Ceci n’est pas un biais

biais

Quando la mente umana si trova davanti a un fenomeno nuovo, cerca subito il modo di descrivere tale fenomeno a sé stessa per poterlo riconoscere economicamente in futuro. Dato che tale descrizione deve essere sintetica, la mente cerca nella complessità del fenomeno delle costanti ricorrenti, dei pattern, in modo da rendere più agevole il riconoscimento. Se per esempio d’estate il cielo all’improvviso si oscura, tira vento e gli uccelli smettono di cinguettare, so che sta per scoppiare un acquazzone: «acquazzone» è il nome di un pattern riconoscibile, applicabile a fenomeni diversi ma che hanno qualcosa in comune. [...]

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Diversamente negazionisti

La nostra epoca a volte è definita postideologica. Questo è dovuto al fatto che qualcuno comincia a sospettare che, nella canzone «Destra-sinistra» (1994), Giorgio Gaber fosse semplicemente ironico quando diceva che «Fare il bagno nella vasca è di destra/far la doccia invece è di sinistra». Sapendo che forse era ironico, alcuni hanno trovato nel dizionario la definizione di «ironia» come «dire il contrario», e hanno pensato che la doccia fosse di destra e il bagno di sinistra.
Ma poi è arrivato un Líder Maximo de noantri che ha stabilito che il fatto stesso di …

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Intervista al traduttologo Bruno Osimo: “Nella cultura italiana manca la categoria culturale della traduzione.”

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Intervista al traduttologo Bruno Osimo: “Nella cultura italiana manca la categoria culturale della traduzione.”

Martedì, 08 Novembre 2016 16:54 Scritto da  

Bruno Osimo è coordinatore del corso di Mediazione Linguistica alla Civica scuola interpreti e traduttori «Altiero Spinelli» di Milano.Bruno Osimo è coordinatore del corso di Mediazione Linguistica alla Civica scuola interpreti e traduttori «Altiero Spinelli» di Milano.Bruno Osimo

Qual è il ruolo della traduzione nella cultura italiana? Perché nella nostra cultura manca una definizione ben precisa della traduzione? Quali ricadute ha la mancanza di una specifica categoria culturale della traduzione sul panorama professionale della traduzione in Italia? A queste e altre domande ha risposto il traduttologo Bruno Osimo. Osimo è docente di scienza della traduzione, traduzione dal russo, traduzione dall’inglese e coordinatore del corso di Mediazione Linguistica alla Civica scuola interpreti e traduttori «Altiero Spinelli» di Milano.

Dottor Osimo, lei sostiene che sapere le lingue e saper tradurre non siano la stessa cosa e che nella cultura italiana manchi la categoria culturale della traduzione. Cosa intende esattamente?

Sono convinto che nella cultura italiana non si riconosca lo specifico della traduzione. Io, ad esempio, ai miei tempi ho studiato lingue e non traduzione. Il corso di laurea era quello di Lingue e Letterature Moderne ed era tutto quello che c’era per poter diventare traduttori. Oggi però noi sappiamo che sapere le lingue e saper tradurre si esercitano con capacità diverse e che anche a livello cognitivo si tratta di due cose diverse, che culturalmente hanno due fini diversi. Sapere le lingue serve per molte professioni, quasi per tutte quelle moderne. Medici e ingegneri, ad esempio, non possono non sapere l’inglese. Queste figure professionali, tuttavia, possono benissimo non saper tradurre. Un traduttore, invece, deve essere soprattutto un mediatore. Le capacità che richiede la mediazione sono più affini a quelle di un mediatore culturale o di una persona che deve mediare tra due persone. Pensiamo al terapeuta della coppia. Questo deve sapersi immedesimare nella cultura individuale di ciascuno dei due membri per poter fare da mediatore. Poi però deve arrivare a una sintesi che esprima una cultura terza che non sia nessuna delle culture dei due. Questa cultura terza in gergo tecnico si definisce linguaggio d’intermediazione tra il linguaggio di uno e quello dell’altro. Questo linguaggio di intermediazione deve poter esprimere tutto quello che vogliono dire la persona A e la persona B della coppia nei rispettivi linguaggi. Però deve esprimerli in un linguaggio C che sia comprensibile sia per A che per B. La stessa cosa succede con la traduzione sia scritta che orale. Il linguaggio d’intermediazione, nel caso della traduzione, è un linguaggio e non una lingua.

Lei afferma che in Italia la traduzione ancora non abbia una sua definizione specifica ben precisa. Ci sono altri paesi in cui invece questa è ben chiara e definita?

Se utilizziamo i settori disciplinari dell’università italiana come parametro obiettivo, possiamo notare che non esiste un settore disciplinare dedicato alla traduzione. La traduzione è sparpagliata un po’ ovunque tra lingua, letteratura e didattica della lingua. Se poi pensiamo alle associazioni di categoria, credo che la coscienza professionale di traduttori e interpreti in Italia sia tra le più basse del mondo occidentale. Non sono favorevole alle corporazioni, ma segnalo che l’autocoscienza dell’essere traduttori è un sintomo di qualcos’altro. Se lei va in Svizzera, ad esempio, trova tariffe per traduttori anche di cinque volte più alte. In questo paese i traduttori godono di un riconoscimento sociale e intellettuale di alto livello.

Più o meno lo stesso problema degli insegnanti della scuola dell’obbligo.

Sicuramente c’è qualcosa in comune. La cultura italiana assegna un ruolo simile ad entrambe le figure professionali. Ma questo è un problema di ignoranza. Per insegnare nella scuola dell’obbligo ci vogliono grosso modo tutte le capacità che servono per insegnare all’università. Non è che sia più facile, anzi.

Lo scarso riconoscimento per i traduttori dipende anche dalla scarsità di percorsi di formazione specifici per la traduzione?

I traduttori stessi hanno le loro responsabilità. Non si riesce ancora a dare della traduzione un’immagine professionale. Molto spesso ci si improvvisa traduttori. Molti lo fanno per tappare dei buchi nella loro esistenza.

Adesso poi ci sono Internet, nuove tecnologie, i traduttori automatici, i sottotitolatori amatoriali. Veri e propri fenomeni di traduzione di massa a basso costo o addirittura gratuita.

Su questo faccio sempre l’esempio del vino. Quando io ero piccolo se dovevo comprare del buon vino per la mia famiglia dovevo andare dal contadino perché al supermercato c’erano solo le marche scadenti. Adesso se andiamo al supermercato si possono anche trovare vini buoni. Questo significa che negli ultimi cinquant’anni i produttori hanno fatto un buon lavoro per far capire che il vino può essere un prodotto buono o cattivo. Con la traduzione questo non è ancora stato fatto. Ci vorrebbe un processo culturale simile per la traduzione. Un’operazione di marketing per far capire che la traduzione che puoi avere a due euro non è la stessa che puoi avere a venti euro. Quello che sta succedendo a me e anche ad altri colleghi miei coetanei è che lavoriamo sempre meno e che molto spesso il lavoro viene assegnato a principianti molto più “cheap”. Cosa che di per sé è anche bella. Il punto è che il lavoro dei professionisti con più esperienza può e deve convivere con quello di chi entra a lavorare in questo settore. Ci potrebbero essere due fasce di prezzo, quella del neolaureato e quella di chi magari ha tradotto per trent’anni i classici della letteratura, come c’è il vino in tetrapack e il Brunello di Montalcino.
Per quanto riguarda le nuove tecnologie, la traduzione automatica è stata rimpiazzata dalle memorie di traduzione. Tale tecnologia concettualmente non si basa più sulla linguistica lessicale ma sulla semiotica – a sua insaputa, credo. Le memorie di traduzione si basano su stringhe di testo, e dunque sul contesto, anziché sulle singole parole. Le memorie sono utili, lo ripeto, non per sostituire i traduttori ma per aiutarli. Bisognerebbe che i traduttori fossero mentalmente un po’ più elastici e, purtroppo, non sempre è cosi. Soprattutto i traduttori letterari, che io preferisco chiamare traduttori artistici, non devono vedere la tecnologia come fumo negli occhi. Anche nel campo della traduzione artistica le memorie di traduzione possono essere di grande aiuto.

Può farci in esempio.

Penso alle ripetizioni e alla ricerca esasperata di sinonimi. In questo senso siamo tutti un po’ vittime di Cicerone dopo tutti questi millenni. Pensiamo ancora alla ripetizione come a una cosa negativa. Io credo che se Čehov ripete dieci volte una parola nello stesso racconto lo debba aver fatto a ragion veduta.

Passiamo agli aspetti teorici della sua ricerca sulla traduzione. Lei sostiene che il traduttore sia una sorta di antropologo, può spiegarci meglio?

Se noi abbandoniamo l’idea che la traduzione sia una questione di lingua ed entriamo nell’idea che sia un problema di cultura, entriamo di fatto nel dominio dell’antropologia. In semiotica il concetto di testo quasi coincide con quello di cultura e viceversa. Quando noi affrontiamo un testo affrontiamo una cultura e dobbiamo interpretarla. Anche la strategia traduttiva diventa un tipo di atteggiamento culturale come potrebbe essere quello sciovinista oppure quello multiculturale. I traduttori sono nel contempo protagonisti e sensori dei rapporti tra culture. Il traduttore diventa così non più uno che trasporta, ma uno che crea un linguaggio nuovo ogni volta che traduce un testo nuovo.

Quest’idea si applica solo alla traduzione artistica o anche a quella tecnica e a tutti i tipi di traduzione?

Vale per tutti i tipi di traduzione. Anche se devo tradurre un manuale tecnico mi rivolgo a un lettore modello e ho una dominante. Anche il traduttore artistico è un traduttore tecnico-settoriale. Tra l’altro ci sono molti studiosi dell’Est europeo che hanno dimostrato scientificamente che non c’è nessun motivo di principio per distinguere la traduzione letteraria da quella non letteraria. La cultura e la lingua non sono estricabili l’una dall’altra, per questo preferisco utilizzare il concetto di Agar di “linguacultura”. Questa va vista come un organismo vivente e non come un oggetto. E il testo va visto come un processo.

In questo caso sarebbe la traduzione a inglobare la linguistica e non viceversa.

Dal punto di vista della semiotica è così, la linguistica fa parte della semiotica e non viceversa. La traduzione non so, forse questa potrebbe avere un ruolo più forte nella semiotica. Va di moda oggi usare il concetto di traduzione con cose che con la traduzione non hanno nulla a che vedere. La semantica può certamente fare riferimento alla traduzione per molti dei suoi principi. Adesso molti convergono nel cercare i significati nella traduzione. Se tu vuoi sapere cos’è veramente sedia traduci sedia in un’altra lingua. Quello che resta invariato è il significato di sedia. Quando non riusciamo a tradurre bene qualcosa dobbiamo ricorrere al pensiero creativo, che è l’unico strumento che ci permette di superare i momenti di intraducibilità. Le traduzioni possono essere ad alto tasso di traduzionalità o a basso tasso di traduzionalità. Il pensiero creativo è particolarmente utile con il primo tipo di traduzioni.

Lei sostiene che una nota del traduttore non sia una sconfitta.

Le note del traduttore non nascondono il fatto che una traduzione sia tale e il lettore in genere non è stupido e quando legge un testo tradotto sa che non si tratta dell’originale. Se diamo fiducia a questo tipo di lettore modello, le note del traduttore sono strumenti per “assaggiare“ la cultura in cui nasce l’originale. Un abuso di queste note, tuttavia, testimonia a mio avviso una velleità sbagliata del traduttore di far avvertire la propria presenza. Le note del traduttore sono però antropologicamente utilissime.

In conclusione, quanto di originale c’è nella sua ricerca e quanto viene da altri linguisti o esperti della traduzione?

Premetto che nella formulazione della mia ricerca mi avvalgo di contributi di illustri semiotici come Lotman e Peirce. Di originale nella mia ricerca c’è il fatto che io utilizzo i contributi teorici di questi semiotici per sviluppare un’idea della traduzione che in quanto tale è originale. Per quanto riguarda l’antropologia, mi sono avvalso del contributo teorico di Agar. Egli ha utilizzato il concetto di traduzione per spiegare ai suoi colleghi cos’è la cultura. Io, invece, ho provato a fare il reciproco. Vorrei ricordare che sia su Lotman che su Jakobson, del cui contributo pure mi sono avvalso, ho scritto due libri in corso di pubblicazione. I due testi si intitolano “Manuale di traduzione di Roman Jakobson”, pubblicato in italiano da Blonk, e “Il manuale del traduttore di Jurij Lotman”, che uscirà in inglese da Tartu University Press e in italiano da Marcos y Marcos.

La ringrazio per l’intervista, a presto.
Grazie a lei per l’originalità delle domande.

A risentirci.
© Informalingua

Nato a Milano nel 1958, scrittore e teorico della traduzione, Bruno Osimo è docente di scienza della traduzione, traduzione dal russo, traduzione dall’inglese e coordinatore del corso di Mediazione Linguistica alla Civica scuola interpreti e traduttori «Altiero Spinelli» di Milano. Svolge ricerche nel campo della traduzione.

La volgarità del consueto

La “volgarità” del consueto

La realtà che percepiamo – che i più ingenui tra noi chiamano «oggettiva» – è filtrata dalla presenza e dalla genericità delle categorie che il nostro sistema culturale ha deciso di creare per noi. Si tende a non vedere ciò che non è previsto e a vedere ciò che è previsto. Anche noi mediatori linguistici e culturali a volte subiamo questo malinteso quando ci prendono per esperti di lingue.
La categoria «lingue» è presente nel nostro sistema culturale nella categoria degli accessori di comunicazione. Abbiamo il citofono, le cartoline, le lingue: intorno al tribunale ci sono negozi che riportano sull’insegna «copisteria traduzioni fax». Ma la categoria «mediazione» manca, o meglio c’è ma in altri campi, come la giurisprudenza e la [continua a leggere]

laltiero

Questo articolo è stato pubblicato il 2 marzo 2017 qui http://www.laltiero.it/la-volgarita-del-consueto/ sulla rivista «L’Altiero» diretta da Fabio Zanchi nella rubrica «Il senso delle cose».

«L’Altiero», Giovani per l’Europa, è il magazine online della Civica Scuola Interpreti e Traduttori “Altiero Spinelli”

Peeter Torop: Cultural Semiotics DINA TIFFANY BERNASCONI Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli»

Peeter Torop: Cultural Semiotics

DINA TIFFANY BERNASCONI

 

               Fondazione Milano

Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli»

Via Carchidio 2 20144 MILANO

 

 

Relatore: Professor Bruno Osimo

 

Diploma in Mediazione linguistica

Ottobre 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questa tesi è conforme alla norma UNI-ISO 7144

© Peeter Torop, Cultural semiotics, 2014

© Dina Bernasconi per la traduzione italiana 2016

 

Peeter Torop: Cultural Semiotics

Abstract in italiano

Si presenta la traduzione del saggio Cultural Semiotics di Peeter Torop. La prefazione chiarisce la tematica del testo e il contesto e alcune definizioni di termini e concetti fondamentali, una breve presentazione del libro, una biografia di Torop, nonché informazioni utili su lettore modello e dominante del prototesto. Segue un’analisi delle difficoltà della traduzione del saggio altamente settoriale. Infine si propone la traduzione del saggio con il testo originale a fronte.

 

Abstract en français

Cette thèse a comme objectif la traduction Italienne du douzième chapitre du livre The Routledge Handbook of Language and Culture qui contient l’essai Cultural semiotics écrit en Anglais par Peeter Torop. Le premier chapitre comprend une préface visant à mieux comprendre le texte et le contexte dans lequel il se trouve. On y trouve notamment des définitions et concepts fondamentaux, une brève présentation du livre précité, une courte biographie de Peeter Torop, tout comme des informations utiles sur le lecteur modèle et la dominante du prototexte. Pour conclure suit une analyse des difficultés majeures rencontrées au cours de la traduction du texte hautement sectoriel. Dans le deuxième chapitre se trouvent le texte original et la traduction de ce dernier.

 

 

English abstract

 

The aim of this work is the Italian translation of the twelfth chapter of the book The Routledge Handbook of Language and Culture, which contains Cultural semiotics, the essay written by Peeter Torop. The first chapter holds a preface that clarifies the thematic and the context of the paper. The later contains some definitions of fundamental terms and concepts, a brief presentation of the mentioned book, a short biography of Peeter Torop, as well as useful information on the ideal reader and the dominant of the prototext. To conclude the preface, an analysis of the major difficulties encountered in the translation of that highly sectorial essay follows. The second chapter offers the translation together with the original text.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sommario

 

  1. Prefazione

1.1  Introduzione al testo Cultural semiotics

1.2  Breve presentazione del libro The Routledge Handbook of Language and Culture

1.3  Peeter Torop

1.4  Lettore modello e dominante

1.5  Scelte traduttive

1.6  Riferimenti Bibliografici

  1. Traduzione

2.1 Testo originale e traduzione

 

1. Prefazione

1.1 Introduzione al testo Cultural Semiotics

La presente tesi ha come oggetto la traduzione del testo Cultural Semiotics scritto dal semiotico estone Peeter Torop. Per facilitare la comprensione del prototesto, dopo aver dato alcune definizioni fondamentali, si eseguirà un breve studio del contesto nel quale si trova: saranno fornite alcune informazioni supplementari sull’opera che contiene il testo e sul suo autore.

L’argomento di cui tratta il saggio è la semiotica della cultura, vale a dire un ramo della semiotica (la scienza che studia i segni e la significazione) fondato da Lotman e dalla scuola semiotica di Tartu che si occupa della significazione nell’ambito della cultura (Osimo 2010:160), intesa come memoria non ereditaria della collettività (Lotman e Uspenskij 1971:43). La semiotica della cultura si occupa inoltre di sintetizzare le esperienze di altre discipline che studiano la cultura.

Nel saggio Torop analizza lo sviluppo storico della scienza, ne rivela le ricerche e le pratiche, ne offre una visione contemporanea ed esplora le potenziali future direzioni del campo.

 

1.2 Breve presentazione del libro The Routledge Handbook of Language and Culture

Il saggio di Torop è il dodicesimo capitolo dell’opera The Routledge Handbook of Language and Culture. Il libro in questione, scritto da un gruppo di rinomati studiosi e curato dal linguista Farzad Sharifian, è stato pubblicato nel 2015, presso la casa editrice Routledge a Londra e New York. L’opera è composta da una raccolta di saggi che analizzano la relazione che intercorre tra lingua e cultura e tratta questioni chiave delle ricerche linguistiche su linguaggio e cultura secondo prospettive diverse. Il libro è diviso in trentatré capitoli che trattano tematiche quali la psicologia cognitiva, la linguistica cognitiva, l’antropologia cognitiva, l’antropologia linguistica, l’antropologia culturale e la sociolinguistica.

 

1.3 Peeter Torop

Peeter Torop è un semiotico estone, nato a Tallinn nel 1950. Si è laureato presso la facoltà di filologia russa dell’Università di Pietroburgo. È professore ordinario nonché Capo del Dipartimento di Semiotica dell’Università di Tartu. La Scuola semiotica di Mosca-Tartu nasce infatti all’Università di Tartu nel 1964 quando Jurij Lotman fonda la rivista scientifica Sign Systems Studies di cui Torop è direttore. È membro dell’Associazione Internazionale di Dostoevskij, tra le sue opere principali troviamo infatti Dostoevskij: storia e ideologia scritto nel 1997. Fa inoltre parte della Fondazione Lotman ed è coeditor della Tartu Semiotics Library e coeditor della rivista Sign Systems Studies. Il semiotico lavora anche nella redazione di vari giornali e riviste come il giornale estone Trames o la rivista semestrale spagnola Entretextos ed è direttore della collana editoriale di studi sulla semiotica dell’Università di Tartu. Torop è anche presidente dell’Associazione di Semiotica estone. Le sue ricerche spaziano dalla storia della letteratura e della cultura russa, alla semiotica della cultura e alla scienza della traduzione. Tra le sue opere più conosciute si annoverano Tartu school as school, scritto del 1994, La traduzione totale del 1995 (traduzione italiana 2010), e The position of translation in translation studies del 1997.

 

1.4 Lettore modello e dominante

Il testo di Torop è un testo specialistico e complesso per via dei concetti espressi, ricco di rimandi intratestuali e intertestuali, che comprende numerosi concetti specifici (termini relativi al settore della semiotica della cultura). Il registro è alto e formale, è infatti colto, letterario e accurato. Nel testo prevale la subordinazione, i periodi sono lunghi e complessi, il lessico è ricercato. Lo stile è sobrio (non comprende figure retoriche o quasi, eccetera). Da quest’analisi è possibile dedurre il lettore modello, sicuramente un lettore colto con conoscenze interdisciplinari, che potrebbe essere uno studente, un accademico, ricercatore o studioso che si interessa all’area della linguistica e della semiotica o ancora di aree che hanno in parte a che fare con queste discipline.

Il testo è informativo, la dominante è non stata quindi posta sul piano della forma, bensì su quello del contenuto. È stato ritenuto fondamentale produrre un metatesto che fosse innanzitutto chiaro e coerente. La comprensione e l’accuratezza hanno dunque prevalso su impliciti e ridondanze per rispettare la funzione informativa del prototesto e la sua settorialità. È stato per esempio deciso di fare un uso minimo dei sinonimi, usati solo per parole e non termini, per migliorare la leggibilità del testo. Questo ha inoltre contribuito a ridurre il residuo traduttivo.

 

1.5 Scelte traduttive

Durante la traduzione del saggio Cultural semiotics di Torop, sono sorti alcuni problemi riguardanti la resa nella lingua ricevente, l’italiano, di termini e concetti nella lingua emittente, l’inglese. Nei paragrafi seguenti sono spiegate alcune scelte traduttive eseguite nel metatesto. I problemi e le scelte traduttive che si è scelto di analizzare non sono ovviamente gli unici sorti durante lo svolgimento della traduzione, tuttavia sono stati ritenuti i più interessanti da analizzare.

Le differenze culturali possono interferire con la resa di determinati concetti, un esempio di questo può essere dato dall’aggettivo inglese “cultural” che in italiano può essere tradotto sia come “culturale” sia come “della cultura”. Le due varianti in italiano hanno sfumature diverse e possono pertanto assumere significati differenti. Come è stato specificato nell’introduzione, in questo testo il termine “cultura” va inteso come “memoria non ereditaria della collettività” (Lotman e Uspenskij 1971:43). Questo significato viene conservato traducendo “cultural” con “della cultura”, ma rischia di essere perso traducendo “cultural” con “culturale”. Nel secondo caso infatti ci si potrebbe confondere pensando a qualcosa relativo alla cultura in generale (nel senso di arte, letteratura e musica), che si occupa di cultura o che ne promuove la diffusione e non è questa l’accezione che si vuole dare all’aggettivo. Questa decisione è stata presa perché il linguaggio usato nel testo scritto da Torop è un linguaggio settoriale e la traduzione richiede quindi l’utilizzo di termini specifici che devono essere più accurati possibili in modo da evitare fraintendimenti e oscurità. Per questo ad esempio, si è deciso di tradurre “cultural semiotics” con “semiotica della cultura”.

Un’altra questione interessante affrontata nel corso del lavoro è stata decidere come tradurre la parola inglese “language” in italiano. Nella lingua ricevente il termine può essere tradotto sia come “lingua” sia come “linguaggio”. L’italiano distingue infatti i due termini come segue: il termine “lingua” sta ad indicare le lingue naturali, mentre il termine “linguaggio” descrive tutti i linguaggi (comprese le lingue). Si può notare dalle definizioni che la distinzione è molto importante, per non dire fondamentale nel testo tradotto. Occorre quindi disambiguare decidendo caso per caso se tradurlo con “lingua” o “linguaggio” a seconda del senso che hanno nelle singole occorrenze (Osimo 2010:149). Ad esempio si è deciso di tradurre “home language” e “national language” con rispettivamente “lingua di casa” e “lingua nazionale” mentre “metalanguage” e “object language” con rispettivamente “metalinguaggio” e “linguaggio oggetto”.

In alcuni casi ci si è imbattuti in una doppia difficoltà, come nel caso della parola inglese “multilanguage” nella frase “Cultural semiotics started from the realization that in a semiotical sense culture is a multilanguage system…”. Innanzitutto è stato necessario scegliere se tradurre “language” con “lingua” o con “linguaggio”. Avendo deciso di tradurre il termine con “linguaggio” è poi sorto il secondo problema: come tradurre “multilanguage”? In italiano il termine “multilinguaggio” non esiste, ma limitarsi a tradurre “multilingue” sarebbe errato dal punto di vista del significato. Come risolvere dunque il problema? La soluzione è stata trovata nell’espressione “multilinguistico” che si avvicina di più al significato del termine inglese. La frase è stata perciò tradotta come segue: “La semiotica della cultura è nata dalla comprensione che, in senso semiotico, la cultura è un sistema multilinguistico…”. Questo “doppio problema” lascia trasparire molto bene quanto sia difficile trasporre un significato in modo preciso.

 

Per trattare della prossima difficoltà incontrata nel corso della traduzione occorre fare una premessa. Nel tradurre il testo di Torop è stato assunto un approccio altamente traduzionale, e quindi estraniante, che ha dato più importanza alla cultura emittente cercando di mantenere aspetti della cultura altrui anche in quella propria. Per questo quando sono stati trovati elementi culturospecifici nel prototesto si è scelto di mantenerli nel metatesto, sia che questi elementi fossero specifici della lingua inglese, sia che lo fossero di altre lingue. Si prenda come esempio il termine inglese “signified” nella frase: “Thus, though working at the outset on non-linguistic substances, is required, sooner or later, to find language (in the ordinary sense of the term) in its path, not only as a model, but also as component, relay or signified”. In inglese “signified” fa coppia con “signifier” nell’indicare i due termini francesi “signifié” e “signifiant”, introdotti da Ferdinand de Sasussure per indicare l’aspetto sonoro o grafico di una parola e il concetto che esprime. I termini inglesi, così come quelli francesi, trovano i loro corrispondenti italiani in “significato” e “significante”, ma dovendo scegliere il termine più accurato possibile si è optato per la traduzione francese. Questo facilita inoltre il lettore nella comprensione del testo in quanto il termine francese rimanda direttamente a Saussure e al significato specifico attribuito al termine in questione. Si è quindi deciso di tradurre la frase come segue: “Pertanto, benché lavorando all’inizio su materiale non linguistico, viene prima o poi richiesto di trovare una lingua (nel senso ordinario del termine) nel proprio percorso, non solo come modello, ma anche come componente, ponte o signifié.”.

Lo stesso ragionamento è stato fatto per il termine “travesty” nella frase: “Intertextuality hereby refers to textual relations on different levels: from parts of text (citation, allusion, reminiscence, paraphrase, etc.) to whole texts (parody, plagiarism, travesty, etc.)”. “Travesty” è un calco dal francese “travesti”, si è quindi deciso di trandurlo in francese per mantenere il significato che si è voluto attribuire al termine, anziché fare una traduzione italiana della traduzione inglese. Nel metatesto la frase è quindi stata tradotta nel modo seguente: “L’intertestualità in questo contesto si riferisce alle relazioni testuali a livelli diversi: da parti di testo (citazione, allusione, reminiscenza, parafrasi, eccetera) a testi interi (parodia, plagio, travesti, eccetera)”.

Per quanto riguarda i realia presenti nel prototesto inglese, sono stati lasciati tali e quali nel metatesto italiano: è il caso delle espressioni latine “mutatis mutandis” e “sub specie semiotica” e del termine greco “ekphrasis”.

 

1.6 Riferimenti bibliografici

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Casetti, Francesco e Malavasi Luca. Linguaggio del cinema, in Enciclopedia del cinema, 2003, disponibile in internet all’indirizzo www.treccani.it, consultato nel mese di ottobre 2016.

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Gherlone, Laura. Dopo la semiosfera. Con saggi inediti di Jurij M. Lotman in Filosofie n. 335, Milano, Udine, Mimesis Edizioni 2014.

Graffi, Giorgio e Scalise, Sergio. Le lingue e il linguaggio. Introduzione alla linguistica, Bologna, Il Mulino, 2013.

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Lotman, Jurij M. e Uspenskij, Boris A. 1971 “O semiotičeskom mechanizme kul’tury”, in Trudy   po   znakovim sistemam, V, Tartu, traduzione italiana “Sul meccanismo semiotico della cultura”, in Lotman e Uspenskij 1975.

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Sabatini, Francesco e Coletti, Vittorio (a cura di). Il Sabatini Coletti. Dizionario della Lingua Italiana, Milano, Sansoni, 2008.

Traini, Stefano. Le due vie della semiotica. Teorie strutturali e interpretative, Milano, Bompiani, 2005.

 

2. Traduzione

2.1 Testo originale e traduzione

12

CULTURAL SEMIOTICS

Peeter Torop

12

SEMIOTICA DELLA CULTURA

Peeter Torop

Introduction

The concept of ‘cultural semiotics’ can be interpreted in three ways. First, as referring to a methodological tool which can be recognized simultaneously in various disciplines of contemporary humanities and social sciences. It can also be considered as a concept representing the diversity of methods for analysing various aspects of culture as a research object in semiotic theory and applied semiotics; and finally, as one of the subdisciplines of semiotics and culture studies. In the last case cultural semiotics has a holistic view to culture and features of discipline.

Introduzione

Ci sono tre modi di interpretare il concetto di «semiotica della cultura». Innanzitutto, può far riferimento ad uno strumento metodologico che può essere riconosciuto simultaneamente in varie discipline umanistiche e scienze sociali. Può anche essere considerato un concetto che definisce i diversi metodi per analizzare vari aspetti della cultura in quanto oggetto di ricerca nella semiotica teorica e applicata; e per finire, come una delle sottodiscipline degli studi di semiotica e di culturologia. Nell’ultimo caso la semiotica della cultura presenta una visione olistica della cultura e delle caratteristiche della disciplina.

 

Early development

Cultural semiotics is one of the fields of semiotics still searching for its disciplinary identity, and has been doing so for more than forty years. The Tartu–Moscow School made a programmatic entry into international science in 1973 when Lotman, Ivanov, Toporov, Pjatigorski, and Uspenskij collectively published their Theses on the Semiotic Study of Cultures. These theses laid the foundation for the semiotics of culture as a separate discipline, the primary aim of which was ‘the study of the functional correlation of different sign systems. From this point of view particular importance is attached to questions of the hierarchical structure of the languages of culture.’ Every culture is characterized by a unique relationship between sign systems and therefore in discussing any culture it is important to understand its historical evolution. Lotman has said in his memoirs: ‘I personally cannot draw a clear line where a historical description ends and semiotics begins.’ Special attention needs the empirically oriented subheading of the ‘Theses’: ‘as applied to Slavic texts’. The publications in English translation followed the same principle: ‘The Semiotics of Russian Culture’ (Lotman and Uspenskij 1984) and ‘The Semiotics of Russian Cultural History’ (Lotman, Ginzburg, and Uspenskij 1985).

 

Primi sviluppi

La semiotica della cultura è uno dei campi della semiotica che sta ancora cercando una sua identità disciplinare, e lo fa da più di quarant’anni. La scuola di Tartu-Mosca è entrata nella scena accademica internazionale nel 1973 quando Lotman, Ivanov, Toporov, Pjatigorskij e Uspenskij pubblicarono collettivamente le loro programmatiche Tesi sullo studio semiotico delle culture[1]. Queste tesi hanno posto le basi per fare della semiotica della cultura una disciplina a sé stante, il cui scopo principale era lo studio «della correlazione funzionale dei diversi sistemi segnici. Da questo punto di vista assumono un[’importanza] particolare i problemi relativi alla struttura gerarchica dei linguaggi della cultura».[2]

Ogni cultura è caratterizzata da una relazione unica tra sistemi di segni, e perciò, nell’analizzare qualsiasi cultura, è importante comprenderne l’evoluzione storica. Lotman, nelle sue memorie, ha scritto: «Non mi è possibile tracciare una linea netta che definisca dove una descrizione storica finisce e dove inizia la semiotica». Particolare attenzione va prestata al sottotitolo empiricamente orientato

delle Tesi: «in applicazione ai testi slavi».[3] Le pubblicazioni in traduzione inglese hanno seguito lo stesso principio: The Semiotics of Russian Culture (Lotman e Uspenskij 1984) e The Semiotics of Russian Cultural History (Lotman, Ginzburg, Uspenskij 1985).

The study of a unique culture creates the need for new methods of research and thus the study of any new culture also enriches science itself. From here it follows that Russian culture, Estonian culture, or Chinese culture are all equally valuable for science, and each one of them adds something to the understanding of human culture as such. It is from this kind of approach that a general science of culture can evolve. The Tartu–Moscow school is not a representative of a unified system of knowledge in the semiotics of culture. Nevertheless, Juri Lotman was searching for a disciplinary synthesis – a fact that was first noticed by Karl Eimermacher who entitled his introduction to the German collection of Juri Lotman’s works as ‘Ju. M. Lotman. Bemerkungen zu einer Semiotik als integrativer Kulturwissenschaft’ (Eimermacher 1974) (‘J. M. Lotman. Notes to a semiotic version of integrative culturology’). ‘Integrative’ is an appropriate word, taking into account Lotman’s special position in the typological studies of culture. Lo studio di una cultura unica rende necessaria l’elaborazione di nuovi metodi di ricerca, e quindi, lo studio di qualsiasi nuova cultura arricchisce anche la scienza stessa. Da ciò discende che la cultura russa, la cultura estone, o la cultura cinese sono ciascuna ugualmente preziose per la scienza, e ognuna di loro fornisce un apporto alla comprensione della cultura umana in quanto tale. È tramite questo genere di approccio che una scienza generale della cultura può evolversi. La scuola di Tartu-Mosca non rappresenta un sistema unificato di conoscenza nell’ambito della semiotica della cultura. Tuttavia, Jurij Lotman stava cercando di trovare una sintesi disciplinare, fatto che è stato notato per primo da Karl Eimermacher che ha intitolato la sua introduzione della raccolta tedesca delle opere di Jurij Lotman Ju. M. Lotman. Bemerkungen zu einer Semiotik als integrativer Kulturwissenschaft (Eimermacher 1974) (‘J. M. Lotman. Osservazioni riguardanti una semiotica quale scienza integrata della cultura’). ‘Integrata’ è un termine appropriato, che tiene conto della posizione particolare assunta da Lotman negli studi tipologici della cultura.
Historically, cultural semiotics grew out of the period of the diffusion of semiotic ideas after Peirce (1914) and de Saussure’s (1915) death. The second phase was represented by the creation of general theories of language (Bühler, Hjelmslev, Prague Linguistic Circle, Chomsky), literature (Propp, Tynyanov, Bakhtin), and culture (Malinowski, White, Cassirer, Geertz). The third phase marked the interdisciplinary development of different fields in the humanities (Lévi-Strauss, Barthes, Todorov, Kristeva, Wiener, Eco, Lotman, etc.) and semiotics (Morris, Koch, Winner, Portis Winner). Their aspirations can be summed up as a desire to understand language and culture in as systematic fashion as possible, and fuse together quantitative and qualitative methods in this understanding. The first characteristic feature of semiotics of culture is that in this atmosphere, it attempted to be innovative on both the object level and the metalevel, offer new ways of defining the cultural object of study, and new languages of description (not just one universal language) for carrying out cultural analysis. As a result of all this, the emergence of semiotics of culture also meant the introduction of a new methodology. Dal punto di vista storico, la semiotica della cultura ebbe origine dal periodo della diffusione di idee semiotiche dopo le morti di Peirce (1914) e de Saussure (1915). La seconda fase fu rappresentata dalla creazione di teorie generali del linguaggio (Bühler, Hjelmslev, Circolo linguistico di Praga, Chomsky), della letteratura (Propp, Tynjanov, Bahtin), e della cultura (Malinowski, White, Cassirer, Geertz). La terza fase segnò lo sviluppo interdisciplinare di vari campi negli studi umanistici (Lévi-Strauss, Barthes, Todorov, Kristeva, Wiener, Eco, Lotman, eccetera) e nella semiotica (Morris, Koch, Winner, Portis-Winner). Le loro aspirazioni possono essere riassunte nel desiderio di capire il linguaggio e la cultura nel modo più sistematico possibile, e di fondere in questa comprensione metodi quantitativi e qualitativi. La prima funzione caratteristica della semiotica della cultura è che in quest’ambiente cercò di essere innovativa sia a livello di linguaggio oggetto sia a livello di metalinguaggio, e di offrire dunque nuovi modi per definire l’oggetto di studio della cultura, e usare nuovi linguaggi di descrizione (non solo un linguaggio universale) per eseguire un’analisi della cultura. Come risultato di tutto questo, la progressiva affermazione della semiotica della cultura significò anche l’introduzione di una nuova metodologia.
Semiotics of culture has been strongly related to the development of general semiotics. One of the examples would be Roman Jakobson’s endeavour to create a new science with three distinct disciplinary levels: (1) study in communication of verbal messages = linguistics; (2) study in communication of any message = semiotics (communication of verbal messages implied); (3) study in communication = social anthropology jointly with economics (communication of messages implied) (Jakobson 1971[1967]: 666). Jakobson first demonstrated his model of verbal communication (see Figure 12.1) in 1956 in his article ‘Metalanguage as a Linguistic Problem’ (1985a [1956]). La semiotica della cultura è stata strettamente legata allo sviluppo della semiotica generale. Questo si vede, ad esempio, nel tentativo di Roman Jakobson di creare una nuova scienza con tre diversi livelli disciplinari: (1) studio della comunicazione di messaggi verbali = linguistica; (2) studio della comunicazione di qualsiasi tipo di messaggio = semiotica (compresa la comunicazione di messaggi verbali); (3) studio della comunicazione = antropologia sociale con economia (compresa la comunicazione di messaggi) (Jakobson 1971 [1976]:666). Jakobson ha dimostrato per la prima volta il suo modello di comunicazione verbale (vedi Figura 12.1) nel 1956 nel suo articolo Il metalinguaggio come problema linguistico[4] (1985a [1956]).

 

 

 

CONTEXT

 
     
 

(REFERENTIAL FUNCTION)

 
     

ADRESSER

MESSAGE

ADRESSEE

     

(EMOTIVE FUNCTION)

(POETIC FUNCTION)

(CONATIVE FUNCTION)

     
 

CONTACT

 
     
 

(PHATIC FUNCTION)

 
     
 

CODE

 
     
 

(METALINGUAL FUNCTION)

 

 

Figure 12.1  Jakobson’s model of communication

 

CONTESTO

 
     
 

(FUNZIONE REFERENZIALE)

 
     

EMITTENTE

MESSAGGIO

DESTINATARIO

     

(FUNZIONE EMOTIVA)

(FUNZIONE POETICA)

(FUNZIONE CONATIVA)

     
 

CONTATTO

 
     
 

(FUNZIONE FATICA)

 
     
 

CODICE

 
     
 

(FUNZIONE METALINGUISTICA)

 

 

Figura 12.1  Modello di comunicazione di Jakobson

On the one hand, the given model ties its components to various functions of language: ‘Language must be investigated in all the variety of its functions’ (Jakobson 1985a [1956]: 113). On the other hand, along with the various functions of language, it is also important for Jakobson to distinguish two principle levels of language – the level of object language and the level of metalanguage: ‘On these two different levels of language the same verbal stock may be used; thus we may speak in English (as metalanguage) about English (as object language) and interpret English words and sentences by means of English synonyms and circumlocutions’ (1985a [1956]:117). The actualization of the concept of metalanguage as ‘an innermost linguistic problem’ (Jakobson 1985a [1956]: 121), which emerges from Jakobson’s logic, is important for an understanding of the psychological as well as linguistic and cultural aspects of the functionality of language. Da una parte, il modello presentato lega i propri componenti alle varie funzioni del linguaggio: «Il linguaggio dev’essere studiato in tutte le varietà delle sue funzioni» (Jakobson 1985a [1956]:113). D’altra parte, assieme alle varie funzioni del linguaggio, per Jakobson è anche importante distinguere due principali livelli di linguaggio – il livello del linguaggio oggetto e il livello del metalinguaggio: «Su questi due diversi livelli di linguaggio può essere usato lo stesso materiale verbale; pertanto possiamo parlare in inglese (in quanto metalinguaggio) a proposito dell’inglese (in quanto linguaggio oggetto) e interpretare parole e frasi inglesi attraverso sinonimi e perifrasi inglesi» (1985a [1956]:117). L’attualizzazione del concetto di metalinguaggio come «problema intimamente linguistico» (Jakobson 1985a [1956]:121), che emerge dalla logica jakobsoniana, è importante per una comprensione degli aspetti psicologici, così come di quelli linguistici e culturali della funzionalità del linguaggio.
He begins from the metalinguistic aspect of the linguistic development of a child: ‘Metalanguage is the vital factor of any verbal development. The interpretation of one linguistic sign through other, in some respects homogeneous signs of the same language, is a metalingual operation which plays an essential role in child language learning’ (Jakobson 1985a [1956]: 120). But the development of a child corresponds to the development of an entire culture. For the development of a culture, it is important that the natural language of this culture satisfy all the demands for the description of foreign or of new phenomena and by the same token ensure not only the dialogic capacity but also the creativity and integrity of the culture, its cultural identity: ‘A constant recourse to metalanguage is indispensable both for a creative assimilation of the mother tongue and for its final mastery’ (Jakobson 1985a [1956]: 121). The very concept of metalanguage turns out to be important both at the level of scientific languages and at the level of everyday communication. Jakobson inizia dall’aspetto metalinguistico dello sviluppo linguistico di un bambino: «Il metalinguaggio è il fattore essenziale di qualsiasi sviluppo verbale. L’interpretazione di un segno linguistico attraverso altri segni, per certi aspetti omogenei, della stessa lingua, è un’operazione metalinguistica che gioca un ruolo fondamentale nell’apprendimento linguistico di un bambino» (Jakobson 1985a [1956]:120). Ma lo sviluppo di un bambino corrisponde allo sviluppo di un’intera cultura. Perché una cultura si sviluppi, è primario che il suo linguaggio naturale soddisfi tutti i presupposti per la descrizione di fenomeni estranei o nuovi e allo stesso modo assicuri non solo la capacità dialogica ma anche la creatività e l’integrità della cultura, la sua identità culturale: «un costante ricorso al metalinguaggio è indispensabile sia per un’assimilazione creativa della lingua madre sia per giungere a padroneggiarla» (Jakobson 1985a [1956]:121). Il concetto stesso di metalinguaggio si rivela importante sia a livello di linguaggi scientifici sia a livello di comunicazione quotidiana.
The process of communication is viewed hierarchically by Jakobson, so that a comprehension of his model of communication has to rest not so much on a statistical, theoretical basis as on a dynamic, empirical one. Jakobson in his article calls for a consideration of the specificity of each act of communication and correspondingly sees in the act of communication a hierarchy not only of linguistic but also of semiotic functions: ‘The cardinal functions of language – referential, emotive, conative, phatic, poetic, and metalingual – and their different hierarchy in the diverse types of messages have been outlined and repeatedly discussed. This pragmatic approach to language must lead mutatis mutandis to an analogous study of the other semiotic systems: ‘with which of these or other functions are they endowed, in what combinations and in what hierarchical order?’ (Jakobson 1971d [1968]: 703). The linguistic and semiotic aspects of communication are interrelated and on this basis Jakobson distinguishes two sciences from a semantic point of view – a science of verbal signs or linguistics and a science of all possible signs or semiotics (Jakobson 1985b [1974]: 99). Jakobson ha una visione gerarchica del processo di comunicazione, perciò una comprensione del suo modello di comunicazione deve fondarsi non tanto su una base statica e teorica, ma piuttosto su una base dinamica ed empirica. Nel suo articolo, Jakobson invita a tener conto della specificità di ogni atto di comunicazione e vede quindi nell’atto di comunicazione una gerarchia, non solo di funzioni linguistiche ma anche semiotiche: «Le principali funzioni del linguaggio – referenziale, emotiva, conativa, fatica, poetica e metalinguistica – e la loro diversa gerarchia nei vari tipi di messaggi sono state delineate e ripetutamente discusse. Questo approccio pragmatico al linguaggio deve condurre mutatis mutandis ad un analogo studio degli altri sistemi semiotici: “di quali di queste o altre funzioni sono dotati, in quali combinazioni e in quale ordine gerarchico”?» (Jakobson 1971d [1968]:703). Gli aspetti linguistici e semiotici della comunicazione sono correlati e su queste basi Jakobson distingue due discipline dal punto di vista semantico – una scienza dei segni verbali o linguistica e una scienza di tutti i segni possibili o semiotica (Jakobson 1985b [1974]:99).
Some activities in semiotics and semiology are interpretable as parallel to the Jakobsonian movement of thought. For Lévi-Strauss linguistics has a metalingual value for anthropology:

 

as a ‘semeiological’ science, anthropology turns toward linguistics – first, because only linguistic knowledge provides the key to a system of logical categories and of moral values different from the observer’s own; second, because linguistics, more than any other science, can teach him how to pass from the consideration of elements in themselves devoid of meaning to consideration of a semantic system and show him how the latter can be built on the basis of the former. This, perhaps, is primarily the problem of language, but, beyond and through it, the problem of culture in general. (1963: 368)

Alcune attività in semiotica e in semiologia sono interpretabili come parallele al pensiero jakobsoniano. Secondo Lévi-Strauss la linguistica ha un valore metalinguistico per l’antropologia:

 

come scienza ‘semeiologica’, l’antropologia si volge verso la linguistica. Anzitutto perché solo la conoscenza della lingua permette di penetrare in un sistema di categorie logiche e di valori morali diversi da quelli dell’osservatore; secondariamente perché la linguistica, più di qualsiasi altra scienza, può insegnargli come passare dalla considerazione di elementi in sé stessi privi di significato, alla considerazione di un sistema semantico e mostrargli come quest’ultimo può essere costruito sulla base del primo. È forse soprattutto questo il problema del linguaggio e, attraverso ed oltre questo, il problema della cultura in generale (1963:368).

Lévi-Strauss shows an aptitude for finding analogies between language and parts of culture:

 

New perspectives then open up. We are no longer dealing with an occasional collaboration where the linguist and the anthropologist, each working by himself, occasionally communicate those findings which each thinks may interest the other. In the study of kinship problems (and, no doubt, the study of other problems as well), the anthropologist finds himself in a situation which formally resembles that of the structural linguist. Like phonemes, kinship terms are elements of meaning; like phonemes, they acquire meaning only if they are integrated into systems. ‘Kinship systems’, like ‘phonemic systems’, are built by the mind on the level of unconscious thought. Finally, the recurrence of kinship patterns, marriage rules, similar prescribed attitudes between certain types of relatives, and so forth, in scattered regions of the globe and in fundamentally different societies, leads us to believe that, in the case of kinship as well as linguistics, the observable phenomena result from the action of laws which are general but implicit. The problem can therefore be formulated as follows: Although they belong to another order of reality, kinship phenomena are of the same type as linguistic phenomena.

(1963: 34)

Lévi-Strauss dimostra una propensione nel trovare analogie tra lingua e parti della cultura:

 

Si intravedono allora nuove prospettive. Non abbiamo più a che fare con una collaborazione occasionale dove il linguista e l’antropologo, ognuno lavorando da solo, si comunicano occasionalmente quelle scoperte che ognuno pensa potrebbero interessare all’altro. Nell’analisi dei problemi di parentela (e, senza dubbio, anche nell’analisi di altri problemi), l’antropologo si trova in una situazione che assomiglia formalmente a quella del linguista strutturale. Come i fonemi, i termini di parentela sono elementi di significato; come i fonemi acquisiscono significato solo se sono integrati in un sistema. I ‘sistemi di parentela’, così come i ‘sistemi fonemici’, sono costruiti dalla mente a livello di pensiero inconscio. Per finire, la ricorrenza di schemi di parentela, norme sul matrimonio, e atteggiamenti simili prescritti tra certi tipi di parenti, e via dicendo, in aree sparpagliate del mondo e in società fondamentalmente diverse, ci porta a credere che, nel caso delle parentele così come nella linguistica, i fenomeni osservati risultano dall’azione di leggi che sono generali ma implicite. Il problema può pertanto essere formulato come segue: sebbene appartengano a un altro ordine di realtà, i fenomeni di parentela sono dello stesso tipo dei fenomeni linguistici (1963:34).

Barthes, who also dreamed about a new science, differentiated first and second order languages and enlarged the borders of linguistics: ‘In fact, we must now face the possibility of inverting Saussure’s declaration: linguistics is not a part of the general science of signs, even a privileged part, it is semiology which is a part of linguistics: to be precise, it is that part covering the great signifying unities of discourse. By this inversion we may expect to bring to light the unity of the research at present being done in anthropology, sociology, psycho-analysis and stylistics round the concept of signification’ (1967: 11). Language in the context of this logic is both object and metalanguage:

 

Thus, though working at the outset on non-linguistic substances, is required, sooner or later, to find language (in the ordinary sense of the term) in its path, not only as a model, but also as component, relay or signified. Even so, such language is not quite that of the linguist: it is a second-order language, with its unities no longer monemes or phonemes, but larger fragments of discourse referring to objects or episodes whose

meaning underlines language, but can never exist independently of it. Semiology is therefore perhaps destined to be absorbed into a trans-linguistics, the materials of which may be myth, narrative, journalism, or on the other hand objects of our civilization, in so far as they are spoken (through press, prospectus, interview, conversation and perhaps even the inner language, which is ruled by the laws of imagination).

(Barthes 1967: 10–11)

Barthes, che sognava anche lui una nuova scienza, differenziò linguaggi di primo e di secondo ordine e allargò le frontiere della linguistica: «In effetti, dobbiamo adesso considerare la possibilità di invertire la dichiarazione di Saussure: la linguistica non è parte della scienza generale dei segni, persino una parte privilegiata, è la semiologia ad essere parte della linguistica: per essere precisi, è quella parte che copre le vaste unità di significato del discorso. Con quest’inversione, possiamo aspettarci di portare alla luce l’unità della ricerca che sta oggigiorno avendo luogo in antropologia, sociologia, psicoanalisi e stilistica attorno al concetto di significazione» (1967:11). Il linguaggio, nel contesto di questa logica, è sia linguaggio oggetto sia metalinguaggio:

 

Pertanto, benché lavorando all’inizio su materiale non linguistico, viene prima o poi richiesto di trovare una lingua (nel senso ordinario del termine) nel proprio percorso, non solo come modello, ma anche come componente, ponte o signifié. Ciò nonostante, una tale lingua non è esattamente quella del linguista: è un linguaggio di secondo ordine, con le sue unità non più monemi o fonemi, ma frammenti più grandi di discorso che si riferiscono a oggetti o episodi il cui significato sottolinea il linguaggio, ma non può mai esistere indipendentemente da esso. La semiologia è quindi forse destinata a essere assorbita in una translinguistica, i cui materiali possono essere mito, narrazione, giornalismo, o d’altra parte oggetti della nostra civiltà, fin quando sono parlati (attraverso stampa, prospetti, interviste, conversazioni e forse perfino linguaggio interno, che è governato dalle leggi dell’immaginazione) (Barthes 1967:10-11).

 

The 1960s was typified by the search for analogies between language and different cultural artefacts for better analysability. Barthes was very influential in this type of methodological thinking: ‘We shall therefore postulate that there exists a general category language/speech, which embraces all the systems of signs; since there are no better ones, we shall keep the terms language and speech, even when they are applied to communications whose substance is not verbal’ (1967:25). Also representative of this approach is the book of Metz Film Language: A Semiotics of the Cinema (1968) where the author, for example, found analogy between shots and utterances. Gli anni Sessanta sono stati caratterizzati dalla ricerca di analogie tra lingua e diversi artefatti culturali per permetterne una migliore analizzabilità. Barthes è stato molto influente in questo tipo di pensiero metodologico: «Dovremmo pertanto ipotizzare che esiste una categoria generale di linguaggio/discorso, che comprende tutti i sistemi di segni; siccome non ce n’è uno migliore, dovremmo tenere il termine linguaggio/discorso, anche quando è applicato a comunicazioni il cui materiale non è verbale» (1967:25). Rappresentativo di questo approccio è anche il libro di Metz Semiologia del cinema: saggi sulla significazione del cinema (1972)[5] dove l’autore, per esempio, trova un’analogia tra inquadrature ed enunciati.
Within the same period, Umberto Eco’s work A Theory of Semiotic was published. In the preface, dated from the years 1967–74, Eco distinguishes between two theories: a theory of codes and a theory of sign production (1977: viii). Eco did not think about disciplinary cultural semiotics but culture was conceptualized as an important semiotic research object:

 

To look at the whole of culture sub specie semiotica is not to say that culture is only communication and signification but that it can be understood more thoroughly if it is seen from the semiotic point of view … In culture every entity can become a semiotic phenomenon. The laws of signification are the laws of culture. For this reason culture allows a continuous process of communicative exchanges, in so far as it subsists as a system of systems of signification. Culture can be studied completely under a semiotic view.

(Eco 1977: 27–8)

Nello stesso periodo, è stato pubblicato il libro di Umberto Eco Trattato di semiotica generale (1975)[6]. Nella prefazione, che data agli anni 1967-74, Eco distingue due teorie: una teoria dei codici e una teoria della produzione segnica (1975:6). Eco non ha pensato alla semiotica della cultura come disciplina, ma la cultura è stata concettualizzata come oggetto di ricerca importante della semiotica:

 

Mirare alla cultura nella sua globalità sub specie semiotica non vuole ancora dire che la cultura tutta sia solo comunicazione e significazione, ma vuol dire che la cultura nel suo complesso può essere capita meglio se la si affronta dal punto di vista semiotico … ogni aspetto della cultura può diventare … un’entità semantica. [Le leggi della significazione sono le leggi della cultura. Per questa ragione la cultura permette un processo continuo di scambi comunicativi nella misura in cui sussiste come sistema di sistemi di significazione (Eco 1977:27-28)] La cultura può dunque essere integralmente studiata sotto il profilo semiotico (Eco 1975:42-43).

It was also the period of time in which there was a movement from typological descriptions of languages to descriptions of the general typology of culture. According to Lotman, the typology of culture should be based on the universals of culture. The most universal feature of human cultures is the need for self-description. Every culture has its own specific means for doing this – its languages of description. The descriptive languages facilitate cultural communication, perpetuate cultural experience, and model cultural memory. The coherence of culture is based on exactly the repetition and interpretation of the same things. The more descriptive languages a culture has, the richer is that culture. Consequently, every culture is describable as a hierarchy of object languages and descriptive languages, where the initial object language is a so-called home language and it is surrounded by semiotic systems related to everyday rituals and bodily techniques. There are certain languages of culture that can serve the function of both, object language and metalanguage from the point of view of everyday cultural experience (depicted in Figure 12.2). Fu anche il periodo in cui ci fu un passaggio dalle descrizioni tipologiche delle lingue alle descrizioni della tipologia generale della cultura. Secondo Lotman, la tipologia della cultura dovrebbe essere basata sugli universali della cultura. La caratteristica più universale delle culture umane è il bisogno di autodescrizione. Ogni cultura ha i propri mezzi specifici per farlo, i propri linguaggi di descrizione. I linguaggi descrittivi facilitano la comunicazione culturale, perpetuano l’esperienza culturale, e modellizzano la memoria culturale. La coerenza della cultura è basata proprio sulla ripetizione e l’interpretazione delle stesse cose. Più linguaggi descrittivi una cultura possiede, più quella cultura è ricca. Di conseguenza, ogni cultura è descrivibile come una gerarchia di linguaggi oggetto e linguaggi descrittivi, dove il linguaggio oggetto iniziale è una cosiddetta lingua di casa ed è circondata da sistemi semiotici legati a tecniche corporee e a rituali quotidiani. Dal punto di vista delle esperienze culturali quotidiane, ci sono certe lingue della cultura che possono svolgere entrambe le funzioni, sia quella di linguaggio oggetto sia quella di metalinguaggio (illustrati nella Figura 12.2).
   
Source languages or object languages Home language or dialect
  National language
  Everyday rituals and behaviour
Literature (fairy tales, novels, poems)
Arts (cinema, theatre, paintings)
Media(tion)
Criticism
Scientific languages in humanities
Terminological languages
Formal languages
Metalanguages Artificial languages

Figure 12.2  Hierarchy of objective and descriptive languages

   
Lingue emittenti o linguaggi oggetto Lingua di casa o dialetto
Lingua nazionale
  Rituali e comportamenti quotidiani
Letteratura (fiabe, romanzi, poemi)
Arte (cinema, teatro, pittura)
Media(zione)
Critica
Linguaggi scientifiche nelle discipline umanistiche
Linguaggi terminologiche
Linguaggi formali
Metalinguaggi Linguaggi artificiali

Figura 12.2  Gerarchia dei linguaggi oggetto e descrittivi

While home language, native language, and everyday rituals as semiotic mediation are object languages, the experience of literature, art, and media can be both object and metalinguistic, depending on their position in and impact on a person’s (especially a child’s) life. In a common situation it can be claimed that literature, arts, and media channels depict a certain reality; the critic interprets it in a language of a given medium that is easily understandable for the audience; the humanities do it in their metalanguage where strict terms exist alongside metaphors; sciences and natural sciences do it in strict terminological systems (and the process of interpretation takes place) up to formal languages and artistic languages. By means of object languages a human being acknowledges his or her relations to the world and by learning and using metalanguages shapes his or her individual identity. Culture does the same. The more descriptive languages there are in a culture, the more numerous are the possibilities for self-identification and the constitution of cultural identity. Mentre lingua di casa, lingua nativa e rituali quotidiani in quanto mediazione semiotica sono linguaggi oggetto, le esperienze della letteratura, dell’arte e dei media possono essere sia linguaggi oggetto sia metalinguaggi, a seconda della loro posizione nella e del loro impatto sulla vita di una persona (specialmente quella di un bambino). In una situazione normale si può affermare che i canali letterari, artistici e dei media rappresentano una certa realtà; il critico la interpreta nel linguaggio di un certo medium che è facilmente comprensibile per il pubblico; le discipline umanistiche lo fanno nel proprio metalinguaggio che comprende termini rigidi e metafore; le scienze e le scienze naturali lo fanno in rigidi sistemi terminologici (e il processo di interpretazione ha luogo) fino ad arrivare ai linguaggi formali e artistici. Attraverso i linguaggi oggetto un essere umano riconosce le sue relazioni con il mondo e attraverso l’apprendimento e l’uso di metalinguaggi forma la propria identità individuale. La cultura fa lo stesso. Più linguaggi descrittivi una cultura possiede, più numerose sono le possibilità di autoidentificazione e di creazione di una propria identità della cultura.

Cultural semiotics

Cultural semiotics has the means to analyse very different languages of culture not only through the communication processes taking place in a culture but also by seeing these processes as culture’s self-communication. In the course of analysing a culture’s self-communication we inevitably arrive at the definition of its identity. In today’s world, between global and local processes there exists a field of tension in which many ambivalent and hybrid phenomena take place. Because of this, it is especially important to understand that the need of individuals and societies for defining their self, their identity, and the semiotics of culture is becoming increasingly relevant in achieving this understanding. A sign system and language become synonyms in this context, and the notion of language is metaphorized, especially when the notion of a modelling system is added. A field of notions emerges: language – sign system – modelling system, and in addition, object language and metalanguage are differentiated.

Semiotica della cultura

La semiotica della cultura ha i mezzi per analizzare linguaggi molto diversi della cultura, non solo attraverso i processi di comunicazione che hanno luogo in una cultura, ma anche nel vedere questi processi come autocomunicazione della cultura. Durante l’analisi dell’autocomunicazione si arriva inevitabilmente alla definizione di identità della cultura. Nel mondo d’oggi, tra processi globali e locali esiste un campo di tensione nel quale hanno luogo molti fenomeni ibridi e ambivalenti. Per questo è particolarmente importante capire che il bisogno di individui e società di autodefinirsi, di definire la propria identità, e la semiotica della cultura stanno diventando sempre più rilevanti nel raggiungere questa comprensione. In questo contesto, sistema di segni e linguaggio diventano sinonimi e il concetto di «linguaggio» viene metaforizzato, specialmente quando si aggiunge il concetto di «sistema modellizzante». Emerge un campo di concetti: linguaggio-sistema di segni-sistema modellizzante, inoltre linguaggio oggetto e metalinguaggio sono differenziati.

The similarity between the notions of (cultural) language and a sign system in the semiotics of culture, gives us the possibility of distinguishing between two typological approaches. The first distinction is based on the juxtaposition of primary and secondary modelling systems.

 

I     Language as a primary modelling system

II    Secondary modelling systems:

(1) language as a higher sign system (myth, literature, poetry),

(2) language as a metalanguage or a part of metalanguage (criticism and history of art, music, dance, cinema, etc.), and

(3) language as a model or analogue (language of film, dance, music, painting, etc.).

 

Proceeding from this classification, language as a primary modelling system is the humans’ main means of thinking and communicating. As a secondary modelling system, language is the preserver of the culture’s collective experience and the reflector of its creativity. As a metalanguage, natural language is the translator and interpreter of all nonverbal systems, and from a methodological perspective, especially during the 1960s and 1970s, language offered cultural analysis the possibility of searching for discrete (linguistic) elements also in such fields of culture where natural language either does not belong to the means of expression, or does so only partially.

La somiglianza tra i concetti di linguaggio (culturale) e sistema di segni nella semiotica della cultura dà la possibilità di distinguere tra due approcci tipologici. La prima distinzione è basata sulla giustapposizione dei sistemi modellizzanti primario e secondario.

 

I   Linguaggio come sistema modellizzante primario

II   Sistemi modellizzanti secondari:

(1)   linguaggio come sistema segnico più alto (mito, letteratura, poesia),

(2)   linguaggio come metalinguaggio o parte di un metalinguaggio (critica e storia dell’arte, musica, danza, cinema, eccetera), e

(3)   linguaggio come modello o analogo (linguaggio del cinema, danza, musica, pittura, eccetera).

 

Secondo questa classificazione, il linguaggio come sistema modellizzante primario rappresenta i metodi principali di pensiero e comunicazione degli esseri umani. Come sistema modellizzante secondario, il linguaggio conserva l’esperienza collettiva della cultura e riflette la sua creatività. In quanto metalinguaggio, il linguaggio naturale è traduttore e interprete di tutti i sistemi nonverbali, e dal punto di vista metodologico, specialmente durante gli anni Sessanta e Settanta, il linguaggio ha offerto all’analisi culturale la possibilità di cercare elementi (linguistici) discreti anche in quei campi della cultura dove il linguaggio naturale o non appartiene ai mezzi di espressione, o vi appartiene solo in parte.

The second distinction is based on the possibility of differentiating between the statics and the dynamics of cultural languages.

 

I     Statics:

(1) continual (iconic-spatial, nonverbal) languages, and

(2) discrete languages (verbal languages).

II    Dynamics:

(1) specialization of cultural languages, and

(2) integration of cultural languages:

(a) self-descriptions and meta-descriptions,

(b) creolization.

 

While the level of statics is based on the distinction between verbal and nonverbal languages, the level of dynamics is related to the different paces of development of the different parts of culture. This means that during any given period in culture there are certain fields where there is balance between creation and interpretation (criticism, theory, history) and it is possible to speak about specialization and the identity of the field. At the same time, there are fields where, either due to the fast pace of development or for other reasons, a split between creation and interpretation brings about the need to integrate the field into culture. This can be done in two main ways – by using the creators’ self-descriptions also for general interpretation, or by borrowing tools of analysis from other fields and, combining them, creating new creolized languages of description.

La seconda distinzione è basata sulla possibilità di differenziare tra statica e dinamica nei linguaggi culturali:

 

I   Statica:

(1)   linguaggi continui (iconico-spaziali, nonverbali), e

(2)   linguaggi discreti (linguaggi verbali).

 

II   Dinamica:

(1)   specializzazione di linguaggi culturali, e

(2)   integrazione di linguaggi culturali:

(a)   autodescrizioni e metadescrizioni,

(b)   creolizzazione.

 

Mentre il livello della statica è basato sulla distinzione tra linguaggi verbali e nonverbali, il livello della dinamica è legato ai differenti ritmi di sviluppo delle diverse parti della cultura. Questo significa che durante qualsiasi momento nella cultura ci sono certi campi dove c’è un equilibrio tra creazione e interpretazione (critica, teoria, storia) ed è possibile parlare di specializzazione e di identità del campo. Allo stesso tempo, ci sono campi in cui, per via del veloce ritmo di sviluppo o di altri motivi, una divisione tra creazione e interpretazione crea il bisogno di integrare il campo all’interno della cultura. Questo si può fare principalmente in due modi: usando le autodescrizioni degli autori anche per l’interpretazione generale, o facendosi prestare strumenti di analisi da altri campi e, unendoli, creare nuovi linguaggi descrittivi creolizzati.

As a result of descriptive processes, one can talk about cultural self-models. Cultural self-description can be viewed as a process proceeding in three directions. Culture’s self-model is the result of the first direction, whose goal is maximum similarity to the actually existing culture. Second, cultural self-models may emerge that differ from ordinary cultural practice and may even have been designed for changing that practice. Third, there are self-models that exist as an ideal cultural self-consciousness, separately from culture and not oriented toward it. By this formulation Lotman does not exclude conflict between culture and its self-models. But the creation of self-models reflects the creativity of culture. In the 1980s Juri Lotman described creativity, calling on the work of Ilya Prigogine. In the article ‘Culture as a Subject and Object for Itself’, Lotman maintains that: ‘The main question of semiotics of culture is the problem of meaning-generation. What we shall call meaning-generation is the ability both of culture as a whole and of its parts to put out, in the “output”, nontrivial new texts. New texts are the texts that emerge as results of irreversible processes (in Ilya Prigogine’s sense), i.e. texts that are unpredictable to a certain degree’ (2000: 640). Come risultato dei processi descrittivi, si può parlare di automodelli culturali. L’autodescrizione della cultura può essere vista come un processo che si muove in tre direzioni. L’automodello culturale è il risultato della prima direzione, il cui obiettivo è la massima somiglianza alla cultura esistente. Secondariamente, possono emergere automodelli culturali che differiscono dalla pratica culturale ordinaria e possono perfino essere stati progettati per cambiare quella pratica. Terzo, ci sono automodelli che esistono come autocoscienza culturale ideale, separati dalla cultura e non orientati verso essa. Con questa formulazione Lotman non esclude un conflitto tra la cultura e i suoi automodelli, ma la creazione di automodelli riflette la creatività della cultura. Negli anni Ottanta, Lotman ha descritto la creatività, richiamando il lavoro di Ilya Prigogine. Nell’articolo «La cultura come soggetto e oggetto per sé stessa»[7] Lotman sostiene: «La questione principale della semiotica della cultura è il problema della generazione di senso. Ciò che chiamiamo “generazione di senso” è la capacità sia della cultura nel suo insieme sia delle sue parti di produrre, come risultato, nuovi testi non banali. I nuovi testi sono quei testi che emergono come risultato di processi irreversibili (nel senso dato da Ilya Prigogine), ad esempio testi che hanno un certo grado di imprevedibilità» (2000:640).
Cultural semiotics started from the realization that in a semiotical sense culture is a multilanguage system, where, in parallel to natural languages, there exist secondary modelling systems (mythology, ideology, ethics, etc.), which are based on natural languages, or which employ natural languages for their description or explanation (music, ballet) or language analogization (language of theatre, language of movies). The next step is to introduce the concept of text as the principal concept of cultural semiotics. On the one hand, text is the manifestation of language, using it in a certain manner. On the other hand, text is itself a mechanism that creates languages. From the methodological point of view, the concept of text was important for the definition of the subject of analysis, since it denoted both natural textual objects (a book, picture, symphony) and textualizable objects (culture as text, everyday behaviour or biography, an era, an event). Text and textualization symbolize the definition of the object of study; the definition or framework allows in its turn the structuralization of the object either into structural levels or units, and also the construction of a coherent whole or system of those levels and units. The development of the principles of immanent analysis in various cultural domains was one field of activity of cultural semiotics. Yet the analysis of a defined object is static, and the need to also take into account cultural dynamics led Juri Lotman to introduce the notion of semiosphere. Although the attributes of semiosphere resemble those of text (definability, structurality, coherence), it is an important shift from the point of view of culture’s analysability. Human culture constitutes the global semiosphere, but that global system consists of intertwined semiospheres of different times (the diachrony of semiosphere) and different levels (the synchrony of semiosphere). Each semiosphere can be analysed as a single whole, yet we need to bear in mind that each analysed whole in culture is a part of a greater whole, which is an important methodological principle. At the same time, every whole consists of parts, which are legitimate wholes on their own, which in turn consist of parts, etc. It is an infinite dialogue of wholes and parts and the dynamics of the whole dimension. La semiotica della cultura è nata dalla comprensione che, in senso semiotico, la cultura è un sistema multilinguistico in cui, parallelamente ai linguaggi naturali, esistono sistemi modellizzanti secondari (mitologia, ideologia, etica, eccetera) che sono basati su linguaggi naturali, o che usano linguaggi naturali per la loro descrizione o spiegazione (musica, balletto) o per l’analogizazzione del linguaggio (linguaggio teatrale, linguaggio cinematografico). Il passo successivo è introdurre il concetto di «testo» come concetto principale della semiotica della cultura. Da un lato, il testo è la manifestazione del linguaggio, che lo usa in un certo modo. Dall’altro lato, il testo stesso è un meccanismo che crea linguaggi. Dal punto di vista metodologico, il concetto di «testo» è stato importante per la definizione del soggetto di analisi, visto che ha denotato sia gli oggetti testuali naturali (un libro, un’immagine, una sinfonia) sia oggetti testualizzabili (cultura come testo, comportamenti quotidiani e biografie, un’era, un evento). Il testo e la testualizzazione simboleggiano la definizione dell’oggetto di studio; la definizione o il quadro generale permette a sua volta la strutturazione dell’oggetto sia in livelli sia in unità strutturali, e anche la costruzione di un insieme o di un sistema coerente di questi livelli e unità. Lo sviluppo dei principi dell’analisi immanente in vari domini culturali è stato un campo di attività della semiotica della cultura. Eppure l’analisi di un oggetto definito è statica e il bisogno di tenere da conto anche la dinamica della cultura ha portato Jurij Lotman a introdurre il concetto di «semiosfera». Sebbene gli attributi della semiosfera assomiglino a quelli del testo (definibilità, strutturalità, coerenza), dal punto di vista dell’analizzabilità della cultura è un cambiamento importante. La cultura umana costituisce la semiosfera globale, ma questo sistema globale è composto da semiosfere di tempi diversi (la diacronia della semiosfera) e livelli diversi (la sincronia della semiosfera) intrecciate tra loro. Ogni semiosfera può essere analizzata come insieme indipendente, eppure bisogna ricordarsi che ogni insieme analizzato nella cultura è parte di un insieme più grande, il che è un principio metodologico importante. Allo stesso tempo, ogni insieme è composto da parti, che sono insiemi legittimi a sé stanti, anch’essi composti da parti, eccetera. È un dialogo infinito di insiemi e parti e della dinamica dell’intera dimensione.
Yet the text will remain the ‘middle’ concept for cultural semiotics, since as a term it can denote both a discrete artefact and an invisible abstract whole (a mental text in collective consciousness or subconsciousness). The textual aspect of text analysis means the operation with clearly defined sign systems, texts or combinations of texts; the processual aspect of text analysis presupposes definition, construction or reconstruction of a whole. Thus the analysis assembles the concrete and the abstract, the static and the dynamic in one concept – the text (Torop 2009). Tuttavia il testo rimarrà il concetto “centrale” della semiotica della cultura, dato che come termine può denotare sia un artefatto discreto sia un insieme astratto e invisibile (un testo mentale nella coscienza o nell’inconscio collettivo). L’aspetto testuale dell’analisi del testo sta ad indicare l’operazione con sistemi di segni, testi o combinazioni di testi chiaramente definiti; l’aspetto processuale dell’analisi del testo presuppone definizione, costruzione o ricostruzione dell’insieme. Pertanto l’analisi assembla il concreto e l’astratto, lo statico e il dinamico in un unico concetto – il testo (Torop 2009).
The space of communication can thus be further divided into communication and metacommunication. The texts in this space are autonomous and describable through the relations of prototext and metatext, and the possibility of fixing their amount assures the analysability of culture. At this level, culture can be described as a set of texts and we can determine the process of creating new texts from previous texts, which generates coherence in culture. We could say that describing this coherence is a static approach to the space of culture, based on the classification of proto- and metatexts. Another possibility is the dynamic approach, which stems from the intertextual relations between texts. Intertextuality hereby refers to textual relations on different levels: from parts of text (citation, allusion, reminiscence, paraphrase, etc.) to whole texts (parody, plagiarism, travesty, etc.). Intertextual description of culture includes the rules of operating with alien texts. Every text is bounded by many different texts through implicit or explicit references and these texts have overlappings and intertwinings as a result of which the intertextual description of culture is a dynamic network that lacks direct causal relations in contrast to the case of metacommunicational description. Therefore, intertextual space is the space of visible and invisible bonds between texts. In this space, text is a process both from the point of view of its creation (from the first to the final draft) and its reception and interpretation. Thus we have a reason to talk also about intercommunication (see Figure 12.3). Lo spazio di comunicazione può quindi essere ulteriormente diviso in comunicazione e metacomunicazione. I testi in questo spazio sono autonomi e descrivibili attraverso le relazioni di prototesto e metatesto, e la possibilità di fissare la loro quantità assicura l’analizzabilità della cultura. A questo livello, la cultura può essere descritta come un insieme di testi ed è possibile determinare il processo di creazione di nuovi testi da testi precedenti, che genera coesione nella cultura. Si potrebbe dire che descrivere questa coesione è un approccio statico allo spazio della cultura, basato sulla classificazione di proto- e metatesti. Un’altra possibilità è l’approccio dinamico, che deriva dalle relazioni intertestuali tra testi. L’intertestualità in questo contesto si riferisce alle relazioni testuali a livelli diversi: da parti di testo (citazione, allusione, reminiscenza, parafrasi, eccetera) a testi interi (parodia, plagio, travesti, eccetera). La descrizione intertestuale della cultura include le regole dell’operare con testi estranei. Ogni testo è legato da molti testi diversi attraverso riferimenti impliciti o espliciti e questi testi hanno sovrapposizioni e intrecciamenti e, come risultato di ciò, la descrizione intertestuale della cultura è una rete dinamica a cui mancano relazioni dirette causali, a differenza del caso della descrizione metacomunicativa. Perciò, lo spazio intertestuale è lo spazio di legami visibili e invisibili tra testi. In questo spazio, il testo è un processo sia dal punto di vista della sua creazione (dalla prima all’ultima versione) sia della sua ricezione e interpretazione. Abbiamo quindi motivo di parlare anche di intercomunicazione (vedi Figura 12.3).
 

                                                                                                       Prototexts

Textuality               Metacommunication             Metatexts

Text

Processuality         Intercommunication              Intexts

Intertexts

 

Figure 12.3  Metacommunication and intercommunication

 

                                                                                                       Prototesti

Testualità               Metacomunicazione             Metatesti

Testo

Processualità         Intercomunicazione              Intesti

Intertesti

 

Figura 12.3  Metacomunicazione e intercomunicazione

Describing textual relations is fruitful on at least three more levels. First, both meta- and intercommunication are possible not only between verbal texts but between texts fixed in different sign systems. This means that in the space of culture, it is possible to describe any text intersemiotically or that communication always bears an intersemiotic aspect in culture. This is expressed in the mediation of words with images in illustrated books and in ekphrasis as well as in the writing of a ballet based on a literary work or its cinematic adaptations, etc. Second, discourses are hierarchized in culture. One and the same message can be translated into different discourses and it is possible to speak of interdiscoursivity or the existence of the message in different modalities and on different levels of culture. Therefore, interdiscoursive space is also multimodal space. Third, in every culture, it is possible to observe the transfers of one message between different media and this means the necessity of using also the notion of intermediality. For instance, the screen adaptation of a novel is on the one hand describable as an intersemiotic translation and the analysis of it presumes the comparison of verbal and audiovisual sign systems. On the other hand, however, literature and cinema are two different media and, complementarily, the influence of medium on the text or the comparison of literariness and cinematicity is important. Therefore, the space of culture is simultaneously the space of different sign systems (intersemiotic), discoursive practices (interdiscoursive) and media (intermedial). These three dimensions of the space of culture allow more versatility in describing the processes of communication. From this

perspective, one possibility afforded by this holistic view of culture is to understand culture as a process of total translation (Torop 2008, 2010, 2011).

Descrivere le relazioni testuali è produttivo ad almeno altri tre livelli. Innanzitutto, sia la meta- che l’intercomunicazione sono possibili non solo tra testi verbali, ma anche tra testi fissi in sistemi segnici diversi. Questo significa che nello spazio della cultura, è possibile descrivere qualsiasi testo intersemioticamente o che la comunicazione porta sempre un aspetto intersemiotico nella cultura. Questo viene espresso nella mediazione di parole con immagini nei libri illustrati e nelle ekphrasis come anche nella stesura di un balletto basato su un’opera letteraria o nei suoi adattamenti cinematografici, eccetera. Secondariamente, nella cultura i discorsi sono gerarchizzati. Uno stesso messaggio può essere tradotto in diversi discorsi ed è possibile parlare di interdiscorsività o dell’esistenza del messaggio in diverse modalità e a diversi livelli della cultura. Perciò, lo spazio interdiscorsuale è anche spazio multimodale. In terzo luogo, in ogni cultura è possibile osservare i trasferimenti di un messaggio attraverso vari media e questo significa che è necessario usare anche il concetto di «intermedialità». Per esempio, l’adattamento cinematografico di un romanzo è da un lato descrivibile come traduzione intersemiotica e la sua analisi presuppone il paragone tra sistemi di segni verbali e audiovisivi. Dall’altro lato, tuttavia, la letteratura e il cinema sono due media diversi e, complementarmente, l’influenza del medium sul testo o il paragone tra letterarietà e cinematicità è importante. Di conseguenza, lo spazio della cultura è simultaneamente lo spazio di diversi sistemi di segni (intersemiotico), pratiche discorsive (interdiscorsivo) e media (intermediale). Queste tre dimensioni dello spazio della cultura permettono una maggiore versatilità nel descrivere i processi di comunicazione. Da questa prospettiva, una possibilità data da questa visione olistica della cultura è capire la cultura come processo di traduzione totale (Torop 2008, 2010, 2011).
The original conception of the dynamics of culture came from W. A. Koch, founder of evolutionary cultural semiotics. Koch saw culture as a phenomenon whose true integrative potentialities have not yet been fully discovered or explored. For a semiotics thus conceived, structure and process are not different phases of reality and/or sciences but rather mere faces of a unitary field. His semiotic analysis will be based on premises of macro-integration – or evolution – and of micro-integration – culture (Koch 1989: v). For evolutionary cultural semiotics evolution means the dynamics of the cultural environment as semiosis that evolves from verbal and pictorial media, to start with, towards printed media and then telemedia. Today this process is continuing in the environment of new media. It is a movement from immediate communication towards the diversification of forms of mediated communication and the understanding of communication forms, with the cultural value of technological evolution becoming a part of both the history of science and that of culture. La concezione originaria della dinamica della cultura nasce da W. A. Koch, fondatore della semiotica della cultura evoluzionistica. Koch ha visto la cultura come fenomeno le cui vere potenzialità integrative non sono ancora state interamente scoperte o esplorate. Per una semiotica così concepita, struttura e processo non sono fasi differenti della realtà e/o delle scienze, quanto piuttosto mere facce di un unico campo. La sua analisi semiotica sarà basata sulle premesse della macrointegrazione (o evoluzione) e della microintegrazione (cultura) (Koch 1989:v). Per la semiotica della cultura evoluzionistica, «evoluzione» significa dinamica dell’ambiente culturale come semiosi che si evolve prima dai media verbali e pittorici, poi verso media stampati e successivamente telemedia. Oggigiorno questo processo sta continuando nel contesto dei nuovi media. È un movimento dalla comunicazione immediata verso la diversificazione delle forme di comunicazione mediata e la comprensione di forme di comunicazione, con il valore culturale dell’evoluzione tecnologica che diventa parte sia della storia della scienza sia di quella della cultura.
On one hand, the study of culture would be possible via the semiotization of culture-studying disciplines, which would bring them closer to the essence of culture. The birth of the notion of semiotic anthropology is an example of such a development, which, together with the capability for disciplinary analysis, would increase the level of analysability of culture (see Torop 2006). On the other hand, cultural semiotics offers a systematic approach to culture and creates a complementary methodology, which ensures the mutual understanding of different disciplines studying culture. This is the developmental prospect of cultural semiotics. Da una parte, lo studio della cultura sarebbe possibile attraverso la semiotizzazione delle discipline che studiano la cultura, che le avvicinerebbe all’essenza della cultura. La nascita del concetto di «antropologia semiotica» è un esempio di un tale sviluppo che, assieme alla capacità di analisi disciplinare, aumenterebbe il livello di analizzabilità della cultura (vedi Torop 2006). Dall’altra parte, la semiotica della cultura offre un approccio sistematico alla cultura e crea una metodologia complementare, che assicura la comprensione reciproca delle diverse discipline che studiano la cultura. Questa è la prospettiva di sviluppo della semiotica della cultura.
The intersection of culture and disciplines studying culture evokes questions raised by Rastier, those about universal trans-semiotics, and differentiates between two poles with respect to the study of culture – there are the sciences of culture (sciences de la culture), represented by Ernst Cassirer, and the semiotics of cultures (sémiotique des cultures) represented by the Tartu School. Between these two poles lie the questions: one or many sciences? Culture or cultures? (Rastier 2001: 163; see also Posner 2005: 292). L’intersezione della cultura e delle discipline che studiano la cultura suscita domande espresse da Rastier, quelle riguardanti la transemiotica universale, e differenzia due poli rispetto allo studio della cultura: ci sono le scienze della cultura (sciences de la culture), rappresentate da Ernst Cassirer, e la semiotica delle culture (sémiotique des cultures) rappresentata dalla Scuola di Tartu. Tra questi due poli sorgono le domande: una o più scienze? Cultura o culture? (Rastier 2001:163; vedi anche Posner 2005:292).
Transdisciplinary effort exists between semiotics and many other disciplines. Semiotic anthropology possesses a significant methodological value: ‘A further advantage of semiotic anthropology for today’s sociocultural anthropologists is that it supports more flexible and expansive approaches to defining where and how we can do our research’ (Mertz 2007: 345). In archaeology we can also detect a similar methodological partnership with semiotics – the belief that semiotics offers ‘a common language with which we can understand the structure of contrasting interpretative approaches and communicate across these boundaries while at the same time acknowledging the validity of our different theoretical commitments’ (Preucel and Bauer 2001: 93). In cultural psychology there exists a strong interest in semiotics: ‘The whole semiotic mediation system is viewed as a hierarchical regulatory system of meanings that guarantee the person’s psychological distancing from the here-and-now setting’ (Valsiner 2005: 203). The purpose is not to show all the contacts between semiotics and other disciplines in cultural research but rather the dialogical value of semiotics. Esistono sforzi transdisciplinari tra la semiotica e molte altre discipline. L’antropologia semiotica possiede un valore metodologico notevole: «Un ulteriore vantaggio dell’antropologia semiotica per gli antropologi socioculturali di oggi è che supporta approcci più flessibili ed espansivi nel definire dove e come possiamo svolgere la nostra ricerca» (Mertz 2007:345). Anche nell’archeologia possiamo individuare una simile collaborazione metodologica con la semiotica: la convinzione che la semiotica offra «un linguaggio comune con cui possiamo capire la struttura di approcci interpretativi contrastanti e comunicare attraverso queste barriere mentre allo stesso tempo riconosciamo la validità dei nostri diversi impegni teorici» (Preucel e Bauer 2001:93). La psicologia della cultura ha un forte interesse per la semiotica: «L’intero sistema di mediazione semiotica è visto come sistema gerarchico regolatore di significati che garantiscono il distanziamento psicologico della persona dal contesto del qui-e-ora» (Valsiner 2005:203). L’obiettivo non è mostrare tutti i contatti tra la semiotica e le altre discipline della ricerca culturale, piuttosto il valore dialogico della semiotica.
In both cases of culture as an object of study and culture research sciences as objects of study – it is suitable to recall the picture that emerged from Umberto Eco’s reading of Lotman: ‘If we put together many branches and great quantity of leaves, we still cannot understand the forest. But if we know how to walk through the forest of culture with our eyes open, confidently following the numerous paths which criss-cross it, not only shall we be able to understand better the vastness and complexity of the forest, but we shall also be able to discover the nature of the leaves and branches of every single tree’ (2000: xiii). In entrambi i casi di cultura come oggetto di studio e scienze che svolgono ricerche sulla cultura come oggetti di studio, è opportuno ricordare l’immagine di Umberto Eco che emerse dalla lettura di Lotman: «Se mettiamo insieme molti rami e una gran quantità di foglie, non possiamo certo cogliere la foresta. Ma se noi sappiamo come camminare attraverso la foresta della cultura con i nostri occhi ben aperti, seguendo fiduciosamente i numerosi cammini che la incrociano, non solo saremo in grado di capire meglio la vastità e la complessità della foresta, ma saremo anche in grado di scoprire la natura delle foglie e dei rami di ogni singolo albero».[8]
Cultural semiotics is disciplinary oriented to the complex analysis of culture, where it is important to balance between the understanding of the part and the whole, statics and dynamics. The specificity of cultural semiotics lies in understanding the complementarity between processes of communication in culture and cultural autocommunication. The historical analysis of culture covers the typological research of cultural self-descriptive languages, the coexistence of these languages and the mutual translatability between them. Contemporary culture is a multilingual dynamic whole where every innovative act from a new novel, through an exhibition or movie to a big social event exists in culture as something unpredictably new. This new will become the part of culture only after being described for culture, when semiotic tools have been found for its research, and when through the adaptations and the transformations of this new component of culture into other cultural forms, a system of metalanguage has been constructed to interpret the new cultural phenomenon. Cultural semiotics serves as a tool for the complex analysis of culture and also for synthesizing the experiences gained from other culture studies disciplines. The disciplinary development of cultural semiotics is at the same time an interdisciplinary development of the dialogue between culture and humanities, on the one hand, and between different culture studies disciplines, on the other. La semiotica della cultura è orientata disciplinarmente all’analisi complessa della cultura, dove è importante trovare un equilibrio tra la comprensione delle parti e del tutto, tra statica e dinamica. La specificità della semiotica della cultura sta nel capire la complementarità tra processi di comunicazione nella cultura e autocomunicazione della cultura. L’analisi storica della cultura comprende la ricerca tipologica dei linguaggi autodescrittivi della cultura, la coesistenza di questi linguaggi e la reciproca traducibilità tra di loro. La cultura contemporanea è un insieme dinamico e multilinguistico dove ogni atto innovativo, da un nuovo romanzo, a una mostra o un film, fino a un importante evento sociale, esiste nella cultura come qualcosa di imprevedibilmente nuovo. Questo nuovo diventerà parte della cultura solo dopo essere stato descritto per la cultura, quando per la sua ricerca si troveranno strumenti semiotici, e quando attraverso gli adattamenti e le trasformazioni di questa nuova componente della cultura in altre forme culturali, si creerà un sistema di metalinguaggio per interpretare il nuovo fenomeno culturale. La semiotica della cultura serve come strumento per la complessa analisi della cultura e anche per sintetizzare le esperienze ottenute da altre discipline che studiano la cultura. Lo sviluppo disciplinare della semiotica della cultura è allo stesso tempo uno sviluppo interdisciplinare del dialogo tra cultura e discipline umanistiche, da una parte, e tra diverse discipline che studiano la cultura, dall’altra.

Related topics

culture and translation; language and culture in intercultural communication; cultural linguistics; language, culture and identity; language and cultural scripts; language, culture and spatial cognition; space, time and space–time: metaphors, maps and fusions; language, gender and context; language and culture in cognitive anthropology; ethnolinguistics.

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Cultura e traduzione; lingua e cultura nella comunicazione interculturale; linguistica della cultura; lingua, cultura e identità; linguaggio e script culturali; linguaggio, cultura e cognizione spaziale; spazio, tempo e spaziotempo: metafore, mappe e fusioni; linguaggio, genere e contesto; linguaggio e cultura nell’antropologia cognitiva; etnolinguistica.

Further reading

Capozzi, Rocco (ed.) 1997. Reading Eco. An Anthology. Bloomington, Indianapolis: Indiana University Press. (This collection provides a very good overview of Eco’s cultural semiotics and its scientific reception.)

Koch, Walter A. (ed.) 1990. Semiotics in the Individual Sciences. Vols.1–2. Bochum: Brockmeyer Universitätsverlag. (This volume gives a very good overview of different fields of cultural semiotics: literary studies, linguistics, anthropology, arts, etc.)

Lotman, Yuri M. 2000. Universe of the Mind. A Semiotic Theory of Culture. Bloomington, IN: Indiana University Press. (This book is the best source for understanding basic notions of cultural semiotics: text, semiosphere, cultural memory.)

Lotman, Juri 2009. Culture and Explosion. Berlin, New York: Walter de Gruyter. (This is an important book on cultural dynamics, unpredictability in cultural changes and search of new descriptive languages.)

Salupere, Silvi, Torop, Peeter, and Kull, Kalevi (eds) 2013. Beginnings of the Semiotics of Culture. Tartu Semiotics Library 13. Tartu: University of Tartu Press. (Overview of history of cultural semiotics and collection of programmatic texts of Tartu–Moscow semiotic school.)

 

 

 


References

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Letture supplementari

Capozzi, Rocco (a cura di) 1997. Reading Eco. An Anthology. Bloomington, Indianapolis: Indiana University Press. (Questa raccolta offre una visione d’insieme molto buona della semiotica della cultura di Eco e delle sua ricezione scientifica.)

Koch, Walter A. (a cura di) 1990. Semiotics in the Individual Sciences. Volumi1-2. Bochum: Brockmeyer Universitätsverlag. (Questo volume offre una visione d’insieme molto buona di campi diversi della semiotica della cultura: studi letterari, linguistica, antropologia, arte, eccetera.)

Lotman, Yuri M. 2000. Universe of the Mind. A Semiotic Theory of Culture. Bloomington, IN: Indiana University Press. (Quest’opera è la fonte migliore per capire i concetti di base della semotica della cultura: testo, semiosfera, memoria della cultura.)

Lotman, Jurij 1993. La cultura e l’esplosione: prevedibilità e imprevedibilità, Milano: Feltrinelli. (Questa è un’opera importante sulla dinamica della cultura, l’imprevedibilità nei cambiamenti della cultura e la ricerca di nuovi linguaggi descrittivi.)

Salupere, Silvi, Torop, Peeter, e Kull, Kalevi (a cura di) 2013. Beginnings of the Semiotics of Culture. Tartu Semiotics Library 13. Tartu: University of Tartu Press. (Visione d’insieme della storia della semiotica della cultura e raccolta di testi programmatici della Scuola di semiotica di Tartu-Mosca.)

 

Riferimenti bibliografici

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Torop, Peeter 2008. «La traduzione come comunicazione e autocomunicazione». Libri e riviste d’Italia (73-91). Roma: Iacobelli.

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[1] Edizione originale: 1973, Tezisy k semiotičeskomu izučeniju kul’tur (v primenenii k slavjanskim tektstam), in Semiotyka i struktura tekstu. Studia s´wie˛cone VII mie˛dz. kongresowi slawistów, a cura di M. R. Mayenowa, Warszawa, 9-3.

Traduzione italiana: 1979, Tesi per un’analisi semiotica delle culture (in applicazione ai testi slavi), in La semiotica nei Paesi slavi. Programmi, problemi, analisi, a cura di C. Previgano, traduzione di E. Rigotti, Milano, Feltrinelli, 194-220.

[2] Traduzione italiana: Lotman, Ivanov, Toporov, Pjatigorski e Uspenskij 1980:107.

[3] Edizione originale: 1973, Tezisy k semiotičeskomu izučeniju kul’tur (v primenenii k slavjanskim tektstam), in Semiotyka i struktura tekstu. Studia s´wie˛cone VII mie˛dz. kongresowi slawistów, a cura di M. R. Mayenowa, Warszawa, pp. 9-3.

Traduzione italiana: 1979, Tesi per un’analisi semiotica delle culture (in applicazione ai testi slavi), in La semiotica nei Paesi slavi. Programmi, problemi, analisi, a cura di C. Previgano, traduzione di E. Rigotti, Milano, Feltrinelli, 194-220.

[4] Edizione originale: Metalanguage as a Linguistic Problem. Scritto nel 1956 come discorso alla società americana di linguistica e pubblicato in Különlenyomat a Nyelvtudományi Közlemények.

Traduzione italiana: “Il metalinguaggio come problema linguistico”.

[5] Edizione originale: 1968, Essai sur la signification au cinéma I.

Traduzione italiana: Semiologia del cinema: saggi sulla significazione del cinema, Garzanti, Milano 1972.

[6] Edizione originale: 1975, Trattato di semiotica generale, Milano, Bompiani.

[7] Traduzione italiana: 1989, La cultura come soggetto e oggetto per se stessa.

[8] U. Eco, “Introduction”, a J. M. Lotman, Universe of the Mind. A Semiotic Theory of Culture, I. B. Tauris, London – New York, 2001, p. XIII.

Zuzana Jettmarová – Translating Jiří Levý’s Art of Translation for an International Readership SIMONA ZANONI

Zuzana Jettmarová – Translating Jiří Levý’s Art of Translation

for an International Readership

civica logo spinelli

SIMONA ZANONI

 

Fondazione Milano

Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli»

via Francesco Carchidio 2 – 20144 MILANO

Relatore: professor Bruno Osimo

 

 

                        Diploma in Mediazione linguistica

Ottobre 2016

 


 

© Zuzana Jettmarová 2011

© Per l’edizione italiana: Simona Zanoni 2016 (simona.zanoni@teletu.it)

 

Abstract in italiano

La presente tesi propone la traduzione dell’articolo di Zuzana Jettmarová Translating Jiří Levý’s «Art of Translation» for an International Readership. Il suo elaborato parte dai motivi che l’hanno spinta a intraprendere questa “sfida” traduttiva, durante la quale si sono incontrati non pochi problemi. Innanzitutto, la difficoltà nel collocare Levý all’interno di una corrente, nel determinare se appartenga allo strutturalismo ceco o al formalismo russo; da qui, la necessità di fornire al lettore anglofono un contesto che egli non ha per assicurargli la comprensione del testo. In secondo luogo, gli ostacoli nel tradurre la terminologia e i concetti esposti da Levý nella sua opera.

 

English abstract

This work presents the translation of the article entitled Translating Jiří Levý’s «Art of Translation» for an International Readership written by Zuzana Jettmarová. Her essay opens with the reasons she undertook this translation, which turned out to be a major challenge for both the translator and the editor. First, they found it difficult to determine whether Levý belonged to Czech Structuralism or to Russian Formalism, and had to provide English-speaking readers with a context they would typically be unfamiliar with. Second, it was hard to translate the terms and concepts presented by Levý in his book.

 

中文摘要

本论文介绍Zuzana Jettmarová 为国际读者翻译依瑞·列维Jiří Levý所写的翻译的艺术”(Translating Jiří Levý’s «Art of Translation» for an International Readership翻译文章其内容主要说明她为什么选择了这种挑战性的翻译,或在翻译期间所遇到的不少难题。第一个就是对列维进行归类,属于捷克结构主义的流派还是俄国形式主义的流派? 然后就是给英语读者提供一个本来没有的背景,以确保专著的理解。 第二个难题就是翻译列维书中的术语和观念

INDICE

1 PREFAZIONE                  4

1.1 Il circolo linguistico di Praga e lo strutturalismo ceco                  4

1.2 Zuzana Jettmarová e Jiří Levý                  8

1.3 Riferimenti bibliografici – Prefazione                   14

2 TRADUZIONE                  15

2.1 Introduzione                  15

2.2 Supposizioni e memi                  18

2.3 Vincoli concettuali ed elusione della disintegrazione                  33

2.4 Conclusione                  44

3 RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI                  47


 

1 - PREFAZIONE

Il circolo linguistico di Praga e lo strutturalismo ceco

Il circolo linguistico di Praga fu fondato il 6 ottobre 1926, quando Vilém Mathesius si incontrò con quattro colleghi (Jakobson, Havránek, Trnka e Rypka) per discutere di una conferenza tenuta da un linguista tedesco. Mathesius sfruttò l’occasione per dare al gruppo un’organizzazione e una chiara direzione teorica. Tuttavia, si può dire che le radici della scuola di Praga risalgono al 1911, in quanto Vilém Mathesius, già prima della pubblicazione di Cours de linguistique générale di Ferdinand de Saussure, aveva parlato dello studio sincronico del linguaggio. In ogni caso, l’opera di Saussure è stata sicuramente fondamentale per la creazione del pensiero del circolo linguistico di Praga. Altrettanto importante fu il circolo linguistico di Mosca. I suoi membri si occupavano dei problemi riguardanti il linguaggio e la linguistica e, a causa degli eventi storici di quel periodo (in particolare la Rivoluzione di ottobre in Russia), molti di loro furono costretti a scappare e a continuare il loro lavoro altrove. Per questo motivo, personalità come Roman Jakobson e Nikolaj Sergeevič Trubeckoj si unirono al circolo di Praga, contribuendo in modo significativo al suo sviluppo. Nel 1928, al primo congresso internazionale di linguistica organizzato all’Aia, venne presentata la proposta 22, il manifesto del circolo di Praga, redatto da Roman Jakobson e cofirmato da Trubeckoj e Karcévsky. Questo programma cambiò lo sviluppo della linguistica europea e segnò la nascita di una nuova scienza: la fonologia.

Un anno dopo, al congresso internazionale degli slavisti tenutosi a Praga nel 1929, gli accademici di Praga pubblicarono i Travaux du cercle linguistique de Prague. A partire dal novembre 1939, però, con l’inizio della seconda guerra mondiale, i nazisti chiusero le università ceche; i membri del circolo furono costretti per anni a incontrarsi in posti nascosti e fu solo nel giugno 1945, con la sconfitta del nazismo, che ricominciarono la loro attività pubblicamente (Makarzk, 1993: 179-181). Tuttavia, il circolo di Praga aveva perso alcuni dei suoi esponenti più importanti: chi a causa di morte naturale, come Nikolaj Sergeevič Trubeckoj e Vilem Mathesius, e chi perché fu esiliato, come Roman Jakobson, che scappò negli Stati Uniti d’America. Perciò, appena tre anni dopo, nel 1948, ci fu l’ultima conferenza pubblica degli accademici del circolo linguistico di Praga. Nonostante tutto, comprese le interruzioni per via della guerra, i membri del circolo di Praga furono in grado di esplorare e analizzare tutti i campi linguistici, come dimostrano anche le loro opere. Testi quali Grundzüge der Phonologie (1939) di Trubeckoj e Remarques sur l’evolution phonologique du russe comparee a celle des autres langues slaves (1929) di Roman Jakobson furono fonte di ispirazione per le generazioni successive di linguisti. Senza gli accademici della scuola di Praga, l’immagine dello strutturalismo e della linguistica del ventesimo secolo sarebbe stata incompleta sia a livello storico, che a livello teorico, poiché essi hanno contribuito non solo allo sviluppo della linguistica, ma anche allo sviluppo della fonetica, della fonologia e della sintassi.

Una caratteristica del circolo che merita di essere menzionata è il suo multilinguismo. Infatti, come si può notare anche dalle due opere appena citate, i componenti del gruppo non utilizzavano tutti la stessa lingua; scrivevano e pubblicavano i loro lavori in ceco, tedesco, francese e russo. Questo fu un grande vantaggio per la diffusione di nuovi principi, illustrati nel primo volume dei Travaux du cercle linguistique de Prague intitolato Thèses du cercle linguistique de Prague. Non ci furono solo i principi a costituire una novità, ma anche la linguistica, che divenne strutturale e il cui nome «strutturalismo» fu coniato nel 1929 da Roman Jakobson proprio per questa sua peculiarità.

Lo strutturalismo in un certo senso prese spunto dal formalismo russo, ma allo stesso tempo ne rifiutò i principi di base. Infatti, quest’ultimo non teneva conto del contesto storico e sociale, mentre gli accademici cechi davano grande importanza ai fattori esterni, quali politica, società e geografia (Jettmarová, 2010b).

I membri della scuola di Praga condividevano con i formalisti russi l’ipotesi che la letteratura fosse un fenomeno specifico del linguaggio. Tuttavia, la loro considerazione dei fenomeni linguistici non rappresentava questi fenomeni come isolati, ma come parte di un sistema. L’idea che tutti gli elementi del linguaggio fossero reciprocamente dipendenti e che nessun fenomeno appartenente a una struttura del linguaggio potesse essere adeguatamente valutato se isolato dalla medesima struttura di cui faceva parte tracciò il profilo strutturale del movimento e con esso diventò inevitabile la comprensione della letteratura non come fatto isolato, ma come parte di un tutto più ampio. Ma qual è la definizione di struttura secondo il circolo linguistico di Praga? Mukařovský afferma:

 

Nel nostro concetto di struttura artistica sottolineiamo un tratto più specifico della mera correlazione dell’insieme e delle parti. […] Secondo la nostra concezione, può essere considerato come struttura ogni insieme di componenti il cui equilibrio interno cambia e si rimodella in continuazione e la cui unità si manifesta come un insieme di contraddizioni dialettiche. […] Ha carattere di struttura non solo l’opera artistica particolare e l’evoluzione di ogni arte come insieme, ma anche le relazioni reciproche tra le arti. Nel giudicare tutto questo come struttura (ovvero come un equilibrio instabile di relazioni), non siamo in contraddizione con la realtà, né limitiamo la varietà di possibilità nelle ricerche, ma al contrario ne indichiamo la sua varietà possibile (Mukařovský 1977: 157-161).

 

Anche il linguaggio viene presentato come una struttura e in particolare viene descritto come un sistema di segni. Trubeckoj specifica che «un sistema fonologico non è la somma meccanica dei singoli fonemi, ma un tutto organico in cui i fonemi sono i componenti e dove la struttura è sottoposta a delle leggi» (Herteg, 2003). I linguisti del circolo di Praga sottolineavano la funzione degli elementi all’interno del linguaggio, la contrapposizione degli elementi linguistici e lo schema complessivo formato da queste contrapposizioni e si distinsero per lo studio del sistema fonologico e della differenza con la fonetica in base alle loro funzioni.

La poetica della scuola di Praga considerava le opere letterarie strutture poetiche (estetiche) specifiche, perciò ottenne uno sviluppo sostanziale del modello di struttura poetica. Si trattava di un modello stratificazionale, che rappresentava la struttura letteraria come una gerarchia di strati (lo stesso accadde con il linguaggio). Tuttavia, il modello stratificazionale poetico, rispetto a quello linguistico, prevedeva che agli strati verbali (fonico e semantico) si aggiungesse lo strato extralinguistico della tematica: esso era indipendente dagli altri due, ma necessariamente collegato, poiché le tematiche, e quindi i messaggi, potevano essere espresse solo tramite mezzi linguistici. Le tematiche e il linguaggio sono il «materiale» a cui la «forma» dà una struttura esteticamente efficace. Il testo poetico, a livello semiotico, è un processo di accumulazione semantica: il lettore percepisce ogni nuovo segno e, una volta arrivato alla fine, è in grado di comprendere appieno il senso del testo.

Lo strutturalismo ceco e il formalismo russo condividevano anche l’idea dell’unione indissolubile di linguistica e poetica, che il circolo linguistico di Praga arricchì con l’adozione di una prospettiva semiotica generale per lo studio scientifico della letteratura.

La scuola di Praga dava inoltre molta enfasi sia alla funzione del linguaggio nell’atto comunicativo, sia al ruolo del linguaggio nella società. Questa caratteristica sfociò nella combinazione di strutturalismo e funzionalismo e la scuola di Praga divenne famosa per il suo interesse nell’applicazione dello studio di come gli elementi di un linguaggio portassero in sé le funzioni espressiva, conativa e referenziale (tratte dall’opera di Karl Bühler). Queste furono fondamentali soprattutto nel concetto della letteratura come forma di comunicazione, che prevedeva l’esistenza di caratteristiche specifiche nella produzione, struttura e ricezione del «messaggio» (testo) poetico. La funzione espressiva orientava il discorso verso il mittente, quella conativa verso il ricevente e quella referenziale verso il referente (Selden, 2008: 40). Sebbene distinte, tutte e tre le funzioni erano coinvolte in ogni testo, nonostante ce ne fosse sempre una a prevalere sulle altre e a determinare, in tal modo, il carattere del discorso. Una prima modifica alla teoria di Bühler venne operata da Mukařovský che, per spiegare la comunicazione poetica, ritenne necessario aggiungere una quarta funzione, quella estetica, facente riferimento alla lingua come segno linguistico. Successivamente, Mukařovský dissociò la funzione estetica dalla lingua («oggetto») e la collegò all’utente («soggetto»).

 

Zuzana Jettmarová e Jiří Levý

Zuzana Jettmarová si laureò nel 1976 in interpretariato e traduzione all’Università Carolina di Praga. Nel 1981 entrò a far parte dell’Istituto della scienza della traduzione come professoressa, mentre dal 1991 al 2006 ne fu direttrice, coordinando diversi progetti nazionali e partecipando a molti altri programmi sul piano istituzionale. Fu inoltre vice-presidente della Società europea per gli studi di traduzione e ne organizzò il primo congresso a Praga, oltre ad altre tre conferenze internazionali sempre nella capitale ceca (1992, 1995, 2003). Le sue pubblicazioni riguardano maggiormente la teoria, metodologia e ricerca empirica. Oltre a studiare l’impatto della traduzione sulla cultura ricevente, soprattutto nell’ambito pubblicitario, negli ultimi tempi si è concentrata sulla rappresentazione, sull’interpretazione e sul trasferimento delle teorie e metodologie traduttive dell’Europa orientale nella più comune scienza della traduzione occidentale. Fu lei a promuovere e curare la versione inglese dell’opera di Jiří Levý The Art of Translation, pubblicata nel 2011 e tradotta da Patrick Corness. Ci sono voluti tre anni per completare la traduzione di questo libro, poiché è stato necessario tenere conto di molti fattori: il fatto che Levý avesse scritto l’opera in ceco, ma che fosse già stata tradotta in russo e tedesco; il dover cambiare il lettore modello e adattare il focus e gli esempi al lettore anglofono; l’aver utilizzato sia la versione tedesca del 1983 che la versione ceca come base per la loro traduzione, che ha portato a omissioni, sostituzioni, aggiunte e altri problemi soprattutto con gli esempi testuali. Un ulteriore problema è stato il fatto che il background di Levý era noto soltanto in Repubblica Ceca, pertanto sono state necessarie ricerche, modifiche e note a piè di pagina per spiegarne il contesto ai lettori.

Levý fu «il fondatore della scienza della traduzione ceca» (Jettmarová, 2010a) e si concentrò soprattutto sulla sua storia, teoria, metodologia e pratica. Nei suoi studi, egli definì la traduzionalità come un fenomeno dialettico e dinamico allo stesso tempo, legato a valori socio-culturali. Ma la contrapposizione non è solo dialettico-storica e dinamica; la traduzionalità è collegata anche a un’altra contrapposizione: genericità e specificità. Il traduttore ha diverse possibilità: può decidere di mantenere la specificità straniera, può scegliere di sostituirla con quella della cultura ricevente della traduzione, o ancora di tradurla con concetti generici, che diventano un terreno comune e neutrale tra le due culture.

Per Levý, la traduzione è un mezzo potente di comunicazione di massa con due funzioni: differenziare i singoli sistemi letterari culturali e universalizzare la letteratura per costituirne una mondiale.

La traduzionalità è legata a due categorie dialettiche per delimitare il concetto e il metodo della traduzione: la compatibilità noetica (che ha a che fare con la mente e l’intelletto) e il soggettivismo/oggettivismo noetico. La compatibilità noetica porta con sé la distinzione tra traduzione illusionistica e anti-illusionistica. I lettori delle traduzioni illusionistiche, affidandosi a un “accordo” che prevede il mantenimento delle qualità dell’originale da parte della traduzione e notando che l’intermediario non ha lasciato tracce di sé, credono di leggere l’originale. Se il traduttore dovesse uscire allo scoperto per un passo falso non intenzionale (ad esempio aggiungendo romanticismo o note) e se dovesse essere scoperto dal ricevente, l’illusione scomparirebbe. Questa categoria, che lega il traduttore al ricevente, è correlata al soggettivismo/oggettivismo noetico. Le traduzioni che si basano sul soggettivismo tendono a preservare le specificità dell’originale e vengono chiamate traduzioni «fedeli». Al contrario, le traduzioni che si basano sull’oggettivismo ideologico tendono a generalizzare o sopprimere le caratteristiche straniere, sottolineando quelle condivise dalle due culture o addirittura sostituendo elementi stranieri con elementi locali; queste vengono definite traduzioni «libere» (Jettmarová, 2015).

A livello semiotico, la traduzione e la traduzionalità sono quindi collegate all’esperienza, alle aspettative e all’accettabilità del ricevente. La traduzione viene presa per rappresentazione del messaggio d’origine. La sua credibilità e verosimiglianza può essere infranta nel momento in cui il traduttore disintegra la copertura dell’illusione. Tuttavia, allo stesso tempo, ciò che in un primo momento potrebbe essere stato percepito come straniero potrebbe aver perso le caratteristiche straniere nel tempo a causa degli sviluppi linguistici e culturali (ad esempio con appropriazione e assimilazione); in ugual modo, ciò che in passato sembrava locale in un particolare genere testuale, dopo qualche decennio potrebbe sembrare obsoleto in termini di contenuto, forma, senso o comprensibilità. È il ricevente a fare da parametro; durante il processo di traduzione, il ricevente è il lettore modello, ovvero colui che completa l’atto comunicativo con la ricezione. Questo implica che il messaggio esiste solo attraverso la ricezione sociale.

In genere, a livello linguistico, il traduttore è meno creativo dell’autore e tende a utilizzare un linguaggio standardizzato nel suo uso corrente. I messaggi, però, hanno un altro aspetto, forse più importante del linguaggio: il significato.

Nello strutturalismo ceco, è l’unione di forma e contenuto a creare il significato di un messaggio. Nei discorsi non letterari, la forma è standardizzata, perciò qualsiasi discostamento voluto o non voluto dall’autore (o dal traduttore) fa sì che l’attenzione del lettore si concentri sulla forma. Nei discorsi letterari, la funzione poetica si basa non solo sulla poetica di origine (unione di forma e contenuto), ma anche su deviazioni, innovazioni e specifiche volute, che rappresentano lo stile e la creatività individuale dell’autore, sia nella forma che nel contenuto.

Nella traduzione di un testo, il traduttore concretizza una delle possibili interpretazioni dell’opera d’arte, restringendone il raggio interpretativo. Poiché il suo compito è quello di disambiguare, egli tende a colmare tutte le lacune, anche se questo potrebbe sminuire il valore artistico dell’opera. Tuttavia, considerando il lettore modello e l’ambiente ricevente della traduzione, essa rifletterà necessariamente le differenze socio-culturali tra il lettore originale e il lettore modello della traduzione.

Costruendo il modello traduttivo sulla falsariga della teoria dell’informazione, Levý rappresenta la catena di comunicazione in questo modo:

 

realtà    à selezione   stilizzazione à lettura traduzione à lettura  concretizzazione

(Jettmarová, 2015: 89)

 

La ricezione del ricevente è una combinazione di idiosincrasie individuali, norme collettive interiorizzate e contesto sociale; le interpretazioni possono comportare un cambiamento della funzione dominante, una modifica delle funzioni intenzionali portate dagli elementi della struttura, ma anche percepire come intenzionali certi elementi che l’autore potrebbe non aver mai avuto intenzione di considerare come tali. È il bisogno predominante o la rilevanza sociale in una particolare società che determina la funzione e il valore del testo.

In ogni caso, non c’è una relazione diretta tra ciò che il traduttore, soggetto a limitazioni, importa dall’originale e ciò che viene effettivamente trasferito nella traduzione, perché significati e cambiamenti nel significato vengono generati attraverso l’interazione tra il contesto interno e quello esterno – persino i significati sociali vengono riconosciuti solo attraverso la loro percezione in una società concreta. Potrebbe essere l’autore, il traduttore o addirittura il ricevente a conferire ai segni un dato significato sociale. Secondo la teoria della ricezione di Vodička, un’opera letteraria è un «segno estetico diretto al pubblico» (Selden, 2008: 54); perciò il dinamismo della ricezione e la diversità delle interpretazioni vengono analizzate a partire dalle proprietà estetiche del testo letterario e dall’atteggiamento mutevole dei lettori.

Mukařovský sottolinea che qualsiasi fossero le intenzioni dell’autore, i riceventi potrebbero percepirle in maniera diversa, in base alle loro disposizioni individuali e collettive, e potrebbero inoltre modificare la dominante prevista e la subordinazione delle unità strutturali.

La supposizione teorica, valida anche per la traduzione, è che la struttura di un messaggio corrisponda alla struttura dei bisogni del ricevente (individuale o collettiva). Ecco perché un bisogno dominante in una società in un particolare momento determina la funzione e il valore di un testo, sia esso un testo originale o una traduzione; pertanto, queste due caratteristiche vengono percepite come intenzionali.

Il testo come un oggetto materiale o artefatto è solo il portatore del messaggio (opera d’arte). In ogni caso, la genesi e il codice linguistico del messaggio sono influenzati, in maggiore o minor grado, dal materiale. In ogni traduzione, il traduttore viene posto di fronte al dilemma di ciò che è intrinseco o meno, poiché il messaggio viene trasferito, mentre il materiale viene scambiato o sostituito. Per via del legame tra materiale e messaggio si genera una tensione.

Levý ha sottolineato quali aspetti del messaggio devono rimanere invariati nel caso in cui le funzioni di base del genere testuale rimangano simili: ad esempio, nei testi tecnici si preserva il significato denotativo, nella poesia è spesso più importante preservare il significato connotativo, mentre in un libretto d’opera si mantengono le proprietà formali, come il ritmo.

Il dilemma tra traduzione «fedele» e «libera» è stato generalizzato da Levý come l’esistenza di una duplice norma nella traduzione: la norma della riproduzione (fedeltà) e la norma estetica (bellezza). Queste rappresentano gli estremi di una scala indicizzata, per cui si può dare maggior rilevanza all’una o all’altra, in modo che le traduzioni siano più fedeli o più libere. Tale duplice norma ha una validità generale per tutti i generi testuali.

Levý sottolinea che è l’idioletto passivo del traduttore/ricevente a influenzare l’interpretazione dell’originale, mentre, dall’altra parte, è l’idioletto attivo del traduttore a lasciare le sue tracce nel testo tradotto. Perciò, la traduzione può essere vista come il risultato della percezione dei valori dell’originale da parte dell’idioletto passivo del traduttore e dell’articolazione dei valori percepiti dall’originale da parte del suo idioletto attivo.

In una traduzione, è inoltre necessario riprodurre gli elementi dominanti del messaggio dell’originale (equivalenza funzionale). Si può ottenere questo risultato sostituendoli nella traduzione con elementi di valore simile (ovvero corrispondenti per funzione e non necessariamente per forma e/o contenuto) per il ricevente modello. Se il potenziale della funzione dell’intero messaggio originale dovesse rimanere uguale o simile, una tale traduzione nel suo complesso sarebbe considerata adeguata. In una traduzione di questo tipo, il nucleo semantico invariante dell’originale (l’invariante intertestuale) verrebbe trasferito, mentre la restante parte della semantica della traduzione (costituita da contenuto e forma) rappresenterebbe la componente variante. Levý ha sottolineato una tassonomia strutturale che presenta gli elementi che dovrebbero essere invariabili e variabili. Levý e Popovič puntavano a creare una categoria che potesse essere di aiuto ai traduttori, utilizzabile come strumento per migliorare la qualità della traduzione tramite la comprensione dei meccanismi coinvolti e una riflessione informata dei processi.

Le teorie fondamentali ceche e slovacche, basate sul contesto teorico-metodologico strutturalista locale, sembrano aver anticipato le svolte e i cambiamenti paradigmatici occidentali nella scienza della traduzione sin dal principio. Si può anche dire che siano più complicati, completi ed elaborati in comparazione con i modelli generali occidentali di oggi, soprattutto grazie alle metodologie su cui poggiano le loro fondamenta (Jettmarová, 2015).

Riferimenti bibliografici – Prefazione

 

  • Frias Martins, Manuel 2010 «Estruturalismo Checo». E-Dicionário de Termos Literários, disponibile in Internet all’indirizzo http://edtl.fcsh.unl.pt/business-directory/6223/estruturalismo-checo/, consultato nel settembre 2016.
  • Herteg, Crina 2003 «The Contributions of the Prague School to the Study of Language». Annales Universitatis Apulensis – Philologica, 4: 371-375, disponibile in Internet all’indirizzo http://www.uab.ro/reviste_recunoscute/philologica/philologica_2003_tom2/59.herteg_crina.pdf, consultato nel settembre 2016.
  • Jettmarová, Zuzana 2010a «The Work of Jiří Levý». Faculty of Arts Charles University in Prague, disponibile in Internet all’indirizzo http://utrl.ff.cuni.cz/UTRLFF-399.html, consultato nel settembre 2016.
  • Jettmarová, Zuzana 2010b «Czech Structuralism in a Nutshell». Faculty of Arts Charles University in Prague, disponibile in Internet all’indirizzo http://utrl.ff.cuni.cz/UTRLFF-400-version1-czech_structuralism_in_a_nutsh.pdf , consultato nel settembre 2016.
    • Jettmarová, Zuzana 2015 «20th Century Czech & Slovak Theories and Western Turns». In: Andrea Ceccherelli, Lorenzo Costantino, Cristiano Diddi a cura di Translation Theories in the Slavic Countries.  33, Uni. di Salerno e Bologna – 83-98.
    • Jones Roderick e Jettmarová Zuzana 2012 The Art of Translation by Jiří Levý. Amsterdam, disponibile in internet all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=AKlXHlkDsyM, consultato nel settembre 2016.
    • Makaryk, Irena R. 1993 Encyclopedia of Contemporary Literary Theory: Approaches, Scholars, Terms. Toronto: University of Toronto Press.
    • Selden Raman a cura di 2008 The Cambridge History of Literary Criticism – Volume 8: From Formalism to Poststructuralism. Cambridge, Cambridge University Press.

 

2 – TRADUZIONE

 

Introduction Introduzione
The ongoing project of translating Levý’s seminal book into English was launched almost two years ago and there had been several reasons for conceiving it. Il progetto di tradurre in inglese il libro fondamentale di Levý, tuttora in corso, è stato lanciato quasi due anni fa e i motivi per cui questo è stato concepito sono diversi.
The first and prime reason was making the book accessible to an international readership in today’s lingua franca: here Levý’s accessibility has so far been confined to his English articles, especially his Translation as a Decision Process (1967) and Will Translation Theory be of Use to Translators? (1965). Il primo e principale era quello di rendere il libro accessibile a un pubblico internazionale nella lingua franca odierna. Finora, in inglese, si è potuto accedere solo a pochi articoli di Levý: Translation as a Decision Process (1967) e Will Translation Theory be of Use to Translators? (1965).
The German translation of Levý’s Art of Translation as Die literarische Übersetzung: Theorie einer Kunstgattung (1969), based on his Czech publication (1963) rewritten as a manuscript for the German readership in 1967, is now bound to have only a limited audience for linguistic reasons. La traduzione in tedesco di Art of Translation di Levý in Die literarische Übersetzung: Theorie einer Kunstgattung (1969), basata sulla sua pubblicazione ceca (1963) e in una nuova stesura manoscritta per l’edizione tedesca del 1967, è destinata, per ragioni linguistiche, ad avere un seguito limitato.
The difficulty of penetrating the German text becomes evident in some contemporary English writings where the interpretations suggest that German may indeed pose an obstacle, unlike for e.g. Prunč whose interpretation is quite different. La difficoltà nel penetrare il testo tedesco diventa evidente in alcuni scritti contemporanei inglesi, dove le interpretazioni indicano che il tedesco può davvero risultare un ostacolo, al contrario di Prunč, per esempio, la cui interpretazione è alquanto diversa.
This may be compounded by the fact that today there are few earlier-generation scholars who may be familiar with the Czech structuralist underpinnings. Questo può essere comprovato dal fatto che oggi ci sono pochi accademici della vecchia scuola ad avere familiarità con i fondamenti dello strutturalista ceco.
Levý is seen as a Russian formalist concerned with ‘literariness’ in spite of the fact that one never encounters this word in his writings and that Czech structuralism itself represented a straightforward negation of its own domestic formalism. Levý è visto come un formalista russo che si occupa di «letterarietà», nonostante nei suoi scritti non si incontri mai questa parola e nonostante lo strutturalismo ceco stesso rappresentasse una chiara negazione del formalismo locale.
This mistaken belief had to be accounted for as a serious factor in translating Levý into English. Quando abbiamo deciso di tradurre Levý in inglese, questa erronea credenza è stata un fattore importante.
The second reason for translating Levý was the potential relevance and topicality of his theory. Il secondo motivo per tradurre Levý erano la potenziale rilevanza e attualità della sua teoria.
After the numerous paradigm shifts in western humanities and Translation Studies Levý is regarded as an early descriptivist because he chronologically preceded the polysystem theory; the latter also claims its Russian formalist roots and refers to Jakobson and Levý. Sulla scia dei numerosi cambiamenti di paradigma nelle scienze umane occidentali e in particolare nella scienza della traduzione, Levý è ritenuto uno dei primi descrittivisti perché, a livello cronologico, ha preceduto la teoria polisistemica. Quest’ultima, inoltre, rivendica le sue origini nel formalismo russo e fa riferimento a Jakobson e Levý.
Jakobson himself is yet another reason for presuming that Levý was a formalist. Jakobson stesso è un ulteriore motivo per supporre che Levý fosse un formalista.
Jakobson was originally a Russian formalist and in the 1920s – 1930s, when he lived in Czechoslovakia, a member of the Prague School. Jakobson fu originariamente un formalista russo e un membro della scuola di Praga durante il suo soggiorno in Cecoslovacchia negli anni Venti e Trenta.
In western Translation Studies, his well-known writings in English on translation (1959, 1960) have been considered representative of the Prague School, and because they pre-dated Levý’s articles in English and the German translation of his book, Levý has been regarded as his follower. Nella scienza della traduzione occidentale, i suoi scritti in inglese sulla traduzione noti al grande pubblico (1959, 1960) sono stati considerati rappresentativi della scuola di Praga e, poiché hanno precorso gli articoli di Levý in inglese e la versione tedesca del suo libro, Levý è stato ritenuto il suo successore.
Czech translation theory dates back to the turn of the 19th and 20th centuries and has been called a functional theory of translation in line with the Czech functional structuralism in which it is grounded. La teoria ceca della traduzione risale al periodo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento ed è stata definita una «teoria funzionale della traduzione», in linea con lo strutturalismo funzionale ceco su cui si fonda.
However, in anthologies and accounts of the history of the discipline written in English Levý is not considered a functionalist. Tuttavia, nelle antologie e nei resoconti sulla storia della disciplina anglofoni, Levý non è considerato un funzionalista.
Levý has been stigmatized with Russian formalism while the true theoretical-methodological basis (the semiotic or aesthetic branch of Czech structuralism which subsumed linguistics) has remained largely unknown in our discipline. Levý è stato associato al formalismo russo, ma la vera base teorico-metodologica (la branca semiotica o estetica dello strutturalismo ceco che includeva la linguistica) è rimasta per lo più sconosciuta nella nostra disciplina.
On the basis of his own extensive empirical research, Levý designed an integral theory and introduced a number of unique concepts. Sulla base delle sue ricerche empiriche di ampia portata, Levý ideò una teoria completa e introdusse numerosi concetti originali.
   
Assumptions and memes Supposizioni e memi
Perhaps the most recent, summarized image of Levý may be found in Tymoczko: Forse l’immagine più recente e riassunta di Levý si può trovare in Tymoczko:
Other important early contributions to descriptive translation studies were made by the Czech School, including Anton Popovič and Jiří Levý. Altri precedenti e importanti contributi alla traduzione descrittiva sono stati portati dalla scuola ceca, dove troviamo Anton Popovič e Jiří Levý.
These writers forged a connection between descriptive studies and Russian formalism, stressing formal aspects of translated texts and translator choice. Questi autori hanno instaurato un collegamento tra studi descrittivi e formalismo russo, sottolineando gli aspetti formali dei testi tradotti e delle scelte del traduttore.
They also developed the concept of Shift as an alternative to prescriptive language for evaluating translations. Hanno inoltre sviluppato il concetto di «cambiamento» come un’alternativa al linguaggio prescrittivo per valutare le traduzioni.
Most important for the full emergence of descriptive studies is the work of the Israeli scholars […] thus setting translation on much broader cultural contexts than had been done earlier. Estremamente importante per il pieno sviluppo degli studi descrittivi è il lavoro degli accademici israeliani [...] che hanno collocato la traduzione in contesti culturali molto più ampi di prima.
While the readers of Levý’s book will easily correct this image by themselves, their potential discouragement comes with Gentzler´s where one learns that Prague structuralism was Russian formalism, that Levý unlike Chomsky and Nida focused on form and thus that the focus of the Czech (and Slovak) translation theory was the transference of the surface form, i.e. literariness. Mentre i lettori del libro di Levý correggeranno da sé questa immagine, proveranno un possibile sconforto con quello di Gentzler, da cui si evince che lo strutturalismo di Praga coincideva il formalismo russo; che Levý, al contrario di Chomsky e Nida, si concentrava sulla forma e, di conseguenza, che la teoria ceca (e slovacca) della traduzione si focalizzava sul trasferimento della forma superficiale, ovvero la «letterarietà».
In fact, Levý never used this term as he held to the Czech structuralist thesis that form and content cannot be separated as they both make up the semantic structure of the work of art (including its translation). In realtà, Levý non ha mai usato questo termine, in quanto si atteneva alla tesi strutturalista ceca, secondo cui forma e contenuto non vanno separati, poiché insieme formano la struttura semantica dell’opera d’arte (compresa la sua traduzione).
He pointed out the role of the reader, thus stressing the interrelationship between semantics and pragmatics in phenomenological, sociological and ideological terms. Levý ha precisato il ruolo del lettore, in modo da sottolineare la relazione reciproca tra semantica e pragmatica in termini fenomenologici, sociologici e ideologici.
There are other aspects that make Czech functional structuralism quite different from Russian formalism and from western theories of translation. Ci sono altri aspetti che differenziano parecchio lo strutturalismo funzionale ceco dal formalismo russo e dalle teorie occidentali della traduzione.
This is why it may be difficult to integrate Levý into the picture of mainstream theories. È per questo che potrebbe risultare difficile inserire Levý nel quadro delle teorie principali.
Gentzler, probably in search of some links to major cultures, attaches Levý to both Russian and American cultures, suggesting that one of the reasons why Levý’s Art of Translation translated into German (1969) was so instrumental was that: Probabilmente alla ricerca di qualche collegamento con le culture importanti, Gentzler associa Levý sia alla cultura russa che a quella americana e indica che uno dei motivi per cui la traduzione in tedesco di Art of Translation di Levý (1969) è stata così strumentale è che
[…] it took the tenets of Russian Formalism, applied them to the subject of translation, and showed how Formalist structural laws were located in history and interact with at least two literary traditions simultaneously […] […] ha preso i principi cardine del formalismo russo, li ha applicati al tema della traduzione e ha mostrato come le leggi strutturali del formalismo si collocavano nella storia e interagivano con almeno due tradizioni letterarie simultaneamente […]
Levý’s Formalist roots are revealed by specific linguistic methodology that characterizes his project. Le radici formaliste di Levý emergono dalla specifica metodologia linguistica che caratterizza il suo progetto.
Levý began with the linguistic distinctions of translation that his colleague Roman Jakobson […] laid out in On Linguistic Aspects of Translation (1959) […] Egli è partito dalle distinzioni linguistiche della traduzione che il suo collega Roman Jakobson […] ha esposto in On Linguistic Aspects of Translation (1959) […]
Levý also incorporated the interpretative aspect into his translation theory basing such deduction upon Willard Quine´s hypothesis [...] Levý ha inoltre incorporato l’aspetto interpretativo nella sua teoria sulla traduzione, basando tale deduzione sull’ipotesi di Willard Quine […]
In fact, Jakobson and Quine are only mentioned in Levý’s introductory chapters on the then state-of-the-art in the discipline. In realtà, Jakobson e Quine sono menzionati solo nei capitoli introduttivi di Levý riguardanti lo stato dell’arte di allora nella disciplina.
Levý’s theory and method are different, his conception of meaning is based on the Czech reception theory drawing on phenomenology (Husserl, Ingarden), dialectic (Hegel), sociology (Durkheim,Weber), aesthetics (esp. Kant and Hegel). La teoria e il metodo di Levý sono diversi; la sua concezione del significato si basa sulla teoria ceca della ricezione che attingeva a fenomenologia (Husserl, Ingarden), dialettica (Hegel), sociologia (Durkheim, Weber) ed estetica (soprattutto Kant e Hegel).
This is why Levý uses the term ideo-aesthetic function of translation suggesting that a work of art has two communicative aspects constituting its whole – the ideological and aesthetic meaning. Questa è la ragione per cui Levý utilizza il termine «funzione ideo-estetica» della traduzione, ipotizzando che un’opera d’arte abbia due aspetti comunicativi che ne formano la totalità: il significato ideologico e quello estetico.
However, in poetry translation the semantics (sociosemiosis) of form acquires a prominent role, and poetry was Levý’s specialism where he also drew on the early Jakobson, but drawing on historical research, comparative poetology and the Czech functional substitution theory he derived his own conception presented in Part II of the book. Tuttavia, nella traduzione poetica, la semantica (sociosemiosi) della forma acquisisce un ruolo di spicco, e la poesia era la specialità di Levý, per cui egli ha anche attinto al primo Jakobson. Ma, attingendo alla ricerca storica, alla poetologia comparativa e alla teoria ceca della sostituzione funzionale, egli ha ricavato la sua concezione presentata nella seconda parte del libro.
In other words, whenever Levý treats form the treatment is not formalistic, whenever he speaks of language he sees it as linguistic material that (to a degree) preconditions the expression of thought, but this is only one aspect of many that underlie translation. In altre parole, ogni volta che Levý affronta il tema della forma, l’analisi non è formalistica; ogni volta che parla della lingua, la vede come materiale linguistico che (fino a un certo punto) precondiziona l’espressione del pensiero. Ma questo è solo uno dei tanti aspetti alla base della traduzione.
On closing his chapter on Czech and Slovak theories Gentzler notes: Alla fine del capitolo sulle teorie ceca e slovacca, Gentzler osserva:
The demand to preserve literariness determines the preferred methodology […]. La richiesta di preservare la letterarietà determina la metodologia preferita. […]
Russian Formalism defines what has to be valued in a text – aspects such as form, self-referentiality, and technical juxtaposition – and evaluates translations on the capacity of the target text to transfer those formal characteristics. Il formalismo russo definisce cosa deve essere valorizzato in un testo – aspetti come forma, autoreferenzialità e giustapposizione tecnica – e valuta le traduzioni in base alla capacità del metatesto di trasmettere tali caratteristiche formali.
Yet, different aesthetic approaches as well as different historical moments and cultures may value other aspects of a text. Eppure, approcci estetici diversi, così come momenti storici e culture diverse, possono valorizzare altri aspetti di un testo.
In many ways the translation theory deriving from Russian Formalism reflects precisely those devices – ‘defamiliarization’ devices for example – that are characteristic of the prevailing artistic norms and interpretative theories of a particular time and place, i.e. modern European society. In molti modi la teoria della traduzione che deriva dal formalismo russo riflette precisamente questi dispositivi – per esempio dispositivi di straniamento – caratteristici delle norme artistiche e delle teorie interpretative prevalenti in un dato luogo e un dato tempo, ossia la società europea moderna.
This is a historical truth, but the specifics of Czech structuralist theory, method and its origination have escaped attention: in the same period the Czech translation method and theory represented the Russian opposite as it was based on different social realities and theoretical-methodological premises. Questa è una verità storica, ma sono sfuggite all’attenzione le specifiche della teoria strutturalista ceca, del suo metodo e della sua origine: nello stesso periodo, il metodo e la teoria della traduzione ceca rappresentavano il contrario di quelli russi, poiché si basavano su realtà sociali e su fondamenti teorico-metodologici diversi.
In collapsing the Russian formalist translation method with Levý’s theory Gentzler adds further misunderstandings: Appiattendo la teoria di Levý sul metodo traduttivo del formalismo russo, Gentzler aggiunge ulteriori fraintendimenti:
Translation studies scholars avoided theorizing about the relation of form and content […] Gli accademici della scienza della traduzione hanno evitato di teorizzare in merito alla relazione tra forma e contenuto […]
Despite claims to the contrary the literary text quickly gets divorced from other socio-political factors. Nonostante si affermi il contrario, il testo letterario si allontana rapidamente dagli altri fattori socio-politici.
Words cease to refer to real life […] Le parole smettono di far riferimento alla vita reale […]
Art thus becomes autonomous as perception of a work’s literariness is tied directly to an awareness of form. In questo modo, l’arte diventa autonoma, poiché la percezione della letterarietà di un’opera è direttamente collegata a una consapevolezza della forma.
It is this quality of calling attention to itself that the theory values and asks to be translated […]

È questa qualità di richiamare l’attenzione su di sé che la teoria valorizza e chiede che venga tradotta […]

There is a hermetic, selfreferential quality in literary texts which Formalists perceive, value, and recommend be perpetuated. C’è una qualità ermetica e autoreferenziale nei testi letterari che i formalisti percepiscono, valorizzano e raccomandano di perpetuare.
Because Levý and others tended toward the prescriptive, questions remain regarding the evaluative horizon. Dato che Levý e altri erano inclini al prescrittivo, rimangono delle domande riguardo l’orizzonte valutativo.
The opposite is true as the Czech method neither divorces content from form nor structure from its socio-political context, and even if art becomes established as an autonomous system, in the Czech theory it is never treated in a vacuum as it is constantly subject to heteronomous influences, esp. those of human agency. È vero il contrario, in quanto il metodo ceco non scinde né il contenuto dalla forma, né la struttura dal suo contesto socio-politico; e, anche se l’arte si afferma come un sistema autonomo, nella teoria ceca non viene mai trattata come se fosse isolata, in quanto è sempre soggetta a influenze eteronome, soprattutto a quelle prodotte dall’uomo.
The theory and methodology of Prague aesthetics serving as the launch pad of Levý’s work were quite specific already in its Classical Period. La teoria e la metodologia dell’estetica di Praga che sono servite da trampolino di lancio per l’opera di Levý erano abbastanza specifiche già nel suo periodo classico.
In 1940 Mukařovský stated: Nel 1940 Mukařovský ha affermato:
Structural aesthetics at this stage of its development is a specific phenomenon of Czech scholarship; although partially similar phenomena may be found in other countries, none of them have methodological foundations elaborated with such consistency; moreover, the issues of artistic structure have been uniquely conceived as the issues of sign and meaning. A questo punto del suo sviluppo, l’estetica strutturale è un fenomeno specifico della scuola ceca. Nonostante si possano trovare fenomeni in parte simili a questo in altri paesi, nessuno di essi ha fondamenti metodologici elaborati in modo così coerente. Inoltre, le questioni a proposito della struttura artistica sono state concepite in maniera unica come questioni di segno e significato.
It was also the functional focus that made this structuralism specific because function represents a vector between the object and its agentive subject (user) via norm and value. È stato anche l’accento sull’area funzionale a rendere questo strutturalismo specifico, perché la «funzione» rappresenta un vettore tra l’oggetto e il soggetto che agisce (utente) tramite «norma» e «valore».
This particular difference from the Russian formal literariness may become obvious also from the following Levý’s specification encompassing style, composition and theme: Questa differenza particolare rispetto alla «letterarietà» formale russa potrebbe diventare ovvia anche grazie alla seguente specificazione di Levý che comprende stile, composizione e tema:
The aesthetic norm is a strategy leading to a whole raft of instructions for the selection of individual stylistic, compositional and thematic solutions from the set of possible alternatives permitted by the code. La «norma estetica» è una strategia che conduce a tutta una serie di istruzioni per selezionare soluzioni stilistiche, compositive e tematiche individuali a partire dalla sequenza di possibili alternative che sono permesse dal codice.
In our terminology, therefore, the code is a system of definition instructions for individual paradigms and the aesthetic norm is a set of instructions for making selections within the paradigms. Pertanto, nella nostra terminologia, il codice è un sistema di istruzioni che definiscono i paradigmi individuali e la norma estetica è una sequenza di istruzioni per fare una selezione tra i paradigmi.
The task will now be to begin work on the analysis of both these systems. (emphasis ZJ) Il compito ora sarà quello di iniziare a lavorare sull’analisi di entrambi questi sistemi (enfasi dell’autrice Zuzana Jettmarová).
It was Vilém Mathesius (1913, in Levý 1996: 211), founder and prominent leader of the Prague Linguistic Circle, who proposed the substitution theory in translation as part of the Prague functionalist approach, suggesting a functional substitution of important features to preserve their semantics and the artistic impact of the whole – a theory and practice that go against the grain of Russian formalism. È stato Vilém Mathesius (1913, in Levý 1996: 211), fondatore ed esponente autorevole del circolo linguistico di Praga, a proporre la «teoria della sostituzione» in traduzione nell’ambito dell’approccio funzionalista di Praga, proponendo una sostituzione funzionale delle caratteristiche importanti per preservare la loro semantica e l’impatto artistico del tutto – teoria e pratica che contravvengono ai principi fondamentali del formalismo russo.
Another example relates to the Russian-formalist and polysystemic vacuums devoid of people when Mukařovský (2007: 506507) in his preface to Shklovsky’s translation of Theory of Prose in 1936 points out the different Czech structuralist position: Un ulteriore esempio si riferisce ai momenti di vuoto del formalismo russo e della teoria polisistemica, quando Mukařovský (2007: 506-507) evidenzia, nella sua prefazione del 1936 alla traduzione di Teorie della prosa di Shklovsky, la diversa posizione dello strutturalismo ceco:
The difference between the positions of current structuralism and the quoted formalist thesis may be put this way: the “technique of weaving” is the focus of interest today; however, it is obvious that one must not avoid considering the “situation on the world cotton market”, because the development of weaving, even nonmetaphorically, depends not only on the development of weaving technique (i.e. the intrinsic law of the evolving structure), but also on the needs of the market, on supply and demand; mutatis mutandis the same applies to literature. La differenza tra le posizioni dello strutturalismo odierno e la già citata tesi formalista potrebbe essere spiegata in questo modo: oggi l’interesse si concentra sulla “tecnica dell’intreccio”. Tuttavia, è ovvio che non bisogna evitare di considerare la “situazione del mercato mondiale del cotone”, perché lo sviluppo dell’intreccio, anche non a livello metaforico, non dipende solo dallo sviluppo della tecnica di intreccio (la legge intrinseca della struttura in evoluzione), ma anche dalle esigenze di mercato, dalla domanda e dall’offerta. Mutatis mutandis, lo stesso principio si applica alla letteratura.
This opens new vistas in the study of the history of literature: it can consider both the continuous evolution of poetry’s structure based on constant re-grouping of elements, and external influences […] univocally shaping each of its stages. Questo dischiude nuove prospettive nello studio della storia della letteratura: può considerare sia l’evoluzione continua della struttura poetica basata sulla costante riaggregazione di elementi, sia le influenze esterne […] che plasmano univocamente ognuno dei suoi stadi.
Every literary fact thus appears as a product of two forces: the intrinsic dynamics of the structure and external intervention. Ogni fatto letterario, perciò, appare come un prodotto di due forze: le dinamiche intrinseche della struttura e l’intervento esterno.
The fault of traditional literary historical studies was that they only accounted for external interventions and so deprived literature of its autonomous evolution; the one-sided view of formalism, on the other hand, situated literary events in a vacuum […] I tried to suggest that the field of literary sociology is fairly accessible to structuralism […] La colpa degli studi storici e letterari tradizionali è stata quella di spiegare solo gli interventi esterni, depravando la letteratura della sua evoluzione autonoma; la visione unilaterale del formalismo, dall’altro lato, collocava gli eventi letterari in un vuoto […] Ho provato a ipotizzare che il campo della sociologia letteraria sia abbastanza accessibile allo strutturalismo […]
Structuralism […] is neither limited to the analysis of form nor in contradiction with the sociological study of literature […] but it insists that any scientific inquiry shall not consider its material a static and piecemeal chaos of phenomena, but that it shall conceive of every phenomenon as both a result and a source of dynamic impulses, and of a whole as a complex interplay of forces. Lo strutturalismo […] non si limita all’analisi della forma, né è in contraddizione con lo studio sociologico della letteratura […] Insiste sul fatto che nessuna ricerca scientifica deve considerare il suo materiale un caos statico e frammentario di fenomeni, ma deve concepire ogni fenomeno sia come risultato, sia come fonte di impulsi dinamici, e il tutto come una complessa interazione di forze.
While the Czech sociosemiotic conception interrelated any potential agents involved, it also developed a functional stylistics for all discourse types. La concezione sociosemiotica ceca non solo metteva in collegamento tutti i potenziali agenti coinvolti, ma sviluppava anche una stilistica funzionale per tutti i tipi di discorso.
Literary poetics was then incorporated in this discipline. La poetica letteraria è stata poi incorporata in questa disciplina.
Czech structuralists also distanced themselves from western (neo)positivism and its methodology. Gli strutturalisti cechi prendevano anche le distanze dal (neo)positivismo occidentale e dalla sua metodologia.
Levý outlines specific requirements challenging even the Czech methodology and aspiring to tackle the level of explanation: Levý delinea requisiti specifici che mettono a dura prova persino la metodologia ceca e intendono affrontare il livello di spiegazione:
Whereas the byword of positivism was ‘savoir pour prévoir’, the programme of the anti-positivist scientific phase, in which we find ourselves today, may be formulated as ‘savoir pour construire’. Mentre il motto del positivismo era «savoir pour prévoir», il programma della fase scientifica anti-positivista nella quale ci troviamo oggi potrebbe essere formulato come «savoir pour construire».
Structuralist tendencies in scientific disciplines investigating complex phenomena had one common thesis: they rejected positivist causality, replacing it with the concept of function, i.e. they do not attempt to discover the causes of phenomena, but to locate them in a higher entity […]. Le tendenze strutturaliste nelle discipline scientifiche che indagano i fenomeni complessi avevano una tesi in comune: rifiutavano la causalità positivista, sostituendola con il concetto di «funzione»; questo significa che non cercano di scoprire le cause dei fenomeni, ma cercano di collocarli in un’entità superiore […]
The functional approach is undoubtedly more appropriate for the analysis of systems, for the simple reason that it leads to the investigation of their internal structure, not merely their external relationships (their environment) […]. L’approccio funzionale è senza dubbio più appropriato per l’analisi dei sistemi, per il semplice motivo che porta a indagare la loro struttura interna e non soltanto le loro relazioni esterne (l’ambiente) […].
The functional approach in classical structuralism suffered from this drawback of a lack of testability in practice; it was not often possible to verify that the specification of the function of an element of the whole accurately represented the relationships existing in the observed phenomenon. […] L’approccio funzionale nello strutturalismo classico ha sofferto di questo inconveniente, ossia dell’impossibilità di essere testato in modo concreto. Spesso non è stato possibile verificare che la specificazione della funzione di un elemento dell’insieme rappresentasse in modo accurato le relazioni esistenti nel fenomeno osservato. […]
Thus positivism formulated genetic hypotheses and attempted to verify them, while the purpose of structuralism is to formulate and verify generative hypotheses. In questo modo, il positivismo ha formulato ipotesi «genetiche» e ha tentato di verificarle; il fine dello strutturalismo è invece quello di formulare e verificare ipotesi «generative».
Czech structuralists are not prescriptivists. Gli strutturalisti cechi non sono prescrittivisti.
However, any discipline concerned with art has an axiological branch involving normativity as the pivotal role on the axiological level is attributed to the receiver and his value system. In ogni caso, qualsiasi disciplina avente a che fare con l’arte ha un ramo assiologico normativo, in quanto il ruolo cardine a livello assiologico è attribuito al ricevente e al suo sistema di valori.
Before Levý it was Mukařovský who proposed the socio-semiotic concept of norm as a pillar of theory and methodology: Prima di Levý, è stato Mukařovský a proporre il concetto sociosemiotico di «norma» come un pilastro di teoria e metodologia:
One may speak of a genuine norm only when there are generally accepted goals in respect of which a value is upheld independently of an individual’s will and decision making; in other words when the norm exists in what is called collective awareness […] Si può parlare di norma autentica solo quando sono presenti obiettivi generalmente accettati, per cui un valore viene sostenuto indipendentemente dalla volontà e dal processo decisionale di un individuo; in altre parole, quando la norma esiste in quella che è chiamata coscienza collettiva […]
Although a norm tends to be binding [...] not only may it be violated but, conceivably – as is quite commonplace – two or more competing norms may coexist and be applied to the same specific cases sharing the same value on the scales. Sebbene una norma tenda a essere vincolante […] essa non solo può essere violata, ma due o più norme contrastanti potrebbero in modo plausibile – poiché è abbastanza comune – coesistere ed essere applicate agli stessi casi specifici che condividono lo stesso valore.
On the other hand, Mukařovský and Levý also stressed individual agency in the production and reception processes; for them individual deviations from the norm are inherent and necessary part of discourse, especially in art. Dall’altro lato, anche Mukařovský e Levý sottolineano l’azione individuale nei processi di produzione e ricezione; per loro, le deviazioni individuali dalla norma sono una parte intrinseca e necessaria del discorso, soprattutto nell’arte.
Therefore both the collective (intersubjective) and the individual (subjective) are present in the communication process (act). Perciò nel processo (atto) comunicativo sono presenti sia il collettivo (intersoggettivo), sia l’individuale (soggettivo).
This view may explain why Czech structuralism managed to avoid formalist problems, such as norms and systems existing in a vacuum, or cultural systems devoid of agents. Questa visione potrebbe spiegare il motivo per cui lo strutturalismo ceco è riuscito a evitare i problemi del formalismo, come l’esistenza di norme e sistemi nel vuoto o i sistemi culturali privi di agenti.
In Czech structuralism not even autonomous systems like literature would have human agents in the position of mere structural epiphenomena as it is human agency that influences autonomous systems by interfering with them. Nello strutturalismo ceco, nemmeno nei sistemi autonomi come la letteratura ci sarebbero agenti umani nella posizione di meri epifenomeni strutturali, dato che è l’azione umana a influenzare i sistemi autonomi interferendo con essi.
Czech translation theory, conceiving the product in a processual way (i.e. translation as an act of communication), operates a theoretical model that links the lower level of communication (as in Skopos theory) with the higher cultural level (as in Polysystem theory). La teoria della traduzione ceca, tramite la concezione del prodotto in maniera processuale (la traduzione come atto comunicativo), opera in base a un modello teorico che mette in relazione il livello più basso della comunicazione (teoria dello Skopos) e il livello culturale più elevato (teoria polisistemica).
Social value and axiology represent an integral part on three theoretical levels: the level of the lay receiver, the level of criticism and the meta-level of research. Il valore sociale e l’assiologia rappresentano una parte integrante dei tre livelli teorici: il livello del ricevente comune, il livello della critica e il metalivello della ricerca.
Conceptual constraints and avoidance of disintegration Vincoli concettuali ed elusione della disintegrazione
Levý’s concepts and terminology have turned out to be a ‘minefield’. I concetti e la terminologia di Levý si sono rivelati essere un “campo minato”.
While their incommensurability was basically due to different traditions and conceptualizations, Levý’s theory had to be re-presented as an integral structural whole, possibly avoiding generalizations and loss of specific terminology. Nonostante la loro incommensurabilità fosse fondamentalmente dovuta a diverse tradizioni e concettualizzazioni, la teoria di Levý doveva essere rappresentata come un tutto strutturale completo, possibilmente evitando le generalizzazioni e la perdita della terminologia specifica.
For example the concepts of noetic compatibility or translativity – while the former was easily calqued, the latter had to be formed by derivation accounting for the fact that Popovič (1976) coined it as translationality. Ne sono esempi i concetti di noetic compatibility [compatibilità noetica] e translativity [traduzionalità] – il primo è un semplice calco; il secondo, invece, è stato formato per derivazione, dato che Popovič (1976) l’aveva coniato come translationality.
Such concepts were easier to transfer than conceptual overlaps or other lacunae. Questi concetti erano più facili da trasmettere rispetto a sovrapposizioni o altre lacune concettuali.
For example, English does not have a cover term for reproduction arts; or přebásnění means a specific type of poetry translation based on functional substitution (Nord calls it homological translation, Jakobson creative transposition adding that this is not a translation). Per esempio l’inglese non ha un termine unico per “arti della riproduzione”; přebásnění, invece, indica una tipologia specifica di traduzione poetica basata sulla sostituzione funzionale (Nord la chiama «traduzione omologica»; Jakobson, invece, «trasposizione creativa» e aggiunge che non si tratta di una traduzione).
There are also terms related to Ingarden’s phenomenological reception – although they do exist in English translations of his writings some have not been translated with consistency (e.g. concretization or concretion) and they are mostly unknown in mainstream Translation Studies. Ci sono anche termini che si riferiscono alla ricezione fenomenologica di Ingarden – nonostante siano presenti nelle traduzioni anglofone dei suoi scritti, alcuni non sono stati tradotti in modo coerente (come concretization [concretizzazione] o concretion [concrezione]) e sono per lo più sconosciuti nella scienza della traduzione convenzionale.
Czech structuralism drew on a variety of disciplines and some of its concepts or terms were more precise than those used in western TS to this day, and perhaps more rigorously integrated in the conceptual network. Lo strutturalismo ceco ha attinto a una grande varietà di discipline; alcuni concetti e termini erano più precisi di quelli utilizzati oggi nella scienza della traduzione occidentale e forse integrati in modo più rigoroso nella rete concettuale.
We all know about the definitional problem of the original and the translation when translation may be indirect, compiled, fragmentary, plagiary or faked. Tutti noi siamo a conoscenza del problema che nasce al momento di definire l’originale e la traduzione, dato che quest’ultima può essere indiretta, compilata, frammentaria, plagiaria o falsa.
In general, we are not satisfied with the delimitation of the concept of translation. Nel complesso non siamo soddisfatti della delimitazione del concetto di traduzione.
This issue is illustrated by one term which is a key to uncovering the integrity and thoughtful elaboration of Levý’s theory. Questo problema è illustrato da un termine chiave per svelare l’integrità e l’elaborazione ponderata della teoria di Levý.
Although Levý uses předloha in synonymic variation with the original, the work under translation, the source work he always means the same concept – a prototype that served as the model (direct source) for the derived work, in our case for translation. Nonostante Levý si serva di předloha nella variazione sinonimica con “l’originale”, “l’opera in traduzione”, “l’opera sorgente”, egli si riferisce sempre allo stesso concetto – un prototipo che serviva da modello (fonte diretta) per l’opera derivata, nel nostro caso la traduzione.
This term has been taken from outside the discipline (esp. cybernetics, theory of modelling, general systems theory) in the 1920s by Czech structuralists. Questo termine è stato adottato negli anni Venti dagli strutturalisti cechi a partire da altre discipline (soprattutto cibernetica, teoria della modellizzazione e teoria generale dei sistemi).
Prototypes, master copies or models from which copies are made exist in all walks of life and are something we live by (hence the integrated concept of illusionism). Prototipi, originali o modelli di cui sono state fatte copie esistono in tutti gli aspetti della vita e sono qualcosa con cui conviviamo (da qui il concetto integrato di «illusionismo»).
Even any verbal message is a model of its prototype – i.e. of the cognitive counterpart residing in the head of the speaker, of its mental representation. Persino ogni messaggio verbale è un modello del suo prototipo – ovvero della controparte cognitiva che risiede nella mente del parlante, della sua rappresentazione mentale.
Also a translation is a model of a prototype (model); if it is not its complete representation, then it is its sample (extract, fragment). Anche la traduzione è un modello di un prototipo (modello); se non è la sua rappresentazione completa, è un campione (un estratto o un frammento).
If it has not been derived from the model and is presented as if it were so, then it is a pseudotranslation (a pseudo-ostension as representation of a non-existing model). Se non deriva dal modello ed è stata presentata come se lo fosse, si tratta di una pseudo-traduzione (una pseudo-ostensione come rappresentazione di un modello inesistente).
If it is a translation presented as an original then its derivation is concealed for whatever reason. Se si tratta di una traduzione presentata come originale, la sua derivazione risulta celata per qualche motivo.
A prototype itself may not be the original but a translation as is the case of indirect translation, or a series of models may be derived from one prototype producing a serial or multiple translation. Uno stesso prototipo potrebbe non essere l’originale, bensì una traduzione, come nel caso della traduzione indiretta; oppure una serie di modelli potrebbe derivare da un prototipo, producendo una traduzione seriale o multipla.
There are several types of relationships that hold between the prototype model and its derived model. Esistono diversi tipi di relazione tra un «modello prototipico» e il suo «modello derivato».
The two most relevant are functional and structural relationships. Le due più significative sono quella funzionale e quella strutturale.
The functional relationship means that the derived model functions for someone as the representation of the prototype which is not available for direct observation. La relazione funzionale implica che un modello derivato funzioni come la rappresentazione del prototipo che non può essere osservato direttamente.
Such presented models are normally taken at face value, without being questioned on their structural relationships with the prototype (unless the model is found to be defective in its function or there is a certain suspicion). Tali modelli in genere vengono considerati al valore nominale, senza che vengano messe in discussione le loro relazioni strutturali con il prototipo (a meno che si scopra che il modello sia carente nella sua funzione o si abbia tale sospetto).
This is the communicative basis of illusio or the category of noetic compatibility mentioned above. Questa è la base comunicativa dell’illusio [illusione] o della suddetta categoria della «compatibilità noetica».
Levý suggests we should also inquire into the structural relationships because function is not indicative of the actual structural relationships; therefore besides a functional model we need a structural one too. Levý propone di indagare anche le relazioni strutturali, perché la funzione non è indicativa delle effettive relazioni strutturali; perciò, oltre a un modello funzionale, serve anche un modello strutturale.
And we also need a processual model to understand the generation and reception of the model – they are modelling activities too: the first one (the prototype model or the original) is the verbal representation of reality (the protoprototype, we might say, as a cognitive representation in the original author’s head), the second one is the mental representation of this verbalized model by the receiver/translator, the third one is the verbal representation of the translator’s cognitive model of the prototype, and the fourth one is the mental representation of the translator’s verbalized model by the receiver. E serve anche un modello processuale per comprendere la generazione e la ricezione del modello – che sono anch’esse attività di modellizzazione: il primo (il modello prototipico o l’originale) è la rappresentazione verbale della realtà (si potrebbe definire il “proto-prototipo” in quanto rappresentazione cognitiva nella mente dell’autore originale); il secondo è la rappresentazione mentale, a opera del ricevente/traduttore, di questo modello verbalizzato; il terzo è la rappresentazione verbale del modello cognitivo che il traduttore ha dato del prototipo; il quarto è la rappresentazione mentale che il ricevente si crea del modello verbalizzato dal traduttore.
Therefore the final representation in translation is a model derived in multiple stages from the original and subject to a number of objective, intersubjective and subjective interfering variables called agents or factors. Perciò la rappresentazione finale in traduzione è un modello derivato dall’originale attraverso diverse fasi e soggetto all’interferenza di alcune variabili oggettive, intersoggettive e soggettive chiamate «agenti» o «fattori».
The structural relationships between the prototype and its type are supposed to respect the dimensions of isomorphism, isofunctionalism and homology, to one degree or another. Le relazioni strutturali tra il prototipo e il suo tipo dovrebbero rispettare le dimensioni di isomorfismo, isofunzionalismo e omologia, in una misura o nell’altra.
In translation structural representativeness or similarity depends on numerous factors. In traduzione, la rappresentatività o somiglianza strutturale dipende da molti fattori.
But if iso functionalism is upheld (i.e. translation as a representation of its model in terms of its function/s), other structural requirements may be subordinated to it. Ma se viene rispettato l’isofunzionalismo (ovvero la traduzione come rappresentazione del suo modello in termini della/e sua/e funzione/i), potrebbero esserne subordinati altri requisiti strutturali.
It does not mean that the translation has the same function(s) as the original when functioning as its substitute, i.e. as its illusionistic representation – it may have different functions. Ciò non significa che la traduzione ha la/e stessa/e funzione/i dell’originale nel momento in cui funge da sua sostituta, cioè da rappresentazione illusionistica; può avere funzioni diverse.
Therefore whenever Levý says that the translation functions as the original he means that it functions as its model (representation) and because he deals with artistic translation he also means that the translation retains its artistic denomination, i.e. the dominant function (and value) of an artistic artefact like its original, in other terms like its source work (with source not necessarily implying a culture different from the receiving one as in polysystem theory). Perciò, quando Levý afferma che la traduzione funge da originale, intende che funge da suo modello (rappresentazione) e, poiché egli si occupa di traduzione artistica, intende anche che la traduzione conserva la sua denominazione artistica, ovvero la funzione (e il valore) dominante di un artefatto artistico simile al suo originale; in altri termini, simile all’“opera sorgente” (dove con sorgente non si intende necessariamente una cultura diversa da quella ricevente, come nella teoria polisistemica).
What is representation meant to involve? Cosa dovrebbe comportare la rappresentazione?
A functional substitute operating on the social illusio and with its retrospective structural similarity derived from the contemporary translation norm – the double norm comprising the reproduction norm and the aesthetic norm; the proportion of both subnorms also depends on the historical dimension of translativity and its social value. Un sostituto funzionale che agisce basandosi sull’illusio sociale e che deriva la sua somiglianza strutturale «retrospettiva» dalla norma traduttiva contemporanea – la doppia norma che comprende la norma della riproduzione e la norma estetica; la proporzione di entrambe le sottonorme dipende anche dalla dimensione storica della traduzionalità e dal suo valore sociale.
Hence one of the two subnorms may prevail or the translator may seek their equilibrium in case of a zero value. Per questo una delle due sottonorme potrebbe prevalere sull’altra, o il traduttore potrebbe cercarne l’equilibrio nel caso di una somma zero.
These are intersubjective factors and the translator is a subjective factor; the result of applying a translation method depends on his individual dispositions and preferences. Questi sono fattori intersoggettivi, mentre il traduttore è un fattore soggettivo; il risultato dell’applicazione di un metodo traduttivo dipende dalle sue inclinazioni e preferenze personali.
However, in terms of its prospective properties, i.e. with a view to the receiver’s dispositions and the historical and situational contexts this basic representational function may be carried by different structural properties. Ad ogni modo, dal punto di vista delle sue proprietà “prospettive”, vale a dire nell’ottica delle inclinazioni del ricevente e dei contesti storici e situazionali, questa funzione rappresentativa di base può essere trasmessa attraverso numerose proprietà strutturali.
Here Levý proposes a tentative list of invariant and variant properties in several genres. Qui Levý propone un elenco provvisorio delle proprietà varianti e invarianti in molti generi testuali.
When he says that variability and invariability depend on the structure of the texts under translation and not on the intended goal of the translation, we come across yet another important distinction; the Czech conception is based on the already mentioned sociosemiotic triad of norm, function and value. Quando egli afferma che variabilità e invariabilità dipendono dalla struttura dei testi nella traduzione e non dall’obiettivo prefissato della traduzione, ci propone un’altra distinzione importante; la concezione ceca si basa sulla già citata triade sociosemiotica composta da norma, funzione e valore.
The pragmatic concept of goal or purpose of communication (i.e. teleology) is superimposed: the sender presents the functional substitute of the original to the receiver in a concrete situation in order to achieve something through communication conceived as interaction. Il concetto pragmatico di «obiettivo» o «scopo» della comunicazione (cioè la teleologia) è sovrapposto: il mittente presenta il sostituto funzionale dell’originale al ricevente in una situazione concreta, al fine di raggiungere qualcosa attraverso la comunicazione concepita come interazione.
The derived artefact is a linguistic and cultural hybrid, relating to two cultures and languages, and preferences on the scales between the domestic and the foreign (i.e. translativity) are again steered by objective, intersubjective and subjective factors involved. L’artefatto che ne deriva è un “ibrido” linguistico e culturale relativo a due culture e lingue, e le preferenze sulla bilancia tra il proprio e l’altrui (traduzionalità) sono ancora una volta guidate dai fattori oggettivi, intersoggettivi e soggettivi.
As a semiotic sign the source work has two aspects – its material form carries the artistic message or the work of art in a narrow sense, and it is the latter that undergoes translation while the linguistic material is substituted. In quanto segno semiotico, l’opera sorgente ha due aspetti – la sua forma materiale porta con sé il messaggio artistico o l’opera d’arte in senso stretto, ed è quest’ultima che viene sottoposta a traduzione, mentre il materiale linguistico viene sostituito.
This structuralist differentiation is important for understanding the distinctions or overlaps between work and text as well as the relationships between form and content. Questa differenziazione strutturalista è importante per capire le distinzioni e i punti in comune tra «opera» e «testo», così come anche le relazioni tra «forma» e «contenuto».
Czech Classical structuralists avoided rigid and essentialistic definitions as they preferred looser delimitations and explanations. Gli strutturalisti cechi evitavano definizioni rigide ed essenzialistiche, poiché preferivano delimitazioni e spiegazioni più aperte.
This advantage turned out to be a disadvantage during the translation of Levý’s book as the correct understanding and interpretation of concepts rely on the knowledge of a specific background; intertextuality was at work here too, as much that is explicitly stated by Levý elsewhere is left implicit in the book and footnotes had to be added. Questo vantaggio si è rivelato uno svantaggio durante la traduzione del libro di Levý, poiché la corretta comprensione e interpretazione dei concetti si basa sulla conoscenza di un contesto specifico; c’era in gioco anche l’intertestualità, tanto che ciò che Levý afferma in modo esplicito in un punto, nel libro viene lasciato implicito, quindi si è stati costretti ad aggiungere note a piè di pagina.
In conclusion Conclusione
There is always more to a translation than one can see from the outside as a reader. In una traduzione c’è sempre qualcosa in più rispetto a ciò che si può vedere dall’esterno come lettori.
Translating Levý was a challenge and if the translation was to serve its purpose the retrospective concern was the representation of the original and the prospective concern was the facilitation of correct understanding and interpretation on the part of the international scholarly community. Tradurre Levý è stata una sfida e, dato che la traduzione doveva raggiungere il suo obiettivo, la preoccupazione retrospettiva era la rappresentazione dell’originale e quella prospettiva era di facilitarne la corretta comprensione e interpretazione da parte della comunità accademica internazionale.
Both aspects involved concerns with the implicit and unknown background, distorted images, terminology issues and efforts to avoid disintegration of the structural network. Entrambi gli aspetti comportavano problemi a livello di contesto implicito e sconosciuto, immagini distorte, questioni di terminologia e tentativi di evitare la disintegrazione della rete strutturale.
Numerous debates between the translator and editor over interpretation of meaning and choice of words bear silent witness to the process of creating a basically illusionistic translation. Numerosi dibattiti tra traduttore e curatrice sull’interpretazione del significato e sulla scelta delle parole sono testimoni silenziosi del processo di creare una traduzione essenzialmente illusionistica.
Levý’s style of writing deserves a brief mention. Lo stile di Levý merita una breve menzione.
One may ask if it is Levý’s style that is actually presented, because the sources were translations from the unavailable Czech manuscript into German (1969) and from German back into Czech (1983/1996). Ci si potrebbe domandare se è proprio lo stile di Levý quello che viene presentato, perché le fonti erano traduzioni dall’irreperibile manoscritto ceco verso il tedesco (1969) ritradotte in ceco dal tedesco (1983/1996).
Patrick Corness, the translator of the English version, was very sensitive to the style and had to compromise between the intricacies of an amazing lightness on the one hand, and the heavy theoretical load on the other. Patrick Corness, il traduttore della versione inglese, è stato molto sensibile allo stile e ha dovuto raggiungere un compromesso tra le tortuosità di un’incredibile chiarezza da un lato e un carico pesante di teoria dall’altro.
Levý said about his book that he presented a theory of artistic translation only, but he also presented a general theory of translation, methodological guidelines for research, criticism and a recipe for translators and their trainers. A proposito del suo libro, Levý ha dichiarato di aver presentato solo una teoria della traduzione artistica; ma in realtà ha anche presentato una teoria generale della traduzione, le linee guida metodologiche per la ricerca, la critica e una ricetta per i traduttori e i loro istruttori.
Perhaps with a less pronounced ‘vivisection’ of the discipline than Holmes’ but with more deeds than words. Magari con una “vivisezione” meno marcata della disciplina di Holmes, ma con più fatti che parole.
When the book comes out we shall hopefully also preclude numerous rediscovery efforts of literary newcomers on the TS scene. Con l’uscita del libro, ci auguriamo che non capiti più che i parvenu letterari si presentino sulla scena della scienza della traduzione a presentare le loro “riscoperte”.
Supposed they read the book first. Ammesso e non concesso che prima leggano il libro.
Levý (1971: 155-156) said that universalisation (i.e. globalisation) in modern culture is not based on general spiritual values (allgemeine Kulturgut), but on the exchange of spiritual values, on the upsurge of communication between diverse cultural regions; literary translation is a force contributing to both the diversification of domestic genres and to the establishment and evolution of world literature. Levý (1971: 155-156) ha affermato che l’universalizzazione (ovvero la globalizzazione) della cultura moderna non si basa su valori spirituali «generali» (allgemeine Kulturgut), ma sullo «scambio» di valori spirituali e sul brusco aumento della comunicazione tra diverse regioni culturali; la traduzione letteraria è una forza che contribuisce sia alla diversificazione dei generi testuali locali, sia alla fondazione e all’evoluzione della letteratura mondiale.
In relation to our discipline the desideratum of this translation project has been similar. In relazione alla nostra disciplina, il desideratum di questo progetto traduttivo è stato simile.

 

 


 

3 – RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  • Even-Zohar, Itamar 1990 “Polysytem studies”. In: Poetics Today, 11.1.
  • Gentzler, Edwin 2001 Contemporary Translation Studies. London, Routledge.
  • Holmes, John 1988 «The Name and Nature of Translation Studies». In: Holmes, John 1988 Translated!. Amsterdam, Rodopi 67-80.
  • Levý, Jiří 1971 «Bude literární věda exaktní vědou?». Praha: Čs. Spisovatel. In: Králová, Jana; Jettmarová, Zuzana (et al) 2008 Tradition versus Modernity. From the Classic Period of the Prague School to Translation Studies at the Beginning of the 21st Century.  Prague, Charles University.
  • Levý, Jiří 1983 Umění překladu. Praha, Panorama 22-24.
  • Levý, Jiří 1996 České theorie překladu. Praha, Ivo Železný 186-232.
  • Mukařovský, Jan 1936 «Estetická funkce, norma a hodnota jako sociální fakt». Praha, Fr. Borový. In: Mukařovský, Jan 1966 Studie z estetiky. Praha, Odeon 27-28.
  • Mukařovský, Jan 2007 Studie I. Brno, Host 21-22.
  • Nord, Christianne 1997 Translation as a Purposeful Activity. Manchester, St. Jerome.
  • Ouriou, Susan 2010 Beyond Words: Translating the World. Banff, Alberta.
  • Prunč, Erich 2001 Einführung in die Translationswissenschaft, vol. 1. ITAT. Graz, Graz Univ.
  • Pym, Anthony 2010 Exploring Translation Theories. London, Routledge.
  • Tymoczko, Maria 2007 Enlarging Translation, Empowering Translators. Manchester, St.  Jerome.

Lotman: Moda. Odežda CRISTINA FERLONI Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli»

Lotman: Moda. Odežda


 civica logo spinelli

 

CRISTINA FERLONI

 

Fondazione Milano

Civica Scuola Interpreti e Traduttori “Altiero Spinelli”

Scuola Superiore per Mediatori Linguistici

via Francesco Carchidio 2 – 20144 Milano

 

 

Relatore: professor Bruno Osimo

Diploma in Mediazione linguistica

autunno 2016

© Û.M. Lotman: «Nepredskazuemye mehanizmy kul’tury» 2010

© Cristina Ferloni per l’edizione italiana 2016

La traslitterazione dal russo è stata eseguita in conformità alla norma ISO/R 9: 1995.

 

 

 

Lotman: Moda. Odežda

ABSTRACT IN ITALIANO

La presente tesi propone la traduzione del capitolo Moda. Odežda [Moda e abbigliamento] del saggio Nepredskazuemye mehanizmy kul’tury [Gli imprevedibili meccanismi della cultura] di Ûrij Mihajlovič Lotman, in cui l’autore descrive le due possibili alternative di evoluzione culturale: il processo graduale e quello imprevedibile edesplosivo”. Nella prefazione vengono analizzate le implicazioni di questo potente impulso alla produzione del nuovo in diversi ambiti della cultura, che Lotman illustra con abbondanza di citazioni letterarie e di reminiscenze storiche, e vengono approfonditi i meccanismi che coinvolgono il fenomeno della moda, con particolare riferimento alla figura del dandy. Infine viene proposto un breve excursus degli studi sulla moda, specialmente nella sua accezione di linguaggio.

 

ENGLISH ABSTRACT

This work presents a translation of the chapter Moda. Odežda [Fashion and Clothing] from the book Nepredskazuemye mehanizmy kul’tury [Unpredictable Mechanisms of Culture] by Ûrij Mihajlovič Lotman, where the author describes two alternative processes occurring within cultural evolution: the step-by-step process and the unpredictable and “explosive” one. The foreword examines the potential output of such a powerful boost to the production of new ideas in several cultural fields, outlined by Lotman with plenty of literary quotes and historical recollections. A further analysis deals with the mechanisms operating within fashion, focusing particularly on the figure of the dandy. Finally, a brief historical overview is given of the studies related to fashion, especially when regarded as a language.

 

PЕЗЮМЕ НА РУССКОМ ЯЗЫКЕ

В настоящей работе представлен перевод главы под названием «Мода. Одежда» из книги «Непредсказуемые механизмы культуры» Ю. М. Лотмана, в которой автор рассматривает два альтернативных пути культурного развития: постепенный и непредсказуемый, “взрывной” процесс. В первом разделе работы обсуждаются последствия такого мощного стимула к производству нового в разных областях культуры, описанные Ю. М. Лотманом с обилием литературных цитат и исторических воспоминаний. Далее анализируются механизмы, связанные с явлением моды, уделяя особое внимание образу щеголя. В заключительной части предлагается краткий исторический обзор научных исследований на тему моды, в частности, в языковом плане.

 

 

 

 

 

Sommario

1 PREFAZIONE 4

1.1 Introduzione al testo Nepredskazuemye mehanizmy kul’tury 4

1.2 Presentazione del capitolo Moda. Odežda 5

1.2.1 La figura del dandy [ŝegol’] 8

1.3 La moda e l’abbigliamento come oggetti di studio 9

2 TRADUZIONE 13

3 RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI 38

 

 

1 PREFAZIONE

1.1 Introduzione al testo Nepredskazuemye mehanizmy kul’tury

Il saggio Nepredskazuemye mehanizmy kul’tury [Gli imprevedibili meccanismi della cultura] è l’ultima opera di Ûrij Mihajlovič Lotman.

La prima edizione risale al 1994, anno in cui viene parzialmente pubblicato, postumo, sotto forma di articoli nella rivista Valgaskij Arhiv, e tradotto in italiano nello stesso anno con il titolo Cercare la strada. Modelli della cultura. Venezia: Marsilio. Nel 2010 viene pubblicato per intero nella collana Bibliotheca Lothmaniana della casa editrice Tallinn University Press. La traduzione oggetto di questa tesi fa riferimento a quest’ultima edizione.

Insieme a  Kul’tura i vzryv [La cultura e l’esplosione. Prevedibilità e imprevedibilità 1993. Milano: Feltrinelli] e a Vnutri myslȃših mirov : čelovek – tekst – semiosfera – istoriȃ 1996. Moskvà: Jazyki russkoj kul’tury [Universe of  the Mind: a Semiotic Theory of Culture 1990. London; New York: Tauris], appartiene alla produzione degli ultimi anni del grande semiotico fondatore della scuola di Tartu-Mosca e ne costituisce una sorta di testamento spirituale, in cui pone le basi per l’evoluzione ulteriore della semiotica della cultura.

In quest’ultimo lavoro, che rappresenta anche un saggio della sua abilità espositiva (la lingua è scorrevole e accessibile al vasto pubblico; numerosi sono gli esempi esplicativi, le citazioni, soprattutto dalla letteratura russa dell’Ottocento e del Novecento e i flashback storici), Lotman sviluppa in particolare la ricerca sulla storia e sull’arte.

Secondo lo studioso, l’evoluzione storica avviene secondo due distinte alternative: un lento e graduale sviluppo e un momento di radicale innovazione, di vera e propria rottura, che chiama «esplosione», e che secondo lui è alla base dell’evoluzione sociale, culturale, artistica e scientifica. Nel testo in esame, così come nel più noto Kul’tura i vzryv, Lotman concentra l’attenzione e intende farci riflettere su questo potente motore della creazione artistica e dell’evoluzione umana, che rappresenta l’irrompere dell’elemento čužoe [altrui] nell’elemento svoë [proprio].

«Lotman era interessato, in ambito storico e di evoluzione culturale, soprattutto in quei processi che producono la massima quantità di informazioni, in cui è possibile individuare la principale spiegazione dell’imprevedibilità del processo chiamato esplosione. […] Il processo attraverso cui la quantità di informazioni ricevute e trasmesse effettivamente aumenta è imprevedibile» (Ivanov 2010:13).

Per Lotman, la conoscenza profonda della realtà passa attraverso l’imprevedibilità e la conseguente esplosione di senso. Solo in questo modo si innescano dei meccanismi di comprensione di una realtà “altra”, a cui si ha accesso tramite il dialogo plurilingue e i processi traduttivi.

Si tratta di un processo dalle enormi potenzialità e dagli altrettanto enormi rischi. In Kul’tura i vzryv, lo studioso dedica alcune pagine a una riflessione sull’analogia fra la Rivoluzione Francese, con tutte le sue implicazioni binarie, e la Rivoluzione d’Ottobre, dove l’oggettiva imprevedibilità della vittoria della fazione bolscevica, meno numerosa ma più aggressiva della controparte, porrà le basi di un approccio storico deterministico e binario (distruggere il vecchio mondo e sulle sue rovine costruire il nuovo), che escluderà la possibilità di un’alternativa, imponendo all’intera cultura un corso escatologico.

Per Lotman, l’evoluzione culturale è proprio il risultato dell’azione congiunta di entrambi i processi, quello graduale e quello esplosivo.

«I processi graduali e quelli esplosivi, ricorda Lotman, vivono in un rapporto di reciprocità e l’annientamento di uno dei due porterebbe alla scomparsa dell’altro. Uno storico che studia i processi dinamici esplosivi e graduali ha davanti a sé un campo minato, con imprevedibili punti di esplosione, e un fiume, con il suo flusso orientato. […] Peraltro i due momenti dell’esplosione e dello sviluppo graduale non vanno pensati solo come fasi che si succedono l’una all’altra, ma anche come dinamiche che si sviluppano in uno spazio sincronico» (Traini 2011:9).

In questo modo il processo creativo della storia si sviluppa secondo una logica ternaria, dove una terza alternativa è posta come sintesi dell’antinomia fra due opposte eventualità, fra svoë e čužoe, fra vecchio e nuovo. Questo riguarda non solo la storia, ma anche le infinite possibilità di generazione del nuovo nella cultura, che per Lotman investe tutti i campi dell’espressione umana, dalla scienza all’arte, dal comportamento individuale alle interazioni sociali, tutti i vasti ambiti in cui si manifesta la comunicazione umana.

Un esempio di logica ternaria è rappresentato dall’antinomia uomo-donna, a cui Lotman contrappone un terzo elemento: il bambino, trasformandola così in una triade. E questa sintesi ne suggerisce un’altra: vita-morte-immortalità.

«L’uomo è individualmente una creatura finita, mortale. Ma la generazione di una nuova vita gli dà accesso all’immortalità. […] L’individualizzazione della personalità umana conduce alla morte, ma la stessa individualizzazione del sentimento di amore si rivela un meccanismo di superamento della morte» (Egorov 2010:210-211).

Nel capitolo intitolato Nauka i tehnika [Scienza e tecnica], si evidenzia ugualmente la differenza di principio fra la scienza, che procede grazie a intuizioni geniali ed esplosive, e la tecnica, che risponde alle esigenze sociali sviluppandosi in modo lento e graduale. Per essere utili all’umanità, le due discipline devono fondersi in maniera armonica, ma anche in questo caso il processo non è privo di rischi, nel momento in cui viene “intercettato” dalla politica e dalla burocrazia: si assiste per esempio al proliferare della tecnologia del nucleare: «Lo sviluppo della tecnologia nucleare ha ricevuto impulso non da problemi oggettivi che sarebbe stato impossibile risolvere senza la sua applicazione. Il processo ha avuto luogo nella direzione inversa: prima è comparsa la tecnologia nucleare, e poi le prove del fatto che fosse necessaria e imprescindibile» (Lotman 2010:74).

Il contributo di Lotman, in particolare con le sue tre ultime produzioni, è un invito alla responsabilità storica e, coerentemente con la sua linea di pensiero, non si pone come ideologia, come sistema “chiuso”, ma è al contrario aperto ai contributi delle generazioni future, e si propone come un invito a raccogliere il testimone e a proseguire l’analisi sulla cultura e i suoi segni con lo stesso approccio rigoroso.

 

1.2 Presentazione del capitolo Moda. Odežda

Il capitolo tradotto di seguito, Moda. Odežda [Moda e abbigliamento], è dedicato all’approfondimento delle dinamiche di trasformazione, legate sempre al concetto di «esplosione», dell’abbigliamento umano nel corso nei secoli, e a un’analisi delle motivazioni sottostanti il fenomeno della moda dal punto di vista semiotico.

Si tratta di un testo più di altri denso di citazioni da brani di letteratura, che contribuiscono grandemente, a mo’ di esempio, a chiarire i concetti espressi, rendendo la lettura del testo piacevole e testimoniando dell’approccio appassionato di Lotman all’arte e alla poesia, in particolare alla poesia di Puškin, uno dei suoi ambiti di studio più amati.

Il capitolo entra subito nel vivo con una citazione da L’isola dei pinguini di Anatole France, puntualizzando la caratteristica prettamente umana dell’abbigliamento, che, come altre caratteristiche del comportamento umano, non è dettato da necessità contingenti, ma «è il linguaggio delle relazioni sociali, e si distingue non solo per la mutevolezza, ma anche per la notevole varietà. Inoltre, riflette dinamicamente la natura multiforme dei significati e, a differenza di strumenti analoghi adottati dagli animali, è soggetto alla volontà e alle intenzioni personali» (Lotman 2010:77).

Si evidenzia subito il carattere polisemico della comunicazione vestimentaria, secondo Lotman «profondamente legata a diversi aspetti della cultura», tanto che «è lecito affermare che la moda si colloca al crocevia fra diversi aspetti della cultura». Ma, nonostante la sua vocazione poliedrica, nei secoli la moda non ha mai goduto di buona reputazione, anzi è spesso stata oggetto di invettive da parte della satira.

A questa considerazione, Lotman fa seguire una carrellata di citazioni dalla produzione satirica settecentesca che hanno come oggetto la moda, definita di volta in volta come «stravagante», «vacua», «insensata», «frivola», «stupida».

Fra le opere citate troviamo anche l’Evgenij Onegin, attraverso cui Lotman introduce il tema del dandismo, sviluppato approfonditamente nel corso della trattazione. Il dandy, accostato da Puškin alle figure di Rousseau e di Čaadaev, si vede restituita una dignità che va oltre il suo ruolo tradizionale: siamo di fronte a un’inversione di tendenza, a un’evoluzione dall’«univocità di significato tipica della satira del Settecento» alla «vastità su più piani che secondo lui [Puškin] investe il concetto di moda» (Lotman 2010:82). Nell’Ottocento gli schematismi culturali sono meno rigidi: i simboli e i rimandi acquisiscono importanza anche in relazione all’abbigliamento.

E soprattutto si fa strada la consapevolezza dell’abito, anzi del corpo vestito, come oggetto di osservazione. «Una delle sue particolarità è che si rivolge sempre a un destinatario specifico, che può essere di volta in volta chi indossa direttamente l’abito o chi lo osserva» (Lotman 2010:82).

Il tema del punto di vista dell’osservatore, requisito necessario all’abbigliamento in ogni forma, ritorna frequentemente nella trattazione, e mette in luce tutta la dinamicità dello scambio culturale (semiotico) che implica. L’abito è strettamente legato al ruolo che chi lo indossa vuole interpretare, ed è soggetto a un’intensa produzione di segni offerti all’interpretazione del “pubblico”.

Questo è vero (ma non solo) in relazione all’abbigliamento femminile, spesso oggetto di riprovazione “censoria”, come testimoniano le citazioni tratte da due pubblicazioni satiriche di Karamzìn, cui segue la descrizione dell’atteggiamento nei confronti della moda di derivazione francese da parte dello zar Pavel I, che attribuiva al fenomeno un forte carattere simbolico dei sentimenti rivoluzionari: il potere teme la moda per ciò che rappresenta.

Nell’excursus che segue Lotman analizza invece l’abbigliamento maschile a partire dai primi del Settecento, con un’attenzione particolare alle divise militari. Ai tempi, l’abbigliamento maschile non si differenziava sostanzialmente da quello femminile: «Anche qui imperava l’aspirazione al lusso e un’ampia libertà di scelta personale. [...] Era consentita ampia facoltà di apportare personalizzazioni. Perfino l’abbigliamento militare all’epoca della zarina Ekaterina consentiva variazioni significative». (Lotman 2010:84) Ma anche questa tendenza alla libertà di scelta individuale era mal vista dai rappresentanti del potere, che tentavano invano di uniformare i canoni di abbigliamento. Le stesse onorificenze militari erano soggette alla moda, e rivelavano «sfumature della personalità». Anche in campo militare era in atto un conflitto fra la rigida e spersonalizzante osservanza della forma e l’espressione della personalità individuale.

Paradossalmente, l’uniforme dei funzionari civili era molto più austera di quella militare, che tornava a essere rigida e formale solo in occasione delle parate: in tutte le altre situazioni (in battaglia, nei momenti di riposo, ai ricevimenti) si tollerava, anzi si favoriva, una notevole libertà di comportamento e di espressione, fino a contemplare la figura di una sorta di dandy [ŝegol'] “marziale”: «L’essenza di questo “marziale” dandismo non risiede tanto nel fatto di seguire delle regole fisse, quanto nel contrasto fra i rigidi requisiti del codice e della pratica militare e una certa libertà che nasce dall’atmosfera del campo di battaglia» (Lotman 2010:87). Anzi, la marzialità del contesto sembra uscire rafforzata dall’accostamento al dandismo: Lotman porta degli esempi tratti da Guerra e pace e dalla propria esperienza personale (aveva preso parte alla Seconda guerra mondiale). Ma non solo: la libertà da vincoli, in battaglia e nella vita civile, trascende l’uniforme, per investire altri ambiti di comportamento, come la gestualità e il consumo di alcol, come dimostrano i riferimenti, ancora una volta, all’Evgenij Onegin e a una novella di Tolstoj.

Passando a trattare l’abbigliamento borghese ottocentesco (la marsina), Lotman ne rileva paradossalmente una caratteristica di rigidità formale notevolmente superiore rispetto all’abbigliamento militare. Le occasioni di personalizzazione sono molto più ridotte, e il campo di restringe a un «ristretto gruppo di eletti» in grado di «distinguersi dai loro svariati imitatori». Qui il dandy è piuttosto uno snob, che si ritiene detentore dell’eleganza e guarda con disprezzo alle persone comuni. Questo ricorda il meccanismo di sviluppo della moda secondo il modello trickle-down [sgocciolamento verso il basso], approfondito da Thorstein Veblen (1899) e da Georg Simmel (1904), che prevede un’iniziale adozione da parte delle classi sociali agiate, e una successiva estensione “orizzontale” alle masse tramite il meccanismo dell’imitazione, a cui segue però immediatamente un nuovo ciclo, caratterizzato dalla “distinzione”.

A questo punto della narrazione, Lotman riprende un concetto chiave: l’intenzionalità del messaggio espresso dall’abbigliamento, che è rivolto a un destinatario specifico, e la necessità della presenza di un osservatore. «L’abbigliamento è sempre un testo rivolto a qualcuno. In questo senso è sostanziale la “direzione” di questo testo. [...] In questo modo, si rivolge a qualcuno di specifico e implica lo sforzo di suscitare stupore nell’osservatore» (Lotman 2010:92).

La figura dell’osservatore acquisisce un’importanza enorme, è in grado di influenzare il comportamento dell’osservato e, in un gioco di rimandi e di messaggi pieni di senso, condiziona il destino personale, sociale e politico delle persone. Lotman si sofferma per molte pagine sulle dinamiche fra abbigliamento e potere, portando ad esempio figure storiche e letterarie estremamente diverse fra loro, ma ugualmente rappresentanti del ruolo che riveste l’abbigliamento nella ricerca, sempre consapevole, del potere e del consenso.

Il personaggio introdotto per primo è Napoleone, che durante le sue comparse in pubblico indossava un’uniforme particolarmente semplice e disadorna, rispetto a quella dei suoi funzionari, che peraltro curava personalmente. Secondo Lotman, la spiegazione di questo comportamento risiede nel fatto che chi detiene il «potere supremo» è talmente sicuro del consenso di cui gode da non aver bisogno di “esibirsi”, di offrirsi allo sguardo dell’uditorio; non è osservato, bensì osserva, e il suo ruolo è quello di esaminare e controllare la sua «corte, e in senso più ampio il mondo intero».

La stessa sublime indifferenza nei confronti del giudizio del mondo si registra nel personaggio di Woland del Maestro e Margherita di Bulgakov. Detentore egli stesso del potere supremo in quanto a capo delle forze del Male, Woland si presenta agli ospiti indossando una veste da camera sudicia e rattoppata, e ai piedi un paio di logore ciabatte. Anche il suo atteggiamento dimostra totale disinteresse per la forma e nessun rispetto per l’interlocutore: «Una gamba, nuda, la teneva ripiegata sotto di sé, e l’altra era adagiata su uno sgabello. Nel frattempo Hella gli massaggiava il ginocchio della gamba distesa con un unguento fumante» (Bulgakov 1973:669). Al contrario, i suoi “luogotenenti” sono sempre abbigliati in modo impeccabile.

Infine, Lotman passa a esaminare la complessa parabola del simbolismo delle uniformi di Stalin e la differenza sostanziale fra i canoni dell’anteguerra e quelli del dopoguerra. Negli anni Venti le figure di rappresentanza indossano un’uniforme semi-militare, ma già negli anni Trenta vengono introdotte modifiche a complicare il protocollo, da cui è esentato il solo leader supremo. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, però, quando è costretto a fare un brindisi al popolo russo con l’intenzione di esprimergli gratitudine per le enormi perdite e per «la pazienza dimostrata nel non mandare via i propri governanti», Stalin rivela implicitamente tutta la sua insicurezza e la sua paura per l’imprevedibilità della possibile reazione della popolazione. Non è un caso che, proprio a partire da questo momento, Stalin prenda a indossare una vera e propria divisa “standard”, quella di maresciallo, e istituisca nuovi ordini militari, come quello della Vittoria.

Infine, nell’ultima parte del capitolo Lotman prende in esame il fenomeno dell’anti-moda, che fa la sua comparsa nella seconda metà dell’Ottocento e rappresenta un preludio alle tendenze del secolo a venire. «Il rifiuto della moda diventa di moda» (Lotman 2010:96).

Comincia a farsi strada una classe di intellettuali non appartenenti all’aristocrazia, al cui interno vengono sovvertite le regole base del canone vestimentario, sull’onda di un clima sociale di rivendicazione di istanze democratiche e di rigetto dell’autocrazia: l’abbigliamento femminile si avvicina a quello maschile, e quello maschile adotta come modello «lo studente», non in quanto tale, ma in quanto simbolo di emancipazione.

Questo dimostra, ancora una volta, che «il simbolo è neutro e può essere riempito di semantica di volta in volta diversa»: sono le interazioni umane ad attribuire significato a un segno, indipendentemente dalla sua sfera di appartenenza nell’ambito dell’inesauribile fucina della cultura.

 

1.2.1 La figura del dandy [ŝegol’]

Nel corso del testo, la narrazione si inoltra ben presto in territori ben più ampi del tema dell’abbigliamento, per approdare a un’analisi del comportamento quotidiano [bytovoe povedenie], tema già affrontato dallo studioso in alcuni saggi degli anni Settanta come La poetica del comportamento quotidiano nella cultura russa del XVIII secolo (Lotman 1977) e Il decabrista nella vita. Il comportamento quotidiano come categoria storico-psicologica (Lotman 1975).

Studiando la moda in quanto meccanismo generatore di senso, Lotman dimostra che è anch’essa un «fattore di libertà umana» (Zenkin 2012). L’espressione della personalità riveste un’importanza enorme dal punto di vista culturale, e la figura del dandy, nel suo anticonformismo e nel suo rifiuto della neutralità, ha un ruolo fondamentale nell’evoluzione culturale, in quanto elemento capace di apportare novità, rompendo gli schemi e costringendo chi lo osserva alla riflessione.

«L’essere umano, definendo il proprio aspetto esteriore attraverso l’abbigliamento e altri mezzi, è in grado di resistere, a volte con grande serietà, alle circostanze della vita che vorrebbero imporgli di uniformarsi, di non apparire, di diventare invisibile» (Zenkin 2012).

In un brano, Lotman rievoca un episodio della propria esperienza militare: durante la disastrosa ritirata dell’esercito sovietico da Har’kov nel maggio del 1942, un commilitone, il sergente Lëša Egorov, si impossessa durante la fuga di un’inutile fiaschetta di vetro, che però gli permette di mantenere una sorta di “dignità” formale in un momento di totale devastazione. Più avanti viene citato Čaadaev che, investito dallo zar di un importante incarico in occasione di un ammutinamento, “se la prende comoda” per curare il proprio abbigliamento, e per questo viene fatto oggetto di dicerie calunniose e accusato di irresponsabilità. Ma la verità è che riesce ad adempiere il suo compito in maniera impeccabile, senza rinunciare a esprimere la propria personalità.

«Il fatto è che il dandy rappresenta un soggetto di elevata semioticità, di elevata significatività. Non si comporta in maniera neutra, impercettibile, insignificante come tutti gli altri, ma si mostra e lancia dei segnali che siamo costretti a leggere nel suo aspetto esteriore, nel suo comportamento o nelle sue parole» (Zenkin 2012).

In quest’ambito di riflessione si può collocare anche l’ammirazione che Lotman aveva per Puškin, non solo per il poeta, ma anche per l’uomo. Puškin  ha dimostrato, con la sua opera e con la sua esistenza, di coltivare una vera e propria «arte di vivere»: «E ci insegnano come prima scienza l’arte di onorare noi stessi» (Puškin III:193).

«Attraverso l’arte di vivere di singoli individui si evolve la società, si sviluppa la storia. In questo senso è stata particolarmente importante per lui la figura di Puškin. Nella biografia di Puškin ha insistentemente cercato di dimostrare come Puškin sia stato l’artefice consapevole della propria vita. E questo libro si conclude con queste parole: Puškin è entrato a far parte della cultura “alta” non solo in quanto poeta geniale, ma anche in quanto maestro di vita, in grado di individuare in qualunque situazione un proprio modello creativo di comportamento e di superare le avversità circostanti, le condizioni sfavorevoli, l’ostilità» (Zenkin 2012).

La poetica del comportamento analizza il comportamento umano come libera scelta. La si può definire poetica storica del comportamento nel vero senso della parola: «storica in quanto vi si descrive la trasformazione della società a opera di singoli individui, poetica in quanto teoria del comportamento creativo, dove l’individuo non si limita a seguire ciecamente i modelli che gli vengono imposti, ma ne crea di nuovi, compie una scelta, realizza la propria libertà e quella della società» (Zenkin 2012).

 

1.3 La moda e l’abbigliamento come oggetti di studio

Del fenomeno moda si sono occupati, nei secoli, studiosi di ogni disciplina, anche se in buona parte del mondo accademico, almeno fino all’Ottocento, si registra una certa tendenza a confinare l’argomento nel campo del frivolo e dell’effimero: «una sfera ontologicamente e socialmente inferiore, non merita indagini problematiche; riguarda la superficie, dunque scoraggia l’approccio concettuale» (Lipovetsky 1989:7). Tuttalpiù, si prestava a essere oggetto di satira e di fustigazione morale, soprattutto durante il Secolo dei lumi.

Vale la pena di rilevare che il concetto di moda non riguarda solo le dinamiche vestimentiarie, ma «investe tutti i fenomeni culturali e anche quelli filosofici. Mode sono state nell’età moderna il cristianesimo, l’illuminismo, il newtonismo, il darwinismo, il positivismo, l’idealismo, il neoidealismo, il pragmatismo, ecc.: tutte dottrine che hanno avuto un’importanza decisiva nella storia della cultura. [...] Si può dire che la funzione della Moda è quella di inserire negli atteggiamenti istituzionali di un gruppo, o più in particolare nelle sue credenze, per mezzo di una rapida comunicazione e assimilazione, atteggiamenti o credenze nuove che, senza la Moda, dovrebbero combattere a lungo per sopravvivere e farsi valere» (Abbagnano 1961:572-573). Ciò non toglie che il termine sia usato principalmente in relazione all’abbigliamento, anche se «il vestito, sostiene Barthes, è come il linguaggio per Saussure: una massa eteroclita al cui interno è possibile trovare di tutto; aspetti fisici, tecnologici, economici, estetici, psicologici, sociologici, ecc., studiati ognuno dalla rispettiva disciplina» (Marrone 2006:xvi). L’abbigliamento contiene quindi in sé una serie di implicazioni che lo trascendono, e da cui è possibile partire per studiare l’evoluzione di una società a partire dal concetto di identità, e i fenomeni di moda a partire dai significati di novità e di cambiamento che tendono a esprimere nelle loro manifestazioni “esplosive”.

La moda, inoltre, è contemporaneamente espressione della personalità individuale e della cultura collettiva: questa duplicità viene ribadita da Barthes (1998) nell’ambito di una riflessione sulla dialettica fra costume e abbigliamento come estensione di quella fra langue e parole, sulla base di un’analogia già individuata dal linguista Nikolaj Trubeckoj nel saggio del 1939 Fondamenti di fonologia (Trubeckoj 1971). Si fa quindi riferimento al codice vestimentario come a un sistema paragonabile a quello linguistico. A partire dalla Rivoluzione francese, peraltro, la libertà di personalizzazione dell’abbigliamento era andata via via aumentando, rendendo rilevante anche il contributo individuale.

Come già accennato, la capostipite fra le teorie sulla diffusione della moda è quella avanzata dai sociologi Veblen e Simmel tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento: la moda nasce dalla classe agiata e da questa cala progressivamente verso il basso, sulla base di un principio di competizione sociale e di imitazione. In seguito, nel momento in cui le classi più basse si “appropriano” dei canoni di una moda, la classe agiata la abbandona, alla ricerca di nuove fonti di differenziazione e di auto-identificazione. Questo modello è stato successivamente corretto o affiancato da altri, man mano che si verificavano nel tempo profonde modifiche nel tessuto sociale, come ad esempio la perdita di autorevolezza e di prestigio da parte della classe agiata nel corso del Novecento e l’affacciarsi sulla scena di nuove categorie ed élite, influenti per cultura e non necessariamente per censo o per status sociale, in grado di “dettar legge” in fatto di mode e di stile: cambia il concetto di leadership.

Oltre alla sociologia, anche la semiotica ha contribuito ampiamente allo studio del fenomeno. Già nel 1916 de Saussure, nel suo Cours de linguistique générale (Saussure 1967), incoraggia la semiotica a non occuparsi solo del linguaggio verbale, ma anche di altri sistemi di segni: la lingua è solo il più importante fra essi, e l’arbitrarietà del suo segno linguistico è superiore a quella di altri. «Perfino la moda che fissa il nostro abbigliamento non è interamente arbitraria: non ci si può allontanare oltre un certo limite dalle condizioni dettate dal corpo umano. La lingua, al contrario, non è affatto limitata nella scelta dei suoi mezzi, perché non si vede che cosa impedirebbe di associare una qualunque idea a una qualunque sequenza di suoni» (Saussure 1967:94). In un altro passo, l’illustre linguista afferma, a proposito dei cambiamenti della moda, che «nessuno li ha spiegati: si sa solo che dipendono dalle leggi di imitazione. […] Soltanto dove sia il punto di partenza dell’imitazione, questo è il mistero, sia per i cambiamenti fonetici sia per quelli della moda» (Saussure 1967:183).

Nel corso della prima metà del Novecento si assiste a un forte interesse da parte della linguistica nei confronti della moda e del costume, in quanto fenomeni in cui è possibile individuare dei meccanismi costanti, una sistematicità che ricorda le funzioni del segno nell’ambito della lingua.

Alla fine degli anni Trenta, Nikolaj Trubeckoj, uno dei fondatori del Circolo linguistico di Praga e padre della fonologia strutturale, applica il rapporto fra langue e parole al binomio costume-abbigliamento, dove il primo rappresenta l’entità astratta e collettiva, l’istituzione riconosciuta a livello sociale (includendo in quanto tale anche la moda), mentre il secondo è un atto individuale, il vestito reale.

Nel 1937 lo storico del folklore e filologo Pëtr Bogatyrëv, anch’egli parte del Circolo linguistico di Praga, pubblica il saggio Le funzioni dell’abbigliamento popolare nella Slovacchia morava (Bogatyrëv 1982). Nel testo ribadisce la differenza sostanziale fra il costume, in questo caso popolare, conservatore per definizione e immutabile nel tempo («I nipoti devono indossare lo stesso abito dei nonni») e la moda, la cui caratteristica principale è di «cambiare rapidamente al fine di non somigliare a quello che lo ha preceduto». Il costume popolare assolve a molte funzioni, fra cui la pratica, l’estetica, la magica e la rituale: è quindi contemporaneamente oggetto e segno. Secondo Bogatyrëv, per «capire la funzione sociale degli abiti dobbiamo imparare a leggere questi segni (gli abiti), così come impariamo a leggere e a capire lingue diverse» (Bogatyrëv 1982:128).

A confermare l’interesse da parte del Circolo filologico di Praga per lo studio dei sistemi di segni extralinguistici (come la moda) ne è un suo altro illustre esponente, Roman Jakobson: in Language in Relation to Other Communication Systems (Jakobson 1970), afferma che «lo studio dei segni non può essere confinato a tale sistema [il linguaggio verbale], ma deve prendere in considerazione anche strutture semiotiche applicate, come per esempio l’architettura, gli abiti o la cucina» (Jakobson 1970:10), e che «uno studio storico e geografico delle mode e dell’arte culinaria da un punto di vista semiotico potrebbe portare a molte conclusioni tipologicamente interessanti e sorprendenti» (Jakobson 1970:11).

Ma il pioniere degli studi sistematici sulla moda, autore di numerose e approfondite opere sull’argomento, è senz’altro Roland Barthes. Il ponderoso trattato Système de la Mode [Sistema della moda] (Barthes 1967) è un testo da cui sarà impossibile prescindere a partire dal momento della sua pubblicazione. Barthes applica allo studio alcune categorie proprie della linguistica saussuriana (langue-parole, sincronia-diacronia, signifiant-signifié, sintagma-paradigma, denotazione-connotazione): il metodo di analisi della lingua può estendersi a quello del vestito, che rappresenta la sintesi fra costume e abbigliamento. Tuttavia, a causa delle difficoltà procedurali, è costretto a restringere il campo a un sottoinsieme specifico: quello della moda scritta, ovvero le didascalie delle fotografie presenti nelle riviste di moda. Del discorso di moda Barthes sceglie di analizzare l’aspetto verbale, in quanto, secondo lui, la significazione di moda è interamente affidata a esso, come se il vestito in sé fosse un oggetto “vuoto” che ha bisogno della lingua e di essere «nominato», esplicitato, per diventare significativo. «La moda, scopre Barthes dopo diverse esplorazioni, è una curiosa entità che trae la propria essenza dall’interstizio tra le parole e le cose: non propriamente linguistica, essa non può fare a meno del discorso per affermarsi; non propriamente reale, essa non può al contempo prescindere da un qualche aggancio ontologico. La Moda si produce e si sostiene solo nel processo di trasformazione, o di traduzione, che dal mondo porta alla lingua e da quest’ultima torna al mondo» (Grandi e Ceriani 1995:143).

Da parte sua Ûrij Lotman, come abbiamo visto, enfatizza in più passaggi il ruolo dell’osservatore all’interno del complesso sistema di interazioni che l’abbigliamento, come del resto ogni atto semiotico, mette in atto: in Kul’tura i vzryv afferma che «inserire un determinato elemento nello spazio della moda significa renderlo rilevante, dotarlo di significato. L’inserimento della moda è un processo di trasformazione dall’insignificante in significativo. La semioticità della moda si manifesta, in particolare, nel fatto che essa sottintende sempre un osservatore. Il parlante del linguaggio della moda è un creatore di informazione nuova, inaspettata per il pubblico e a esso incomprensibile» (Lotman 1993:103). Altrettanto fondamentale è l’apporto informativo, di senso e di crescita (o di destabilizzazione) culturale determinato dall’elemento novità che sempre accompagna l’esplodere di una nuova moda, o anche solo la personalizzazione di un canone vestimentario. La moda è eterno terreno di scontro fra le opposte tendenze della società alla continuità col passato o all’innovazione come processo esplosivo e imprevedibile: «Il regolare mutare della moda è contrassegno di una struttura sociale dinamica. Per di più, proprio la moda, con i suoi costanti epiteti “capricciosa”, “volubile”, “strana”, che sottolineano l’assenza di motivazione, l’apparente arbitrarietà del suo movimento, diviene una specie di metronomo dello sviluppo culturale [...]. Nello spazio culturale dell’abbigliamento si svolge una costante lotta fra la tendenza alla stabilità, all’immobilità e l’orientamento opposto verso la novità, la stravaganza. [...] In tal modo, la moda diviene quasi la visibile incarnazione della novità immotivata. Ciò permette di interpretarla sia come dominio di capricci mostruosi, sia come sfera della creatività innovativa» (Lotman 1993:103). Infine, come in molti suoi scritti, Lotman si sofferma a indagare sul carattere psicologico del fenomeno, riuscendo ad avvicinarci alla comprensione di dinamiche sociali apparentemente paradossali: «Il pubblico deve non capire la moda e ne deve essere indignato. In ciò consiste il trionfo della moda. […] Al di fuori di un pubblico scioccato, la moda perde il proprio senso. Per questo l’aspetto psicologico della moda è legato alla paura di passare inosservata e, di conseguenza, essa si nutre non di sicurezza di sé, ma del dubbio nel suo stesso valore. Dietro le innovazioni che Byron introdusse nella moda si nasconde la sua insicurezza» (Lotman 1993:104).

Per concludere questo breve excursus sulla moda come oggetto di studio semiotico, si segnala l’interesse dimostrato negli ultimi decenni da parte di una disciplina, la sociosemiotica, che ha avuto fra i suoi principali teorici Eric Landowski e fra i suoi massimi esponenti in Italia Umberto Eco, Gianfranco Marrone e Ugo Volli. L’obiettivo della sociosemiotica, che si propone di superare la tradizionale dicotomia fra testo e contesto responsabile di un presunto allontanamento della semiotica dagli oggetti di studio di tipica competenza sociologica (Dusi 2004), è l’analisi e l’interpretazione in base a modelli semiotici dei principali fenomeni (moda, giornalismo, pubblicità, politica) della società contemporanea. «Se pure l’opinione pubblica appare da alcuni secoli a questa parte come qualcosa di ovvio, tale per cui spesso si parla a suo nome rivendicandone le ragioni, essa è una costruzione semiotica, tanto immaginaria quanto efficace, di cui si tratta di additare, prima degli effetti ideologici, le condizioni di funzionamento. Discutere le eventuali manipolazioni che essa subisce o rivendicare criteri obiettivi per la sua misurazione può voler dire – conclude Landowski – negarsi la possibilità di comprendere che la sua stessa esistenza è frutto di una manipolazione più profonda, di cui la sociosemiotica ricostruisce le procedure sintattiche, semantiche e pragmatiche» (Marrone 2010:54).

 

2 TRADUZIONE

МОДА. ОДЕЖДА MODA E ABBIGLIAMENTO
Роман А. Франса «Остров пингвинов» начинается следующим эпизодом: святой Маэль по старческой близорукости принял населивших морское побережье пингвинов за людей и крестил их. Il romanzo di Anatole France L’isola dei pinguini comincia col seguente episodio: San Maël, a causa della sua miopia senile, scambia dei pinguini che popolano un tratto di costa per esseri umani, e li battezza.
Возникла непредвиденная в богословии ситуация: на пингвинов, как и на всех животных не распространяется грех Адама, и поэтому они не могут быть объектом прощения грехов. Si presenta un’anomalia teologica: i pinguini, come tutti gli altri animali, non sono gravati dal peccato originale, e di conseguenza non possono essere fatti oggetto di remissione dei peccati.
Лишенные свободной воли, пингвины безгрешны по определению. Для того, чтобы оправдать таинство крещения, пингвины были превращены в людей. С этого начинается роман. Essendo privi di libero arbitrio, i pinguini sono senza peccato per definizione. Per giustificare quindi la necessità del sacramento del battesimo, vengono trasformati in esseri umani. Così il romanzo ha inizio.
Превращение пингвинов в людей ознаменовано было тем, что на одну пингвиншу надето было платье. Это, конечно, пародийный вариант библейского рассказа о том, что согрешившие Адам и Ева почувствовали свою наготу. La trasformazione dei pinguini in umani coincide con l’azione, da parte di una pinguina, di indossare un vestito. Questa, naturalmente, non è che la parodia della storia biblica in cui Adamo ed Eva, dopo aver peccato, si rendono conto della propria nudità.
Но А. Франс подчеркнул другой аспект: пингвинша, которая не вызывала никакого интереса у пингвинов-самцов своей наготой, стала предметом всеобщего любопытства, лишь только покрыла свое тело одеждой. Tuttavia Anatole France sottolinea un altro aspetto: la pinguina, la cui nudità non risveglia alcun interesse nei pinguini maschi, suscita invece la curiosità generale solo nel momento in cui si copre con degli indumenti.
Одежда человека только внешне напоминает перья птиц или шкуру животных. Последние играют, конечно, не только физиологические (защита от холода и внешних воздействий), но и информационные роли: L’abbigliamento umano ricorda solo superficialmente il piumaggio degli uccelli o la pelliccia degli animali. Questi ultimi, infatti, esercitano una funzione non solo fisiologica (cioè di difesa dal freddo e dagli agenti esterni), ma anche informativa:
привлечение самцов и сообщение им о физиологическом состоянии самки, яркая окраска некоторых насекомых — предупреждение птицам об их ядовитости и несъедобности. servono ad attirare i maschi e a fornire informazioni circa lo stato fisiologico della femmina, mentre il colore brillante della corazza di alcuni insetti serve ad avvisare gli uccelli della loro tossicità e non commestibilità,
Вспышка яркого цвета, сопровождаемая громким треском, при полете саранчи играет пугающую роль. Можно привести много примеров тому, как те или иные животные подают сигналы с помощью окраски, запаха или позы. e l’esplosione di colori e il frastuono assordante che accompagnano il volo delle locuste hanno una funzione deterrente. Si possono citare molti altri esempi di come gli animali utilizzano il colore, l’odore o la mimica per lanciare dei messaggi.
Однако между этим миром зоологических сигналов, выраженных внешними средствами, и одеждой человека существует принципиальное отличие. Человеческая одежда — язык социального общения, отличающийся не только подвижностью, но и высокой вариативностью. Eppure, fra questo universo, fatto di segnali biologici manifestati con mezzi esteriori, e l’abbigliamento umano, esiste una differenza di principio. L’abbigliamento umano è il linguaggio delle relazioni sociali, e si distingue non solo per la mutevolezza, ma anche per la notevole varietà.
При этом она гибко отражает все многообразие значений и, в отличие от аналогичных средств у животных, подчинена воле и намерениям человека. Inoltre, riflette dinamicamente la natura multiforme dei significati e, a differenza di strumenti analoghi adottati dagli animali, è soggetto alla volontà e alle intenzioni personali.
Бросим взгляд на язык моды. Мы обладаем хорошими описаниями различных одежд в модных журналах разных эпох — на фотографиях, поэтому язык моды богато документирован. Рассмотрим несколько примеров. Gettiamo uno sguardo al linguaggio della moda. Disponiamo di descrizioni dettagliate e di fotografie di diversi abiti, grazie alle riviste di moda di varie epoche: il linguaggio della moda è quindi ampiamente documentato. Prendiamo in considerazione alcuni esempi.
Мода тесно связана с различными сторонами культуры. С одной стороны, она опирается на политику, торговые и культурные связи с теми или иными странами, с другой — соприкасается с техникой портняжного дела, путями торгового распространения тех или иных материалов. La moda è profondamente legata a diversi aspetti della cultura. Da un lato, dipende dalla politica e dai rapporti commerciali e culturali con questo o quel paese, dall’altro è legata agli aspetti tecnici sartoriali e alle rotte di distribuzione commerciale di questo o quel materiale.
В этом смысле можно сказать, что мода находится на перекрестке различных дорог культуры. In questo senso, è lecito affermare che la moda si colloca al crocevia fra diversi aspetti della cultura.
Эта разносторонняя мотивированность моды находится в кричащем противоречии с тем, какое впечатление она вызывает. Эпитеты «бессмысленная», «глупая» сопровождают моду на всем ее пути. Questa vocazione poliedrica della moda è in stridente contraddizione con l’impressione che suscita. Epiteti come «insensata» e «stupida» accompagnano da sempre la moda nel suo percorso.
Она неоднократно в сатирической символике изображалась как непредсказуемый каприз и ничем не оправданная игра самых бессмысленных человеческих побуждений. Più volte nel simbolismo satirico è stata rappresentata come stravagante frivolezza, e come vacua espressione di uno dei più insensati impulsi umani.
В сатирическом издании XVIII века «Переписка Моды» Н.Н.Страхова находим портрет Моды, обобщенно воссоздающий то, что повторялось многие десятки раз в самых различных вариантах. Прежде всего, Мода прибыла в Россию из Франции, но нашла здесь еще более благодатную почву. Nella pubblicazione satirica settecentesca Moda: corrispondenza [Perepiska Mody] di Nikolaj Ivanovič Stràhov, troviamo un ritratto di Moda che ripropone sinteticamente ciò che è già stato ribadito decine di volte nelle più diverse varianti. Anzitutto, Moda è arrivata in Russia dalla Francia, ma ha trovato qui da noi terreno ancora più fertile.
Мода не распространяется в народе: область ее царствования — «просвещенный», и еще более определенно — дворянский быт. Мода противоположна разуму и нравственности. Прибыв в Россию, Мода пишет к Непостоянству: Moda non si mescola al popolo: il suo regno è circoscritto al ceto “illuminato”, e più specificatamente nobiliare. Moda si contrappone alla razionalità e alla moralità. Una volta arrivata in Russia, Moda scrive una lettera a Incostanza:
Назад тому месяц я уже прибыла в землю Подражательности.Ты не поверишь, как мне здесь почти все обрадовались! Правду тебе сказать, наши Французы здешним милым жителям и в подметки не годятся. [...] Исключая мудрых людей, большая часть жителей вот имеют какие свойства: È un mese che sono qui nel paese di Imitazione.Non puoi immaginare come erano quasi tutti felici del mio arrivo! A dirti la verità, i nostri cari Francesi, ai simpatici abitanti del posto, non sono neanche degni di lustrare le scarpe. [...] Escludendo le persone di buon senso, ecco quali sono le peculiarità della maggior parte degli abitanti del luogo:
Я, Мода, составляю для жителей род некоего божества, на которое все жалуются, но все между тем повинуются, все наружно ненавидят, но внутренне идолопоклонствуют. Io, Moda, rappresento per loro una sorta di divinità, di cui tutti si lamentano, ma a cui tutti si inchinano; che tutti fanno finta di odiare, ma che intimamente idolatrano.
Ежедневно выдаваемые от меня глупости и странности чредят блистательные достоинства, утехи и блаженство жизни. В моей власти состоит повелеть признавать глупое за разумное, странное за достойное уважения, смешное за нечто мудрое, мудрое за нечто смешное, неприличное за пристойное, постыдное за похвальное, разорительное за приятное, и порочное за добродетельное, а сие за порочное. Le stupidaggini e le stranezze che propino quotidianamente costituiscono per loro pregi, gioie e delizie inestimabili della vita. Ho il potere di ordinar loro di giudicare ciò che è stupido ragionevole, ciò che è assurdo degno di rispetto, ciò che è ridicolo saggio e ciò che è saggio ridicolo, ciò che è osceno decente, ciò che è vergognoso degno di lode, ciò che è catastrofico divertente, ciò che è depravato virtuoso e ciò che è virtuoso depravato.
И потому, сообразно оному преудивительному и сильному влиянию, каковое имею я над жителями. E questo grazie alla straordinaria e potentissima influenza che esercito sui residenti.
Здесь почитается наиважнейшею наукою переделываться из людей в обезьяны.[1]Здесь достоинство носят на плечах, знание имеют в ногах, а премудрость в тупее. Qui reputano scienza eccelsa la trasformazione dell’uomo in  scimmia.[2]Qui la dignità la portano in spalla, la conoscenza la tengono nei piedi, e la saggezza nel parrucchino.
Волокитство признается честным обманом, игра   благовоспитанным грабежом и обкражею, а роскошь, обычайно клонящаяся или к пагубе детей, или не к предвидимой, но всегда последуемой обокраже тех друзей и знакомых, которые доверили нам свои деньги, почитается от всех за блистательную и любезную добродетель общества. Si giudica il dongiovannismo   un inganno, ma onesto,  il gioco   un furto e una rapina, ma beneducati, e si considera  il lusso, che solitamente conduce o alla rovina dei figli, o all’imprevedibile ma inevitabile saccheggio di tutti quegli amici e conoscenti che ci hanno affidato i loro soldi, un’amabile ed eccelsa virtù sociale.
Здесь у подвластных мне супружество есть торг, а дружба покупка. Дарования оцениваются теми монетами, которые я выдаю; достоинства взвешиваются на моих весках, а добродетель и честность измеряется на мой аршин. Qui, fra i miei sudditi, il matrimonio è una transazione commerciale, e l’amicizia si compra. I talenti si valutano in base alle monete che elargisco, la dignità si pesa sulla mia bilancia, e la virtù e l’onestà si misurano con il mio metro.
Здесь живут в сутки 11 часов, а спят 13. День разделяется на 4 упражнений, а ночь на 2. Три части века проходят в бездейственном существовании, а третья часть, составляющая жизнь, протекает в деятельных пороках и заблуждениях. Люди видят во сне, что и наяву, а наяву не лучше, что видели во сне, так что от сна пробуждаются ко сну, вся их жизнь есть только сон.(Переписка Моды 1791:7-10)[3]  Qui la giornata dura 11 ore, perché le restanti 13 le dedicano al sonno. La giornata la distribuiscono in 4 attività, e la notte in 2. Tre parti dell’esistenza da svegli la trascorrono nell’assoluta indolenza, e la quarta [nell’originale terza] parte, la vita vera e propria, in operosi vizi e misfatti. Di notte sognano la realtà che vivono da svegli, che non è migliore del sogno, cosicché è come se ogni volta si risvegliassero al sogno: tutta la loro vita non è altro che sogno.(Perepiska Mody 1791:7-10)[4]
В том же традиционном сатирическом духе говорит о моде в первой главе «Евгения Онегина» Пушкин: Nello stesso spirito della tradizione satirica Puškin parla di moda nel primo capitolo dell’Evgenij Onegin:
Изображу ль в картине вернойУединенный кабинет,

Где мод воспитанник примерный

Одет, раздет и вновь одет?

Всё, чем для прихоти обильной

Торгует Лондон щепетильный

И по Балтическим волнам

За лес и сало возит нам,

Все, что в Париже вкус голодный,

Полезный промысел избрав,

Изобретает для забав,

Для роскоши, для неги модной,-

Все украшало кабинет

Философа в осьмнадцать лет.

(I, 23)[5]

 

Riuscirò a tracciare un quadro fedeledell’appartato camerino

dove l’allievo esemplare delle mode

si veste, si sveste e si riveste?

Tutto ciò che per sfarzoso capriccio

vende la pignola Londra

e che attraverso le onde del Baltico

ci porta in cambio del legname e del sego;

tutto ciò che l’insaziabile gusto parigino,

a caccia di traffici proficui,

ha inventato per il divertimento,

per il lusso, per la voluttà della moda;

tutto questo ornava il camerino

del filosofo diciottenne.

I, 23)[6]

Однако ироническая характеристика модных вкусов Онегина неожиданно получает у Пушкина совершенно иную окраску: Ma la descrizione ironica dei gusti di Onegin in fatto di moda assume curiosamente, per Puškin, una sfumatura completamente diversa.
Второй Чадаев, мой Евгений,Боясь ревнивых осуждений,

В своей одежде был педант

И то, что мы назвали франт.

Он три часа по крайней мере

Пред зеркалами проводил.

(I, 25)

 

Novello Čaadàev, il mio Evgenij,temendo critiche gelose,

nel vestirsi era un pedante

e un dandy, come si suol dire.

Almeno tre ore al giorno

le passava davanti agli specchi.

(I, 25)

Этому вопросу Пушкин придал даже еще более расширенный смысл: рассуждение об отношении моды к политике: A questo tema Puškin attribuisce un senso ancora più esteso:una riflessione sul rapporto fra moda e politica:
Руссо (замечу мимоходом)Не мог понять, как важный Грим

Смел чистить ногти перед ним,

Красноречивым сумасбродом.

Защитник вольности и прав

В сем случае совсем неправ.

 

Rousseau (e qui faccio un inciso)non riusciva a capire come il sussiegoso Grimm

osasse pulirsi le unghie davanti a lui,

magniloquente sempliciotto.

Difensore delle libertà e dei diritti,

ma in questo caso aveva tutti i torti.

Из этого следует сделать обобщенный вывод: Da questo è d’obbligo trarre una conclusione generalizzata:
Быть можно дельным человекомИ думать о красе ногтей. [...]

(I, 25).[7]

Si può essere insieme una persona pragmaticae uno che pensa alla bellezza delle unghie. [...]

(I, 25).[8]

 

Вспомним, что имена Руссо и Чаадаева, каждое по-своему, были исполнены для Пушкина глубокого смысла: Руссо как бы воплощал в себе демократа XVIII века, смелого отрицателя всех предрассудков (не случайно первоначально Пушкин назвал его в этой строфе: «апостол наших прав»; Ricordiamoci che per Puškin i nomi di Rousseau e di Čaadàev, rivestono, ciascuno a suo modo, un senso profondo: Rousseau incarna, per così dire, il cittadino democratico del Settecento, fiero oppositore di ogni pregiudizio (non a caso, in questa strofa originariamente Puškin lo chiama «apostolo dei nostri diritti»,
апостол здесь — Предтеча, тот, кто возвещает Пришествие). Чаадаев для Пушкина в период работы над первой главой «Онегина» — идеал гражданина, тот, чье имя напишут на обломках самовластья. dove per apostolo si intende il Precursore-Battista, colui che annuncia la venuta di Cristo). Čaadàev rappresentava per Puškin, all’epoca della stesura del primo capitolo dell’Onegin, l’ideale del cittadino, colui il cui nome avrebbe campeggiato sulle rovine dell’autocrazia.
Переход от Руссо к Чаадаеву — здесь этот шаг от красноречивой риторики к действиям в эпоху приближения решающих событий. Надо, конечно, учитывать смысловую многоплановость текста «Онегина», где патетика и ирония — постоянное поле авторской игры. La transizione da Rousseau a Čaadàev segna il passaggio dalla retorica magniloquente all’azione, in un’epoca che sente l’approssimarsi di eventi decisivi. Naturalmente, bisogna considerare che il senso del testo dell’Onegin – dove l’elemento patetico e quello ironico sono gli ambiti entro cui si esercita costantemente il genio poetico dell’autore – è distribuito su più piani.
То, что патетично о Чаадаеве, иронично применительно к Онегину. Однако в любом случае пушкинская игра интонациями очерчивает то обширное и многоплановое поле, в котором для него оказывается мода. Здесь принципиальное отличие от однозначной сатиры XVIII века. Ciò che è patetico in relazione a Čaadàev diventa ironico in relazione a Onegin. Ma in ogni caso l’uso stilistico delle intonazioni da parte di Puškin delinea tutta la vastità su più piani che secondo lui investe il concetto di moda. E qui risiede la differenza di principio rispetto all’univocità di significato tipica della satira del Settecento.
Пространство моды многопланово. Прежде всего, и в интересующую нас в данном случае эпоху она членилась на мужскую и женскую. Одной из особенностей моды является то, что она всегда направлена к определенному адресату. Lo spazio della moda è su più piani. Innanzitutto, anche all’epoca la moda si distingueva in maschile e femminile. Una delle sue particolarità è che si rivolge sempre a un destinatario specifico,
Это или тот, кто носит одежду, или же тот, кто на него смотрит. Женская одежда была рассчитана на внешнего наблюдателя, потому она тесно связывалась с тем, какой дама хотела казаться этому наблюдателю. che può essere di volta in volta chi indossa direttamente l’abito o chi lo osserva. L’abbigliamento femminile è per definizione orientato all’osservatore esterno, in quanto strettamente associato al ruolo che la dama desidera assumere agli occhi di chi la guarda.
Отсюда — тесная соотнесенность одежды с внешностью, характером и ролью, которую данная дама выбирает для себя. Женская мода более индивидуальна и более динамична. Когда говорят о капризности и переменчивости моды в эту эпоху, то прежде всего имеют в виду женскую одежду. Da qui la stretta correlazione fra l’abbigliamento e l’aspetto esteriore, il carattere e il ruolo sociale che la dama in questione sceglie di interpretare. La moda femminile è più soggettiva e più dinamica di quella maschile. La stravaganza e la volubilità di cui si parla a proposito della moda dell’epoca si intendono riferite principalmente all’abbigliamento femminile.
Индивидуальность (разумеется, очень ограниченная) женской моды определила ее тесную связь с макияжем (окраска лица) и выбором прически. Заметную роль играла ориентация дамы на определенные литературные вкусы. Сравним изображение романтической прически в одном из многочисленных продолжений «Дома сумасшедших» Воейкова: La natura soggettiva (ovviamente entro certi limiti) della moda femminile ha determinato un rapporto molto stretto con il trucco e con la scelta dell’acconciatura. Un ruolo notevole giocava inoltre l’orientamento della dama verso determinati gusti letterari. Prendiamo in esame la rappresentazione dell’acconciatura romantica in una delle numerose redazioni di Dom sumasšedših [La casa dei pazzi] di Voéjkov:
Ангел дъяволом причесанИ чертовкою одет.

 

Un angelo pettinato da demonioe vestito da diavolessa.
Связь самой моды с женской одеждой обусловила, например, опубликованную в «Вестнике Европы» в 1802 году статью Н.М.Карамзина «О легкой одежде модных красавиц девятого-надесять века». Карамзин резко обличает женские моды эпохи ампира — стилизации, воспроизводящие античные одежды: Il rapporto fra la moda e l’abbigliamento femminile ha influenzato, ad esempio, l’articolo pubblicato da Karamzìn nel 1802 sul Vestnik Evropy [Messaggero d'Europa], intitolato «Sulla leggerezza nel vestire delle bellezze alla moda del secolo decimonono». Karamzìn condanna fermamente la moda femminile in stile impero, una riproduzione stilizzata degli abiti antichi:
Теперь в публичном собрании смотрю на молодых красавиц девятого-надесять века, и думаю: где я? в Мильтоновском ли раю (в котором милая Натура обнажалась перед взором блаженного Адама), или в кабинете живописца Апелла, где красота являлась служить моделью для Венерина портрета во весь рост?  Sono qui in pubblico consesso che osservo le giovani bellezze del secolo decimonono, e mi chiedo: dove mi trovo? Nel paradiso di Milton, dove la dolce Natura si denudava di fronte ad Adamo benedetto? O nello studio del pittore Apelle, dove la bellezza faceva da modella per il ritratto di Venere a figura intera? 
Одновременно он не скрывает, что вкус к античным одеждам для него слишком тесно связан с памятью Революции:Наши стыдливые девицы и супруги оскорбляют природную стыдливость свою, единственно для того, что Француженки не имеют ее, без сомнения те, которые прыгали контрдансы на могилах родителей, мужей и любовников!

(Карамзин 1802:250-251)

Allo stesso tempo non nasconde il fatto che il gusto per gli abiti antichi è strettamente legato, ai suoi occhi, al ricordo della Rivoluzione francese:Le nostre pudiche ragazze e mogli mortificano la loro naturale timidezza, per l’unica ragione che è totalmente sconosciuta alle francesi, sicuramente a quelle che hanno ballato la contraddanza sulle tombe dei padri, dei mariti e degli amanti!

(Karamzìn 1802:250-251)

 

Однако предостережения Карамзина не более эффективны, чем павловские запреты. Известно, что Мария Федоровна явилась к мужу на ужин, оказавшийся последним, в ненавистном для него французском платье. Ma gli ammonimenti di Karamzìn non furono più efficaci dei divieti dello zar Pavel I [di vestirsi secondo la moda francese]. È noto che la zarina Mariâ Fëdorovna si presentò a cena al cospetto del marito indossando uno degli abiti di foggia francese che lo zar tanto odiava.
Павел, уже потерявший психологический контроль над собой, усмотрел в этом окончательное доказательство революционных настроений своей жены, и только события этой ночи спасли ее и великих князей от репрессий. Quella cena finì per essere l’ultima. Pavel, che aveva già perso completamente il controllo su sé stesso, lo interpretò come la prova definitiva dei sentimenti rivoluzionari di sua moglie, e solo gli eventi di quella notte salvarono lei e i gran principi dalla repressione.
Иные судьбы имели в начале века мужские моды. В XVIII столетии мужская мода еще не отделилась в своих закономерностях от женской. Здесь тоже господствовало стремление к роскоши и далеко идущая свобода индивидуального выбора. Ben diverso era stato il destino della moda maschile dei primi del secolo. La moda maschile del Settecento non si differenziava ancora, nelle sue manifestazioni, da quella femminile. Anche qui imperava l’aspirazione al lusso e un’ampia libertà di scelta personale.
Так, например, штатский костюм мужчины не уступал женскому в пестроте и украшенности. Широки были возможности индивидуальных вариаций. Даже военная одежда в екатерининскую эпоху допускала значительную вариативность. Così, ad esempio, gli abiti civili maschili non avevano niente da invidiare a quelli femminili in fatto di varietà cromatica e di ornamenti. Era consentita ampia facoltà di apportare personalizzazioni. Perfino l’abbigliamento militare all’epoca della zarina Ekaterina consentiva variazioni significative.
Павел а затем его сыновья стремились положить этому конец и изгнать из военного костюма все черты индивидуальных вкусов и моды. Это не удалось. Скорее, даже наоборот: стремление к унификации военной одежды придало влиянию моды в ней только более утонченный характер. Sia Pavel che i suoi figli cercarono di sopprimere questa tendenza e di bandire dall’abbigliamento militare ogni concessione al gusto individuale e alla moda. Ma non ci riuscirono. Anzi, al contrario: lo sforzo di uniformare l’abbigliamento militare diede all’influenza della moda su di esso un carattere ancora più raffinato.
Так, например, мода распространялась на вид и ношение орденов; хотя эта сфера, казалось бы, была упорядочена самым строгим образом, но это только провоцировало ухищрения моды. Ордена в XVIII — начале XIX века изготовлялись в мастерской, но заказывали их сами награжденные, получившие лишь грамоту и распоряжение возложить на себя орден. Così, ad esempio, la moda arrivò a condizionare la foggia e il modo di indossare le onorificenze; anche se quest’ambito era apparentemente regolamentato con la massima severità, non si ottenne altro che istigare i sotterfugi della moda. Dal Settecento ai primi dell’Ottocento le decorazioni militari venivano fabbricate in laboratorio, ma l’ordine lo facevano di persona coloro che ne erano insigniti: bastava che fossero in possesso dell’attestazione ufficiale e del decreto di conferimento.
Это вызывало возможность варьировать размеры орденов и окраску крестов и звезд. Так, например, очень крупные кресты XVIII века в александровскую эпоху уже были не в моде. Questo consentiva di variarne a piacere le dimensioni, oltre al colore delle croci e delle stelle che la componevano. Così, ad esempio, all’epoca dello zar Aleksandr le croci mastodontiche tipiche del Settecento erano già fuori moda.
Когда Карамзин был приглашен ко двору Марии Федоровны и отправился было со своим «старомодным» крупным Аннинским крестом, друзья ему указали на то, что такие ордена уже не модны и он привлечет внимание. Карамзину пришлось надеть более модный крест декабриста Федора Глинки, уступив ему свой.[9] Quando Karamzìn fu invitato alla corte di Mariâ Fëdorovna, mentre si avviava alla volta del palazzo indossando la sua croce dell’ordine di Sant’Anna, massiccia e “vecchio stile”, gli amici gli fecero notare che onorificenze di tal fatta erano già fuori moda e che così avrebbe attirato l’attenzione. A Karamzìn toccò indossare la croce ben più alla moda del decabrista Fëdor Glinka, che gli cedette la sua.[10]
Известно, что среди сражавшихся на Кавказе офицеров модны были крошечные крестики (фактически не кресты, а их знаки, за ношение которых в столице великий князь Михаил посылал на гауптвахту). È noto che fra gli ufficiali di stanza nel Caucaso erano di moda delle crocette minuscole (praticamente neanche croci, ma stilizzazioni delle stesse), il cui uso nella capitale era stato bandito dal gran principe Mihail.
Существовали и другие способы проявить в ношении крестов различные оттенки индивидуальности: лихость, небрежность — или, наоборот, продемонстрировать свою любовь к строгой форму. Строгое соблюдение формы имело свою поэзию. Не случайно Пушкин упоминал: C’erano anche altri modi per rivelare, indossando una croce, varie sfumature della personalità come l’audacia o la trascuratezza, oppure, al contrario, per dimostrare il proprio attaccamento alla forma più rigorosa. La rigorosa osservanza della forma aveva una sua poesia. Non a caso Puškin accenna:
Пехотных ратей и конейОднообразную красивость.

(V:137)

 

Delle truppe e dei cavalli di fanteriala monotona bellezza.

(V:137)

Это создавало настоящую поэзию фрунта, доходившую у Николая I до мании. За этим отчетливо стояло стремление заменить в солдате человека движущейся машиной. Известно, что великий князь Александр — будущий Александр II, увлекавшийся дагерротипным фотографированием, поднес отцу, в соответствии с его вкусами, дагерротип марширующей гвардии. Император долго рассматривал новинку фотографического искусства, но обратил внимание лишь на то, что у одного из солдат не по уставу одет кивер, и сделал сыну, бывшему шефом данного полка, выговор. Ne nacque una vera e propria poetica del fronte, la stessa che condusse Nikolaj I all’ossessione. Ciò evidentemente nascondeva la tendenza a individuare nel soldato, invece che un essere umano, una macchina semovente. È noto che il gran principe Aleksandr – il futuro zar Aleksandr II –, appassionatosi di dagherrotipia, regalò al padre, sapendo che gli sarebbe piaciuto, un dagherrotipo raffigurante dei soldati di guardia in marcia. L’imperatore esaminò a lungo questa novità dell’arte fotografica, ma l’unico particolare che lo colpì fu il fatto che uno dei soldati indossasse il kiver [copricapo militare] in maniera scorretta, e per questo fece al figlio, già comandante del reggimento, una nota di biasimo.
Но эта мания к единообразию наталкивалась на мощное противоположное движение. Прежде всего, сама фрунтомания Александра I, а за ним — Николая I — парадоксально этому противоречила. Мундир — важнейшая часть того, что Пушкин называл «царей наукой» (II:85), — был предметом размышлений и даже вдохновенных порывов и душевных волнений всех Павловичей. Tuttavia, questa mania per l’omologazione incontrò un vigoroso movimento di opposizione. Anzitutto, la mania per il fronte di Aleksandr I (e, prima ancora, quella di Nikolaj I) paradossalmente si autocontraddiceva. L’uniforme, l’aspetto più importante di quella che Puškin chiamava «la scienza regale» (II:85), era stata per tutti i discendenti dello zar Pavel oggetto di riflessione e aveva dato luogo a slanci appassionati e a turbamenti mentali.
Александр I бросал проекты реформ или дипломатическую переписку с главами других государств для того, чтобы часами погружаться с Аракчеевым в размышления об окраске выпушек или петличек; не случайно о них с подлинным вдохновением говорит Скалозуб у Грибоедова. Aleksandr I sospendeva progetti di riforma e impegni di corrispondenza diplomatica con altri capi di stato solo per potersi immergere in interminabili discussioni con Arakčéev sul colore degli orli o delle asole; non a caso ne parla con autentica ispirazione anche Skalozub in Griboédov [Góre ot umà, Che disgrazia, l’ingegno!].
Это воздействие на военную одежду шло сверху вниз и стирало индивидуальность вкусов. Но оно наталкивалось на противоположную направленность. Прежде всего, пестрая, красивая военная форма оказывала сильное впечатление на сердца дам. В толпе военных щеголей дипломат или чиновник во фраке выглядел слишком невыгодно. Questo ebbe un impatto tale sull’abbigliamento militare, da provocare una caduta in basso dello stile e la cancellazione dei gusti individuali, che però si scontrava con la tendenza opposta. Anzitutto, la variopinta ed esteticamente attraente uniforme militare esercitava un fascino profondo sui cuori delle dame. In confronto ai bellimbusti che affollavano il mondo militare, i diplomatici e i funzionari in marsina apparivano decisamente svantaggiati.
Именно в дамском обществе в ношение мундира особенно вторгалась свобода. Таким образом, война и бал противостояли параду; они вносили в военную одежду черты индивидуального вкуса, делали ее выразительницей характера. В мирное время на параде одежда выражала только чин. Ed è precisamente nella società delle dame che irruppe al massimo grado la libertà nel modo di indossare l’uniforme. E così, la guerra e il ballo si contrapponevano alla parata, introducevano i gusti personali nell’abbigliamento militare e ne facevano espressione di personalità. In tempo di pace, l’abbigliamento nelle parate militari esprimeva solo il grado.
Характерно, что в александровскую эпоху бой не исключал своеобразного щегольства, а скорее требовал его. Вспомним, как в «Войне и мире» Денисов объясняет свою щегольскую осанку, тщательную выбритость и исходящий от него запах духов словами: «Нельзя, в дело иду». Выходя на парад, Денисов вряд ли бы облился духами. In epoca alessandrina, tipicamente, andare in battaglia non precludeva un certo dandismo sui generis, anzi lo incoraggiava. Ricordiamo che in Guerra e pace Denìsov spiega con queste parole il suo portamento da dandy, la sua rasatura perfetta e la fragranza del suo profumo: «Non posso: vado in battaglia». Difficilmente Denìsov si sarebbe inondato di profumo, se fosse andato in parata.
Это было особое «марциальное»[11] щегольство и модничанье. Сущность «марциального» щегольства не в том, чтобы следовать каким-то постоянным нормам, а в контрасте между жесткими требованиями устава или военной практики, с одной стороны, и определенной свободой, которая рождается в атмосфере боя, — с другой стороны. Era un modo tutto “marziale”[12] di essere dandy e modaioli. L’essenza di questo “marziale” dandismo non risiede tanto nel fatto di seguire delle regole fisse, quanto nel contrasto fra i rigidi requisiti del codice e della pratica militare e una certa libertà che nasce dall’atmosfera del campo di battaglia.
Однажды Борис Викторович Томашевский, который в конце первой мировой войны был офицером (если память не изменяет, инженером артиллерии), рассказывал мне, как во время отступления в конце войны в районе Нарвы он остался вдвоем с фельдфебелем (все солдаты разбежались), но не бросил вооружения и доставил его к полковому тылу. Una volta, Borìs Vìktorovič Tomašévskij, che alla fine della prima guerra mondiale aveva prestato servizio come ufficiale (se la memoria non m’inganna come ingegnere dell’artiglieria), mi raccontò che, mentre era in corso la ritirata delle truppe alla fine della guerra, nella regione di Narva, era rimasto da solo con il feldwebel [sergente maggiore] (tutti i soldati erano fuggiti) ma non aveva gettato le armi, anzi le aveva portate fino alle retrovie del reggimento.
При этом с раздражением, которого не смягчил тридцатилетний промежуток, он говорил о том, что «революционные» солдаты в расстегнутых шинелях носили винтовки прикладами вверх, а дулом к земле. Fra l’altro raccontava, con un’irritazione che i trent’anni trascorsi non erano riusciti a far sbollire, che i soldati “della rivoluzione”, con i loro pastrani sbottonati, portavano il fucile con il calcio rivolto verso l’alto e la canna verso terra.
А я вспомнил, что у нас в первые недели войны весь фронт носил винтовки дулами вниз. У солдат семнадцатого года винтовка дулом вниз означала «конец войне». У нас она имела прямо противоположное значение: конец тимошенковской муштре, начало подлинного дела. E anch’io mi sono ricordato che durante le prime settimane di guerra tutti i soldati al fronte portavano il fucile con la canna rivolta verso il basso. Per i soldati del Diciassette il fucile portato con la canna verso il basso stava a significare “fine della guerra”. Per noi significava esattamente l’opposto: fine delle esercitazioni di Timošénko, inizio delle ostilità vere e proprie.
Но у армии, терпящей поражение, небрежность одежды приобретает противоположный смысл. Когда в мае 1942 года мы отступали от Харькова и напоролись на брошенный тыловиками склад, наш сержант, замечательный человек, Леша Егоров захватил в складе единственную вещь — стеклянную фляжку и прикрепил себе к поясу. Ma per un esercito che subisce una sconfitta la trasandatezza nell’abbigliamento assume un senso opposto. Quando nel maggio del 1942, durante la ritirata da Har’kov, ci imbattemmo in un magazzino abbandonato dagli uomini delle retrovie, il nostro sergente Lëša Egórov, una persona straordinaria, portò via dal magazzino un solo oggetto: una fiaschetta di vetro, che si appese alla cintura.
Стеклянная фляжка — одна из наиболее нелепых вещей, которую я видел в жизни. Солдату она может пригодиться точно так же, как фарфоровая чашка. Но, видимо, где-то в тылу не хватило алюминия, и план выполняли стеклом. Una fiaschetta di vetro – una delle cose più insulse che mi era mai capitato di vedere. Per un soldato riveste la stessa utilità di una tazza di porcellana. Ma, evidentemente, da qualche parte nelle retrovie mancava l’alluminio, e avevano realizzato l’obiettivo del piano[13] grazie al vetro.
На мой вопрос: «Зачем тебе это барахло?» — Леша ответил: «Когда драпаем, форма должна быть строгая». Это был ответ настоящего солдата.Таким образом, военное щегольство включает в себя противостояние обстоятельствам и, следовательно, связано с подчеркиванием индивидуального поведения определенной нормой свободы. Alla mia domanda: «A cosa ti serve questo ciarpame?», Lëša rispose: «Mentre ce la filiamo, almeno la forma la dobbiamo rispettare». Era la risposta di un vero soldato.Così, il dandismo in ambito militare racchiude in sé la resistenza alle circostanze ed è quindi associato a un certo grado di libertà del comportamento individuale.
Вместе с тем свобода эта ориентирована на подчеркивание «марциальности», то есть мужества. «Марциальностью» отмечено и отношение к алкоголю в военном поведении. В обстановке парада, там, где выше всего дисциплина, употребление алкоголя в самых различных армиях строго карается. Allo stesso tempo, questa libertà non fa altro che sottolineare la “marzialità”, cioè il coraggio. La “marzialità” incide anche sull’atteggiamento nei confronti dell’alcol in ambito militare. In occasione di una parata, dove la disciplina regna su tutto, il consumo di alcol è severamente punito nelle forze armate di ogni ordine e grado.
Но в бою и в праздничном быту вне строя (эти противоположные виды поведения сближаются тем, что расковывают индивидуальность) вино как бы составляет ритуальный элемент. Сравним у Пушкина ироническое отождествление обычного в военной риторике той эпохи выражения «упоение битвы» и алкогольного опьянения: Ma in battaglia e nella vita civile (questi comportamenti antitetici sono dovuti al contesto che libera dai vincoli la personalità individuale) gli alcolici rappresentano una sorta di elemento rituale. Prendiamo in esame il modo in cui Puškin identifica ironicamente l’espressione tipica della retorica dell’epoca «ebbrezza della battaglia» con l’ubriachezza alcolica:
И то сказать, что и в сраженьиРаз в настоящем упоеньи

Он отличился, смело в грязь

С коня калмыцкого свалясь,

Как зюзя пьяный. [...]

(«Евгений Онегин», VI,5)

 

E raccontano anche che una volta,in preda a una vera e propria ebbrezza,

si distinse in battaglia, gettandosi valorosamente nel fango

dal suo cavallo calmucco,

come fosse ubriaco fradicio. [...]

(Evgenij Onegin, VI, 5)

К этому же ряду относится и особая «вольная» система жестов. Пастернак в «Докторе Живаго» описывает характерную сцену: группа молодых офицеров, охваченных свободолюбивым энтузиазмом, собирается после Февральской революции. Пастернак отмечает, что ни один из участников встречи не сидит на стуле так, как это делается обычно, — рассаживается верхом, положив руки на спинку, как на табуретке, и так далее. Alla stessa schiera appartiene anche un tipo particolare di gestualità “libera”. Pasternàk nel Dottor Živago descrive una scena tipica: un gruppo di giovani ufficiali, travolti dall’entusiasmo e dall’amore per la libertà, si riunisce dopo la Rivoluzione di febbraio. Pasternàk osserva che nessuno dei partecipanti all’incontro si siede come farebbe normalmente, ma piuttosto a cavalcioni della sedia come su uno sgabello, con le braccia appoggiate allo schienale.
Эту же черту подметил и Лев Толстой. В рассказе «Два гусара» один из персонажей — мирный помещик, который всю жизнь до такой степени мечтал быть лихим гусаром, что в конце концов сам в это поверил, усвоил себе «гусарские» жесты и интонации: Questa tendenza è stata notata anche da Lev Tolstoj. Nel racconto I due ussari, uno dei personaggi, un mite gentiluomo di campagna che per tutta la vita aveva sognato di essere un ardimentoso ussaro a tal punto da finire col crederci lui stesso, fa propri i gesti e i toni “da ussaro”:
«Да, кто не служил в кавалерии, тот никогда не поймет нашего брата.Он сел верхом на стул и, выставив нижнюю челюсть, заговорил басом. — Едешь, бывало, перед эскадроном: под тобой черт, а не лошадь, в ланцадах[14] вся: сидишь, бывало, этак чертом. Подъедет эскадронной командир на смотру. «Поручик, говорит, пожалуйста — без вас ничего не будет — проводите эскадрон церемониалом». Хорошо, мол, а уж тут — есть! Оглянешься, крикнешь, бывало, на усачей своих. Ах, черт возьми, времечко было!»

 

(Толстой II:242)

 

«Sì, chi non ha servito in cavalleria non potrà mai capire un nostro fratello». Si sedette a cavalcioni di una sedia e, protendendo la mascella inferiore, esordì con voce da basso: «Capitava che ti portavi alla testa dello squadrone: sotto di te un demonio tutto scatti e lançade[15], non un cavallo: capitava che ci stavi sopra come un diavolo. Si avvicina il comandante dello squadrone in sopralluogo. «Tenente, per favore», dice, «senza di voi non si farà niente: conducete lo squadrone secondo il cerimoniale». Bene, ti dici: detto, fatto! Ti guardi indietro e cominci a urlare ordini sotto i tuoi baffoni. Ah, che il diavolo mi porti, quelli sì che erano bei tempi!»(Tolstoj II:242)

 

Конь «в ланцадах», так же как и калмыцкий конь, упомянутый Пушкиным, — не парадные лошади, и герой Толстого, как подчеркивает автор для понимающих читателей, фантазирует, преувеличивая «марциальность» ситуации. Il cavallo «tutto scatti e lançade», così come il cavallo calmucco citato da Puškin, non è un animale da parata, e l’eroe di Tolstoj fantastica, come sottolinea l’autore a uso dei lettori più acuti, ingigantendo la “marzialità” della situazione.
Ту же повесть Толстой начал обобщенной картиной. Подобно тому, как А.де Мюссе предпослал повести «Исповедь сына века» обобщенный портрет эпохи от Революции до Реставрации, Толстой вводит своего героя типологизированным портретом времени, он переносит действие в 1800-е годы: La stessa novella viene introdotta da Tolstoj con un quadro generico. Così come fa Alfred de Musset, che nel preambolo al suo romanzo Confessioni di un figlio del secolo offre una descrizione sommaria dell’epoca che va dalla Rivoluzione alla Restaurazione, anche Tolstoj introduce il suo personaggio principale con un ritratto tipologizzato del tempo (l’azione si svolge durante il primo decennio dell’Ottocento):
[...] в те времена, когда не было еще ни железных, ни шоссейных дорог, ни газового, ни стеаринового света, ни пружинных низких диванов, ни мебели без лаку, ни разочарованных юношей со стеклышками, ни либеральных философов-женщин, ни милых дам-камелий, которых так много развелось в наше время, — в те наивные времена, когда из Москвы, выезжая в Петербург в повозке или карете, брали с собой целую кухню домашнего приготовления, ехали восемь суток по мягкой пыльной или грязной дороге и верили в пожарские котлеты, в валдайские колокольчики и бублики, — когда в длинные осенние вечера нагорали сальные свечи, освещая семейные кружки из двадцати и тридцати человек, на балах в канделябры вставлялись восковые и спермацетовые[16] свечи, когда мебель ставили симметрично, когда наши отцы были еще молоды не одним отсутствием морщин и седых волос, а стрелялись за женщин и из другого угла комнаты бросались поднимать нечаянно и не нечаянно уроненные платочки, наши матери носили коротенькие талии и огромные рукава и решали семейные дела выниманием билетиков; когда прелестные дамы-камелии прятались от дневного света, — в наивные времена масонских лож, мартинистов, тугенбунда, во времена Милорадовичей, Давыдовых, Пушкиных». 

(Толстой 1979, II:239)

[...] a quei tempi, quando non c’erano ancora né ferrovie, né strade carrozzabili, né illuminazione a gas, né a candele, né divanetti a molle, né mobili di legno grezzo, né giovani disillusi con gli occhiali, né libertarie donne filosofo, né soavi dame delle camelie, che tanto abbondano ai nostri tempi; a quei tempi ingenui, quando per spostarsi da Pietroburgo a Mosca con il carro o la carrozza ci si portava dietro tutto l’armamentario della cucina di casa, si viaggiava otto giorni su strade sterrate piene di polvere o di fango, e si credeva nelle polpette di carne, nelle campanelle di Vajdal e nelle ciambelle con i semi di papavero; quando nelle lunghe serate autunnali si bruciavano le candele di sego, che illuminavano gruppi familiari di venti o trenta persone, nei candelabri ai balli si mettevano candele di cera o di spermaceti[17], quando i mobili si disponevano simmetricamente, quando i nostri padri erano ancora giovani non solo per la mancanza di rughe e di capelli bianchi, si battevano in duello per una donna, e dall’angolo opposto della stanza si precipitavano a raccogliere fazzoletti caduti più o meno accidentalmente; quando le nostre madri portavano abiti con la vita alta e con le maniche enormi, e risolvevano i problemi di famiglia controllando scrupolosamente ogni spesa; quando le affascinanti dame delle camelie si nascondevano alla luce del giorno; a quei tempi ingenui di logge massoniche, dei martinisti, del Tugendbund, ai tempi dei Miloradovič, dei Davýdov, dei Puškin».(Tolstoj 1979, II:239)

 

Мужская штатская одежда отличалась гораздо меньшим разнообразием. Утвердившийся в начале века черный фрак стал на длительное время как бы обязательной формой одежды мужчины. Интересно отметить, что «неформальная» мужская одежда по сути дела была гораздо более строгой (однообразной) формой, чем «форменный» военный мундир. L’abbigliamento borghese maschile variava molto meno. Affermatasi durante i primi del secolo, la marsina nera divenne per lungo tempo una specie di divisa imprescindibile per gli uomini. È interessante notare che l’abbigliamento maschile “informale” era in realtà molto più austero e monotono della vera e propria uniforme militare.
Однако однообразие фрака лишь кажущееся, для непосвященных: «однообразный» фрак становится именно тем предметом, с помощью которого отличают подлинных денди — эту замкнутую и недоступную для посторонних группу избранных — от разнообразных подражателей. Ma la monotonia della marsina è tale solo per i profani: la “monotona” marsina può diventare proprio quell’oggetto che serve agli autentici dandy (quel ristretto gruppo di eletti inaccessibile agli estranei) per distinguersi dai loro svariati imitatori.
Столкновение этих двух типов находим в романе Бульвер-Литтона «Пелэм, или Приключения джентельмена», вызвавшем восторг Пушкина. Здесь денди — это не тот, кто следует моде, а тот, кто ее создает, но и в нарушении моды тонкий знаток отличает денди от имитатора. Ritroviamo il conflitto fra questi due tipi umani nel romanzo di Edward Bulwer-Lytton Pelham, o le avventure di un gentiluomo, che tanto affascinò Puškin. Qui il dandy non è chi segue la moda, ma chi la fa, e anche quando i canoni della moda vengono violati un fine intenditore sa distinguere il vero dandy dai suoi imitatori.
—  Верно, — согласился Раслтон, едва заметной улыбкой одобрив каламбур, несколько похожий на его собственный и задевавший портного, чьей славе он, быть может, слегка завидовал, — верно: Стульц стремится делать джентельменов, а не фраки; каждый стежок у него притязает на аристократизм, в этом есть ужасающая вульгарность. «È vero», riconobbe Russelton, approvando con un sorriso appena percettibile il gioco di parole che assomigliava abbastanza al suo e che aveva offeso il sarto, della cui fama era forse un po’ invidioso. «È vero: Stulz si sforza di produrre dei gentiluomini, e non delle marsine; con ogni punto che cuce aspira all’aristocrazia, e in questo c’è una terribile volgarità.
Фрак работы Стульца вы безошибочно распознаете повсюду. Этого достаточно, чтоб его отвергнуть. Если мужчину можно узнать по неизменному, вдобавок отнюдь не оригинальному покрою его платья — о нем, в сущности, уже и говорить не приходится. Человек должен делать портного, а не портной — человека. Una marsina realizzata da Stulz si riconosce ovunque a colpo sicuro, e basta questo per scartarla. Nel momento in cui un uomo diventa riconoscibile dal taglio immutabile e per giunta per niente originale dei suoi abiti, non vale neanche più la pena parlare di lui. È la persona che deve fare il sarto, e non il sarto la persona».
— Верно, черт возьми! — вскричал сэр Уиллоуби, так же плохо одетый, как плохо подаются обеды у лорда И***. Совершенно верно! Я всегда уговаривал моих Schneiders[18] шить мне не по моде, но и не наперекор ей; не копировать мои фраки и панталоны с тех, что шьются для других, а кроить их применительно к моему телосложению, и уж никак не на манер равнобедренного треугольника. Посмотрите хотя бы на этот фрак, — и сэр Уиллоуби Тауншенд выпрямился и застыл, дабы мы могли вовсю налюбоваться одеянием. «È vero, dannazione!», gridò sir Willoughby, vestito male come sono serviti male i pranzi a casa di lord I***. «Verissimo! Ho sempre raccomandato ai miei Schneiders[19] di farmi degli abiti non alla moda, ma neppure fuori moda; di non copiare le mie marsine e i miei pantaloni da quelli degli altri, ma di adattarli alla mia costituzione fisica, e non alla forma di un triangolo isoscele. Guardate ad esempio questa marsina», e sir Willoughby Townshend si alzò e si mise impettito in modo che potessimo osservare il suo abbigliamento nei dettagli.
— Фрак! — воскликнул Раслтон, изобразив на своем лице простодушное изумление, и брезгливо захватил двумя пальцами край воротничка. — Фрак, сэр Уиллоуби? По-вашему, этот предмет представляет собой фрак?»(Курсив Бульвера-Литтона. — Ю.Л. — 1958:194-195)  «Una marsina?», esclamò Russelton, dipingendosi sul volto un’espressione ingenua e prendendo fra due dita con ripugnanza il bordo del suo colletto. «Una marsina, sir Willoughby? Secondo lei, quest’oggetto sarebbe una marsina?»(Corsivo originale di Bulwer-Lytton – Ûrij Lotman – 1958:194-195)
Одежда — всегда обращенный к кому-либо текст. В этом смысле существенно «направление» этого текста. Роскошная форма обычно представляет собой зрелище, то есть включает в себя точку зрения того, кто на нее смотрит. Таким образом, она к кому-то направлена и предполагает стремление произвести на наблюдателя впечатление. L’abbigliamento è sempre un testo rivolto a qualcuno. In questo senso è sostanziale la “direzione” di questo testo. Un’uniforme lussuosa di solito è una rappresentazione, cioè comprende anche il punto di vista di chi guarda. In questo modo, si rivolge a qualcuno di specifico e implica lo sforzo di suscitare stupore nell’osservatore.
Красота мундира может быть обращена к дамам или к императору, но в любом случае подразумевает, что тот, на кого мундир надет, каким-либо образом зависит от впечатления, им производимого, заинтересован в этом впечатлении. La bellezza dell’uniforme può essere indirizzata alle dame o all’imperatore, ma in tutti i casi presuppone che chi la indossa dipenda in qualche modo dall’impressione che produce, che sia interessato a quest’impressione.
Подчеркнутая простота мундира Наполеона в резком контрасте с парадными мундирами его двора входила в установку императора. Наполеон тщательно обдумывал формы мундиров своих маршалов и генералов. La spiccata semplicità dell’uniforme di Napoleone, in netto contrasto con le uniformi roboanti dei suoi cortigiani, faceva parte dello stile dell’imperatore. Napoleone curava scrupolosamente la foggia delle uniformi dei suoi marescialli e dei suoi generali.
Театральность этого зрелища подчеркивалась тем, что в качестве консультанта в этих вопросах Наполеон избрал себе  знаменитого актера Тальма, который конечно, не был специалистом в теории мундира, но зато прекрасно разбирался в том, что такое театральное зрелище. La teatralità di questa rappresentazione era rimarcata dal fatto che Napoleone si era scelto come consulente in materia il celebre attore Talma, ovviamente non uno specialista in tema di uniformi, ma perfettamente competente in tema di rappresentazioni teatrali.
В этой поражающей и парижан, и иностранцев роскошной толпе маршалов и придворных Наполеон выделялся простотой костюма. Это должно было подчеркнуть, что император — этот тот, кто смотрит, что двор, и, шире, весь мир, — это зрелище для императора, а сам он, если и представляет какое-то зрелище, то только зрелище величия, равнодушного к зрелищности. In mezzo all’impressionante e sfarzosa folla di marescialli e di cortigiani, sia parigini che stranieri, Napoleone spiccava per la semplicità della sua tenuta. Bisognava rimarcare il fatto che era l’imperatore a guardare, e la corte, e in senso più ampio il mondo intero, a esibirsi per l’imperatore; quest’ultimo, semmai, si limitava a esibire la propria stessa grandezza, indifferente all’elemento scenografico.
Эту способность представителей высшей власти быть выше моды подчеркнул М.Булгаков, описывая одежду Воланда. Воланд появляется перед читателем сначала в «домашней» обстановке. 

Воланд широко раскинулся на постели, был одет в одну ночную длинную рубашку, грязную и залатанную на левом плече. Одну голую ногу он поджал под себя, другую вытянул на скамеечку. Колено этой темной ноги и натирала какой-то дымящейся мазью Гелла.

(Булгаков 1973:669)

 

È questa capacità dei rappresentanti del potere supremo di elevarsi al di sopra della moda che sottolinea Mihaìl Bulgàkov nel descrivere l’abbigliamento di Woland. Woland fa la sua comparsa al lettore inizialmente in ambiente “domestico”.Woland era mollemente allungato sul letto, vestito con una lunga camicia da notte, sudicia e con un rattoppo sulla manica sinistra. Una gamba, nuda, la teneva ripiegata sotto di sé, e l’altra era adagiata su uno sgabello. Nel frattempo Hella gli massaggiava il ginocchio della gamba distesa con un unguento fumante.

(Bulgàkov 1973:669)

Но этот же костюм остается на Воланде в момент, когда он появляется в пышно украшенной зале, причем, как и Наполеон, он идет в сопровождении безупречно одетых «маршалов»: Ma Woland indossa la stessa tenuta anche quando compare all’interno di una sala magnificamente decorata, dove, come Napoleone, si accompagna a dei “marescialli” abbigliati in maniera ineccepibile:
Он шел в окружении Абадонны, Азазелло и еще нескольких похожих на Абадонну, черных и молодых. [...] Поразило Маргариту то, что Воланд вышел в этот последний великий выход на балу как раз в том самом виде, в каком был в спальне. Era circondato da Abadonna, da Azazello e da altri individui simili ad Abadonna, neri e giovani. [...] Margherita fu colpita dal fatto che Woland facesse quest’ultima grandiosa uscita al ballo sfoggiando la stessa mise che indossava in camera da letto.
Все та же грязная заплатанная сорочка висела на его плечах, ноги были в стоптанных ночных туфлях. Воланд был со шпагой, но этой обнаженной шпагой он пользовался как тростью, опираясь на нее.(Булгаков 1973:688)  Aveva addosso la stessa sudicia camicia rattoppata, e ai piedi aveva un paio di logore ciabatte. Woland portava la spada, ma di questa spada sguainata si serviva come di un bastone, appoggiandovisi.(Bulgàkov 1973:688)

 

Престол, на который Воланд не садится, — такой же символ власти, как и его испачканный, разорванный костюм.Высшая власть не подразумевает точку зрения внешнего наблюдателя и поэтому может не подавать себя. Пушкинский Барон (в «Скупом рыцаре») может не тратить свое золото и жить в нищете («как пес цепной» VII:106) именно потому, что обладает высшей властью: Il trono, su cui Woland non si siede, è un simbolo di potere come lo è la sua lercia e lacera tenuta.Il potere supremo non presuppone il punto di vista di un osservatore esterno, e quindi può anche evitare di offrirsi. Il Barone del Cavaliere avaro di Puškin può permettersi di non spendere il proprio oro e di vivere in povertà («come un cane alla catena» VII:106) proprio perché detiene il potere supremo:
Я выше всех желаний; я спокоен;Я знаю мощь мою.

(VII:111)

 

Sono al di sopra di ogni desiderio; sono sereno;conosco il mio potere.

(VII:111)

В этом смысле не лишена интереса логика изменения одежды Сталина. Общая для всех партийных руководителей 20-х годов полувоенная форма в середине 30-х годов получала новую окраску. В предвоенные годы вместе с введением новых военных званий были внесены изменения в форму высших командных чинов. In questo senso è interessante la logica dei cambiamenti nel modo di vestire di Stalin. L’uniforme semi-militare, comune a tutti i leader di partito degli anni Venti, negli anni Trenta aveva acquistato una sfumatura diversa. Negli anni dell’anteguerra vennero istituiti nuovi ranghi militari, e contestualmente vennero introdotte delle modifiche all’uniforme dei più alti gradi di comando.
Ей была придана большая торжественность и внешняя представительность. На этом фоне высшие партийные деятели сохраняли подчеркнутую простоту полувоенной одежды. Еще резче выключен из контекста был Сталин. Подобно Воланду, он занимал позицию того, кто смотрит. Alla divisa veniva attribuita grande solennità e rappresentatività esteriore. In questo contesto, i leader supremi di partito mantenevano invece la spiccata semplicità dell’abbigliamento semi-militare. E Stalin era ancora più drasticamente fuori contesto. In maniera analoga a Woland, il suo ruolo era quello di chi guarda.
Характерные изменения произошли в самом конце войны. В тосте, провозглашенном за русский народ на торжественном заседании в честь победы, Сталин неожиданно выговорил слова, свидетельствовавшие о его глубинной внутренней неуверенности. Он провозгласил тост за терпение русского народа, за то, что тот не выгнал своих руководителей, тем самым неосторожно обнаружив, что вполне допускал такую возможность. In occasione della fine vera e propria della guerra si verificarono cambiamenti emblematici. Nel brindisi al popolo russo pronunciato durante una seduta solenne in onore della vittoria, Stalin usò inaspettatamente delle parole che rivelavano una sua insicurezza profonda. Fece un brindisi alla pazienza dimostrata dal popolo russo nel non mandare via i propri governanti, e rivelò così incautamente che considerava un’eventualità del genere pienamente plausibile.
Характерно, что именно с этого времени Сталин начал одеваться с ориентацией на зрителя: на нем появился маршальский мундир, был учрежден специальный орден Победы и тому подобное. Подчеркнутая уверенность того, кто смотрит на всех, сменилась неуверенностью человека, озабоченного своим видом. È emblematico che proprio da questo momento Stalin abbia cominciato a vestirsi in un’ottica orientata allo spettatore: addosso a lui fece la sua comparsa la divisa da maresciallo, venne fondato l’apposito ordine della Vittoria, e via discorrendo. L’evidente fiducia in se stesso di chi tiene sott’occhio tutti aveva ceduto il posto all’insicurezza di chi si preoccupa del proprio aspetto.
С этим можно было сопоставить свидетельство современника о том, как Николай I во время церковной службы постоянно делал замечания по поведению и выправке великих князей, поправлял их расположение и стойку. A questo si può ricondurre la testimonianza di un contemporaneo su come Nikolaj I durante le funzioni religiose facesse continuamente dei commenti sulla condotta e sul portamento dei gran principi, e su come ne correggesse la postura e l’atteggiamento.
Сделав свое самовластие подлинной «неподвижной» идеей, Николай выдавал свою глубоко запрятанную неуверенность в том, что постоянно контролировал себя с точки зрения воображаемого наблюдателя. Avendo ridotto la sua stessa autocrazia a una vera e propria idea “irremovibile”, Nikolaj tradiva la sua inconfessata insicurezza controllando costantemente se stesso dal punto di vista di un osservatore immaginario.
Однако «неподвижность» могла иметь и прямо противоположный смысл, поскольку культурная функция приписывается не какому-либо предмету или знаку, а его отношению к другим знакам, месту в системе. Сравним слова о Наполеоне у Лермонтова: Ma l’”irremovibilità” poteva anche leggersi nel senso opposto, poiché la funzione culturale non è tanto attribuita a un qualche oggetto o segno, quanto al rapporto con altri segni, con altre parti del sistema. Prendiamo in esame le parole usate da Lérmontov a proposito di Napoleone:
Один, — он был везде, холодный, неизменный.(Лермонтов 1954, II:183)

 

Solo, lui era ovunque, freddo, immutabile.(Lermontov 1954, II:183)
Чаадаев во время Бородинского сражения стоял под огнем в упор стрелявших французов в столь же безупречно чистом белье и идеально выглаженном мундире, как и на балу. Отправляясь к императору с ответственным и щекотливым заданием — доложить о бунте Семеновского полка, он ни в чем не изменил своим нормам и правилам бытового поведения и, в частности, в тщательности одежды. Durante la battaglia di Borodinó, sotto il fuoco incrociato dei francesi, Čaadàev indossava gli stessi indumenti perfettamente puliti e impeccabilmente stirati che avrebbe indossato a un ballo. Partendo per incontrare l’imperatore con un compito delicato e di responsabilità –  riferire dell’ammutinamento del reggimento Semënovskij – non contravvenne in alcun modo alle sue regole di comportamento quotidiano, compresa, nello specifico, la cura dell’abbigliamento.
Это дало толчок к клеветническим слухам о том, что Чаадаев в пути слишком много занимался своей одеждой и запоздал с доставкой императору экстренных сведений. В действительности, Чаадаев безупречно исполнил служебную должность, но ничем не поступился и в утонченном щегольстве. Последнее было выявлением того, что Пушкин назвал «первой наукой»: Questo diede la stura a dicerie calunniose secondo cui Čaadàev durante il viaggio sarebbe stato troppo impegnato con i suoi vestiti, e per questo avrebbe tardato a riferire all’imperatore informazioni urgenti. In effetti Čaadàev adempì l’incarico alla perfezione, ma non rinunciò in alcun modo al proprio sofisticato dandismo. Quest’ultimo non era altro che la manifestazione di quella che Puškin chiamava «la prima scienza»:
И нас они науке первой учатЧтить самого себя.

(Разрядка Пушкина. — Ю.Л. — III:193)

E ci insegnano come prima scienzal’arte di onorare noi stessi.

(Corsivo originale di Puškin. – Ûrij Lotman. – III:193)

 

Во второй половине XIX века мы сталкиваемся со стремлением «отменить моду» как порождение дворянского периода. Реально это превращается в то, что отказ от моды становится модой. Мода как бы удваивается. В разночинных кругах утверждается своя система принятой одежды, при этом особенно деформируется женская: ей свойственно стремление стилизоваться по нормам мужской. При этом если женская одежда ориентируется на мужскую, то мужская стилизует себя по образцу студенческой. Последняя по функции заменяет военную одежду в дворянском быту, как бы превращаясь в Одежду с большой буквы. Nella seconda metà dell’Ottocento ci troviamo di fronte alla tendenza ad «abolire la moda» in quanto prodotto dell’epoca nobiliare. In concreto, questo dà luogo al fenomeno per cui il rifiuto della moda diventa di moda. La moda, per così dire, si sdoppia. Nei circoli dei raznočincy [intellettuali non appartenenti all'aristocrazia] si consolida il sistema specifico dell’abbigliamento accettabile, nel cui ambito si deforma soprattutto il modo di vestire femminile: una sua caratteristica è la tendenza a stilizzarsi su quello maschile. Ma se l’abbigliamento femminile si orienta sul modello maschile, quello maschile prende a modello lo stile studentesco. Quest’ultimo prende il posto dell’uniforme militare nella funzione che ricopriva all’interno della società nobiliare, come in un’evoluzione verso un Abbigliamento con la A maiuscola.
Аналогичным образом студент как социальная фигура заменяет офицера дворянского периода. Подобно тому, как «быть офицером» значило нечто более, чем выполнять определенные армейские функции, «быть студентом» — совсем не синоним университетского или институтского учащегося.[20] Характерно стихотворение Огарева «Студент»: In modo analogo lo studente, come figura sociale, prende il posto dell’ufficiale dell’epoca nobiliare. Così come «essere un ufficiale» significava qualcosa di più che ricoprire una determinata posizione nell’esercito, «essere uno studente» non era affatto sinonimo di persona iscritta all’università o al collegio. Paradigmatica a tale proposito è la poesia di Ogarëv Lo studente:[21]
Он родился в бедной доле,Он учился в бедной школе,

Но в живом труде науки

Юных лет он вынес муки.

В жизни стала год от году

Крепче преданность народу,

Жарче жажда общей воли,

Жажда общей, лучшей доли. [...]

Era nato in una famiglia umile,aveva frequentato una scuola umile,

ma alle nobili fatiche della scienza

aveva sacrificato gli anni della gioventù.

Nel corso della vita, anno dopo anno,

sempre più si rafforzava la sua devozione al popolo,

sempre più ardente diventava la sete di libertà per tutti,

la sete di un futuro migliore per tutti. […]

Жизнь он кончил в этом мире —В снежных каторгах Сибири.Но весь век нелицемерен —

Он борьбе остался верен.

До последнего дыханья

Говорил среди изгнанья:

La sua vita terrena si spegnevanelle galere della nevosa Siberia.Ma per tutta la vita, senza ipocrisia,

è rimasto fedele alla lotta.

Fino all’ultimo respiro

dal suo esilio diceva:

«Отстоять всему народуСвою землю и свободу.»(Огарев 1956, I:342-343)

 

«a tutto il popolo di difenderela sua terra e la sua libertà».(Ogarëv 1956, I:342-343)
В стихотворении говорится о революционном разночинце, но называется он студентом. Ничего специфически студенческого в характеристике нет, не говоря уже о том, что далеко не все студенты были связаны с демократическим движением. Здесь действует закон: часть делается символом целого. Nella poesia Ogarëv parla di un raznočinec rivoluzionario, ma lo definisce  «studente». Il suo profilo non ha le caratteristiche specifiche di uno studente, per non parlare del fatto che non tutti gli studenti erano legati al movimento democratico. Qui vale la legge secondo cui una parte simboleggia il tutto.
А презумпция этого закона в относительной самостоятельности символа, в том, что сам по себе, вне контекста, он нейтрален и может наполняться различной семантикой.Эта автономность и самодостаточность символа роднит его с другими нейтральными в смысловом отношении знаками. E il presupposto di questa legge sulla relativa autonomia del simbolo è che in sé, fuori contesto, il simbolo è neutro e può essere riempito di semantica di volta in volta diversa.Queste qualità di autonomia e di autosufficienza del simbolo lo accomunano ad altri segni neutri dal punto vista del senso.

3 RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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[1] Отождествление модного человека с обезьяной — устойчивый сатирический прием XVIII века. Вольтер, возмущенный до отчаяния случаями кровавых казней на религиозной почве, называл французов смесью обезьяны и тигра. Это прозвище получило распространение. Так, в Лицее Пушкин, как известно, получил прозвище Француза:

Когда французом называли

Меня беспечные друзья,

Когда педанты предрекали,

Что век невеждой буду я.

Вместе с этой кличкой Пушкин получил и ее синоним: «Смесь тигра с обезьяной».

[2] L’identificazione della persona alla moda con la scimmia era un consolidato artificio letterario della satira settecentesca. Voltaire, indignato fino allo sconforto dalle sanguinose esecuzioni per motivi religiosi, diceva che i francesi erano un incrocio fra la scimmia e la tigre. Quest’epiteto godette di una certa diffusione. Anche a Puškin al liceo diedero, come è noto, il nomignolo di «francese»:

Quando gli amici incuranti

mi chiamavano «francese»,

quando i pedanti assicuravano

che sarei rimasto ignorante in eterno.

Insieme a questo soprannome, Puškin ereditò anche il suo sinonimo: «un incrocio fra la scimmia e la tigre».

[3]Переписка Моды, содержащая., М., 1791, С.7-10. Разрядка оригинала. — Ю.Л. Ср. Также «Мысли философа по моде» И.А.Крылова. «Философ по моде» на «модном» языке XVIII века — щеголь, который довел размышления о моде до уровня философии. Крылов.И.А. Полн. Собр. Соч. М., 1945. Т.1:329-336.

[4]Perepiska Mody, Мoskva 1791:7-10. Enfasi dell’originale – Ûrij Lotman. Vedi anche «Pensieri di un filosofo della moda [Mysli filosofa po mode]» di Ivàn Andréevič Krylóv: un «filosofo della moda», nel linguaggio della moda del Settecento, è un dandy che ha portato le riflessioni sulla moda a un livello filosofico. Ivàn Andréevič Krylóv Opere complete, Moskvà 1945 1:329-336.

[5] «Евгении Онегине» ссылки даются на главу и строфу.

[6] Le note relative all’Evgenij Onegin si riferiscono al capitolo e alla strofa.

[7] «Дельный» в условном языке либералов эпохи Союза Благоденствия синоним слова «свободолюбивый». Сравним иронически звучащие для Грибоедова слова Репетилова: «Чуть дельный разговор / Зайдет про водевиль.» (Грибоедов 1956:116)

«Дельный» по отношению к водевилю, — оксюморон, противоречащий эпитет. Сравним еще более откровенные строки в черновом варианте «Евгения Онегина»:

Во всей Европе в наше время

Между воспитанных людей (первоначально менее иронически: «между порядочных людей»)

Не почитается за бремя

Отделка нежная ногтей.

Ей, по словам Пушкина отдают дань не только «воин и придворный», но и «[поэт] и либерал задорный» (VI:234). Любопытно, что слово поэт Пушкин зачеркнул, видимо почувствовав тут возможность перенесения иронии на себя самого, а либерала оставил.

[8] «Del’nyj [pragmatico]», nel linguaggio convenzionale dei liberali dell’epoca appartenenti all’Unione della prosperità [i decabristi], è sinonimo di «amante della libertà». Consideriamo quanto suonino ironiche alle orecchie di Griboédov le parole di Repetilov: «Si faranno discorsi un po’ pragmatici / a proposito del vaudeville» (Griboédov 1956:116).

«Del’nyj», riferito al vaudeville, è un ossimoro, che contraddice l’epiteto. Prendiamo in considerazione dei versi ancora più espliciti che troviamo nella prima stesura dell’Evgenij Onegin:

In tutta Europa di questi tempi

fra la gente beneducata (originariamente, meno ironicamente: «fra la gente perbene»)

non si considera un compito gravoso

la delicata cura delle unghie.

A rendere tributo a quest’usanza, secondo le parole di Puškin, non sono solo «il guerriero e il cortigiano», ma anche «[il poeta] e il fervente liberale» (VI:234). Curioso che Puškin abbia depennato la parola poeta, evidentemente nel timore che suonasse autoironica, e abbia mantenuto la parola liberale.

[9] После этого обмена крестами Карамзин и Ф.Глинка наполовину в шутку, наполовину всерьез называли себя крестовыми братьями. Поскольку крест Святой Анны II степени носился на шее, возникала возможность в сопоставлении с ритуалом обмена шейными крестами.

[10] Dopo questo scambio di croci, Karamzìn e Glinka, un po’ per scherzo un po’ sul serio, cominciarono a chiamarsi fra loro fratelli di croce [di sangue]. Siccome la croce di Sant’Anna di secondo grado si portava al collo, questa possibilità sorse per analogia con lo scambio rituale di croci da portare al collo.

[11] Выражение Петровской эпохи, производное от слова «Марс» (бог войны).

[12] Espressione di epoca petrina, derivante da «Marte» (dio della guerra).

[13] Il piano quinquennale (in russo: pâtilétka, quinquennio) è uno strumento di politica economica utilizzato nei regimi ad economia pianificata, ovvero nei Paesi socialisti o comunisti dove l’iniziativa economica è in larga parte gestita da enti pubblici. Un piano quinquennale individua determinati obiettivi da raggiungere in un periodo di cinque anni nei vari settori dell’economia. Gli obiettivi consistono in una definita quantità fisica di beni che dovranno essere prodotti.

[14] Ланцады — прыжки, которые совершает лошадь с целью сбросить седока.

[15] Le lançade sono i salti che fa il cavallo allo scopo di disarcionare il cavaliere.

[16] Спермацет — жир, добываемый из полостей головы кашалота, употребляется в косметических целях. Спермацетовые свечи были в эпоху, упоминаемую Толстым, дорогим новшеством.

[17] Lo spermaceti è un grasso estratto dalle cavità del cranio del capodoglio, usato nel settore cosmetico. Le candele di spermaceti, all’epoca rievocata da Tolstoj, erano una novità costosa.

[18] Портных (нем.).

[19] Sarti (in tedesco).

[20] Стремление девушек-шестидесятниц стать студентками несло в себе символическое обозначение эмансипации вообще, освобождения от социальных ограничений.

[21] L’aspirazione delle sedicenni a diventare delle studentesse racchiudeva in sé una valenza simbolica di emancipazione in generale e di liberazione dai vincoli sociali.

Cinzia Minniti Lotman – Retorica: meccanismo sensogenerante

Cinzia Minniti Lotman- Retorica: meccanismo sensogenerante

Lotman- Retorica: meccanismo sensogenerante

CINZIA MINNITI

Fondazione Milano
Civica Scuola Interpreti e Traduttori

Via Alex Visconti, 18 20151 MILANO

Relatore: professor Bruno OSIMO

Diploma in Mediazione Linguistica Autunno 2015

© Cinzia Minniti per la traduzione italiana 2015 ~1~

Cinzia Minniti Lotman- Retorica: meccanismo sensogenerante

ABSTRACT IN ITALIANO

Retorica significa «arte del parlare in modo efficace e ornato», e in quanto strumento di persuasione vuole colpire il pubblico attraverso l’uso di tropi. I tropi sono soggetti a diverse classificazioni ma ben più importante della natura tipologica è la funzione artistica e sensogenerante: l’intraducibilità che li caratterizza fomenta il pensiero creativo e origina nuovi legami di senso. Il tropo sorge alla giunzione di due linguaggi e ciò testimonia la sua interconnessione con il processo traduttivo: l’uno non potrebbe esistere senza l’altro.

ENGLISH ABSTRACT

Rhetoric is the art of effectively using language through figures of speech in order to persuade the public. Main feature of the trope is the ability to create art and meaning. Its untranslatability fuels creative thinking and produces new connections of sense. The rising of the trope from the junction of two languages proves its interconnection with the translation process. A trope wouldn’t be possible without an act of translation, and vice versa.

РЕЗЮМЕ НА РУССКОМ ЯЗЫКЕ

Риторика – ораторское искусство, направленное на убеждение через тропы. Ключевым характеристиками тропа являются художественная функция и механизм смыслопорождения. Непереводимость способствует творческому мышлению и созданию новых смысловых связей. Троп возникает из соединения двух языков, и это свидетельствует о взаимосвязи с переводом, так как один не мог бы существовать без другого.

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Cinzia Minniti Lotman- Retorica: meccanismo sensogenerante

Sommario

Prefazione ………………………………………………………………………………………. 4 Glossario………………………………………………………………………………………… 6 Traduzione ……………………………………………………………………………………… 9 Riferimenti bibliografici………………………………………………………………….. 31

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Cinzia Minniti Lotman- Retorica: meccanismo sensogenerante

Prefazione

Di Cinzia Minniti

Lotman, parlando di retorica, ha inconsapevolmente dimostrato quanto la traduzione sia una parte imprescindibile del pensiero creativo e, più in generale, dell’intelletto umano. Sostenendo che il pensiero si forma attraverso lo scambio di informazioni tra due sistemi, propriamente due coscienze, (Lotman 1996:177) ha espresso con una metafora l’essenza del processo traduttivo: l’interazione tra due culture diverse che dà luogo a un significato corrispondente per entrambi i sistemi. Lotman ha distinto tre situazioni precise che si verificano nello scambio di informazioni: la traduzione semantica, dove lo scopo principale è mantenere la bellezza del testo; la traduzione precisa, dove vi è una corrispondenza biunivoca tra le due culture, quindi esiste lo stesso termine/concetto nell’altra lingua; e infine una situazione di intraducibilità, che è quella sulla quale verte tutto il suo discorso. La situazione di intraducibilità, secondo Lotman, è una fonte di creazione di pensieri creativi che generano altri testi per via della serie di accostamenti irregolari che vengono a formarsi (Lotman 1996:178). In questo senso però ci sta dimostrando che per quanto non si riesca a trovare una corrispondenza precisa la traduzione è un processo continuo e infinito, basta pensare alla serie infinita di interpretazioni che le possono essere attribuite; in un certo senso si potrebbe dire che questi tentativi sono essi stessi una forma di retorica che cerca di spiegare un’altra forma di retorica. Il prodotto di questa intraducibilità è il tropo semantico, che facendo da ponte tra due elementi dai significati non comparabili funge da adattamento, è una traduzione non precisa ma che ugualmente veicola un pensiero ed è quindi una doppia traduzione (prima traduce il pensiero in parole e le parole cercano di tradurne il significato). Il tropo non è semplicemente una figura retorica e sarebbe limitativo considerarla solo come tale. Si potrebbe pensare che il suo unico scopo sia quello di abbellire il testo facendo uso del linguaggio poetico ma il punto è proprio che la definizione di tropo va estesa e non include soltanto le categorie universalmente riconosciute (metafora, metonimia, sineddoche) ma, in quanto essenza del pensiero creativo, include tutti i campi dell’espressione verbale nonché dell’arte in quanto tale. Questo significa che anche i puntini di sospensione, un collage, un’immagine ripresa da una telecamera sono tropi, perché il significato è trasversale, attraversa nel vero senso della parola un campo dell’espressione per veicolare un concetto. Il tropo è una sorta di compromesso traduttivo, di metalinguaggio che comunica un significato che non potrebbe essere trasmesso in modo convenzionale. Lotman, facendo l’esempio della cinemetafora e sostenendo che una parte può essere raccontata e l’altra no (Lotman 1996:179), illustra in un certo senso le due situazioni-tipo di fronte alle quali si trova il traduttore; quest’ultimo, può fare una traduzione precisa (e quindi un semplice passaggio dalla lingua emittente a quella ricevente, nel quale il senso è dettato dal contesto) oppure fare uso di un tropo quando il concetto da trasmettere non può essere tradotto alla lettera e lo si comprende per via di un meccanismo implicito o comunque facendo riferimento al contesto. Quando invece fa l’esempio del gesto simbolico, nella fattispecie quello di un animale (Lotman 1996:180), presenta un altro caso di scelta traduttiva, ovvero lasciare un rimando implicito a un concetto universalmente

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Cinzia Minniti Lotman- Retorica: meccanismo sensogenerante

riconosciuto oppure a un significato velato, e mantenendone la sottigliezza non trasmette ovvietà e non ne fa perdere l’obiettivo, ovvero veicolare un messaggio, anche in questo caso, tramite l’uso di un tropo. Ciò che è importante considerare quando si traduce è innanzitutto l’epoca in cui il testo della lingua emittente è stato scritto e a quale epoca fa riferimento: può essere necessario mantenere la natura del tropo nella lingua ricevente oppure, al contrario, nei casi di epoche come il realismo o di un testo passato al vaglio della censura, evitarlo completamente per non perdere di vista il quadro storico e culturale nel quale si inserisce il testo. In questo senso i tropi hanno un valore fondamentale nella formulazione di un messaggio e spesso condizionano profondamente lo stile del testo. Nel caso in cui i tropi siano parte integrante del testo è fondamentale mantenere la loro natura nella lingua ricevente e non sempre è cosa facile perché spesso quando si vuole preservare un significato metaforico in una lingua non si riesce a rendere perfettamente l’idea nell’altra lingua, ed è qui che la traduzione ha un ruolo importantissimo di intermediario e deve avere la sensibilità giusta per essere il più precisa possibile. Quando Lotman parla di tropo consunto, ovvero ciò che avviene quando si verifica una corrispondenza biunivoca tra significato diretto e traslato (Lotman 1996:183) si riferisce in modo vero e proprio al potere che ha la traduzione di permettere a una cultura di fare proprio un termine o un concetto appartenente a un’altra cultura; un significato da tradurre che non è mai stato tradotto prima può avere diverse alternative, tutte plausibili fino a quando non ne venga riconosciuta universalmente una soltanto come la corrispondenza più prossima. Quando invece non viene tradotta conserva la sua funzione di tropo della cultura, rimane invariato per tutte le lingue (avendo come unica forma la lingua della cultura nella quale è stato generato) e mantiene la sua caratteristica fondante, ovvero l’intraducibilità. Nell’esempio dell’icona troviamo la colonna portante della traduzione, ovvero il triangolo semiotico di Peirce: il Logos divino è il segno (ciò che si manifesta agli “occhi” dell’iconografo), l’iconografo è l’interpretante (che da al Logos divino una sua interpretazione) e l’icona è l’oggetto (il prodotto finale dell’interpretazione personale dell’iconografo). Persino la definizione di Tesauro per la metafora– principio universale della coscienza umana e divina, alla sua base risiede l’ingegno, il pensiero, fondato sull’accostamento del diverso e dell’unione di ciò che non si può unire– è una vera e propria metafora che descrive la straordinaria natura dell’atto di tradurre: la traduzione è un principio universale sensogenerante tra la coscienza di una lingua e quella di un’altra. Ulteriore conferma del suo potere la abbiamo considerando la definizione di tropo- -una figura che nasce alla giunzione di due linguaggi e fa parte della coscienza creativa in quanto tale. Dunque è come se la traduzione fosse un tropo, perché esprime significati che in altri modi non troverebbero espressione ma può mantenere allo stesso tempo un grado di indeterminatezza che la rende approssimativa, oppure solo una delle tante varianti plausibili. La traduzione è un processo talmente ampio e diversificato che risulta un atto universalmente e spesso inconsciamente praticato da ognuno di noi, ed è per questo che non potrebbe non essere associato alla retorica e alle sue figure, traduzione esplicita di un messaggio lasciato volutamente implicito.

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Cinzia Minniti Lotman- Retorica: meccanismo sensogenerante

«РИТОРИКО-ГЕННАЯ» СИТУАЦИЯ n-МЕРНЫЙ
АНТИНОМИЯ
БЕССОЗНАТЕЛЬНЫЕ ПРОЦЕССЫ ВЗАИМНО-ОДНОЗНАЧНЫЕ ОТНОШЕНИЯ ВЗАИМООДНОЗНАЧНАЯ ЭКВИВАЛЕНТНОСТЬ

ВКЛЮЧЕННОСТЬ ДИСКРЕТНЫЙ ЖЕСТОВАЯ РИТОРИКА ЗАМЕНЯЕМОЕ ЗАМЕНЯЮЩЕЕ

ЗНАК
ЗНАКОВОСТЬ
ЗНАЧЕНИЕ
ИММАНЕНТЕН
ИНДИВИДУАЛЬНОЕ СОЗНАНИЕ ИРРАЦИОНАЛЬНОЕ ПРОТИВОРЕЧИЕ КИНОМЕТАФОРА
КИНОЯЗЫК
КОД
КОЛЛЕКТИВНОЕ СОЗНАНИЕ КОММУНИКАТИВНОСТЬ КОМПЕНСАЦИЯ
КОНТЕКСТ
КОНТИНУАЛЬНЫЙ
КУЛЬТУРНАЯ ФУНКЦИЯ МАКРОКОНТЕКСТ
МЕТАФОРА
МЕТАФОРИЗМ
МЕТАФОРИЧЕСКОЕ ВЫРАЖЕНИЕ МЕТАФОРИЧЕСКОЕ СОДЕРЖАНИЕ МЕТАЯЗЫК
МЕТОНИМИЯ
МИКРОКОНТЕКСТ МИФОПОЭТИЧЕСКИЙ ПЕРИОД МНОГОСЛОЙНЫЙ
НЕДИСКРЕТНЫЙ ОБРАЗ НЕОДНОЗНАЧНОСТЬ НЕОПРЕДЕЛЁННОСТЬ НЕПЕРЕВОДИМОСТЬ ОБОЗНАЧАЕМОЕ
ОБЩЕСТВЕННОЕ ПОВЕДЕНИЕ

situazione “retoricogena” n-dimensionale antinomia
processi inconsci relazioni biunivoche corrispondenza biunivoca

inclusione discreto
retorica gestuale sostituito sostituendo segno

segnità
significato
immanente
intelletto individuale contraddizione irrazionale cinemetafora

linguaggio filmico codice
intelletto collettivo comunicatività compensazione contesto

continuo
funzione culturale macrocontesto metafora
metaforismo espressione metaforica contenuto metaforico metalinguaggio metonimia microcontesto
periodo mitopoietico multistrato
immagine nondiscreta nonunisemia indeterminatezza intraducibilità denotatum comportamento sociale

Glossario

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Cinzia Minniti Lotman- Retorica: meccanismo sensogenerante

ОППОЗИЦИЯ
ПАРАДИГМАТИЧЕСКАЯ ОСЬ ПАРЦИАЛЬНОСТЬ
ПЕРВИЧНОЕ ЗНАЧЕНИЕ
ПЕРВИЧНЫЕ ЗНАКИ
ПЕРЕНОСНОЕ ЗНАЧЕНИЕ ПРЕДИКАТИВНАЯ ТЕОРИЯ ПРИБЛИЗИТЕЛЬНАЯ ЭКВИВАЛЕНТНОСТЬ ПРИНЦИПИАЛЬНАЯ НЕПЕРЕВОДИМОСТЬ ПРИЧАСТНОСТЬ
ПРИЧИННОСТЬ
РЕФЕРЕНТ
РЕФЕРЕНЦИАЛЬНАЯ СВЯЗЬ
РИТОРИКА ФИГУР
РИТОРИЧЕСКИЙ ТЕКСТ
РИТУАЛЬНОЕ ДЕЙСТВО
СЕМА
СЕМАНТИЧЕСКАЯ НЕСОВМЕСТИМОСТЬ СЕМАНТИЧЕСКАЯ ТРАНСПОЗИЦИЯ СЕМАНТИЧЕСКАЯ УДАЛЁННОСТЬ СЕМАНТИЧЕСКИЙ ПЕРЕВОД СЕМАНТИЧЕСКИЙ ТРОП СЕМАНТИЧЕСКОЕ ЗАМЕЩЕНИЕ СЕМИОТИЧЕСКАЯ СИСТЕМА СЕМИОТИЧЕСКАЯ СТРУКТУРА СИМБОЛИЧЕСКОЕ ПОВЕДЕНИЕ СИНЕКДОХА
СИНТАКСИЧЕСКАЯ ОСЬ
СЛИТНОСТЬ
СМЕЖНОСТЬ
СМЫСЛ
СМЫСЛОВАЯ СВЯЗЬ СМЫСЛООБРАЗУЮЩИЙ СМЫСЛОПОРОЖДАЮЩИЙ
СОЗНАНИЕ
СООТВЕСТВСТВУЮЩИЙ СОПОЛОЖЕНИЕ
СОПОСТАВЛЕНИЕ
СФЕРА ТЕКСТА
СХОДСТВО
ТВОРЧЕСКОЕ МЫШЛЕНИЕ ТЕКСТ-ВКРАПЛЕНИЕ
ТЕОРИЯ ТРОПОВ
ТОЧНЫЙ ПЕРЕВОД
ТРОПЫ КУЛЬТУРЫ

opposizione
asse paradigmatico
parzialità
significato primario
segni primari
significato figurato
teoria predicativa corrispondenza approssimativa intraducibilità di principio implicazione
causalità
referente
legame referenziale
retorica delle figure
testo retorico
atto rituale
sema
incompatibilità semantica trasposizione semantica distanza semantica
traduzione semantica
tropo semantico
sostituzione semantica
sistema semiotico
struttura semiotica comportamento simbolico sineddoche
asse sintagmatico
coalescenza
continuità
senso
legame di senso sensogenerante sensogenerante
coscienza
corrispondente giustapposizione giustapposizione
sfera del testo
somiglianza
pensiero creativo
testo-inserto
teoria dei tropi
traduzione precisa
tropi della cultura

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Cinzia Minniti Lotman- Retorica: meccanismo sensogenerante

УСТАНОВКА

disposizione

УСТРОЙСТВО

dispositivo, configurazione

ФИГУРА МЫСЛИ

figura del pensiero

ФИГУРА РЕЧИ

figura del discorso

ХУДОЖЕСТВЕННАЯ ПРОЗА

prosa artistica

ХУДОЖЕСТВЕННАЯ РЕЧЬ

discorso artistico

ЭКВИВАЛЕНТНОСТЬ

equivalenza

ЭКВИВАЛЕНТНЫЙ ПЕРЕВОД

traduzione equivalente

ЭКРАНИЗАЦИЯ

filmizzazione

ЯЗЫКОВОЙ ТЕКСТ

testo linguistico

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Cinzia Minniti Lotman- Retorica: meccanismo sensogenerante

Traduzione

Риторика — механизм смыслопорождения

Retorica: meccanismo sensogenerante

Сознание человека гетерогенно. Минимальное мыслящее устройство долж­но включать в себя хотя бы две разноустроенных системы, которые обмени­вались бы выработанной внутри них информацией.

La coscienza dell’individuo è eterogenea. La configurazione minima di pensiero deve contenere almeno due sistemi eterostrutturali che si scambino le informazioni elaborate al loro interno.

Исследования по специ­фике функционирования больших полушарий человеческого мозга вскрывают его глубокую аналогию с устройством культуры как коллективного интел­лекта.

Ricerche sullo specifico del funzionamento dei grandi emisferi del cervello umano evidenziano la sua profonda analogia con la configurazione della cultura come intelletto collettivo.

В обоих случаях мы обнаруживаем наличие, как минимум, двух принципиально отличных способов отражения мира и выработки новой информации с последующими сложными механизмами обмена текстами между этими системами.

In entrambi i casi troviamo la presenza di come minimo due modalità – in linea di principio diverse – di riflessione del mondo e di elaborazione di nuove informazioni attraverso successivi meccanismi complessi di scambio di testi tra questi sistemi.

В обоих случаях мы наблюдаем, в общих чертах,
анало­гичную структуру: в рамках одного сознания наличествуют как бы два сознания.

In entrambi i casi osserviamo, in linea generale, una struttura analoga: nell’àmbito di una coscienza sono come compresenti due coscienze.

Одно оперирует дискретной системой кодирования и образует тексты, складывающиеся как линейные цепочки соединенных сегментов.

Una opera con un sistema di codifica discreto e crea testi che si combinano come catene lineari di segmenti congiunti.

178

В этом случае основным носителем значения является сегмент (= знак), а цепочка сегментов (= текст) вторична, значение ее производно от значения

In questo caso il portatore principale di significato è il segmento (= segno) mentre la catena di segmenti è secondaria (= testo), il quale significato deriva dal significato dei segni.

знаков.

Во втором случае текст первичен.

Nel secondo caso il testo è primario.

Он является носителем основного значения.

È il portatore del significato principale.

По своей природе он не дискретен, а

Per sua natura non è discreto ma

~9~

Cinzia Minniti Lotman- Retorica: meccanismo sensogenerante

континуален.

continuo.

Смысл его не организуется ни линейной, ни временной последовательностью, а «размазан» в n-мерном семантическом пространстве данного текста (полотна картины, сцены, экрана, ритуального действа, общественного поведения или сна).

Il suo senso non è organizzato con una sequenza né lineare né temporale ma è “spalmato” nello spazio semantico n- dimensionale del testo dato (quadro, scena teatrale, schermo, atto rituale, comportamento sociale o sogno).

В текстах этого типа именно текст является носителем значения.

In testi di questo tipo è il testo stesso il portatore di significato.

Выделение составляющих его знаков бывает затруднительно и порой носит искусствен­ный характер.

La distinzione dei segni che lo compongono è complessa e talvolta artificiosa.

Таким образом, в рамках как индивидуального, так и коллективного сознания скрыты два типа генераторов текстов: один основан на механизме дискретности, другой континуален.

In questo modo, nell’ambito dell’intelletto individuale come di quello collettivo sono nascosti due tipi di generatori di testi: uno fondato sulla discretezza, l’altro sulla continuità.

Несмотря на то что каждый из этих механизмов имманентен по своему устройству, между ними существует по­стоянный обмен текстами и сообщениями.

Nonostante ognuno di questi meccanismi sia immanente secondo la propria configurazione, tra di essi è presente uno scambio costante di testi e messaggi.

Обмен этот совершается в форме семантического перевода.

Questo scambio avviene sotto forma di traduzione semantica.

Однако любой точный перевод подразумевает, что между единицами каких-либо двух систем установлены взаимно-однозначные отношения, в результате чего возможно отображение одной системы на другую.

Tuttavia ogni traduzione precisa sottintende che tra le unità di qualsiasi coppia di sistemi si stabiliscono delle relazioni biunivoche, e di conseguenza è possibile che un sistema si rappresenti nell’altro.

Это позволяет текст одного языка адекватно выразить средствами другого.

Questo permette al testo di una lingua di essere espresso adeguatamente con i mezzi dell’altra lingua.

Однако в случае, когда сополагаются дискретные и недискретные тексты, это в принципе невозможно.

Tuttavia in linea di principio non è possibile nel caso in cui vengano confrontati testi discreti e nondiscreti.

Дискретной и точно обозначенной семантической единице одного текста в другом соответствует некоторое

L’unità semantica discreta e precisamente univoca di un testo corrisponde nell’altro a una macchia di

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Cinzia Minniti Lotman- Retorica: meccanismo sensogenerante

смысловое пятно с размытыми границами и постепенными переходами в область другого смысла.

senso dai confini indistinti con continui passaggi nel campo di un altro senso.

Если же там и имеется sui generis сегментация, то она не сопоставима с типом дискретных границ первого текста.

Se anche qui si ha una segmentazione sui generis, non è però paragonabile al tipo di confini discreti del primo testo.

В этих условиях возникает ситуация непереводимости, однако именно здесь попытки перевода осуществляются с особенным упорством и дают наиболее ценные результаты.

In questi casi si presenta una situazione di intraducibilità, ma è proprio qui che i tentativi di traduzione sono particolarmente insistenti e danno i risultati più preziosi.

В этом случае возникает не точный перевод, а приблизительная и обусловленная определенным общим для обеих систем культурно- психоло­гическим и семиотическим контекстом эквивалентность.

In questo caso si giunge a una traduzione non precisa ma ha un’equivalenza approssimativa condizionata da un contesto psicologico- culturale e semiotico.

Подобный незако­номерный и неточный, однако в определенном отношении эквивалентный перевод составляет один из существенных элементов всякого творческого мышления.

Una simile traduzione irregolare e imprecisa, ma equivalente a certe condizioni, è uno degli elementi essenziali di qualunque pensiero creativo.

Именно эти «незакономерные» сближения дают толчки для воз­никновения новых смысловых связей и принципиально новых

Proprio questi accostamenti “irregolari” danno impulso alla creazione di nuovi legami di senso e in linea di principio a nuovi testi.

текстов.

Пара взаимно несопоставимых значимых элементов, между которыми устанавливается в рамках какого-либо контекста отношение адекватности, образует семантический троп.

Una coppia di elementi dai significati non comparabili tra i quali si stabilisce in un contesto un rapporto di adeguatezza, forma un tropo semantico.

В этом отношении тропы являются не внешним украшением, некоторого рода апплике, накладываемым на мысль извне, — они составляют суть творческого мышления, и сфера их даже шире, чем искусство.

Da questo punto di vista i tropi non sono un abbellimento esteriore, una sorta di appliqué sovrapposta al pensiero: sono l’essenza del pensiero creativo, e il loro campo di applicazione è addirittura più ampio dell’arte.

Она принадлежит творчеству вообще.

Essa appartiene alla creatività in generale.

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Cinzia Minniti Lotman- Retorica: meccanismo sensogenerante

Так, например, все попытки создания наглядных аналогов абстрактных идей, отображения с помощью отточий непрерывных процессов в дискретных формулах, построениях про­странственных физических моделей элементарных частиц и пр. являются риторическими фигурами

Così, ad esempio, tutti i tentativi di creazione di analoghi visivi di idee astratte, di rappresentazione di processi continui attraverso l’uso di puntini di sospensione nelle formule discrete, nelle costruzioni di modelli fisici spaziali di particelle elementari e così via sono figure retoriche (tropi).

(тропами).

И точно так же, как в поэзии, в науке закономерное сближение часто выступает в качестве толчка для формулиро­вания новой закономерности.

E esattamente come in poesia, nella scienza l’accostamento regolare spesso funge da stimolo per la formulazione di una nuova regolarità.

179

Теория тропов за века своего существования накопила обширную лите­ратуру по определению основных их видов: метафоры, метонимии и синек­дохи.

In un secolo di esistenza la teoria dei tropi ha raccolto una vasta letteratura per definirne i tipi principali: metafora, metonimia e sineddoche.

Литература эта продолжает расти.

Questa letteratura è in continua espansione.

Однако очевидно, что при любом логизировании тропа один из его элементов имеет словесную, а другой — зрительную природу, как бы замаскирован этот второй элемент ни был.

Tuttavia è evidente che nella logicizzazione di un tropo uno dei suoi elementi ha natura verbale e l’altro visiva, per quanto questo secondo elemento possa essere nascosto.

Даже в логических моделях метафор, создаваемых в целях учебных демонстраций, недискретный образ (зрительный или акустический) составляет имплициро­ванное посредующее звено между двумя дискретными словесными компонен­тами.

Anche nei modelli logici delle metafore creati a scopo didattico, l’immagine nondiscreta (visuale o acustica) è un collegamento intermedio implicito tra due componenti verbali discrete.

Однако чем глубже ситуация непереводимости между двумя языками, тем острее потребность в общем для них метаязыке, который перекидывал бы между ними мост, способствуя установлению эквивалентностей.

Ma più è ostica la situazione di intraducibilità fra due lingue, più è critica la necessità di un metalinguaggio che faccia da ponte favorendo l’instaurazione di equivalenze.

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Cinzia Minniti Lotman- Retorica: meccanismo sensogenerante

Именно языковая неоднородность тропов вызвала гипертрофию метаструктурных построений в «риторике фигур».

Уклон в догматизм на уровне метаописания компенсировал неизбежную неопределенность на уровне текста фигур.

Fu proprio l’eterogeneità linguistica dei tropi a causare un’ipertrofia delle costruzioni metastrutturali nella “retorica delle figure”.

Una deriva verso il dogmatismo a livello metadescrittivo ha compensato l’inevitabile indeterminatezza delle figure a livello di testo.

Ком­пенсация здесь получает особый смысл, поскольку риторические тексты от­личаются от общеязыковых существенной особенностью: образование язы­ковых текстов производится носителем языка стихийно, эксплицитные пра­вила актуальны здесь лишь для исследователя, строящего логические модели бессознательных процессов.

La compensazione acquisisce un senso particolare, in quanto i testi retorici si differenziano da quelli linguistici generali per la loro sostanziale particolarità: il parlante produce i testi linguistici spontaneamente; le regole esplicite sono pertinenti solo per il ricercatore, che crea dei modelli logici di processi inconsci.

В риторике процесс порождения текстов имеет «ученый», сознательный характер.

Правила здесь активно включены в самый текст не только на метауровне, но и на уровне непосредственной текстовой структуры.

In retorica il processo di сreazione di testi ha carattere “scientifico”, consapevole.

Le regole qui sono coinvolte attivamente nel testo stesso non solo in senso metalinguistico, ma anche direttamente nella struttura del testo.

Это создает специфику тропа, который одновременно включает в себя и элемент иррациональности (эквивалентность заведомо неэквивалентных и даже не располагаемых в одном ряду текстовых элементов) и имеет характер гипер-рационализма, связанный с включением сознательной конструкции не­посредственно в текст

Questo costituisce lo specifico del tropo, che contemporaneamente racchiude sia un elemento di irrazionalità (l’equivalenza di elementi del testo chiaramente non equivalenti e nemmeno sequenziali) e ha la caratteristica di essere iperrazionale, legato all’inclusione diretta di una costruzione cosciente nel testo di una figura retorica.

риторической фигуры.

Это обстоятельство особенно заметно в тех случаях, когда метафора строится не на основе столкновения слов, а как элемент, например, киноязыка.

Questa circostanza è particolarmente evidente nei casi in cui la metafora si costruisce non sulla base dell’incontro di due parole, ma come elemento, ad esempio, del linguaggio filmico.

Резкое монтажное сопоставление двух зрительных образов, казалось

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Quando in fase di montaggio si ha una brusca giustapposizione di due figure

Cinzia Minniti Lotman- Retorica: meccanismo sensogenerante

бы, обходится без коллизии между дискретностью и недискретностью или других ситуаций принципиальной непереводимости.

visive, sembrerebbe, si evita la collisione tra discretezza e nondiscretezza e altre situazioni di intraducibilità di principio.

Однако внимательное рассмот­рение убеждает, что метаструктура строится здесь на основе уподобления кадра слову естественного языка и механизм дискретности вносится в самоё структуру кинометафоры.

Tuttavia osservazioni attente convincono che la metastruttura è costruita in questo caso sulla base del paragone tra l’inquadratura e la parola del linguaggio naturale e il meccanismo di discretezza reca in sé la struttura della cinemetafora.

Можно убедиться и в другом: если один из членов кинометафоры, как правило, без усилия пересказывается словами (и созна­тельно ориентирован на такой пересказ), то другой, чаще всего, такому пересказу не поддается.

Ci si può convincere anche di un’altra cosa: se una delle parti della cinemetafora senza sforzo è riraccontabile in parole (e coscientemente è orientata verso questa rinarrazione), l’altra parte invece, spesso, non si presta a tale rinarrazione.

Приведем пример: в фильме венгерского режиссера Зольтана Фабри «Муравейник» (1971) в центре — исключительно сложная и многоплановая драма, развертывающаяся в венгерском женском монастыре в начале XX в.

Facciamo un esempio: nel film “Le monache” (1971) del regista ungherese Zoltán Fábri, al centro c’è un dramma eccezionalmente complesso e articolato su molti piani, che si svolge in un monastero femminile ungherese agli inizi del Novecento.

События находятся в сложных метафорических отношениях со снятыми крупным планом деталями барочного антуража храма.

I fatti hanno complessi legami metaforici con i dettagli ripresi in primo piano dell’entourage barocco della chiesa.

Среди них, в частности, выделяется рельефный медальон с изображением

Tra di essi in particolare si nota il bassorilievo del medaglione con la raffigurazione del seminatore.

сеятеля.

Этот член метафоры расшифровывается прямым переводом в словесный текст евангельской притчи о сеятеле (Мф 13: 2—3; Лк 8: 5—11; Мк 4: 1—2).

Questa parte della metafora si decifra con la traduzione diretta del testo verbale della parabola del seminatore (Matteo 13: 2-3; Luca 8:5-11; Marco 4:1- 2).

Другой член метафоры (происходящие события) словесно не пересказывается, а рас­крывается в отношении к первому (и другим, ему

L’altra parte della metafora (i fatti che avvengono) non può essere ridetta a parole, e si comprende solo facendo riferimento alla prima (e ad altre simili).

подобным).

180

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Принадлежность «риторики фигур» к L’appartenenza della “retorica delle

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уровню вторичного моделирования связана с ролью метамоделей и отличает этот пласт от уровня первичных знаков и символов.

figure” al piano di una modellizzazione secondaria è collegata al ruolo dei metamodelli e differenzia questo strato dal piano dei simboli e dei segni primari.

Так, например, агрессивный жест в поведении животного, если он не связан с реальным агрессивным действием и является его заменой, представляет собой элемент символического поведения.

Così ad esempio un gesto aggressivo da parte di un animale, se non è legato a un’azione reale aggressiva е la sostituisce, costituisce un elemento di comportamento simbolico.

Однако символ упот­реблен здесь в первичном значении.

Tuttavia in questo caso il simbolo é usato nel suo significato primario.

Другой случай, когда жест, имеющий характер сексуального символа, употребляется в значении подчинения доми­нирующей роли партнера в общей организации коллектива животных и утрачивает связь с половым содержанием.

L’altro caso è quello in cui il gesto a carattere sessuale è utilizzato con il significato di sottomissione al ruolo dominante del partner all’interno del branco e perde il legame con il contenuto sessuale.

Во втором случае мы можем говорить о метафорическом характере жеста и о наличии определенных элементов жестовой риторики.

Nel secondo caso possiamo parlare di carattere metaforico del gesto e della presenza di determinati elementi di retorica gestuale.

Приведенный пример говорит, что оппозиция «дискретное — континуальное» представляет собой лишь одну из возмож­ных — крайнюю — форму рождающей тропы семантической непереводимос­ти.

L’esempio riportato afferma che la contrapposizione “discreto-continuo” è solo una delle possibili forme generanti tropi dall’intraducibilità semantica, ed è una forma estrema.

Однако возможны столкновения и менее отдаленных сфер семантической организации, создающие контрасты, достаточные для появления «риторико-генной» ситуации.

Tuttavia sono possibili conflitti anche in ambiti più vicini dell’organizzazione semantica, che creano contrasti sufficienti a creare una situazione “retoricogena”.

Риторические фигуры (тропы).

Figure retoriche (tropi).

В традиционной риторике «приемы изме­нения основного значения слова именуются тропами» (Томашевский).

Nella retorica tradizionale “i procedimenti che cambiano il significato fondante della parola rispondono al nome di tropi” (T omaševskij).

В нео­риторике последних десятилетий делались многочисленные попытки уточнить

Nella neoretorica degli ultimi decenni sono stati fatti numerosi tentativi per precisare il significato dei tropi tanto in

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Cinzia Minniti Lotman- Retorica: meccanismo sensogenerante

значение как тропов вообще, так и конкретных их видов (метафора, мето­нимия, синекдоха, ирония) в соответствии с современными лингво- семиотическими идеями.

generale quanto nei loro aspetti concreti (metafora, metonimia, sineddoche, ironia) a seconda delle varie concezioni linguistico-semiotiche.

Основной опыт в этом направлении принадлежит Р. Якоб­сону.1

Un esperimento fondamentale in questa direzione è stato condotto da Jakobson.

Якобсон, выделяя два основных вида тропа: метафору и метонимию, связывает их с двумя основными осями структуры языка: парадигматической и синтаксической.

Jakobson distinguendo due tipi fondamentali di tropi, la metafora e la metonimia, li ha collegati ai due assi fondamentali della struttura della lingua: paradigmatico e sintagmatico.

Метафора представляет собой, по Якобсону, замещение п2онятия по оси парадигматики, что связано с выбором из парадигматического ряда, замещением in absentia и установлением смысловой связи по сходству: метонимия располагается на синтаксической оси и представляет собой не выбор, а сочетание in praesentia и установление связи по

La metafora, secondo Jakobson, è una sostituzione del significato sull’asse paradigmatico, legata a una scelta dalla catena paradigmatica, una sostituzione in absentia e la fissazione di legami di senso per somiglianza: la metonimia è disposta sull’asse sintagmatico e non è una scelta ma una combinazione in praesentia e la fissazione di legami di continuità.

смежности.

Рас­сматривая культурную функцию риторических фигур, Якобсон, с одной сто­роны, расширяет ее, видя в ней основу смыслообразования в любой семио­тической системе.

Considerando la funzione culturale delle figure retoriche, Jakobson da un lato la estende vedendo in essa la base per la formazione di senso in qualsiasi sistema semiotico.

Поэтому он применяет термин «метафора» и «метонимия» к кино,

Perciò applica i termini “metafora” e “metonimia” nel campo di cinema, pittura, psicoanalisi eccetera.

живописи, психоанализу и пр.

С другой, он сужает их, отводя метафоре сферу семиотической структуры = поэзии, а метонимии — сферу текста = прозы.

Dall’altro lato le limita inserendo la metafora nella sfera della struttura semiotica (= poesia), e la metonimia nella sfera del testo (= prosa).

«Метафора для поэзии и метонимия для прозы составляет линию 2 наименьшегосопротивления» .

“La metafora per la poesia e la metonimia per la prosa costituiscono la linea di minima resistenza”.

Таким образом, разграничение

In questo modo la differenziazione tra

1

Questions de poétique. Paris, 1973.

2

~ 16 ~

Roman Jakobson, «V poiskah sušnosti ǎzyka». Semiotika. A cura di Stepanov, 1983; Roman Jakobson,

Roman Jakobson, «Deux aspects du langage et deux types d’aphasie», Essais de linguistique

générale.Traduzione dall’inglese e prefazione a cura di Nicolas Ruwet. Paris, 1963.

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поэ­зия/проза получало объективное обоснование и из разряда частных категорий словесности переходило в число семиотических универсалий.

Концепция Якоб­сона получила развитие и уточнение в ряде работ. Так, У. Эко, исследуя лингвистические основы риторики, исходной фигурой считает метонимию.

В основе ее он усматривает наличие цепочек ассоциативных смежностей:

181

1) в структуре кода;
2) в структуре контекста; 3) в структуре референта.

Связь языковых кодов с культурными позволяет строить на основе ме­тонимии метафорические фигуры.

В этом же направлении работает мысль Ц. Тодорова, который связывает метафору с удвоением синекдохи.

Впрочем, позиция последнего, в определенной мере, сближается с концепцией груп­пы («льежская группа»).

В 1970 г. «группа μ» (Ж. Дюбуа, Ф. Эделин, Ж.-М. Клинкенберг, Ф. Мэнге, Ф. Пир, А. Тринон) разработала детальную таксометрическую классификацию тропов, основанную на анализе «сем» и семантико- лексических компонентов.

В качестве первичной фигуры они рас­сматривают синекдоху.

Метафора и метонимия трактуются ими как произ­водные фигуры, результат различных усложнений

poesia e prosa ha un fondamento obiettivo e da categoria particolare della letteratura è diventata uno degli universali semiotici.

La concezione di Jakobson ha avuto progressi e revisioni in una serie di studi, come quelli di Umberto Eco, che analizzando le fondamenta linguistiche della retorica ha definito la metonimia la figura di base.

Su questa base ha osservato la presenza di catene di contiguità associative:

1) nella struttura del codice; 2) nella struttura del contesto; 3) nella struttura del referente.

Il legame tra codici linguistici e culturali permette di costruire delle metafore basate sulla metonimia.

In questa direzione è rivolto il pensiero di Todorov, che collega la metafora alla duplicazione della sineddoche.

Ad ogni modo la posizione di quest’ultima, in misura limitata, si avvicina alla concezione del gruppo (gruppo di Liegi).

Nel 1970 il Gruppo μ (Dubois, Edeline, Klinkenberg,
Mingue, Trinon) ha elaborato una classific tassonometrica dei tropi fondata sull’anal “semi” e

delle componenti semantico-lessicali.

In quanto figura iniziale, hanno analizzato la sineddoche.

La metafora e la metonimia vengono considerate figure derivate, risultato di complicazioni varie dei tipi iniziali di

~ 17 ~

Cinzia Minniti Lotman- Retorica: meccanismo sensogenerante

исходных типов синекдохи.

sineddoche.

Построение это подверглось критике со стороны Никола Рюве с лингвисти­ческих позиций и П. Шофера и Д. Раиса — с литературной точки зрения.3

Questa costruzione ha subito critiche da parte di Nicolas Ruwet dal punto di vista linguistico e da Shofer e Rice (da un punto di vista letterario).

Мнение Н. Рюве: «В вопросе риторики вообще и тропов в частности главная задача предикативной теории заключается в попытке ответить на вопрос: в каких условиях данное лингвистическое выражение получает переносное зна­чение»4 — представляется вполне обоснованным.

Risulta totalmente fondato il pensiero di Ruwet: ” Sulla questione della retorica in generale e dei tropi in particolare il compito principale della teoria predicativa consiste nel tentativo di rispondere alla domanda: in quali condizioni questa forma linguistica ha un significato figurato”.

Итоговое определение тропа, достигнутое неориторикой, звучит так: «Троп — семантическая транс­позиция от знака in praesentia к знаку in absentia:

La definizione ultima di tropo, ottenuta dalla neoretorica, risulta così: “Il tropo è una trasposizione semantica dal segno in praesentia al segno in absentia:

1) основанная на перцепции связи между одним или более семантическим признаком обозначаемого;

1) fondata sulla percezione del legame tra uno o più segni semantici del denotatum;

2) отмеченная семантической несовместимостью микро- и макроконтекс­тов;

2) marcata da un’incompatibilità semantica tra microcontesto e macrocontesto;

3) обусловленная референциальной связью по сходству, или причинности, или включенности, или оппозиции»5.

3) legata a un legame referenziale per similitudine o causalità, o inclusione o opposizione”.

Классическая риторика разработала разветвленную классификацию фигур.

La retorica classica ha elaborato una classificazione ramificata delle figure retoriche.

Термин «фигура» (σχήμα) был впервые употреблен Анаксименом из Лампсака (IV в. до Р. X.).

Il termine “figura” (σχήμα) è stato usato per la prima volta da Anassimene di Lampsaco (IV secolo a.C.)

Вопрос был тщательно разработан Аристотелем, ученики которого (в особенности Деметрий Фалерский) ввели разделение на «фигуры речи» и

La questione è stata discussa accuratamente da Aristotele, i quali allievi (in particolare Demetrio Falereo) hanno introdotto la distinzione tra “figure

3 4

Vedere: Gruppo μ. «Miroires rhétoriques: sept alas de reflexion», Poétique, 1977:29.

5 Donald Rice, Peter Schofer, «Metaphor, metonymy and synecdoche», Semiotica, XXI- 1977:1—2. ~ 18 ~

Nicolas Ruwet, «Synecdoques et métonymies», Poétique, Vol. XXIII- 1975.

Cinzia Minniti Lotman- Retorica: meccanismo sensogenerante

«фигуры мысли».

del discorso” e “figure del pensiero”.

В дальнейшем система фигур неоднократно рас­сматривалась античными, средневековыми и авторами эпохи классицизма и достигла большой сложности.

In seguito il sistema è stato analizzato dagli autori antichi e medievali come quelli del сlassicismo e ha raggiunto una grande complessità.

Неориторика оперирует в основном тремя понятиями: метафора — семантическое замещение по сходству или подобию какой-либо «семы», метонимия — замещение по смежности, ассоциации, причинности (разные авторы подчеркивают различные типы связей), синек­доха, которая одними авторами рассматривается как основная, примарная фигура, а другими в качестве частного случая метонимии, — замещение на основе причастности, включенности, парциальности или замещение множе­ственности единичностью.

La neoretorica opera sulla base di tre concetti: metafora (sostituzione semantica per similitudine o somiglianza a qualche “seme”); metonimia (sostituzione per contiguità, associazione, causalità; alcuni autori indicano diversi tipi di legami); sineddoche, da alcuni autori considerata la figura fondante e primaria e da altri un caso particolare della metonimia (sostituzione sulla base di implicazione, inclusione, parzialità o sostituzione del plurale con il singolare).

П. Шофер и Д. Райс сделали попытку восстановить в числе фигур иронию.

Shofer e Rice provarono a reinserire l’ironia tra le figure.

182

Типологическая и функциональная природа фигур.

La natura tipologica e funzionale delle figure.

Изучение логических основ классификации тропов не должно заслонять вопроса об их типологи­ческой и функциональной телеологии, вопрос «Что такое тропы?» не отменяет других: «Как они работают в тексте?», «Какова их цель в смысловом механизме речи?».

Lo studio dei fondamenti logici della classificazione dei tropi non deve mettere da parte la domanda sulla loro teleologia tipologica e funzionale; la domanda “Cosa sono i tropi?” non annulla le altre: “Come si comportano nel testo?”, “Qual’ è il loro scopo nel meccanismo di senso del discorso?”.

Ближе всего из писавших о неориторике к этому вопросу подошли Р. Якобсон и У. Эко, первый, указав на связь проблемы с оппозицией поэзия/проза, а второй, введя в обсуждение ассоциативные цепи.

I neoretorici che si sono avvicinati di più a questa questione sono Jakobson e Eco, il primo riscontrando problemi nel legame tra l’opposizione poesia/prosa, il secondo introducendo nella discussione le catene associative.

~ 19 ~

Cinzia Minniti Lotman- Retorica: meccanismo sensogenerante

Следует обратить внимание на то, что существуют культурные эпохи, целиком или в значительной мере ориентированные на тропы, которые становятся обязательным признаком всякой художественной речи, а в неко­торых предельных случаях — всякой речи вообще.

È necessario considerare che esistono delle epoche culturali orientate interamente o in misura considerevole verso i tropi, i quali diventano una caratteristica fondamentale di ogni discorso artistico, mentre in alcuni casi limite il discorso tout court.

Вместе с тем можно было бы указать и на целые эпохи, в которые художественно-значимым делается именно отказ от риторических фигур, и речь, для того чтобы восприниматься как художественная, должна воспроизводить нормы нехудожественной речи.

Tuttavia esistono intere epoche nelle quali diviene significativo dal punto di vista artistico proprio il rifiuto delle figure retoriche, e il discorso, affinché sia percepito come artistico, deve riprodurre le norme del discorso non artistico.

В качестве эпох, ориентированных на троп, можно назвать мифопоэтический период, средневековье, барокко, романтизм,

In quanto epoche orientate sui tropi, possono essere definite periodo mitopoietico medioevo, barocco, romanticismo, simbolismo e avanguardie.

символизм и авангард.

Обобщая семантические принципы всех этих разнородных текстообразующих структур, мы, возможно, сможем установить и типологическую природу тропа.

Estendendo i principi semantici di tutte queste strutture testogeneranti eterogenee possiamo forse determinare la natura tipologica del tropo.

Во всех перечисленных стилях широко практикуется замена

In tutti gli stili elencati viene ampiamente praticata una sostituzione tra unità semantiche.

семантических единиц другими.

Однако существенно подчеркнуть, что во всех случаях заменяющее и заменяемое не только не являются адекватными по каким-либо существен­ным семантическим и культурным параметрам, но обладают прямо проти­воположным свойством

Tuttavia è fondamentale sottolineare che in tutti i casi il sostituendo e il sostituito non soltanto non sono adeguati per qualche parametro fondamentale semantico e culturale, ma hanno semplicemente la proprietà inversa, l’incompatibilità.

— несовместимостью.

Замена осуществляется по принципу коллажа, где написанные маслом детали картины соседствуют с приклеенными натуральными объектами (приклеенная деталь по отношению к расположенной рядом нарисованной будет выступать как

La sostituzione avviene secondo il modello del collage, in cui i dettagli dipinti a olio affiancano i soggetti naturali incollati (un dettaglio incollato in relazione al dipinto collocato a fianco funge da metonimia, e in relazione a quello potenzialmente dipinto che

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Cinzia Minniti

Lotman- Retorica: meccanismo sensogenerante

метонимия, а по отношению к той потенциально нарисованной, которую она заменяет, — как метафора).

sostituisce, funge da metafora).

Нарисованные и приклеенные объекты принадлежат к разным и несовместимым мирам по признакам: реальность/иллюзорность, двухмерность/трехмерность, знаковость/незнаковость и пр.

I soggetti dipinti e incollati appartengono a mondi differenti e incompatibili per le seguenti caratteristiche: realtà/illusorietà, bidimensionalità/ tridimensionalità, segnità/non segnità e altre.

В пределах целого ряда традиционных культурных контекстов встреча их в пределах одного текста абсолютно запрещена.

Nell’ambito di un’intera serie di contesti tradizionali culturali è assolutamente vietato trovarle in uno stesso testo.

И именно поэтому соединение их образует тот исклю­чительно сильный семантический эффект, который присущ тропу.

Эффект тропа образуется не наличием общей «семы» (по мере увеличения числа общих «сем» эффективность тропа снижается, а тавтологическая тождествен­ность делает троп невозможным), а вкрапленностью их в несовместимые семантические пространства и степенью семантической удаленности

замещаемого замещающим.

E proprio per questo la loro unione crea quell’effetto semantico eccezionalmente forte che è tipico del tropo.

L’effetto del tropo non è creato dalla presenza di un “sema” comune (a misura dell’aumento del numero dei “semi” comuni l’efficacia del tropo diminuisce, mentre l’identità tautologica rende il tropo impossibile), ma da una loro disseminazione in spazi semantici incompatibili e dal grado di distanza semantica divergente dei “semi” non coincidenti.

несовпа­дающих «сем».

Семантическая удаленность может образовываться за счет разных аспектов непереводимости

La distanza semantica può formarsi a causa di varie forme di intraducibilità tra sostituendo e sostituito.

Это могут быть отношения одно/многомерности, дискретности/непрерывности, материальности/нематериальности, земного/потустороннего и пр.

Può trattarsi dei legami di unidimensionalità/pluridimensionalità, discretezza/continuità, materialità/immaterialità, terrestrità/nonterrestrità e altri.

И на уровне референта, и при сопоставлении соответствующих семантических пространств границы заменяемого и замещающего настолько несопоставимы, что задача установ­ления соответствия приобретает иррациональный характер.

E a livello di referente, attraverso la giustapposizione degli spazi semantici corrispondenti i confini del sostituendo e del sostituito sono così incomparabili che il compito di stabilire le corrispondenze assume carattere irrazionale.

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Cinzia Minniti Lotman- Retorica: meccanismo sensogenerante

Она делается условной, приблизительной, предполагаемой, создает не простое семантиче­ское смещение, а принципиально новую и парадоксальную семантическую ситуацию.

Tale compito diventa convenzionale, approssimativo, presunto, e non crea una deviazione semantica semplice ma una situazione semantica paradossale e in linea di principio nuova.

Не случайно типологически тяготеют к тропам культуры, в основе

Non a caso tipologicamente gravitano intorno ai tropi della cultura, alla base delle cui visioni del mondo

183

картины мира которых лежит принцип антиномии и иррационального

про­тиворечия.

sta il principio dell’antinomia e della contraddizione irrazionale.

Если относительно метафоры это представляется очевидным, то приме­нительно к метонимии может показаться, что, поскольку здесь замена совер­шается по связи внутри одного знакового ряда, то заменяющий и заменяемый члены в данном случае однородны.

Se relativamente alla metafora questo risulta evidente, applicato alla metonimia può sembrare che siccome in questo caso la sostituzione avviene come relazione all’interno della stessa serie di segni, il sostituendo e il sostituito in questo caso sono dello stesso genere.

Однако на самом деле метафора и метонимия в этом отношении изофункциональны: цель их состоит не в том, чтобы с помощью определенной семантической замены высказать то, что может быть высказано и без ее помощи, а в том, чтобы выразить такое содержание, передать такую информацию, которая иным способом передана быть не может.

Tuttavia in realtà la metafora e la metonimia in questo senso sono isofunzionali: il loro scopo non è quello di esprimere, mediante una sostituzione semantica precisa, quello che può essere espresso altrimenti, ma esprimere un contenuto (trasmettere un’informazione) che altrimenti non può essere espresso.

В обоих случаях (и для метафоры, и для метонимии) между прямым и переносным значением не существует отношений взаимооднознач­ного соответствия, а устанавливается лишь приблизительная

In entrambi i casi (sia per la metafora che per la metonimia) tra significato diretto e traslato non c’è un rapporto di corrispondenza biunivoca, ma si stabilisce solo una corrispondenza approssimativa.

эквивалентность.

В тех случаях, когда от постоянного употребления или по какой-либо

другой причине между прямым и

Nei casi in cui per l’uso costante o per qualsiasi altra causa tra significato diretto e traslato (tropo) si instaura un

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Cinzia Minniti Lotman- Retorica: meccanismo sensogenerante

переносным значением (тропом) устанавливается отношение взаимооднозначного соответствия, а не семантической осцилляции, перед нами — стершийся троп, который лишь генетически является ритори­ческой фигурой, но функционирует как фразеологизм в его устойчивом словарном значении.

rapporto di corrispondenza biunivoca e non di oscillazione semantica, siamo in presenza di un tropo consunto, che è una figura retorica solo geneticamente, ma funziona come fraseologismo nel suo preciso significato dizionariale.

Это, видимо, и есть ответ на вопрос, поставленный Н. Рюве.

Questa evidentemente è anche una risposta alla questione posta da Ruwet.

Приведем несколько примеров.

Portiamo qualche esempio.

Если икону в том ее семиотическом значении, которое она приобрела в Византии и всей восточной церкви, можно считать метафорой, то святая реликвия выступает как метонимия.

Se l’icona nel suo significato semiotico, che ha assunto a Bisanzio e in tutta la chiesa ortodossa, può essere definita una metafora, la reliquia funge da metonimia.

Реликвия является частью тела святого или вещью, находившейся с ним в непосред­ственном контакте.

La reliquia è parte del corpo di un santo o un oggetto a diretto contatto col corpo stesso.

В этом смысле вещественный, воплощенный, телесный облик святого заменяется телесной же частью его или вещественным пред­метом, с ним связанным.

In questo senso il corpo viene sostituito dall’immagine materiale, incarnata, corporale del santo con una sua parte corporale o un oggetto materiale oppure legato al corpo stesso.

Икона же, как это было первоначально намечено у Оригена и получило обоснование в писаниях Григория Нисского, псевдо-Дионисия Ареопагита, представляет собой вещественный и выраженный знак невещественной и невыразимой сущности божества.

L’icona come fu descritta da Origene e ottenne fondamento negli scritti di Gregorio di Nissa, Pseudodionigi l’areopagita, rappresenta un segno materiale ed espresso della sostanza immateriale e inespressa della divinità.

Нарисованное на иконе являет собой изображение в первичном и прямом смысле.

Ciò che è raffigurato nell’icona è la rappresentazione in senso primario e diretto.

Климент Алек­сандрийский прямо уподобил зримое словесному: говоря о том, что Христос, вочеловечившись,

Clemente Alessandrino comparò direttamente il visibile al verbale: dicendo che Cristo, umanizzandosi ha assunto un’immagine “poco attraente” e

принял образ «невзрачный» и

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Cinzia Minniti Lotman- Retorica: meccanismo sensogenerante

лишенный телесной красоты, он отмечает: «Ибо всегда следует постигать не слова, а то, что они обозна­чают»6.

priva di bellezza corporea, rileva: «Perché occorre sempre comprendere non le parole, ma ciò che esse denotano».

Таким образом, между метафорическим выражением и метафоричес­ким же содержанием устанавливаются сложные семантические отношения неравенства и неоднозначности, исключающие рационалистическую операцию взаимной замены в обоих

In questo modo tra espressione metaforica e contenuto metaforico si instaurano complessi rapporti semantici di disparità e di nonunisemia che escludono l’operazione razionale di sostituzione reciproca in entrambe le direzioni.

направлениях.

Риторический характер иконы про­является, в частности, в том, что роль первого члена метафоры может выполнять не всякое изображение, а лишь такое, которое выполнено в соответствии с утвержденным живописным каноном, закрепившим риторику композиции, цветовой гаммы и других художественных решений.

Il carattere retorico dell’icona può manifestarsi in particolare quando il ruolo della prima parte della metafora non è in grado di effettuare qualsiasi rappresentazione, ma solo quella effettuata in conformità al canone pittorico che ha fissato la retorica della composizione, dello spettro cromatico e di altre scelte artistiche.

Более того, поскольку икона представляется метафорой, возникающей на столкновении двух разнонаправленных энергий: энергии божественного Логоса, который

Perdipiù, siccome l’icona è una metafora nata dall’incontro di due energie multidirezionali — l’energia del Logos divino, che

184

стремится высказать себя людям (поэтому создание иконы — активный акт со стороны ее самой; икона является достойным, а не просто рисуется художником), и энергии человека, который возносится в поисках высшего знания, — она представляет часть ритуально- риторического контекста, ко­торый охватывает не только процесс создания иконописцем иконы, но и весь духовный строй его жизни,

cerca di rivelarsi alle persone (perciò la creazione dell’icona è un atto attivo che parte da se stesso; l’icona ha una sua dignità, non viene semplicemente dipinta dall’artista), e l’energia della persona, che emerge dalle ricerche di una conoscenza superiore — fa parte del contesto rituale retorico che racchiude non solo il processo di creazione delle icone da parte dell’iconografo, ma anche il peso della struttura spirituale della sua vita, implica

6 Vedere: Viktor Vasilevič Byčkov, Vizantijskaâ èstetika. Teoretičeskie problemy, 1977:30—40. ~ 24 ~

Cinzia Minniti Lotman- Retorica: meccanismo sensogenerante

подразумевает строгую и праведную жизнь, молитвы, пост и духовное вознесение.

una vita rigorosa e giusta, preghiere, digiuni e elevazione spirituale.

Интересно, что, когда Гоголь предъявил именно такие требования к жизни художника (вторая редакция «Портрета», статья «Исторический живописец Иванов» в «Выбранных местах из переписки с друзьями») и писателя, все его творчество приобрело в его собственных глазах характер грандиозной метафоры.

È interessante che quando Gogol’ ha dichiarato proprio questi requisiti per la vita dell’artista (seconda redazione del Ritratto, articolo Il pittore storico Ivanov, Passi scelti dalla corrispondenza con gli amici) e dello scrittore, tutta la sua opera ha assunto ai suoi occhi il carattere di un’immensa metafora.

На фоне такой трактовки иконы реликвия может показаться явлением семантически одноплановым.

Sullo sfondo di una tale teoria dell’icona la reliquia può apparire semanticamente un fenomeno monoplanare.

Однако такое представление поверхностно.

Ma è una concezione superficiale.

Отношение материальной реликвии к телу святого, конечно, однопланово.

Il rapporto tra la reliquia materiale e il corpo del santo, naturalmente, è monoplanare.

Но не следует забывать, что само понятие «тело святого» таит в себе ме­тафору инкарнации и сложное, иррациональное отношение выражения и содержания.

Ma non bisogna scordare che il concetto stesso di «corpo del santo»

nasconde in sé la metafora dell’incarnazione e un complesso e irrazionale rapporto tra forma e contenuto.

На совершенно иной идейно- культурной основе вырастает метафоризм эпохи барокко.

Su una base ideologico-culturale completamente diversa nasce il metaforismo dell’epoca del barocco.

Однако и здесь мы сталкиваемся с тем, что тропы (границы, отделяющие одни виды тропов от других, приобретают в текстах барокко исключительно зыбкий характер) составляют не внешнюю замену одних элементов плана выражения другими, а способ образования особого строя сознания.

Tuttavia in questo caso abbiamo a che fare col fatto che i tropi (i confini – che separano un tipo di tropo dall’altro, acquisiscono carattere eccezionalmente instabile nei testi del barocco) costituiscono non una sostituzione esterna di alcuni elementi del piano dell’espressione con altri elementi, ma un mezzo di formazione di uno specifico sistema di coscienza.

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Cinzia Minniti Lotman- Retorica: meccanismo sensogenerante

При этом мы снова обнаруживаем характерное сближение взаимо­непереводимых сфер словесных и иконических, дискретных и недискретных знаков.

In questo modo nuovamente troviamo il tipico accostamento di sfere verbali e iconiche reciprocamente intraducibili, di segni discreti e continui.

Так, Лопе де Вега называет Марино великим художником для слуха, а Рубенса — великим поэтом для зрения.

Così Lope de Vega definisce Marino un grande artista per l’udito, e Rubens un grande poeta per la vista.

А Тезауро называет архитектуру «метафорой из камня».

Invece Tesauro definisce l’architettura «metafora dalla pietra».

В «Подзорной трубе Аристотеля» Тезауро разработал учение о Метафоре как универсальном принципе и человеческого, и боже­ственного сознания.

Nel Cannochiale aristotelico Tesauro ha elaborato uno studio sulla metafora come principio universale della coscienza umana e divina.

В основе его лежит остроумие — мышление, основанное на сближении несхожего, соединении несоединимого.

Alla sua base risiede l’ingegno, il pensiero, fondato sull’accostamento del diverso e dell’unione di ciò che non si può unire.

Метафорическое созна­ние приравнивается творческому, и даже акт божественного творчества пред­ставляется Тезауро как некое высшее Остроумие, которое средствами метафор, аналогий и

La coscienza metaforica è equiparata al creativo e persino l’atto di creazione divina appare a Tesauro come una sorta di ingegno superiore, che per mezzo di metafore, analogie e concetti crea il mondo.

кончетто творит мир.

Тезауро возражает против тех, кто видит в риторических фигурах внешние украшения, — они составляют для него самое основу механизма мышления, той высшей Гениальности, которая оду­хотворяет и человека, и вселенную.

Tesauro obietta contro coloro che vedono nelle figure retoriche un abbellimento superficiale: le metafore costituiscono la base del meccanismo di pensiero, quella genialità superiore che spiritualizza l’individuo e l’universo.

Обращаясь к эпохе романтизма, мы обнаруживаем сходную картину: хотя метафора и метонимия имеют

Passando all’epoca del romanticismo, troviamo un quadro simile: sebbene la metafora e la metonimia abbiano la tendenza alla confluenza diffusa, la

тенденцию к диффузному слиянию 7,

7

~ 26 ~

Vedere: Michel Grimaud, «Sur une métaphore métonymique hugolienne selon Jacques Lacan», Littérature,

1978:29. February.

Cinzia Minniti Lotman- Retorica: meccanismo sensogenerante

общая установка на троп как основу стилеобразования выступает со всей очевид­ностью.

disposizione generale al tropo come base della formazione stilistica si manifesta in tutta evidenza.

Идея органического синтеза, слияния различных разделенных и несливаемых сторон жизни, с одной стороны, и мысль о невыразимости сущности жизни средствами какого- либо одного языка (естественного языка или какого-либо изолированно взятого языка отдельного искусства) — с другой, породили метафорическое и метонимическое перекодирование знаков

L’idea, da un lato, di sintesi organica e di confluenza di parti della vita differenti, divise e non fondibili, e dall’altro di pensiero sull’inesprimibilità dell’essenza della vita con i mezzi di qualsiasi lingua (linguaggio naturale o un linguaggio a sé stante di un’arte specifica), ha generato una ricodifica metaforica e metonimica delle lingue

185

различных семиотических систем.

di diversi sistemi semiotici.

Вакенродер в «Сердечных излияниях мо­наха, любителя искусств» отождествлял язык символов, эмблем и метафор с искусством как таковым: «Искусство есть язык совсем иного рода, нежели природа; но и ему присуща чудесная власть над человеческим сердцем, достигаемая подобными же темными и тайными

Wackenroder in «Sfoghi del cuore di un monaco amante dell’arte» ha identificato la lingua dei simboli, degli emblemi e delle metafore con l’arte in quanto tale: «L’arte è un linguaggio di un genere completamente diverso dalla natura; ma pure ha un potere miracoloso sul cuore umano, raggiunto per mezzo di simili percorsi oscuri e misteriosi.

путями.

Оно говорит при помощи изображений людей и таким образом пользуется иероглифическим письмом, знаки которого по внешности нам знакомы и понятны.

Questo linguaggio parla grazie alle raffigurazioni di uomini e quindi fa uso della scrittura geroglifica, di cui conosciamo l’aspetto esteriore dei segni, che comprendiamo.

Однако оно так трогательно и восхитительно сплавляет с этими видимыми образами духовное и платоническое, что и в этом случае все наше существо и все, что ни есть в нас, приходит в волнение и бывает потрясено до основания»8.

Tuttavia questo linguaggio fonde modo così commovente e delizioso in questi esempi visibili lo spirituale e il platonico, che anche in questo caso tutta la nostra essenza e tutto ciò che non è in noi si mettono in agitazione e vengono scossi fino alle fondamenta».

~ 27 ~

8 W.H. Wackenroder, «O dvuh udivitel’nyh ǎzykah i ih tainstvennoj sile», Literaturnye manifesty zapadnoevropejsckih romantikov, a cura di A. S. Dmitriev, 1980:76.

Cinzia Minniti

Lotman- Retorica: meccanismo sensogenerante

Наконец, в основе поэтики разнообразных течений авангарда лежит принцип соположения.

Infine, alla base della poetica delle diverse correnti dell’avanguardia sta il principio della giustapposizione.

Образуемые таким путем фигуры, как правило, могут читаться и как метафоры, и как метонимии.

Le figure così formate generalmente possono essere lette sia come metafore sia come metonimie.

Существенно другое: смысло­образующим принципом текста в целом делается соположение принципиально несоположимых сегментов.

Un altro aspetto è significativo: per mezzo del principio sensogenerante del testo nell’insieme viene fatta una giustapposizione di segmenti in linea di principio non giustapponibili.

Их взаимная перекодировка образует язык мно­жественных прочтений, что раскрывает неожиданные резервы

смыслов.

La loro reciproca ricodifica forma un linguaggio dalle molteplici letture, che rivela inaspettate riserve di senso.

Таким образом, троп не является украшением, принадлежащим лишь сфере выражения, орнаментализацией некоего инвариантного содержания, а является механизмом построения некоего, в пределах одного языка не кон­струируемого, содержания.

Il tropo non è dunque un abbellimento appartenente soltanto alla sfera dell’espressione, dell’ornamentazione di un certo contenuto invariante, ma è un meccanismo di costruzione di un contenuto non costruito nell’ambito di un linguaggio.

Троп — фигура, рождающаяся на стыке двух языков, и в этом отношении он изоструктурен механизму творческого созна­ния как

Il tropo è una figura che nasce alla giunzione di due linguaggi, e da questo punto di vista è isostruttrale al meccanismo della coscienza creativa in quanto tale.

такового.

Это обуславливает и положение, согласно которому любые логические дефиниции риторических фигур, игнорирующие их билингвиальную природу, и связанные с ними модели принадлежат метаязыку нашего теоретического описания, но ни в коей мере не являются генеративными механизмами порождения тропов.

Questo condiziona sia la situazione secondo cui qualsiasi definizione logica di figure retoriche che ignora la propria natura bilingue e che è legata a modelli ad esse connesse appartengono al metalinguaggio della nostra descrizione teorica, ma in nessuna misura sono meccanismi generativi dei tropi.

Более того, игнорируя то, что троп есть механизм порождения семантической неоднозначности,

механизм, вносящий в семиотическую

Inoltre, ignorando che il tropo è un meccanismo di generazione di ambiguità semantica, meccanismo che porta nella struttura semiotica della

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структуру культуры необходимую ей степень неопределен­ности, мы не получим и адекватного описания этого явления.

cultura il grado di indeterminatezza necessario non ricaviamo nemmeno una descrizione adeguata di questo fenomeno.

Функция тропа как механизма семантической неопределенности обусло­вила то, что в явной форме, на поверхности культуры, он проявляется в системах, ориентированных на сложность, неоднозначность или невырази­мость истины.

La funzione del tropo come meccanismo di indeterminatezza semantica ha condizionato il fatto che nella forma esplicita, sul piano della cultura, il tropo appare nei sistemi orientati alla complessità, all’ambiguità o inesprimibilità della verità.

Однако «риторизм» не принадлежит каким-либо эпохам куль­туры исключительно: подобно оппозиции «поэзия/проза», оппозиция «рито­ризм/антириторизм» принадлежит к универсалиям человеческой культуры.

Tuttavia il “retorismo” non appartiene esclusivamente a nessuna epoca della cultura: come nell’opposizione “poesia/prosa”, l’opposizione “retorismo/antiretorismo” appartiene agli universali della cultura umana.

Оба члена этой оппозиции взаимосвязаны, и семиотическая активность одного из них подразумевает актуализацию другого.

Le due componenti di questa opposizione sono interconnesse, e l’attività semiotica di una delle due implica l’attualizzazione dell’altra.

В культуре, для которой рито­рическая насыщенность сделалась традицией и вошла в инерцию читатель­ского ожидания, троп входит в нейтральный фонд языка и перестает вос­приниматься как риторически активная единица.

In una cultura – per la quale la densità retorica è diventata tradizione ed è entrata nell’inerzia dell’aspettativa del lettore, il tropo entra nello sfondo neutro della lingua e cessa di essere recepito come unità retoricamente attiva.

На этом фоне «антирито­рический» текст, составленный из элементов прямой, а не переносной семантики, начинает восприниматься как метатроп, риторическая фигура, подвергшаяся вторичному упрощению, причем второй язык редуцирован до нуля.

Su questo background il testo “antiretorico”, composto di elementi di semantica diretta, non figurata, comincia a essere recepito come metatropo, una figura retorica passibile di semplificazione secondaria, laddove il secondo linguaggio è ridotto a zero.

186

Эта «минус-риторика», субъективно

Questa “minus-retorica”, percepita

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Cinzia Minniti Lotman- Retorica: meccanismo sensogenerante

воспринимаемая как сближение с реальностью и простотой, представляет собой зеркальное отражение риторики и включает своего эстетического противника в собственный культурно- семи­отический код.

soggettivamente come accostamento alla realtà e alla semplicità, rappresenta il riflesso speculare della retorica e include il proprio antagonista estetico nel proprio codice culturale-semiotico.

Так, безыскусственность неореалистического фильма на самом деле таит в себе латентную риторику, действенную на фоне стершейся и переставшей «работать» риторики помпезных псевдоисторических киноэпопей и великосветских

Così l’inartificiosità del film neorealista in realtà cela al suo interno una retorica latente, efficace sullo sfondo della retorica consunta che ha smesso di “funzionare” delle cinoepopee pseudostoriche pompose e delle commedie del gran mondo.

комедий.

В свою очередь кинематографическое барокко фильмов Феллини реабилитирует риторику как основу конструкции смыслов большой сложности.

A sua volta il barocco cinematografico dei film di Fellini riabilita la retorica come base per la costruzione di sensi di grande complessità.

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Cinzia Minniti Lotman- Retorica: meccanismo sensogenerante

Riferimenti bibliografici

Lotman, «Vnutri myslǎših mirov, Moskvà, Jazuky russkoj kul’tury, 1996:464.

ISBN 5-7859-0006-8 47-60

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LA LIS DAL PUNTO DI VISTA SEMIOTICO DANIELA BOLLINI

LA LIS DAL PUNTO DI VISTA SEMIOTICO

DANIELA BOLLINI

FONDAZIONE SCUOLE CIVICHE MILANO Dipartimento Lingue
Scuola Superiore per Mediatori Linguistici via Alex Visconti, 18 20151 MILANO

Relatore: prof. Bruno OSIMO
Correlatrice: Chiara FASSINA – interprete LIS

Diploma in Scienze della Mediazione Linguistica 16 marzo 2005

© Daniela Bollini 2005

Parecchi udenti di mia conoscenza sono rimasti perplessi nell’apprendere l’argomento della mia tesi. È a loro che voglio dedicare questo lavoro.

English abstract

The purpose of this work is to highlight the main semiotic features of Italian Sign Language (LIS), which is the visual-gestural language used by the Italian deaf community.

This work consists of three chapters. Chapter 0 presents the context surrounding LIS: the starting point consists of the difficulties in communication faced by the deaf and the subsequent need for a visual-gestural language. It is then pointed out why only the word ‘sordo’ (‘deaf’) was adopted in this paper, while ‘sordomuto’ (‘deaf and dumb’) and ‘non udente’ (‘non-hearing’) were purposely avoided. After some historical information on the emancipation of the deaf in Europe and the US and the emergence of sign languages (SLs), some widely held beliefs are debunked: there is not just one SL in the world but a variety of them; SLs fully enjoy the status of ‘language’; signs are not the same as gestures. The final part of chapter 0 is devoted to a peculiar feature of SLs, name signs, that is signs used to identify each member within the deaf community.

Chapter 1 focuses on how LIS is performed practically and it is divided into three parts. The first deals with manual constituents of signs: location (where the hands articulate the sign), handshape, orientation (the position of the hand with respect to the body, and also to the other hand in two-handed signs), and movement (of the hand). The second part covers non-manual constituents of signs: facial expressions, posture (positions and movements of head, neck and shoulders) and oral components (lip and mouth movements). The third presents some notions about LIS morphology and syntax: plural formation, verb classes, temporal references, classifiers , types of sentences, role taking, sign order.

Chapter 2 considers LIS from a semiotic point of view. Sometimes a comparative approach with vocal languages is adopted in order to better highlight the characteristics of LIS. The first part of this chapter opens with the notion of

I

historical natural language and then moves on to the application of Jakobson’s model of communication to LIS. The following part is concerned with LIS microstructures: cheremes, minimal pairs and signs. It is shown how all these three are affected by arbitrariness, as well as by iconicity and indexicality. In this regard, a partially original classification of LIS signs is proposed: Peirce’s division into icons, indexes and symbols is complemented by both some proposals of SL scholars and several ideas conceived by the candidate herself. The result consists of three macrocategories (frozen iconicity, dynamic iconicity and symbols) and their subdivisions. Lastly, the second part of chapter 2 briefly deals with denotation and connotation in LIS. The third and final part is about LIS macrostructures (sequences of signs): the focus is on simultaneity and sequentiality and their direct link to syntagmas and paradigms and then on what is called ‘diagrammatic iconicity’.

II

Abstract en français

L’objectif de ce travail est de détecter les principales caractéristiques sémiotiques de la Langue des Signes Italienne (LIS), la langue visuo-gestuelle de la communauté sourde italienne.

Ce travail se compose de trois chapitres. Le chapitre 0 vise à présenter le contexte dans lequel la LIS s’inscrit. Le point de départ consiste à mettre en évidence les difficultés de communication des sourds et le besoin d’une langue visuo-gestuelle qui en découle. Ensuite il est une explication des raisons pour lesquelles tout au long de ce travail le mot «sordo» («sourd») a été préféré à «sordomuto» («sourd-muet») et à «non udente» («non-entendant»). Après quelques repères historiques sur l’émancipation des sourds en Europe et aux États Unis et sur l’émergence des langues des signes (LS), il est nécessaire de démentir quelques clichés: il n’existe pas une seule LS au monde ; les LS ne sont pas inférieures aux langues vocales : au contraire, elles bénéficient pleinement du statut de «langue» ; les signes ne sont pas à confondre avec les gestes. Ce chapitre se termine par la présentation d’une particularité des LS, les signes-nom, c’est-a-dire des signes qui servent à identifier chaque membre de la communauté sourde.

Le chapitre 1 est axé sur le fonctionnement de la LIS et se compose de trois parties. La première a pour objet les composants manuels des signes: emplacement (endroit où le signe est effectué), configuration (forme de la main), orientation (position de la main par rapport au corps et, dans les signes à deux mains, à l’autre main) et mouvement (de la main). La deuxième partie se réfère aux composants non manuels : expressions du visage, positions et mouvements de la tête, du cou et des épaules, mouvements des lèvres. La troisième aborde les notions de base de la morphologie et de la syntaxe de la LIS : formation du pluriel, classes verbales, repères temporels, classificateurs, types de phrases, prise de rôle, ordre des signes dans la phrase.

III

Le chapitre 2 analyse la LIS dans une perspective sémiotique ; une approche comparative avec les langues vocales a été parfois adoptée afin de mieux illustrer les caractéristiques de la LIS. La première partie du chapitre est consacrée d’abord à la notion de langue historico-naturelle et ensuite à l’application à la LIS du schéma de la communication de Jakobson. La deuxième partie concerne les microstructures de la LIS : chérèmes, paires minimales et signes ; on y souligne dans quelle mesure ces trois derniers sont influencés à la fois par l’arbitraire, l’iconicité et l’indexicalité. À ce sujet, les signes LIS sont classés selon des critères partiellement originaux : en effet, la division de Peirce en icônes, indices et symboles est revue en suivant à la fois des propositions des chercheurs de la LIS et quelques idées conçues par la candidate elle-même. La classification qui en résulte est formée de trois macrocatégories (iconicité figée, iconicité dynamique et symboles) et de leurs subdivisions. Enfin, la deuxième partie de ce chapitre expose brièvement la dénotation et la connotation en LIS. La troisième et dernière partie est axée sur les macrostructures de la LIS (séquences de signes) : l’analyse se focalise premièrement sur la simultanéité et la séquentialité et leur rapport direct avec les syntagmes et les paradigmes et ensuite sur ce qui est défini «iconicité diagrammatique».

IV

Sommario

English abstract……………………………………………………………… p. I Abstract en français………………………………………………………….. III

Indice delle immagini………………………………………………………… VII

Prefazione……………………………………………………………………. 1

0 Introduzione………………………………………………………………. 4 0.1 Lingue da sentire e lingue da vedere…………………………………… 4 0.2 Precisazioni terminologiche: sordo, sordomuto, non udente…………… 5 0.3 Cenni storici sull’educazione dei sordi………………………………… 7 0.4 LIS, ovvero Lingua dei Segni Italiana…………………………………. 12 0.5Isegninome……………………………………………………………. 14

1 Struttura della LIS……………………………………………………….. 18 1.1 Componenti manuali…………………………………………………… 18 1.1.1 Luogo……………………………………………………………. 18 1.1.2 Configurazione………………………………………………….. 20 1.1.3 Orientamento……………………………………………………. 22 1.1.4 Movimento……………………………………………………… 23 1.2Componentinonmanuali………………………………………………. 26 1.2.1 Espressioni facciali………………………………………………. 26 1.2.2 Postura…………………………………………………………… 27 1.2.3 Componenti orali………………………………………………… 28 1.3 Cenni sulla morfologia e sulla sintassi in LIS …………………………. 29

2 La LIS dal punto di vista semiotico……………………………………… 42 2.1 La comunicazione in LIS………………………………………………. 42

  1. 2.1.1  Una lingua storico-naturale……………………………………… 42
  2. 2.1.2  I fattori della comunicazione in LIS…………………………….. 43
  3. 2.1.3  Restrizioni oggettive…………………………………………….. 47

2.2 Microstrutture: cheremi e segni LIS…………………………………… 48

  1. 2.2.1  Cheremi e coppie minime……………………………………….. 48
  2. 2.2.2  Arbitrarietà a livello cheremico…………………………………. 49
  3. 2.2.3  Segno LIS e segno semiotico……………………………………. 61
  4. 2.2.4  Arbitrarietà a livello segnico…………………………………….. 64
  5. 2.2.5  Possibili classificazioni dei segni LIS: iconicità fissa…………… 69
  6. 2.2.6  Possibili classificazioni dei segni LIS: iconicità dinamica………. 78

V

  1. 2.2.7  Possibili classificazioni dei segni LIS: alcune puntualizzazioni…. 85
  2. 2.2.8  Possibili classificazioni dei segni LIS: simboli………………….. 87
  3. 2.2.9  Denotazione e connotazione……………………………………… 89

2.3 Macrostrutture: sequenze finite di segni LIS…………………………… 90

  1. 2.3.1  Sequenzialità e simultaneità……………………………………… 90
  2. 2.3.2  Sintagma e paradigma……………………………………………. 92
  3. 2.3.3  Iconicità diagrammatica………………………………………….. 95

2.4 Conclusione……………………………………………………………… 99 Appendice……………………………………………………………………. 101 Riferimenti bibliografici……………………………………………………..107

VI

Indice delle immagini

Figura 1: FAMIGLIA…………………………………………………………………….. p. 20 Figura 2: MESE………………………………………………………………………….. 20 Figura 3: MATRIMONIO………………………………………………………………… 20 Figura 4: BUCO………………………………………………………………………….. 20 Figura 5: SALAME/AFFETTATO………………………………………………………. 21 Figura 6: ATTACCAPANNI……………………………………………………………… 21 Figura 7: CINEMA……………………………………………………………………….. 25 Figura 8: ODIO…………………………………………………………………………… 27 Figura 9: DONNE………………………………………………………………………… 30 Figura 10: CITTÀ, singolare…………………………………………………………….. 30 Figura 11: CITTÀ, plurale……………………………………………………………….. 30 Figura 12: PENSARE……………………………………………………………………. 30 Figura 13: REGALARE………………………………………………………………….. 31 Figura 14: CRESCERE………………………………………………………………….. 31 Figura 15: «Io penso», «lui/lei pensa»…………………………………………………. 31 Figura 16: «Tu mi regali»………………………………………………………………… 32 Figura 17: «Io regalo a più persone»…………………………………………………… 32 Figura 18: «Lui gli regala»………………………………………………………………. 32 Figura 19: «Il bambino cresce»…………………………………………………………. 32 Figura 20: INCONTRARE……………………………………………………………….. 33 Figura 21: INCONTRARE-IMPROVVISAMENTE…………………………………….. 33 Figura 22: INCONTRARE-SEMPRE…………………………………………………… 33 Figura 23: DOMANI, DOPODOMANI, IERI, L’ALTRO-IERI…………………………. 34 Figura24:classificatoreconconfigurazioneB………………………………………… 35 Figura 25: classificatore con configurazione BB………………………………………. 35 Figura 26: classificatore con configurazione C………………………………………… 35 Figura27:classificatoreconconfigurazioneV………………………………………… 35 Figura 28: «Io vado al cinema»…………………………………………………………. 36 Figura 29: «Vai al cinema?» ……………………………………………………………. 37 Figura 30: «Non vado al cinema»………………………………………………………. 37 Figura31:«Nonmangiomai»…………………………………………………………… 38 Figura 32: «Lo conosco»…………………………………………………………………. 39 Figura 33: «Il bicchiere è sul tavolo»……………………………………………………. 39 Figura 34: «Il bambino abbraccia la nonna»…………………………………………… 40 Figura 35: La macchina è di papà»…………………………………………………….. 41 Figura 36: «La radio di papà»…………………………………………………………… 41 Figure 37-38-39: evoluzione del segno TELEFONO…………………………………. 43 Schema 1: gli elementi della comunicazione secondo Jakobson…………………… 43 Figura 40: configurazione 3……………………………………………………………… 51 Figura 41: configurazione W…………………………………………………………….. 51 Figura 42: configurazione A……………………………………………………………… 52 Figura 43: configurazione B……………………………………………………………… 52 Figura 44: configurazione 5………………………………………………………………. 52

VII

Figura 45: configurazione O……………………………………………………………… 52 Figura 46: configurazione C……………………………………………………………… 52 Figura 47: configurazione G……………………………………………………………… 52 Figura 48: evoluzione di PROVARE……………………………………………………. 54 Figura49:evoluzionediSETTIMANA………………………………………………….. 54 Figura 50: evoluzione di SANTO………………………………………………………… 55 Figura 51: evoluzione di TRISTE………………………………………………………… 55 Figura 52: evoluzione di SORDASTRO………………………………………………… 56 Figura 53: segno vecchio per INTELLIGENTE………………………………………… 56 Figura54:segnonuovoperINTELLIGENTE………………………………………….. 56 Figura 55: evoluzione di AMBULANZA…………………………………………………. 57 Figura 56: evoluzione di OCCUPATO………………………………………………….. 57 Figura 57: evoluzione di ENS……………………………………………………………. 58 Figura 58: evoluzione di CARNE………………………………………………………… 58 Figura 59: evoluzione di MINISTERO…………………………………………………… 59 Figura 60: evoluzione di VOLARE………………………………………………………. 59 Figura 61: evoluzione di DIO…………………………………………………………….. 59 Figura 62: evoluzione di UCCIDERE……………………………………………………. 60 Figura 63: evoluzione di OLIO…………………………………………………………… 60 Figura64:evoluzionediMANCARE……………………………………………………. 61 Figura 65: BANCA………………………………………………………………………… 62 Figura 66: GUADAGNO/STIPENDIO…………………………………………………… 62 Figura 67: MANGIARE……………………………………………………………………. 65 Figura68:evoluzionediSETTIMANA………………………………………………….. 67

Figura 69: configurazione …………………………………………………………….. 68 Figura 70: FOGLIO ASL e LIS…………………………………………………………… 68 Figura 71: MANGIARE……………………………………………………………………. 70 Figura 72: CANNOCCHIALE……………………………………………………………… 70 Figura 73: TAVOLO……………………………………………………………………….. 71 Figura 74: CALCOLATRICE……………………………………………………………… 71 Figura75:MILANO……………………………………………………………………….. 72 Figura 76: VENEZIA………………………………………………………………………. 72 Figura 77: CILIEGIA………………………………………………………………………. 73 Figura78:COMPLEANNO………………………………………………………………. 73 Figura 79: PAPÀ…………………………………………………………………………… 73 Figura 80: AMORE/AMARE………………………………………………………………. 74 Figura 81: DISPIACERE/DOLORE……………………………………………………… 74 Figura 82: RIMORSO……………………………………………………………………… 75 Figura 83: IDEA……………………………………………………………………………. 75 Figura 84: INTELLIGENTE……………………………………………………………….. 75 Figura 85: DIMENTICARE……………………………………………………………….. 76 Figura 86: IMPARARE……………………………………………………………………. 76 Figura 87: TRIBUNALE/GIUDICE……………………………………………………….. 76 Figura 88: CAMMINARE………………………………………………………………….. 77 Figura 89: SALTARE ……………………………………………………………………… 77

VIII

Figura 90: LEGGE…………………………………………………………………………. 78 Figura 91: AVVOCATO…………………………………………………………………… 78 Figura 92: OGNI-MERCOLEDÌ…………………………………………………………… 79 Figura 93: OGNI-GIOVEDÌ……………………………………………………………….. 79 Figura 94: OGNI-VENERDÌ………………………………………………………………. 79 Figura 95: PIOVERE-LEGGERMENTE…………………………………………………. 80 Figura 96: PIOVERE-FORTEMENTE…………………………………………………… 80 Figura 97: CALDO-LEGGERMENTE……………………………………………………. 80 Figura 98: CALDO-FORTEMENTE……………………………………………………… 80 Figura 99: classificatore C sopra classificatore B……………………………………… 81 Figura 100: TAVOLO BICCHIERE BICCHIERE-SOPRA-TAVOLO,

«il bicchiere è sopra il tavolo»………………………………………………. 82 Figura 101: MIO…………………………………………………………………………… 83 Figura 102: TUO…………………………………………………………………………… 83 Figura 103: IO……………………………………………………………………………… 83 Figura 104: TU……………………………………………………………………………… 83 Figura 105: LUI…………………………………………………………………………….. 83 Figura 106: NOI/NOSTRO………………………………………………………………… 83 Figura 107: VOI/VOSTRO………………………………………………………………… 83 Figura 108: QUESTO/LÌ-LÀ………………………………………………………………. 84 Figura 109: QUELLO/QUI-QUA………………………………………………………….. 84 Figura 110: LUI-COSTRINGERE-ME, «mi costringe»………………………………… 84 Figura 111: IO-DARE-A-TE, «ti do»…………………………………………………….. 84 Figura 112: ROMA………………………………………………………………………… 86 Figura 113: CAMMINARE-CONTENTO………………………………………………… 86 Figura 114: LAVORARE-SODDISFATTO………………………………………………. 86 Figura 115: ETÀ……………………………………………………………………………. 87 Figura 116: SCUSARSI…………………………………………………………………… 87 Figura 117: BLU (Genova) ………………………………………………………………. 88 Figura 118: BLU (Torino) ………………………………………………………………… 88 Figura 119: BLU (Perugia) ………………………………………………………………. 88

Figura 120: configurazione …………………………………………………………. 89 Figura 121: La donna taglia il filo con le forbici»……………………………………….. 91 Schema 2: struttura sintagmatica e paradigmatica di un ipotetico

enunciato in lingua verbale. ………………………………………………… 94 Schema 3: struttura sintagmatica e paradigmatica di un ipotetico

enunciato in lingua dei segni. ………………………………………………. 95

IX

Prefazione

Il Dipartimento di Lingue delle Scuole Civiche di Milano FdP ha ospitato nella primavera 2004 una serie d’incontri nell’ambito di un percorso di orientamento denominato Lingue e culture da scoprire: l’intento di ogni appuntamento era di far conoscere un idioma poco noto e la realtà culturale ad esso connesso. Uno di questi incontri, quello del 5 maggio, era dedicato alla lingua italiana dei segni (LIS) ed alla cultura sorda: un mondo ignoto ai più ma che tra gli udenti desta molta curiosità (ma talvolta, purtroppo, anche scetticismo ed ironia).

L’idea di svolgere una tesi sulla LIS prende le mosse da quell’incontro in cui una relatrice silenziosa, Rosella Ottolini, ha saputo trasmettere la sensazione che non un gesto, bensì un segno LIS, valesse tanto quanto mille parole. Da qui la volontà di scoprire più a fondo questa realtà sconosciuta, tanto da dedicarle una tesi improntata alla semiotica.

Si è deciso di cominciare questa trattazione con una parte introduttiva che mettesse a fuoco il contesto in cui s’inserisce la LIS. Si parte dall’analisi delle difficoltà di comunicazione a cui va incontro il sordo e dalla conseguente necessità di ricorrere ad una lingua visivo-gestuale, per poi proseguire puntualizzando perché in tutta la trattazione la scelta terminologica sia caduta solo su «sordo» e mai su «sordomuto» e «non udente». Dopo un breve accenno alla travagliata storia delle comunità sorde in Europa e negli Stati Uniti ed alla nascita delle lingue dei segni, si sono voluti dissipare alcuni dubbi in merito allo status di lingua di queste ultime, alla differenza tra gesto e segno ed all’esistenza di una pluralità di lingue dei segni. Siccome una lingua non è fine a sé stessa ma dietro di sé nasconde una cultura ben precisa e distinta dalle altre, la parte introduttiva si conclude con il presentare una peculiarità delle lingue dei segni rispetto alle lingue verbali: i segni nome, che servono ad identificare ogni individuo all’interno della comunità sorda.

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Il primo capitolo è dedicato al funzionamento pratico della LIS ed è diviso in tre sezioni. Nella prima vengono descritte le componenti manuali in cui il segno LIS può essere scomposto: luogo (il punto dello spazio dove le mani producono il segno), configurazione (la forma assunta dalla mano nell’esecuzione del segno), orientamento (la posizione che la mano assume nello spazio in rapporto con il corpo e, nei segni a due mani, con l’altra mano), movimento (il moto compiuto dalla mano); la sezione successiva tratta invece le componenti non manuali del segno LIS: espressioni facciali (espressioni del volto), postura del corpo (posizioni e movimenti del capo, del collo, delle spalle) e componenti orali (forme labiali più o meno simili a quelle del parlato). La sezione finale mira a fornire alcuni elementi di morfologia e sintassi in LIS: pluralizzazione, tipologie e caratteristiche dei verbi, indicazioni temporali, classificatori, tipi di frase, impersonamento, ordine dei segni nella frase.

Il secondo capitolo prende in esame la LIS da un’ottica semiotica. Talvolta per analizzare la LIS si è adottato un approccio comparativo con la lingua verbale: infatti, ai fini di una miglior comprensione della lingua dei segni, si è pensato fosse più opportuno alle volte procedere per raffronti ed opposizioni con una realtà più nota, quella della lingua vocale. La prima sezione introduce il concetto di lingua storico-naturale, a cui segue l’applicazione alla LIS dello schema dei fattori della comunicazione di Jakobson e le conclusioni che se ne possono trarre. La sezione successiva è invece dedicata alle microstrutture della LIS: cheremi, coppie minime, segni LIS; si mostra come in ognuno di questi livelli si manifesti arbitrarietà (che permette ad ogni lingua di staccarsi dalla realtà a cui si riferisce), nonché iconicità ed indicalità (intese invece come “somiglianza” tra la lingua e la realtà extralinguistica a cui questa si riferisce). A questo proposito, si propone una classificazione parzialmente originale dei segni LIS: si riprende infatti la suddivisione in icone, indici e simboli proposta da Charles Sanders Peirce, rielaborandola però in funzione della lingua dei segni; il risultato consiste in tre macrocategorie già proposte da studiosi di lingue dei segni (iconicità fissa, iconicità dinamica e simboli), nonché nelle rispettive

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microcategorie, talvolta frutto di idee personali del candidato. Per finire, vi è un breve accenno ai concetti di denotazione e connotazione applicati alla lingua dei segni. La terza sezione prende in esame le macrostrutture della LIS, ossia sequenze finite di segni. Si mette prima di tutto in luce il ruolo della simultaneità e della sequenzialità in lingua dei segni, concetti che vanno di pari passo con quelli di sintagma e paradigma: a questo proposito si evidenziano alcune profonde differenze rispetto alle lingue vocali; per finire, anche a livello di macrostrutture si fa notare l’esistenza dell’iconicità, che in questo caso è di tipo diagrammatico.

La tesi è corredata da numerose immagini che illustrano segni e parametri formazionali a titolo esemplificativo; alcuni schemi volti a rappresentare visivamente determinate nozioni; note che chiariscono ed approfondiscono certi concetti chiave che altrimenti avrebbero potuto porre dei problemi di comprensione al lettore; un’appendice sulle componenti manuali dei segni LIS con i relativi simboli.

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0 Introduzione

0.1 Linguedasentireelinguedavedere

Nella pratica quotidiana ogni individuo si trova a dovere scambiare informazioni con altri individui. Per riuscire in quest’intento, bisogna far ricorso ad un mezzo che veicoli le informazioni, cioè una lingua che sia condivisa dai soggetti coinvolti nella comunicazione linguistica. Il classico esempio di questo fenomeno è una comunicazione tra due persone in una lingua che abbia una tradizione orale e scritta, come possono essere l’italiano, l’inglese o il francese, oppure in una lingua che, pur non avendo una forma scritta, può contare sull’oralità.

Risulta forse più difficile, invece, pensare all’esistenza di una lingua che non solo non conosca la scrittura, ma che per di più non possa nemmeno esser parlata o ascoltata; eppure, questo tipo di lingua in ogni paese non è affatto raro: è il caso della lingua dei segni.

Le lingue acustico-vocali, dette anche solo vocali o verbali, sono quelle che si esprimono per l’appunto attraverso il canale acustico-vocale: un individuo riceve input di tipo acustico tramite l’udito, mentre l’output è costituito dalla produzione vocale emessa mediante l’apparato fono-articolatorio. Condizione fondamentale affinché questa comunicazione avvenga è che l’individuo in questione sia udente: ciò significa che fin dalla nascita ha potuto udire i suoni emessi dalle persone che lo circondavano, capirne appieno il significato, quindi passare all’imitazione e giudicare con le sue orecchie la propria produzione vocale (disponendo così del cosiddetto feedback acustico). Grazie a questo procedimento d’esposizione ad una lingua, ha potuto apprenderla: in questo consiste la facoltà di linguaggio, intrinseca nella natura umana.

Nel caso di una persona sorda, però, la situazione è ben diversa: pur disponendo della stessa facoltà di linguaggio di un udente, la sordità impedisce

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sia la percezione degli input, sia il feedback acustico e per questa ragione la lingua vocale non può diventare la lingua naturale della persona sorda. Ma poiché, come si è detto, tutti hanno bisogno di comunicare con gli altri, è necessario per i sordi trovare una modalità di comunicazione che sostituisca al canale compromesso (quello acustico) un canale che sia integro (quello visivo). Nasce perciò la lingua dei segni, che trova la sua espressione sul piano visivo- gestuale: l’input è percepito con gli occhi e l’output è prodotto impiegando le mani, il viso, la postura del corpo. Dato che ricorre alla vista, canale perfettamente integro nei sordi, la lingua dei segni è atta a tutti gli effetti a diventare la lingua naturale di una persona sorda: se esposto ad essa dalla nascita, il sordo la acquisisce in modo naturale e spontaneo, tanto quanto un udente impara una lingua verbale.

0.2 Precisazioniterminologiche:sordo,sordomuto,non udente

La sordità è la riduzione più o meno grave dell’udito; può essere di natura congenita o, più spesso, è acquisita durante la gravidanza o dopo la nascita. Il sordo è dunque chiunque sia affetto da sordità; nel caso quest’ultima sia grave o profonda, l’acquisizione della lingua vocale del soggetto è seriamente compromessa1.

Eppure, all’articolo 1 della legge n. 381 del 26 maggio 19702 dell’ordinamento italiano si parla di «sordomuto» e non di «sordo»:

Si considera sordomuto il minorato sensoriale dell’udito affetto da sordità congenita o acquisita durante l’età evolutiva che gli abbia impedito il normale apprendimento del linguaggio parlato, purché la sordità non sia di natura esclusivamente psichica o dipendente da causa di guerra, di lavoro o di servizio.

1 V. § 0.1 relativamente alle difficoltà del sordo nell’acquisizione delle lingue verbali.
2 L. 381/70, Aumento del contributo ordinario dello Stato a favore dell’Ente nazionale per la protezione e l’assistenza ai sordomuti e delle misure dell’assegno di assistenza ai sordomuti.

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Non è certo un caso che attualmente al Parlamento italiano sia in discussione una proposta di legge per sostituire al termine «sordomuto» l’espressione più appropriata «sordo preverbale», ossia divenuto tale prima dell’acquisizione del linguaggio3. Il termine «sordomuto» rimanda ad un tempo in cui si aveva una visione decisamente distorta della sordità.

Infatti, fino a qualche decina d’anni fa, si riteneva che i sordi (cioè gli allora cosiddetti «sordomuti») avessero un deficit mentale ed erano pertanto considerati alla stregua di incapaci giuridici. L’appellativo «sordomuto» nasce alcuni secoli fa da una convinzione errata: non riuscendo ad apprendere la lingua parlata, i sordi venivano etichettati come “muti”; in realtà, adesso è ormai noto che non lo sono affatto perché il loro apparato fono-articolatorio è perfettamente integro e possono perciò imparare a regolare l’emissione di suoni e parole se opportunamente educati al linguaggio verbale tramite rieducazione logopedica.

Nonostante si sia dunque stabilito che sordità non significa mutismo, in ambito medico permane l’uso dei termini «sordomuto» e «sordomutismo» perché si ritiene che il sordo non rieducato al linguaggio verbale sia in sostanza “muto”: si trascura di conseguenza il fatto che, nel momento il cui il sordo padroneggia e si esprime in lingua dei segni, anch’egli diventa un parlante esattamente come lo è un udente nella lingua verbale.

Da circa una ventina d’anni è stata coniata una nuova espressione per definire il sordo: non udente. Si tratta ovviamente di un eufemismo che ricorre alla litote: si esprime un concetto negandone il contrario. Questo neologismo è stato creato non dai sordi, bensì dalla comunità udente, soprattutto in ambienti burocratici, nell’intento di trovare un’espressione meno “cruda” di «sordo», termine troppo diretto che avrebbe potuto urtare la sensibilità di chi fosse stato affetto da deficit acustico. Nonostante l’apprezzabile intenzione di base, questo neologismo è, a

3 Il disegno di legge n. 888, intitolato Nuove norme in favore dei minorati uditivi, è stato presentato al Senato della Repubblica in data 26 novembre 2001 ed è attualmente in stato di relazione. L’art. 1 recita: “In tutto il sistema normativo italiano il termine «sordomuto» [...] è sostituito con l’espressione «sordo preverbale». A tutti gli effetti di legge devono considerarsi «sordi preverbali» i soggetti affetti da «sordità congenita o acquisita durante l’età evolutiva»”.

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detta di molti, un rimedio peggiore del male; a questo proposito si riporta qui una significativa citazione tratta dall’opera biografica di una nota attrice sorda francese:

Ho anche voglia di rispondere, a volte, a tutti quei termini tipo: «non udenti», [...] proprio non mi vanno giù. I sordi dicono, di se stessi: «sordi». È una parola francese, è chiara. Non udenti? È forse un difetto? Forse perché gli altri bisognerebbe specificare che non ci «sentono»? (Laborit, 1995:239).

In effetti, dire «non udente» ad un sordo significa di fatto ricordargli che non sente, al contrario delle altre persone: sembra quasi che l’udente si ponga su un piedistallo in cui essere udente è sinonimo di “normale” ed invece il sordo è in una condizione di “sfortuna”. Ad ogni modo, va ricordato che non tutti gli udenti che utilizzano l’espressione lo fanno in quest’ottica, ma c’è al contrario chi lo fa in modo del tutto distaccato ed imparziale.

In questa trattazione si è deciso di non usare il termine «sordomuto», che risulta impreciso se non errato, né «non udente», ma solo «sordo». A proposito di quest’ultimo, la comunità sorda stessa preferisce l’uso della «s» maiuscola per indicare con più forza l’appartenenza ad una precisa comunità che solo nell’ultimo ventennio ha preso coscienza della propria identità e che intende così affermarla; nonostante ciò, nella presente trattazione si preferirà sempre l’uso di «sordo» e non di «Sordo» per una questione d’omogeneità dato che ogni comunità menzionata sarà indicata con la minuscola.

0.3 Cennistoricisull’educazionedeisordi

Fin dall’antichità i sordi sono stati oggetto di discriminazioni: erano associati ai ritardati mentali e pertanto dichiarati giuridicamente incapaci, considerati persone stolte, degne di compassione ma indegne di ricevere la benché minima istruzione perché non conoscevano la lingua parlata. Eppure, già allora, tutti i sordi per comunicare tra loro avevano inventato forme di comunicazione basate su dei “gesti”, forme che si sono tramandate nel tempo: ma questo non bastava

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agli occhi degli udenti affinché questi rivalutassero la sordità. Per i suddetti motivi, i sordi erano destinati a restare nell’ignoranza.

Una svolta avvenne all’inizio del XVI secolo, quando ci si rese finalmente conto che i sordi erano “muti” proprio a causa della loro sordità e non perché soffrissero di ritardi mentali; si cominciò pertanto a formulare l’ipotesi che si potesse fornire loro un’istruzione. A partire dal Cinquecento si iniziò allora ad educarli, ma queste situazioni erano più che altro un’eccezione che una regola: erano infatti solo le famiglie più ricche, e generalmente nobili, a potersi permettere di ingaggiare un maestro privato che educasse un figlio sordo. L’educazione del sordo era, negli ambienti altolocati, fondamentale affinché quest’ultimo potesse affrancarsi dalla condizione d’incapacità giuridica: solo così avrebbe potuto un giorno ereditare il patrimonio di famiglia, i titoli nobiliari e ricoprire incarichi d’alto rango. Tra gli educatori principali dell’epoca, si possono ricordare gli spagnoli Pedro Ponce de León (1520-1584), monaco benedettino che lavorò al servizio della famiglia de Velasco, Manuel Ramírez de Carrión (1579-1652), che offrì i suoi servigi sempre presso i de Velasco e i Savoia, e Juan Pablo Bonet (1573-1633), che scrisse la prima opera sull’educazione dei sordi4. In quest’epoca, ogni maestro custodiva gelosamente i segreti relativi al metodo d’insegnamento impiegato: non divulgandoli, infatti, il maestro era l’unico depositario di questo sapere e perciò solo a lui le ricche famiglie potevano rivolgersi per educare i figli sordi; questa mentalità, nata dalla necessità di ridurre al minimo la “concorrenza”, era, insieme agli elevati costi d’istruzione, una delle cause che rendevano elitaria l’educazione dei sordi.

Comunque, da ciò che oggi si conosce di questi metodi allora coperti da segreto, emerge che il meccanismo di fondo era più o meno lo stesso: osservando e toccando la bocca del maestro, percependo col tatto le diverse vibrazioni prodotte nella gola, il sordo imparava per imitazione ad articolare singoli suoni,

4 Il trattato in questione, datato 1620, è Reducción de las letras y arte para enseñar a hablar a los mudos (Riduzione delle Lettere ai loro Elementi Primitivi e Arte d’Insegnare a Parlare ai Muti).

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poi sillabe ed infine parole. Si procedeva poi con l’insegnarne il significato: le parole denotavano oggetti, azioni o qualità; per finire, si osservava la combinazione delle parole per capire la grammatica e la sintassi. Come si può notare, questo metodo tende ad evitare l’uso dei “gesti”: è un metodo cosiddetto «oralista» perché presuppone che il sordo si esprima attraverso la parola e capisca leggendo le labbra, senza ricorrere mai alla modalità mimico-gestuale, ma sempre e solo alla lingua verbale.

La situazione dei sordi rimase sostanzialmente immutata fino alla seconda metà del XVIII secolo, quando crollò il muro di silenzio che circondava l’educazione dei sordi: l’abate francese Charles-Michel de l’Epée (1712-1789), ritenendo che l’istruzione dovesse essere accessibile a tutti i sordi, prese a divulgare il proprio metodo, riscuotendo tanto successo che si arrivò alla fondazione di scuole per sordi in diversi paesi europei. Il suo metodo era innovativo: tutt’altro che ancorato alla lingua vocale, preferiva invece usare i “gesti” di cui i sordi si servivano naturalmente e li integrava con segni da lui inventati per indicare nuovi significati al fine di creare una lingua “gestuale” convenzionale con cui spiegare ed insegnare ai sordi il francese scritto. Il suo metodo è detto «mimico-gestuale» e si contrappone a quello orale per il risalto dato alla lingua segnica.

L’abate iniziava con l’insegnare parole concrete, che indicassero un oggetto caratterizzato da materialità (come «acqua», «tavolo», ecc.), per cui era possibile additare fisicamente l’oggetto o disegnarlo mentre eseguiva il segno corrispondente; successivamente l’abate insegnava la forma francese scritta della parola. Nella fase successiva ampliava il lessico degli allievi approdando alle parole non concrete (ad esempio la gamma dei sentimenti: «amore», «odio», ecc.), insegnando prima la forma scritta, poi il segno ed infine, non potendo essere additati fisicamente, ricorreva alla spiegazione del significato. I sordi potevano così finalmente capire ed esprimersi in modo preciso e naturale.

L’abate fu il fondatore del primo «Istituto per Sordomuti» al mondo, quello di Parigi: creato nel 1770, diventò dopo alcuni anni un modello per altri istituti

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simili che iniziavano a sorgere in Europa. Nel 1778 venne aperto a Lipsia il secondo istituto del genere al mondo: si trattava però del primo che non seguiva il metodo mimico-gestuale bensì quello orale, non molto dissimile dal metodo usato da Pedro Ponce de León e Juan Pablo Bonet. Si prospettavano quindi due approcci antitetici nell’educazione dei sordi, che a volte venivano però usati in concomitanza nel caso del metodo misto.

Le scuole per sordi e il metodo di l’Epée sbarcarono oltreoceano solo nel 1816 per merito di Thomas Hopkins Gallaudet (1787-1851): questo religioso statunitense era stato incaricato dal facoltoso padre di una bambina sorda di recarsi in Europa per apprendere come insegnare ai sordi, per poi far ritorno negli Stati Uniti dove si sarebbe potuta così fondare una scuola appositamente per loro. Dopo essersi scontrato con il rifiuto di un noto educatore scozzese, John Braidwood, a divulgare il proprio metodo, Gallaudet incontrò il successore di L’Epée alla guida della scuola parigina, Roch-Ambroise Sicard (1742-1822), che invece acconsentì. Dopo un anno, Gallaudet, di ritorno in patria insieme a Laurent Clerc (1785-1869), ex studente sordo dell’istituto ed ormai a sua volta educatore, assistette alla fondazione dell’istituto per sordomuti di Hartford, il primo degli Stati Uniti. Tra gli altri istituti sorti in seguito va ricordato il primo college per sordi, fondato a Washington D.C. nel 1864 dal figlio di Gallaudet, Edward Miner (1837-1917)5.

In Italia la prima scuola per sordi aprì a Roma nel 1784 sotto l’impulso di Tommaso Silvestri (1744-1789), abate inviato a Parigi ad apprendere il metodo di L’Epée da un ricco signore romano sensibile alla condizione dei sordi. Presto istituti simili sorsero nel resto della penisola (Genova, Milano, Napoli, Siena, Verona, ecc.); alcuni seguivano il metodo mimico-gestuale, altri effettuavano una scelta oralista: il dibattito tra le due filosofie era aperto. Nel corso del XIX secolo, in Italia e negli altri paesi si registrò la tendenza a privilegiare sempre più l’oralismo, a scapito del metodo dell’abate francese: si effettuavano incontri e

5 Questo istituto ha cambiato più volte denominazione nel corso degli anni, fino ad approdare a quella attuale: Gallaudet University.

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conferenze internazionali e nazionali sulla sordità ed erano sempre più numerosi coloro che affermavano che l’uso della “mimica” ostacolava l’integrazione dei sordi nella società, favorendo invece la nascita di una comunità sorda sempre più isolata e chiusa su sé stessa. Il Congresso Internazionale di Milano del 1880 segnò un nuovo punto di svolta in questo senso: in una votazione, dalla quale furono esclusi gli educatori sordi presenti, una maggioranza schiacciante decretava che il gesto era inferiore alla parola e che perciò il metodo orale era da preferirsi al metodo mimico-gestuale; i diversi istituti italiani dovettero conformarsi alla risoluzione presa, abbandonando così l’uso ufficiale della lingua dei segni, che però sopravvisse perché usata comunque dai sordi al di fuori delle aule.

Negli ultimi decenni si è rivalutato notevolmente il metodo mimico-gestuale e soprattutto il ruolo della lingua dei segni. È ormai chiaro che il sordo trae enormi vantaggi dall’esposizione ad entrambe le lingue: con quella dei segni, la madrelingua, può comunicare liberamente con gli altri sordi, mentre la conoscenza della lingua vocale, mediante riabilitazione logopedica e labiolettura, gli permette d’avere contatti con gli udenti, evitando così la chiusura in un mondo solo per sordi paventata dal Congresso del 1880. A questo proposito, l’interazione tra sordi ed udenti ha ricevuto un notevole impulso con la legge n. 517 del 4 agosto 19776, che all’articolo 10 recita:

L’obbligo scolastico sancito dalle vigenti disposizioni si adempie, per i fanciulli sordomuti, nelle apposite scuole speciali o nelle classi ordinarie delle pubbliche scuole, elementari e medie, nelle quali siano assicurati la necessaria integrazione specialistica e i servizi di sostegno secondo le rispettive competenze dello Stato e degli enti locali preposti, in attuazione di un programma che deve essere predisposto dal consiglio scolastico distrettuale [...].

Grazie a questa norma, finalmente i sordi possono scegliere se frequentare la scuola normale o gli istituti speciali e, qualora si opti per la scuola con gli udenti, il bambino sordo ha diritto ad un insegnante di sostegno e anche ad un interprete

6 L. 517/77, Norme sulla valutazione degli alunni e sull’abolizione degli esami di riparazione nonché altre norme di modifica dell’ordinamento scolastico.

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italiano-LIS. Prima di questa legge, i sordi erano obbligati a ricevere un’istruzione esclusivamente in istituti riservati a loro, causando così un isolamento dalla comunità udente; va detto però che l’apertura delle scuole ai sordi può determinare lo stesso fenomeni di isolamento nel caso il bambino sia l’unico sordo all’interno della classe o addirittura della scuola: per questo motivo, la soluzione ideale (ma non sempre praticata) sarebbe inserire più di un bambino sordo nella stessa classe.

0.4 LIS,ovveroLinguadeiSegniItaliana

Dopo aver parlato della nascita di questa nuova forma di comunicazione visivo-gestuale ideata dall’abate de l’Epée, sembra ora opportuno rispondere ad alcuni interrogativi legittimi che possono sorgere: si tratta davvero di una lingua o piuttosto di un linguaggio? È più corretto parlare di segno o gesto? È un sistema di comunicazione universale, valido per i sordi di tutto il mondo o ci sono differenze? Per rispondere si può prendere in considerazione l’acronimo LIS, dove ogni lettera fornisce la risposta a questi tre quesiti: Lingua dei Segni Italiana7.

La forma di comunicazione usata dai sordi non è un linguaggio, ma una lingua a tutti gli effetti. Il linguaggio è la facoltà che consente di esprimere pensieri, sentimenti, emozioni attraverso diversi sistemi che sono altrettanti codici: quindi, non avviene soltanto tramite l’articolazione di suoni (linguaggio vocale), ma può anche riguardare gesti, segni, simboli, piuttosto che fiori, cartelli stradali o altro. Tramite il linguaggio l’uomo manifesta la propria attitudine a rappresentare le cose, le idee ed i fatti per mezzo di suoni, gesti, atteggiamenti, comportamenti, segni o oggetti che fungono da sostituti; ma il linguaggio non è una prerogativa umana: anche gli altri animali ricorrono ad esso, come testimoniano il canto delle balene o il volo delle api. Una lingua, invece, è una

7 Da tempo tutti i linguisti ricercatori LIS hanno preferito la definizione «Lingua dei Segni Italiana» a «Lingua Italiana dei Segni», come verrà spiegato a conclusione del paragrafo.

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peculiarità dell’uomo: si tratta di un sistema di simboli relativamente arbitrari e di regole grammaticali, sintattiche e morfologiche che mutano nel tempo e che i membri di una comunità condividono e usano per interagire, comunicare idee, emozioni e sentimenti e per trasmettere la propria cultura di generazione in generazione; appare evidente di conseguenza che la lingua non è per forza legata all’oralità. Chiaramente, la forma di comunicazione dei sordi rientra perfettamente in questa seconda definizione e può perciò definirsi una lingua a tutti gli effetti.

Diversamente dalle lingue verbali che si servono delle parole, la lingua in questione usa segni e non gesti o mimo, come si suole dire erroneamente. La pantomima usa gesti che tendono solo a replicare la realtà, mentre la lingua mira a rappresentarla tramite simboli codificati (segni o parole). La gestualità degli udenti non ha la struttura e le caratteristiche di una lingua, bensì funge come una sorta d’accompagnamento della lingua verbale.

Fin qui si è usato il termine «lingua», al singolare, per riferirsi alla comunicazione dei sordi: va specificato però che non esiste un’unica lingua dei segni, universale e condivisa da tutti i sordi del mondo; tuttavia, si è preferito optare per la forma al singolare perché s’intendeva riferirsi alla categoria delle lingue dei segni. Il numero delle lingue dei segni esistenti rispecchia grossomodo quello delle lingue verbali: c’è una lingua per ogni cultura del mondo. Si segna così in lingua dei segni britannica (BSL, British Sign Language) nel Regno Unito e in quell’americana (ASL, American Sign Language) negli Stati Uniti, in lingua dei segni francese (LSF, Langue des Signes Française) in Francia, in lingua dei segni della Svizzera francese, tedesca (DSGS, Deutschschweizer Gebärdensprache) o italiana a seconda dei vari cantoni elvetici, in quella giapponese (JSL, Japanese Sign Language) in Giappone e così via. Come le lingue verbali, anche le lingue dei segni sono imparentate tra loro, ma non per questo i gradi di parentela sono gli stessi: se è palese il fatto che la lingua verbale degli Stati Uniti sia più vicina a quella inglese rispetto alla francese, l’ASL è

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molto più simile alle LSF che alla BSL dato che l’ASL è la naturale evoluzione della LSF che Gallaudet aveva esportato negli Stati Uniti8.

La lingua dei sordi italiani è stata nominata «LIS» (Lingua Italiana dei Segni) verso la fine degli anni Ottanta; anche se si tratta di un acronimo ormai assodato, recentemente è stata anche avanzata l’ipotesi che fosse più corretto parlare piuttosto di «lingua dei segni italiana» alla luce delle espressioni usate negli altri paesi per denotare le lingue segniche9.

Ad ogni modo, la LIS non è una lingua omogenea: esistono differenze secondo le località e addirittura all’interno di una stessa città si riscontrano segni decisamente diversi per esprimere lo stesso significato (ad esempio la gamma dei numeri e dei colori può variare notevolmente). È quindi difficile parlare di segni nazionali: è bene perciò tenere sempre a mente l’esistenza di una fitta rete di varianti regionali; tali differenze, però, non sono tanto rilevanti da compromettere la comunicazione, come dimostra il fatto che sordi di diversa provenienza si capiscono a vicenda senza particolari difficoltà.

0.5 Isegninome

Ogni lingua rispecchia aspetti peculiari della cultura a cui si riferisce: essendo lingue a tutti gli effetti, questo principio vale anche per le lingue dei segni. Una delle particolarità più interessanti che accomuna tutte le lingue dei segni e che le distingue dalle lingue verbali è l’uso dei segni nome.

Com’è noto, ogni persona, udente o sorda che sia, riceve alla nascita un nome ed un cognome; non tutti sanno però che dal momento in cui un individuo fa il suo ingresso nella comunità sorda va incontro ad una sorta di “secondo battesimo”. Per illustrare meglio di cosa si tratta, si riporta un brano che, nonostante faccia riferimento alla realtà della LSF, è applicabile anche alla LIS:

8 V. § 0.3.
9 A questo proposito, si veda Volterra 1987: 3-4.

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Ho anche mescolato la “J” iniziale del suo nome col segno a lato della testa, che significa «nella luna». Lui è spesso distratto. Mio padre è «Jacques la luna».

I sordi danno nomignoli particolari a tutti. A Vincennes, i sordi avevano deciso di chiamare mia madre «Denti di coniglio», perché aveva i denti leggermente sporgenti. La mamma diceva:

«Non se ne parla [...]».

Le abbiamo dato un altro nome, che le sta a pennello: «Anne la battagliera». Si fa il segno della “A”, braccio alzato, pollice divaricato, e il pugno chiuso proteso. [...]

Altri sono soprannominati «Capellone» e «Nasone». Il mio grande amico [...] è detto «Pollice sotto il naso». Passa il tempo ad asciugarsi con il pollice la goccia che gli cola di continuo dalla punta del naso!

In effetti, nella lingua dei segni, conferiamo alle persone una caratteristica visiva che ricorda un comportamento, certi tic, una particolarità fisica. È molto più semplice che sillabare ogni volta un nome in francese. A volte è buffo, a volte poetico, sempre preciso. Agli udenti la cosa non piace gran che. Taluni si seccano. Non così i sordi.

Il presidente Mitterrand si indica con l’indice e il mignolo, che formano due canini davanti alla bocca. Come denti di vampiro. (Sappiamo che si è fatto limare i denti. Prima, aveva due splendidi canini). [...] Gérard Depardieu è il naso enorme con le gobbe. Jacques Chirac è il naso appuntito con la “V” di vittoria. Si tratta di esempi di particolarità fisiche. Ma io ho un amico che si chiama «Esagerato». È un ragazzo che «le spara sempre grosse» quando racconta qualcosa. [...]

I sordi avrebbero potuto chiamarmi «Fiore che piange», se non avessi avuto accesso alla loro comunità linguistica. A partire dai sette anni, sono diventata ciarliera e luminosa. La lingua dei segni [che ho appreso solo a partire da quell’età] era la mia luce [...]. Sono diventata «Sole che si sprigiona dal cuore». (Laborit, 1995:90-91).

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Per indicare una persona, i sordi non ricorrono alla dattilologia, compitando cioè con l’alfabeto manuale10 il nome della persona, perché risulterebbe un processo troppo lungo. Esistono singoli segni che indicano un nome, specialmente se si tratta di nomi tradizionali che compaiono nel Vangelo (ad esempio, il segno PIETRO ricorda il Santo che possiede le chiavi, o ancora PAOLO il santo che fu decapitato): ma non è così per tutti i nomi, né è automatico che tutti coloro che si chiamano Pietro vengano indicati con il segno PIETRO.

Infatti, a due persone con lo stesso nome possono essere attribuiti segni nome diversi oppure, al contrario, due persone con nomi diversi possono essere identificate con lo stesso segno: questo accade perché l’attribuzione del segno nome non è necessariamente legata al nome ed al cognome della persona.

In alcuni casi questi ultimi due possono entrare in gioco: nel caso del segno nome del padre dell’autrice, ci si è ispirati all’iniziale del nome trasmessa con l’alfabeto manuale11 oppure il segno nome di una persona può essere la traduzione letterale del cognome o del nome, nel caso questi ultimi significhino qualcosa (ad esempio, qualcuno che si chiami Rosa oppure Calvi).

Più spesso, però, il segno nome s’ispira ad una particolare caratteristica della persona in questione: è frequente il caso di segni nome che denotano particolarità fisiche proprio perché percepibili facilmente dai sordi con la vista (avere i denti sporgenti, un naso importante, una folta chioma, ecc.) oppure tratti caratteriali dell’individuo (l’essere distratto, battagliero, ciarliero e luminoso, ecc.), abitudini passate o attuali (come il portare la treccia da piccoli o lo “spararle grosse”), comportamenti (l’essere propensi alle lacrime, ecc). Altre volte, il segno è legato alla professione svolta (l’essere vicepreside, ecc.) oppure alla provenienza

10 Ogni lingua dei segni possiede un sistema per comunicare le lettere dell’alfabeto tramite l’uso delle mani; l’alfabeto manuale risulta molto utile in presenza di nomi propri, difficili o stranieri: in questo caso si fa infatti ricorso alla dattilologia, cioè alla trasposizione di parole in segni manuali. In LIS esiste un vecchio alfabeto manuale (conosciuto anche dalla stragrande maggioranza dei bambini udenti, anche se solo per gioco) ed uno più nuovo, che risente dell’influsso dell’alfabeto manuale internazionale.

11 I segni nome che utilizzano una lettera del nome in lingua verbale sono detti inizializzati. V. anche nota 10 sull’alfabeto manuale.

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(l’essere francese, tedesco, ecc.). In alcuni casi il segno nome è misto, cioè trae la sua origine da più parti: è il caso del segno del padre dell’autrice che unisce l’iniziale del nome ad un tratto caratteriale. Esistono casi di segni nome tramandati di generazione in generazione: un figlio o un nipote di un membro della comunità sorda non è designato con un nuovo segno nome ma con quello dell’antenato.

Ad uno stesso individuo possono essere attribuiti più segni nome, ad esempio uno usato in famiglia e l’altro da amici e colleghi. I segni nome possono anche cambiare col tempo: è un’eventualità per una donna che si sposi o per chiunque cambi professione.

Come si è visto nell’estratto, i segni nome non sono solo attribuiti alle persone per così dire “comuni”, ma anche a personaggi politici e del mondo dello spettacolo. Il fatto che in LSF Depardieu sia identificato col naso, Mitterrand coi canini e la madre dell’autrice con i denti da coniglio dimostra che quello che agli occhi di un udente potrebbe essere percepita come un’offesa che non risparmia nessuno è invece, nel mondo sordo, una pratica comune e consolidata, senza il minimo intento ironico o di scherno. Per conoscere il mondo, i sordi si affidano in gran parte alla vista e pertanto tutto quello che salta all’occhio costituisce un ottimo elemento distintivo; se un udente indica una persona di corporatura robusta con l’appellativo «grasso» o «ciccione » lo fa con un intento ridicolizzante: al contrario, nella comunità sorda non è motivo di disturbo essere indicato col segno nome GRASSO perché in questo modo si constata esclusivamente un dato oggettivo che permette di distinguere una persona dall’altra. Questa differenza culturale tra italiano e LIS permette di capire quanto le due culture sottostanti siano autonome e distinte.

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1 Struttura della LIS

I segni della LIS, come quelli di tutte le lingue dei segni, possono essere analizzati per scomposizione in unità minori. Nell’esecuzione del segno infatti entrano in azione diverse componenti: quelle manuali, dato che per eseguire il segno si descrivono movimenti con una o entrambe le mani, e quelle non manuali, perché in contemporanea si assumono particolari posture o espressioni facciali.

1.1 Componentimanuali

Esistono segni che si eseguono con una mano sola ed altri che si eseguono con entrambe; nel primo caso si userà solo la mano dominante (generalmente, la destra per i destrimani e la sinistra per i mancini), nel secondo entrerà in gioco anche la mano non dominante, che spesso nei segni a due mani è usata come appoggio.

Per analizzare con precisione le componenti manuali, ossia quello che le mani fanno per segnare, si è soliti scomporre il segno in quattro parametri: luogo, configurazione, orientamento, movimento.

1.1.1 LUOGO

Per luogo s’intende il punto dello spazio dove le mani producono il segno. L’area attorno al segnante in cui è ammessa l’esecuzione dei segni è chiamata spazio segnico12.

Nella LIS si contano 16 luoghi:
1) lo spazio neutro: è lo spazio antistante al segnante. È una zona abbastanza

vasta, infatti i segni eseguiti qui possono essere prodotti più o meno in alto e 12 Per ulteriori informazioni sullo spazio segnico, si rimanda ai § 2.1.3 e 2.2.2.

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in basso, in posizione centrale piuttosto che verso sinistra o destra, più o

meno lontano dal corpo del segnante.

  1. 2)  la faccia: è la zona immediatamente davanti al viso. È un luogo piuttosto raro

    in LIS perché tende a coprire il volto, nascondendo così eventuali espressioni

    facciali di accompagnamento.

  2. 3)  la parte superiore e il lato del capo: comprende l’area al di sopra della testa

    nonché la fronte e le tempie.

  3. 4)  l’occhio:comprendequestoel’areaimmediatamenteadiacente.
  4. 5)  ilnaso:indicalazonadelnaso.
  5. 6)  laguancia:indicalazonadelleguance.
  6. 7)  l’orecchio:indicaquestoelazonaimmediatamentecircostante.
  7. 8)  la bocca: si riferisce alle labbra e all’area immediatamente adiacente.
  8. 9)  il mento: include mento e sottomento.

10)il collo: è la zona del collo, compresa tra mento e spalle.
11)la spalla ed il tronco superiore: comprende le spalle e la parte superiore del

tronco.
12)il petto: è la zona centrale del tronco.
13)il tronco inferiore e l’anca: include la zona inferiore del tronco e l’anca.
14)il braccio: indica tutto il braccio, sia quello superiore (dalla spalla al gomito),

sia quello inferiore (dal gomito al polso).
15)il polso: è la zona del polso.
16)la mano non dominante.
Nel sistema notazionale elaborato per trascrivere i singoli segni, ad ogni luogo è stato associato un simbolo che lo renda immediatamente identificabile13.

Se il segno è caratterizzato da movimento, è possibile che il luogo cambi durante l’esecuzione. A volte, nei segni a due mani, se la mano dominante si muove mentre la non dominante resta ferma, quest’ultima diviene il luogo d’esecuzione.

13 Per la lista e la legenda dei luoghi in LIS, si rimanda all’appendice.

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1.1.2 CONFIGURAZIONE

La configurazione è la forma che la mano assume nell’esecuzione del segno; tra i segni a due mani, alcuni presentano la stessa configurazione per entrambe (segni simmetrici), altri prevedono due configurazioni diverse (segni asimmetrici). Nei segni a due mani asimmetrici, in cui la mano non dominante funge da appoggio, quest’ultima può assume solo un numero limitato di configurazioni (B, A, 5, O, C, G, S), come dimostrano i segni qui riportati:

Figura 1:FAMIGLIA, mano non dominante con configurazione A (Radutzky 1992: 300). Figura 2: MESE, mano non dominante con configurazione B (Radutzky 1992: 214).

Figura 3: MATRIMONIO, mano non dominante con configurazione 5 (Radutzky 1992: 824). Figura 4: BUCO, mano non dominante con configurazione O (Radutzky 1992: 224).

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Figura 5: SALAME/AFFETTATO, mano non dominante con configurazione C (Radutzky 1992: 119).
Figura 6: ATTACCAPANNI, mano non dominante con configurazione G (Romeo 1997: 9).

In LIS sono state accertate trentotto configurazioni in uso: ad ogni modo, sei di queste sono usate in un numero ristrettissimo di segni (principalmente come lettere dell’alfabeto manuale14 o come classificatori15). Per le restanti trentadue è opportuno effettuare una distinzione: venticinque sono configurazioni distintive, sette sono varianti16. Le configurazioni distintive sono configurazioni che si oppongono l’una all’altra: una sostituzione comporta un cambiamento di segno e perciò di significato. La variante di una configurazione consiste, invece, in un lieve cambiamento della forma assunta della mano, che però non modifica il significato del segno; esistono varianti obbligatorie (che devono essere necessariamente usate in presenza di particolari caratteristiche del segno, ad esempio in caso di contatto) e varianti che non lo sono (si può scegliere liberamente se usare la configurazione distintiva o la variante).

Le configurazioni presentano diverse caratteristiche: le dita possono essere distanziate o unite; possono essere estese, piegate all’altezza delle nocche

14 V. nota 10 sull’alfabeto manuale.

15 I classificatori sono una peculiarità delle lingue dei segni. Un classificatore è un segno che sta a rappresentare una classe d’oggetti, persone o eventi con particolari caratteristiche di forma e/o di movimento: il classificatore può quindi fungere come una sorta di sostituto o di pronome che indica qualcuno o qualcosa. V. anche § 1.3.

16 Queste trentotto configurazioni sono quelle illustrate in Volterra 1987. Va però notato che in Radutzky 1992 è stato tracciato un quadro molto più analitico delle configurazioni in uso in LIS e pertanto per approfondimenti su tale tema si rimanda a questo testo.

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superiori o inferiori oppure chiuse a mo’ di pugno; il pollice può andare a toccare o sfiorare le altre dita formando così una chiusura oppure un tondo.

Nel sistema notazionale ogni configurazione della LIS è associata ad un numero, una lettera o un simbolo17.

1.1.3 ORIENTAMENTO

L’orientamento è la posizione che la mano assume nello spazio in rapporto con il corpo e, nei segni a due mani, con l’altra mano; si tratta della posizione iniziale del segno, che precede cioè l’eventuale movimento.

Per definire in modo inequivocabile la posizione, si è soliti “scomporre” la mano in due parti: il metacarpo (la parte compresa tra il polso e la prima giuntura delle dita) ed il palmo (corrispondente alla superficie interna delle dita). Per ognuna s’indicano rispettivamente la direzione (il luogo nello spazio verso cui è diretta l’estremità del metacarpo a contatto con le falangi) e l’orientamento (il luogo nello spazio verso cui è rivolto il palmo).

Il palmo, come del resto il metacarpo, assume rispetto al corpo una di sei diverse posizioni: può essere rivolto verso sinistra, destra, l’alto, il basso, il corpo del segnante oppure l’avanti. Infine, può esserci un contatto della mano o delle dita con una parte del corpo, o al contrario nessun contatto.

Nei segni a due mani, va tenuto conto anche della posizione reciproca delle due:

  • si può instaurare un contatto di mani o di dita;
  • una mano è vicina all’altra, oppure all’opposto è lontana;
  • la mano sinistra è sopra la destra, o viceversa;
  • la mano sinistra è davanti la destra, o viceversa;
  • una mano è dentro l’altra;
  • le due mani si incrociano;

    17 Per la lista e la legenda delle configurazioni in LIS, si rimanda all’appendice.

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• le due mani sono intrecciate o afferrate.
In caso di movimento, l’orientamento iniziale può essere soggetto a variazioni durante l’esecuzione del segno. Nel sistema notazionale ogni orientamento della LIS è associato ad un simbolo18.

1.1.4 MOVIMENTO

Per analizzare il movimento, si è soliti scomporlo in quattro tratti: direzione, maniera, contatto ed interazione.

Muovendosi, la mano può spostarsi in una delle seguenti direzioni:

  • verso l’alto, il basso, destra, sinistra, il segnante o l’avanti in caso di movimenti unidirezionali (cioè che avvengono una sola volta in un’unica

    direzione).

  • in caso di movimenti continui (cioè che si ripetono più di una volta in

    direzioni opposte), la direzione può essere su e giù, a destra e sinistra, avanti e indietro.
    La maniera indica come le mani si muovono. Secondo questo tratto il

    movimento può essere:

    • dritto: la mano traccia una linea retta o leggermente arcuata tra due punti.
    • circolare: si suddivide ulteriormente a seconda che si tratti di un semplice

      arco o di un circolo continuo, che avvenga in senso orario o antiorario.

    • con braccio ed avambraccio prominenti: è un movimento che coinvolge

      l’intero braccio e non solo la mano.

    • di torsione: è un movimento che comporta la torsione del polso e degli

      avambracci.

    • con piegamento del polso: è un movimento in cui solo il polso si piega. Può

      essere un piegamento in avanti, indietro o laterale.

      18 Per la lista e la legenda degli orientamenti in LIS, si rimanda all’appendice.

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  • con piegamento delle nocche: entrano in gioco solo le giunture che congiungono il metacarpo con le dita, di modo che tra i due si formi un angolo retto.
  • con piegamento alle giunte intercarpali: si muovono tutte le giunture che compongono le dita.
  • con apertura della mano e/o delle dita: le dita e/o la mano si aprono totalmente.
  • con chiusura della mano e/o delle dita: le dita e/o la mano si chiudono totalmente.
  • con andamento ondulatorio o di tamburellamento delle dita: le dita possono muoversi su e giù in modo non sequenziale (ricorda il modo in cui si digita sulla tastiera) oppure sequenziale (come quando si tamburella con impazienza con le dita).
  • sbriciolamento: ricorda il gesto usato dagli udenti italiani per indicare i soldi o la sabbia (il pollice che scorre sulle altre dita).
  • ripetuto: il movimento è eseguito più di una volta.
  • lento: il movimento è effettuato deliberatamente con lentezza.
  • teso e frenato: è un movimento breve e veloce che viene concluso in modo

    brusco.

  • delicato: è un movimento estremamente dolce, l’opposto del movimento teso

    e frenato.

  • esteso: è un movimento più grande o allungato del normale che dà luogo

    perciò ad un segno di dimensioni maggiori.

  • neutro: un segno con movimento neutro è un segno statico, ossia senza alcun

    movimento.

    Alcuni tratti di maniera possono combinarsi tra loro: ad esempio, esistono segni d’apertura tesi e frenati o con andamento ondulatorio, segni con torsione ripetuta e così via.

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Durante l’esecuzione del segno può verificarsi un contatto del corpo, con la mano o le dita. Il contatto può avvenire nella parte iniziale, centrale o finale del segno e può essere ripetuto oppure spostato (cioè ripetuto ma in due o più punti diversi del corpo).

Nei segni a due mani bisogna tener conto dell’interazione tra le due durante il movimento:

  • accostamento: le mani si avvicinano l’un l’altra. Può dar luogo a contatto oppure no.
  • divisione: le mani (inizialmente vicine, con o senza contatto) si separano.
  • andamento alternato: le mani si interscambiano di luogo (ad esempio, mentre

    una sale l’altra scende e viceversa).

  • incrocio: inizialmente separate, le mani si incrociano durante il movimento.
  • intreccio o presa: le dita o le mani si intrecciano o si afferrano.
  • inserimento: la mano dominante o una sua parte si inserisce in quella non

    dominante.

    Se le due mani assumono una stessa configurazione e compiono un movimento opposto l’una all’altra, si parla di «segno speculare».

    Figura 7: CINEMA, esempio di segno speculare (Romeo 1997: 101).

    Nel sistema notazionale ogni tratto di movimento della LIS è associato ad un simbolo; l’unica eccezione è costituita dal tratto di maniera «dritto», denotato dall’assenza del simbolo19.

    19 Per la lista e la legenda dei movimenti in LIS, si rimanda all’appendice.

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1.2 Componentinonmanuali

Per eseguire correttamente un segno non basta saper controllare in modo corretto ciò che le mani descrivono nell’aria: il segno infatti si compone di altri elementi che esulano dagli arti superiori. Tali elementi, raggruppati sotto la denominazione di «componenti non manuali», rivestono la stessa importanza dei quattro parametri ai fini di una corretta comprensione del segno e di intere frasi in LIS poiché forniscono tutta una serie d’informazioni che le mani da sole non trasmettono. Per citare solo alcune delle funzioni assolte, le componenti non manuali possono differenziare due segni che altrimenti sarebbero identici per luogo, configurazione, orientamento e movimento; esprimono le variazioni di grado degli aggettivi (funzione svolta nella lingua verbale da diminutivi, superlativi e comparativi); permettono di distinguere una frase affermativa da un’interrogativa o un’imperativa.

Le componenti non manuali si possono ulteriormente dividere in espressioni facciali, postura del corpo e componenti orali.

1.2.1 ESPRESSIONI FACCIALI

Le espressioni facciali coinvolgono le diverse parti del viso:

  • le sopracciglia. Possono sollevarsi, abbassarsi, corrugarsi.
  • gli occhi. Le palpebre possono alzarsi, abbassarsi lievemente, stringersi a

    fessura, chiudersi, battere; gli occhi si possono strizzare, girare verso sinistra,

    destra, l’alto, il basso.

  • il naso. Si può arricciare, oppure le narici possono dilatarsi o restringersi.
  • le guance. Si possono gonfiare o risucchiare, si può spostare la mandibola

    obliquamente o in avanti.

  • la bocca (labbra e lingua). La bocca può spalancarsi o chiudersi; la lingua può

    essere mostrata oppure asciugare un labbro; le labbra possono compiere innumerevoli movimenti (stringersi, creare le fossette, risucchiare, ecc.).

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L’espressione facciale può essere neutra (quando le parti del viso non assumono nessuna posizione particolare) oppure comporsi di uno o più tratti salienti. Esistono segni in cui l’espressione facciale è parte integrante dello stesso, esattamente come lo sono i quattro parametri: ad esempio, nel segno che corrisponde alla glossa ODIO20 è necessario corrugare gli occhi ed increspare le sopracciglia perché in caso contrario il segno non avrebbe senso.

Figura 8: ODIO (Volterra 1987: 160).

1.2.2 POSTURA

Oltre alle espressioni facciali, un altro elemento che può accompagnare il segno è la postura. Con questo termine s’indicano eventuali posizioni e movimenti del capo, del collo, delle spalle; in assenza di tali elementi salienti, la postura è neutra.

La testa può inclinarsi oppure girarsi, a destra o sinistra; si può abbassare o alzare, sporgere in avanti o indietro. Il collo si può protendere. Le spalle (e più in generale il corpo) possono protendersi in avanti o indietro; ci si può stringere nelle spalle o al contrario alzarle.

Ovviamente, la presenza d’espressioni facciali non preclude l’utilizzo contemporaneo di particolari posture: così, il segno ODIO prevede non solo le

20 Una glossa è il traducente proposto in lingua parlata per un determinato segno. Come accade nella traduzione tra lingue verbali, un segno in LIS può corrispondere a più di un traducente italiano (e viceversa) oppure può accadere che per esprimere il significato di un singolo segno sia necessario ricorrere ad un’espressione e non ad una singola parola.

In questa trattazione si è deciso di indicare tipograficamente il fatto che un termine costituisce la glossa di un segno scrivendolo interamente in maiuscolo. Qualora un segno si traduca con più di una parola, la glossa sarà costituita da parole maiuscole unite da trattini.

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espressioni facciali specificate nel paragrafo 1.2.1, ma anche uno spostamento all’indietro del corpo (v. figura 8).

1.2.3 COMPONENTI ORALI

La produzione del segno può, a volte, essere accompagnata da alcune componenti orali, dette forme labiali. Se nel passato si riteneva che queste fossero solo una specie di “imitazione del parlato”, in cui il sordo muove la bocca come se dicesse la parola italiana corrispondente al segno eseguito ma senza emettere suoni, recentemente se è appurato che la situazione è ben diversa.

Le forme labiali sono classificate in due categorie distinte: le immagini di parole prestate (IPP) e le componenti orali speciali (COS).

Nel primo caso, il segno manuale è accompagnato da labializzazione, ossia movimenti della bocca che sembrano l’articolazione di parole intere (o anche solo di parti di esse), senza che vengano però necessariamente emessi suoni. Ad esempio, nell’eseguire il segno LAVORO bisogna enfatizzare nella labializzazione soprattutto la lettera «l», mentre in AVVOCATO è sulla «v» che si pone l’enfasi. Appare chiaro che nelle IPP non si labializza necessariamente la parola intera, ma spesso solo l’elemento dominante: la lettera marcata dalle labbra rappresenta il gruppo consonantico più saliente all’interno della parola, nonché quello più riconoscibile visivamente, e non per forza l’iniziale.

Le COS sono sempre movimenti della bocca che però non hanno nessuna relazione con il parlato. Ad esempio, il segno PRESTITO è accompagnato da una guancia rigonfia che poi ritorna normale perché l’aria viene fatta uscire rapidamente a più riprese dalla bocca, producendo leggeri rumori simili al suono «pa».

Le componenti orali sono usate, tra l’altro, per enfatizzare le parti più salienti del discorso, togliere qualsiasi dubbio all’interlocutore in caso di omonimia, chiarire la sintassi delle frasi.

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Va però detto che l’uso delle componenti orali risente fortemente dell’istruzione ricevuta dal singolo soggetto inquadrata in un’ottica geografica: infatti, regioni come la Lombardia o la Toscana hanno una forte tradizione oralista che ha spinto e spinge tuttora i segnanti istruiti in queste regioni a farne largo uso; al contrario, i sordi educati in regioni con scarsa vocazione oralista (Campania, Puglia, ecc.) sono molto meno abituati a ricorrere alle componenti orali. Per queste ragioni, l’uso di queste componenti in LIS non è standardizzato e subisce fortemente l’influsso regionale.

1.3 CennisullamorfologiaesullasintassiinLIS

Data la complessità della morfologia e della sintassi in LIS, in questo paragrafo si forniranno solo alcune indicazioni che delineino per sommi capi il funzionamento della comunicazione in LIS da questo punto di vista. Alla stregua d’ogni altra lingua, il segnante che utilizza la LIS deve seguire precise regole grammaticali se vuole farsi intendere dall’interlocutore: ad esempio, come in italiano si accordano i sostantivi per genere e numero o si coniugano i verbi, così i segni della LIS devono essere opportunamente flessi.

I segni che indicano sostantivi seguono precise regole per la formazione del plurale: in generale, i sostantivi della classe I (che hanno cioè come luogo d’esecuzione un punto del corpo) formano il plurale con aggiungendo TANTI/E al segno singolare, mentre quelli della classe II (eseguiti nello spazio neutro) vengono pluralizzati ripetendo il segno in luoghi diversi, cioè in diversi punti dello spazio neutro (ad esempio, il plurale di «città» si forma articolando il segno CITTÀ una volta verso destra, un’altra al centro e poi a sinistra).

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Figura 9: DONNE (Volterra 1987: 188).

Figura 10: CITTÀ, singolare (Volterra 1987: 187). Figura 11: CITTÀ, plurale (Volterra 1987: 188).

I verbi si dividono in tre classi: la I contiene quelli eseguiti sul corpo, la II quelli eseguiti nello spazio neutro e caratterizzati da direzionalità (ossia con un movimento fra due punti d’articolazione, più precisamente in direzione di uno o più dei suoi argomenti: ad esempio, dal segnante verso l’esterno per indicare un «io» ed un «lui»), la III quelli eseguiti nello spazio neutro ma senza direzionalità (cioè con un movimento in un solo punto d’articolazione).

Figura 12: PENSARE, verbo della classe I (Volterra 1987: 189).

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Figura 13: REGALARE, verbo della classe II (Volterra 1987: 190). Figura 14: CRESCERE, verbo della classe III (Volterra 1987: 190).

Questa suddivisione risulta utile quando si tratta di specificare il soggetto o i complementi della frase: i verbi della I classe mantengono la forma citazionale (l’equivalente di quello che per i verbi delle lingue vocali è l’infinito: v. figura 12-14) indipendentemente dal soggetto o dai complementi; quelli della seconda invece modificano il movimento e/o l’orientamento ed in questo modo un unico segno in LIS può indicare ciò che in italiano è espresso da soggetto, verbo e complemento; i verbi della III, invece, modificando il luogo d’articolazione, includono in un unico segno il verbo ed un’altra informazione (per esempio, solo il soggetto o solo un complemento).

Figura 15: «Io penso», «lui/lei pensa» (Volterra 1987: 191).

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Figura 16: «Tu mi regali» (Volterra 1987: 193). Figura 17: «Io regalo a più persone» (Volterra 1987: 193). Figura 18: «Lui gli regala» (Volterra 1987: 193).

Figura 19: «Il bambino cresce» (Volterra 1987: 195).

Altre volte, agendo sul movimento del segno, il verbo in LIS può trasmettere anche informazioni qualitative sull’azione: ad esempio, un movimento più veloce del segno INCONTRARE può significare «incontrare improvvisamente», oppure se, al contrario, il movimento è lento e ripetuto significa «incontrare sempre».

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Figura 20: INCONTRARE (Volterra 1987: 165).
Figura 21: INCONTRARE-IMPROVVISAMENTE (Volterra 1987: 165). Figura 22: INCONTRARE-SEMPRE (Volterra 1987: 166).

Quando il luogo d’esecuzione di un verbo si modifica per avvicinarsi al luogo di un suo argomento (v. figura 16-18, 21-22) si parla di «incorporazione» poiché in un unico segno si incorporano più informazioni.

La flessione del verbo in LIS non permette di trasmettere informazioni temporali: infatti in LIS, per indicare il tempo presente, passato o futuro, si è soliti aggiungere segni con valore temporale, come OGGI, FUTURO, DUE- ANNI-FA e così via. I segni temporali seguono il principio della linea del tempo: s’immagina così una divisione dello spazio secondo cui i segni relativi al passato sono eseguiti sopra o dietro la spalla, quelli al presente nello spazio immediatamente di fronte al segnante e quelli legati al futuro nello spazio antistante al segnante.

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Figura 23: DOMANI, DOPODOMANI, IERI, L’ALTRO-IERI, esempi sul funzionamento della linea del tempo (Volterra 1987: 198).

Informazioni che in italiano sono trasmesse con aggettivi, avverbi, pronomi sono a volte veicolate dai cosiddetti classificatori21. I classificatori permettono di specificare la posizione di un oggetto o di un’entità animata oppure di descriverne le caratteristiche fisiche. Si usa un determinato classificatore piuttosto che un altro a seconda dell’oggetto o dell’essere animato a cui si riferisce: oggetti di forma piana (giornali, automobili, ecc.) sono indicati con classificatori dalla configurazione a mano piatta (configurazione B ad una mano per estensioni minori, a due mani per estensioni maggiori), quelli cilindrici (bicchieri, bottiglie, ecc.) dalla mano con configurazione C, gli esseri animati a due gambe (come gli uomini) con la V, certi oggetti o azioni (pistola, asciugacapelli, saldatura, ecc.) con la L e così via.

21 V. nota 15.

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Figura 24: classificatore con configurazione B (Romeo 1997: 51). Figura 25: classificatore con configurazione BB (Romeo 1997: 51). Figura 26: classificatore con configurazione C (Romeo 1997: 51). Figura 27: classificatore con configurazione V (Romeo 1997: 51).

Come già accennato in precedenza22, le componenti non manuali assolvono funzioni rilevanti dal punto di vista morfosintattico: accentuando una determinata espressione facciale che accompagna il segno che indica un aggettivo, si forniscono informazioni relativi al grado (ad esempio, l’essere magro, molto magro o magrissimo). Altre volte, il ricorso alla labializzazione chiarisce la sintassi: è il caso delle coestensione delle forme labiali a due segni, in cui la

22 V. § 1.2.

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labializzazione è eseguita nel lasso di tempo durante il quale si articolano due segni che tra loro hanno un rapporto sintattico (ad esempio, azione ed agente).

Le componenti non manuali sono determinanti quando si tratta di dover distinguere le intenzioni comunicative della frase: una frase affermativa avrà un espressione facciale neutra, una negativa si noterà dal movimento simultaneo di testa e mani nel momento della negazione, una frase condizionale dalla fronte corrugata, dalle sopracciglia inarcate e dall’inclinazione di testa e spalle. Le interrogative si dividono invece in due categorie: domande chiuse (che ammettono come risposta solo SÌ o NO) e domande aperte (che ammettono ogni tipo di risposta poiché usano «chi», «cosa», «dove», «come», «quando», «perché», «quale», ecc.). Le domande chiuse si segnalano in corrispondenza del segno finale con un innalzamento delle sopracciglia ed un leggero movimento in avanti del capo, mentre le domande aperte con un abbassamento delle sopracciglia.

Figura 28: «Io vado al cinema» (Volterra 1987: 167).

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Figura 29: «Vai al cinema?» (Volterra 1987: 168).

Figura 30: «Non vado al cinema» (Volterra 1987: 169).

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Figura 31: «Non mangio mai» (Romeo 1997: 127).

Per riportare un dialogo, la LIS non ricorre al discorso indiretto usato invece in italiano: non si deve ricorrere ogni volta ad espressioni come «la madre ha detto che», «il figlio le rispose che..», «lei gli ribadì che…» e così via, ma si riportano direttamente i dialoghi. Quest’ellissi è possibile grazie alla tecnica dell’impersonamento (o role taking): infatti, con adeguarti cambiamenti dell’espressione il segnante “s’identifica” con le persone coinvolte nel dialogo. Ad esempio, nel caso di un’interazione tra una donna ed un bambino, il segnante guarderà e si rivolgerà verso il basso quando riporterà le parole della madre e verso l’alto quando sarà il turno del piccolo; lo stesso vale se sono coinvolte due persone di cui una è rivolta verso destra e l’altra verso sinistra. L’impersonamento non riguarda solo la posizione fisica dei referenti: si devono riprodurre anche il loro stile o l’espressione del loro volto qualora queste siano particolari; ad esempio, un referente teso o spaventato tradisce le proprie emozioni anche nel segnare, esattamente come accade con il tono della voce per gli udenti, oppure un referente con un’aria triste ha un’espressione particolare in volto: nel momento in cui il segnante vorrà dire o narrare ciò che ha detto il referente, dovrà tener conto di queste peculiarità.

L’ordine dei segni nella LIS è tutt’altro che casuale, nonché molto diverso dall’ordine delle parole in una frase in italiano. È opportuno effettuare una distinzione semantica tra frasi reversibili e frasi irreversibili: scambiando di posto due sintagmi nominali, nelle prime si ottiene una frase semanticamente plausibile ma di senso opposto (ad esempio, «la ragazza abbraccia il bambino», poiché è

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possibile dire «il bambino abbraccia la ragazza»), nelle seconde una frase non plausibile (per esempio, «la ragazza cuce il vestito», dato che normalmente non è ammissibile una frase come «il vestito cuce la ragazza»). A queste vanno aggiunte le frasi locative, che specificano la posizione di qualcosa o qualcuno («la ragazza sta sul divano», «il bicchiere è sopra il libro», ecc.).

In linea di massima, nelle frasi irreversibili si tende ad usare l’ordine SOV (soggetto-oggetto-verbo, come IO CINEMA ANDARE per «io vado al cinema», v. figura 28), nelle reversibili l’ordine SVO (come IO CONOSCERE LUI per «io conosco lui»), nelle locative l’ordine OSV (come TAVOLO BICCHIERE SOPRA per «il bicchiere è sul tavolo»).

Figura 32: «Lo conosco» (Romeo 1997: 81).

Figura 33: «Il bicchiere è sul tavolo» (Romeo 1997: 88).

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L’ordine della frase diventa più elastico quando entrano in gioco meccanismi in grado di fugare ogni dubbio in merito a quale sintagma nominale sia l’agente e quale il paziente all’interno di una frase. Ad esempio, nella frase reversibile «il bambino abbraccia la nonna» è ammesso l’ordine SOV (BAMBINO NONNA ABBRACCIA) perché il verbo subisce una modifica a livello spaziale: infatti, eseguendolo dal basso verso l’alto per indicare la statura reciproca dei due individui, si può logicamente escludere che sia la nonna ad abbracciare il bambino. Nel caso specifico, sono la direzionalità e l’uso dello spazio che consentono un ordine più libero della frase; altre volte, un analogo meccanismo che entra in gioco è l’uso dei classificatori.

Figura 34: «Il bambino abbraccia la nonna» (Volterra 1987: 226).

L’ordine in LIS è nettamente diverso dall’italiano quando si deve negare (la negazione segue il verbo, v. figura 30-31), esprimere il possesso (il possessivo segue il possessore ed anche il posseduto si colloca in una posizione insolita agli occhi di parlante d’italiano) o porre domande utilizzando avverbi, pronomi o aggettivi interrogativi (si preferisce porli come elemento finale della frase: la

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posizione iniziale è ammessa ma evitata perché la frase assume così un sapore innaturale e quindi sgrammaticato).

Figura 35: «La macchina è di papà», frase con ordine posseduto-possessore-possessivo (Romeo 1997: 85).

Figura 36: «La radio di papà», dove l’ordine è possessore-possessivo-posseduto (Volterra 1987: 217).

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2 La LIS dal punto di vista semiotico 2.1 LacomunicazioneinLIS

2.1.1 UNA LINGUA STORICO-NATURALE

Come le lingue verbali, la LIS gode appieno dello status di lingua23 storico- naturale: si tratta quindi di un vero e proprio codice, cioè di un sistema di segni e di regole per il loro uso che consente di formulare messaggi. Questo codice è di tipo naturale e si oppone perciò a quelli artificiali: una lingua naturale (come la LIS o le lingue vocali) sorge spontaneamente all’interno di una cultura in risposta alla necessità di comunicare di un’intera comunità, mentre una lingua artificiale è frutto di un’opera consapevole d’ideazione e creazione compiuta da un ristretto numero d’individui (è il caso dell’esperanto e del Gestuno24).

In quanto lingua naturale, la LIS è soggetta al cambiamento storico: si evolve infatti nel tempo e nello spazio. L’evoluzione della LIS, come quella di tutte le altre lingue, segue da vicino i cambiamenti della realtà: infatti, una lingua potenzialmente può esprimere qualsiasi concetto, nonché descrivere sé stessa ed altri codici, e questo ne fa un linguaggio illimitato, al contrario ad esempio della matematica, linguaggio limitato che non riesce ad esprimere nel proprio codice qualsiasi enunciato appartenente ad un linguaggio illimitato. Per descrivere efficientemente la realtà bisogna che la lingua si evolva in relazione ai cambiamenti strutturali della società: vengono quindi coniati nuovi segni per indicare oggetti o eventi nuovi (si pensi ad esempio alle innovazioni tecnologiche) e segni già esistenti subiscono modiche o vengono lentamente

23 V. § 0.4 sul concetto di lingua.
24 L’esperanto è una lingua vocale artificiale ideata per essere facilmente condivisa da tutti i parlanti del mondo ed abbattere così le barriere linguistiche: allo stesso modo, nel 1951 la Federazione Mondiale dei Sordi ha postulato l’esistenza di una lingua dei segni internazionale. Nel 1973 è stata quindi stilata una lista di 1500 segni scelti dalle diverse lingue dei segni secondo un criterio di comprensibilità internazionale: nasceva così il Gestuno, termine derivante dall’italiano che rimanda all’unità delle lingue dei segni. Molti sono restii a definirla una lingua perché il Gestuno è costituito solo da un nucleo lessicale e non da una grammatica propria. Il suo impiego è molto limitato, per lo più in ambito di manifestazioni internazionali della comunità sorda.

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soppiantati da altri segni. È il caso di TELEFONO: il segno originario ricorda da vicino la struttura del telefono a muro, composto da due pezzi; in seguito, il segno è cambiato rispecchiando i nuovi modelli di telefono a manovella in passato e di telefono con cornetta poi.

Figure 37- 38-39: evoluzione del segno TELEFONO (Romeo 1997: 46).

Recentemente, il segno TELEFONO è cambiato ulteriormente a causa della diffusione dei cellulari: il nuovo segno è eseguito nello spazio neutro e si rifà alla digitazione effettuata con il pollice sull’apparecchio mentre le altre dita lo sorreggono.

2.1.2 I FATTORI DELLA COMUNICAZIONE IN LIS

Perché avvenga una comunicazione linguistica è indispensabile la presenza d’alcuni elementi, che sono alla base dello schema dei fattori della comunicazione elaborato dal linguista Roman Jakobson:

Contatto Messaggio

Emittente Codice Destinatario Contesto

Schema 1: gli elementi della comunicazione secondo Jakobson.

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L’emittente è per definizione colui che invia un messaggio ad un determinato destinatario: se nella comunicazione in lingua verbale l’emittente è chi parla o scrive, in LIS è invece colui che segna, o segnante. Il destinatario è invece la persona che ha il compito di recepire il messaggio inviatogli dall’emittente leggendo, ascoltando o, nel caso della LIS, osservando.

Il messaggio (o testo) è ciò che viene trasmesso, ma, esattamente come avviene per le lingue verbali, il materiale presente nella mente dell’emittente non può raggiungere il destinatario se non subendo una trasformazione: bisogna che si concretizzi in qualche forma materiale (carta scritta, tavolette incise o altro nel caso della scrittura, suoni nel caso del parlato, successione di movimenti di alcune parti del corpo in LIS). Questo passaggio fa sì che nasca un residuo: infatti, non tutto il contenuto mentale trova uno sbocco sotto forma di testo mentale e poi in testo verbale o segnato, in parte volutamente (qualora l’emittente decida di non esprimere certe parti del proprio contenuto mentale), in parte inevitabilmente (nonostante gli sforzi compiuti per limitare il residuo, l’emittente non riesce ad esprimere appieno e/o correttamente in parole o segni il proprio potenziale mentale). Le parole e i segni che formano il messaggio diventano perciò dei sostituti dei contenuti mentali dell’emittente, chiamati «segnali». Lo stesso procedimento di trasformazione, ma in senso inverso, avviene quando il destinatario decodifica i segnali in nuovo materiale mentale: il destinatario può infatti fraintendere, ignorare o amplificare una parte del messaggio senza che ciò fosse intenzione dell’emittente. Tali elementi di disturbo della comunicazione sono definiti «rumore».

Il messaggio è espresso in un determinato codice, cioè in un formato che sia accessibile al destinatario: il codice è dunque la lingua impiegata (che sia verbale o dei segni); affinché la comunicazione vada a buon fine, è indispensabile che emittente e destinatario condividano il codice impiegato nel suddetto atto comunicativo.

La comunicazione avviene solo se tra emittente e destinatario s’instaura un contatto di natura fisica in grado di consentire la trasmissione del messaggio

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tramite un canale (sonoro per il parlato, visivo per la scrittura e la LIS). L’atto comunicativo è infine calato in un determinato contesto: il messaggio fa infatti riferimento ad una certa realtà di tipo fisico, sociale o culturale la cui conoscenza è necessaria per una piena comprensione del messaggio e della situazione in cui è stato trasmesso.

L’applicazione di tale schema ad una comunicazione in LIS porta a trarre conclusioni parzialmente diverse rispetto a quelle relative ad una comunicazione in lingua verbale.

Il contatto che s’instaura in LIS è necessariamente di tipo visivo: questo fa sì che l’emittente ed il destinatario possano comunicare solo trovandosi fisicamente in uno stesso luogo in una posizione da cui il secondo possa agevolmente osservare il primo; la comunicazione a distanza è stata resa possibile solo recentemente grazie alla tecnologia: ad esempio, mentre in lingua verbale la comunicazione tra un emittente di Roma ed un destinatario di Milano era garantita da secoli dal servizio di posta, in LIS la comunicazione a distanza è una realtà solo da pochi anni grazie all’invenzione di telecamere, webcam, videotelefoni, videoconferenze, ecc. Inoltre, il fatto che la comunicazione in LIS viaggi sul canale visivo-gestuale e non su quello sonoro determina anche i possibili fattori di disturbo fisico (o «rumore» di carattere fisico): poco importa se mentre l’emittente segna si ode un fragore improvviso, l’importante è che nulla si frapponga lungo la traiettoria visiva del destinatario e che niente impedisca o limiti i movimenti dell’emittente all’interno dello spazio segnico (il segnante quindi difficilmente potrà comunicare in LIS se sorregge dei pacchi o se si trova all’interno di un mezzo pubblico in cui i passeggeri sono ammassati l’uno contro l’altro). Inoltre, ai fini di una maggior visibilità, è opportuno tener conto dell’illuminazione: il segnante non deve avere alle spalle una fonte di luce come una finestra perché il volto resterebbe in ombra e sarebbe molto faticoso percepire le espressioni facciali; ancora, se i segnanti sordi che usano la LIS quotidianamente non prestano particolare attenzione all’abbigliamento, gli interpreti di lingue dei segni tendono a vestirsi di scuro se hanno la pelle chiara,

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di chiaro se hanno carnagione scura, privilegiano la tinta unita alla fantasia (cosicché le mani si staglino maggiormente su uno sfondo uniforme), evitano di indossare gioielli che possano essere d’intralcio nell’articolazione e di usare smalti per unghie dalle tinte sgargianti.

Per finire, una comunicazione basata sulla vista implica una maggiore esposizione dell’emittente nei confronti del destinatario: mentre in lingua verbale è possibile che l’emittente mantenga una sorta di anonimato (si ascolta solo una voce senza sapere a chi appartenga o, in casi più estremi, si legge un messaggio in forma scritta senza sapere chi ne sia l’autore), è impensabile immaginare una comunicazione in LIS in cui il destinatario non sappia fornire indicazioni sull’emittente dato che necessariamente ne conosce le sembianze perché ne ha osservato il volto ed il corpo mentre segnava.

Le considerazioni fin qui riportate prendono in esame la situazione comunicativa in cui emittente e destinatario non coincidano: ma, esattamente come può capitare che un udente parli da solo o scriva a sé stesso, accade anche che un sordo segni e sia al contempo il destinatario del messaggio segnato. I motivi di questo “dialogo con sé stessi” possono essere i più disparati, gli stessi validi per gli udenti: farsi coraggio, calmarsi, riflettere, sfogare la rabbia, prepararsi per un’interrogazione o un colloquio importante e così via. Un udente riesce a raggiungere questi scopi udendo la propria voce, grazie cioè al feedback acustico: un sordo ha invece lo stesso grado di successo pur non ponendosi di fronte ad uno specchio, cioè senza un reale feedback visivo.

Ovviamente, come accade tra gli udenti, si preferisce agire in questo modo soprattutto quando si è da soli per evitare di essere giudicati “bizzarri” dagli altri. Ad ogni modo, come avviene tra gli udenti, i sordi comunicano con sé stessi in presenza degli altri tramite il pensiero, che avviene in due modalità diverse: una non ricorre alla lingua ma è composta solo da codice mentale (il cosiddetto «linguaggio interno», usato anche dagli udenti), l’altra è invece basata sulla lingua; accade così che, in quest’ultimo caso, mentre l’udente si figura nella mente la propria voce, il sordo visualizzi i segni corrispondenti al proprio

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pensiero. Quando emittente e destinatario coincidono, è evidente che non viene a crearsi nessun residuo dovuto al passaggio da materiale mentale a testo mentale o testo segnato, e viceversa: l’emittente sa benissimo ciò che vuole esprimere e recepisce perciò il messaggio nella sua interezza.

2.1.3 RESTRIZIONI OGGETTIVE

Tenendo presente i fattori della comunicazione in LIS analizzati nel paragrafo 2.1.2, si può concludere che, per la sua stessa natura, questa lingua non può ammettere una serie di comportamenti perché materialmente impossibili da compiere o perché in aperto contrasto con lo scopo dell’atto comunicativo: si potrebbe dunque parlare di «restrizioni oggettive».

Una delle principali restrizioni di questa natura è di tipo articolatorio: riguarda cioè le possibilità motorie del corpo umano che, per quanto possa compiere un’ampia gamma di movimenti, ha pur sempre dei limiti; è per questo motivo che non esistono, ad esempio, configurazioni con le dita piegate all’indietro (le articolazioni coinvolte non lo permettono) o espressioni facciali con movimento delle orecchie (solo un numero molto limitato di persone è capace di eseguirlo: è invece necessario che tutti i segnanti possano fisicamente compiere un determinato segno).

Un’altra restrizione riguarda lo spazio segnico. Dato che, affinché l’atto comunicativo vada a buon fine, il destinatario deve poter percepire visivamente i segni prodotti dal segnante, è impensabile supporre che esistano segni che abbiano come luogo d’esecuzione lo spazio dietro la schiena o dietro il capo: nonostante sia fisicamente possibile portare le mani in quelle posizioni, lo spazio segnico non comprende quei luoghi perché lungo la traiettoria visiva del destinatario vi sarebbe un ostacolo (ossia il corpo del segnante) che comprometterebbe irrimediabilmente la comunicazione.

Per finire, siccome alcuni segni si compongono d’espressioni facciali fondamentali ai fini di una corretta comprensione del segno, sarebbe

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contraddittorio che l’esecuzione delle componenti manuali andasse a nascondere completamente il volto e quindi l’espressione facciale d’accompagnamento.

2.2 Microstrutture:cheremiesegniLIS

2.2.1 CHEREMI E COPPIE MINIME

La struttura delle LIS, come quella di tutte le lingue dei segni, è simile a quella delle lingue vocali: se in queste ultime i fonemi (unità minime prive di significato) si combinano per formare parole (unità più complesse dotate di significato) che a loro volta formano frasi, in LIS esistono cheremi (dal greco cheri, mano) la cui combinazione dà luogo a segni che a loro volta si combinano formando frasi; in questo consiste la cosiddetta «doppia articolazione», che caratterizza ogni lingua, sia essa verbale o dei segni. In una lingua verbale, i fonemi sono costituiti dai suoni in uso in quella lingua; in LIS, invece, i cheremi sono i parametri che compongono il segno, ossia configurazione, luogo, orientamento, movimento e componenti non manuali25.

I fonemi sono contrastivi, cioè si contrappongono l’uno: ad esempio, /p/ e /b/ sono due fonemi distinti e la sostituzione di uno con l’altro all’interno di una parola ne cambia totalmente il significato (come in «pelle» e «belle»). Due parole che differiscono per un solo tratto distintivo formano una coppia minima. Allo stesso modo, in LIS agendo su uno dei cosiddetti parametri di cui si compone un segno (cioè sostituendo un cherema con un altro) si creano coppie minime di segni: infatti, anche i cheremi sono contrastivi. I parametri del segno tradizionalmente indicati sono quattro, vale a dire le componenti manuali: luogo, configurazione, orientamento e movimento. Probabilmente, a questi parametri se ne dovrebbe aggiungerne un quinto, costituito dalle componenti non-manuali, dato che si è appurata l’esistenza di coppie minime di segni con significati diversi che presentavano componenti manuali identiche ma accompagnate da espressioni facciali differenti.

25 V. cap. 1 sui parametri in LIS.

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I fonemi delle lingue verbali possono talvolta ammettere delle varianti, che prendono il nome di «allofoni»; a differenza della sostituzione tra fonemi, la sostituzione di un fonema con il proprio allofono non cambia il significato della parola che viene a formarsi e non crea perciò coppie minime: ad esempio, in italiano la gorgia (cioè la «c» aspirata tipica della parlata toscana) è una mera variante del fonema /k/, perciò non crea problemi di comprensione la pronuncia tipicamente toscana della parola «casa». Parimenti, in LIS esistono gli allocheri, cioè varianti dei cheremi: esistono però varianti solo nell’ambito delle configurazioni e non degli altri parametri, che, diversamente dagli allofoni, in alcuni segni vanno usati obbligatoriamente al posto della configurazione distintiva26.

2.2.2 ARBITRARIETÀ A LIVELLO CHEREMICO

Una lingua è un sistema segnico caratterizzato da un determinato grado d’arbitrarietà che si manifesta a più livelli: uno di questi è quello cheremico, cioè delle unità più piccole che formano i segni, i cheremi per l’appunto. A questo livello, l’arbitrarietà si manifesta in una serie di limiti convenzionalmente fissati per ogni singola lingua: tuttavia, tali limiti non sono determinati in modo totalmente arbitrario, ma sono spesso influenzati da esigenze di tipo linguistico.

Infatti, oltre ai comportamenti non ammessi in LIS perché impossibili o contrari allo scopo stesso dell’atto comunicativo27, esiste tutta un’altra serie di comportamenti che la LIS non adotta, nonostante siano eseguibili dal punto di vista motorio e rientrino nel campo visivo del destinatario. Tali comportamenti non hanno trovato accoglimento nella comunità sorda italiana per convenzione, ossia a seguito di una scelta arbitraria: per questo si potrebbe parlare di «restrizioni convenzionali», per distinguerle da quelle oggettive di cui si è parlato nel paragrafo 2.1.3. Va però specificato che il carattere arbitrario di queste

26 V. anche § 1.1.2 relativamente alle configurazioni distintive e alle varianti. 27 V. § 2.1.3 sulle restrizioni oggettive.

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restrizioni non significa «senza la benché minima causa»; spesso queste scelte rispecchiano i principi verso cui tende la lingua, i quali possono essere sintetizzati in un unico principio generale: la lingua è uno strumento al servizio dell’uomo e in quanto tale deve essere “comoda” da usare ed efficace, in altre parole funzionale.

Per quanto riguarda il luogo, nulla impedirebbe di eseguire segni con le braccia totalmente stese verso l’esterno o in corrispondenza delle gambe: eppure, lo spazio segnico in LIS non comprende queste zone. Se da un lato la determinazione dello spazio segnico è una scelta arbitraria di una determinata lingua (in BSL la parte superiore della gamba è un luogo d’esecuzione, in LIS no), dall’altro esiste un motivo di fondo che spiega tale esclusione: facilitare la percezione del segno. Lo spazio segnico in LIS copre un’area relativamente circoscritta, che va dalla testa all’altezza dell’anca e da una spalla all’altra: in questo modo si evita una dispersione nell’esecuzione del segno che ne renderebbe difficoltosa la percezione da parte del destinatario. Per quest’ultimo, un segno eseguito con le braccia stese all’esterno comporterebbe un maggior sforzo poiché sarebbe difficoltoso percepire le componenti non manuali d’accompagnamento data la lontananza del luogo d’articolazione manuale dal corpo; al contrario, un segno eseguito nello spazio segnico permette di percepire più agevolmente “con la coda dell’occhio” (visione periferica28) tutte le componenti del segno. Si parla in questo caso di «restrizioni percettive del luogo».

28 Siccome il segno è composto da componenti manuali e componenti non manuali, è di fondamentale importanza che il destinatario riesca visivamente a percepire il segno nella sua interezza. Per questo motivo, chi fa uso di qualsiasi lingua dei segni deve avere sviluppato una percezione visiva maggiore rispetto a quella di un qualsiasi udente che non conosca le lingue dei segni: in caso contrario, il destinatario dovrebbe continuare a spostare in modo frenetico lo sguardo per seguire ciò che descrivono le mani nell’aria e contemporaneamente le espressioni facciali e la postura, non riuscendo perciò a percepire il messaggio nella sua interezza. Per questo motivo, il campo visivo del destinatario deve essere allargato: accade così che agli udenti che imparano la LIS venga insegnato a focalizzare la propria attenzione su un punto preciso (che si trova pressappoco all’altezza del naso del segnante) di modo da sviluppare la visione periferica, cioè la percezione globale del segno.

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Le mani potenzialmente potrebbero assumere moltissime configurazioni, eppure il numero di quelle in uso in LIS, come per le altre lingue dei segni, è assai più ridotto; inoltre, le configurazioni in uso tra i sordi italiani non sono certo identiche a quelle adottate presso le altre comunità sorde. Il principio d’economia linguistica spiega perché le configurazioni in uso siano numericamente limitate: la lingua possiede un enorme potenziale espressivo che si manifesta combinando in modi infiniti un ristretto numero d’elementi di base (i cheremi). Lo stesso principio d’economia è applicabile non solo alla configurazione, ma anche agli altri elementi di base della LIS: luogo, movimento, orientamento, componenti non manuali.

Diversi fattori fanno sì che una configurazione prenda o non prenda piede all’interno di una determinata comunità sorda. A volte, una configurazione rispecchia elementi propri di una certa cultura; così, non è certo un caso che in Italia sia largamente in uso la configurazione 3 (solo pollice, indice e medio stesi e distanziati), mentre è ignota la configurazione detta W (solo indice, medio ed anulare stesi e distanziati), largamente diffusa in BSL e ASL: infatti, negli Stati Uniti e nel Regno Unito, anche tra udenti, si è soliti indicare il numero «tre» usando quelle dita, mentre in Italia quest’abitudine non esiste.

Figura 40: configurazione 3 (Volterra 1987: 249). Figura 41: configurazione W (Volterra 1987: 250).

Altri motivi per privilegiare l’uso di una certa configurazione sono la semplicità nell’esecuzione ed un’evidente contrastività visiva rispetto alle altre configurazioni (quest’ultima caratteristica facilita la percezione del segno, che così difficilmente potrà essere confuso con altri simili): esempi di coppie di

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configurazioni semplici ma visivamente efficaci, dette «configurazioni non marcate», sono A (mano chiusa a pugno) e B (mano con dita estese ed unite), 5 (tutte le dita estese e distanziate) e O (dita unite ed inarcate che vanno a formare un tondo con il pollice), C (dita unite ed inarcate che formano un semicerchio con il pollice) e G (solo l’indice esteso).

Figura 42: configurazione A (Volterra 1987: 248). Figura 43: configurazione B (Volterra 1987: 249).

Figura 44: configurazione 5 (Volterra 1987: 249). Figura 45: configurazione O (Volterra 1987: 250).

Figura 46: configurazione C (Volterra 1987: 250).

Figura 47: configurazione G (Volterra 1987: 248).

Contrastività, semplicità ed economia linguistica sono gli stessi principi che determinano quali siano gli orientamenti e i movimenti adottati in LIS.

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I sistemi cheremici in uso in LIS, però, non sono immutabili: infatti, arbitrarietà significa anche che nuovi cheremi possano esser introdotti e che altri cheremi un tempo impiegati cadano in seguito in disuso perché è la comunità stessa a decidere cosa vada usato e cosa vada abbandonato. L’arbitrarietà spiega quindi perché la LIS non sia una lingua omogenea a livello nazionale (ossia perché esistano varianti regionali), nonché perché la LIS di adesso non è identica a quella usata cinquant’anni fa e non lo sarà rispetto a quella in uso tra mezzo secolo.

L’ingresso di un nuovo cherema, l’abbandono di un cherema esistente o, più spesso, l’evoluzione di un segno (intesa come modifica di uno dei cheremi che lo compongono) non sono certo eventi che accadono da un giorno all’altro per partito preso della comunità dei segnanti: si tratta invece inizialmente di cambiamenti individuali, cioè messi in atto dapprima da un ristretto numero di segnanti, che incontrano poi l’approvazione degli altri segnanti e che gradualmente si diffondo a macchia d’olio per essere infine riconosciuti ufficialmente come una consuetudine assodata. Le ragioni che determinano il successo e la conseguente diffusione di una di queste modifiche sono riconducibili al principio generale di funzionalità della lingua. Nello specifico, analizzando i tipi di base dell’evoluzione del segno (cioè i cambiamenti cheremici più frequenti), si possono delineare con maggior precisione i principi specifici racchiusi in quello generale di funzionalità. I cambiamenti cheremici in LIS sono determinati quindi dall’esigenza di funzionalità, che a sua volta significa agevolare sia il segnante nell’articolazione del segno, sia il destinatario durante la percezione visiva.

Una facilitazione per il segnante a livello d’efficienza motoria nell’articolazione è costituita dalla simmetria del segno: un segno cioè si evolve da una situazione d’asimmetria verso una di simmetria a livello di configurazione, di movimento o d’orientamento. Esempi di tendenza alla simmetria della configurazione sono PROVARE, in cui la mano non dominante

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si evolve nel tempo fino ad assumere la configurazione della mano non dominante, e SETTIMANA:

Figura 48: evoluzione di PROVARE (Bagnara et al. 2000: 123).

Figura 49: evoluzione di SETTIMANA (Bagnara et al. 2000: 124).

Per agevolare sia l’articolazione del segnante, sia la percezione visiva del destinatario, molti segni si evolvono modificando il luogo d’esecuzione: questo fenomeno, detto «spostamento», fa sì che i segni lascino luoghi periferici per spostarsi nella zona di massima acutezza visiva, come in SANTO (da sopra la testa alla zona delle orecchie); l’evoluzione può seguire il cammino inverso se in tal modo ci si allontana dal viso permettendo così una migliore percezione delle componenti non manuali, come in TRISTE:

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Figura 50: evoluzione di SANTO (Bagnara et al. 2000: 124).

Figura 51: evoluzione di TRISTE (Bagnara et al. 2000: 125).

Secondo il principio di fluidità, i segni tendono a divenire più fluenti e lineari, vale a dire più semplici; ciò è particolarmente vero per i segni composti, cioè quei segni costituiti da due segmenti e nati originariamente dalla fusione di due segni e che sono perciò assimilabili nella struttura ai nomi composti della lingua verbale («attaccapanni», «mangiafuoco», ecc.). Non esiste però una corrispondenza perfetta tra nomi composti in italiano e segni composti in LIS: lo dimostra il fatto che SORDASTRO e INTELLIGENTE siano segni composti ma non nomi composti. Infatti, SORDASTRO è composto da SENTIRE e METÀ, ma per una questione di fluidità la prima parte viene accennata durante l’esecuzione.

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Figura 52: evoluzione di SORDASTRO (Bagnara et al. 2000: 126).

INTELLIGENTE si compone invece di SAPERE e SÌ: in questo caso si assiste ad un fenomeno di «assimilazione anticipatoria», in cui la configurazione della seconda parte viene già anticipata nella prima. Nello specifico, nel primo segmento di INTELLIGENTE, alla distensione dell’indice (configurazione G di SAPERE) si aggiunge anche quella di pollice e mignolo (configurazione Y di SÌ).

Figura 53: segno vecchio per INTELLIGENTE (Angelici et al. 1991: 128).

Figura 54: segno nuovo per INTELLIGENTE (Bagnara et al. 2000: 127).

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Un’altra evoluzione cheremica che riguarda la fluidità della configurazione è il caso di quei segni inizialmente con due configurazioni che poi cambiano utilizzandone una sola, come AMBULANZA e OCCUPATO:

Figura 55: evoluzione di AMBULANZA (Bagnara et al. 2000: 129).

Figura 56: evoluzione di OCCUPATO (Bagnara et al. 2000: 129).

In questi due casi, la semplificazione del segno riguarda altresì il movimento: le configurazioni passano da due a una perché si elimina un movimento di apertura (AMBULANZA) o di chiusura (OCCUPATO) di modo che configurazione iniziale e finale coincidano.

I cambiamenti cheremici possono anche interessare il movimento: poiché un segno con movimento è più visibile rispetto ad uno statico, accade così che segni un tempo senza movimento lo acquisiscano successivamente. È il caso del segno nome E.N.S. (Ente Nazionale Sordi):

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Figura 57: evoluzione di ENS (Bagnara et al. 2000: 127).

Nell’ambito dell’orientamento, invece, l’esigenza di maggior fluidità determina la perdita dell’afferramento reale della pelle, come in CARNE:

Figura 58: evoluzione di CARNE (Bagnara et al. 2000: 128).

Oltre alla fluidità, la facilità d’articolazione è un altro cardine attorno al quale sono imperniati i cambiamenti cheremici. Per questa ragione, i macromovimenti tendono a diventare micromovimenti, come in MINISTERO, in cui il movimento eseguito sul braccio si sposta in un luogo più facilmente raggiungibile (l’avambraccio, le mani o le dita) o in VOLARE, il cui movimento di piegamento al polso diventa un movimento del solo metacarpo.

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Figura 59: evoluzione di MINISTERO (Bagnara et al. 2000: 132).

Figura 60: evoluzione di VOLARE (Bagnara et al. 2000: 136).

Tra i movimenti più scomodi da eseguire vi è sicuramente l’innalzamento del braccio, che per comodità si tramuta col tempo in una leggera flessione ripetuta in avanti da parte del braccio, come in DIO:

Figura 61: evoluzione di DIO (Bagnara et al. 2000: 136).

Nel quadro della facilità d’articolazione rientrano anche la «regola del pollice» e la «regola del mignolo»: nel primo caso per comodità d’articolazione il segno si evolve aggiungendo alla configurazione con una o più dite estese

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l’estensione del pollice (come in UCCIDERE), nel secondo l’aggiunta è costituita dal mignolo esteso, che in questo modo allenta la tensione creata dalla sola estensione del pollice (come in OLIO):

Figura 62: evoluzione di UCCIDERE (Bagnara et al. 2000: 134).

Figura 63: evoluzione di OLIO (Bagnara et al. 2000: 135).

Per concludere, alcuni segni tendono a trasformare componenti non manuali in componenti manuali, sia per comodità d’esecuzione del segnante, sia per far sì che il destinatario debba prestar attenzione solo alle mani; è il caso di MANCARE, che originariamente prevedeva l’accompagnamento di un leggero soffio al movimento della configurazione B davanti alla bocca, ma che ora ha perso questa componente facciale a favore di un movimento di chiusura della mano.

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Figura 64: evoluzione di MANCARE (Bagnara et al. 2000: 137).

2.2.3 SEGNO LIS E SEGNO SEMIOTICO

Se in lingua verbale la combinazione degli elementi facenti parte del sistema fonetico crea un secondo livello della lingua, quello lessicale (in cui appunto i fonemi combinandosi tra loro formano le parole), in LIS il sistema cheremico permette la creazione di un sistema di segni.

Come i cheremi, i segni formano un sistema caratterizzato da opposizioni, ma talvolta anche da equivalenze: ciò è possibile perché i segni, a differenza dei cheremi, sono dotati di significato. Infatti, i cheremi non possiedono significato e si oppongono quindi tra loro da un punto di vista oggettivo perché oggettivamente si rileva con l’udito, ad esempio, che il suono che costituisce il fonema /p/ è diverso da /b/. Per i segni è possibile ragionare in questi stessi termini qualora si ammetta che due segni risultano diversi nella loro forma visiva, ma va anche considerato che tale forma visiva non è fine a sé stessa, ma rimanda ad un concetto: perciò due segni con diversa forma visiva possono in realtà rimandare ad uno stesso concetto, ma può anche valere il contrario, ossia il caso in cui un unico segno rimandi a più di un concetto.

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Figura 65: BANCA, segni in uso rispettivamente a Torino e a Roma (Romeo 1997: 41).

Figura 66: segno che significa sia GUADAGNO, sia STIPENDIO (Volterra 1987: 18).

Come per le parole della lingua verbale, parlando dei segni è perciò opportuno effettuare una distinzione tra significante (la forma visiva) e significato (il concetto a cui rimandano): infatti, dal punto di vista del significato, il sistema dei segni è caratterizzato da rapporti di opposizione e di equivalenza. La relazione tra significato e significante è la condizione sine qua non dell’esistenza del segno semiotico in generale e del segno LIS nel caso specifico della lingua dei segni.

È difatti opportuno ora introdurre una distinzione tra «segno LIS», inteso come risultato della combinazione di cheremi (vale a dire grossomodo il corrispondente delle parole della lingua verbale) e «segno» inteso in senso semiotico, cioè qualsiasi elemento oggetto di studio da parte della semiotica e dotato di significato e significante: accade così che in questa trattazione segno

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LIS e segno semiotico coincidano dato che la LIS è oggetto di analisi semiotica. La relazione segnica che s’instaura tra il significato ed il significante di un segno semiotico non permette di prendere in considerazione il segno solo da una di queste due prospettive perché, in mancanza di una, il segno semiotico cesserebbe di esistere.

Il significato non va però confuso con il referente: quest’ultimo è l’oggetto concreto o l’essere vivente che esiste nella realtà, mentre il significato comprende una serie di concezioni mentali che variano da individuo ad individuo e perciò è da intendersi come l’insieme dei sensi che un determinato segno semiotico può assumere. Per citare un esempio in lingua verbale o anche in LIS, si può pensare alla parola «tavolo» o a TAVOLO: persone diverse che pronuncino questa parola o eseguano tale segno LIS si riferiscono ad oggetti concreti fisicamente diversi e solo il contesto permette di individuare con precisione il referente fisico.

Nemmeno il significante è un’entità oggettiva: infatti, nel pronunciare o nel segnare ognuno pone un’enfasi diversa, che si tratti d’accento e timbro o del modo in cui si muovono le mani o si usano le espressioni facciali; segni LIS con uguale significante eseguiti da due persone diverse, ma anche da una stessa persona in due occasioni diverse, non sono perciò davvero identici e sovrapponibili.

Affinché un segno sia semiotico non basta però l’esistenza di un piano del contenuto e di un piano dell’espressione: è infatti necessario che qualcuno ponga in essere la relazione tra significato e significante e tale persona è chiamata «interprete». A questo proposito, secondo il filosofo statunitense Charles Sanders Peirce, è necessario che l’interprete instauri un processo di significazione, detto «semiosi», che associ un significante ad un significato. A suo parere, la semiosi ruota attorno a tre cardini: segno, oggetto ed interpretante. Il segno è sostanzialmente il significante, qualcosa che è percettibile e che sta per l’oggetto poiché rimanda ad esso: in lingua verbale è la parola, in lingua dei segni è il segno LIS; l’oggetto è qualcosa che esiste nella realtà (o nella fantasia

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dell’uomo) a prescindere dal segno e a cui il segno rimanda e corrisponde al significato. L’interpretante è la rappresentazione psichica che l’interprete pone in essere per stabilire un nesso tra segno ed oggetto: è sostanzialmente un secondo segno che permette di comprendere il primo segno, una rappresentazione di diversa forma (può avvenire in lingua verbale o dei segni, oppure essere un’immagine, un’indicazione del dito o un pensiero) riferita allo stesso oggetto. L’interpretante è estremamente soggettivo e risente profondamente delle esperienze vissute dall’interprete relativamente a quel determinato segno e, per questa stessa ragione, non solo varia da una persona all’altra ma può anche evolversi nel tempo in uno stesso interprete: l’interpretante è perciò frutto degli affetti di ciascuno. Ne deriva che, durante una comunicazione in lingua (e perciò anche in LIS), la discrepanza tra interpretanti del segnante e del destinatario genera buona parte del residuo comunicativo prodotto dal passaggio da linguaggio interno a testo LIS e viceversa.

2.2.4 ARBITRARIETÀ A LIVELLO SEGNICO

Per quanto attiene ai segni LIS, l’arbitrarietà si manifesta nella relazione tra segno (significante) e oggetto (significato): è difatti frutto di una convenzione tra segnanti il fatto che un determinato segno LIS abbia un certo significato e non un altro. D’altro canto, però, tale arbitrarietà della lingua non è sempre totale: le onomatopee in italiano sono chiari esempi dell’esistenza di una motivazione tra segno ed oggetto e perciò si potrebbe affermare che le parole italiane siano spesso frutto di scelte arbitrarie. Allo stesso modo, si potrebbe asserire che la LIS sia una lingua caratterizzata non tanto da arbitrarietà, quanto piuttosto da iconicità (intesa come somiglianza visiva tra il segno LIS ed il concetto a cui rimanda) che perciò la renderebbe molto vicina alla pantomima: un esempio potrebbe essere MANGIARE, che ricorda da vicino l’azione compiuta da chi si ciba.

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Figura 67: MANGIARE (Volterra 1987: 37).

Una siffatta affermazione sulla LIS è in realtà fuori luogo perché, ad un esame più attento del rapporto tra segno e oggetto, emerge come l’arbitrarietà sia un elemento largamente diffuso anche nelle lingue dei segni.

L’iconicità più essere definita come la condizione in cui si trova un segno che rimandi al proprio oggetto, che gli somigli o che sia da esso determinato: in tal caso il segno è definito «icona». Il segno LIS può rimandare all’oggetto fisico nella sua interezza (come nel caso di MANGIARE) o relativamente ad un singolo componente del segno LIS (ossia qualora un solo parametro ricordi l’oggetto).

Oltre alle icone, esistono gli «indici»: l’indicalità è la condizione di quei segni LIS che instaurano una relazione di contiguità fisica con l’oggetto piuttosto che di somiglianza. MANGIARE è sì un’icona, ma al contempo è anche un indice poiché tale segno LIS attesta l’effettiva presenza dell’oggetto grazie alla contiguità spaziale: MANGIARE rinvia per l’appunto alla bocca ed è perciò una traccia del proprio oggetto. Un indice “puro”, cioè che, a differenza di MANGIARE, non sia anche icona, è un segno che spinge l’attenzione verso l’oggetto senza descriverlo.

Per finire, si parla di «simbolo» per riferirsi ad un segno LIS caratterizzato da un legame convenzionale ed arbitrario con l’oggetto, dunque privo di somiglianza o contiguità.

La modalità visiva rende certamente in un certo qual modo le lingue dei segni più soggette all’iconicità ed all’indicalità di quanto non lo siano le lingue verbali:

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infatti, queste ultime possono “imitare” la realtà solo a livello acustico (è il caso delle onomatopee), mentre il fatto che molti più oggetti abbiano una forma fisica, e pertanto visiva, fa sì che la LIS possa “imitare” maggiormente la realtà circostante o instaurare una relazione di contiguità; nonostante ciò, la relazione tra segno LIS ed oggetto è tutt’altro che ovvia, come dimostrato in alcuni esperimenti condotti negli anni passati. Difatti, per chiarire l’immediatezza o meno sussistente tra significato e significante sono stati condotti due tipi di prove volte a valutare due diverse manifestazioni d’iconicità: trasparenza e traslucidità. In entrambi i casi i soggetti coinvolti non erano segnanti ma persone che non conoscevano assolutamente la lingua dei segni: in questo modo si è potuto giudicare se davvero sussistesse un legame oggettivamente individuabile tra segno ed oggetto.

Si parla di trasparenza di un segno LIS quando i non-segnanti riescono ad individuarne il significato: in altre parole, si mostra loro un segno LIS chiedendo di indovinarne il significato dando una risposta libera o scegliendo una tra tante opzioni proposte. La maggior parte delle volte le risposte fornite sono errate: così si sfata il mito secondo cui sia facile per i non-segnanti capire cosa stiano “gesticolando” i sordi perché “è come il mimo”, in altre parole si dimostra che la LIS “imita” molto meno la realtà di quanto il mondo udente creda. Un segno è invece traslucido quando i non-segnanti individuano con facilità il perché qualcosa si segni in un certo modo: in pratica, dopo aver mostrato loro un segno LIS e detto cosa voglia dire in lingua verbale, i non-segnanti devono cercare di stabilire quale sia il nesso tra segno ed oggetto. Anche in questo caso, spesso i soggetti non sono in grado di fornire la spiegazione corretta.

I motivi per cui molti segni LIS non sono né trasparenti, né traslucidi sono molteplici. Le ragioni possono essere legate all’evoluzione del segno nel tempo: è il caso, ad esempio, dei segni LIS che originariamente ricordavano da vicino l’oggetto, ma che poi si sono evoluti nel tempo per una questione di

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funzionalità29, perdendo così traslucidità e trasparenza agli occhi dell’osservatore moderno. Appare dunque chiaro che la funzionalità col passare del tempo ha la meglio sull’iconicità del segno, che tende così pian piano a sparire per facilitare l’articolazione o la percezione. Un esempio di segno che evolvendosi ha perso traslucidità a favore della funzionalità è SETTIMANA poiché prima usava appunto sette dita per indicare i sette giorni della settimana ed ora solo quattro per una questione di simmetria:

Figura 68: : evoluzione di SETTIMANA secondo il principio di simmetria (Bagnara et al. 2000: 124).

Ancora, il nesso tra segno ed oggetto può apparire oscuro per una questione culturale: così, PREGARE (segno eseguito con mani accostate, come quando si prega) appare traslucido solo a chi sa che tradizionalmente in Italia si prega unendo le mani, mentre sarà un segno decisamente più enigmatico agli occhi di chi non conosca le pratiche previste dalla principale religione italiana.

Eppure, anche qualora un segno LIS abbia un nesso con il proprio oggetto, l’arbitrarietà svolge comunque un ruolo fondamentale: infatti, un segno LIS iconico ricorda il proprio oggetto sotto un determinato aspetto e non sotto un altro e ciò è frutto di una scelta profondamente arbitraria. Ad esempio, l’oggetto di FOGLIO è caratterizzato dall’essere sottile e leggero e la configurazione del segno LIS ricorda proprio quest’aspetto, che è definito perciò «pertinente»; d’altro canto, questa scelta di pertinenza è arbitraria, come dimostrato dal fatto

29 V. § 2.2.2 sui principi verso cui tende la lingua nella sua evoluzione.

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che il segno ASL FOGLIO ricordi invece la piattezza dell’oggetto e perciò l’aspetto reso pertinente in ASL del segno FOGLIO è diverso.30

Figura 69: configurazione (Volterra 1987: 249).

Figura 70: FOGLIO, rispettivamente in ASL ed in LIS (Bagnara et al. 2000: 45).

Anche nel caso degli indici si riscontra comunque una componente arbitraria: la regola secondo cui la contiguità va intesa come un rimando; detto in altre parole, è frutto di una convenzione il fatto che nella cultura umana l’indicazione fisica di un oggetto sia da intendersi come un modo per invitare a rivolgere l’attenzione a quell’oggetto.

L’alta incidenza in LIS di segni di cui è possibile spiegare l’origine mostra come la relazione segno-oggetto sia largamente diffusa. Uno dei motivi alla base di questo fenomeno è, come si è detto, il fatto che la LIS usi un canale visivo:

30 Parlando di segni con un’attinenza col proprio referente, è opportuno dissipare ogni dubbio su una possibile somiglianza tra pertinenza in LIS e imitazione della realtà nella pantomima. Volendo usare come esempio sempre il segno FOGLIO, è chiaro che in LIS si userà questo segno per parlare sia di un foglio steso, sia di un foglio appallottolato o piegato, nonostante il segno LIS ricordi visivamente solo il primo caso (tutt’al più, in LIS si apporranno a FOGLIO altri segni che ne specifichino le caratteristiche); al contrario, nella pantomima, il gesto usato per indicare «foglio» varierà a seconda che l’oggetto sia steso, piegato o appallottolato.

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avendo questa lingua le mani come organi articolatori, risulta pratico rifarsi alle azioni che esse compiono nella realtà per la rappresentazione degli oggetti; in altre parole, l’iconicità e l’indicalità rispondono al principio d’economia della lingua. Tuttavia, questa potrebbe sembrare un’affermazione contraddittoria: infatti, lo stesso principio d’economia fa sì che la lingua impieghi un numero limitato d’elementi base (i cheremi), mentre, affermando che iconicità ed indicalità sono funzionali alla lingua, si potrebbe pensare che la LIS tenda a creare innumerevoli segni iconici ed indicali che quindi richiederebbero una gamma di cheremi molto maggiore rispetto a quella effettivamente in uso; in altre parole, l’economia linguistica tenderebbe a limitare il numero di cheremi, mentre iconicità ed indicalità farebbero l’esatto opposto. In realtà, è proprio da questo scontro di forze opposte che nasce l’equilibrio della lingua dei segni: un segno LIS potrà essere iconico e/o indicale, ma pur sempre entro certi limiti dato che dovrà sottostare alle restrizioni fonologiche (cioè all’esistenza di un numero limitato di cheremi); visto dalla prospettiva opposta, un segno LIS sarà pur limitato dalle restrizioni fonologiche, ma ai fini di una maggior immediatezza è probabile che tenda ad essere iconico e/o indicale nella determinazione di uno o più dei suoi parametri formazionali. La commistione d’iconicità ed indicalità (intese come relazione tra forma linguistica e realtà extra-linguistica) e d’arbitrarietà (intesa come emancipazione della lingua dalla rappresentazione della realtà extra-linguistica) rendono la LIS una lingua funzionale e dall’enorme potenziale comunicativo.

2.2.5 POSSIBILI CLASSIFICAZIONI DEI SEGNI LIS: ICONICITÀ FISSA

Nel paragrafo precedente si è parlato genericamente di «segni iconici» riferendosi a segni LIS aventi con l’oggetto un non meglio specificato rapporto di somiglianza, determinazione o rimando, in opposizione a segni LIS privi di questo rapporto (segni arbitrari): in realtà, la situazione è più complessa ed è stata finora notevolmente semplificata con questo dualismo per pura comodità. Il

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panorama dei segni LIS che hanno una motivazione di fondo per cui a quel determinato significato è associato quel preciso significante (ossia segni LIS caratterizzati da iconicità in senso lato) è decisamente vasto ed eterogeneo e comprende segni iconici in senso stretto31, ma anche segni emblematici, empirici, per associazione e segni influenzati dalla lingua verbale: il rapporto di somiglianza tra significante e significato nei segni iconici L assume infatti diverse sfumature.

Esistono segni iconici L caratterizzati da «iconicità L fissa», intesa come somiglianza che trascende il contesto in cui il segno è collocato, opposti ai segni contraddistinti da «iconicità L dinamica» di cui si parlerà più diffusamente nel paragrafo successivo. Il caso più emblematico d’iconicità L fissa è quello in cui il segno sembra emulare la realtà a cui si riferisce: esempi sono MANGIARE, che ricorda l’azione omonima, o CANNOCCHIALE, che richiama l’aspetto esteriore dell’oggetto.

Figura 71: MANGIARE (Volterra 1987: 37). Figura 72: CANNOCCHIALE (Volterra 1987: 107).

I segni di questo tipo sono caratterizzati dalla cosiddetta «iconicità S di immagini» (imagic iconicity): sono cioè immagini elaborate dalla mente che rappresentano l’aspetto concreto di un oggetto reale (imagery). Tali segni

31 Si ritiene opportuno a questo punto effettuare una distinzione tra segni caratterizzati da iconicità in senso lato (in opposizione cioè a «segni arbitrari») ed iconicità in senso stretto. Con quest’ultima s’intende un particolare tipo d’iconicità in senso lato in cui i segni LIS sono legati al referente da un rapporto di effettiva somiglianza visiva assimilabile all’emulazione. Per distinguerli, si è pensato d’ora in poi di parlare di «iconicità S» quando è intesa in senso stretto ed «iconicità L» in senso lato.

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possono a loro volta essere classificati secondo il grado d’iconicità S: per citare un esempio pratico di diversi gradi di somiglianza con la realtà, si può notare una minore iconicità in TAVOLO rispetto a CANNOCCHIALE.

Figura 73: TAVOLO (Volterra 1987: 223).

CANNOCCHIALE ricorda infatti sotto molti aspetti il proprio oggetto: il segno LIS indica un oggetto cilindrico (tramite la configurazione), lungo (movimento), che si posa sull’occhio (luogo) e che permette di guardare davanti o in alto (orientamento). TAVOLO invece ricorda più limitatamente l’oggetto: rimanda solo ad una superficie liscia (configurazione), orizzontale (orientamento) e di una certa estensione (movimento) e non, ad esempio, alla presenza di gambe o al modo in cui un tavolo viene usato. Al contrario, CALCOLATRICE pone l’accento più sull’uso che si fa dell’oggetto che sul suo aspetto esteriore: solo la configurazione e l’orientamento della mano non dominante ricordano l’aspetto di una calcolatrice, mentre il movimento e la mano dominante nella sua interezza ricordano le modalità d’uso di quest’apparecchio.

Figura 74: CALCOLATRICE (Radutzky 1992: 770).

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Come si vede, anche i segni iconici S non lo sono tutti nella stessa misura perché in essi si esprime comunque anche arbitrarietà, intesa come quanto e sotto quali aspetti un segno LIS emuli il proprio oggetto.32

Esistono altresì segni iconici L che non emulano propriamente l’oggetto nel suo aspetto esteriore ma che lo ricordano perché si rifanno ad una sua caratteristica o, per così dire, ad un “emblema” e che quindi potrebbero essere definiti «segni emblematici». Si possono citare come esempi i segni nome di alcune città, come MILANO, e VENEZIA.

Figura 75: MILANO (Angelici et al. 1991: 152). Figura 76: VENEZIA (Angelici et al. 1991: 157).

L’emblema sottostante a MILANO è quello delle guglie del Duomo: si tratta perciò di una caratteristica visibile e tangibile della città. Le guglie sono pur sempre un dettaglio circoscritto all’interno di una metropoli, ma l’importanza culturale e l’affetto per il monumento meneghino le rendono un tratto pertinente estremamente efficacie in LIS per indicare la città di Milano. Allo stesso modo, VENEZIA ricorda il movimento dei remi e perciò richiama la tradizione delle gondole, peculiarità della città lagunare. In questi due esempi è innegabile il fatto che ciò che il segno LIS richiama è davvero una caratteristica costantemente posseduta dall’oggetto, ma esistono anche segni emblematici che non rispettano propriamente questa regola.

32 Vedi anche il concetto di «pertinenza» trattato nel § 2.2.4.

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Figura 77: CILIEGIA (Volterra 1987: 36).

Figura 78: COMPLEANNO (Angelici et al. 1991: 78). Figura 79: PAPÀ (Radutzky 1992: 607).

CILIEGIA si rifà ad un gioco tradizionale molto comune tra le bambine, le quali ponendo due ciliegie unite per il peduncolo sulle orecchie fingono di indossare degli orecchini; va da sé che l’oggetto è usato in questo singolare modo solo in un numero estremamente limitato d’occasioni. In COMPLEANNO l’emblema è la tradizione secondo cui al festeggiato si tirano le orecchie come augurio: ci si rifà dunque ad una tradizione culturale intrinseca al concetto di compleanno, ma che non è detto venga davvero messa in pratica in occasione di questa ricorrenza. Va anche detto che questo è il primo esempio di segno LIS qui citato che non ha un oggetto concreto: pertanto sarebbe impossibile che il significante corrispondente al significato «compleanno» fosse un segno iconico S o comunque che richiamasse una caratteristica tangibile (come accade in MILANO), mentre risulta più opportuno e logico che il significante si rifaccia ad una sorta d’immagine stereotipata legata al significato. Anche in PAPÀ si ricorre

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ad uno stereotipo: quello in cui il genitore porta i baffi e difatti il segno LIS ricorda l’azione di arrotolarne uno con le dita. Per riassumere, i segni emblematici si rifanno ad un emblema (o ad uno stereotipo) visivo o culturale connesso con il significato, un emblema che però non è paragonabile alla metafora.

Quest’ultima puntualizzazione è utile per introdurre un ulteriore gruppo di segni iconici L: i «segni empirici». Tali segni si differenziano da quelli emblematici per il loro carattere astratto: in altre parole, il legame tra significato e significante si basa su una metafora visiva che è assodata nella cultura nazionale e non su elementi tangibili o tradizioni ed usanze. Il carattere astratto dei segni empirici fa sì che essi siano particolarmente adatti per indicare elementi non concreti, come la gamma dei sentimenti (AMORE/AMARE, DISPIACERE/DOLORE, RIMORSO, ecc.) o concetti senza oggetto fisico (IDEA, PREOCCUPATO, CAPIRE, DIMENTICARE, ecc.), ma non necessariamente (TRIBUNALE/GIUDICE).

Figura 80: AMORE/AMARE (Radutzky 1992: 293). Figura 81: DISPIACERE/DOLORE (Radutzky 1992: 623).

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Figura 82: RIMORSO (tratta da Radutzky 1992: 767).

La metafora sottostante ad un numero significativo di segni LIS che indicano sentimenti e stati d’animo è il cuore: infatti, il luogo d’esecuzione di questi segni è il petto perché lì si trova la sede convenzionale dei sentimenti nella cultura italiana. Conseguentemente, AMORE/AMARE indica un sentimento positivo che scaturisce dal cuore; DISPIACERE/DOLORE un colpo improvviso inferto al cuore; RIMORSO qualcosa che scava incessantemente dentro il petto.

Figura 83: IDEA (Radutzky 1992: 185).

Figura 84: INTELLIGENTE (Bagnara et al. 2000: 127).

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Figura 85: DIMENTICARE (Volterra 1987: 126). Figura 86: IMPARARE (Volterra 1987: 115).

In modo analogo, la metafora alla base dei segni sopra riportati è quella del pensiero (il capo è appunto il luogo d’esecuzione): ci si riferisce, infatti, alle attività mentali in cui è coinvolto il cervello. IDEA ricorda un pensiero illuminato che scaturisce all’improvviso dalla testa; INTELLIGENTE il peso di ciò che è contenuto nel cervello; DIMENTICARE l’azione di abbandonare un ricordo contenuto nella mente; IMPARARE l’acquisizione di conoscenze da custodire nel cervello.

Le metafore sono altresì impiegate in segni LIS che abbiano un oggetto concreto, come TRIBUNALE/GIUDICE.

Figura 87: TRIBUNALE/GIUDICE (Angelici et al. 1991: 146).

Il passaggio logico alla base di questo segno LIS è doppio: il concetto «giudice/tribunale» è associato a quello di giustizia, che a sua volta è,

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nell’immaginario comune italiano, legata all’immagine della bilancia la quale è, per l’appunto, la metafora sottostante a TRIBUNALE/GIUDICE.

Un ulteriore gruppo di segni iconici L sono i «segni per associazione», in cui non si emula un semplice oggetto ma si ricorre ad una sorta di stilizzazione per indicare un’azione più complessa: CAMMINARE e SALTARE ben illustrano questa stilizzazione.

Figura 88: CAMMINARE (Angelici et al. 1991: 213). Figura 89: SALTARE (Radutzky 1992: 375).

In CAMMINARE le due dita ricordano per associazione le gambe di un bipede, sia nella forma, sia nel movimento alternato. Risulta forse ancora più chiaro l’esempio di SALTARE: la mano non dominante è per associazione il pavimento o comunque la superficie su cui poggia chi compie l’azione, la mano dominante richiama invece nella configurazione e nell’orientamento le gambe del bipede eretto e nel movimento l’azione del salto.

Per finire, esiste in LIS un numero ristretto di segni che costituiscono un caso a sé stante: i segni inizializzati33, i segni lessicalizzati34 ed i segni con IPP35. Di questi segni non si può certo dire che rientrino in una delle categorie di iconicità

33 V. nota 11 sui segni inizializzati.
34 La lessicalizzazione è il processo secondo cui elementi sequenziali senza valenza lessicale acquistano col tempo valore e funzione di unità lessicale con significato autonomo. Un esempio è il segno LIS che significa «LIS»: inizialmente per segnare «LIS» si compitavano distintamente le tre lettere dell’acronimo italiano usando la dattilologia; solo in seguito si è affermato un segno vero e proprio, che è il risultato della fusione delle lettere «L» e «S» dell’alfabeto manuale (la «I» è invece scomparsa per una questione di comodità nell’articolazione).
35 V. § 1.2.3 sulle IPP (immagini di parole prestate).

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L fissa finora menzionate dato che non si appoggiano a metafore, associazioni, emulazioni o emblemi; d’altro canto, non è nemmeno possibile sostenere che si tratti di segni arbitrari (nel senso di segni non-iconici L): infatti, in tali segni LIS, esiste una motivazione alla base della scelta della configurazione (segni inizializzati e lessicalizzati) o delle componenti non manuali (segni con IPP). La peculiarità che contraddistingue i segni inizializzati è che tale motivazione non è legata all’oggetto o al significato, bensì ad un ulteriore significante in lingua vocale (l’italiano). Accade così che alcuni segni LIS s’ispirino ad una o più lettere dell’alfabeto contenute nella parola corrispondente allo stesso significato in lingua vocale: in LEGGE (segno inizializzato) è usata appunto la configurazione L, in LIS (segno lessicalizzato) si sono fuse le lettere dell’acronimo italiano, in AVVOCATO (segno LIS con IPP) la componente labiale d’accompagnamento è sostanzialmente una lettera «v».

Figura 90: LEGGE (Volterra 1987: 78). Figura 91: AVVOCATO (Volterra 1987: 33).

2.2.6 POSSIBILI CLASSIFICAZIONI DEI SEGNI LIS: ICONICITÀ DINAMICA

All’iconicità L fissa, si contrappone l’iconicità L dinamica (dynamic iconicity): un segno LIS di questo tipo può essere definito iconico L non quando è preso in considerazione in modo isolato, ma soltanto se è posto all’interno di un contesto (inteso come mondo linguistico, cioè altri segni LIS, e/o mondo extra- linguistico, ossia la realtà fisica che circonda il segnante durante l’atto comunicativo). In altre parole, il segno LIS (o anche solo una delle sue

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componenti sub-lessicali) possiede caratteristiche iconiche non intrinseche allo stesso, ma derivanti dalla disposizione del segno LIS nel discorso. I segni iconici L dinamici possono a loro volta essere suddivisi in categorie più ristrette.

Un primo gruppo di segni dinamici trae la propria iconicità L dalla presenza di schemi simmetrici comuni a più segni LIS: ciò significa che gli stessi parametri ricorrono o si oppongono regolarmente in più segni. Questo fenomeno in inglese è stato sinteticamente definito «RSP» (Recurrence of the Same Parameter). Nei segni con RSP l’iconicità non scaturisce dalla somiglianza del singolo parametro con la realtà-oggetto ma dalla comparazione con altri segni LIS, grazie alla quale si può notare che la ripetizione del parametro o l’opposizione tra parametri si accompagna ad una ricorrenza o ad un’opposizione nei significati dei segni: per questo motivo non possiedono iconicità fissa, bensì dinamica. Come esempi di segni con RSP si possono citare OGNI- MERCOLEDÌ, OGNI-GIOVEDÌ e OGNI-VENERDÌ.

Figura 92: OGNI-MERCOLEDÌ (Romeo 1997: 111). Figura 93: OGNI-GIOVEDÌ (Romeo 1997: 111). Figura 94: OGNI-VENERDÌ (Romeo 1997: 111).

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Qui il parametro che ricorre e che è utile ai fini dell’iconicità L dinamica è il movimento ripetuto e circolare; prendendo in considerazione singolarmente ognuno di questi segni LIS non sarebbe possibile parlare di iconicità L, ma osservandoli assieme si può notare come alla ripetizione di uno stesso parametro corrisponda la ripetizione di uno stesso significato («ogni»).

In PIOVERE-LEGGERMENTE, PIOVERE-FORTEMENTE, CALDO- LEGGERMENTE e CALDO-FORTEMENTE l’iconicità L scaturisce dalla ripetizione e dall’opposizione dell’espressione facciale: un’espressione marcata si oppone ad una meno marcata per indicare il grado d’intensità dell’azione o dell’aggettivo.

Figura 95: PIOVERE-LEGGERMENTE (Romeo 1997: 121). Figura 96: PIOVERE-FORTEMENTE (Romeo 1997: 121).

Figura 97: CALDO-LEGGERMENTE (Romeo 1997: 121). Figura 98: CALDO-FORTEMENTE (Romeo 1997: 121).

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Un ulteriore gruppo di segni iconici L dinamici è costituito dai classificatori36. Queste unità linguistiche segnalano l’appartenenza dell’oggetto a cui si riferiscono ad una determinata classe (secondo le dimensioni, la forma, ecc…): è pertanto palese il fatto che non è possibile usare un classificatore senza specificare preventivamente a quale oggetto faccia riferimento ed è per questo che i classificatori sono caratterizzati da iconicità L di tipo dinamico; in altre parole, siccome i classificatori sono «segni senza parole»37, sono iconici L solo se li si prende in considerazione in ogni singolo cotesto nel quale vengono calati perché vanno relazionati con l’oggetto a cui rimandano. Per esemplificare il tutto, si possono prendere in considerazione i classificatori B e C, come illustrati nell’immagine riportata qui sotto.

Figura 99: classificatore C sopra classificatore B (Bagnara et al. 2000: 65).

L’immagine illustra l’uso simultaneo di due classificatori: C indica qualcosa in forma cilindrica collocato al di sopra di qualcosa con forma piana (B). Una situazione comunicativa come questa però risulta totalmente priva di significato perché non si sa cosa siano i due oggetti rappresentati dai classificatori: C sta per una bottiglia, un bicchiere, un portapenne o altro? B indica un giornale, un

36 V. § 1.1.2 e 1.3 sui classificatori.

37 Con questa espressione si vuole indicare la difficoltà che s’incontra nel voler trovare per ogni classificatore un traducente “puntuale” in lingua verbale: infatti i classificatori non possiedono un referente fisso ma rimandano solo ad una caratteristica posseduta da vari referenti. Soltanto collocando il classificatore in un cotesto (ossia un contesto linguistico) ed in un contesto extra- linguistico è possibile trovare una traduzione adeguata in lingua verbale. V. anche Bagnara 2000, pag. 50.

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tavolo, un pavimento o cosa? Soltanto collocando il tutto in un cotesto è possibile capire appieno il senso.

Figura 100: TAVOLO BICCHIERE BICCHIERE-SOPRA-TAVOLO, «il bicchiere è sopra il tavolo» (Bagnara et al. 2000: 65).

Alla luce di quest’enunciato, si appura che C sta per bicchiere e B per tavolo. C e B possono definirsi segni iconici L solo quando si è a conoscenza dei rispettivi oggetti (figura 100) e perciò delle caratteristiche possedute (forma cilindrica e piana), e non al di fuori di un contesto linguistico (figura 99). Il valore semantico del classificatore, e perciò anche l’iconicità L dello stesso, sono individuabili solo in relazione al cotesto.

Rientrano sempre tra i segni iconici L dinamici i cosiddetti «segni indicali». Per segni indicali s’intendono segni LIS caratterizzati da contiguità fisica, ossia da una traccia38. Questi segni sono iconici L dinamici perché vanno relazionati non con altri segni LIS significativi a livello di parametri (come accade nei segni con RSP) o con un cotesto (vedi classificatori), bensì con il contesto extralinguistico che circonda il segnante nel momento in cui segna (circostanze della comunicazione). Sono segni indicali tutti quei segni LIS che svolgono una funzione di possesso (i pronomi possessivi) o d’indicazione fisica dell’oggetto (i pronomi personali soggetto, i dimostrativi, alcuni avverbi di luogo): questi segni

38 I segni LIS che qui vengono chiamati «indicali» sono più correntemente detti «segni deittici», in riferimento alla deissi (procedimento mediante il quale l’enunciato viene messo in rapporto con la situazione spazio–temporale in cui s’inserisce per effetto della presenza di determinati elementi linguistici che legano l’enunciato al contesto in cui avviene l’enunciazione). In questa trattazione si sono intenzionalmente preferiti «segno indicale» ed «indice» a «segno deittico» e «deissi», nel rispetto della terminologia semiotica elaborata da Peirce (icona, indice e simbolo).

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LIS stanno per l’oggetto proprio perché realizzati con un dito puntato nella direzione dell’oggetto.

Figura 101: MIO (Romeo 1997: 86). Figura 102: TUO (Romeo 1997: 86).

Figura 103: IO (Volterra 1987: 203). Figura 104: TU (Volterra 1987: 203). Figura 105: LUI (Volterra 1987: 203).

Figura 106: NOI/NOSTRO (Radutzky 1992: 241). Figura 107: VOI/VOSTRO (Radutzky 1992: 230).

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Figura 108: QUESTO/LÌ-LÀ (Romeo 1997: 83). Figura 109: QUELLO/QUI-QUA (Romeo 1997: 83).

Analogamente, si possono considerare indicali i segni LIS contraddistinti da direzionalità, come numerosi verbi coniugati e corredati da soggetto e complemento oggetto o di termine (verbi della seconda classe) 39.

Figura 110: LUI-COSTRINGERE-ME, «mi costringe» (Romeo 1997: 93). Figura 111: IO-DARE-A-TE, «ti do» (Romeo 1997: 92).

Sembrerebbe altresì fondata l’idea di includere tra i segni indicali i verbi di moto perché il loro utilizzo è fortemente influenzato dalla realtà fisica che circonda il segnante. Infatti, quest’ultimo deve essere pienamente consapevole dell’ambiente fisico circostante per poter segnare in modo corretto: qualora debba segnare una semplice frase come «io vado», durante l’esecuzione del segno ANDARE il segnante che si trova in una stanza dovrà dirigere il movimento nella direzione in cui si trova fisicamente l’uscita perché così

39 V. § 1.3 sulla direzionalità e sulle classi dei verbi.

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veicolerà l’informazione (implicita in lingua vocale) «passando per la porta»; se lo eseguisse indicando la finestra o un muro, il destinatario capirebbe che per uscire il segnante ha intenzione di passare per di lì. Va però detto che altre volte i verbi di moto vanno eseguiti in direzione del luogo in cui si esegue il segno LIS che è complemento di moto a luogo (ed il ragionamento opposto vale per il moto da luogo): così, nel segnare «io vado al cinema», ANDARE è eseguito muovendo verso dove si è articolato CINEMA. Per questa ragione, risulta forse opportuno includere i verbi di moto tra i segni indicali soltanto in alcuni casi, cioè tenendo ben presente anche il contesto linguistico in cui il verbo è calato.

Rientrano tra gli indici anche quei segni LIS caratterizzati da contiguità intesa non tanto come indicazione fisica dell’oggetto (figure 101-109), quanto come traccia volta ad attirare l’attenzione nei confronti di un punto del mondo extralinguistico che abbia qualche affinità con l’oggetto. È il caso di MANGIARE (segno con iconicità S di immagini, figura 67) e di un discreto numero di segni empirici (RIMORSO, IDEA, INTELLIGENTE, DIMENTICARE, IMPARARE, figure 82-86): nel primo caso il segno porta il destinatario a rivolgere l’attenzione verso la bocca, luogo di esecuzione reale dell’oggetto, nel secondo verso i luoghi in cui metaforicamente ha sede l’oggetto (petto e testa).

2.2.7 POSSIBILI CLASSIFICAZIONI DEI SEGNI LIS: ALCUNE PUNTUALIZZAZIONI

Le classificazioni presentate nei due paragrafi precedenti non hanno alcuna pretesa d’esaustività: data la ricchezza della LIS, le categorie proposte precedentemente potrebbero indubbiamente essere oggetto d’analisi più approfondite che con tutta probabilità porterebbero all’individuazione di categorie più numerose e ristrette. Ai fini di questa trattazione, ci si è però limitati ad individuare solo delle macrocategorie per delineare un panorama generale dei segni aventi una motivazione significato-significante.

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Le divisioni fin qui suggerite, inoltre, non vanno affatto intese come frutto di una scienza esatta: sono infatti aperte a critiche costruttive, nonché a sovrapposizioni con ulteriori proposte di classificazione. È opportuno essere pienamente consapevoli del fatto che le categorie fin qui proposte non vanno intese come compartimenti stagni: esistono casi in cui uno stesso segno può rientrare in più categorie, come mostrato dagli esempi finali del paragrafo precedente, ma anche da quelli che seguono.

Figura 112: ROMA (Angelici et al. 1991: 155).

ROMA potrebbe essere visto come un segno sia emblematico, sia empirico: Roma è per emblema il centro della cristianità, la quale a sua volta è rappresentata nella cultura italiana dalla metafora della croce (ed è appunto la croce ciò a cui rimanda il segno LIS).

Figura 113: CAMMINARE-CONTENTO (Romeo 1997: 119). Figura 114: LAVORARE-SODDISFATTO (Romeo 1997: 119).

LAVORARE-SODDISFATTO (lavorare con soddisfazione) e CAMMINARE-CONTENTO (camminare con soddisfazione) sono dei segni con

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RSP (il parametro ricorrente è l’espressione facciale che denota contentezza), ma d’altro canto sono anche segni LIS caratterizzati da iconicità S di immagini perché l’espressione emula quella che effettivamente si assume nella realtà in caso di soddisfazione.

Per finire, i classificatori hanno iconicità L dinamica perché necessitano di un cotesto, ma allo stesso tempo in un certo senso possiedono anche iconicità S di immagini perché cercano di emulare l’oggetto a cui rimandano sotto un particolare tratto fisico.

2.2.8 POSSIBILI CLASSIFICAZIONI DEI SEGNI LIS: SIMBOLI

In opposizione ai segni iconici L, i segni simbolici sono segni arbitrari, cioè caratterizzati da un legame convenzionale tra significato e significante40. Si presentano come segni opachi poiché non è possibile trovare una motivazione alla base del rapporto significato-significante.

Figura 115: ETÀ (Angelici et al. 1991: 96). Figura 116: SCUSARSI (Angelici et al. 1991: 73).

40 Si parla qui di simboli secondo la terminologia adottata da Peirce (per il quale un simbolo è un segno privo di motivazione tra significato e significante) e non nell’accezione più frequente e comune del termine secondo cui invece il simbolo è qualcosa di fortemente motivato.

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Figura 117: BLU, segno in uso a Genova (Radutzky 1992: 460). Figura 118: BLU, segno in uso a Torino (Radutzky 1992: 454). Figura 119: BLU, segno in uso a Perugia (Radutzky 1992: 766).

Segni simbolici come gli esempi sopraccitati sono frequenti in LIS per diverse ragioni: prima di tutto, è opportuno che una lingua si emancipi dalla rappresentazione della realtà extra-linguistica41. Inoltre, va tenuto presente che le lingue dei segni non hanno una tradizione scritta e che quindi per scoprire l’etimologia di un segno LIS ci si può basare solo sulla memoria e sulle conoscenze dei membri più anziani della comunità sorda: è quindi possibile che alcuni segni L apparentemente arbitrari possiedano in realtà iconicità L, ma che questa caratteristica iconica L non venga percepita perché se ne è persa la memoria o perché il cambiamento storico del segno l’ha resa difficilmente riconoscibile.

Ogni segno LIS però può essere definito simbolico se si tiene presente che anche i segni iconici L possiedono pur sempre un certo grado di convenzionalità: così, ad esempio, il pronome soggetto IO (segno indicale) si basa sulla regola

41 V. § 2.2.4.

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convenzionale secondo cui un dito puntato in una certa direzione è da intendersi come un’indicazione e non come, poniamo, un gesto di minaccia; un segno iconico S denota arbitrarietà nella scelta dei tratti pertinenti42, e così via43.

2.2.9 DENOTAZIONE E CONNOTAZIONE

Un’entità lessicale è denotativa quando possiede un significato oggettivo e ben delimitato e nessun elemento soggettivo o affettivo determinato dal contesto; si parla invece di connotazione quando possiede una sfumatura linguistica soggettiva in aggiunta al significato oggettivo.

In LIS si può notare come segni emblematici quali CILIEGIA o MILANO (v. § 2.2.5) abbiano un significato ormai soltanto denotativo, nonostante la motivazione sussistente tra significato e significante abbia preso le mosse da situazioni altamente affettive (la giocosità delle bambine che si divertono con le ciliegie e l’amore dei milanesi per il Duomo).

Esattamente come le parole in lingua vocale, anche i segni LIS possono avere valenze connotative: ad esempio, così come «padre» e «papà» in lingua vocale hanno significato identico ma connotazioni diverse, anche in LIS i segni corrispondenti hanno valenze connotative differenti.

Inoltre, in LIS la connotazione si manifesta a volte anche a livello cheremico: un caso esemplare è quello della configurazione .

Figura 120: configurazione (Volterra 1987: 248).

42 V. § 2.2.4 sul concetto di pertinenza.

43 V. anche § 2.2.4 per maggiori informazioni sulla presenza d’arbitrarietà anche nei segni LIS iconici ed indicali.

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Nella cultura italiana la mano che assume questa forma ha una valenza peggiorativa che la corrispondente configurazione LIS ha mantenuto. La

configurazione ha una connotazione negativa ed è perciò usata in un ristretto numero di segni che per lo più hanno a che fare con le corna fisiche (LUMACA), ma anche con quelle dei coloriti modi di dire diffusi anche tra udenti (CORNUTO, FARE-LE-CORNA) o con ciò che è diabolico (DIAVOLO, TENTAZIONE, MALOCCHIO).

2.3 Macrostrutture:sequenzefinitedisegniLIS

2.3.1 SEQUENZIALITÀ E SIMULTANEITÀ

Il segnante che articoli dei segni LIS in una sequenza finita in modo che questi risultino sintatticamente connessi e con un senso compiuto formula un enunciato; è però possibile che l’enunciato sia composto da un unico segno LIS qualora quest’ultimo abbia valore compiuto nell’interazione comunicativa (NO e SÌ ne sono degli esempi). L’enunciato è legato al momento ed al luogo dell’enunciazione, nonché al segnante che lo produce; al contrario, la frase è un’unità grammaticale astratta e libera da legami con il tempo, lo spazio e le persone: è un’espressione linguistica costruita secondo le regole generali della lingua, tale da esprimere un concetto di senso compiuto anche al di fuori di un testo e di una situazione comunicativa.

Analizzando la frase e l’enunciato in lingua dei segni e non più singoli cheremi o segni LIS, è indispensabile tener presente il rapporto che tale lingua intrattiene con le dimensioni del mondo. Mentre le lingue vocali fondamentalmente contano solo la dimensione temporale, la LIS, come le altre lingue dei segni, agisce su quattro dimensioni: quella temporale ma anche la tridimensionalità spaziale; questa triplice aggiunta è facilmente comprensibile se si pensa che il canale utilizzato dalla LIS è quello visivo-gestuale.

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Le lingue verbali si fondano sulla sequenzialità: i loro costituenti linguistici (fonemi, sillabe e quindi parole) sono posti in sequenze lineari perché due elementi non possono essere pronunciati allo stesso tempo. In tali catene sequenziali gli elementi giustapposti traggono il loro valore dal carattere contrastivo posseduto (opposizione reciproca con ciò che precede e segue). La LIS possiede pur sempre questo stesso meccanismo d’opposizione lineare, ma, come le altre lingue dei segni, si fonda non tanto sulla sequenzialità quanto sulla simultaneità: infatti, gli elementi costituitivi di un segno LIS (i cheremi) si sovrappongono temporalmente poiché in una stessa unità di tempo coesistono movimenti diversi eseguiti in punti diversi dello spazio. Se una parola in lingua verbale è composta dalla successione di fonemi, in LIS un segno è il risultato dell’articolazione simultanea di più cheremi.

Le combinazioni simultanee in LIS possono coinvolgere due piani d’espressione: quello manuale e quello non manuale. Un primo caso d’articolazione simultanea in LIS è quello interamente manuale: le mani riescono ad eseguire simultaneamente due segni perché ogni arto diventa un distinto articolatore.

Figura 121: «La donna taglia il filo con le forbici» (Volterra 1987: 206).

FILO-TAGLIA-CON-FORBICI

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In italiano la frase corrispondente all’esempio sopra riportato è «la donna taglia il filo con le forbici». Un parlante che pronunci questa frase sarà costretto ad articolare ogni fonema ed ogni unità di significato di modo che si susseguano l’un l’altro; la stessa frase segnata in LIS mostra però che l’organizzazione temporale in lingua dei segni è sia sequenziale, sia simultanea. Come in lingua verbale, è presente la sequenzialità poiché le unità di significato si susseguono (prima si esegue DONNA, poi FILO e dopo ancora il terzo segno); si può però notare che il terzo segno è in realtà la combinazione simultanea di due segni: il primo è il verbo «tagliare», il secondo la ripresa del complemento oggetto «filo». Il complemento oggetto è articolato con la mano non dominante mediante un segno classificatore (configurazione I), mentre il segno verbale è eseguito con la mano dominante. Grazie alla simultaneità, quindi, la LIS riesce ad esprimere in una singola unità temporale concetti che in lingua verbale richiederebbero più tempo a causa della sequenzialità.

Il secondo caso di combinazioni simultanee coinvolge le componenti non manuali che si sovrappongono temporalmente a quelle manuali. Ciò accade ad esempio durante l’impersonamento44: in italiano per riportare le parole altrui nel discorso indiretto si deve specificare prima chi parla e poi cosa venga detto, o viceversa («Mario ha affermato che…», «Giulia ha replicato sostenendo che», «…., ha concluso lei», ecc); in LIS invece con le espressioni facciali l’informazione “chi parla” è trasmessa contemporaneamente all’informazione manuale “cosa dice”.

2.3.2 SINTAGMA E PARADIGMA

I concetti di sequenzialità e simultaneità sono strettamente connessi con quelli di sintagma e paradigma. Segni semiotici di uno stesso sistema (ad esempio, i segni LIS) instaurano tra loro due tipi di relazioni: sintagmatiche e paradigmatiche.

44 V. § 1.3 sull’impersonamento o role taking.
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Durante l’enunciazione, gli elementi della LIS sono posti in una sequenza spazio-temporale: in questa combinazione i segni sono contigui e contrastivi tra di loro e formano perciò un sintagma. Gli elementi di un sintagma sono tutti in praesentia, sono cioè realizzati poiché si tratta di segni LIS realmente articolati in una frase. Gli elementi dell’asse sintagmatico (o asse del processo) sono collocati in orizzontale e sono perciò caratterizzati da linearità temporale, ossia sequenzialità; i sintagmi sono governati tra loro da relazioni di congiunzione (sintagma e sintagma e sintagma, ecc.), nonché di solidarietà: esiste cioè una logica di combinazione secondo cui la scelta di un sintagma è limitata ad un numero ristretto di possibilità a causa della presenza degli altri sintagmi. Questi vincoli sono sia di tipo strettamente grammaticale (accordo tra soggetto e verbo, ecc.), sia a livello di coerenza di significati (è illogica la frase «il cielo è blu come una rosa», poiché il sintagma finale non rispetta le aspettative di significato create dai sintagmi precedenti).

L’asse paradigmatico (o asse del sistema) è invece composto da elementi alternativi che avrebbero potuto sostituire i sintagmi effettivamente realizzati: l’asse si basa su rapporti di disgiunzione (paradigma o paradigma o paradigma, ecc.). I paradigmi sono dunque in absentia, ossia non sono davvero realizzati ma sono solo possibilità virtuali presenti nella memoria. Qui gli elementi dell’asse paradigmatico si associano formando gruppi a seconda della similarità a livello di significante (ad esempio, in caso di segni LIS che condividano gli stessi parametri) o di significato (gruppo di segni LIS affini per senso): tuttavia, gli elementi dell’asse paradigmatico sono sì simili ma pur sempre opposti tra loro poiché la sostituzione di un sintagma con un elemento del proprio paradigma cambia il risultato finale. Gli elementi dell’asse paradigmatico coesistono tutti virtualmente a livello mnemonico in una stessa unità temporale e sono perciò assimilabili al concetto di simultaneità.

La sequenzialità che caratterizza le lingue verbali fa sì che l’asse sintagmatico sia quello che riveste la maggior importanza in tali idiomi, mentre in lingua dei segni il paradigma ha un peso maggiore: tale differenza è giustificata dalle

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diverse modalità su cui viaggiano le due tipologie di lingue. La percezione visiva è più immediata rispetto alla percezione acustica, che invece avviene in modo più graduale poiché i suoni raggiungono l’orecchio in sequenza, mentre l’immagine è colta istantaneamente nella sua complessità dagli occhi. È pertanto ovvio che nella modalità acustico-vocale l’organizzazione temporale (e quindi sintagmatica) sia più rilevante dell’organizzazione paradigmatica: in lingua vocale si percepiscono chiaramente in sequenza i fonemi, le sillabe ed infine le parole, tanto da poter sempre individuare quali siano gli elementi iniziali e quelli finali. Di converso, in LIS a livello percettivo la nozione temporale passa in secondo piano: un segno LIS è recepito nella sua globalità poiché i cheremi che lo compongono sono eseguiti simultaneamente e risulta arduo parlare di una successione temporale dei parametri formazionali. In altre parole, nell’osservare l’atto comunicativo di un segnante LIS il destinatario noterà in primo luogo la simultaneità dei cheremi (asse paradigmatico) che formano i segni LIS e solo a posteriori il fatto che questi elementi sono collocati in combinazioni sequenziali (asse sintagmatico); al contrario, un udente che ascolti qualcuno che parla, in assenza di simultaneità, sarà decisamente più propenso a notare la sequenzialità della lingua.

Schema 2: struttura sintagmatica e paradigmatica di un ipotetico enunciato in lingua verbale.

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Legenda: p=parola s=sillaba f=fonema

In un enunciato in lingua verbale la sintagmaticità è più rilevante della paradigmaticità

Legenda:
S=segno LIS c=configurazione l=luogo o=orientamento m=movimento nm=componenti non manuali

=componente non manuale coestensiva a

due segni

In LIS la sintagmaticità passa in secondo piano a favore della paradigmaticità.

Schema 3: struttura sintagmatica e paradigmatica di un ipotetico enunciato in lingua dei segni.

Nonostante vi sia una chiara divergenza tra simultaneità e sequenzialità nelle due modalità, è pur sempre vero che in LIS entrambe coesistono: per questo motivo è stata avanzata recentemente la proposta di non parlare di concetti antitetici quali «simultaneità» e «sequenzialità», ma di propendere per l’uso dell’espressione dialettica «multilinearità». In questo modo, è possibile coniugare la sequenza logica in cui sono posti gli elementi LIS durante l’enunciazione (sequenzialità/asse sintagmatico) ed il fatto che essi assumono valore solo in relazione ad altri che esistono simultaneamente (simultaneità/asse paradigmatico).

2.3.3 ICONICITÀ DIAGRAMMATICA

Le lingue nascono dall’esigenza di descrivere il mondo e devono perciò rappresentare in qualche modo la realtà; siccome il mondo dei fatti è rappresentato dalla lingua, appare allora evidente che le frasi e gli enunciati debbano instaurare una qualche relazione con il mondo per descriverlo adeguatamente. Tale relazione è la corrispondenza strutturale tra le frasi ed i fatti del mondo, che è resa possibile perché le frasi stesse sono a loro volta dei fatti: in altre parole, le frasi sono fattuali e possiedono identità di struttura con gli eventi del mondo.

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L’iconicità dei segni LIS45 costituisce indubbiamente una di queste corrispondenze, ma va detto che l’iconicità caratterizza le lingue anche a livello di macrostrutture (frasi ed enunciati). A questo livello però l’iconicità non si traduce in una somiglianza tra la forma di un elemento significante e l’oggetto (iconicità S d’immagini, imagic iconicity), ma in una serie di relazioni di analogia tra la sequenza di elementi linguistici e gli oggetti o le azioni a cui questi rimandano nel mondo reale; si parla pertanto di «iconicità diagrammatica»46 (diagrammatic iconicity). Se nell’iconicità S di immagini la relazione s’instaura direttamente tra segno e significato, nell’iconicità diagrammatica il legame analogico coinvolge la relazione tra gli elementi a livello di segno e la relazione tra gli elementi a livello di significato: è proprio perché è necessaria una pluralità di elementi che la seconda riguarda solo strutture morfologicamente complesse (relazione tra elementi linguistici che rispecchia iconicamente la relazione tra le attività a livello concettuale).

In lingua dei segni, l’iconicità diagrammatica si manifesta in diverse modalità: la prima lungo l’asse sintagmatico (iconicità diagrammatica strutturale) e la seconda sull’asse paradigmatico (iconicità diagrammatica semantica).

L’iconicità diagrammatica strutturale può essere di più tipi: lineare o quantitativa. In caso d’iconicità lineare, la sequenza delle frasi rispecchia l’ordine temporale delle attività così come avvengono nel mondo reale: in tal modo, segnando «mi sveglio, mi alzo e faccio colazione» si avrà una sequenza di frasi che ricalca l’ordine reale di avvenimento degli eventi, mentre lo stesso non accadrebbe segnando, ad esempio, «mi sveglio e faccio colazione dopo essermi alzato». Si parla invece d’iconicità diagrammatica quantitativa quando si analizza

45 V. sez. 2.2 sull’iconicità.

46 Secondo Charles Sanders Peirce, fondatore della semiotica, un diagramma è un segno semiotico complesso volto a rappresentare un concetto complesso; le corrispondenze tra le parti del diagramma e le parti del concetto non sono assimilabili ad una somiglianza diretta: piuttosto, è la relazione tra le parti del diagramma ad essere assimilabile per analogia alla relazione tra le parti del concetto. In virtù di questa somiglianza, seppur tenue, si parla di «diagramma iconico» (iconic diagram) e di iconicità diagrammatica, mentre in caso di corrispondenza diretta si è di fronte ad una «immagine iconica» (iconic image) e a quella che nel § 2.2.5 è stata definita iconicità S di immagini.

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la pluralizzazione: il plurale è reso aggiungendo qualcosa (il segno che significa TANTI/E,oppure ripetendo più di una volta il segno LIS al singolare47) e questa aggiunta mostra iconicamente che ad una maggior quantità di oggetti corrisponde una maggior quantità di elementi linguistici.

Se l’iconicità diagrammatica strutturale si fonda su relazioni d’analogia tra forma del significante (sequenza lineare o aggiunta di elementi linguistici) e forma del significato (sequenza temporale di eventi o quantità plurale), l’iconicità diagrammatica semantica è incentrata sull’analogia tra i significati di due segni, come avviene nel caso della metafora48. Espressioni idiomatiche come SEGNARE OLIO («segnare come l’olio»: segnare fluentemente) o POLLO («essere un pollo»: essere stupido) sono esempi di metafore LIS: una particolare caratteristica (la fluidità o l’essere proverbialmente stupido) posseduta da un oggetto (olio o pollo) è trasferita per analogia ad un altro oggetto (i soggetti delle ipotetiche frasi: IO, TU, MARIO, ecc…). La metafora interessa l’asse paradigmatico perché avviene in absentia (si sostituisce un’unità linguistica con un’altra facente parte del suo paradigma), mentre l’iconicità diagrammatica strutturale, essendo un fenomeno sequenziale, concerne l’asse sintagmatico.

Per finire, in lingua dei segni lo spazio segnico stesso è iconicamente diagrammatico e permette di indicare le relazioni semantiche tra attanti49: ad esempio, la direzionalità dei verbi o di certi attanti tramuta l’intero spazio segnico in una sorta di palcoscenico in miniatura in cui le relazioni tra gli attanti vengono schematizzate. Così, segnando la frase «il bicchiere è sopra il tavolo»

47 V. § 1.3 sulla formazione del plurale.

48 È opportuno distinguere il concetto di «metafora visiva» usato nel § 2.2.5 da quello che se ne fa ora. La metafora visiva consiste nell’uso di un’immagine concreta in un singolo segno LIS: così il segno TRIBUNALE/GIUDICE può essere preso singolarmente ed essere parzialmente motivato sapendo che la metafora sottostante è quella della bilancia. L’uso attuale di «metafora» è da intendersi invece come figura retorica in cui all’interno di una frase un segno LIS (o un’espressione) è sostituito/a con un altro segno (o un’altra espressione) in virtù di un rapporto d’analogia tra i rispettivi significati letterali. Esempi di metafore in LIS (ma anche in lingua verbale) sono alcune espressioni idiomatiche.

49 Per attante s’intende qui ogni sintagma nominale che partecipi al processo segnico. In semiotica la nozione di attante è stata introdotta da Algirdas Julien Greimas, semiologo e linguista franco-lituano.

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(v. figura 100 § 2.2.6) o «io vado» (v. § 2.2.6), l’uso dello spazio delinea le relazioni esistenti tra i vari sintagmi e, per analogia, anche quelle esistenti nella realtà tra gli oggetti corrispondenti.

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2.4 Conclusione

Da quanto esposto in questa trattazione si nota che si sono applicati alla LIS nozioni e ragionamenti originariamente concepiti per la comunicazione in lingua vocale. Una tal estensione alla LIS è stata possibile perché le lingue dei segni e le lingue verbali possiedono numerosi punti di contatto: si tratta in entrambi i casi di lingue vere e proprie usate da una comunità per perseguire i medesimi scopi comunicativi; certi meccanismi o principi sono condivisi da entrambe le modalità linguistiche (si pensi ad esempio alla presenza di simboli, indici ed icone, oppure a sequenzialità e simultaneità, o ancora alla doppia articolazione o alla presenza dei sei fattori della comunicazione di Jakobson); per finire, sia le lingue vocali, sia quelle dei segni si evolvono nel tempo e nello spazio secondo lo stesso criterio di funzionalità.

Ciononostante, il lavoro fin qui compiuto non è certamente frutto di una mera trasposizione alla LIS di osservazioni valide per la lingua vocale: sono state infatti prese in seria considerazione le altrettanto numerose differenze sussistenti tra LIS e lingue verbali. Queste disparità, più o meno manifeste, non potevano essere ignorate perché altrimenti ne sarebbe risultato un lavoro che mirava a far rientrare in schemi precostituiti una realtà linguistica “alternativa”: si sarebbe cercato cioè di far sembrare la LIS il più simile possibile alla lingua vocale, anche quando non lo è.

Si è invece convinti che la LIS, come le altre lingue dei segni, possieda una propria dignità e che perciò non sia necessario farla passare per qualcosa che non è. Le nozioni relative alla lingua verbale non sono dunque state “trasposte” alla LIS: talvolta sono state invece spunto di riflessioni sulla LIS, riflessioni diverse da quelle della lingua vocale. In questo modo è stato possibile mettere in luce alcune caratteristiche distintive della LIS, quali la predominanza della simultaneità, le restrizioni oggettive o i diversi tipi d’iconicità del segno. Altre volte, è stato possibile applicare alla LIS osservazioni sulla lingua verbale, ma

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sempre rielaborandole parzialmente per tener conto delle diverse conclusioni a cui si giunge analizzando la modalità visivo-gestuale: è il caso, ad esempio, dello schema di Jakobson o dell’arbitrarietà a livello cheremico.

In definitiva, la LIS dal punto di vista semiotico presenta sia elementi già riscontrati nelle lingue vocali, sia peculiarità derivanti dalla modalità visivo- gestuale e quest’ambivalenza va seriamente presa in considerazione se si vuole analizzare la LIS in modo accurato.

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3 Appendice

Il materiale presente in questa sezione è stato tratto da Volterra 1987, 2a ed. 2004, p. 247-252.

3.1 Lista e legenda dei luoghi

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3.2

3.3 Lista e legenda delle configurazioni

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3.4 Lista e legenda degli orientamenti e dei movimenti

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3.4.1RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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James S Holmes Forms of Verse Translation and Translation of Verse Forms Marta Donati

Sommario

Prefazione: James S. Holmes e i translation studies………………………………………………2

Translation studies: breve storia della disciplina…………………………………………………….2

Un personaggio controverso……………………………………………………………………………….4

Riferimenti bibliografici (prefazione)……………………………………………………………………10

Traduzione con testo a fronte…………………………………………………………………………….11

Riferimenti bibliografici……………………………………………………………………………………..39

Ringraziamenti…………………………………………………………………………………………………41

Prefazione: James S. Holmes e i translation studies

James S. Holmes. O Jim Holmes. O ancora Jacob Lowland. Un nome, e due pseudonimi, praticamente sconosciuti in Italia. E pensare che James Stratton Holmes è stato il principale artefice dello sviluppo di quelli che nei paesi di lingua inglese vengono definiti come translation studies, al punto di guadagnarsi un posto d’onore nella storia di questa disciplina. Ed è stato sempre lui a determinare per primo l’indipendenza di tali studi rispetto ad altre discipline come la linguistica contemporanea o la letteratura comparata, svincolandoli dall’idea che fossero semplicemente un metodo di apprendimento della lingua, dei workshop di traduzione o dei corsi di linguistica contrastiva. Da non dimenticare poi il suo contributo alla comunicazione interculturale con il doppio ruolo di traduttore-poeta e di redattore-consulente presso numerose riviste internazionali, alcune addirittura fondate dallo stesso Holmes, (Modern Poetry in Translation, Delta, Atlantic, Carcanet, Chelsea Review, Poetry Quarterly, etc.) e i suoi saggi relativi al processo traduttivo, in cui l’esperienza quotidiana di traduttore sembrava dare conferma delle sue teorie.

TRANSLATION STUDIES: BREVE STORIA DELLA DISCIPLINA
Scritti relativi all’arte della traduzione hanno antiche origini. Si pensa che già all’epoca di Cicerone e Orazio, primo secolo avanti Cristo, e di san Girolamo, quarto secolo dopo Cristo, si parlasse di traduzione. I loro scritti influenzeranno lo studio di questa materia fino addirittura al XX secolo. In particolare l’approccio di san Girolamo, relativo alla traduzione della Bibbia dei Settanta dal greco al latino, sarà di fondamentale importanza per le future traduzioni delle Sacre Scritture, un campo di battaglia che per oltre un secolo vedrà scontrarsi ideologie opposte in tutto l’Occidente. Ma sebbene la storia conosca la traduzione da molto tempo, è solo nella seconda metà del XX secolo che gli studi relativi a questa materia sono diventati una disciplina accademica. Prima che avvenisse questo cambio di rotta, la traduzione era sempre stata considerata solo e soltanto un metodo di apprendimento delle lingue straniere che ha caratterizzato l’insegnamento del greco e del latino principalmente a partire dal XVIII secolo e fino agli anni Sessanta. Quello che veniva definito grammar-translation method era basato sullo studio meccanico delle regole grammaticali e della struttura delle lingue, un metodo che veniva successivamente messo alla prova con la traduzione di brevi frasi, solitamente costruite ad hoc e senza un nesso logico, per riproporre quanto appena studiato. Il motivo della scelta di un simile metodo era semplicemente poter imparare le

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basi di una lingua per poi poter leggere i testi nella loro versione originale, senza quindi il supporto di una traduzione.
Con l’avvento del cosiddetto direct method o communicative approach negli anni Sessanta e Settanta, il metodo grammar-translation iniziò a perdere credibilità, soprattutto nei paesi di madrelingua inglese. Per l’apprendimento delle lingue, il nuovo approccio faceva affidamento sulle doti naturali degli studenti, il che permise di abbandonare definitivamente l’uso della traduzione come metodo di studio. La traduzione, dal canto suo, iniziò a trasformarsi in una materia di studio per i pochi che potevano permettersi un livello di istruzione superiore alla media, soprattutto nelle università ad indirizzo linguistico e in corsi per traduttori professionisti.

Negli Stati Uniti la traduzione, e in particolare la traduzione letteraria, venne introdotta nelle università a partire dagli anni Sessanta, promossa dal concetto di translation workshop. Basati sui reading workshops e sul practical criticism approach di I. A. Richards, questi corsi miravano ad introdurre i nuovi metodi di traduzione all’interno della lingua ricevente, nonché a gettare le basi per il dibattito relativo ai principi del processo traduttivo e alla comprensione di un testo. Parallela a questo tipo di approccio era la letteratura comparata, che prevedeva lo studio della letteratura in modo transnazionale e transculturale, necessitando quindi che all’interno dei corsi di traduzione venissero inserite anche delle ore di letteratura.

Un’altra area in cui la traduzione divenne materia di studio e di ricerca era l’analisi contrastiva, ovvero lo studio di due lingue in modo da poter individuare le differenze generiche, ma anche quelle specifiche, tra le due. Sviluppatasi negli Stati Uniti a partire dagli anni Trenta in un’area della ricerca, guadagnò particolare attenzione tra gli anni Sessanta e Settanta. Per quanto utile, l’analisi contrastiva non era comunque in grado di abbracciare al suo interno fattori socioculturali e pragmatici, né tanto meno considerava al traduzione come un atto comunicativo. Ciononostante, la continua applicazione di approcci linguistici generici e di modelli linguistici specifici, come per esempio la grammatica generativa o la grammatica funzionale, ha dimostrato una stretta correlazione tra la linguistica, appunto, e la traduzione. Mentre in alcune università si continuava a considerare la traduzione come un modulo dei corsi di linguistica applicata, nel campo della traduzione era iniziato un processo di evoluzione che porterà alla creazione di modelli sistematici propri, all’interno dei quali vi erano ancora diversi moduli linguistici ma che vennero in seguito sviluppati a seconda delle necessità traduttive. Allo stesso tempo la creazione di questa nuova disciplina ha richiesto l’abbandono delle teorie che volevano la traduzione come un metodo di

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insegnamento e di apprendimento delle lingue. L’attenzione si sarebbe piuttosto dovuta spostare su ciò che avviene all’interno del processo traduttivo e su ciò che lo circonda. Gli approcci più sistematici e linguistici in senso stretto, rivolti allo studio della traduzione, hanno iniziato a prendere forma negli anni Cinquanta e Sessanta con le opere, tra gli altri, di :

Jean-Paul Vinay e Jean Darbelnet (Stiylistique comparée du français et l’anglais, 1958), un approccio contrastivo per catalogare i fenomeni più ricorrenti nelle traduzioni tra il francese e l’inglese;
Alfred Malblanc (1963) ha utilizzato lo stesso metodo ma per le traduzioni tra il francese e il tedesco;

George Mounin (Les problèmes théoriques de la traduction, 1963), ha analizzato le questioni linguistiche all’interno della traduzione;
Eugene Nida (1964) ha incorporato elementi della grammatica generativa di Chomsky, tanto in voga in quegli anni, per dare sostegno teorico al suo libro, che si presentava come un manuale pratico per tradurre la Bibbia (Munday 2001: 7-10).

UN PERSONAGGIO CONTROVERSO
Originario di una piccola fattoria dell’Iowa e arrivato nei Paesi Bassi quasi per caso, per insegnare in una scuola quacchera nella piccola cittadina di Ommen in qualità di Fulbright exchange teacher, Holmes ha trovato in Europa la casa del successo e del proprio riconoscimento internazionale, come traduttore prima e come poeta poi, al punto di diventare il primo straniero insignito nel 1956 del prestigioso premio olandese per la traduzione intitolato a Martinus Nijhoff, di meritare i complimenti di personaggi di spicco del mondo letterario come T. S. Eliot, che erano venuti a conoscenza delle opere di poeti olandesi grazie alle sue traduzioni, e di dare il proprio nome al premio per le traduzioni dall’olandese del Translation Center della Columbia University di New York: il James S. Holmes Award. Motivi più che validi per lasciare definitivamente gli Stati Uniti e trasferirsi ad Amsterdam.
È proprio nei Paesi Bassi che Holmes ha mosso i suoi primi passi verso il mondo della traduzione. Innanzitutto seguendo i corsi di Nico Donkersloot presso l’università di Amsterdam e successivamente diventando professore associato dell’Istituut voor Algemene Literatuurwetenschap della stessa università. Presto Holmes metterà il suo grande talento come scrittore a servizio della traduzione, e tradurre passerà dall’essere una semplice passione (si divertiva infatti a lavorare anche alle opere in latino di Catullo, in particolare per le tematiche omosessuali contenute nei testi) ad un lavoro

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vero e proprio, che lo vedrà anche impegnato come membro di numerose associazioni belghe e olandesi nell’ambito della cultura, della letteratura, della traduzione e perfino della commissione dell’UNESCO. La scrittura rimarrà comunque una costante nella sua vita che lo vedrà autore di numerose poesie, alcune delle quali pubblicate sotto lo pseudonimo Jacob Lowland (dedicato alla sua seconda patria) e servendosi del bound verse, altre utilizzando il meno fantasioso e più famigliare Jim Holmes e preferendo il verso sciolto.

La sua fama, come spesso accade, deriva anche dal suo essere un personaggio controverso, non solo per quanto riguarda le scelte di vita personali, la sua dichiarazione pubblica di omosessualità in anni, gli anni Settanta, in cui il mondo non era ancora pronto a simili dichiarazioni, le sue poesie dalle tematiche scomode o il suo abbigliamento da motociclista, anche se non più giovane, studiato nei minimi dettagli per attirare l’attenzione. Anche le sue teorie, elaborate lavorando in prima persona come traduttore, hanno sempre suscitato forti critiche e, ancora oggi, non sembrano aver messo d’accordo i teorici della traduzione di tutto il mondo. Tutto ciò sottolinea ancora una volta come la forza di Holmes sia strettamente legata alla sua abilità di scuotere le più ferme convinzioni e di “creare scompiglio”.

Quando trent’anni fa decise di terminare il suo articolo The name and nature of translation studies con la frase «let the meta-discussion begin», sicuramente non immaginava che le sue parole provocatorie sarebbero state profetiche per gli anni a venire, né tanto meno avrebbe potuto immaginare che le discussioni metateoriche avrebbero potuto assumere le dimensioni attuali, rendendo i translation studies una delle aree di ricerca più attive e dinamiche che abbracciano una vasta gamma di approcci.

Accanto all’Holmes artista creativo non dimentichiamo lo studioso di letteratura. Sebbene sia stato proprio lui ad ammettere che, quando decise di dedicare parte del suo tempo anche agli storici problemi nel campo della traduzione, ha dovuto scindere le due entità che costituivano la sua persona (il traduttore e il teorico della traduzione), è facile capire come queste due facce di Holmes fossero però in perfetta sintonia (van den Broeck 1994: 2).

Qualsiasi cosa Holmes avesse in mente quando decise di dedicarsi ai translation studies, non c’era, e purtroppo tuttora manca, alcun tipo di accordo in merito all’uso della terminologia o a cosa con essa si faccia riferimento. Che si tratti di un semplice

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problema di lessico, di parole, di linguaggio o che possa esistere un significato più profondo nascosto dietro alle esitazioni e alle dispute terminologiche non ci è dato saperlo.
Il primo problema che Holmes ha dovuto affrontare è stato proprio di tipo terminologico, ovvero trovare un nome per quella che tutti, ancora oggi, continuano a chiamare una “disciplina giovane”. Il poeta-traduttore americano ha quindi deciso di etichettarla come translation studies, preferendo questa definizione ad altre più ambiziose come per esempio «Science of Translation» (Nida) o «Traductology» (Harris) e sostenendo che lo stato di tale disciplina è alquanto primitivo (Lambert 1991: 26). Ecco che ancora una volta si fa sentire il suo spirito ribelle, il suo desiderio di schierarsi contro l’idea in voga in quegli anni secondo la quale la traduzione era un fenomeno noto, gli studi scientifici della traduzione erano solo e soltanto pura teoria, la “teoria della traduzione” era un campo di ricerca fondato su basi solide e il suo unico ruolo era quello di sostegno alla teoria. Si è inoltre battuto contro quella visone binaria e allo stesso tempo univoca secondo cui teoria e pratica venivano valutate in base all’efficienza di una nei confronti dell’altra e, per farlo, ha introdotto nuove aree di interesse all’interno della disciplina stessa.

A quell’epoca era uso comune associare il termine «teoria» a quello di «scienza», considerando entrambe come sinonimi interscambiabili, soprattutto in materia di traduzione. Ma secondo Holmes gli studi di traduzione avrebbero dovuto offrire agli studiosi una più vasta gamma rispetto a «scienza», «teoria» o a qualsiasi altra definizione. La sua scelta di tracciare una netta linea di demarcazione tra ricerca e teoria è stata inoltre l’occasione per inaugurare ulteriori, a volte anche piuttosto inusuali, distinzioni tra i vari tipi di teorie.

Sebbene il termine «translation studies» venga ancora usato al giorno d’oggi come sinonimo di «scienza della traduzione», probabilmente per motivi stilistici, sono ben pochi i teorici della traduzione che hanno accettato appieno questa etichetta come definizione ufficiale per l’intera disciplina. Peter Newmark, professore di translation studies e letteratura inglese presso il Centre for Translation Studies della University of Surrey, sembra essere uno dei pochi che ancora continua a muoversi in una direzione che contrasta fortemente con quella voluta da James Holmes, ovvero tende a ridurre la ricerca nel campo della traduzione a semplice “teoria”. Sia Holmes che Newmark però sono d’accordo nell’ammonire i colleghi rispetto ad una visione troppo ottimista della traduzione, soprattutto rispetto alla “scienza” (Lambert 1991: 27). Ma ancora non è stata fatta chiarezza e i dubbi e i commenti alle teorie di Holmes dimostrano che molti

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teorici della traduzione sembrano avere una certa famigliarità con la definizione “translation studies”, ma che allo stesso tempo non sentono il bisogno di utilizzarla in forma ufficiale, dandoci così modo di capire che ancora oggi le teorie e gli studi condotti dal poeta-traduttore americano non sono completamente apprezzate e condivise. Inoltre si tende ancora ad associare i translation studies agli studi di traduzione letteraria (cosa che Holmes non avrebbe mai approvato), probabilmente perché spesso chi utilizza la definizione proposta da Holmes lavora proprio nell’ambito della traduzione letteraria, dando l’impressione di essere sempre a contatto esclusivamente con realtà legate al mondo della letteratura, seppur proponendo a livello internazionale dei modelli più generali.

Certo, la questione legata alla terminologia potrebbe essere puramente di carattere linguistico. Esiste una definizione equivalente a quella di translation studies nelle altre lingue usate per la ricerca traduttologica internazionale? “Etudes sur la traduction”, “Traductologie” o “Science de la traduction” non hanno mai suscitato così tante dispute tra i teorici in Francia. E nemmeno in Germania, dove il termine “Wissenschaft” (scienza) associato alla traduzione non ha mai incontrato ostacoli, anche se in tempi più recenti si è preferito optare per il termine “Forschung” per evitare contrasti con la nozione di scienza. Questo chiarisce il motivo per cui le obiezioni al termine «translation studies» non possono essere giustificate sulla base esclusiva dell’uso della lingua. Ciò che è in gioco è quindi la definizione dell’oggetto di cui la disciplina si occupa, i suoi obiettivi e la sua portata. Ma non possiamo certo aspettarci di raggiungere una codificazione precisa di una disciplina quando ancora non è ancora stata fatta chiarezza in merito all’oggetto stesso su cui si fonda (Lambert 1991: 28).

Oltre alla scottante questione terminologica, Holmes è stato anche il primo a cercare di considerare l’organizzazione interna ed esterna dell’intera disciplina come una serie di attività intellettuali che andassero di pari passo con altre discipline altrettanto intellettuali.

Mentre nella teoria letteraria degli anni Cinquanta e Sessanta molti degli studiosi di traduzione letteraria tendevano a considerare il loro modo di tradurre una norma che chiunque si trovasse ad affrontare una traduzione avrebbe dovuto seguire, Holmes capì quasi subito che nel momento in cui di decideva di studiare l’aspetto teorico della traduzione la cosa migliore da fare era allontanarsi/distanziarsi il più possibile dalle proprie regole traduttive e dalle proprie scelte personali in merito a determinate situazioni traduttive. Nel suo caso specifico poi teoria e pratica non sono mai state

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confuse l’una con l’altra, né tantomeno distorte; al contrario, la loro interazione ha dato molti frutti e ha fatto in modo che, da un lato, Holmes lo studioso non si perdesse in teoretizzazioni inutili e, dall’altro, che Holmes il traduttore non si compiacesse troppo del suo lavoro.

Verso la seconda metà degli anni Sessanta aveva guadagnato abbastanza famigliarità con la letteratura sulla teoria della traduzione da essere in grado di svolgere un ruolo alquanto pionieristico nell’ambito di questi studi. Fu uno dei primi studiosi della traduzione a rendersi conto, insieme a pochi altri, che gli anni Sessanta sarebbero stati gli anni della svolta nella storia dei translation studies. Sapeva che questa nuova disciplina avrebbero portato a nuove importanti intuizioni. Ma pur sembrando così rivolto al futuro rimaneva fermamente convinto della necessità di avere una certa famigliarità con la storia e la teoria della traduzione. Essendo dell’idea che il presente potesse essere spiegato solo facendo riferimento al passato, si trovava però di fronte al fatto che in realtà erano ben pochi i contributi validi che il passato aveva lasciato in termini di teoria della traduzione. Allo stesso tempo rimase sempre attento ad ogni nuovo sviluppo della linguistica, della testologia, degli studi di letteratura comparata che riguardavano la traduzione e degli studi della traduzione stessa. Partecipando regolarmente a conferenze mondiali come quelle promosse dalla Applied Linguistics Association e dalla International Comparative Literature Association, sapeva perfettamente che in entrambi i settori sarebbero sorti accesi dibattiti che avrebbero riguardato la traduzione. Punti di vista e metodi divergenti durante questi dibattiti non hanno però mai infastidito Holmes, che preferiva considerarli piuttosto come qualcosa di positivo, qualcosa che regalava ai suoi sforzi una sorta di vantaggio, in quanto analizzavano in profondità e ad ampio spettro l’oggetto preso in esame.

Ciononostante, ha sempre pensato che fosse un vero peccato che l’attenzione nei confronti della traduzione fosse così poco costante e frammentaria; e questo lo spinse a lottare per trovare i canali che meglio si adattassero alla comunicazione (van den Broeck 1994: 3). Ecco dunque che ancora una volta torna il bisogno di farsi conoscere al grande pubblico per il personaggio stravagante che era. Un personaggio che ha messo a disposizione la sua figura per promuovere un mondo poco conosciuto e desideroso di emergere. Un personaggio che ha sempre dimostrato di provare un grande amore per la poesia e di avere un grande talento per la traduzione; ed era proprio il suo essere traduttore che, seppur nella diversità, lo rendeva così simile a tutte le persone che si dedicano a questo lavoro con passione; una professione che metteva in risalto un tratto del suo carattere meno trasgressivo e decisamente meno

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sensazionale, l’amore per qualcosa che non esaltava se stesso ma che lo metteva al servizio degli altri, qualcosa insomma che in un’intervista rilasciata nel 1984 ha definito: «something in the introverted type that greatly enjoys being a mediator» (van den Broeck 1994: 2).

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Riferimenti bibliografici

HOLMES, JAMES S., 1988, Translated! Papers on Literary Translation and Translation Studies. With an introduction by Raymond van den Broeck, Amsterdam, Rodopi.

LAMBERT, JOSÉ, 1991, Shifts, Oppositions and Goals in Translation Studies: Toward a Genealogy of Concepts, in van Leuven-Zwart, Kitty M., e Naaijkens, Ton, Translation Studies: the state of the art. Proceedings of the First James S. Holmes Symposium on Translation Studies, Amsterdam/Atlanta (GA), Rodopi.

MAATSCHAPPIJ DER NEDERLANDSE LETTERKUNDE TE LEIDEN, 1987-1988, Jaarboek, Leiden.

MUNDAY, JEREMY, 2001, Introducing Translation Studies, Theories and Applications, Oxford, Routledge.

VAN LEUVEN-ZWART, KITTY M., e NAAIJKENS, TON, 1991, Preface, in van Leuven-Zwart, Kitty M., e Naaijkens, Ton, Translation Studies: the state of the art. Proceedings of the First James S. Holmes Symposium on Translation Studies, Amsterdam/Atlanta (GA), Rodopi.

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Forme di Traduzione in Versi e Traduzione di Forme Metriche

JAMES S HOLMES

La letteratura, come ha suggerito Roland Barthes, si divide in due classi. Innanzitutto la classe della poesia, della narrativa e del teatro nella quale si utilizza la lingua per “parlare di oggetti e fenomeni che, siano essi immaginari o meno, sono esterni e anteriori alla lingua”, come afferma lo stesso Barthes. Esiste poi la classe di quella scrittura che “non si occupa del mondo, ma delle formulazioni linguistiche di altri; è un commento ad un commento”.1

Nel definire questa lingua “secondaria o metalinguaggio” (usando le sue parole), Barthes fa essenzialmente riferimento alla critica, ma in realtà la gamma di ciò che io preferisco definire metaletteratura2 è molto più ampia. Attorno ad un poesia, per esempio, si possono raggruppare diverse forme di metaletteratura; le principali possono essere schematizzate nel diagramma che segue.3

Ad un’estremità di questo ventaglio di forme metaletterarie si colloca la forma che interessa principalmente Barthes: il commento critico ad una poesia scritto nella stessa lingua della poesia. Chi è solito utilizzare questa prima forma, sebbene si trovi ad affrontare grandi problemi interpretativi se desidera che i suoi risultati siano validi, ha in

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Forms of Verse Translation and the Translation of Verse Form

JAMES S HOLMES

Literature, as Roland Barthes has suggested, is of two classes. In the first place there is the class of poetry, fiction, and drama, in which a writer uses language to, as he says, “speak about objects and phenomena which, whether imaginary or not, are external and anterior to language”. Besides this there is a class of writing which “deals not with ‘the world’, but with the linguistic formulations made by others; it is a comment on a comment”.1

In defining this “secondary language or meta-language” (as he calls it), Barthes is concerned primarily with criticism, but the range of what I should prefer to designate meta-literature2 is actually much broader. Round a poem, for instance, a wide variety of meta-literature can accumulate; some of the major forms might be indicated schematically as in the diagram that follows.3

At the one edge of this fan of meta-literary forms is the form which primarily interests Barthes, critical comment on the poem written in the language of the poem. The practitioner of this first form, though he has to solve major interpretative problems if his results are to have validity, has in other words the advantage of being able to solve

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altre parole il vantaggio di poterli risolvere all’interno dello stesso sistema linguistico in cui la poesia è stata scritta. La seconda forma, il saggio critico in un’altra lingua, condivide con la prima il fatto di essere, in quanto saggio, essenzialmente indeterminato4 dal punto di vista della lunghezza, ma anche del contenuto: il critico può scrivere quanto desidera e può inserire qualsiasi cosa ritenga rilevante nell’affrontare anche solo una breve poesia. Allo stesso tempo questa seconda forma manifesta un numero di tratti caratteristici anche delle forme tre e quattro: per quanto straordinario, “traduce” nel vero senso del termine la poesia in un altro sistema linguistico fornendone contemporaneamente un’interpretazione critica. La terza forma, la traduzione in prosa, include un numero di sotto forme che spaziano dalla traduzione verbatim (interlineare, “letterale”, “parola per parola”)5 a quella rank-bound6, passando per una traduzione “letteraria” unbound che cerca di trasferire le qualità più sfuggenti della poesia;7 tutte queste sotto forme però sono accomunate dal fatto che (come le forme uno e due) utilizzano la prosa come medium e (come la forma quattro) sono essenzialmente determinate dal punto di vista della lunghezza e del contenuto.

La forma quattro, la traduzione in versi, come tutte le forme precedenti vuole essere interpretativa e, come la forma tre, è determinata dal punto di vista della lunghezza e del contenuto; allo stesso tempo è essenzialmente diversa dalle altre in quanto, come le rimanenti tre forme, utilizza la struttura in versi come mezzo e pertanto aspira apertamente ad essere una poesia a sé stante per la quale si potrebbe aprire un ventaglio a parte di metaletteratura. Le forme cinque, sei e sette, l’imitazione (intesa secondo la classificazione di John Dryden)8, la poesia plasmata sull’originale in modo indiretto e parziale, ispirata solo vagamente e genericamente all’originale, sono come la traduzione in versi e differiscono dalle prime tre forme nella scelta del mezzo, ma si differenziano anche dalle forme tre e quattro per la crescente indeterminatezza dal punto di vista della lunghezza e del contenuto, e da tutte le precedenti quattro forme in quanto non ambiscono unicamente ad interpretare l’originale.

Come ha evidenziato ancora una volta questa breve morfologia, la traduzione è un atto di interpretazione critica, ma esistono delle traduzioni di poesie che si differenziano da tutte le altre forme di interpretazione in quanto ambiscono ad essere atti poetici – sebbene bisognerebbe segnalare immediatamente che tale poesia è qualcosa di veramente speciale, in riferimento non agli «oggetti e fenomeni … esterni e precedenti alla lingua» di Barthes ma ad un altro oggetto linguistico: la poesia originale. Ho già

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them within the same linguistic system on which the poem itself draws. The second form, the critical essay written in another language, shares with the first the fact that, as an essay, it is essentially indeterminate4 in length, and also in subject matter: the critic can run on for as long as he cares to, and bring in whatever material he thinks relevant, to deal with even the shortest poem. At the same time this second form manifests a number of traits also characteristic of forms three and four: in a very real if special sense it “translates” the poem into another linguistic system as well as providing a critical interpretation of it. Form three, the prose translation, embraces a number of sub-forms, varying from the verbatim (interlinear, “literal”, “word-for-word”)5 and the rank-bound6 translation to the unbound “literary” translation attempting to transfer more elusive qualities of the original poem;7 all these sub-forms, though, share the fact that (like forms one and two) they use prose as their medium and (like form four) are essentially determinate in length and subject matter.

Form four, the verse translation, is like all the previous forms interpretative in intent, and like form three determinate in length and subject matter; at the same time it is fundamentally different from them, and like the remaining three forms, in the very basic fact that it makes use of verse as its medium, and hence manifestly aspires to be a poem in its own right, about which a new fan of meta-literature can take shape. Forms five, six, and seven, the imitation (in John Dryden’s sense)8, the poem drawing from the original in an indirect, partial way, and the poem only vaguely, generally inspired by the original, are like the verse translation and unlike the first three forms in their medium, but unlike forms three and four in the increasing indeterminacy of their length and subject matter, and unlike all the first four forms in the absence of interpretation of the original as one of their major purposes.

As this brief morphology re-emphasizes, all translation is an act of critical interpretation, but there are some translations of poetry which differ from all other interpretative forms in that they also have the aim of being acts of poetry – though it should immediately be pointed out that this poetry is of a very special kind, referring not to Barthes’s «objects and phenomena … external and anterior to language», but to another linguistic object: the original poem. I have suggested elsewhere that amidst the

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proposto altrove che per far luce nella confusione generale della terminologia dei translation studies potrebbe essere utile introdurre la categoria «metapoesia»9 per definire questa specifica forma letteraria che ha il duplice ruolo di metaletteratura e letteratura primaria.

In virtù del suo duplice ruolo, la metapoesia è il nesso di un intricato insieme di relazioni che convergono da due direzioni: dalla poesia originale, nella sua lingua, e riconducibile in modo molto specifico alla tradizione poetica di quella stessa lingua; e dalla tradizione poetica della lingua ricevente, con le proprie aspettative poetiche più o meno rigorose a cui la metapoesia deve in qualche modo andare incontro, se vuole essere una poesia riuscita.

Questa complessa serie di relazioni dà luogo a diverse tensioni che in altri tipi di traduzioni sono assenti, o comunque meno evidenti. La scelta della forma in versi più adatta nella quale scrivere la metapoesia rappresenta la prima fonte di tensione.10

Quale dovrebbe essere la forma metrica di una metapoesia? Indubbiamente non esiste nessun altro problema di traduzione che abbia suscitato così tante discussioni da parte dei critici normativi, e allo stesso tempo abbia fatto così poca chiarezza. La poesia, suggerisce uno, dovrebbe essere tradotta in prosa.11 No, sostiene un secondo, dovrebbe essere tradotta in versi, poiché in prosa perde la sua essenza.12 Assolutamente in versi, e utilizzando la stessa forma dell’originale, sostiene un terzo.13 Versi in versi, d’accordo, dice un quarto, ma Dio ci scampi da Omero in esametri inglesi. 14

L’attenzione al problema da parte dei critici, e non la presunzione che le loro soluzioni siano universalmente valide, è comprensibile dal momento che quell’intricato

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general confusion in the terminology of translation studies it might be helpful if for this specific literary form, with his double purpose as meta-literature and as primary literature, we introduced the designation “metapoem”9.

By virtue of its double purpose, the metapoem is a nexus of a complex bundle of relationships converging from two directions: from the original poem, in its language, and linked in a very specific way to the poetic tradition of that language; and from the poetic tradition of the target language, with its more or less stringent expectations regarding poetry which the metapoem, if it is to be successful as poetry, must in some measure meet.

This complex series of relationships gives rise to various tensions that are absent, or at least less emphatically present, in other kind of translations. One primary source of tension lies in the problem of choosing the most appropriate form of verse in which to cast the metapoem.10

What should the verse form of a metapoem be? There is, surely, no other problem of translation that has generated so much heat, and so little light, among the normative critics. Poetry, says one, should be translated into prose.11 No, says a second, it should be translated into verse, for in prose its very essence is lost.12 By all means into verse, and into the form of the original, argues a third.13 Verse into verse, fair enough, says a fourth, but God save us from Homer in English hexameters. 14

The attention of critics for this problem, if not their overconfidence in the universal validity of their own solutions to it, is understandable, for the in the intricate process of

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processo decisionale che è la traduzione,15 la decisione relativa alla scelta della forma metrica da usare, fatta come si dovrebbe nelle primissime fasi del processo, può determinare in gran parte la natura delle innumerevoli decisioni che seguiranno. È forse il caso quindi di lasciare momentaneamente da parte la prescrizione optando per la descrizione e analizzando sistematicamente le diverse soluzioni trovate.

Tradizionalmente, i traduttori hanno scelto quattro tipi di approcci al problema. (Ne esiste anche un quinto che consisterebbe semplicemente nel sorvolarlo, traducendo la poesia in prosa. Dal punto di vista tecnico tale soluzione potrebbe essere considerata come una forma zero, ma sarebbe preferibile attenersi alla classificazione proposta precedentemente, relegando il prodotto di tale approccio alla terza forma e interessandoci solo alla forma quattro, la traduzione di una poesia che opta per una forma poetica).

Il primo approccio tradizionale viene solitamente descritto come quello che mantiene la forma dell’originale. In realtà, dato che una forma metrica non può esistere al di fuori della lingua (sebbene sia comodo credere che possa), nessuna forma può essere “mantenuta” dal traduttore nel momento in cui si sposta dalla lingua emittente a quella ricevente. Per questo motivo è preferibile inoltre evitare la definizione di “forma identica”: nessuna forma metrica di una lingua può essere totalmente identica a quella di un’altra, per quanto possano essere simili le loro nomenclature e affini le due lingue. Ciò che in realtà avviene è che, come un ballerino può eseguire un movimento o un passo che ricordino molto quello di un altro, pur essendo però in qualche modo diverso poiché i due ballerini sono diversi, allo stesso modo il traduttore che utilizza questo primo approccio imiterà la forma dell’originale al meglio, plasmando gli esametri in tedesco sul modello del greco o la terza rima [in italiano nel testo, ndt] in inglese sul modello dell’italiano.16 Questo approccio, che potrebbe comunque essere descritto al meglio usando la definizione di “forma mimetica”, può essere formulata come segue:

dove FP sta per la forma metrica della poesia originale, FMP per quella della metapoesia e il simbolo al centro per una sostanziale somiglianza.

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decision-making which translation is,15 the decision regarding the verse form to be used, made as it must be at a very early stage in the entire process, can be largely determinative for the nature and sequence of the decisions still to come. It is, then, perhaps worth our while to lay aside prescription in favour of description, and to survey systematically the various solutions that have been found.

Traditionally, translators have chosen between four approaches to the problem. (A fifth has been simply to sidestep it, by rendering the poem in prose. Technically, this might be considered as a kind of nil-form solution, but it would seem more satisfactory to keep to the classification proposed above, relegating the product of this approach to form three and concerning ourselves here only with form four, the translation which chooses to render poetry as poetry).

The first traditional approach is that usually described as retaining the form of the original. Actually, since a verse form cannot exist outside language (though it is a convenient fiction that it can), it follows that no form can be “retained” by the translator as he moves from a source language to his target language. For this reason it is also preferable to avoid the term “identical form”: no verse form in any one language can be entirely identical with a verse form in any other, however similar their nomenclatures and however cognate the languages. What in reality happens is that, much as one dancer may perform a pattern of steps closely resembling another’s, yet always somehow different, because the two dancers are different, in the same way the translator taking this first approach will imitate the form of the original as best he can, constructing German hexameters for Greek, or English terza rima for Italian.16 This approach, which might therefore best be described as one of “mimetic form”, can be formulated as follows:

where FP designates the verse form of the original poem, FMP that of the metapoem, and the symbol in the middle fundamental similarity.

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Il traduttore che utilizza la forma mimetica guarda con particolare attenzione alla poesia originale nel momento in cui sceglie una forma metrica, escludendo tutte le altre possibilità.17 Una seconda scuola di traduzione ha tradizionalmente guardato oltre la poesia originale in sé, concentrandosi sulla funzione della sua forma all’interno della tradizione poetica in cui si inseriva, per poi cercare una forma che svolgesse una funzione parallela nella tradizione poetica della lingua ricevente. Secondo quanto sostiene questa scuola di pensiero, dal momento che l’Iliade e La Gerusalemme liberata sono poemi epici, per la loro traduzione in inglese bisognerebbe utilizzare una forma metrica che si adatti all’epica inglese: il verso sciolto o il distico eroico. Il principio alla base di questo approccio è quello di “forma analogica”, che potrebbe essere formulata in questo modo:

dove PTSL sta per la tradizione poetica della lingua emittente, mentre PTTL per quella della lingua ricevente.

Sia la forma mimetica che quella analogica possono essere ulteriormente classificate come forme “derivate dalla forma”, in quanto determinate a trovare nella lingua ricevente una forma che nel suo aspetto esteriore sia in qualche modo equivalente alla poesia originale. È una relazione che può essere così formulata:

dove CP sta per il “contenuto”, il materiale non formale, della poesia originale, CMP per quello della metapoesia e TR per il processo interlinguistico.

Al giorno d’oggi molti traduttori hanno abbandonato la forma derivata dalla forma preferendo un terzo tipo di approccio al problema, ovvero facendo ricorso ad una forma metrica che è praticamente “derivata dal contenuto” e che potrebbe essere definita «forma organica». Il traduttore che utilizza questo approccio non vede nella forma dell’originale il suo punto di partenza, cercando poi di adattare al meglio il contenuto ad

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The translator making use of mimetic form looks squarely at the original poem when making his choice of verse form, to the exclusion of all other considerations.17 A second school of translators has traditionally looked beyond the original poem itself to the function of its form within its poetic tradition, then sought a form that filled a parallel function within the poetic tradition of the target language. Since the Iliad and Gerusalemme liberata are epics, the argument of this school goes, an English translation should be in a verse form appropriate to the epic in English: blank verse or the heroic couplet. The principle underlying this approach is that of “analogic form”, which might be formulated in this way:

where PTSL indicates the poetic tradition of the source language, and PTTL that of the target language.

Both the mimetic form and the analogical can be classified on a second plane as “form-derivative” forms, determined as they are by the principle of seeking some kind of equivalence in the target language for the outward form of the original poem. It is a relationship that can be formulated:

where CP indicated the “content”, the non-formal material, of the original poem, CMP that of the metapoem, and TR the translingual poem.

Today many translator have turned away from form-derivative form in favour of a third approach to the problem, resorting to a verse form which is basically “content- derivative”, and might be called «organic form». The translator pursuing this approach does not take the form of the original as his starting point, fitting the content into a mime

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una forma mimetica o analogica, ma parte dal materiale semantico, lasciando che assuma una propria forma poetica particolare man mano che la traduzione si sviluppa. L’approccio organico potrebbe essere formulato come segue:

Accanto a questi tre principali tipi di forme derivate ne esiste un quarto che, nel corso degli anni, ha trovato i suoi fautori, se non addirittura i suoi teorici. Questa forma non deriva affatto dalla poesia originale e, per questo, potrebbe essere classificata come «forma deviante» o «forma estranea». Il traduttore che utilizza tale approccio forgia la metapoesia in una forma che non è affatto implicita per quanto riguarda né la forma né il contenuto:

Ognuna di queste quattro forme metapoetiche – quella mimetica, quella analogica, quella organica e quella estranea – per sua stessa natura apre determinate possibilità al traduttore che la sceglie e, allo stesso tempo, ne chiude altre. L’effetto della forma analogica è quello di riportare la poesia originale alla sua tradizione, di “naturalizzarla”. L’Iliade di Pope in distici in rima ha finito per assomigliare ad un poema inglese su dei gentleman inglesi, nonostante tutti i riferimenti alla Grecia della fabula. Ne consegue che la forma analogica è la scelta che ci si aspetta in un periodo introverso ed esclusivo, sicuro del fatto che le sue norme forniscano un valido termine di paragone per mettere alla prova la letteratura di altri paesi e di altri tempi. Periodi simili tendono inoltre ad avere una concezione altamente sviluppata dei generi testuali che rende praticamente inaccettabili rispetto al gusto letterario dominante le forme diverse da quella analogica. È comprensibile quindi che la forma analogica fosse la forma metapoetica predominante durante il Settecento neoclassico.18

Dal canto suo la forma mimetica, con la sua estraneità, tende ad avere l’effetto di enfatizzare ancora una volta quell’estraneità che il lettore della lingua ricevente percepisce come intrinseca al messaggio semantico della poesia originale.

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mimetic or analogical form as best he can, but starts from the semantic material, allowing it to take on its own unique poetic shape as the translation develops. This organic approach might be formulated as follows:

Alongside these three major types of derivative form is a fourth type of form which has had its practitioners, if not its theoreticians, through the year. This form does not derive from the original poem at all, and might therefore be classified as «deviant form» or «extraneous form». The translator making use of this approach casts the metapoem into a form that is in no way implicit in either the form or the content of the original:

Each of these four types of metapoetic form, the mimetic, the analogical, the organic, and the extraneous, by its nature opens up certain possibilities for the translator who chooses it, and at the same time closes others. The effect of the analogical form is to bring the original poem within the native tradition, to “naturalize” it. Pope’s Iliad, in rhymed couplets, becomes something very much like an English poem about English gentlemen, for all the Greek trappings of the fable. It follows that the analogical form is the choice to be expected in a period that is inturned and exclusive, believing that its own norms provide a valid touchstone by which to test the literature of other places and other times. Periods of this kind tend moreover to have such highly developed genre concepts that any type of form other that the analogical would be quite unacceptable to the prevailing literary taste. It is understandable, then, that the analogical form was the dominant metapoetic form during the neo-classical eighteenth century.18

The mimetic form, on the other hand, tends to have the effect of re-emphasizing, by its strangeness, the strangeness which for the target-language reader is inherent in the semantic message of the original poem.

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Anziché interpretare l’originale in funzione delle cultura emittente, la metapoesia mimetica richiede al lettore di ampliare i confini della sua sensibilità letteraria per guardare al di là di ciò che viene riconosciuto come accettabile all’interno della propria tradizione letteraria. In alcuni casi (come la scelta del verso sciolto per la traduzione di Shakespeare verso il tedesco e la traduzione degli autori del Romanticismo inglese verso l’olandese) il risultato potrebbe essere un arricchimento permanente della tradizione letteraria ricevente attraverso nuove risorse espressive. Ne consegue che la forma mimetica tende ad essere preferita dai traduttori in un periodo in cui la concezione dei generi testuali è debole, le norme letterarie vengono messe in discussione e la cultura ricevente nel suo insieme è aperta ad impulsi esterni. È per tanto comprensibile che la forma mimetica sia diventata la forma metapoetica predominante dell’Ottocento.

Le forme mimetica e analogica, in quanto forme derivate dalla forma, sono entrambe il risultato di ciò che è essenzialmente un approccio meccanico e dualistico alla natura di fondo della poesia: il poeta sceglie una forma all’interno della quale riversare ciò che ha da dire, idee, pensieri, immagini, musica o qualsiasi altra cosa, e il metapoeta gli va dietro. La forma organica della metapoesia, dal canto suo, è il corollario di un approccio organico e monistico alla poesia nel suo insieme: dal momento che forma e contenuto sono inscindibili (sono infatti una cosa sola all’interno della realtà della poesia), è impossibile trovare una forma estrinseca predefinita nella quale una poesia può essere riversata nella traduzione, e l’unica soluzione è permettere ad una nuova forma intrinseca di svilupparsi a partire dai lavori interni al testo stesso. Dando uno sguardo fondamentalmente pessimistico alle possibilità di un trasferimento transculturale dal momento che l’approccio mimetico è fondamentalmente ottimistico, l’approccio organico si è messo in luce nel Novecento.

Rimane la forma estranea che in alcuni casi, se esaminata più da vicino, non è poi così estranea come sembra, ma è piuttosto un precursore collaterale della forma organica: una sorta di adattamento minimo del metapoeta ai requisiti formali della sua cultura poetica che, allo stesso tempo, gli permette di trasferire il “significato” della poesia con maggiore flessibilità rispetto alle possibilità offerte dalla forma mimetica o analogica. Ad ogni modo, la forma estranea ha continuato a esistere seppur relegata, già dal Seicento, al ruolo di forma underground e di minoranza rispetto alle altre possibilità. Non si è trattato di una forma momentanea, ma piuttosto di una costante,

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Rather than interpreting the original in terms of the native tradition, the mimetic metapoem requires the reader to stretch the limits of his literary sensibility, to extend his view beyond the bounds of what is recognized as acceptable in his own literary tradition. In some cases (as in the blank-verse translations of Shakespeare into German, or of the English Romantics into Dutch) the result may be a permanent enrichment of the target literary tradition with new formal resources. It follows that the mimetic form tends to come to the fore among translators in a period when genre concepts are weak, literary norms are being called into question, and the target culture as a whole stands open to outside impulses. Hence it is understandable that the mimetic form became the dominant metapoetic form during the nineteenth century.

The mimetic and analogical form, as form-derivative forms, share the fact that they are the result of what is essentially a mechanical and dualistic approach to the basic nature of poetry: the poet chooses a form into which he then pours what he has to say, his ideas, thoughts, images, music, or whatever, and the metapoet follows suit. The organic form of the metapoet, on the other hand, is a corollary of an organic and monistic approach to poetry as a whole: since from and content are inseparable (are, in fact, one and the same thing within the reality of the poem), it is impossible to dins any predetermined extrinsic form into which a poem can be poured in translation, and the only solution is to allow a new intrinsic form to develop from the inward workings of the text itself. As fundamentally pessimistic regarding the possibilities of cross-cultural transference as the mimetic approach is fundamentally optimistic, the organic approach has naturally come to the fore in the twentieth century.

There remains the extraneous form, which on closer examination is perhaps in some cases not so extraneous after all, but an older collateral of the organic form: a kind of minimum conformation on the part of the metapoet to the formal requirements of his poetic culture, which at the same time leaves him the freedom to transfer the “meaning” of the poem with greater flexibility than a mimetic or analogical form would have allowed. At any rate, the extraneous form has had a tenacious life as a kind of underground, minority form alongside the other possibilities ever since the seventeenth century. Rather than a period form, it has been a constant across the years, resorted to

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alla quale negli anni hanno fatto ricorso in particolar modo i poeti che propendevano per l’imitazione.

Anche le forme mimetica e analogica, però, non possono essere considerate semplicemente delle forme momentanee, ma delle costanti letterarie che hanno continuato ad esercitare la loro influenza anche a molti anni di distanza dal loro momento d’oro. Henry Francis Cary ha utilizzato il verso sciolto analogico per tradurre la Divina Commedia in un secolo, l’Ottocento, in cui a predominare era la forma mimetica, mentre molti traduttori hanno teso la propria mano alla forma mimetica della terza rima [in italiano nel testo, ndt] nel Novecento, un secolo essenzialmente organico. In effetti le forme mimetica e analogica sono molto vive ancora oggi, tanto che due affermati traduttori contemporanei hanno da poco lavorato ognuno ad una nuova traduzione dell’Iliade e dell’Odissea; uno, Richmond Lattimore, usando gli esametri, l’altro, Robert Fitzgerald, il verso sciolto. In questo clima organico, d’altro canto, il nostro tempo ha prodotto solo due canti dell’Iliade a cura di Christopher Logue e i passi dell’Odissea contenuti nei Cantos di Ezra Pound.

Citare tre di queste traduzioni contemporanee può essere un buon modo per illustrare alcune delle forme che ho cercato di definire con questo saggio. Il passo che vorrei citare è tratto dall’Odissea, i versi di apertura del canto XI che descrivono la partenza di Ulisse e dei suoi uomini dall’isola di Circe. La prima versione è quella analogica di Fitzgerald in versi sciolti:

We bore down on the ship at the sea’s edge and launched her on the salt immortal sea, stepping our mast and spar in the black ship; embarked the ram and ewe and went abroad in tears, with bitter and sore dread upon us. But now a breeze came up for us astern –

a canvas-bellying landbreeze, hale shipmate sent by the singing nymph with sun-bright hair; so we made fast the braces, took our thwarts, and let the wind and steersman work the ship with full sail spread all day above our coursing,

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particularly by metapoets who lean in the direction of the imitation.

Yet the mimetic and analogical form, too, must be viewed not solely as period forms, but also as literary constants which have continued to exert an influence long after their heyday. Henry Francis Cary translated the Divine Comedy in analogical blank verse in the dominantly mimetic nineteenth century, and many a translator has tried his hand at miemtic terza rima in the basically organic twentieth. In fact, the mimetic and analogical forms are still so much alive today that in recent years two distinguished contemporary translators have each given us English renderings of both the Iliad and the Odyssey, one, Richmond Lattimore, translating in hexameters, the other, Robert Fitzgerald, in blank verse. In the organic mode, on the other hand, our time has produced only two books of the Iliad by Christopher Logue and the passages from the Odyssey in Ezra Pound’s Cantos.

Quotations from three of these contemporary translations may serve to illustrate some of the forms I have attempted to define in this essay. The passage I should like to cite is from the Odyssey, the opening lines of Book XI, which describe the departure of Ulysses and his men from the island of Circe. The first version is in Fitzegarld’s analogical blank verse:

We bore down on the ship at the sea’s edge and launched her on the salt immortal sea, stepping our mast and spar in the black ship; embarked the ram and ewe and went abroad in tears, with bitter and sore dread upon us. But now a breeze came up for us astern –

a canvas-bellying landbreeze, hale shipmate sent by the singing nymph with sun-bright hair; so we made fast the braces, took our thwarts, and let the wind and steersman work the ship with full sail spread all day above our coursing

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till the sun dipped, and all the ways grew dark upon the fathomless unresting sea.

By night our ship ran onward toward the Ocean’s bourne,

the realm and region of the Men of Winter, hidden in mist and cloud. Never the flaming eye of Hêlios lights on those men
at morning, when he climbs the sky of stars, nor in descending earthward uot of heaven; ruinous night being rove over those wretches.19

La seconda versione è quella mimetica di Lattimore in esametri:

Now when we had gone down again to the sea and our vessel, first of all we dragged the ship down into the bright water,
and in the black hull set the mast in place, and set sails,
and took the sheep and walked them abroad, and ourselves also embarked, but sorrowful, and weeping big tears. Circe

of the lovely hair, the dread goddess who talks with mortals, sent us an excellent companion, a following wind, filling
the sails, to carry from astern the ship with the dark prow.
We ourselves, over all the ship making fast the running gear, sat still, and let the wind and the steersman hold her steady. All day long her sails were filled as she went through the water, and the sun set, and all the journeying-ways were darkened.

She made the limit, which is of the deep-running Ocean.
There lie the community and city of Kimmerian people,
hidden in fog and cloud, nor does Helios, the radiant
sun, ever break through the dark, to illuminate them with his shining, neither when he climbs up into the starry heaven,

nor when he wheels to return again from heaven to earth, but always a glum night is spread over wretched mortals.20

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till the sun dipped, and all the ways grew dark upon the fathomless unresting sea.

By night our ship ran onward toward the Ocean’s bourne,

the realm and region of the Men of Winter, hidden in mist and cloud. Never the flaming eye of Hêlios lights on those men
at morning, when he climbs the sky of stars, nor in descending earthward uot of heaven; ruinous night being rove over those wretches.19

The second version, by Lattimore, is in mimetic hexameters:

Now when we had gone down again to the sea and our vessel, first of all we dragged the ship down into the bright water,
and in the black hull set the mast in place, and set sails,
and took the sheep and walked them abroad, and ourselves also embarked, but sorrowful, and weeping big tears. Circe

of the lovely hair, the dread goddess who talks with mortals, sent us an excellent companion, a following wind, filling
the sails, to carry from astern the ship with the dark prow.
We ourselves, over all the ship making fast the running gear, sat still, and let the wind and the steersman hold her steady. All day long her sails were filled as she went through the water, and the sun set, and all the journeying-ways were darkened.

She made the limit, which is of the deep-running Ocean.
There lie the community and city of Kimmerian people,
hidden in fog and cloud, nor does Helios, the radiant
sun, ever break through the dark, to illuminate them with his shining, neither when he climbs up into the starry heaven,

nor when he wheels to return again from heaven to earth, but always a glum night is spread over wretched mortals.20

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Con i versi organici di Pound il passo risulta come segue:

And then went down to the ship,
Set keel to breakers, forth on the godly sea, and
We set up mast and sail on that swart ship,
Bore sheep aboard her, and our bodies also
Heavy with weeping, so winds from sternward
Bore us out onward with bellying canvas,
Circe’s this craft, the trim-coifed goddess.
Then we sat amidships, wind jamming the tiller,
Thus with stretched sail, we went over sea till day’s end. Sun to his slumber, shadows o’er all the ocean,
Came we then to the bounds of deepest water,
To the Kimmerian lands, and peopled cities
Covered with close-webbed mist, unpiercèd ever
With glitter of sun-rays
Nor with stars stretched, nor looking back from heaven Swartest night stretched over wretched men there.21

Come evidenziato da queste citazioni, esiste una stretta correlazione tra il tipo di forma metrica scelta dal traduttore e il tipo di effetto che la sua traduzione sortisce nel complesso. È in effetti una correlazione così fondamentale per l’intero problema della traduzione in versi che per studiarlo occorre prestare la massima attenzione – uno studio che non ambisce a giungere a pronunciamenti normativi del tipo: «così dev’essere, non altrimenti»; ma per poter comprendere semplicemente la natura dei diversi tipi di metapoesia, ognuno dei quali non può essere altro che una, e una soltanto, delle molteplici interpretazioni dell’originale e che rispecchia in modo oscuro la sua immagine.

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Pound’s organic verse the same passage runs as follows:

And then went down to the ship,
Set keel to breakers, forth on the godly sea, and
We set up mast and sail on that swart ship,
Bore sheep aboard her, and our bodies also
Heavy with weeping, so winds from sternward
Bore us out onward with bellying canvas,
Circe’s this craft, the trim-coifed goddess.
Then we sat amidships, wind jamming the tiller,
Thus with stretched sail, we went over sea till day’s end. Sun to his slumber, shadows o’er all the ocean,
Came we then to the bounds of deepest water,
To the Kimmerian lands, and peopled cities
Covered with close-webbed mist, unpiercèd ever
With glitter of sun-rays
Nor with stars stretched, nor looking back from heaven Swartest night stretched over wretched men there.21

As these three quotations emphasize, there is an extremely close relationship between the kind of verse form a translator chooses and the kind of total effect his translation achieves. It is, in fact, a relationship so central to the entire problem of verse translation that its study deserves our utmost attention – study, not in order to arrive at normative dicta: So it must be, and not otherwise; but to come to understand the nature of various kinds of metapoem, each of which can never be more than a single interpretation out of many of the original whose image it darkly mirrors.

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NOTE

1. Barthes 1964: 123-129, citazione 126. Cfr. Osservazione analoga di René Wellek in riferimento alla critica: «Il suo scopo è la cognizione intellettuale. Non crea un mondo finzionale immaginario come per esempio il mondo della musica o della poesia». Wellek 1963: 1-20, citazione 4.

2. Per evitare confusione con altri significati più comuni del termine «metalinguaggio» nella linguistica e nella filosofia contemporanee.
3. Queste forme, ovviamente, costituiscono solo un segmento di un arco ben più ampio che comprende anche la parafrasi e altre forme derivate nella lingua emittente.

4. Nel senso matematico di determinatezza: un’opera di metaletteratura è indeterminata dal punto di vista della lunghezza e/o del contenuto quando la sua lunghezza e/o contenuto non sono limitati dalla lunghezza e/o dal contenuto dell’opera originale da cui deriva, ed è determinata quando viene limitata in questo senso.

5. L’espressione «traduzione letterale» ha una grande tradizione alle spalle, ma è meno precisa di quanto si richieda ad un’espressione tecnica: anche per la traduzione più vicina all’originale le parole sono l’unità di misura minima. «Traduzione parola per parola» ha una tradizione ancora più ampia (derivando da Cicerone), ed è una definizione ancora più precisa, ma anche più goffa, dello stesso fenomeno. «Traduzione verbatim» o «traduzione lessicale» non sarebbero definizioni più soddisfacenti rispetto alle precedenti?

6. Per il termine traduzione rank-bound si veda Catford 1965, specialmente 24-25; il termine deriva dal sistema grammaticale proposto da Halliday 1961: 241-249. Per un’interessante applicazione della tecnica di traduzione rank-bound all’analisi della traduzione di poesie, si veda Ure, Rodger e Ellis 1969: 4-14, 73-82.

7. Il commento, la parafrasi e la glossa in una seconda lingua dovrebbero forse essere inserite come le fasi di transizione tra le forme due e tre.
8. Nella sua nota classificazione tripartita: «Tutta la traduzione, credo, potrebbe essere ridotta a queste tre definizioni. Prima di tutto quella di metafrasi, ovvero la traduzione di un autore parola per parola, verso per verso, da una lingua ad un’altra … La seconda è quella di parafrasi, o traduzione con latitudine, in cui il traduttore ha maggiore libertà di espressione pur continuando a fare affidamento sulle parole dell’autore in modo da non perdere di vista il senso … La terza è l’imitazione, in cui il traduttore (se ancora di traduttore si parla) si prende la libertà non solo di alterare parole e senso, ma anche di abbandonarli entrambi quando ne ha l’occasione; e prendendo solo spunto dall’originale, si discosta dal

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NOTES

1. Barthes 1964: 123-129, quotation 126. Cf. René Wellek’s similar remark regarding criticism: «It’s aim is intellectual cognition. It does not create a fictional imaginative world such as the world of music or poetry». Wellek 1963: 1-20, quotation 4.

2. In order to avoid confusion with other, more common meanings given to the term «meta- language» in contemporary linguistics and philosophy.
3. These forms, of course, constitute only a segment from a larger arc which also includes the paraphrase and other derivative forms in the original language.

4. In the mathematical sense of determinacy: a work of meta-literature is indeterminate in length and/or subject matter when its length and/or subject matter are not restricted by the length and/or subject matter of the work of the original literature which occasions it, and is determinate when it is so restricted.

5. The term «literary translation» has a long lineage, but is less accurate than might be required of a technical expression: even the closest translation does not usually follow the original at a rank lower than the word. «Word-for-word translation», a term with an even longer lineage (deriving as it does from Cicero), is a more accurate, but also more awkward, designation for the same thing. Would «verbatim translation» or «lexical translation» not be more satisfactory terms than either of these two?

6. On the term rank-bound translation, see Catford 1965, esp. 24-25; the term derives from the grammatical system proposed by Halliday 1961: 241-249. For an interesting application of the technique of rank-bound translation in the analysis of poetry translation, see Ure, Rodger e Ellis 1969: 4-14, 73-82.

7. The commentary, paraphrase, and gloss in a second language should perhaps be included as transitional phases between forms two and three.
8. In his well-known tripartite classification: «All translation, I suppose, may be reduced to these three heads. First, that of metaphrase, or turning an author word by word, and line by line, from one language to another … The second is that of paraphrase, or translation with latitude, where the author is kept in view by the translator, so as never to be lost, but his words are not so strictly followed as his sense … The third way is that of imitation, where the translator (if now he has not lost that name) assumes the liberty not only to vary from the words and sense, but to forsake them both as he sees occasion; and taking only some general hints from the original, to run division on the ground-work, ad he pleases».

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lavoro di base a suo piacimento». (Dryden, 1680: 262-273, citazione 268).
9. Nel mio articolo (Holmes 1968: 101-115), che tocca anche altri punti emersi in questo saggio. Qui, come anche nel saggio, vorrei precisare che il termine «metapoesia» è stato utilizzato precedentemente da John MacFarlane in un’altra accezione, più simile al concetto di imitazione di Dryden: si veda MacFarlane 1952-1953: 77-93, specialmente 90.

10. In ciò che segue utilizzo la parola «forma» nel senso più tradizionale e ristretto, non per fare riferimento alla struttura della poesia nella sua totalità, alla sua forma interiore, organica e “profonda”, ma per descrivere solo la cornice superficiale all’interno della quale questa forma “profonda” viene plasmata: la forma esterna o meccanica della rima, del metro (e/o del ritmo), della lunghezza del verso, dei modelli strofici e delle divisioni, ecc. La distinzione è molto contestata dai critici contemporanei, ma è di un certo valore per chi analizzi i problemi della traduzione poetica.

11. Si veda per esempio il risoluto John Middleton Murry quando afferma: «La poesia dovrebbe essere sempre tradotta in prosa». Murray sostiene che: «Dal momento che è obiettivo del traduttore rendere l’originale nel modo più esatto possibile, non dovrebbe essere imposto nessun ostacolo in forma di rima o metro per non complicare questo già difficile compito. Infatti lo rendono impossibile». (Murry 1923: 128-137, citazione 129).

12. Si veda per esempio Tytler che ha formulato una delle principali critiche alla traduzione in prosa: «Cercare di tradurre in prosa una poesia lirica è l’impresa più assurda; perché i fondamentali tratti caratteristici dell’originale, di cui rappresentano il massimo splendore, tradotti in prosa diventano un difetto imperdonabile» (111).

13. In inglese, la migliore difesa per questa visione è forse, in teoria se non addirittura in pratica, quella di Matthew Arnold che ha preteso la traduzione di Omero in esametri inglesi – sebbene abbia immediatamente specificato che avrebbe dovuto trattarsi di «ottimi esametri inglesi»: si veda la serie di conferenze On Translating Homer (London, 1861). In altre lingue, se non in inglese, questa visione viene spesso considerata ancora oggi l’unica possibile; si veda per esempio il commento (in riferimento all’opera di una traduttrice della rivista russa in inglese Soviet Literature) che «Come molti dei nostri traduttori di poesia, anche lei considera essenziale rendere in inglese lo schema ritmico e rimico dell’originale. I tradizionali versi metrici in rima sono ancora molto presenti nella poesia sovietica contemporanea e, sebbene in Occidente il verso libero e il verso sciolto predominino, non ci sembra corretto costringere i poeti sovietici ad adeguarsi ad uno standard estraneo».

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(Dryden, 1680: 262-273, quotation 268).
9. In my paper (Holmes 1968: 101-115), which also touches on a number of other points raised in the first part of this essay. Here, as there, I should point out that the term «metapoem» was previously used by John MacFarlane in a somewhat different sense, more or less synonymous with Dryden’s imitation: see MacFarlane 1952-1953: 77-93, esp. 90.
10. In what follows I use the word «form» in the most traditional and restricted sense, not to refer to the entire essential structure of the poem, its inward, organic, or “deep” form, but to describe only the surface framework within which this “deep” form takes shape: the outward or mechanical form of rhyme, metre (and/or rhythm), verse length, stanzaic patterning and division, and the like. The distinction is one much contested by contemporary literary critics, but nevertheless of quite some value to the analyst of the problem of verse translation.

11. See e.g. John Middleton Murry’s adamant: «Poetry ought to be rendered into prose». Murray’s argument is that «Since the aim of the translator should be to present the original as exactly as possible, no fetters of rhyme or metre should be imposed to hamper this difficult labour. Indeed they make it impossible». (Murry 1923: 128-137, quotation 129).

12. See e.g. Tytler, who formulated one of the chief arguments against the prose rendering: «To attempt a translation of a lyric poem into prose, is the most absurd of all undertakings; for those very characters of the original which are essential to it, and which constitute its highest beauties, if transferred to a prose translation, become unpardonable blemishes» (111).

13. Perhaps the ablest defence if this point of view in English, in theory if not in practice, was that of Matthew Arnold, who demanded a Homer in English hexameters – though be immediately proceeded to point out that they must be «good English hexameters»: see his series of lectures On Translating Homer (London, 1861). In other languages, if not in English, this point of view is today still frequently advocated as the only one possible; see e.g. The remark (in connection with the work of one of the translators for the Russian English-language review Soviet Literature) that «Like most of our other translators of poetry she considers it essential to convey in English the rhythm and rhyme pattern of the original. The tradition of rhymed metric verse is fully alive in modern Soviet poetry and even though free and blank verse may be predominant in the West we feel it would be wrong to make Soviet poets fit an alien standard». (Jacque 1968: 175-180, quotation 178).

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(Jacque 1968: 175-180, citazione 178).
14. La tendenza a trattare brevemente la controversia tra Arnold e Francis Newman (si vedano le conferenze di Arnold citate alla nota 13 e Newman, 1861) che ha accomunato praticamente tutti i critici nel corso degli ultimi cento anni, ha fatto perdere la speranza di creare degli esametri da poter utilizzare come una forma metrica inglese e che si adatti ad Omero. Solo le recenti traduzioni di Richmond Lattimore hanno segnato una svolta in questa tendenza.
15. Cfr. l’ultimo articolo di Levý, 1967, 1171-1182.
16. L’analogia con la danza è mutuata da W. Haas che se ne serve per descrivere il trasferimento di significato nel processo traduttivo nel suo insieme: si veda Haas 1968: 86- 108, riferimento 104. Lo studio di Haas è stato in origine pubblicato come articolo in Philosophy 1962, XXXVII, 208-228.
17. Esiste anche un tipo di approccio “pseudo-mimetico” o “mock-mimetic” con il quale il traduttore fa affidamento più al nome delle forme che alle forme stesse. Diversi traduttori, per esempio, si sono sentiti in dovere di tradurre le opere dei drammaturghi classici francesi utilizzando gli alessandrini inglesi, convinti (forse in modo errato) che fossero in qualche modo “equivalenti” agli alessandrini francesi, anche se di fatto non lo sono né per quanto riguarda la forma, né per la funzione. Questa forma pseudo-mimetica è solo una delle tante sotto forme, forme miste e varianti che qui non sono state riportate per dedicare più spazio ad una serie di categorie di maggiore importanza che, nel migliore dei casi, sono tipi ideali weberiani e non si può quindi pensare che rendano giustizia all’ampia varietà della pratica effettiva.
18. Per questo e i prossimi commenti ho principalmente basato le mie osservazioni sulla storia letteraria della traduzione nelle lingue europee occidentali (sebbene tra queste i francesi, con la loro predilezione per le traduzioni in prosa, rappresentino un’eccezione); non sono sicuro che le mie osservazioni siano applicabili con la stessa intensità alle letterature slave. Al di fuori della tradizione europea, di sicuro, non sembra affatto essere applicabile. Per la traduzione di versi non europei verso le lingue europee, problemi ulteriori sono sempre serviti, per inciso, a diminuire il numero dei mimetisti; per capirne il perché, basta pensare alla questione scaturita dalla traduzione del contenuto semantico di, supponiamo, una poesia cinese all’interno dei rigidi confini di una forma mimetica.
19. Fitzgerald 1961, Libro XI, 11. 1-20.
20. Lattimore 1967, Libro XI, 11. 1-19.

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14. The attitude of almost every critic over the past hundred years to touch on the controversy between Arnold and Francis Newman (see Arnold’s lectures mentioned in note 13 and Newman, 1861) has been to despair of creating a hexameter capable of serving as feasible English metre for Homer. Only the recent translations of Richmond Lattimore have brought a change in this attitude.

15. Cf. the last article by Levý 1967, 1171-1182.
16. The analogue of dancing is borrowed from W. Haas, who uses it to describe the transfer of meaning in the process of translation as a whole: see Haas 1968: 86-108, reference 104. Haas’s study was originally published as an article in Philosophy 1962, XXXVII, 208-228.

17. There is also a kind of “pseudo-mimetic” o “mock-mimetic” approach in which the translator looks more at the names of forms than at the forms themselves. Various translators, for instance, have felt called upon to translate the French Classical play-wrights into English alexandrines, guided (or misguided) by the belief that they were in some way “equivalent” to French alexandrines, which in fact they are not, either in form or in function. This pseudo-mimetic form is only one of a number of sub-forms, mixed forms, and variants that have been neglected here in favour of a series of major categories which are at best Weberian ideal-types and cannot be considered to do full justice to the wide diversity of actual practice.

18. Here and in the following remarks I have based my observations primarily on the literary history of translation in the Western European languages (though even there the French, with their predilection for translations into prose, are something of an exception); I am not sure that what I have to say applies with equal force to the Slavonic literatures. Outside the European tradition, of course, it would not seem to apply at all. In the translation of non- European verse into European languages, incidentally, the additional problems have always served to reduce the ranks of the mimeticists; to understand why, one has only to think of the issues involved in translating the semantic content of, say, a Chinese poem within the strict confines of a mimetic form.

19. Fitzgerald 1961, Book XI, 11. 1-20. 20. Lattimore 1967, Book XI, 11. 1-19.

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21. Pound 1950, Canto I, 11. 1-16. Alcune delle differenze semantiche nella versione di Pound sono il risultato del fatto che l’autore fa affidamento in modo cospicuo sulla traduzione umanistica verso il latino di Andreas Divus (1538): per Divus di veda il saggio di Pound 1954: 249-275, specialmente 259-267 (la sezione dedicata a Divus è stata pubblicata per la prima volta nel 1918).

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21. Pound 1950, Canto I, 11. 1-16. Some of the semantic differences in Pound’s version are a result of the fact that he relied heavily on Andreas Divus’ humanist translation (1538) into Latin: on Divus see Pound’s essay 1954: 249-275, esp. 259-267 (the section on Divus was first published in 1918).

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Riferimenti bibliografici

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WELLEK, RENÉ, 1963, Literary Theory, Criticism and History, in Concepts of Criticism, New Haven, Yale University Press.

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Ringraziamenti

Un ringraziamento particolare al professor Osimo che mi ha incoraggiata a discutere la tesi in luglio e che, con la sua disponibilità, mi ha molto aiutata, non solo per quanto riguarda la traduzione del saggio, ma anche per risolvere tutti i vari piccoli problemi incontrati lungo il percorso.

Grazie anche al professor Ross e alla professoressa van der Linden che sono stati così gentili da correggere gli abstract in inglese e in olandese in tempi da record e nonostante fossero già in vacanza.

Last but not least, un grazie speciale alla “tecnologissima” Veronica che, a differenza di me, è talmente brava ad usare il computer da riuscire a realizzare tutti i grafici presenti nel testo: non so come avrei fatto senza di te!

Forse ho dimenticato di ringraziare un’infinità di persone: mi scuso con tutti quelli che involontariamente non ho menzionato, ma non è affatto facile come sembra arrivare alla fine di una tesi e mettersi a pensare a qualcosa che non siano…le vacanze!

Marta Donati

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