Peeter Torop: Cultural Semiotics DINA TIFFANY BERNASCONI Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli»

Peeter Torop: Cultural Semiotics

DINA TIFFANY BERNASCONI

 

               Fondazione Milano

Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli»

Via Carchidio 2 20144 MILANO

 

 

Relatore: Professor Bruno Osimo

 

Diploma in Mediazione linguistica

Ottobre 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questa tesi è conforme alla norma UNI-ISO 7144

© Peeter Torop, Cultural semiotics, 2014

© Dina Bernasconi per la traduzione italiana 2016

 

Peeter Torop: Cultural Semiotics

Abstract in italiano

Si presenta la traduzione del saggio Cultural Semiotics di Peeter Torop. La prefazione chiarisce la tematica del testo e il contesto e alcune definizioni di termini e concetti fondamentali, una breve presentazione del libro, una biografia di Torop, nonché informazioni utili su lettore modello e dominante del prototesto. Segue un’analisi delle difficoltà della traduzione del saggio altamente settoriale. Infine si propone la traduzione del saggio con il testo originale a fronte.

 

Abstract en français

Cette thèse a comme objectif la traduction Italienne du douzième chapitre du livre The Routledge Handbook of Language and Culture qui contient l’essai Cultural semiotics écrit en Anglais par Peeter Torop. Le premier chapitre comprend une préface visant à mieux comprendre le texte et le contexte dans lequel il se trouve. On y trouve notamment des définitions et concepts fondamentaux, une brève présentation du livre précité, une courte biographie de Peeter Torop, tout comme des informations utiles sur le lecteur modèle et la dominante du prototexte. Pour conclure suit une analyse des difficultés majeures rencontrées au cours de la traduction du texte hautement sectoriel. Dans le deuxième chapitre se trouvent le texte original et la traduction de ce dernier.

 

 

English abstract

 

The aim of this work is the Italian translation of the twelfth chapter of the book The Routledge Handbook of Language and Culture, which contains Cultural semiotics, the essay written by Peeter Torop. The first chapter holds a preface that clarifies the thematic and the context of the paper. The later contains some definitions of fundamental terms and concepts, a brief presentation of the mentioned book, a short biography of Peeter Torop, as well as useful information on the ideal reader and the dominant of the prototext. To conclude the preface, an analysis of the major difficulties encountered in the translation of that highly sectorial essay follows. The second chapter offers the translation together with the original text.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sommario

 

  1. Prefazione

1.1  Introduzione al testo Cultural semiotics

1.2  Breve presentazione del libro The Routledge Handbook of Language and Culture

1.3  Peeter Torop

1.4  Lettore modello e dominante

1.5  Scelte traduttive

1.6  Riferimenti Bibliografici

  1. Traduzione

2.1 Testo originale e traduzione

 

1. Prefazione

1.1 Introduzione al testo Cultural Semiotics

La presente tesi ha come oggetto la traduzione del testo Cultural Semiotics scritto dal semiotico estone Peeter Torop. Per facilitare la comprensione del prototesto, dopo aver dato alcune definizioni fondamentali, si eseguirà un breve studio del contesto nel quale si trova: saranno fornite alcune informazioni supplementari sull’opera che contiene il testo e sul suo autore.

L’argomento di cui tratta il saggio è la semiotica della cultura, vale a dire un ramo della semiotica (la scienza che studia i segni e la significazione) fondato da Lotman e dalla scuola semiotica di Tartu che si occupa della significazione nell’ambito della cultura (Osimo 2010:160), intesa come memoria non ereditaria della collettività (Lotman e Uspenskij 1971:43). La semiotica della cultura si occupa inoltre di sintetizzare le esperienze di altre discipline che studiano la cultura.

Nel saggio Torop analizza lo sviluppo storico della scienza, ne rivela le ricerche e le pratiche, ne offre una visione contemporanea ed esplora le potenziali future direzioni del campo.

 

1.2 Breve presentazione del libro The Routledge Handbook of Language and Culture

Il saggio di Torop è il dodicesimo capitolo dell’opera The Routledge Handbook of Language and Culture. Il libro in questione, scritto da un gruppo di rinomati studiosi e curato dal linguista Farzad Sharifian, è stato pubblicato nel 2015, presso la casa editrice Routledge a Londra e New York. L’opera è composta da una raccolta di saggi che analizzano la relazione che intercorre tra lingua e cultura e tratta questioni chiave delle ricerche linguistiche su linguaggio e cultura secondo prospettive diverse. Il libro è diviso in trentatré capitoli che trattano tematiche quali la psicologia cognitiva, la linguistica cognitiva, l’antropologia cognitiva, l’antropologia linguistica, l’antropologia culturale e la sociolinguistica.

 

1.3 Peeter Torop

Peeter Torop è un semiotico estone, nato a Tallinn nel 1950. Si è laureato presso la facoltà di filologia russa dell’Università di Pietroburgo. È professore ordinario nonché Capo del Dipartimento di Semiotica dell’Università di Tartu. La Scuola semiotica di Mosca-Tartu nasce infatti all’Università di Tartu nel 1964 quando Jurij Lotman fonda la rivista scientifica Sign Systems Studies di cui Torop è direttore. È membro dell’Associazione Internazionale di Dostoevskij, tra le sue opere principali troviamo infatti Dostoevskij: storia e ideologia scritto nel 1997. Fa inoltre parte della Fondazione Lotman ed è coeditor della Tartu Semiotics Library e coeditor della rivista Sign Systems Studies. Il semiotico lavora anche nella redazione di vari giornali e riviste come il giornale estone Trames o la rivista semestrale spagnola Entretextos ed è direttore della collana editoriale di studi sulla semiotica dell’Università di Tartu. Torop è anche presidente dell’Associazione di Semiotica estone. Le sue ricerche spaziano dalla storia della letteratura e della cultura russa, alla semiotica della cultura e alla scienza della traduzione. Tra le sue opere più conosciute si annoverano Tartu school as school, scritto del 1994, La traduzione totale del 1995 (traduzione italiana 2010), e The position of translation in translation studies del 1997.

 

1.4 Lettore modello e dominante

Il testo di Torop è un testo specialistico e complesso per via dei concetti espressi, ricco di rimandi intratestuali e intertestuali, che comprende numerosi concetti specifici (termini relativi al settore della semiotica della cultura). Il registro è alto e formale, è infatti colto, letterario e accurato. Nel testo prevale la subordinazione, i periodi sono lunghi e complessi, il lessico è ricercato. Lo stile è sobrio (non comprende figure retoriche o quasi, eccetera). Da quest’analisi è possibile dedurre il lettore modello, sicuramente un lettore colto con conoscenze interdisciplinari, che potrebbe essere uno studente, un accademico, ricercatore o studioso che si interessa all’area della linguistica e della semiotica o ancora di aree che hanno in parte a che fare con queste discipline.

Il testo è informativo, la dominante è non stata quindi posta sul piano della forma, bensì su quello del contenuto. È stato ritenuto fondamentale produrre un metatesto che fosse innanzitutto chiaro e coerente. La comprensione e l’accuratezza hanno dunque prevalso su impliciti e ridondanze per rispettare la funzione informativa del prototesto e la sua settorialità. È stato per esempio deciso di fare un uso minimo dei sinonimi, usati solo per parole e non termini, per migliorare la leggibilità del testo. Questo ha inoltre contribuito a ridurre il residuo traduttivo.

 

1.5 Scelte traduttive

Durante la traduzione del saggio Cultural semiotics di Torop, sono sorti alcuni problemi riguardanti la resa nella lingua ricevente, l’italiano, di termini e concetti nella lingua emittente, l’inglese. Nei paragrafi seguenti sono spiegate alcune scelte traduttive eseguite nel metatesto. I problemi e le scelte traduttive che si è scelto di analizzare non sono ovviamente gli unici sorti durante lo svolgimento della traduzione, tuttavia sono stati ritenuti i più interessanti da analizzare.

Le differenze culturali possono interferire con la resa di determinati concetti, un esempio di questo può essere dato dall’aggettivo inglese “cultural” che in italiano può essere tradotto sia come “culturale” sia come “della cultura”. Le due varianti in italiano hanno sfumature diverse e possono pertanto assumere significati differenti. Come è stato specificato nell’introduzione, in questo testo il termine “cultura” va inteso come “memoria non ereditaria della collettività” (Lotman e Uspenskij 1971:43). Questo significato viene conservato traducendo “cultural” con “della cultura”, ma rischia di essere perso traducendo “cultural” con “culturale”. Nel secondo caso infatti ci si potrebbe confondere pensando a qualcosa relativo alla cultura in generale (nel senso di arte, letteratura e musica), che si occupa di cultura o che ne promuove la diffusione e non è questa l’accezione che si vuole dare all’aggettivo. Questa decisione è stata presa perché il linguaggio usato nel testo scritto da Torop è un linguaggio settoriale e la traduzione richiede quindi l’utilizzo di termini specifici che devono essere più accurati possibili in modo da evitare fraintendimenti e oscurità. Per questo ad esempio, si è deciso di tradurre “cultural semiotics” con “semiotica della cultura”.

Un’altra questione interessante affrontata nel corso del lavoro è stata decidere come tradurre la parola inglese “language” in italiano. Nella lingua ricevente il termine può essere tradotto sia come “lingua” sia come “linguaggio”. L’italiano distingue infatti i due termini come segue: il termine “lingua” sta ad indicare le lingue naturali, mentre il termine “linguaggio” descrive tutti i linguaggi (comprese le lingue). Si può notare dalle definizioni che la distinzione è molto importante, per non dire fondamentale nel testo tradotto. Occorre quindi disambiguare decidendo caso per caso se tradurlo con “lingua” o “linguaggio” a seconda del senso che hanno nelle singole occorrenze (Osimo 2010:149). Ad esempio si è deciso di tradurre “home language” e “national language” con rispettivamente “lingua di casa” e “lingua nazionale” mentre “metalanguage” e “object language” con rispettivamente “metalinguaggio” e “linguaggio oggetto”.

In alcuni casi ci si è imbattuti in una doppia difficoltà, come nel caso della parola inglese “multilanguage” nella frase “Cultural semiotics started from the realization that in a semiotical sense culture is a multilanguage system…”. Innanzitutto è stato necessario scegliere se tradurre “language” con “lingua” o con “linguaggio”. Avendo deciso di tradurre il termine con “linguaggio” è poi sorto il secondo problema: come tradurre “multilanguage”? In italiano il termine “multilinguaggio” non esiste, ma limitarsi a tradurre “multilingue” sarebbe errato dal punto di vista del significato. Come risolvere dunque il problema? La soluzione è stata trovata nell’espressione “multilinguistico” che si avvicina di più al significato del termine inglese. La frase è stata perciò tradotta come segue: “La semiotica della cultura è nata dalla comprensione che, in senso semiotico, la cultura è un sistema multilinguistico…”. Questo “doppio problema” lascia trasparire molto bene quanto sia difficile trasporre un significato in modo preciso.

 

Per trattare della prossima difficoltà incontrata nel corso della traduzione occorre fare una premessa. Nel tradurre il testo di Torop è stato assunto un approccio altamente traduzionale, e quindi estraniante, che ha dato più importanza alla cultura emittente cercando di mantenere aspetti della cultura altrui anche in quella propria. Per questo quando sono stati trovati elementi culturospecifici nel prototesto si è scelto di mantenerli nel metatesto, sia che questi elementi fossero specifici della lingua inglese, sia che lo fossero di altre lingue. Si prenda come esempio il termine inglese “signified” nella frase: “Thus, though working at the outset on non-linguistic substances, is required, sooner or later, to find language (in the ordinary sense of the term) in its path, not only as a model, but also as component, relay or signified”. In inglese “signified” fa coppia con “signifier” nell’indicare i due termini francesi “signifié” e “signifiant”, introdotti da Ferdinand de Sasussure per indicare l’aspetto sonoro o grafico di una parola e il concetto che esprime. I termini inglesi, così come quelli francesi, trovano i loro corrispondenti italiani in “significato” e “significante”, ma dovendo scegliere il termine più accurato possibile si è optato per la traduzione francese. Questo facilita inoltre il lettore nella comprensione del testo in quanto il termine francese rimanda direttamente a Saussure e al significato specifico attribuito al termine in questione. Si è quindi deciso di tradurre la frase come segue: “Pertanto, benché lavorando all’inizio su materiale non linguistico, viene prima o poi richiesto di trovare una lingua (nel senso ordinario del termine) nel proprio percorso, non solo come modello, ma anche come componente, ponte o signifié.”.

Lo stesso ragionamento è stato fatto per il termine “travesty” nella frase: “Intertextuality hereby refers to textual relations on different levels: from parts of text (citation, allusion, reminiscence, paraphrase, etc.) to whole texts (parody, plagiarism, travesty, etc.)”. “Travesty” è un calco dal francese “travesti”, si è quindi deciso di trandurlo in francese per mantenere il significato che si è voluto attribuire al termine, anziché fare una traduzione italiana della traduzione inglese. Nel metatesto la frase è quindi stata tradotta nel modo seguente: “L’intertestualità in questo contesto si riferisce alle relazioni testuali a livelli diversi: da parti di testo (citazione, allusione, reminiscenza, parafrasi, eccetera) a testi interi (parodia, plagio, travesti, eccetera)”.

Per quanto riguarda i realia presenti nel prototesto inglese, sono stati lasciati tali e quali nel metatesto italiano: è il caso delle espressioni latine “mutatis mutandis” e “sub specie semiotica” e del termine greco “ekphrasis”.

 

1.6 Riferimenti bibliografici

Cáceres Sánchez, Manuel. Iuri M. Lotman y la escuela semiótica de Tartu-Moscú: Bibliografía en español, francés, inglés, italiano, portugués y alemán, in Signa. Revista de la Asociación Española de Semiótica. Núm. 4, 1995, disponibile in internet all’indirizzo www.cervantesvirtual.com, consultato nel mese di ottobre 2016.

Casetti, Francesco e Malavasi Luca. Linguaggio del cinema, in Enciclopedia del cinema, 2003, disponibile in internet all’indirizzo www.treccani.it, consultato nel mese di ottobre 2016.

Cosenza, Giovanna. Semiotica dei nuovi media, in XXI Secolo, 2009, disponibile in internet all’indirizzo www.treccani.it, consultato nel mese di ottobre 2016.

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Eugeni, Ruggero. La semiotica contemporanea. Problemi, metodi, analisi, Milano, Cusl, 1996.

Fabbri, Paolo. “Semiotica: se manca la voce” in Culture e discorso. Un lessico per le scienze umane, Roma, Meltemi, 2002.

Gagliardi Carlo. Eco Umberto, in Franco LEVER – Pier Cesare RIVOLTELLA – Adriano ZANACCHI (a cura di), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, disponibile in internet all’indirizzo www.lacomunicazione.it, consultato nel mese di ottobre 2016.

Gherlone, Laura. La cultura fra alterità e complessità. La lezione di Jurij M. Lotman, Roma, Sapienza, 2013.

Gherlone, Laura. Dopo la semiosfera. Con saggi inediti di Jurij M. Lotman in Filosofie n. 335, Milano, Udine, Mimesis Edizioni 2014.

Graffi, Giorgio e Scalise, Sergio. Le lingue e il linguaggio. Introduzione alla linguistica, Bologna, Il Mulino, 2013.

Jakobson, Roman. Metalanguage as a Linguistic Problem. Selected Writings, VII, Berlino, Mouton de Gruyter, 1985.

Jakobson, Roman. On Linguistic Aspects of Translation in On Translation, Cambridge, Harvard University Press, 1959.

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Lévi-Strauss, Claude. Antropologia Strutturale, Milano, Il Saggiatore, 2009.

Lorusso, Anna Maria. Semiotica della cultura, Bari e Roma, Laterza, 2010.

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Osimo, Bruno. Propedeutica della traduzione, Milano, Hoepli, 2010.

Pezzini, Isabella e Sedda Francesco. “Semiosfera”, in Dizionario degli studi culturali, Roma, Meltemi, 2004.

Polenghi, Davide. Lotman, il ruolo della cultura come linguaggio in ambito traduttivo e linguistico, 2014, disponibile in internet all’indirizzo www.trad.it, consultato nel mese di ottobre 2016.

Rudy, Stephen. Roman Jakobson, 1896-1982: a complete bibliography of his writings, Berlino e New York, Mouton de Gruyter, 1990.

Sabatini, Francesco e Coletti, Vittorio (a cura di). Il Sabatini Coletti. Dizionario della Lingua Italiana, Milano, Sansoni, 2008.

Traini, Stefano. Le due vie della semiotica. Teorie strutturali e interpretative, Milano, Bompiani, 2005.

 

2. Traduzione

2.1 Testo originale e traduzione

12

CULTURAL SEMIOTICS

Peeter Torop

12

SEMIOTICA DELLA CULTURA

Peeter Torop

Introduction

The concept of ‘cultural semiotics’ can be interpreted in three ways. First, as referring to a methodological tool which can be recognized simultaneously in various disciplines of contemporary humanities and social sciences. It can also be considered as a concept representing the diversity of methods for analysing various aspects of culture as a research object in semiotic theory and applied semiotics; and finally, as one of the subdisciplines of semiotics and culture studies. In the last case cultural semiotics has a holistic view to culture and features of discipline.

Introduzione

Ci sono tre modi di interpretare il concetto di «semiotica della cultura». Innanzitutto, può far riferimento ad uno strumento metodologico che può essere riconosciuto simultaneamente in varie discipline umanistiche e scienze sociali. Può anche essere considerato un concetto che definisce i diversi metodi per analizzare vari aspetti della cultura in quanto oggetto di ricerca nella semiotica teorica e applicata; e per finire, come una delle sottodiscipline degli studi di semiotica e di culturologia. Nell’ultimo caso la semiotica della cultura presenta una visione olistica della cultura e delle caratteristiche della disciplina.

 

Early development

Cultural semiotics is one of the fields of semiotics still searching for its disciplinary identity, and has been doing so for more than forty years. The Tartu–Moscow School made a programmatic entry into international science in 1973 when Lotman, Ivanov, Toporov, Pjatigorski, and Uspenskij collectively published their Theses on the Semiotic Study of Cultures. These theses laid the foundation for the semiotics of culture as a separate discipline, the primary aim of which was ‘the study of the functional correlation of different sign systems. From this point of view particular importance is attached to questions of the hierarchical structure of the languages of culture.’ Every culture is characterized by a unique relationship between sign systems and therefore in discussing any culture it is important to understand its historical evolution. Lotman has said in his memoirs: ‘I personally cannot draw a clear line where a historical description ends and semiotics begins.’ Special attention needs the empirically oriented subheading of the ‘Theses’: ‘as applied to Slavic texts’. The publications in English translation followed the same principle: ‘The Semiotics of Russian Culture’ (Lotman and Uspenskij 1984) and ‘The Semiotics of Russian Cultural History’ (Lotman, Ginzburg, and Uspenskij 1985).

 

Primi sviluppi

La semiotica della cultura è uno dei campi della semiotica che sta ancora cercando una sua identità disciplinare, e lo fa da più di quarant’anni. La scuola di Tartu-Mosca è entrata nella scena accademica internazionale nel 1973 quando Lotman, Ivanov, Toporov, Pjatigorskij e Uspenskij pubblicarono collettivamente le loro programmatiche Tesi sullo studio semiotico delle culture[1]. Queste tesi hanno posto le basi per fare della semiotica della cultura una disciplina a sé stante, il cui scopo principale era lo studio «della correlazione funzionale dei diversi sistemi segnici. Da questo punto di vista assumono un[’importanza] particolare i problemi relativi alla struttura gerarchica dei linguaggi della cultura».[2]

Ogni cultura è caratterizzata da una relazione unica tra sistemi di segni, e perciò, nell’analizzare qualsiasi cultura, è importante comprenderne l’evoluzione storica. Lotman, nelle sue memorie, ha scritto: «Non mi è possibile tracciare una linea netta che definisca dove una descrizione storica finisce e dove inizia la semiotica». Particolare attenzione va prestata al sottotitolo empiricamente orientato

delle Tesi: «in applicazione ai testi slavi».[3] Le pubblicazioni in traduzione inglese hanno seguito lo stesso principio: The Semiotics of Russian Culture (Lotman e Uspenskij 1984) e The Semiotics of Russian Cultural History (Lotman, Ginzburg, Uspenskij 1985).

The study of a unique culture creates the need for new methods of research and thus the study of any new culture also enriches science itself. From here it follows that Russian culture, Estonian culture, or Chinese culture are all equally valuable for science, and each one of them adds something to the understanding of human culture as such. It is from this kind of approach that a general science of culture can evolve. The Tartu–Moscow school is not a representative of a unified system of knowledge in the semiotics of culture. Nevertheless, Juri Lotman was searching for a disciplinary synthesis – a fact that was first noticed by Karl Eimermacher who entitled his introduction to the German collection of Juri Lotman’s works as ‘Ju. M. Lotman. Bemerkungen zu einer Semiotik als integrativer Kulturwissenschaft’ (Eimermacher 1974) (‘J. M. Lotman. Notes to a semiotic version of integrative culturology’). ‘Integrative’ is an appropriate word, taking into account Lotman’s special position in the typological studies of culture. Lo studio di una cultura unica rende necessaria l’elaborazione di nuovi metodi di ricerca, e quindi, lo studio di qualsiasi nuova cultura arricchisce anche la scienza stessa. Da ciò discende che la cultura russa, la cultura estone, o la cultura cinese sono ciascuna ugualmente preziose per la scienza, e ognuna di loro fornisce un apporto alla comprensione della cultura umana in quanto tale. È tramite questo genere di approccio che una scienza generale della cultura può evolversi. La scuola di Tartu-Mosca non rappresenta un sistema unificato di conoscenza nell’ambito della semiotica della cultura. Tuttavia, Jurij Lotman stava cercando di trovare una sintesi disciplinare, fatto che è stato notato per primo da Karl Eimermacher che ha intitolato la sua introduzione della raccolta tedesca delle opere di Jurij Lotman Ju. M. Lotman. Bemerkungen zu einer Semiotik als integrativer Kulturwissenschaft (Eimermacher 1974) (‘J. M. Lotman. Osservazioni riguardanti una semiotica quale scienza integrata della cultura’). ‘Integrata’ è un termine appropriato, che tiene conto della posizione particolare assunta da Lotman negli studi tipologici della cultura.
Historically, cultural semiotics grew out of the period of the diffusion of semiotic ideas after Peirce (1914) and de Saussure’s (1915) death. The second phase was represented by the creation of general theories of language (Bühler, Hjelmslev, Prague Linguistic Circle, Chomsky), literature (Propp, Tynyanov, Bakhtin), and culture (Malinowski, White, Cassirer, Geertz). The third phase marked the interdisciplinary development of different fields in the humanities (Lévi-Strauss, Barthes, Todorov, Kristeva, Wiener, Eco, Lotman, etc.) and semiotics (Morris, Koch, Winner, Portis Winner). Their aspirations can be summed up as a desire to understand language and culture in as systematic fashion as possible, and fuse together quantitative and qualitative methods in this understanding. The first characteristic feature of semiotics of culture is that in this atmosphere, it attempted to be innovative on both the object level and the metalevel, offer new ways of defining the cultural object of study, and new languages of description (not just one universal language) for carrying out cultural analysis. As a result of all this, the emergence of semiotics of culture also meant the introduction of a new methodology. Dal punto di vista storico, la semiotica della cultura ebbe origine dal periodo della diffusione di idee semiotiche dopo le morti di Peirce (1914) e de Saussure (1915). La seconda fase fu rappresentata dalla creazione di teorie generali del linguaggio (Bühler, Hjelmslev, Circolo linguistico di Praga, Chomsky), della letteratura (Propp, Tynjanov, Bahtin), e della cultura (Malinowski, White, Cassirer, Geertz). La terza fase segnò lo sviluppo interdisciplinare di vari campi negli studi umanistici (Lévi-Strauss, Barthes, Todorov, Kristeva, Wiener, Eco, Lotman, eccetera) e nella semiotica (Morris, Koch, Winner, Portis-Winner). Le loro aspirazioni possono essere riassunte nel desiderio di capire il linguaggio e la cultura nel modo più sistematico possibile, e di fondere in questa comprensione metodi quantitativi e qualitativi. La prima funzione caratteristica della semiotica della cultura è che in quest’ambiente cercò di essere innovativa sia a livello di linguaggio oggetto sia a livello di metalinguaggio, e di offrire dunque nuovi modi per definire l’oggetto di studio della cultura, e usare nuovi linguaggi di descrizione (non solo un linguaggio universale) per eseguire un’analisi della cultura. Come risultato di tutto questo, la progressiva affermazione della semiotica della cultura significò anche l’introduzione di una nuova metodologia.
Semiotics of culture has been strongly related to the development of general semiotics. One of the examples would be Roman Jakobson’s endeavour to create a new science with three distinct disciplinary levels: (1) study in communication of verbal messages = linguistics; (2) study in communication of any message = semiotics (communication of verbal messages implied); (3) study in communication = social anthropology jointly with economics (communication of messages implied) (Jakobson 1971[1967]: 666). Jakobson first demonstrated his model of verbal communication (see Figure 12.1) in 1956 in his article ‘Metalanguage as a Linguistic Problem’ (1985a [1956]). La semiotica della cultura è stata strettamente legata allo sviluppo della semiotica generale. Questo si vede, ad esempio, nel tentativo di Roman Jakobson di creare una nuova scienza con tre diversi livelli disciplinari: (1) studio della comunicazione di messaggi verbali = linguistica; (2) studio della comunicazione di qualsiasi tipo di messaggio = semiotica (compresa la comunicazione di messaggi verbali); (3) studio della comunicazione = antropologia sociale con economia (compresa la comunicazione di messaggi) (Jakobson 1971 [1976]:666). Jakobson ha dimostrato per la prima volta il suo modello di comunicazione verbale (vedi Figura 12.1) nel 1956 nel suo articolo Il metalinguaggio come problema linguistico[4] (1985a [1956]).

 

 

 

CONTEXT

 
     
 

(REFERENTIAL FUNCTION)

 
     

ADRESSER

MESSAGE

ADRESSEE

     

(EMOTIVE FUNCTION)

(POETIC FUNCTION)

(CONATIVE FUNCTION)

     
 

CONTACT

 
     
 

(PHATIC FUNCTION)

 
     
 

CODE

 
     
 

(METALINGUAL FUNCTION)

 

 

Figure 12.1  Jakobson’s model of communication

 

CONTESTO

 
     
 

(FUNZIONE REFERENZIALE)

 
     

EMITTENTE

MESSAGGIO

DESTINATARIO

     

(FUNZIONE EMOTIVA)

(FUNZIONE POETICA)

(FUNZIONE CONATIVA)

     
 

CONTATTO

 
     
 

(FUNZIONE FATICA)

 
     
 

CODICE

 
     
 

(FUNZIONE METALINGUISTICA)

 

 

Figura 12.1  Modello di comunicazione di Jakobson

On the one hand, the given model ties its components to various functions of language: ‘Language must be investigated in all the variety of its functions’ (Jakobson 1985a [1956]: 113). On the other hand, along with the various functions of language, it is also important for Jakobson to distinguish two principle levels of language – the level of object language and the level of metalanguage: ‘On these two different levels of language the same verbal stock may be used; thus we may speak in English (as metalanguage) about English (as object language) and interpret English words and sentences by means of English synonyms and circumlocutions’ (1985a [1956]:117). The actualization of the concept of metalanguage as ‘an innermost linguistic problem’ (Jakobson 1985a [1956]: 121), which emerges from Jakobson’s logic, is important for an understanding of the psychological as well as linguistic and cultural aspects of the functionality of language. Da una parte, il modello presentato lega i propri componenti alle varie funzioni del linguaggio: «Il linguaggio dev’essere studiato in tutte le varietà delle sue funzioni» (Jakobson 1985a [1956]:113). D’altra parte, assieme alle varie funzioni del linguaggio, per Jakobson è anche importante distinguere due principali livelli di linguaggio – il livello del linguaggio oggetto e il livello del metalinguaggio: «Su questi due diversi livelli di linguaggio può essere usato lo stesso materiale verbale; pertanto possiamo parlare in inglese (in quanto metalinguaggio) a proposito dell’inglese (in quanto linguaggio oggetto) e interpretare parole e frasi inglesi attraverso sinonimi e perifrasi inglesi» (1985a [1956]:117). L’attualizzazione del concetto di metalinguaggio come «problema intimamente linguistico» (Jakobson 1985a [1956]:121), che emerge dalla logica jakobsoniana, è importante per una comprensione degli aspetti psicologici, così come di quelli linguistici e culturali della funzionalità del linguaggio.
He begins from the metalinguistic aspect of the linguistic development of a child: ‘Metalanguage is the vital factor of any verbal development. The interpretation of one linguistic sign through other, in some respects homogeneous signs of the same language, is a metalingual operation which plays an essential role in child language learning’ (Jakobson 1985a [1956]: 120). But the development of a child corresponds to the development of an entire culture. For the development of a culture, it is important that the natural language of this culture satisfy all the demands for the description of foreign or of new phenomena and by the same token ensure not only the dialogic capacity but also the creativity and integrity of the culture, its cultural identity: ‘A constant recourse to metalanguage is indispensable both for a creative assimilation of the mother tongue and for its final mastery’ (Jakobson 1985a [1956]: 121). The very concept of metalanguage turns out to be important both at the level of scientific languages and at the level of everyday communication. Jakobson inizia dall’aspetto metalinguistico dello sviluppo linguistico di un bambino: «Il metalinguaggio è il fattore essenziale di qualsiasi sviluppo verbale. L’interpretazione di un segno linguistico attraverso altri segni, per certi aspetti omogenei, della stessa lingua, è un’operazione metalinguistica che gioca un ruolo fondamentale nell’apprendimento linguistico di un bambino» (Jakobson 1985a [1956]:120). Ma lo sviluppo di un bambino corrisponde allo sviluppo di un’intera cultura. Perché una cultura si sviluppi, è primario che il suo linguaggio naturale soddisfi tutti i presupposti per la descrizione di fenomeni estranei o nuovi e allo stesso modo assicuri non solo la capacità dialogica ma anche la creatività e l’integrità della cultura, la sua identità culturale: «un costante ricorso al metalinguaggio è indispensabile sia per un’assimilazione creativa della lingua madre sia per giungere a padroneggiarla» (Jakobson 1985a [1956]:121). Il concetto stesso di metalinguaggio si rivela importante sia a livello di linguaggi scientifici sia a livello di comunicazione quotidiana.
The process of communication is viewed hierarchically by Jakobson, so that a comprehension of his model of communication has to rest not so much on a statistical, theoretical basis as on a dynamic, empirical one. Jakobson in his article calls for a consideration of the specificity of each act of communication and correspondingly sees in the act of communication a hierarchy not only of linguistic but also of semiotic functions: ‘The cardinal functions of language – referential, emotive, conative, phatic, poetic, and metalingual – and their different hierarchy in the diverse types of messages have been outlined and repeatedly discussed. This pragmatic approach to language must lead mutatis mutandis to an analogous study of the other semiotic systems: ‘with which of these or other functions are they endowed, in what combinations and in what hierarchical order?’ (Jakobson 1971d [1968]: 703). The linguistic and semiotic aspects of communication are interrelated and on this basis Jakobson distinguishes two sciences from a semantic point of view – a science of verbal signs or linguistics and a science of all possible signs or semiotics (Jakobson 1985b [1974]: 99). Jakobson ha una visione gerarchica del processo di comunicazione, perciò una comprensione del suo modello di comunicazione deve fondarsi non tanto su una base statica e teorica, ma piuttosto su una base dinamica ed empirica. Nel suo articolo, Jakobson invita a tener conto della specificità di ogni atto di comunicazione e vede quindi nell’atto di comunicazione una gerarchia, non solo di funzioni linguistiche ma anche semiotiche: «Le principali funzioni del linguaggio – referenziale, emotiva, conativa, fatica, poetica e metalinguistica – e la loro diversa gerarchia nei vari tipi di messaggi sono state delineate e ripetutamente discusse. Questo approccio pragmatico al linguaggio deve condurre mutatis mutandis ad un analogo studio degli altri sistemi semiotici: “di quali di queste o altre funzioni sono dotati, in quali combinazioni e in quale ordine gerarchico”?» (Jakobson 1971d [1968]:703). Gli aspetti linguistici e semiotici della comunicazione sono correlati e su queste basi Jakobson distingue due discipline dal punto di vista semantico – una scienza dei segni verbali o linguistica e una scienza di tutti i segni possibili o semiotica (Jakobson 1985b [1974]:99).
Some activities in semiotics and semiology are interpretable as parallel to the Jakobsonian movement of thought. For Lévi-Strauss linguistics has a metalingual value for anthropology:

 

as a ‘semeiological’ science, anthropology turns toward linguistics – first, because only linguistic knowledge provides the key to a system of logical categories and of moral values different from the observer’s own; second, because linguistics, more than any other science, can teach him how to pass from the consideration of elements in themselves devoid of meaning to consideration of a semantic system and show him how the latter can be built on the basis of the former. This, perhaps, is primarily the problem of language, but, beyond and through it, the problem of culture in general. (1963: 368)

Alcune attività in semiotica e in semiologia sono interpretabili come parallele al pensiero jakobsoniano. Secondo Lévi-Strauss la linguistica ha un valore metalinguistico per l’antropologia:

 

come scienza ‘semeiologica’, l’antropologia si volge verso la linguistica. Anzitutto perché solo la conoscenza della lingua permette di penetrare in un sistema di categorie logiche e di valori morali diversi da quelli dell’osservatore; secondariamente perché la linguistica, più di qualsiasi altra scienza, può insegnargli come passare dalla considerazione di elementi in sé stessi privi di significato, alla considerazione di un sistema semantico e mostrargli come quest’ultimo può essere costruito sulla base del primo. È forse soprattutto questo il problema del linguaggio e, attraverso ed oltre questo, il problema della cultura in generale (1963:368).

Lévi-Strauss shows an aptitude for finding analogies between language and parts of culture:

 

New perspectives then open up. We are no longer dealing with an occasional collaboration where the linguist and the anthropologist, each working by himself, occasionally communicate those findings which each thinks may interest the other. In the study of kinship problems (and, no doubt, the study of other problems as well), the anthropologist finds himself in a situation which formally resembles that of the structural linguist. Like phonemes, kinship terms are elements of meaning; like phonemes, they acquire meaning only if they are integrated into systems. ‘Kinship systems’, like ‘phonemic systems’, are built by the mind on the level of unconscious thought. Finally, the recurrence of kinship patterns, marriage rules, similar prescribed attitudes between certain types of relatives, and so forth, in scattered regions of the globe and in fundamentally different societies, leads us to believe that, in the case of kinship as well as linguistics, the observable phenomena result from the action of laws which are general but implicit. The problem can therefore be formulated as follows: Although they belong to another order of reality, kinship phenomena are of the same type as linguistic phenomena.

(1963: 34)

Lévi-Strauss dimostra una propensione nel trovare analogie tra lingua e parti della cultura:

 

Si intravedono allora nuove prospettive. Non abbiamo più a che fare con una collaborazione occasionale dove il linguista e l’antropologo, ognuno lavorando da solo, si comunicano occasionalmente quelle scoperte che ognuno pensa potrebbero interessare all’altro. Nell’analisi dei problemi di parentela (e, senza dubbio, anche nell’analisi di altri problemi), l’antropologo si trova in una situazione che assomiglia formalmente a quella del linguista strutturale. Come i fonemi, i termini di parentela sono elementi di significato; come i fonemi acquisiscono significato solo se sono integrati in un sistema. I ‘sistemi di parentela’, così come i ‘sistemi fonemici’, sono costruiti dalla mente a livello di pensiero inconscio. Per finire, la ricorrenza di schemi di parentela, norme sul matrimonio, e atteggiamenti simili prescritti tra certi tipi di parenti, e via dicendo, in aree sparpagliate del mondo e in società fondamentalmente diverse, ci porta a credere che, nel caso delle parentele così come nella linguistica, i fenomeni osservati risultano dall’azione di leggi che sono generali ma implicite. Il problema può pertanto essere formulato come segue: sebbene appartengano a un altro ordine di realtà, i fenomeni di parentela sono dello stesso tipo dei fenomeni linguistici (1963:34).

Barthes, who also dreamed about a new science, differentiated first and second order languages and enlarged the borders of linguistics: ‘In fact, we must now face the possibility of inverting Saussure’s declaration: linguistics is not a part of the general science of signs, even a privileged part, it is semiology which is a part of linguistics: to be precise, it is that part covering the great signifying unities of discourse. By this inversion we may expect to bring to light the unity of the research at present being done in anthropology, sociology, psycho-analysis and stylistics round the concept of signification’ (1967: 11). Language in the context of this logic is both object and metalanguage:

 

Thus, though working at the outset on non-linguistic substances, is required, sooner or later, to find language (in the ordinary sense of the term) in its path, not only as a model, but also as component, relay or signified. Even so, such language is not quite that of the linguist: it is a second-order language, with its unities no longer monemes or phonemes, but larger fragments of discourse referring to objects or episodes whose

meaning underlines language, but can never exist independently of it. Semiology is therefore perhaps destined to be absorbed into a trans-linguistics, the materials of which may be myth, narrative, journalism, or on the other hand objects of our civilization, in so far as they are spoken (through press, prospectus, interview, conversation and perhaps even the inner language, which is ruled by the laws of imagination).

(Barthes 1967: 10–11)

Barthes, che sognava anche lui una nuova scienza, differenziò linguaggi di primo e di secondo ordine e allargò le frontiere della linguistica: «In effetti, dobbiamo adesso considerare la possibilità di invertire la dichiarazione di Saussure: la linguistica non è parte della scienza generale dei segni, persino una parte privilegiata, è la semiologia ad essere parte della linguistica: per essere precisi, è quella parte che copre le vaste unità di significato del discorso. Con quest’inversione, possiamo aspettarci di portare alla luce l’unità della ricerca che sta oggigiorno avendo luogo in antropologia, sociologia, psicoanalisi e stilistica attorno al concetto di significazione» (1967:11). Il linguaggio, nel contesto di questa logica, è sia linguaggio oggetto sia metalinguaggio:

 

Pertanto, benché lavorando all’inizio su materiale non linguistico, viene prima o poi richiesto di trovare una lingua (nel senso ordinario del termine) nel proprio percorso, non solo come modello, ma anche come componente, ponte o signifié. Ciò nonostante, una tale lingua non è esattamente quella del linguista: è un linguaggio di secondo ordine, con le sue unità non più monemi o fonemi, ma frammenti più grandi di discorso che si riferiscono a oggetti o episodi il cui significato sottolinea il linguaggio, ma non può mai esistere indipendentemente da esso. La semiologia è quindi forse destinata a essere assorbita in una translinguistica, i cui materiali possono essere mito, narrazione, giornalismo, o d’altra parte oggetti della nostra civiltà, fin quando sono parlati (attraverso stampa, prospetti, interviste, conversazioni e forse perfino linguaggio interno, che è governato dalle leggi dell’immaginazione) (Barthes 1967:10-11).

 

The 1960s was typified by the search for analogies between language and different cultural artefacts for better analysability. Barthes was very influential in this type of methodological thinking: ‘We shall therefore postulate that there exists a general category language/speech, which embraces all the systems of signs; since there are no better ones, we shall keep the terms language and speech, even when they are applied to communications whose substance is not verbal’ (1967:25). Also representative of this approach is the book of Metz Film Language: A Semiotics of the Cinema (1968) where the author, for example, found analogy between shots and utterances. Gli anni Sessanta sono stati caratterizzati dalla ricerca di analogie tra lingua e diversi artefatti culturali per permetterne una migliore analizzabilità. Barthes è stato molto influente in questo tipo di pensiero metodologico: «Dovremmo pertanto ipotizzare che esiste una categoria generale di linguaggio/discorso, che comprende tutti i sistemi di segni; siccome non ce n’è uno migliore, dovremmo tenere il termine linguaggio/discorso, anche quando è applicato a comunicazioni il cui materiale non è verbale» (1967:25). Rappresentativo di questo approccio è anche il libro di Metz Semiologia del cinema: saggi sulla significazione del cinema (1972)[5] dove l’autore, per esempio, trova un’analogia tra inquadrature ed enunciati.
Within the same period, Umberto Eco’s work A Theory of Semiotic was published. In the preface, dated from the years 1967–74, Eco distinguishes between two theories: a theory of codes and a theory of sign production (1977: viii). Eco did not think about disciplinary cultural semiotics but culture was conceptualized as an important semiotic research object:

 

To look at the whole of culture sub specie semiotica is not to say that culture is only communication and signification but that it can be understood more thoroughly if it is seen from the semiotic point of view … In culture every entity can become a semiotic phenomenon. The laws of signification are the laws of culture. For this reason culture allows a continuous process of communicative exchanges, in so far as it subsists as a system of systems of signification. Culture can be studied completely under a semiotic view.

(Eco 1977: 27–8)

Nello stesso periodo, è stato pubblicato il libro di Umberto Eco Trattato di semiotica generale (1975)[6]. Nella prefazione, che data agli anni 1967-74, Eco distingue due teorie: una teoria dei codici e una teoria della produzione segnica (1975:6). Eco non ha pensato alla semiotica della cultura come disciplina, ma la cultura è stata concettualizzata come oggetto di ricerca importante della semiotica:

 

Mirare alla cultura nella sua globalità sub specie semiotica non vuole ancora dire che la cultura tutta sia solo comunicazione e significazione, ma vuol dire che la cultura nel suo complesso può essere capita meglio se la si affronta dal punto di vista semiotico … ogni aspetto della cultura può diventare … un’entità semantica. [Le leggi della significazione sono le leggi della cultura. Per questa ragione la cultura permette un processo continuo di scambi comunicativi nella misura in cui sussiste come sistema di sistemi di significazione (Eco 1977:27-28)] La cultura può dunque essere integralmente studiata sotto il profilo semiotico (Eco 1975:42-43).

It was also the period of time in which there was a movement from typological descriptions of languages to descriptions of the general typology of culture. According to Lotman, the typology of culture should be based on the universals of culture. The most universal feature of human cultures is the need for self-description. Every culture has its own specific means for doing this – its languages of description. The descriptive languages facilitate cultural communication, perpetuate cultural experience, and model cultural memory. The coherence of culture is based on exactly the repetition and interpretation of the same things. The more descriptive languages a culture has, the richer is that culture. Consequently, every culture is describable as a hierarchy of object languages and descriptive languages, where the initial object language is a so-called home language and it is surrounded by semiotic systems related to everyday rituals and bodily techniques. There are certain languages of culture that can serve the function of both, object language and metalanguage from the point of view of everyday cultural experience (depicted in Figure 12.2). Fu anche il periodo in cui ci fu un passaggio dalle descrizioni tipologiche delle lingue alle descrizioni della tipologia generale della cultura. Secondo Lotman, la tipologia della cultura dovrebbe essere basata sugli universali della cultura. La caratteristica più universale delle culture umane è il bisogno di autodescrizione. Ogni cultura ha i propri mezzi specifici per farlo, i propri linguaggi di descrizione. I linguaggi descrittivi facilitano la comunicazione culturale, perpetuano l’esperienza culturale, e modellizzano la memoria culturale. La coerenza della cultura è basata proprio sulla ripetizione e l’interpretazione delle stesse cose. Più linguaggi descrittivi una cultura possiede, più quella cultura è ricca. Di conseguenza, ogni cultura è descrivibile come una gerarchia di linguaggi oggetto e linguaggi descrittivi, dove il linguaggio oggetto iniziale è una cosiddetta lingua di casa ed è circondata da sistemi semiotici legati a tecniche corporee e a rituali quotidiani. Dal punto di vista delle esperienze culturali quotidiane, ci sono certe lingue della cultura che possono svolgere entrambe le funzioni, sia quella di linguaggio oggetto sia quella di metalinguaggio (illustrati nella Figura 12.2).
   
Source languages or object languages Home language or dialect
  National language
  Everyday rituals and behaviour
Literature (fairy tales, novels, poems)
Arts (cinema, theatre, paintings)
Media(tion)
Criticism
Scientific languages in humanities
Terminological languages
Formal languages
Metalanguages Artificial languages

Figure 12.2  Hierarchy of objective and descriptive languages

   
Lingue emittenti o linguaggi oggetto Lingua di casa o dialetto
Lingua nazionale
  Rituali e comportamenti quotidiani
Letteratura (fiabe, romanzi, poemi)
Arte (cinema, teatro, pittura)
Media(zione)
Critica
Linguaggi scientifiche nelle discipline umanistiche
Linguaggi terminologiche
Linguaggi formali
Metalinguaggi Linguaggi artificiali

Figura 12.2  Gerarchia dei linguaggi oggetto e descrittivi

While home language, native language, and everyday rituals as semiotic mediation are object languages, the experience of literature, art, and media can be both object and metalinguistic, depending on their position in and impact on a person’s (especially a child’s) life. In a common situation it can be claimed that literature, arts, and media channels depict a certain reality; the critic interprets it in a language of a given medium that is easily understandable for the audience; the humanities do it in their metalanguage where strict terms exist alongside metaphors; sciences and natural sciences do it in strict terminological systems (and the process of interpretation takes place) up to formal languages and artistic languages. By means of object languages a human being acknowledges his or her relations to the world and by learning and using metalanguages shapes his or her individual identity. Culture does the same. The more descriptive languages there are in a culture, the more numerous are the possibilities for self-identification and the constitution of cultural identity. Mentre lingua di casa, lingua nativa e rituali quotidiani in quanto mediazione semiotica sono linguaggi oggetto, le esperienze della letteratura, dell’arte e dei media possono essere sia linguaggi oggetto sia metalinguaggi, a seconda della loro posizione nella e del loro impatto sulla vita di una persona (specialmente quella di un bambino). In una situazione normale si può affermare che i canali letterari, artistici e dei media rappresentano una certa realtà; il critico la interpreta nel linguaggio di un certo medium che è facilmente comprensibile per il pubblico; le discipline umanistiche lo fanno nel proprio metalinguaggio che comprende termini rigidi e metafore; le scienze e le scienze naturali lo fanno in rigidi sistemi terminologici (e il processo di interpretazione ha luogo) fino ad arrivare ai linguaggi formali e artistici. Attraverso i linguaggi oggetto un essere umano riconosce le sue relazioni con il mondo e attraverso l’apprendimento e l’uso di metalinguaggi forma la propria identità individuale. La cultura fa lo stesso. Più linguaggi descrittivi una cultura possiede, più numerose sono le possibilità di autoidentificazione e di creazione di una propria identità della cultura.

Cultural semiotics

Cultural semiotics has the means to analyse very different languages of culture not only through the communication processes taking place in a culture but also by seeing these processes as culture’s self-communication. In the course of analysing a culture’s self-communication we inevitably arrive at the definition of its identity. In today’s world, between global and local processes there exists a field of tension in which many ambivalent and hybrid phenomena take place. Because of this, it is especially important to understand that the need of individuals and societies for defining their self, their identity, and the semiotics of culture is becoming increasingly relevant in achieving this understanding. A sign system and language become synonyms in this context, and the notion of language is metaphorized, especially when the notion of a modelling system is added. A field of notions emerges: language – sign system – modelling system, and in addition, object language and metalanguage are differentiated.

Semiotica della cultura

La semiotica della cultura ha i mezzi per analizzare linguaggi molto diversi della cultura, non solo attraverso i processi di comunicazione che hanno luogo in una cultura, ma anche nel vedere questi processi come autocomunicazione della cultura. Durante l’analisi dell’autocomunicazione si arriva inevitabilmente alla definizione di identità della cultura. Nel mondo d’oggi, tra processi globali e locali esiste un campo di tensione nel quale hanno luogo molti fenomeni ibridi e ambivalenti. Per questo è particolarmente importante capire che il bisogno di individui e società di autodefinirsi, di definire la propria identità, e la semiotica della cultura stanno diventando sempre più rilevanti nel raggiungere questa comprensione. In questo contesto, sistema di segni e linguaggio diventano sinonimi e il concetto di «linguaggio» viene metaforizzato, specialmente quando si aggiunge il concetto di «sistema modellizzante». Emerge un campo di concetti: linguaggio-sistema di segni-sistema modellizzante, inoltre linguaggio oggetto e metalinguaggio sono differenziati.

The similarity between the notions of (cultural) language and a sign system in the semiotics of culture, gives us the possibility of distinguishing between two typological approaches. The first distinction is based on the juxtaposition of primary and secondary modelling systems.

 

I     Language as a primary modelling system

II    Secondary modelling systems:

(1) language as a higher sign system (myth, literature, poetry),

(2) language as a metalanguage or a part of metalanguage (criticism and history of art, music, dance, cinema, etc.), and

(3) language as a model or analogue (language of film, dance, music, painting, etc.).

 

Proceeding from this classification, language as a primary modelling system is the humans’ main means of thinking and communicating. As a secondary modelling system, language is the preserver of the culture’s collective experience and the reflector of its creativity. As a metalanguage, natural language is the translator and interpreter of all nonverbal systems, and from a methodological perspective, especially during the 1960s and 1970s, language offered cultural analysis the possibility of searching for discrete (linguistic) elements also in such fields of culture where natural language either does not belong to the means of expression, or does so only partially.

La somiglianza tra i concetti di linguaggio (culturale) e sistema di segni nella semiotica della cultura dà la possibilità di distinguere tra due approcci tipologici. La prima distinzione è basata sulla giustapposizione dei sistemi modellizzanti primario e secondario.

 

I   Linguaggio come sistema modellizzante primario

II   Sistemi modellizzanti secondari:

(1)   linguaggio come sistema segnico più alto (mito, letteratura, poesia),

(2)   linguaggio come metalinguaggio o parte di un metalinguaggio (critica e storia dell’arte, musica, danza, cinema, eccetera), e

(3)   linguaggio come modello o analogo (linguaggio del cinema, danza, musica, pittura, eccetera).

 

Secondo questa classificazione, il linguaggio come sistema modellizzante primario rappresenta i metodi principali di pensiero e comunicazione degli esseri umani. Come sistema modellizzante secondario, il linguaggio conserva l’esperienza collettiva della cultura e riflette la sua creatività. In quanto metalinguaggio, il linguaggio naturale è traduttore e interprete di tutti i sistemi nonverbali, e dal punto di vista metodologico, specialmente durante gli anni Sessanta e Settanta, il linguaggio ha offerto all’analisi culturale la possibilità di cercare elementi (linguistici) discreti anche in quei campi della cultura dove il linguaggio naturale o non appartiene ai mezzi di espressione, o vi appartiene solo in parte.

The second distinction is based on the possibility of differentiating between the statics and the dynamics of cultural languages.

 

I     Statics:

(1) continual (iconic-spatial, nonverbal) languages, and

(2) discrete languages (verbal languages).

II    Dynamics:

(1) specialization of cultural languages, and

(2) integration of cultural languages:

(a) self-descriptions and meta-descriptions,

(b) creolization.

 

While the level of statics is based on the distinction between verbal and nonverbal languages, the level of dynamics is related to the different paces of development of the different parts of culture. This means that during any given period in culture there are certain fields where there is balance between creation and interpretation (criticism, theory, history) and it is possible to speak about specialization and the identity of the field. At the same time, there are fields where, either due to the fast pace of development or for other reasons, a split between creation and interpretation brings about the need to integrate the field into culture. This can be done in two main ways – by using the creators’ self-descriptions also for general interpretation, or by borrowing tools of analysis from other fields and, combining them, creating new creolized languages of description.

La seconda distinzione è basata sulla possibilità di differenziare tra statica e dinamica nei linguaggi culturali:

 

I   Statica:

(1)   linguaggi continui (iconico-spaziali, nonverbali), e

(2)   linguaggi discreti (linguaggi verbali).

 

II   Dinamica:

(1)   specializzazione di linguaggi culturali, e

(2)   integrazione di linguaggi culturali:

(a)   autodescrizioni e metadescrizioni,

(b)   creolizzazione.

 

Mentre il livello della statica è basato sulla distinzione tra linguaggi verbali e nonverbali, il livello della dinamica è legato ai differenti ritmi di sviluppo delle diverse parti della cultura. Questo significa che durante qualsiasi momento nella cultura ci sono certi campi dove c’è un equilibrio tra creazione e interpretazione (critica, teoria, storia) ed è possibile parlare di specializzazione e di identità del campo. Allo stesso tempo, ci sono campi in cui, per via del veloce ritmo di sviluppo o di altri motivi, una divisione tra creazione e interpretazione crea il bisogno di integrare il campo all’interno della cultura. Questo si può fare principalmente in due modi: usando le autodescrizioni degli autori anche per l’interpretazione generale, o facendosi prestare strumenti di analisi da altri campi e, unendoli, creare nuovi linguaggi descrittivi creolizzati.

As a result of descriptive processes, one can talk about cultural self-models. Cultural self-description can be viewed as a process proceeding in three directions. Culture’s self-model is the result of the first direction, whose goal is maximum similarity to the actually existing culture. Second, cultural self-models may emerge that differ from ordinary cultural practice and may even have been designed for changing that practice. Third, there are self-models that exist as an ideal cultural self-consciousness, separately from culture and not oriented toward it. By this formulation Lotman does not exclude conflict between culture and its self-models. But the creation of self-models reflects the creativity of culture. In the 1980s Juri Lotman described creativity, calling on the work of Ilya Prigogine. In the article ‘Culture as a Subject and Object for Itself’, Lotman maintains that: ‘The main question of semiotics of culture is the problem of meaning-generation. What we shall call meaning-generation is the ability both of culture as a whole and of its parts to put out, in the “output”, nontrivial new texts. New texts are the texts that emerge as results of irreversible processes (in Ilya Prigogine’s sense), i.e. texts that are unpredictable to a certain degree’ (2000: 640). Come risultato dei processi descrittivi, si può parlare di automodelli culturali. L’autodescrizione della cultura può essere vista come un processo che si muove in tre direzioni. L’automodello culturale è il risultato della prima direzione, il cui obiettivo è la massima somiglianza alla cultura esistente. Secondariamente, possono emergere automodelli culturali che differiscono dalla pratica culturale ordinaria e possono perfino essere stati progettati per cambiare quella pratica. Terzo, ci sono automodelli che esistono come autocoscienza culturale ideale, separati dalla cultura e non orientati verso essa. Con questa formulazione Lotman non esclude un conflitto tra la cultura e i suoi automodelli, ma la creazione di automodelli riflette la creatività della cultura. Negli anni Ottanta, Lotman ha descritto la creatività, richiamando il lavoro di Ilya Prigogine. Nell’articolo «La cultura come soggetto e oggetto per sé stessa»[7] Lotman sostiene: «La questione principale della semiotica della cultura è il problema della generazione di senso. Ciò che chiamiamo “generazione di senso” è la capacità sia della cultura nel suo insieme sia delle sue parti di produrre, come risultato, nuovi testi non banali. I nuovi testi sono quei testi che emergono come risultato di processi irreversibili (nel senso dato da Ilya Prigogine), ad esempio testi che hanno un certo grado di imprevedibilità» (2000:640).
Cultural semiotics started from the realization that in a semiotical sense culture is a multilanguage system, where, in parallel to natural languages, there exist secondary modelling systems (mythology, ideology, ethics, etc.), which are based on natural languages, or which employ natural languages for their description or explanation (music, ballet) or language analogization (language of theatre, language of movies). The next step is to introduce the concept of text as the principal concept of cultural semiotics. On the one hand, text is the manifestation of language, using it in a certain manner. On the other hand, text is itself a mechanism that creates languages. From the methodological point of view, the concept of text was important for the definition of the subject of analysis, since it denoted both natural textual objects (a book, picture, symphony) and textualizable objects (culture as text, everyday behaviour or biography, an era, an event). Text and textualization symbolize the definition of the object of study; the definition or framework allows in its turn the structuralization of the object either into structural levels or units, and also the construction of a coherent whole or system of those levels and units. The development of the principles of immanent analysis in various cultural domains was one field of activity of cultural semiotics. Yet the analysis of a defined object is static, and the need to also take into account cultural dynamics led Juri Lotman to introduce the notion of semiosphere. Although the attributes of semiosphere resemble those of text (definability, structurality, coherence), it is an important shift from the point of view of culture’s analysability. Human culture constitutes the global semiosphere, but that global system consists of intertwined semiospheres of different times (the diachrony of semiosphere) and different levels (the synchrony of semiosphere). Each semiosphere can be analysed as a single whole, yet we need to bear in mind that each analysed whole in culture is a part of a greater whole, which is an important methodological principle. At the same time, every whole consists of parts, which are legitimate wholes on their own, which in turn consist of parts, etc. It is an infinite dialogue of wholes and parts and the dynamics of the whole dimension. La semiotica della cultura è nata dalla comprensione che, in senso semiotico, la cultura è un sistema multilinguistico in cui, parallelamente ai linguaggi naturali, esistono sistemi modellizzanti secondari (mitologia, ideologia, etica, eccetera) che sono basati su linguaggi naturali, o che usano linguaggi naturali per la loro descrizione o spiegazione (musica, balletto) o per l’analogizazzione del linguaggio (linguaggio teatrale, linguaggio cinematografico). Il passo successivo è introdurre il concetto di «testo» come concetto principale della semiotica della cultura. Da un lato, il testo è la manifestazione del linguaggio, che lo usa in un certo modo. Dall’altro lato, il testo stesso è un meccanismo che crea linguaggi. Dal punto di vista metodologico, il concetto di «testo» è stato importante per la definizione del soggetto di analisi, visto che ha denotato sia gli oggetti testuali naturali (un libro, un’immagine, una sinfonia) sia oggetti testualizzabili (cultura come testo, comportamenti quotidiani e biografie, un’era, un evento). Il testo e la testualizzazione simboleggiano la definizione dell’oggetto di studio; la definizione o il quadro generale permette a sua volta la strutturazione dell’oggetto sia in livelli sia in unità strutturali, e anche la costruzione di un insieme o di un sistema coerente di questi livelli e unità. Lo sviluppo dei principi dell’analisi immanente in vari domini culturali è stato un campo di attività della semiotica della cultura. Eppure l’analisi di un oggetto definito è statica e il bisogno di tenere da conto anche la dinamica della cultura ha portato Jurij Lotman a introdurre il concetto di «semiosfera». Sebbene gli attributi della semiosfera assomiglino a quelli del testo (definibilità, strutturalità, coerenza), dal punto di vista dell’analizzabilità della cultura è un cambiamento importante. La cultura umana costituisce la semiosfera globale, ma questo sistema globale è composto da semiosfere di tempi diversi (la diacronia della semiosfera) e livelli diversi (la sincronia della semiosfera) intrecciate tra loro. Ogni semiosfera può essere analizzata come insieme indipendente, eppure bisogna ricordarsi che ogni insieme analizzato nella cultura è parte di un insieme più grande, il che è un principio metodologico importante. Allo stesso tempo, ogni insieme è composto da parti, che sono insiemi legittimi a sé stanti, anch’essi composti da parti, eccetera. È un dialogo infinito di insiemi e parti e della dinamica dell’intera dimensione.
Yet the text will remain the ‘middle’ concept for cultural semiotics, since as a term it can denote both a discrete artefact and an invisible abstract whole (a mental text in collective consciousness or subconsciousness). The textual aspect of text analysis means the operation with clearly defined sign systems, texts or combinations of texts; the processual aspect of text analysis presupposes definition, construction or reconstruction of a whole. Thus the analysis assembles the concrete and the abstract, the static and the dynamic in one concept – the text (Torop 2009). Tuttavia il testo rimarrà il concetto “centrale” della semiotica della cultura, dato che come termine può denotare sia un artefatto discreto sia un insieme astratto e invisibile (un testo mentale nella coscienza o nell’inconscio collettivo). L’aspetto testuale dell’analisi del testo sta ad indicare l’operazione con sistemi di segni, testi o combinazioni di testi chiaramente definiti; l’aspetto processuale dell’analisi del testo presuppone definizione, costruzione o ricostruzione dell’insieme. Pertanto l’analisi assembla il concreto e l’astratto, lo statico e il dinamico in un unico concetto – il testo (Torop 2009).
The space of communication can thus be further divided into communication and metacommunication. The texts in this space are autonomous and describable through the relations of prototext and metatext, and the possibility of fixing their amount assures the analysability of culture. At this level, culture can be described as a set of texts and we can determine the process of creating new texts from previous texts, which generates coherence in culture. We could say that describing this coherence is a static approach to the space of culture, based on the classification of proto- and metatexts. Another possibility is the dynamic approach, which stems from the intertextual relations between texts. Intertextuality hereby refers to textual relations on different levels: from parts of text (citation, allusion, reminiscence, paraphrase, etc.) to whole texts (parody, plagiarism, travesty, etc.). Intertextual description of culture includes the rules of operating with alien texts. Every text is bounded by many different texts through implicit or explicit references and these texts have overlappings and intertwinings as a result of which the intertextual description of culture is a dynamic network that lacks direct causal relations in contrast to the case of metacommunicational description. Therefore, intertextual space is the space of visible and invisible bonds between texts. In this space, text is a process both from the point of view of its creation (from the first to the final draft) and its reception and interpretation. Thus we have a reason to talk also about intercommunication (see Figure 12.3). Lo spazio di comunicazione può quindi essere ulteriormente diviso in comunicazione e metacomunicazione. I testi in questo spazio sono autonomi e descrivibili attraverso le relazioni di prototesto e metatesto, e la possibilità di fissare la loro quantità assicura l’analizzabilità della cultura. A questo livello, la cultura può essere descritta come un insieme di testi ed è possibile determinare il processo di creazione di nuovi testi da testi precedenti, che genera coesione nella cultura. Si potrebbe dire che descrivere questa coesione è un approccio statico allo spazio della cultura, basato sulla classificazione di proto- e metatesti. Un’altra possibilità è l’approccio dinamico, che deriva dalle relazioni intertestuali tra testi. L’intertestualità in questo contesto si riferisce alle relazioni testuali a livelli diversi: da parti di testo (citazione, allusione, reminiscenza, parafrasi, eccetera) a testi interi (parodia, plagio, travesti, eccetera). La descrizione intertestuale della cultura include le regole dell’operare con testi estranei. Ogni testo è legato da molti testi diversi attraverso riferimenti impliciti o espliciti e questi testi hanno sovrapposizioni e intrecciamenti e, come risultato di ciò, la descrizione intertestuale della cultura è una rete dinamica a cui mancano relazioni dirette causali, a differenza del caso della descrizione metacomunicativa. Perciò, lo spazio intertestuale è lo spazio di legami visibili e invisibili tra testi. In questo spazio, il testo è un processo sia dal punto di vista della sua creazione (dalla prima all’ultima versione) sia della sua ricezione e interpretazione. Abbiamo quindi motivo di parlare anche di intercomunicazione (vedi Figura 12.3).
 

                                                                                                       Prototexts

Textuality               Metacommunication             Metatexts

Text

Processuality         Intercommunication              Intexts

Intertexts

 

Figure 12.3  Metacommunication and intercommunication

 

                                                                                                       Prototesti

Testualità               Metacomunicazione             Metatesti

Testo

Processualità         Intercomunicazione              Intesti

Intertesti

 

Figura 12.3  Metacomunicazione e intercomunicazione

Describing textual relations is fruitful on at least three more levels. First, both meta- and intercommunication are possible not only between verbal texts but between texts fixed in different sign systems. This means that in the space of culture, it is possible to describe any text intersemiotically or that communication always bears an intersemiotic aspect in culture. This is expressed in the mediation of words with images in illustrated books and in ekphrasis as well as in the writing of a ballet based on a literary work or its cinematic adaptations, etc. Second, discourses are hierarchized in culture. One and the same message can be translated into different discourses and it is possible to speak of interdiscoursivity or the existence of the message in different modalities and on different levels of culture. Therefore, interdiscoursive space is also multimodal space. Third, in every culture, it is possible to observe the transfers of one message between different media and this means the necessity of using also the notion of intermediality. For instance, the screen adaptation of a novel is on the one hand describable as an intersemiotic translation and the analysis of it presumes the comparison of verbal and audiovisual sign systems. On the other hand, however, literature and cinema are two different media and, complementarily, the influence of medium on the text or the comparison of literariness and cinematicity is important. Therefore, the space of culture is simultaneously the space of different sign systems (intersemiotic), discoursive practices (interdiscoursive) and media (intermedial). These three dimensions of the space of culture allow more versatility in describing the processes of communication. From this

perspective, one possibility afforded by this holistic view of culture is to understand culture as a process of total translation (Torop 2008, 2010, 2011).

Descrivere le relazioni testuali è produttivo ad almeno altri tre livelli. Innanzitutto, sia la meta- che l’intercomunicazione sono possibili non solo tra testi verbali, ma anche tra testi fissi in sistemi segnici diversi. Questo significa che nello spazio della cultura, è possibile descrivere qualsiasi testo intersemioticamente o che la comunicazione porta sempre un aspetto intersemiotico nella cultura. Questo viene espresso nella mediazione di parole con immagini nei libri illustrati e nelle ekphrasis come anche nella stesura di un balletto basato su un’opera letteraria o nei suoi adattamenti cinematografici, eccetera. Secondariamente, nella cultura i discorsi sono gerarchizzati. Uno stesso messaggio può essere tradotto in diversi discorsi ed è possibile parlare di interdiscorsività o dell’esistenza del messaggio in diverse modalità e a diversi livelli della cultura. Perciò, lo spazio interdiscorsuale è anche spazio multimodale. In terzo luogo, in ogni cultura è possibile osservare i trasferimenti di un messaggio attraverso vari media e questo significa che è necessario usare anche il concetto di «intermedialità». Per esempio, l’adattamento cinematografico di un romanzo è da un lato descrivibile come traduzione intersemiotica e la sua analisi presuppone il paragone tra sistemi di segni verbali e audiovisivi. Dall’altro lato, tuttavia, la letteratura e il cinema sono due media diversi e, complementarmente, l’influenza del medium sul testo o il paragone tra letterarietà e cinematicità è importante. Di conseguenza, lo spazio della cultura è simultaneamente lo spazio di diversi sistemi di segni (intersemiotico), pratiche discorsive (interdiscorsivo) e media (intermediale). Queste tre dimensioni dello spazio della cultura permettono una maggiore versatilità nel descrivere i processi di comunicazione. Da questa prospettiva, una possibilità data da questa visione olistica della cultura è capire la cultura come processo di traduzione totale (Torop 2008, 2010, 2011).
The original conception of the dynamics of culture came from W. A. Koch, founder of evolutionary cultural semiotics. Koch saw culture as a phenomenon whose true integrative potentialities have not yet been fully discovered or explored. For a semiotics thus conceived, structure and process are not different phases of reality and/or sciences but rather mere faces of a unitary field. His semiotic analysis will be based on premises of macro-integration – or evolution – and of micro-integration – culture (Koch 1989: v). For evolutionary cultural semiotics evolution means the dynamics of the cultural environment as semiosis that evolves from verbal and pictorial media, to start with, towards printed media and then telemedia. Today this process is continuing in the environment of new media. It is a movement from immediate communication towards the diversification of forms of mediated communication and the understanding of communication forms, with the cultural value of technological evolution becoming a part of both the history of science and that of culture. La concezione originaria della dinamica della cultura nasce da W. A. Koch, fondatore della semiotica della cultura evoluzionistica. Koch ha visto la cultura come fenomeno le cui vere potenzialità integrative non sono ancora state interamente scoperte o esplorate. Per una semiotica così concepita, struttura e processo non sono fasi differenti della realtà e/o delle scienze, quanto piuttosto mere facce di un unico campo. La sua analisi semiotica sarà basata sulle premesse della macrointegrazione (o evoluzione) e della microintegrazione (cultura) (Koch 1989:v). Per la semiotica della cultura evoluzionistica, «evoluzione» significa dinamica dell’ambiente culturale come semiosi che si evolve prima dai media verbali e pittorici, poi verso media stampati e successivamente telemedia. Oggigiorno questo processo sta continuando nel contesto dei nuovi media. È un movimento dalla comunicazione immediata verso la diversificazione delle forme di comunicazione mediata e la comprensione di forme di comunicazione, con il valore culturale dell’evoluzione tecnologica che diventa parte sia della storia della scienza sia di quella della cultura.
On one hand, the study of culture would be possible via the semiotization of culture-studying disciplines, which would bring them closer to the essence of culture. The birth of the notion of semiotic anthropology is an example of such a development, which, together with the capability for disciplinary analysis, would increase the level of analysability of culture (see Torop 2006). On the other hand, cultural semiotics offers a systematic approach to culture and creates a complementary methodology, which ensures the mutual understanding of different disciplines studying culture. This is the developmental prospect of cultural semiotics. Da una parte, lo studio della cultura sarebbe possibile attraverso la semiotizzazione delle discipline che studiano la cultura, che le avvicinerebbe all’essenza della cultura. La nascita del concetto di «antropologia semiotica» è un esempio di un tale sviluppo che, assieme alla capacità di analisi disciplinare, aumenterebbe il livello di analizzabilità della cultura (vedi Torop 2006). Dall’altra parte, la semiotica della cultura offre un approccio sistematico alla cultura e crea una metodologia complementare, che assicura la comprensione reciproca delle diverse discipline che studiano la cultura. Questa è la prospettiva di sviluppo della semiotica della cultura.
The intersection of culture and disciplines studying culture evokes questions raised by Rastier, those about universal trans-semiotics, and differentiates between two poles with respect to the study of culture – there are the sciences of culture (sciences de la culture), represented by Ernst Cassirer, and the semiotics of cultures (sémiotique des cultures) represented by the Tartu School. Between these two poles lie the questions: one or many sciences? Culture or cultures? (Rastier 2001: 163; see also Posner 2005: 292). L’intersezione della cultura e delle discipline che studiano la cultura suscita domande espresse da Rastier, quelle riguardanti la transemiotica universale, e differenzia due poli rispetto allo studio della cultura: ci sono le scienze della cultura (sciences de la culture), rappresentate da Ernst Cassirer, e la semiotica delle culture (sémiotique des cultures) rappresentata dalla Scuola di Tartu. Tra questi due poli sorgono le domande: una o più scienze? Cultura o culture? (Rastier 2001:163; vedi anche Posner 2005:292).
Transdisciplinary effort exists between semiotics and many other disciplines. Semiotic anthropology possesses a significant methodological value: ‘A further advantage of semiotic anthropology for today’s sociocultural anthropologists is that it supports more flexible and expansive approaches to defining where and how we can do our research’ (Mertz 2007: 345). In archaeology we can also detect a similar methodological partnership with semiotics – the belief that semiotics offers ‘a common language with which we can understand the structure of contrasting interpretative approaches and communicate across these boundaries while at the same time acknowledging the validity of our different theoretical commitments’ (Preucel and Bauer 2001: 93). In cultural psychology there exists a strong interest in semiotics: ‘The whole semiotic mediation system is viewed as a hierarchical regulatory system of meanings that guarantee the person’s psychological distancing from the here-and-now setting’ (Valsiner 2005: 203). The purpose is not to show all the contacts between semiotics and other disciplines in cultural research but rather the dialogical value of semiotics. Esistono sforzi transdisciplinari tra la semiotica e molte altre discipline. L’antropologia semiotica possiede un valore metodologico notevole: «Un ulteriore vantaggio dell’antropologia semiotica per gli antropologi socioculturali di oggi è che supporta approcci più flessibili ed espansivi nel definire dove e come possiamo svolgere la nostra ricerca» (Mertz 2007:345). Anche nell’archeologia possiamo individuare una simile collaborazione metodologica con la semiotica: la convinzione che la semiotica offra «un linguaggio comune con cui possiamo capire la struttura di approcci interpretativi contrastanti e comunicare attraverso queste barriere mentre allo stesso tempo riconosciamo la validità dei nostri diversi impegni teorici» (Preucel e Bauer 2001:93). La psicologia della cultura ha un forte interesse per la semiotica: «L’intero sistema di mediazione semiotica è visto come sistema gerarchico regolatore di significati che garantiscono il distanziamento psicologico della persona dal contesto del qui-e-ora» (Valsiner 2005:203). L’obiettivo non è mostrare tutti i contatti tra la semiotica e le altre discipline della ricerca culturale, piuttosto il valore dialogico della semiotica.
In both cases of culture as an object of study and culture research sciences as objects of study – it is suitable to recall the picture that emerged from Umberto Eco’s reading of Lotman: ‘If we put together many branches and great quantity of leaves, we still cannot understand the forest. But if we know how to walk through the forest of culture with our eyes open, confidently following the numerous paths which criss-cross it, not only shall we be able to understand better the vastness and complexity of the forest, but we shall also be able to discover the nature of the leaves and branches of every single tree’ (2000: xiii). In entrambi i casi di cultura come oggetto di studio e scienze che svolgono ricerche sulla cultura come oggetti di studio, è opportuno ricordare l’immagine di Umberto Eco che emerse dalla lettura di Lotman: «Se mettiamo insieme molti rami e una gran quantità di foglie, non possiamo certo cogliere la foresta. Ma se noi sappiamo come camminare attraverso la foresta della cultura con i nostri occhi ben aperti, seguendo fiduciosamente i numerosi cammini che la incrociano, non solo saremo in grado di capire meglio la vastità e la complessità della foresta, ma saremo anche in grado di scoprire la natura delle foglie e dei rami di ogni singolo albero».[8]
Cultural semiotics is disciplinary oriented to the complex analysis of culture, where it is important to balance between the understanding of the part and the whole, statics and dynamics. The specificity of cultural semiotics lies in understanding the complementarity between processes of communication in culture and cultural autocommunication. The historical analysis of culture covers the typological research of cultural self-descriptive languages, the coexistence of these languages and the mutual translatability between them. Contemporary culture is a multilingual dynamic whole where every innovative act from a new novel, through an exhibition or movie to a big social event exists in culture as something unpredictably new. This new will become the part of culture only after being described for culture, when semiotic tools have been found for its research, and when through the adaptations and the transformations of this new component of culture into other cultural forms, a system of metalanguage has been constructed to interpret the new cultural phenomenon. Cultural semiotics serves as a tool for the complex analysis of culture and also for synthesizing the experiences gained from other culture studies disciplines. The disciplinary development of cultural semiotics is at the same time an interdisciplinary development of the dialogue between culture and humanities, on the one hand, and between different culture studies disciplines, on the other. La semiotica della cultura è orientata disciplinarmente all’analisi complessa della cultura, dove è importante trovare un equilibrio tra la comprensione delle parti e del tutto, tra statica e dinamica. La specificità della semiotica della cultura sta nel capire la complementarità tra processi di comunicazione nella cultura e autocomunicazione della cultura. L’analisi storica della cultura comprende la ricerca tipologica dei linguaggi autodescrittivi della cultura, la coesistenza di questi linguaggi e la reciproca traducibilità tra di loro. La cultura contemporanea è un insieme dinamico e multilinguistico dove ogni atto innovativo, da un nuovo romanzo, a una mostra o un film, fino a un importante evento sociale, esiste nella cultura come qualcosa di imprevedibilmente nuovo. Questo nuovo diventerà parte della cultura solo dopo essere stato descritto per la cultura, quando per la sua ricerca si troveranno strumenti semiotici, e quando attraverso gli adattamenti e le trasformazioni di questa nuova componente della cultura in altre forme culturali, si creerà un sistema di metalinguaggio per interpretare il nuovo fenomeno culturale. La semiotica della cultura serve come strumento per la complessa analisi della cultura e anche per sintetizzare le esperienze ottenute da altre discipline che studiano la cultura. Lo sviluppo disciplinare della semiotica della cultura è allo stesso tempo uno sviluppo interdisciplinare del dialogo tra cultura e discipline umanistiche, da una parte, e tra diverse discipline che studiano la cultura, dall’altra.

Related topics

culture and translation; language and culture in intercultural communication; cultural linguistics; language, culture and identity; language and cultural scripts; language, culture and spatial cognition; space, time and space–time: metaphors, maps and fusions; language, gender and context; language and culture in cognitive anthropology; ethnolinguistics.

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Cultura e traduzione; lingua e cultura nella comunicazione interculturale; linguistica della cultura; lingua, cultura e identità; linguaggio e script culturali; linguaggio, cultura e cognizione spaziale; spazio, tempo e spaziotempo: metafore, mappe e fusioni; linguaggio, genere e contesto; linguaggio e cultura nell’antropologia cognitiva; etnolinguistica.

Further reading

Capozzi, Rocco (ed.) 1997. Reading Eco. An Anthology. Bloomington, Indianapolis: Indiana University Press. (This collection provides a very good overview of Eco’s cultural semiotics and its scientific reception.)

Koch, Walter A. (ed.) 1990. Semiotics in the Individual Sciences. Vols.1–2. Bochum: Brockmeyer Universitätsverlag. (This volume gives a very good overview of different fields of cultural semiotics: literary studies, linguistics, anthropology, arts, etc.)

Lotman, Yuri M. 2000. Universe of the Mind. A Semiotic Theory of Culture. Bloomington, IN: Indiana University Press. (This book is the best source for understanding basic notions of cultural semiotics: text, semiosphere, cultural memory.)

Lotman, Juri 2009. Culture and Explosion. Berlin, New York: Walter de Gruyter. (This is an important book on cultural dynamics, unpredictability in cultural changes and search of new descriptive languages.)

Salupere, Silvi, Torop, Peeter, and Kull, Kalevi (eds) 2013. Beginnings of the Semiotics of Culture. Tartu Semiotics Library 13. Tartu: University of Tartu Press. (Overview of history of cultural semiotics and collection of programmatic texts of Tartu–Moscow semiotic school.)

 

 

 


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Valsiner, Jaan 2005. ‘Scaffolding within the structure of Dialogical Self: Hierarchical dynamics of semiotic mediation’. New Ideas in Psychology 23, 197–206.

Letture supplementari

Capozzi, Rocco (a cura di) 1997. Reading Eco. An Anthology. Bloomington, Indianapolis: Indiana University Press. (Questa raccolta offre una visione d’insieme molto buona della semiotica della cultura di Eco e delle sua ricezione scientifica.)

Koch, Walter A. (a cura di) 1990. Semiotics in the Individual Sciences. Volumi1-2. Bochum: Brockmeyer Universitätsverlag. (Questo volume offre una visione d’insieme molto buona di campi diversi della semiotica della cultura: studi letterari, linguistica, antropologia, arte, eccetera.)

Lotman, Yuri M. 2000. Universe of the Mind. A Semiotic Theory of Culture. Bloomington, IN: Indiana University Press. (Quest’opera è la fonte migliore per capire i concetti di base della semotica della cultura: testo, semiosfera, memoria della cultura.)

Lotman, Jurij 1993. La cultura e l’esplosione: prevedibilità e imprevedibilità, Milano: Feltrinelli. (Questa è un’opera importante sulla dinamica della cultura, l’imprevedibilità nei cambiamenti della cultura e la ricerca di nuovi linguaggi descrittivi.)

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Riferimenti bibliografici

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[1] Edizione originale: 1973, Tezisy k semiotičeskomu izučeniju kul’tur (v primenenii k slavjanskim tektstam), in Semiotyka i struktura tekstu. Studia s´wie˛cone VII mie˛dz. kongresowi slawistów, a cura di M. R. Mayenowa, Warszawa, 9-3.

Traduzione italiana: 1979, Tesi per un’analisi semiotica delle culture (in applicazione ai testi slavi), in La semiotica nei Paesi slavi. Programmi, problemi, analisi, a cura di C. Previgano, traduzione di E. Rigotti, Milano, Feltrinelli, 194-220.

[2] Traduzione italiana: Lotman, Ivanov, Toporov, Pjatigorski e Uspenskij 1980:107.

[3] Edizione originale: 1973, Tezisy k semiotičeskomu izučeniju kul’tur (v primenenii k slavjanskim tektstam), in Semiotyka i struktura tekstu. Studia s´wie˛cone VII mie˛dz. kongresowi slawistów, a cura di M. R. Mayenowa, Warszawa, pp. 9-3.

Traduzione italiana: 1979, Tesi per un’analisi semiotica delle culture (in applicazione ai testi slavi), in La semiotica nei Paesi slavi. Programmi, problemi, analisi, a cura di C. Previgano, traduzione di E. Rigotti, Milano, Feltrinelli, 194-220.

[4] Edizione originale: Metalanguage as a Linguistic Problem. Scritto nel 1956 come discorso alla società americana di linguistica e pubblicato in Különlenyomat a Nyelvtudományi Közlemények.

Traduzione italiana: “Il metalinguaggio come problema linguistico”.

[5] Edizione originale: 1968, Essai sur la signification au cinéma I.

Traduzione italiana: Semiologia del cinema: saggi sulla significazione del cinema, Garzanti, Milano 1972.

[6] Edizione originale: 1975, Trattato di semiotica generale, Milano, Bompiani.

[7] Traduzione italiana: 1989, La cultura come soggetto e oggetto per se stessa.

[8] U. Eco, “Introduction”, a J. M. Lotman, Universe of the Mind. A Semiotic Theory of Culture, I. B. Tauris, London – New York, 2001, p. XIII.

La comprensione nella semiosfera: testualità di Peeter Torop FRANCESCA POTITO

La comprensione nella semiosfera: testualità
di Peeter Torop

FRANCESCA POTITO

Scuole Civiche di Milano
Fondazione di partecipazione
Dipartimento di Lingue
Scuola Superiore per Mediatori Linguistici
via Alex Visconti, 18 20151 MILANO

Relatore: professor Bruno Osimo

Diploma in Scienze della Mediazione Linguistica
primavera 2008

© Peeter Torop 2007
© Francesca Potito per l’edizione italiana 2008

ABSTRACT IN ITALIANO

La tesi contiene la traduzione italiana dell’articolo Semiospherical understanding: textuality di Peeter Torop, il più autorevole esponente della scuola semiotica di Tartu. L’importanza della semiotica sia nel campo della scienza che in quello della cultura è in costante aumento. Ma, come risultato della creolizzazione, cultura e natura, in quanto ambienti della vita umana, sono cambiate e questo ha a sua volta generato la necessità di capire come comprendere e spiegare questo cambiamento, ossia come definire epistemologicamente l’oggetto d’indagine. Dal momento, quindi, che la cultura, in quanto sistema di sistemi, è in continua evoluzione a causa delle interrelazioni che si instaurano costantemente tra le parti del tutto, la semiotica diventa non solo una risorsa metodologica ma anche una risorsa applicativa atta a garantire lo sviluppo delle singole scienze. In questo contesto, il suo compito diventa quello di descrivere la semiosfera e, per osservare e interpretare i meccanismi della cultura, si serve della testualità (che combina in sé il testo come artefatto ben definito e la testualizzazione come astrazione), della metatestualità (l’analisi delle relazioni tra prototesto e metatesto), e dell’intertestualità (l’analisi delle relazioni che un testo ha con gli altri testi). In definitiva, la testualità è una possibilità che la cultura offre ai suoi analizzatori e, nello stesso tempo, è una proprietà ontologica della cultura e un principio epistemologico per analizzare la cultura. Oltre alla traduzione, la tesi propone un approfondimento sul contesto semiotico e un’analisi traduttologica dell’articolo sopra citato.

ENGLISH ABSTRACT

The thesis consists in the translation into Italian of the article Semiospherical understanding: textuality by Peeter Torop, the most influential exponent of the Tartu School of Semiotics. The relevance of semiotics is increasing both in sciences and culture. But, due to the creolization, culture and nature, as the environment of human life, have changed and this, in turn, caused the necessity to understand how to comprehend and explain this changing, that is how to define epistemologically the object of inquiry. Therefore, since culture, as a system of systems, is an incessantly evolving order because of the interrelationships constantly established between the parts of the whole, semiotics becomes not only a methodological but also an applicational resource for securing the development of sciences. In this context, its task is to describe the semiosphere and, in order to observe and interpret the mechanisms of culture, it makes use of textuality (which combines in itself text as a well-defined artifact and textualization as an abstraction), metatextuality (the investigation of the relations between a prototext and a metatext), and of intertextuality (the investigation of the relationships between a text and the other texts). All things considered, textuality is a possibility that culture offers to its analyzers, and at the same time it is an ontological property of culture and an epistemological principle for investigating culture. Besides the translation, the thesis contains the analysis of the semiotic context and a translational analysis of the above mentioned article.

RESUMEN EN ESPAÑOL

La tesis consiste en la traducción al italiano del artículo Semiospherical understanding: textuality de Peeter Torop, el exponente más notable de la escuela de semiótica de Tartu. La importancia de la semiótica tanto en el sector de las ciencias como en el sector de la cultura aumenta constantemente. Pero, como resultado de la creolización, cultura y naturaleza, en cuanto entornos de la vida humana, han cambiado generando a su vez la necesidad de entender cómo comprender y explicar dicha transformación, es decir cómo definir epistemológicamente el objeto de investigación. Por consiguiente, dado que la cultura, en cuanto sistema de sistemas, es en continua evolución a causa de las interrelaciones que se establecen etre las partes y el todo, la semiótica se convierte no sólo en un recurso metodológico, sino también en un recurso aplicativo apto a garantizar el desarrollo de las mismas ciencias. En este contexto, su función es la de describir la semiosfera y, para observar e interpretar los mecanismos de la cultura, usa la textualidad (que combina en sí misma el texto como artefacto bien definido y la textualización como abstracción), la metatextualidad (la investigación de las relaciones entre prototesto y metatexto), y la intertextualidad (la investigación de las relaciones que un texto establece con otros textos). En resumidas cuentas, la textualidad es una posibilidad que la cultura ofrece a sus analizadores y, al mismo tiempo, es una propriedad ontológica de la cultura y un principio epistemológico para analizar la cultura. Además de la traducción, la tesis contiene un ahondamiento del entorno semiótico y un análisis traductológica del artículo mencionado.

Sommario

1. Prefazione 7
1.1. Biografia 8
1.2. La scuola di semiotica di Tartu-Mosca 8
1.3 L’evoluzionismo letterario di Ûrij Tynianov e le dinamiche lotmaniane 11
1.4. Strategia traduttiva 14
1.5. Analisi traduttologica 15
1.5.1. La gestione delle citazioni 21
1.5.2. L’abbondanza di connettori logici 22
Riferimenti bibliografici 23
2. Traduzione con testo a fronte 25
Riferimenti bibliografici 54

1. Prefazione

1.1. Biografia

Peeter Torop nasce in Estonia nel 1950. Allievo di Ûrij Lotman dal 1993 al 2007, si laurea all’università di Tartu e consegue un dottorato di ricerca, avendo come advisor prima Lotman e, dopo la sua morte, Uspenskij.
Dal 1993 ricopre il ruolo di capo del Dipartimento di Semiotica dell’Università, sostituendosi al maestro, fondatore dello stesso dipartimento. Sono questi gli anni più fecondi della sua carriera.
Il volume Total´nyj perevod, pubblicato in russo nel 1995 (è in corso di preparazione l’edizione èstone ampliata) e in italiano nel 2000, rappresenta il segno tangibile dell’interesse di Torop per la semiotica della traduzione. È questo libro a renderlo molto noto tra i ricercatori sulla traduzione.
Seguendo Roman Jakobson, Torop ha ampliato la portata dello studio semiotico della traduzione comprendendo la traduzione intratestuale, intertestuale ed extratestuale e sottolineando la produttività del concetto di «traduzione» nella semiotica generale.
Oggi è condirettore del prestigioso Sign Systems Studies (Σημειωτικη), la prima rivista scientifica internazionale di semiotica, all’interno della quale, nel 2003 (vol. 31.2), è stato pubblicato l’articolo di cui più avanti sarà fornita una traduzione con testo a fronte: Semiospherical understanding: Textuality.

1.2. La scuola di semiotica di Tartu-Mosca

Dal momento che Peeter Torop è uno dei più noti semiotici europei, risulta doveroso inquadrare l’autore nel contesto culturale in cui si inserisce, tanto più che si tratta di un terreno scientificamente assai fertile e di origini nobili: la scuola di semiotica di Tartu-Mosca.
Nel Novecento, l’evoluzione degli studi linguistici e letterari ha avuto tra i suoi punti focali tre paesi dell’Europa orientale: Russia, Cechia ed Estonia. Tra il 1914 e 1915, nasce il Circolo linguistico di Mosca, sotto l’egida dell’Accademia delle scienze russa, seguito a breve distanza (1917) dalla formazione a Pietroburgo dell’OPOÂZ, sigla della Società per lo studio del linguaggio poetico. Tra i due circoli si instaura una relazione dialettica molto feconda fondata sulla loro complementarità: i moscoviti, per formazione linguisti, si occupavano prevalentemente di critica letteraria e sono approdati alla semiotica proprio dalla linguistica. Successivamente alcuni di loro si sono occupati in modo più o meno professionale di letteratura, ma la base e gli interessi linguistici sono sempre rimasti al primo posto; i pietroburghesi, invece, per formazione studiosi della letteratura, dedicavano molta della loro attenzione al linguaggio poetico. Questo diverso background culturale si è rivelato molto fruttuoso, poiché i due gruppi si sono arricchiti reciprocamente, comunicandosi i rispettivi interessi. Così, l’incontro con la scienza letteraria ha determinato l’interesse dei moscoviti (linguisti) per il testo e il contesto culturale, cioè per le condizioni di funzionamento del testo. A sua volta, l’incontro con i linguisti ha orientato l’interesse degli studiosi di letteratura (i pietroburghesi) verso la lingua, per la sua capacità di generare e produrre testi. Inizialmente si proponevamo un obiettivo: guardare il mondo con gli occhi del linguista, trovare e descrivere una lingua ovunque fosse possibile. Secondo questi due circoli, infatti, la cultura appare un insieme di lingue eterogenee, relativamente più specifiche. In questo senso, la cultura comprende i linguaggi dell’arte (della letteratura, della pittura, del cinema), quello della mitologia, e così via. Il funzionamento di tali linguaggi è interrelato in modo complesso, e il carattere stesso dell’interrelazione è, in generale, determinato dalla cultura, cioè risulta diverso in situazioni storiche diverse. La cultura, in senso semiotico ampio, è dunque intesa come sistema di relazioni che si instaurano fra l’uomo e il mondo. Questo sistema da un lato regola il comportamento umano, dall’altro determina il modo in cui viene modellizzato il mondo. Ciò permette, tra l’altro, di guardare la storia in prospettiva semiotica: da un certo punto di vista il processo storico appare un sistema di comunicazione fra la società e la realtà che la circonda, in particolare fra le diverse società e, allo stesso tempo, come dialogo fra la personalità storica e la società. A questo proposito sono particolarmente interessanti le situazioni di conflitto in cui i partecipanti al processo comunicativo parlano lingue (culturali) diverse, cioè quando i medesimi testi vengono letti in modo diverso. Questo spiega anche il motivo per cui questa scuola pone testi culturali concreti come oggetto dei suoi studi semiotici.
Ma torniamo alle origini della scuola semiotica di Tartu-Mosca. Nella città di Mosca lavora inizialmente Romàn Jakobson, che in un secondo tempo diviene anche membro dell’OPOÂZ a Pietroburgo, per poi trasferirsi in Cechia nel 1920 (fino al 1939), e fondare il Circolo linguistico di Praga. A Pietroburgo lavorano, tra gli altri, Èjhenbàum, Tomaševskij, Bahtìn, Propp e Tynânov, il gruppo poi divenuto noto come «i formalisti russi».
Ma, per la nascita della scuola semiotica di Tartu, bisogna risalire agli anni Quaranta, a Pietroburgo, dove il giovane Ûrij Lotman si iscrive all’università, laureandosi in lettere nella facoltà dove insegnano molti dei docenti che, nel ventennio precedente, sono stati protagonisti del formalismo e dello strutturalismo, tra i quali citiamo Propp, a noi noto soprattutto per gli studi sul folclore e sulla fiaba.
Lotman comincia, quindi, la propria carriera universitaria a Tartu, interessandosi particolarmente ai metodi di analisi del «testo poetico» (termine con cui intende qualsiasi testo “aperto”, non settoriale) e alle ricerche sui modelli ideologici della cultura. Siamo negli anni Sessanta quando Lotman tiene il primo corso di poetica strutturale, che sarà poi pubblicato in Lezioni di poetica strutturale nel 1964. Due anni prima, nel 1962, viene organizzato a Mosca un simposio sullo studio strutturale dei sistemi di segni, nel corso del quale vengono lette relazioni di semiotica della lingua, di semiotica generale, di semiotica dell’arte, della comunicazione coi sordi, dei rituali. Tali relazioni saranno poi pubblicate nelle ormai famose Tesi.
Entrato in possesso delle tesi del simposio moscovita, Lotman va a Mosca per prendere contatti con i suoi colleghi russi e per proporre loro una collaborazione avente come base geografica proprio la città di Tartu. Nasce così, da questa collaborazione, la prestigiosa rivista Trudy po znakovym sistemam [Lavori sui sistemi segnici], che esiste e prospera tuttora (lo stesso Torop ne è direttore) e ha un titolo in altre tre lingue: Sign System Studies, Töid märgisüsteemide alalt (in èstone) e Semeiotikè. E sempre nel 1964 si tiene la prima conferenza della neonata “scuola” a Tartu. Il fatto che molti chiamino questa scuola semplicemente «scuola di Tartu» è dovuto proprio al fatto che in questa città ha sede la rivista che, uscendo con cadenza semestrale, costituisce uno dei punti di riferimento più importanti per la semiotica mondiale.
Nel 1992, un anno prima della morte di Lotman, il Dipartimento di letteratura russa di Tartu, fondato e reso celebre da Lotman, si scinde, e nasce il Dipartimento di semiotica (la denominazione ufficiale del corso di laurea è «Semiotica e teoria della cultura»). A capo di questo dipartimento sta proprio il professor Peeter Torop, uno degli studiosi più competenti per quanto riguarda la semiotica applicata allo studio della traduzione.

1.3 L’evoluzionismo letterario di Ûrij Tynianov e le dinamiche lotmaniane

In Semiospherical understanding, l’articolo pubblicato nel 2003 nella rivista Sign System Studies, Torop delinea quella che è l’importanza della semiotica non solo nel campo della scienza, ma anche in quello della cultura. Secondo l’autore, la semiotica è non solo un sostegno metodologico delle scienze stesse ma anche una risorsa applicativa atta a garantire lo sviluppo di queste ultime. Ma non solo; Torop sottolinea quello che è il valore, la funzione della semiotica (aiutarci a orientarci nella storia) e, per farlo, attinge all’epilogo di V. Ivanov, uno dei fondatori della scuola semiotica di Tartu. Ma Ivanov non è l’unico studioso di semiotica citato da Torop. Come precedentemente accennato, l’ambiente dell’Università di Tartu era particolarmente fecondo: numerose personalità entravano in contatto tra loro comunicandosi i reciproci interessi, le idee, le convinzioni, e l’articolo di Torop ne è la testimonianza. Per argomentare il suo discorso, infatti, l’autore cita diversi suoi colleghi, mutuandone il pensiero.
Una delle personalità che più emergono nell’articolo, oltre ovviamente al maestro per eccellenza di Torop, Lotman, è Ûrij Tynânov. Allievo di Vèngerov, un uomo il cui metodo era l’empirismo, Û. Tynânov scriveva in versi, e non si limitava ad accumulare i fatti; li selezionava, e sapeva vedere quello che sfuggiva agli altri. È forse il suo spirito di osservazione ad attrarre Torop.
Per Tynânov la storia della letteratura, dove per «letteratura» si intende un sistema di segni in correlazione con altri sistemi, non è la storia di un susseguirsi di errori, bensì quella di un avvicendarsi di sistemi grazie ai quali si conosce il mondo.
Ma cosa ha dato Tynânov alla storia della letteratura? Lo studioso cercava di esaminare ogni fenomeno, ogni fatto letterario, sia nella teoria, sia nella storia della letteratura, storicamente, riferendosi al contenuto concreto del fenomeno stesso e alla sua relazione con gli altri fenomeni. La sua concezione della letteratura lo ha portato a mettere in rilievo non il mutamento dei singoli fatti dell’opera, ma l’avvicendarsi dei sistemi. Tale avvicendarsi fa sì che la realtà letteraria si evolva, procedendo come a balzi, a passaggi che, per la loro bruschezza, provocano lo stupore dei contemporanei. Per «evoluzione letteraria», quindi, Tynânov intende l’alternanza di sistemi i cui elementi assumono nuove funzioni. Tali sistemi entrano in rapporto tra loro, instaurando sia rapporti di «sin-funzione» (relazioni tra elementi simili di sistemi diversi) sia di «auto-funzione» (relazioni tra elementi di uno stesso sistema). Ecco spiegata l’eterogeneità della realtà testuale, o meglio, per usare un termine di Torop, la «diacronia» della realtà testuale (Tynânov 1968).
A riflettere sulla cultura, anche Û. Lotman, spesso citato da Torop. Ûrij Michajlovič Lotman (1922-1993) è stato uno dei massimi studiosi di semiotica, nonché storico della letteratura e della cultura. Nato a Pietrobugo, dal 1963 è stato professore presso l’Università di Tartu, in Estonia, dove ha fondato la Scuola semiotica di Tartu.
Ideatore del concetto di «semiosfera», un continuum semiotico pieno di formazioni di tipo diverso, collocato a vari livelli di organizzazione e che rende possibile la vita sociale, di relazione e comunicazione, Lotman individua come oggetto della semiotica la «letteratura», che a questo punto si configura come una semiosfera densa di testi e metatesti che si richiamano e rigenerano gli uni con gli altri. Ecco, quindi, che i termini «testo» e «testualizzazione» diventano concetti fondamentali della semiotica: la testualizzazione è qui intesa come traduzione appropriativa del reale che, filtrato dai linguaggi, si trasforma in «testo». Siamo dunque davanti a una testualità allargata che finisce per comprendere tutte le forme culturali. Ora va detto che il singolo testo, rispetto all’insieme della semiosfera, può assumere il ruolo del frammento, del «ricordo» a partire dal quale ricostruire il tutto: ma, avverte Lotman, la ricostruzione necessaria alla decodifica di un testo porta sempre, in realtà, alla creazione di un nuovo linguaggio. L’idea della continua riformulazione del senso è un tratto ricorrente del pensiero lotmaniano, che accoglie la lezione strutturale accompagnandola a una grande attenzione per gli aspetti dinamici e quindi anche diacronici dei fenomeni studiati.
In Semiospherical Understanding Torop cita anche le dinamiche lotmaniane che si instaurano tra la parte e il tutto. Per spiegare i rapporti fra parti e intero, tra testo – sempre inteso come singolo organo rispetto a un organismo più complessivo, e non come parte di un meccanismo priva di un significato proprio – e sistema culturale, Lotman ricorre alla metafora dello specchio, che è il punto di partenza di una sua approfondita riflessione sulle leggi della simmetria, che paiono rappresentare una chiave di senso a livello “micro” quanto “macro”:

Come un volto che si riflette in uno specchio, si riflette anche un qualunque suo frammento, che appare così parte dello specchio e nel contempo tempo simile a esso (Lotman 1985: 66).

Fra le parti deve esserci però non solo un rapporto di somiglianza ma anche una qualche differenza, che renda possibile la dialogicità del sistema, così come nello scambio comunicativo è necessaria la presenza di due partner simili e allo stesso tempo diversi. Ogni elemento della semiosfera è quindi un partner del dialogo, mentre l’insieme della semiosfera è lo spazio del dialogo, la sua condizione di possibilità.
Questo rapporto fra ordini diversi di complessità si riscontra anche nello studio dei contatti fra le varie aree culturali, come fra Oriente e Occidente: perché il dialogo sia possibile è necessario che il testo trasmesso e quello ricevuto in sua risposta debbano formare, da un terzo punto di vista, un unico testo: «Il testo trasmesso, prevenendo la risposta, deve contenere gli elementi capaci di permettere la traduzione in un’altra lingua, altrimenti il dialogo è impossibile» (Lotman 1985: 68). I testi che trasmutano da una cultura all’altra si trasformano, recando in sé le tracce dei percorsi e dei tragitti che hanno compiuto: è la loro duttilità che permette lo scambio e l’arricchimento .
Ancora una volta torna, quindi, la concezione di una cultura feconda perché eterogenea e in continua evoluzione, dove ogni testo non solo assume il suo significato autonomo e dipendente dal suo funzionamento interno, ma acquisisce il suo significato anche attraverso le relazioni con gli altri testi, ossia, come parte di un tutto. Ecco perché la scienza ha bisogno di ricreare costantemente il suo oggetto di ricerca, perché nella cultura come organismo vivente emergono costantemente nuove relazioni e nuovi sistemi, e la testualizzazione è una possibilità che la cultura offre ai suoi analizzatori per analizzare la cultura stessa.

1.4. Strategia traduttiva

Semiospherical understanding viene pubblicato nel 2003, nel volume n. 31.2 della prestigiosa rivista di semiotica Sign Systems Studies, An international journal of semiotics and sign processes in culture and nature.
La rivista scientifica viene fondata nel 1964 da Ûrij Lotman, ed è per questo che è la più storica rivista internazionale di semiotica. Inizialmente (e fino al 1992) pubblicata esclusivamente in russo – lingua ufficiale dell’Unione sovietica –, è ora pubblicata anche e soprattutto in inglese, ed è diventata un’istituzione centrale nella semiotica della cultura. Dal 1998, la Sign Systems Studies viene pubblicata come rivista internazionale peer-reviewed sulla semiotica della cultura e biosemiotica. Pubblicata regolarmente, un volume all’anno, è presente nelle più importanti banche dati scientifiche.
Considerando, dunque, la portata della rivista in cui è stato pubblicato, il prototesto ha le caratteristiche di un saggio scientifico e, in quanto tale, ha come obiettivo principale quello di informare, di veicolare un’informazione a un pubblico sicuramente competente ed esperto in materia. Questo obiettivo si è concretizzato nello stile scelto dall’autore: argomentativo, rigoroso, scientifico e ricco di termini settoriali.
Il saggio è incentrato sull’importanza della semiotica sia nel campo della scienza che della cultura e solo un pubblico competente può comprendere i ragionamenti di Torop senza doversi specificamente documentare. Tuttavia, bisogna osservare la differenza tra il lettore modello del prototesto e un ipotetico lettore della mia proposta di metatesto: per la mia proposta di traduzione non è prevista nessuna pubblicazione in nessuna rivista scientifico-settoriale sulla semiotica, né tantomeno a leggerla sarà un pubblico di studiosi di semiotica. Ovviamente questo ha influito senza dubbio sulle scelte che ho dovuto fare per la stesura della versione italiana, benché la fluidità dei ragionamenti e il “tipo” di inglese utilizzato nel prototesto non siano risultati estremamente complessi.
In breve, posso dire di aver seguito il filo logico e lineare dell’autore, pur prestando attenzione al significato e ai vari traducenti delle parole, e pur coniando a volte anch’io neologismi sulla base dei neologismi proposti dall’autore stesso. Il tutto con l’obiettivo di ricreare una versione avente la stessa dominante del prototesto: informare un lettore specialistico.

1.5. Analisi traduttologica

Se, da una parte, l’inglese impiegato nel prototesto è un inglese abbastanza corretto (non va dimenticato che il prototesto è, a sua volta, stato scritto da una persona di madrelingua estone con una lingua B (il russo) fortissima, ma un inglese coltivato solo negli ultimi quindici anni), “semplice” e lineare, privo di balzi temporali o periodi subordinati eccessivamente lunghi, dall’altra una delle più grandi difficoltà nella stesura del metatesto è stata l’individuazione e la scelta del traducente di alcune parole polisemiche, primo fra tutte il termine inglese «language».
In un dizionario monolingue britannico, la definizione di «language» è la seguente:

Language /’lG1gwIdZ/
n
1. a system for the expression of thoughts, feelings, etc., by the use of spoken sounds or conventional symbols
2. the faculty for the use of such systems, which is a distinguishing characteristic of man as compared with other animals
3. the language of a particular nation or people
the French language
4. any other systematic or nonsystematic means of communicating, such as gesture or animal sounds
5. the specialized vocabulary used by a particular group (Collins 2008).

Sulla base di queste accezioni, i traducenti di «language» nel nostro metatesto possono essere i seguenti: «linguaggio» o «lingua». Ma su quale base operare la scelta?
Considerando le definizioni delle due parole italiane

Lin|guàg|gio
s.m.
1 AU capacità comune a tutti gli esseri umani di apprendere una o più lingue storico–naturali e di servirsene per ragionare, intendersi reciprocamente, comunicare sia oralmente sia, tra le popolazioni che conoscono la scrittura, graficamente, scrivendo e leggendo
TS ling., psic., facoltà umana ricca di elementi innati, universali, presenti in ogni lingua
3a TS semiol., capacità d’utilizzazione di qualunque tipo di codice che, pur diverso dalle lingue storico–naturali, sia in grado di ordinare la produzione e comprensione di segnali della più varia natura: linguaggi animali, studiati dalla zoosemiotica, l. delle api, dei delfini; linguaggi logici, simbolici, convenzionali | l. gestuale, in cui il significante è realizzato con gesti visibili per il destinatario, cui si possono ricondurre le lingue dei segni in uso tra i sordomuti
3c TS log., ling., inform., qualsiasi insieme di stringhe di simboli le quali siano generabili a partire da un vocabolario finito, non creativo, secondo un numero finito di regole sintattiche applicabili infinitamente, talché sia decidibile l’appartenenza di una stringa all’insieme

e

Lìn|gua
s.f.
3a FO parlata, idioma, ant. favella, loquela, talora linguaggio come facoltà umana; più spesso modo di parlare peculiare di una comunità umana, appreso dagli individui (in condizioni normali) fin dai primi mesi di vita, affiancato, per le popolazioni alfabetizzate, da modalità ortografiche e di stile connesse alla pratica dello scrivere e del leggere; […]
3c TS ling., insieme (cui spesso si attribuisce carattere di sistema) di morfi, il cui significante è costituito adoperando un insieme finito e poco numeroso di unità distintive asemantiche, dette fonemi; nei morfi in generale si riconoscono morfemi lessicali e morfemi grammaticali, che, combinati secondo regole sintagmatiche e regole di assegnazione di ruoli sintattici, consentono di generare (cioè descrivere in modo ordinato) un numero potenzialmente infinito di frasi (e, quindi, di discorsi o testi), ciascuna realizzabile in un numero indefinito di enunciazioni concrete (atti di parole, speech acts) consistenti in una espressione (fonica o grafica e simili) e di una significazione (o senso, riferimento), entrambe ricche di elementi (prosodici, sul versante dell’espressione fonica, pragmatici, sul versante della significazione) importanti nell’esecuzione, ma di più problematica attribuzione all’insieme in quanto sistema astratto […]. (De Mauro 2008)

e considerando il contenuto centrale del prototesto, sebbene la parola «lingua» sembri interscambiabile con il termine «linguaggio», nella scelta del traducente ho dovuto prestare molta attenzione al contesto in cui «language» si trovava. Sulla base di questa premessa, ho ritenuto opportuno utilizzare «linguaggio» ogni qualvolta «language» stava a significare «qualunque tipo di codice»; e «lingua» ogni qualvolta «language» significava un linguaggio naturale. Fatta questa prima distinzione, nel corso del saggio la parola «language» si trovava spesso in coppia con altri sostantivi, come ad esempio «description» o «object», i quali, specificando contestualmente la parola in questione, mi hanno aiutato nella scelta del traducente più idoneo.

Un altro caso, questa volta un traducente appartenente alla lingua italiana, in cui ho avuto la stessa difficoltà nell’identificazione della parola più idonea è stato quello di «genere». La lingua italiana ha un solo vocabolo, «genere» per l’appunto, per esprimere significati che in inglese sono veicolati da almeno tre parole diverse, vale a dire «genre», «gender» e «kind». Per non parlare dei diversi traducenti che ognuna di queste parole potrebbe avere col variare del contesto.
Infatti, le mie difficoltà sono cominciate quando mi sono trovata davanti la parola inglese «genre». Al momento della ricerca del traducente, che a prima vista era ovviamente «genere», mi sono resa conto che, nel contesto in cui si trovava la parola inglese (cito il prototesto),

Text of tradition, on the other hand, expresses explicit belonging to a movement, style, grouping or genre, as well as causal or typological relations with predecessors or successors.

il solo traducente italiano non bastava. Questo perché, come precedentemente sottolineato, «genere», nella lingua italiana, è una parola riccamente polisemica

Gè|ne|re
s.m.
1a FO insieme, raggruppamento concettuale di cose o individui che hanno caratteristiche fondamentali comuni; tipo, specie: non sono abituato a questo g. di cose, conoscere persone di ogni g., che g. di vita fai?; non mi piace questo g. di mobili, di abiti; scherzo di cattivo g., di cattivo gusto
2 TS zool., bot., biol., categoria sistematica superiore alla specie e inferiore alla famiglia: un g. comprendente due sole specie
3a CO forma di espressione, categoria in cui vengono tradizionalmente raggruppate opere artistiche con caratteristiche strutturali e contenutistiche simili: g. epico, narrativo; g. comico, tragico; g. strumentale, melodrammatico; g. poliziesco, horror
3b TS ret., ciascuno dei tre stili dell’oratoria classica, differenziato in base alla destinazione e allo scopo dell’orazione
4 TS ling., gramm., categoria grammaticale presente nelle lingue indoeuropee, semitiche e in molte altre famiglie linguistiche, in base a cui nomi, aggettivi, pronomi e alcuni numerali si distinguono in maschili e femminili (ad es. in italiano, francese, spagnolo) o maschili, femminili e neutri (ad es. in latino e tedesco): essa si manifesta attraverso l’opposizione di desinenze e attraverso i meccanismi dell’accordo e, a seconda delle lingue, può essere più o meno correlata col genere naturale di ciò che è designato dal vocabolo (abbr. g., gen.) | categoria grammaticale che in alcune lingue, come l’urdu, è riconoscibile anche nel verbo e che in italiano appare in forme analitiche del passato e del passivo
5 TS mus., una delle tre modalità della musica greca antica
6 CO spec. al pl., merce, prodotto, spec. alimentare: generi di prima necessità, di lusso, di importazione
7 TS mat., numero che esprime alcune proprietà analitiche e topologiche della curva algebrica (De Mauro: 2008)

e, in quel contesto, necessitava di un aggettivo per rendere il suo significato meno ambiguo. Ecco il perché della scelta dell’aggiunta dell’aggettivo «testuale», indispensabile, qui, per disambiguare l’attualizzazione.

Diverso è stato invece il caso del compound «album verse». Il problema non è stato tanto tradurre questa espressione, in quanto i due sostantivi, se presi singolarmente, sono molto semplici da tradurre. Il problema è stato, piuttosto, il loro accostamento. Nel prototesto i due termini li troviamo citati in questo modo:

Of course, the relations of cultural text and literary text are more complicated than that. Texts with prestige such as the Classics or the Bible function above all as cultural texts. On the other hand, cultural text can bring about the emergence of literary text, as can be witnessed in the case of salon literature or album verse.

In questo caso, a veicolarmi verso la traduzione più idonea dell’espressione sopra citata è stata la presenza, nello stesso passo, della locuzione «salon literature». Quest’ultima mi ha aiutato a focalizzarmi su un periodo ben preciso: tra Settecento e Ottocento. Allora ho intrapreso una ricerca sul portale di Google, nella speranza di trovare una minima spiegazione di cosa fosse un album verse. Ma niente mi ricollegava al significato della locuzione. La soluzione mi è stata, invece, fornita dal professor Torop in persona, contattato per email. Le sue parole sono state le seguenti:

Salonnaja literatura i al´bomnaja poezija javlenija dvorjanskoi kul´tury v Rossii. So vremjon Pushkina i Lermontova eti teksty voshli v literaturu kak vo vremja sentimentalizma dnevnik voshol v literaturu (do etogo byl bytovym kul´turnym
javlenijem). Al´bomnye stihi ochen´ chasto posvjasheny hozjaikam literaturnyh salonov itd. Eti stihi chitali gosti salona, no potom ih stali i pechatat´ v zbornikah avtorov .

Ovvero:

La letteratura da salotto e la poesia da album sono fenomeni della cultura nobiliare in Russia. Dai tempi di Puškin e Lermontov questi testi sono entrati nella letteratura come al tempo del sentimentalismo il diario era entrato nella letteratura (prima era un fenomeno della vita quotidiana). I versi da album molto spesso sono dedicati alla padrona di casa dei salotti letterari ecc. Questi versi li recitavano gli ospiti del salotto, ma poi si sono messi anche a pubblicarli nelle antologie degli autori.

Dunque, sulla base di questa esauriente spiegazione, ho optato per la seguente traduzione: poesia da album.

Il problema della scelta dei traducenti non è stato l’unico che ho dovuto affrontare. Come già precedentemente accennato, il prototesto presenta un alto uso di termini settoriali. Quando però il termine settoriale in questione è un neologismo, le decisioni traduttologiche da prendere sono diverse. In particolare, mi riferisco alle difficoltà incontrate con il termine «noosphere».
In Semiospherical understanding, la prima volta in cui viene menzionata la parola è nella citazione di Ivanov, assieme alla parola «semiosphere».

The task of semiotics is to describe the semiosphere without which the noosphere is inconceivable […] (Semiospherical understanding 2003: 1).

Per quanto la traduzione di «semiosphere» potesse essere chiara, così come era chiaro il concetto stesso di «semiosphere», quello che al momento risultava oscuro era il concetto di «noosphere» e, a questo punto, anche il suo traducente.
Il primo passo è stato quello di capire il significato della parola «noosphere» e, conseguentemente, cercare un traducente idoneo per quel concetto. Tra i lemmi di un dizionario monolingue britannico, la parola «noosphere» non era menzionata, così come non lo era tra i lemmi di un dizionario bilingue italiano-inglese. Fallita questa ricerca, il secondo passo è stato cercare il significato della parola nella Rete ma, nonostante l’aiuto degli operatori booleani, la ricerca non ha prodotto risultati soddisfacenti. Allora ho optato per la consultazione dell’enciclopedia libera Wikipedia, dove mi è stato possibile trovare il significato di «noosphere» (the “sphere of human thought” being derived from the Greek νους (“nous“) meaning “mind“) ma solo in lingua inglese. Nella lingua italiana, infatti, la parola inglese non aveva nessun traducente.
Più avanti, nel prototesto, la parola «noosphere» ricompare. Questa volta, però, ne viene fornita una spiegazione:

As noosphere is the future living environment of the humankind, created in mutual agreement and on rational principles, it follows from this definition that semiotics must assist mankind in understanding both history and future (Semiosherical understanding 2003: 12).

Sulla base di questa parafrasi, mi sono resa conto che la definizione di «noosphere» fornita da Wikipedia non poteva essere applicata al mio contesto e che, nonostante il dizionario di italiano non includesse tra i suoi lemmi la parola «noosfera», quest’ultima era il traducente più preciso per la parola inglese «noosphere». E così, ricalcando il neologismo dell’autore, anche nella mia versione del metatesto ho deciso di riproporre lo stesso neologismo.

1.5.1. La gestione delle citazioni

Tornando al concetto di «semiosfera», quel gigantesco macrosistema nel quale le singole culture interagiscono, arricchendosi reciprocamente, essa ha una forte influenza sulla genesi di qualsiasi enunciazione che facciamo, scritta o orale che sia. Essendo, infatti, ogni enunciazione inserita in un contesto (la semiosfera), più questo è arricchito dalla cultura altrui, più l’enunciazione può essere influenzata da quest’ultima. E lo stesso Lotman, autore e semiotico spesso citato da Torop, vedeva questo interagire, questo rapporto tra culture (la cultura propria e la cultura altrui) come una possibilità benefica, per la semiosfera stessa, di fecondarsi e quindi evolversi.
Partendo da questa dinamica proprio-altrui, le singole culture all’interno della semiosfera si sviluppano soprattutto grazie al confronto con l’altro. E allo stesso modo Torop ha sviluppato il suo percorso discorsivo grazie al confronto con i pensieri e le idee dei suoi contemporanei. Da qui la presenza, nel suo articolo, di numerose citazioni che nel corso del tempo hanno influenzato il suo pensiero. Esse, e il modo in cui sono state gestite, oltre a rivelare lo stile di Torop, sono in qualche modo la testimonianza degli studi fatti dall’autore nel campo della semiotica, il frutto delle consultazioni di scritti esistenti. Nel caso di Semiospherical understanding, la citazione guida il lettore nella comprensione del messaggio, ma guida anche l’autore nella stesura del suo stesso pensiero, lungi però dall’essere sterile e statica. In questo modo, il prototesto presenta tutte le caratteristiche per potersi considerare un saggio compilativo, ossia un intertesto.

L’«intertesto» è il testo che contiene una citazione, un rimando o un’allusione a un altro testo (Osimo 2005: 15).

Sulla base dei parametri di implicitezza-esplicitezza di un intertesto, oltre a essere un saggio compilativo in quanto prodotto della consultazione di opere già esistenti, il prototesto è un intertesto esplicito in quanto sia la citazione sia la sua fonte sono dichiarate. La costante presenza di delimitatori grafici, infatti, aiuta il lettore a comprendere che l’autore ha inserito una citazione; la presenza tra parentesi dell’autore della citazione stessa, d’altro canto, rende noto l’autore e il documento da cui è stata estrapolata la citazione. Il tutto per mantenere il lettore costantemente informato sul percorso argomentativo sviluppato dal professore stesso.
Un’ultima osservazione in merito alle citazioni riguarda la loro “provenienza”. Se la funzione della citazione nel nostro prototesto è prevalentemente quella di informare, o meglio, di arricchire l’informazione veicolata dal prototesto stesso o magari di giustificarla, individuarne la provenienza può aiutare ancora di più nella comprensione del messaggio. Analizzando gli autori citati da Torop, tutti studiosi di semiotica presso l’università di Tartu, si evince che le fonti delle citazioni fanno parte sia del patrimonio culturale dell’autore stesso sia della cultura emittente di quel periodo (gli anni Novanta) e, ancora una volta, non fanno altro che arricchire il prototesto.

1.5.2. L’abbondanza di connettori logici

Infine, un’ultima osservazione in merito all’uso dei «connettori logici», quella parte invariabile del discorso che unisce due unità sintattiche in un rapporto di coordinazione o subordinazione, in funzione della dominante del prototesto.
A testimoniare il fatto che il prototesto ha come funzione principale quella di veicolare un messaggio, un’informazione, Torop fa un uso direi quasi abbondante di connettori logici, in particolare di «congiunzioni coordinate conclusive». Queste “parole gancio”, come «hence», «thus» o «therefore», sono elementi grammaticali che svolgono la funzione di collegare due proposizioni, periodi o parti di un testo e, nel caso particolare delle conclusive, hanno l’obiettivo di unire tra loro due elementi di cui il secondo costituisce la logica conclusione del primo. Infatti, ogni qualvolta Torop usa, all’interno di un periodo, un connettore di questo tipo, lo fa perché vuole concludere il suo ragionamento, indirizzando il lettore verso la spiegazione più logica del concetto.
Ancora una volta, dunque, grazie all’uso di questi connettori, il prototesto risulta avere una maggiore chiarezza e coesione, oltre ad essere ben strutturato, testimonianza di uno stile lineare e preciso.

Riferimenti bibliografici

DELLINO, DARIO, Opere d’arte, Le porte per il divino, Bari, 2004, Università degli studi di Bari, http://www.lingue.uniba.it/plat/pagine/dipartimento/rassegna%20stampa/giugno%202004.htm
Il formalismo russo, Letteratour, consultato nel mese di dicembre 2007, http://www.letteratour.it/teorie/A05formal01.htm
LOTMAN, ÛRIJ, La Semiosfera, Venezia, Marsilio, 1985, 66, ISBN 88-317-4703-7
OSIMO, BRUNO, Propedeutica della traduzione. Corso introduttivo con tavole sinottiche, Milano, Hoepli, 2001, ISBN 88-203-2935-2.
PEZZINI, ISABELLA e SEDDA, FRANCISCO, Semiosfera, Cultural Studies, consultato nel mese di dicembre 2007, http://www.culturalstudies.it/dizionario/lemmi/semiosfera_b.html
TOROP, PEETER, La traduzione totale, (a cura di) B. Osimo, Rimini, Guaraldi, 2000, ISBN 88-8049-195-4
TYNÂNOV, ÛRIJ, Avanguardia e tradizione, traduzione di S. Leone, Dedalo, 1968, ISBN 88-2200-104-4, disponibile all’indirizzo http://books.google.com/books?id=pFVMNZkhS5UC&dq=isbn:8822001044&hl=it
VITACOLONNA, LUCIANO, Qualcosa di semiotica, Theorèin, Nozioni di semiotica, Maggio 2004, http://www.theorein.it/letteratura/letita/vitacolonna/articoli/articolo%2002%20qualcosa%20di%20semiotica.html

2. Traduzione con testo a fronte

Semiospherical Understanding: Textuality

The relevance of semiotics is increasing both in science and in culture. On the one hand, semiotics offers methodological support to the sciences the development of which has been bound up with interdisciplinary dialogue with other sciences and which are in need of methodological innovation in order to locate their shifted borders. On the other hand, culture and nature as the environment of human life have also changed, and this, in turn, requires a new understanding of how to comprehend and explain this changed environment or, in other words, how to define epistemologically the object of inquiry. Thus, the disciplinary structure of sciences has changed, interdisciplinarity has given rise to new types of scientific dialogue in the form of multi-, cross- or transdisciplinarity, but at the same time also objects of sciences have changed. Especially in the humanities and in the social sciences, due to the (technological) development of media environment and due to the creolization and hybridisation of languages of culture, objects of research have changed so rapidly that semiotics has become both a methodological as well as an applicational resource for securing sustainable development of these sciences. Traditional science and traditional culture have arrived at a stage where fragmented understanding of culture, society and nature has reached a crisis of holism. Restoration of holistic approach presupposes that the methodological principles of applicational analysis of culture, of the sciences that investigate culture, and the principles of cultural autocommunication and identity education are fruitfully combined into a unified whole. Compared to other sciences, semiotics has great advantages in creating such symbiosis.
One of the founders of the Tartu-Moscow School of Semiotics, Vyatscheslav Vs. Ivanov, has concluded his study “The outlines of the prehistory and history of semiotics” with an epilogue where he emphasizes both the scientific as well as the social value of semiotics and defines the main task of semiotics: “The task of semiotics is to describe the semiosphere without which the noosphere is inconceivable. Semiotics has to help us in orienting in history. The joint effort of all those who have been active in this science or the whole cycle of sciences must contribute to the ultimate future establishment of semiotics” (Ivanov 1998: 792).

La comprensione nella semiosfera: testualità

L’importanza della semiotica è in costante aumento sia nel campo della scienza che in quello della cultura. Da un lato, la semiotica dà un sostegno metodologico alle scienze, il cui sviluppo è stato legato al dialogo interdisciplinare con altre scienze, che necessitano di un’innovazione metodologica al fine di individuare i loro nuovi confini. Dall’altro, anche cultura e natura, in quanto ambienti della vita umana, sono cambiate e questo, a sua volta, comporta capire nuovamente come comprendere e spiegare questo cambiamento “ambientale” o, in altre parole, come definire epistemologicamente l’oggetto di indagine. Perciò, la struttura disciplinare delle scienze è cambiata, l’interdisciplinarità ha dato luogo a nuovi tipi di dialogo scientifico sotto forma di multidisciplinarità, disciplinarità incrociata e transdisciplinarità, ma, allo stesso tempo, anche gli oggetti delle singole scienze sono cambiati. Soprattutto nelle scienze umanistiche e sociali, in séguito allo sviluppo (tecnologico) dell’ambiente mediatico e alla creolizzazione e ibridazione dei linguaggi della cultura, gli oggetti di ricerca sono cambiati così rapidamente che la semiotica non solo è diventata una risorsa metodologica, ma è anche una risorsa applicativa per garantire lo sviluppo sostenibile di queste scienze. La scienza tradizionale e la cultura tradizionale sono arrivate al punto in cui la concezione frammentata della cultura, della società e della natura ha messo in crisi la visione olistica. Il ripristino dell’approccio olistico presuppone che i princìpi metodologici dell’analisi applicativa della cultura, delle scienze che esaminano la cultura, e i princìpi dell’autocomunicazione culturale e della formazione d’identità siano proficuamente combinati in un insieme unitario. Rispetto ad altre scienze, la semiotica ha grandi vantaggi nel creare tale simbiosi.
Uno dei fondatori della scuola semiotica di Tartu-Mosca, Vâčeslav V. Ivanov, ha concluso il suo studio I lineamenti della storia e della preistoria della semiotica con un epilogo dove metteva in evidenza sia il valore scientifico che quello sociale della semiotica, definendo la funzione principale sella stessa: «La principale funzione della semiotica è quella di descrivere la semiosfera, senza la quale sarebbe inconcepibile la noosfera. La semiotica deve aiutarci ad orientarci nella storia. Lo sforzo comune di tutti quelli che si sono attivati per questa disciplina o per l’intero insieme di discipline deve contribuire all’istituzione definitiva della semiotica» (Ivanov 1998: 792).
The semiospheric approach to semiotics and especially to semiotics of culture entails the need of juxtaposing several terminological fields. Among the most important, the fields of textuality, chronotopicality, and multimodality or multimediality should be listed.
The field of textuality is related to the development of semiotics of culture, especially in view of the works of Y. Lotman; the field of chronotopicality originated in the works of Mikhail Bakhtin, and the field of multimodality (multimediality) is connected at its roots with the works of Roman Jakobson. It is the interweaving of these three terminological and conceptual fields that has brought about both methodological and metalinguistic interference, as a result of which we now have to speak about creolization and hybridisation of metalanguage. But the same processes take place also inside these fields and therefore it would be expedient to investigate the three fields first of all individually. The present paper is devoted to the first one of these, the field of textuality.
Textuality in this paper denotes a general principle with the help of which it is possible to observe and to interpret different aspects of the workings of culture. The concept of textuality is meant to bridge two poles between which the main problems of describing and explaining cultures are located. One pole is marked by the opposition statics – dynamics, the other by the opposition part – whole. These two pairs of concepts are in fact closely related and their separation into two poles is necessary only for observing temporal dynamics. Through the concept of textuality, also the productivity of cultural-semiotic way of reasoning and the ability of semiotics of culture to function as a foundation science for other disciplines studying culture will become apparent.
The concept of textuality merges several questions that are methodologically relevant for all the disciplines investigating culture. First of all, there is the question of models that are used to describe culture. There does not exist a general science of culture as a separate discipline, and therefore a general study of culture must take into account the different notions that different disciplines have of this universal research object, and to look for correlations between different models of culture.
Models of culture are methodologically designed and metalinguistically formulated by the disciplines that have created them, and therefore it is vital that

L’approccio semiosferico alla semiotica e, soprattutto, alla semiotica della cultura, implica il bisogno di giustapporre diversi campi terminologici. Tra i più importanti, vanno citati i campi della testualità, della cronotopicità e della multimodalità o multimedialità.
Il campo della testualità è legato allo sviluppo della semiotica della cultura, soprattutto in considerazione delle opere di Û. Lotman; il campo della cronotopicità è nato dalle opere di Mihail Bahtin; mentre le radici del campo della multimodalità (multimedialità) sono legate alle opere di Roman Jakobson. È l’intrecciarsi di questi tre campi terminologici e concettuali ad aver determinato un’interferenza metodologica e metalinguistica a un tempo. Come risultato di ciò, siamo costretti a parlare di creolizzazione e ibridazione del metalinguaggio. Ma gli stessi processi si verificano anche all’interno di questi campi; sarebbe, pertanto, opportuno analizzare i tre campi prima di tutto separatamente. Questo articolo è completamente dedicato al primo di questi campi, la testualità.
In questo articolo, la testualità rappresenta un principio generale con l’aiuto del quale è possibile osservare e interpretare i diversi aspetti dei meccanismi della cultura. Il concetto di testualità vuole collegare due poli, in mezzo ai quali sono localizzati i principali problemi di descrizione e spiegazione delle culture. Un polo è caratterizzato dall’opposizione statico-dinamico, l’altro dall’opposizione parte-tutto. In realtà, queste due coppie di concetti sono strettamente collegate e la loro separazione in due poli è necessaria solo per l’osservazione delle dinamiche temporali. Attraverso il concetto di «testualità», diventeranno evidenti anche la produttività del ragionamento semiotico-culturale e la capacità della semiotica della cultura di funzionare come scienza fondatrice delle altre discipline che studiano la cultura.
Il concetto di «testualità» raggruppa diversi principi metodologicamente importanti per tutte le discipline che studiano la cultura. Prima di tutto, emerge la questione dei modelli usati per descrivere la cultura. Non esiste una scienza generale della cultura come disciplina a sé stante; pertanto, uno studio generale della cultura deve prendere in considerazione le diverse concezioni che le diverse discipline hanno di questo oggetto di ricerca universale e deve cercare una relazione tra i vari modelli della cultura.
I modelli della cultura sono progettati metodologicamente e formulati metalinguisticamente dalle discipline che li hanno creati ed è perciò fondamentale che
a general treatment of culture identifies the autonomy and blending of description languages and takes into account the metalinguistic translation process. Besides the characteristics of the description language, deriving from the specificity of a particular cultural model, also the existence of prestige languages in culture and the tendency of several research areas to translate themselves into the prestige language should be taken into account. Therefore, in some cases there is no direct correspondence between the object described, the describing discipline and the description language used. This brings us to the issue of relations that a metalanguage has with the object described and with other metalanguages or a prestige language.
Between culture as a complex research object and culture as a functioning system, or, methodologically speaking, between description languages (metalanguages) of culture and (object language(s) of) the process of culture there is a linguistically heterogeneous sphere of culture’s self-description. In the self-description of culture, meta- and object levels are not usually easily discernible, as self-description is a dynamic autocommunicative process that is difficult to observe due to its mutability. An answer to the question of the observability of culture’s self-description can be sought, through the concept of textuality, foremost from the aspect of the relations between communication and metacommunication.
Another issue that arises in connection with a dynamic research object is the definition of research- or articulation units. Textuality combines in itself text as a well-defined artefact and textualization as an abstraction (presentation or definition as text). In culture, we can pose in principle the same questions both to a concrete and to an abstract text, although an abstract text is only an operational means for defining, with the help of textualization, a certain phenomenon in the interests of a holistic and systemic analysis. The practice of textualization in turn helps us to understand the necessity of distinguishing between articulation emerging from the textual material itself and articulation ensuing from textuality or textualization — the former provides for comparability between texts made from the same material, the latter makes comparable all textualized phenomena irrespective of their material.

una trattazione generale della cultura identifichi l’autonomia e la fusione dei linguaggi descrittivi, oltre a prendere in considerazione il processo di traduzione metalinguistica. Oltre alle caratteristiche dei linguaggi descrittivi, che derivano dalla specificità di un dato modello culturale, vanno prese in considerazione anche la presenza dei linguaggi di prestigio nella cultura e la tendenza di diverse aree di ricerca a tradursi in linguaggi di prestigio. Per questo, in alcuni casi, non c’è una corrispondenza diretta tra l’oggetto descritto, la disciplina che descrive e il linguaggio descrittivo usato. E ciò ci conduce alle relazioni che un metalinguaggio ha con l’oggetto descritto e con altri metalinguaggi o linguaggi di prestigio.
Tra la cultura come oggetto di ricerca complesso e la cultura come sistema di funzionamento o, metodologicamente parlando, tra i linguaggi descrittivi (metalinguaggi) della cultura e il (linguaggio(i) oggetto del) processo della cultura c’è una sfera dell’autodescrizione della cultura linguisticamente eterogenea. Nell’autodescrizione della cultura, il livello del metalinguaggio e quello del linguaggio oggetto di solito non sono facilmente distinguibili, dal momento che l’autodescrizione è un processo autocomunicativo dinamico difficile da osservare a causa della sua mutevolezza. Una risposta al quesito dell’osservabilità dell’autodescrizione della cultura può essere ricercata, mediante il concetto di «testualità», anzitutto nell’aspetto delle relazioni tra comunicazione e metacomunicazione.
Un altro problema che sorge in relazione all’oggetto di ricerca dinamico è la definizione delle unità di ricerca o articolazione. La testualità combina in sé il testo come manufatto ben definito e la testualizzazione come concetto astratto (presentazione o definizione come testo). Nella cultura, possiamo in teoria porci le stesse domande sia per un testo concreto sia per uno astratto, sebbene un testo astratto sia solo un mezzo operativo per definire, con l’aiuto della testualizzazione, un certo fenomeno, nell’interesse di un’analisi olistica e sistemica. A sua volta, la pratica della testualizzazione ci aiuta a comprendere la necessità di distinguere tra l’articolazione che emerge dal materiale testuale in sé e l’articolazione che deriva dalla testualità o dalla testualizzazione – la prima tiene conto della comparabilità tra i testi dello stesso materiale; la seconda rende tutti i fenomeni testualizzati paragonabili, indipendentemente dal loro materiale.

The question of textuality is also a question of understanding the ontology of text. Both the ontology of text and the stance toward it have gradually altered in relation to many changes in culture. First, there can be observed a decrease in logocentrism and increase in the role of visual and audiovisual perception, and consequently it has to be acknowledged that there has been a shift in the hierarchy of perception channels in culture. An early and intensive visual experience leaves its mark also on traditional spheres of culture, and therefore, with each successive generation, there is reason to speak about changed attitudes with respect to literature, theatre, cinema or art, and, accordingly, also about changes in the relationships between those areas in culture. Secondly, processes of culture are so intensive and so diffuse that perceptual processes have become complementary: the consumption of metatexts can precede the consumption of the texts themselves, or, in other words, the boundary between the properties of being primary or secondary is not always visible nor important. Another important feature is the perception of a single event in communities of different types — in intertextual, interdiscursive or intermedial spaces. This, in turn, brings about transformation in whole-part relationships: the diffuse existence of a whole causes the autonomy of parts, and on the principle of pars pro toto, the whole may be represented by very different parts, while the relationship of parts with the whole can be implicit, discernible only to an expert. Hence, also the expert’s mission in culture has changed, since the observing of a diffused whole and the uniting of diffused parts into a whole are becoming an important activity securing the coherence of culture, observing, diagnosing and making prognoses for the functioning of culture as a whole. The emergence of new processes in culture has created a double identity for texts: on the one hand, every text is a result of individual creation, while on the other hand, a text exists in culture as a diffuse mental whole and subsists in this form in the collective cultural memory. A mental text is an abstract whole the structure of which depends on the amount and types of textual transformations (including transformations of text’s parts) in a given culture or, more narrowly, in a given cultural situation. Following from the principle of textuality, investigation of a text means juxtaposing both individual and cultural ontologies, juxtaposing both in time and in space.

La questione della testualità è anche una questione di comprensione dell’ontologia del testo. Sia l’ontologia del testo sia l’atteggiamento nei suoi confronti si sono progressivamente alterati in relazione ai diversi cambiamenti avvenuti nella cultura. In primo luogo, è possibile osservare una diminuzione del logocentrismo e un aumento del ruolo della percezione visiva e audiovisiva, e bisogna poi ammettere che c’è stato un cambiamento nella gerarchia dei canali di percezione nella cultura. Un’esperienza visiva intensiva lascia il segno persino nelle sfere tradizionali della cultura e, quindi, per ogni generazione successiva, c’è motivo di parlare di cambio d’atteggiamento in merito alla letteratura, al teatro, al cinema o all’arte e, di conseguenza, di cambi nelle relazioni tra quelle aree della cultura. In secondo luogo, i processi della cultura sono così intensivi e diffusi che i processi percettivi sono diventati complementari: il consumo dei metatesti può precedere il consumo dei testi stessi o, in altre parole, il confine tra le proprietà dell’essere primario o secondario non è sempre visibile, tanto meno importante. Un’altra caratteristica rilevante è la percezione di un singolo evento nelle comunità di diverso tipo – negli spazi intertestuali, interdiscorsivi o intermediali. Questo, a sua volta, determina la trasformazione delle relazioni tra il tutto e le parti: l’esistenza diffusa di un tutto causa l’autonomia delle parti e, nel principio della pars pro toto, il tutto potrebbe essere rappresentato da parti molto differenti, mentre la relazione tra le parti con il tutto può essere implicita, percepibile solo dagli esperti. Pertanto, anche la missione degli esperti nel campo della cultura è cambiata, dal momento che l’osservazione di un tutto diffuso e l’unione delle parti diffuse in un tutto stanno diventando un’attività importante per assicurare coerenza alla cultura, osservare, diagnosticare e pronosticare il funzionamento della cultura come un tutto. L’emergere dei nuovi processi culturali ha generato una doppia identità dei testi: da un lato, ogni testo è il risultato della creazione individuale, mentre, dall’altro, un testo esiste nella cultura come un tutto mentale e diffuso e sussiste in questa forma nella memoria culturale collettiva. Un testo mentale è un tutto astratto la cui struttura dipende dalla quantità e dai tipi di trasformazioni testuali (comprese le trasformazioni delle parti dei testi) in una data cultura o, più precisamente, in una data situazione culturale. Dal principio di «testualità» discende che analizzare un testo significa giustapporre sia le ontologie individuali che quelle culturali, una giustapposizione temporale e spaziale a un tempo.

Synchrony and diachrony as statics and dynamics
Polemics with F. de Saussure has influenced the development of ideas of several disciplinary trends, including Russian formalism, Prague Linguistic Circle and Danish glossematics. F. de Saussure’s “Cours de linguistique générale” contrasts synchrony and diachrony, denying at the same time the possibility of panchronic analysis of concrete linguistic facts. The reason for this lies in the divergent nature of facts belonging to the diachronic order and to the synchronic order. It is characteristic that F. de Saussure deliberately avoids the term “historical linguistics” and he prefers, when contrasting the two linguistics, to use the term “evolutionary linguistics” to denote the branch investigating the succession of linguistic states, and the term “static linguistics” to denote the branch investigating the linguistic states themselves. In order to secure greater clarity in this contrast, F. de Saussure started calling anything related to statics, “synchrony”, and anything related to evolution, “diachrony” (Saussure 1977: 114).
One of the leading figures of Russian Formalism, in many ways yet undiscovered Y. Tynianov, wrote in his 1924 paper “Literary fact”: “Literary fact is [internally] heterogeneous, and in this sense literature is an incessantly evolutioning order” (Tynianov 1977: 270). A few years later in the paper “On literary evolution” (1927) he specifies that the study of literary history needs to address also the living contemporary literature. As Tynianov claims, historical studies of literature were until then occupied either with the genesis of literary phenomena or with the evolution of literary order (Tynianov 1977: 271). The question of literary order or system is for Tynianov inseparable from the question of function: “A literary system is first of all a system of the functions of the literary order which are in continual interrelationship with other orders. Systems change in their composition, but the differentiation of human activities remains. The evolution of literature, as of other cultural system, does not coincide either in tempo or in character with the systems with which it is interrelated. This is owing to the specificity of the material with which it is concerned. The evolution of the structural function occurs rapidly; the evolution of the literary function occurs over epochs; and the evolution of the functions of a whole literary system in relation to neighbouring systems occurs over centuries”(Tynianov 1977:277). In Tynianov’s system, we can observe the relatedness

Sincronia e diacronia: statica e dinamica
La polemica nei confronti di F. de Saussure ha influenzato lo sviluppo delle idee di diverse tendenze disciplinari, compreso il formalismo russo, il Circolo linguistico di Praga e la glossematica danese. Il Cours de linguistique générale di F. de Saussure mette a confronto la sincronia con la diacronia, negando allo stesso tempo la possibilità di un’analisi pancronica dei fatti linguistici concreti. La ragione di ciò sta nella natura contrastante dei fatti appartenenti all’ordine diacronico e a quello sincronico. È tipico di F. de Saussure evitare intenzionalmente la denominazione «linguistica storica» e preferire, quando si mettono a confronto le due linguistiche, l’uso del nome «linguistica evolutiva» per denotare la branca che analizza la successione degli stati linguistici e del nome «linguistica statica» per denotare la branca che analizza gli stati stessi della linguistica. Per rendere le cose più chiare in questo contrasto, F. de Saussure ha cominciato a chiamare ogni cosa che si riferisse alla statica «sincronico» e ogni cosa si riferisse al movimento «diacronico» (Saussure 1977: 114).
Una delle figure principali del formalismo russo, per molti aspetti ancora sconosciuto, Û. Tynânov, nel suo articolo Il fatto letterario del 1924 ha scritto: «La realtà letteraria è [al suo interno] eterogenea e, in questo senso, la letteratura è un ordine in continua evoluzione» (Tynânov 1977: 270). Pochi anni più tardi, nell’articolo Sulla evoluzione letteraria (1927) ha specificato che lo studio della storia letteraria ha bisogno di dedicarsi anche alla letteratura contemporanea. Come afferma Tynânov, gli studi storici della letteratura sino ad allora si occupavano o della genesi dei fenomeni letterari o dell’evoluzione dell’ordine letterario (Tynânov 1977: 271). Per Tynânov la questione dell’ordine o del sistema letterario è inseparabile da quella della funzione: «Un sistema letterario è prima di tutto un sistema di funzioni dell’ordine letterario, funzioni in constante interrelazione le une con le altre. I sistemi cambiano nella loro composizione, ma la differenziazione delle attività umane persiste. L’evoluzione della letteratura, come degli altri sistemi culturali, non coincide con i sistemi con cui è correlata né per ritmo né per carattere. Ciò è dovuto alla specificità del materiale di cui si occupa. L’evoluzione della funzione strutturale si verifica rapidamente; l’evoluzione della funzione letteraria si verifica nel corso di epoche; e l’evoluzione delle funzioni dell’intero sistema letterario in relazione ai sistemi vicini si verifica nell’arco di secoli» (Tynânov 1977: 277). Nel sistema di Tynânov, è possibile osservare la relazione

of literary order to other orders — with the order of everyday life, the order of culture, social order. Everyday life is correlated with literary order in its verbal aspect, and thus, literature has a verbal function in relation to everyday life. An author’s attitude towards the elements of his text expresses structural function, and the same text as a literary work has literary function in its relations to the literary order. The return influence of literature on everyday life, again, expresses social function. The study of literary evolution presupposes the investigation of connections first of all between the closest neighbouring orders or systems, and the logical path leads from the structural to the literary function, from the literary to the verbal function. This follows from the position that “evolution is the change in interrelationships between the elements of a system – between functions and formal elements” (Tynianov 1977:281; see also Torop 1995-1996). Hence, evolution is understood as the alternation of systems (at times, alternation is slow and continuous; at times, abrupt) where formal elements do not disappear but gain new functions. It is necessary to understand that a system is not a reciprocal influence of all the elements: some elements have greater import (dominant) and deform others, and it is through the dominant that a work gains its literary importance (Tynianov 1977: 277). The interpretation of the structural function coincides to a large extent with the interpretation of the dominant, since the relations between the elements of a work can be described in at least two ways. Every element of a work can be juxtaposed with other similar elements in other works-systems, even in other orders — this is called “synfunction” by Tynianov. At the same time, each element is related to other elements of its own system, which is called “auto-function” by Tynianov (1977: 272). Thus, each element has at least two functional parameters.
Better known in the modern reception of Tynianov’s works is the opposition genesis and tradition, originally presented in his earlier article “Tyutchev and Heine” (1922). Genesis of a literary phenomenon belongs to the sphere of accidental transferences from a language into another language, from a literature into another literature, while tradition refers to regularities taking place within one particular national literature (Tynianov 1977: 29). Thus, also genesis and tradition constitute two parameters of one phenomenon, and these two parameters need to be juxtaposed in order to

dell’ordine letterario con gli altri ordini – con l’ordine della vita di tutti i giorni, della cultura, con l’ordine sociale. La vita di tutti i giorni, nei suoi aspetti verbali, è collegata all’ordine letterario e, perciò, la letteratura ha una funzione verbale in relazione alla vita di tutti di giorni. L’atteggiamento di un autore verso gli elementi del testo esprime una funzione strutturale, e lo stesso testo come opera letteraria ha una funzione letteraria verso l’ordine letterario. E ancora: l’influenza di ritorno della letteratura sulla vita di tutti i giorni esprime una funzione sociale. Lo studio dell’evoluzione letteraria presuppone di indagare le connessioni prima di tutto tra gli ordini o i sistemi più vicini, e il sentiero logico porta dalla funzione strutturale a quella letteraria, dalla funzione letteraria a quella verbale. Da ciò discende la posizione secondo la quale «l’evoluzione è il cambiamento delle interrelazioni tra gli elementi del sistema – tra le funzioni e gli elementi formali» (Tynânov 1977: 281; vedi anche Torop 1995-1996). Pertanto, per «evoluzione» s’intende l’alternanza di sistemi (a volte l’alternanza è lenta e continua; a volte è brusca) dove gli elementi formali non scompaiono ma assumono nuove funzioni. È necessario comprendere che un sistema non è un’influenza reciproca di tutti gli elementi: alcuni elementi hanno un’importanza maggiore (la dominante) e deformano gli altri, ed è attraverso la dominante che un’opera acquisisce la sua importanza letteraria (Tynânov 1977: 277). L’interpretazione della funzione strutturale coincide in larga misura con l’interpretazione della dominante, dal momento che le relazioni tra gli elementi di un’opera possono essere descritte in almeno due modi. Ogni elemento di un’opera può essere giustapposto con altri elementi simili in altri sistemi di opere, persino in altri ordini – questo è ciò che Tynânov chiama «sin-funzione». Allo stesso tempo, ogni elemento è relazionato agli altri elementi del suo stesso sistema, ciò che Tynânov chiama «auto-funzione» (Tynânov 1977: 272). Pertanto, ogni elemento ha almeno due parametri funzionali.
Meglio conosciuta nella ricezione moderna delle opere di Tynânov è l’opposizione «genesi» e «tradizione», originariamente presentata nel suo primo articolo Tûtčev e Heine (1922). La genesi di un fenomeno letterario appartiene alla sfera dei trasferimenti casuali da una lingua a un’altra, da una letteratura a un’altra, mentre la tradizione si riferisce alle regolarità che hanno luogo all’interno di una data letteratura nazionale (Tynânov 1977: 29). Pertanto, anche la genesi e la tradizione costituiscono due parametri di uno stesso fenomeno, ed è necessario giustapporre questi parametri per
get a maximally multifaceted picture of reality. The distinction between genesis and tradition makes it possible, in the case of one and the same text, to speak about TEXT OF GENESIS and TEXT OF TRADITION. Text of genesis is an implicit system reflecting the subjectivity and the fortuitous nature of the creative process, a system that a researcher can reconstruct as unique. Text of tradition, on the other hand, expresses explicit belonging to a movement, style, grouping or genre, as well as causal or typological relations with predecessors or successors. A text exhibiting explicit characteristics of classicism or romanticism is certainly a text of tradition, but at the same time it does not lose its uniqueness, which remains present in the implicit authorial poetics and in which text of genesis can be discerned. Whether it is text of tradition, text of genesis or their symbiosis — what is searched for in a literary text depends on the epoch and on the reader.
The movement of Russian Formalism toward Prague Linguistic Circle is marked by a programmatic article “Problems of investigating literature and language” (1928), written jointly by Y. Tynianov and R. Jakobson. This short research program reveals already a direct polemics with F. de Saussure. The authors object to the opposition of synchrony and diachrony on the grounds that in reality these two cannot be studied in isolation: “History of a system is in turn a system. Pure synchronism now proves to be an illusion: every synchronic system has its past and its future as inseparable structural elements of the system…[...] The opposition between synchrony and diachrony was an opposition between the concept of system and the concept of evolution; thus it loses its importance in principle as soon as we recognize that every system necessarily exists as an evolution, whereas, on the other hand, evolution is inescapably of a systemic nature” (Tynianov 1977:282). Therefore, what is of foremost importance in this approach is the understanding that synchrony incorporates different time periods, that each cross-segment of synchrony may be related to most different epochs: “The concept of a synchronic literary system does not coincide with the naively envisaged concept of a chronological epoch, since the former embraces not only works of art which are close to each other in time but also works which are drawn into the orbit of the system from foreign literatures or previous epochs. An indifferent cataloguing of coexisting phenomena is not sufficient; what is important is

avere un quadro il più poliedrico possibile della realtà. La distinzione tra genesi e tradizione ci permette, nel caso di un testo, di parlare di «testo della genesi» e di «testo della tradizione». Il testo della genesi è un sistema implicito che riflette la soggettività e la natura fortuita del processo creativo, un sistema che un ricercatore può ricostruire in quanto unico. Il testo della tradizione, d’altro canto, esprime l’appartenenza esplicita a un movimento, uno stile, un’organizzazione o un genere testuale, così come le relazioni fortuite o tipologiche con i predecessori o successori. Un testo che mostra le caratteristiche esplicite del classicismo o del romanticismo è senza dubbio un testo della tradizione, ma allo stesso tempo non perde la sua unicità, che rimane presente nella poetica implicita dell’autore e dalla quale si può discernere il testo della genesi. Che sia il testo della tradizione, il testo della genesi o la loro simbiosi, ciò che si ricerca in un testo letterario dipende dall’epoca e dal lettore.
Rispetto al Circolo linguistico di Praga, il formalismo russo è caratterizzato da un articolo programmatico, I problemi di studio della letteratura e del linguaggio (1928), scritto in comune da Û. Tynânov e R. Jakobson. Questo breve programma di ricerca rivela già una polemica diretta contro F. de Saussure. Gli autori si oppongono alla contrapposizione sincronia-diacronia ritenendo che in realtà i due concetti non possano essere studiati isolatamente: «La storia di un sistema è a sua volta un sistema. La pura sincronia dimostra ora di essere un’illusione: ogni sistema sincronico ha il suo passato e il suo futuro, inseparabili elementi strutturali del sistema […] L’opposizione tra sincronia e diacronia era un’opposizione tra il concetto di sistema e quello di evoluzione; pertanto, in linea di principio, perde la sua importanza non appena si riconosce che ogni sistema esiste necessariamente come un’evoluzione, mentre, dall’altro lato, l’evoluzione è inevitabilmente di natura sistemica» (Tynânov 1977: 282). Pertanto, la cosa più importante in questo approccio è comprendere che la sincronia incorpora diverse epoche, che ogni segmento incrociato della sincronia può essere collegato alle epoche più diverse: «Il concetto di un sistema letterario sincronico non coincide con il concetto semplicemente immaginato di epoca cronologica, dal momento che il primo comprende non solo opere d’arte vicine nel tempo ma anche opere attratte nell’orbita del sistema dalle letterature straniere di epoche precedenti. Una catalogazione indifferente dei fenomeni coesistenti non è sufficiente; ciò che ha rilievo è
their hierarchical significance for the given epoch” (Tynianov 1977:283). On the other hand, it is emphasized that the identification of immanent regularities of literary history should be inseparably connected with the identification of the ways in which literary order and other historical orders (systems) relate to each other. Relatedness as a system of systems has its own structural laws that need to be identified. The authors caution us against isolated study: “It is methodologically detrimental to investigate correlation of systems without taking into account immanent laws of each individual system” (Tynianov 1977: 283). In the program of Y. Tynianov and R. Jakobson, it is possible to foresee the modern juxtaposition of TEXT OF HISTORY and TEXT OF CULTURE as parameters of a single text.
In linguistics, the same trend is continued during the 1930-1940ies by the Danish glossematician L. Hjelmslev. He starts out with an observation that humanities have neglected their most important task — to establish the investigation of social phenomena as a science. The description of social phenomena must choose between two possibilities.
The first possibility is poetic description; the second possibility lies in the combination of poetic and scientific treatment as two coordinate forms of description. The choice between the two possibilities should proceed from an answer to the question whether a process has an underlying system: “A priori it would seem to be a generally valid thesis that for every process [including historical processes] there is a corresponding system, by which the process can be analysed and described by means of a limited number of premisses. It must be assumed that any process can be analysed into a limited number of elements recurring in various combinations. Then, on the basis of this analysis, it should be possible to order these elements into classes according to their possibilities of combination” (Hjelmslev 1963: 9). In L. Hjelmslev’s view, it should be feasible to calculate the number of all possible combinations, and this would yield a much more objective description: “A history so established should rise above the level of mere primitive description to that of a systematic, exact, and generalizing science, in the theory of which all events (possible combinations of elements) are foreseen” (Hjelmslev 1963: 9). L Hjelmslev juxtaposes process as a relational (both-and function) hierarchy and system as a correlational (either-or function) hierarchy,

la loro importanza gerarchica per quella data epoca» (Tynânov 1977: 283). D’altro canto, si sottolinea che l’identificazione di regolarità immanenti della storia letteraria dovrebbe essere collegata in modo inseparabile all’identificazione dei modi in cui l’ordine letterario e gli altri ordini (sistemi) storici si relazionano gli uni con gli altri. La connessione in un sistema di sistemi ha le sue regole strutturali che è necessario identificare. Gli autori ci mettono in guardia contro uno studio isolato: «È metodologicamente dannoso analizzare la correlazione di sistemi senza prendere in considerazione le regole immanenti di ogni singolo sistema» (Tynânov 1977: 283). Nel programma di Û. Tynânov e R. Jakobson è possibile prevedere la giustapposizione moderna tra «testo della storia» e «testo della cultura» come parametri di un singolo testo.
Nella linguistica, la stessa tendenza è stata portata avanti nel corso degli anni Trenta e Quaranta dal glossematico danese L. Hjelmslev. Egli parte dall’osservazione secondo la quale le discipline umanistiche hanno trascurato il loro compito più importante: fare dell’investigazione dei fenomeni sociali una scienza. La descrizione dei fenomeni sociali deve scegliere tra due possibilità. La prima riguarda la descrizione poetica; la seconda consiste nella combinazione tra la trattazione poetica e quella scientifica come due forme coordinate di descrizione. La scelta tra le due possibilità dovrebbe procedere da una risposta alla domanda: «Un processo ha un sistema soggiacente?»: «A priori sembrerebbe una tesi valida a livello generale il fatto che per ogni processo [compresi i processi storici] ci sia un sistema corrispondente, attraverso il quale il processo può essere analizzato e descritto mediante un numero limitato di premesse. Bisogna supporre che ogni processo può essere analizzato in un numero limitato di elementi che ricorrono in varie combinazioni. Allora, sulla base di questa analisi, potrebbe essere possibile ordinare questi elementi in classi in base alle loro possibili combinazioni» (Hjelmslev 1963: 9). Nell’ottica di Hjelmslev, il numero di tutte le combinazioni possibili dovrebbe essere calcolabile, e ciò darebbe luogo ad una descrizione molto più oggettiva: «una storia così stabilita potrebbe superare il livello di una descrizione puramente primitiva fino a diventare una scienza sistematica, esatta e generalizzante, nella cui teoria sono previsti tutti gli eventi (combinazioni possibili di elementi)» (Hjelmslev 1963: 9). L. Hjelmslev giustappone il processo come gerarchia relazionale (funzione both-and) e il sistema come gerarchia correlazionale (funzione either-or),
associating these terms also with text and language, respectively. What is noteworthy here is not the association of this opposition with the treatment of paradigmatics and syntagmatics (especially in the works of R. Jakobson), but L. Hjelmslev’s aim to create separate metalanguages for investigating system and process. Thus, a process would be investigated in one metalanguage and the system underlying this process would be investigated in another metalanguage, although the two metalanguages would be correlated with each other. This is exactly the issue that is encountered by researchers who attempt to analyse e.g. a literary work as simultaneously a historical phenomenon and as a contemporary with a particular epoch. In such case, metalinguistic bilingualism would help to avoid mixed language. To extend this logic further, L. Hjelmslev’s innovative insight could be marked with the terminological pair TEXT OF SYSTEM and TEXT OF PROCESS, where text as system and text as process would manifest only as special cases of this opposition. Although to a different degree, the dimension of history would be present in both descriptions, similarly to the case of Y. Tynianov’s concepts of genesis and tradition.
Closer to the present time, among the manifestations of the same trend of thinking the New Historicist approach should be mentioned first, in whose vocabulary “historical context” has been substituted with “cultural system” and where relations between text and culture are seen as inherently intertextual, with intertextuality taking place between two types of text, text of literature and text of culture (see White 1989: 294). Any literary event is therefore a diachronic text of the autonomous history of literature and a synchronic text of the cultural system (White 1989: 301).
An example of the further development of the same line of thinking is provided by A. Assmann’s concept of cultural text. As a subsystem of culture, literature itself is also a cultural text; however, one and the same text has different properties as a literary text and as a cultural text. From the aspect of the relationship of identity, a literary text is a means of individual communication, while for a cultural text, a reader is foremost a representative of a group or a community. From the viewpoint of reception, between a receiver and a literary text there is an aesthetic distance, while in the case of a cultural text, there is an insistence on truth. From the aspect

associando questi termini, rispettivamente, anche al testo e al linguaggio. Ciò che qui è degno di nota non è l’associazione di questa opposizione con la trattazione della paradigmatica e della sintagmatica (soprattutto nelle opere di R. Jakobson), ma l’obiettivo di L. Hjelmsev di creare metalinguaggi separati per analizzare il sistema e il processo. Quindi, un processo potrebbe essere analizzato in un metalinguaggio e il sistema che sta alla base di questo processo in un altro metalinguaggio, sebbene i due metalinguaggi sarebbero correlati l’uno con l’altro. Questo è esattamente ciò che stanno affrontando i ricercatori che tentano di analizzare, per esempio, un’opera letteraria come fenomeno a un tempo storico e contemporaneo a una certa epoca. In questo caso, il bilinguismo metalinguistico aiuterebbe a evitare un linguaggio misto. Per estendere ulteriormente questa logica, l’intuito innovativo di L. Hjelmslev potrebbe essere contrassegnato con la coppia terminologica «testo di sistema» e «testo di processo», dove il testo come sistema e il testo come processo si manifesterebbero solo come casi speciali di questa opposizione. Anche se a un livello diverso, la dimensione della storia sarebbe presente in entrambe le descrizioni, analogamente al caso dei concetti di genesi e tradizione di Û. Tynânov.
Più vicino alla nostra epoca, tra le manifestazioni della stessa linea di pensiero, sarebbe necessario menzionare per primo il nuovo approccio stroricistico, nel cui vocabolario «contesto storico» è stato sostituito da «sistema culturale» e dove le relazioni tra testo e cultura sono viste come intrinsecamente intertestuali, dove l’intertestualità ha luogo tra due tipi di testo, il testo della letteratura e il testo della cultura (vedere White 1989: 294). Ogni evento letterario è, pertanto, un testo diacronico della storia autonoma della letteratura e un testo sincronico del sistema culturale (White 1989: 301).
Un esempio dell’ulteriore sviluppo della stessa linea di pensiero è dato dal concetto di «testo culturale» di A. Assmann. Come un sottosistema della cultura, la letteratura stessa è anche un testo culturale; ciononostante, uno stesso testo ha proprietà diverse in quanto testo letterario e testo culturale. Dal punto di vista del rapporto di identità, un testo letterario è un mezzo di comunicazione individuale, mentre per un testo culturale, il lettore è, soprattutto, un rappresentante di un gruppo o di una comunità. Dal punto di vista della ricezione, tra un destinatario e un testo letterario c’è una distanza estetica, mentre nel caso di un testo culturale, c’è un’insistenza sulla verità. Dal punto di vista
of innovation and canonicity, literary text strives toward innovation, while cultural text is associated with canonization. From the aspect of resistance to time, the background system for literary text is formed of history, of different readings done by different generations, while for cultural text, the background system is average tradition (Assmann 1995). Of course, the relations of cultural text and literary text are more complicated than that. Texts with prestige such as the Classics or the Bible function above all as cultural texts. On the other hand, cultural text can bring about the emergence of literary text, as can be witnessed in the case of salon literature or album verse.
The study of a text in culture is inseparable from the search for parameters in order to characterize the different functions of the text. Every text has its own history and at the same time it exists in general history; every text is contemporary and historical at the same time. Every text is a framed whole and as such, unchangeable. At the same time, each text is a part of culture (of cultural situation and of cultural history) and as such, ambiguous, multifunctional and changing. TEXT OF CULTURE and TEXT OF LITERATURE (or text of any other form of art) can be different forms of existence of the same text, they can be contained in each other as a part is contained in a whole, they can be autonomous wholes, temporal or atemporal, concrete or abstract, static or dynamic; however, with all these oppositions the boundary between the two sides will remain vague and ambivalent. Pure diachrony and synchrony or pure statics and dynamics are but idealized concepts. Therefore, in this context it would often be more accurate to speak not about texts, but about textuality, about complicated relations in time and space for the description of which it is convenient to use the operational term “text”. Becoming a text and being as text have to do in the analysis of cultural phenomena both with ontology and epistemology and help to understand culture as a hierarchy of (textual) identities.

Textuality, metatextuality and intertextuality
In parallel and in relation to the linguistically oriented developments there emerged similar issues also in the anthropological disciplines. At the end of the 1950ies, C. Lévi-Strauss wrote in his book “Structural Anthropology” (1958) about the necessity to describe rules of marriage and kinship systems as a kind of

dell’innovazione e della canonicità, il testo letterario tende verso l’innovazione, mentre il testo culturale è associato alla canonizzazione. Dal punto di vista della resistenza al tempo, il sistema di fondo del testo letterario è costituito dalla storia, da letture diverse di generazioni diverse, mentre per il testo culturale, il sistema di fondo è costituito dalla tradizione media (Assmann 1995). Sicuramente, le relazioni tra testo letterario e testo culturale sono molto più complesse di così. I testi prestigiosi come i classici o la Bibbia funzionano soprattutto come testi culturali. D’altro canto, il testo culturale può determinare l’emergere del testo letterario, come può essere dimostrato nel caso della letteratura da salotto o della poesia da album.
Lo studio di un testo nella cultura è inseparabile dalla ricerca di parametri per caratterizzare le diverse funzioni del testo. Ogni testo ha la sua storia e, nello stesso tempo, esiste nella storia generale; ogni testo è contemporaneo e storico a un tempo. Ogni testo è un tutto compatto e, come tale, invariabile. Nello stesso tempo, ogni testo è parte della cultura (di una situazione culturale e di una storia culturale) e, come tale, ambiguo, multifunzionale e mutevole. Il «testo della cultura» e il «testo della letteratura» (o il testo di qualsiasi altra forma d’arte) possono consistere in diverse forme d’esistenza dello stesso testo, possono essere contenuti l’uno nell’altro come una parte è contenuta in un tutto, possono essere dei tutti autonomi, temporali o atemporali, concreti o astratti, statici o dinamici; tuttavia, con tutte queste opposizioni, il confine tra le due parti rimarrà vago e ambivalente. La pura diacronia e la pura sincronia o la pura statica e la pura dinamica sono, però, concetti idealizzati. Quindi, in questo contesto, sarebbe spesso più preciso parlare non di testi ma di testualità, di complicate relazioni nello spazio e nel tempo per la descrizione delle quali è opportuno usare il termine operativo «testo». Diventare un testo ed esserlo ha a che fare, nell’analisi dei fenomeni culturali, sia con l’ontologia sia con l’epistemologia e ci aiuta a comprendere la cultura come una gerarchia di identità (testuali).

Testualità, metatestualità e intertestualità
Parallelamente e in relazione agli sviluppi a orientamento linguistico, sono emerse questioni simili anche nelle discipline antropologiche. Alla fine degli anni Cinquanta, C. Lévi-Strauss nel suo libro Antropologia strutturale (1958) ha scritto in merito alla necessità di descrivere i sistemi di regole matrimoniali e di parentela come un
language, serving as a means of communication between individuals and groups of individuals. In the year 1973 C. Geertz voices his objection to isolated descriptions that stem from ethnographic fieldwork. His book “The Interpretation of Cultures” provides an example of textualization of description of culture. Here, interpretative anthropology forms a parallel to semiotics of culture. C. Geertz’s concept of thick description refers to the ability of a researcher to explicate or reconstruct the whole on the basis of very heterogeneous, commingled or ambivalent data. In such approach, a foreign culture becomes an acted document that can be interpreted in communication. This document is comparable to a foreign and incoherent manuscript where graphic signs are replaced by examples of behaviour (Geertz 1993: 10). Such text of behaviour is one example of how a complex research object can be textualized.
Textuality as a methodological principle has a significant role also in the development of the Tartu-Moscow School of Semiotics. One of the most renowned members of the school, A. Pyatigorski, has post factum observed that this tradition started out with an undelimited research object. While in the first works at the beginning of the 1960ies the object of semiotics was “anything”, then after the publication of Y. Lotman’s first semiotic book “Lectures on Structural Poetics” (1964) the object became specified as literature: “In Lotman’s “Lectures”, a huge role was played by the introduction of the term “text” as a fundamental concept of semiotics and at the same time, as a neutral concept with respect to its object, literature. It was precisely the concept of “text” which made it possible for Yuri Mikhailovich to pass from literature over to culture as a universal object of semiotics” (Pyatigorski 1996: 54-55). “Theses on the Semiotic Study of Cultures” (1973), the programmatic work of the Tartu-Moscow School, defines semiotics of culture as a science investigating the functional correlation of different sign systems, which proceeds from the position that “none of the sign systems possesses a mechanism which would enable it to function culturally in isolation” (Theses 1973: 33). Text has been defined in “Theses” as a bridging link between a general semiotic and a concrete empirical investigation: “The text has integral meaning and integral function (if we distinguish between the position of the investigator of culture and the position of its carrier, then from the point of view of the former the text appears as the carrier of

linguaggio che funge da mezzo di comunicazione tra gli individui e i gruppi di individui. Nel 1973 C. Geertz esprime la sua obiezione nei confronti di descrizioni isolate che derivano dalla ricerca etnografica. Il suo libro Interpretazione di culture fornisce un esempio della testualizzazione della descrizione della cultura. Qui, l’antropologia interpretativa sta a fianco della semiotica della cultura. Il concetto di «descrizione densa» di C. Geertz si riferisce alla capacità dei ricercatori di spiegare nel dettaglio o ricostruire il tutto sulla base di informazioni molto eterogenee, miste o ambivalenti. In questo approccio, una cultura straniera diventa un documento attualizzato che può essere interpretato nella comunicazione. Questo documento è paragonabile a un manoscritto straniero e incoerente dove i segni grafici sono sostituiti da esempi di comportamento (Geertz 1993: 10). Tale testo-comportamento è un esempio di come possa essere testualizzato un oggetto di ricerca complesso.
La testualità come principio metodologico ha un ruolo significativo anche nello sviluppo della scuola semiotica di Tartu-Mosca. Uno degli esponenti più rinomati della scuola, A. Pâtigorskij, ha osservato post factum che questa tradizione era partita da un oggetto di ricerca non delimitato. Mentre nelle sue prime opere agli inizi degli anni Sessanta l’oggetto della semiotica era «qualsiasi cosa», dopo la pubblicazione del primo libro di semiotica di Û. Lotman, Lezioni di poetica strutturale (1964), l’oggetto è stato specificato come «letteratura»: nel libro di Lotman Lezioni, un ruolo importante è svolto dall’introduzione del termine «testo» come concetto fondamentale della semiotica e, nello stesso tempo, come concetto neutrale in merito al suo oggetto, la letteratura. È stato proprio il concetto di «testo» a permettere a Ûrij Mihailovič di passare dalla letteratura alla cultura come oggetto universale della semiotica (Pâtigorskij 1996: 54-55). Le Tesi sullo studio semiotico delle culture (1973), il lavoro programmatico della Scuola di Tartu-Mosca, definiscono la semiotica della cultura come scienza che indaga la correlazione funzionale dei diversi sistemi di segni, basandosi sulla posizione secondo la quale «nessuno dei sistemi di segni possiede un meccanismo in grado di permettergli di funzionare culturalmente in isolamento» (Tesi 1973: 33). Nelle Tesi, il testo è definito come ponte tra l’analisi semiotica generale e l’analisi empirica concreta: «Il testo ha un significato integrale e una funzione integrale (se distinguiamo tra la posizione di colui che analizza la cultura e la posizione del portatore della cultura stessa, allora dal punto di vista del primo il testo appare come il portatore di una
integral function, while from the position of the latter it is the carrier of integral meaning). In this sense it may be regarded as the primary element (basic unit) of culture. The relationship of the text with the whole of culture and with its system of codes is shown by the fact that on different levels the same message may appear as a text, part of a text, or an entire set of texts” (Theses 1973:38). In the tradition of the Tartu-Moscow School, the concept of text is, above all, dynamic: text can be an integral sign or a sequence of signs; it can be a part or a whole. On the other hand, a text can be a linguistically concrete TEXT OF LANGUAGE or a culturally concrete TEXT OF CULTURE: “In defining culture as a certain secondary language, we introduce the concept of a „culture text”, a text in this secondary language. So long as some natural language is a part of the language of culture, there arises the question of the relationship between the text in the natural language and the verbal text of culture” (Theses 1973:43). As three subtypes of this relationship there are mentioned cases where (1) a text in a natural language is not a text of a given culture (e.g. oral texts in a writing-oriented culture); (2) a text in a secondary language, i.e. a text of culture is at the same time also a text of language, i.e. a text in a natural language (e.g., a poem that is expressed simultaneously in a secondary, poetic language and in a primary language, for instance, in the poet’s mother tongue); (3) a verbal text of culture is not a text in a natural language (e.g., a Latin prayer for Slavs).
From the modern perspective, “Theses on the Semiotic Study of Cultures” written in 1973 touched upon an important aspect — virtuality: “The place of the text in the textual space is defined as the sum total of potential texts” (Theses 1973:45). Where J. Derrida would call this sum total “discourse”, Y. Lotman has used the term “homeostasis”. In his book “Universe of the Mind” (1990), expanding upon the ideas of F. de Saussure, he has claimed that synchrony is homeostatic and that diachrony is a sequence of external and accidental disturbances, reacting to which synchrony restores its integral wholeness (Lotman 1990: 6).
On the background of cultural homeostasis, the advance toward semiosphere appears as natural. Let us recall once again the already-quoted thought of V. Ivanov: “The task of semiotics is to describe the semiosphere without which

funzione integrale, mentre dal punto di vista del secondo è portatore del significato integrale). In questo senso, potrebbe essere considerato l’elemento primario (unità basilare) della cultura. La relazione che il testo ha con il tutto della cultura e con il suo sistema di codici è resa evidente dal fatto che a livelli diversi uno stesso stesso messaggio può apparire come testo, parte di un testo o un intero insieme di testi» (Tesi 1973: 38). Nella tradizione della Scuola di Tartu-Mosca, il concetto di «testo» è, soprattutto, dinamico: il testo può essere un segno integrale o una sequenza di segni; può essere una parte o un tutto. Dall’altro lato, un testo può essere «testo del linguaggio» linguisticamente concreto o «testo della cultura» culturalmente concreto. «Nel definire la cultura come linguaggio secondario indefinito, introduciamo il concetto di «testo culturale», un testo in questo linguaggio secondario. Nella misura in cui alcuni linguaggi naturali fanno parte del linguaggio della cultura, emerge la questione della relazione tra testo nella lingua naturale e testo verbale della cultura» (Tesi 1973: 43). Tre sottotipi di questa relazione sono i casi dove (1) il testo nel linguaggio naturale non è un testo della cultura data (per esempio testi orali in una cultura orientata verso la scrittura); (2) un testo in un linguaggio secondario, ossia un testo della cultura è allo stesso tempo anche un testo del linguaggio, ossia un testo in un linguaggio naturale (per esempio una poesia espressa contemporaneamente in un linguaggio secondario, poetico e in un linguaggio primario, ad esempio, nella lingua madre del poeta); (3) un testo verbale della cultura non è un testo in un linguaggio naturale (per esempio una preghiera in latino per gli slavi).
Dalla prospettiva moderna, le Tesi sullo studio semiotico delle culture, scritte nel 1973, trattano brevemente un importante aspetto – la virtualità: «Il luogo del testo nello spazio testuale è definito come somma totale di testi potenziali» (Tesi 1973: 45). Dove J. Derrida avrebbe chiamato questa somma totale «discorso», Û. Lotman ha usato il termine «omeostasi». Nel suo libro L’universo della mente (1990), sviluppando le sue idee nei confronti di F. de Saussure, ha affermato che la sincronia è omeostatica e che la diacronia è una sequenza di disturbi esterni e casuali, e reagendo a questi ultimi la sincronia ristabilisce la sua totalità integrale (Lotman 1990: 6).
Sulla base dell’omeostasi culturale, il progresso verso la semiosfera appare naturale. Ricordiamo ancora una volta il pensiero già menzionato di V. Ivanov: «La funzione della semiotica è descrivere la semiosfera, senza la quale
the noosphere is inconceivable” (Ivanov 1998: 792). As noosphere is the future living environment of the humankind, created in mutual agreement and on rational principles, it follows from this definition that semiotics must assist mankind in understanding both history and future. Hence, in addition to the relationship with the present, semiosphere has also its dimensions of history and future. What is more important, however, is that semiosphere establishes the dynamics between the part and the whole: “Since all the levels of the semiosphere — ranging from a human individual or an individual text to global semiotic unities — are all like semiospheres inserted into each other, then each and one of them is both a participant in the dialogue (a part of the semiosphere) as well as the space of the dialogue (an entire semiosphere)” (Lotman 1999: 33). This whole-part relationship is joined, in turn, by the dynamics between the subjective and the objective: “The structural parallelism between semiotic characteristics of a text and of a personality enables us to define any text on any level as a semiotic personality, and to regard any personality on any sociocultural level as a text” (Lotman 1999: 66).
The semiospherical perspective in the analysis of culture implies the establishment of textuality as an operational principle in which texts in the ordinary sense and phenomena described as texts in the interests of better comprehension exist together on equal terms. The question of their differentiation and comparability is a question of delimitation — in other words, a question of the boundaries of textuality. From the aspect of scientific accuracy, the only requirement that will stand is the traditional demand of cultural semiotics — that the position of the observer or the analyser must remain visible. This provides for the necessary degree of precision in the case where the units of analysis cannot be formalized and are not unequivocally clear-cut. Textualization should not be regarded as arbitrary delimitation but as identification of different levels in the holistic dimension in culture. The universality of and necessity for this method stems from the need to preserve the interrelations between different parts of a whole and the need to see that the whole itself exists also both as a part and as a division into parts. Each particular act of communication can be analysed as such, but it can also always be shown that the relations between a prototext and its metatext are not exhausted with the creation of the typology of metatexts. Usually, the prototext itself is also in some respect already a metatext — it is difficult to envision the existence of pure original texts in culture.

sarebbe inconcepibile la noosfera» (Ivanov 1998: 792). Dal momento che la noosfera è l’ambiente vivo e futuro dell’umanità, creato in accordo reciproco e su princìpi razionali, ne deriva la definizione secondo la quale la semiotica deve aiutare l’umanità a comprendere sia la storia sia il futuro. Quindi, oltre alla relazione con il presente, la semiosfera ha anche una dimensione della storia e del futuro. La cosa più importante, comunque, è che la semiosfera stabilisce le dinamiche tra la parte e il tutto: «Dal momento che tutti i livelli della semiosfera – dall’individuo o dal testo individuale alle unità semiotiche globali – sono come semiosfere inserite le une nelle altre, ognuna o qualunque di esse è sia partecipante al dialogo (parte della semiosfera) sia spazio del dialogo (l’intera semiosfera)» (Lotman 1999: 33). Questa relazione parte-tutto è condivisa, a sua volta, dalle dinamiche tra il soggettivo e l’oggettivo: «il parallelismo strutturale tra le caratteristiche semiotiche di un testo e di una personalità ci permette di definire ogni testo o ogni livello come una personalità semiotica, e ci permette di considerare testo ogni personalità a ogni livello socioculturale» (Lotman 1999: 66).
La prospettiva semiosferica nell’analisi della cultura implica l’affermazione della testualità come principio operazionale in cui il testo in senso ordinario e i fenomeni descritti come testi nell’interesse di una comprensione migliore coesistono a pari condizioni. La loro differenziazione e confrontabilità è questione di delimitazione – in altre parole, una questione di confini della testualità. Dal punto di vista della precisione scientifica, l’unico requisito importante è la domanda tradizionale di semiotiche culturali – dove la posizione dell’osservatore o dell’analizzatore devono rimanere visibili. Questo stabilisce il grado di precisione necessario nel caso in cui le unità di analisi non possano essere formalizzate e siano inequivocabilmente nitide. La testualizzazione non va considerata come delimitazione arbitraria ma come identificazione di livelli diversi nella dimensione olistica della cultura. L’universalità e la necessità di questo metodo derivano dal bisogno di preservare le interrelazioni tra le diverse parti del tutto e dal bisogno di vedere che il tutto esiste sia come parte sia come divisione in parti. Ogni singolo atto di comunicazione può essere analizzato in questo modo, ma può anche essere dimostrato che le relazioni tra prototesto e metatesto non sono esaurite dalla creazione di una tipologia di metatesti. Di solito, il prototesto stesso è anche, sotto alcuni aspetti, già un metatesto: è difficile immaginare l’esistenza, nella cultura, di testi puri e originali.

Textuality of culture is accompanied by the possibility to conduct analysis on many levels. A text can be investigated as autonomous and focused at by exploring its inner workings. At the same time, it can be investigated as participating in metacommunication and here, now regarded as a prototext, the text is seen as accompanied by a number of metatexts of different kinds (see also Torop 1999: 27-41). The bulk of textual transformations ranging from translations to annotations can, on the one hand, be described from the aspect of relations between the prototext and the metatext, but on the other hand each metatext belongs to its own discourse and can be analysed as a part of this. By investigating metatexts as a textual whole it is possible to analyse the ways in which a particular prototext exists in culture. This kind of investigation makes it also possible to reconstruct a missing prototext. History of theatre provides a good example of the need for metatexts in order to describe a missing prototext. It is possible to reconstruct old untaped theatre performances, but also hypothetical primal forms of different types of fairy tales (as invariants of the later variants) etc. In addition, the investigation of the relations between a prototext and metatexts makes it possible to talk about the capacity of a particular text to communicate with culture, with its audience, about the possible world of the ways the text can be interpreted and understood.
Related to this, but functioning in a completely different manner, is another unity — the intertextual association of texts, where each particular text gains its meaning through relations with other texts, that is, as a part of a whole. Such association can also be interdiscursive or intermedial. Unlike metatextuality, intertextual association is more difficult to delimit and its holistic dimension many not be as concrete.
Both the metatextual and the intertextual associations are subtypes of textuality and indicate that science needs to find possibilities first to define and then to give as multifaceted explanation as possible of the functioning of a complex cultural mechanism. A science investigating culture must constantly recreate its research object, must define and re-define its borders since in culture as a living organism there constantly emerge new relations and new systems. Culture changes, culture’s textuality is constant. Textuality is a possibility that culture offers to its analyser, and at the same time it is an ontological property of culture and an epistemological principle for investigating culture.

La testualità della cultura è accompagnata dalla possibilità di condurre analisi a diversi livelli. Un testo può essere analizzato come autonomo e focalizzato dall’esplorazione del suo funzionamento interno. Nello stesso tempo, può essere analizzato come partecipante a una metacomunicazione e qui, ora considerato come un prototesto, il testo può essere visto come accompagnato da un numero di metatesti di diverso tipo (vedere anche Torop 1999: 27-41). Il volume delle trasformazioni culturali, che varia dalle traduzioni alle annotazioni, può, da un lato, essere descritto partendo dalle relazioni tra prototesto e metatesto, ma dall’altro ogni metatesto appartiene al suo discorso e può essere analizzato come parte di questo. Analizzando i metatesti come un tutto testuale, è possibile analizzare i modi in cui un certo prototesto esiste nella cultura. Questo tipo di analisi rende possibile anche la ricostruzione di un prototesto mancante. La storia del teatro costituisce un buon esempio del bisogno di metatesti per la descrizione di un prototesto mancante. È possibile ricostruire vecchie interpretazioni teatrali non utilizzate, ma anche ipotetiche forme primitive di tipi diversi di fiabe (come invarianti delle ultime varianti) ecc. Inoltre, l’analisi delle relazioni tra prototesto e metatesto ci dà modo di parlare della capacità di un certo testo di comunicare con la cultura, con il suo pubblico, dei modi possibili in cui un testo può essere interpretato e compreso. In merito a ciò, ma con un funzionamento completamente diverso, esiste un’altra unità: l’associazione intertestuale di testi, dove ogni singolo testo acquisisce il suo significato attraverso le relazioni con gli altri testi, ossia, come parte di un tutto. Tale associazione può anche essere interdiscorsiva o intermediale. Diversamente dalla metatestualità, l’associazione intertestuale è più complicata da delimitare e la sua dimensione olistica potrebbe non essere così concreta.
Sia le associazioni metatestuali che quelle intertestuali sono sottotipi della testualità e dimostrano che la scienza ha bisogno di trovare delle possibilità prima per definire e poi per dare una spiegazione più sfaccettata possibile del funzionamento del complesso meccanismo culturale. Una scienza che analizza la cultura deve costantemente ricreare il suo oggetto di ricerca, deve definire e ridefinire i suoi confini dal momento che nella cultura come organismo vivente emergono costantemente nuove relazioni e nuovi sistemi. I cambiamenti culturali – la testualità della cultura – è costante. La testualità è una possibilità che la cultura offre ai suoi analizzatori e, nello stesso tempo, è una proprietà ontologica delle culture e un principio epistemologico per analizzare la cultura.

Riferimenti bibliografici

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Sütiste, Torop: I confini processuali della traduzione Processual Boundaries of Translation

Sütiste, Torop: I confini processuali della traduzione

Processual Boundaries of Translation

 

   

IRENE CALABRIA

 

 

 

Université de Strasbourg

Institut de Traducteurs d’Interprètes et de Relations Internationales

Fondazione Milano

Master in Traduzione

 

 

 

Primo supervisore: Professor Bruno OSIMO

Secondo supervisore: Professoressa Valentina BESI

 

Master: Arts, Lettres, Langues

Mention: Langues et Interculturalité

Spécialité: Traduction et Interprétation

Parcours: Traduction littéraire

estate 2011


 

 

 

 

 

© Walter de Gruyter, 2007

© Irene Calabria per l’edizione italiana, 2011

 


Abstract

 

In their essay «Processual Boundaries of Translation: Semiotics and translation studies», Elin Sütiste and Peeter Torop analyse the evolution of translation science applying a semiotic approach to it. They start from the consideration that translation activity in culture cannot take place in isolation from experience of culture and technological environment: the progression from printed media towards hypermedia and new media is underlying the diversity of communication processes. In this new situation, the peculiarity of translation activity consists in the actualization of intralingual and intersemiotic translation alongside interlingual translation. The widening of the boundaries of translation process results in the intensified search for appropriate methodologies. One indication of this is the repeated reconceptualization or further elaboration of Jakobson’s typology of intralingual, interlingual, and intersemiotic translation at the intersection of semiotics, translation studies, analysis of culture, and communication. This dissertation presents a translation into Italian of Sütiste and Torop’s article and its analysis.


Sommario

 

 

1. Traduzione con testo a fronte. 7

2. Analisi testuale dell’originale. 9

2.1 Contenuto. 67

2.2 Struttura. 71

2.3 Qualche considerazione aggiuntiva. 72

3. Analisi traduttologica. 67

3.1 Introduzione. 74

3.2 La dominante e il residuo traduttivo: Jakobson e la semiotica della traduzione. 77

3.3 Strategia traduttiva. 79

3.3.1 Una questione d’invariante. 79

3.3.2 All’insegna della traduzionalità. 82

3.4 Conclusione. 84

3.5 Riferimenti bibliografici 88

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1. Traduzione con testo a fronte

 

Processual boundaries of translation: Semiotics and translation studies*

ELIN SÜTISTE and PEETER TOROP

 

The development of sciences –­ regarded as scientific disciplines mapping cultural terrain – is dependent on the dynamics of culture and does not take place as a linear movement. In order to see the logic of exchange and development in such disciplines, the relations both between the ways of thinking characteristic of different times as well as between the metalanguages in which the ways of thinking are expressed have to be understood. This understanding in turn is shaped by the dynamics of the cultural environment and, hence, also by the (technological) dynamics of modes of communication that influence creative processes. The technological dynamics concern primarily textual messages since the proportions of the oral, the written, the pictorial, and the aural in one and the same text depend on the environment of text consumption or generation. A written text on paper or in hyper- or multimedia form may be the same text, but its interpretation as an original text or as a translation requires taking into account the nature of the medium in which it is presented.

The arising semiotics of multimedia refreshes the study of ordinary texts (for example, a multimedia approach to a picture book) establishing a new methodological perspective for the analysis of this new type of texts. Accordingly, the concept of communication changes into ‘multimedia communication’ defined as

. . . the production, transmission, and interpretation of a composite text, when at least two of the minitexts use different representational systems in either modality. Each minitext needs to have its own organization: any of syntactic categories of individual, linguistic, schematic, temporal, or network may be used. (Purchase 1999:255)


I confini processuali della traduzione: semiotica e scienza della traduzione*

ELIN SÜTISTE e PEETER TOROP

 

Lo sviluppo delle scienze – considerate in quanto discipline scientifiche che mappano il terreno culturale – dipende dalla dinamica della cultura e non avviene secondo un movimento lineare. Per capire la logica di scambio e sviluppo in tali discipline si devono comprendere i rapporti sia tra i modi di pensare tipici di periodi diversi, sia tra i metalinguaggi in cui si esprimono i modi di pensare. Questa comprensione è, a sua volta, condizionata dalla dinamica dell’ambiente culturale e perciò anche dalle dinamiche (tecnologiche) delle modalità di comunicazione che influenzano il processo creativo. Le dinamiche tecnologiche riguardano in primo luogo i messaggi verbali, poiché le proporzioni tra orale, scritto, pittorico e uditivo nello stesso testo dipendono dall’ambiente di consumo o creazione del testo. Un testo scritto su carta, o in forma ipermediale o multimediale sarà anche lo stesso testo, ma la sua interpretazione in quanto testo originale o in quanto traduzione richiede che si prenda in considerazione la natura del medium in cui si presenta.

La semiotica della multimedialità che ne deriva rinnova lo studio dei testi ordinari (per esempio, con un approccio multimediale a un libro d’immagini) affermando una nuova prospettiva metodologica per l’analisi di questo nuovo tipo di testi. Di conseguenza, il concetto di «comunicazione» si trasforma in «comunicazione multimediale», definita come:

[…] la produzione, trasmissione e interpretazione di un testo composito, quando almeno due dei minitesti usano sistemi di rappresentazione diversi in qualsiasi modalità. Ogni minitesto deve avere la propria organizzazione: si può usare qualunque categoria sintattica, individuale, linguistica, schematica, temporale o di rete (Purchase 1999:255)[1] .


The relation of message to its medium has acquired a new meaning and the message’s dependence on and/or independence of the medium has become a methodological problem. In a discipline close to translation studies – narratology – a new branch, transmedial narratology, has arisen from the hypothesis that ‘although narratives in different media exploit a common stock of narrative design principles, they exploit them in different, media-specific ways, or rather, in a certain range of ways, determined by the properties of each medium’ (Herman 2004: 51). This hypothesis also makes it necessary to review traditional approaches and to establish a productive dialogue. In the article referred to above, this is done using the structure of thesis-antithesis. The thesis is ‘narrative is medium independent’: ‘The strong version of thesis, that all aspects of every narrative can be translated into all possible media, has enjoyed prominence in the study of narrative. But a weaker version, that certain aspects of every narrative are medium independent, forms one of the basic research hypotheses of structuralist narratology’ (Herman 2004: 51). The antithesis that opposes this thesis is ‘narrative is (radically) medium dependent’ so that ‘the basic intuition underlying antithesis is that every retelling alters the story told, with every representation of a narrative changing what is presented’ (Herman 2004: 53).

Narratology is a good example of how fast disciplinary boundaries can shift. It also demonstrates the connection between recognizing empirical narrative forms and the dynamics of the terminological field as well as points to the fact that the relationship between narrative forms and the metalanguage signifying these is specifically semiotic. In 1975, Roman Jakobson as associate of the semiotics of Charles S. Peirce, put forward the concept of ‘invariance’ relevant for scholarship in different sciences. Jakobson stated:


Il rapporto di un messaggio con il suo medium ha acquisito un nuovo significato e la dipendenza e/o l’indipendenza del messaggio dal medium è diventata un problema metodologico. In una disciplina vicina alla scienza della traduzione – la narratologia – dall’ipotesi che «anche se le narrazioni in media diversi sfruttano una scorta comune di princìpi di progettazione narrativa, li sfruttano in modi diversi, specifici del medium, o piuttosto, in una serie particolare di modi, determinati dalle proprietà di ogni medium» (Herman 2004: 51) è nata una nuova disciplina: la narratologia transmediale. Quest’ipotesi rende necessario anche rivedere gli approcci tradizionali e istituire un dialogo produttivo. Nell’articolo citato qui sopra, lo si fa usando la struttura tesi-antitesi. La tesi è «la narrazione è indipendente dal medium»: «La versione forte della tesi, ovvero che tutti gli aspetti di ogni narrazione possono essere tradotti in tutti i media possibili, ha ottenuto una certa rilevanza nello studio della narrazione. Ma una versione più debole, ovvero che certi aspetti di ogni narrazione sono indipendenti dal medium, costituisce una delle ipotesi di ricerca fondamentali della narratologia strutturalista» (Herman 2004: 51). L’antitesi è «la narrazione dipende (radicalmente) dal medium» e quindi «l’intuizione essenziale alla base dell’antitesi è che ogni nuova versione altera la storia raccontata, e ogni rappresentazione di una narrazione cambia ciò che è presentato» (Herman 2004: 53).

La narratologia è un buon esempio di quanto velocemente possano cambiare i confini di una disciplina. Dimostra anche la connessione tra il riconoscimento di forme narrative empiriche e le dinamiche in campo terminologico, oltre a mostrare che il rapporto tra forme narrative e il metalinguaggio che le esprime è specificamente semiotico. Nel 1975, Roman Jakobson, rifacendosi a Charles S. Peirce, ha introdotto nella semiotica il concetto di «invarianza», importante a livello accademico in varie scienze. Jakobson ha affermato:


Peirce belonged to the great generation that broadly developed one of the most salient concepts and terms for geometry, physics, linguistics, psychology, and many other sciences. This is the seminal idea of INVARIANCE. The rational necessity of discovering the invariant behind the numerous variables, the question of the assignment of all these variants to relational constants unaffected by transformations underlies the whole of Peirce’s science of signs. The question of invariance appears from the late 1860s in Peirce’s semiotic sketches and he ends by showing that on no level is it possible to deal with a sign without considering both an invariant and a transformational variation. (Jakobson 1985 [1977]:252)

‘Invariance’ is one of those concepts that enable different areas of study to be combined in terms of their common methodology, so that the approaches to narrative and translation can be observed together.

In order to better understand the development of cultural and communication processes, it is necessary to create a dialogue between different disciplines both on the object level and metalevel, with special attention to the dialogue between old and new ideas. Each culture develops in its own way, has its own technological environment and its own traditions of analyzing culture texts. A culture’s capacity for analysis reflects its ability to describe and to understand itself. In the process of description and understanding, an important role is played by the multiplicity of texts, by the interrelatedness of communication with metacommunication. The multiplicity of texts makes it possible to view communication processes as translation processes. But besides immediate textual transformations, the analysis of these transformations – that is, their translation into various metalanguages – has a strong significance in culture. Both in the case of textual transformations and their translations into metalanguages, an important role is performed by the addressees, their ability to recognize the nature of the text at hand, and their readiness to communicate. Just as in translation culture, there is also an infinite retranslation and variation taking place in translation studies. In order to understand different aspects of translation activity, new description languages are constantly being created in translation studies, and the same phenomena are at different times described in different metalanguages.


Peirce apparteneva alla grande generazione che sviluppò ampiamente un concetto e termine saliente per la geometria, la fisica, la linguistica, la psicologia e molte altre scienze. Si tratta dell’idea fondamentale di INVARIANZA. La necessità razionale di scoprire l’invariante dietro le numerose variabili, la questione dell’assegnazione di tutte queste varianti a costanti relazionali non influenzate dalle trasformazioni è alla base dell’intera scienza dei segni di Peirce. La questione dell’invarianza appare negli appunti semiotici dalla fine degli anni 1860 e Peirce conclude mostrando che a nessun livello è possibile prendere in considerazione un segno senza prendere in considerazione sia un’invariante sia una variazione trasformazionale (Jakobson 1985 [1977]:252).

«Invarianza» è uno di quei concetti che fanno sì che diverse aree di studio abbiano una metodologia comune, così che gli approcci alla narrazione e alla traduzione possano essere studiati insieme.

Per comprendere meglio lo sviluppo dei processi culturali e di comunicazione è necessario creare un dialogo tra discipline diverse sia a livello dell’oggetto, sia a metalivello, con un’attenzione speciale per il dialogo tra idee vecchie e nuove. Ogni cultura si sviluppa a modo proprio, ha il proprio ambiente tecnologico e le proprie tradizioni di analisi dei testi culturali. La capacità di analisi di una cultura riflette la sua abilità nel descrivere e capire sé stessa. Nel processo di descrizione e comprensione, la molteplicità di testi, l’interrelazione tra comunicazione e metacomunicazione hanno un ruolo importante. La molteplicità di testi rende possibile considerare i processi di comunicazione processi traduttivi. Ma, oltre alle trasformazioni testuali immediate, l’analisi di queste trasformazioni – ovvero la loro traduzione in vari metalinguaggi – ha una profonda rilevanza nella cultura. Nel caso sia di trasformazioni testuali, sia delle loro traduzioni in metalinguaggi, i riceventi, la loro capacità di riconoscere la natura del testo in questione e la prontezza con cui comunicano svolgono un ruolo importante. Proprio come nella cultura della traduzione, anche nello studio della traduzione ha luogo una ritraduzione e una variazione infinita. Per comprendere i diversi aspetti dell’attività traduttiva, nella scienza della traduzione si creano di continuo nuovi linguaggi descrittivi e si descrivono gli stessi fenomeni in momenti e con metalinguaggi diversi.


And just as in culture, also in disciplines studying cultural phenomena, variance has its limits and at some point an invariant is needed in order to organize the variance.

1.         On the identity of translation studies

The present-day translation studies do not form a methodologically unified discipline, although a movement into this direction takes place. The existing textbooks and readers on translation studies are either school- or problem-centered or arranged chronologically. They register metalingual variety, but do not strive to hierarchize the history of translation studies. At the same time there is also some invariance observable in this variety of metalanguages, especially if we start looking for the implicit roots of explicitly formulated views.

It is interesting to observe the dynamics that the attitudes of influential translation scholars have undergone in the course of some thirty years of modern translation studies. Eugene Nida distinguished three tendencies in the translation studies of the 1970s. Philological theories are interested in literature, in the translatability of genre and other literary characteristics; linguistic theories are engaged in the relationships between content and form found in languages and in the structural comparison of languages; sociolinguistic theories regard translation as part of a concrete communi- cation process (see Nida 1976). Two decades later, Nida also characterizes multimedial communication as natural, ordinary communication: ‘But even in printed texts, differences of typeface, format, and book covers have also carried messages’ (Nida 1999:119). At the end of this article he advises the leaders of Bible Societies to understand ‘that the use of new media is not designed to replace the printed text, but to lead people to the text’ (Nida 1999:130).


E proprio come nella cultura, anche nelle discipline che studiano i fenomeni culturali, la variante ha i suoi limiti e, a un certo punto, si ha bisogno di un’invariante per organizzare la variante.

1.         Sull’identità della scienza della traduzione

La scienza della traduzione contemporanea non è una disciplina unificata a livello metodologico, anche se si sta muovendo in questa direzione. I libri di testo e le antologie di scienza della traduzione o si concentrano su un problema o sulla scuola di appartenenza, oppure sono organizzati cronologicamente. Riconoscono la molteplicità metalinguistica, ma non si sforzano di creare una gerarchia nella storia della scienza della traduzione. Nello stesso tempo, si può anche osservare un’invarianza in questa molteplicità di metalinguaggi, in special modo se cominciamo a ricercare le radici implicite delle opinioni formulate in modo esplicito.

È interessante osservare la dinamica delle opinioni di influenti studiosi della traduzione nel corso di circa trent’anni. Eugene Nida ha individuato tre tendenze nella scienza della traduzione degli anni Settanta. Le teorie filologiche s’interessano di letteratura, della traducibilità del genere e di altre caratteristiche testuali; le teorie linguistiche si occupano dei rapporti tra contenuto e forma presenti nelle lingue e del raffronto strutturale tra lingue; le teorie sociolinguistiche considerano la traduzione parte del processo concreto di comunicazione (Nida 1976). Vent’anni più tardi, Nida descrive anche la comunicazione multimediale come comunicazione naturale, ordinaria: «Ma perfino nei testi stampati, le differenze di carattere, formato e copertina sono stati portatori di messaggi» (Nida 1999:199). Alla fine di questo suo articolo, consiglia ai coordinatori delle Bible Societies di capire «che l’uso dei nuovi media non è pensato per sostituire il testo stampato, ma per condurre le persone verso il testo» (Nida 1999:130).


Translation activities performed on cultural facts and phenomena cannot take place in isolation from experience of the whole of culture and technological environment. Underlying the diversity of communication processes is the process from printed media towards hypermedia and new media, and in the course of this process complementary text forms and modes of communication are born. Gunther Kress has formulated this new shift as follows:

I would say in relation to communication that we have come from a period in which there had been a stable constellation of the mode of writing with the medium of the book [...]. The new constellation, culturally increasingly dominant, is that of the mode of the image and the medium of the screen. This will lead to quiet new representational forms, new possibilities for communicational action, and new understandings of human social meaning making. (Kress 2004:446)

The new situation also influences the study of traditional communication forms. The peculiarity of translation activity relevant in this new situation consists in the actualization of intralinguistic and intersemiotic translation alongside interlinguistic translation: first, in synthetic form, combining all three types of translation (interlinguistic translation is characterized as including intralinguistic and intersemiotic translation) and second, in analytic form, where the three autonomous types of translation produce their own types of texts. The evolution of Nida’s views reflects the attempt to accommodate the changes happening in the entire culture in one segment of culture – translation culture.

Modern translation studies (1970–1980s) are characterized by a growing tendency to (1) bring closer translation practice and theory; (2) increase the capacity of different concepts for the dialogue within translation studies; and (3) arrive at the creation of comprehensive systematic translation studies. The first tendency is represented by Wolfram Wilss who held that translation studies could escape their immanent stagnation by expanding their methodological perspective. In his pursuit of explicit analysis of translation process Wilss aimed for the study of general translation problems


Le attività traduttive compiute sui fatti e i fenomeni culturali non possono avvenire in isolamento dalla cultura e dall’ambiente tecnologico nell’insieme. Alla base della molteplicità dei processi di comunicazione vi è il processo che va dai media stampati agli ipermedia e ai nuovi media, e durante questo processo nascono forme testuali e modalità di comunicazione complementari. Gunther Kress ha così descritto questo nuovo cambiamento:

Per quanto riguarda la comunicazione, direi che veniamo da un periodo in cui c’è stata una costellazione stabile della modalità della scrittura con il libro come medium […]. La nuova costellazione, sempre più dominante a livello culturale, è quella della modalità dell’immagine e dello schermo come medium. Ciò porterà a nuove forme di rappresentazione, nuove possibilità di azione comunicazionale e una nuova concezione della creazione sociale umana di significato (Kress 2004:446).

La nuova situazione influenza anche lo studio delle forme di comunicazione tradizionali. La peculiarità dell’attività traduttiva importante in questa nuova situazione consiste nell’attualizzazione della traduzione intralinguistica e intersemiotica insieme alla traduzione interlinguistica: in primo luogo, in forma sintetica, combinando tutti e tre i tipi di traduzione (la traduzione interlinguistica è caratterizzata dal fatto che racchiude in sé la traduzione intralinguistica e quella intersemiotica) e in secondo luogo, in forma analitica, dove i tre tipi di traduzione producono i propri tipi di testo in modo autonomo. L’evoluzione dell’opinione di Nida riflette il tentativo di adeguare a un segmento della cultura, la cultura della traduzione, i cambiamenti che avvengono nell’intera cultura.

La scienza della traduzione moderna (anni Settanta-Ottanta) è caratterizzata da una crescente tendenza a (1) avvicinare la pratica e la teoria della traduzione; (2) aumentare la portata di diversi concetti per il dialogo all’interno della scienza della traduzione; e (3) arrivare alla creazione di una scienza della traduzione sistematica e completa. La prima tendenza è rappresentata da Wolfram Wills che ritiene che la scienza della traduzione possa salvarsi dalla stagnazione immanente espandendo il proprio orizzonte metodologico. Nella ricerca di un’analisi esplicita del processo traduttivo Wills punta ad avvicinare al massimo grado lo studio dei problemi traduttivi


independent of a particular language pair (competence in translation) to be brought maximally close to the study of questions rising from immediate contacts between two languages (performance in translation) (Wilss 1982).

By that time, translation studies as a discipline – methodologically still in the development phase – had arrived at a state of multidisciplinarity using disparate metalanguages (which is different from interdisciplinarity as a methodological whole). The second tendency is therefore well represented by György Radó who held that for the development of translation studies the synthesis of the existing trends and languages would be crucial. Synthesis should start from the composition of bibliographies in order to record dispersed studies (Radó 1985:305). Also characteristic of this period is the call to use general academic metalanguage, accessible to all scholars in their discussion of theory (Bassnett-McGuire 1980:134).

The third tendency is represented by James S. Holmes who, in his works, deductively created a new translation studies as a taxonomically describable hierarchical system resting on the complementarity of several theories together. He held that first of all a theory of translation process is needed in order to reflect on what happens when a person decides to translate something. Next comes a theory of translation product, which is required in order to determine the specifics of translation as a particular text type. Third, there is a need for a theory of translation function in order to understand the behavior of translation in the receiving culture. These three theories cannot be normative as they try to describe the already existing situation and do not prescribe any rules. Normativity, however, is important in the fourth, theory of translation didactics (Holmes 1988:95). Holmes has, in effect, formulated a program of interdisciplinary translation studies although different translation theories elaborate it in different ways and the development is far from being balanced.


generali, indipendenti dalla particolare coppia di lingue (competenza traduttiva), allo studio dei problemi derivanti dai contatti diretti tra due lingue (prestazione traduttiva) (Wilss 1982).

A quell’epoca la scienza della traduzione come disciplina – ancora in fase di sviluppo metodologico – era arrivata a un livello di multidisciplinarità con metalinguaggi disparati (da non confondersi con l’interdisciplinarità come insieme metodologico). La seconda tendenza è perciò ben rappresentata da György Radó che crede che per lo sviluppo della scienza della traduzione sia vitale la sintesi delle tendenze e dei linguaggi esistenti. La sintesi deve partire dalla creazione di bibliografie per documentare i vari studi (Radó 1985:305). Un’altra caratteristica di questo periodo è l’invito a usare un metalinguaggio accademico generico, accessibile a tutti gli studiosi (Bassnett-McGuire 1980:134).

La terza tendenza è rappresentata da James S. Holmes che, nei suoi scritti, ha abduttivamente creato i translation studies come sistema gerarchico descrivibile in chiave tassonomica, basandosi sulla complementarità di diverse teorie messe insieme. Sostiene che, per prima cosa, sia necessaria una teoria del processo traduttivo per poter riflettere su ciò che accade quando una persona decide di tradurre qualcosa. L’esigenza successiva riguarda la teoria del prodotto traduttivo, che serve per determinare lo specifico della traduzione in quanto tipo di testo particolare. E, come terza esigenza, una teoria della funzione traduttiva per comprendere il comportamento della traduzione nella cultura ricevente. Queste tre teorie non possono essere normative, poiché cercano di descrivere la situazione e non impongono alcuna regola. Tuttavia, la normatività è importante nella quarta teoria, quella della didattica della traduzione (Holmes 1988:95). Holmes ha, infatti, formulato il programma di una scienza interdisciplinare della traduzione, anche se le varie teorie della traduzione elaborano il programma in modi diversi e lo sviluppo è lungi dall’essere equilibrato.


Holmes did not create any illusions for himself, calling balanced translation studies a disciplinary utopia (Holmes 1988:109). Although Holmes’s taxonomy is in active use today, methodological innovation has not yet taken place and it is too early to speak of integrated translation studies. In the opinion of Edwin Gentzler who values Holmes’s model highly the enrichment of translation studies adding other cultural disciplines is still neglected: ‘With regard to the future of translation theory within the field of Translation Studies, while many date the cultural turn in Translation Studies as beginning in the 1990s, it is still in its infant stages’ (Gentzler 2003:22). Thus, before consolidation translation studies should open up. Gentzler states:

James Holmes called for a dialectical interchange among the various branches within Translation Studies. I agree with him and yet would open his directive to a broader enterprise. My hope is that a truly open, interdisciplinary, and dialectical interchange of ideas can now take place with scholars outside the discipline, from any number of other fields. (2003:23)

 

2.         The aspect of translation semiotics

Translation semiotics has its own identity but it is also closely related to translation studies. On the one hand, translation semiotics and, more generally, semiotics of culture are metadisciplines that enable translation studies to move towards the necessary methodological synthesis and provide a descriptive language. On the other hand, it can be argued that explicit translation semiotics is at the same time implicit translation studies. It is characteristic that when projecting modern translation studies on Holmes’s model of translation studies, semiotic translation theoreticians are forced to admit that the ‘pure’ theoretical branch of translation studies is still weak. This is expressed, among other things, in the incompetence of translation theory to answer the basic question what makes a translation a translation (Stecconi 2004:472-473).


Holmes non si era fatto illusioni, considerando i translation studies equilibrati un’utopia disciplinare (Holmes 1988:95). Anche se la tassonomia di Holmes è ancora in auge, non è avvenuta un’innovazione metodologica ed è troppo presto per parlare di scienza della traduzione integrata. Secondo Edwin Gentzler, che dà molta importanza al modello di Holmes, l’arricchimento dei translation studies aggiungendo altre scienze della cultura è ancora trascurato: «Per quanto riguarda il futuro della teoria della traduzione nell’ambito dei Translation Studies, anche se molti fanno risalire la svolta culturale all’inizio degli anni ’90, i Translation Studies sono ancora in una fase infantile» (Gentzler 2003:22). Perciò, prima di consolidarsi i translation studies dovrebbero aprirsi. Gentzler afferma:

James Holmes invocava uno scambio dialettico tra le varie discipline all’interno dei Translation Studies. Sono d’accordo con lui, ma amplierei il senso della sua indicazione. Ciò che spero è che possa esserci uno scambio interdisciplinare e dialettico veramente aperto con studiosi al di fuori della disciplina, provenienti da tanti ambiti diversi (2003:23).

 

2. L’aspetto della semiotica della traduzione

La semiotica della traduzione ha una propria identità, ma è anche strettamente collegata alla scienza della traduzione. Da un lato, la semiotica della traduzione e, più in generale, la semiotica della cultura sono metadiscipline che permettono alla scienza della traduzione di spingersi verso la necessaria sintesi metodologica e forniscono un linguaggio descrittivo. Dall’altro, si può sostenere che la semiotica della traduzione esplicita è allo stesso tempo la scienza della traduzione implicita. Un aspetto curioso è che nel proiettare la scienza della traduzione moderna sul modello dei translation studies di Holmes, i teorici di semiotica della traduzione sono obbligati ad ammettere che l’ambito “puramente” teorico della scienza della traduzione è ancora debole. Ciò si esprime, tra le altre cose, nell’incapacità della teoria della traduzione di rispondere alla domanda di base su cosa fa di una traduzione una traduzione (Stecconi 2004:472-473).


At the same time, the search for an answer to this question demonstrates that translation studies are essentially semiotic.

The key point for defining translation is establishing the boundaries of the translation text, which in semiotic analysis is one of the first procedural moves towards understanding something in its wholeness or as a whole. Thus, the starting point for defining translation is the question of the boundary between translation and non-translation. One possible answer to this question is ‘translation is everything called translation,’ in which case the notion of boundary has to be further specified. The result is a distinction between two more boundaries. The first one is the boundary between the translation and the original, and the second one is the boundary between the translation and the recipient culture (Torop 2000c:599).

Another option for defining translation has been suggested by Andrew Chesterman and Rosemary Arrojo. They have employed the polarity ‘essentialism versus non-essentialism’ to emphasize the complexity of the problem for translation studies in the twenty-first century, arguing:

In general, essentialism claims that meanings are objective and stable, that the translator’s job is to find and transfer these and hence to remain as invisible as possible. Non-essentialism, on the other hand, basically claims that meanings (including the meaning of the concept of ‘translation’) are inherently non-stable, that they have to be interpreted in each individual instance, and hence that the translator is inevitably visible. (Chesterman and Arrojo 2000:151)

From this polarity, a new logic for defining translation can be derived. Chesterman and Arrojo argue further:

The question ‘What is a translation?’ is closely linked to the question ‘What is a good translation?’. TS [1⁄4 translation studies] is interested in studying how opinions and criteria concerning translation quality vary within and across cultures and periods. It is also interested in seeing whether there are quality criteria that are shared across cultures and periods. (2000:154)

From this argument, we are back at the issues of invariance and variance.

By the end of the 1990s, the replacement of the concept of adequacy by the concept of acceptability had created a new need for paying close attention to the issue of translation quality (Schäffner 1998).


Allo stesso tempo, la ricerca di una risposta a questa domanda dimostra che la scienza della traduzione è essenzialmente semiotica.

Il punto chiave nel definire «traduzione» è stabilire i confini del testo tradotto, che nell’analisi semiotica è uno dei primi passi della procedura per comprendere qualcosa nella sua interezza o nell’insieme. Perciò il punto di partenza per definire «traduzione» è la questione del confine tra «traduzione» e «non traduzione». Una risposta possibile è «traduzione è tutto ciò chiamato “traduzione”», nel qual caso il concetto di «confine» dev’essere specificato ulteriormente. Il risultato è la distinzione tra altri due confini. Il primo è il confine tra la traduzione e l’originale e il secondo è il confine tra la traduzione e la cultura ricevente (Torop 2000b:599).

Un’altra opzione per definire «traduzione» è stata suggerita da Andrew Chesterman e Rosemary Arrojo, che hanno utilizzato la polarità «essenzialismo versus non essenzialismo» per evidenziare la complessità del problema della scienza della traduzione nel ventunesimo secolo, sostenendo:

In generale, l’essenzialismo afferma che i significati sono oggettivi e stabili, che il compito del traduttore è di trovarli e trasferirli e perciò di rimanere invisibile il più possibile. Il non essenzialismo, invece, praticamente afferma che i significati (compreso il significato del concetto di «traduzione») sono intrinsecamente non-stabili, che devono essere interpretati in ogni singolo caso, e perciò il traduttore è inevitabilmente visibile. (Chesterman e Arrojo 2000:151)

Da questa polarità può derivare una nuova logica per definire «traduzione». Chesterman e Arrojo continuano:

La domanda «Cos’è una traduzione?» è strettamente legata alla domanda «Cos’è una buona traduzione?» La scienza della traduzione s’interessa di studiare in che modo variano le opinioni e i criteri che riguardano la qualità della traduzione in culture e periodi diversi. S’interessa anche di scoprire se ci sono criteri qualitativi condivisi in culture e periodi diversi. (2000:154)

Da quest’argomentazione ritorniamo ai concetti d’invarianza e varianza.

Alla fine degli anni ’90, la sostituzione del concetto di accettabilità al concetto di adeguatezza aveva creato la necessità di fare molta attenzione alla questione della qualità della traduzione (Schäffner 1998).


The concerns with the quality of translation brought into focus the possibility of a theory of ‘good’ translation, which started from distinguishing two levels of questions. First, when comparing two texts, the questions that need to be asked on the first level are: ‘Is this text a translation of the other, or is it not? And if it is, is it a good translation?’ (Halliday 2001:14). On the second level, the same questions become more precise: ‘Why is this text a translation of the other? And why is it, or is it not, a good translation? In other words: how we know?’ (Halliday 2001:14).

But these new kinds of questions are really eternal questions. For a long time attempts have been made to find out the reasons why readers, given the choice between two (or more) translations of one original text, prefer certain translation(s) over others. A possible answer (the whole question is problematic) is the perceptual integrity of translation. The convincing proof is that both linguistic well-formedness and semiotic coherence are functional. It is vital for both translators as well as readers of translations that the text would activate flights of imagination, engaging all human senses. The senses include perceiving the visuality of the text, a feature difficult to pinpoint. In addition to translators’ own comments on their visualization techniques, it has also been argued within translation theory that the precondition to composing a ‘good’ translation is the translator’s recognition of the visual perceptibility of the text to be translated (Schulte 1980:82), while the failure to recreate the visual perceptibility of the text is listed among the shortcomings of translation (Caws 1986:60-61). Thus, a ‘good’ translation is perceptually an integrated whole and can be effectively visualized in the imagination of the reader.

The study of textual visuality and more broadly of all perceptibility of a verbal translation has developed in three main directions.


preoccupazioni per la qualità della traduzione hanno messo a fuoco la possibilità di una teoria della traduzione “buona”, che cominciava distinguendo due livelli di domande. Per prima cosa, nel raffrontare due testi, le domande che vanno poste al primo livello sono: «Questo testo è la traduzione dell’altro, o non lo è? E se lo è, è una buona traduzione?» (Halliday 2001:14). Al secondo livello, le stesse domande diventano più precise: «Perché questo testo è la traduzione dell’altro? E perché è, o non è, una buona traduzione? In altre parole: come facciamo a saperlo?» (Halliday 2001:14).

Ma questi nuovi tipi di domande in realtà sono domande che continueremo a porci per sempre. A lungo si è cercato di scoprire le ragioni per cui i lettori, dovendo scegliere tra due (o più) traduzioni di un testo originale, preferiscano certe traduzioni rispetto ad altre. Una possibile risposta (l’intera questione è problematica) è l’integrità percettiva della traduzione. La prova decisiva è che sia una buona struttura linguistica, sia la coerenza semiotica sono determinanti. È vitale sia per i traduttori, sia per i lettori delle traduzioni, che il testo riesca ad attivare fughe d’immaginazione, coinvolgendo tutti i cinque sensi. I sensi includono la percezione della visualità del testo, un aspetto difficile da individuare. Oltre ai commenti dei traduttori riguardo alle proprie tecniche di visualizzazione, all’interno della scienza della traduzione si è anche sostenuto che la condizione necessaria per fare una “buona” traduzione sia il riconoscimento da parte del traduttore della percettibilità visuale del testo da tradurre (Schulte 1980:82), mentre l’impossibilità di ricreare la percettibilità visuale del testo è catalogato tra i difetti della traduzione (Caws 1986:60-61). Perciò una “buona” traduzione è un tutto integrato a livello percettivo e può essere visualizzata in modo efficace nell’immaginazione del lettore.

Lo studio della visualità testuale e, in senso più ampio, dell’intera percettibilità di una traduzione verbale si è sviluppato in tre direzioni principali.


One direction is the wide uses of linguistic means including paralinguistic elements in the analysis (Poyatos 1997). This direction pays attention to the performance qualities of a text and regards narrative or other non-dramaturgic texts as framing scenes to which are added the author’s comments on the objects, movements, facial expressions, manner of speaking, and so forth. A second direction is psychological, and focuses on the interaction between the verbal and the visual, the speech and the picture both in inner speech as well as in the processes of perception and reception (cf. Osimo 2002). The third direction is comparative, displaying the broader nature of translation activity through film, especially through film adaptations of literary works. The last alternative is not only material but reveals the semiotic side of translation mechanisms and shows the division of the verbal text into audial, visual, and verbal components (Cattrysse 1992; Remael 1995; Torop 2000a).

With the introduction of multimedia studies, many authors who had so far focused on comparing translation with film adaptation of literary works, turned their attention to multimedia. The study of multimedia and of the related phenomenon of multimodality has broadened the methodological perspective towards a more accurate understanding of the semiotic nature of translation. Thus Aline Remael assures that

[...] the nature of multimodal or even multimedia texts need not require translation scholars to abandon all their trusted methods . . . I have demonstrated the usefulness of the simple application of a few concepts from a branch of socio-semiotics concerned with the production of multimodal texts which can easily be incorporated into existing methods in translation studies. (Remael 2001:21)

Whereas Patrick Cattrysse ends his article with his own proposal for a new kind of collaboration that would benefit all parties:

To me, the largest challenge for multimedia translation seems to be the new types of collaboration. Such new types of collaboration will be necessary on three levels: on the level of scientific research, on the level of education and training, and on the level of MM [multimedia] production. (Cattrysse 2001:11)


Una di queste riguarda gli ampi usi del mezzo linguistico, inclusi gli elementi paralinguistici, nell’analisi (Poyatos 1997). Questa direzione fa attenzione alle qualità della prestazione di un testo e considera le narrazioni, o altri testi non drammaturgici, cornici nelle quali vengono aggiunti i commenti dell’autore sugli oggetti, i movimenti, le espressioni facciali, i modi di parlare e così via. Una seconda direzione è quella psicologica, che si focalizza sull’interazione tra il verbale e il visivo, il discorso e l’immagine sia nel discorso interno, sia nei processi di percezione e ricezione (Osimo 2002).  La terza direzione è quella comparativa, che mostra la natura più ampia dell’attività traduttiva attraverso i film, in special modo attraverso gli adattamenti filmici di opere verbali. Quest’ultima alternativa non è solo materiale, ma rivela il lato semiotico dei meccanismi traduttivi e mostra la divisione di un testo in componenti uditive, visive e verbali (Cattrysse 1992; Remael 1995; Torop 2000a).

Con l’introduzione degli studi sulla multimedialità, molti autori, che fino ad allora si erano concentrati sul paragone tra traduzione e adattamento filmico di opere verbali, hanno rivolto la loro attenzione alla multimedialità. Lo studio della multimedialità e il relativo fenomeno della multimodalità hanno ampliato l’orizzonte metodologico verso una più accurata comprensione della natura semiotica della traduzione. Perciò Aline Remael assicura che

[…] la natura dei testi multimodali o addirittura multimediali non rende necessario che gli studiosi abbandonino tutti i loro metodi fidati. […] Ho dimostrato l’utilità della semplice applicazione di alcuni concetti, provenienti da un ramo della sociosemiotica che si occupa della produzione di testi multimodali, che possono essere facilmente compresi nei metodi esistenti nella scienza della traduzione (Remael 2001: 21).

Mentre invece Cattrysse conclude il suo articolo con la proposta di un nuovo tipo di collaborazione, di cui tutti beneficerebbero:

A me la sfida più grande per la traduzione multimediale sembrano i nuovi tipi di collaborazione. Questi nuovi tipi di collaborazione saranno necessari a tre livelli: a livello di ricerca scientifica, a livello di istruzione e formazione e a livello di produzione multimediale (Cattrysse 2001: 11).


Cattrysse links comparative communication studies (or better, comparative semiotics) with translation studies (2001:6) in order to reply to these essential questions of modern translation activity:

How can we compare messages expressed in different semiotic systems? How can we establish tertia comparationes? How can we describe and explain the different translational processes in a systemic way? How can we describe and explain the final results of the translational processes? How can we describe and explain the functioning of these results within their respective target contexts? (Cattrysse 2001:8–9)

These are just some of the fundamental questions that Cattrysse poses in his article.

Disciplines studying translation have thus reached a stage where the nature of translation text is being reinterpreted and the semiotic fidelity of the translation text to the original is being defined. Therefore, it has become important to distinguish between isosemiotic and polysemiotic texts, both on the level of autonomous texts as well as on the level of textual parameters (Gottlieb 2003:178-179). The changes that the ontology of the translation text and the status of translation activity have undergone in culture imply that the object of translation studies is equally subject to a complex semiotic treatment and that the methodology of translation studies needs to reach an agreement with the dynamics of culture.

The contacts between translation studies and translation semiotics have multiplied and created a common methodological translatability. As part of translation studies, translation semiotics has provided a different outlook on the problems of translatability, from the linguistic worldview to the functions of translation text as a text of culture. A new approach to translatability has in turn made it possible to raise the problem of semiotic coherence. As part of semiotics, translation semiotics engages in comparative analysis of sign systems and functional relations between different sign systems. As an autonomous discipline, translation semiotics is one of the primary disciplines


Cattrysse collega lo studio della comunicazione comparativa (o meglio, la semiotica comparativa) con la scienza della traduzione (2001:6) per rispondere a queste domande fondamentali sull’attività traduttiva moderna:

Come facciamo a comparare messaggi espressi in diversi sistemi semiotici? Come facciamo a stabilire i tertia comparationis? Come facciamo a descrivere e spiegare i diversi processi traduttivi in modo sistemico? Come facciamo a descrivere e spiegare i risultati finali dei processi traduttivi? Come facciamo a descrivere e spiegare il funzionamento di questi risultati all’interno dei rispettivi contesti di ricezione? (Cattrysse 2001:8-9)

Queste sono solo alcune delle domande fondamentali che Cattrysse pone nel suo articolo.

Le discipline che studiano la traduzione hanno, quindi, raggiunto uno stadio in cui si reinterpreta la natura del testo tradotto e si definisce la fedeltà semiotica del testo tradotto all’originale. Perciò è diventato importante distinguere tra testi isosemiotici e polisemiotici, sia a livello di testi autonomi, sia a livello di parametri testuali (Gottlieb 2003:178-79). I cambiamenti dell’ontologia del testo tradotto e dello status dell’attività traduttiva nella cultura implicano che l’oggetto della scienza della traduzione sia ugualmente soggetto a un complesso trattamento semiotico e che la metodologia della scienza della traduzione debba trovare un accordo con la dinamica della cultura.

I contatti tra scienza della traduzione e semiotica della traduzione si sono moltiplicati e hanno determinato una traducibilità metodologica comune. Come parte della scienza della traduzione, la semiotica della traduzione ha fornito una prospettiva diversa riguardo ai problemi di traducibilità, dalla visione linguistica del mondo alle funzioni del testo tradotto in quanto testo della cultura. Un nuovo approccio alla traducibilità ha a sua volta reso possibile sollevare il problema della coerenza semiotica. Come parte della semiotica, la semiotica della traduzione si occupa dell’analisi comparativa dei sistemi di segni e dei rapporti funzionali tra diversi sistemi di segni. Come disciplina autonoma, la semiotica della traduzione è una delle discipline primarie


of cultural analysis as it provides the means, through its semiotic approach, to distinguish and discern the degree of sign systems’ translatability, then to describe both communication and metacommunication, and subsequently to associate these communication processes with the intertextual, interdiscursive, and intermedial space in the present-day culture (Torop 2001). But the theoretical formulation of present-day problems already had its beginnings a long time ago, and the present problems of translation studies and translation semiotics have largely been formulated already in the works of Roman Jakobson. This means that the endeavor to innovate can sometimes lead us into historical perceptions.

3.         Jakobsonian perspective

The genesis of Jakobson’s translation semiotic thinking was influenced by his reading of Peirce. This aspect of genesis has been closely observed by one of the most renowned representatives of translation semiotics, Dinda L. Gorlée, in her chapter ‘Translation after Jakobson after Peirce’ (Gorlée 1994:147-168). The aim of this chapter is

[...] to discuss translation as singled out by Jakobson among Peirce’s sign- theoretical concepts, and which Jakobson utilized again in a more restricted sense than originally intended by Peirce. For Jakobson, and in contradistinction to Peirce, translation is a metalinguistic process always involving language. I will propose and argue that the three kinds of translation put forth by Jakobson (1959:233; 1971b:261) can be construed and (re)refined in terms of Peirce’s three ontological categories, or modes of being. (Gorlée 1994:148)

Thus, Jakobson can be analyzed by means of methodological back translation into the contours that had earlier inspired him, into the works of Peirce. Gorlée, as a true expert on Peirce, carries out this project. Without stopping there, Gorlée develops a concept of semiotranslation, which ‘is a unidirectional, future-oriented, cumulative, and irreversible process, a growing network which should not be pictured as a single line emanating from a source text toward a designated target text’ (Gorlée 2004:103-104).


dell’analisi culturale, poiché fornisce i mezzi, attraverso il suo approccio semiotico, per distinguere e discernere il grado di traducibilità dei sistemi segnici, poi per descrivere sia la comunicazione, sia la metacomunicazione, e di conseguenza per associare questi processi di comunicazione allo spazio intertestuale, interdiscorsivo e intermediale nella cultura contemporanea (Torop 2001). Ma la formulazione teorica dei problemi contemporanei ha avuto inizio molto tempo fa e gli attuali problemi della scienza della traduzione e della semiotica della traduzione sono stati ampiamente elaborati già negli scritti di Roman Jakobson. Ciò significa che lo sforzo verso l’innovazione talvolta può portarci verso prospettive storiche.

3. La prospettiva di Jakobson

La nascita delle riflessioni semiotiche di Jakobson intorno alla traduzione è stata influenzata dalla lettura di Peirce. Questo aspetto è stato studiato minuziosamente da uno dei più noti rappresentanti della semiotica della traduzione, Dinda L. Gorlée, nel suo capitolo «Translation after Jakobson, after Peirce» (Gorlée 1994:147-168). Lo scopo di questo capitolo è:

[…] discutere la traduzione individuata da Jakobson tra le teorie del segno di Peirce, e che Jakobson ha riutilizzato in senso più ristretto di quanto intendesse Peirce in origine. Per Jakobson, e in contraddizione con Peirce, la traduzione è un processo metalinguistico che coinvolge sempre la lingua. Io propongo e sostengo che i tre tipi di traduzione elaborati da Jakobson (1959:233; 1971b:261) possono essere interpretati e (ri)rifiniti nei termini delle tre categorie ontologiche di Peirce, o modalità dell’essere. (Gorlée 1994:148)

Perciò si può analizzare Jakobson per mezzo di una traduzione metodologica inversa nei termini degli scritti di Peirce che lo avevano ispirato. Gorlée, in quanto vera esperta di Peirce, realizza questo progetto. Ma non si ferma qui. Sviluppa, infatti, il concetto di «semiotraduzione», che è «un processo unidirezionale, orientato al futuro, cumulativo e irreversibile, una rete in espansione che non deve essere rappresentata come una linea singola che deriva da un prototesto verso un determinato metatesto» (Gorlée 2004:103-104).


Semiotranslation is a complex metadisciplinary concept, which also influences the definition of translator’s competence and defines the knowledge of the translator as follows:

[...] the professional translator must have learned and internalized a vast number of associations and combinations with reference to individual languages (intralingual translation), language pairs (interlingual translation), and the interactions between language and nonverbal sign systems (intersemiotic translation). (Gorlée 2004:129)

Other scholars associated with semiotics have developed Jakobson’s views on translation according to their own ways of thinking and aims. A good example is provided by a series of modifications based on Jakobson’s typology of three kinds of translation, proposed by Gideon Toury in 1986, Umberto Eco in 2001, 2003 and Susan Petrilli in 2003.1 All of these authors have their own interpretation of Jakobson’s typology seen from their own angle, and come with their own theoretical premises.

In Jakobson’s now classic article of 1959 ‘On linguistic aspects of translation’ he distinguishes ‘three ways of interpreting a verbal sign’ (Jakobson 1971 [1959]:261): a verbal sign may be translated into other signs of the same language (intralingual translation), into another language (interlingual translation), or into another, nonverbal system of symbols (intersemiotic translation or transmutation).2 At the time of its appearance, the victory of Jakobson’s article lay in the introduction of a wider perspective on translation (cf. Levy ́ 1974:35; Steiner 1998 [1975]:274), which made possible the introduction of intersemiotic translation (Eco 2001:67).

The first revision of Jakobson’s typology was offered by Gideon Toury in his article ‘Translation: A cultural-semiotic perspective’ written for the Encyclopedic Dictionary of Semiotics (1986). Toury tries to form a systematic view of translation-related issues as seen from a cultural-semiotic angle and is forced to admit that translation studies is short of typologies of translating processes and translating activities.


La semiotraduzione è un complesso concetto metadisciplinare, che influenza anche la definizione della competenza del traduttore e definisce la conoscenza del traduttore come segue:

[…] il traduttore professionale deve aver imparato e interiorizzato un gran numero di associazioni e combinazioni in riferimento a singole lingue (traduzione intralinguistica), coppie di lingue (traduzione interlinguistica) e le interazioni tra lingua e sistemi di segni non verbali (traduzione intersemiotica) (Gorlée 2004:129).

Altri studiosi che si occupano di semiotica hanno sviluppato le opinioni di Jakobson sulla traduzione in base ai loro modi di pensare e ai loro scopi. Una serie di modifiche basate sulla tipologia di Jakobson dei tre tipi di traduzione, proposte da Gideon Toury nel 1986, da Umberto Eco nel 2001 e nel 2003 e da Susan Petrilli nel 2003 ne offrono un buon esempio1. Tutti questi autori hanno interpretato dal proprio punto di vista la tipologia di Jakobson e sono partiti dai propri presupposti teorici.

Nell’articolo del 1959 «Sugli aspetti linguistici della traduzione», ormai diventato un classico, Jakobson distingue «tre modi di interpretare un segno verbale» (Jakobson 1971 [1959]: 261): un segno verbale può essere tradotto in altri segni della stessa lingua (traduzione intralinguistica), in un’altra lingua (traduzione interlinguistica) o in un altro sistema non verbale di simboli (traduzione intersemiotica o trasmutazione)2. Al momento della pubblicazione, la conquista dell’articolo di Jakobson stava nell’introduzione di una prospettiva più ampia sulla traduzione (Levy 1974:35; Steiner 1998 [1975]:274), che ha reso possibile l’introduzione della traduzione intersemiotica (Eco 2001:67).

Gideon Toury ha proposto la prima rilettura della tipologia di Jakobson nel suo articolo «Translation: A cultural-semiotic perspective», scritto per l’Enciclopedic Dictionary of Semiotics (1986). Toury cerca di formare un punto di vista sistematico sulle questioni inerenti alla traduzione, viste da una prospettiva semiotico-culturale ed è obbligato ad ammettere che la scienza della traduzione è a corto di tipologie per i processi traduttivi e le attività traduttive.


Jakobson’s classification, Toury maintains, is the ‘only typology which has gained some currency’ in translation studies (Toury 1986:1113), and is an elaboration of the relations between the basic types of two codes. Toury has several objections to Jakobson’s classification: his typology is obviously biased towards linguistic translating,3 and it is ‘readily applicable only to texts, that is, to semiotic entities which have surface, overt representations’ (Toury 1986:1113) adding that Jakobson’s typology is unable to account for the fact that texts, ‘when undergoing an act of translating … may have more than one semiotic border to cross’ (Toury 1986:1113). For Toury, however, the notion that ‘translating is an act (or a process) which is performed (or occurs) over and across systemic borders’ (1986:1112) is precisely the differentia specifica of translating as a type of semiotic activity and should therefore be taken account of. In his opinion, a typology of translating processes based on the relations between the underlying codes could have been rendered more general, and by way of example, he offers his own version based on Jakobson’s typology where the most general division is made between intrasemiotic and intersemiotic translating, with the first category further divided into intrasystemic and intersystemic translating. Thus, in Toury’s scheme, ways of translating that involve language (intralingual, interlingual, and translation from language to non-language) are reduced to the level of possible examples of translative processes within or between different systems (Toury 1986:1114).

Toury’s typology is constructed from a different viewpoint than Jakobson’s approach. Jakobson’s point of departure is natural language: he outlines the various possibilities of interpreting a verbal sign. Toury so-to-say steps outside the natural language, decentralizes it, and reorganizes Jakobson’s single-level tripartition into a two-level typology.

Another scholar to have taken up Jakobson’s typology and developed it according to his views is Umberto Eco


La classificazione di Jakobson, afferma Toury, è «l’unica tipologia che ha ottenuto un minimo di diffusione» nella scienza della traduzione (Toury 1986:1113), ed è un’elaborazione dei rapporti tra i tipi base di due codici. Toury contesta in vari modi la classificazione di Jakobson: la sua tipologia è ovviamente sbilanciata verso la traduzione verbale3 ed è «applicabile senza difficoltà solo ai testi, ovvero a entità semiotiche che hanno delle rappresentazioni superficiali ed evidenti» (Toury 1986:1113) e aggiunge che la tipologia di Jakobson non è in grado di giustificare il fatto che i testi «quando sono soggetti a un atto traduttivo […] possono avere più di un confine semiotico da attraversare» (Toury 1986:1113). Tuttavia, per Toury l’idea che «tradurre è un atto (o un processo) che si compie (o avviene) al di là di e attraverso confini sistemici» (1986:1112) è precisamente la differentia specifica della traduzione come tipo di attività semiotica e perciò dovrebbe essere presa in considerazione. Secondo lui, una tipologia dei processi traduttivi basata sui rapporti tra i codici coinvolti sarebbe potuta essere più generale e, con un esempio, propone la propria versione basata sulla tipologia di Jakobson, in cui la divisione più generale è tra traduzione intrasemiotica e intersemiotica e la prima categoria è a sua volta divisa in traduzione intrasistemica e intersistemica. Perciò, secondo lo schema di Toury, i modi di tradurre che coinvolgono la lingua (traduzione intralinguistica, interlinguistica o traduzione da una lingua a una non lingua) si riducono al livello di possibili esempi di processi traduttivi in o tra sistemi diversi (Toury 1986:1114).

La tipologia di Toury è costruita da un punto di vista diverso dall’approccio di Jakobson. Il punto di partenza di Jakobson è il linguaggio naturale e delinea le varie possibilità d’interpretazione di un segno verbale. Toury, per così dire, esce dal mondo del linguaggio naturale, lo decentra e riorganizza la tripartizione Jakobsoniana a un livello in una tipologia a due livelli.

Un altro studioso che ha ripreso la tipologia Jakobsoniana e la ha sviluppata secondo il proprio punto di vista è Umberto Eco,


in his book Experiences in Translation (2001) and later in its Italian and expanded version Dire quasi la stessa cosa (2003). Eco suggests, first, that Jakobson most probably meant that his three types of translation are in fact three types of interpretation, and if one did not pay closer attention, ‘it would be easy to succumb to the temptation to identify the totality of semiosis with a continuous process of translation; in other words, to identify the concept of translation with that of interpretation’ (Eco 2001:68). Eco explains Jakobson’s indifference towards clarifying the relations between translation and interpretation with the fact that Jakobson, the first linguist to discover ‘the fecundity of Peircean concepts’ (Eco 2001:68), fell prey to Peirce’s ‘notoriously protean and often impressionistic’ vocabulary (Eco 2001:69), which led to the use of the word ‘translation’ as a synecdoche for ‘interpretation.’ Eco, however, insists that the identification of the concepts of translation and interpretation should be avoided and sets out to ‘to show that the universe of interpretations is vaster than that of translation proper’ (Eco 2001:73).

Thus, Eco proposes a different classification of the forms of interpretation, a classification where ‘due importance is attached to the problems posed by variations in both the substance and the purport of the expression’ (Eco 2001:99-100). As is evident from Eco’s choice of words, his point of reference here is Louis Hjelmslev’s theory of language with the distinctions between form, substance, and purport (or continuum).4 Besides the influence of Hjelmslev and the obvious point of departure in Jakobson’s tripartition, Eco’s classification shows also some similarities with Toury’s typology as discussed above (although Toury’s name goes unmentioned in Eco). While Jakobson’s original typology distinguished between three categories and Toury’s modification resulted in four general categories divided between two levels, Eco’s classification has a total of thirteen categories divided between three levels.


nel suo libro Experiences in Translation (2001) e poi in Dire quasi la stessa cosa (2003), la versione italiana più estesa. Eco sostiene, per prima cosa, che molto probabilmente Jakobson pensava che i suoi tre tipi di traduzione fossero in realtà tre tipi di interpretazione e se non ci si prestasse particolare attenzione «sarebbe facile soccombere alla tentazione di identificare la semiosi nella sua totalità con un continuo processo di traduzione; in altre parole, di identificare il concetto di “traduzione” con quello d’“interpretazione”» (Eco 2001:68). Eco spiega l’indifferenza di Jakobson nei confronti della precisazione dei rapporti tra traduzione e interpretazione con il fatto che Jakobson, il primo linguista a scoprire «la fecondità delle idee di Peirce» (Eco 2001:68), è stato vittima del vocabolario di Peirce «notoriamente mutevole e spesso impressionistico» (Eco 2001:69), che ha portato all’uso della parola «traduzione» come sineddoche di «interpretazione». Tuttavia, Eco sostiene che si debba evitare l’identificazione dei concetti di «traduzione» e «interpretazione» e si propone «di mostrare che l’universo delle interpretazioni è più vasto di quello della traduzione vera e propria» (Eco 2001:73).

Perciò Eco propone una diversa classificazione delle forme d’interpretazione, una classificazione in cui «si dà la giusta importanza ai problemi posti dalle variazioni sia nella sostanza, sia nella portata dell’espressione» (Eco 2001:99-100). Come appare evidente dalla scelta di parole di Eco, qui il suo punto di riferimento è la teoria del linguaggio di Louis Hjelmslev e le distinzioni tra forma, sostanza e portata (o continuum)4. Oltre all’influenza di Hjelmslev e all’ovvio punto di partenza nella tripartizione di Jakobson, la classificazione di Eco mostra anche qualche somiglianza con la tipologia di Toury di cui sopra (anche se il nome di Toury non viene menzionato da Eco). Mentre la tipologia originale di Jakobson distingueva tre categorie e la variazione di Toury ha avuto come risultato quattro categorie generali divise in due livelli, la classificazione di Eco ha un totale di tredici categorie divise in tre livelli.


Similarly to Jakobson, Eco’s initial division on the highest level is tripartite, but since the first class, interpretation by transcription, is soon dismissed as taking place by automatic substitution and therefore as uninteresting for the discussion at hand (Eco 2001:100), the initial division is left essentially with two classes, intrasystemic interpretation and intersystemic interpretation.

This division is already rather similar to Toury’s typology, with the main difference lying in the fact that for Toury, the word ‘semiotic’ is more general than ‘systemic’ (e.g. in Toury’s typology, intrasemiotic translating is subdivided into intrasystemic and intersystemic translating). For Eco, on the contrary, ‘systemic’ is a wider concept than ‘semiotic.’ As already mentioned, the first class of the most general level (interpretation by transcription) has no further subdivisions at all. The second class (intrasystemic interpretation) has three subclasses (intralinguistic interpretation, intrasemiotic interpretation, and performance), and the third class (intersystemic interpretation) falls into two subdivisions (with marked variation in the substance and with mutation of continuum), the first one of which has three further subclasses (interlinguistic interpretation, rewriting, and translation between other semiotic systems) and the second has two subclasses (parasynonymy and adaptation).

Since Eco’s central concern is to single out ‘translation proper’ (that is, what is generally understood by ‘translation’ and takes place between natural languages) from among other types of interpretation, translation in natural language remains the implicit focal point of his typology. This may explain why the word ‘linguistic’ appears in Eco’s classification on the same classificatory level as ‘semiotic,’ not as a subclass of ‘semiotic.’ The semiolinguistic category is further supported by the long tradition in (anthropo)semiotics that regards natural language as the central and pri- mary means of communication, the primary modeling system.5


Similmente a Jakobson, la divisione iniziale di Eco al livello più elevato è tripartita, ma poiché la prima classe, «interpretazione per trascrizione», viene presto scartata perché avviene tramite sostituzione automatica e perciò non è rilevante per la discussione in questione (Eco 2001:100), la divisione iniziale rimane essenzialmente con due classi, l’interpretazione intrasistemica e l’interpretazione intersistemica.

Questa divisione è già piuttosto simile alla tipologia di Toury; la differenza principale risiede nel fatto che per Toury la parola «semiotico» è più generica di «sistemico» (per esempio, nella tipologia di Toury la traduzione intrasemiotica è suddivisa in traduzione intrasistemica e intersistemica). Per Eco, invece, «sistemico» è un concetto più ampio di «semiotico». Come già accennato, la prima classe del livello più generico (interpretazione per trascrizione) non ha ulteriori suddivisioni. La seconda classe (interpretazione intrasistemica) ha tre sottoclassi (interpretazione intralinguistica, interpretazione intrasemiotica e performance) e la terza classe (interpretazione intersistemica) è soggetta a due suddivisioni (in base a una variazione marcata nella sostanza o a una mutazione del continuum), la prima delle quali ha altre tre sottoclassi (interpretazione interlinguistica, riscrittura, e traduzione tra altri sistemi semiotici) e la seconda ha due sottoclassi (parasinonimia e adattamento).

Poiché l’interesse principale di Eco è selezionare la «traduzione vera e propria» (ovvero, ciò che generalmente s’intende con «traduzione» e che avviene tra linguaggi naturali) da altri tipi d’interpretazione, la traduzione in una lingua naturale rimane il punto focale implicito della sua tipologia. Questo forse spiega perché la parola «linguistico» nella classificazione di Eco appaia allo stesso livello classificatorio di «semiotico», non come sottoclasse di «semiotico». La categoria semiolinguistica è inoltre sostenuta dalla lunga tradizione dell’antroposemiotica che considera il linguaggio naturale il mezzo di comunicazione principale e più importante, il sistema di modellizzazione più importante.5


The most recently published interpretation of Jakobson’s typology comes from Susan Petrilli in her article ‘Translation and semiosis. Introduction’ (2003). Combining Jakobson’s typology with Peircean semiotics, she states at the very beginning that ‘in the first place to translate is to interpret’ (Petrilli 2003:17), that translation is constitutive of the sign and that sign activity is, in fact, a translative process. This means that, quoting Petrilli, ‘translation does not only concern the human world, anthroposemiosis, but rather is a constitutive modality of semiosis, or more exactly, of biosemiosis’ (Petrilli 2003:17) and therefore, translative processes can be said to pervade the entire living world, the biosphere.6

Petrilli proposes a comprehensive typology of translating processes, ranging from intersemiosic translation (translative processes across two or more sign systems) and endosemiosic translation (translative processes internal to a given system) in biosemiosphere to diamesic, diaphasic, and diglossic translation (translation between written and oral language, across registers, and between a standard language and a dialect, respectively) (Petrilli 2003:19-20). Petrilli prefers to use the prefix endo- instead of intra- in the terms endosemiosic, endolinguistic, endoverbal, endolingual. Usually, terms that work together belong to the same system: thus, a term with a prefix ‘endo-’ would normally assume the use of its counterpart, a term with a prefix ‘exo-,’ and similarly, ‘inter-’ would assume its counterpart ‘intra-’. Therefore the terminological field of Petrilli’s classification makes a somewhat heterogeneous and disorienting model, particularly in the case of endolingual translation which essentially corresponds to Jakobson’s intralingual translation. Also, following Petrilli’s argument, it seems that the typology could include two more categories, endosemiotic and interverbal translation, which, however, are missing.


L’interpretazione della tipologia di Jakobson di più recente pubblicazione è quella di Susan Petrilli, nel suo articolo «Traduzione e semiosi. Considerazioni introduttive» (2000). Unendo la tipologia di Jakobson con la semiotica di Peirce, afferma fin dall’inizio che «tradurre è in primo luogo interpretare» (Petrilli 2000:9), che la traduzione è una parte costitutiva del segno e che l’attività segnica è di fatto un processo traduttivo. Ciò significa che, citando Petrilli, «la traduzione non riguarda soltanto il mondo umano, l’antroposemiosi, ma è una modalità costitutiva della semiosi […], della biosemiosi» (Petrilli 2000:9) e perciò si può affermare che i processi traduttivi pervadono l’intero mondo vivente, la biosfera6.

Petrilli propone una tipologia globale dei processi traduttivi, spaziando dalla traduzione intersemiosica (processi traduttivi tra due o più sistemi di segni) e dalla traduzione endosemiosica (processi traduttivi all’interno di un sistema dato) nella biosemiosfera alla traduzione diamesia, diafasica e diglossica (rispettivamente la traduzione tra lingua scritta e orale, tra registri diversi e tra una lingua standard e un dialetto) (Petrilli 2000:10). Petrilli preferisce usare il prefisso «endo-» invece di «intra-» nei termini «endosemiosico», «endolinguistico», «endoverbale», «endolinguale». Di solito i termini collegati tra loro appartengono allo stesso sistema: perciò un termine con il prefisso «endo-» dovrebbe di norma far presumere l’uso della sua controparte, ovvero un termine con il prefisso «eso-» e, similmente, «inter-» dovrebbe avere come controparte «intra-». Di conseguenza, il campo terminologico della classificazione di Petrilli forma un modello alquanto eterogeneo e confusionario, in particolare nel caso della traduzione endolinguale che in realtà corrisponde alla traduzione intralinguistica di Jakobson. E poi, seguendo l’argomentazione di Petrilli, sembra che la tipologia possa comprendere altre due categorie, la traduzione endosemiotica e interverbale, che, tuttavia, mancano.


When compared to Jakobson’s typology and its later modifications by Toury and Eco, Petrilli’s scheme has an explicit conceptual innovation: the inclusion of translative processes outside the human world. In contrast to Eco, who tries to establish the boundaries of translation (in its ‘proper’ sense), drawing attention to the fact that ‘the variety of semiosis gives rise to phenomena whose difference is of the maximum importance for the semiologist’ (Eco 2001:73), Petrilli goes to the other extreme, maximally extending the notion of translation.

It seems natural that the search for translational processes extending beyond human verbal language would start with the generality of semiotic laws. Jakobson found in Peirce’s works fundamental rules for discussing the nature of sign and meaning as well as translation and ‘insisted that a widened definition of translation – as the interpretation of sign by another – was an essential aspect of semiotic activity’ (Rudy and Waugh 1998:2262). Peirce is naturally present in the discussions about translation of the semioticians Eco and Petrilli. Toury is the only one of the three who, commenting on Jakobson, does not mention Peirce at all (even though he is writing for a specifically semiotic encyclopedia); his semiotic background is more in line with the tradition of semiotics of culture. Surprisingly, Toury radically decentralizes natural language in his typology of translation. Eco remains centered on translation in natural language and, in fact, so does Petrilli, even though she extends the notion of translation beyond the human sphere. Petrilli’s typology unfolds into more and more detail with regard to specifically natural language, ending with a tripartite division between varieties of translational processes within a single natural language. In general, however, ‘methodologically the tradition that has its roots in Jakobson and in part also in Peirce has been characterized by bringing the concepts of meaning, interpretation and translation close to one another and viewing culture as a mechanism of translation’ (Torop 2002:598).


Se messo a confronto con la tipologia Jakobsoniana e le successive modifiche di Toury ed Eco, lo schema di Petrilli ha un’innovazione concettuale esplicita: l’inserimento dei processi traduttivi al di fuori della sfera umana. Diversamente da Eco, che cerca di stabilire i confini della traduzione (in senso “vero e proprio”) e si concentra sul fatto che «la molteplicità della semiosi dà origine a fenomeni di cui la differenza è dimassima importanza per il semiologo» (Eco 2001:73), Petrilli va verso il polo opposto e amplia al massimo grado il concetto di «traduzione».

Sembra del tutto naturale che la ricerca di processi traduttivi che si estendono al di là del linguaggio verbale umano parta dai concetti generali delle leggi semiotiche. Negli scritti di Peirce, Jakobson ha trovato le leggi fondamentali per discutere della natura sia del segno e del significato, sia della traduzione e «ha sostenuto che una definizione estesa di traduzione – come interpretazione di un segno in un altro – fosse un aspetto essenziale dell’attività semiotica» (Rudy and Waugh 1998:2262). È naturale che, nella discussione sulla traduzione dei semiotici Eco e Petrilli, sia presente Peirce. Toury è l’unico dei tre che, commentando Jakobson, non cita per nulla Peirce (anche se scrive per un’enciclopedia specificamente semiotica); la sua formazione semiotica è più in linea con la tradizione della semiotica della cultura. A sorpresa, nella sua tipologia della traduzione, Toury decentra il linguaggio naturale in modo radicale. Eco rimane concentrato sulla traduzione nel linguaggio naturale e, in effetti, anche Petrilli, anche se quest’ultima estende il concetto di traduzione al di là della sfera umana. La tipologia di Petrilli ha delle suddivisioni sempre più dettagliate riguardo al linguaggio naturale nello specifico e si conclude con una divisione tripartita tra le varietà dei processi traduttivi all’interno di una singola lingua. Tuttavia, in generale, «a livello metodologico la tradizione che affonda le proprie radici in Jakobson e, in parte, anche in Peirce è caratterizzata dall’avvicinamento dei concetti di significato, interpretazione e traduzione e dalla considerazione della cultura come meccanismo traduttivo» (Torop 2002:598).


Jakobson’s concepts of intralingual, interlingual, and intersemiotic translation as a repeatedly reconceptualized three-way typology brings the problems of the present-day translation studies as well as semiotics back to the turning point that Jakobson seems to represent. Jakobson’s interest in the issues of translation can be regarded as a quest for deeper understanding of communication processes, and his views on translation cannot be isolated from his general theory of communication. Jakobson envisioned a total science of communication within which he distinguished between linguistics as a means to study verbal messages and semiotics as a means to study any messages (Jakobson 1971:666). He anticipated that the study of communication would grow increasingly aware of the relevance of translation and related issues, for example: ‘Besides encoding and decoding, also the procedure of recoding, code switching, briefly, the various facets of translation, is becoming one of the focal concerns of linguistics and of communication theory [...]’ (Jakobson 1971 [1961]:576).

Part of the complexity of the phenomenon of communication comes from the realization that ‘the nature of the signans itself is of great importance for the structure of messages and their typology. All five external senses carry semiotic functions in human society’ (Jakobson 1971 [1968]:701). From here, Jakobson starts to unfold the logic of translation: ‘Signans meant the perceptible and signatum the intelligible, translatable aspect of the signum (sign)’ (Jakobson 1985 [1974]:99). Intelligibility as translation is, however, only the first step, for understanding messages in a communication process presupposes a more elaborated approach: ‘The study of communication must distinguish between homogeneous messages which use a single semiotic system and syncretic messages based on a combination or merger of different sign patterns’ (Jakobson 1971 [1961]:705).


I concetti Jakobsoniani di traduzione intralinguistica, interlinguistica e intersemiotica in quanto tipologia a tre riconcettualizzata più volte, riportano i problemi della scienza della traduzione contemporanea e la semiotica al punto di svolta rappresentato da Jakobson. Si può considerare l’interesse di Jakobson verso la questione della traduzione la ricerca di una comprensione più profonda dei processi di comunicazione e non si possono separare le sue considerazioni sulla traduzione dalla teoria generale della comunicazione. Jakobson ha immaginato una scienza totale della comunicazione all’interno della quale distingueva tra la linguistica come mezzo per studiare i messaggi verbali e la semiotica come mezzo per studiare qualsiasi messaggio (Jakobson 1971:666). Ha previsto che lo studio della comunicazione sarebbe diventato sempre più consapevole della rilevanza della traduzione e delle questioni affini, per esempio: «Oltre alla codifica e alla decodifica, anche la procedura di ricodifica, il cambiamento di codice, in poche parole le varie sfaccettature della traduzione stanno diventando uno degli interessi fondamentali della linguistica e della teoria della comunicazione […]» (Jakobson 1971 [1961]:576).

Una parte della complessità del fenomeno della comunicazione deriva dalla presa di coscienza che «la natura del signans in sé è di grande importanza per la struttura dei messaggi e la loro tipologia. Tutti e cinque i sensi esterni hanno funzioni semiotiche nella società umana» (Jakobson 1971 [1968]:701). Da qui Jakobson comincia a sviluppare la logica della traduzione: «Il signans è percepibile e il signatum intellegibile, l’aspetto traducibile del signum (segno)» (Jakobson 1985 [1974]:99). Tuttavia, l’intelligibilità come traduzione è solo il primo passo, perché la comprensione dei messaggi in un processo comunicativo presuppone un approccio più elaborato: «Lo studio della comunicazione deve fare una distinzione tra messaggi omogenei che usano un signolo sistema semiotico e messaggi sincretici basati sulla combinazione o fusione di pattern di segni diversi» (Jakobson 1971 [1961]:705).


This means that the investigation of the functions of language must be transferred to a more semiotic framework:

The cardinal functions of language – referential, emotive, conative, phatic, poetic, and metalingual – and their different hierarchy in the diverse types of messages have been outlined and repeatedly discussed. This pragmatic approach to language must lead mutatis mutandis to an analogous study of the other semiotic systems: with which of these or other functions are they endowed, in what combinations and in what hierarchical order? (Jakobson 1971 [1961]:703)

Seeing language and other sign systems in their mutual relationship and juxtaposing them hierarchically, paying attention to both the processes of perception and of understanding as well as the processes of message production and reception, leads to a systemic view of communication, which accommodates syncretic messages and the association of (sensual) perception with (intellectual) understanding. On the other hand, an important presumption to understanding translation process as well as any communication is the realization that language as a means of communication works not only in interpersonal communication, but has an equally important role also in intrapersonal communication: ‘While interpersonal communication bridges space, intrapersonal communication proves to be the chief vehicle for bridging time’ (Jakobson 1985 [1974]:98).

These considerations form the background to Jakobson’s distinction between three kinds of translation. The interest of various outstanding scholars in a deeper examination of these kinds of translation is brought about by the need to understand in the present-day culture the ways of existence of both the inter- and intrapersonal, of the homogeneous and the syncretic, of the invariant and the variance. As the concept of translation broadens, it approaches the concept of understanding – understanding through translation and understanding the translation itself. To understand different kinds of translation means to understand both communication and autocommunication processes, and to understand


Ciò significa che l’indagine sulle funzioni del linguaggio deve essere inserita in una struttura più semiotica:

Le funzioni cardinali del linguaggio – referenziale, emotiva, conativa, fatica, poetica e metalinguistica – e la loro diversa gerarchia in diversi tipi di messaggi sono state esposte e discusse più volte. Questo approccio pragmatico al linguaggio deve portare, mutatis mutandis, a uno studio analogo degli altri sistemi semiotici: di quali tra queste o altre funzioni sono dotati, in quale combinazione e secondo quale ordine gerarchico? (Jakobson 1971 [1961]:703)

Prendere in considerazione il linguaggio e altri sistemi di segni nei loro rapporti reciproci e confrontandoli a livello gerarchico, prestare attenzione sia ai processi di percezione e comprensione, sia ai processi di produzione e ricezione dei messaggi porta a una visione sistemica della comunicazione, che concilia i messaggi sincretici e l’associazione della percezione (dei sensi) con la comprensione (dell’intelletto). D’altro canto, un presupposto importante per la comprensione sia del processo traduttivo, sia di qualsiasi (atto di) comunicazione è la consapevolezza che il linguaggio come mezzo di comunicazione non è attivo solo nella comunicazione interpersonale, ma ha un ruolo ugualmente importante anche nella comunicazione intrapersonale: «Mentre la comunicazione interpersonale crea ponti nello spazio, la comunicazione intrapersonale prova di essere il veicolo fondamentale per creare ponti nel tempo» (Jakobson 1985 [1974]:98).

Queste considerazioni formano il contesto della distinzione jakobsoniana fra tre tipi di traduzione. L’interesse di vari eminenti studiosi per un esame più profondo di questi tipi di traduzione nasce dal bisogno di comprendere le modalità di esistenza sia della componente interpersonale, sia di quella intrapersonale, di quella omogenea e di quella sincretica, dell’invariante e della varianza nella cultura contemporanea. A mano a mano che il concetto di «traduzione» si amplia, raggiunge il concetto di «comprensione»: comprensione attraverso la traduzione e comprensione della traduzione stessa. Comprendere tipi di traduzione diversi significa comprendere sia i processi di comunicazione, sia di autocomunicazione, e comprendere la


communication means to understand the infinite transformation processes of culture, including translation.

4.         Conclusion: Processual boundaries

The dynamics of the development of culture towards integrating interdiscursivity and intermediality have strongly affected the conceptions of identities. Alongside textual identity, we speak of discursive or medial identity, but also of interdiscursive and inter- or multimedial identity. Translation is no longer simply translation of a text into another text; it is also a translation of a text into a medium or a discourse. The ontological status of the text in culture has changed as well. One and the same verbal text may exist within culture simultaneously as a verbal, multi-medial, audiovisual, or audial text. These diverse texts form a simultaneous set in which causal relations, the order of original text production and translation do not play any significant role any more. More important is the influence of this set as a simultaneous semiotic whole on the processes of reception, on cultural memory, and hence on the mental existence of the text in culture. This intracultural process of translation is as important as intercultural translation for it reflects the changing of verbal language under the influence of different communication technologies and environments, but also the ways in which verbal language is related to other semiotic systems in culture.

Today, translation studies are in a difficult position, especially considering the integration of the technological aspect of cultural dynamics. However, the processes taking place within new media can be regarded as a transfer of the experiences of earlier periods in culture into new technological conditions. This means that one result of the use of new media is a better understanding of traditional interlinguistic translation, since several aspects of translation activity, which had so far remained implicit,


comunicazione significa comprendere gli infiniti processi di trasformazione della cultura, compresa la traduzione.

4. Conclusione: i confini processuali

La dinamica dello sviluppo della cultura verso l’integrazione di interdiscorsività e intermedialità ha influenzato in modo considerevole le concezioni delle identità. Insieme all’identità testuale parliamo di identità discorsiva o mediale, ma anche di identità interdiscorsiva e intermediale, o multimediale. La traduzione non è più la semplice traduzione di un testo in un altro testo; è anche la traduzione di un testo in un medium o in un discorso. Anche lo status ontologico del testo nella cultura è cambiato. Uno stesso testo verbale può esistere in una cultura contemporaneamente come testo verbale, multimediale, audiovisivo o uditivo. Questi testi diversi formano una serie simultanea in cui i rapporti causali, l’ordine della produzione del testo originale e la traduzione non hanno più un ruolo fondamentale. È più importante l’influenza di questa serie, in quanto blocco semiotico simultaneo, sui processi di ricezione, sulla memoria della cultura e perciò sull’esistenza mentale del testo nella cultura. Questo processo intraculturale di traduzione è importante quanto la traduzione interculturale poiché riflette il cambiamento del linguaggio influenzato da tecnologie e ambienti di comunicazione diversi, ma anche i modi in cui il linguaggio verbale è collegato ad altri sistemi semiotici della cultura.

Oggi la scienza della traduzione è in una posizione difficile, specie se si prende in considerazione l’integrazione dell’aspetto tecnologico della dinamica culturale. Tuttavia, si possono considerare i processi che hanno luogo all’interno dei nuovi media come trasferimento delle esperienze di periodi precedenti della cultura nelle condizioni tecnologiche nuove. Ciò significa che uno dei risultati dell’uso dei nuovi media è la migliore comprensione della traduzione interlinguistica tradizionale, poiché diversi aspetti dell’attività traduttiva, che finora erano rimasti impliciti,


have become explicit under new conditions. The visual side of a verbal (translation) text, once an invisible problem regarding the quality of the text, has become visible by the comparison of translation and film adaptations of literature. The new multimedia and new media environment has brought back the relevance of the old methods of translator training, that in the first stages of teaching placed great emphasis on intralinguistic translation in the form of either interdiscursive translation or textual manipulation (abridgement, recomposition etc.). Another new tendency in the training of translators is the introduction of intersemiotic translation, for reasons that are both pedagogical (comprehension of the visual aspect of the text) and pragmatic (translating into a visual environment, such as newspaper layout etc.). Translation pedagogy is perhaps the best indication of the changing boundaries of translation processes.

The widening of the boundaries of translation process results in the intensified search for appropriate methodologies. One indication of this is the repeated reconceptualization or further elaboration of Jakobson’s typology of intralingual, interlingual, and intersemiotic translation at the intersection of semiotics, translation studies, analysis of culture, and communication. This broadening of Jakobson’s works must be integrated into the growth of translation studies, where the signs of methodological innovation are accompanied by steps toward semiotics. Semiotics, on the other hand, seems to be undergoing an actualization of translation issues, and the concept of semiotranslation refers to the possibilities of methodological synthesis between translation studies and semiotics. Methodological innovation is needed both in translation studies as a separate discipline and within semiotics in its complex interpretation of communication processes. Translating into the totality of culture exists side by side with culture as total translation.


sono diventati espliciti alle condizioni nuove. Il lato visivo di un testo verbale (traduzione), una volta un problema invisibile che riguardava la qualità del testo, è diventato visibile grazie al confronto fra traduzione e adattamenti filmici delle opere testuali. L’ambiente dei nuovi multimedia e dei nuovi media ha reintrodotto la rilevanza degli antichi metodi di formazione del traduttore, che nelle prime fasi d’insegnamento davano grande importanza alla traduzione intralinguistica sotto forma di traduzione interdiscorsiva o manipolazione testuale (versioni ridotte, ricomposizioni, eccetera). Un’altra nuova tendenza nella formazione dei traduttori riguarda l’introduzione della traduzione intersemiotica, per ragioni sia pedagogiche (comprensione dell’aspetto visivo del testo) sia pragmatiche (tradurre in un ambiente visivo, come per esempio l’impaginazione di un giornale, eccetera). La pedagogia della traduzione è forse il segno migliore del cambiamento dei confini dei processi traduttivi.

L’ampliarsi dei confini del processo traduttivo ha come risultato una ricerca più intensa di metodologie appropriate. La riconcettualizzazione ripetuta o l’ulteriore elaborazione della tipologia Jakobsoniana di traduzione intralinguistica, interlinguistica e intersemiotica come punto d’incrocio tra semiotica, scienza della traduzione, analisi della cultura e comunicazione è indicativa di questo fenomeno. Questo patrimonio allargato delle opere di Jakobson va inserito nello sviluppo della scienza della traduzione, dove i segni dell’innovazione tecnologica sono accompagnati dal progresso verso la semiotica. La semiotica, invece, sembra sottoposta all’attualizzazione delle questioni traduttive e il concetto di «semiotraduzione» fa riferimento alle possibilità di sintesi metodologica tra scienza della traduzione e semiotica. È necessaria un’innovazione metodologica sia nella scienza della traduzione in quanto disciplina a sé stante, sia all’interno della semiotica nella complessa interpretazione dei processi di comunicazione. La traduzione della cultura nella sua totalità esiste fianco a fianco con la cultura come traduzione totale.


Notes

* Special thanks are due to the Estonian Science Foundation (ETF) for its support (Grant no. 5717), which granted us the time to devote to writing this article.

1 An affinity with Jakobson’s typology and thought is discussed in Peeter Torop’s model of total translation. As a taxonomic model of the translation process it is based on ‘the general characteristics of text and communication and leads to the conviction that a description of the translation process is applicable to other types of text communication’ (Torop 2000a:72). For further details, see Torop (1995, 2000b).

2 Although references to Jakobson’s distinction between three kinds of translation are generally made on the basis of his article published in 1959, one can be reminded here that Jakobson spoke of the three kinds of translation already in 1952 in his concluding report at the conference of anthropologists and linguists. This report was also published as an article in 1953 (Jakobson 1971 [1953]). Here, Jakobson discussed the possibilities of interpreting the word ‘pork’: it can be interpreted by using the intralingual method, that is, by circumlocution; or it can be interpreted by using interlingual method, that is, it can be translated into another language; and finally, it can be interpreted by using the intersemiotic method if, for example, non-linguistic pictorial signs are resorted to (Jakobson 1971 [1953]:566).

3 Toury softens his objection stating that Jakobson’s ‘preference [for linguistic translating] is understandable, if not to say acceptable’ (Toury 1986:1113) – perhaps especially in view of the fact that, for Jakobson, language always remained the primary communication system and linguistics, respectively, the science around which other sciences of man centered (Jakobson 1971 [1961], 1971).

4 For an overview of Eco’s interpretation of Hjelmslev, see Eco (2001:82-88).

5 In his book Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione (2003), Eco sets forth a similar classification with slight but nonetheless significant adjustments comparable to those made by Toury in his revision of Jakobson’s typology (1986). Compared to the classification presented in Experiences in Translation, in the subdivision of intrasystemic interpretation (interpretazione intrasistemica) Eco exchanges the positions of intralinguistic (intralinguistica) and intrasemiotic (intrasemiotica) interpretations. At the same time, in the subdivision of intersystemic interpretation (interpretazione intersistemica) he rearranges the order of the slightly rephrased types of interlinguistic interpretation, rewriting, and translation between other semiotic systems. Eco now gives: first, interpretazione intersemiotica, second, interpretazione interlinguistica, and last, rifacimento (Eco 2003: 236). In other words, Eco reorders his types according to the logic that ‘semiotic’ is a broader, more comprehensive category than ‘linguistic’ and should therefore come first.

Note

 

1 Nel modello di traduzione totale di Peeter Torop si discute l’affinità con la tipologia e il pensiero di Jakobson. In quanto modello tassonomico del processo traduttivo, si basa sulle «caratteristiche generali del testo e della comunicazione e porta all’idea che una descrizione del processo traduttivo è applicabile ad altri tipi di comunicazione» (Torop 2000a:72). Per ulteriori dettagli consultare Torop (1995, 2000b).

2 Anche se generalmente i riferimenti alla distinzione Jakobsoniana fra tre tipi di traduzione si fanno sulla base del suo articolo pubblicato nel 1959, in questo caso bisogna ricordare che Jakobson aveva parlato di tre tipi di traduzione già nel 1952 nella sua relazione finale a una conferenza di antropologi e linguisti. Questa relazione è stata anche pubblicata come articolo nel 1953 (Jakobson 1971 [1953]). Qui Jakobson discuteva le possibilità d’interpretare la parola «carne di maiale»: si può interpretarla usando il metodo intralinguistico, ovvero con la circonlocuzione; o si può interpretarla usando il metodo interlinguistico, ovvero si può tradurla in un’altra lingua; e infine si può interpretarla usando il metodo intersemiotico se, per esempio, si ricorre a segni pittorici non linguistici (Jakobson 1971 [1953]:566).

3 Toury smorza il suo dissenso affermando che «la preferenza» di Jakobson «[per la traduzione linguistica] è comprensibile, anche se non accettabile» (Toury 1986: 1113), forse proprio in vista del fatto che, per Jakobson, il linguaggio è sempre rimasto il sistema primario di comunicazione e la linguistica, rispettivamente, la scienza intorno a cui gravitavano la altre scienze umane (Jakobson 1971 [1961], 1971).

4 Per una panoramica dell’interpretazione di Hjelmslev da parte di Eco consultare Eco (2001:82-88).

5 Nel suo libro Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione (2003), Eco mette in atto una classificazione simile con cambiamenti minimi ma comunque significativi, paragonabili a quelli fatti da Toury nella sua revisione della tipologia Jakobsoniana (1986). Facendo un confronto con la classificazione presentata in Experiences in Translation, nella suddivisione dell’interpretazione intrasistemica Eco scambia le posizioni delle interpretazioni intralinguistica e intrasemiotica. Allo stesso tempo, nella suddivisione dell’intepretazione intersistemica, riorganizza l’ordine dei tipi – leggermente riformulati – d’interpretazione interlinguistica, rifacimento e traduzione tra altri sistemi semiotici. Ora Eco espone per prima l’interpretazione intersemiotica, per seconda l’interpretazione interlinguistica e per ultimo il rifacimento (Eco 2003:236). In altre parole Eco riordina le tipologie in base alla logica che «semiotica» è una categoria più ampia, più generale di «linguistica» e perciò deve venire per prima.


6 The idea of translational processes taking place outside human culture transpiring in the rest of the biosphere, has been dealt with in the description of biotranslation in the article written by Kalevi Kull and Peeter Torop (2003). Translation is said to mean ‘that some signs in one Umwelt are put into correspondence with some signs in another Umwelt’ (Kull and Torop 2003:318).


6 Nella descrizione della biotraduzione presente nell’articolo scritto da Kalevi Kull e Peeter Torop (2003) si affronta l’idea che i processi traduttivi che avvengono al di fuori della cultura umana si espandono nel resto della biosfera. Si dice che la traduzione significa «che alcuni segni in un Umwelt corrispondono ad alcuni segni in un altro Umwelt» (Kull e Torop 2003:318).

 

 


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2. Analisi testuale dell’originale

 

 


2.1 Contenuto

Il saggio che ho tradotto s’intitola «Processual boundaries of translation: Semiotics and translation studies» ed è stato scritto a quattro mani nel 2007 da Peeter Torop ed Elin Sütiste, allora dottoranda dell’Università di Tartu. Come si evince già dal titolo, l’articolo propone un’analisi dei confini processuali della traduzione e del rapporto tra scienza della traduzione e semiotica.

La trattazione comincia con la constatazione che, per riuscire a comprendere l’evoluzione delle scienze – di qualunque scienza, che sia la scienza della traduzione, la sociologia, o la psicologia –, bisogna per prima cosa comprendere i metalinguaggi usati e i modi di pensare che si celano dietro quest’ultimi nei diversi periodi storici. Per dirla con parole che ricordano quelle di Lyotard, bisogna analizzare le «piccole narrative» (Lyotard:74) tramite le quali si esprimono i concetti all’interno di una scienza, senza perdere di vista il medium utilizzato per esprimerli.

Nella nostra società, soprattutto nell’ultimo secolo, i mezzi di comunicazione si sono rapidamente evoluti e si è verificato un grande cambiamento nei metodi di rappresentazione, caratterizzati sempre più da una crescente presenza di multimedialità e ipermedialità. Gunther Kress ha affrontato in modo molto esaustivo questo argomento, constatando che i cambiamenti tecnologici hanno portato alla compenetrazione di diverse forme di rappresentazione – immagine e testo scritto, per esempio – e alla compresenza di diversi media in un solo testo:

Multimedia messaging is already available. […] a Californian company is developing ‘multimodality’ in the form of programs that convert gesture to writing. […] the possibility of direct voice-to-machine interaction has existed for some time now, even though with limitations. There are the major forms of transduction which already exist – in the latter case from a mode based on sound to a mode based on graphic substance. All we can do at the moment is […] to imagine the characteristics of a theory which can account for the processes of making meaning in the environments of multimodal representation in multimediated communication, of cultural plurality and of social and economic instability. Such a theory will represent a decisive move away from the assumptions of mainstream theories of the last century about meaning, language and learning. The major shifts concern a whole range of hitherto taken-for-granted understandings, for instance about stable systems of representation, about the stability (guaranteed by the force of convention) of rule-systems, about the arbitrariness of the constitution of signs (Kress 2003:245).

 

Tenendo ben presente quest’evoluzione e osservando come nella nostra quotidianità l’immagine ormai è un elemento quasi imprescindibile per un testo scritto (siti web, le icone di qualsiasi programma informatico di elaborazione testuale) appare inevitabile la graduale scomparsa delle regole fisse legate al concetto di «testo», così come a quello di «traduzione». Un metatesto (testo tradotto) non può prescindere dal prototesto, dal suo originale, ma la domanda che s’interroga su “cosa è testo” complica ulteriormente la questione: sono proprio i confini processuali analizzati da Sütiste e Torop a sfumare sempre di più e a rendere difficile l’individuazione di un confine netto tra ciò che è traduzione e ciò che non lo è. Le categorie classificatorie della narratologia di Genette non possono più esserci d’aiuto, proprio a causa di quei continui cambiamenti che rendono sdrucciolevole il terreno su cui si muove la scienza della traduzione.

Superando la questione dei media in cui si presenta una traduzione e di quanto essi possano influenzare il significato, l’unico appiglio che «enable(s) different areas of study to be combined in terms of their common methodology» (Sütiste, Torop:2) è il concetto di «invarianza»[2] che rappresenta quella costante comune a diverse discipline in grado di mettere ordine tra le numerose variabili. Nel caso della scienza della traduzione, tra il concetto di «traduzione», i media di rappresentazione, la cultura della traduzione, la ricezione del testo e tutte le trasformazioni insite nel processo traduttivo. Di questo concetto si occupa ampiamente il semiotico bulgaro Lûdskanov, mettendo in evidenza come sia inevitabile un approccio semiotico alla traduzione.

Nel saggio di Sütiste e Torop viene messo in evidenza come la scienza della traduzione non sia ancora una disciplina unificata a livello metodologico, soprattutto a causa della sua “giovane età”. Gli studi sulla traduzione – translation studies – sono una disciplina nata nel secolo scorso e sviluppatasi soprattutto negli ultimi decenni, a partire dalle tre tendenze della scienza della traduzione individuate da Nida negli anni Settanta. Le teorie di Wolfram Wills hanno poi spostato il focus verso un orizzonte puramente metodologico – la necessità di una metodologia comune sia alla teoria, sia alla pratica della traduzione, considerata anche in quanto fenomeno culturale – mentre il contributo di James Holmes ha puntato verso la creazione di una teoria del processo traduttivo tenendo conto della ricezione del testo nella cultura ricevente. Tutte queste teorie sono tutt’oggi valide, anche se quello che manca è un vero dialogo multidisciplinare, soprattutto in Italia, dove la traduzione è considerata pura letteratura e non viene analizzata da un punto di vista scientifico, e ancor meno semiotico.

Tornando alla domanda «da cosa capiamo che una traduzione è una traduzione?», la risposta non è certo semplice. Innanzitutto bisogna riconoscere un confine tra la traduzione e il testo originale, e poi la traduzione e la cultura ricevente. Una traduzione è facilmente riconoscibile da numerosi tratti della sua struttura e a questo proposito si è già espresso il teorico slovacco della letteratura Anton Popovič, teorizzando il concetto di «traduzionalità»[3]. Un metatesto – in quanto prodotto di una metacomunicazione – può presentare un livello di traduzionalità più o meno elevato, ovvero possiamo accorgerci più o meno immediatamente che il testo in questione è stato tradotto. Un elemento determinante nel riconoscere la qualità di una traduzione, inoltre, è «the perceptual integrity of translation» (Sütiste, Torop:3), ovvero una buona struttura linguistica, la coerenza semiotica e la capacità del testo di attivare delle fughe d’immaginazione, nonché il fatto che la traduzione sia «perceptually an integrated whole and can be effectively visualized in the imagination of the reader» (Sütiste, Torop:4).

Il fenomeno della multimedialità ha perciò contributo alle riflessioni sulla natura semiotica della traduzione, ma si deve fare un passo indietro per citare la preziosissima classificazione jakobsoniana[4] di traduzione interlinguistica, intralinguistica e intersemiotica, espressa nel suo famoso articolo del 1959 «Sugli aspetti linguistici della traduzione». Queste categorie sono state riviste nel corso degli anni da molti studiosi, tra cui Gideon Toury, Umberto Eco e Susan Petrilli. L’articolo di Sütiste e Torop prende in esame tutte queste rielaborazioni della classificazione traduttiva di Jakobson, evidenziandone le differenze e le premesse di base. È interessante rilevare come lo studioso israeliano consideri la «differentia specifica» della traduzione proprio il fatto che sia un’attività semiotica, ovvero che si muova tra sistemi di segni diversi:

[…] from a semiotic point of view, the differentia specifica of this type of process, is of a twofold nature:

(a) like any other semiotic entity, it is part of the system to which it belongs (namely, the “target,” or “recipient” system);

(b) unlike “ordinary” (that is, primary, underived) semiotic entities, it is also a representation of another entity, belonging to another system, in a certain way and/or to a certain extent, by virtue of the invariant common to it and to theinitial entity (Toury 1980:13).

 

Per quanto riguarda la tipologia traduttiva, Toury divide la traduzione in intersemiotica e intrasemiotica, proponendo una classificazione generale dei fenomeni interpretative di un segno verbale senza concentrarsi sul linguaggio naturale – allontanandosi, quindi, dal punto di partenza di Jakobson.

La classificazione proposta da Eco, invece, è molto più complessa e orientata verso la catalogazione dei fenomeni traduttivi “veri e propri”. Secondo il semiotico italiano, infatti, Jakobson non avrebbe compreso bene i concetti peirciani facendosi trarre in inganno dallo stile del grande semiotico americano e accostando il concetto di «traduzione» a quello più generico di «interpretazione»:

È noto come il lessico peirciano sia mutevole e non di rado impressionistico, ed è facile accorgersi che […], Peirce usi translation in senso figurato: non come una metafora, bensì come pars pro toto (nel senso che assume traduzione come sineddoche di interpretazione) (Eco 2003:227).

 

Petrilli, dal canto suo, presenta una tipologia globale dei processi traduttivi sia tra sistemi di segni diversi, sia all’interno dello stesso sistema di segni. La sua classificazione, però, risulta incoerente dal punto di vista terminologico poiché teorizza l’esistenza di alcune tipologie traduttive – come la traduzione endolinguale – senza proporne poi un corrispettivo con il prefisso opposto.

Nonostante le varie rielaborazioni successive, bisogna tener presente che le considerazioni di Jakobson sulla traduzione non prescindevano affatto dalla teoria generale della comunicazione, sia interpersonale sia intrapersonale. Ampliando l’orizzonte di analisi si può quindi arrivare ad affermare che «to understand communication means to understand the infinite transformation processes of culture, including translation» (Sütiste, Torop:17).

La summa delle riflessioni di Sütiste e Torop si può riassumere nella consapevolezza che la scienza della traduzione necessita di un approccio semiotico e di una metodologia comune per ampliarsi ed evolversi, mantenendo come punto di partenza e concetto cardine la tipologia jakobsoniana quale «intersection of semiotics, translation studies, analysis of culture, and communication».

2.2 Struttura

La struttura del saggio appare molto chiara ed efficace, rispetta i parametri del genere in cui si inscrive il testo e rende la lettura abbastanza scorrevole. L’articolo è diviso in quattro paragrafi, ciascuno dei quali affronta un aspetto specifico dell’argomento generale indicato dal titolo, ed è corredato di una breve introduzione.

Il primo paragrafo s’intitola «Sull’identità della scienza della traduzione» ed è una panoramica dell’evoluzione di questa disciplina negli ultimi decenni. Risulta scorrevole, piuttosto breve e con due sole citazioni ad altri testi.

Anche il secondo paragrafo, «L’aspetto della semiotica della traduzione», non è particolarmente lungo, ma sono presenti numerosi riferimenti ad altri testi. In questo paragrafo si affronta l’annosa questione “cosa è traduzione” e, a sostegno della tesi di fondo, sono forniti diversi estratti da pubblicazioni di altri studiosi, quali Cattrysse, Chesterman e Arrojo e Remael.

Il terzo paragrafo, intitolato «La prospettiva di Jakobson», è il più lungo tra i quattro ed è quello in cui si affronta la tipologia jakobsoniana e la sua rielaborazione nel corso degli anni da parte di diversi studiosi che si sono occupati di scienza della traduzione.

Nel quarto e ultimo paragrafo «Conclusione: i confini processuali» troviamo un breve riassunto delle riflessioni dei due autori che funge, appunto, da conclusione del saggio.

2.3 Qualche considerazione aggiuntiva

Sarebbe del tutto superfluo dilungarsi in una disquisizione sullo stile degli autori di questo saggio, poiché il testo è una pubblicazione accademica usata come parte di una tesi di dottorato. Però si può comunque riflettere sul modo in cui è stato scritto.

Il lessico appare appropriato e la ricerca terminologica è evidente, come si può facilmente intuire non solo dalla terminologia, ma anche dall’ampia documentazione fornita dalle numerose citazioni a sostegno della tesi espressa. La sintassi è caratterizzata dalla presenza di paratassi, i periodi sono di media lunghezza e non sono presenti frasi particolarmente involute o oscure. Essendo un trattato di semiotica di traduzione, però, il lessico molto specifico e la complessità dei contenuti rendono la lettura poco scorrevole. Per un testo di questo tipo, infatti, è necessaria una lettura attenta e molta concentrazione da parte del lettore.

Nonostante gli autori non siano di madrelingua inglese, mostrano una perfetta padronanza della lingua in cui scrivono e non sono presenti errori di alcun tipo.

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3. Analisi traduttologica

 

 


3.1 Introduzione

Dopo aver tradotto il saggio di Sütiste e Torop ho capito che il concetto imprescindibile alla base di tutte le riflessioni sul rapporto tra semiotica e scienza della traduzione presuppone che la traduzione – intesa come semiosi, ma a maggior ragione anche come traduzione interlinguistica – sia considerata un insieme di processi traduttivi intersemiotici. Quando facciamo associazioni mentali osservando un oggetto compiamo un atto semiotico, ma la questione si complica quando dobbiamo tradurre un testo scritto in una lingua diversa da quella dell’originale o, per usare un termine coniato da Lûdskanov, in un diverso «linguaggio d’intermediazione»:

Il traduttore deve individuare il significato facendo riferimento a qualcosa. Questo “qualcosa” è il suo “sistema di riferimenti”. Per i traduttori e per tutti i bilingui, questo sistema è un metalinguaggio in cui deve essere codificata la conoscenza della lingua della cultura emittente, della lingua della cultura ricevente e della realtà riflessa in entrambe le lingue (Lûdskanov in Osimo 2008:XIII-XIV).

Per prima cosa, durante la lettura, ogni simbolo – parola – che leggiamo scatena nella nostra mente una serie pressoché infinita di interpretanti, ovvero di segni mentali tramite i quali interpretiamo le parole scritte. Questa è una prima forma di traduzione intersemiotica, ovvero una traduzione da un codice verbale scritto al nostro codice mentale. La presenza di un «linguaggio interno» è stata teorizzata negli anni Trenta dallo psicolgo russo Lev Vygotskij durante i suoi studi sulla relazione tra linguaggio e pensiero nei bambini e negli adulti. Il linguaggio interno è un linguaggio particolare, a sé, che necessita di una traduzione nel linguaggio esterno – quello naturale, con cui ci esprimiamo in qualsiasi atto di comunicazione interpersonale – proprio per le sue caratteristiche intrinseche:

La prima e più importante caratteristica del linguaggio interno è la sua particolare sintassi. […] Questa particolarità si manifesta nella frammentarietà apparente, nella discontinuità, nell’abbreviazione del linguaggio interno rispetto a quello esterno. […] conserva il predicato e le parti della proposizione che gli sono legate a spese dell’omissione del soggetto e delle parole che gli sono legate (Vygotskij in Osimo 2002:139).

Già a questo livello, quindi, avviene una prima traduzione interlinguistica e intersemiotica spontanea, perché traduciamo automaticamente le parole di una lingua straniera in interpretanti nella nostra lingua madre. La componente intersemiotica si ha poiché si verifica un passaggio dalla parola al pensiero, ossia un processo di «volatilizzazione»:

Qui abbiamo un processo […] dall’esterno all’interno, un processo di volatilizzazione del discorso nel pensiero. Da qui la struttura di questo linguaggio e tutte le sue differenze rispetto alla struttura del linguaggio esterno (Vygotskij in Osimo 2002:138).

Quando poi ci accingiamo a produrre un metatesto scritto, la traduzione interlinguistica si compie del tutto grazie a un ulteriore passaggio di traduzione intersemiotica: dal linguaggio mentale traduciamo in linguaggio verbale scritto – ma questa volta in un’altra lingua – il materiale mentale formatosi dalla prima fase. Questa seconda fase si chiama «materializzazione del pensiero»:

[…] il linguaggio interno è una formazione particolare per la sua natura psicologica, un tipo particolare di attività linguistica, che ha caratteristiche assolutamente specifiche e sta in un rapporto complesso con gli altri tipi di attività linguistica. […] Il linguaggio esterno è un processo di trasformazione del pensiero nella parola, la sua materializzazione e oggettivazione (Vygotskij in Osimo 2002:138).

Oggi questi concetti possono sembrare scontati, soprattutto a chi si occupa da anni delle riflessioni sul rapporto tra semiotica e traduzione, ma non è sempre stato così. La scienza della traduzione è una scienza molto giovane e ancora oggi non molto diffusa in Italia, perché il nostro ambiente accademico è lungi dal considerare la traduzione – soprattutto la pratica quotidiana della traduzione – una scienza. In Italia paghiamo le conseguenze di una classe di studiosi e accademici antiquata e rigida nel sostenere l’obsoleta distinzione tra scienza e letteratura. La traduzione e gli studi riguardanti questa materia ricadono nell’ambito della “letteratura” intesa come insieme di opere letterarie, perciò non viene loro riservato un approccio scientifico. A tale proposito si è espresso lo studioso bulgaro Aleksandăr Lûdskanov nella sua pubblicazione, uscita nell’edizione italiana a cura di Bruno Osimo nel 2008, Un approccio semiotico alla traduzione:

[…] i primi passi dei fautori della concezione linguistica della traduzione hanno incontrato una forte resistenza da parte degli esponenti della concezione teorico-letteraria (soprattutto dei traduttori stessi). Questi contestavano la natura linguistica del processo traduttivo che, secondo loro, avrebbe carattere puramente letterario (o quasi) (Lûdskanov 1967:61).

Leggendo questo estratto, però, ci rendiamo subito conto che, per comprendere a fondo il significato delle parole dello studioso bulgaro, è necessario specificare che con «concezione linguistica» egli intendeva  quella che noi chiamiamo «concezione scientifica», ossia semiotica, la controparte di quella concezione che fa ricadere la scienza della traduzione all’interno del grande gruppo delle letterature comparate. In base a questa concezione, imperante nel nostro Paese, per la traduzione letteraria è necessario un approccio letterario, quindi a rigor di logica per ogni tipo di testo sarà necessario un approccio particolare:

Si pensi al punto di vista molto diffuso e in sé giusto secondo cui il traduttore di testi scientifici (per esempio un trattato di chimica organica o zoologia) deve avere conoscenze nei rispettivi àmbiti scientifici. Queste conoscenze però sono necessarie unicamente alla realizzazione dell’analisi extralinguistica. Questo incontestabile fatto ci permette di affermare che la traduzione di testi scientifici di questo tipo è di natura chimica o zoologica e richiede un approccio chimico o zoologico? (Lûdskanov 1967:62-63).

È evidente l’ironia di fondo di Lûdskanov ma, nonostante il suo prezioso contributo, in Italia l’approccio semiotico alla traduzione resta quasi inesistente e gli accademici che si occupano dell’insegnamento di questa disciplina in numerosi atenei potranno giovarsi di queste riflessioni. Considerata la natura del saggio che ho tradotto, oltre alla tradizionale analisi traduttologia in cui individuo e spiego i concetti cardine di lettore modello, dominante e strategia traduttiva, mi accingo a fornire una panoramica cronologica dell’evoluzione del rapporto tra semiotica e scienza della traduzione, che è andato sviluppandosi soprattutto negli ultimi sessant’anni grazie a numerosi contributi. Il tema è talmente ampio che sarebbe sciocco prefiggersi come scopo quello di delineare una panoramica esaustiva e approfondita di tutti i contributi dati in questo campo negli ultimi decenni. Per questo motivo mi concentrerò su alcuni autori – o su alcuni concetti elaborati da questi autori – che ho incontrato durante il mio percorso di studi e che hanno stimolato la mia curiosità.

 

3.2 La dominante e il residuo traduttivo: Jakobson e la semiotica della traduzione

Il punto di partenza delle mie riflessioni non può che essere l’opera di Roman Jakobson, personalità poliedrica e complessa, nonché pilastro in molteplici discipline: linguistica, critica letteraria, semiotica, filologia e molte altre. Ma, soprattutto, è di Jakobson la famosa tipologia della traduzione – interlinguistica, intralinguistica e intersemiotica – rielaborata più volte negli anni ed esaminata nell’articolo di Torop e Sütiste. Jakobson espone per la prima volta la sua tipologia nell’articolo del 1959 «Sugli aspetti linguistici della traduzione», che, però, non è stato del tutto compreso dagli studiosi europei: si è diffusa la convinzione che Jakobson, parlando di traduzione intralinguistica e intersemiotica, parlasse di un tipo di traduzione totalmente diverso da quella interlinguistica. Quando Jakobson parla del processo traduttivo come intersemiotico e intralinguistico, non vuole fare riferimento soltanto a processi traduttivi diversi da quello interlinguistico, ma alla traduzione vera e propria. Non bisogna dimenticare che Jakobson aveva già ampiamente studiato Peirce, e si era anche già allontanato dalla semiologia saussuriana, criticandola in termini peirceiani. Jakobson pone alla base delle sue riflessioni il secondo elemento della significazione secondo Peirce, l’interpretante, che nasce proprio nella mente soggettiva dell’individuo: l’interpretante è nella mente dell’interprete. E questo elemento è riconducibile al discorso interno di Vygotskij: si tratta di decodificare mentalmente un segno e di collegarlo a un oggetto, collegamento che ha una coincidenza solo parziale con quello operato da altre persone che parlano la stessa lingua, poiché in ognuno di noi nasce una lunga serie di interpretanti diversi:

For us, both as linguists and as ordinary word-users, the meaning of any linguistic sign is its translation into some further, alternative sign, especially a sign “in which is more fully developed”, as Peirce, the deepest inquirer into the essence of signs, insistently stated (Jakobson 1959:261).

Da queste riflessioni si evince che ogni processo traduttivo interlinguistico può essere considerato un insieme di processi traduttivi intersemiotici:

[…] intersemiotic translation or transmutation is an in interpretation of verbal signs by means of signs of nonverbal sign systems (Jakobson 1959:261).

Un altro problema che ha portato molti studiosi a interpretare in modo forse incompleto l’articolo di Jakobson è l’aggettivo «linguistic» nel titolo: Jakobson suggeriva un approccio scientifico alla traduzione, mentre nell’Europa Occidentale – a causa del’enfasi saussuriana sulla componente verbale – l’aggettivo linguistico è stato interpretato in riferimento a un testo senza alcuna implicazione extraverbale. Jakobson partiva da premesse totalmente diverse rispetto agli studiosi europei, considerava la traduzione e la lingua da un punto di vista scientifico, molto vicino a quello della matematica e della fisica:

[…] linguistics is recognized both by anthropologists and pychologists as the most progressive and precise among sciences of man and, hence, as a methodological model for the remainder of those disciplines (Jakobson 1967:656).

È abbastanza chiaro che l’approccio jakobsoniano alla traduzione, imbevuto della semiotica peirceiana e inserito in un contesto in cui la traduzione è considerata una scienza, sia stato la prima grande svolta nell’evoluzione della scienza della traduzione, senza la quale oggi non potremmo nemmeno concepire un approccio semiotico alla traduzione e baseremmo le nostre riflessioni solo sulla dicotomia signifiant-signifié di Saussure.

Alla luce di tutte queste affermazioni, la dominante applicata nella traduzione del saggio di Sütiste e Torop è sicuramente orientata verso la precisa e impeccabile trasposizione del contenuto del prototesto. Durante la traduzione è stato inevitabile considerare non solo la forma, ma anche il contenuto di ciò che stavo traducendo, e questo mi ha spinto a privilegiare scelte non addomesticanti – anche se, considerata la natura del testo, non ho incontrato frasi che necessitassero di essere “addomesticate”, ovvero rese più vicine alla cultura ricevente. La dominante nella mia traduzione si è fondata, quindi, sulla necessità di rendere chiari i concetti enunciati nel prototesto, senza però rinunciare alla precisione terminologica e all’esattezza lessicale in favore di generalizzazioni che avrebbero impoverito il testo o alterato il senso delle enunciazioni.

3.3 Strategia traduttiva

3.3.1 Una questione d’invariante

Ho potuto attuare senza difficoltà una strategia traduttiva che avesse come dominante la piena conservazione del contenuto del prototesto anche grazie al fatto che il mio lettore modello è un lettore adulto, colto e specializzato nella materia e nell’argomento di cui tratta il saggio in questione. Essendo un articolo di scienza della traduzione – nonché parte di una tesi di dottorato dell’Università di Tartu – il prototesto sarà letto da studiosi di scienza della traduzione, teorici, semiotici e, presumibilmente, accademici in generale. All’individuazione di questo tipo di lettore modello si lega anche la mancanza di un cospicuo apparato metatestuale, proprio perché la presenza di lessico specialistico in un articolo pubblicato su una rivista specializzata Semiotica fa sì che non ci sia bisogno di note esplicative che avvicinino il lettore italiano al testo. La precisione lessicale elimina casi di ambiguità nella cultura ricevente, ulteriormente ridotti dalla totale mancanza di realia o riferimenti culturali impliciti alla cultura emittente.

Perciò alla base della mia strategia traduttiva, per dirlo in termini un po’ più semiotici, c’è stato il trasferimento di un nucleo informativo necessario e per forza presente sia nel prototesto sia nel metatesto. Questo mi permette di riallacciarmi al pensiero di Aleksandr Lûdskanov, che ho già citato nel paragrafo 3.1. Bisogna per prima cosa affermare che l’intento di Lûdskanov era quello di teorizzare e riuscire a mettere in pratica la traduzione automatica: il suo scopo ha certamente contribuito a rendere il suo approccio alla traduzione il più scientifico possibile. Non si deve però fare l’errore di considerare le riflessioni di questo grande studioso pertinenti soltanto all’area della traduzione tecnico-scientifica, bensì sono utili e fondamentali per lo studio e l’approccio verso qualsiasi tipo di testo. Come ho già sottolineato nell’introduzione, la formazione dello studioso bulgaro non risente della divisione tra scienza e letteratura tipica dell’Europa occidentale: Lûdskanov rientra nel novero di quegli studiosi dell’Europa dell’Est che non considerano “scandaloso” un approccio scientifico anche alle cosiddette traduzioni “letterarie”.

Lûdskanov parla di approccio e punto di vista semiotico proprio perché crede che la semiotica, con la sua terminologia esatta e precisa, sia la scienza migliore per approcciarsi alla traduzione: la traduzione interlinguistica non è altro che la comunicazione di informazioni in codici diversi e la semiotica si occupa dello studio della trasformazione di un messaggio da un codice all’altro, ovvero della formazione del senso. Il rapporto tra semiotica e traduzione è imprescindibile, così come l’applicazione pratica delle sue teorie. La scienza della traduzione trova posto all’interno della semiotica: Lûdskanov non crede che il suo posto sia nella linguistica, nella letteratura o in altre discipline:

Una scienza della traduzione è possibile. Questa scienza deve essere una teoria generale delle trasformazioni semiotiche. (ciò definisce l’oggetto di studio di questa scienza.) Il suo posto è nella semiotica, non nella linguistica, né nella letteratura (Lûdskanov in Osimo 2008:XVII).

Dovendo riuscire a mettere in pratica la traduzione automatica, ovvero a ridurre il processo traduttivo a varianti e invarianti logiche – algoritmi traduttivi – per Lûdskanov era impensabile scindere la teoria dalla pratica. È per questo che le sue riflessioni possono esserci oggi molto utili.

Essendo la traduzione il trasferimento di informazioni da un codice all’altro, Lûdskanov teorizza un concetto fondamentale, quello di «invariante», ovvero quell’informazione che si trasmette in ogni atto di comunicazione:

Poiché lo scopo di qualsiasi atto comunicativo consiste nella trasmissione di una certa informazione, lo scopo del processo traduttivo è lo stesso, cioè trasmettere la medesima informazione. […] il processo che si è abituati a chiamare «traduzione» consiste in una trasformazione (sostituzione) di elementi linguistici del messaggio nel linguaggio naturale del prototesto con elementi di linguaggio naturale del metatesto, conservando la stessa informazione (Ludskanov 1967:41).

In ogni traduzione c’è una parte d’informazione che deve necessariamente essere trasferita da un codice in un altro. L’invariante è sicuramente un parametro molto importante per la valutazione delle traduzioni e per la pratica della traduzione stessa, perché permette un vero e proprio approccio scientifico (approccio che però non sostituisce la creatività nella traduzione). Anche nella traduzione interlinguistica, che sia traduzione di poesie, testi per il teatro, film, manuali, eccetera, bisogna essere certi che nulla si distrugga, ma qualcosa si crei, e in tutto questo resta comunque un residuo.

Il passaggio tra linguaggi naturali o tra diversi sistemi di segni implica per forza un residuo, una perdita – loss, in inglese -, ormai considerato parte integrante del processo traduttivo: «In qualsiasi forma di comunicazione, che comporti traduzione o no, si verifica una perdita» (Lefevere in Osimo 2004:104). Uno dei primi a individuare la presenza di un residuo in qualsiasi forma di comunicazione è stato John Dryden nel 1700 quando, alle prese con la traduzione di Chaucer, si è resto conto di non riuscire ad affrontare l’originale senza aiuti: «I grant that that something must be lost in all transfusion, that is, in all translations» (Dryden in Osimo 2004:33).

3.3.2 All’insegna della traduzionalità

Nel tracciare il percorso che ha portato alla formazione e consolidamento della scienza della traduzione sarebbe imperdonabile non citare il contributo apportato dallo slovacco Anton Popovič, soprattutto poiché la mia strategia traduttiva si è rivelata all’insegna di uno dei concetti coniati proprio da questo studioso, la «traduzionalità». Con «traduzionalità» Popovič intende tutte quelle caratteristiche che fanno capire che un testo è stato tradotto, che a monte della traduzione si trova un originale scritto in un diverso linguaggio naturale:

La traduzionalità è l’espressione della contraddizione proprio versus altrui nel testo, e può essere suddivisa in una serie di opposizioni come per esempio naturalizzazione (addomesticamento) versus erotizzazione, folklorizzazione versus urbanizzazione, storicizzazione (arcaizzazione) versus modernizzazione. […] parliamo di traduzionalità come norma di ricezione in una certa situazione comunicativa (Popovič 2006:48).

Nel tradurre l’articolo di Sütiste e Torop avevo bene in mente questo concetto e non temevo certo di creare un metatesto ad alta traduzionalità, anzi. Ma, come ho già spiegato nel paragrafo 3.2, il prototesto non presenta punti in cui ho dovuto ricorrere alla creazione di un apparato metatestuale, elemento che avrebbe sicuramente fatto aumentare l’indice di traduzionalità della mia traduzione.  Questo concetto non è certo qualcosa di astratto senza alcuna utilità pratica, ma si rivela molto utile nella valutazione delle traduzioni e, insieme al resto della terminologia precisa coniata da questo studioso, contribuisce a rendere sempre più scientifico l’approccio alla traduzione.

Superando e rendendo obsolete tutte le altre definizioni – testo di partenza, di arrivo, eccetera – Popovič conia i termini «prototesto» e «metatesto» per fare riferimento al testo originale e a quello tradotto. Ma la terminologia popoviciana non si ferma qui: la forte impostazione semiotica mutuata perlopiù dalla scienza sovietica della traduzione lo spinge ad aggiungere a tale terminologia termini nuovi nel caso in cui il concetto che vuole esprimere non sia ancora stato individuato. Conia, per esempio il termine «quasimetatesto» per descrivere quel tipo di metatesto che sfrutta le aspettative che ha il lettore modello per la formazione di un testo proprio, e anche il termine «metatesto conflittuale», ovvero una traduzione critica, polemica e negativa nei confronti dell’originale. Popovič approfondisce l’analisi dei concetti di «variante» e «invariante» postulati da Lûdskanov e condivide l’approccio scientifico alla traduzione:

Il tratto principale comune al testo della comunicazione primaria […] e di quella secondaria è il passaggio del nucleo semantico da un testo all’altro. Ciò che unisce i due testi viene definito «invariante intertestuale». Accanto a tale nucleo invariante nel metatesto ci sono “perdite”, o residui, e “guadagni”, che costituiscono la componente variante del testo (Popovič 2006:128).

Popovič considera controproducente la concezione di un approccio “letterario” alla traduzione, proprio perché proviene dall’Europa dell’Est come lo studioso bulgaro. In Slovacchia come in Bulgaria, tutti i tipi di traduzione prevedono un approccio scientifico, semiotico, siano essi testi chiusi o testi aperti (dal manuale d’istruzioni alla poesia). A questa concezione si ricollega la necessità di una precisione terminologica estrema da parte di Popovič , che considerava controproducente l’uso di aggettivi come «fedele» o «libero» per descrivere le traduzioni: «la contrapposizione empiricamente riconoscibile tra le cosiddette traduzioni “fedele” e “libera” non spiega le operazioni traduttive dal punto di vista funzionale, pertanto è inaccettabile» (Popovič in Osimo 2006:XVI). Dopo aver stabilito la necessità di fondamenta terminologiche solide nel campo della traduzione, Popovič va ricordato anche per le riflessioni sulle categorie dello stile, influenzate dalla stretta collaborazione con František Miko. Quest’ultimo si è distinto per la categorizzazione stilistica del testo e la sua impostazione è stata molto utile per l’analisi e la critica della traduzione di Popovič, permettendo di analizzare molti tipi di testo sulla base di categorie fisse e di raffrontarli con facilità. In questo modo, si possono raffrontare anche tutti i tipi di prototesto e metatesto, ovvero di traduzioni:

[…] tale sistema è utilizzabile nell’analisi del testo letterario, del testo scientifico e del testo di altri tipi, ossia ovunque si abbia a che fare con problemi di stile. In un certo senso la lingua del sistema dei mezzi espressivi è universale, perché possono essere utili nell’analisi di qualunque testo. […] Grazie al suo carattere universale, si può usare il sistema delle categorie stilistiche anche nel raffronto prototesto-metatesto (Popovič in Osimo 2006:XXII).

Popovič ha dato un forte contributo all’approccio semiotico della traduzione anche perché egli considera la traduzione un processo di «metacomunicazione» e sostiene che il suo aspetto semiotico riguardi tutti quei cambiamenti che ci sono in un metatesto dovuti al processo traduttivo. Questi cambiamenti sono inevitabili perché derivanti da un processo trasformativo, dalla creazione di un testo diverso sia nello spazio sia nel tempo:

(la traduzione è una) attività derivata, di secondo grado. In relazione al ricevente è metacomunicazione. L’aspetto semiotico della traduzione riguarda le differenze che occorrono nel processo traduttivo in conseguenza della diversa realizzazione spaziotemporale del metatesto (Popovič in Osimo 2006:XXIII).

 

3.4 Conclusione

Per concludere la breve panoramica dei concetti che contribuiscono a creare una scienza della traduzione e che mi hanno sicuramente influenzato durante il processo traduttivo, non mi resta che citare il co-autore dell’articolo che ho tradotto, Peeter Torop. Con la sua pubblicazione del 1995 tradotta in italiano con il titolo La traduzione totale, Torop s’inserisce in una tradizione accademica ormai consolidata, quella della semiotica nell’Europa dell’est, che dà per scontati molti concetti poco diffusi in Europa occidentale. Primo fra tutti, il concetto di linguaggio interno di Vygotskij, che non è un linguaggio verbale e di cui ho già parlato nel paragrafo 3.1. Bisogna considerare anche che in Paesi come l’Estonia (e la Finlandia) la semiotica è una disciplina molto importante, se non addirittura fondamentale, perciò un approccio semiotico alla traduzione è dato per scontato, come possiamo evincere dal saggio scritto a quattro mani con Sütiste. In Italia, invece, questa materia viene spesso considerata difficile, incomprensibile ai più e marginale. Questo rende ancora più importanti le riflessioni di Torop che, avendo come base un approccio scientifico e semiotico alla traduzione, può regalare molti stimoli allo sviluppo della scienza della traduzione anche nel nostro Paese o in altri meno “fortunati” da questo punto di vista.

Anche le riflessioni di Lotman sono considerate fondamentali da Torop, che non potrebbe prescindere dal concetto di semiosfera e dalla semiotica della cultura elaborate dal suo predecessore nonché maestro. Lotman considera la cultura come un processo di pretraduzione, ovvero un filtro imprescindibile che ogni traduttore non può fare a meno di usare quando traduce. Questo concetto è molto diffuso in Estonia e nella scuola semiotica di Tartu:

Ogni libro può essere letto, ogni film può essere visto e ogni sinfonia può essere suonata liberamente, e questa libertà di percezione (che giunge all’interpretazione arbitraria) è un fatto di qualsiasi cultura. Ma esiste anche la cultura come istruzione, memoria e percezione da parte del lettore di ciascun nuovo testo a seconda dell’esperienza culturale di chi percepisce, al punto che in un certo senso qualsiasi testo che finisca nelle mani di un lettore è già stato letto; in altre parole, viene subito convenzionalizzato (Torop 2010:70).

Un altro punto fondamentale trattato nel libro di Torop è la necessità di uniformare il metalinguaggio usato nella scienza della traduzione che, in quanto interdisciplina, non dispone di una terminologia uniforme nei vari Paesi e permette agli studiosi di rimanere nel limbo dell’indeterminatezza terminologica, creando solo caos e imprecisioni. Un approccio scientifico alla traduzione è, in questo caso, molto più difficile:

Da una parte l’abbondanza di metalinguaggi ostacola la comprensione reciproca nell’àmbito di una stessa disciplina scientifica. Dall’altra parte, lo sfruttamento eccessivo di uno-due metalinguaggi nei quali vengono tradotti i risultati di tutte le analisi, e questa stessa traduzione nel metalinguaggio semiotico, creano l’illusione di acquisire conoscenze, conferendo una parvenza di scientificità anche a risultati banali (Torop 2010:6).

Per Torop, come per gli altri studiosi già citati, l’approccio scientifico è, invece, fondamentale: bisogna abolire il «liberismo terminologico» a favore di una maggiore chiarezza, anche in questa disciplina, per eliminare ogni forma di sinonimia.

Due concetti importantissimi nella concezione di traduzione di Torop sono quello di «traducibilità», legato alla presenza imprescindibile di un residuo in ogni processo traduttivo. Torop si allontana ovviamente dalle teorie che sostengono una traducibilità assoluta dei testi. Egli analizza le singole traduzioni in termini di intraducibilità (o traducibilità) relativa e di residuo:

La traduzione senza residuo non esiste. Perciò, alla base dell’attività traduttiva, sta la «scelta dell’elemento che consideri più importante nel testo tradotto» (Brûsov 1975: 106), ossia un’analisi oggettiva del testo che faccia emergere la dominante come vertice della struttura gerarchica intorno a cui si integra il testo (Torop 2010:99).

Anche se in Estonia Peirce non è molto studiato, forse oscurato dal gigante Lotman e dalla presenza del muro di Berlino, alla base delle riflessioni di Torop si riconosce la triade peirceiana – già presente nei filtri traduttivi bilingui di Lotman – per la presenza di una componente mentale, l’interpretante, che determina l’unicità di ogni metatesto creato. Avremo quindi tante traduzioni quanti sono i traduttori: ogni traduttore sceglie una propria strategia traduttiva dettata dai propri criteri di traducibilità e questa strategia ha lo scopo di far prevalere una dominante su tutte le altre. Ritorniamo quindi al concetto di «dominante», espresso per la prima volta da Jakobson nel 1935:

Nel processo traduttivo la dominante […] può stare nel prototesto, nel traduttore o nella cultura ricevente. Nel primo caso, è il prototesto stesso a dettare la propria traducibilità ottimale (Torop 2010:79).

 

Il pensiero di Torop mi è utile per specificare ulteriormente la dominante della mia strategia traduttiva: ho deciso di individuarla nel prototesto, mettendo in atto questo primo caso enunciato da Torop. Questa riflessione, inoltre, è di fondamentale importanza per la valutazione delle traduzioni, un altro argomento affrontato da Torop nella suo libro. Ogni traduzione deve essere valutata in base alla strategia traduttiva adottata, dopo un’appropriata analisi traduttologica, tenendo ben presente che non esiste una traduzione assoluta e perfetta, ma che da ogni prototesto può nascere una serie di metatesti diversi per ogni traduttore. Tutto ciò, purtroppo, non è affatto scontato nella valutazione quotidiana delle traduzioni italiane.

Il saggio che ho tradotto parte senza dubbio dalle considerazioni che ho appena illustrato, essendo frutto di una scrittura a quattro mani di Torop ed Elin Sütiste, una sua allieva. L’articolo va sì inserito nel contesto di un’ampia riflessione sul rapporto tra scienza della traduzione e semiotica, senza però prescindere dal background degli autori.

 

3.5 Riferimenti bibliografici

DRYDEN, J. 1700, Fables ancient and modern: translated into verse, from Homer, Ovid, Boccace and Chaucher, London, Gray’s Inn Gate.

ECO, U. 2003, Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione, Milano, Bompiani.

JAKOBSON, R. 1959, «On linguistic aspects of translation», in Selected Writings – Word and Language (vol. II), The Hague-Paris, Mouton.

KRESS, G. R. 2003, Literacy in the New Media Age, New York, RoutledgeFalmer.

LOTMAN, Y. 1990, Universe of the mind. A semiotic theory of culture, New York, Tauris.

LÛDSKANOV, A. 1967, Un approccio semiotico alla traduzione, a cura di Bruno Osimo, Milano, Hoepli, 2008.

LYOTARD, J. F. 1979, La condizione postmoderna, traduzione di Carlo Formenti, Milano, Feltrinelli, 1985.

OSIMO, B. 2002, Storia della traduzione, Milano, Hoepli.

OSIMO, B. 2004, Manuale del traduttore, Milano, Hoepli.

OSIMO, B. 2006, «Jakobson: meaning as imputed similarity», in Sign System Studies 34.2, Tartu University Press.

OSIMO, B. 2007, La traduzione saggistica dall’inglese, Milano, Hoepli.

OSIMO, B. 2010, Propedeutica della traduzione, Milano, Hoepli.

POPOVIČ, A. 1975, La scienza della traduzione, traduzione di Daniela Laudani e Bruno Osimo, Milano, Hoepli.

SÜTISTE, E. e TOROP, P. 2007, «Processual boundaries of translation: Semiotics and translation studies», in Semiotica 123 (1/4), Tartu, Walter de Gruyter.

TOROP, P. 2010, La traduzione totale, a cura di Bruno Osimo, Milano, Hoepli.

TOURY, G. 1980, «Communication in Translated Texts. A Semiotic Approach», in In Search of A Theory of Translation, a cura di Gideon Toury, Tel Aviv, Porter Institute Tel Aviv University:11-18.

VYGOTSKIJ, L. S. 1990, Pensiero e linguaggio. Ricerche psicologiche, Bari, Laterza.



[1] Tutte le citazioni, ove non diversamente indicato, sono da intendersi a cura dell’autrice del Mémoire.

[2] Si veda il paragrafo 3.3.1

[3] Si veda il paragrafo 3.3.2

[4] Si veda il paragrafo 3.2

Entrevista com Bruno Osimo. Anna Palma, Andréia Guerini «Cadernos de Tradução», 2008, ISSN 2175-7968, Florianópolis, Brasil. Civica Scuola Interpreti Traduttori «Altiero Spinelli»

INTERVISTA A BRUNO OSIMO

1. Com’è nato il suo interesse per la traduzione?

Nonostante il lavoro fatto su di me per capirlo, non posso dire di essere arrivato a una

soluzione precisa. Da un lato credo che abbia avuto un ruolo l’educazione materna, dopo la

quale ho avuto modo di attribuire estrema importanza alla precisione delle sfumature nel modo

di esprimersi, forse anche un po’ come una sorta di reazione; dall’altra il contesto

indirettamente cosmopolita della mia educazione, sia perché sono ebreo e figlio di due persone

entrambe perseguitate dalle leggi razziali italiane e scampate al nazismo grazie alla fuga e

anche alla fortuna, sia perché mio padre viaggiava molto per lavoro e, ogni volta che tornava,

mi accorgevo che in quello che raccontava c’era sempre un residuo, qualcosa che, per capirla,

occorreva conoscere direttamente. Qualcosa d’intraducibile senza residuo.

2. Come sono stati accolti i suoi libri in Italia e all’estero?

In Italia i miei libri sono stati accolti bene, ma in sordina. Sono adottati in molti atenei e scuole

di specializzazione, ma, forse anche grazie al fatto che il mio editore, Hoepli, sembra non amare

le promozioni e gli eventi pubblici, non sono mai stati presentati in nessun luogo. All’estero,

ovviamente, c’è il grande limite della lingua. La lingua italiana è minoritaria ovunque. Ciò

nonostante, le poche recensioni sono uscite tutte all’estero.

Bisogna anche dire che il decennio che quest’anno compiono i miei libri (la prima edizione del

Manuale del traduttore è del 1998, e sono contento di festeggiare l’evento con i lettori di XXX)

è stato un decennio di trasformazione dell’università italiana, con la drastica riduzione dei corsi

in «lingue e letterature straniere moderne» e la fioritura di quelli in «mediazione linguistica»

(livello B.A.) e «traduzione» (livello M.A.). Questo ha comportato, per molti ex docenti di

letteratura, un reinserimento, il trovare un ruolo nuovo all’interno del proprio o di altri

dipartimenti. Molti docenti di traduzione erano stati formati come esperti di letteratura, e hanno

a volte un atteggiamento di sufficienza e di superiorità sia verso la traduzione, che considerano

“solo” un mestiere, sia verso i manuali, in quanto tipo di testo diametralmente opposto ai

discorsi “accademici”. Si può immaginare come abbiano considerato un libro che racchiude

entrambi questi difetti! Devo confessare che, durante il dottorato di ricerca, dovevo tenere

nascosta alla maggior parte dei docenti del collegio la pubblicazione dei miei libri, perché li

consideravano un titolo di demerito in quanto “didattici” e non “scientifici”.

3. Qual è il ruolo che la traduzione occupa nello scenario italiano? E quale quello degli Studi

della Traduzione fatti in Italia rispetto agli altri paesi dell’UE?

In Italia la traduzione ha un ruolo fondamentale, poiché la cultura italiana, dopo la fase

dominante dell’impero romano, attraversa un periodo di declino culturale. È perciò del tutto

naturale che (come afferma Even-Zohar), in quanto cultura periferica del polisistema culturale,

al suo interno la traduzione occupi una posizione centrale: è di qui che passano i testi che

importiamo dalle culture via via dominanti: quella statunitense in primis, soprattutto per quanto

riguarda la saggistica. In campo narrativo, è ora in fase di fortissima dominanza – rispetto

all’esiguità numerica – la cultura israeliana. Comunque in Italia si traduce molto: e si pubblicano

più traduzioni che originali, diversamente da quanto succede, per esempio, nei paesi anglofoni.

Per quanto riguarda gli studi sulla traduzione in Italia, siamo abbastanza arretrati rispetto ad

altri paesi europei. Anche se, a mio parere, è tutta l’Europa occidentale che sconta

un’arretratezza rispetto, da un lato, alla scuola semiotica estone e slava, e, dall’altro, rispetto

all’insegnamento fondamentale dello statunitense Charles Sanders Peirce. È vero che nei Paesi

Bassi, in Belgio, nel Regno unito e in Francia si pubblica molto di più sulla traduzione, ma è

anche vero che tali studi non sempre sono aperti alle autentiche novità rivoluzionarie degli studi

pubblicati nei paesi slavi negli anni Sessanta. Per esempio, il fondamentale libro di Popovič, La

scienza della traduzione, che ho curato in edizione italiana per Hoepli, prima era uscito solo in

slovacco, russo e tedesco, ed è tuttora fortemente sottovalutato dai più; il seminale libro di

Lûdskanov, Una concezione semiotica della traduzione, che sta uscendo da Hoepli nella

primavera del 2008, oltre all’edizione bulgara conosce solo una versione in francese

sgrammaticato, con una tiratura esigua e una diffusione pressoché nulla. E Lotman e Peirce,

che non hanno mai scritto esplicitamente sulla traduzione, hanno però dato un contributo

essenziale, se lo si sa e lo si vuole cogliere.

4. In Italia i traduttori sono riconosciuti? Hanno i loro diritti autorali riconosciuti e sono

remunerati come vorrebbero e dovrebbero?

In Italia, dove i traduttori sono importanti almeno quanto i camionisti (ossia moltissimo) per

l’economia del paese, perché si è scelta la politica di tradurre i modelli culturali altrui, anziché

proporre modelli propri (così come si è scelto di costruire autostrade anziché ferrovie), se

fossero compatti potrebbero paralizzare il paese, in mancanza di tariffe e condizioni adeguate.

Invece c’è l’epidemia di una malattia, apparentemente infettiva, la “traduttósi”, che causa nel

paziente un’insana voglia di tradurre a qualsiasi condizione e a qualsiasi prezzo… Scherzi a

parte, la domanda di traduzione è inferiore all’offerta, che è davvero enorme. Ci sono centinaia

di persone disposte a tradurre anche gratis, solo per l’onore (da chi tale è considerato) di avere

il proprio nome stampato, in piccolo, in una pagina che nessuno mai guarda, quella del

copyright. Vicino al copyright, e non in relazione a esso, perché nel 99% dei casi la legge sul

diritto d’autore viene disattesa e le traduzioni vengono pagate a forfait, senza nessuna

percentuale sulle vendite. A questo si aggiunge che il livello medio (e sottolineo «medio») di

cultura editoriale dei redattori e degli editor è scarso, che non hanno nessuna idea di cosa

significhi la qualità di una traduzione, o meglio, che hanno un’idea ben precisa di una qualità

della traduzione che penalizza il testo a vantaggio della sua (presunta: e sottolineo «presunta»)

vendibilità. In base a questa logica, qualsiasi sopruso è lecito ai danni del testo (sia il

prototesto, l’originale, sia il metatesto, il frutto della fatica del traduttore), purché ciò lo renda

più “leggibile”. Ma il concetto di «leggibilità» dipende dal concetto di lettore implicito che ci si

forma, e, a mio modo di vedere, gli editori tendono ad avere una visione del lettore implicito

come molto più ignorante e stupido di com’è in realtà il lettore medio.

Con ciò credo di avere implicitamente risposto anche alla seconda metà della domanda: no, i

traduttori italiani sono mal pagati e hanno uno status da paria, inferiore perfino a quello già

bassissimo (in Italia) degli insegnanti (il cui stipendio è inferiore a quello di un bancario). Ma un

po’ è anche colpa nostra: anziché piangerci addosso, dovremmo avere maggiore autostima,

dimostrare più coraggio ed essere meno disposti a subire. Insomma: il masochismo è curabile.

Propongo una psicoterapia intensiva per tutti, magari con convenzioni e sconti per la categoria.

5. Teoria e pratica della traduzione possono essere dissociate tra loro? In che misura teoria e

critica della traduzione possono aiutare a migliorare la qualità della traduzione?

Non penso che possa esistere una teoria della traduzione dissociata dalla pratica, né una pratica

dissociata dalla teoria. Quando la teoria era dissociata dalla pratica, per esempio con Catford e

Fëdorov negli anni Cinquanta e Sessanta, nessun traduttore ci credeva, perché a tutti saltava

all’occhio che si trattava di una teoria solo linguistica, che non contemplava tutti gli aspetti

extralessicali, primo tra tutti la cultura. La pratica dissociata dalla teoria è invece un’utopia, perché

le scelte che un traduttore fa, le fa comunque, che lui si renda conto o no segue una teoria,

esplicita o implicita. Altrimenti le sue scelte le farebbe a caso, e non credo che ci sia nessuno

disposto a sostenerlo. Popovič parla di teoria implicita della traduzione in riferimento a questo

fenomeno. Si potrebbe anche cercare di fare una storia della teoria della traduzione basata sulle

traduzioni pratiche. Più la teoria è implicita, più si corre il rischio di commettere incongruenze, di

avere una strategia traduttiva incoerente con sé stessa.

La cultura della critica della traduzione, diffondendosi, non può che migliorare le condizioni di

lavoro dei traduttori, e la qualità del prodotto così come viene poi considerato “finito”, ossia nella

fase finale di consumo da parte dei clienti. In mancanza di chiarezza su cosa s’intende per «qualità

della traduzione», si rischia di perseguire due fini diversi e inconciliabili: la facilitazione della

lettura, ottenuta mediante l’eliminazione degli scogli; e la preparazione di un testo presentato

come «altrui», ossia che conserva molte delle caratteristiche che lo connotano come traduzione di

un altro testo che proviene da una cultura diversa. Spesso in Italia si persegue il primo dei due fini,

ma non lo si dichiara quasi mai, anche perché risulterebbe offensivo per i clienti-lettori: si

attribuisce loro scarsa curiosità e poco interesse per ciò che il resto del mondo ha da offrirci; si

attribuisce loro fretta, disinteresse, desiderio di consumo veloce. Se vogliamo che i bagnanti

possano accedere a una costa piena di scogli, abbiamo due possibilità: fare una colata di cemento

e creare comodi scivoli, oppure attrezzare i bagnanti perché riescano a valicare la scogliera. Nel

primo caso, i bagnanti arrivano, ma non c’è più nulla da vedere.

6. Ci parli del suo interesse per la scuola di Tartu, di com’è nato e dell’importanza che ha avuto

e che ha nei suoi studi di Traduttologia.

Quando ero studente, la professoressa Elda Garetto, mia relatrice di laurea, mi diede un libro in

russo che, dal punto di vista grafico, aveva un aspetto molto modesto: era La traduzione totale, di

Peeter Torop. Leggendo quel libro, mi accorsi che, per quanto fosse molto difficile per me da

capire, trattava i problemi a un livello completamente diverso da quello a cui ero abituato: molto

più scientifico, metodico, ambizioso. Rimasi colpito dal contrasto tra il basso profilo dell’edizione

(sembrava una dispensa qualsiasi) e l’altissimo rigore del contenuto. Scrissi all’autore, e da lì prese

vita dapprima la traduzione, poi l’edizione italiana, poi l’amicizia con Peeter, poi la collaborazione.

In sostanza (lo dico con un po’ di vergogna per la mia ignoranza), scoprii la scuola di Tartu a

7. Attualmente lei fa parte di un progetto all’interno dell’Università di Tartu, ci può spiegare

Lo Stato estone, pur essendo molto più povero dello Stato italiano, ha una politica lungimirante e

sa che è molto importante, per il bene della nazione, investire nella ricerca. Di conseguenza ci

sono, anche nel campo della semiotica della traduzione, progetti di ricerca in cui sono a volte

coinvolti studiosi internazionali come guest researcher. Un progetto riguarda la storia della

traduzione e dovrebbe sfociare nella pubblicazione di un libro in inglese sull’argomento, distribuito

dalla Tartu University Press. Naturalmente in chiave semiotica. Un altro progetto riguarda la

riscoperta di Roman Jakobson e dell’enorme patrimonio nella sua opera per quanto riguarda la

8. Lei ha pubblicato diverse traduzioni di racconti e romanzi dal russo e dall’inglese. Nella

selezione dei libri da tradurre in italiano, su quali criteri si basa principalmente? E in che

misura le case editrici vi partecipano? La scelta del testo di un determinato autore da

tradurre è una fase che fa già parte, secondo lei, del processo traduttorio?

Tranne in rari casi (come L’isola di Sahalin di Čehov o L’ebreo in Russia e L’Angelo sigillato di

Leskov) nella mia vita la scelta è stata totalmente dell’editore. Fosse per me, per esempio,

tradurrei le opere complete di Čehov e lo considererei un grande onore e piacere. Invece

Mondadori, dopo avere cominciato la pubblicazione di tutti i racconti, a ritroso, cominciando dai più

recenti, a un certo punto si è fermato, senza preavviso. Peccato.

La scelta del testo fa parte senz’altro della critica della traduzione e del processo traduttivo. Si

tratta, come dice Popovič, di critica preventiva. Tra l’altro, difficilissima da fare, perché bisogna

essere esperti di marketing, di sociologia e di psicologia sociale. Non sono certo che coloro che la

fanno abbiano tutte queste competenze. E pensare che il primo lavoro che si offre a un aspirante

traduttore è proprio quello di leggere un libro e preparare la scheda di lettura che serve a prendere

tale decisione… Credo che si dovrebbe investire di più in questo campo, per ottenere risultati più

9. Nella sua traduzione del libro di Torop, La traduzione Totale, nelle Avvertenze per il lettore,

lei spiega la translitterazione dei caratteri cirillici ai quali si è attenuto, aggiungendo anche

alcune “norme spicciole di pronuncia”. Questo suo procedimento affinché il lettore possa

avvicinarsi, nella pronuncia anche solo interiorizzata dei nomi propri, a quella più vicina alla

lingua originale, sottolinea la sua preoccupazione anche per i suoni della cultura emittente.

Quando traduce testi letterari, quale criterio usa con i nomi propri di personaggi o di luoghi,

li traduce o no? e perché? E come si comportano o si sono comportati gli altri traduttori dal

russo in italiano o in altre lingue, sempre a questo proposito?

Io credo che nella traduzione di testi non strettamente utilitaristici lo scopo sia quello di far

conoscere al lettore mondi diversi, culture diverse, usi e costumi diversi. La traduzione la vedo

come strumento per combattere il provincialismo che affligge tutti noi e che, forse, sta anche alla

base di molti conflitti. Di conseguenza, quando non ho limiti imposti dall’editore, conservo nomi

propri sia di persona sia di luogo sia di istituzione nella forma più simile possibile a quella della

cultura originaria, fatto salvo l’alfabeto latino. Un disastro avviene quando, per esempio, si

traducono i nomi delle università, ciò che spesso le rende irriconoscibili, come quel giornalista che

ha tradotto “Washington University” con “Università di Washington”, proponendo al lettore italiano

qualcosa di interamente falso: si tratta dell’università intitolata a George Washington, e ha sede a

Saint Louis, nel Missouri. Solo le istituzioni che hanno nomi in più lingue (come l’UE) possono

essere nominate in quelle lingue. Che la cultura emittente sia quella russa o qualsiasi altra non fa

nessuna differenza. Le culture hanno una loro peculiarità che va rispettata e che è utile conoscere,

anche quando non si è disposti a condividerla. Dato che però le norme di traslitterazione non

tengono conto delle difficoltà dei non addetti ai lavori, e per la trascrizione delle lingue con alfabeto

cirillico è uscito un aggiornamento nel 1995 che semplifica il lavoro agli addetti ma lo complica per

i profani (per esempio, la lettera â serve ora a traslitterare un carattere cirillico che si pronuncia

«ia»), io sono favorevole a un’applicazione degli standard ISO, ma anche a una spiegazione iniziale

per i lettori con esempi semplici di pronunce di parole più locali possibili.

Molti traduttori dal russo sono rimasti fermi allo standard precedente, del 1968, anche perché nella

slavistica italiana c’è poco aggiornamento e una tendenza alla conservazione e al dogma. Quello

standard aveva il grave difetto di non comportare una corrispondenza biunivoca tra segno cirillico e

segno latino, con la conseguenza che nelle biblioteche, per esempio, i catalogatori che non sanno il

russo non sempre erano in grado di ricostruire la grafia originaria.

10. Nella sua opinione, lo studioso di Traduttologia ed il traduttore hanno un ruolo politico-

sociale nella società attuale? Se sì, qual è? Allo stesso modo, qual è l’impatto della

Traduttologia nelle case editrici, e in che modo può cambiare la relazione tra queste e

l’edizione del testo tradotto, tra queste ed i traduttori?

Il traduttore e il traduttologo hanno un ruolo molto importante. Non sono soltanto lo specchio del

modo in cui una cultura “legge” le altre, ma sono anche una forza attiva di riflessione su tale

relazione interculturale e di indirizzamento di tale lettura.

Le case editrici sono aziende, ma questo, oltre a essere un male, può anche essere un bene.

Spesso i redattori nel rapporto coi traduttori chiamano in causa il bilancio aziendale per giustificare

proposte di compensi esigui. È importante capire che il bilancio può crescere se, invece di pensare

alla produzione libraria in senso quantitativo, la si pensa in senso qualitativo. In questo senso

traduttologo e traduttore possono essere di enorme aiuto. Se si desse ascolto al traduttore e al

traduttologo anche come consulenti di commercializzazione, si potrebbe rivoluzionare il modo di

fare i libri, e i lettori si sentirebbero più coinvolti, come avviene in Israele, che ha il tasso di lettura

11. Alcuni dei suoi libri sono disponibili in modo integrale in Rete. Che opinione ha del ruolo di

Internet nella diffusione della cultura e della conoscenza in generale? Ed in particolare che

importanza ha la Rete nella produzione intellettuale, nell’interscambio tra i ricercatori, nel

migliorare la qualità delle traduzioni, ecc.?

Internet ha solo pochi anni ma è già uno strumento la cui assenza sembra inconcepibile. Il mio

modo di lavorare, negli ultimi quindici anni, è cambiato in modo radicale grazie a internet. I miei

allievi non riescono nemmeno a pensare di poter fare una traduzione senza stare costantemente

online. Le potenzialità di internet per gli scambi tra ricercatori sono enormi. Anche questa intervista

ne è una testimonianza e una dimostrazione.

Quanto al diritto d’autore e ai libri online, credo fermamente nel diritto dell’autore di avere una

retribuzione dai suoi lettori, e considero la fotocopia abusiva un vero e proprio furto, come anche

la copia abusiva di CD e DVD. Se un autore mette a disposizione online alcune risorse che sono di

sua proprietà, bene, allora questo è un fenomeno diverso. Ma l’onestà di fondo degli utenti viene

data per scontata. E ci si aspetta un gesto di reciprocità.