Mediazione linguistica per il tribunale: traducibilità della cultura filippina

Mediazione linguistica per il tribunale: traducibilità della cultura filippina Abstract in italiano Il lavoro si propone di affrontare la traducibilità della cultura filippina nell’ambiente italiano della giustizia. È una questione d’attualità visto il numero cospicuo di filippini in Italia. Il testo è suddiviso in due parti. Nella prima si delinea la figura professionale del mediatore culturale e si analizza il concetto di «linguacultura» di Agar. Nella seconda si analizzano i rich point individuati dall’autrice nel lavoro di tirocinio come traduttrice e interprete presso commissariati, tribunali e uffici giudiziari milanesi nel periodo 2009-2010. English abstract The purpose of the study is to tackle the translatability of Filipino culture in the Italian context of justice. It is a current issue due to the substantial number of Filipinos living in Italy. The thesis is subdivided in two chapters, the first of which describes the professional figure of the cultural mediator and analyses Agar’s concept of «languaculture». On the second chapter, the author explores each rich point that she discerned during her work experience as a translator and an interpreter in police stations, courts and in different judicial offices in Milan in 2009-2010. Résumé en français Le propos de cette étude est d’affronter la traductibilité de la culture philippine dans le milieu de la justice en Italie. C’est une question d’actualité vu le nombre important de philippins dans le pays. Le texte est subdivisé en deux parties. La première décrie la figure professionnelle d’un médiateur culturel et étudie le concept de «langueculture» d’Agar. La deuxième analyse les «rich point» individus par l’autrice pendant son apprentissage come traductrice et interprète aux commissariats, tribunaux et à divers bureaux judiciaires à Milan en 2009-2010. Résumé en tagalog Ang layunin ng tesis na ito ay ang pagpapakahulugan ng kulturang pilipino sa larangan ng hustisya sa Italya. Ito ay isang kasalukuyang paksa kung pagbabatayan ang maraming mamayang pilipinong namumuhay sa nasabing bansa. Ang teksto ay nahahati sa dalawang kapitulo. Inilalarawan ng unang kapitulo ang propesyon na ginagampanan ng isang tagapagsalin sa larangan ng kultura at sinusuri ang konsepto ng «wikakultura» ng dalubhasang si Agar. Sa ikalawang bahagi sinusuri ng sumulat ang mga rich points na kanyang napansin sa kanyang pagtatrabaho bilang isang tagapagsalin-wika at interprete sa mga stasyon ng pulis, hukuman at ibat-ibang upisina ng hustiya sa lunsod ng Milan noong 2009-2010 Sommario 1. Introduzione 4 1.1. Il lavoro del mediatore linguistico per il tribunale 5 1.2. Rich point 6 1.3. Residuo traduttivo e resa metatestuale nella traduzione interlinguistica 8 1.4 Il Filipino 9 2. I singoli rich point “tradotti” a uno a uno 11 2.1 5/6 12 2.2 Kumpare 13 2.3 Kapitan 15 2.4 OWWA 17 2.5 Kuya, Ate 20 2.6 Opo 25 2.7 Balato 31 2.8 Abuloy 32 3. Riferimenti bibliografici 36 1. Introduzione 1.1. Il lavoro del mediatore linguistico per il tribunale L’Italia un tempo terra di emigrazione è diventata oggi una delle mete più ambite di chi cerca una vita migliore. Questo fenomeno implica la problematica della comunicazione tra le culture dei paesi di provenienza degli immigrati e quella del paese ospitante. A fungere da ponte tra questi attori è il mediatore culturale. Questa nascente figura professionale ha il compito di facilitare la relazione tra gli stranieri e le istituzioni del paese di accoglienza. Svolge anche un ruolo formativo perché accompagna i suoi connazionali a conoscere un contesto nuovo fatto di regole e modelli diversi. È la persona adatta a questo incarico perché condivide non solo lo stesso ambiente linguistico-culturale ma anche il percorso migratorio che tutti gli stranieri seguono; quello di essere stato immigrato prima di diventare un cittadino ben inserito nel tessuto sociale del paese di accoglienza. Ciò lo rende un profondo conoscitore dei problemi che affrontano i suoi connazionali e di conseguenza la chiave potenziale per la loro risoluzione. Alcune competenze fondamentali di un mediatore culturale possono essere: la conoscenza ottima della sua madrelingua; la padronanza della lingua italiana, la conoscenza della cultura e della struttura della società sia del paese di provenienza che quello di accoglienza e quanto alla mediazione culturale in contesto giuridico, è indispensabile avere le nozioni di base dei due sistemi giuridici. La figura del mediatore culturale oscilla tra due funzioni distinte; quella di un mediatore in quanto facilita la comunicazione tra due parti e quella di un intercessore perché agisce a difesa di qualcuno (Fiorucci 2003). La funzione auspicata nel contesto giuridico è senz’altro la prima perché un mediatore culturale deve essere imparziale. Inoltre, deve osservare la confidenzialità delle informazioni e dei contenuti trattati nella mediazione. Niente di ciò che viene detto nell’aula processuale può essere divulgato all’esterno. Ricoprendo la funzione di mediatore, deve essere in grado di gestire la comunicazione tra le due parti in causa evitando possibili malintesi o fraintendimenti. È per questo scopo che sono preziosi i suoi interventi di esplicitazione perché per un immigrato privo di padronanza della lingua italiana può trovare il linguaggio giuridico impossibile da capire. Sono altrettanto importanti per le autorità in quanto danno un quadro più ampio, concedendo spazio all’elemento culturale che può assumere significati rilevanti per la comprensione del reato, senza essere parziale. 1.2. Rich point Nell’era della globalizzazione la coesistenza delle culture è un tema più che mai attuale. A renderla pacifica è la comunicazione che di solito non si svolge con poca difficoltà. Le differenze culturali saltano fuori al momento che queste due culture si incontrano. In questa situazione comunicativa possono nascere delle incomprensioni, quelle che Agar chiama rich point, dovute alla mancante conoscenza culturale dell’altro. È per questa ragione che la comunicazione presuppone capacità e conoscenze non solo linguistiche, bensì anche culturali. Per capire se dietro un rich point esiste un retroterra culturale è importante osservare se la differenza si manifesta più di una volta e può essere riscontrata in un determinato gruppo di persone e/o in un certo contesto. Il concetto culturale che sta sulla base di un rich point è la fonte di fraintendimenti e conflitti proprio perché è l’elemento che non rende immediata la comunicazione fra le due culture. La chiave a queste problematiche è proprio la traduzione. Come per ogni processo traduttivo si parla di lingua emittente e ricevente, Agar le chiama rispettivamente linguacultura 2 («languaculture 2») e linguacultura 1 («languaculture 1»). Linguacultura è il termine che lo studioso usa per indicare che lingua e cultura sono interdipendenti. La cultura è quindi la traduzione tra linguacultura emittente e quella ricevente. La forma che la cultura assume dipende dal confine tra le due linguaculture. Il che significa quanto più la linguacultura emittente è diversa da quella ricevente, tanto più rich point vanno esplicitate nella seconda. La cultura come la traduzione è relazionale. Non si può parlare quindi della cultura X senza far riferimento alla cultura Y. È anche parziale perché è impossibile racchiudere le persone diverse per età, professione, estrazione sociale, livello d’istruzione, ecc. sotto un’unica cultura. Siamo noi stessi a costruire la nostra persona sulla base di circostanze e limiti posti dall’epoca in cui viviamo. È per questo che ormai non si può più parlare di una cultura, bensì di culture perché non esiste una persona o un gruppo di persone che possono essere classificate completamente con la stessa etichetta culturale. 1.3. Residuo traduttivo e resa metatestuale nella traduzione interlinguistica Nell’ottica della traduzione totale è necessario accettare che una parte del protesto va persa in qualsiasi processo traduttivo. Questo residuo comunicativo forma dei testi di accompagnamento al testo tradotto come compenso. Più è distante la lingua emittente dalla lingua ricevente nel piano culturale più scarto di significato verrà prodotto. Per colmare la distanza cronotopica tra il prototesto e il lettore del metatesto lo scienziato Gideon propone due approcci: quello che prevede che sia il lettore a farsi carico della fatica di avvicinarsi alla cultura altrui dell’autore, oppure quello in cui è il traduttore ad avvicinare il prototesto al lettore trasformando gli elementi di cultura altrui traducendoli in elementi di cultura propria del lettore per rendere immediata la comprensione. Il primo caso si chiama traduzione «adeguata», dove il concetto di «adeguatezza è visto in funzione del prototesto», mentre nel secondo traduzione «accettabile», il traduttore conserva molte caratteristiche del protesto rinunciando alla scorrevolezza della lettura. L’adeguatezza, pone come dominante l’integrità del testo, prende atto dell’estraneità come i casi di esotismo, storicismo e straniamento culturale e li conserve anche a costo di produrre un testo di difficile lettura; l’accettabilità ha come dominante la facilità di accesso al testo. Gli elementi culturali del prototesto vengono sostituiti da quelli della cultura ricevente dando l’idea al lettore che la cultura dell’autore non è poi così diversa dalla propria. 1.4 Il filipino Il panorama linguistico delle Filippine è molto complesso. Esistono più di 100 lingue parlate da circa 90 milioni di persone. Le otto principali lingue parlate sono le seguenti: «Tagalog», «Cebuano, «Ilocano», «Bicolano», «Kapampangan», «Pangasinan», «Hiligaynon» e «Samarnon». Non è stata una decisione facile scegliere la lingua nazionale visto il vasto numero di lingue. Tra tutte, la più importante è il «Tagalog», lingua parlata nella gran parte del Luzon (si riferisce all’intero gruppo di isole del nord delle Filippine e la più grande fra le tre regioni fisiche che compongono l’arcipelago, le altre due sono Visayas e Mindanao). La sua autorevolezza è dovuta al fatto che è la lingua della capitale, Manila ed è la più diffusa. La Costituzione della Repubblica delle Filippine del 1987 dichiara il filipino lingua nazionale che verrà arricchita con elementi provenienti da altre lingue del paese e da alcune lingue straniere parlate dalla popolazione. La base strutturale del filipino è il «Tagalog» (lingua del gruppo linguistico austronesiano e imparentato con le altre lingue dei paesi nel Sud-est asiatico) e gli elementi d’arricchimento vengono da altre lingue del paese e da alcune lingue straniere quali l’inglese, lo spagnolo, l’arabo e il sanscrito. Nonostante sia il Tagalog a formare la base della lingua nazionale, è stato adottato il nome «Pilipino» per attribuirle una connotazione nazionale. Nel 1987 è stato cambiato in «Filipino» per evitare di trascurare le popolazioni appartenenti ai gruppi linguistici del nord situati nel Luzon che hanno una fricativa labiodentale sorda. La modifica ha anche come obiettivo accogliere le unità fonetiche dell’inglese e dello spagnolo. Il Filipino è ancora in fase di modernizzazione. Persiste tuttora la questione della sua intellettualizzazione perché l’inglese continua a essere la lingua delle accademie, della burocrazia e la lingua d’istruzione. 2. I singoli rich point “tradotti” a uno a uno 2.1 5/6 Testo originale Testo tradotto Nalaman ko sa aking k aibigan na sya nag-5/6. Ho saputo da un/a amico/a che lui/lei fa “5/6” . «5/6» è il termine che si usa per indicare l’usura nelle Filippine. Il nome proviene dal modo in cui gli usurai prestano soldi. Una persona che chiede in prestito 5 dovrà rimborsare 6, comprensivo di un interesse pari a 1, al giorno prestabilito. Dato che si tratta di un’attività ufficiosa, il tasso d’interesse che si applica varia da persona a persona, perciò l’1 del 5/6 ha solo valore simbolico. Nonostante gli interessi alti, il 5/6 riscuote una grande popolarità fra i filippini. Questo perché nelle Filippine come nel resto dei paesi in via di sviluppo, esiste un vasto mercato informale composto da microimprese che non hanno accesso al credito e dunque ricorrono agli usurai per la propria sopravvivenza economica. Questa usanza è una delle tracce dell’influenza degli indiani in seguito all’indianizzazione del sud-est asiatico. Il 5/6 viene praticato ancora oggi sia dagli immigrati indiani che dai filippini. I filippini chiamano «bombay» tutti quelli che vengono, o sembrano venire, dall’Asia meridionale. Inoltre, è opinione diffusa nel paese che la maggior parte degli “indiani” esercitano questo tipo di attività e spesso i termini «5/6» e «bombay» sono intercambiabili per indicare chi è di origine sud-asiatica e gli usurai di origini indiane. 2.2 Kumpare Testo originale Testo tradotto Ikaw na ang kanyang sususunod na tatawagan dahil sinabi ko sa kanya na nag-usap na kami ni kumpare Felix at ni kumpare Jay… Il prossimo che telefonerà sarà te perché gli ho detto che io, Compare Felix e Compare Jay ci siamo già sentiti… Nelle Filippine, in genere la parentela viene considerata non solo tra le persone che discendono da uno stesso stipite, ma anche tra i parenti più lontani. Inoltre, la parentela si espande al di là del vincolo di consanguineità tramite i riti religiosi quali: il battesimo, il matrimonio e la cresima. Più la famiglia si espande, più alleanze vanno a formarsi. Schlegel scrive: «La formazione delle alleanze in cui esiste il dovere di scambiare obblighi reciproci non è limitata solo ai rapporti di parentela, ma pervade tutta la società filippina.» Furono gli spagnoli a istituire questi riti durante la colonizzazione tra il 1565 e il 1898. L’usanza culturale in cui una coppia sceglie un padrino e una madrina per il battesimo e la cresima o i testimoni per il matrimonio del figlio viene chiamata «compadrinazco», dalla parola spagnola «compadre» (compare). Sono sufficienti anche solo un padrino e una madrina, ma attualmente è molto comune trovare anche una decina di padrini e madrine o più. I personaggi di spicco della comunità sono i prediletti per ricoprire questi ruoli. La tradizione vuole che i padrini o le madrine facciano da secondi genitori al loro figlioccio, di conseguenza i loro obblighi durano per tutta la vita. In cambio il figlioccio ha il compito di portargli sempre rispetto. Gli aiuti materiali non sono fondamentali, ma un aiuto in natura come per esempio fare una raccomandazione per un posto di lavoro è molto apprezzato. Questo spiega il motivo per cui sono molto richieste le persone altolocate per fare il padrino o la madrina. Il padrino è chiamato «ninong» e la madrina «ninang», mentre il/la figlioccio/a è «inaanak»; tradotto letteralmente, significa «figlio creato artificialmente», «figlio ottenuto tramite un rito». I padrini e le madrine insieme ai genitori si rivolgono gli uni agli altri con i termini di rispetto: kumare (comare) per le femmine e kumpare (compare) per i maschi. Il legame di «compadrinazco» non nasce solo fra chi partecipa al rito, ma anche tra i fratelli dei padrini e delle madrine (qualora questi ultimi non siano sposati) e i genitori. Se invece sono sposati, i loro coniugi (e spesso anche i fratelli di questi ultimi) sono considerati compari e comari dei genitori. I loro figli non vengono esclusi da questa parentela perché diventano i «kinakapatid» (letteralmente «fratelli creati», ovvero «fratelli adottivi» del/la figlioccio/a dei loro genitori. Tutti loro adesso sono legati in una rete di parentela simbolica sorta a partire da una coppia di genitori e una coppia padrino-madrina. Per distinguere i compari e le comari di primo grado da quelli lontani, si usa l’aggettivo «buo», «kumpareng/kumareng buo» che significa «intero» e implica un legame intero. Di recente, si è diffusa l’abitudine di chiamarsi kumpare e kumare anche tra amici o amiche senza che vi sia un legame di parentela né reale né artificiale o rituale. 2.3 Kapitan Testo originale Testo tradotto Kaka, alam na ba ni kapitan Oca ang lahat patungkol dito? Kaka, capitano Oca sa già di tutto questo? «Kapitan» (traduzione ridotta di «barangay captain») è il titolo usato per designare il pubblico ufficiale al vertice di una «barangay». Nell’antichità la parola «barangay» aveva due significati: il primo si riferiva a un tipo di barca a remi. Antecedente l’arrivo degli spagnoli nelle Filippine, i Malay (il gruppo etnico che popolava principalmente la penisola malese e alcune parti di Sumatra e Borneo) raggiunsero il paese con le barche chiamate «barangay» («balangay», «balangai», «balanghai») e cominciarono a insediarsi. La seconda accezione riguardava l’unità sociale di base independente presente nelle regioni settentrionali e centrali delle Filippine. Era composta da 30 o più famiglie e presieduta da un leader chiamato «datu», «raja», «gat» oppure «lakan» dotato di poteri politici e religiosi. Gli abitanti di una «barangay» erano in genere consaguinei. Inoltre, vigeva una società gerarchica, al vertice vi erano il «datu» e tutta la sua famiglia, al di sotto di essi si trovavano le persone comuni e i guerrieri, in basso vi erano gli schiavi. Non fu un’impresa facile per gli spagnoli mettere radici nelle Filippine data la segmentazione geografica e le popolazioni sparse su tutto il territorio. Per risolvere queste difficoltà, introdussero un governo centralizzato organizzando la parte del paese colonizzata (i filippini di fede musulmana nella parte meridionale di Mindanao e le popolazioni indigene chiamate «Igorot» sulle montagne del Luzon settentrionale non furono sottomessi ai colonizzatori spagnoli) in province («alcadia» in spagnolo) governate da un «alcalde mayor» munito di poteri esecutivi, giudiziari e dell’autorità di riscuotere le tasse. Gli spagnoli non abolirono completamente le «barangay». Le raggrupparono per dare vita a una nuova unità chiamata «pueblo». Un insieme di «pueblos» formava le province. A capo di ogni «pueblo» vi era un «gobernadorcillo» e le «barangay» che la componevano erano rappresentate da una «cabeza de barangay». Verso il XVII secolo, alcuni «pueblos» divennero centri di scambi commerciali e delle industrie trasformandosi in vere e proprie città note come «ayuntamiento». Sin dall’entrata in vigore della legge sull’ordinamento degli enti locali nel 1991 (the Local Government Code of 1991), la «barangay» funge da unità primaria per la pianificazione e l’attuazione di leggi, piani, programmi, progetti e attività del governo nelle comunità. È anche la sede dove le opinioni collettive degli abitanti possono essere espresse, concretizzate e prese in considerazione e dove le dispute possono essere risolte in via amichevole. Attualmente ci sono più di 45 000 «barangay» su tutto il territorio nazionale. A prescindere dalla dimensione delle «barangay», ognuna deve avere un «punong barangay», meglio conosciuto come «kapitan» (capitano) e sette consiglieri («kagawad») che vengono eletti dai cittadini ogni tre anni. Insieme a loro un segretario, un tesoriere e il capo del gruppo giovanile («Sangguniang kabataan») formano il corpo legislativo («Sangguniang barangay»). Il capitano mette in atto i progetti nel suo territorio di competenza e presiede le assemblee del corpo legislativo. Questo ultimo propone leggi relative alla propria «barangay» e redige il bilancio. Esiste inoltre un tribunale informale («Lupong Tagapamayapa», tradotto letteralmente, «comitato pacificatore») in cui il capitano riveste il ruolo di giudice. Questo tribunale è autorizzato a tenere delle udienze e processare infrazioni minori come stabilito dalla legge sopraindicata. Altri attori come i volontari di una brigata chiamata «barangay tanod» aiutano i funzionari a garantire il rispetto delle norme e al mantenimento della pace e dell’ordine. 2.4 OWWA Testo originale Testo tradotto Wala nang bisa ang kanyang OWWA, kaya wala siyang matatanggap na anumang tulong. La sua OWWA è già scaduta, perciò non riceverà alcun tipo di aiuto. OWWA è la sigla per «Overseas Worker’s Welfare Administration» (Agenzia per il Welfare dei Lavoratori D’oltremare). È nata il 1° maggio 1980 dalle ceneri di un fondo creato nel 1977 rivolto ai lavoratori all’estero («Welfare Fund for Overseas Workers») per proteggere i loro interessi, il loro benessere e anche quello dei loro cari rimasti in patria. Fu durante la dittatura del presidente Ferdinand E. Marcos (colui che dichiarò la legge marziale nel 1972 che durò ben 9 anni) che venne prestata una maggior attenzione a questa nuova categoria di lavoratori. Esportare manodopera fu la soluzione temporanea del presidente per porre rimedio a un tasso di disoccupazione esorbitante e a una bilancia di pagamenti in forte deficit. La corruzione giunse a livelli sbalorditivi. Alcuni sostenevano che Marcos fosse riuscito ad accumulare un patrimonio pari a più di 20 miliardi di dollari depositati nei paradisi fiscali. Gli ingenti prestiti in denaro erogati dalle banche straniere vennero dirottati dal dittatore e dai suoi amici più stretti, creando un circolo vizioso di indebitamento di cui il paese continua a essere prigioniero. Quella che venne concepita come una soluzione di breve durata divenne una parte essenziale della politica economica delle Filippine. Ne è prova la nascita della OWWA, la prima agenzia del governo a occuparsi esclusivamente dei lavoratori all’estero, «Overseas Filipino Workers» (in seguito l’espressione «overseas filipino workers» o OFWs ebbe grande successo). A differenza degli altri paesi esportatori di manodopera, il governo Marcos pensò che la migliore strategia di marketing per promuovere il talento di un lavoratore filippino dovesse essere un welfare efficace e un sistema di protezioni in cui un lavoratore poteva lavorare tranquillamente, sapendo che i suoi diritti fondamentali erano garantiti. Si diventa membri dell’OWWA pagando semplicemente una quota di adesione (pari a 20 euro) da rinnovare ogni due anni. Tramite l’agenzia, sia i lavoratori che le loro famiglie possono beneficiare di una copertura sanitaria che dà loro agevolazioni sui medicinali e su un eventuale ricovero in ospedale sia nel paese che li ospita, sia in patria. Possono chiedere un mutuo o un prestito per aprire un’attività agli istituti finanziari del governo. Inoltre, hanno diritto a richiedere una borsa di studio e a sottoscrivere un’assicurazione sulla vita a un prezzo accessibile. In caso di eventi imprevisti quali: un’improvvisa espulsione, disabilità o morte, possono attingere ai fondi di emergenza. La gestione della migrazione adottata dal presidente Marcos si è rivelata efficace, visto che le Filippine sono diventate il primo esportatore di risorse umane tra i paesi del Terzo mondo, ma considerare questo approccio una soluzione di lunga durata per i problemi economici del paese è discutibile. Su una popolazione totale di più di 88 milioni (dato dall’ultimo censimento svolto nel 2007, le stime per 2009 invece mostrano una cifra pari a più di 92 milioni), circa un filippino su 10 lavora all’estero. Quanto alle rimesse, la Banca centrale delle Filippine ha rivelato che nel 2009 sono stati inviati 17,3 miliardi di dollari rapportati al Pil dello stesso anno (161 miliardi di dollari) significa che più del 10% del Pil era frutto del lavoro degli emigrati. Ed è proprio per questo loro contributo vitale all’economia che il presidente Corazon Aquino diede inizio alla retorica fondata sulla figura del OFW come «bagong bayani» (i nuovi eroi del paese) ed ogni anno la «Bagong Bayani Awards», l’onorificenza attribuita dal governo, premia gli emigrati che si distinguono per meriti eccezionali. 2.5 Kuya, Ate Testo originale Testo tradotto Kuya, ihanap mo naman ng ticket si ate Jen. Kailangang kailangan ng umuwi dahil namatay ang kanyang ina. Kuya, per favore, cerca un biglietto aereo per ate Jen. Deve tornare urgentemente a casa perché le è morta la madre. Non c’è niente di più importante della famiglia per un filippino. La maggior parte delle sue attività sono collegate alla propria famiglia. Il filippino medio ha almeno un centinaio di parenti; questo è possibile proprio perché la linea di discendenza è bilaterale, cioè la parentela viene riconosciuta sia per linea paterna sia per linea materna. È fortemente in contrasto con il sistema di parentela vigente in altri paesi asiatici, come in Cina dove uno riconosce solo la discendenza per via paterna (patrilignaggio) e in alcuni per via materna (matrilignaggio). Se in termini di forza la famiglia filippina è più debole rispetto alla famiglia cinese di discendenza unilineare, la prima guadagna terreno sulla seconda attraverso la sua vasta rete di parentele sia reali che fittizie. Questa rete è meglio nota con il termine «famiglia allargata». Tra i suoi membri si contano tutti i componenti del nucleo familiare, i nonni paterni e materni e le famiglie dei figli. Esistono peraltro titoli affettuosi (dipende dal proprio dialetto), per rivolgersi a un adulto in famiglia, i più comuni in filipino sono: «kuya» (per il fratello più grande) e «ate» (per la sorella più grande). Queste due parole fanno parte dei 1500 vocaboli presi in prestito dalla lingua cinese. Spaziano da parole attinenti a parentela, legami familiari, vestiario, a quelle riguardanti il commercio e gli attrezzi. Alcune di questi prestiti sono: «ate» (sorella più grande dalla parola cinese «a-chi»); «kuya» (fratello più grande dalla parola «ko-a»); «sanse» (la terza sorella più grande); «diko» (il secondo fratello più grande); «sangko» (il terzo fratello più grande). Nel parlare con un parente vicino o lontano, è usanza diffusa usare un nome affettuoso che non rispecchia il vero legame di parentela. I termini «kuya» e «ate» non si applicano solo ai fratelli maggiori, ma anche a zio/a e cugino/a di primo e secondo grado. Mentre i titoli come «pinsan» (cugino/a), «tito» (zio) e «tita» (zia) vengono attribuiti ai cugini, zii e zie più lontani. Seguono lo stesso criterio le parole per «cognato» e «cognata». I termini in tagalog «bayaw» (cognato) e «hipag» (cognata) vengono impiegati solo quando uno parla del cognato o della cognata in terza persona. Se questi ultimi sono più vecchi del parlante, la donna viene chiamata «ate» e l’uomo «kuya». Spesso, si usano questi termini insieme con il nome della persona in questione, proprio per distinguerla da tanti «kuya» e «ate» che uno ha nella vita (es. Kuya Jay, Ate Riza). Siccome in genere i filippini portano rispetto verso chiunque sia più grande di loro di età, si è consolidata l’abitudine di chiamare anche gli estranei «kuya» e «ate», purché siano più vecchi. Bisogna essere cauti, tuttavia, nell’usarli perché si potrebbe offendere le persone a cui li si attribuiscono, soprattutto se sono più giovani rispetto al parlante. Le famiglie imparentate tendono a costruire case tra di loro vicine e quelle di famiglie abbienti le innalzano dentro un lotto familiare. Tuttavia, abitare vicini non è sempre possibile soprattutto nelle grandi città. Casi di mobilità e opportunità lavorative che richiedono il cambio di domicilio creano uno strappo nella famiglia allargata. Tuttavia a porre rimedio a questo problema sono le visite fatte durante le feste come natale, compleanni e feste del paese. La fedeltà di un filippino va prima di tutto ai membri del suo nucleo familiare. Dunque i parenti più vicini ricevono una maggiore fiducia e fedeltà rispetto al resto dei membri della famiglia allargata. Quanto a quest’ultimi, l’intensità del legame dipende soprattutto dalla vicinanza fisica. La rete familiare continua a crescere mediante le parentele fittizie che nascono da riti religiosi quali: il battesimo, la cresima e il matrimonio. Questo fenomeno è chiamato «compadrazgo». È il sistema in cui la parentela si costruisce reciprocamente tramite i riti religiosi sopraindicati. Mentre il rapporto di «compadrazgo» si rafforza, il legame tra le parti interessate possono anche rasentare i livelli di intensità simili a quelli tra un genitore e un figlio. L’allargamento della famiglia avviene altrettanto tramite i rapporti tra un commerciante e un cliente abituale («suki», parola di origine cinese che originariamente significa amico/a), patrono e cliente, fra due amici e fra due individui legati da un debito di gratitudine (in filipino «utang na loob». Nel primo caso, quando uno decide di diventare un cliente abituale o un fornitore dell’altro, nasce tra queste due persone un’intesa in cui il primo compra le merci dell’altro in cambio di prezzi ridotti, prodotti di buona qualità e spesso anche di credito. Da questa affinità non si ottengono solo vantaggi economici, ma si crea una base per rapporti personali che possono sbocciare in una vera amicizia tra le persone. Nel secondo, l’obbedienza del cliente nei confronti del patrono funge da collante tra i due. È il legame che si può riscontrare per esempio tra agricoltori affittuari e padroni o tra qualsiasi tipo di padrone che fornisce risorse e protezione in cambio di servizi e ausilio da parte del cliente. Inoltre, questa relazione spesso si rafforza tramite il sistema di «compadrazgo» dei riti religiosi. Gli scambi di favori non fanno altro che radunarli in una rete di obblighi reciproci o in un’interdipendenza a lungo termine. I filippini estendono la propria cerchia di alleanze sociali mediante l’amicizia. Considerano l’amicizia allo stesso livello della parentela come il nocciolo delle loro relazioni. È presente in questa categoria, come nel resto, la volontà di aiutarsi. Infine, può svilupparsi un legame basato sul concetto di «utang na loob» che evoca nozioni di gratitudine, reciprocità e riconoscenza che servono a unire le persone. Per usare le parole dell’antropologa Mary R. Hollensteiner: «tutti i filippini dovrebbero avere “utang na loob”, ovvero uno dovrebbe essere consapevole dei propri obblighi nei confronti di chi il favore gli ha concesso. Dovrebbe ripagare questa persona in una maniera accettabile. Dato che «utang na loob» deriva in tutti i casi da un servizio reso, nonostante vi sia una ricompensa materiale, è impossibile quantificarne il valore. È al di sopra di ogni capacità individuale misurare il prezzo da corrispondere, tuttavia uno può tentare di farcela, supponendo che la ricompensa rimpiazzi il servizio originale in termini di qualità, oppure riconoscendo che il pagamento reciproco sia parziale e ne richieda degli altri.» Queste categorie: la parentela reale, quella fittizia, i rapporti basati sulla nozione di «utang na loob», il rapporto commerciante-cliente, patrono-cliente e fra amici, si possono incrociare all’interno della rete di alleanze personali di un filippino. Due individui, per esempio, sono cugini e allo stesso tempo amici. Possono consolidare la loro amicizia diventando padrino/madrina dei figli di uno o dell’altro. Non c’è dunque da meravigliarsi se il filippino medio ha almeno un centinaio di parenti sia veri che fittizi. 2.6 Opo Testo originale Testo tradotto Ama: wag mong pababayaan ang iyong pag-aaral. Anak: opo Padre: mi raccomando non trascurare i tuoi studi. Figlio: sì Ogni domanda “sì o no” può essere risposta con «oo» /’o-’oh/ (sì in italiano) oppure dalle sue varianti di cortesia «opo» /’o-po’/ e «oho» /’o-ho’/) e per la risposta negativa si risponde con «hindi» /hindi’/ (no) oppure con la sua formula di cortesia «hindi po» /hindi’ po’/. Il termine «po» e «ho» vengono aggiunti alla fine di ogni frase come segno di rispetto verso gli adulti. Per esempio un bambino o un adolescente direbbe «salamat po» (La ringrazio) ringraziando un adulto, ma potrebbe semplicemente pronunciare «salamat» (grazie) a un coetaneo. Inoltre, un modo rispettoso per salutare gli anziani è dire «mano po» (letteralmente «la mano, signore/signora») mentre si prende la mano dell’anziano per portarla sulla propria fronte. L’anziano risponde con «Pagpalain ka ng Diyos» (Che Dio ti benedica) o «Kaawaan ka ng Diyos» (Che Dio abbia pietà di te). I genitori filippini provano spesso sgomento quando i loro figli gli parlano senza l’appropriata deferenza e che interpretano come mancanza di rispetto. L’abbandono dell’uso di «opo», «oho» per rispondere a una domanda e «po», «ho» alla fine di una frase potrebbe essere frainteso come segno di maleducazione. Esiste inoltre una sfumatura di significato tra le varianti di cortesia di «opo». «Opo» (per la risposta affermativa) e «po» (alla fine di ogni frase) vengono usati per gli adulti in genere oppure per chi si trova ai gradini più alti della scala sociale che comprende anche le autorità. «Oho» e «ho» sono invece per i coetanei o per i propri pari. Spesso gli stranieri e le persone critiche rimangono sbalorditi all’abuso che i filippini fanno della parola «oo». Un filippino medio potrebbe rispondere di sì in alcune circostanze come le seguenti: non sa niente dell’argomento in questione; è infastidito; ha voglia di fare una bella figura al suo interlocutore e quando non è sicuro di sé, ecc. La ragione psicologica in fondo per un «sì» filippino è «hiya» (letteralmente significa «vergogna»). Un filippino si sente imbarazzato o prova vergogna nell’ammettere che non sa o non ha capito bene, per esempio, le istruzioni, e dunque gli viene spontaneo rispondere di «sì». Il concetto di «hiya» nella vita sociale dei filippini «Hiya» potrebbe essere tradotto in italiano come vergogna. Alla voce «vergogna», il dizionario Il Sabatini Coletti scrive: «sentimento di colpa o di umiliante mortificazione che si prova per un atto o un comportamento, propri o altrui, sentiti come disonesti, sconvenienti, indecenti (…)». Nel contesto filippino, l’antropologo Frank Lynch fornisce una spiegazione di «hiya» come «la sensazione di disagio che accompagna la consapevolezza di essere in una posizione inaccettabile nella società, oppure di avere compiuto un atto socialmente inaccettabile». Per «atto socialmente inaccettabile» non si intende automaticamente un’azione che ha fatto torto a qualcuno. Nella società filippina, «hiya» funge da punizione universale che provoca una profonda sensazione di non essere riuscito a conformarsi con i parametri della società in generale oppure quelli della persona con cui si ha a che fare. Il comportamento di una persona è condizionato dal sentimento di «hiya». Ogni azione compiuta in pubblico è censurata o approvata secondo sempre le regole dettate di «hiya». Esempi di situazioni di vita quotidiana in cui «hiya» influisce sulle azioni delle persone possono avere come protagonista un dipendente che preferisce di non porre domande al suo capo anche se non è sicuro su che cosa dovrebbe fare; una padrona di casa che spende più di quanto possa permettersi per organizzare una festa; un collega che sceglie di nascondere la sua vera opinione riguardo a una questione perché teme di ferire o provocare dolore negli altri. A detta della filosofa filippina Emerita S. Quito, «hiya» è un valore ambiguo che contiene aspetti sia positivi che negativi. Ha scritto: « “Hiya” è negativo perché blocca o frena uno ad agire. Questa caratteristica riduce una persona alla mediocrità o a quella condizione descritta da Nietzsche in “la morale degli schiavi”. “Hiya” congela l’anima di un filippino e l’indebolisce. Di conseguenza lo rende timido, indulgente ed inerme. È positivo perché aiuta a raggiungere la propria pace interiore e non crea tensione proprio perché uno non prova nemmeno ad avere successo» (Quito 1988:77). Inoltre, «hiya» ha una funzione regolatrice nella società. In molti «barangay» (la più piccola unità amministrativa nelle Filippine) dove risiede la maggiore parte della popolazione, i poliziotti hanno un ruolo pressappoco insignificante nella comunità, se ci sono, perché le stazioni di polizia si trovano solo nelle città o nei grandi villaggi. La pubblica sicurezza è gestita dall’intera comunità che risolve le dispute attraverso un gruppo di consenso («Lupong tagapamayapa», letteralmente «comitato pacificatore») che applica il valore di «hiya». Tutti devono comportarsi secondo quello che gli comanda il senso di «hiya» per riuscire a guadagnare la fiducia e il rispetto della comunità. Il valore tradizionale preispanico di «hiya» è rafforzato dal termine spagnolo «amor proprio» (autostima). Lynch la descrive come «un filo emotivo ad alta tensione che cinge la parte più intima di una persona, proteggendola da denigrazioni o da chiunque possa mettere in dubbio le qualità a cui tiene gelosamente come le sue migliori pretese per il rispetto e la stima altrui.» A causa del legame di «hiya» e «amor proprio», un filippino si trattiene dal mettere a rischio l’autostima di un altro grazie al sentimento di «hiya». E dunque uno potrebbe esitare a riscuotere un debito in sospeso di vecchia data perché sollevare il problema potrebbe ferire l’«amor proprio» dell’altro. La differenza tra le relazioni interpersonali nell’Occidente e nelle Filippine è che nel primo si risolvono i problemi confrontandosi, mentre in quella filippina la risoluzione si trova evitando qualsiasi tipo di confronto. Sottrarsi a un confronto per non provocare alcuna reazione violenta da parte di un altro rientra in un’altra caratteristica tipica dei filippini che è «pakikisama» o quelle che Lynch chiamò nel 1964 «Smooth Interpersonal Relations» (relazioni interpersonali tranquille). Il termine «pakikisama» deriva da due parole in filipino: la radice «sama» che significa «accompagnare, andare con qualcuno» e il prefisso «paki», «per favore o per cortesia». Dunque, letteralmente vuol dire «per favore/cortesia, accompagnare/andare con». Il suo significato letterale tratto dal suo etimo è chiaro. «Pakikisama» suggerisce il concetto di «compagno» e di «compagnia». Secondo Lynch (1963) «pakikisama» è «la capacità di andare d’accordo con qualcuno in maniera tale da evitare un conflitto». Come in altre caratteristiche filippine, «pakikisama» ha anche un lato positivo e negativo. È un bene praticarlo perché promuove solidarietà e ha come obiettivo fisso la pace e la soppressione dei dissensi. Tuttavia, spesso e volentieri i filippini ne abusano. Una persona nel nome del «pakikisama» potrebbe chiudere un occhio su un’ingiustizia per far sì che la pace si mantenga a scapito però della vittima. Nella società filippina dove il «pakikisama» è un tratto distintivo importante, la solidarietà è tanta e dunque ci si scambiano continuamente dei favori. Se in Occidente può bastare un semplice «grazie» oppure un regalo per ripagare un favore, nelle Filippine il debito di gratitudine nei confronti del proprio benefattore è incancellabile. E questa è un’altra virtù tipica dei filippini, chiamata «utang na loob» (è composta da «utang», «debito» e «loob» che significa «interiore»). Il concetto filippino di «gratitudine» è così peculiare che è difficile trovarne un traducente in un’altra lingua. Traducendolo con «gratitudine» si perdono delle sfumature perché nutrire gratitudine verso qualcuno è una caratteristica universale di tutte le culture. L’«utang na loob» è ben saldo nel rapporto genitore-figlio. Il dono della vita è il pretesto dei genitori per sollecitare l’«utang na loob» nei figli. Sin da piccoli, gli viene ricordato che non riusciranno mai, in tutta la loro esistenza, a fare qualcosa che possa eguagliare il dono della vita da parte della madre. Siccome questo debito non potrà mai essere estinto completamente, i figli devono ripagare con il rispetto e l’affetto. Inoltre, i genitori aspettano che i figli si occuperanno di loro nella vecchiaia. Se i figli non rispettano le loro obbligazioni dettate dal senso di «utang na loob» potranno essere bollati come «walang hiya» (letteralmente «senza vergogna; svergognati»); è un rimprovero tanto deplorevole quanto l’ammonimento «walang utang na loob» («senza gratitudine; ingrato»). Questo è il motivo per cui i filippini non mandano quasi mai i genitori anziani nelle case di riposo. Se lo facessero, verrebbero considerati ingrati. Nelle Filippine gli anziani non vivono in isolamento. Sono ammirati per la loro vasta saggezza e la facoltà di influire sulle decisioni in famiglia. È per questo che sono incoraggiati a rimanere a casa dei figli indefinitamente anche se i figli sono già sposati. Vengono scelti come tutori dei nipoti nel caso in cui i genitori di quest’ultimi lavorino all’estero. Quest’usanza non è per niente considerata un peso. Inoltre, vengono incitati a trascorrere gran parte del tempo con i nipoti, per fare in modo che si consolidino i rapporti con loro e allo stesso tempo impartiscano conoscenza e affetto. Se il mercato della cura degli anziani è molto florido in molti paesi soprattutto in Occidente, nelle Filippine questo tipo di mercato fa fatica a prendere piede, proprio per il motivo indicato sopra e anche per i costi molto elevati. In più mandare un anziano in una casa di riposo è tutt’ora un tabù. La famiglia che compie quel gesto viene rimproverata dalla comunità in cui vive. 2.7 Balato Testo originale Testo tradotto Kumpare, may mga nagsasabi na nanalo ka daw sa sabong. Balato naman diyan! Compare, gira la voce che tu hai vinto ai combattimenti di galli. Regalami qualcosina! Quando uno vince una scomessa o riceve un regalo finanziario inaspettato, i suoi parenti e amici si fanno sentire per convincerlo con tanto di complimenti e moine a condividere una parte della sua fortuna come «balato» (regalo). Condividere una fortuna o un successo serve a tacitare l’invidia di chi la buona sorte non l’ha. Dunque, un vincitore dovrebbe essere generoso a dividere la vincita fra parenti e i più stretti sostenitori. Aspetto integrale del vincere in un combattimento dei galli e in altri giochi d’azzardo, il «balato» è basato sulla credenza che la fortuna («swerte») di una persona porta con sé vittoria, e condividere questa fortuna con gli altri aumenta le probabilità di vincite in futuro. Fare il tirchio, invece, attira la cattiva sorte. Dunque, il «balato» è un meccanismo che serve a far ricircolare la fortuna e ad attirare tutti nel mondo dei giochi d’azzardo. Questo comportamento risponde ai concetti che i filippini ritengono più importanti nel rapportarsi con gli altri sia nella comunità che all’interno della propria famiglia allargata. Questi concetti sono l’amor proprio (autostima), «hiya» (vergogna), «utang na loob» (debito di gentilezza) e «pakikisama» (andare d’accordo con gli altri). Un vincitore preferirà che gli rimanga poco pur di non essere oggetto di calunnie per non avere osservato questi valori. 2.8 Abuloy Testo originale Testo tradotto Kumare, nakikiramay ako sa inyo. Pasensya na hindi ako pwedeng makipaglamay dahil may trabaho ako. Ipapadala ko nalang sa anak ko ang abuloy. Comare, condoglianze. Scusami se non posso venire alla veglia funebre perché lavoro. Manderò mio figlio a portare la nostra donazione. «Abuloy» è un aiuto finanziario che si dà a una famiglia che ha subìto la perdita di una persona cara per coprire le spese funebri. Una volta ricevuti tutti gli «abuloy», la famiglia dovrebbe impiegarli solo ed esclusivamente per i costi attinenti al funerale. Usare questi soldi che sarebbero del morto per un’altra finalità è una mancanza di rispetto nei suoi confronti. Il rispetto per i morti è uno dei valori più importanti dei filippini. Un evento che sia lieto o doloroso offre sempre una buona occasione perché tutti i membri della famiglia allargata si riuniscano. Non appena arrivi la notizia della morte di un parente o di un amico, tutti corrono subito a vedere il morto e a darsi il turno per vegliare sul defunto giorno e notte durante la veglia che può durare da tre a cinque giorni. La veglia in stile filippino è tutto tranne che solenne, ma si cerca di fare meno chiasso possibile e si respira comunque aria di lutto. A casa del morto c’è un continuo andirivieni di parenti, amici ed estranei che esprimono cordoglio alla famiglia. Fuori invece spesso gli uomini si mettono intorno ai tavoli per giocare a majhong e altri giochi d’azzardo, mentre le donne s’occupano di solito della cucina e la distribuzione dei rinfreschi. La veglia e il rito funebre nelle Filippine non richiedono solo soldi, ma anche capacità organizzative e volontari. A soddisfare queste necessità ci sono prima di tutto gli «abuloy» (donazioni), e per le altre due schiere di parenti, amici e compaesani s’offrono per lavorare tutto insieme nello spirito di «bayanihan». È l’usanza di lavorare in gruppo per raggiungere uno scopo comune, tramandata dagli antichi filippini. Il «Vocabulario de la lengua Tagala» (vocabulario della lingua Tagalog scritto da due ecclesiastici spagnoli nel 1835) scrive che il termine «bayanihan» deriva dalla radice «bayani» che significa «obra comun» («lavoro di gruppo»). Inoltre, «bayani» ha un’altra accezione, «eroe». «Bayanihan» è l’aiuto che si indirizza al prossimo che si trova in difficoltà senza aspettarsi niente in cambio. È un’altra virtù che hanno in comune tutti i filippini. La società filippina secondo le parole del sociologo Chester Lunt è una società di «bayanihan» (solidale) dovuta all’accento che i filippini pongono sui rapporti personali, faccia a faccia e di amicizia. Furono le popolazioni d’origine Malay a coltivare questo valore di mutuo soccorso quando arrivarono alle coste del paese. Le famiglie si assistettero a vicenda per sopravvivere. Questa usanza poi fece nascere la «barangay», la struttura sociale preispanica composta dai gruppi di consanguinei. «Bayanihan» indica anche il sistema cooperativo degli agricoltori basato sempre sui concetti di «collettivismo» e «comunità». È mediante questo sistema che le famose terrazze di riso di Banaue, considerate l’ottava meraviglia del mondo, sono state realizzate. «Bayanihan» è lo spirito che domina in tutte le veglie e i riti funebri. Quando c’è un morto in famiglia, parenti, amici e anche curiosi pregano e aiutano la famiglia in tutte le commissioni fino al quarantesimo giorno di preghiera per l’anima del defunto che coincide con l’ultimo giorno di preghiera. Si organizza una festa dedicata sia al morto che a tutti coloro che hanno dato un loro contributo nel nome del «bayanihan» come ringraziamento. Si pratica ancora l’imbalsamazione del cadavere, arte tramandata dagli antichi filippini. Utilizzavano come materiali erbe e profumi. I corpi venivano sepolti vicino a casa, nelle grotte, nella foresta o nelle terre elevate affacciate sul mare. Una tomba sepolcrale per un filippino deve essere grande, possibilmente un mausoleo in grado di contenere la tomba e la fiumana di visitatori che arriverà in occasione del Giorno dei santi e del Giorno dei morti, ricorrenze molto care ai filippini. Chi vive in città cerca di tornare nel proprio villaggio per rendere omaggio ai suoi cari deceduti. Vengono puliti e rimbiancati i sepolcri. Le tombe trascurate rispecchiano la mancanza di riguardo per il morto. In queste giornate molti rimangono da mattino presto fino all’alba per pregare e anche per stare in compagnia dei parenti che non si sono incontrati durante l’anno. Si respira aria di festa. Tutto è illuminato da candele e luci. Il cibo non manca mai. Spuntano da ogni angolo chioschi di venditori ambulanti e mercatini che offrono di tutto. 3. Riferimenti bibliografici Agar M. 2006 «Culture: Can You Take It Anywhere?». International Journal of Qualitative Methods, 5:1.12. Baldauf B. R. Kaplan B. 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