguistic and cultural point of view. The more the Russian criminal slang intertextuality is implicit, the harder the task of the translator, who must be able to take into account all the relevant cultural differences and ensure that neither what is explicit nor what is implicit is lost in translation. The project also explains the customs and traditions of Russian criminality.

Резюме на русском языке

Цель настоящей работы – рассмотреть вопрос переводимости русского воровского жаргона в итальянской судебной практике. В ходе работы, начиная с прослушивания нескольких телефонных разговоров, проанализированы некоторые российские жаргонные выражения с исторической, языковой и культурной точки зрения.Следует отметить, что, чем больше интертекст является имплицитным, тем больше у переводчика встречается трудностей при переводе, т.к. остаточные элементы необходимо передать посредством метатекстового перевода. Переводчик должен принять во внимание культурные различия и не только перевести поверхностные сообщения, но и их импликации. Кроме того, в данной работе затронуты обычаи русского преступного мира.

INDICE

1 PREFAZIONE……………………………………………………………………………………………………………………………5

1.1 Il gergo………………………………………………………………………………………………………………………………..5

2 LE INTERCETTAZIONI IN ITALIA……………………………………………………………………………………………………7

2.1 Le Forze di polizia………………………………………………………………………………………………………………….9

2.2 Contrabbando…………………………………………………………………………………………………………………….11

2.3 Ricettazione……………………………………………………………………………………………………………………….13

2.4 Le parolacce:Il mat russo………………………………………………………………………………………………………17

2.5 Gerarchia criminale……………………………………………………………………………………………………………..19

2.6 Il ruolo delle donne……………………………………………………………………………………………………………..24

2.7 La droga…………………………………………………………………………………………………………………………….27

3 MEDIAZIONE LINGUISTICA: ASPETTI E DIFFICOLTÀ DELLA TRADUCIBILITÀ DEL GERGO E DELLA MEDIAZIONE GIURIDICA……………………………………………………………………………………………………………32

4 APPENDICE……………………………………………………………………………………………………………………………35

5 RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI…………………………………………………………………………………………………….39

1 PREFAZIONE

1.1 Il gergo

Nella mitologia greca Argo era il nome della nave che portò Giasone e gli Argonauti alla conquista del vello d’oro, dalla Grecia alla Colchide, sulle estreme rive del Mar Nero. Si diceva che la polena della nave potesse comprendere tutte le lingue ma che ne parlasse una sola, la “lingua degli uccelli”, comprensibile solamente mediante la magia (Argonautiche 2003). Dal francese argot, che inizialmente era la parlata della malavita e dei militari,in italiano il «gergo» è una forma di linguaggio utilizzata da certi gruppi sociali che non vogliono essere compresi da persone estranee al gruppo, e è configurata come un codice segreto, la cui funzione criptica da un lato esclude gli altri dalla comunicazione e dall’altro rafforza i legami e il senso di coesione interna, visto che i gerganti condividono attività, esperienze e ambiti di vita comuni (Treccani).Dal punto di vista linguistico il gergo, secondo la definizione di Cohen (1919) si appoggia su una lingua o su un dialetto preesistenti, sui quali si innesta un nuovo lessico, attraverso un processo definito appunto di rilessicalizzazione e di risemantizzazione, che implica l’utilizzo di particolari procedimenti fonomorfologici nella formazione di parole nuove e l’impiego massiccio di metonimie e metafore, sineddochi e altre figure retoriche, capaci di creare sempre nuove relazioni semantiche, a volte anche complesse, specie quando si basano sul gioco contrastivo fra lingua e dialetto. I gerghi storicamente attestati in Italia risalgono al tardo medioevo e si dividono tradizionalmente in due gruppi, quelli della malavita e quelli di mestiere. La linea di demarcazione non è sempre facilmente tracciabile, dato che la storia della malavita e del vagabondaggio, in cui si riconoscono alcune categorie di emarginati sociali (delinquenti, giostrai e giocolieri, ciarlatani, truffatori, questuanti, mendicanti e imbonitori), si mescola con la storia dei lavoratori migranti, che passano di paese in paese e di casa in casa nell’esercizio dei loro mestieri, come i calderai, i seggiolai, gli arrotini, gli spazzacamini, i muratori, i ciabattini, eccetera. Oggi, il linguaggio giovanile è considerato una sorta di gergo, perché è usato per lo più nell’interazione verbale all’interno del gruppo e è caratterizzato da un insieme di lessemi espressivi, metaforici distribuiti per aree geografiche. Il termine si è esteso a indicare i lessici speciali, infatti si usa spesso parlare di gergo burocratico, gergo sportivo, gergo giornalistico. Si può parlare di gergo studentesco anche se esso non caratterizza un ceto sociale, perché il gruppo non è stabile ma in continuo ricambio e in esso c’è un’esigenza di differenziazione che nasce da un particolare stato d’animo: un’opposizione polemica dello studente nei confronti dei suoi superiori (Beccaria 1973).

Studiare l’etimologia delle espressioni gergali russe è un compito straordinariamente difficile, poiché la formazione di queste parole è di gran lunga più ampia di quelle della lingua letteraria e si creano sulla base di elementi di diversi sistemi lessicali della lingua russa, ad esempio:

1. арбуз (arbùz) nella lingua letteraria significa «cocomero», in gergo ha il significato di «testa».

2. рожак (ròžak) è un’espressione puramente popolare e significa «testa».

3. бобочка (bòbočka) viene dal dialetto di Kursk боба, e in gergo vuol dire «camicia».

4. литерка (lìterka) è un socioletto: viene dalla parola литер (lìter) «documento di viaggio» ma in gergo militare significa «luogotenente».

5. шопник (šòpnik) viene dall’inglese shop e vuol dire «ladro specializzato nei furti nei negozi».

6. гасиловка(gasìlovka) è un’espressione gergale per dire «rissa» e ha origine sì dal verbo гасить (gasìt’) che in russo vuol dire «reprimere, soffocare», ma il suo significato è influenzato dal gergo giovanile, per il quale гасить (gasìt’) significa «fare a pugni» (Gračev 2009).

Il gergo russo si è formato negli ambienti malavitosi alla fine del Settecento quando lo zar Pietro I iniziò a varare una serie di riforme che avrebbero reso la Russia uno Stato più stabile e più moderno: tra queste la creazione di un sistema regolare di polizia e un apparato carcerario meglio organizzato. Fino al 1930 venivano arrestati e rinchiusi in carcere o nelle colonie penali gruppi di rivoluzionari o delinquenti comuni, ma è dal 1934, in seguito all’assassinio di Sergej Mironovič Kirov, importante esponente del partito comunista sovietico strettamente legato a Stalin, che cominciano«le grandi purghe» (Большой террор) ovvero la persecuzione su vasta scala di criminali, oppositori politici o sospetti tali, collaboratori di fiducia di Stalin, membri del governo, dell’esercito e della polizia politica, con accuse che andavano dal tradimento, alla cospirazione controrivoluzionaria, al sabotaggio o a alleanze con nemici dell’Unione Sovietica all’estero (Rjazanovskij 2008). Se non condannati subito a morte, i detenuti erano costretti ai lavori forzati e vivevano in condizioni disumane, tanto che spesso morivano di stenti o suicidi. I gulag nati per essere luoghi di rieducazione e di reinserimento nella società, diventarono in realtà delle vere e proprie scuole per il crimine, in cui i detenuti si univano in bande, reclutavano propri adepti e, una volta fuori, organizzavano delle vere e proprie gang. In carcere ai vertici di questi gruppi vi erano i ворвзаконе (vor v zakòne), i cosiddetti «ladri nella legge»: figure importantissime e ancora oggi molto influenti nel mondo criminale della Russia, come vedremo più avanti. Questi «ladri nella legge» obbediscono a un codice non scritto (la legge) di completa sottomissione alle leggi della vita criminale, tra cui il rifiuto del lavoro e delle attività politiche, l’obbligo di non collaborare con le autorità, di non avere una famiglia, non avere commerci, né soldi dichiarati, né case e nemmeno un indirizzo di residenza (Gurov 1990).

È quindi nei gulag che si inizia a parlare in феня(fénija): il gergo criminale russo. L’espressione gergale Ботатьпофене (bòtat’ po féne) vuol proprio dire «parlare nel gergo dei ladri»; con la sua variante фeнибoтать (féni bòtat’). Nonostante in russo «parlare» si dica говорить (govorìt’), la parola ботать (bòtat’) probabilmente viene dalla parola russa болтать (bòltat’) che significa «chiacchierare, parlare molto», e è entrata nell’uso colloquiale in forma gergale dopo varie rilessicalizzazioni di espressioni dialettali. In origine, ботатьнаофене (bòtat’ na oféne), voleva dire «parlare la lingua degli ofeni», gli офени (oféni), erano venditori ambulanti, per lo più vagabondi che commerciavano piccole merci, la cui parlata ha esercitato una grandissima influenza sul gergo russo. Dagli anni 1910-1930 la parola феня (fénja), senza la vocale iniziale «o», venne usata per distinguere il vero e proprio gergo criminale russo. Esiste anche un gioco di parole фенявботах (fénija v bòtah), che significa «conoscere il gergo dei ladri senza appartenere al mondo criminale» (Gračev 2009).

2 LE INTERCETTAZIONI IN ITALIA

In Italia, l’intercettazione, prevista e disciplinata dall’articolo 266 (e seguenti) del codice di procedura penale, è un mezzo tramite il quale si ricerca la prova di un reato e è consentita in caso di delitti non colposi per i quali è prevista la pena dell’ergastolo o la reclusione per un periodo superiore a cinque anni: delitti contro la pubblica amministrazione, delitti riguardanti sostanze stupefacenti, armi o sostanze esplosive, delitti di contrabbando, reati di ingiuria, minaccia, usura, attività finanziaria abusiva, manipolazione del mercato e molestie telefoniche.

Il pubblico ministero, laddove vi siano gravi indizi di reato, richiede al giudice per le indagini preliminari (salvo ipotesi d’urgenza) l’autorizzazione a disporre di un’intercettazione ambientale o telefonica mediante decreto motivato in cui indica modalità e durata delle operazioni. Di norma la durata non può superare i quindici giorni, ma è rinnovabile per periodi di ulteriori quindici giorni fino a un massimo di ventiquattro mesi nei casi di reati più gravi. Le comunicazioni intercettate sono registrate e trascritte, anche sommariamente, in un verbale e entro cinque giorni dalla conclusione delle operazioni sono disposte in segreteria. I verbali e le registrazioni sono conservati integralmente presso il Pubblico Ministero che ha disposto l’intercettazione fino alla sentenza non più soggetta a impugnazione. Dopo di ché possono essere distrutte (Repubblica 2013).

A causa delle leggi sulla segretezza e sulla privacy che tutelano queste operazioni e i loro interessati, non mi è stato possibile accedere personalmente ai verbali di procedimenti penali o alle intercettazioni telefoniche effettuate da vari organi di polizia italiana nella lotta contro la piccola criminalità russa presente sul territorio milanese. L’unica soluzione, meno ambiziosa, ma ugualmente interessante, è stata quella di ricevere oralmente gli stralci di intercettazioni di seguito analizzate. Il lavoro di ricerca è tutto documentabile.

2.1 Le forze di polizia

Prototesto

Traduzione denotativa

Traduzione culturale

I: какие были мусора?

U: были чёрные и эти местные.

I: всех пошугали.

I: Quali spazzature c’erano?

U: C’erano i neri e i locali.

I: Si sono tutti spaventati.

I: Che forze dell’ordine c’erano?

U: C’erano i Carabinieri e la Polizia Locale.

I: Si sono spaventati tutti.

Il testo è uno stralcio di intercettazione dei Carabinieri di Milano e riguarda un tentativo di rapina ai danni di una banca nei pressi di Milano. Qui e negli estratti successivi, la lettera I indica l’Intercettato, la lettera U l’utente che risponde.

La parola мусoр (mùsor) in russo significa «spazzatura» e nel gergo moderno viene attribuita a un rappresentante delle forze dell’ordine, anche se, quando comparve nel lessico degli emarginati sociali all’inizio del Novecento, indicava, in particolare, un «agente della polizia investigativa». Nonostante esista in ebraico la parola mùser che significa «guida, direttiva», la maggior parte delle parole gergali che si riferiscono agli organi di polizia ha una connotazione totalmente negativa, pertanto il nesso figurativo alla spazzatura è il più plausibile. I criminali usano altri termini per nominare la polizia in genere: ad esempio, мент(ment), parola usata nei discorsi criminali agli inizi del Novecento e tuttora diffusissima nella lingua colloquiale, nel gergo criminale si riferisce a un qualsiasi rappresentante delle forze dell’ordine. In ungherese mente (in russo ментик, méntik) era il nome della giacca corta della divisa dell’esercito austro-ungarico e i detenuti dei gulag la utilizzavano per nominare i propri aguzzini.

Un’altra importante parola contenuta nei giuramenti e nelle canzoni criminali, è гат (gat). Ci sono varie ipotesi sull’origine di questo termine: la prima è che probabilmente proviene dalla parola russa каторга (katòrga) «ergastolo», quindi гат (gat) indica «una persona che ha l’autorità di punire un’altra negandole la libertà», la seconda è che può avere origine da кат (kat) che significa «carnefice» e a sua volta derivante dalla parola russa катать (katàt’) «frustare» e «picchiare». La terza ipotesi, avvalorata dal fatto che tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento la lingua criminale russa è stata influenzata da tanti germanismi, vuole che la parola гат (gat), provenga dal tedesco Gat«cella di isolamento». Detto questo, in russo, il termine гат (gat) assume due sfumature: indica un giustiziere che ha la possibilità di mandare un detenuto in isolamento e, riferito ai criminali rei di aver compiuto atti riprovevoli o di tradimento nei confronti dei propri compagni, significa «infame». In russo standard la parolaгад(gad) vuol dire «canaglia, vigliacco».

Da questi termini, derivano anche i sostantivi che indicano le stazioni di polizia: мусарня(musàrnja) eгадиловка(gadìlovka), espressioni puramente gergali, e ментовка(mentòvka),entrata nella lingua comune, tutte sempre con una connotazione dispregiativa.

In altre intercettazioni, non prese in esame, i rappresentanti delle forze dell’ordine vengono chiamati con nomi di animali, proprio per sottolineare il disprezzo e lo spregio nei loro confronti: легавые (legavýe), «cani da ferma»,пёс (pës) «cagnaccio», барбoс(barbòs) «cane da guardia» spesso tenuto in cortile, собака(sobàka) «cane», сука (sùka) «cagna»,дятел (djàtel)«picchio», perché rimanda all’atto del picchiare, дракон (drakòn) «drago» e змей(zmej) «serpente» (Gračev 2009).

In Russia il corpo di polizia (Полиция) dipende dal Ministero degli affari interni (Министерство внутренних дел Российской Федерации)e è riconoscibile per il colore blu scuro della divisa, il berretto con visiera e la targhetta identificativa (questa uniforme è entrata in vigore dal 2012 al posto di quella di colore grigio scuro). In Italia, invece, esistono cinque forze di polizia nazionali, la Polizia di Stato, i Carabinieri, la Guardia di Finanza, la Polizia Penitenziaria e il Corpo Forestale dello Stato, le quali dipendono da ministeri diversi. Chi si occupa di indagini è la Procura con la collaborazione, in particolare, di tre di queste: La Polizia di Stato, dipendente dal Ministero dell’Interno del Dipartimento Pubblica Sicurezza, che vigila sul mantenimento e la tutela dell’ordine pubblico; l’Arma dei Carabinieri, forza militare di polizia in servizio permanente di pubblica sicurezza con collocazione autonoma nell’ambito del Ministero della Difesa; la Guardia di Finanza, forza di polizia a ordinamento militare, dipendente direttamente dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Questi tre corpi di polizia al di là delle loro competenze sono riconoscibili per le uniformi diverse che indossano, tanto che tra i criminali russi in Italia, è uso comune identificarli proprio per il colore della loro divisa. I poliziotti sono chiamati «i blu», синие (sìnie), i carabinieri «i neri»чёрныеërnye), i finanzieri «i grigi»серые(sérye). I poliziotti della polizia locale, invece, un servizio di polizia fornito dagli enti locali statali, con competenza riferita al territorio dell’ente dal quale dipende, sono chiamati местные (méstnye)«i locali».

2.2 Contrabbando

Prototesto

Traduzione denotativa

Traduzione culturale

U: Васия, у тебя дым остался?

I: да чтото есть а что тебе надо?

U: оставь мне шесть Марусьек красных и четырые Маруськи белых.

U: Vasija, ti è rimasto del fumo?

I: Si, c’è qualcosa. Cosa ti serve?

U: Lasciami sei marus’ka rosse e quattro bianche.

U: Vasija, ti è rimasto del tabacco?

I: Si, c’è qualcosa. Cosa ti serve?

U: Sei Marlboro rosse e quattro Marlboro light.

 

Questo estratto di intercettazione telefonica è stato estrapolato da una conversazione durante un’indagine della Guardia di Finanza di Milano sul contrabbando di sigarette. Il venerdì mattina, al parcheggio della fermata della metropolitana Cascina Gobba a Milano, c’è un mercato, al cui interno sono stati scoperti traffici illeciti coperti da attività legali. Furgoncini provenienti dall’est europeo trasportano turisti in Italia, pressoché ignari che lo stesso autista nasconda partite di sigarette contraffatte che poi rivenderà in Italia. Nonostante alla fine del 2012 (Il Giorno, 17/12/2012) siano stati sequestrati alcuni lotti di materiale contraffatto e siano stati arrestati i responsabili, sembra che questa attività non sia ancora cessata.

Il contrabbando dei tabacchi consiste nell’introduzione clandestina di sigarette nel territorio italiano in violazione delle leggi doganali. L’articolo 291 bis del Decreto del Presidente della Repubblica del 23 Gennaio 1973 numero 43 punisce chiunque introduce, vende, trasporta, acquista o detiene nel territorio italiano un quantitativo di tabacco lavorato estero di contrabbando superiore a dieci chilogrammi convenzionali. La pena prevista è sia la multa di Euro 5,00 per ogni grammo di prodotto contrabbandato, sia la reclusione da due a cinque anni. La pena è aumentata se il contrabbando è effettuato con mezzi di trasporto appartenenti a terze persone estranee al reato. E’ previsto, inoltre, che la multa passi a Euro 25,00 per ogni grammo di prodotto e la reclusione da tre a sette anni, se il reato è commesso utilizzando mezzi di trasporto fraudolentemente alterati per occultare le sigarette, se il reato è commesso facendo uso di armi o utilizzando società di persone o di capitali. L’aggravante viene contestata quando, ad esempio, il tir utilizzato per il trasporto presenti un doppio fondo ove occultare il tabacco lavorato estero o altri artifizi idonei ad eludere i controlli doganali. La legge è ancora più severa se il contrabbando è gestito da una associazione costiuita da tre o più persone; in tal caso, l’articolo 291 quater, prevede la reclusione da tre ad otto anni per coloro che hanno costituito l’associazione per delinquere e, per i partecipanti all’associazione, la pena della reclusione da uno a sei anni. Lo Stato, quindi, punisce pesantemente il traffico di sigarette sia in termini di reclusione, sia di multa e a ciò si deve aggiungere che è sempre ordinata la confisca dei mezzi di trasporto modificati ad hoc ed utilizzati nel contrabbando.

In gergo criminale il contrabbandiere (контрабандист, kontrabandìst, in russo standard) viene chiamato Авиатор(aviàtor) che in russo significa «pilota». Дым (dym) in russo significa «fumo» e è un termine generico di riferimento al tabacco, in russo табак (tabàk).Маруська(Marùs’ka), invece, è una variante familiare del nome proprio Мария (Marija) «Maria», leggermente dispregiativo, e in russo è anche un nome usato come variabile metasintattica, cioè indica un elemento generico all’interno di una determinata categoria (per esempio: x, y, tizio, eccetera) ma, in gergo criminale, è un termine più specifico, perché si riferisce alle vere e proprie sigarette, che nella lingua standard si dicono сигареты(sigaréty).

Il colore è un elemento fondamentale per dare forma e nome a soggetti che non devono essere nominati. Il rosso e il bianco, in questo caso, rievocano i colori dei pacchetti delle sigarette Marlboro. Le rosse sono le sigarette contenute nel pacchetto rosso, mentre le bianche sono le sigarette contenute nel pacchetto bianco e sono light. Nel gergo criminale russo i colori evocano anche altri concetti, come ad esempio чёрныйворон (čërnyj vòron) letteralmente significa «corvo nero»: durante le deportazioni staliniane degli anni Venti, i ricercati venivano prelevati dalle loro case di notte, al buio (nero), e portati in prigione sui camion (i corvi, che nel leggendario comune sono animali che portano disgrazie) (Gračev 2009).

2.3 Ricettazione

Prototesto

Traduzione denotativa

Traduzione culturale

U: а где они оставили вчерашнюю тачку?

I: там, за колоньо. она же палёная.

U: у тебя ксива есть, вчера братанызапалили свою тачкую. их чут не приняли чёрные. успели слинять.

U: Dove hanno messo lacarriola di ieri?

I: Lì, a Cologno. Ma èbruciata.

U: Tu hai i documenti, ieri i fratellihanno bruciatola carriola. E per poco non li hanno presi i neri. Han fatto in tempo a scolorirsi.

U: Dove hanno lasciato l’auto ieri?

I: A Cologno. Ma è stataabbandonata.

U: Tu hai idocumenti, ieri i socihanno abbandonato l’auto perché per poco non venivano presi dai Carabinieri. Han fatto in tempo a filarsela.

Uno dei reati più comuni tra i criminali russi in Italia è il reato di ricettazione. La ricettazione, prevista e punita dall’articolo 648 del Codice penale italiano, si configura quando chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un profitto, acquista, riceve o occulta denaro o cose provenienti da un qualsiasi delitto, al quale egli non abbia partecipato, o comunque si intromette nel farle acquistare, ricevere e occultare. Le bande russe presenti a Milano oltre a rubare auto per smontarle e rivenderne i pezzi, le sottraggono per commettere furti o rapine. In questa intercettazione della Guardia di Finanza di Milano, l’indagine era incentrata su una banda che aveva rubato un’automobile per compiere una rapina in una banca nei pressi di Cologno Monzese a Milano. La parola тачка (tàčka) nella lingua russa significa «carriola». In italiano ha una connotazione negativa, in russo invece è considerata uno strumento pratico e utile perché aveva aiutato l’uomo a portare pesi eccessivi e a alleggerirgli il carico di lavoro, perciò nel gergo criminale per «carriola» s’intende un’automobile idonea per gli scopi prefissati. La parola ксива (ksìva), puramente gergale, è apparsa alla fine dell’Ottocento e inizi Novecento, col significato di «documenti, passaporto». In ebraico kosav significa «approvato» e ktivah «scrittura». Ai tempi dei gulag la ксива (ksìva) era un messaggio scritto molto personale e importante che veniva passato illegalmente da cella a cella, da lager a lager, dal carcere alla libertà e viceversa. Палёнаятачка (palënaja tačka), ovvero «auto bruciata», dal verbo запалить (zapalìt’) «bruciare», non indica un’automobile che è stata letteralmente bruciata, ma che è stata rubata e successivamente abbandonata, perché come in questo caso, con l’arrivo dei Carabinieri, non è stato più possibile portare a termine la rapina. Interessante notare come anche in italiano nell’espressione «un’occasione bruciata», il verbo «bruciare» abbia un valore metaforico e indica «un’occasione sfuggita». L’auto senza libretto si traduce con машина без ксивы (mašìna bez ksìvy), invece левая ксива (lévaja ksìva), letteralmente si traduce come «documento sinistro», ma va inteso come «documento falso», questo perché, nonostante in russo e in italiano i due termini per dire «sinistra» siano etimologicamente diversi, sono entrambi di connotazione negativa. Perché? È stato molto stimolante cercare la risposta a questa domanda. L’aggettivo левый (lévyj) viene dall’antico slavo ecclesiasticoлѣвъ (lěvŭ) e, a sua volta,dal latino laevus el’aggettivo italiano«sinistro»sempre dal latino sinister.In latino questi aggettivi erano sinonimi e presentavano sempre e solo valenze semantiche negative sia nel senso primordiale concreto sia metaforico (ovvero «avverso, perverso, funesto, maligno, cattivo» eccetera). Tuttavia nel linguaggio religioso e esclusivamente con riferimento all’interpretazione dei segni augurali, connessi appunto alle alogicità delle credenze mistiche e superstiziose, sia laevus sia sinister potevano significare sia «beneaugurante, propizio» sia «maleaugurante, infausto», cioè potevano avere valenza semantica antitetica a seconda della credenza religiosa che variava da popolo a popolo e da un’epoca all’altra della storia di un medesimo popolo (Romaniello 2004). Infatti, per i Romani, un evento laevus era di buon auspicio perché “proveniente da oriente”, invece, per i Greci e altri popoli come i Russi, lo stesso evento era considerato infausto. Al contrario, un evento sinister, era maleaugurante per i Romani, ma propizio per i Greci o i Russi. In italiano della parola laevus c’è traccia solo nei linguaggi scientifici (chimica, matematica e medicina)ad esempio in «levogiro»: un composto otticamente attivo capace di far ruotare verso sinistra il piano di una luce polarizzata (Treccani). In russo invece non c’è traccia di parole che abbiano la radice sinister. Interessante quindi è stato notare che nelle due lingue è sopravvissuto il termine che, secondo i dettami della religione, aveva una connotazione negativa rimasta tale fino a oggi (Romaniello 2004).

La mano sinistra, ha anche un’importanza socio-culturale molto rilevante: nella cultura cristiana, era considerata la “mano del diavolo”, il quale è sempre raffigurato mancino e, non a caso, il segno della croce si fa con la mano destra. Negli anni Venti il mancinismo fu associato alla demenza e negli anni Quaranta fu messo in relazione con la dislessia e considerato addirittura una devianza, tanto che i bambini erano costretti a scrivere con la mano destra, fino agli anni Settanta in cui si è smesso di imporre l’uso della mano destra (Mendoza 1995).

Ecco che nel gergo criminale russo i documenti falsi riprendono questo concetto storico-culturale, e sono definiti «documenti sinistri», ovvero «falsi».

Prototesto

Traduzione denotativa

Traduzione culturale

I: а вчера они были на движухе?

U: да. но был стрëм.

I: Ieri erano alla festa?

U: Sì. Ma era pericoloso.

I: Ieri han fatto il colpo?

U: Sì, ma è stato pericoloso.

Particolarmente interessante è stato analizzare le varie espressioni che avvertono un imminente pericolo. Атанда (atàndà) è un’espressione puramente gergale apparsa all’inizio del Novecento, e significa «basta, silenzio non urlate!». È un prestito dal francese Attendant che significa «in attesa». Le varianti di questa parola sono атанде! (atandé), Атандэ! (atandè) «aspettate!» e vogliono dire «attenzione! Prudenza!». Атанда (atàndà) era molto in uso presso i truffatori dei giochi delle carte, e solo dal 1940 è stata introdotta nel gergo dei ladri col significato di «pericolo». Espressioni come стоятьнаатанде (stojàt’ na atandé) «essere prudenti durante il compimento di un reato, avvertendo i complici in caso di pericolo» o метатьатанду (metàt’ atàndu) «rinnegare le proprie parole o le proprie promesse» sono molto usate dai criminali del gergo moderno. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta questo termine si è esteso nel gergo giovanile: атанда!Родителиприехали (atàndà, rodìteli prièhali) «attenti sono arrivati i genitori».

Dal termine атанда (atàndà) deriva la parola атас (atàs), anch’essa entrata successivamente nel gergo giovanile. Alcune espressioni con questo termine sono: стоятьнаатасе (stojàt’ na atàse) «trovarsi in pericolo nel momento del reato e segnalare al complice l’imminente minaccia di pericolo»,атасник (atàsnik) «persona in pericolo durante un reato» e атасказачий (atàs kazàčij) col significato di «rapina» anche se letteralmente significa «pericolo cosacco». I cosacchi furono impiegati durante la rivoluzione russa del 1905 con funzioni di polizia nei confronti dei rivoltosi, spesso per sedare tumulti, affrontare e disperdere cortei di rivoluzionari perciò, a causa della loro fama di feroci combattenti, era sufficiente la diffusione della voce che sarebbero intervenuti i cosacchi, perché cortei di dimostranti si sciogliessero spontaneamente.

Il termine вассер! (vàsser), espressione puramente gergale, è un avvertimento al ladro «attenzione! Pericolo! Guarda là!». Secondo il dizionario di I. P. Vorivod della città kazaka Alma-Ata la parola вассор (vàssor) è apparsa all’incirca nel 1937 col significato di «pericolo, attenzione». Dopo poco tempo questa parola acquisì un altro significato, quello di «un posto vuoto» o di «un affare irrecuperabile». Questo concetto riflette più tardi l’espressione голыйвассор (gòlyj vàssor), letteralmente «pericolo nudo», in gergo«insuccesso». Successivamente si è diffusa l’espressione colloquiale ливердавят (lìver davjàt), ovvero «ti vedono, si sono accorti di te, evidente pericolo» che negli anni Settanta ha cominciato a coincidere con la parola gergale стрём (strëm), usata per lo più nell’espressione быть/стоятьнастрёме (byt’/stojàt’na strëme), ovvero «essere di guardia» nel momento in cui viene commesso un reato (in gergo italiano «fare il palo»), anche se la parola sola viene usata come avvertimento di un pericolo. Il verbo стремить (stremìt’) «tenere d’occhio», viene dal verbo tedesco strömen«scorrere» dell’acqua. Cos’hanno in comune l’acqua e un pericolo? Nel gergo di Odessa вассер! (vàsser), dallo yidish Vàser«acqua!», era un avvertimento specifico, per chi si trovava in mare perché segnalava una perdita d’acqua nelle navi. Tra i ladri russi вода! (vodà) «acqua!» divenne un segnale di emergenza generico. Nel gergo criminale moderno vengono utilizzate una serie di parole con la parola вассер: вася (vàsja), segnale di pericolo e «poliziotto», васёк (vasëk) «giovane cadetto ladro», голыйвассер (gòlyj vàsser) «inutile, irrecuperabile, vino secco, droga diluita». Il termine зекс (zeks)«allarme» ha origine dall’espressione dialettale di Odessa стоятьназексе (stojàt’ na zékse) «stare all’occhio», infatti зекать (zekàt’) nella lingua criminale significa «guardare», dal tedesco sehen «vedere» e dal russo popolare зенки (zénki) «occhi». Ma зекс(zeks) potrebbe provenire anche dal tedesco Sechs «sei»: le guardie carcerarie avevano sei distintivi cuciti sulle loro divise e quando i prigionieri dei gulag avvistavano una guardia in avvicinamento urlavano il numero «sei» per allertare di un imminente pericolo (Gračev 2009).

Движуха (dvižùha) è una parola puramente gergale. Deriva dalla parolaдвижение (dviženie)che significa «movimento» e assume nel gergo il significato di «baldoria, trambusto» e, proprio a seguito di questa immagine, nel gergo giovanile vuol dire «festa». Nel gergo criminale, invece, il vocabolo viene usato per definire «un colpo». Una particolarità interessante è che, in italiano, «fare festa a qualcuno» significa «uccidere o danneggiare una persona»: probabilmente questa espressione deriva dalle antiche esecuzioni capitali che venivano rese pubblicamente e richiamavano tutta la popolazione della zona, come se fosse una festa (Treccani). Non è insolito che un colpo possa essere compiuto lasciando dietro di sé un crimine come un omicidio. Мокрое дело(mòkroe délo) «un affare bagnato», è un omicidio, (l’aggettivo «bagnato» richiama l’immagine del sangue), mentre, сухое дело(suhòe délo) «un affare asciutto», significa che il colpo è avvenuto senza, però, spargimento di sangue.

2.4 Le parolacce: il mat russo

Prototesto

Traduzione denotativa

Traduzione culturale

I: ятутнадбывалтачкупиздатую. Надодвижуху сделать.

I: Ho trovato unacarriolabellissima. Bisogna fare una festa.

I: ho trovato un’automobilefighissima. Bisogna organizzare un colpo.

Questa intercettazione è stata estrapolata dai verbali della Polizia di Stato di Milano e mostra come espressioni volgari e parolacce non manchino nel lessico dei criminali russi. Ma una varietà particolare del turpiloquio russo merita una piccola spiegazione perché si tratta di una cornice culturale prettamente russa e estranea a altre culture: il cosiddetto мат(mat).

Il мат(mat)era il linguaggio sacro usato nei rituali pagani, nuziali, agrari legati alla fertilità della Madre-Terra (Мать Сыра Земля). I principi della fecondità erano associati al culto agrario, riconducibile a una divinità femminile, nella doppia funzione di partoriente e di nutrice, e a una maschile, «fertilizzatrice». La Grande Dea, madre di tutti gli esseri viventi, vegetali, animali e uomini, s’identificava con la Terra, dalla quale tutto originava e alla quale tutto era ricondotto, in un ciclo eterno. Con l’avvento del cristianesimo il мат(mat), che probabilmente deriva da мать (mat’)«madre», venne bandito perché manifestazione dei culti pagani e il suo linguaggio, legato alla sfera della sessualità, era considerato blasfemo (Ledeneva 1998).

La parola матoggi ha diversi significati: scacco matto, materassino da palestra, stuoia, parolaccia e bestemmia. L. I. Skvorzov, noto linguista russo, afferma che letteralmente la parola мат (mat)significa «grido» o «urlo» e è un’onomatopea che riporta ai suoni prodotti involontariamente da varie specie animali nel periodo del calore e a mugolii e ruggiti propri della fase di accoppiamento (Skvorzov 2003). In Russia parlare in pubblico dell’attività sessuale o degli organi genitali è sempre stato un tabù oltre che un reato perseguibile per legge, pertanto, quando vengono trattati questi argomenti, si tende a usare eufemismi o parole prestate dal latino. Il мат (mat) è un codice versatile nel quale l’arcaico si mescola con il moderno: ha la capacità di sfuggire il suo senso erotico descrivendo i sentimenti umani universali, esprimendo ammirazione e disprezzo, estasi e catastrofi. A seconda dell’intonazione, la frase ёб твою мать (ëb tvojù mat’), letteralmente «fotti tua madre», può voler dire sia «non ci credo!» sia «vai a farti fottere!». La frase полный пиздец(pòlnyj pizdéc) «fine assoluta», può voler dire «mandare tutto a puttane» oppure «sono fottuto». Il мат (mat) è formato esclusivamente da lessemi provenienti dalle radici еб– dal verbo ебать (ebàt’)«scopare», пизд- dal sostantivo пизда (pizdà)«figa», e хуй- daхуй (huj)«cazzo»e, sfruttando la flessibilità della lingua russa standard fatta di suffissi e prefissi, giochi di parole e doppisensi, dal мат (mat) si generano immagini antropomorfe: ad esempio, il significato della parola russa «cadere»упасть(upàst’) può essere espressa in tre forme del мат (mat): ёбнуться(ëbnut’sja, da еб), пиздануться(pizdanùt’sja, da pizdà), e хуякнуться(hujaknùt’sja, da huj): è l’orecchio russo che capta le sottigliezze dei tre diversi modi di cadere. Per dire «far niente» si usa la pittoresca espressione хуем груши околачивать(hùem grùši okolàčivat’) «far staccare le pere dall’albero a colpi di cazzo» che in italiano, per mantenere la parola «cazzo»tradurremmo con «cazzeggiare», perdendo, però, completamente la sfumatura spiritosa esistente nell’espressione russa (Erofejev 2003).

In un paese che ha sofferto la mancanza di libertà di parola, il мат (mat) svolge il ruolo di lingua della dissidenza, della protesta contro l’ideologia politica e religiosa e esprime aggressione. Chi ha governato la Russia ha sempre avuto interesse nel controllare la lingua: dagli zar a Lenin che hanno spinto a semplificarne la pronuncia, a Stalin con il suo saggio sulla linguistica da una prospettiva marxista(Stalin, 1950), a Hruščёv che voleva che si scrivessero le parole esattamente come si pronunciavano. Ma è dopo il crollo dell’Unione Sovietica che si rese necessario creare un nuovo vocabolario per decifrare la realtà criminal-capitalistica e l’esistenza di tantissimi neologismi provenienti dal gergo delle prigioni e dal mondo della droga. Quelle parole trasformarono il russo in una lingua ironica, coercitiva e pragmatica. Nello stesso momento il turpiloquio apparve anche nella letteratura. Solženicyn nel suo romanzo Una giornata di Ivan Denisovič rappresenta la parlata dei gulag facendo uso del мат (mat). Ma anche Puškin, Lermontov, Turgenev, Čechov hanno scritto in мат (mat) poesie o lettere personali mai pubblicate perché censurate dall’impero zarista prima e dal regime sovietico, più tardi. Oggi la Russia si divide sul futuro del мат (mat): i proibizionisti (le vecchie generazioni, insegnanti e intellettuali) che lo ritengono pornografico e offensivo, e i permissivisti, contrari a qualsiasi forma di proibizionismo, eppure per i vagabondi, i criminali, i contadini, i militari, gli alcolisti e i tossicodipendenti il мат (mat) non è un oggetto d’analisi, ma il loro ambiente linguistico naturale (Erofejev 2003).

2.5 Gerarchia criminale

Prototesto

Traduzione denotativa

Traduzione culturale

I: тыизсебяфраеранестрой. ятебятримесяцакрышевал.

U: базаранет. ясвоёотработал.

I: Non fare il libero. Ti ho protetto tre mesi.

U: Non c’è discussione. Ho finito di lavorare.

I: Non fare lostronzo. Ti ho protetto per tre mesi.

U: Basta discutere. Mi sono sdebitato lavorando per te.

 

Intercettazione telefonica della Guardia di Finanza di Milano per sospetta estorsione: reato commesso da chi, costringendo taluno con violenza o minaccia a fare o omettere qualcosa, procura a sé o a altri un ingiusto profitto con danno altrui e è punito con la reclusione da cinque a dieci anni e con la multa da euro 516 a euro 2.065 (articolo 629 codice penale).

È difficile dare una spiegazione chiara e definita della parolaфраер(fràer) perché il suo significato ha subìto nei secoli enormi cambiamenti e ogni cultura venuta in contatto con questo termine ne ha «personalizzato» il significato. Innanzitutto è una parola che viene dal tedesco: il Freier nella lingua popolare germanica è «il corteggiatore», e in gergo «la vittima di un reato» o«un cliente dei bordelli», mentre l‘aggettivo frei significa «libero».

Il termine фраер(fràer) in russo è un’espressione puramente gergale introdotta direttamente nel gergo criminale negli anni Venti con diversi significati: una persona oggetto di reato, una persona onesta, un uomo alla moda, un delinquente non professionista, uno stupido, ma anche il braccio destro del ворвзаконе (vor v zakòne). Usato come aggettivo significa «ricco» (probabilmente per un’associazione di pensiero: se una persona è libera, può vestire alla moda e pertanto è ricca) (Mokienko 2009).

Oggi, nella criminalità russa, фраер(fràer) ha un’accezione assolutamente negativa, perché chi è libero è colui che non fa parte del mondo criminale, non rispetta la legge dei ladri, e che, addirittura, può collaborare con la polizia. In italiano, a seconda del contesto, può avere diversi traducenti: nel caso della suddetta intercettazione, la frase intera può essere tradotta come non fare «lo stronzo»,«l’infame» o «l’ingrato».

Sempre nel testo sopra riportato, il verbo крышевать (kryševàt‘) significa «proteggere». Nella criminalità russa il крыша (krýša)«il protettore» è una figura molto importante e non ha nulla a che vedere col pappone di prostitute. Comparve nel maggio 1987 quando il governo sovietico emanò una serie di leggi che regolamentavano le attività individuali e collettive per una ristrutturazione dell’economia nazionale. A Mosca il primo segnale di quella rivoluzione fu il mercato Ryžskij in cui durante i fine settimana i rivenditori indipendenti delle numerose piccole aziende appena nate smerciavano di tutto, dai jeans agli adesivi. I «protettori»fecero la loro comparsa costringendo i commercianti a pagare il pizzo, dando così inizio al racket. La protezione riservata ai commercianti si limitava a evitare che altri крыша (krýša) estorcessero denaro ai propri protetti, poiché di fatto, i rapporti di protezione erano fondati sulla violenza e sulle minacce.Negli anni Novanta entrò in vigore un’altra legge sul settore bancario e in poco tempo nacquero una miriade di banche (tremila nella sola Mosca), le quali successivamente furono obbligate a essere «protette» dai крыша (krýša) e, se i dirigenti rifiutavano qualsiasi tipo di compromesso, soprattutto gestire i soldi sporchi della malavita, venivano uccisi. Insomma, tanto si rafforzava il mondo degli affari, tanto si evolvevano le organizzazioni criminali che diventarono dei veri e propri eserciti addestrati e organizzati, difesi da avvocati e gestiti da esperti della finanza. Il vecchio regime del ворвзаконе (vor v zakòne) si era sgretolato lasciando il posto a una nuova generazione di крыша (krýša), o padrini,caratterizzata dallo stile: ville, residenze lussuose e automobili costose. Negli anni Novanta i padrini controllavano oltre 40.000 società. Negli ultimi dieci anni si sono trasformati in rispettabili uomini d’affari, alcuni di loro sono nella ristretta cerchia d’élite politica e economica e sono diventati veri e propri partner commerciali alla pari. Gestiscono, tutt’oggi, attività legali come le esportazioni di gas e petrolio e, in Europa, vendono materiale e tecnologia nucleare (Gentelev 2011).

Il базар(bazàr) è il «mercato». Quest’espressione gergale, entrata nella lingua colloquiale col significato di «chiasso, baccano», nel gergo vero e proprio significa «conversazione». In italiano è difficile tradurla se si volesse mantenere l’immagine del mercato inteso come luogo di contrattazione di prezzi e di ritrovo, pertanto, nell’esempio della suddetta intercettazione si può tradurre come «non c’è discussione», perché I ha ripagato un debito lavorando per U e ora non vuole più avere niente a che fare col suo protettore.

Prototesto

Traduzione denotativa

Traduzione culturale

U:послущайбратан, можемвсёсработатьчистонатомжеместе.

I:нетбратан. тамоченьстрёмно.

U: дапацанызачасеёразберут.

U: Ascolta fratello, possiamo lavorare tutti in modo pulito in quel posto?

I: No fratello, è molto pericoloso.

U: Ma i ragazzi, la smonteranno in un’ora.

U: Ascolta fratello, è sicuro quel posto?

I: No. È molto pericoloso.

U: Ma i ragazzi, la smonteranno in un’ora.

Dai materiali delle indagini dei Carabinieri di Cassano d’Adda (Milano). In questa intercettazione gli utenti si stanno mettendo d’accordo sull’iter da seguire per il furto di un’auto. I delinquenti rubano le auto o per servirsene per compiere altri reati, o per rivenderne i pezzi. Nel testo in esame, l’auto rubata verrà smontata e impacchettata in un’ora e spedita in Ucraina, Moldavia o nei paesi dell’est. Ai fini delle indagini è utile conoscere quale posizione occupa ciascun membro all’interno della propria banda, perché a seconda del ruolo rivestito, la legge modula diversamente l’entità della pena comminata (articolo 416 bis codice penale , Libro II, Titolo V).

Negli anni Trenta i detenuti delle colonie penali formarono bande, all’interno delle quali esistevano delle regole da rispettare e una struttura gerarchica definita, al cui vertice c’era il ворвзаконе (vor v zakòne) «ladro nella legge», ossia un ladro che obbedisce a un codice i cui membri sono tenuti a rispettare. Secondo la tradizione russa il ladro infrangeva uno dei principi fondamentali su cui si basava l’apparato statale sovietico: l’abolizione della proprietà privata. Il codice d’onore non scritto (la legge dei ladri) prevedeva l’opposizione allo Stato, l’estraneità dalle leggi sovietiche, il rifiuto del lavoro e del matrimonio (Martinetti 1995). I ворвзаконе (vor v zakòne) erano una sorta di confraternita criminale, una casta quasi monastica, cavalleresca che riusciva a dirigere le proprie attività criminali dalle prigioni e che sopravvisse per tutto il periodo staliniano. Si distinguevano nelle prigioni anche per il fatto di presentare uno stile del tutto particolare: erano uomini legati a un mondo ricco di simboli, ladri coperti interamente da tatuaggi e accomunati da un codice linguistico, la феня(fénja). Si diventava ladri nella legge solo dopo una lunga esperienza di carcere e, dopo una sorta di assemblea generale, сходка(shòdka), che si svolgeva nelle stesse prigioni in presenza di altri ladri, si procedeva all’incoronazione del nuovo membro (Varese 2005). L’iniziato veniva presentato da due ladri nella legge che avevano il compito di fornire un resoconto circa la vita criminale del nuovo adepto, ricordando i suoi meriti all’interno del mondo carcerario, dimostrando che è stato fedele alla tradizione e sarebbe stato in grado di consolidare il gruppo dei ladri. Il motivo della discussione sulla candidatura del novizio era quello di scoprire se avesse avuto rapporti con la giustizia. Alla fine della discussione si univano le mani e si procedeva a pronunciare il giuramento, dando al novizio un soprannome. L’incoronazione rappresentava l’ammissione al mondo dei ladri e la notizia a essa relativa veniva diffusa in tutto il paese tramite la posta dei ladri (Martinetti 1995).

Oggi, dopo il crollo dell’Unione sovietica, i discendenti dei ворвзаконе (vor v zakòne) sono i пахан(pahàn) «i padrini». Esistono due teorie sull’origine di questo termine: la prima è che venga dall’espressione colloquiale папахен(papahèn) «paparino», la seconda sostiene che venga dalla parola пахарь (pàhar’) «aratore», un contadino che lavora, un capofamiglia. Tra gli anni Sessanta e Settanta nel gergo criminale gli viene attribuito il significato di «padrino» (Mokienko 2009). Oggi i padrini sono uomini d’affari, entrati nella vita politica ed economica della Russia, gestiscono attività legali come le esportazioni di gas e di petrolio e, in Europa, vendono tecnologia nucleare (Gentelev 2011).

Il braccio destro del padrino è il блатной(blatnòj), colui che ha legami stretti col suo superiore:in origine era una persona che aveva le conoscenze giuste per poter accedere a certi status speciali percorrendo strade più semplici di quelle autorizzate.Блат (blat) in russo è, infatti, «la raccomandazione», proviene dal tedesco Blatt, che significa «foglio di carta» (Ledeneva 1998). Nella Russia imperiale sì iniziò a parlare di blat, favori e raccomandazioni, già nel 1762, quando la zarina Ekaterina la Grande (di origini tedesche) estese la servitù della gleba su larga scala, concedendo terre e contadini ai capi del colpo di stato che l’aiutarono a salire al trono e a tutti i suoi favoriti (Rjazanovskij 2008).

I приблатнённые(priblatnënnye) sono i collaboratori dei блатные(blatnýe). In russo il suffisso при(pri-) indica avvicinamento.

Il шестёрка(šectërka) è, invece,un servo di basso rango destinato a servire i capi della banda perché è considerato un debole. La radice шесть(šest’) «sei» è legata al simbolo del numero «sei»: il distintivo cucito sulla manica dei poliziotti che richiamava un pericolo. Nel gergo russo esiste il verboшестерить (šesterìt’) che significa «fare il ruffiano, il lecchino».

Братан (bratàn) è un accrescitivo della parola Брат (brat), dato dal suffisso -an,e significa«fratello». Anche in italiano i membri di uno stesso gruppo si chiamano «fratelli» tra di loro, ma forse è il termine inglese bro che rende meglio l’idea del legame che unisce i membri delle associazioni criminose, che va al di là dei rapporti di parentela.

пацан(pacàn) è un termine di uso colloquiale, che molto probabilmente deriva dalla parola russa парень(pàren’)«ragazzo».Tra gli anni Trenta e Cinquanta ha subìto una trasformazione entrando a far parte del gergo criminale, e venne usata per indicare un «giovane ladro», mentre negli anni Sessanta veniva chiamato così un giovane candidato a essere un ladro nella legge. Dagli anni Settanta possiede ben quattro significati: 1. Rappresentante privilegiato dei gruppi nella BTK (Воспитательно-трудовая колония), la colonia penale di educazione, in cui venivano reclusi giovani tra i 14 e i 20 anni. 2. Giovane detenuto che infrangeva sistematicamente il regime nel ИТУ (исправительно-трудовая колония), la colonia penale di rieducazione in cui venivano reclusi gli adulti. 3) lesbica attiva 4) il fante nel gioco delle carte. Spesso questo termine viene affiancato da altre parole: пацанзелёный, (pacàn zelënyj) letteralmente «un ragazzo verde» ma col significato di «un ladro adolescente», пацанзолотой (pacàn zolotòj), letteralmente «un ragazzo d’oro», ma col significato di ladro minorenne,пацанправилный (pacàn pràvilnyj) letteralmente «un ragazzo corretto», col significato di un giovane criminale professionale e пацан приморённый (pacàn primorënnyj) letteralmente «ragazzo tormentato», ovvero un giovane allievo della ИТУ, che trasgredisce in modo lieve le regole del codice e viene obbligato a eseguire le pulizie nella cella (Mokienko 2009).

Vi sono, infine, una serie di delinquenti comuni, ex criminali, e individui in genere che, in base alle loro caratteristiche fisiche, sociali o comportamentali, si trovano nei gradini più bassi della scala gerarchica criminale. Tra questi vi sono i мужик (mužik) ovvero «i mugiki», i contadini della steppa, il cui termine assume un senso generico e dispregiativo di «contadino povero, rozzo e zotico», ci sono iчушка (čùška) «porcellini», чухон(čuhòn)«i menefreghisti»,обитенные(obitènnye) «gli offesi», петух(petùh) «i galli» o «i maneschi», козли (kòzli) «i caproni» eccetera (Mokienko 2009).

2.6 Il ruolo delle donne

Prototesto

Traduzione denotativa

Traduzione culturale

I: привет братан! Где Димон?

U: привет братан! Димон свалил в Болонью, его маруха там живёт. он там с нашими пацанами сдыбался.

I: Ciao fratello! Dov’è Dimitrij?

U: Ciao fratello! Dimitrij si è buttato a Bologna. La sua donna vive lì. Egli è entrato in contatto con i nostri ragazzi.

I: Ciao fratello! Dov’è Dimitri?

U: Ciao fratello! Dimitrij è scappato a Bologna. La sua donna vive lì. Egli è in contatto con i nostri ragazzi.

 

Il ruolo che le donne rivestono nelle principali trame criminose è ben diverso da quello degli uomini. Ci sono delitti tipicamente maschili che per le loro modalità particolarmente articolate escludono a priori l’impiego delle donne. Il contrabbando di sigarette, ad esempio, prevede che i viaggi illeciti siano realizzati a bordo di potenti autoarticolati o furgoni, in cui il tabacco viene occultato dietro pesanti e sofisticati carichi di copertura e che in caso di inseguimenti si possano verificare episodi di speronamenti ai danni delle Forze dell’ordine e violente sparatorie.

Le donne sono attive in altri reati, in fasi differenti e a livelli molteplici, da quelli più marginali a quelli incredibilmente rilevanti. Nel primo caso, all’interno dei grandi cartelli dediti al traffico degli stupefacenti, in cui l’associazione a delinquere è multi-livellata, la presenza femminile è limitata alla gestione, anche occasionale, di depositi di transito della merce illecita (abitazioni comuni o capannoni). Invece, all’interno della tratta di essere umani, occupano un ruolo addirittura più secondario, quello di vittime costrette a prostituirsi in strada, in locali notturni o in casa. In Italia la prostituzione è regolatadallalegge 75 del 20 febbraio del 1958, meglio conosciuta come Legge Merlin, che punisce con la reclusione da due a sei anni e con la multa da euro 258 a euro 10.329 […] chiunque […] abbia la proprietà o l’esercizio, sotto qualsiasi denominazione, di una casa di prostituzione, o comunque la controlli, […] partecipi alla proprietà, esercizio, direzione o amministrazione di essa e […] chiunque in qualsiasi modo favorisca o sfrutti la prostituzione altrui.

Nel gergo criminale russo le prostitute vengono chiamate in tanti modi, più o meno offensivi: амара (amàra) dal francese amour «amore», шлюха(šljùha) «puttana» è un’espressione popolare ironico-dipregiativa che deriva dal verbo шляться(šljàt’cja) «bighellonare» e indica una donna dissoluta e di facili costumi. È anche un gioco di parole tra l’antico termine шлюхота(šljùhota)«fango, sudiciume», eшляхта(šljàhta) così chiamata la «nobiltà» polacca e lituana dal Medioevo all’Ottocento. Infatti шляхи (šljàhi) venivano definite le donne nobili che avevano, per soldi o per divertimento, un comportamento dissoluto e provotatorio, inaccettabile secondo le tradizioni russe orientali.

Шалава(šàlava) «prostituta», è un termine influenzato dallo yidishšilev«combinare, unire», e veniva usato per designare una donna che si univa sessualmente con altri uomini. Путана (putàna) è una prostituta che si fa pagare con valuta straniera, probabilmente ha origine da due termini latini: puta che voleva dire «fanciulla» e putto. I putti nell’arte romana erano le figure di bambini nudi con le ali, raffigurati in scene erotiche o religiose su quadri, rilievi o vasi. Successivamente si generò una variante volgare femminile per cui puta o putta, voleva dire anche «prostituta». Un’altra versione, meno accreditata, vuole che nell’antica Roma esistesse una dea minore dell’agricoltura chamata Puta (dal verbo putare «potare») e che, durante la celebrazione della potatura, le sacerdotesse organizzassero delle orge in suo onore (Ernout-Meillet 2001). Блядь(bljàd’) «puttana» viene dall’antico verbo russo блядити (bljàditi) «non mantenere promesse, ingannare», ma a seguito di una contaminazione semantica, oggi il suo significato si avvicina di più al verbo anticoблудити (blùditi) «vagare errare» nel significato di una donna che non ha una meta precisa e che commette errori.Блуд (blùd)in russo significa «fornicazione». Sull’etimologia del termine Курва(Kùrva)«puttana» esistono due ipotesi: la prima, dal latino curvus «distorto, tortuoso, perverso», rievoca l’immagine di una donna che si è allontanata dalla retta via, l’altra, la più accreditata, vuole che provenga da курица (kùrica) «gallina». L’uso del termine «gallina» è influenzato dal francese, nella Francia dell’Ottocento una prostituta di lusso veniva chiamata cocotte «gallinella», termine che oggi viene usato affettuosamente per chiamare una ragazzina o una donna amata. Infine, центровая(centròvaja) è una prostituta molto richiesta, nella parola c’è il termine центр (centr) che significa «centro» (Mokienko 2009).

Al contrario, i reati per i quali le donne costituiscono un fattore determinante e rilevante in grado di aumentare esponenzialmente le possibilità di successo della trama criminale sono i delitti fiscali, connessi a traffici di natura illecita, in cui le donne si inseriscono ai livelli più alti dell’organizzazione criminale, con diffusione maggiore di quanto non accada nella realtà di numerosi Consigli di Amministrazione. È vicenda recentissima quella scoperta dall’indagine denominata «Caronte», condotta dai Carabinieri di Palermo, nella quale un’ex olimpionica di nazionalità russa era stata collocata, all’interno della complessa organizzazione criminale, al vertice di una società che noleggiava imbarcazioni di lusso attraverso le quali venivano assicurati trasporti illeciti di minori (Corriere del Mezzogiorno, ottobre 2013). Le donne a capo di queste organizzazioni o compagne dei boss si chiamanoмаруха(marùha) che può voler dire «donna», «compagna» o «prostituta». Molto usata nel mondo criminale sin dagli inizi del Novecento, маруха(marùha) viene da мара(màra)«strega»: nella mitologia slava era uno spirito maligno che personificava la morte. Nel gergo criminale ha assunto un valore denigratorio: маруха(marùha) è colei che condiziona, ad esempio, le schiave del sesso da un punto di vista psicologico, preservando per tale via i guadagni illeciti e riducendo al minimo l’eventualità di fenomeni di ribellione delle sottomesse (Gračev 2009).

In altre intercettazioni telefoniche è stata utilizzata dagli utenti un’altra parola riferita alla «donna-amante» del boss della banda: шкурля (škùrlja), ma purtroppo non ho trovato alcuna storia etimologica su questo termine.

2.7 La droga

Prototesto

Traduzione denotativa

Traduzione culturale

U:это чуваксел на кoлёса, думаю что скоро сядет на иглу.

I: я вчера удивался дымом.

U: Questotizioha iniziato con leruote, penso che presto comincerà con l’ago.

I: Io ieri mi sono strangolato col fumo

U: Questo tizio ha iniziato con lepasticche, penso che presto comincerà a bucarsi.

I: Io ieri ho fumato tantissimo.

La Russia è uno dei più importanti snodi del traffico internazionale di droga proveniente dall’Estremo Oriente e dall’Asia centrale e funge da ponte verso l’Europa. La crisi economica e sociale che è seguita al crollo dell’Urss e il conseguente strapotere di gruppi criminali hanno permesso il business del narcotraffico, facilitato da un lato dal fatto che i nuovi stati erano più concentrati a riorganizzarsi a livello amministrativo anziché a controllare i confini, rimasti praticamente aperti fino agli anni 1993-1994, e dall’altro lato dall’intensa cooperazione delle organizzazioni criminali nel favorire il traffico e lo smercio degli stupefacenti. La mafia russa alla fine degli anni Novanta si è alleata sia con i cartelli colombiani sia con i produttori di droga dell’Afghanistan per favorire il contrabbando di cocaina e oppio e facilitarne il transito, attraverso il territorio, verso l’Europa (ONU 2010).

La Russia consuma oltre 58 tonnellate all’anno di oppio e si stima che ben 70 tonnellate di eroina siano destinate alla sola Russia (in tutto il mondo ne vengono consumate 340 tonnellate totali). In termini economici il valore di mercato dell’eroina in Russia, ammonta a 55 miliardi di dollari. Secondo i dati forniti dal ministero della salute russo, nel 2009, dei circa cinque milioni di tossicodipendenti stimati nel paese, il 70% sono giovani di età compresa tra i 16 e i 30 anni e il numero di morti annuali è stato superiore ai 70.000.Alla rotta afghana dell’eroina, già avviata negli anni dell’occupazione sovietica dell’Afghanistan (1979-1989), si sono aggiunte nel giro di poco tempo la cocaina proveniente dall’America latina e le sostanze sintetiche di origine cinese e nordcoreana (ONU 2010).

In Italia, invece, il traffico di cocaina, organizzato dalla mafia colombiana, è controllato e gestito a livello locale dalla ‘ndrangheta e dalla Camorra (UNODC 2010). L‘articolo 73 del decreto del Presidente della Repubblica 309/90 (Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza), commina pene severissime (da sei a venti anni e con la multa da euro 26.000 a euro 260.000) per tutte le condotte, se non autorizzate, connesse alla coltivazione, produzione, fabbricazione, estrazione, raffinazione, vendita, distribuzione, commercio, trasporto o consegna, per qualunque scopo, di sostanze stupefacenti. Tali sanzioni (articolo 73, comma 1 bis) sono estese anche a coloro che importano, esportano, acquistano, ricevono a qualsiasi titolo o comunque illecitamente detengono sostanze stupefacenti o psicotrope, per uso non esclusivamente personale.

Il fenomeno della droga in Italia non è così agghiacciante come in Russia: secondo il Dipartimento delle politiche Antidroga italiano, nella Relazione annuale 2013, i soggetti tossicodipendenti con bisogno di trattamento risultano circa 438.500. La cocaina, dopo un tendenziale aumento nel 2007, segna una costante e continua contrazione di consumatori sino al 2012, stabilizzandosi nel 2013 con circa 81.100 dipendenti. Per quanto riguarda l’eroina si osserva un costante e continuo calo del consumo sin dal 2004 e oggi si contano circa 52.000 tossicodipendenti. È stato registrato, invece, un lieve aumento diconsumatori regolari dicannabis, che sono arrivati oggi a quota 145.000 (DPA 2013).

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità «sono da considerare sostanze stupefacenti tutte quelle sostanze di origine vegetale o sintetica che, agendo sul sistema nervoso centrale provocano stati di dipendenza fisica e/o psichica, dando luogo in alcuni casi a effetti di tolleranza (bisogno di incrementare le dosi con l’avanzare dell’abuso) ed in altri casi a dipendenza a doppio filo e cioè a dipendenza dello stesso soggetto da più droghe».

Possiamo suddividere le sostanze stupefacenti e psicotrope nei seguenti gruppi:

OPPIACEI

STIMOLANTI

DEPRESSIVI

ALLUCINOGENI

CANNABIS e derivati

Oppio

Cocaina

Barbiturici

Mescalina

Marijuana

Morfina

Amfetamine

Tranquillanti

L.S.D.

Hashish

Eroina

Crack

DOM (S.T.P.)

Olio di hashish

Metadone

Ecstasy o M.M.D.A.

 

EROINA героин

L’eroina si ottiene dalla trasformazione chimica della morfina, un derivato dell’oppio. Si presenta come polvere bianca o marrone, spesso granulare, amara, molto solubile in acqua, con odore di acido. Nel gergo russo viene chiamata in diversi modi e i più comuni sono:

Герасим(Geràsim) «Gerasimo»nome proprio maschile,Гербалайф (Gerbalajf)«Herbalife», nota azienda operante nel settore del benessere e della perdita del peso, Герман(Germàn)«Germano», nome proprio maschile: questi sostantivi hanno la particolarità comune di cominciare per гер-, le prime tre lettere in russo della parola «eroina».Перец(pérec) «pepe», probabilmente per il fatto che l’eroina si presenta sotto forma di polvere marrone,хмурый(hmùryj)«cupo»,тёмный (tëmnyj) «buio», probabilmente per l’alternanza di stati euforici e depressivi, o la forte eccitazione e passività che provoca l’uso di questa droga.Гавно(gàvno) «merda», Гриша (Grìša)diminutivo del nome proprio maschile «Gregorio»,эйч (èjč) lettera«H» pronunciata in inglese e iniziale della parola inglese heroin.

METADONE Метадон

È uno stupefacente morfinosimile, impiegato da anni nella terapia di mantenimento dei tossicomani da eroina. Ultimamente il Consiglio Superiore della Sanità ha ribadito che il metadone è uno stupefacente di media tossicità, in grado di indurre uno stato di specifica tossicodipendenza. Quindi il ricorso terapeutico, allo scopo di mitigare la sindrome di astinenza da morfinici, va sempre praticato in idonei ambienti di ricovero, cura o assistenza medica. Il metadone è una polvere cristallina bianca, amara, solubile in acqua, e nel gergo russo si chiama лошадка (lòšadka) «cavallina» e вода (vodà) «acqua».

COCAINA кокаин

Nasce dalla raffinazione delle foglie della pianta di coca. Si presenta generalmente in polvere, cristallina, bianca, simile al sale fine e allo zucchero raffinato tendente a ingiallire al prolungato contatto con l’aria. Si può trovare anche sotto forma di compresse, tavolette o allo stato liquido in fiale. In gergo russo viene chiamata: га́нжа (gànža) «ganja», nome indigeno delle sommità fiorite della canapa indiana. кокос (kòkos) «cocco», кокс(koks) «coke», un carbone derivato dalla distillazione del petrolio, Николай Николаевич(Nikolàj Nikolàevič), nome proprio e patronimico «Nicola figlio di Nicola», sono sostantivi che riprendono il suono kok- di «cocaina» in russo. Снег(sneg) «neve» o мел (mel) «gesso» per la sua forma tendenzialmente in polvere e il colore bianco. Номер 1(nòmer odìn) «numero uno» o первый(pérvyj) «primo», così chiamata anche in inglese.

ANFETAMINA Амфетамин

Gruppo di farmaci ad azione eccitante usati anche nella terapia di alcune malattie nervose, sotto stretto controllo medico. Prodotta spesso in laboratori clandestini, si trova sul mercato sottoforma di polveri cristalline più o meno biancastre, in fiale o pasticche e capsule di vario colore e forma. Si assume generalmente per via orale o per iniezione endovenosa. Gli effetti che ne derivano sono simili a quelli provocati dalla cocaina: eccitazione, potenziamento delle capacità intellettive e della memoria, annullamento delle sensazioni di fame, di dolore e di sforzo fisico e quali sintomi secondari tremori, irritabilità, loquacità e ansietà. In gergo: Амфа (àmfa) abbreviazione di «anfetamina», витамин (vitamìn) «vitamina»,Федя (Fédja)diminutivo russo del nome proprio maschile Fëdor, спиды (spìdy) dall’inglese speedy«velocità», скорость (skòrost’) «velocità», шустрый (šùstryj)«svelto», быстрый (býstryj) «veloce» come viene chiamata in inglese, probabilmente per la rapidità degli effetti, oppure капча (kapča) «captcha» acronimio inglese di completely automated public turing test to tell computers and humans apart: un test utilizzato per richiedere all’utente di scrivere quali siano le lettere o i numeri presenti in una sequenza che appare distorta o offuscata sullo schermo. Probabilmente perché sotto effetto dell’anfetamina, il mondo circostante appare alterato proprio come i codici che appaiono sullo schermo.

L.S.D. ЛСД

È il più potente allucinogeno conosciuto. Si presenta sotto forma di pillole di varie dimensioni, di piccoli francobolli o zollette di zucchero. Gli effetti dell’assunzione portano all’intensificazione delle esperienze sensoriali quali il colore, il suono e il tatto, allucinazioni, visive e uditive, e a un’errata percezione del tempo e dello spazio. Segni d’intossicazione sono pupille dilatate e tremori. In gergo troviamo: микродот(mìkrodot), in inglese per microdot si intendono le pasticche più piccole,двадцать пятое(dvàdcat’ pjàtoe) «venticinque»dal nome col quale è anche chiamata questa droga, LSD-25, Лиза (Lìza) diminutivo del nome proprio femminile«Elisabetta»,ли́зер(lìzer) da «acido lisergico», кислота (kislotà) «acido», лимон (limòn) «limone», Люся(Ljùsja) diminutivo del nome femminile russo «Ljudmila».

ECSTASY экстази

È un composto chimico derivato dall’anfetamina. Si presenta sotto forma di pillole, capsule o pastiglie di vario colore con l’indicazione della quantità di dosaggio e quindi con effetti variabili, distinti in psichici e fisici. In gergo viene nominata витамин E(vitamìn e) «vitamina E», come in inglese,o semplicemente E o Ешка ška), vezzeggiativo della lettera «e», oppure рейв (réiv) «rave», festa illegale con musica elettronica dove facilmente l’ecstasy circola.

MARIJUANA марихуана

Èricavata dalle infiorescenze e dalle foglie della pianta della «cannabis indica» mischiate. Appare come una mistura somigliante vagamente al tabacco o all’origano, di colorazione variante dal verde chiaro al verde scuro o al bruno. Анаша́(anašà),баш(baš)dall’inglese bash «colpo» o, in slang, «festa», беладонна (beladònna) «belladonna», una pianta velenosa,дед(déd)«nonno», дядя(djàdja) «zio», шишки (šìški)«pezzi», probabilmente per il fatto che viene venduta in piccoli pezzi, appunti.Infine Мария Ивановна (Marìja Ivànovna) nome proprio e patronimico «Maria di Ivan», Мара (Màra) o Маша (Màša), diminutivi del nome «Maria» eМэри(Mèri) dall’inglese Mary.

HASHISH Га́шиш

Viene prodotta dalla resina della cannabis (canapa indiana). Si presenta in forma solida, di colore marrone, emanante un forte odore e viene assunta fumandola. In gergo: гаш (haš) o хэш(hèš) abbreviazioni di hashish,гарсон (garsòn) dal francese garçon«ragazzo», probabilmente per il fatto che a fumarla sono tendenzialmente i giovani, Галя(Gàlja), diminutivo del nome proprio femminile «Galina», камень(kàmen’) «pietra, sasso» per la loro forma tipica di piccoli sassolini duri da sminuzzare, oppureдурь (dur’)«capriccio, ghiribizzo». Хлеб (hleb) «pane», Геннадий(Gennàdij)nome proprio maschile.

Qualsiasi tipo di droga sotto forma di pasticca, viene chiamata колeсo (kоlecò) in russo standard «la ruota», perché la forma della pasticca ricorda una ruota(Mokienko 2009).

Il gergo della droga spesso coincide con il linguaggio dei giovani e lì, in virtù di un’operazione creativa, i significati propri di molti termini subiscono estensioni metaforiche, che poi, spesso, tracimano nella lingua colloquiale di molti parlanti senza distinzione d’età. In molti casi l’accostamento, sul piano sincronico, di due vocaboli che in realtà hanno etimologia diversa (per esempio, Гашиш e Геннадий) costituisce un fenomeno comunissimo nell’attività linguistica di ogni parlante, per cui si hanno talvolta slittamenti indebiti nel significato di alcuni termini. Si parla, pertanto, di paretimologia quando la spiegazione etimologica è arbitraria, basata su assonanze e associazioni o influenzata da lingue straniere. Conti anche il fatto che il gergo della droga è una forma di linguaggio utilizzata per evitare di essere compresi da persone estranee e si configura come un codice segreto, la cui funzione criptica da un lato esclude dalla comunicazione gli altri e dall’altro rafforza i legami e il senso di coesione interna (Treccani).

3 MEDIAZIONE LINGUISTICA: ASPETTI E DIFFICOLTÀ DELLA TRADUCIBILITÀ DEL GERGO E DELLA MEDIAZIONE GIURIDICA

Quando si parla di «traducibilità» si intende la possibilità di sostituire a livello strutturale, culturale o espressivo gli elementi linguistici del prototesto con quelli del metatesto. Il livello più elementare di traducibilità è quello lessicale, mentre il livello più alto è quello culturale. Le difficoltà della traducibilità di quest’ultimo livello sono legate ai problemi insiti nel testo e nella cultura, poiché se il testo è portatore di un implicito culturale (una serie di informazioni date per scontate in una cultura ma diverse in un’altra) il traduttore deve tenere conto delle differenze culturali e di tutto ciò che è implicito nell’enunciato. Due lingue differenti danno una forma linguistica diversa agli stessi concetti e, anche in ambito simile, presentano spesso significati non perfettamente sovrapponibiIi. Il contenuto implicito di una cultura si manifesta quando la cultura emittente e la cultura ricevente prese in considerazione danno per scontate cose diverse, per cui il non-detto culturale, una sorta di inconscio collettivo, può venire a galla solo se viene messo in relazione tra le due culture (Osimo 2010).

Le espressioni gergali sono un tipico esempio di enunciati legati alla storia e alla cultura del paese in cui vengono usate. Più gli intertesti sono impliciti, e di conseguenza il significato da cogliere non è solo quello esplicitato dalle parole ma anche quello sottinteso da esse, maggiore è la difficoltà per il mediatore di decodificarli perché i numerosi residui necessitano di una traduzione metatestuale. La competenza del mediatore è evidentemente importante perché deve recepire le sottigliezze e decidere di tradurre o non tradurre l’elemento della traduzione che può essere ritenuto una sottodominante meno prioritaria, difficile o addirittura impossibile da tradurre. Tenere conto delle differenze culturali significa, pertanto, tradurre non solo il messaggio superficiale, ma anche le sue implicazioni (Osimo 2010).

Il lavoro svolto dal mediatore linguistico nel settore giuridico-legale solleva alcune problematiche: l’articolo 111 della Costituzione dispone che «nel processo penale la legge assicura che la persona accusata di un reato […] sia assistita da un interprete se non comprende o non parla la lingua impiegata nel processo» e che il diritto all’interprete è direttamente ricollegabile al principio universale del diritto alla difesa, riconosciuto come «inviolabile in ogni suo stato e in ogni grado del procedimento» (articolo 24.2). Nonostante questo riconoscimento normativo, l’attuazione concreta della tutela linguistica rimane contraddittoria:

– il codice di procedura penale non contraddistingue le competenze dell’interprete da quelle del traduttore, contrariamente a quanto avviene in ambito formativo e professionale.

– l’incarico può essere conferito a chiunque sia ritenuto dall’autorità procedente capace di adempiere al compito «bene e fedelmente». Vale a dire che è auspicabile, ma non vincolante, nominare professionisti o persone in possesso di un diploma o di una laurea in interpretazione o traduzione.

– la normativa non impone che la lingua utilizzata nel procedimento sia la lingua madre della persona alloglotta, ma basta che le sia «sufficientemente nota».

Tali incongruenze si ripercuotono sulla qualità dell’assistenza linguistica e pertanto sull’efficacia difensiva dell’imputato. È intuitivo come un traduttore, che in genere lavora solo sulla lingua scritta, non sia ipso facto in grado di interpretare oralmente dichiarazioni spesso complesse e estese senza una preparazione specifica e come, viceversa, un interprete non necessariamente possieda la forma mentis e le competenze di un traduttore giuridico. Oltre a ciò uno straniero che parla una lingua minoritaria, ha poche possibilità di usufruire di un’assistenza adeguata, data la difficoltà di reperire sul mercato professionisti in grado di lavorare con combinazioni linguistiche rare, rendendo così più arduo il lavoro degli inquirenti che si ritrovano a avere una documentazione poco accurata e precisa (Curtotti-Nappi 2002).

Nel lavoro del mediatore è fondamentale tenere a mente che i termini giuridici sono profondamente radicati in un contesto socio-istituzionale e il loro significato può mutare con il modificarsi di quel contesto. La lingua giuridica è caratterizzata da complessità e verbosità a livello sintattico tali da permettere la massima precisione e accuratezza, di conseguenzala componente che presenta maggiori difficoltà per il traduttore è certamente la terminologia, tratto altamente differenziato e differenziante tra le varie lingue che è al centro dei processi interpretativi e costituisce il momento focale dei processi traduttivi (traduzione di cariche, ruoli, uffici, istanze e atti).Perché l’analisi del senso, ovvero l’interpretazione, sia effettuata correttamente, è necessaria, ovviamente, un’ottima conoscenza del sistema giuridico in cui è stato prodotto il prototesto e un’attenta analisi del testo può evitare errori di false equivalenze, per esempio, nel caso in cui le lingue o i sistemi giuridici coinvolti nella traduzione siano affini.

Per quanto riguarda l’interpretazione orale, oltre alla conoscenza approfondita dei sistemi giuridici della cultura emittente e ricevente, si incontrano altre difficoltà: durante gli interrogatori il mediatore linguistico si trova, da un lato, di fronte a persone estranee al linguaggio giuridico, o di livello culturale mediobasso, o in stato di forte emotività, il cui linguaggio piò essere frammentato e confuso e, dall’altro si interfaccia con operatori giudiziari che usano un linguaggio tecnico e più complesso, per questo deve essere abile a cambiare registro, passando da un linguaggio più semplice a un registro più formale e viceversa.

A differenza dell’interpretazione di trattativa in ambito medico o commerciale, in cui entrambe le parti concorrono per il medesimo obbiettivo e sono più disponibili a chiarire eventuali fraintendimenti (il medico e il paziente collaborano per guarire la malattia, il compratore e il venditore per concludere un accordo reciprocamente vantaggioso), nell’interpretazione giuridica, le due parti sono in conflitto e la collaborazione, molto spesso, viene meno perché, l’operatore giudiziario cerca la verità (per via diretta o mediata), mentre l’imputato, per paura o per scelta, può far finta di non capire, omettere particolari importanti o non svelarla proprio. Entra, così, in gioco una componente non poco importante, il fattore psicologico per cui il mediatore deve essere in grado di riconoscere e far presente le ambiguità e le sfumature del parlante, deve cercare di capire se derivano da incomprensioni culturali o linguistiche, indipendenti dalla volontà dell’indagato o intenzionali. La collaborazione di mediatori può essere d’aiuto per instaurare rapporti di fiducia tali da far collaborare le vittime perché è attraverso la tutela della vittima che si cerca di incentivare la collaborazione con le istituzioni giudiziarie e reprimere il reato. Tuttavia il mediatore dovrà risolvere unicamente le problematiche di ordine linguistico e non andare oltre la sua sfera di competenza: deve essere imparziale, evitando di dare consigli o di far trapelare le sue impressioni e emozioni; deve essere preciso, chiedendo chiarimenti su eventuali ambiguità, restando fedele al contenuto del messaggio e rispettando il senso dato da chi parla; e discreto, mantenendo la riservatezza sugli affari trattati e provvedendo alla salvaguardia dei documenti in proprio possesso (Russo-Mack 2005).

4 APPENDICE

 

CODICE DI PROCEDURA PENALE

PARTE PRIMA

LIBRO TERZO
PROVE

TITOLO III
Mezzi di ricerca della prova

Capo IV
Intercettazioni di conversazioni o comunicazioni

Art. 266.
Limiti di ammissibilità.

1. L’intercettazione di conversazioni o comunicazioni telefoniche e di altre forme di telecomunicazione è consentita nei procedimenti relativi ai seguenti reati:

a) delitti non colposi per i quali è prevista la pena dell’ergastolo o della reclusione superiore nel massimo a cinque anni determinata a norma dell’articolo 4;

b) delitti contro la pubblica amministrazione per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni determinata a norma dell’articolo 4;

c) delitti concernenti sostanze stupefacenti o psicotrope;

d) delitti concernenti le armi e le sostanze esplosive;

e) delitti di contrabbando;

f) reati di ingiuria, minaccia, usura, abusiva attività finanziaria, abuso di informazioni privilegiate, manipolazione del mercato (1), molestia o disturbo alle persone col mezzo del telefono;

f-bis) delitti previsti dall’articolo 600-ter, terzo comma, del codice penale, anche se relativi al materiale pornografico di cui all’articolo 600-quater.1 del medesimo codice. (2)

2. Negli stessi casi è consentita l’intercettazione di comunicazioni tra presenti. Tuttavia, qualora queste avvengano nei luoghi indicati dall’articolo 614 del codice penale, l’intercettazione è consentita solo se vi è fondato motivo di ritenere che ivi si stia svolgendo l’attività criminosa.

Art. 266-bis.
Intercettazioni di comunicazioni informatiche o telematiche.

1. Nei procedimenti relativi ai reati indicati nell’articolo 266, nonché a quelli commessi mediante l’impiego di tecnologie informatiche o telematiche, è consentita l’intercettazione del flusso di comunicazioni relativo a sistemi informatici o telematici ovvero intercorrente tra più sistemi.

Art. 267.
Presupposti e forme del provvedimento.

1. Il pubblico ministero richiede al giudice per le indagini preliminari l’autorizzazione a disporre le operazioni previste dall’art. 266. L’autorizzazione è data con decreto motivato quando vi sono gravi indizi di reato e l’intercettazione è assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione delle indagini.

1-bis. Nella valutazione dei gravi indizi di reato si applica l’articolo 203. (1)

2. Nei casi di urgenza, quando vi è fondato motivo di ritenere che dal ritardo possa derivare grave pregiudizio alle indagini, il pubblico ministero dispone l’intercettazione con decreto motivato, che va comunicato immediatamente e comunque non oltre le ventiquattro ore al giudice indicato nel comma 1. Il giudice, entro quarantotto ore dal provvedimento, decide sulla convalida con decreto motivato. Se il decreto del pubblico ministero non viene convalidato nel termine stabilito, l’intercettazione non può essere proseguita e i risultati di essa non possono essere utilizzati.

3. Il decreto del pubblico ministero che dispone l’intercettazione indica le modalità e la durata delle operazioni. Tale durata non può superare i quindici giorni, ma può essere prorogata dal giudice con decreto motivato per periodi successivi di quindici giorni, qualora permangano i presupposti indicati nel comma 1.

4. Il pubblico ministero procede alle operazioni personalmente ovvero avvalendosi di un ufficiale di polizia giudiziaria.

5. In apposito registro riservato tenuto nell’ufficio del pubblico ministero sono annotati, secondo un ordine cronologico, i decreti che dispongono, autorizzano, convalidano o prorogano le intercettazioni e, per ciascuna intercettazione, l’inizio e il termine delle operazioni.

(1) Comma inserito dall’art. 10 della L. 1 marzo 2001, n. 63.

Art. 268.
Esecuzione delle operazioni.

1. Le comunicazioni intercettate sono registrate e delle operazioni è redatto verbale.

2. Nel verbale è trascritto, anche sommariamente, il contenuto delle comunicazioni intercettate.

3. Le operazioni possono essere compiute esclusivamente per mezzo degli impianti installati nella procura della Repubblica. Tuttavia, quando tali impianti risultano insufficienti o inidonei ed esistono eccezionali ragioni di urgenza, il pubblico ministero può disporre, con provvedimento motivato, il compimento delle operazioni mediante impianti di pubblico servizio o in dotazione alla polizia giudiziaria.

3-bis. Quando si procede a intercettazione di comunicazioni informatiche o telematiche, il pubblico ministero può disporre che le operazioni siano compiute anche mediante impianti appartenenti a privati.

4. I verbali e le registrazioni sono immediatamente trasmessi al pubblico ministero. Entro cinque giorni dalla conclusione delle operazioni, essi sono depositati in segreteria insieme ai decreti che hanno disposto, autorizzato, convalidato o prorogato l’intercettazione, rimanendovi per il tempo fissato dal pubblico ministero, salvo che il giudice non riconosca necessaria una proroga.

5. Se dal deposito può derivare un grave pregiudizio per le indagini, il giudice autorizza il pubblico ministero a ritardarlo non oltre la chiusura delle indagini preliminari.

6. Ai difensori delle parti è immediatamente dato avviso che, entro il termine fissato a norma dei commi 4 e 5, hanno facoltà di esaminare gli atti e ascoltare le registrazioni ovvero di prendere cognizione dei flussi di comunicazioni informatiche o telematiche. Scaduto il termine, il giudice dispone l’acquisizione delle conversazioni o dei flussi di comunicazioni informatiche o telematiche indicati dalle parti, che non appaiano manifestamente irrilevanti, procedendo anche di ufficio allo stralcio delle registrazioni e dei verbali di cui è vietata l’utilizzazione. Il pubblico ministero e i difensori hanno diritto di partecipare allo stralcio e sono avvisati almeno ventiquattro ore prima.

7. Il giudice dispone la trascrizione integrale delle registrazioni ovvero la stampa in forma intellegibile delle informazioni contenute nei flussi di comunicazioni informatiche o telematiche da acquisire, osservando le forme, i modi e le garanzie previsti per l’espletamento delle perizie. Le trascrizioni o le stampe sono inserite nel fascicolo per il dibattimento.

8. I difensori possono estrarre copia delle trascrizioni e fare eseguire la trasposizione della registrazione su nastro magnetico. In caso di intercettazione di flussi di comunicazioni informatiche o telematiche i difensori possono richiedere copia su idoneo supporto dei flussi intercettati, ovvero copia della stampa prevista dal comma 7. (1)

(1) La Corte Costituzionale, con,ha dichiarato sentenza 10 ottobre 2008, n. 336 l’incostituzionalità del presente articolo “nella parte in cui non prevede che, dopo la notificazione o l’esecuzione dell’ordinanza che dispone una misura cautelare personale, il difensore possa ottenere la trasposizione su nastro magnetico delle registrazioni di conversazioni o comunicazioni intercettate, utilizzate ai fini dell’adozione del provvedimento cautelare, anche se non depositate.”

Art. 269.
Conservazione della documentazione.

1. I verbali e le registrazioni sono conservati integralmente presso il pubblico ministero che ha disposto l’intercettazione.

2. Salvo quanto previsto dall’articolo 271 comma 3, le registrazioni sono conservate fino alla sentenza non più soggetta a impugnazione. Tuttavia gli interessati, quando la documentazione non è necessaria per il procedimento, possono chiederne la distruzione, a tutela della riservatezza, al giudice che ha autorizzato o convalidato l’intercettazione. Il giudice decide in camera di consiglio a norma dell’articolo 127.

3. La distruzione, nei casi in cui è prevista, viene eseguita sotto controllo del giudice. Dell’operazione è redatto verbale.

Art. 270.
Utilizzazione in altri procedimenti.

1. I risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali sono stati disposti, salvo che risultino indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza.

2. Ai fini della utilizzazione prevista dal comma 1, i verbali e le registrazioni delle intercettazioni sono depositati presso l’autorità competente per il diverso procedimento. Si applicano le disposizioni dell’articolo 268 commi 6, 7 e 8.

3. Il pubblico ministero e i difensori delle parti hanno altresì facoltà di esaminare i verbali e le registrazioni in precedenza depositati nel procedimento in cui le intercettazioni furono autorizzate.

Art. 270-bis.
Comunicazioni di servizio di appartenenti al Dipartimento delle informazioni per la sicurezza e ai servizi di informazione per la sicurezza. (
1)

1. L’autorità giudiziaria, quando abbia acquisito, tramite intercettazioni, comunicazioni di servizio di appartenenti al Dipartimento delle informazioni per la sicurezza o ai servizi di informazione per la sicurezza, dispone l’immediata secretazione e la custodia in luogo protetto dei documenti, dei supporti e degli atti concernenti tali comunicazioni.

2. Terminate le intercettazioni, l’autorità giudiziaria trasmette al Presidente del Consiglio dei ministri copia della documentazione contenente le informazioni di cui intende avvalersi nel processo, per accertare se taluna di queste informazioni sia coperta dal segreto di Stato.

2. Prima della risposta del Presidente del Consiglio dei ministri, le informazioni ad esso inviate possono essere utilizzate solo se vi è pericolo di inquinamento delle prove, o pericolo di fuga, o quando è necessario intervenire per prevenire o interrompere la commissione di un delitto per il quale sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni. Resta ferma la disciplina concernente la speciale causa di giustificazione prevista per attività del personale dei servizi di informazione per la sicurezza.

4. Se entro sessanta giorni dalla notificazione della richiesta il Presidente del Consiglio dei ministri non oppone il segreto, l’autorità giudiziaria acquisisce la notizia e provvede per l’ulteriore corso del procedimento.

5. L’opposizione del segreto di Stato inibisce all’autorità giudiziaria l’utilizzazione delle notizie coperte dal segreto.

6. Non è in ogni caso precluso all’autorità giudiziaria di procedere in base ad elementi autonomi indipendenti delle informazioni coperte dal segreto.

7. Quando è sollevato conflitto di attribuzione nei confronti del Presidente del Consiglio dei ministri, qualora il conflitto sia risolto nel senso dell’insussistenza del segreto di Stato, il Presidente del Consiglio dei ministri non può più opporlo con riferimento al medesimo oggetto. Qualora il conflitto sia risolto nel senso della sussistenza del segreto di Stato, l’autorità giudiziaria non può acquisire né utilizzare direttamente o indirettamente, atti o documenti sui quali è stato opposto il segreto di Stato.

8. In nessun caso il segreto di Stato è opponibile alla Corte costituzionale. La Corte adotta le necessarie garanzie per la segretezza del procedimento.

(1) Articolo inserito dall’art. 28 della L. 3 agosto 2007, n. 124

Art. 271.
Divieti di utilizzazione.

1. I risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati qualora le stesse siano state eseguite fuori dei casi consentiti dalla legge o qualora non siano state osservate le disposizioni previste dagli articoli 267 e 268 commi 1 e 3.

2. Non possono essere utilizzate le intercettazioni relative a conversazioni o comunicazioni delle persone indicate nell’articolo 200 comma 1, quando hanno a oggetto fatti conosciuti per ragione del loro ministero, ufficio o professione, salvo che le stesse persone abbiano deposto sugli stessi fatti o li abbiano in altro modo divulgati. 3. In ogni stato e grado del processo il giudice dispone che la documentazione delle intercettazioni previste dai commi 1 e 2 sia distrutta, salvo che costituisca corpo del reato.

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Revzin, Rozencvejg: la disambiguazione

Revzin, Rozencvejg: la disambiguazione

EMA STEFANOVSKA

Fondazione Milano
Milano Lingue
Scuola Superiore per Mediatori Linguistici
via Alex Visconti, 18 20151 MILANO

Relatore: professor Bruno Osimo
Diploma in Mediazione linguistica
Ottobre 2012

© I. I. Revzin, V. Û. Rozencvejg: «Osnovy obŝego i mašinnogo perevoda» 1964
© Ema Stefanovska per l’edizione italiana 2012

Revzin, Rozencvejg: la disambiguazione

Abstract in italiano

La prefazione esamina alcuni problemi traduttivi relativi alla disambiguazione di termini e concetti e alla loro resa nella lingua ricevente. Il testo tradotto affronta le fasi del processo traduttivo basandosi su un unico linguaggio d’intermediazione, a cui ridurre i significati elementari del testo nella lingua emittente e da cui partire per ottenere, mediante la sintesi, il testo nella lingua ricevente. Partendo dal presupposto che i concetti della teoria della traduzione tradizionale sono di facile formalizzazione, Revzin e Rozencvejg propongono dei metodi di analisi mediante algoritmi matematici. Tale approccio si scontra con i problemi dell’ambiguità e della complessità del linguaggio naturale e con la disambiguazione lessicale, grammaticale e sintattica ai fini dell’interpretazione del testo nella lingua emitt