Aug 112018
 

Trubeckoj : il bogatyr e il durak nella fiaba

 ALESSIA GIGLI

 

Fondazione Milano

Civica Scuola Interpreti e Traduttori “Altiero Spinelli”

Scuola Superiore per Mediatori Linguistici

via Francesco Carchidio 2 – 20144 Milano

 

 

Relatore: professor Bruno Osimo

Diploma in Mediazione linguistica

autunno 2017

La traslitterazione dal russo è stata eseguita in conformità alla norma ISO/R 9:1995.

 

 

 

 

 

 

ABSTRACT IN ITALIANO

La presente tesi propone la traduzione di due capitoli dell’opera Inoe zarstvo i ego iskateli v rucckoj narodnoj skazke del linguista russo E.N.Trubeckoj in cui l’autore descrive le caratteristiche dei personaggi ed eroi principali delle fiabe russe cioè i bogatyr e i durak e delle figure femminili più importanti. Nella prefazione viene messo in luce il fatto che la fiaba appartenga alla letteratura orale e non convenzionale che fa parte del folclore e in quanto tale tipica di ogni cultura.  Vengono anche analizzati i principali problemi traduttivi incontrati durante il lavoro di traduzione dal russo che possono essere raggruppati principalmente in: problemi generici di traduzione, realia della fiaba, nomi dei ruoli dei personaggi della fiaba e terminologia settoriale-folclorica.

ENGLISH ABSTRACT

This work presents a translation of two chapters from the book Inoe zarstvo i ego iskateli v rucckoj narodnoj skazke by E.I Trubeckoj. In this book, the author describes the characteristics/features of the main characters and heroes of Russian tales, that’s to say the bogatyrs and duraks and of the most important female figures. In the preface/foreword the it is highlighted that the fairy tale belongs to the oral and non-conventional literature and it’s is part of folklore and specific of every culture. The main translation problems founded during the translation work are analyzed too, and they can be grouped mainly into: general translation problems, realia of the fairy tale, names of the characters of the fairy tale and folkloric terminology.

РЕЗЮМЕ НА РУССКОМ ЯЗЫКЕ

В этом работе предлагается перевод двух глав книга иное царство и его искатели в русской народной сказке, в котором автор Е.И Трубецкой описывает характеристики главных персонажей и героев русских сказок, т.е. богатыри и дураки и более важные женских фигур. В предисловии выделяется, что сказка относится к устной и нетрадиционной литературе, которая является частью фольклора и типична для каждой культуры. Также анализируются основные проблемы перевода, возникающие при переводе с русского языка, которые могут быть сгруппированы главным образом в: общие проблемы перевода, реалия сказки, имена персонажей сказки и фольклорной терминологии

 

 

 

 

 

 

Sommario

 

1.            Prefazione  3

1.1 Fiaba, folclore, letteratura orale. 3

1.2 Rich points del testo di Trubeckoj 3

1.2.1Problemi generici di traduzione  3

1.2.2 I realia della fiaba. 3

1.2.3 I nomi dei ruoli dei personaggi 3

1.2.4 terminologia settoriale fiabistica-folcorica. 3

2.    Traduzione con testo a fronte  3

3.    Riferimenti bibliografici 3

 

 

 

1.   Prefazione

 

1.1 Fiaba, folclore, letteratura orale

 

La fiaba appartiene storicamente alla letteratura orale tramandata di generazione in generazione, tipicamente narrata dal nonno al nipote. Il mondo della fiaba è il mondo folclorico nel quale vigono regole diverse da quelle della nostra realtà quotidiana. Il nostro concetto di letteratura prevede l’esistenza di un autore con un nome e un cognome che si rivolge a un pubblico più o meno conosciuto in anticipo. Chiunque di noi può scrivere un racconto, una storia, una favola ma nessuno di noi potrà mai scrivere una fiaba che, per definizione, è patrimonio popolare-folclorico. Tutte le fiabe che oggi troviamo in forma scritta sono state trascritte da qualche autore in veste di curatore dalla voce di un novellatore. Attraverso le fiabe e tutto il resto del materiale folclorico è possibile ricostruire un modo di vivere preistorico del quale non ci sono testimonianze scritte dirette.

 

1.2   Rich points del testo di Trubeckoj

 

Michael Agar è un antropologo statunitense che ha definito il concetto di “cultura” spiegando che la cultura è traduzione e che la descrizione di una cultura può essere fatta soltanto dal punto di vista di un’altra cultura ben precisa (Agar 2006). Quindi esistono tante descrizioni di ogni cultura quanti sono i punti di vista possibili ossia quante sono le culture altre. Quelli che per il traduttore sono momenti di intraducibilità per l’antropologo sono rich points ossia momenti in cui la cultura dell’osservatore si arricchisce di elementi quasi inspiegabili che però è necessario tradurre per il proprio pubblico. In questo testo di Trubeckoj abbiamo trovato diversi scogli che in un primo tempo ci hanno creato problemi di traduzione ma che in definitiva possono diventare fonti per arricchire la cultura del lettore italiano.

 

1.2.1      Problemi generici di traduzione

 

Lo stile della fiaba è piuttosto particolare. Sarebbe artificioso far stare la narrazione fiabistica all’interno dei canoni letterari contemporanei. Lotman scrive: “l’osservazione dei canoni, delle norme e dei clichés, tipica dell’estetica dell’identità, non ci dà fastidio e non ci sembra un difetto artistico quando leggiamo, per esempio, un testo dell’epos popolare oppure una fiaba”. (Lotman 1970: 186).

 

In russo esiste la parola žitekskij che deriva da žit’е, “vita” in slavo antico. La parola ha significato legato alla vita terrena. Il concetto di “vita” qui è ancora quello primitivo di sopravvivenza dove quello che conta non sono i valori spirituali ma quelli materiali: cibo, acqua, un tetto per dormire, salute fisica. A seconda dei casi l’abbiamo tradotto con “materiale” o “terreno”.

Nenagljadnij deriva dalla radice glyad- che è quella del verbo gljadet’ che significa guardare e anche della parola glaz che significa occhio. Con il prefisso negativo ne- assume il senso di qualcosa che è talmente bello, caro, dolce che non si smetterebbe mai di guardare: alla lettera significa “non guardabile mai abbastanza”.

1.2.2 I realia della fiaba

 

Nelle fiabe spesso si incontra un regno lontano lontano che, in questo caso, dà anche il titolo al libro di Trubeckoj: inoe carstvo. L’aggettivo inoj deriva dal latino antico oinos, diventato poi unus, che significa “uno”. In russo esiste anche il prefisso ino- che corrisponde grossomodo al nostro prefisso etero-. L’aggettivo inoij significa “diverso” o più precisamente, “altro”, “diverso da questo”. Si tratta di un modo molto ingenuo e tipicamente folclorico di esprimere l’altruità: nel regno lontano lontano può succedere di tutto e la sua diversità giustifica agli occhi del bambino qualsiasi stranezza o magia.

Bachtin (1979) ha spiegato l’importanza della dialettica proprio/altrui. Qui nelle fiabe tale dialettica è molto evidente.

Un altro elemento presente nelle fiabe è l’acqua forte (in russo sil’naja voda), una bevanda in grado di aumentare la forza fisica del bogatyr. La parola è formata dall’aggettivo sil’nij cioè “forte” e voda che vuol dire “acqua”.

La živaja voda, analogamente, sarebbe “l’acqua viva” ossia “l’acqua della vita”.

 

Nella fiaba russa ricorre spesso lo kuboček da zel’e che è una bevanda incantata offerta dalla staruha al bogatyr in grado di risolvere i problemi che gli si presentano. Zel’e è una radice slava antica che significa “erba”, “verdura”, “verzura” e quindi assume il significato di pozione fatta con delle erbe. Kuboček è il vezzeggiativo di kubok che significa calice.

 

1.2.3 I nomi dei ruoli dei personaggi

 

Vladimir Propp ha studiato la morfologia della fiaba, ravvisando dei pattern all’interno delle fiabe russe e creando una struttura ricorrente formata da vari elementi.

Nel testo di Trubeckoj ricorrono alcune figure che abbiamo ritenuto di non tradurre perché altrettanto tipiche dei testi folclorici che vengono analizzati.

Il bogatyr è l’eroe delle byline russe che compie gesta eroiche di tipo militare e, per estensione è una persona di forza immensa, coraggiosa e incrollabile.  La parola deriva da una lingua turcica bagatur che significa eroe. Probabilmente è un lascito della dominazione tatara.

Il durak è una figura a metà tra il matto e lo sciocco. La parola deriva dall’ucraino durnij e probabilmente ha qualcosa in comune con la parola dyra che significa “buco”. Durnoj significa invece “cattivo” detto soprattutto di odori e simili.

Lo starec è una figura maschile legata al misticismo e venerata sia dal popolo sia dai più ricchi, erano considerati quasi come santi o profeti di Dio, e si credeva fossero in grado di risolvere questioni importanti o guarire i malati. La parola starec deriva dalla parola star’ che in slavo antico significa vecchio.

La staruha invece è un personaggio femminile che deriva sempre da star’ in slavo antico, è una donna anziana che spesso aiuta il bogatyr a compiere le sue missioni dandogli degli oggetti magici. È inoltre dotata di una grande saggezza che mette a disposizione del bogatyr dandogli buoni consigli.

Altra figura molto importante è la promessa sposa (in russo nevesta) che è una creatura molto saggia e aiuta l’eroe a svolgere qualsiasi compito e a salvarlo da situazioni difficili. È una fanciulla che è in grado di trasformarsi in diversi animali. La parola nevesta deriva dallo slavo antico ne vedat’ (non conoscere) o neizvestnaja cioè “sconosciuta”. Probabilmente è non conosciuta nel senso antico nella parola, come si incontra anche nella Bibbia ebraica, e quindi corrisponde grossomodo a “non sposata”.

Il veggente veščii deriva dall’antico slavo vestii che significava “saggio”. Della stessa radice sono anche le parole ved’ma che significa “strega” e il verbo vedat che significa “conoscere”. Nella fiaba ha il significato di “veggente”, che testimonia la comunanza con la radice vid- sulla quale si forma il verbo videt’ e tutti i derivati.

Lo žar – ptica è formato dalla parola žar che deriva dallo slavo antico ger’’che a sua volta deriva dal greco thermos che significa “caldo”. Normalmente la locuzione è resa in inglese con firebird e in italiano con uccello di fuoco ma è interessante rilevare che il costrutto russo è formato da due parole unite da trattino, un fatto abbastanza raro che probabilmente è da ricondurre a una forma antica che non prevede l’uso di un aggettivo e di un sostantivo. Per questo motivo proponiamo una versione poco riconoscibile ma più filologica di uccello-ardore che, nella sua stranezza, può permettere al lettore di riconoscere la peculiarità della forma slava.

1.2.4 terminologia settoriale fiabistica-folcorica

 

La parola bylina deriva dallo slavo antico byl’, ossia ciò che è stato (bylo). In sostanza dal punto di vista etimologico non si discosta da una generica narrazione cronachistica di quello che succede in un determinato luogo. Con gli anni però è giunta a significare “canzone popolare epica”. È un genere testuale che troviamo esclusivamente nella cultura slava.

Un termine molto particolare è l’aggettivo skazočnyj che significa “proprio delle fiabe”. È stato tradotto con “fiabistico” in quanto è riferito a elementi che sono presenti nella fiaba e per distinguerlo dall’aggettivo “fiabesco” che indica qualcosa legato a un’atmosfera incantata e surreale tipica delle fiabe ma viene usato con valore connotativo diversamente da fiabistico. Il termine skazočnyj viene formato a partire dalla parola skazka cioè “fiaba”.

L’aggettivo čudesnyj invece è stato tradotto come “miracoloso” in quanto deriva dalla parola čudo che significa “miracolo”. La parola deriva dallo slavo antico čoudo che significa anche strano, bislacco o incomprensibile.

L’aggettivo volšebnyj è stato tradotto con “incantato” e deriva da volšba cioè “incantesimo”. La parola deriva dal finnico velho che significa “mago” e dall’estone volu che significa “strega”.

 

2.   Traduzione con testo a fronte

 

 

Искатели «иного царства». Богатырь и дурак в сказке

 

 

Другое яркое отражение искомого «иного царства» — самый образ его искателя. Мы оставим здесь в стороне те вульгарные типы искателей из кабацкой голи, воров, бездельников и дезертиров, о которых речь шла выше, и займемся лишь теми, которые так или иначе возвышаются над средним житейским уровнем.

I cercatori “di un regno lontano lontano”. Il bogatyr e il durak nella fiaba.

 

 

Un altro chiaro riflesso del misterioso “regno lontano lontano” è l’immagine stessa del suo cercatore. Tralasceremo i tipi di cercatori rozzi frequentatori delle taverne, tra cui banditi, fannulloni e disertori, di cui si è già parlato. Analizziamo invece solo quelli che in qualche modo sono a un livello superiore rispetto a quello delle preoccupazioni materiali.

Препятствия, отделяющие человека от предмета его, искания, преодолеваются либо силой, либо мудростью. Соответственно с этим среди ищущих «иного царства» выделяются в особенности два типа — богатыри и вещие. Мы займемся сначала первыми. С образом богатыря обыкновенно сочетается мысль о человеке, который борется с многочисленными врагами и побеждает их сам собственным своим человеческим подвигом силы и бесстрашия, большею частью без всякой посторонней и, в частности, без помощи. Таковы богатыри русской былины Илья Муромец, Добрыня, Никита Кожемяка и т. п. Так, однако обстоит дело лишь до тех пор, пока мы имеем дело с былиной в собственном смысле слова, т. е. с таким рассказом, в котором передается быль естественная, а не магическая. Но как только в рассказ вторгается чудесное, сказочное в собственном смысле слова, образ былинного богатыря подвергается заметному видоизменению. Вступая в соприкосновение с волшебной силой, изменяющей законы естества, богатырь в большей или меньшей степени подчиняется этой силе, становится как бы ее орудием. Тогда его личный подвиг отходит на второй план. Gli ostacoli separano l’uomo dall’oggetto delle sue ricerche e sono superati sia con la forza che con la saggezza. Di conseguenza, tra i cercatori del “regno lontano lontano” spiccano in particolare due tipi: i bogatyr e i veggenti. Inizieremo con i primi. L’immagine del bogatyr è di solito legata all’idea di un uomo che combatte contro diversi nemici e li sconfigge con le sue imprese eroiche e il suo coraggio, quasi sempre senza alcun aiuto esterno e, in particolare, senza alcun aiuto miracoloso. Questi bogatyr della bylina russa sono: Il’jà Muromec, Dobrynja, Nikita Kožemjaka ecc. Tuttavia questo vale solo fin quando non ci troviamo di fronte alla bylina nel senso stretto del termine e quindi con quel tipo di racconto in cui viene narrata una storia realistica, non una magica. Ma non appena nel racconto entra in gioco l’elemento miracoloso e fiabistico, nel vero senso della parola, l’immagine del bogatyr della bylina subisce modifiche significative. Entrando a contatto con la forza incantata in grado di cambiare le leggi della natura, il bogatyr, in misura maggiore o minore, è soggetto a questa forza e diventa una sua arma. Quindi le imprese eroiche sue personali passano in secondo piano.
Грань между сказкою и былиной не отличается строгостью и неподвижностью: она нередко нарушается вторжением сверхъестественного, сказочного в былину; тогда тем самым изменяется облик и в особенности значение богатыря. Есть, например, рассказы, где самая сила Ильи Муромца приобретает характер сверхъестественный. Тогда эта сила понимается как что-то постороннее самому богатырю; она вливается в него извне, через чудесный напиток; в связи с этим в богатыре появляются черты, указывающие на ослабление его человеческой энергии: лежанье на печи, неделанье. Il confine tra fiaba e bylina non è netto e fisso, spesso a causa della presenza dell’elemento sovrannaturale e fiabistico nella bylina; cambiano quindi l’immagine ma soprattutto l’importanza del bogatyr. Ci sono, per esempio, storie in cui la forza di Il’jà Muromec assume carattere di soprannaturale. Allora questa forza è intesa come qualcosa di estraneo al bogatyr; essa si insinua in lui dall’esterno mediante una bevanda miracolosa. A questo proposito, le caratteristiche del bogatyr sembrano indicare l’indebolimento della sua energia umana: si sdraia accanto alla stufa, non fa nulla.
По одной сказочной версии, Илья Муромец до 18–летнего возраста не мог ходить, по другой, «тридцать лет, от самого рождения, сидел он сиднем, не двигаясь». Сжалился над ним старец Божий, странник, которому Илья подал милостыню, исцелил его и дал ему выпить до дна ковш воды, и опять посылает он за водою: «Опять сходи, принеси другой ковшик воды». Шедши он за водою, за которое дерево ни ухватится — из корню выдернет. Старичок Господень и спрашивает у него: «Слышишь ли теперь в себе силу?» «Слышу, старичок Господень! Сила теперь во мне есть большая: кабы утвердить в подвселенную такое кольцо, я бы смог поворотить подвселенную». И старец, опасаясь, что такой силы «земля не снесет», дает Илье выпить еще, чтобы поубавить у него силы 70. Secondo un’altra versione della fiaba Il’jà Muromec prima dei 18 anni non poteva camminare, secondo un’altra ancora, “per trent’ anni, fin dalla nascita, sedeva su una sedia, senza muoversi.” Uno starec di Dio ebbe pietà di lui, un pellegrino al quale Il’jà aveva fatto l’elemosina, egli lo guarì facendogli bere fino in fondo un mestolo d’acqua ed egli lo mandò nuovamente a prendere l’acqua: “Vai, e portami un altro mestolo d’acqua”. Dopo essere andato a prendere l’acqua, passò davanti a un albero e inciampò nelle sue radici. Lo starec di Dio gli chiese: “Adesso senti la forza?”

“La sento starec Gospoden’! Ora la forza in me è grande: se solo potessi infilare un anello nell’universo lo potrei ribaltare”. E lo ctarec, temendo che una tale forza potesse “spazzare via la terra”, fece bere a Il’jà un altro liquido in modo da ridurre la sua forza.

В жизни Ильи Муромца это вторжение сверхъестественного — изолированное явление. В общем в ней все естественно, все говорит о торжестве человеческой мощи, о напряжении и действительности индивидуальной, личной воли человека. В сказке мы видим иное. Здесь открывается другой мир, где бессильно все естественное; тут человек ясно видит предел своей человеческой мощи, как бы велика она ни была, и чувствует превосходящую его сверхъестественную силу, перед которой — ничто величайшие из богатырей. Nella vita di Il’jà Muromec questa comparsa del soprannaturale è un fenomeno isolato. In generale, è tutto naturale, si parla del trionfo della forza fisica, degli sforzi e delle attività individuali e della volontà personale dell’uomo. Nella fiaba, assistiamo a qualcosa di diverso. Qui ci troviamo davanti a un mondo incantato dove tutta la natura è impotente, qui l’uomo vede chiaramente il limite della sua forza fisica, per quanto grande sia, e sente la superiorità della forza soprannaturale, di fronte alla quale i bogatyr non possono nulla.
Сказке хорошо знаком тип былинного богатыря; в ней часто повторяются излюбленные формулы былины о его силе: кого он в ногу ударит — нога прочь, кому в руку — рука прочь, кому в голову — голова прочь 71. Есть в сказке типические рассказы о том, как богатырь тешится над медведем, возит на нем дрова, о том, как он один побивает многочисленное неприятельское войско 72, о том, как он ударом палицы убивает одного за другим трех могучих богатырей или расправляется один с двумя дюжинами разбойников. Но не эти проявления богатырской силы и богатырской удали составляют в сказке центр тяжести, а тот таинственный предел, где человеческая сила обращается в ничто. Становясь лицом к лицу с сверхъестественным, человек проникается сознанием своей беспомощности. Своего брата богатыря можно победить в поединке, можно справиться с целой ратью и даже с многоглавым змеем о шести или девяти головах, но когда богатырю приходиться иметь дело с двенадцатиглавым змеем, в душу рассказчика уже закрадывается сомнение: по одним рассказам змей ранит богатыря в руку 73, а по другим — змей начинает одолевать Царевича, и тот спасается благодаря сверхъестественному заступничеству его выручает то «мужичок — руки железны, голова чугунна, сам медной» 74 либо вещий конь, дающий мудрый совет 75, то чудесная охота — подарок бабы–яги 76, то какие-либо другие волшебные союзники. Богатырь не в силах справиться в открытом бою со стерегущим тридесятое царство великаном, и в ответ на его окрик: «Куда, червяк, едешь», Иван–Царевич сворачивает в сторону: он достигает цели магическим путем, благодаря содействию старухи, которая дает ему волшебное зелье да клубочек 77. При встрече с Норкой–зверем и вихрем, похитившим Настасью Золотую Косу, богатырь опять-таки не надеется на свою человеческую силу и вынужден подкрепить себя волшебным напитком — сильною водою 78. Nella fiaba il bogatyr della bylina assume particolare rilevanza, vengono infatti spesso ripetute delle formule preferite della bylina sulla sua forza: colpisce qualcuno a una gamba, e via la gamba; colpisce qualcuno a un braccio, e via il braccio; colpisce qualcuno alla testa, e via la testa. Nella fiaba ci sono racconti tipici in cui il bogatyr gioca con l’orso, gli fa portare la legna, batte il numeroso esercito nemico, uccide colpendo con una mazza uno dopo l’altro tre potenti bogatyr o elimina decine di briganti. Non sono queste manifestazioni di forza e prodezza del bogatyr a costituire il centro di gravità ma il limite misterioso delle fiabe dove la forza umana è diretta contro qualcosa. Trovandosi faccia a faccia con il soprannaturale, l’uomo prende coscienza della propria debolezza. Il bogatyr può sconfiggere un suo simile con un duello, affrontare un’intera armata  e anche un serpente con molte teste (sei o nove), ma quando l’eroe si trova davanti un serpente a dodici teste al narratore viene un dubbio: in alcuni racconti il serpente ferisce il bogatyr a un braccio  e in altri il serpente sembra sconfiggere Carevič, e questi poi grazie all’intercessione dell’elemento soprannaturale si salva e aiuta il “piccolo uomo dalle braccia di ferro, la testa di ghisa, e il corpo di rame”, il cavallo veggente che dà saggi consigli, la caccia miracolosa, un dono della Baba Jaga’ e tutti gli altri alleati incantati. Il bogatyr, indifeso, non è in grado di far fronte a uno scontro aperto con il gigante che fa la guardia al regno lontano lontano, e in risposta al suo grido: “Verme dove stai andando?” Ivan Carevič si gira da parte, raggiunge l’obiettivo tramite un percorso magico, grazie all’aiuto di una staruha che gli dà uno ze’le da kluboček incantato. Durante l’incontro con Norka – la bestia e il vento che ha rapito Nastas’ja Dalla Treccia D’oro, il bogatyr ancora una volta, non può fare affidamento sulla sua forza fisica ed è costretto a ricorrere a una bevanda incantata, l’acquaforte.
Словом, в сказке человек ежеминутно сталкивается с напоминаниями о каком-то роковом для него пределе. Его зависимость свыше выражается в разнообразных образах. Прежде всего, чтобы привлечь на свою сторону сверхъестественные силы или обезопасить силы, ему враждебные, человек должен знать их тайну. Отсюда его зависимость от знающих волшебную науку — ведунов, по преимуществу старцев или вещих старух; они научают его как обойти препятствие 79, как достать «живую воду» 80 или как спастись от преследования мчащейся на шестикрылом коне страшной ведьмы 81, от них же герой получает в подарок нужные для его успеха или спасения волшебные предметы — кубок да зелье 82, либо щетку, кремешок да «площадку» (огниво). Когда погоня близка, щетка превращается в непроходимую чащу, кремешок — в гору каменную от земли до неба, а огниво — в реку огненную 83. In breve, nella fiaba l’individuo si confronta continuamente con qualcosa che gli ricorda i suoi limiti fatali. La sua dipendenza dall’alto si esprime in svariati modi. Innanzitutto, per attirare dalla sua parte le forze soprannaturali o difendersi dai nemici deve scoprire il loro segreto. Da qui deriva quindi, la sua necessità di esperti di incantesimi come stregoni, principalmente starec o staruhi veggenti che gli insegnano come aggirare l’ostacolo, come ottenere “l’acqua viva” e come sfuggire all’inseguimento della terribile strega in sella al cavallo a sei ali. Da loro il bogatyr riceve in dono oggetti incantati necessari per la buona riuscita della missione o il salvataggio di oggetti incantati come il kubok da zel’e, la ščetka [pettine], un kremešok da plaščadku [pietra focaia] (ognivo). Quando il momento della caccia è vicino la ščetka si trasforma in un boschetto molto fitto, il kremešok da plaščadku in una montagna rocciosa dalla terra al cielo e l’ognivo [acciarino] in un fiume infuocato.
Мы уже говорили о помощи вещих зверей, без коих сказочный герой не может ступить ни шагу: стережет ли он лошадей бабы–яги, исполнял положенную ему службу, ему помогают: львица, пчелка, да птица заморская 84. Нужно ли ему победить трехглавого змия, он, пользуясь даром вещего сокола, сам оборачивается соколом и снимает со змия три головы 85. Велит ли стрельцу царь искупаться в кипятке, его заговаривает богатырский конь, чтобы кипяток не повредил его белому телу 86. Abbiamo già parlato dell’aiuto degli animali veggenti, senza il quale il bogatyr non potrebbe fare un solo passo: se si prende cura dei cavalli della Baba Jaga’, svolge un compito per cui sarà ricompensato, infatti la leonessa, l’ape e l’uccello d’oltremare lo aiutano. Quando deve sconfiggere un serpente a tre teste, usa quindi il dono del falco veggente, si gira come un falco e taglia le tre teste del serpente. Se lo zar ordina al fuciliere di immergersi in acqua bollente, il cavallo del bogatyr gli dice una formula magica in modo che l’acqua bollente non rovini il su corpo bianco.
Необходимость чудесной помощи обусловливается самым свойством магических задач сказочного героя. Победить Кащея Бессмертного может лишь тот, кто знает, где смерть Кащея; а этой тайны нельзя разведать без помощи вещей жены; чтобы достать яйцо, где эта смерть таится, нужна помощь чудесных зверей: волка, вороны, да щуки 87. Многочисленны случаи, когда сказочные герои попадает в плен к какому-нибудь царю, который под страхом смертной казни налагает на него явно неисполнимые задачи: построй за одну ночь мост, одна мостина золотая, другая серебряная; сделай за единую ночь, чтобы по обе стороны моста росли яблони со спелыми яблочками, да на тех яблонях пели бы птицы райские; пойди на тот свет к моему отцу–покойнику, да спроси его: где деньги спрятал. Или, наконец: «пойди туда — не знаю куда, принеси то — не знаю что». Бессилие героя исполнить все эти требования обыкновенно подчеркивается его обильными слезами. Но у него есть спутник, вещая жена; она спрашивает: «О чем плачет сердечный друг». Дает ему мудрый совет, а еще чаще сама делает нужное для него дело. «Не кручинься, — говорит, — молись Богу, да спать ложись; к завтрему все готово будет» 88. La necessità dell’aiuto miracoloso è determinata dalle caratteristiche dei compiti magici dell’eroe fiabistico. Può sconfiggere Kaščej l’immortale solo chi sa dove è la morte di Kaščej, questo mistero è svelabile solo con l’aiuto di una veggente; per raggiungere l’uovo, in cui la morte si nasconde, è necessario l’aiuto di animali miracolosi come i lupi, i corvi e i lucci. Ci sono diversi casi in cui gli eroi delle fiabe vengono catturati per ordine di qualche zar, che minaccia di condannarli alla pena di morte e affida loro dei compiti chiaramente irrealizzabili come: costruisci un ponte in una notte, metà in oro e metà in argento, fai in modo che in una sola notte, su entrambi i lati del ponte crescano meli con mele mature e che su quei meli si posino a cantare gli uccelli del paradiso; vai all’altro mondo da mio padre che è morto e chiedigli dove ha nascosto i soldi. E infine, “vai lì, non so dove, e portami quello, non so cosa”. L’impotenza dell’eroe di soddisfare tutte le richieste è di solito enfatizzata dai suoi abbondanti pianti. Ma ha una compagna di viaggio, cioè una veggente che gli chiede: “Perché stai piangendo amico del mio cuore?”. Gli dà un consiglio saggio, o ancora più spesso fa lei quello che dovrebbe fare lui. “Non ti abbattere” gli dice, “prega Dio, e vai a dormire, entro domani tutto sarà pronto”.
Тут все характерно: и этот образ плачущего Геркулеса, и волшебство, которое буквально усыпляет его энергию, и воплощение мудрости в женственном существе, о чем красноречиво говорят самые названия сказок — «Василиса Премудрая» и «Мудрая жена». Избранник этой магической мудрости обрекается на совершенно пассивную роль: от него требуется только безграничное доверие, покорность и преданность той высшей силе, которая его ведет. Личные свойства героя, его сила и ум тут не играют никакой роли. Ёго человеческое дело в сказке — ничто; также и его рассудок, ибо с точки зрения магической поступок, который кажется людям безрассудным, нередко оказывается самым мудрым. Неудивительно, что рядом с богатырем, героем сказки, является существо совершенно лишенное всякого человеческого ума — дурак. Именно в его человеческом безумии познается сила высшей мудрости. Поэтому дурак оказывается сказочным героем по преимуществу, предпочтительно перед богатырем. Иногда, впрочем, стушевывается грань между этими двумя типами: черты богатыря и дурака сочетаются в одном лице. И слияние это совершенно естественно. Перед лицом высшей чудесной мудрости оба оказываются одинаково неумными и беспомощными. Qui tutto è particolare: sia quell’immagine di Hercules che piange, sia l’incantesimo che letteralmente indebolisce la sua energia ma anche l’incarnazione della saggezza nell’essenza femminile, questo è ciò di cui parlano principalmente le fiabe più famose come “Vasilisa Premudraja” [Vasilisa la saggia] e “Mudraja žena” [La moglie saggia] il beneficiario di questa saggezza magica è destinato a un ruolo del tutto passivo: gli è richiesta solo una sconfinata fiducia, umiltà e lealtà verso la forza superiore che lo guida.

Le qualità personali dell’eroe, la sua forza e la sua intelligenza qui non giocano nessun ruolo. Le sue attività umane nella fiaba esistono così come la sua capacità di giudizio, perché, dal punto di vista dell’intervento magico, che alle persone sembra privo di giudizio, si rivela spesso la cosa più saggia. Non è un caso che accanto al bogatyr, l’eroe della fiaba, ci sia un individuo completamente privo di qualsiasi intelligenza umana cioè il durak. Proprio nella sua follia umana risiede la forza di una saggezza superiore. Quindi, il durak si rivela nella fiaba l’eroe per eccellenza, superiore anche allo stesso bogatyr. A volte, però, viene reso meno netto il confine tra questi due tipi di eroe: le caratteristiche del bogatyr e del durak vengono fuse in una sola persona. Questa fusione è del tutto naturale. Rispetto alla saggezza miracolosa superiore entrambi sono ugualmente poco intelligenti e quindi impotenti.

Фигура дурака, который с видимым безрассудством сочетает в себе образ вещего, составляет один из интереснейших парадоксов сказки, притом не одной русской сказки, ибо образ вещего безумца или глупца пользуется всемирным распространением: «священное безумие» известно еще в классической древности. Тайна этого парадокса у всех народов одна и та же: она коренится в противоположности между подлинною, т. е. магическою, мудростью и житейским здравым смыслом: первая представляет собою полное ниспровержение и посрамление последнего. Образ «дурака» как бы вызов здравому смыслу. Поэтому, в зависимости от того, как оценивается здравый смысл, и отношение к дураку не может быть одинаковым. В сказке вообще и, в частности, в русской сказке мы находим две диаметрально противоположные его оценки. Есть вульгарные, рассудочные рассказы и анекдоты о дураке, без примеси чего-либо волшебного: в них дурак играет роль шута и служит всеобщим посмешищем. Это жалкое существо, всех раздражающее нелепыми поступками, всеми битое и потому вечно плачущее 89. Но как только сказка вступает в соприкосновение с чудесным, отношение к дураку в корне меняется: дурак окружается почетом и посрамляет насмешников. Народная мудрость чует, что «иная простота бывает не без хитрости» 90 и сказка дает об умственных способностях дурака характерный отзыв: «Ванюша не хитёр, не мудёр, а куда смысловат» 91. La figura del durak che, con la sua evidente mancanza di giudizio, racchiude in sé l’immagine del veggente, è quindi uno dei paradossi più interessanti della fiaba, ma non soltanto della fiaba russa. L’immagine del veggente pazzo o dello sciocco è diffusa a livello mondiale: la “follia sacra,” era conosciuta anche nell’antichità classica. Il mistero di questo paradosso è lo stesso presso tutti i popoli ed è radicato nella contrapposizione tra la saggezza autentica, cioè magica e il buon senso concreto. La prima rappresenta il rovesciamento completo e lo svergognamento del secondo. L’immagine del durak è come una sfida al buon senso. Quindi, a seconda di come viene valutato il buon senso, l’atteggiamento nei confronti del durak non può essere univoco. Nella fiaba in generale e nella fiaba russa in modo più specifico, troviamo due valutazioni diametralmente opposte del durak. Ci sono racconti volgari, racconti giudiziosi o aneddoti sul durak, senza la contaminazione dell’elemento incantato. In queste il durak interpreta il ruolo di un giullare ed è motivo di scherno da parte di tutti. Si tratta di una creatura penosa, che indispettisce tutti con azioni ridicole, tutti lo picchiano e quindi piange sempre. Ma non appena nella fiaba entra in gioco l’elemento miracoloso l’atteggiamento verso il durak cambia radicalmente perché il durak riesce a farsi onore e fa vergognare chi lo derideva. Secondo la saggezza popolare: “non c’è semplicità senza scaltrezza” e la fiaba attribuisce alle facoltà mentali del durak una connotazione tipica: “Vanja non è furbo, non è saggio ma è un sacco sensato”.
Внешнее отличие этого героя от всех прочих людей есть прежде всего видимая несуразность речей и крайняя безрассудность поступков. Одна из характерных черт его — неведение. О чем бы его ни спросили, даже о — том, как его по имени зовут, у него один ответ: «не знаю». Отсюда ряд сказок, где он величается прозвищем «Незнайко» 92. С незнанием у него связывается и другая любимая черта народного героя — неделание. В сказках часто рассказывается о том, как дурак «работать не работал, все на печке лежал» или «мух ловил», как он в начале своего жизненного поприща прогулял все свои деньги с пьяницами 93. Поступки дурака всегда опрокидывают все расчеты житейского здравого смысла и потому кажутся людям глупыми, а между тем они неизменно оказываются мудрее и целесообразнее, чем поступки его «мудрых» братьев. Последние терпят неудачу, а дурак достигает лучшего жребия в жизни, словно он угадывает мудрость каким-то вещим инстинктом. Другие рассудительные люди возлагают свои упования на денежную силу; дурак же цены деньгам не знает, золото не ставит ни в грош; часты случаи, когда в уплату за произведенную работу он берет вместо денег котенка да щенка. Приходит время, и оказывается, что котенок, да щенок и впрямь для него куда нужнее золота; они спасают ему жизнь, выручают его из плена и возвращают ему похищенный у него волшебный перстень о двенадцати винтах 94. В другой сказке дурак продает все свое достояние (быка) березе; воры похищают быка, дурак рубит березу топором за неуплату условленных денег; и вдруг в дупле березы оказывается зарытый разбойниками богатый клад 95. В третьей обменяет пару волов на телегу, телегу на козу, козу на кошелек, а кошелек отдает перевозчикам и бьется об заклад, что его за это хозяйка не заругает; в заключение выигрывает заклад, забирает условленный выигрыш, двенадцать фур с солью и с волами; таким образом ряд нелепых поступков служит началом его обогащения 96. Иногда «глупость» в рассказе оказывается «хитростью». La caratteristica esteriore che differenzia l’eroe da tutti gli altri è innanzitutto l’evidente assurdità dei suoi discorsi e l’estrema irragionevolezza delle sue azioni. Uno dei suoi tratti caratteristici è che non sa niente. Qualsiasi cosa gli venga chiesta, anche come si chiama risponderà sempre: “Non lo so”. Quindi, in varie fiabe gli viene dato il soprannome di “Heznajko” (Non lo so). All’ignoranza è legata un’altra caratteristica preferita dell’eroe popolare cioè l’inattività. Nelle fiabe viene spesso raccontato di come il durak “lavorare non lavorava e si metteva sulla stufa” o di come “prendeva le mosche”, come all’inizio della sua vita adulta si sia bevuto tutti i soldi con gli ubriaconi. Le azioni del durak sconvolgono tutti i parametri del buon senso concreto e alle persone sembrano stupide, ma invece risultano sempre più sagge e più appropriate rispetto alle azioni dei suoi fratelli “saggi”. Questi ultimi non ce la fanno, ma il durak fa la scelta migliore nella vita come se indovinasse la saggezza con l’istinto da veggente. Altre persone ragionevoli ripongono le loro speranze nella forza del denaro. Il durak invece non conosce il valore del denaro, l’oro non vale una copeca per lui [una moneta russa]; in certi casi, come pagamento per il lavoro svolto, ottiene un gattino e un cagnolino al posto del denaro. Passa del tempo e si scopre che ha molto più bisogno del gattino e del cagnolino che dell’oro. Questi due gli salvano la vita, lo fanno evadere dalla prigione e gli restituiscono l’anello incantato dalle dodici viti. In un’altra fiaba il durak vende tutti i suoi beni (il toro) alla betulla. I banditi rapiscono il toro, il durak taglia la betulla con l’ascia a causa del mancato pagamento della somma stabilita. Improvvisamente in una cavità della betulla il durak trova un ricco tesoro nascosto dai banditi. In una terza fiaba il durak scambia la coppia di buoi per un carro, il carro per una capra, la capra per un borsellino, il borsellino viene consegnato ai trasportatori e dato in pegno per una scommessa in modo che la padrona non imprechi. Alla fine vince la scommessa, ritira ciò che gli spetta, dodici carri carichi di sale e buoi. In questo modo diversi comportamenti assurdi costituiscono l’inizio del suo arricchimento. A volte la “stupidità” nel racconto si rivela “furbizia”.
Посылает царь своих зятьев добыть волшебных животных; достает их дурак, а умные, потерпевшие неудачу, покупают у него добычу; дурак вместо денег берет с них «по мизинцу с ноги»; когда умные начинают хвастать перед царем удалью, дурак показывает их отрубленные пальцы и тем разоблачает их обман; он получает от царя все царство, а умные за обман наказываются смертью 97. Вообще случаи торжества глупости имеются в сказке в великом изобилии, причем дурак побеждает хитростью сравнительно редко: в большинстве случаев нелепые поступки, ведущие к счастью, совершаются вопреки всяким расчетам, словно по какому-то наитию или по чьему-либо внушению. Есть одна черта, общая всем подобным рассказам, недоверие к расчетам здравого смысла. И в сказке волшебной в собственном смысле слова эти расчеты посрамляются не человеческим умом, а высшею магическою мудростью: дурака выручают из трудных положений то вещие люди 98, то вещие животные 99, то волшебные предметы 100. Дурак является любимым героем сказки именно потому, что в человеческий ум она не верит. Когда, собираясь в дальний путь–дорогу совершить подвиг, он избирает явно негодные для того средства, умные спрашивают: «Что ты, дурак! Куда собираешься? Аль людей смешить?» А он им в ответ: «Про то я знаю! Умным — дорога и дуракам — путь не заказан». И путь «умных» неизменно приводит к провалу, а путь дурака доводит до цели. Lo zar manda i suoi generi a prendere gli animali incantati; ma il durak li raggiunge, e gli intelligenti, che non ci sono riusciti, comprano da lui la preda; il durak invece del denaro chiede a ciascuno di loro “il mignolo del piede”; quando gli intelligenti iniziano a vantarsi davanti allo zar con spavalderia, il durak mostra le loro dita mozzate e così svela il loro inganno; riceve dallo zar tutto il regno, e gli intelligenti a causa dell’inganno sono puniti con la morte. In generale i casi di trionfo della stupidità sono presenti nella fiaba in grande abbondanza, il durak vince con l’astuzia raramente: nella maggior parte dei casi le azioni assurde che portano alla felicità, vengono fatte a dispetto di ogni calcolo, come se fossero fatte per qualche ispirazione o su suggerimento di qualcuno. C’è una caratteristica comune a tutti questi racconti, cioè la mancanza di fiducia nelle considerazioni del buon senso. E nella fiaba incantata, vera e propria, queste considerazioni non sono sbugiardate dall’intelligenza umana, ma da una saggezza magica superiore: il durak viene salvato da situazioni difficili da veggenti, animali veggenti oppure oggetti incantati. Il durak è l’eroe preferito della fiaba proprio perché la fiaba non crede nell’intelligenza umana. Quando, avendo intenzione di compiere gesta eroiche durante un lungo viaggio, sceglie chiaramente cose inadatte, gli intelligenti gli chiedono: “Che fai durak?  Dove stai andando? Vai a far ridere la gente? “ E lui in risposta: “è quello che so fare! La strada è degli intelligenti, e ai durak nessuno indica la via”. E la via degli “intelligenti” inevitabilmente porta al fallimento, e la via del durak porta al raggiungimento dell’obiettivo.
“Эта мудрость, руководящая дураком, высказывается в сказке «Волшебное Кольцо» устами змеи, которую он спас из пламени: «Ну, спасибо”, — говорит, — Иванушка! Сослужил ты мне великую службу, сослужу я тебе еще и больше того! Пойдем, — говорит, — к моей матери; будет она тебе давать медные деньги — ты не бери, потому что это уголья, а не деньги; будет давать серебряные — также не бери, то будут щепки, а не серебро; будет выносить тебе золото, и того не бери, потому что вместо золота будет черепье да кирпич; а проси ты у нее в награду перстень о двенадцати винтах» 101. Иначе говоря, подлинная ценность — только магическое, волшебное, мудр только тот, кто за эту непонятную рассудку ценность отдает все на свете; это и есть тот, кто с житейской точки зрения признается дураком. Questa saggezza, guidata dal durak, viene espressa nella fiaba “Volšebnoe Kol’co” [L'Anello incantato] con le fauci del serpente, che il durak ha salvato dalle fiamme: “Beh, grazie” dice, “Ivanuška! Mi hai reso un grande servizio, ti renderò lo stesso e ancora di più! “ “Andiamo” dice “da mia madre; sarà lei a darti soldi di rame, tu non prenderli, perché sono carboni, e non soldi; ti darà quelli d’argento, ma anche quelli non prenderli, sono schegge di legno, e non argento; ti offrirà dell’oro, non prendere nemmeno quello, perché invece di oro saranno teschi e mattoni; chiedile invece in premio l’anello dalle dodici viti”. In altre parole, il vero valore è solo quello magico, incantato, è saggio solo chi in cambio di questo valore che sfugge alla capacità di giudizio è disposto a dare tutto; è chi da un punto di vista materiale è riconosciuto come durak.
Так как от природы дурак лишен мудрости, и мудрость, которая им руководит, для него не своя, она в сказке нередко и внешним образом от него отделяется, олицетворяется другими существами, которые подчиняют себе волю дурака, направляя ее внушениями. Эти руководящие силы являются то в звериных, то в человеческих образах: то это змея, то «сивка–бурка, вещая каурка», то вещий волк, то существо человеческое. Così come per natura il durak è privo di saggezza, e non riconosce come sua la saggezza che lo guida, nella fiaba questa spesso si allontana dal durak con una forma esterna, personificata da altre creature che dominano la volontà del durak, orientando le sue ispirazioni. Queste forze che lo guidano hanno una forma a volte da bestie a volte da uomo: a volte si tratta di un serpente, a volte della “sivka–burka, veščaja kaurka” [sivka–burka, il sauro veggente], a volte un lupo veggente, a volte un umano.
В отрицательных свойствах сказочного героя, в его немощи, неведении, безумии обнаруживается некоторое отрицательное определение искомого им «нового царства». Оно есть запредельная человеку сила и мудрость. Именно этим обусловливается торжество человеческого безумия в сказке, превознесение дурака над сильными и мудрыми в человеческом значении этого слова. Но рядом с этим в том же стремлении искателей открываются и положительные черты искомого: их человеческое безумие ищет той «целящей воды», которая воскрешает умерших, возвращает жизнь распавшемуся на части — человеческому телу: ему нужны «молодильные яблоки», которые возрождают утраченную молодость, нужна «жар–птица», олицетворение той запредельной полосы, где солнце не заходит, живой образ света, долженствующего наполнить человеческую жизнь; нужна вообще иная природа, где дерево поет, а птица говорит 102. Словом, с мыслью об «ином царстве» связывается мечта о полном преображении закона естестве, о полной победе магии над старостью, болезнью, смертью, о совершенном одухотворении мира животного и растительного к этой цели в русской сказке ведет не столько подвиг и доблесть мужа, сколько мудрость его жены. Характерно, что мудрость олицетворяется не мужским, а по преимуществу женственным образом. Именно женскому началу принадлежит здесь центральная руководящая роль. Поэтому необходимо внимательнее присмотреться к этим женским спутницам сказочных героев. Tra le caratteristiche negative dell’eroe fiabistico, nella la sua debolezza, ignoranza, impotenza si riscontra una certa definizione negativa del “nuovo regno” che viene cercato. La forza e la saggezza sono fuori dalla portata umana. Proprio a questo è dovuta la celebrazione della follia umana nella fiaba, l’esaltazione del durak rispetto ai forti e ai saggi, nel senso umano della parola. Ma accanto a ciò nello sforzo stesso dei cercatori si schiudono anche i tratti positivi di ciò che viene cercato: la loro umana follia cerca la “celjaščaja voda”, [acqua curativa] che resuscita i morti, restituisce la vita a chi è stato fatto a pezzi: gli servono delle “mele ringiovanenti”, che fanno rivivere la giovinezza perduta, è necessario “l’uccello-ardore”, la personificazione di quella striscia ultraterrena, dove il sole non tramonta, l’immagine vivente della luce, che deve riempire la vita umana; ha bisogno in generale di una natura diversa, dove l’albero canta, e l’uccello parla. In breve, con l’idea di “regno lontano lontano” si comunica il sogno di una piena trasformazione della legge della natura, della piena vittoria della magia sulla vecchiaia, la malattia, la morte, della personificazione completa del mondo animale e vegetale e a questo scopo nella fiaba russa non contano tanto le imprese e il valore del marito, quanto la saggezza di sua moglie. È significativo, che la saggezza non venga personificata in una figura maschile, ma in un’immagine femminile per eccellenza. Qui un ruolo centrale di guida è affidato proprio al principio femminile. Quindi è necessario analizzare più attentamente queste compagne di viaggio degli eroi delle fiabe.
 

VI. Женственные воплощения сказочной мудрости

 

VI. La personificazione femminile della saggezza nella fiaba

Мудрость в сказке олицетворяется преимущественно двумя женскими типами — вещей старухой и вещей невестой. Иногда мудрый совет дается устами старика, но эти ведуны мужского пола сравнительно редки и в общем бледно очерчены; образ вещей старухи в сказке куда ярче и значительнее; и встречается он в общем много чаще La saggezza nella fiaba è impersonata principalmente da due tipi femminili: la staruha veggente e la sposa veggente. A volte un saggio consiglio viene dato da un vecchio, ma questi maghi di sesso maschile sono relativamente rari e in generale poco delineati; l’immagine della staruha veggente nella fiaba è molto più chiara e più significativa; e in generale la si incontra molto più spesso.
Старухи — руководительницы героя — носят разные названия: то это — баба–яга, которая в этом случае утрачивает свой облик злой и враждебной человеку ведьмы, то «бабушка–задворенка», то просто старуха. Обыкновенно эта старуха — носительница не только мудрости, но и власти, которая дается ей знанием. У нее имеются не только волшебные предметы, которыми она снабжает героя: ей повинуются волшебные животные, а иногда эта власть над живою тварью приобретает характер космический, как в приведенном примере, где вещая старуха, разыскивая для Царевича «Ненаглядную Красоту», призывает к ответу и зверей, и птиц, и рыб, и гадов морских. По словам ее младшей сестры, «что ни есть на белом свете, все ей покоряется». Оттого и голос у нее богатырский.

 

Le staruhe, che guidano l’eroe, portano nomi diversi: a volte la Baba–Jagà, che in questo caso perde il suo aspetto di strega cattiva e nemica dell’uomo, a volte è la “babuška zadvorenka” [la vecchia che fa la guardiana alla porta], a volte è semplicemente una staruha. Normalmente la staruha è portatrice non solo di saggezza, ma anche di potere, che le ha dato la conoscenza. Lei non possiede solo oggetti incantati, che dona all’eroe: ha anche animali incantati che le obbediscono, e a volte questo potere sul mondo vivente assume carattere cosmico, come nell’esempio seguente, dove la staruha veggente, alla ricerca per uno Carevič della “così bella che non si smetterebbe mai di guardare”, chiede aiuto a bestie, uccelli, pesci e mostri marini. Secondo le parole della sorella più piccola, di lei “qualsiasi cosa ci sia al mondo, è tutto sottomesso a lei”. Quindi la sua voce è quella del bogatyr.
 

Образ вещей невесты представляет собою сочетание мудрости и власти над тварью не в меньшей степени. За «Ненаглядную Красоту» вся тварь ответственна, и Василисе Премудрой все повинуется: по ее мановению муравьи ползучие молотят несчетные скирды, пчелы летучие лепят церковь из воска, бесчисленные работники–люди строят золотые мосты, да великолепные дворцы. Она сама может обернуться в любой образ твари 104. Но с мудростью и властью в вещей невесте сочетается и красота, обладающая силою волшебного действия: «когда она рассмеется — то будут розовые цветы, а когда заплачет — то жемчуг» 105.

 

L’immagine della sposa veggente rappresenta la combinazione di saggezza e non in misura minore, di potere su una creatura. Ogni creatura è responsabile della “così bella che non si può guardare”, e tutto obbedisce a Vasilisa Premudraja [Vasilisa la saggissima]: con un suo gesto le formiche striscianti sistemano innumerevoli balle di fieno, le api volano incollando con la cera la chiesa, innumerevoli uomini – operai costruiscono i ponti d’oro e maestosi palazzi. Lei stessa può trasformarsi in qualsiasi tipo di creatura. Ma con la saggezza e il potere nella sposa veggente si combina anche la bellezza, che ha la forza dell’azione incantata: “quando ride sbocciano fiori rosa, e quando piange una perla”.
Силою этого очарования все на свете движется: к волшебной невесте направляется весь сказочный подъем, точно вместе с влюбленным в нее царевичем вся тварь испытывает неудержимое к ней влечение.

 

Con la forza di questo incantesimo tutto si muove: alla sposa incantata viene attribuito tutto l’andamento fiabistico, come se insieme al suo innamorato Carevič ogni creatura provasse un’irrefrenabile attrazione verso di lei.
В сказке всячески подчеркивается отдаленность расстояния, отделяющего волшебную невесту от ее искателя. Она живет либо на краю света, либо уносится в бесконечную даль похитителем–вихрем или Кащеем, либо пребывает у морского царя в подводном царстве. Так или иначе это всегда красота запредельная; но ей самой дана власть уничтожать бесконечное расстояние от посюстороннего, здешнего. В большинстве сказок, где она появляется, вещая невеста оборачивается птицей и залетает в доступные человеку страны; благодаря этому становится возможной первая встреча ее с женихом. Nella fiaba, in ogni modo, si sottolinea la lontananza della distanza che separa la sposa incantata dal suo cercatore. Lei vive o agli estremi del mondo, o se ne va in un’infinita lontananza con il vortice che la rapisce o con Каščej o vive presso lo zar del mare nel regno sottomarino. Comunque è sempre una bellezza oltre ogni limite; ma le è dato il potere di distruggere la distanza infinita dal mondo terreno. Nella maggior parte delle fiabe, in cui appare, la sposa veggente si trasforma in un uccello e vola in paesi accessibili all’uomo; grazie a questo diventa possibile il primo incontro con il suo promesso sposo.
Описания этих встреч принадлежат к числу высших откровений сказочной символики. Обстановка их почти всегда одна и та же. Прилетают из дальних стран красные девицы то в виде уток, то в виде колпиц, то в виде голубиц — на озеро купаться, после чего они вновь из девиц оборачиваются птицами и улетают обратно. Жених подстерегает их на берегу, выбирает невесту и похищает оставленную ею одежду или крылья; тем самым он пленит ее, лишает возможности отлететь обратно и возвращает ей похищенное лишь под условием обручения. От того, удается или не удастся этот подвиг герою, зависит весь его жребий — торжество или гибель: ибо все дальнейшее дело его жизни делается за него тою волшебною силою, которой он обручен.

 

Le descrizioni di questi incontri appartengono ad una delle maggiori rivelazioni della simbologia della fiaba. La situazione è quasi sempre la stessa. Arrivano da paesi lontani belle fanciulle a volte sotto forma di anatre, a volte sotto forma di uccelli – spatole, a volte sotto forma di colomba che fa il bagno nel lago, dopo di che di nuovo da ragazze si trasformano in uccelli e tornano in volo. Il promesso sposo è in agguato sulla riva, sceglie la futura sposa e le ruba i vestiti o le ali che ha lasciato; in questo modo la cattura, lei non ha più la possibilità di volare e lui le restituisce ciò che ha rubato solo a condizione di fidanzarsi con lui. Da questo, che riesca o non riesca l’impresa dell’eroe, dipende tutta la sua sorte: il trionfo o la morte: poiché tutto il lavoro della sua vita invece di farlo lui lo fa quella forza incantata, che lui ha sposato.
«Слушайся меня, старухи, — говорит Ивану Царевичу ведунья. — Спрячься вон за тот куст смородины и притаись тихонько. Прилетят сюда двенадцать голубиц — все красных девиц, а вслед за ними тринадцатая; станут в озере купаться, а ты тем временем унеси у последней сорочку и до тех пор не отдавай, пока не подарит она тебе своего колечка. Если не сумеешь это сделать, ты погиб навеки» 106.

 

“Dai retta a me, alla staruha” dice a Ivan Carevič l’incantatrice. “Nasconditi dietro a quel cespuglio di ribes e resta in silenzio. Arriveranno qui dodici colombe, tutte belle fanciulle, e dopo di loro ne arriverà una tredicesima; si metteranno a fare il bagno nel lago, tu intanto porta via all’ultima la camicetta e fino a quel momento non restituirgliela, finché lei non ti darà il suo anello. Se non riesci a farlo, soffrirai per l’eternità”.
Дальнейшая история после обручения в великом множестве вариантов воспроизводит одну и ту же тему. Вещая невеста, которая затем становится женою, преодолевает все волшебные препятствия на пути суженого, выручает его из всякой беды, исполняет за него все наложенные на него «службы». Все последующее счастье его жизни добывается им не собственною силою и подвигом, а достается ему даром, как бы в виде приданого за женою.

 

Il seguito della storia, dopo il fidanzamento in un grande numero di varianti riproduce lo stesso argomento. La promessa sposa veggente, che poi diventa la moglie, supera tutti gli ostacoli incantati sulla strada del promesso sposo, lo toglie da ogni disgrazia, svolge per lui tutti i “servizi” a lui richiesti. Tutta la successiva felicità della vita di lui gli viene procurata non dalla sua forza o dalle sue imprese, ma gli viene data come dono, quasi sotto forma di dote della moglie.
Вся его задача сводится только к тому, чтобы сделать ее соучастницей своего плена, что достигается чрез похищение ее крыльев. Этим он достигает цели своей жизни, жена освобождает и его, и себя, а он только плачет или по ее совету молится да спит.

 

Il suo compito si riduce solo a rendere lei compartecipante della propria prigionia, cosa che ottiene rubandole le ali. Con ciò raggiunge lo scopo della sua vita, la moglie libera se stessa e lui e lui si limita a piangere o sotto il consiglio di lei, prega e dorme.
От него требуется только верность той мудрости, которой он обручен, но и тут герой обыкновенно оказывается не на высоте своего призвания. В этом та роковая опасность падения, которая грозит обратить в ничто весь подъем к чудесному, разрушить все волшебство сказки. Опасность эта живо чувствуется сказателями.

 

Gli è richiesta solo la fedeltà a quella saggezza che ha sposato, ma in questo l’eroe normalmente non si rivela all’altezza della sua missione. In questo c’è quel fatale pericolo di cadere che minaccia di ridurre in niente tutta l’ascesa verso il miracoloso, di distruggere tutto l’incanto della fiaba. Questo pericolo viene percepito chiaramente dai narratori.
Как бы ни были велики препятствия на жизненном пути Ивана–Царевича, как бы ни были трудны возложенные на него задачи, над всеми трудностями неизменно торжествует вещая сила и мудрость его невесты; и она успокаивает его словами: «это не беда, а победка», или «это не беда, беда впереди будет». Но вдруг, достигнув предела в своем подъеме к чудесному, жених чувствует утомление и мечтает о возвращении домой, к родной действительности. «Что так грустен, Царевич», — спрашивает невеста. «Ах, Василиса Премудрая, сгрустнулось по отцу, по Матери, захотелось на святую Русь». И Василиса отвечает: «Вот это беда пришла».

Беда заключается не в опасностях возвращения: над ними легко торжествует мудрость Василисы. Она обманывает посланную за ними погоню, оборачивая себя то смирной овечкою, то ветхою церковью, а Ивана–Царевича то старым пастухом, то стареньким попом. Когда их настигает сам Морской царь и оборачивается соколом, Василиса с женихом оборачиваются уткой да селезнем и спасаются от сокола, ныряя в озеро. Настоящая опасность угрожает не со стороны магии, а подкарауливает женихов в области житейской, дома, на святой Руси. Это опасность забвения вещей невесты. Во множестве сказочных вариантов она предостерегает жениха, чтобы по возвращении домой он никого не целовал, потому что всякий поцелуй отца, сестры, ребенка или кого-либо из домашних влечет за собою неизбежное забвение невесты. — «Ты меня забудешь, Иван–Царевич!» — «Нет, не забуду!» — «Нет, Иван–Царевич, не говори, позабудешь!

Per quanto siano grandi gli ostacoli sul percorso di vita di Ivan Carevič, per quanto siano difficili i compiti a lui assegnati, la forza veggente e la saggezza della sposa trionfano sempre su tutte le difficoltà; e lei lo conforta con le parole: “Questa non è una disgrazia, è una vittoria” o “Questa non è una disgrazia, la disgrazia avverrà dopo”. Ma improvvisamente, raggiungendo il limite nella sua ascesa al miracoloso, lo sposo sente lo sfinimento e sogna di tornare a casa, alla vita di un tempo. “Perché sei così triste, Carevič?” gli chiede la sposa. “Ah, Vasilisa Premudraja, ho nostalgia del padre, della madre, ho voglia di andare nella santa Rus’». E Vasilisa risponde: “Ed eccola qui la disgrazia”. La disgrazia non consiste nei pericoli del ritorno: su di loro la saggezza di Vassilisa facilmente trionfa. Lei imbroglia i loro inseguitori trasformandosi a volte in un’umile pecorella, a volte in una chiesa in rovina, mentre Ivan Carevič a volte in un vecchio pastore, o a volte in un pope vecchiotto. Quando li raggiunge lo stesso zar del Mare e si trasforma in un falco, Vasilisa e il fidanzato si trasformano in una coppia di anatre e si salvano dal falco, tuffandosi nel lago. Il vero pericolo non viene dalla magia, ma li aspetta nel terreno domestico, a casa, nella santa Rus’. Questo è il pericolo dell’oblio della sposa veggente. In molte varianti della fiaba lei avverte lo sposo, che al ritorno a casa lui non baci nessuno, perché ogni bacio del padre, della sorella, di un bambino o di una qualsiasi persona di casa comporta l’inevitabile oblio della sposa. “Mi dimenticherai Ivan Carevič!”. “No, non ti dimenticherò!”. “No, Ivan Carevič, non dire così, mi dimenticherai!
Вспомни обо мне хоть тогда, как станут два голубка в окна биться!» Пришел Иван–Царевич во дворец. Увидали его родители, бросились ему на шею и стали целовать, миловать его; на радостях позабыл Иван–Царевич про Василису Премудрую. Только тогда вспомнил про нее, когда собрался жениться на другой и прилетели два голубка биться об окна его дворца. Тогда вернулся Царевич к чудесной возлюбленной.

 

Ricordati di me almeno quando, vedrai due piccioni stare alla finestra a battibeccare!”. Ivan Carevič arrivò al palazzo. I suoi genitori, vedendolo, gli si precipitarono al collo a baciarlo e accarezzarlo; Ivan Carevič preso dai festeggiamenti si dimenticò di Vasilisa Premudraja. Si ricordò di lei, solo quando stava per sposare un’altra e quando volarono due piccioni a battibeccare vicino alla finestra del suo palazzo. Così lo Carevič tornò dall’amata miracolosa.

 

 

 

3. Riferimenti bibliografici

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Sokolov Dmitrij Ckaski i skazkoterapia, disponibile in internet al sito  http://skazkoterra.ru/upload/library/skazkoter1.pdf, consultato nel mese di marzo 2017

 

Trubeckoj N.S Inoe zarstvo i ego iskateli v rucckoj narodnoj skazke

Jul 252018
 

Analisi comparativa prototesto – metatesto del romanzo Le rane  di Mo Yan


 

 

SARA ALFONSO

Fondazione Milano

Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli»

Scuola Superiore per Mediatori Linguistici

via Francesco Carchidio 2 – 20144 Milano

 

 

 

 

Relatrice: professoressa Chin Xiao Ming

Correlatore: professor Bruno Osimo

Diploma in Mediazione linguistica

estate 2018

 

 

 

© Mo Yan: «蛙 » 2009.

© Sara Alfonso per l’edizione italiana 2018.

La traslitterazione dal cinese è stata eseguita in conformità alla norma UNI ISO 7098:2005.

La struttura della tesi è conforme alla norma UNI ISO 7144:1997.

 

 

 

 

 

 

 

 

Sara Alfonso Analisi comparativa prototesto – metatesto del romanzo Le rane  di Mo Yan

 

 

 

 

 

ABSTRACT IN ITALIANO

Si propone l’analisi comparativa delle prime pagine del romanzo di Mo Yan 蛙 (wa) del 2009 e della sua versione in italiano Le rane pubblicata da Einaudi. La prefazione introduce il contesto culturale del romanzo e spiega l’analisi attraverso l’utilizzo della tabella Valutrad. L’analisi mostra nel dettaglio tutti i cambiamenti riscontrati nel testo che sono poi ricapitolati nella conclusione.

 

 

ENGLISH ABSTRACT

This work presents a comparative analysis of the first pages of the novel 蛙 (wa) by Mo Yan published in 2009 and of its Italian version Le rane published by Einaudi. The preface shows the cultural background of the novel and the analysis through the use of the Valutrad table. The analysis shows in detail all the translation shifts that are summarized in the conclusion.

 

 

中文摘要

本论文根据 2009 年莫言小说《蛙》的首几页和Einaudi出版意大利文翻译 Le rane进行了比较分析。序言介绍了小说的文化背景和Valutrad的分析方法。比较分析详细地说明了所有的翻译转换并在结论中对该转换进行了总结。

 

            1 PREFAZIONE

 

La presente tesi mostra l’analisi comparativa prototesto – metatesto del romanzo 蛙 wā (Le rane) di Mo Yan pubblicato nel 2009. L’edizione italiana è quella tradotta da Patrizia Liberati e pubblicata da Einaudi nel 2013.

Il romanzo parla della vita di Wan Xin, una talentuosa levatrice nella Cina degli anni Cinquanta e Sessanta la quale viene condannata durante la Rivoluzione Culturale e che per riscattarsi agli occhi del Partito decide di mettersi al servizio del programma di controllo delle nascite basato sulla politica del figlio unico.

 

Dopo aver scelto le due versioni, ho creato una tabella comparativa a cui ho aggiunto una traduzione intermedia, ovvero una traduzione parola per parola del testo cinese in modo da rendere più immediato il confronto con l’italiano.

Quindi la tabella finale mostra tre colonne: la prima con l’edizione cinese, la seconda con la versione italiana parola per parola e la terza con l’edizione italiana.

Dopodiché ho iniziato il lavoro vero e proprio di comparazione attraverso una tabella analitica che mostra i vari cambiamenti che possono avvenire all’interno del processo traduttivo.

 

Prima di analizzare nel dettaglio il prototesto e il metatesto, vorrei sottolineare che

 

nella ricerca traduttologica il concetto stesso di «errore» è bandito, poiché si predilige l’approccio descrittivo. Nella critica della traduzione come viene più spesso realizzata, ossia ignorando il prototesto, la preoccupazione è concentrata sulla leggibilità e la scorrevolezza, perciò un errore di traduzione che renda meno scorrevole un testo potrebbe essere ignorato o addirittura incoraggiato e premiato. (Osimo 2004: 102)

 

Esistono diversi approcci riguardo alla valutazione di una traduzione. Le principali divergenze riguardano l’importanza da attribuire al prototesto oppure il considerare la traduzione come testo autonomo. Il primo approccio dà priorità al prototesto, sviluppando modelli di valutazione che si basano su parametri indicativi dell’equivalenza tra il prototesto e la traduzione. Un modello noto è quello ideato da Juliane House nel 1977 in cui parla del doppio legame che caratterizza il metatesto:

Translations are texts which are doubly constrained: on the one hand to their source text and on the other hand to the (potential) recipient’s communicative conditions. (House 1977: 21)

Il concetto di equivalenza è inoltre legato al concetto di significato, in particolare a tre aspetti: semantico, pragmatico e testuale. Il primo aspetto riguarda il rapporto tra le parole e ciò che esse indicano (aspetto denotativo), il secondo aspetto riguarda la comunicazione e in particolare il rapporto che si instaura tra unità linguistiche e parlanti; il terzo aspetto infine è legato a come si forma un testo. La House quindi ritiene che una traduzione può essere definita come la trasposizione di un testo nel suo equivalente semantico e pragmatico nella lingua d’arrivo. (Foppa Pedretti 2009)

Pertanto in questo approccio si procede esaminando ogni frase del prototesto e ogni frase del metatesto in base a determinati parametri di valutazione, in questo modo è possibile effettuare una valutazione sistematica delle variazioni traduttive evitando di elencare in modo casuale i vari “errori” traduttivi.

Il secondo approccio, detto più funzionalista, dà priorità allo scopo e alla funzione della traduzione, valuta quindi la traduzione come testo a sé stante, il prototesto diventa una fonte di informazioni su cui il traduttore può lavorare con maggiore libertà.

 

Per analizzare i cosiddetti translation shifts si utilizzano due modelli: il primo modello è quello proposto da Leuven-Zwart ed è definito modello bottom-up. Come appare dal nome, questo modello procede dal basso verso l’alto, ovvero si parte dall’analisi dei cambiamenti microstrutturali e successivamente si analizzano prototesto e metatesto come un insieme (macrostruttura), per poi esaminare come i cambiamenti sul piano microstrutturale hanno delle conseguenze sul piano macrostrutturale.

Al contrario il secondo modello proposto da Torop, detto modello top-down, va dall’alto verso il basso, analizzando i dettagli solo dopo averne individuata l’importanza sistemica. (Osimo 2004: 91) Si parte collocando il metatesto nel suo contesto comunicativo, si fanno delle considerazioni che vengono poi verificate attraverso l’analisi sul piano microstrutturale. Il modello cronotopico di Torop si basa sulle coordinate culturali del testo e controlla le differenze di impatto tra l’originale e la traduzione nel contesto.

 

La presenti tesi considera il primo approccio di valutazione, il lavoro di analisi è stato svolto basandosi sulla tabella Valutrad presente nel libro Valutrad: un modello per la qualità della traduzione di Bruno Osimo. La tabella cataloga i principali cambiamenti traduttivi che si possono riscontrare durante il confronto tra un prototesto e il suo metatesto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

           2 ANALISI COMPARATIVA

先生,我们那地方,曾有一个古老的风气,生下孩子,好以身体部位和人体 器官命名。譬如陈鼻、赵眼、吴大肠、孙肩…… Signore, noi quel luogo, in passato esserci una antica usanza, nati bambini, come corpo parte e corpo organo dare nome. Per esempio Chen Naso, Zhao Occhio, Wu Intestino Crasso, Sun Spalla…. Stimato signore[1], secondo un’antica usanza della nostra zona, quando nasceva un bambino gli si dava il nome di una parte o di un organo del corpo. Ad esempio Chen Bi, Chen il Naso[2], Zhao Yan, Zhao l’Occhio, Wu Dachang, Wu le Budella[3], Sun Chao, Sun la Spalla…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

这风气因何而生,我没有研究,大约是那种以为“贱名者长生”的心理使然, Questa usanza perché come nascere, io non fatto ricerche, forse essere quel tipo ritenere “umile nome persona lungo vivere” di psicologia essere dovuto, Io non ho mai indagato[4] sull’origine[5] di tale consuetudine[6], forse era fondata su una motivazione[7] di natura psicologica[8], cioè la convinzione che «[9]coloro che hanno un nome umile vivono più[10] a lungo»,

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

亦或是母亲认为孩子是自己身上一块肉的心理演变。 oppure essere madre ritenere figlio essere sé stessa corpo sopra un pezzo carne di psicologia evoluzione. oppure era semplicemente[11] un’evoluzione dell’idea[12] delle madri che ogni[13] figlio è carne della loro carne.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

这风气如今已不流行,年轻的父母们,都不愿意以那样古怪的名字来称谓自己的孩子。                   Questa usanza a oggi già non in voga, giovani di genitori, tutte non volere come quella maniera strana di nome dare nome proprio di figlio.                   Ai nostri giorni[14] quest’usanza non è più in voga, i genitori moderni [15]non amano chiamare i propri figlioli[16] con quei nomi bizzarri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

我们那地方的孩子,如今也大都[17]拥有了与香港、台湾、甚至与日本、韩国的电视连续剧中人物一样[18] 优雅而别致的名字。                   Noi quel luogo di figlio, a oggi anche grande tutti possedevano con Hong Kong, Taiwan, persino con Giappone, Corea del Sud di televisione serie dentro personaggio uguale elegante unico di nome.                   Ora, i bambini della nostra zona possiedono nomi eleganti e originali dei personaggi delle serie televisive di Hong Kong e Taiwan, oppure[19] di quelle giapponesi e coreane.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

那些曾以人体器官或身体部位命名的孩子,也大都改成雅名,当然也有没改的,譬如陈耳,譬如陈 眉。 Quelli in passato come umano organo o corpo parte dare nome di bambino, anche grande tutti cambiare elegante nome, certamente anche avere non cambiato di, per esempio Chen Orecchio, per esempio Chen Sopracciglio.

 

La maggior parte di coloro che si chiamavano come una parte del corpo hanno sostituito il proprio nome con qualcosa di più raffinato, anche se[20]  c’è ancora qualcuno che l’ha conservato[21], come Chen Er, Chen l’Orecchio[22], e Chen Mei, Chen il Sopracciglio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

陈耳和陈眉之父陈鼻是我的小学同学,也是我少年时的朋友。我们是1960 年秋季进入大羊栏小学的。那是饥饿的年代,留在我记忆中最深刻的事件[23],大都与吃有关。                   Chen Orecchio e Chen Sopracciglio di padre Chen Naso essere io di elementari compagno, anche essere io infanzia di amico. Noi essere 1960 anno autunno entrare grande viale scuola elementare. Quella essere fame di anni, lasciare mia memoria dentro più profondo di avvenimento, grande tutti con mangiare avere relazione.                   Chen Bi, il padre di Chen Er e Chen Mei, era un mio compagno delle elementari, siamo amici sin dai tempi dell’infanzia. Nell’autunno del 1960, abbiamo iniziato a frequentare la scuola elementare Dayanglan, il grande ovile[24]. Erano gli anni della carestia e i ricordi impressi più profondamente nella mia memoria hanno a che vedere con il cibo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

譬如我曾讲过的吃煤的故事。许多人以为是我胡乱编造,我以我姑姑 的名义起誓:这不是胡编乱造[25],而是确凿的事实。 Per esempio io una volta raccontai di mangiare carbone di storia. Molte persone ritenere essere io a caso inventare, io con mia zia di nome giurare: questo non essere casualmente inventare, ma essere autentico fatto.

 

Come la storia, che ho raccontato una volta, di quando abbiamo mangiato il carbone. In molti hanno pensato che fossero fandonie, invenzioni, ma io giuro sul nome di mia zia che è la pura verità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

那是一吨龙口煤矿生产的优质煤块,亮晶晶的,断面处能照清人影。我后来再也没见过那么亮的煤。                   Quello essere una tonnellata Longkou miniera produrre di alta qualità carbone, luccicante di, spaccatura potere riflettere chiara figura umana. Io dopo ancora non vedere così luccicante di carbone.                   Si trattava di una tonnellata di carbone di qualità superiore [26] estratto dalle miniere di Longkou, nero sfavillante[27] e, nei punti spaccati, così lucido che ti ci potevi specchiare dentro. Non ne ho mai più visto di così brillante.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

村里的车把式王脚,赶着马车,把煤从县城运回。 Villaggio dentro di carrettiere Wang Piede, fare cavallo veicolo, carbone da capoluogo di contea trasportare tornare. Lo aveva trasportato dal distretto il carrettiere del nostro villaggio Wang Jiao, Wang il Piede[28].

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

王脚方头、粗颈、口吃,讲话时,目放精光,脸憋得通红。他儿子王肝,女儿王胆,都是我的同学。王肝与王胆是一卵双胎。王肝身体高大,但王胆却是个永远长不大的袖珍姑娘——说得难听点吧,是个侏儒。大家都说,在娘肚子里时,王肝把营养霸光了,所以王胆长得小。  

Wang Piede quadrata testa, grosso collo, balbuziente, parlare quando, occhi mandare scintille, faccia soffocare tutta rossa. Egli figlio Wang Fegato, figlia Wang Cistifellea, tutti essere io di compagni. Wang Fegato e Wang Cistifellea essere gemelli. Wang Fegato corpo alto grande, ma Wang Cistifellea invece essere una sempre crescere non grande di tascabile ragazza, parlare scortese punto, essere una nana. Tutti dire, mamma pancia dentro quando, Wang Fegato nutrimento prendere, perciò Wang Cistifellea crescere piccola.

 

                  Era un tipo con la testa quadrata e il collo tozzo, che balbettava e, quando cercava di fare un discorso, gli lampeggiavano [29] gli occhi e si faceva paonazzo per lo sforzo [30]. Suo figlio Wang Gan, Wang il Fegato[31], e sua figlia Wang Dan, Wang la Cistifellea, stavano entrambi in classe con me. Erano gemelli. Wang Gan aveva un fisico alto e robusto, Wang Dan invece era una donnina in miniatura che non cresceva mai, insomma — per dirla in modo poco delicato — una nana. Tutti dicevano che, quando stavano nella pancia di mamma, lui si era accaparrato tutto il nutrimento e per questo lei era rimasta piccola.

 

 

卸煤时正逢下午放学,大家都背着书包,围看热闹。王脚用一柄大铁锹,从车上往下铲煤。煤块落在煤块上,哗哗响。王脚脖子上有汗,解下腰间那块蓝布擦拭。 Scaricare carbone quando in contemporanea pomeriggio uscire scuola, tutti sulla schiena zaino, intorno guardare trambusto. Wang Piede usare una grossa ferro vanga, da veicolo sopra spalare giù. Carbone cadere carbone sopra, gorgoglio suono. Wang Piede collo sopra avere sudore, slegare vita tra quel pezzo blu stoffa asciugare. Wang Jiao consegnò [32] il carbone di pomeriggio in contemporanea con la nostra uscita di scuola e noi, con gli zaini in spalla, ci radunammo intorno per goderci lo spettacolo[33]. Lui lo spalava giù dal carro con una grossa vanga di ferro. I pezzi rotolavano uno sull’altro rumorosamente. Wang Jiao si slegò il panno blu dalla vita e si asciugò il collo sudato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

擦汗时看到儿子王肝和女儿王胆,便大声喝斥: 回家割草去!王胆转头就跑——她跑起来身体摇摇摆摆,重心不稳,像个初学走路的婴孩,很是可爱——王肝往后缩缩,但不走。王肝为父亲的职业感到荣耀。现在的小学生,即便父亲是开飞机的,也体会不到王肝那时的荣耀。 Asciugare sudore quando, guardare figlio Wang Fegato e figlia Wang Cistifellea, ancora grande suono sgridare: tornare casa tagliare prato andare! Wang Cistifellea girare testa subito correre — ella correre iniziare corpo barcollare, centro non stabile, assomigliare un inizio studiare camminare strada di neonato, molto essere carino — Wang Fegato dietro indietreggiare, ma non camminare. Wang Fegato per padre di professione sentire orgoglioso. Adesso di studenti elementari, persino padre essere guidare aerei, anche conoscere non arrivare quello periodo di orgoglio. In quel momento vide Wang Gan e Wang Dan e ringhiò[34]: — Voi due[35], tornate a casa a tagliare l’erba! — Lei fece dietrofront[36]e trotterellò via con quell’andatura instabile che ricordava un bambino ai primi passi, così graziosa. Wang Gan indietreggiò ma non accennava ad andarsene. Era fiero del mestiere del padre. Al giorno d’oggi, fra gli studenti delle elementari, neppure il figlio di un pilota di aviazione prova un simile orgoglio.

 

 

 

 

 

 

 

 

大马车啊,轰轰隆隆,跑起来双轮卷起尘土的大马车啊。驾辕的是匹退役军马,曾在军队里驮过炮弹,据说立过战功,屁股上烫着烙印。拉长套的是匹脾气暴躁的公骡,能飞蹄伤人[37],好张嘴咬人。 Grande cavallo veicolo (ah), rimbombante, correre iniziare due ruote girare iniziare polvere di grande cavallo veicolo (ah). Trainare carro di essere un ritirare esercito cavallo, in passato esercito dentro spostare cannoni, secondo dire distinguersi in azione, sedere sopra bruciare scottatura. Legare lunghi finimenti di essere un irritatile mulo, potere volare zoccolo ferire persone, buono aprire bocca mordere persone. Ah, quel grosso carro rombante, con le due ruote che, quando prendeva velocità, sollevavano nuvole di polvere. Attaccato alle stanghe c’era un cavallo che aveva trainato cannoni per l’esercito, dicevano si fosse distinto per meriti di guerra ed era marchiato a fuoco sulla groppa. In più, legato con i finimenti da tiro, c’era un mulo dal carattere ombroso[38] che tirava calci e aveva il vizio di mordere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

这骡子虽然脾气不好,但气力惊人,速度极快。能够驾驭这头疯[39] 骡的也只有王脚。村子里有很多人羡慕这职业,但都望骡却步。这骡子已经咬伤过两个儿童:第一个是[40] 袁脸的儿子袁腮,第二个是王胆。

 

Questo mulo sebbene temperamento non buono, tuttavia forza sorprendere persone, velocità molto alta. Potere trainare questo pazzo mulo di anche solo avere Wang Piede. Villaggio dentro avere molte persone ammirare questa professione, tuttavia tutti sperare mulo fare un passo indietro. Questo mulo già avere morso ferire due persone: prima essere Yuan Faccia di figlio Yuan Guancia, secondo essere Wang Cistifellea.

 

Nonostante la pessima indole, aveva una forza sorprendente e sapeva correre veloce. Soltanto Wang Jiao riusciva a tenerlo[41]  a bada. Nel villaggio, molti gli invidiavano il mestiere, ma la vista del mulo li faceva desistere[42]. Aveva già morso due bambini: Yuan Sai[43], il figlio di Yuan Lian, e Wang Dan.

 

 

 

 

 

马车停在她家门前时,她到骡前去玩,被骡子咬着脑袋叼起来。我们都很敬畏王脚。他身高一米九,双肩宽阔,力大如牛,二百斤重的石碌碡,双手抓起,胳膊一挺,便举过头顶。 Cavallo veicolo fermo lei casa porta davanti quando, lei arrivare mulo davanti andare giocare, da mulo mordere testa tenere in bocca tirare su. Noi tutti molto avere paura Wang Piede. Lui corpo alto un metro nove, entrambe spalle larghe, forza grande come toro, cento chili pesante di pietra per la trebbiatura, due mani afferrare, braccia sostenere, e sollevare testa cima. Una volta [44]  il carro era fermo davanti a casa loro[45], lei giocando si era avvicinata all’animale[46], che le aveva afferrato la testa con i denti e l’aveva sollevata da terra. Noi avevamo tutti un gran timore di Wang Jiao. Era alto un metro e novanta, con le spalle larghe e la forza di un toro, era capace di sollevare sopra la testa con le braccia tese una pietra per la trebbiatura di cento chili.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

尤其让我们敬佩的,是他的神鞭。疯骡咬破袁腮头颅那次,他拉上车闸,双腿叉开,站在车辕两边,挥舞鞭子,抽打疯骡屁股。

 

In particolare far sì noi ammirare, essere sua frusta magica. Pazzo mulo mordere Yuan Guancia testa quella volta, lui tirare veicolo freno, entrambe gambe divaricate, stare veicolo stanghe due lati, alzare frusta, frustare pazzo mulo sedere.

 

La sua frusta magica, in particolare, suscitava la nostra più grande ammirazione[47]. Quella volta che il mulo pazzo aveva morso Yuan Sai alla testa, Wang Jiao aveva tirato il freno, si era messo a gambe larghe con i piedi sulle stanghe e aveva fatto ballare[48]la frusta calandola sulla groppa della bestia[49].

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

那真是一鞭一道血痕,一鞭一声脆响。疯骡起初还尥蹶子,但一会儿工夫便浑身颤抖,前腿跪在地上,脑袋低垂,嘴巴啃着泥土,撅着屁股承揍。 Quella davvero essere una frustata una ferita insanguinata, una frustata un rumore metallico.  Pazzo mulo all’inizio scalciare dietro, ma poco dopo tutto corpo tremare, zampe anteriori inginocchiare terreno sopra, testa ciondolare, bocca mangiare terra, imbronciato sedere sopportare botte. Ogni colpo [50] produceva un solco insanguinato, ogni frustata uno schiocco secco. All’inizio l’animale [51]  tirava calci, ma poco dopo aveva preso a tremare, si era piegato sulle zampe anteriori ed era finito con il muso a mangiare la polvere: restò lì con le natiche all’aria a prendersi le botte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

后来还是袁腮的爹袁脸说,老王,饶了它吧!王脚才悻悻地罢休。袁脸是党支部[52]书记,村里最大的官 。他的话王脚不敢不听。

 

Successivamente essere Yuan Guancia di padre Yuan Faccia dire, vecchio Wang, lascia stare lui su! Wang Piede ancora arrabbiato smettere. Yuan Faccia essere partito ramo segretario, villaggio dentro più grande di funzionario. La sua parola Wang Piede non osare non ascoltare.

 

Alla fine Yuan Lian, il padre di Yuan Sai, aveva detto: – Lao Wang[53], lascialo stare! – Solo allora Wang Jiao, pur a malincuore[54], si era fermato. Yuan Lian era il segretario del partito, il funzionario più importante del villaggio, e Wang Jiao non osava disobbedirgli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

           3 CONCLUSIONE

                                    Dall’analisi possiamo notare che per quanto riguarda i cambiamenti dal punto di vista del senso quelli più frequenti rientrano nella categoria MOD, mentre dal punto di vista della forma quelli più comuni rientrano nelle categorie U e R.

MOD: Questa categoria consiste nei cambiamenti traduttivi che hanno come poli la generalizzazione e la specificazione, ovvero nell’allargamento o restringimento dell’area semantica delle singole parole. (Osimo 2006: 150) In questa analisi possiamo vedere come la versione italiana tenda a modulare il senso del testo originario in una direzione più generica. Questo avviene attraverso piccole omissioni o l’uso di termini più generici che non compromettono la trasmissione del senso originale al lettore italofono ma danno un significato meno specifico.

U: Questa categoria consiste nell’adattamento all’uso che fa il traduttore per adeguarsi alla cultura ricevente. Si tratta quindi di un processo che tiene conto del prototesto solo come idea generale e la trasposizione si adatta invece alla cultura ricevente. (Osimo 2006: 142) Qui notiamo come la versione italiana abbia la tendenza ad aggiungere aggettivi o avverbi che non sono presenti nel testo cinese, in quanto il cinese è una lingua isolante e molto sintetica. Nella traduzione italiana invece si tende ad adattarsi molto all’uso italiano, rendendo la frase più scorrevole per un lettore italofono ma che di fatto aggiunge degli elementi che non sono presenti del testo originario. Alcuni esempi sono nelle note 1, 14 e 27 dove troviamo l’aggiunta di aggettivi che non sono presenti in cinese ma che sono molto comuni in italiano associati a determinate parole o locuzioni.

R: Questa categoria consiste nel «Livello espressivo proprio di una situazione sociale, dal più informale (familiare) al più formale (istituzionale, ufficiale), dal più spontaneo al più colto.» (Osimo 2006: 158) Qui notiamo come nella versione italiana ci sia quasi sempre la tendenza ad alzare il registro per il metatesto, nonostante l’autore per testo originario tenda a usare un linguaggio medio che rispecchia il livello di istruzione nelle campagne di quel periodo. Un esempio sono le note 5, 7 e 8 dove l’edizione italiana presenta un registro leggermente più elevato.

Come abbiamo detto, quasi sempre c’è una tendenza a modulare il senso del testo originario in una direzione più generica, tuttavia sono presenti alcuni casi in cui il testo viene modulato in modo più specifico rispetto alla versione cinese. Alcuni esempi sono nelle note 16, 20, 30 e 33 dove possiamo vedere come la scelta lessicale in italiano sia più specifica rispetto a quella usata in cinese.

 

 

 

 

 

4 RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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[1] U: la parola 先生 esprime la parola signore con un’accezione di rispetto, in quanto di base si usa per riferirsi a persone più anziane oppure a estranei

 

[2] S: nella versione cinese viene detto solo una volta il nome del personaggio, nella traduzione italiana invece è stata ripetuta la versione in cinese seguita dalla traduzione; MOD: con l’uso dell’articolo sembra che si parli di un soprannome invece che di un nome proprio; I: doppia denominazione persone

 

[3] MOD: la parola cinese 大肠 significa letteralmente “grande intestino” detto anche “intestino crasso”, budella è un termine più colloquiale usato di solito in riferimento alle interiora degli animali, per quelle umane invece ha un senso più dispregiativo

 

[4] MOD: la parola cinese 研究 significa “fare ricerche, fare degli studi, approfondire un argomento”, indagare è una parola più generica

 

[5] R: in italiano viene usato un registro più alto rispetto all’autore che utilizza un registro più basso

 

[6] INTRA: in cinese viene usata la stessa parola 风气, mentre in italiano vengono usati dei sinonimi, eliminando così i rimandi interni nel testo

 

[7] R: anche in questo caso la versione italiana sceglie di usare la parola motivazione per tradurre 使然 che di per sé vuole dire semplicemente “è dovuto a”

 

[8] R: utilizzare l’espressione di natura psicologica invece che dire semplicemente “psicologica” è una scelta di registro più alto

 

[9] P: il diverso uso delle virgolette è una differenza relativa alle norme redazionali date dalla casa editrice che cura il libro

 

[10] U: nella versione cinese viene espresso semplicemente “vivere a lungo”, il più è un’aggiunta, è un eccesso di adattamento all’uso nella lingua italiana

 

[11] U: non è presente niente che possa corrispondere nella versione originale, la versione italiana tende ad aggiungere degli elementi per adattarsi all’uso in italiano anche se non sarebbe necessario al fine della traduzione

 

[12] intra: 心理 viene tradotto principalmente con “psicologia” oppure con “mentalità”. Qui l’utilizzo della parola idea non rende esattamente il significato in quanto essa ha diverse accezioni che però non riconducono al concetto di psicologia

 

[13] MOD: in cinese si parla in generale di “figli”, non specifica ogni figlio come in italiano

 

[14] U: in cinese usa la locuzione 如今 (ad oggi), mentre in italiano usa ai nostri giorni adattandosi maggiormente all’uso italiano

 

[15] M: l’autore usa la parola 年轻 che vuol dire “giovane”, mentre nella versione italiana troviamo la parola moderno

 

[16] MOD: nel testo italiano troviamo la parola figliolo che indica un aspetto più affettuoso e personale rispetto alla parola cinese 孩子 (figlio) che ha un significato più neutro

 

[17] MOD: in cinese si usa 大都 per indicare “la maggior parte”, in italiano questo aspetto viene omesso dicendo semplicemente i bambini

 

[18] MOD: 一样 significa “uguale”, nella frase sarebbe stato tradotto come come quelli dei ma viene omesso, rendendo la frase meno specifica

 

[19] MOD: la parola cinese 甚至 significa “persino”, nella versione italiana invece troviamo la parola oppure, che affievolisce il significato senza però stravolgere completamente il senso della frase

[20] MOD: le parole cinesi 当然也 significano “certamente anche”, in italiano questo viene reso con anche se che ha un’accezione diversa, più specifica

 

[21]  ENF: il cinese usa 没改的 che significa “non l’ha cambiato” mentre la versione italiana usa  l’ha conservato

 

[22] S: nella versione cinese viene detto solo una volta il nome del personaggio, nella traduzione italiana invece è stata ripetuta la versione in cinese seguita dalla traduzione; MOD: con l’uso dell’articolo sembra che si parli di un soprannome invece che di un nome proprio; I: doppia denominazione della persona

 

[23] MOD: la parola cinese 事件 significa “avvenimento”, un evento che ha un certa rilevanza, collocato in modo specifico nel tempo e nello spazio, nella versione italiana troviamo la parola ricordo

 

[24] U: in cinese abbiamo 大羊栏 che letteralmente significa “grande ovile”, ma in questo caso è il nome della scuola, che quindi dovrebbe essere lasciato in pinyin, senza l’aggiunta della traduzione in italiano

 

[25] S: la traduzione italiana risulta più ridotta ma allo stesso tempo scorrevole in quanto non troviamo la ripetizione dell’autore cinese che dice “questa non è un’invenzione, ma è la pura verità” mentre in italiano troviamo solo la seconda parte della frase collegata da una relativa

 

[26] U: il cinese usa la parola 优质 che significa “alta/ottima qualità”, in italiano troviamo qualità superiore che fa parte della memoria linguistica del passato

 

[27] U: In cinese l’autore usa 亮晶晶 che significa “luccicante, scintillante”, mentre nella versione tradotta troviamo nero sfavillante dove “nero” è un’aggiunta

 

[28] S: nella versione cinese viene detto solo una volta il nome del personaggio, nella traduzione italiana invece è stata ripetuta la versione in cinese seguita dalla traduzione; MOD: con l’uso dell’articolo sembra che si parli di un soprannome invece che di un nome proprio; I: doppia denominazione della persona

 

[29] MOD: in cinese 精光 vuol dire “brillante, lucido, luminoso” mentre nella versione italiana troviamo lampeggiare, si tratta quindi di una modulazione specificante

 

[30] U: in cinese troviamo solo 脸憋得通红 (diventare paonazzo) quindi per lo sforzo è un’aggiunta per adattarsi all’uso italiano

 

[31] S: nella versione cinese viene detto solo una volta il nome del personaggio, nella traduzione italiana invece è stata ripetuta la versione in cinese seguita dalla traduzione; MOD: con l’uso dell’articolo sembra che si parli di un soprannome invece che di un nome proprio; I: doppia denominazione della persona

 

[32] MOD: in cinese troviamo la parola 卸 che significa “scaricare, disfarsi di”, in italiano invece troviamo come traducente consegnare che ha un’accezione diversa

 

[33] U: in cinese abbiamo 看热闹 che significa “guardare la scena, il trambusto”, in italiano abbiamo goderci lo spettacolo che aumenta la scorrevolezza del testo per il lettore italiano anche se come traduzione non corrisponde esattamente al cinese

[34] R: in cinese troviamo 便大声喝斥 che significa “strillare a gran voce”, in italiano invece troviamo come traducente ringhiare che abbassa il registro

 

[35] U: Voi due è un’aggiunta che non cambia il senso della frase ma che è stata usata solo per adattarsi all’uso italiano, in italiano siamo abituati a invocare la persona a cui ci rivolgiamo

 

[36] S: dietrofront è un’espressione datata che oggi risulta un po’ desueta, c’è un’interferenza culturale tra gli stili degli autori

[37] OM: viene omesso all’interno della frase, letteralmente si tradurrebbe “tirava calci ferendo le persone” mentre nella traduzione italiana troviamo solo tirava calci

 

[38] R: il registro usato in cinese “con un temperamento irascibile” è più basso rispetto a quello usato in italiano con l’aggettivo ombroso

 

[39] OM: in cinese come aggettivo per descrivere il mulo abbiamo 疯 che significa “pazzo”, ma questa caratteristica è stata omessa

 

[40] S/I: vengono omessi in questa frase sia 第一个 (il primo) che 第二个 (il secondo), alterando così lo stile cinese dove è consuetudine sia nello scritto che nel parlato fare degli elenchi numerati

 

[41] INTRA: in cinese c’è la ripetizione di “mulo” mentre in italiano abbiamo l’uso del pronome

 

[42] R: in cinese troviamo la parola 却步 che significa “tirarsi indietro” mentre in italiano abbiamo la parola desistere che è di registro più alto

 

[43] INTRA: al contrario degli altri nomi nel testo, questa volta non troviamo sia la trascrizione fonetica dal cinese (pinyin) sia il traducente in italiano, ma la versione italiana ha scelto di lasciare solo il pinyin che risulta incoerente con il resto del testo

 

[44] S e I: in cinese usa 时 che significa “quando”, mentre in italiano usa una volta che sarebbe stato tradotto con 有次, questo altera lo stile e la presenza di eventuali rimandi intratestuali

 

[45] D: in cinese usa 她 che è il pronome personale femminile “lei” quindi la traduzione precisa sarebbe stata “sua” invece di loro che in cinese sarebbe 他们 perché cambia il punto di vista

 

[46] MOD: in cinese ripete 骡 ovvero “mulo”, mentre in italiano è stato scelto come traducente animale che è più generico; INTRA: si perde il rimando intratestuale

[47] U e R: in cinese parola per parola c’è scritto “far sì che noi lo ammirassimo”, mentre in italiano usa suscitava la nostra più grande ammirazione che alza il registro e uniforma il testo agli stilemi della narrativa italiana più tradizionale

 

[48] M: in cinese troviamo 挥舞 che significa “alzare”, in italiano invece usa far ballare, i campi semantici sono completamente diversi

 

[49] MOD: in cinese ripete 骡 ovvero “mulo”, mentre in italiano è stato scelto come traducente bestia che è più generico; INTRA: si perde il rimando intratestuale

 

[50] MOD e S: in cinese usa 鞭 che vuol dire “frustata” mentre in italiano troviamo colpo che è più generico e cambia lo stile dell’autore

 

[51] MOD: in cinese ripete 骡 ovvero “mulo”, mentre in italiano è stato scelto come traducente animale che è più generico; INTRA: si perde il rimando intratestuale

 

[52] MOD: 党支部 significa “distaccamento locale del Partito centrale”, mentre in italiano troviamo solo partito che rimanda al fatto che si stia parlando del segretario generale del PCC

 

[53] INTRA: in cinese abbiamo 老王che significa “vecchio Wang”, lasciandolo in pinyin come troviamo nella versione italiana sembra che Lao sia il cognome e Wang il nome, invece è semplicemente un appellativo, non si capisce che ci si sta riferendo alla stessa persona nominata prima cioè Wang Jiao; I: si perde il rimando alla cultura cinese dove è molto usato老 come appellativo; R: l’uso di vecchio è di registro più colloquiale e basso rispetto al chiamare qualcuno per nome e cognome

 

[54] MOD: in cinese usa 悻悻 che significa “arrabbiato, amareggiato”, mentre la versione italiana usa a malincuore che sarebbe stato un traducente più appropriato per 勉强 o 不情愿地

 

Jul 202018
 

Rephrasing the madness and creativity debate: what is the nature of the creativity construct?

 

JOSEPHINE CAPANNA

Fondazione Milano

Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli»

Scuola Superiore per Mediatori Linguistici

via Francesco Carchidio 2 – 20144 Milano

Relatore: professor Bruno Osimo

Diploma in Mediazione linguistica

estate 2018

© Emilie Glazer: «Rephrasing the madness and creativity debate: What is the nature of the creativity construct?»

© Josephine Capanna per l’edizione italiana 2018

Josephine Capanna

Emilie Glazer: Rephrasing the madness and creativity debate: what is the nature of the creativity construct?

 

ABSTRACT IN ITALIANO

Si propone la traduzione di un edit tratto dall’articolo Rephrasing the madness and creativity debate: what is the nature of the creativity construct? di Emilie Glazer, pubblicato sulla rivista Personality and Individual Differences (vol. 46, giugno 2009). Si presenta il tema dell’associazione fra creatività e follia. Si esaminano diverse ipotesi riguardanti il costrutto creativo. Si approfondisce in particolare l’opposizione spettro della schizofrenia e spettro del disturbo affettivo correlata all’opposizione creatività nelle arti e creatività nelle scienze. Si analizza l’associazione fra creatività e follia in rapporto ad autismo, QI, Art Brut, spiritualismo. Si conclude inserendo il tema nel quadro delle prospettive di psicologia evolutiva.

 

ENGLISH ABSTRACT

This work presents a translation of an edit of the article Rephrasing the madness and creativity debate: what is the nature of the creativity construct? by Emilie Glazer, published in the journal Personality and Individual Differences (vol 46, June 2009). The article deals with the association between madness and creativity. It examines different hypotheses concerning the creativity construct. It focuses on the opposition between the schizotypy spectrum and affective disorder spectrum, linked with the arts versus science opposition. The association between madness and creativity is further analysed in relation to autism, IQ, Outsider Art and spiritualism. Finally, the subject is examined from evolutionary psychology perspectives.

 

RÉSUMÉ EN FRANÇAIS

On présente la traduction d’un edit de l’article Rephrasing the madness and creativity debate: What is the nature of the creativity construct? d’ Emilie Glazer, publié dans la revue scientifique Personality and Individual Differences (vol 46, juin 2009). L’article aborde le thème de l’association entre la créativité et la folie. Différentes hypothèses concernant la construction créative sont examinées. On approfondit notamment l’opposition entre le spectre schizophrénique et le spectre des troubles affectifs, liée à l’opposition entre la créativité des arts et celle de la science. On analyse l’association entre la créativité et la folie en relation avec l’autisme, le QI, l’Art Brut, et le spiritualisme. En conclusion, le thème est inscrit dans le cadre des perspectives de psychologie évolutionniste.

1 PREFAZIONE

    1. 1.1 Introduzione al testo Rephrasing the madness and creativity debate: what is the nature of the creativity construct?

L’articolo è un contributo di Emilie Glazer, del Department of Experimental Psychology della Oxford University. Ѐ contenuto nell’edizione speciale Personality, Psychopatology, and Original Minds, curata da Gordon Claridge. Il testo è apparso  nel volume 46 della rivista scientifica Personality and Individual Differences pubblicata nel giugno 2009 da Elsevier.

La questione del legame tra creatività e follia sembra essere senza tempo. Il mito del “tortured artist”, del genio che crea opere d’arte nonostante, o proprio grazie al disturbo mentale ha accompagnato l’Occidente per secoli (Sussman 2007). Sono molti gli ambiti in cui l’uomo si è confrontato con questo tema: arte, letteratura, antropologia, psicologia, psichiatria, neurologia. Creatività e follia sono davvero legate? A questa domanda hanno provato a rispondere personalità illustri appartenenti agli ambiti più diversi.

Ѐ molto difficile definire in modo preciso il termine “creatività”, ma anche “follia”, perché sono entrambi molto vaghi. Questo rende difficile studiare in modo scientifico la correlazione tra i due elementi (Sussman 2007).

 

  1. 1.2 Creatività e follia in letteratura

 

Per quale ragione gli uomini eccezionali, in filosofia, politica,

poesia o arte sono manifestamente malinconici e alcuni al

punto da essere considerati matti a causa degli umori biliari?

Aristotele “Il problema XXX”

 

Un possibile legame tra creatività e disturbi mentali viene già ipotizzato nella Grecia antica da Aristotele nel Problema XXX (2011) ma anche da Platone, che nel Fedro descrive la follia come un dono divino, e in quanto tale capace di avere un influsso positivo sull’uomo (Sussman 2007). Platone nel IV secolo a.C. mette in relazione la follia con l’arte poetica, sostenendo che il poeta non illuminato dalla “mania delle Muse” resterà incompleto, e la sua poesia sarà sempre oscurata da quella dei poeti posseduti da mania (1998).

Quanto sostenuto da Platone sarà ripreso secoli dopo in studi scientifici, dove “le evidenze riscontrate fanno pensare anche a tassi più alti di disturbo bipolare nei poeti rispetto agli altri scriventi” (Jamison 1989).

Nel corso della storia non poche personalità illuminate hanno dato alla follia una connotazione positiva, anche in epoche dove affermazioni simili comportavano una quasi certa condanna a morte. Emblematico il caso di Erasmo da Rotterdam che nel 1509 scrive Elogio della follia, monologo in cui la Follia personificata si presenta come colei che dona la vita, fonte di piacere e felicità, connaturata alla società umana: “Insomma, senza di me nessuna società e nessuna unione potrebbero esistere” (1997:pag). Tuttavia è nel Romanticismo che il concetto di genio si lega inestricabilmente alla follia. Sono gli artisti romantici stessi ad appropriarsi di tale immagine, considerando la follia una caratteristica imprescindibile dall’essere artista a tal punto da indurre alcuni di loro a mimare disturbi mentali  (Sussman 2007). Byron esprime il culto per l’artista tormentato affermando “We of the craft are all crazy. Some are affected by gaiety, others by melancholy but all are more or less touched” (Sussman 2007).

Tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, con lo sviluppo della psicologia e soprattutto della psichiatria, iniziano a comparire i primi studi scientifici sul rapporto tra creatività e malattia mentale. Da Lombroso che dà del genio una connotazione positiva analizzando in L’uomo di genio  la produzione creativa dei suoi pazienti (Lombroso 1896) a Walter Morgenthaler, psichiatra svizzero che pubblica nel 1921 la monografia Ein Geistkrank als Künstler sull’artista Adolf Wölfli. Morgenthaler dedica la prima parte del suo saggio alla storia dell’artista e alla sua vita all’interno del manicomio, con note cliniche inserite come informazioni aggiuntive, mentre la seconda parte è una raccolta dell’intensa attività di Wölfli (Morgenthaler 2007). In questo clima nasce l’Art Brut, termine coniato da Jean Dubuffet per indicare proprio la produzione creativa che si sviluppa all’interno dei manicomi. Wölfli è uno dei maggiori esponenti di tale corrente, che solo recentemente ha visto riconosciuta la sua importanza alla pari degli altri movimenti artistici. All’Art Brut, o Outsider art, è dedicato un capitolo in Rephrasing the madness and creativity debate: what is the nature of the creativity construct?  di Glazer.

Lo psichiatra K. Jaspers scrive, nella sua analisi patografica dello scrittore e poeta svedese Johan August Strindberg: “Lo spirito creativo dell’artista, pur condizionato dall’evolversi di una malattia, è al di là dell’opposizione tra normale e anormale e può essere metaforicamente rappresentato come la perla che nasce dal difetto della conchiglia: come non si pensa alla malattia della conchiglia ammirandone la perla, così di fronte alla forza vitale di un’opera non pensiamo alla schizofrenia che forse era la condizione della sua nascita” (Galimberti 1989).

Il legame tra creatività e malattia mentale ha suscitato e continua a suscitare vivo interesse in numerosi intellettuali. Giorgio Manganelli in Antologia privata si esprime più volte sul legame tra nevrosi e letteratura, non senza la caratteristica ironia. Lo scrittore afferma che la letteratura è così essenziale alla cultura moderna proprio perché è nevrosi, e si rivolge al lettore nella speranza che sia nevrotico perché è l’unico modo per potersi capire, che abbia incubi perchè “è lì che la letteratura funziona, è lì che funziona la pittura, che funziona la musica e tutto il resto” e ancora, scrive “la letteratura è assolutamente tutta da rieducare. [...] Perché la letteratura può respirare qualunque aria purché quell’aria sia velenosa” e gli scrittori di questa letteratura “avvelenata”? “Sono persone che dal punto di vista della fedina penale, dal punto di vista della psichiatria classica [...] sono del tutto inattendibili” (Manganelli, 1989).

La lista di artisti e intellettuali che hanno sofferto di disturbi mentali è lunga e tocca gli ambiti più diversi. Alcune tra le figure più imponenti del panorama culturale moderno, come il poeta T.S. Eliot, il compositore Irving Berlin, il pittore Edward Munch, la poetessa Alda Merini vennero ricoverati in alcuni momenti della loro vita. Altre figure, come la scrittrice Virginia Woolf e  il pittore Vincent van Gogh, persero la vita proprio a causa della malattia mentale (Sussman 2007).

La malattia mentale si riflette nella produzione di molti di questi artisti, si pensi alle poesie di Alda Merini sulla sua esperienza in manicomio, in particolare la raccolta La Terra Santa e l’opera in prosa La pazza della porta accanto  (1984 e 1995). Edvard Munch considera la malattia mentale la condizione senza la quale non è possibile la produzione artistica, e afferma: “[my troubles] are part of me and my art. They are indistinguishable from me and it [treatment] would destroy my art. I want to keep those sufferings.” (Sussman 2007).

Diversi intellettuali scelgono di esprimersi sulla follia di altri artisti. Nel 1970 Natalia Ginzburg pubblica un testo proprio su Edvard Munch, soffermandosi in particolare sulla differenza dei suoi quadri prima e dopo l’internamento in manicomio, da cui uscì guarito: “l’angoscia era la sua unica sorgente d’ispirazione; soffocata l’angoscia, si spense in lui anche la grandezza creativa.” (1970). Nel testo, Ginzburg si sofferma su due quadri del periodo della guarigione, definiti “brutti” e “squallidi”; poi affronta L’urlo e scrive: “Penso che Munch è forse diventato pazzo perché quell’urlo, da lui stesso fermato sulla tela, gli lacerava le orecchie.”(1970). L’immagine rappresenta bene il rapporto tra genialità creativa e malattia mentale che, se dal punto di vista dello spettatore si può tradurre in un’intensità amplificata delle emozioni percepite, per l’artista è spesso ragione di una grande sofferenza.

 

    1. 1.3 Il punto di vista scientifico

Il legame tra creatività e follia ha prodotto teorie, supposizioni, scritti da parte di artisti e intellettuali. Tuttavia tale legame è oggetto di grande interesse anche da parte della scienza. I primi studi sono stati semplici studi comparativi che miravano a individuare evidenze sulla maggiore incidenza di malattie mentali in individui creativi. Arnold Ludwig ad esempio, professore di psichiatria alla University of Kentucky ha studiato le vite di 1004 individui associando la malattia mentale associata all’influenza culturale (Sussman 2007). Alcuni di questi studi sono citati nell’articolo di Emilie Glazer, ad esempio gli studi psicobiografici di Jamison sul tasso di istituzionalizzazione di un campione di poeti britannici e irlandesi (1993). Come è già stato affermato, il legame tra creatività e follia risulta molto complesso da affrontare scientificamente, in quanto concetti come “creatività” e “malattia mentale” risultano estremamente poco definiti (Sussman 2007). Tuttavia ulteriori studi hanno evidenziato somiglianze neurologiche fra il processo creativo e malattie mentali come la schizofrenia e il disturbo affettivo. In particolare, entrambi i processi coinvolgono il lobo frontale del cervello, stimolando l’attività della corteccia prefrontale (Sussman 2007, Flaherty 2005). Ci sono pochi studi sulle regioni cerebrali coinvolte nel processo artistico, ma è stato notato che oltre ai lobi parietali, gli artisti utilizzano molte regioni del cervello, ognuna con una funzione ben specifica; la corteccia cingolata ad esempio, regola impulsi ed emozioni, mentre le regioni frontali motorie e premotorie consentono la precisione nei movimenti, necessaria nell’arte figurativa. (Miller et al 2005).

La neurologia ha permesso notevoli passi avanti nello studio dei legami tra creatività e psicopatologia, ad esempio studiando il ruolo  dei recettori di dopamina e serotonina nel sistema nervoso centrale (Martindale 2000) o come certi tipi di demenza, in particolare Alzheimer e demenza frontotemporale conducano a un incremento della creatività artistica. Miller e Hou hanno osservato come i deficit visuospaziali nell’Alzheimer portino una riduzione di precisione e attenzione alle relazioni spaziali, e come nella demenza frontotemporale la creatività artistica compaia con l’aggravarsi della malattia. Nei pazienti affetti da Alzheimer si registra una perdita della capacità di rappresentare il mondo in modo preciso, che in alcuni casi porta la pittura a diventare più surrealista, come nel caso dell’artista Willem de Kooning. L’artista, così come un altro paziente presentato nell’articolo, ha prodotto alcune delle sue migliori opere proprio con lo svilupparsi del morbo. In questo caso, la perdita di precisione non porta necessariamente alla creazione di un’opera meno interessante; il risultato sarà privo di precisione visiva, ma può mostrare un uso accattivante delle forme e dei colori.

La demenza frontotemporale sembra invece condurre a sviluppi differenti. I pazienti affetti da questa patologia sviluppano cambiamenti comportamentali e un declino cognitivo e funzionale. Non sempre però si tratta di un declino inesorabile: a volte la perdita di un’area funzionale può portare allo sviluppo di un’altra. In molti pazienti con demenza frontotemporale è stato riscontrato un improvviso aumento della creatività artistica (Erkkinen et al 2018). Solitamente, le opere possono essere realiste o surrealiste, prive di una componente simbolica o astratta significativa. Il lavoro viene affrontato in modo compulsivo e i dipinti possono essere ripetuti diverse volte, mentre i colori che emergono più spesso sono il viola, il giallo e il blu (Miller et al 2005).

Le ragioni di questo sviluppo creativo sono indubbiamente complesse e varie. Le aree del cervello coinvolte nel decorso sono importanti: le capacità visive dei pazienti con demenza frontotemporale sono senz’altro migliori di quelle di un paziente con Alzheimer, i cui lobi parietali sono lesionati. Tuttavia, anche la compulsione e la ripetizione della stessa opera portano a un perfezionamento costante (Miller et al 2005).

Le demenze affrontate in questo capitolo non possono essere considerate psicopatologie. Tuttavia questi studi permettono di capire quanto il processo creativo e il disturbo mentale siano profondamente legati. Un legame sul quale l’uomo si è interrogato per secoli, e che affonda le sue radici proprio nella biologia umana dei processi cerebrali.

 

  1. 1.4 Presentazione dell’articolo Rephrasing the madness and creativity debate: what is the nature of the creativity construct?

L’articolo affronta l’associazione tra follia e creatività prendendo in considerazione le due maggiori psicosi, schizofrenia e disturbo affettivo. Viene effettuata la distinzione tra i due disturbi. Ѐ importante precisare che solo le forme lievi di psicosi possono associarsi a un processo creativo; le forme gravi risultano debilitanti (Claridge Pryor e Watkins 1998). L’articolo descrive anche le tesi riguardanti il costrutto creativo. Più precisamente, si può considerare la creatività come forma variabile, con psicopatologie diverse che generano forme di creatività diverse tra loro, o piuttosto come un continuum dove schizofrenia e disturbi affettivi costituiscono i due estremi dello spettro. Oppure, come sostenuto da molti, il costrutto creativo può essere considerato un singolo processo cognitivo alla base del quale si sviluppano forme solo superficialmente diverse. L’autrice si sofferma anche su quanto affermato da Fitzgerald (2004), riguardo al legame tra creatività e autismo ad alto funzionamento (HFA). Tale legame non è ancora stato studiato, ma Fitzgerald sostiene che personalità di rilievo con questa forma di autismo si collocano generalmente nell’ambito della matematica, della musica e delle scienze. Si osserva una distinzione importante tra le forme di psicopatologie legate alla creatività nelle scienze e nelle arti. Il pensiero divergente figurativo, con QI inferiore rispetto al pensiero divergente verbale che caratterizza gli scrittori, sviluppa forme di malattie mentali più debilitanti. Il QI, come è stato dimostrato, protegge dallo sviluppo della psicosi. Come già anticipato, viene affrontato il tema dell’Art Brut, sottolineando come molti geni del modernismo si siano ispirati proprio a questa corrente.
L’articolo accenna brevemente al rapporto tra creatività, magia sciamanica e psicosi, sia perché la creatività è necessaria agli sciamani per godere di un’importante considerazione nel gruppo, sia per la similarità con i sintomi di alcune malattie mentali, come sentire le voci o avere esperienze numinose. Infine si fornisce una prospettiva evoluzionistica, che cerca di rispondere ad alcuni aspetti caratteristici delle malattie mentali, come la trasmissione genetica e la presenza di una percentuale più o meno costante di tali disturbi nella società.
L’articolo affronta un tema estremamente eterogeneo, che tocca una molteplicità di discipline. La maggiore difficoltà incontrata nella traduzione del testo è stata la terminologia: riuscire a rendere il linguaggio scientifico ma allo stesso tempo accessibile dell’articolo, trovare i termini e le collocazioni corrette in italiano ma anche quali termini era necessario lasciare in inglese per adeguarsi all’uso italiano. Allo stesso tempo era necessario evitare calchi per quanto riguarda i termini inglesi di origine latina (ability, capacità e non abilità). Oggetto di riflessione sono state anche alcune sfumature dell’italiano, come l’uso dell’aggettivo diverso preposto o posposto per evitare ambiguità.

1.5 Riferimenti bibliografici

 

Aristotele. 2011. Problema XXX a cura di Carbone Andrea L. Palermo: :duepunti.

Claridge, G., Pryor, R., & Watkins, G. 1998. Sounds from the Bell Jar: Ten psychotic authors. Cambridge, MW: Malor Books.

 

Erasmo da Rotterdam. 1997. Elogio della follia. Traduzione e presentazione Anna Corbella Ortalli. Bussolengo: Demetra.

 

Erkkinen, M. G., Zùñiga, R.G., Pardo, C.C., Miller, B. L., Miller Z. A. 2018. Artistic Renaissance in Frontotemporal Dementia.The arts and Medicine, JAMA 319 n 13. Disponibile in internet all’indirizzo https://jamanetwork.com/journals/jama/article-abstract/2677420 ultima consultazione 11 luglio 2018.

Fitzgerald, M. 2004. Autism and creativity: Is there a link between autism in men and exceptional ability? New York: Brunner-Routledge.

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Merini, Alda. 1995. La pazza della porta accanto. Milano: Bompiani.

 

Miller B.L., Hou, C. E.. 2004. Portraits of Artists: Emergence of Visual Creativity in Dementia. Neurological Review. Disponibile in internet all’indirizzo https://jamanetwork.com/journals/jamaneurology/fullarticle/785938 ultima consultazione 11 luglio 2018.

Morgenthaler, Walter. 2007. Arte e follia in Adolf Wölfli.Traduzione italiana di A. Pedrazzini. Milano: Alet.

 

Platone. 1998. Fedro. A cura di G. Reale. Milano: Fondazione Lorenzo Valla e Mondadori.

Sussman, Adrienne. 2007. Mental Illness and Creativity: A Neurological View of the “Tortured Artist”. Stanford Journal of Neuroscience, I, 1: 21-24.

  1. 2 Traduzione con testo a fronte

2. Part I: current state of the field

2. Parte I: stato attuale nel campo

2.1. Psychoses: categorical versus dimensional perspectives

2.1 Psicosi: prospettive categoriche e prospettive dimensionali

The classification of the different psychoses carries important implications for the association of mental illness with creativity (Claridge, 1998). Views on the distinction between the two major psychoses, affective disorder and schizophrenia, provide the parameters for any research using these concepts, thereby constraining investigations on the link between psychopathology and creativity.

La classificazione delle diverse psicosi contiene implicazioni rilevanti per l’associazione fra malattia mentale e creatività (Claridge 1998). Gli studi sulla distinzione fra le due maggiori psicosi, disturbi affettivi e schizofrenia, forniscono i parametri per qualunque ricerca riguardante questi concetti, vincolandola quindi al legame tra psicopatologia e creatività.

Schizophrenia is now described as a disorder, recognized by a specific combination of positive and negative symptoms instead of a single neurobiology. It is more pervasive than affective disorder, and has a wide spectrum of impairments of mental functions affecting the individual’s perception, language, thought, emotion and motivational capacities. It has a chronic course with recurring psychotic episodes. Bipolar disorder on the other hand consists of alternative episodes of mania and depression. During each, psychotic symptoms can occur, with periods of seeming normality between each state.

La schizofrenia è oggi definita un disturbo, riconosciuta da una specifica combinazione di sintomi positivi e negativi, e non da un’unica neurobiologia. È più diffusa rispetto al disturbo affettivo e presenta un ampio spettro di compromissioni delle funzioni mentali che colpiscono percezione, linguaggio, pensiero, emozioni e capacità motivazionali dell’individuo. Ha un decorso cronico con episodi psicotici ricorrenti. Il disturbo bipolare d’altro canto consiste in episodi alternati di mania e depressione. Durante ognuno di questi, possono manifestarsi sintomi psicotici con periodi di apparente normalità fra i due stati.

2.2. Creativity and madness

2.2 Creatività e follia

The association between madness and creativity was first scientifically addressed by Lombroso’s (1985) ‘The Men of Genius’. Although many of the book’s ideas are inherently flawed, Lombroso insightfully acknowledged an empirical relationship between creativity and a predisposition to mental illness. Psychobiographical studies in the latter half of the 20th century began to directly test this contention. For example, Jamison (1993) revealed the rate of mood disorders, suicide and institutionalization to be twenty times that of the normal population at the time in a sample of major British and Irish poets between 1705 and 1805. These studies demonstrate the greater prevalence of psychosis among the eminent creators of the past compared to the general population, suggesting an empirical link between madness and creativity.

Il tema dell’associazione fra follia e creatività è stato affrontato per la prima volta in campo scientifico da L’uomo di genio in rapporto alla psichiatria, alla storia e all’estetica di Lombroso (1888). Nonostante molte delle idee espresse nell’opera siano di per sé imprecise, Lombroso ha riconosciuto con brillante intuizione una relazione empirica fra creatività e predisposizione a malattie mentali. Alcuni studi psicobiografici nella seconda metà del Novecento iniziano a testare direttamente la validità di questa tesi. Jamison (1993) per esempio, ha dimostrato che fra il 1705 e il 1805, il tasso di disturbi dell’umore, suicidi e istituzionalizzazione su un campione di importanti poeti britannici e irlandesi era venti volte superiore rispetto a quello della popolazione normale di quel tempo. Questi studi mostrano una netta prevalenza di psicosi fra celebri menti creative del passato rispetto alla popolazione generale, suggerendo un legame empirico fra follia e creatività.

Along with these retrospective historical analyses, studies examining living eminent creative individuals and conversely psychiatric patients have also been conducted. This research confirmed the association, propelling the field into a new debate. Questions of the reality of the link between creativity and madness were replaced with studies investigating which forms of madness are associated with creativity.

Parallelamente a queste analisi storiche retrospettive, sono stati condotti anche studi che hanno esaminato celebri individui creativi viventi confrontandoli a pazienti di psichiatria. Questa ricerca ha confermato l’associazione, aprendo il campo a un nuovo dibattito. I dubbi sull’effettiva veridicità del legame fra creatività e follia sono stati sostituiti da studi che si occupavano di determinare quali forme di follia fossero associate alla creatività.

Most theorists, such as Claridge, Pryor, and Watkins (1998), agree that it is not the full-blown illness itself, but the milder forms of psychosis at the root of the association between creativity and madness. The underlying cognitive styles and personality traits linked with mild psychopathology enhance creative ability; in their severe form they are debilitating.

La maggior parte dei teorici come Claridge, Pryor e Watkins (1998), concordano nell’affermare che non è il disturbo mentale vero e proprio, bensì le forme più lievi di psicosi a trovarsi alla radice dell’associazione fra creatività e follia. I relativi stili cognitivi e tratti della personalità legati alla psicopatologia lieve accrescono l’abilità creativa; nella loro forma grave sono debilitanti.

3. Part II: the creativity construct

3. Parte II: il costrutto creativo

3.1. Different creativity associated with different madness

3.1 Diverse forme di creatività associate a diverse forme di follia

The assumption in this section is that whatever the causal relationship between creativity and madness, the creative ability found within an afflicted individual is intrinsically linked to the predisposing psychopathological traits. Based on this contention, it is possible that individuals with particular psychoses exhibit a different kind of creativity compared to an individual with a different type of psychological disorder.

L’assunto in questa sezione è che qualunque sia la relazione causale fra creatività e follia, la capacità creativa che si riscontra in un individuo affetto è intrinsecamente legata alla predisposizione a tratti psicopatologici. Secondo questa tesi, è possibile che individui con particolari psicosi mostrino una forma diversa di creatività rispetto a un individuo con un diverso tipo di disturbo psicologico.

3.1.1. Schizophrenia versus affective disorder: different kinds of creativity for each?

3.1.1. Schizofrenia versus disturbo affettivo: si può parlare di forme diverse di creatività?

The debate about which psychoses are related to creative ability can be used to support the proposal of the existence of different kinds of creativity. Jamison’s (1993) and Sass’ (2001) opposing perspectives provide such a platform. Assuming the existence of only one type of creativity, Jamison (1993) claims that creativity is related only to affective disorder, her sample of eminent creators yielding a much higher prevalence of affective disorder than the general population, and a non significant presence of schizophrenic psychoses. She suggests that each mood experienced in affective disorder provides specific contributions to creative ability. Mild manic periods enable high energy, rapidity, flexibility and fluidity of thought, the cognitive aspects of hypomania paralleling imaginative thinking. Depression allows the meticulous refinement, focus and organization of the wild ideas formed during the manic period. Fluctuating between these two mood states allows the individual to experience a range of human emotions, placed in the unique position to express basic human universals, facilitating an empathic relationship with the audience. Jamison’s (1993) findings thus only reflect the cultural expectancies and constraints imposed during the Romantic period from which her eminent sample was drawn.

Il dibattito riguardo a quali psicosi siano correlate alla capacità creativa può essere usato a supporto della tesi dell’esistenza di diversi tipi di creatività. Le prospettive opposte di Jamison (1993) e Sass (2001) ne forniscono l’opportunità. Sostenendo l’esistenza di un solo tipo di creatività, Jamison (1993) afferma che la creatività è correlata solo al disturbo affettivo, avendo osservato nel suo campione di celebri menti creative una prevalenza di disturbo affettivo molto più ampia rispetto alla media della popolazione, e una non significativa presenza di psicosi schizofreniche. La Jamison suggerisce che ogni emozione provata nel disturbo affettivo fornisce contributi specifici alla capacità creativa. Periodi di lieve mania inducono grande energia, rapidità, flessibilità e fluidità del pensiero in cui gli aspetti cognitivi dell’ipomania convivono con il pensiero immaginativo. La depressione permette un meticoloso raffinamento, concentrazione e organizzazione delle tumultuose idee originate durante la fase maniacale. Fluttuare fra questi due stati d’animo permette all’individuo di esperire tutta una gamma di emozioni poiché si trova nella posizione unica di esprimere i valori universali dell’uomo, facilitando una relazione empatica con il pubblico. Tuttavia i risultati della Jamison riflettono solo le aspettative e le costrizioni culturali imposte durante il Romanticismo, da cui l’illustre campione è stato tratto.

Conversely schizophrenia leads to an opposite and distinct type of thinking. Individuals experience a sense of alienation, hyper self-consciousness, detachment and affinity for non-conformist thought. Schizophrenic traits share many features with the 20th century Post-Modernist movement which demanded an identical removal of the individual from the constraints of social norms to observe the world in a completely objective way. A plethora of 20th century geniuses, such as Dalí (1904–1989) and Kafka (1883–1924), have been diagnosed as being on the schizotypy spectrum. The fact that the Romantic and Post-Modernist cultures, two distinct historical climates, have fostered, accepted and deemed creative different styles of thought – each correlated with a specific type of mental illness – suggests an inherent distinction in the types of creativity associated with particular psychopathologies. Sass (2001) recognizes that the term ‘creative’ is intrinsically intertwined with cultural boundaries and social interpretations.

D’altra parte, la schizofrenia conduce a un tipo di pensiero opposto. Gli individui sperimentano un senso di alienazione, iperconsapevolezza di sé, distacco dal mondo reale e affinità al pensiero non conformista. I tratti schizofrenici condividono molte caratteristiche con il movimento postmoderno del Ventesimo secolo che richiedeva all’individuo quello stesso rifiuto delle costrizioni delle norme sociali per poter osservare il mondo in modo del tutto oggettivo. Numerosi geni del Ventesimo secolo, come Dalì (1904-1989) e Kafka (1883-1924), sono stati diagnosticati come appartenenti allo spettro della schizotipia. Il fatto che le culture del Romanticismo e del periodo postmoderno, due climi storici distinti, abbiano adottato, accettato e considerato creativi stili diversi di pensiero – ognuno dei quali correlato con un tipo specifico di disturbo mentale – suggerisce una differenziazione delle forme di creatività associate a corrispondenti psicopatologie particolari. Sass (2001) sostiene che il termine «creativo» è intrinsecamente legato ai confini culturali e alle interpretazioni sociali.

Based on Kuhn’s (1970) theories, Sass (2001) further distinguishes between the two types of creativity obtained with affective disorder and schizophrenia. ‘Normal’ creativity involves puzzle-solving within a prevailing cultural paradigm; while the ‘revolutionary’ demands a creativity transcending cultural and domain boundaries, forming new paradigms that alter the face of an existing field. Sass (2001) argues that both ‘normal’ and ‘revolutionary’ work harness different kinds of creativity, each linked with a specific psychopathology. Individuals with affective disorder are preoccupied with cultural norms: manic states claim grandiosity within a social hierarchy, and depressed individuals have a heightened sensitivity to social phenomena. Hence, affective disorder perpetuates creativity limited to the ‘normal’. Meanwhile, the schizoid person is predisposed to a sense of detachment from the world, free from social boundaries and able to consider alternative frameworks, producing creativity within the ‘revolutionary’ sphere.

Basandosi sulle teorie di Kuhn (1970), Sass (2001) distingue ulteriormente fra i due tipi di creatività originati dal disturbo affettivo e dalla schizofrenia. La creatività “normale” implica il ragionamento all’interno di un paradigma culturale predominante; quella “rivoluzionaria” invece richiede una creatività che trascenda i confini culturali e settoriali, formando paradigmi nuovi che alterano l’aspetto di un settore esistente. Sass (2001) sostiene che sia l’attività “normale” sia quella “rivoluzionaria” si associano a tipi diversi di creatività, ognuna legata a una psicopatologia specifica. Individui con disturbo affettivo danno importanza alle norme culturali: nelle fasi maniacali viene affermata la grandiosità all’interno di una gerarchia sociale, e gli individui depressi mostrano un’elevata sensibilità ai fenomeni sociali. Il disturbo affettivo perpetua dunque la creatività nei limiti del “normale”. Allo stesso tempo, la persona schizoide è predisposta a un senso di distaccamento dal mondo, libera dai confini sociali e in grado di considerare strutture alternative, sviluppando creatività all’interno della sfera “rivoluzionaria”.

With varying times and cultures, different types of creativity and thereby their association with specific mental illness, will vary in their acceptability.

Con il variare di periodi storici e culture, varia l’accettabilità dei diversi tipi di creatività e di conseguenza la loro associazione con specifiche malattie mentali.

3.1.2. Creativity and autism

3.1.2. Creatività e autismo

If indeed different types of creativity are associated with different types of madness, the creativity associated with other mental illnesses will yet again be different from that described with schizophrenia or affective disorder. The link between creativity and high functioning autism (HFA) provides such an example.

Se effettivamente diversi tipi di creatività sono associati a diversi tipi di follia, la creatività associata con altri disturbi mentali sarà ancora una volta diversa da quella descritta per la schizofrenia o il disturbo affettivo. Il legame fra creatività e autismo ad alto funzionamento (HFA) ne è un esempio.

Originally suggested by Baron-Cohen, Leslie, and Frith (1985), the general consensus among autism researchers is that creativity cannot be associated with autism: the characteristic theory of mind and imagination deficit hindering any creative capacity. In contrast, Fitzgerald (2004) argues that this limitation prevails only for low-functioning autism. High-functioning autism (HFA), however, is distinct. HFA/ASP is related to a specific kind of creativity, untapped and distinct from that tested in diagnostic manuals. Fitzgerald (2004) characterizes autistic intelligence as being linguistic, spatial, musical, and logical, with an interest in abstraction, logic and science. Generally HFA/ASP eminent individuals’ work lies within the domains of mathematics, philosophy, and the sciences.

L’opinione generale fra i ricercatori di autismo, originariamente sostenuta da Baron-Cohen, Leslie e Frith (1985), è che la creatività non possa essere associata con l’autismo: la teoria caratteristica del deficit mentale e immaginativo impedisce lo sviluppo di qualsiasi capacità creativa. Al contrario, Fitzgerald (2004) sostiene che questo limite vale solo per l’autismo a basso funzionamento. L’autismo ad alto funzionamento (HFA) presenta invece delle differenze. L’HFA/ASP è correlato a un tipo specifico di creatività, ancora mai studiata e diversa da quella testata nei manuali diagnostici. Fitzgerald (2004) definisce l’intelligenza autistica come linguistica, spaziale, musicale e logica, con particolare interesse per l’astrazione, la logica e le scienze. Generalmente le professioni di celebri individui creativi con HFA/ASP si collocano nell’ambito della matematica, della filosofia e delle scienze.

Fitzgerald (2004) argues that the genius of HFA/ASP creators is inherently tied to these individuals’ genes. The characteristic HFA/ ASP personality traits significantly contribute to these individuals’ creative work. Many features enhance creativity, such as intense focus on a particular topic, high energy, motivation, and a strong compulsion to understand the world. Stemming from an unconventional mental state detached from cultural and societal paradigms, HFA/ASP individuals tend to reject current world views while becoming experts in their domain. Their intelligence is pure and original, highly similar to that of truly creative mentalities.

Fitzgerald (2004) sostiene che il genio delle menti creative con HFA/ASP è intrinsecamente legato alla genetica di questi individui. I tratti caratteristici della personalità di soggetti con HFA/ASP contribuiscono in maniera importante alla creatività di tali individui. Molte caratteristiche rafforzano la creatività, come l’elevata capacità di concentrazione su un particolare tema, l’alto livello di energia, la motivazione e un bisogno compulsivo di capire il mondo. Trovandosi in uno stato mentale non convenzionale distaccato dai paradigmi sociali e culturali, i soggetti HFA/ASP tendono a respingere le attuali visioni del mondo, diventando allo stesso tempo esperti nel loro settore. La loro intelligenza è pura e originale, molto simile a quella di vere e proprie menti autenticamente creative.

3.1.3. The sciences and the arts

3.1.3. L’arte e la scienza

The distinction between the domains of science and the arts suggests a deeper differentiation in the creative capacity harnessed in each. The kinds of creativity demanded by each domain are not equivalent, each associated with a particular configuration of psychopathological traits.

La distinzione fra scienza e arti suggerisce una differenziazione più profonda nelle capacità creative legate a ognuno di tali ambiti. I tipi di creatività richiesti da ogni campo non sono equivalenti, ognuno è associato a una specifica configurazione di tratti psicopatologici.

Investigations about the link between mental illness, creativity and IQ provide further clues. Testing the correlation between IQ and creativity traits, Guilford (1968) found that symbolic and semantic divergent thinking, linked to creativity in writers and scientists, was correlated with a higher IQ than figural divergent thinking, which was more closely related to creativity in the visual arts, harnessed by artists and musicians. Furthermore, Claridge et al. (1998) have noted that high IQ can protect from the full-blown development of psychopathology. As such, creators in the sciences are more protected from severe mental illness, compared to a lower and thus less protective association with IQ in the arts. Claridge et al. (1998) also suggest that various types of artistic creativity map onto different aspects of psychosis. Schizophrenia, with strong links to language and thought disorders, is associated with creative writing. Painting and musical composition, relying on sensory and perceptual processing, are created through a different form of thought to language and thus mediated by different creative processes. For each of these types of creative expression, emotion based traits have different effects on the outcome, influencing and shaping different stylistic forms within different domains. Scientific creativity harnesses yet another type of processing.

Studi sul legame tra malattia mentale, creatività e QI forniscono ulteriori indizi. Testando la correlazione fra QI e tratti della creatività, Guilford (1968) scopre che il pensiero divergente simbolico e semantico, connesso alla creatività in scrittori e scienziati, era correlata a un QI più elevato rispetto al pensiero divergente figurativo, che era più strettamente correlato alla creatività nelle arti visive, intrinsecamente legate a artisti e musicisti. Inoltre, Claridge e altri (1998) evidenziano che un QI elevato può proteggere dal completo sviluppo della psicopatologia. Così, le menti creative nelle scienze sono più protette da forme gravi di malattie mentali rispetto alle menti artistiche, dotate di QI inferiore e quindi meno protettivo. Claridge e altri (1998) suggeriscono anche che i vari tipi di creatività artistica si connettono a tipi diversi di psicosi. La schizofrenia, strettamente legata a disturbi della lingua e del pensiero, è associata alla scrittura creativa. La pittura e la composizione musicale, basate su processi sensoriali e percettivi, sono originate attraverso una forma di pensiero diversa da quelle collegate alla lingua, e quindi mediate da un processo creativo differente. Per ognuno di queste forme di espressione creativa, i tratti basati sull’emozione hanno diversi effetti sul risultato, influenzando e plasmando diverse forme stilistiche all’interno di ambiti diversi. La creatività scientifica è legata ad ancora un altro tipo di processo.

Along with Claridge et al. (1998), Prentky (1980) is one of the few researchers to explicitly address the possibility of different types of creativity for the science and art domains, each associated with separate psychopathologies. Prentky (1980) proposes a dimensional model of psychosis and creativity within a neurocognitive information processing framework. Each end of his spectrum governs a different type of creativity, the middle being the ‘normal range’ for ambicognitive thought processes. On one end of the spectrum are withdrawn or C (concrete) type psychotic thought disorders, with low tonic arousal, low distractibility, strong attentional focus, and a tightening of ideational boundaries (underinclusive thinking). This person type is analytical, focuses on problem solving of critical relations, meaningful and unexpected anomalies, showing schizoid-like symptoms (such as flat affect, withdrawal, and apathy). Meanwhile at the other extreme are active or A (abstract) type psychotic disorders, sharing symptoms with affective disorders, showing high tonic arousal, high distractibility, weak attentional focus, and a loosening of ideational boundaries (such as overinclusive thinking).

Con Claridge e altri (1998), Prentky è uno dei pochi ricercatori a suggerire esplicitamente la possibilità che esistano tipi diversi di creatività negli ambiti della scienza e dell’arte, ognuno associato a differenti psicopatologie. Prentky (1980) propone un modello dimensionale di psicosi e creatività in un quadro neurocognitivo di elaborazione delle informazioni. Ogni estremo dello spettro gestisce un diverso tipo di creatività, il centro rappresenta il “valore normale” per processi di pensiero ambicognitivo. A un estremo dello spettro ci sono i disturbi del pensiero psicotico di tipo ritirato o C (concreto), con basso livello di arousal, scarsa distraibilità, elevata capacità di focalizzare l’attenzione e un irrigidimento dei confini dell’ideazione (pensiero ipoinclusivo). Questo tipo di personalità è analitica, focalizzata sul problem solving in rapporti critici e anomalie significative e inaspettate, evidenziando sintomi di tipo schizoide (come appiattimento affettivo, ritiro e apatia). All’estremo opposto ci sono i disturbi psicotici di tipo attivo A (astratti), che presentano gli stessi sintomi dei disturbi affettivi, evidenziando un alto livello di arousal, elevata distraibilità, scarsa capacità di focalizzare l’attenzione e una perdita progressiva dei confini dell’ideazione (come il pensiero iperinclusivo).

Using schizotypy theory, Brod (1997) and Prentky (1980) therefore distinguish between two separate personality profiles each leading to different, though equally creative, abilities and outcomes in specific domains.

Con le teorie della schizotipia, Brod (1997) e Prentky (1980) distinguono quindi fra due distinti profili di personalità, ognuno dei quali conduce ad abilità e risultati diversi, ma ugualmente creativi in campi specifici.

Taking these findings one step further, Nettle (2006) tested normal individuals from the different creative disciplines with the O- LIFE questionnaire scale assessing schizotypal profiles. Individuals in the artistic domains showed  positive schizotypal traits, greater unusual experiences and lower introverted anhedonia than controls, while individuals specializing in mathematics and the sciences showed higher scores in the negative schizotypal traits such as the introverted anhedonia dimension, matching Brod’s (1997) findings. Different constellations of psychopathological traits lead to specific cognitive styles, and correspond to distinct abilities in different creative domains.

Per portare a un ulteriore passo avanti questi risultati, Nettle (2006) ha testato individui sani provenienti da diverse discipline creative usando la scala del questionario O-LIFE che valuta i profili schizotipici. Gli individui appartenenti ad ambiti artistici hanno mostrato tratti schizotipici positivi, un numero maggiore di esperienze inusuali e anedonia introversa inferiore rispetto ai controlli, mentre gli individui specializzati in matematica e scienze hanno mostrato un punteggio più alto nei tratti schizotipici negativi come la dimensione dell’anedonia introversa, confermando le scoperte di Brod (1997). Costellazioni diverse di tratti psicopatologici portano a stili cognitivi specifici e corrispondono ad capacità distinte nei diversi ambiti creativi.

3.2. Creativity continuum

3.2 Il continuum creativo

Alternative to a model with a rigid divide between the types of creativity among different disorders and domains, suppose creativity existed along a spectrum, existing along two separate and individual axes, similar to dimensional views of psychoses.

In alternativa a un modello con una divisione rigida fra tipi di creatività presenti in disordini e ambiti diversi, supponiamo la creatività esista lungo uno spettro, lungo due assi separati ed indipendenti, simile alla visione dimensionale delle psicosi.

Axis A corresponds to the extremities of creativity ranging from everyday creativity to the genius work of the eminent, reminiscing Kuhnian (1970) distinctions, while axis B extends from creativity of the sciences to creativity harnessed in the arts. The likelihood of psychopathological tendencies increases as axis A extends from the everyday to the eminent. This does not imply that all eminent creators have psychopathological traits; it only suggests a higher probability of displaying these tendencies compared to the normal population at the everyday creativity end.

L’asse A corrisponde agli estremi della creatività, dalla creatività comune fino all’opera geniale della celebre mente creativa, richiamando le distinzioni operate da Kuhn (1970), mentre l’asse B si estende dalla creatività delle scienze a quella legata alle arti. La probabilità di riscontrare tendenze psicopatologiche aumenta quando l’asse A si estende dalla creatività comune verso la genialità. Questo non implica che tutti gli individui creativi celebri presentino tratti psicopatologici; suggerisce semplicemente una maggiore probabilità di palesare queste tendenze rispetto alla popolazione normale situata all’estremo della creatività comune.

3.2.1. Axis from the everyday to the eminent: the example of Outsider Art

3.2.1. Asse dal comune al geniale: l’esempio dell’Art Brut

Outsider Art, first coined by Jean Dubuffet (1901–1985) as ‘Art Brut’ (literally ‘Raw Art’), is the creative work produced by individuals naïve to the art world. Resistant to ‘codification’, (Cardinal, 2006), Outsider Artists are generally autonomous, passionate, focusing on their interior existence, often preferring an autistic-like comfort in the private rather than communication with the external world. They work with a compulsion to express, to ascribe order and to adorn. Identified as unique, yet separate from recognized art movements, Outsider Art has always been placed on the fringes of the discipline. Although rarely recognized by the mainstream, the mentally ill nevertheless provide the most prolific examples of Outsider Art.

Coniata per la prima volta da Jean Dubuffet (1901-1985) Art Brut è l’opera creativa prodotta da individui non appartenenti al mondo dell’arte. Resistenti alla “codificazione” (Cardinal, 2006), gli artisti dell’Art Brut sono di solito indipendenti, appassionati, concentrati sulla loro esistenza interiore, preferendo spesso alla comunicazione con il mondo esterno una sicurezza similautistica nel contesto privato. Lavorano con una compulsione all’esprimere, al mettere ordine e alla ricerca del dettaglio. Identificato nella sua unicità ma separato dai movimenti artistici riconosciuti, l’Art Brut è sempre stata posta ai margini. Seppur raramente riconosciuti dalla corrente principale, i malati mentali forniscono gli esempi più prolifici di Art Brut.

The marginalization of Outsider Art suggests a distinction between art of the mentally ill versus that of eminent artists. However, Outsider Art played a significant role in 20th century Modernism. Strong parallels exist between qualities characteristic of Outsider Artists and artists of the Modernist movement. Modernism was intent on breaking conventions, ignoring social norms, and extreme self-awareness (Cardinal, 2006). Outsider Art, with its characteristic naivety and detachment from the world, fulfils these stipulations more so than any other group of artists at the time. That artists such as Kandinsky (1866–1944), Paul Klee (1879– 1940) and Picasso (1881–1973) were inspired by work from this demographic further supports the lack of a distinct separation between the two creative groups.

La marginalizzazione dell’Art Brut suggerisce una distinzione fra l’arte dei malati mentali e quella degli artisti illustri. Tuttavia, l’Art Brut ha svolto un ruolo importante nel Modernismo del Ventesimo secolo. Esistono forti parallelismi fra le qualità caratteristiche degli artisti Art Brut e gli artisti del movimento Modernista. Il Modernismo si proponeva la rottura delle convenzioni, il rifiuto delle norme sociali e un’estrema consapevolezza di sé (Cardinal, 2006). L’Art Brut, con la sua caratteristica ingenuità e il distacco dal mondo, risponde a queste caratteristiche più di qualsiasi altro gruppo di artisti dell’epoca. Che pittori come Kandinsky (1866-1944), Paul Klee (1879 -1940) e Picasso (1881 – 1973) abbiano preso ispirazione dalla Art Brut conferma ulteriormente la mancanza di una netta separazione fra i due gruppi creativi.

Placing Outsider Artists and Modernist geniuses on the creativity continuum can resolve the changing perspectives on the relationship between the two groups.

Posizionare sul continuum creativo gli artisti dell’Art Brut e i geni del Modernismo può risolvere il cambiamento di prospettive nel rapporto fra i due gruppi.

Because both Outsider Art and mainstream Modernists lie on a gradual continuum, the establishment of a severe distinction between the two would be an unnecessary and impossible enterprise. Both are creative, distinguished only by an interaction with different extremes of probabilities of psychopathological traits and thus operating by different processes. The inclusion of Outsider Art as a particular manifestation of Modernism supports this continuum model, especially in terms of Csikzentmihaly’s (1998) systems perspective: creativity drives cultural evolution, so that perceptions of creativity vary and develop with time. Critics’ increasing recognition of Outsider Art is a result of this evolution.

Siccome sia gli artisti dell’Art Brut sia i Modernisti sono posti su un continuum graduale, stabilire una precisa distinzione fra i due sarebbe un’impresa impossibile e non necessaria. Entrambi sono creativi, si differenziano solo per un’interazione con estremi diversi di probabilità di tratti psicopatologici e perciò operano secondo processi diversi. Includere l’Art Brut come manifestazione particolare del Modernismo supporta questo modello in continuum, in particolare nei termini della prospettiva sistemica di Csikzentmihaly’s (1998): la creatività porta all’evoluzione culturale, quindi la percezione della creatività cambia e si sviluppa nel tempo. Il crescente riconoscimento dell’Art Brut da parte della critica è il risultato di questa evoluzione.

3.3. Creativity as a single construct

3.3. La creatività come singolo costrutto

While the proposed models discussed above treat creativity as a variable concept, many current theorists in the field assume that creativity is a single construct, though different measures and terms have been attributed to the creative process, and each has generated certain debate. Perhaps these assumptions are indeed based on empirical fact. Observed differences in creativity may only reflect a perceived superficial distinction, with a single underlying cognitive process at the root of every creative work.

Mentre i modelli di cui si è discusso sopra trattano la creatività come un concetto variabile, molti attuali teorici del campo sostengono che la creatività sia un singolo costrutto, nonostante siano stati attribuiti al processo creativo misure e termini diversi, e ognuno di questi abbia generato dibattiti specifici. Forse queste affermazioni sono effettivamente basate su fatti empirici. Le differenze osservate nella creatività potrebbero riflettere solo una distinzione superficiale percepita, avente alla base un singolo processo cognitivo, radice di ogni produzione creativa.

3.3.1. Different names, one construct

3.3.1. Diversi nomi per un singolo costrutto

The many terms used to quantifiably describe creative ability can all be seen to converge on the same single cognitive process. Divergent thinking is one of the main cognitive processes described as underlying creativity. The ability to generate multiple solutions to a problem (Guilford, 1968) is tested in divergent thinking tasks: participants produce a range of solutions to an open-ended problem with no apparent solution, nor a single correct response (for example identifying alternative uses for an item). Creativity is also described as underpinned by a capacity for associative thinking, or the novel combination of remote elements; the more remote the elements, the more creative the process and outcome.

I molti termini usati per descrivere in modo quantificabile l’abilità creativa possono essere tutti visti convergere in un unico processo cognitivo. Il pensiero divergente è uno dei maggiori processi cognitivi descritti come base della creatività. La capacità di generare molteplici soluzioni a un problema (Guilford, 1968) viene testata in task del pensiero divergente: i partecipanti producono una serie di soluzioni a un problema aperto senza una soluzione evidente né un’unica risposta corretta (per esempio identificare usi alternativi per un oggetto). La creatività è descritta anche come rafforzata dalla capacità di pensiero associativo, o come nuova combinazione di elementi remoti; più gli elementi sono remoti, più creativo sarà il processo e il risultato.

Overinclusive thinking’ is another component of Eysenck’s (1993) theory identified as key to the creative process originally coined to describe the characteristic cognitive style of schizophrenic individuals – and later noted in affective disorder – ‘overinclusive thinking’ has been characterized as a dysfunction where irrelevant thoughts intrude into an individuals’ awareness, hindering their ability for rational problem solving. ‘Overinclusive thinking’ thus implies an abnormally high access to a range of thoughts, as envisaged in other descriptions of creativity. Thus, divergent thinking and associative models incorporate this basic idea, claiming that the creative individual forms novel combinations of otherwise distinct concepts.

Il pensiero iperinclusivo è un’altra componente della teoria di Eysenck (1993), di  fondamentale importanza per il processo creativo. Originariamente coniato per descrivere lo stile cognitivo caratteristico dei soggetti schizofrenici – e riscontrato più tardi nel disturbo affettivo – il pensiero iperinclusivo è stato caratterizzato come una disfunzione dove pensieri irrilevanti si intromettono nella consapevolezza del soggetto, ostacolando la loro capacità nel risolvere problemi in modo razionale. Il pensiero iperinclusivo implica perciò un accesso di un’ampiezza fuori dalla norma a una gamma di pensieri, come ipotizzato in altre descrizioni della creatività. Il pensiero divergente e i modelli associativi accolgono quindi questa idea fondamentale, sostenendo che il soggetto creativo dà forma a nuove combinazioni di concetti altrimenti distinti.

Another conceptualization of creativity is Rothenberg’s (1993) Janusian process, the ability to simultaneously consider multiple opposites. Kris (1952) claimed that creativity arises from the ability to regress and tap into primary process thought, relating it to the more mature, rational secondary process thinking. A defocused attention is thought to lead to this heightened access (Russ, 2001). Russ (1987) further conceived of primary process thinking as a subtype of affective content in cognition. As such, different disorders interact with primary process thinking in different ways. Schizophrenia involves the more cognitive aspects of primary process thought, while mood disorders harness the more affective. Mental illnesses thus interact differentially with a single core underlying creative ability to produce different creative outcomes.

Un’altra concettualizzazione della creatività è costituita dal processo gianusiano di Rothenberg (1993), la capacità di considerare simultaneamente molteplici opposti. Kris (1952) afferma che la creatività nasce dalla capacità di regredire e toccare il processo primario di pensiero, mettendolo in relazione con il più maturo e razionale processo secondario di pensiero. Si pensa che i deficit attentivi conducano a questo accesso più elevato (Russ, 2001). Russ (1987) concepisce inoltre il processo primario di pensiero come un sottotipo di contenuto affettivo nella cognizione. In questo modo, disturbi diversi interagiscono con il processo primario di pensiero in modi diversi. La schizofrenia coinvolge gli aspetti più cognitivi del processo primario di pensiero, mentre i disturbi dell’umore sono legati agli aspetti più affettivi. Le malattie mentali interagiscono perciò in modo diverso con un unico nucleo alla base dell’abilità creativa, producendo risultati creativi diversi.

Recent evidences now demonstrates possible genetic and physiological underpinnings for the creative process, specifically concerning dopamine and serotonin receptors in the central nervous system (Martindale, 2000), also suggests a single neural process underlying creativity.

Evidenze recenti che dimostrano oggi possibili basi genetiche e fisiologiche per il processo creativo, in particolare riguardanti i recettori di dopamina e serotonina nel sistema nervoso centrale (Martindale, 2000), suggeriscono anch’esse un singolo processo neurale alla base della creatività.

3.3.2. One core process across different illnesses and domains?

3.3.2. Un solo processo fondamentale per malattie e ambiti diversi?

Granted, the different terms for the creativity construct may all relate to a single entity, but is this core process harnessed in both the sciences and the arts? Claridge (1993) argues so, claiming that only the particular demands of each domain lead to different manifestations of creativity. The arts allow freedom of cognitive association exploration, while the sciences, led by empirical and objective observation, impose stronger limitations to the creators in the field. Hence, although specific patterns of psychotic traits mediate the creative process for each domain, the underlying core ability is the same.

Ammettiamo che i diversi termini per il costrutto creativo possano tutti rispondere a un’unica entità, ma questo processo fondamentale è legato sia alla scienza che alle arti? È quello che Claridge (1993) sostiene, affermando che solo le richieste particolari di ogni ambito portano a diverse manifestazioni di creatività. Le arti permettono la libertà di esplorare le associazioni cognitive, mentre le scienze, guidate dall’osservazione empirica e oggettiva, impongono limitazioni più stringenti ai creatori nel campo. Quindi, nonostante pattern specifici di tratti psicotici medino il processo creativo in ogni ambito, il nucleo creativo alla base è lo stesso.

As previously outlined, both schizophrenia and affective disorder seem to facilitate distinct creative work. However, different creative outcomes must be distinguished from the underlying creative process. Variations in the manifestation of creativity may depend on an individual’s predisposed psychopathological configuration; but the creative process itself, involving associative and divergent thinking, is the same whatever the mental illness.

Come precedentemente evidenziato, sia la schizofrenia che i disturbi affettivi sembrano agevolare attività creative distinte. Tuttavia i risultati creativi diversi devono essere distinti dal processo creativo di base. Variazioni nella manifestazione della creatività potrebbero dipendere da una predisposizione del soggetto a una determinata configurazione psicopatologica; ma il processo creativo in sé, che coinvolge il pensiero associativo e divergente, è lo stesso qualunque sia la malattia mentale.

3.3.3. Spiritualism, creativity, and madness

3.3.3. Spiritualismo, creatività e follia

Insight about the nature of creativity can also be gained by investigating its association with another universal and uniquely human by-product of psychopathology: spiritual experience (Richards, 2001). Shamans, revered religious figures in societies of the far North, provide an example. According to Nettle (2001), shamans’ influence relies on both their visions and séances, where possessed by spirits they sing mystical utterances. Both must be powerful and mysterious in order to capture the attention and following of their community. Their work therefore requires creativity; the more creative, the more valued a shaman in his society. A variety of studies have found empirical evidence for a link between creativity, shamanist magic, and psychosis (Richards, 2001). Nettle (2001) noted parallels in the capacity to hear voices, have paranormal visions, and be inhabited by supernatural spirits, while Jackson (1997) found a strong positive correlation between individuals with schizotypal signs and scores on a spiritual experience scale of ‘mystical experience’, especially ‘numinous experience’.

Si può approfondire la natura della creatività anche studiando il suo legame con un altro prodotto derivato della psicopatologia, universale e tipicamente umano: l’esperienza spirituale (Richards, 2001). Ne sono un esempio gli sciamani, figure religiose venerate nelle società dell’estremo Nord. Secondo Nettle (2001), l’influenza degli sciamani si basa sia sulle loro visioni che sulle séance in cui, posseduti dagli spiriti, cantano rivelazioni mistiche. Entrambe devono essere potenti e misteriose per poter catturare l’attenzione e ottenere seguito nelle loro comunità. Il loro lavoro perciò richiede creatività; maggiore è la creatività, maggiore è la considerazione per lo sciamano nella sua società. Numerosi studi hanno trovato evidenze empiriche di un legame fra creatività, magia sciamanica e psicosi (Richards, 2001). Nettle (2001) ha riscontrato analogie nella capacità di sentire voci, avere visioni paranormali ed essere abitati da spiriti sovrannaturali, mentre Jackson (1997) ha trovato una forte correlazione positiva fra i tratti schizotipici di individui e i punteggi su una scala di esperienze spirituali riguardanti le “esperienze mistiche”, in particolare le “esperienze numinose”.

Richards (2001) argues that if the capacity for mystical experience is linked to psychosis, shamanism and spiritual experience, it may, like creativity, act as a compensatory advantage (see Part III) of psychopathology, the characteristic departures from reality enabling a broad and novel perspective to everyday life.

Richards (2001) sostiene che se la capacità di avere esperienze mistiche è legata a psicosi, sciamanesimo ed esperienze spirituali, potrebbe, come la creatività, avere la funzione di vantaggio compensatorio (vedi Parte III) della psicopatologia, dato che il caratteristico straniamento dalla realtà apre un’ampia e nuova prospettiva alla vita quotidiana.

4. Part III: evolutionary psychology perspectives

4. Parte III: prospettive di psicologia evolutiva

To ensure the validity of the three proposed creativity construct models, they must be compatible with evolutionary accounts explaining the purpose of the creativity/madness association. Evolutionary psychology theorists propose that since psychopathology has a clear genetic component, its maintenance within our society must be propelled by an associated compensatory advantage, counter-balancing the illness’ debilitating effects with a beneficial advantage to our species (Huxley, Mayr, Osomond, & Hoffer, 1964).

Per assicurare la validità dei tre modelli di costrutto creativo proposti, questi devono essere compatibili con gli studi evoluzionistici che spiegano lo scopo dell’associazione creatività/follia. I teorici della psicologia evolutiva sostengono che, siccome la psicopatologia ha una chiara componente genetica, la sua presenza nella nostra società deve essere motivata da un vantaggio compensatorio associato, che controbilanci gli effetti debilitanti della malattia con vantaggi benefici per la nostra specie (Huxley, Mayr, Osomond, & Hoffer, 1964).

Creativity is an embodiment of Homo sapiens’ sophisticated intellectual ability, capacity to exploit mental cognition and trigger aesthetic processing and empathy. It also drives cultural evolution (Csikzentmihaly, 1998). Creativity thus marks an individual’s fitness, enhancing reproductive competition, and benefiting society at large. Evolutionary psychology accounts all treat creativity as a single cognitive construct.

La creatività incarna la sofisticata capacità intellettiva dell’Homo sapiens, la capacità di sfruttare i processi mentali cognitivi e attivare i processi estetici e l’empatia. Porta anche all’evoluzione culturale (Csikzentmihaly, 1998). La creatività perciò determina la fitness, potenziando la competitività riproduttiva e beneficiando la società nel suo insieme. Tutti gli studi di psicologia evolutiva considerano la creatività un singolo costrutto cognitivo.

An evolutionary stance need not, however, be incompatible with other models of the association of creativity with psychopathology. It is possible that different kinds of creativity are sexually selected separately, providing distinct compensatory advantages, each indicating the presence of specific kinds of cognitive capacities. Perhaps creativity in the Arts, tied to affective disorder or thymotypy, is an extension of a highly developed social module, allowing a heightened sensitivity to human nature and enabling an enhanced ability to express these moods. Meanwhile a highly developed capacity for problem solving and unconventionality may be reflected in schizotypal creativity, marking sophisticated brain development, possibly for prefrontal reasoning abilities.

Un punto di vista evolutivo tuttavia non deve necessariamente essere incompatibile con altri modelli di associazione fra creatività e psicopatologia. È possibile che diversi tipi di creatività vengano selezionati sessualmente in modo separato, fornendo vantaggi compensatori distinti, ognuno indicante la presenza di tipi specifici di capacità cognitive. Forse la creatività nelle Arti, legata a disturbi affettivi o timotipia è un’estensione di un modulo sociale altamente sviluppato, che permette un’accresciuta sensibilità verso la natura umana e una elevata capacità nell’esprimere tali stati emotivi. Allo stesso tempo, anticonformismo e una capacità di problem solving estremamente sviluppata potrebbero essere riscontrati nella creatività schizotipica, determinando uno sviluppo sofisticato del cervello, probabilmente per le abilità di ragionamento a livello prefrontale.

Baron-Cohen, Tager-Flusberg, and Cohen (2000) have even suggested that the associated highly developed folk physics enabled the evolution of our species; without such sophisticated capacity Homo sapiens would still be pre-historical. These compensatory advantages outweigh the disabilities suffered by the affected individual, to the cost of the individual but the benefit of human society.

Baron-Cohen, Tager-Flusberg e Cohen (2000) hanno addirittura suggerito che le caratteristiche altamente sviluppate dei soggetti hanno permesso l’evoluzione della nostra specie: senza tali sofisticate capacità, Homo sapiens sarebbe ancora allo stadio preistorico. I vantaggi compensatori prevalgono sulle disabilità sofferte dagli individui in questione, a scapito del singolo ma a beneficio della società umana.

BIBLIOGRAPHIC REFERENCES

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Apr 102018
 

Interpretazione consecutiva:

un’analisi semiotica

SILVIA MORO

Fondazione Milano

Civica Scuola Interpreti e Traduttori “Altiero Spinelli”

Scuola Superiore per Mediatori Linguistici

via Francesco Carchidio 2 – 20144 Milano

Relatore: Professor Bruno Osimo

Diploma in Mediazione linguistica

Aprile 2018

Questa tesi è conforme alla norma UNI ISO 7144:1997

Copyright © Silvia Moro

A Susanna

Silvia Moro

Interpretazione consecutiva: un’analisi semiotica

ABSTRACT IN ITALIANO

L’interpretazione consecutiva è un processo di comunicazione che si realizza attraverso una serie di traduzioni intersemiotiche tra lingue naturali, codice della presa di note e linguaggi interni. I diversi passaggi traduttivi generano un residuo comunicativo. Per gestire tale residuo, l’interprete – che ricopre simultaneamente diverse funzioni di mittente e destinatario – deve elaborare una strategia traduttiva e sviluppare al contempo un sistema di presa di note efficace ed efficiente ai fini dell’autocomunicazione: un linguaggio personale che consiste nell’associazione di segni, oggetti e interpretanti e può essere descritto tramite la triade della significazione di Peirce.

ENGLISH ABSTRACT

Consecutive interpreting is a communication process comprising a series of passages of intersemiotic translation between natural languages, a note-taking code and I-I languages. The translation process implies a translation loss. Being an addresser and an addressee at once, an interpreter needs to handle such loss by working out a translation strategy, as well as by fine-tuning an effective, efficient note-taking system for the purpose of self-communication. Such system is the interpreter’s own note-taking language, consisting in a set of relationships between signs, objects and interpretants, thereby being described by Peirce’s semiotic triad.

RÉSUMÉ EN FRANÇAIS

L’interprétation consécutive est un processus de communication se composant d’une série de traductions intersémiotiques entre des langues naturelles, un code de prise de notes et des langages intérieurs. Ces différents passages traductifs engendrent de la perte communicative. Étant à la fois destinateur et destinataire, l’interprète doit gérer cette perte, en développant une stratégie traductive ainsi qu’un système de prise de notes efficace et efficient pour la communication Moi-Moi. Ce système constitue le langage personnel de prise de notes de l’interprète, se composant d’un ensemble de relations entre des signes, des objets et des interprétants et pouvant être expliqué par la triade sémiotique de Peirce.

Sommario

Introduzione 6

1 L’interpretazione consecutiva 8

1.1 Rozan: la presa di note 9

1.2 Allioni: le fasi dell’interpretazione consecutiva 10

2 Il linguaggio della presa di note 14

2.1 Metalinguaggio o linguaggio 14

2.2 Linguaggi naturali e linguaggi artificiali 17

2.3 Il sistema della presa di note: un linguaggio naturale? 19

2.4 Interpretazione consecutiva e creatività 21

3 La comunicazione nell’interpretazione consecutiva 23

3.1 Il modello della comunicazione di Jakobson 24

3.2 Il modello della comunicazione di Shannon e Weaver 26

4 Segni e semiosi 29

4.1 Una grammatica per l’interpretazione consecutiva 29

4.2 Peirce: la semiosi 31

5 La traduzione intersemiotica nell’interpretazione consecutiva 34

5.1 Lotman: il linguaggio interno 34

5.2 La traduzione intersemiotica 35

5.3 Informazione invariante e residuo comunicativo 38

5.4 Un modello della comunicazione per l’interpretazione consecutiva 41

Conclusioni 46

Riferimenti bibliografici 48

Introduzione

Questa tesi nasce dall’interesse suscitato dall’interpretazione consecutiva e, in particolare, dall’elaborazione di un personale sistema di segni per la presa di note, vissuta come una sfida ma anche e soprattutto come un divertissement. Poiché i manuali e i testi che si propongono come modelli guida per l’aspirante interprete alle prese con i simboli sono già numerosi e sostanzialmente esaustivi, si è pensato di considerare l’interpretazione consecutiva e la presa di note da un punto di vista semiotico. Infatti, se la scienza della traduzione (scritta) gode di ampia considerazione e studio in una prospettiva semiotica, non si può dire altrettanto dell’interpretazione consecutiva. Questa, pur ricoprendo un ruolo talvolta marginale nell’attività lavorativa di un interprete, risulta invece fondamentale nella sua formazione in quanto insegnamento propedeutico all’interpretazione simultanea. Per questa ragione appare utile proporre un’interpretazione semiotica specifica per la traduzione consecutiva.

Verranno ripercorse brevemente le peculiarità e le fasi dell’interpretazione consecutiva secondo la visione di autori scelti, in particolare Jean-François Rozan e Sergio Allioni, per poi proseguire con un’analisi degli aspetti che caratterizzano il codice della presa di note. Ci si propone, nello specifico, di sostenere la tesi della langue tierce: i segni della presa di note e le regole che li organizzano in un sistema costituirebbero un linguaggio a tutti gli effetti. Facendo riferimento ai parametri utilizzati da Lûdskanov per distinguere linguaggi naturali e linguaggi artificiali, si avanza l’ipotesi che il linguaggio della presa di note possa essere assimilato ai primi più che ai secondi.

Si considererà poi l’interpretazione consecutiva in quanto processo comunicativo secondo i modelli della comunicazione di Jakobson, da un lato, e di Shannon e Weaver, dall’altro. Una scelta in tale direzione permette di osservare attraverso una lente di ingrandimento la figura dell’interprete, che si muove tra più livelli comunicativi (il macrocontesto e il microcontesto) con destinatari e priorità diversi, e ricoprendo lui stesso diverse funzioni di produttore e ricevente del messaggio.

Si entrerà quindi nel merito della produzione dei segni per il linguaggio della presa di note, per evidenziare (ancora una volta) quanto questo linguaggio sia soggettivo e personale e spiegare questa soggettività attraverso la triade della significazione di Peirce e i suoi interpretanti, portando degli esempi concreti di segni e di alcune possibilità di significazione per i medesimi. La trattazione proseguirà quindi con il linguaggio interno di Lotman, strettamente legato al concetto di interpretante, e la traduzione intersemiotica, traduzione che interessa l’intero processo dell’interpretazione consecutiva. Si sottolineerà inoltre – facendo riferimento a Shannon e Weaver, Torop, Lûdskanov e Osimo in particolare – la costante presenza, nell’interpretazione consecutiva, di fattori che contribuiscono alla formazione di un residuo comunicativo. Di questo residuo l’interprete deve occuparsi, adottando una strategia traduttiva che contempli il ricorso a metatesti: si proporrà quindi di considerare la memoria, importantissima nel lavoro dell’interprete, un apparato paratestuale.

Si tenterà infine di formulare un modello della comunicazione per l’interpretazione consecutiva che tenga conto degli elementi analizzati, dei diversi passaggi intersemiotici e del residuo comunicativo. L’obiettivo del presente lavoro è dunque presentare l’interpretazione consecutiva in una luce che per questa disciplina è quanto meno inusuale, nella speranza di favorire una più approfondita comprensione e dunque una più consapevole padronanza dei meccanismi e degli strumenti in essa coinvolti.

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L’interpretazione consecutiva

L’interpretazione consecutiva è «quel particolare tipo di traduzione orale di un discorso orale, da una lingua di partenza LP verso una lingua di arrivo LA […] effettuata solo dopo che l’oratore ha terminato il suo discorso» (Allioni 1998: 3). In questo processo, il traduttore (nello specifico, l’interprete) si avvale di due strumenti principali: la memoria e l’annotazione.

Diverse sono le tesi circa l’essenzialità del ruolo degli appunti (e dei simboli) nell’interpretazione consecutiva: una corrente vuole che si tratti di uno strumento secondario, talvolta superfluo, quando non addirittura d’impiccio, «una forma di masochismo» (Russo 1998: XL). Non mancano i teorici e professionisti del campo che ne sostengono, invece, l’estrema utilità e ne propongono modelli sistematici – per un excursus dei quali si rimanda alla prefazione di Mariachiara Russo in Elementi di grammatica per l’interpretazione consecutiva di Sergio Allioni (1998: XII-XXXVII). Non si vuole qui argomentare a favore di quest’ultima posizione, non si vogliono analizzare i pro e i contro del ricorso agli appunti: già molti testi hanno fornito analisi convincenti in merito. Tra questi, Manuel de l’interprète. Comment on devient interprète de conférences (1952) di Jean Herbert, La prise de notes en interprétation consécutive (1956) di Jean-François Rozan, Handbuch der Notizentechnik für Dolmetscher: ein Weg zur sprachunabhängigen Notation (Manuale di tecnica di presa d’appunti per interpreti: una via all’annotazione indipendente dalla lingua1, 1989) di Heinz Matyssek, Improved ways of teaching consecutive interpretation (1989) di Wilhelm Weber, il già citato Elementi di grammatica per l’interpretazione consecutiva (1998) di Sergio Allioni, Interpretation. Techniques and Exercises (2005) di James Nolan. L’intento è, piuttosto, quello di percorrere brevemente le peculiarità e le fasi dell’interpretazione consecutiva secondo la visione di due autori in particolare, Rozan e Allioni, per proseguire poi con un’analisi dei processi coinvolti in questa disciplina da un punto di vista semiotico.

1.1 Rozan: la presa di note

Quello di Jean-François Rozan, interprete presso l’ONU per dieci anni e professore presso l’Università di Ginevra per quattro, è senza dubbio un contributo importante. È suo infatti La prise de notes en interprétation consécutive (pubblicato nel 1956) – manuale che costituisce ancora oggi «l’ABC della presa di note nella consecutiva»2. Rozan propone un sistema elaborato grazie anche agli insegnamenti di Jean Herbert e al confronto con gli interpreti con cui collabora durante l’esercizio della professione. Nell’introduzione al suo “eserciziario”, Rozan precisa che la tecnica da lui presentata vuole essere di ispirazione per l’utente, il cui compito sarà quello di personalizzarla al fine di garantirne l’efficienza (2004: 11). L’interprete deve elaborare il proprio codice – costituito da regole e segni frutto di una personale ricerca.

Rozan propone sette principi:

  1. annotazione delle idee anziché delle parole;

  2. regole di abbreviazione;

  3. connettivi;

  4. negazione;

  5. enfasi,

  6. disposizione in verticale e

  7. décalage (Allioni 1998: 119, ovvero disposizione in diagonale dei segni)3;

e venti simboli, di cui dieci essenziali, suddivisi in:

  1. simboli di espressione,

  2. simboli di movimento,

  3. simboli di corrispondenza e

  4. simboli per i concetti che ricorrono più frequentemente4.

È importante, per Rozan, che l’attenzione dell’interprete non sia affaticata da un’eccessiva quantità di simboli da dover ricordare e decifrare, ma possa dedicarsi a una buona analisi del testo. Tale analisi non deve essere, infatti, rimandata al momento della lettura delle note, ma deve terminare prima. In questo modo, le note svolgeranno il loro compito: dare all’interprete una visione d’insieme immediata e favorire una restituzione fluente e accurata del messaggio (2004: 25).

Rozan riprende, inoltre, un’indicazione importante di Herbert: che i simboli non rappresentino degli equivalenti di singole parole delle lingue naturali, ma comprendano, invece, un più ampio numero di significati – appartenenti al medesimo campo semantico – i quali dovranno essere via via ricavati dal contesto e dal cotesto (Rozan 2004: 25; Russo 1998: XV). Come infatti si vedrà nei prossimi capitoli, nella traduzione interlinguistica non è possibile compiere una traduzione per equivalenze. Se ne desume che il codice della presa di note non è un glossario di corrispondenze biunivoche simbolo-parola: i segni che lo compongono sono (proprio come le parole delle lingue naturali) polisemici.

1.2 Allioni: le fasi dell’interpretazione consecutiva

Il secondo contributo che si vuole prendere in considerazione è quello di Sergio Allioni, interprete presso la Commissione Europea a Bruxelles. Nel suo Elementi di grammatica per l’interpretazione consecutiva, Allioni affronta le tematiche legate alla disciplina secondo la linguistica e la psicologia cognitiva, occupandosi dei «problemi connessi alla lingua, alla memoria, al pensiero e alla comunicazione» (Russo 1998: XXXVIII).

Allioni propone «il superamento della fatidica (e mitica) barriera dei “venti simboli” [...] e l’adozione di regole combinatorie complesse» (1998: 165). A sostegno di questa tesi, spiega che un interprete, essendo solito lavorare con diverse lingue naturali dal lessico ricco e dalla grammatica complicata, non incontrerà particolari difficoltà nell’apprendimento e nell’utilizzo di un ulteriore linguaggio – linguaggio, peraltro, semplificato rispetto alle lingue naturali (1998: 165). Secondo Allioni le note, descrivendo le lingue, svolgono una funzione metalinguistica (funzione che verrà messa in discussione nel prossimo capitolo): si tratta di un metalinguaggio destinato alla comunicazione dell’interprete con sé stesso (1998: IX). Del resto l’interprete – unico autore e destinatario degli appunti – è, generalmente, il solo al quale tali appunti risultino comprensibili (1998: 30). La selezione e l’organizzazione delle componenti di questo codice ha l’obiettivo di creare un sistema di presa di note che svolga la propria funzione – metalinguistica – in modo adeguato. Il codice deve permettere una scrittura rapida durante l’annotazione e una lettura scorrevole durante la resa: deve cioè essere efficiente ed efficace, in modo da ottimizzare il processo di self-communication (Allioni 1998: IX).

Allioni suddivide il processo dell’interpretazione consecutiva in tre fasi: preparazione, elaborazione e ricostruzione, suddivisione principalmente basata «sulle differenze qualitative fra i processi mentali in gioco» (1998: 3). Nella prima fase, l’interprete riceve e integra le nuove informazioni nel suo sistema di conoscenze. Prima che il discorso dell’oratore abbia inizio, l’interprete richiama alla memoria le informazioni e le conoscenze che gli saranno utili in quel frangente, informazioni inerenti l’oratore, il contesto e il tema centrale del discorso. Questo gli consentirà, inoltre, di elaborare dei simboli e/o delle abbreviazioni ad hoc, relativi a concetti e termini specialistici che si aspetta verranno trattati (Allioni 1998: 3-5). In occasione di un incontro dove è previsto che gli oratori portino esempi di scelte sostenibili per la vita quotidiana, per esempio, l’interprete dovrà assicurarsi che non manchino all’appello simboli per il clima, l’ambiente, l’impatto ambientale, lo spreco, il risparmio, le soluzioni ecosostenibili, le energie rinnovabili e così via.

Nella fase centrale dell’interpretazione consecutiva, caratterizzata da un maggior sovraccarico cognitivo, l’interprete «trasforma il discorso LP in […] una “base” strutturata di concetti e informazioni, di cui si avvarrà per sviluppare il suo discorso LA durante la ricostruzione» (1998: 5). Questa fase si articola in processi di micro- e macroelaborazione. Nella prima, che opera a livello di parole, sintagmi e proposizioni (il microlivello del discorso), Allioni distingue le operazioni di:

  1. ricezione;

  2. analisi;

  3. ristrutturazione;

  4. stoccaggio.

Queste operazioni si susseguono e concatenano, intersecandosi in una sorta di mutua cooperazione. Allioni spiega egregiamente cosa succede durante l’interpretazione:

[…] la corretta interpretazione semantica di una proposizione [operazione di analisi] può ad esempio chiarire il senso di una proposizione immediatamente successiva che sia foneticamente ambigua [operazione di ricezione], e viceversa (1998: 6).

La macroelaborazione, invece, si occupa – e preoccupa! – della coerenza globale nell’interpretazione consecutiva, operando un continuo confronto tra «input attuale e conoscenze già presenti in memoria» (1998: 7). Questo consente di costruire quello che Allioni chiama «schema globale», basato sui contenuti semantici significativi del discorso e sull’intenzione comunicativa dell’oratore (1998: 7). I due processi, micro- e macroelaborazione, si influenzano e si completano vicendevolmente: la microelaborazione fornisce infatti materiale per la costruzione dello schema globale che, a sua volta, si presterà come strumento critico durante la microelaborazione consentendo, per esempio, di colmare lacune dovute a una ricezione imperfetta.

Nella terza fase, la ricostruzione, l’interprete recupera e trasmette le informazioni immagazzinate durante la fase di elaborazione. Questa fase si articola in quattro momenti:

  1. lettura dei dati direttamente accessibili;

  2. ristrutturazione dei dati sotto forma di discorso;

  3. attualizzazione dei dati (insieme di conoscenze necessarie alla loro collocazione nel contesto);

  4. produzione di un discorso in LA, attraverso la traduzione delle informazioni e dei concetti elaborati nelle operazioni precedenti in lingua naturale (1998: 9).

L’autore degli Elementi di grammatica si interroga in merito alla forma di appunti più adeguata: quale forma garantisce al tempo stesso la massima rapidità di annotazione (massima trascrivibilità) e di lettura (massima accessibilità)? Una scelta in termini di lingua di partenza LP o lingua di arrivo LA si ripercuote sull’intero processo dell’interpretazione consecutiva. Annotare nella lingua di arrivo significherebbe infatti alleggerire la fase di ricostruzione, ma appesantire eccessivamente quella di elaborazione, durante la quale l’interprete si troverebbe a compiere una traduzione completa. Al contrario, la scelta della lingua di partenza per la presa di note consentirebbe sì una trascrizione rapida, ma lascerebbe tutta la traduzione a carico della fase di ricostruzione, con «conseguente lentezza nell’elaborazione e incertezze nella resa» (1998: 11).

Allioni rilegge la formula basilare della traduzione (segno LP → senso → segno LA) nell’ottica dell’interpretazione consecutiva e delle sue fasi di «comprensione, ritenzione e riproduzione del senso», approdando alla seguente suddivisione:

  1. segno LP → senso compreso;

  2. senso compreso → [elaborazione] → senso ritenuto;

  3. senso ritenuto → segno LA (1998: 12).

[…] la seconda parte del processo di traduzione in IC [interpretazione consecutiva] può operare fondamentalmente su unità di senso, e quindi indipendentemente dalla forma che queste possono assumere in LP o in LA (Allioni 1998: 12).

Questo significa che l’interprete, nella fase di elaborazione, opera su significati che sono svincolati da qualsiasi forma linguistica (delle lingue naturali di partenza e di arrivo) e si presentano sotto forma di materiale mentale, di interpretanti all’interno di un altro codice: il linguaggio interno. Già con la suddivisione in fasi di Allioni, ci si rende conto infatti della presenza imprescindibile – in tutto il processo traduttivo dell’interpretazione consecutiva – di fasi mentali e di traduzioni tra linguaggi verbali e linguaggio mentale interno (per un approfondimento delle quali si rimanda al quarto e al quinto capitolo).

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Il linguaggio della presa di note

Allioni definisce il sistema della presa di note un «codice metalinguistico artificiale» (1998: 165). Il testo/appunti è una trascrizione che descrive i linguaggi naturali e, in particolare, la struttura più profonda del discorso dell’oratore – di cui sarebbe dunque una rappresentazione semantica (1998: 29; 31). Si tratta, per Allioni, di una «metalingua» che non è direttamente leggibile come possono esserlo i linguaggi naturali:«il testo/appunti è, in sé, povero di valore linguistico, che gli viene invece attribuito tramite l’interazione con la memoria» (Allioni 29).

Si vuole qui presentare tutt’altra ipotesi: che i segni usati dall’interprete nel suo testo/appunti e il relativo sistema rappresentino un vero e proprio linguaggio, linguaggio che condivide pochissimo con i linguaggi artificiali e che sembra invece condividere molto con i linguaggi naturali.

2.1 Metalinguaggio o linguaggio

Il codice della presa di note, con i suoi simboli, le sue abbreviazioni e le sue regole, non si può considerare, qui, un metalinguaggio. Un metalinguaggio descrive il linguaggio stesso: la funzione metalinguistica del discorso si verifica quando «il discorso è centrato sul c o d i c e» (Jakobson 2002b: 189). La lingua che si analizza e si descrive, che si spiega, diventa metalinguaggio (nonché linguaggio-oggetto analizzato, descritto e spiegato) e «[l]‘interpretazione di un segno linguistico per mezzo di altri segni della stessa lingua [...] è un’operazione metalinguistica» (Jakobson 2002a: 32). Quindi: un metalinguaggio è un linguaggio che parla di sé stesso con i suoi stessi segni. Questo significa che, per farsi metalinguaggio, un codice deve essere un linguaggio.

Il metalinguaggio può descrivere, analizzare e commentare anche altri linguaggi, non solo sé stesso. Il linguaggio verbale effettivamente è:

[...] il mezzo principale per tradurre la pittura, la musica, il balletto, il cinema e le altre espressioni della cultura nella memoria culturale. In questo senso, tradurre significa creare il linguaggio della comprensione e della descrizione, il metalinguaggio (Torop 2010: 2).

Esistono, secondo Louis Trolle Hjelmslev, linguaggi limitati e linguaggi illimitati. Un esempio di linguaggio limitato è quello matematico, mentre linguaggi illimitati sono i linguaggi naturali (Torop 2010: 58). È possibile effettuare una traduzione da un linguaggio illimitato a un altro linguaggio illimitato e da un linguaggio limitato a un linguaggio illimitato, ma l’operazione inversa (traduzione da linguaggio illimitato a linguaggio limitato) non è sempre possibile: «[i]l linguaggio naturale è di conseguenza l’unico sistema di segni in cui possono essere tradotti tutti gli altri sistemi di segni» (Torop 2010: 58).

Se è vero che nell’interpretazione consecutiva l’interprete utilizza il repertorio di simboli, abbreviazioni e regole che ha elaborato in un suo linguaggio, non è altrettanto vero che tale repertorio si auto-descriva svolgendo una funzione metalinguistica. Se, in ogni circostanza, gli appunti trattassero dell’interpretazione consecutiva, della creazione di un proprio modello di note e delle regole di tale modello, o se descrivessero altri linguaggi e le loro regole, ci si troverebbe senza dubbio di fronte a un metalinguaggio. Tuttavia, nel blocco di appunti di un interprete è raro (anche se non del tutto escludibile) che si possano trovare temi simili. Recentemente, il fotografo Michel Comte ha tenuto una lectio magistralis presso La Triennale di Milano, organizzata dall’Associazione Fotografi Italiani Professionisti – AFIP International. Sul palco, Compte e un’interprete con il suo blocco per gli appunti e la sua penna. Blocco che l’interprete ha usato per annotare le esperienze dell’oratore, aneddoti sulle sue fotografie e sui suoi incontri e, infine, la scelta di dedicare delle opere al tema ambientale. Nulla di tutto ciò era metalinguistico, dal punto di vista della presa di note. L’interprete ha usato gli appunti per fissare informazioni, quelle stesse informazioni che Comte esprimeva in inglese e che lei avrebbe dovuto restituire al pubblico in italiano.

Il codice della presa di note non descrive le lingue, né la lingua di partenza né la lingua di arrivo, né tanto meno descrive sé stesso: riporta invece i contenuti di un discorso – espresso in un linguaggio naturale – in un codice altro. Questo codice, talvolta, prende in prestito parole dalle lingue naturali note e condivise, per via della loro brevità (e quindi rapidità di annotazione) e per la loro capacità evocativa – l’efficienza e l’efficacia richieste al sistema cui fa riferimento Allioni. Questi prestiti però, una volta inseriti nel codice, svolgeranno una funzione simile a quella degli altri simboli ed elementi che lo compongono: non significheranno più quella sola parola ma si faranno portatori di più significati, attivati via via dal contesto specifico. Per esempio, prima del suo discorso vero e proprio, l’oratore potrebbe iniziare un incontro salutando i presenti, esprimendo la propria contentezza per l’invito e ringraziando gli organizzatori e sponsor dell’incontro: tutto questo potrebbe essere racchiuso, sul foglio dell’interprete, in un ( HI ) seguito da una rappresentazione stilizzata di un volto sorridente ( ) (ed eventualmente dai nomi degli organizzatori dell’evento o delle persone ringraziate).

Se il codice della presa di note non è un metalinguaggio, è un linguaggio? Da un punto di vista semiotico, linguaggio è ogni tipo di codice verbale e non verbale. In altre parole, linguaggi sono non solo i linguaggi naturali (le lingue), ma anche quelli «non verbali, come la musica, le arti figurative, il cinema, [...] la moda, l’ambiente naturale, i segnali stradali» (Osimo 2010a: 10). E, sempre semioticamente parlando, un testo è «qualsiasi cosa venga “letta” come insieme coerente, verbale o non» (Osimo 2011: 46). Non a caso, tra i principi che il testo/appunti dell’interprete deve rispettare, nel modello di Allioni, ci sono proprio coesione (continuità delle occorrenze nel livello superficiale) e coerenza (continuità del senso nel livello profondo) (1998: 38; 64-65). Allora, se il linguaggio non è solo quello verbale ma qualsiasi codice portatore di un significato in un processo comunicativo, e il testo è un insieme coeso e coerente di significati, una traduzione è ogni processo che esprima lo stesso contenuto di un prototesto in un metatesto (Osimo 2010a: 10). Esistono diversi tipi di traduzione e tutti si articolano in diversi passaggi traduttivi che sono riconducibili a un unico tipo di traduzione, quella che Jakobson definisce «traduzione intersemiotica» (di cui si parlerà più approfonditamente nell’ultimo capitolo).

A questo punto sembra opportuno procedere a un’analisi delle peculiarità dei linguaggi naturali e artificiali, in modo da trovare il posto della presa di note in questa suddivisione – ammesso che ciò sia possibile.

2.2 Linguaggi naturali e linguaggi artificiali

Allioni spiega che, se i linguaggi naturali sono condivisi con una comunità (e servono proprio per la comunicazione all’interno di essa), il codice della presa di note è utilizzato da una sola persona: l’interprete (1998: IX). Questo linguaggio si caratterizza in quanto linguaggio muto: si manifesta ed esprime contenuti sulla carta, contenuti che, come vedremo, l’interprete legge mentalmente, decodifica e ricodifica verbalmente nella lingua in cui deve restituire il discorso dell’oratore. Ma sono, queste, ragioni sufficienti per escludere il codice della presa di note dai linguaggi naturali e annoverarlo fra quelli artificiali? Anche i linguaggi artificiali possono essere utilizzati per la comunicazione all’interno di comunità (l’esperanto ne è un esempio) e, delle lingue naturali, la lingua dei segni è un linguaggio muto che si esprime tramite gesti e si percepisce (legge) tramite il canale visivo.

I linguaggi artificiali sono linguaggi regolati dalla convenzione e il significato dei segni di cui sono composti è predeterminato:

I linguaggi artificiali si fondano sul principio della corrispondenza biunivoca: ogni senso è riconducibile a uno e un solo mezzo linguistico e viceversa; ne consegue che i loro elementi (che non hanno mai valore connotativo) non possono essere polisemici […] (Lûdskanov 2008: 49).

I linguaggi artificiali sono isomorfi (Osimo 2010a: 13). In questo tipo di codici, basati su precise relazioni biunivoche che non dipendono dal contesto, non esiste omonimia né sinonimia: ciò rende la decodifica di testi e messaggi codificati in linguaggi artificiali molto più semplice rispetto alla decodifica di testi e messaggi codificati in linguaggi naturali (Lûdskanov 2008: 49-50). Lûdskanov definisce la decodifica degli elementi dei linguaggi artificiali «meccanica»: le associazioni sono predeterminate dal codice e dalle sue regole e questo consente la massima invarianza (concetto che si approfondirà nel quinto capitolo) nella traduzione (2008: 50). In altre parole, l’informazione contenuta nel prototesto e nel metatesto è la medesima e il residuo comunicativo è pari a zero.

Anche nei linguaggi naturali può verificarsi una situazione simile, ma solo con i «termini», quella categoria di segni linguistici che, in un contesto specialistico, hanno un significato preciso:

La terminologia diventa quindi un codice artificiale all’interno di un codice naturale, e al suo interno vige la monosemia al posto della polisemia del discorso informale; grazie alla monosemia che caratterizza questo tipo di linguaggio, nella traduzione interlinguistica si può parlare appropriatamente di «equivalenza» lessicale (Osimo 2011: 132).

Come nei linguaggi artificiali, nella terminologia non ci sono sinonimi, i termini prevedono una sola interpretazione possibile e i significati hanno valore denotativo e non connotativo (Osimo 2011: 184). Questo implica che, nella traduzione di termini, sarà possibile un alto grado di invarianza e il residuo sarà minimo se non nullo.

I linguaggi naturali non sono però composti solo da «termini», ma anche e soprattutto da «parole»: queste sono caratterizzate dalla polisemia, hanno cioè più sensi e interpretazioni possibili. Nella traduzione interlinguistica, perciò, non esiste l’equivalenza e i segni linguistici verbali non presentano corrispondenze biunivoche tra di essi: questo rende i linguaggi naturali dei linguaggi anisomorfi che, a differenza dei linguaggi artificiali, prevedono l’omonimia, la sinonimia, nonché una «diversa segmentazione della realtà» (Lûdskanov 2008: 51). Non solo: la traduzione interlinguistica esclude la possibilità di un’equivalenza segno-segno perché prevede, come si vedrà nel quinto capitolo, passaggi tra diversi tipi di codici, verbale e mentale, discreto e continuo (Osimo 2011: 63). E questi passaggi (intersemiotici) comportano inevitabilmente un residuo comunicativo. L’interpretazione degli elementi dei linguaggi naturali è di conseguenza strettamente legata al contesto:

[…] il significato di una parola o di un enunciato, che fa parte di un messaggio (testo), non è lo stesso di quello che quella parola o quell’enunciato possiede nel vocabolario, ma solo una sua parte attualizzata, specifica per un determinato contesto o per una serie ben delimitata di contesti (Straniero Sergio: 106).

La polisemia intrinseca ai linguaggi naturali mette l’interprete nella condizione di dover effettuare delle scelte. In funzione delle sue scelte, l’interprete attualizzerà un significato e non un altro, una sfumatura e non un’altra: si configura così un processo traduttivo «creativo» che è ben diverso dalla sostituzione meccanica che consentono – e a cui incatenano – i linguaggi artificiali:

[…] la traduzione verbale interlinguistica è un insieme di trasformazioni creative che un traduttore effettua dai segni del prototesto a quelli di un altro linguaggio naturale, conservando un’informazione invariante rispetto a un certo sistema di riferimento (Lûdskanov 2008: 51).

Così, le scelte di senso non sono predeterminate come nel caso dei linguaggi artificiali, ma vengono effettuate dall’interprete sulla base del contesto (Lûdskanov 2008: 51). Contesto che non è solamente quello esterno e oggettivo, ma anche quello interno al traduttore – e quindi soggettivo (Osimo 2017: 89).

2.3 Il sistema della presa di note: un linguaggio naturale?

In questa classificazione bipolare, dove si colloca il linguaggio usato nel testo/appunti dell’interprete di consecutiva? Come nei linguaggi artificiali, nel codice della presa di note i sinonimi (e gli omonimi) sono – quasi – del tutto assenti. Sarebbe controproducente pensare e utilizzare un sistema dotato di segni diversi per «Nazione», «Stato», «Paese», «State», «Country», «Nation», «Pays», «Patrie», «État», «Staat», ecc. Come esposto dal primo principio di Rozan (annotare i concetti e non le parole), sarà molto più efficiente ed efficace prevedere un solo segno per i concetti assimilabili che racchiuda tutto il campo semantico in un semplice ed evocativo ( ). O ancora, la presa di note sarà facilitata se l’interprete avrà a disposizione un segno unico ( : ) che esprima «dire», «affermare», «dichiarare», «sostenere», «precisare», «to say», «to state», «to declare», «affirmer», «déclarer», «sagen», «besagen», ecc. Un sistema efficiente ed efficace rispetterà così il principio di economia linguistica, cosa che non si potrebbe dire di un sistema di corrispondenze biunivoche segno-parola. Il codice della presa di note può essere (ed è auspicabile che sia) economico nel tempo impiegato per la scrittura, nel numero di tratti che deve compiere la mano e nello sforzo mentale richiesto per la produzione dei segni (Alexieva 1994: 203-204). Inoltre, maggiore sarà il carico informativo (semantico) dei segni, maggiore sarà il loro potere di attivazione (Alexieva 1994: 204). Per quanto riguarda l’omonimia, difficilmente l’interprete avrà un simbolo per «radio» associato sia all’osso dell’avambraccio sia all’apparecchio elettronico. Ancora più difficile è che il simbolo scelto per «vita», «esistenza», «vite», «life», «vie», «Leben» possa prestarsi a significare anche la pianta della «vite».

L’assenza (in linea di massima) di sinonimi e omonimi è forse l’unica delle caratteristiche analizzate in precedenza che si riscontra sia nei linguaggi artificiali sia nel linguaggio della presa di note. Contrariamente a quanto si sarebbe detto sulla base della definizione iniziale di Allioni, infatti, linguaggi naturali e linguaggio della presa di note hanno molto in comune.

I segni linguistici della presa di note sono polivalenti: sono associati non a singoli vocaboli ma a insiemi di significati, a campi semantici più o meno vasti. Questo vuol dire che «ogni segno potrà veicolare un contenuto estremamente ampio e differenziato» (Allioni 1998: 91). Le associazioni segno-significato possono inoltre avere sia valore denotativo che valore connotativo: quando un simbolo viene scelto provvisoriamente come portatore di un certo significato in una singola interpretazione per poi scomparire, ha carattere connotativo. Quando invece l’uso di un simbolo e della sua associazione a un dato significato viene mantenuto e consolidato, tale simbolo acquista carattere denotativo (si parlerà ancora del carattere denotativo/connotativo nel quarto capitolo). Si tratta, come per i linguaggi naturali, di un linguaggio caratterizzato dalla polisemia e, quindi, dall’impossibilità di un’equivalenza assoluta. Questo costituisce un vantaggio per l’interprete, che può disancorarsi dal singolo vocabolo, sfuggendo così al rischio di perdere il filo del discorso qualora non ricordi l’esatta e univoca traduzione di un simbolo. Un esempio di polisemia nel linguaggio della presa di note può essere il seguente: dopo aver scelto un simbolo per «concorrenza» ( ) e aver preso in prestito da un’insegnante il simbolo per «guerra» ( ), si è notato che il secondo era sì evocativo (e quindi efficace) ma non di rapida scrittura (e quindi inefficiente). Si è allora pensato di racchiudere i campi semantici dei due simboli in uno solo, o meglio, di estendere il campo semantico del primo simbolo ( ), che ora include i significati di «battaglia», «lotta», «guerra», «competizione», «concorrenza» e così via – tra cui si dovrà via via scegliere in base al contesto specifico.

2.4 Interpretazione consecutiva e creatività

Torop definisce la traduzione un processo nel quale gli elementi testuali, a seconda della loro importanza e della loro traducibilità, vengono conservati (tradotti), omessi, modificati e aggiunti:

[…] in qualsiasi processo traduttivo vi è interrelazione di elementi tradotti, omessi, modificati e aggiunti. Questa interrelazione riflette, da una parte, differenze culturali-linguistiche tra i testi, dall’altra le peculiarità del lavoro del traduttore e le funzioni della traduzione (Torop 2010: 78).

Lavoro del traduttore che – nella traduzione interlinguistica – si distingue per il suo carattere creativo. Questo deriva dal fatto che i linguaggi naturali sono anisomorfi (sono costituiti cioè da elementi polisemici) e rendono una traduzione interlinguistica molto diversa da una semplice sostituzione di equivalenti (Torop 2010: 8). Mentre i linguaggi artificiali (e la terminologia settoriale) si basano sulla convenzione e la loro traduzione è determinata da scelte predeterminate e sostituzioni meccaniche, tra i linguaggi naturali non ci sono corrispondenze biunivoche e non esiste «una traduzione assoluta o ideale» (Torop 2010: 79). Anzi, la traduzione interlinguistica tra linguaggi naturali si realizza attraverso una serie di scelte creative:

[…] il meccanismo del processo traduttivo verbale interlinguistico ha sempre, indipendentemente dal genere testuale che si traduce, un carattere creativo condizionato dalla natura linguistica di questa operazione e dallo specifico dei linguaggi naturali che presuppone scelte non predeterminate riguardo ai mezzi linguistici dovute a tutte le differenze strutturali dei linguaggi naturali (Lûdskanov 2008: 61).

Contrariamente a quanto avviene nei linguaggi artificiali, i significati del linguaggio della presa di note non sono univocamente predeterminati, ma sono di volta in volta inferiti in base al contesto (e al cotesto). Dato che i segni delle lingue naturali sono polisemici, ma lo sono anche i segni del linguaggio della presa di note, ogni passaggio traduttivo dell’interpretazione consecutiva comporta un certo grado di creatività. La decodifica del testo/appunti e la sua ricodifica nella lingua di arrivo avviene tramite una serie di scelte soggettive in base alle quali l’interprete, a seconda dei casi, attualizza uno o un altro significato. E, proprio per via della creatività insita nel processo traduttivo, non esiste una sola traduzione possibile ma «sulla base di un unico prototesto si può creare una serie di metatesti diversi potenzialmente di pari valore» (Torop 2010: 79).

L’ultima barriera che rimane a separare il linguaggio della presa di note dai linguaggi naturali è il suo utilizzo strettamente personale: se infatti le lingue si sono sviluppate spontaneamente per favorire la comunicazione interpersonale, quello della presa di note resta un linguaggio (un sistema) elaborato intenzionalmente dall’interprete per comunicare con sé stesso ai fini dell’interpretazione consecutiva.

3

La comunicazione nell’interpretazione consecutiva

Il codice e il testo della presa di note sono finalizzati esclusivamente alla comunicazione dell’interprete con sé stesso in quello che Allioni definisce «autoconsumo linguistico» (1998: 30). Nessuno oltre all’interprete legge il testo/appunti che, essendo scritto in un codice estremamente personale, risulta decifrabile a lui e lui solo.

Nell’interpretazione consecutiva coesistono due situazioni comunicative che Allioni distingue in:

    1. situazione globale o macrocontesto, che si riferisce ai passaggi della comunicazione tra oratore e interprete, e successivamente tra interprete e ricettore, e

    2. un secondo tipo di situazione comunicativa più ristretta, il microcontesto, che interessa il «processo di comunicazione con sé stesso dell’interprete» (1998: 70).

Il fine dell’interpretazione consecutiva intesa come macrocontesto è quello di favorire l’interazione comunicativa tra mittente e ricevente (oratore e suo interlocutore o pubblico), interazione dove l’interprete fa da tramite. Nel microcontesto, invece, l’interprete si rivolge a sé stesso: «emittente e ricettore coincidono nella figura dell’interprete, che scrive il testo a proprio esclusivo uso e consumo» (Allioni 1998: 30).

Come ogni evento comunicativo, anche l’interpretazione consecutiva, il macrocontesto e il microcontesto si possono analizzare dal punto di vista dei modelli che descrivono la comunicazione. In particolare, si sceglie qui di fare un confronto iniziale tra l’interpretazione consecutiva e il modello della comunicazione di Jakobson, mettendo in evidenza le diverse sfaccettature che caratterizzano il ruolo dell’interprete a seconda che si consideri il macrocontesto o il microcontesto. Seguirà un confronto con il modello di Shannon e Weaver, che permette di introdurre un elemento assente in quello jakobsoniano, ma presente nell’interpretazione consecutiva: il rumore semiotico.

3.1 Il modello della comunicazione di Jakobson

Nel saggio Linguistica e poetica, Roman Jakobson definisce i sei elementi che costituiscono la comunicazione verbale:

Il m i t t e n t e invia un m e s s a g g i o al d e s t i n a t a r i o. Per essere operante, il messaggio richiede in primo luogo il riferimento a un c o n t e s t o [...], contesto che possa essere afferrato dal destinatario, e che sia verbale, o suscettibile di verbalizzazione; in secondo luogo esige un c o d i c e interamente, o almeno parzialmente, comune al mittente e al destinatario (o, in altri termini, al codificatore e al decodificatore del messaggio); infine un c o n t a t t o, un canale fisico e una connessione psicologia fra il mittente e il destinatario, che consenta loro di stabilire e di mantenere la comunicazione (2002b: 185).

 

CONTESTO

MITTENTE MESSAGGIO DESTINATARIO

CONTATTO

CODICE

Figura 3.1 Lo schema della comunicazione di Jakobson.

Applicando il modello comunicativo di Jakobson all’interpretazione consecutiva intesa come macrocontesto, si può individuare un mittente-oratore che produce un messaggio rivolgendosi a un destinatario-interlocutore (o pubblico). Il codice in cui il messaggio è formulato non è però condiviso da mittente e destinatario ed è proprio per questo motivo che si rende necessaria la figura dell’interprete: questi si fa carico di decodificare il messaggio del mittente (formulato in LP) e di ricodificarlo in modo che sia comprensibile al destinatario (riformulandolo in LA). L’interprete permette quindi di stabilire e mantenere la comunicazione tra mittente-oratore e destinatario-interlocutore – comunicazione altrimenti impossibile – svolgendo così la funzione di canale comunicativo. Non solo: l’interprete è anche il primo ricevente del messaggio dell’oratore e, nel riportare tale messaggio al destinatario a seguito di una decodifica e di una ricodifica, diventa mittente a sua volta. La presenza di codifica e decodifica in tutti questi e nei passaggi del microcontesto indica, ancora una volta, che si tratta di processi caratterizzati da un certo residuo dovuto ai diversi cambi di codice (oggetto dell’ultimo capitolo).

Figura 3.2 Macrocontesto e microcontesto nell’interpretazione consecutiva.

Se si considera il livello del microcontesto, ai passaggi e ai ruoli considerati finora se ne aggiungono altri. All’interno della comunicazione superiore mittente-destinatario, dove l’interprete fa da tramite tra oratore e interlocutore, si configura infatti un ulteriore processo comunicativo: la presa di note, dove l’interprete usa il testo/appunti per comunicare con sé stesso. In questo processo l’interprete è mittente e destinatario al tempo stesso, e usa un linguaggio che lui solo conosce per produrre un messaggio (testo/appunti) cui lui solo avrà accesso, in una comunicazione dove il canale è rappresentato dalla penna e dal blocco per gli appunti di cui l’interprete si serve per annotare i contenuti del discorso dell’oratore e impostare la traduzione consecutiva. E, poiché «ogni comportamento verbale è orientato verso uno scopo» (Jakobson 2002b: 183), si considera la comunicazione tra oratore e interlocutore lo scopo nel macrocontesto, mentre lo scopo nel microcontesto è la comunicazione dell’interprete con sé stesso affinché possa adeguatamente svolgere il ruolo di canale comunicativo nel macrocontesto.

Nel microcontesto, l’interprete è non solo autore, ma anche lettore modello e lettore empirico del testo/appunti. In quanto autore, l’interprete opera delle scelte (creative) in funzione del suo lettore modello (ovvero lui stesso) che leggerà le note in un momento successivo per tradurle in un messaggio nella lingua dell’interlocutore (LA). Dall’interprete-lettore modello, l’interprete-autore si aspetta che abbia ben memorizzato il discorso dell’oratore e che sappia interpretare e fare buon uso del testo/appunti come supporto alla memoria, risolvendo anche eventuali parti di testo lasciate incerte in fase di annotazione a causa della fretta. Il lettore empirico (che è l’interprete-lettore reale, con le sue lacune e i suoi lapsus) condivide, in linea di massima, il codice dell’autore, ma potrà essere agitato e leggere un passaggio in maniera inaccurata, potrà non ricordare con esattezza un passaggio che non è stato ben annotato e quindi non corrispondere all’immagine ideale di lettore per cui l’interprete-autore ha scritto il testo/appunti. L‘interprete-autore deve perciò scrivere il suo testo/appunti in modo che sia quanto più comprensibile e utile al suo lettore, ricordando che il residuo comunicativo è dato anche «dall’errore di calcolo nell’elaborazione del lettore modello» (Osimo 2010a: 41). In questo senso, si sconsiglia (il più delle volte) di improvvisare, in fase di annotazione, un simbolo che poi, in fase di lettura, l’interprete-lettore empirico potrebbe non riuscire a decodificare.

Da una simile analisi risulta quindi che, nel processo comunicativo dell’interpretazione consecutiva, l’interprete ricopre il ruolo di ricevente → mittente → destinatario → mittente, in una continua mediazione tra macro- e microcontesto.

3.2 Il modello della comunicazione di Shannon e Weaver

Jakobson deriva il suo modello dal modello matematico della comunicazione di Shannon e Weaver (Osimo 2011: 24). Secondo il modello di Shannon e Weaver (1949), nella comunicazione (telefonica) sono coinvolte due figure: emittente e ricevente. La mente dell’emittente è la fonte del messaggio, che viene elaborato, codificato e trasmesso tramite un canale (il telefono). Il messaggio viene recepito dal ricevente e arriva alla sua destinazione, la mente del ricevente, dopo una sua decodifica.

Figura 3.3 Lo schema della comunicazione di Shannon e Weaver.

L’elemento importante che manca nel modello di Jakobson è il rumore semiotico, che può interferire con la trasmissione del messaggio. Il rumore semiotico è costituito da tutti quegli elementi che vanno a ostacolare la comunicazione: dalle interferenze o malfunzionamenti della linea telefonica ai rumori esterni che coprono la voce del parlante, fino alla mancata condivisione (da parte di emittente e ricevente) del bagaglio linguistico e culturale necessario per la comprensione del messaggio – quello che Lûdskanov definisce «un sistema di riferimento comune» che rispecchia un’esperienza condivisa della realtà (2008: 28).

Nell’interpretazione consecutiva, il rumore semiotico può essere dato dai rumori vari che non permettono all’interprete di cogliere tutte le parole del discorso (colpi di tosse dei presenti, una sedia che viene spostata) oppure dalla fine dell’inchiostro della penna con cui l’interprete sta prendendo appunti. O ancora, da interferenze di altro tipo come: incompetenza linguistica dell’interprete, culture diverse, interpretazioni diverse, diversi passaggi di codifica e decodifica… Ora, se il rumore semiotico è costituito da quei disturbi che alterano o possono alterare il segnale «eliminandolo, [o] rendendone difficile la captazione» (Eco 2016: 65), sicuramente interessa anche il caso in cui l’interprete (a causa di “buchi” nel testo/appunti che fatica a integrare con la memoria) non riesce a ricostruire un passaggio del discorso. Oppure il caso in cui simboli particolarmente polisemici rallentano l’interprete nella (de)codifica del significato più consono. O ancora, il caso in cui simboli tra loro simili, annotati frettolosamente, si prestano a essere confusi e interscambiati, diventando così fonte di rumore semiotico e, quindi, di un potenziale residuo. Tuttavia, è bene ricordare che l’interprete non si affida esclusivamente al supporto cartaceo, bensì a un’interazione e integrazione costanti tra appunti e memoria: questo – e la logica che mai lo deve abbandonare – gli consente di interpretare nel modo corretto gli appunti. Durante la lettura, inoltre, la mente attinge al suo repertorio di grafemi e trascura in modo automatico errori e imperfezioni presenti nel testo «a vantaggio della possibilità sensata più prossima» (Osimo 2011: 91). Nella proposizione «il cane rincore l gtto», si riconosce immediatamente che il cane rincorre il gatto. Si tratta di un esempio decisamente banale, ben lontano dai disorsi on cui si tova a che fre un itrprete. Ma di fronte ad annotazioni errate o ambigue, la mente dell’interprete attua inferenze, correzioni e scelte, aiutata dalla memoria, dalle conoscenze e dalla logica. Se nel testo/appunti l’interprete ha annotato in maniera ambigua un simbolo che potrebbe essere «Paese» ( ) o «prodotto» ( ), nella sua mente userà contesto, cotesto e corrispondenze logiche possibili (oltre alla memoria, naturalmente) per desumere l’interpretazione corretta.

4

I segni e la semiosi

Dopo aver analizzato l’interpretazione consecutiva dal punto di vista comunicativo, sembra ora opportuno entrare nello specifico della produzione dei segni che ne compongono il linguaggio (o meglio, il linguaggio personale che l’interprete elabora per l’autocomunicazione) e di come tali segni abbiano e/o acquistino significato.

4.1 Una grammatica per l’interpretazione consecutiva

La proposta procedurale di Allioni vuole essere una grammatica per l’interpretazione consecutiva, un sistema di regole per la produzione di segni e «per la loro organizzazione in sintagmi, proposizioni e frasi nell’ambito del testo/appunti» (1998: 81). I simboli e le abbreviazioni della presa di note costituiscono un linguaggio proprio perché regolati da convenzioni grammaticali e sintattiche, che ne garantiscono l’efficienza comunicativa (Russo 1998: XLII). Lo sviluppo di un linguaggio organizzato e stabile per l’interpretazione consecutiva (come organizzati e stabili sono i linguaggi naturali) non è il fine ultimo dell’interprete (Russo 1998: XLIII). Lo sforzo che la produzione e l’apprendimento del linguaggio richiede (come del resto richiede l’apprendimento di ogni nuova lingua) viene ampiamente «[ri]compensato dalla padronanza dell’interprete, in sede ufficiale di lavoro, derivante dall’affidabilità e solidità della tecnica sviluppata» (Russo 1998: XLIII).

Allioni, come Rozan, non dimentica di sottolineare che la sua proposta fornisce una serie di regole e procedure affinché l’interprete possa sviluppare il «proprio personale repertorio di segni» che, organizzati, andranno a costituire il codice (1998: 85). Queste regole non interessano soltanto l’elaborazione di un personale sistema di presa di note con le sue associazioni tra forma e contenuto dei segni, ma anche la continua verifica alla quale tale sistema deve essere sottoposto. Allioni distingue tra sistema virtuale (repertorio di segni e regole) e sistema attuale (il testo/appunti): l’interprete osserva l’uso effettivo nel testo/appunti (attualizzazione del linguaggio) dei segni scelti (sistema virtuale) e verifica l’efficacia e l’efficienza del linguaggio da lui elaborato. Efficacia ed efficienza sono i parametri necessari perché i segni soddisfino il principio di adeguatezza: i segni dovranno quindi essere quanto più prontamente «accessibil[i] in memoria, rapidamente trascrivibil[i], e direttamente riconoscibil[i] durante la rilettura» (Allioni 1998: 86). Il processo di verifica permette all’interprete di effettuare una selezione a posteriori dei segni adeguati, selezione che avviene in funzione dell’uso riscontrato nel sistema attuale (il testo/appunti) (Allioni 1998: 103).

Si può dire allora che i segni sono soggetti al «ciclo della connotazione» (Osimo 2010b: 76). Quando viene introdotto un nuovo simbolo o quando si aggiunge un significato a un simbolo già presente nel proprio repertorio, l’associazione tra il simbolo e il concetto ha carattere connotativo, ovvero non è ancora consolidata. Non tutti i significati connotativi hanno lunga vita: «alcuni hanno fortuna e si diffondono, mentre altri si spengono» (Osimo 2010b: 75). La nuova associazione attraversa una fase di verifica di adeguatezza, fase durante la quale il simbolo o la associazione hanno fortuna o sfortuna. Nel primo caso, vengono mantenuti, acquistando carattere denotativo: si perpetua così una relazione costante tra segno e contenuto che stabilisce quella che Eco chiama «convenzione semiotica» (2016: 41). Nel secondo caso l’uso di quel simbolo o di quella associazione decade, a favore di altri tipi di scelte. È comunque bene ricordare che, trattandosi di segni polisemici, gli elementi del linguaggio della presa di note rimangono caratterizzati da un certo valore connotativo.

L’interprete può ricavare segni per il suo sistema sia dai linguaggi naturali sia dai codici artificiali. Fonti utili sono il cirillico, i sinogrammi (caratteri cinesi), la punteggiatura, i segnali stradali, le emoticon e le icone delle applicazioni dei telefoni cellulari, i loghi commerciali, i simboli matematici. L’interprete metterà in atto una «parziale risemantizzazione» (Allioni 1998: 87). I segni scelti andranno infatti a costituire elementi del codice personalissimo dell’interprete e, in quanto tali, non denoteranno più ciò che denotano nel codice da cui vengono presi in prestito, ma acquisiranno nuovi significati, quelli che l’interprete – istintivamente o arbitrariamente – avrà attribuito loro. Spesso infatti la forma dei simboli è:

[…] totalmente arbitraria (ovvero culturale, legata a preferenze individuali), anche se spesso tali scelte vengono giustificate sulla base dell’iconismo: la pretesa “affinità” tra forma del segno e ciò che il segno designa, o il suo contenuto (Allioni 1998: 88).

Le associazioni tra forma e contenuto sono quindi arbitrarie e soggettive (nonché creative). Ma come avvengono queste associazioni?

4.2 Peirce: la semiosi

Quello che in semiotica viene chiamato «segno» deriva dall’interazione di un soggetto con il mondo esterno: un oggetto determina un segno che a sua volta determina un’idea nella mente di un soggetto, idea che vuole rappresentare quello stesso oggetto che ha determinato il segno. È la triade della significazione di Charles Sanders Peirce, dove l’idea nella mente del soggetto determinata dal segno (o dall’oggetto) viene chiamata «interpretante».

Figura 4.1 La triade della significazione di Peirce.

I passaggi fra i tre poli della triade di Peirce, oggetto-segno-interpretante, si realizzano tramite una mediazione creativa: «il significato non è dunque passivamente causato dall’oggetto» (Bonfantini 1980: XXXI), così come il segno non è intrinsecamente correlato all’oggetto – che esiste indipendentemente da esso – ma rappresenta una convenzione per indicarlo. Dunque il segno, che ha funzione informativa e carattere convenzionale, sta per un oggetto e «questa relazione (stare-per) è mediata da un interpretante» (Eco 2016: 38; Lûdskanov 2008: 26). Significato è quindi il contenuto, il senso di un segno, mentre il segno è il mezzo linguistico codificato per esprimere tale contenuto: entrambi – significato e segno – sono rappresentazioni (traduzioni) di un oggetto del mondo esterno (Lûdskanov 2008: 27). E, se si considera il significato (l’interpretante) alla stregua di una traduzione, il segno diventa prototesto e l’oggetto metatesto – o viceversa l’oggetto prototesto e il segno metatesto (Osimo 2011: 211).

Secondo Peirce, l’interpretante (il significato del segno) non è altro che l’«effetto» che quel segno veicola. In altre parole, è la rappresentazione emotiva, soggettiva che «stabilisce e riconosce la relazione» tra segno e oggetto nel processo semiotico (Osimo 2010a: 58). Questo significa che il soggetto è entrato in relazione con quel segno e quell’oggetto e ne ha prodotto una rappresentazione mentale. Questa rappresentazione mentale è tutt’altro che un’entità fissa e invariabile: è provvisoria e locale (Osimo 2010a: 83). Costituisce cioè una rappresentazione temporanea frutto degli affetti e delle esperienze del soggetto, rappresentazione che si evolve via via che l’individuo matura nuove esperienze, visioni ed emozioni in relazione a quel segno e a quell’oggetto, rendendo l’intero processo della significazione un processo soggettivo e in continua evoluzione:

Secondo Peirce, il segno sta per un oggetto secondo un certo punto di vista soggettivo, e in una determinata circostanza, con la mediazione di un segno mentale, l’interpretante. L’interpretante è soggettivo ed evolutivo, e quindi anche la semiosi è un processo variabile nello spazio, nel tempo, e nelle diverse culture (Osimo 2010a: 159-160).

Lo stesso segno produce quindi interpretanti diversi (soggettivi) in ogni persona: l’interpretante che media tra un oggetto e un segno in un soggetto sarà solo parzialmente assimilabile all’interpretante che media tra lo stesso oggetto e lo stesso segno in un altro soggetto (Osimo 2011: 27).

Ora, si è più volte sottolineato che il linguaggio della presa di note è particolarmente personale. E proprio nel personale meccanismo della significazione e nei personali interpretanti va ricercata la causa: ciò a cui istintivamente un segno rimanda nella mente di un interprete non è ciò a cui lo stesso segno rimanda nella mente di altri soggetti e interpreti. I segni della presa di note – ma ancor più i loro significati – derivano dalle personali esperienze dell’interprete, dagli stimoli a cui è soggetto, dagli input che accoglie (si tenga presente che si può prendere spunto da qualsiasi cosa). Derivano anche, banalmente, dalle sue conoscenze linguistiche. Ecco un esempio: nell’elenco di segni compilato per la presa di note, si è scelto di indicare «luogo», «territorio» con il simbolo di Google Maps che rappresenta la destinazione: (). Un interprete che ha tra le sue lingue attive (o passive) il tedesco potrebbe aver invece optato per la parola tedesca «Ort», che sicuramente offre altrettanta efficienza (rapidità di annotazione), ma talvolta non sufficiente efficacia (immediata significazione). O ancora: il segno che in musica rappresenta una pausa di un ottavo () può essere associato (per la somiglianza con le prime due lettere di «opportunità», «opportunity», «opportunité») a «opportunità», «possibilità», «chance», «occasion», mentre per un altro interprete potrà significare «pausa», «stallo», o qualcos’altro ancora, o nulla. O ancora: è dal logo della casa produttrice di ventilatori e climatizzatori Vortice che si è ottenuto il simbolo per «colpire», «ripercuotersi», «affecter»: ( ).

Dato che il processo di significazione tutto (ogni interpretazione di un segno in un interpretante, di un interpretante in un oggetto, di un oggetto in un interpretante e di un interpretante in un segno) è una traduzione, non potrà sfuggire a «una parziale perdita (residuo traduttivo) e [a] un’invarianza (coincidenza di senso) solo parziale» (Osimo 2017: 53). Questi passaggi semiotici e le relative perdite sono l’oggetto del prossimo e ultimo capitolo.

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La traduzione intersemiotica nell’interpretazione consecutiva

In questo ultimo capitolo verranno introdotti il linguaggio interno di Lotman, il concetto di informazione invariante di Lûdskanov e la traduzione totale di Torop, per arrivare, infine, a una proposta di modello comunicativo per l’interpretazione consecutiva che tenga conto di tutti gli elementi utilizzati – in questo e negli scorsi capitoli – per analizzarne i meccanismi.

5.1 Lotman: il linguaggio interno

Jurij Mihailovič Lotman individua due tipi di canale comunicativo, rispettivamente determinati da due possibili direzioni della trasmissione di un messaggio: comunicazione Io-Egli e comunicazione Io-Io (2001: 112). Nella comunicazione tradizionale Io-Egli, un messaggio viene trasmesso da un soggetto Io, che possiede l’informazione, a un destinatario terzo Egli. Esiste però un secondo tipo di comunicazione, dove un soggetto Io comunica a sé stesso un’informazione già nota, ed è questo il caso della direzione Io-Io. L’annotazione in un diario dei propri stati d’animo costituisce un esempio di quella che Lotman definisce «autocomunicazione» (2001: 113). Questa autocomunicazione è resa possibile dal linguaggio Io-Io che, prima di Lotman, Vygotskij ha definito «discorso interno», un discorso muto – privo di vocalizzazione – che riduce le parole, trasformandole in segni di parole (Lotman 2001: 119-120; Osimo 2011: 68).

Riprendendo il modello della comunicazione di Jakobson, Lotman spiega che, nel sistema Io-Egli, variabili sono i due poli estremi del modello (mittente e destinatario), mentre codice e messaggio rimangono costanti. Nel sistema Io-Io, invece, il depositario dell’informazione rimane invariato – mittente e destinatario sono la stessa persona – ed è il messaggio che, riformulato, acquisisce un nuovo significato. Questo nuovo significato deriva dal fatto che il messaggio iniziale viene ricodificato in «un secondo codice supplementare, […] ricevendo così i connotati di un messaggio nuovo» (2001: 113). Ciò significa che si ha non più uno, bensì due messaggi, in due codici differenti. Inoltre, se nel sistema Io-Egli il mittente, nel trasmettere il messaggio a un altro destinatario, rimane immutato, nel sistema Io-Io il destinatario è il mittente ristrutturato (tramite l’autocomunicazione): il processo autocomunicativo trasforma l’Io (Lotman 2001: 114).

In altre parole, l’Io emittente è più giovane dell’Io ricevente, anche se può trattarsi di poche frazioni di secondo; ciò che conta è che non è più interamente la stessa persona, perché quel frammento d’esperienza in più l’ha modificata, ciò che permette l’evoluzione del senso e il dialogo intrasoggettivo. Tale dialogo, secondo Lotman, è l’unico ad aggiungere significato all’enunciato iniziale, poiché il suo scopo non è informare l’altro di qualcosa che al mittente era già noto, ma di stimolare sé stesso a formulare una visione più evoluta di qualcosa (Osimo 2011: 65).

Il linguaggio interno di Lotman è il linguaggio mentale personale che permette all’individuo di “tradurre” e comprendere la realtà esterna ed è fatto proprio delle rappresentazioni mentali di Peirce, gli interpretanti: è un «codice interno individuale e non condivisibile in quanto tale, non verbale, che permette a ciascuno di conoscere e riconoscere» (Osimo 2011: 95).

5.2 La traduzione intersemiotica

Nel suo saggio sugli aspetti linguistici della traduzione, Jakobson elabora «una concezione semiotica della traduzione» (Osimo 2010a: 14), distinguendo tre forme di interpretazione di un segno linguistico:

  1. traduzione endolinguistica o riformulazione, quando i segni linguistici sono tradotti in altri segni della stessa lingua;

  2. traduzione interlinguistica (traduzione propriamente detta), quando i segni linguistici sono tradotti in un’altra lingua;

  3. traduzione intersemiotica o trasmutazione, quando i segni linguistici sono tradotti per mezzo di sistemi di segni non linguistici (2002: 57).

Per meglio comprendere l’ultima tipologia di traduzione, basti pensare all’adattamento cinematografico di un romanzo o alla messa in musica di un componimento poetico. La traduzione intersemiotica è dunque un «processo che comport[a] un cambiamento di tipo di codice» (Osimo 2010a: 20). Cambiamento che può essere da un linguaggio non verbale a un altro linguaggio non verbale, da un linguaggio verbale a un altro linguaggio verbale, da un linguaggio verbale a un linguaggio non verbale (e allora è una traduzione «deverbalizzante») e da un linguaggio non verbale a un linguaggio verbale (e allora è una traduzione verbalizzante) (Lûdskanov 2008: 46; Torop 2010: 11).

Applicando questa distinzione ai processi coinvolti nell’interpretazione consecutiva, si può dire che in essa coesistono e si intersecano traduzione interlinguistica e traduzione intersemiotica. A livello di macrocontesto (comunicazione oratore-interlocutore) l’interprete svolge la funzione di canale comunicativo e traduce il messaggio dell’oratore da una lingua A in una lingua B perché possa essere compreso dal suo destinatario finale, effettuando così una traduzione interlinguistica. Invece, a livello di microcontesto (comunicazione interprete mittente-interprete destinatario), l’interprete traduce il messaggio dalla lingua A dell’oratore nel suo linguaggio della presa di note per poi tradurlo da quest’ultimo nella lingua B per il destinatario finale. In questo caso si hanno quindi due traduzioni intersemiotiche tra codici di tipo diverso: le lingue naturali A e B e il codice della presa di note.

La traduzione intersemiotica non comprende però solo le traduzioni tra linguaggi verbali e linguaggi non verbali, ma anche:

[…] ogni singolo atto di comprensione (passiva) o codifica (attiva), perché si dà per scontato che ciascuna codifica/decodifica necessita di una traduzione da/verso un discorso interno mentale [...] perché ciascun individuo pensi e decodifichi/produca un discorso (Osimo 2011: 215).

La traduzione intersemiotica sta dunque alla base della semiosi (che è una traduzione) e di qualsiasi processo traduttivo, comprese le prime due tipologie jakobsoniane di traduzione, endolinguistica (intralinguistica) e interlinguistica. Aleksandăr Lûdskanov afferma infatti che la traduzione interlinguistica non è altro che una serie di processi di traduzione intersemiotica, di passaggi «dal verbale al mentale e dal mentale al verbale» (Osimo 2008: XIII). E così anche la traduzione intralinguistica. Ma anche la lettura, la scrittura, l’ascolto e la produzione di un discorso sono processi traduttivi intersemiotici e tutti attraversano una fase mentale, fase fondamentale e intrinseca a «qualsiasi atto di significazione (e traduzione)» (Osimo 2017: 27; 95). Nella lettura e nell’ascolto si ha un processo di deverbalizzazione, dove il prototesto (insieme di segni scritti in un caso, orali nell’altro) è verbale e viene tradotto (decodificato) in un metatesto non verbale (fatto di interpretanti): «[l]a percezione delle parole lette [o ascoltate] diventa, in prima istanza, una serie d’interpretanti, elaborati poi nel linguaggio interno» (Osimo 2011: 94). Nella scrittura e nella produzione orale di un discorso si ha invece un processo di verbalizzazione: il prototesto è un insieme di segni mentali (non verbali), di interpretanti che vengono tradotti (codificati) in un metatesto verbale.

A questo punto, dal momento che la traduzione – qualsiasi traduzione – comporta «necessariamente un passaggio attraverso il codice mentale, non verbale, e quindi una trasmutazione semiotica» (Osimo 2011: 66), si deve riconsiderare quanto detto in merito ai passaggi traduttivi dell’interpretazione consecutiva. Questa si configura infatti come una serie di traduzioni intersemiotiche: l’interprete ascolta l’oratore e comprende il suo messaggio, effettuando una traduzione intersemiotica deverbalizzante dal linguaggio verbale A al linguaggio interno. Dopodiché produce un messaggio che annota sul blocco degli appunti, traducendo dal linguaggio interno al codice della presa di note. Quando arriva il momento di rendere il messaggio al destinatario finale, l’interprete rilegge il testo/appunti e lo traduce dal linguaggio della presa di note nel linguaggio interno. Infine compie una traduzione intersemiotica verbalizzante e, partendo dal linguaggio interno, formula il messaggio nel linguaggio verbale B del destinatario finale, l’interlocutore dell’oratore (o il suo pubblico).

La traduzione – e l’interpretazione consecutiva – consiste quindi in una serie di atti di codifica e decodifica:

Per «codifica» s’intende la rappresentazione di una certa informazione attraverso i mezzi messi a disposizione da una certa lingua, mentre per «decodifica» s’intende l’operazione opposta; in altre parole l’estrapolazione di una certa informazione da un messaggio codificato nella forma di una certa lingua (Lûdskanov 2008: 25).

Lûdskanov individua cinque livelli gerarchicamente ordinati nella struttura dei linguaggi naturali, che sono il livello grafico o fonetico (livello più superficiale), il livello semico, il livello morfologico, il livello sintattico e il livello semantico (livello più profondo) (2008: 24). La decodifica segue «passaggi successivi dal livello superficiale a quello profondo», quindi dal livello grafico o fonetico al livello semantico, mentre la codifica segue «passaggi successivi dal livello più profondo a quello superficiale», dal livello semantico al livello grafico o fonetico (Lûdskanov 2008: 55-56).

All’interno della traduzione intesa come processo, Lûdskanov distingue due fasi, una di analisi e una di sintesi. Queste due fasi rappresentano, rispettivamente, l’inizio e la fine del processo traduttivo, processo che «scorre tra due testi, [è] una relazione tra originale e traduzione» (Torop 2010: 25; 37). Va precisato che analisi e sintesi non si susseguono in modo lineare nella mente del traduttore: non rappresentano cioè «un ordine cronologico del lavoro del traduttore, ma rappresentano il suo orientamento, che ci permette di stabilire lo scopo complessivo della traduzione, la sua dominante» (Lûdskanov 2008: 55; Torop 2010: 37). Se infatti il processo di analisi è rivolto al prototesto e consiste nella sua decodifica e comprensione (significazione, attribuzione di senso), il processo di sintesi è rivolto al metatesto e al lettore della traduzione (o al consumatore del metatesto, quindi anche alla persona che ascolta un discorso) (Torop 2010: 37). Questo perché il traduttore (e quindi anche l’interprete) dovrà mettere in atto una strategia che definisca la sua dominante e il suo lettore modello, in modo da trasmettere un’informazione invariante e gestire quanto meglio possibile il residuo comunicativo.

5.3 Informazione invariante e residuo comunicativo

Peeter Torop introduce il concetto di «traduzione totale» e vi racchiude non solo la traduzione interlinguistica in senso stretto, ma tutti i tipi di traduzione (intralinguistica, metatestuale, intersemiotica, intertestuale, ecc.), aspirando a un modello unico, tassonomico e virtuale, che possa descrivere ogni processo traduttivo:

Tassonomico perché permette di descrivere tutti i tipi di traduzione possibili. Virtuale perché il processo traduttivo è sempre una relazione tra prototesto e metatesto, e l’attualizzazione concreta del modello è legata, da una parte, allo specifico del prototesto e ai fini del metatesto, e dall’altra è definita dalla presenza della personalità creativa del traduttore nel processo traduttivo (Torop 2010: 95).

Poiché non esiste traduzione – interlinguistica quanto meno – senza residuo comunicativo (senza cioè una perdita di parte del messaggio), la traduzione totale prevede una strategia traduttiva per la gestione di tale residuo: il traduttore deve in primo luogo individuare la dominante e il lettore modello del testo e della sua traduzione e, in secondo luogo, individuare quegli «elementi che, se necessario, vanno sacrificati pregiudicando quanto meno possibile l’integrità del testo» (Torop 2010: 78; 99). Gli elementi che non vengono tradotti nel metatesto (nella traduzione) andranno inseriti, per quanto possibile, nell’apparato metatestuale, ovvero nei testi che accompagnano la traduzione, completandola e agevolandone la decodifica, supplendo così «a ciò che non viene espresso direttamente nel testo tradotto» (Osimo 2010a: 27; 95). Sono esempi di metatesti le note, le postfazioni e i commentari, ma anche il titolo stesso di un testo.

Il processo traduttivo (e comunicativo) si configura quindi come processo di approssimazione il cui scopo è quello di «veicolare un’informazione invariante rispettando quella veicolata dal prototesto» (Lûdskanov 2008: 46). In altre parole, nel processo traduttivo c’è un prototesto, un messaggio fonte dell’informazione che il traduttore percepisce, decodifica, comprende, codifica e restituisce in un metatesto, e l’informazione contenuta nel metatesto «deve, per quanto possibile, essere invariante rispetto all’informazione contenuta [nel prototesto]» (Lûdskanov 2008: 41-42).

L’informazione invariante (la dominante) viene definita anche in base al lettore modello che ci si prefigura. È anche in funzione del lettore modello, infatti, che il traduttore definisce la dominante e il non-detto, l’implicito e di conseguenza il residuo:

Individuare la dominante di un testo – e decidere di conseguenza quale sia questo residuo – è legato anche alla prefigurazione del lettore modello. In funzione di un determinato lettore modello, il traduttore sceglie come dominante l’aspetto di quel dato testo che ritiene più importante, e tollera come residuo gli elementi che ritiene secondari (Osimo 2011: 102-103).

Il residuo è un dunque elemento inevitabile di qualsiasi passaggio comunicativo e traduttivo. Esso è dovuto al rumore semiotico, interferenza che si presenta potenzialmente in ogni scambio tra un mittente e un destinatario e quindi – nella traduzione interlinguistica – tra mittente e traduttore-ricevente prima e tra traduttore-mittente e lettore (destinatario finale) poi. Non solo: il semplice fatto che ogni traduzione (e comunicazione) attraversa una fase mentale con il suo linguaggio interno e la differenza stessa tra il linguaggio interno e il linguaggio verbale implicano un residuo. Il linguaggio interno infatti è «molto più veloce; molto più prontamente disponibile; molto più facilmente comprensibile dall’interno; molto più preciso» del linguaggio verbale e quindi molto più economico (Osimo 2010a: 34). Questo perché, mentre il linguaggio verbale è discreto (ha una sintassi lineare e si possono individuare i singoli elementi o unità che lo compongono), il linguaggio Io-Io è continuo: è fatto di pensieri che «sfumano uno nell’altro» e non sono circoscrivibili in singoli elementi distinti gli uni dagli altri (Osimo 2011: 20; 142). Così il linguaggio interno e il linguaggio verbale sono di «natura intrinsecamente e strutturalmente diversa» e qualsiasi traduzione tra i due linguaggi comporta inevitabilmente la perdita di una parte del messaggio, dunque un certo residuo comunicativo (Osimo 2011: 21).

Un altro aspetto da tenere in considerazione è che il linguaggio interno è fatto di interpretanti (rappresentazioni mentali della realtà esterna): questi sono per definizione personali e soggettivi e determinano, di conseguenza, la soggettività dei processi di semiosi e di interpretazione. La comunicazione (e la traduzione) presuppone la formulazione e la comprensione di un messaggio, che viene sottoposto a una codifica e a una decodifica. Codifica e decodifica vengono effettuate da due persone diverse, mittente e destinatario, che avranno ai rispettivi poli – come prototesto nel primo caso e come metatesto nel secondo caso – interpretanti soggettivi e dunque rappresentazioni mentali differenti di quello stesso messaggio:

Il residuo comunicativo è dovuto in parte – ed è una parte molto importante – proprio alla discrepanza tra le modalità di codifica dell’emittente e le modalità di decodifica del ricevente. In altre parole, il residuo comunicativo è dovuto alla discrepanza tra gli interpretanti dell’emittente e gli interpretanti del ricevente (Osimo 2011: 27).

Questo implica che ogni consumatore del metatesto, nella decodifica del messaggio avrà una perdita di informazione rispetto a quanto espresso dal mittente e quindi un residuo.

C’è poi il residuo dato dalla strategia narrativa dell’autore prima e dalla strategia traduttiva del traduttore poi, strategia volta alla scelta della dominante e del lettore modello del testo di cui si è parlato poc’anzi. Da non dimenticare infine il fatto che possono verificarsi casi in cui il traduttore ha un’insufficiente conoscenza linguistica e culturale, a causa della quale può estrapolare (in fase di analisi) solo una minore quantità d’informazione, generando così un ulteriore residuo (Lûdskanov 2008: 54).

5.4 Un modello della comunicazione per l’interpretazione consecutiva

Bruno Osimo rielabora il modello classico della comunicazione (emittente, ricevente, codice, canale, residuo, messaggio) mettendo in evidenza i vari passaggi intersemiotici e i residui via via generati nel processo traduttivo (2011: 153). Partendo da tale modello si propone qui un’analisi dell’interpretazione consecutiva che, come ogni processo comunicativo (e traduttivo), avviene tramite passaggi intersemiotici e che, come ogni processo comunicativo (e traduttivo), comporta un residuo.

Figura 5.1 Il linguaggio interno nell’interpretazione consecutiva

L’oratore ha preparato e pronuncia un discorso in una lingua A. Non è però riuscito (sia in fase di preparazione sia in fase di enunciazione) a convertire del tutto il materiale mentale in parole: si ha un primo residuo (R), dato dalla traduzione intersemiotica tra linguaggio mentale continuo e linguaggio verbale discreto (e dalla strategia comunicativa dell’oratore in funzione di una certa dominante e di un certo destinatario modello). Tra oratore e interprete-ricevente si presentano delle interferenze (rumori vari) che ostacolano la ricezione del messaggio e portano – potenzialmente – alla generazione di un secondo residuo (R₂). L’interprete-ricevente ascolta e, per comprendere il messaggio, lo decodifica: compie una traduzione intersemiotica deverbalizzante dal linguaggio verbale discreto al linguaggio interno continuo (fatto di interpretanti che differiscono dagli interpretanti dell’oratore), generando ulteriore residuo comunicativo che si decide qui di accorpare al residuo precedente (R₂). Bisogna ricordare che questa traduzione intersemiotica comprende già (almeno parzialmente) una traduzione interlinguistica in senso stretto: l’interprete svolge pur sempre la funzione di canale del macrocontesto e deve quindi trasferire i contenuti espressi nella lingua A dell’oratore in una lingua B per il destinatario finale. Ipotizzando che la lingua A sia la lingua “straniera” e che la lingua B sia la lingua madre dell’interprete, l’interprete potrebbe (in questa fase, ma anche in tutte quelle successive) avere difficoltà nella comprensione o compiere errori traduttivi, dovuti a una conoscenza incompleta della lingua “altra” (ma anche a lacune di ordine culturale), e accrescere quindi la mole del secondo residuo. Quanto detto per la traduzione da una lingua A straniera alla lingua B madre vale naturalmente anche per il processo inverso, ovvero per la traduzione dalla lingua madre a una lingua straniera.

Figura 5.2 L’interferenza nell’interpretazione consecutiva

Avendo compreso il messaggio dell’oratore per mezzo delle sue rappresentazioni mentali, l’interprete deve poi produrre un messaggio scritto per sé stesso. È l’autocomunicazione: l’interprete si fa mittente e compie una traduzione intersemiotica verbalizzante dal suo linguaggio interno (continuo) al suo linguaggio della presa di note (che è scritto e discreto). Ma poiché non tutto quello che ha elaborato nel linguaggio interno viene inserito nel testo/appunti si ha un terzo residuo (R₃) – sempre incrementato dalla discrepanza tra i suoi interpretanti e quelli dell’oratore e da una potenziale incompetenza (inter)linguistica, nonché dalla strategia traduttiva adottata. In questa fase (come in ogni atto comunicativo tra un mittente e un destinatario) si possono inoltre presentare delle interferenze (la penna mal funzionante, un foglio che si strappa inavvertitamente nel cambiare pagina) che possono andare a disturbare l’annotazione e ad accrescere ulteriormente il residuo (R₃).

Quando il discorso dell’oratore termina, giunge il momento per l’interprete di rileggere il testo/appunti, che viene sottoposto a una decodifica: l’interprete opera una traduzione intersemiotica deverbalizzante dal codice (discreto) della presa di note al linguaggio interno (continuo). Gli interpretanti che rappresentano mentalmente il messaggio in questa fase (interpretanti dell’interprete-produttore del discorso per l’interlocutore) non sono più gli interpretanti della fase di decodifica del discorso dell’oratore (interpretanti dell’interprete-ricevente del discorso). Va ricordato infatti che il linguaggio interno stesso attribuisce un nuovo significato al messaggio e che gli interpretanti sono entità provvisorie e locali: nell’ascoltare il discorso dell’oratore, l’interprete avrà approfondito in qualche modo la sua conoscenza della realtà e modificato le sue rappresentazioni mentali a riguardo. Nella fase di decodifica del testo/appunti, si possono poi presentare delle interferenze: un segno può risultare di difficile decodifica a causa dell’annotazione frettolosa o dell’impossibilità di ricordare un certo passaggio del discorso. L’interprete-lettore empirico si stacca dall’interprete-lettore modello per cui il testo/appunti è stato scritto e questo determina un quarto residuo (R₄).

Dopodiché, l’interprete effettua un’ultima traduzione intersemiotica – verbalizzante – dal suo linguaggio interno (continuo) alla lingua B (discreta) del destinatario finale, l’interlocutore (o pubblico). Ma anche qui parte del materiale mentale non arriva a essere espresso verbalmente e lascia così un quinto residuo (R₅), al quale non mancano di contribuire la potenziale incompetenza (inter)linguistica dell’interprete e le scelte determinate dalla strategia traduttiva. Tra interprete-mittente e destinatario finale del messaggio (come sempre tra un mittente e un destinatario) si possono poi interporre delle interferenze come rumori vari che coprono la voce dell’interprete, malfunzionamenti del microfono e differenze culturali. Queste interferenze generano un ulteriore residuo (R₆). Lo stesso destinatario finale della comunicazione nell’interpretazione consecutiva (l’interlocutore dell’oratore), per comprendere il messaggio, deve sottoporlo a una decodifica nel suo linguaggio mentale. Opera quindi una traduzione intersemiotica deverbalizzante dal linguaggio verbale discreto al suo linguaggio interno (continuo), accrescendo il residuo finale (R₆). Quest’ultimo residuo è dato anche, a sua volta, dalla differenza tra gli interpretanti del destinatario finale-interlocutore, gli interpretanti dell’interprete e gli interpretanti dell’oratore, nonché dallo scarto tra l’interlocutore come consumatore empirico del messaggio e l’interlocutore modello che invece l’interprete si è prefigurato nella sua strategia traduttiva.

L’interprete deve prevedere una gestione del residuo derivato da tutti i passaggi traduttivi dell’interpretazione consecutiva. Parte di questo residuo – nella traduzione scritta – può essere collocato nei metatesti, i testi che affiancano e trattano del testo principale. Nell’interpretazione consecutiva intesa a livello di macrocontesto (comunicazione oratore-interlocutore), è però difficile pensare a possibilità paratestuali per la gestione del residuo: il metatesto (testo principale) è costituito dalla traduzione orale dell’interprete, che non viene generalmente accompagnata da altri testi come avviene invece nel caso di un’opera scritta.

A livello di microcontesto (comunicazione dell’interprete con sé stesso), si può considerare invece la memoria come apparato paratestuale per la gestione di una parte del residuo. Del resto, anche la memorizzazione è un processo traduttivo, nel quale «si verificano trasformazioni di segni di un prototesto in segni di un altro codice conservando un’informazione invariante» (Lûdskanov 2008: 45). L’interprete non annota infatti tutte le informazioni del discorso nel suo testo/appunti, ma effettua una cernita sulla base delle possibilità tempistiche e anche sulla base delle sue conoscenze, individuando la dominante in funzione dell’interprete-lettore modello. Un esempio: se si parla di una decisione del Presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump, al cui noto disinteresse e ostruzionismo nei confronti delle tematiche ambientali si fa cenno in un inciso, l’interprete potrà appuntare ( Trump ) (che racchiude nel suo significato anche «Presidente degli Stati Uniti d’America») e rappresentare quell’inciso con due parentesi ( ( ) ), o inserire al più il simbolo di ambiente sbarrato tra le parentesi ( () ) (principio di negazione di Rozan) per aiutare la memoria a ricordare il tema dell’inciso. Si può dire quindi che la memoria, per l’interprete, funge da apparato metatestuale per una migliore decodifica e comprensione del testo/appunti, che viene integrato con le informazioni memorizzate e non annotate.

Conclusioni

L’interprete, nell’interpretazione consecutiva, fa affidamento su due strumenti: i suoi appunti e la sua memoria. E, considerata l’interpretazione consecutiva secondo i modelli della comunicazione, si possono distinguere due livelli comunicativi, macrocontesto e microcontesto. Nel macrocontesto, l’interprete è canale comunicativo tra oratore e interlocutore. Nel microcontesto, si può notare come l’interprete svolga diverse funzioni: è ricevente del messaggio dell’oratore, è mittente del messaggio scritto nel testo/appunti di cui è anche lettore modello e lettore empirico (quindi destinatario) ed è infine mittente del messaggio finale che verrà ascoltato dal vero destinatario del processo dell’interpretazione consecutiva, l’interlocutore o pubblico. L’interprete produce quindi due metatesti: il testo/appunti e le informazioni memorizzate. Se si considera il testo/appunti il testo principale, la traduzione, si può considerare la memoria come apparato paratestuale per esprimere ciò che non è stato riportato nel testo/appunti. Testo/appunti e testo memorizzato sono entrambi volti alla produzione del messaggio ultimo, il metatesto orale nella lingua dell’interlocutore.

Il testo/appunti è scritto in quello che si configura come un vero e proprio linguaggio, elaborato dall’interprete stesso. Malgrado l’intento iniziale di dichiarare quello della presa di note un linguaggio naturale al pari di inglese, tedesco, lingua dei segni e cinese, non si è potuto prescindere dalla caratteristica prima delle lingue naturali: il loro spontaneo sviluppo per la comunicazione tra membri di un gruppo. Il codice della presa di note condivide molti principi regolatori e strutturali con i linguaggi naturali, ne condivide la polisemia degli elementi e l’impossibilità di una traduzione interlinguistica basata su sostituzioni meccaniche tra equivalenti, ma non ne condivide il primo principio fondante: il linguaggio della presa di note resta artificiale nella sua genesi, elaborato consapevolmente dall’interprete e utile a lui solo, ai fini dell’autocomunicazione.

La creazione di questo linguaggio si spiega attraverso la semiosi peirciana e gli interpretanti, che ne determinano la singolarità – si può quasi dire che esista un linguaggio della presa di note per ciascun interprete e per ciascuno studente di mediazione linguistica. I segni del linguaggio della presa di note sono messi in relazione a oggetti della realtà esterna e alle idee mentali dell’interprete relative a quegli oggetti: sono scelti e dotati di significato proprio in funzione della loro capacità evocativa e quindi della loro stretta relazione con le esperienze dell’interprete e i suoi interpretanti.

L’interpretazione consecutiva e i passaggi in cui la medesima si articola pongono dunque il problema della distinzione tra linguaggio verbale (esterno) e linguaggio mentale (interno), tra linguaggio discreto e continuo. I ripetuti passaggi di codifica e decodifica, nonché i diversi linguaggi che si relazionano e vicendevolmente si traducono, comportano un residuo comunicativo – aumentato inoltre dal rumore semiotico e dalla strategia traduttiva dell’interprete. Il modello finale proposto, lungi dall’essere comprensivo di tutte le variabili presenti nell’interpretazione consecutiva, vuole semplicemente tirare le fila dell’analisi compiuta. Tale modello ricalca i modelli classici della comunicazione integrandoli con le figure presenti nell’interpretazione consecutiva, i concetti di residuo e interferenza, di linguaggio interno e dunque di traduzione verbalizzante e deverbalizzante.

Analizzare l’interpretazione consecutiva e la presa di note da un punto di vista semiotico potrebbe rivelarsi non solo interessante ma anche utile. Utile perché si mette in evidenza – e soprattutto si motiva – l’estrema soggettività della significazione dei simboli e delle associazioni segno-contenuto. Troppo spesso infatti lo studente, per pigrizia o per riverenza, si lascia affascinare e intimidire dai simboli proposti nei manuali e dai docenti, rinunciando allo sviluppo di un proprio sistema e sottovalutando il potenziale di segni che, elaborati e/o scelti da lui personalmente, possono rivelarsi estremamente più efficienti ed efficaci. Un linguaggio e un repertorio di segni messi a punto dallo studente in prima persona risponderebbero maggiormente al principio di adeguatezza, favorendo una più completa padronanza dell’autocomunicazione (la scrittura del testo/appunti e la sua lettura) e garantendo, di conseguenza, una migliore performance nel macrocontesto.

Riferimenti bibliografici

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1Traduzione italiana del titolo in Russo 1998: XXVI.

2Traduzione personale. In originale: «the ABC of consecutive note-taking» (Gillies 2004: 7).

3Traduzione personale. Nel testo consultato: «1. Noting the Idea Rather than the Word 2. The Rules of Abbreviation 3. Links 4. Negation 5. Emphasis 6. Verticality 7. Shift» (Rozan 2004: 15).

4Traduzione personale. Nel testo consultato: «A. The Symbols of Expression», «B. The Symbols of Motion», «C. The Symbols of Correspondence», «D. Symbols for Things» – in particolare, in merito all’ultima categoria, «symbols for concept words which recur most frequently» (Rozan 2004: 25-31).

Oct 102017
 

Lotman: La questione dell’inquadratura

SARABIANCA MAURI

Fondazione Milano

Civica scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli»

via Francesco Carchidio 2  20144 MILANO

Relatore: professor Bruno OSIMO

Diploma in Mediazione linguistica

autunno 2017

 © Û.M. Lotman: «Semiotika kino i problemy kinoèstetiki» 1973

© SaraBianca Mauri per l’edizione italiana 2017

La traslitterazione dal russo è stata eseguita in conformità alla norma ISO/R 9:1995.

ABSTRACT IN ITALIANO

Si propone la traduzione del capitolo Problema kadra [La questione dell’inquadratura] del saggio Semiotika kino i problemy kinoèstetiki [La semiotica del cinema e le questioni dell’estetica filmica] di Ûrij Mihajlovič Lotman, in cui l’autore dà una sua definizione di «inquadratura filmica» presentandola come il mezzo grazie al quale è possibile discretizzare la realtà continua. Confermando la teoria di Lotman, nella prefazione si approfondiscono l’analisi dell’inquadratura intesa come parola del linguaggio filmico, le somiglianze tra il regista e il traduttore nell’approccio alla realizzazione di un film o alla traduzione di un testo, e l’analogia tra film e traduzione.

 

ENGLISH ABSTRACT

This work presents a translation of the chapter Problema kadra [The shot question] from the book Semiotika kino i problemy kinoèstetiki [Semiotics of the cinema and the film aesthetics questions] by Ûrij Mihajlovič Lotman, where the author gives his definition of “filmic shot”, presenting it as the way to make continuous reality discrete. Confirming Lotman’s theory, the foreword examines the notion of “shot” as word of the filmic language, the similarities between a film director and a translator when dealing with the realisation of a film or the translation of a text, and the analogy between film and translation.

 

РЕЗЮМЕ НА РУССКОМ ЯЗЫКЕ

В данной работе предоставлен перевод главы «Проблема кадра» из книги «Семиотика кино и проблемы киноэстетики» Юрия Михайловича Лотмана, где афтор представляет «кинокадр» как носитель дискретности в непрерывную реальность. Подтверждая теорию Лотмана, предисловие пересматривает понятие кадра как слово киноязыка, сходства между режиссёром и переводчиком занимающимися реализацией фильма или переводом текста, и аналогию между фильмом и переводом.

Sommario

  1. PREFAZIONE 4

1.1.  Introduzione 4

1.2.  L’inquadratura come la parola 4

1.3.  Il regista come il traduttore 6

1.4.  Il film come la traduzione di un testo 9

  1. TRADUZIONE 12
  2. RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI 31


 

1      PREFAZIONE

1.1    Introduzione

 

Il capitolo Problema kadra [La questione dell’inquadratura], oggetto di questa tesi, è tratto dal saggio Semiotika kino i problemy kinoèstetiki [La semiotica del cinema e le questioni dell’estetica filmica] di Ûrij Mihailovič Lotman, la cui prima edizione risale al 1973.

L’espressione «semiotica del cinema» fu coniata dal semiologo del film e teorico cinematografico francese Christian Metz, che la usò per la prima volta nell’articolo Le cinéma: langue ou langage?, pubblicato nel 1964 sulla rivista «Communications». In questo articolo, Metz propone un’analisi del cinema come linguaggio: le sue parole sono le immagini, che vengono scelte appositamente per trasmettere un messaggio.

In Problema kadra, Lotman si sofferma sul significato delle inquadrature nei film e sull’importanza del loro ruolo all’interno di una realtà discreta, costruita sul modello della realtà esterna.

 

«La vita filmica, a differenza della vita reale, costituisce una catena, “una serie di pezzi in fila” (Ėjzenštejn)» (Lotman 1973:45).

 

 

1.2    L’inquadratura come la parola

 

Le immagini che compongono un film sono le inquadrature. Una loro caratteristica fondamentale è la «capacità di diventare segni convenzionali, di trasformarsi da semplici impronte di una cosa a parole del linguaggio filmico» (Lotman 1973:53).

Inquadrare dà la possibilità di dare un confine alla realtà esterna, di ritagliarne un quadretto e isolarlo in modo da poterlo osservare senza essere distratti dall’ambiente che lo circonda. Il “pezzetto di mondo” viene selezionato in base all’elemento su cui è importante dirigere l’attenzione in un determinato momento, in una precisa circostanza.

Presa singolarmente, l’inquadratura «gode della libertà insita nella parola» (Lotman 1973:43): ha un significato proprio, che può variare ed essere interpretato diversamente a seconda delle inquadrature che la accompagnano e del contesto in cui è inserita. Se si unisce ad altre, può portare alla rappresentazione di una realtà che si scopre poco per volta e in cui ogni pezzetto è importante e necessario per completarla e, quindi, comprenderla. Il risultato della fusione di più inquadrature, ossia del montaggio, è «un’unità di senso complessa di livello più alto» (Lotman 1973:54), una visione d’insieme di cui si diventa consapevoli solo quando tutti i tasselli del puzzle sono stati fatti combaciare, come una frase che viene composta pian piano, soppesando ogni parola, e il cui senso è chiaro solo dopo averla letta dall’inizio alla fine.

«L’inquadratura entra nell’interezza del film conservando l’indipendenza del portatore di un significato separato» (Lotman 1973:54). Se riscriviamo questa frase sostituendo «inquadratura» con «parola», «interezza» con «contesto» e «film» con «testo», l’analogia tra il cinema e il linguaggio, proposta in primo luogo da Chirstian Metz, risulterebbe più che evidente: «La parola entra nel contesto del testo conservando l’indipendenza del portatore di un significato separato». Come le parole, quindi, le inquadrature hanno la capacità di modificare il loro significato a seconda del contesto e tramite la loro combinazione con altre.  Consideriamo, per fare un esempio, la storia, scritta, raccontata oralmente o filmica, di una donna che, per un motivo qualsiasi, recupera la vista dopo tanti anni. In un testo scritto o orale, la narrazione sarà probabilmente interrotta per dare spazio alla descrizione dettagliata della prima cosa che la donna vede, usando delle parole che diano particolare enfasi alle caratteristiche prettamente visive. In un film, invece, a meno che non si scelga di inserire una voce fuoricampo che spieghi verbalmente le immagini mostrate, il modo più efficace che si ha per far notare un dettaglio è inquadrarlo, quindi ritagliarlo e mostrare solo quello sullo schermo. Nel caso in cui la prima cosa che la protagonista vede siano le mani, si potrebbe decidere di inquadrare le mani e lo spettatore si accorgerebbe, insieme alla donna che recupera la vista, dei particolari invisibili agli altri quattro sensi (come la colorazione della pelle, le eventuali macchie senili, il colore dello smalto e così via). In questo contesto, la scelta di soffermarsi sulla descrizione verbale delle mani o di inquadrarle non conferisce importanza alle mani in quanto tali, ma al fatto che la donna sia finalmente riuscita a vederle. «Da questo deriva una conclusione essenziale: durante la trasformazione dello spazio sconfinato in un’inquadratura, le immagini diventano dei segni e possono denotare non solo quello di cui sono il riflesso visibile» (Lotman 1973:53).

L’inquadratura, come sostiene Lotman, si può dunque considerare la parola del linguaggio filmico, dal momento che è: l’«unità minima del montaggio», come la parola è l’“unità minima” della frase; l’«unità fondamentale della composizione della narrazione filmica», come la parola è l’“unità fondamentale” della composizione della narrazione scritta e orale; l’«unitarietà degli elementi intrainquadraturiali», come la parola è l’“unitarietà” degli elementi da cui è formata; l’«unità del significato filmico», come la parola è l’unità del significato verbale.[1]

 

 

1.3    Il regista come il traduttore

 

«Soltanto nel momento in cui il cinema ha posto il montaggio alla base del proprio linguaggio artistico, la scomposizione in inquadrature è diventata un elemento fondamentale senza il quale i creatori del film non possono costruire il loro messaggio e il pubblico non può recepirlo.» (Lotman 1973:47).

La trasformazione del mondo visibile continuo (senza interruzioni) nel mondo filmico discreto (scomposto in inquadrature) avviene per mano del regista.  Il regista osserva l’immenso vocabolario della realtà visibile e sceglie, nell’infinità di parole, quelle che, secondo lui, sono indispensabili alla realizzazione del “messaggio filmico” che vuole trasmettere agli spettatori. Mediante le inquadrature, compone una sua visione del mondo e, allo stesso tempo, dà allo spettatore i mezzi per comprenderla. Il regista si comporta, quindi, come un traduttore linguoculturale che seleziona accuratamente le parole da usare nella sua traduzione per far sì che i lettori del metatesto, ricevano lo stesso messaggio dei lettori del prototesto. Detto altrimenti, il suo compito – del regista come del traduttore – consiste nel trasformare un mondo, che funge da modello, in un mondo altro, sconosciuto a spettatori e lettori, cercando di farlo comprendere a un pubblico non consapevole dell’idea originaria che aveva permesso la trasfigurazione del mondo-modello. Questa “idea originaria” è la base su cui si fonda il processo di traduzione – sia da un testo all’altro che dalla realtà esterna alla realtà filmica -, poiché è, insieme, il punto di partenza e il punto d’arrivo che bisogna tenere sempre presente quando si traduce, ovvero il messaggio che si vuole trasmettere.

Un esempio concreto è quello di Inside Out, recente film d’animazione firmato Disney Pixar, la cui protagonista viene mostrata, in un flashback, nei momenti della sua infanzia in cui ha provato per la prima volta gioia, tristezza, disgusto, rabbia e stanchezza. Per la scena del disgusto, si è scelto di “inquadrare” la bambina davanti a un piatto di broccoli, una verdura di cui i bimbi americani (come si evince dai tanti film con protagonisti bambini) farebbero volentieri a meno. Nella versione del film doppiata in giapponese, però, il regista Pete Docter, proponendosi anche come mediatore culturale, ha deciso di mostrare, al posto dei broccoli, dei peperoni verdi. In Giappone, infatti, i bambini adorano i broccoli, mentre sono i peperoni verdi il cibo “più odiato dai bambini”.

Questo esempio dimostra quanto sia importante, per un regista, far arrivare il messaggio e non soffermarsi solo su un’immagine semplicemente perché “è bella da vedere”.

 

«“We learned that some of our content wouldn’t make sense in other countries […] For example, in Japan, broccoli is not considered gross. Kids love it. So we asked them, What’s gross to you? They said green bell peppers, so we remodeled and reanimated three separate scenes replacing our broccoli with green peppers” [Abbiamo saputo che alcuni dei nostri contenuti non avrebbero avuto senso in altri paesi. Per esempio, in Giappone i broccoli non sono considerati disgustosi. I bambini li adorano. Allora abbiamo chiesto loro: “Cos’è disgustoso per voi?”. Hanno detto i peperoni verdi, perciò abbiamo rimodellato e rianimato tre scene separate sostituendo i nostri broccoli con dei peperoni verdi”]» (Pete Docter a «businessinsider.com»).

 

Il regista, nel trasmettere un messaggio, diventa un mediatore culturale tanto quanto un traduttore che analizza e sceglie quale parte della realtà conosciuta dai lettori del metatesto è in grado di sostituire la parte della realtà conosciuta dai lettori del prototesto (ma non dai lettori) senza alterare il significato che l’autore del prototesto vuole conferirle. In sintesi, sia il traduttore che il regista tramite, rispettivamente, le parole e le inquadrature – adattano i contenuti di una mente a quelli di un’altra in modo che entrambe capiscano la medesima cosa. Naturalmente, questo processo di adattamento non è unico e universale, ma diverso per ogni regista o traduttore. Per adattare una realtà all’altra, infatti, i “mediatori” devono prima decodificarla e poi ricodificarla in base alle proprie esigenze, ma anche secondo i propri gusti.

Durante la decodifica, un regista scompone il mondo che vede in inquadrature; poi, durante la ricodifica, combina le inquadrature tra di loro a suo piacimento per creare il suo messaggio. Quindi, in un primo momento, il regista rende discreta la realtà continua con la suddivisione in inquadrature, dopodiché, mediante il montaggio – che «non è la somma di due inquadrature, ma la loro fusione» (Lotman 1973:54) – e, di conseguenza, tramite la realizzazione del film, “compone un puzzle” costruendo una nuova realtà sulla base della vecchia, resa discreta. Lo stesso vale per il traduttore di un testo: decodificando il testo nella cultura emittente, isola tutte le parole in modo da poterle analizzare meglio e lo rende, quindi, discreto. Successivamente, ricodifica il testo a suo piacimento creandone uno nuovo che conserva lo stesso significato del vecchio, ma non lo stesso aspetto.

Come il regista “si comporta” da traduttore, anche il traduttore si comporta da regista. Il traduttore, infatti, è il regista delle variazioni del prototesto: nella realizzazione di un film, il regista è la figura che, partendo dall’idea (solitamente) di un altro, sceglie quale parte di quel mondo inquadrare, come inquadrarla e quale escludere e, “rifondendole” tra loro, fornisce una visione propria della creazione originale. Allo stesso modo, il traduttore, durante la traduzione, seleziona le parole chiave dei concetti pensati dall’autore del prototesto, dopodiché le riunisce, secondo le regole grammaticali e di senso della sua lingua, in una sua interpretazione dei significati del prototesto.

Il frutto della creatività di un regista-traduttore è un mondo simile all’originale, una realtà che ricorda il suo modello e ne porta il messaggio, ma non presenta tutti i suoi elementi, un mondo filmico di cui «l’illusione della realtà […] è la (sua) proprietà intrinseca» (Lotman 1973:41).

 

 

1.4    Il film come la traduzione di un testo

 

«Qualsiasi immagine avente nella vita reale un’estensione spaziale nei film si può costruire come una catena temporale, spezzettandola in inquadrature e ordinandole in una sequenza» (Lotman 1973:43).

Un metatesto risultato di una traduzione – ossia una testo tradotto il cui prototesto è stato composto in una lingua e poi rielaborato in un’altra con lo scopo di consegnare ai lettori del metatesto il messaggio presente nel prototesto – è paragonabile a un film tratto da un libro. Solo una persona che vede il film dopo aver letto il libro da cui è stato tratto si accorge che alcuni episodi, alcune parti della realtà rappresentata nel libro sono state modificate e tramutate in scene somiglianti alle originali o “tagliate via” durante la realizzazione del film. In maniera analoga, solo una persona che legge un testo sia in lingua originale che in una lingua in cui è stato tradotto è in grado di rilevare le variazioni effettuate dal traduttore durante la traslazione del significato del prototesto al metatesto; può, cioè, individuare le parole il cui traducente letterale è stato sostituito con un’altra parola dello stesso campo lessicale e unita ad altre in modo da comporre una frase che avesse, nella cultura ricevente, lo stesso senso della frase nella cultura emittente.

Il metatesto sarà, quindi, per questo tipo di spettatori o lettori, una copia approssimativa del prototesto, in cui emerge comunque il senso generale originale. Al contrario, per chi conosce solo il risultato finale della traduzione – da testo A a testo B o da libro a film e così via –, tale risultato è l’unica realtà esistente. Lo stesso vale per gli “abituati al cinema”, che, pur essendo consapevoli dell’illusione della realtà, si lasciano consciamente ingannare per godersi una visione del mondo diversa dalla solita. «Solo la nostra abitudine al cinema ci induce a non notare come si trasforma il mondo visivo a cui siamo abituati sotto l’influenza del fatto che tutta la sua illimitata sconfinatezza trova posto nella superficie piatta e rettangolare dello schermo» (Lotman 1973:49).

Sulla base di quest’ultima citazione è possibile parlare di analogia tra film e traduzione anche in una comparazione tra realtà esterna e realtà filmica: in Problema kadra, Lotman mostra il mondo filmico come un versione discreta della realtà continua, poiché spezzettato in inquadrature. Quando un regista divide il mondo in quadratini per decidere quale usare nel suo film, traduce la realtà per adattarla allo schermo. Il film è quindi la traduzione della realtà esterna in una realtà altra che, pur non avendo tutte le sue caratteristiche (in primo luogo, la continuità), ne conserva la parte più importante: il significato. Grazie al film è possibile tradurre un mondo solo immaginabile in un mondo visibile che, da una parte, ricorda il mondo reale poiché per realizzarlo si usano, come modelli, gli elementi del mondo reale, e che, dall’altra, è il “portatore di significati” che nella realtà esterna non esistono o non possono esistere. «Il mondo filmico è il mondo a noi visibile, a cui è stata conferita discretezza. Il mondo, scomposto in pezzetti ognuno dei quali gode di una certa autonomia da cui scaturisce la possibilità di creare combinazioni polimorfe laddove nel mondo reale non sono possibili, diventa il mondo artistico visibile» (Lotman 1973:42).

Potrebbe essere proprio la discretezza del “mondo artistico visibile” a permettere la traduzione dalla realtà esterna nella realtà filmica. Nel mondo reale, infatti, non ci sono confini, perciò quello che vediamo quando guardiamo fuori dalla finestra è tutto quello che c’è fuori dalla finestra. L’interezza del mondo visibile può essere limitata solo da un medium che impedisce alla vista di proseguire l’esplorazione dell’immensità circostante. (Medium che potrebbe essere l’obbiettivo di una macchina fotografica, gli stipiti delle finestre o anche una persona altissima che si siede davanti a noi al cinema e ci copre metà dello schermo). Nel mondo visibile reale non c’è un’interruzione, non c’è uno “spazio vuoto” che si può sperare di riempire con un’altra parte di mondo, “interrotta” anche questa. È come è e non si può cambiare. Lo stesso vale per la versione definitiva di un testo già completo, in cui non è possibile aggiungere, togliere né cambiare qualcosa. Tuttavia, mediante la scomposizione in inquadrature della realtà visibile o la decodifica di un testo in una lingua straniera, è possibile rendere discreto il continuo “confinandolo” in rettangoli di schermo o singole parole, che, proprio come i tasselli di un puzzle, saranno successivamente riordinati uno alla volta, lasciando, nel processo, degli spazi vuoti che potranno essere colmati nel tentativo di ripristinare l’interezza, ossia la continuità.

 

«Граница — механизм ПЕРЕВОДа текстов чужой семиотики на язык «нашей», место трансформации «внешнего» во «внутреннее», это фильтрующая мембрана, которая трансформирует чужие тексты настолько, чтобы они вписывались во внутреннюю семиотику семиосферы [Il confine è un meccanismo di traduzione di testi di una semiotica altra nel linguaggio “nostro”, un luogo di trasformazione dell’“esterno” in “interno”, è una membrana di  filtraggio che trasforma testi altri in modo che si inseriscano nella semiotica interna della semiosfera] […]» (Lotman 1992:256).

 

Proprio come, durante la traduzione di un testo da una lingua all’altra, trovare il traducente adatto di alcune parole non è sempre indispensabile alla preservazione del senso generale del testo, così anche mentre si guarda un film non è necessario capire il motivo della scelta di ogni inquadratura per ricavarne il messaggio. L’importante è riuscire a cogliere il significato dell’insieme delle parole o delle inquadrature. Una volta capito questo, diventa possibile anche la graduale comprensione del valore attribuito alle singole unità del linguaggio usato.

 

But in the cinema the units—or rather, the elements —of signification that are present together in the image are too numerous and too continuous: Even the most intelligent viewer cannot discern them all. On the other hand it is sufficient to have generally understand the main elements to grasp the approximate, overall, and yet relevant meaning of the whole: Even the dimmest spectator will have roughly understood. [Tuttavia nel cinema le unità – o piuttosto, gli elementi – di significazione che sono presenti insieme nell’immagine sono troppo numerosi e troppo continui: nemmeno l’osservatore più acuto/intelligente può distinguerli tutti. Dall’altra parte, è sufficiente comprendere nel complesso gli elementi principali per cogliere il significato approssimativo, generale, eppure rilevante dell’intero: persino lo spettatore più ottuso avrà più o meno capito]» (Metz 1991:89).

 

 

2      TRADUZIONE

 

ГЛАВА ВТОРАЯ.

ПРОБЛЕМА КАДРА

CAPITOLO 2.

LA QUESTIONE

DELL’INQUADRATURA

Мир кино предельно близок зримому облику жизни. Иллюзия реальности, как мы видели, – его неотъемлемое свойство. Однако этот мир наделен одним довольно странным признаком: это всегда не вся действительность, а лишь один ее кусок, вырезанный в размере экрана. Мир объекта оказывается поделенным на видимую и невидимую сферы, и как только глаз кинообъектива обращается к чему-либо, сейчас же возникает вопрос не только о том, что он видит, но и о том, что для него не существует. Вопрос о структуре заэкранного мира окажется для кино очень существенным. То, что мир экрана – всегда часть какого-то другого мира, определяет основные свойства кинематографа как искусства. Не случайно Л. Кулешов в одной из своих работ, посвященных практическим навыкам киноработы, советовал тренировать свое зрение, глядя на предполагаемые объекты съемки через лист черной бумаги, в которой вырезано окошко в пропорции кинокадра. Так возникает существенное различие между зримым миром в жизни и на экране. Il mondo del cinema è strettamente legato all’aspetto visibile della vita. L’illusione della realtà, come abbiamo visto, è la sua proprietà intrinseca. Tuttavia questo mondo presenta un segno distintivo alquanto strano: non è mai tutta la realtà, ma un suo pezzo, ritagliato in base alle dimensioni dello schermo. Il mondo oggettuale si mostra diviso in quello che si vede e quello che non si vede, e non appena l’occhio della cinepresa viene puntato verso qualcosa, si solleva subito la questione relativa non solo a quello che vede, ma anche a quello che per lui non esiste. La questione della struttura del mondo extraschermico per il cinema è molto sostanziale. Il fatto che il mondo dello schermo è sempre una parte di qualche altro mondo determina le proprietà fondamentali del cinema come arte. Non a caso Kulešov, in una delle sue opere incentrate sulle tecniche di ripresa cinematografica, consigliava di allenare la vista guardando ipotetici oggetti di scena attraverso un foglio di carta nero in cui è stata ritagliata una finestrella delle proporzioni di un fotogramma. In questo modo emerge la differenza sostanziale tra il mondo visibile nella vita e sullo schermo.
Первый не дискретен (непрерывен). Если слух членит слышимую речь на слова, то зрение видит мир “одним куском”. Мир кино – это зримый нами мир, в который внесена дискретность. Мир, расчлененный на куски, каждый из которых получает известную самостоятельность, в результате чего s возможность многообразных комбинаций там, где в реальном мире они не даны, становится зримым художественным миром. В киномире, разбитом на кадры, появляется возможность вычленения любой детали. Кадр получает свободу, присущую слову: его можно выделить, сочетать с другими кадрами по законам смысловой, (32) а не естественной смежности и сочетаемости, употреблять в переносном – метафорическом и метонимическом – смысле. Il primo non è discreto (è continuo). Se da una parte l’udito scompone in parole il discorso ascoltato, dall’altra la vista vede il mondo “come un unico pezzo”. Il mondo filmico è il mondo a noi visibile, a cui è stata conferita discretezza. Il mondo, scomposto in pezzetti ognuno dei quali gode di una certa autonomia da cui scaturisce la possibilità di creare combinazioni polimorfe laddove nel mondo reale non sono possibili, diventa il mondo artistico visibile. Nel mondo filmico, spezzettato in inquadrature, c’è la possibilità di isolare qualsiasi dettaglio.  L’inquadratura gode della libertà insita nella parola: può essere separata, combinata con altre in base alle regole di contiguità e compatibilità di senso (32) e non naturale, e usata in senso traslato, sia metaforico che metonimico.
Кадр как дискретная единица имеет двойной смысл: он вносит прерывность, расчленение и измеряемость и в кинопространство, и в киновремя. При этом, поскольку оба эти понятия измеряются в фильме одной единицей – кадром, они оказываются взаимообратимыми. Любую картину, имеющую в реальной жизни пространственную протяженность, в кино можно построит как временную цепочку, разбив на кадры и расположив их последовательно. Только кино – единственно из искусств, оперирующих зрительными образами, – может построить фигуру человека как расположенную во времени фразу. L’inquadratura come unità discreta ha un duplice senso: introduce frammentarietà, smembramento e misurabilità sia nello spazio che nel tempo filmico. Infatti, poiché nei film entrambi questi concetti si misurano con la stessa unità – l’inquadratura –, questi concetti sono interconvertibili. Qualsiasi immagine avente nella vita reale un’estensione spaziale nei film si può costruire come una catena temporale, spezzettandola in inquadrature e ordinandole in una sequenza. Solo il cinema, l’unica arte operante con le forme spettatoriali, può costruire la figura di una persona come una frase disposta nel tempo.
Изучение психологии.восприятия живописи и скульптуры показывает, что и там взгляд скользит по тексту, создавая некоторую последовательность “чтения”. Однако членение на кадры вносит в этот процесс нечто принципиально новое. Во-первых строго и однозначно задается порядок чтения, создается синтаксис. Во-вторых, этот порядок подчиняется не законам психофизиологического механизма, а целеположенности художественного замысла, законам языка данного искусства. Lo studio della psicologia della percezione della pittura e della scultura mostra che anche in quelle arti lo sguardo scivola lungo il testo creando una sequenza di “lettura”. Tuttavia, la scomposizione in inquadrature apporta a questo processo qualcosa di nuovo in linea di principio. Innanzitutto l’ordine della lettura è stabilito in modo rigoroso e monosegnico, si crea una sintassi. In secondo luogo, tale ordine segue le leggi non di un meccanismo psicofisiologico, ma della finalità del proposito artistico, le leggi del linguaggio di quest’arte.
Одним из основных элементов понятия “кадр” является граница художественного пространства. Таким образом, еще до того, как мы определим понятие кадра, мы можем выделить самое существенное: воспроизводя зримый и подвижный образ жизни, кинематограф расчленяет его на отрезки. Это членение многообразно: для создающих ленту это членение на отдельные кадрики, которые при демонстрации фильма сливаются так же, как при чтении стихов стопы сливаются в слова (стопы, метрические единицы стиха, тоже не существуют для рядового слушателя как осознанные единицы). Для зрителя это – чередование кусков изображения, которые, несмотря на отдельные изменения внутри кадра, воспринимаются как единые. Uno degli elementi fondamentali del concetto di «inquadratura» è il confine dello spazio artistico. Quindi, ancor prima di definire il concetto di inquadratura, possiamo individuare la parte più sostanziale: riproducendo la forma visibile e mobile della vita, il cinema la articola in sezioni. Questa scomposizione è polimorfa: per i creatori della pellicola è un’articolazione in inquadrature separate che, durante la proiezione del film, si fondono proprio come, durante la lettura di una poesia, i piedi si uniscono in parole (i piedi, unità metriche della poesia, per l’ascoltatore ordinario come unità consapevoli non esistono nemmeno). Per lo spettatore è un’alternanza di pezzi d’immagine, che, nonostante le singole modifiche all’interno dell’inquadratura, sono percepiti come unici.
Границу кадра часто определяют как линию склейки режиссером одного сфотографированного эпизода с другим. Фактически именно это утверждал молодой С. Эйзенштейн, когда писал: “Кадр – ячейка (33) монтажа”. [1] И дальше: “Если уж с чем-нибудь сравнивать монтаж, то фалангу монтажных кусков “кадров” – следовало бы сравнить с серией взрывов двигателя внутреннего сгорания, перемножающихся в монтажную динамику “толчками” мчащегося автомобиля или трактора”. [3] Il confine dell’inquadratura spesso è definito come la linea dell’incollatura, da parte del regista, di un episodio fotografato a un altro. In pratica il giovane Ėjzenštejn affermava proprio questo quando scriveva: «L’inquadratura è la cellula (33) del montaggio». [2] E ancora: «Se si vuole paragonare il montaggio a qualcosa, a una falange di pezzi di “quadri”, lo si dovrebbe paragonare a una serie di esplosioni del motore a combustione interna, moltiplicate nella dinamica del montaggio dagli “scossoni” di un’automobile o di un trattore». [4]
Однако при всем огромном значении монтажа (о нем будет дальше специальный разговор) видеть границу кадра только в монтажном соединении будет преувеличением. Вернее сказать, что развитие монтажа прояснило понятие кадра, сделало явным то, что скрыто присутствовало в художественной ленте любого типа. Tuttavia, nonostante l’enorme importanza del montaggio (di cui si parlerà più avanti nello specifico), vedere il confine dell’inquadratura solo nell’unificazione del montaggio sarebbe un’esagerazione. Per meglio dire, lo sviluppo del montaggio ha chiarito il concetto di inquadratura, ha svelato quello che c’era di nascosto in una pellicola artistica di qualsiasi tipo.
Если сопоставить движение событий в жизни и на экране, то, при бросающемся в глаза и демонстративном сходстве, внимательный наблюдатель заметит ” различие: события в жизни следуют непрерывным потоком, на экране же, даже при отсутствии монтажа; действие будет образовывать как бы сгустки, между которыми окажутся пустоты, заполняемые поступками-связками. Уже на этом уровне киножизнь, в отличие от жизни действительной, представляется цепочкой “рядом стоящих кусков” (Эйзенштейн). Но этим сегментация не кончается: на то, что мы видим, накладывается сетка осмысления. Зная, что перед нами художественный рассказ, то есть цепь знаков, мы неизбежно расчленяем поток зрительных впечатлений на значимые элементы. Se si compara l’andamento degli eventi nella vita e sullo schermo, nonostante una somiglianza a occhio dimostrativa, l’osservatore attento nota una differenza: gli eventi nella vita, sullo schermo, seguono un flusso continuo persino in assenza di montaggio; l’azione formerà come dei coaguli tra cui ci saranno degli spazi vuoti che verranno riempiti con atti-copule. Già a questo livello, la vita filmica, a differenza della vita reale, costituisce una catena, “una serie di pezzi in fila” (Ėjzenštejn). Ma la segmentazione non si ferma qui: a quello che vediamo si sovrappone una rete di attribuzione del senso. Sapendo che davanti a noi c’è il racconto artistico, ovvero la catena dei segni, inevitabilmente noi smembriamo il flusso di impressioni spettatoriali in elementi significativi.
Позволим себе сравнение: возьмем некоторую фразу и запишем ее на магнитофонную ленту и при помощи букв – на бумагу. Запись на ленте будет состоять из вариантов фонем. Каждая фонема может быть нами отчетливо выделена, но границы между ними будут незаметны, смазаны (изучение осциллограмм речи убеждает, что на этом уровне вообще провести четкую границу между тем, где кончается одна фонема и начинается другая, практически невозможно). Иное дело написанная фраза: здесь границы между буквами отчетливы и бесспорны. Наше сознание на “магнитофонную ленту” мелькающего на экране изображения накладывает сетку осмысления. Это внутренне присущее всякому кинематографу членение стало осознанным, когда в результате работы ряда практиков и теоретиков кино было понято значение монтажа. Огромную роль сыграла здесь советская кинематография 1920-х годов. Facciamo un confronto: prendiamo una frase e registriamola su un nastro magnetico e, aiutandoci con le lettere, su carta. La registrazione sul nastro sarà costituita da varianti di fonemi. Ciascun fonema può essere da noi distintamente individuato, ma i confini tra loro saranno impercettibili, sfumati (lo studio degli oscillogrammi del discorso assicura che, a questo livello, tracciare un confine netto tra il punto in cui termina un fonema e quello in cui ne inizia un altro è praticamente impossibile).  La frase scritta è un’altra cosa: qui i confini tra le lettere sono distinti e indiscutibili. La nostra coscienza applica al “nastro magnetico” di immagini sfarfallanti sullo schermo una rete di attribuzione del senso. Questa scomposizione interna insita in ogni film è diventata consapevole quando, in seguito al lavoro di una serie di teorici del film e di cineasti, è stata compresa l’importanza del montaggio. Qui ha svolto un ruolo enorme il cinema sovietico degli anni Venti.
Естественное членение киноповествования на сегменты можно сопоставить с членением текста театральной постановки. Театральный текст делится на сегменты, отгороженные один от другого антрактами и занавесом, – действия. Здесь сегментация явная, выраженная перерывами в художественном времени. Современный кинематограф, с того момента как он освободился от театрального языка и выработал свой собственный, такого разделения не знает (исключение составляет лишь членение кинотекста на серии; даже если серии демонстрируются подряд, повторяющиеся в начале каждой новой серии титры привносят перерыв времени художественного повествования, аналогичный антракту). Однако театральный текст сегментируется не только на действия, но и на явления. Переход от явления к явлению на сцене происходит не скачком, а непрерывно, сохраняя видимость сходства с течением событий в жизни. Но каждое новое явление приносит сгусток действия, представляя собой организованное целое с явными структурными границами. И если на сцене эти границы выражаются лишь понижением напряжения действия, переходом к новому действию и т. д., то есть реализуются в категориях содержания, то в печатном тексте пьесы (который выступает по отношению к ней как метатекст, словесное описание несловесного действия) явления разделены графически: пробелами, типографскими заглавиями и пр. La scomposizione naturale in segmenti della narrazione filmica si può comparare con la scomposizione del testo di una messa in scena teatrale. Il testo teatrale si divide in segmenti separati l’uno dall’altro dagli entracte e dal sipario: gli atti. Qui la segmentazione è evidente, espressa dalle pause nel tempo artistico. Il cinema moderno, dal momento in cui si è liberato del linguaggio teatrale e ne ha elaborato uno proprio, non ha questa separazione (la sola eccezione è la scomposizione del testo filmico in serie; anche se le serie vengono mostrate una dopo l’altra, i titoli di testa che si ripetono all’inizio di ogni nuova serie introducono una pausa del tempo della narrazione artistica che è analoga all’entracte). Tuttavia il testo teatrale è segmentato non solo in atti, ma anche in avvenimenti. La transizione da avvenimento ad avvenimento sul palco non accade in modo brusco, ma continuo, conservando la parvenza della somiglianza con il corso degli eventi nella vita. Ma ogni nuovo avvenimento porta un coagulo d’azione che costituisce un insieme organizzato con confini strutturali netti. E se sul palco questi confini sono espressi solo abbassando la tensione dell’azione, dal passaggio all’azione successiva e così via – ovvero si realizzano in categorie di contenuto – nel testo stampato della pièce (che sta a lei come il metatesto sta al prototesto, descrizione verbale dell’azione nonverbale) gli avvenimenti sono distaccati graficamente: con spazi, titoli tipografici e così via.
Аналогия с членением киноповествования здесь прямая. Сыгранная жизнь (в интересующем нас аспекте) отличается от подлинной жизни ритмической расчлененностью. Эта ритмическая расчлененность составляет основу деления текста кино на кадры. Вместе с тем, такая расчлененность имеет скрытый, спонтанный характер. Только с того момента, как кино положило в основу своего художественного языка монтаж, (35) членение на кадры стало осознанным элементом, без которого создатели фильма не могут строить свое сообщение, а аудитория – восприятие. Однако монтаж играет в “языке кино” столь большую роль, что ему следует посвятить специальное рассуждение. L’analogia con la scomposizione della narrazione filmica qui è diretta. La vita recitata (sotto l’aspetto che ci interessa) si differenzia dalla vita autentica per la compartimentazione ritmica. Questa compartimentazione ritmica è la base della divisione del testo filmico in inquadrature. Al tempo stesso tale compartimentazione ha un carattere nascosto, spontaneo. Soltanto nel momento in cui il cinema ha posto il montaggio (35) alla base del proprio linguaggio artistico la scomposizione in inquadrature è diventata un elemento fondamentale senza il quale i creatori del film non possono costruire il loro messaggio e il pubblico non può recepirlo. Tuttavia nel “linguaggio del cinema” il montaggio svolge un ruolo talmente importante che bisognerebbe dedicargli una riflessione specifica.
Итак, во времени кадр отделен от последующего я предшествующего, и стык их образует особый, присущий, в первую очередь, именно кино, монтажный эффект. Но кадр – понятие не статическое, это не неподвижная картина, смонтированная со следующей за ней, также неподвижной. Поэтому кадр нельзя отождествить с отдельной фотографией, “кадриком” пленки. Quindi, nel tempo un’inquadratura è separata dalla successiva e dalla precedente, e il combinarle forma un particolare effetto montaggistico, peculiare – in primo luogo – proprio del cinema. L’inquadratura, però, non è un concetto statico, non è un’immagine fissa montata con dietro la seguente, fissa anche questa. Perciò l’inquadratura non si può identificare con una fotografia separata, con un “fotogramma” della pellicola.
Кадр- явление динамическое, он допускает в своих пределах движение, иногда весьма значительное. Мы можем дать кадру различные определения: “минимальная единица монтажа”, “основная единица композиции киноповествования”, “единство внутрикадровых элементов”, “единица кинозначения”. Можно указать, что для того, чтобы кадр не перешел в другой, новый кадр, динамика внутренних элементов не должна выходить за определенный предел. Можно попытаться определить допустимые соотношения изменяемого и неизменного в пределах одного кадра. Каждое из этих определений раскроет некоторый аспект понятия кадра, но не исчерпает его. Против каждого можно будет выдвинуть обоснованные возражения. L’inquadratura è un fenomeno dinamico, nei suoi limiti ammette il movimento, talvolta assai significativo. Possiamo dare all’inquadratura diverse definizioni: «unità minima del montaggio», «unità fondamentale della composizione della narrazione filmica», «unitarietà degli elementi intrainquadraturiali», «unità del significato filmico». Si può stabilire che, affinché un’inquadratura non passi a un’altra nuova inquadratura, la dinamica degli elementi interni non deve superare un determinato limite. Si può tentare di definire correlazioni ammissibili di quanto è modificabile e immodificabile nell’àmbito di un’inquadratura. Ognuna di queste definizioni rivela qualche aspetto del concetto di inquadratura, ma non lo esaurisce. Contro ciascuna si possono avanzare obiezioni fondate.
Сочетание утверждений: “Кадр – одно из основных понятий киноязыка” и “Точное определение кадра вызывает известные затруднения” – может прозвучать обескураживающе. Однако напомним, что в аналогичном положении находится, например, такая далеки продвинувшаяся сейчас наука, как лингвистика, которая признала бы справедливость наших утверждений если бы мы поставили на место “кадр” – “слово”. Совпадение это не случайно: природа основных структурных элементов раскрывается не в описании их статической материальности, а через функциональную соотнесенность их с целым. Раскрывая функции кадра, мы получим и наиболее полное его определение. Одна из основных функций кадра – иметь значение. Подобно тому, как в языке есть значения, присущие фонемам – фонологические значения, присущие морфемам – грамматические и присущие словам – лексические, (36) кадр – не единственный носитель кинозначений. Значения имеют и единицы более мелкие – детали кадра, и более крупные – последовательности кадров. Но в этой иерархии смыслов кадр – и здесь снова напрашивается аналогия со словом – основной носитель значений киноязыка. Семантическое отношение – отношение знака к обозначаемому им явлению – здесь наиболее подчеркнуто. La combinazione delle affermazioni «L’inquadratura è uno dei concetti fondamentali del linguaggio filmico» e «Una definizione precisa di inquadratura suscita note difficoltà» può suonare scoraggiante. Ricordiamo, tuttavia, che in una situazione analoga si trova, per esempio, una scienza ora molto avanzata, come la linguistica, che riconoscerebbe la giustezza delle nostre affermazioni; se mettessimo «parola» al posto di «inquadratura». La coincidenza non è casuale: la natura degli elementi strutturali fondamentali si svela non nella descrizione della loro materialità statica, ma attraverso la loro correlazione funzionale con l’intero. Svelando le funzioni dell’inquadratura otteniamo anche la sua definizione più completa. Una delle funzioni fondamentali dell’inquadratura è l’avere un significato. Similmente a come nella lingua ci sono dei significati insiti nei fonemi (i significati fonologici), insiti nei morfemi (grammaticali) e insiti nelle parole (lessicali), (36) l’inquadratura non è l’unico portatore di significati filmici. I significati hanno anche delle unità più piccole (i dettagli dell’inquadratura), e più estese (le sequenze delle inquadrature). Ma in questa gerarchia di sensi l’inquadratura – e qui sorge di nuovo l’analogia con la parola – è il portatore fondamentale dei significati del linguaggio filmico. La relazione semantica – la relazione del segno con il fenomeno da lui denotato – qui è particolarmente enfatizzata.
Но кадр отграничен не только во временной последовательности. Пространственно кадр имеет границей- для авторов – края пленки, для зрителей – края экрана. Все, что находится за пределами этой границы, как бы не существует. Пространство кадра обладает рядом таинственных свойств. Только наша привычка к кинематографу заставляет нас не замечать, как трансформируется привычный для нас зримый мир под влиянием того, что вся его безбрежная безграничность вмещается в плоскую прямоугольную поверхность экрана. Когда мы видим на экране снятые крупным планом руки, руки, занявшие весь экран, мы никогда не говорим себе: “Это руки великана, это огромные руки”. Величина совсем не обозначает, в данном случае, величину – она свидетельствует о значительности, важности этой детали. Вообще, вступая в киномир, мы должны приучить себя к совершенно особому отношению к размерам предметов. Глядя вокруг себя, мы не можем сказать про дома размером в 10 сантиметров и в 5 метров: “Это один и тот же дом”, – даже если в остальном их вид идентичен. Даже если мы будем говорить не о реальных домах, а об их фотографиях, при различии в размере перед нами будет одна фотография, а разной мере увеличенная. Но, когда мы смотрим фильм и проекция осуществляется на экраны различной величины, мы не говорим, что тем самым создаются различные варианты каждого кадра. Кадр остается самим собой, на какой бы величины экран его ни проектировали. Это тем более примечательно, что на уровне непосредственных ощущений разница, конечно, очень велика. Эйзенштейн в одной из своих работ вспоминал, как во время заграничного турне авторы советских фильмов были в 1920-е годы буквально потрясены, увидав свои ленты на значительно более крупных в ту пору зарубежных экранах. Дело здесь, конечно, еще и в том, что зрителями были авторы, которые слишком хорошо помнили каждый кадр и свое от него впечатление при просмотрах на относительно малых экранах. Обычный же зритель быстро адаптируется к той системе размера экрана, который ему предлагает данная демонстрация, и воспринимает не абсолютную величину изображений, а лишь относительную – друг к другу и к краям экранной поверхности. Такое восприятие величин предметов на экране свидетельствует о выключенности экранного пространства из окружающего его пространства реального мира. Ma l’inquadratura non è confinata solo alla sequenza temporale. Spazialmente, l’inquadratura ha il confine, per gli autori, del margine della pellicola, per lo spettatore, del margine dello schermo. Tutto quello che si trova oltre le estremità di questo confine è come se non esistesse. Lo spazio dell’inquadratura possiede una serie di proprietà misteriose. Solo la nostra abitudine al cinema ci induce a non notare come si trasforma il mondo visivo a cui siamo abituati sotto l’influenza del fatto che tutta la sua illimitata sconfinatezza trova posto nella superficie piatta e rettangolare dello schermo. Quando sullo schermo vediamo delle mani filmate in primo piano, mani che occupano tutto lo schermo, non ci diciamo mai: «Queste sono le mani di un gigante, sono mani enormi». La grandezza, in questo caso, non denota affatto la grandezza, ma testimonia la significatività, l’importanza di questo dettaglio. In generale, entrando nel mondo filmico, dobbiamo abituarci a una relazione del tutto particolare nei confronti delle dimensioni degli oggetti. Guardandoci intorno non possiamo dire di case che misurano dieci centimetri e cinque metri «Questa è la stessa casa», anche se, tutto sommato, il loro aspetto è identico. Anche se parlassimo non di case reali, ma delle loro fotografie, pur con una differenza nelle dimensioni, davanti a noi ci sarebbe una fotografia con un certo ingrandimento. Ma, quando guardiamo un film e la proiezione è effettuata su schermi di dimensioni diverse, non diciamo che in questo modo si creano varianti diverse di ciascuna inquadratura. L’inquadratura resta la stessa, qualunque sia la grandezza dello schermo su cui è proiettata. A maggior ragione è notevole il fatto che, a livello delle sensazioni immediate, la differenza è, certamente, molto grande. Ėjzenštejn, in una delle sue opere, ricordava come, durante una tournée all’estero, gli autori dei film sovietici fossero, negli anni Venti, letteralmente scioccati di vedere le loro pellicole su schermi significativamente più estesi per allora. Qui il fatto è anche che, certamente, gli spettatori erano gli autori, che ricordavano benissimo ciascuna inquadratura e l’impressione che ne avevano avuta durante le visioni su schermi relativamente piccoli. Lo spettatore ordinario si adatta velocemente a quel sistema di misura dello schermo che questa dimostrazione gli offre, e percepisce non la grandezza assoluta delle immagini, ma soltanto quella relativa, di una rispetto all’altra e rispetto ai margini dello spazio schermico. Tale percezione delle grandezze degli oggetti sullo schermo testimonia l’esclusione dello spazio schermico dallo spazio del mondo reale che lo circonda.
Стремясь отождествить мир экрана со знакомым нам пространством реального мира (ведь первый является для нас моделью второго и вне этого предназначения утратил бы всякий смысл), мы истолковываем увеличение или уменьшение размеров предмета на экране (смену плана) как увеличение или уменьшение расстояния от предмета до наблюдателя, то есть до зрителя. Это объяснение очень важно, и когда мы будем говорить о понятии плана и художественной точки зрения в кино, мы на нем остановимся подробнее. Однако сейчас для нас существенно другое: когда в реальной действительности предмет резко надвигается на нас, верхний край его не отрезается концом экрана. Увеличение предмета (приближение наблюдателя) не сопровождается тем, что часть заменяет целое, как это случается в кино. Существенно и другое: в жизни при приближении к предмету он увеличивается, но кругозор наблюдателя, его поле зрения сужается, при удалении – обзор увеличивается. В кинематографе – и в этом одна из основных особенностей его языка – поле зрения представляет собой константную величину. Экранное пространство не может уменьшиться или вырасти. Именно рост детали при приближении к ней камеры в сочетании с неизменностью величины зримого пространства (это приводит к тому, что части предмета оказываются “отрезанными” краями кадра) составляет особенность крупных планов в кино. Это раскрывает нам значение границ кадра как особой конструктивной категории художественного пространства в кино. Ambendo a identificare il mondo dello schermo con lo spazio a noi noto del mondo reale (infatti il primo è per noi il modello del secondo e se inteso diversamente si perderebbe ogni senso), interpretiamo l’ingrandimento o il rimpicciolimento delle dimensioni di un oggetto sullo schermo (il cambio di piano) come l’ingrandimento o il rimpicciolimento della distanza dall’oggetto all’osservatore, cioè allo spettatore. Questa spiegazione è molto importante, e quando parleremo del concetto di piano e del punto di vista artistico nel cinema, ci soffermeremo più nel dettaglio. Tuttavia, ora per noi è sostanziale un’altra cosa: quando nella realtà esterna l’oggetto avanza bruscamente verso di noi, il suo margine superiore non è tagliato via dalla fine dello schermo. L’ingrandimento dell’oggetto (l’avvicinamento dell’osservatore) non comporta che una parte sostituisca l’intero, come succede nel cinema. È sostanziale anche un’altra cosa: nella vita, quando ci si avvicina a un oggetto, questo si ingrandisce, ma la visuale dell’osservatore, il suo campo visivo, si restringe, quando ci si allontana, la visuale si ingrandisce. Nel cinema (e in questo una delle particolarità fondamentali è il suo linguaggio) il campo visivo stesso rappresenta una grandezza costante. Lo spazio schermico non può diminuire o crescere. Proprio la crescita di un dettaglio durante l’avvicinarsi della cinepresa unita all’immutabilità della grandezza dello spazio visibile (questo porta al fatto che le parti dell’oggetto sono “tagliate via” dai margini dell’inquadratura) è la particolarità dei primi piani nel cinema. Questo ci svela il significato dei confini dell’inquadratura come della particolare categoria costruttiva dello spazio artistico nel cinema.
Именно благодаря этой особенности, смена величины изображения (плана) может в кино быть выражением самых различных – непространственных значений. Зритель, который не владеет языком кино и не ставит перед собой вопроса: “Что значит изображение на экране только глаза, головы, руки?”, – видит куски человеческого тела и должен – как это и было с первыми зрителями эпохи изобретения крупных планов- испытывать лишь отвращение и ужас. Известный теоретик кино Бела Балаш вспоминал: “Один из моих старых московских друзей рассказывал мне однажды о своей домработнице, которая недавно приехала в город из какого-то сибирского колхоза. Это была умная молодая девушка, окончившая школу, но по разным причинам она никогда не видела ни одного кинофильма. (Этот случай произошел очень давно). Хозяева отправили ее в кинотеатр, где показывали какую-то комедию. Вернулась она бледная, с мрачным лицом. Proprio grazie a questa particolarità, il cambiamento della grandezza dell’immagine (il piano) può essere, nel cinema, espressione dei significati nonspaziali più diversi. Lo spettatore che non padroneggia il linguaggio del cinema e non si pone la domanda «Cosa significa l’immagine sullo schermo solo di un occhio, di una testa o di una mano?», vede dei pezzi del corpo umano e deve (com’era anche per i primi spettatori dell’epoca dell’invenzione dei primi piani) provare soltanto disgusto e orrore. Il famoso teorico del cinema Béla Balázs ricordava: «Uno dei miei vecchi amici moscoviti un giorno mi stava raccontando della sua domestica, che si era da poco trasferita in città da qualche kolchoz siberiano. Era una ragazza intelligente, che aveva studiato, ma per vari motivi non aveva mai visto un film. (Questo avvenimento accadde molto tempo fa).  I padroni di casa le dissero di andare al cinema, dove davano una commedia. Tornò pallida, con il viso cupo.
- Ну, как тебе понравилось? – спросили ее. Она все еще находилась под впечатлением увиденного и некоторое время молчала. «Beh, come ti è sembrato?», le chiesero. Lei si trovava ancora sotto l’impressione di quello che aveva visto e rimase zitta per un po’.
- Ужасно, – сказала она наконец возмущенно. – Не могу понять, как это здесь в Москве разрешают показывать такие гадости. – А что ты видела? «Orribile», disse alla fine indignata. «Non riesco a capire come, qui a Mosca, si permetta di far vedere certe schifezze!».

«Ma cos’hai visto?».

- Я видела людей, разорванных на куски. Где голова, где ноги, где руки. «Ho visto delle persone fatte a pezzi. Qui la testa, lì i piedi, là le mani».
Известно, что в голливудском кинотеатре, когда Гриффит впервые показал кадры, снятые крупным планом, и огромная “отрубленная” голова заулыбалась публике, началась паника. [5] Si sa che nel cinema hollywoodiano, quando Griffith mostrò per la prima volta inquadrature riprese in primo piano, e un’enorme testa “mozzata” sorrise al pubblico, si scatenò il panico. [6]
Таков результат восприятия пространства кино как натурального. И ведь девушка, о которой пишет Бела Балаш, действительно видела отрезанные головы, руки и ноги, видела их своими глазами. А поскольку изображение на экране так похоже на сами предметы, то вполне логично было предположить, что и здесь, как в жизни, зрительный образ вещи имеет значением самое вещь. Тогда крупный план руки на экране может быть обозначением только отрезанной руки в жизни. Из этого вытекает существеннейший вывод: при превращении безграничного пространства в кадр изображения становятся знаками и могут обозначать не только то, зримыми отображениями чего они являются. В дальнейшем мы остановимся на том, что могут обозначать крупные или мелкие планы. Сейчас важно другое – их способность становиться условными знаками, из простых отпечатков вещи превращаться в слова киноязыка. Questo è il risultato della percezione dello spazio del cinema come naturale. E infatti la ragazza di cui scrive Béla Balázs vide realmente teste, mani e piedi mozzati, li vide con i suoi occhi. Ma dato che l’immagine sullo schermo è così somigliante agli oggetti stessi, era del tutto logico presumere che anche qui, come nella vita, la forma spettatoriale della cosa avesse come significato la cosa stessa. Allora il primo piano di una mano sullo schermo può essere la denotazione solo di una mano tagliata via nella vita. Da questo deriva una conclusione essenziale: durante la trasformazione dello spazio sconfinato in un’inquadratura, le immagini diventano dei segni e possono denotare non solo quello di cui sono il riflesso visibile. In seguito ci soffermeremo su quello che possono denotare i primi piani o i campi lunghi. Ora è importante un’altra cosa: la loro capacità di diventare segni convenzionali, di trasformarsi da semplici impronte di una cosa in parole del linguaggio filmico.
Условность киноизображения (а только это позволяет насыщать изображение содержанием) определяется, однако, не только прямоугольной границей экрана. Изображаемый мир трехмерен, а экран располагается в двух измерениях. Двухмерность кадра создает еще одну его отграниченность. La convenzionalità dell’immagine filmica (e solo questo permette di saturare l’immagine con il contenuto) si definisce, tuttavia, non solo mediante il confine rettangolare dello schermo. Il mondo raffigurabile è tridimensionale, mentre lo schermo si estende in due dimensioni. La bidimensionalità dell’inquadratura crea un altro suo confinamento.
Тройная отграниченность кадра (по периметру – краями экрана, по объему – его плоскостью и по последовательности – предшествующим и последующим кадрами) делает его выделенной структурной единицей. В целостность фильма кадр входит, сохраняя самостоятельность носителя отдельного значения. Именно эта выделенность кадра, поддерживаемая всей структурой киноязыка, порождает встречное движение, стремление к преодолению самостоятельности кадра, включению его в более сложные смысловые единства или раздроблению на значимые элементы низших уровней. Il confinamento triplice dell’inquadratura (nel perimetro, attraverso i margini dello schermo, nel volume, mediante la sua piattezza, e nella sequenza, tramite le inquadrature precedenti e successive) la rende un’unità strutturale a sé stante. L’inquadratura entra nell’interezza del film conservando l’indipendenza del portatore di un significato separato. Proprio questa autonomia dell’inquadratura, sostenuta da tutta la struttura del linguaggio filmico, genera un movimento contrario, l’ambizione a superare l’indipendenza dell’inquadratura, la sua inclusione in unità di senso più complesse o la frammentazione in elementi significativi di livelli inferiori.
Кадр преодолевает отдельность во временном движении благодаря монтажу – последовательность двух кадров, как отмечали еще теоретики кино 1920-х годов, это не сумма двух кадров, а их слияние в сложном смысловом единстве более высокого уровня. L’inquadratura supera la separazione in un movimento temporaneo grazie al montaggio: la sequenza di due inquadrature, come sottolineavano teorici del cinema già negli anni Venti, non è la somma di due inquadrature, ma la loro fusione in un’unità di senso complessa di livello più alto.
Отграниченность художественного пространства рамкой также порождает сложное художественное чувство целого, особенно в результате смены планов, ставшей законом современного кино. Давно уже было замечено, что движение на экране порождает иллюзию объемности (особенно движение по перпендикулярной к плоскости экрана оси). Чешский теоретик искусства Я. Мукаржовский еще в 1930-е годы указал на аналогичную функцию звука. Звук, смещенный относительно своего источника, порождает объемность. Мукаржовский предлагал показать на экране несущуюся на публику повозку, а в звуке зафиксировать топот копыт лошади, которой на экране нет, для того, чтобы ясно почувствовать, что художественное пространство ушло с плоского экрана, обрело третье измерение. Anche il confinamento dello spazio artistico mediante una cornice genera un sentimento artistico complesso dell’intero, in particolare nel risultato del cambio di piani, che è diventato la legge del cinema moderno. Già da tempo si notava che il movimento sullo schermo generava l’illusione di tridimensionalità (in particolare il movimento su un asse perpendicolare alla superficie dello schermo). Il teorico dell’arte ceco Mukařovský già negli anni Trenta indicò una funzione analoga del suono. Il suono, dislocato relativamente alla sua fonte, genera tridimensionalità. Mukařovský propose di mostrare sullo schermo un carretto che si lanciava sul pubblico, e di fissare nel suono il calpestio degli zoccoli del cavallo (che sullo schermo non c’era) per far percepire chiaramente che lo spazio artistico era uscito dallo schermo piatto, aveva acquisito la terza dimensione.
Так киноязык устанавливает понятие кадра и одновременно борется с этим понятием, порождая новые возможности художественной выразительности. Così il linguaggio filmico stabilisce il concetto di inquadratura e, contemporaneamente, lotta contro questo concetto generando nuove possibilità di espressività artistica.

 

 

[1] Сергей Эйзенштейн. Избранные произведения в шести томах” т. 2, М., “Искусство”, 1964, стр. 290. В дальнейшем все цитаты по этому изданию.

 

[2] Sergej Ėjzenštejn. Izbrannye proizvedeniâ v šesti tomah, tomo 2, Moskvá: Iskusstvo, 1964:290. In seguito tutte le citazioni sono da questa edizione.

 

[3] Там же, стр. 291.

 

[4] Ibidem 291

 

[5] Бела Балаш. Кино. Становление и сущность нового искусства. М.,  ”Прогресс”, 1968, стр. 50-51. Ср.: “Когда зрители увидели первый фильм с использованием крупного плана, они решили, что стали жертвой  издевательства. Появление на экране таких кадров сопровождалось криками: “Покажите ноги!” (Айвор Монтегю. Мир фильма, стр. 76).

 

[6] Béla Balázs. Kino. Stanovlenie i suŝnostnovogo isskustva. Moskvá: Progress, 1968:50-51. Cfr.: «Kogda zriteli uvideli pervyj film s ispolzovaniem krupnogo plana, oni rešili, čto stali žertvoj izdevatelstva. Poâvlenie na èkrane takih kadrov soprovoždalos’ krikami: “Pokažite nogi!” [Quando gli spettatori videro il primo film in cui fu usato il primo piano, risolsero che erano stati vittima di una presa in giro. L’apparizione sullo schermo di queste inquadrature fu accompagnata dalle grida: “Fateci vedere i piedi!”]». (Ivor Montagu. Mir fil’ma, pagina 76)

 

 

3      RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

 

 

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[1] Le definizioni di «inquadratura» in questo paragrafo sono tratte da Lotman 1973:47.

Nov 072016
 

Peeter Torop: Cultural Semiotics

DINA TIFFANY BERNASCONI

 

               Fondazione Milano

Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli»

Via Carchidio 2 20144 MILANO

 

 

Relatore: Professor Bruno Osimo

 

Diploma in Mediazione linguistica

Ottobre 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questa tesi è conforme alla norma UNI-ISO 7144

© Peeter Torop, Cultural semiotics, 2014

© Dina Bernasconi per la traduzione italiana 2016

 

Peeter Torop: Cultural Semiotics

Abstract in italiano

Si presenta la traduzione del saggio Cultural Semiotics di Peeter Torop. La prefazione chiarisce la tematica del testo e il contesto e alcune definizioni di termini e concetti fondamentali, una breve presentazione del libro, una biografia di Torop, nonché informazioni utili su lettore modello e dominante del prototesto. Segue un’analisi delle difficoltà della traduzione del saggio altamente settoriale. Infine si propone la traduzione del saggio con il testo originale a fronte.

 

Abstract en français

Cette thèse a comme objectif la traduction Italienne du douzième chapitre du livre The Routledge Handbook of Language and Culture qui contient l’essai Cultural semiotics écrit en Anglais par Peeter Torop. Le premier chapitre comprend une préface visant à mieux comprendre le texte et le contexte dans lequel il se trouve. On y trouve notamment des définitions et concepts fondamentaux, une brève présentation du livre précité, une courte biographie de Peeter Torop, tout comme des informations utiles sur le lecteur modèle et la dominante du prototexte. Pour conclure suit une analyse des difficultés majeures rencontrées au cours de la traduction du texte hautement sectoriel. Dans le deuxième chapitre se trouvent le texte original et la traduction de ce dernier.

 

 

English abstract

 

The aim of this work is the Italian translation of the twelfth chapter of the book The Routledge Handbook of Language and Culture, which contains Cultural semiotics, the essay written by Peeter Torop. The first chapter holds a preface that clarifies the thematic and the context of the paper. The later contains some definitions of fundamental terms and concepts, a brief presentation of the mentioned book, a short biography of Peeter Torop, as well as useful information on the ideal reader and the dominant of the prototext. To conclude the preface, an analysis of the major difficulties encountered in the translation of that highly sectorial essay follows. The second chapter offers the translation together with the original text.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sommario

 

  1. Prefazione

1.1  Introduzione al testo Cultural semiotics

1.2  Breve presentazione del libro The Routledge Handbook of Language and Culture

1.3  Peeter Torop

1.4  Lettore modello e dominante

1.5  Scelte traduttive

1.6  Riferimenti Bibliografici

  1. Traduzione

2.1 Testo originale e traduzione

 

1. Prefazione

1.1 Introduzione al testo Cultural Semiotics

La presente tesi ha come oggetto la traduzione del testo Cultural Semiotics scritto dal semiotico estone Peeter Torop. Per facilitare la comprensione del prototesto, dopo aver dato alcune definizioni fondamentali, si eseguirà un breve studio del contesto nel quale si trova: saranno fornite alcune informazioni supplementari sull’opera che contiene il testo e sul suo autore.

L’argomento di cui tratta il saggio è la semiotica della cultura, vale a dire un ramo della semiotica (la scienza che studia i segni e la significazione) fondato da Lotman e dalla scuola semiotica di Tartu che si occupa della significazione nell’ambito della cultura (Osimo 2010:160), intesa come memoria non ereditaria della collettività (Lotman e Uspenskij 1971:43). La semiotica della cultura si occupa inoltre di sintetizzare le esperienze di altre discipline che studiano la cultura.

Nel saggio Torop analizza lo sviluppo storico della scienza, ne rivela le ricerche e le pratiche, ne offre una visione contemporanea ed esplora le potenziali future direzioni del campo.

 

1.2 Breve presentazione del libro The Routledge Handbook of Language and Culture

Il saggio di Torop è il dodicesimo capitolo dell’opera The Routledge Handbook of Language and Culture. Il libro in questione, scritto da un gruppo di rinomati studiosi e curato dal linguista Farzad Sharifian, è stato pubblicato nel 2015, presso la casa editrice Routledge a Londra e New York. L’opera è composta da una raccolta di saggi che analizzano la relazione che intercorre tra lingua e cultura e tratta questioni chiave delle ricerche linguistiche su linguaggio e cultura secondo prospettive diverse. Il libro è diviso in trentatré capitoli che trattano tematiche quali la psicologia cognitiva, la linguistica cognitiva, l’antropologia cognitiva, l’antropologia linguistica, l’antropologia culturale e la sociolinguistica.

 

1.3 Peeter Torop

Peeter Torop è un semiotico estone, nato a Tallinn nel 1950. Si è laureato presso la facoltà di filologia russa dell’Università di Pietroburgo. È professore ordinario nonché Capo del Dipartimento di Semiotica dell’Università di Tartu. La Scuola semiotica di Mosca-Tartu nasce infatti all’Università di Tartu nel 1964 quando Jurij Lotman fonda la rivista scientifica Sign Systems Studies di cui Torop è direttore. È membro dell’Associazione Internazionale di Dostoevskij, tra le sue opere principali troviamo infatti Dostoevskij: storia e ideologia scritto nel 1997. Fa inoltre parte della Fondazione Lotman ed è coeditor della Tartu Semiotics Library e coeditor della rivista Sign Systems Studies. Il semiotico lavora anche nella redazione di vari giornali e riviste come il giornale estone Trames o la rivista semestrale spagnola Entretextos ed è direttore della collana editoriale di studi sulla semiotica dell’Università di Tartu. Torop è anche presidente dell’Associazione di Semiotica estone. Le sue ricerche spaziano dalla storia della letteratura e della cultura russa, alla semiotica della cultura e alla scienza della traduzione. Tra le sue opere più conosciute si annoverano Tartu school as school, scritto del 1994, La traduzione totale del 1995 (traduzione italiana 2010), e The position of translation in translation studies del 1997.

 

1.4 Lettore modello e dominante

Il testo di Torop è un testo specialistico e complesso per via dei concetti espressi, ricco di rimandi intratestuali e intertestuali, che comprende numerosi concetti specifici (termini relativi al settore della semiotica della cultura). Il registro è alto e formale, è infatti colto, letterario e accurato. Nel testo prevale la subordinazione, i periodi sono lunghi e complessi, il lessico è ricercato. Lo stile è sobrio (non comprende figure retoriche o quasi, eccetera). Da quest’analisi è possibile dedurre il lettore modello, sicuramente un lettore colto con conoscenze interdisciplinari, che potrebbe essere uno studente, un accademico, ricercatore o studioso che si interessa all’area della linguistica e della semiotica o ancora di aree che hanno in parte a che fare con queste discipline.

Il testo è informativo, la dominante è non stata quindi posta sul piano della forma, bensì su quello del contenuto. È stato ritenuto fondamentale produrre un metatesto che fosse innanzitutto chiaro e coerente. La comprensione e l’accuratezza hanno dunque prevalso su impliciti e ridondanze per rispettare la funzione informativa del prototesto e la sua settorialità. È stato per esempio deciso di fare un uso minimo dei sinonimi, usati solo per parole e non termini, per migliorare la leggibilità del testo. Questo ha inoltre contribuito a ridurre il residuo traduttivo.

 

1.5 Scelte traduttive

Durante la traduzione del saggio Cultural semiotics di Torop, sono sorti alcuni problemi riguardanti la resa nella lingua ricevente, l’italiano, di termini e concetti nella lingua emittente, l’inglese. Nei paragrafi seguenti sono spiegate alcune scelte traduttive eseguite nel metatesto. I problemi e le scelte traduttive che si è scelto di analizzare non sono ovviamente gli unici sorti durante lo svolgimento della traduzione, tuttavia sono stati ritenuti i più interessanti da analizzare.

Le differenze culturali possono interferire con la resa di determinati concetti, un esempio di questo può essere dato dall’aggettivo inglese “cultural” che in italiano può essere tradotto sia come “culturale” sia come “della cultura”. Le due varianti in italiano hanno sfumature diverse e possono pertanto assumere significati differenti. Come è stato specificato nell’introduzione, in questo testo il termine “cultura” va inteso come “memoria non ereditaria della collettività” (Lotman e Uspenskij 1971:43). Questo significato viene conservato traducendo “cultural” con “della cultura”, ma rischia di essere perso traducendo “cultural” con “culturale”. Nel secondo caso infatti ci si potrebbe confondere pensando a qualcosa relativo alla cultura in generale (nel senso di arte, letteratura e musica), che si occupa di cultura o che ne promuove la diffusione e non è questa l’accezione che si vuole dare all’aggettivo. Questa decisione è stata presa perché il linguaggio usato nel testo scritto da Torop è un linguaggio settoriale e la traduzione richiede quindi l’utilizzo di termini specifici che devono essere più accurati possibili in modo da evitare fraintendimenti e oscurità. Per questo ad esempio, si è deciso di tradurre “cultural semiotics” con “semiotica della cultura”.

Un’altra questione interessante affrontata nel corso del lavoro è stata decidere come tradurre la parola inglese “language” in italiano. Nella lingua ricevente il termine può essere tradotto sia come “lingua” sia come “linguaggio”. L’italiano distingue infatti i due termini come segue: il termine “lingua” sta ad indicare le lingue naturali, mentre il termine “linguaggio” descrive tutti i linguaggi (comprese le lingue). Si può notare dalle definizioni che la distinzione è molto importante, per non dire fondamentale nel testo tradotto. Occorre quindi disambiguare decidendo caso per caso se tradurlo con “lingua” o “linguaggio” a seconda del senso che hanno nelle singole occorrenze (Osimo 2010:149). Ad esempio si è deciso di tradurre “home language” e “national language” con rispettivamente “lingua di casa” e “lingua nazionale” mentre “metalanguage” e “object language” con rispettivamente “metalinguaggio” e “linguaggio oggetto”.

In alcuni casi ci si è imbattuti in una doppia difficoltà, come nel caso della parola inglese “multilanguage” nella frase “Cultural semiotics started from the realization that in a semiotical sense culture is a multilanguage system…”. Innanzitutto è stato necessario scegliere se tradurre “language” con “lingua” o con “linguaggio”. Avendo deciso di tradurre il termine con “linguaggio” è poi sorto il secondo problema: come tradurre “multilanguage”? In italiano il termine “multilinguaggio” non esiste, ma limitarsi a tradurre “multilingue” sarebbe errato dal punto di vista del significato. Come risolvere dunque il problema? La soluzione è stata trovata nell’espressione “multilinguistico” che si avvicina di più al significato del termine inglese. La frase è stata perciò tradotta come segue: “La semiotica della cultura è nata dalla comprensione che, in senso semiotico, la cultura è un sistema multilinguistico…”. Questo “doppio problema” lascia trasparire molto bene quanto sia difficile trasporre un significato in modo preciso.

 

Per trattare della prossima difficoltà incontrata nel corso della traduzione occorre fare una premessa. Nel tradurre il testo di Torop è stato assunto un approccio altamente traduzionale, e quindi estraniante, che ha dato più importanza alla cultura emittente cercando di mantenere aspetti della cultura altrui anche in quella propria. Per questo quando sono stati trovati elementi culturospecifici nel prototesto si è scelto di mantenerli nel metatesto, sia che questi elementi fossero specifici della lingua inglese, sia che lo fossero di altre lingue. Si prenda come esempio il termine inglese “signified” nella frase: “Thus, though working at the outset on non-linguistic substances, is required, sooner or later, to find language (in the ordinary sense of the term) in its path, not only as a model, but also as component, relay or signified”. In inglese “signified” fa coppia con “signifier” nell’indicare i due termini francesi “signifié” e “signifiant”, introdotti da Ferdinand de Sasussure per indicare l’aspetto sonoro o grafico di una parola e il concetto che esprime. I termini inglesi, così come quelli francesi, trovano i loro corrispondenti italiani in “significato” e “significante”, ma dovendo scegliere il termine più accurato possibile si è optato per la traduzione francese. Questo facilita inoltre il lettore nella comprensione del testo in quanto il termine francese rimanda direttamente a Saussure e al significato specifico attribuito al termine in questione. Si è quindi deciso di tradurre la frase come segue: “Pertanto, benché lavorando all’inizio su materiale non linguistico, viene prima o poi richiesto di trovare una lingua (nel senso ordinario del termine) nel proprio percorso, non solo come modello, ma anche come componente, ponte o signifié.”.

Lo stesso ragionamento è stato fatto per il termine “travesty” nella frase: “Intertextuality hereby refers to textual relations on different levels: from parts of text (citation, allusion, reminiscence, paraphrase, etc.) to whole texts (parody, plagiarism, travesty, etc.)”. “Travesty” è un calco dal francese “travesti”, si è quindi deciso di trandurlo in francese per mantenere il significato che si è voluto attribuire al termine, anziché fare una traduzione italiana della traduzione inglese. Nel metatesto la frase è quindi stata tradotta nel modo seguente: “L’intertestualità in questo contesto si riferisce alle relazioni testuali a livelli diversi: da parti di testo (citazione, allusione, reminiscenza, parafrasi, eccetera) a testi interi (parodia, plagio, travesti, eccetera)”.

Per quanto riguarda i realia presenti nel prototesto inglese, sono stati lasciati tali e quali nel metatesto italiano: è il caso delle espressioni latine “mutatis mutandis” e “sub specie semiotica” e del termine greco “ekphrasis”.

 

1.6 Riferimenti bibliografici

Cáceres Sánchez, Manuel. Iuri M. Lotman y la escuela semiótica de Tartu-Moscú: Bibliografía en español, francés, inglés, italiano, portugués y alemán, in Signa. Revista de la Asociación Española de Semiótica. Núm. 4, 1995, disponibile in internet all’indirizzo www.cervantesvirtual.com, consultato nel mese di ottobre 2016.

Casetti, Francesco e Malavasi Luca. Linguaggio del cinema, in Enciclopedia del cinema, 2003, disponibile in internet all’indirizzo www.treccani.it, consultato nel mese di ottobre 2016.

Cosenza, Giovanna. Semiotica dei nuovi media, in XXI Secolo, 2009, disponibile in internet all’indirizzo www.treccani.it, consultato nel mese di ottobre 2016.

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Eugeni, Ruggero. La semiotica contemporanea. Problemi, metodi, analisi, Milano, Cusl, 1996.

Fabbri, Paolo. “Semiotica: se manca la voce” in Culture e discorso. Un lessico per le scienze umane, Roma, Meltemi, 2002.

Gagliardi Carlo. Eco Umberto, in Franco LEVER – Pier Cesare RIVOLTELLA – Adriano ZANACCHI (a cura di), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, disponibile in internet all’indirizzo www.lacomunicazione.it, consultato nel mese di ottobre 2016.

Gherlone, Laura. La cultura fra alterità e complessità. La lezione di Jurij M. Lotman, Roma, Sapienza, 2013.

Gherlone, Laura. Dopo la semiosfera. Con saggi inediti di Jurij M. Lotman in Filosofie n. 335, Milano, Udine, Mimesis Edizioni 2014.

Graffi, Giorgio e Scalise, Sergio. Le lingue e il linguaggio. Introduzione alla linguistica, Bologna, Il Mulino, 2013.

Jakobson, Roman. Metalanguage as a Linguistic Problem. Selected Writings, VII, Berlino, Mouton de Gruyter, 1985.

Jakobson, Roman. On Linguistic Aspects of Translation in On Translation, Cambridge, Harvard University Press, 1959.

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Turnbull, Joanna (a cura di). Oxford Advanced Learner’s Dictionary, Oxford, Oxford University Press, 2010.

Lévi-Strauss, Claude. Antropologia Strutturale, Milano, Il Saggiatore, 2009.

Lorusso, Anna Maria. Semiotica della cultura, Bari e Roma, Laterza, 2010.

Lotman, Jurij. Tesi per una semiotica della cultura, Roma, Meltemi, 2006.

Lotman, Jurij M. e Uspenskij, Boris A. 1971 “O semiotičeskom mechanizme kul’tury”, in Trudy   po   znakovim sistemam, V, Tartu, traduzione italiana “Sul meccanismo semiotico della cultura”, in Lotman e Uspenskij 1975.

Osimo, Bruno. Propedeutica della traduzione, Milano, Hoepli, 2010.

Pezzini, Isabella e Sedda Francesco. “Semiosfera”, in Dizionario degli studi culturali, Roma, Meltemi, 2004.

Polenghi, Davide. Lotman, il ruolo della cultura come linguaggio in ambito traduttivo e linguistico, 2014, disponibile in internet all’indirizzo www.trad.it, consultato nel mese di ottobre 2016.

Rudy, Stephen. Roman Jakobson, 1896-1982: a complete bibliography of his writings, Berlino e New York, Mouton de Gruyter, 1990.

Sabatini, Francesco e Coletti, Vittorio (a cura di). Il Sabatini Coletti. Dizionario della Lingua Italiana, Milano, Sansoni, 2008.

Traini, Stefano. Le due vie della semiotica. Teorie strutturali e interpretative, Milano, Bompiani, 2005.

 

2. Traduzione

2.1 Testo originale e traduzione

12

CULTURAL SEMIOTICS

Peeter Torop

12

SEMIOTICA DELLA CULTURA

Peeter Torop

Introduction

The concept of ‘cultural semiotics’ can be interpreted in three ways. First, as referring to a methodological tool which can be recognized simultaneously in various disciplines of contemporary humanities and social sciences. It can also be considered as a concept representing the diversity of methods for analysing various aspects of culture as a research object in semiotic theory and applied semiotics; and finally, as one of the subdisciplines of semiotics and culture studies. In the last case cultural semiotics has a holistic view to culture and features of discipline.

Introduzione

Ci sono tre modi di interpretare il concetto di «semiotica della cultura». Innanzitutto, può far riferimento ad uno strumento metodologico che può essere riconosciuto simultaneamente in varie discipline umanistiche e scienze sociali. Può anche essere considerato un concetto che definisce i diversi metodi per analizzare vari aspetti della cultura in quanto oggetto di ricerca nella semiotica teorica e applicata; e per finire, come una delle sottodiscipline degli studi di semiotica e di culturologia. Nell’ultimo caso la semiotica della cultura presenta una visione olistica della cultura e delle caratteristiche della disciplina.

 

Early development

Cultural semiotics is one of the fields of semiotics still searching for its disciplinary identity, and has been doing so for more than forty years. The Tartu–Moscow School made a programmatic entry into international science in 1973 when Lotman, Ivanov, Toporov, Pjatigorski, and Uspenskij collectively published their Theses on the Semiotic Study of Cultures. These theses laid the foundation for the semiotics of culture as a separate discipline, the primary aim of which was ‘the study of the functional correlation of different sign systems. From this point of view particular importance is attached to questions of the hierarchical structure of the languages of culture.’ Every culture is characterized by a unique relationship between sign systems and therefore in discussing any culture it is important to understand its historical evolution. Lotman has said in his memoirs: ‘I personally cannot draw a clear line where a historical description ends and semiotics begins.’ Special attention needs the empirically oriented subheading of the ‘Theses’: ‘as applied to Slavic texts’. The publications in English translation followed the same principle: ‘The Semiotics of Russian Culture’ (Lotman and Uspenskij 1984) and ‘The Semiotics of Russian Cultural History’ (Lotman, Ginzburg, and Uspenskij 1985).

 

Primi sviluppi

La semiotica della cultura è uno dei campi della semiotica che sta ancora cercando una sua identità disciplinare, e lo fa da più di quarant’anni. La scuola di Tartu-Mosca è entrata nella scena accademica internazionale nel 1973 quando Lotman, Ivanov, Toporov, Pjatigorskij e Uspenskij pubblicarono collettivamente le loro programmatiche Tesi sullo studio semiotico delle culture[1]. Queste tesi hanno posto le basi per fare della semiotica della cultura una disciplina a sé stante, il cui scopo principale era lo studio «della correlazione funzionale dei diversi sistemi segnici. Da questo punto di vista assumono un[’importanza] particolare i problemi relativi alla struttura gerarchica dei linguaggi della cultura».[2]

Ogni cultura è caratterizzata da una relazione unica tra sistemi di segni, e perciò, nell’analizzare qualsiasi cultura, è importante comprenderne l’evoluzione storica. Lotman, nelle sue memorie, ha scritto: «Non mi è possibile tracciare una linea netta che definisca dove una descrizione storica finisce e dove inizia la semiotica». Particolare attenzione va prestata al sottotitolo empiricamente orientato

delle Tesi: «in applicazione ai testi slavi».[3] Le pubblicazioni in traduzione inglese hanno seguito lo stesso principio: The Semiotics of Russian Culture (Lotman e Uspenskij 1984) e The Semiotics of Russian Cultural History (Lotman, Ginzburg, Uspenskij 1985).

The study of a unique culture creates the need for new methods of research and thus the study of any new culture also enriches science itself. From here it follows that Russian culture, Estonian culture, or Chinese culture are all equally valuable for science, and each one of them adds something to the understanding of human culture as such. It is from this kind of approach that a general science of culture can evolve. The Tartu–Moscow school is not a representative of a unified system of knowledge in the semiotics of culture. Nevertheless, Juri Lotman was searching for a disciplinary synthesis – a fact that was first noticed by Karl Eimermacher who entitled his introduction to the German collection of Juri Lotman’s works as ‘Ju. M. Lotman. Bemerkungen zu einer Semiotik als integrativer Kulturwissenschaft’ (Eimermacher 1974) (‘J. M. Lotman. Notes to a semiotic version of integrative culturology’). ‘Integrative’ is an appropriate word, taking into account Lotman’s special position in the typological studies of culture. Lo studio di una cultura unica rende necessaria l’elaborazione di nuovi metodi di ricerca, e quindi, lo studio di qualsiasi nuova cultura arricchisce anche la scienza stessa. Da ciò discende che la cultura russa, la cultura estone, o la cultura cinese sono ciascuna ugualmente preziose per la scienza, e ognuna di loro fornisce un apporto alla comprensione della cultura umana in quanto tale. È tramite questo genere di approccio che una scienza generale della cultura può evolversi. La scuola di Tartu-Mosca non rappresenta un sistema unificato di conoscenza nell’ambito della semiotica della cultura. Tuttavia, Jurij Lotman stava cercando di trovare una sintesi disciplinare, fatto che è stato notato per primo da Karl Eimermacher che ha intitolato la sua introduzione della raccolta tedesca delle opere di Jurij Lotman Ju. M. Lotman. Bemerkungen zu einer Semiotik als integrativer Kulturwissenschaft (Eimermacher 1974) (‘J. M. Lotman. Osservazioni riguardanti una semiotica quale scienza integrata della cultura’). ‘Integrata’ è un termine appropriato, che tiene conto della posizione particolare assunta da Lotman negli studi tipologici della cultura.
Historically, cultural semiotics grew out of the period of the diffusion of semiotic ideas after Peirce (1914) and de Saussure’s (1915) death. The second phase was represented by the creation of general theories of language (Bühler, Hjelmslev, Prague Linguistic Circle, Chomsky), literature (Propp, Tynyanov, Bakhtin), and culture (Malinowski, White, Cassirer, Geertz). The third phase marked the interdisciplinary development of different fields in the humanities (Lévi-Strauss, Barthes, Todorov, Kristeva, Wiener, Eco, Lotman, etc.) and semiotics (Morris, Koch, Winner, Portis Winner). Their aspirations can be summed up as a desire to understand language and culture in as systematic fashion as possible, and fuse together quantitative and qualitative methods in this understanding. The first characteristic feature of semiotics of culture is that in this atmosphere, it attempted to be innovative on both the object level and the metalevel, offer new ways of defining the cultural object of study, and new languages of description (not just one universal language) for carrying out cultural analysis. As a result of all this, the emergence of semiotics of culture also meant the introduction of a new methodology. Dal punto di vista storico, la semiotica della cultura ebbe origine dal periodo della diffusione di idee semiotiche dopo le morti di Peirce (1914) e de Saussure (1915). La seconda fase fu rappresentata dalla creazione di teorie generali del linguaggio (Bühler, Hjelmslev, Circolo linguistico di Praga, Chomsky), della letteratura (Propp, Tynjanov, Bahtin), e della cultura (Malinowski, White, Cassirer, Geertz). La terza fase segnò lo sviluppo interdisciplinare di vari campi negli studi umanistici (Lévi-Strauss, Barthes, Todorov, Kristeva, Wiener, Eco, Lotman, eccetera) e nella semiotica (Morris, Koch, Winner, Portis-Winner). Le loro aspirazioni possono essere riassunte nel desiderio di capire il linguaggio e la cultura nel modo più sistematico possibile, e di fondere in questa comprensione metodi quantitativi e qualitativi. La prima funzione caratteristica della semiotica della cultura è che in quest’ambiente cercò di essere innovativa sia a livello di linguaggio oggetto sia a livello di metalinguaggio, e di offrire dunque nuovi modi per definire l’oggetto di studio della cultura, e usare nuovi linguaggi di descrizione (non solo un linguaggio universale) per eseguire un’analisi della cultura. Come risultato di tutto questo, la progressiva affermazione della semiotica della cultura significò anche l’introduzione di una nuova metodologia.
Semiotics of culture has been strongly related to the development of general semiotics. One of the examples would be Roman Jakobson’s endeavour to create a new science with three distinct disciplinary levels: (1) study in communication of verbal messages = linguistics; (2) study in communication of any message = semiotics (communication of verbal messages implied); (3) study in communication = social anthropology jointly with economics (communication of messages implied) (Jakobson 1971[1967]: 666). Jakobson first demonstrated his model of verbal communication (see Figure 12.1) in 1956 in his article ‘Metalanguage as a Linguistic Problem’ (1985a [1956]). La semiotica della cultura è stata strettamente legata allo sviluppo della semiotica generale. Questo si vede, ad esempio, nel tentativo di Roman Jakobson di creare una nuova scienza con tre diversi livelli disciplinari: (1) studio della comunicazione di messaggi verbali = linguistica; (2) studio della comunicazione di qualsiasi tipo di messaggio = semiotica (compresa la comunicazione di messaggi verbali); (3) studio della comunicazione = antropologia sociale con economia (compresa la comunicazione di messaggi) (Jakobson 1971 [1976]:666). Jakobson ha dimostrato per la prima volta il suo modello di comunicazione verbale (vedi Figura 12.1) nel 1956 nel suo articolo Il metalinguaggio come problema linguistico[4] (1985a [1956]).

 

 

 

CONTEXT

 
     
 

(REFERENTIAL FUNCTION)

 
     

ADRESSER

MESSAGE

ADRESSEE

     

(EMOTIVE FUNCTION)

(POETIC FUNCTION)

(CONATIVE FUNCTION)

     
 

CONTACT

 
     
 

(PHATIC FUNCTION)

 
     
 

CODE

 
     
 

(METALINGUAL FUNCTION)

 

 

Figure 12.1  Jakobson’s model of communication

 

CONTESTO

 
     
 

(FUNZIONE REFERENZIALE)

 
     

EMITTENTE

MESSAGGIO

DESTINATARIO

     

(FUNZIONE EMOTIVA)

(FUNZIONE POETICA)

(FUNZIONE CONATIVA)

     
 

CONTATTO

 
     
 

(FUNZIONE FATICA)

 
     
 

CODICE

 
     
 

(FUNZIONE METALINGUISTICA)

 

 

Figura 12.1  Modello di comunicazione di Jakobson

On the one hand, the given model ties its components to various functions of language: ‘Language must be investigated in all the variety of its functions’ (Jakobson 1985a [1956]: 113). On the other hand, along with the various functions of language, it is also important for Jakobson to distinguish two principle levels of language – the level of object language and the level of metalanguage: ‘On these two different levels of language the same verbal stock may be used; thus we may speak in English (as metalanguage) about English (as object language) and interpret English words and sentences by means of English synonyms and circumlocutions’ (1985a [1956]:117). The actualization of the concept of metalanguage as ‘an innermost linguistic problem’ (Jakobson 1985a [1956]: 121), which emerges from Jakobson’s logic, is important for an understanding of the psychological as well as linguistic and cultural aspects of the functionality of language. Da una parte, il modello presentato lega i propri componenti alle varie funzioni del linguaggio: «Il linguaggio dev’essere studiato in tutte le varietà delle sue funzioni» (Jakobson 1985a [1956]:113). D’altra parte, assieme alle varie funzioni del linguaggio, per Jakobson è anche importante distinguere due principali livelli di linguaggio – il livello del linguaggio oggetto e il livello del metalinguaggio: «Su questi due diversi livelli di linguaggio può essere usato lo stesso materiale verbale; pertanto possiamo parlare in inglese (in quanto metalinguaggio) a proposito dell’inglese (in quanto linguaggio oggetto) e interpretare parole e frasi inglesi attraverso sinonimi e perifrasi inglesi» (1985a [1956]:117). L’attualizzazione del concetto di metalinguaggio come «problema intimamente linguistico» (Jakobson 1985a [1956]:121), che emerge dalla logica jakobsoniana, è importante per una comprensione degli aspetti psicologici, così come di quelli linguistici e culturali della funzionalità del linguaggio.
He begins from the metalinguistic aspect of the linguistic development of a child: ‘Metalanguage is the vital factor of any verbal development. The interpretation of one linguistic sign through other, in some respects homogeneous signs of the same language, is a metalingual operation which plays an essential role in child language learning’ (Jakobson 1985a [1956]: 120). But the development of a child corresponds to the development of an entire culture. For the development of a culture, it is important that the natural language of this culture satisfy all the demands for the description of foreign or of new phenomena and by the same token ensure not only the dialogic capacity but also the creativity and integrity of the culture, its cultural identity: ‘A constant recourse to metalanguage is indispensable both for a creative assimilation of the mother tongue and for its final mastery’ (Jakobson 1985a [1956]: 121). The very concept of metalanguage turns out to be important both at the level of scientific languages and at the level of everyday communication. Jakobson inizia dall’aspetto metalinguistico dello sviluppo linguistico di un bambino: «Il metalinguaggio è il fattore essenziale di qualsiasi sviluppo verbale. L’interpretazione di un segno linguistico attraverso altri segni, per certi aspetti omogenei, della stessa lingua, è un’operazione metalinguistica che gioca un ruolo fondamentale nell’apprendimento linguistico di un bambino» (Jakobson 1985a [1956]:120). Ma lo sviluppo di un bambino corrisponde allo sviluppo di un’intera cultura. Perché una cultura si sviluppi, è primario che il suo linguaggio naturale soddisfi tutti i presupposti per la descrizione di fenomeni estranei o nuovi e allo stesso modo assicuri non solo la capacità dialogica ma anche la creatività e l’integrità della cultura, la sua identità culturale: «un costante ricorso al metalinguaggio è indispensabile sia per un’assimilazione creativa della lingua madre sia per giungere a padroneggiarla» (Jakobson 1985a [1956]:121). Il concetto stesso di metalinguaggio si rivela importante sia a livello di linguaggi scientifici sia a livello di comunicazione quotidiana.
The process of communication is viewed hierarchically by Jakobson, so that a comprehension of his model of communication has to rest not so much on a statistical, theoretical basis as on a dynamic, empirical one. Jakobson in his article calls for a consideration of the specificity of each act of communication and correspondingly sees in the act of communication a hierarchy not only of linguistic but also of semiotic functions: ‘The cardinal functions of language – referential, emotive, conative, phatic, poetic, and metalingual – and their different hierarchy in the diverse types of messages have been outlined and repeatedly discussed. This pragmatic approach to language must lead mutatis mutandis to an analogous study of the other semiotic systems: ‘with which of these or other functions are they endowed, in what combinations and in what hierarchical order?’ (Jakobson 1971d [1968]: 703). The linguistic and semiotic aspects of communication are interrelated and on this basis Jakobson distinguishes two sciences from a semantic point of view – a science of verbal signs or linguistics and a science of all possible signs or semiotics (Jakobson 1985b [1974]: 99). Jakobson ha una visione gerarchica del processo di comunicazione, perciò una comprensione del suo modello di comunicazione deve fondarsi non tanto su una base statica e teorica, ma piuttosto su una base dinamica ed empirica. Nel suo articolo, Jakobson invita a tener conto della specificità di ogni atto di comunicazione e vede quindi nell’atto di comunicazione una gerarchia, non solo di funzioni linguistiche ma anche semiotiche: «Le principali funzioni del linguaggio – referenziale, emotiva, conativa, fatica, poetica e metalinguistica – e la loro diversa gerarchia nei vari tipi di messaggi sono state delineate e ripetutamente discusse. Questo approccio pragmatico al linguaggio deve condurre mutatis mutandis ad un analogo studio degli altri sistemi semiotici: “di quali di queste o altre funzioni sono dotati, in quali combinazioni e in quale ordine gerarchico”?» (Jakobson 1971d [1968]:703). Gli aspetti linguistici e semiotici della comunicazione sono correlati e su queste basi Jakobson distingue due discipline dal punto di vista semantico – una scienza dei segni verbali o linguistica e una scienza di tutti i segni possibili o semiotica (Jakobson 1985b [1974]:99).
Some activities in semiotics and semiology are interpretable as parallel to the Jakobsonian movement of thought. For Lévi-Strauss linguistics has a metalingual value for anthropology:

 

as a ‘semeiological’ science, anthropology turns toward linguistics – first, because only linguistic knowledge provides the key to a system of logical categories and of moral values different from the observer’s own; second, because linguistics, more than any other science, can teach him how to pass from the consideration of elements in themselves devoid of meaning to consideration of a semantic system and show him how the latter can be built on the basis of the former. This, perhaps, is primarily the problem of language, but, beyond and through it, the problem of culture in general. (1963: 368)

Alcune attività in semiotica e in semiologia sono interpretabili come parallele al pensiero jakobsoniano. Secondo Lévi-Strauss la linguistica ha un valore metalinguistico per l’antropologia:

 

come scienza ‘semeiologica’, l’antropologia si volge verso la linguistica. Anzitutto perché solo la conoscenza della lingua permette di penetrare in un sistema di categorie logiche e di valori morali diversi da quelli dell’osservatore; secondariamente perché la linguistica, più di qualsiasi altra scienza, può insegnargli come passare dalla considerazione di elementi in sé stessi privi di significato, alla considerazione di un sistema semantico e mostrargli come quest’ultimo può essere costruito sulla base del primo. È forse soprattutto questo il problema del linguaggio e, attraverso ed oltre questo, il problema della cultura in generale (1963:368).

Lévi-Strauss shows an aptitude for finding analogies between language and parts of culture:

 

New perspectives then open up. We are no longer dealing with an occasional collaboration where the linguist and the anthropologist, each working by himself, occasionally communicate those findings which each thinks may interest the other. In the study of kinship problems (and, no doubt, the study of other problems as well), the anthropologist finds himself in a situation which formally resembles that of the structural linguist. Like phonemes, kinship terms are elements of meaning; like phonemes, they acquire meaning only if they are integrated into systems. ‘Kinship systems’, like ‘phonemic systems’, are built by the mind on the level of unconscious thought. Finally, the recurrence of kinship patterns, marriage rules, similar prescribed attitudes between certain types of relatives, and so forth, in scattered regions of the globe and in fundamentally different societies, leads us to believe that, in the case of kinship as well as linguistics, the observable phenomena result from the action of laws which are general but implicit. The problem can therefore be formulated as follows: Although they belong to another order of reality, kinship phenomena are of the same type as linguistic phenomena.

(1963: 34)

Lévi-Strauss dimostra una propensione nel trovare analogie tra lingua e parti della cultura:

 

Si intravedono allora nuove prospettive. Non abbiamo più a che fare con una collaborazione occasionale dove il linguista e l’antropologo, ognuno lavorando da solo, si comunicano occasionalmente quelle scoperte che ognuno pensa potrebbero interessare all’altro. Nell’analisi dei problemi di parentela (e, senza dubbio, anche nell’analisi di altri problemi), l’antropologo si trova in una situazione che assomiglia formalmente a quella del linguista strutturale. Come i fonemi, i termini di parentela sono elementi di significato; come i fonemi acquisiscono significato solo se sono integrati in un sistema. I ‘sistemi di parentela’, così come i ‘sistemi fonemici’, sono costruiti dalla mente a livello di pensiero inconscio. Per finire, la ricorrenza di schemi di parentela, norme sul matrimonio, e atteggiamenti simili prescritti tra certi tipi di parenti, e via dicendo, in aree sparpagliate del mondo e in società fondamentalmente diverse, ci porta a credere che, nel caso delle parentele così come nella linguistica, i fenomeni osservati risultano dall’azione di leggi che sono generali ma implicite. Il problema può pertanto essere formulato come segue: sebbene appartengano a un altro ordine di realtà, i fenomeni di parentela sono dello stesso tipo dei fenomeni linguistici (1963:34).

Barthes, who also dreamed about a new science, differentiated first and second order languages and enlarged the borders of linguistics: ‘In fact, we must now face the possibility of inverting Saussure’s declaration: linguistics is not a part of the general science of signs, even a privileged part, it is semiology which is a part of linguistics: to be precise, it is that part covering the great signifying unities of discourse. By this inversion we may expect to bring to light the unity of the research at present being done in anthropology, sociology, psycho-analysis and stylistics round the concept of signification’ (1967: 11). Language in the context of this logic is both object and metalanguage:

 

Thus, though working at the outset on non-linguistic substances, is required, sooner or later, to find language (in the ordinary sense of the term) in its path, not only as a model, but also as component, relay or signified. Even so, such language is not quite that of the linguist: it is a second-order language, with its unities no longer monemes or phonemes, but larger fragments of discourse referring to objects or episodes whose

meaning underlines language, but can never exist independently of it. Semiology is therefore perhaps destined to be absorbed into a trans-linguistics, the materials of which may be myth, narrative, journalism, or on the other hand objects of our civilization, in so far as they are spoken (through press, prospectus, interview, conversation and perhaps even the inner language, which is ruled by the laws of imagination).

(Barthes 1967: 10–11)

Barthes, che sognava anche lui una nuova scienza, differenziò linguaggi di primo e di secondo ordine e allargò le frontiere della linguistica: «In effetti, dobbiamo adesso considerare la possibilità di invertire la dichiarazione di Saussure: la linguistica non è parte della scienza generale dei segni, persino una parte privilegiata, è la semiologia ad essere parte della linguistica: per essere precisi, è quella parte che copre le vaste unità di significato del discorso. Con quest’inversione, possiamo aspettarci di portare alla luce l’unità della ricerca che sta oggigiorno avendo luogo in antropologia, sociologia, psicoanalisi e stilistica attorno al concetto di significazione» (1967:11). Il linguaggio, nel contesto di questa logica, è sia linguaggio oggetto sia metalinguaggio:

 

Pertanto, benché lavorando all’inizio su materiale non linguistico, viene prima o poi richiesto di trovare una lingua (nel senso ordinario del termine) nel proprio percorso, non solo come modello, ma anche come componente, ponte o signifié. Ciò nonostante, una tale lingua non è esattamente quella del linguista: è un linguaggio di secondo ordine, con le sue unità non più monemi o fonemi, ma frammenti più grandi di discorso che si riferiscono a oggetti o episodi il cui significato sottolinea il linguaggio, ma non può mai esistere indipendentemente da esso. La semiologia è quindi forse destinata a essere assorbita in una translinguistica, i cui materiali possono essere mito, narrazione, giornalismo, o d’altra parte oggetti della nostra civiltà, fin quando sono parlati (attraverso stampa, prospetti, interviste, conversazioni e forse perfino linguaggio interno, che è governato dalle leggi dell’immaginazione) (Barthes 1967:10-11).

 

The 1960s was typified by the search for analogies between language and different cultural artefacts for better analysability. Barthes was very influential in this type of methodological thinking: ‘We shall therefore postulate that there exists a general category language/speech, which embraces all the systems of signs; since there are no better ones, we shall keep the terms language and speech, even when they are applied to communications whose substance is not verbal’ (1967:25). Also representative of this approach is the book of Metz Film Language: A Semiotics of the Cinema (1968) where the author, for example, found analogy between shots and utterances. Gli anni Sessanta sono stati caratterizzati dalla ricerca di analogie tra lingua e diversi artefatti culturali per permetterne una migliore analizzabilità. Barthes è stato molto influente in questo tipo di pensiero metodologico: «Dovremmo pertanto ipotizzare che esiste una categoria generale di linguaggio/discorso, che comprende tutti i sistemi di segni; siccome non ce n’è uno migliore, dovremmo tenere il termine linguaggio/discorso, anche quando è applicato a comunicazioni il cui materiale non è verbale» (1967:25). Rappresentativo di questo approccio è anche il libro di Metz Semiologia del cinema: saggi sulla significazione del cinema (1972)[5] dove l’autore, per esempio, trova un’analogia tra inquadrature ed enunciati.
Within the same period, Umberto Eco’s work A Theory of Semiotic was published. In the preface, dated from the years 1967–74, Eco distinguishes between two theories: a theory of codes and a theory of sign production (1977: viii). Eco did not think about disciplinary cultural semiotics but culture was conceptualized as an important semiotic research object:

 

To look at the whole of culture sub specie semiotica is not to say that culture is only communication and signification but that it can be understood more thoroughly if it is seen from the semiotic point of view … In culture every entity can become a semiotic phenomenon. The laws of signification are the laws of culture. For this reason culture allows a continuous process of communicative exchanges, in so far as it subsists as a system of systems of signification. Culture can be studied completely under a semiotic view.

(Eco 1977: 27–8)

Nello stesso periodo, è stato pubblicato il libro di Umberto Eco Trattato di semiotica generale (1975)[6]. Nella prefazione, che data agli anni 1967-74, Eco distingue due teorie: una teoria dei codici e una teoria della produzione segnica (1975:6). Eco non ha pensato alla semiotica della cultura come disciplina, ma la cultura è stata concettualizzata come oggetto di ricerca importante della semiotica:

 

Mirare alla cultura nella sua globalità sub specie semiotica non vuole ancora dire che la cultura tutta sia solo comunicazione e significazione, ma vuol dire che la cultura nel suo complesso può essere capita meglio se la si affronta dal punto di vista semiotico … ogni aspetto della cultura può diventare … un’entità semantica. [Le leggi della significazione sono le leggi della cultura. Per questa ragione la cultura permette un processo continuo di scambi comunicativi nella misura in cui sussiste come sistema di sistemi di significazione (Eco 1977:27-28)] La cultura può dunque essere integralmente studiata sotto il profilo semiotico (Eco 1975:42-43).

It was also the period of time in which there was a movement from typological descriptions of languages to descriptions of the general typology of culture. According to Lotman, the typology of culture should be based on the universals of culture. The most universal feature of human cultures is the need for self-description. Every culture has its own specific means for doing this – its languages of description. The descriptive languages facilitate cultural communication, perpetuate cultural experience, and model cultural memory. The coherence of culture is based on exactly the repetition and interpretation of the same things. The more descriptive languages a culture has, the richer is that culture. Consequently, every culture is describable as a hierarchy of object languages and descriptive languages, where the initial object language is a so-called home language and it is surrounded by semiotic systems related to everyday rituals and bodily techniques. There are certain languages of culture that can serve the function of both, object language and metalanguage from the point of view of everyday cultural experience (depicted in Figure 12.2). Fu anche il periodo in cui ci fu un passaggio dalle descrizioni tipologiche delle lingue alle descrizioni della tipologia generale della cultura. Secondo Lotman, la tipologia della cultura dovrebbe essere basata sugli universali della cultura. La caratteristica più universale delle culture umane è il bisogno di autodescrizione. Ogni cultura ha i propri mezzi specifici per farlo, i propri linguaggi di descrizione. I linguaggi descrittivi facilitano la comunicazione culturale, perpetuano l’esperienza culturale, e modellizzano la memoria culturale. La coerenza della cultura è basata proprio sulla ripetizione e l’interpretazione delle stesse cose. Più linguaggi descrittivi una cultura possiede, più quella cultura è ricca. Di conseguenza, ogni cultura è descrivibile come una gerarchia di linguaggi oggetto e linguaggi descrittivi, dove il linguaggio oggetto iniziale è una cosiddetta lingua di casa ed è circondata da sistemi semiotici legati a tecniche corporee e a rituali quotidiani. Dal punto di vista delle esperienze culturali quotidiane, ci sono certe lingue della cultura che possono svolgere entrambe le funzioni, sia quella di linguaggio oggetto sia quella di metalinguaggio (illustrati nella Figura 12.2).
   
Source languages or object languages Home language or dialect
  National language
  Everyday rituals and behaviour
Literature (fairy tales, novels, poems)
Arts (cinema, theatre, paintings)
Media(tion)
Criticism
Scientific languages in humanities
Terminological languages
Formal languages
Metalanguages Artificial languages

Figure 12.2  Hierarchy of objective and descriptive languages

   
Lingue emittenti o linguaggi oggetto Lingua di casa o dialetto
Lingua nazionale
  Rituali e comportamenti quotidiani
Letteratura (fiabe, romanzi, poemi)
Arte (cinema, teatro, pittura)
Media(zione)
Critica
Linguaggi scientifiche nelle discipline umanistiche
Linguaggi terminologiche
Linguaggi formali
Metalinguaggi Linguaggi artificiali

Figura 12.2  Gerarchia dei linguaggi oggetto e descrittivi

While home language, native language, and everyday rituals as semiotic mediation are object languages, the experience of literature, art, and media can be both object and metalinguistic, depending on their position in and impact on a person’s (especially a child’s) life. In a common situation it can be claimed that literature, arts, and media channels depict a certain reality; the critic interprets it in a language of a given medium that is easily understandable for the audience; the humanities do it in their metalanguage where strict terms exist alongside metaphors; sciences and natural sciences do it in strict terminological systems (and the process of interpretation takes place) up to formal languages and artistic languages. By means of object languages a human being acknowledges his or her relations to the world and by learning and using metalanguages shapes his or her individual identity. Culture does the same. The more descriptive languages there are in a culture, the more numerous are the possibilities for self-identification and the constitution of cultural identity. Mentre lingua di casa, lingua nativa e rituali quotidiani in quanto mediazione semiotica sono linguaggi oggetto, le esperienze della letteratura, dell’arte e dei media possono essere sia linguaggi oggetto sia metalinguaggi, a seconda della loro posizione nella e del loro impatto sulla vita di una persona (specialmente quella di un bambino). In una situazione normale si può affermare che i canali letterari, artistici e dei media rappresentano una certa realtà; il critico la interpreta nel linguaggio di un certo medium che è facilmente comprensibile per il pubblico; le discipline umanistiche lo fanno nel proprio metalinguaggio che comprende termini rigidi e metafore; le scienze e le scienze naturali lo fanno in rigidi sistemi terminologici (e il processo di interpretazione ha luogo) fino ad arrivare ai linguaggi formali e artistici. Attraverso i linguaggi oggetto un essere umano riconosce le sue relazioni con il mondo e attraverso l’apprendimento e l’uso di metalinguaggi forma la propria identità individuale. La cultura fa lo stesso. Più linguaggi descrittivi una cultura possiede, più numerose sono le possibilità di autoidentificazione e di creazione di una propria identità della cultura.

Cultural semiotics

Cultural semiotics has the means to analyse very different languages of culture not only through the communication processes taking place in a culture but also by seeing these processes as culture’s self-communication. In the course of analysing a culture’s self-communication we inevitably arrive at the definition of its identity. In today’s world, between global and local processes there exists a field of tension in which many ambivalent and hybrid phenomena take place. Because of this, it is especially important to understand that the need of individuals and societies for defining their self, their identity, and the semiotics of culture is becoming increasingly relevant in achieving this understanding. A sign system and language become synonyms in this context, and the notion of language is metaphorized, especially when the notion of a modelling system is added. A field of notions emerges: language – sign system – modelling system, and in addition, object language and metalanguage are differentiated.

Semiotica della cultura

La semiotica della cultura ha i mezzi per analizzare linguaggi molto diversi della cultura, non solo attraverso i processi di comunicazione che hanno luogo in una cultura, ma anche nel vedere questi processi come autocomunicazione della cultura. Durante l’analisi dell’autocomunicazione si arriva inevitabilmente alla definizione di identità della cultura. Nel mondo d’oggi, tra processi globali e locali esiste un campo di tensione nel quale hanno luogo molti fenomeni ibridi e ambivalenti. Per questo è particolarmente importante capire che il bisogno di individui e società di autodefinirsi, di definire la propria identità, e la semiotica della cultura stanno diventando sempre più rilevanti nel raggiungere questa comprensione. In questo contesto, sistema di segni e linguaggio diventano sinonimi e il concetto di «linguaggio» viene metaforizzato, specialmente quando si aggiunge il concetto di «sistema modellizzante». Emerge un campo di concetti: linguaggio-sistema di segni-sistema modellizzante, inoltre linguaggio oggetto e metalinguaggio sono differenziati.

The similarity between the notions of (cultural) language and a sign system in the semiotics of culture, gives us the possibility of distinguishing between two typological approaches. The first distinction is based on the juxtaposition of primary and secondary modelling systems.

 

I     Language as a primary modelling system

II    Secondary modelling systems:

(1) language as a higher sign system (myth, literature, poetry),

(2) language as a metalanguage or a part of metalanguage (criticism and history of art, music, dance, cinema, etc.), and

(3) language as a model or analogue (language of film, dance, music, painting, etc.).

 

Proceeding from this classification, language as a primary modelling system is the humans’ main means of thinking and communicating. As a secondary modelling system, language is the preserver of the culture’s collective experience and the reflector of its creativity. As a metalanguage, natural language is the translator and interpreter of all nonverbal systems, and from a methodological perspective, especially during the 1960s and 1970s, language offered cultural analysis the possibility of searching for discrete (linguistic) elements also in such fields of culture where natural language either does not belong to the means of expression, or does so only partially.

La somiglianza tra i concetti di linguaggio (culturale) e sistema di segni nella semiotica della cultura dà la possibilità di distinguere tra due approcci tipologici. La prima distinzione è basata sulla giustapposizione dei sistemi modellizzanti primario e secondario.

 

I   Linguaggio come sistema modellizzante primario

II   Sistemi modellizzanti secondari:

(1)   linguaggio come sistema segnico più alto (mito, letteratura, poesia),

(2)   linguaggio come metalinguaggio o parte di un metalinguaggio (critica e storia dell’arte, musica, danza, cinema, eccetera), e

(3)   linguaggio come modello o analogo (linguaggio del cinema, danza, musica, pittura, eccetera).

 

Secondo questa classificazione, il linguaggio come sistema modellizzante primario rappresenta i metodi principali di pensiero e comunicazione degli esseri umani. Come sistema modellizzante secondario, il linguaggio conserva l’esperienza collettiva della cultura e riflette la sua creatività. In quanto metalinguaggio, il linguaggio naturale è traduttore e interprete di tutti i sistemi nonverbali, e dal punto di vista metodologico, specialmente durante gli anni Sessanta e Settanta, il linguaggio ha offerto all’analisi culturale la possibilità di cercare elementi (linguistici) discreti anche in quei campi della cultura dove il linguaggio naturale o non appartiene ai mezzi di espressione, o vi appartiene solo in parte.

The second distinction is based on the possibility of differentiating between the statics and the dynamics of cultural languages.

 

I     Statics:

(1) continual (iconic-spatial, nonverbal) languages, and

(2) discrete languages (verbal languages).

II    Dynamics:

(1) specialization of cultural languages, and

(2) integration of cultural languages:

(a) self-descriptions and meta-descriptions,

(b) creolization.

 

While the level of statics is based on the distinction between verbal and nonverbal languages, the level of dynamics is related to the different paces of development of the different parts of culture. This means that during any given period in culture there are certain fields where there is balance between creation and interpretation (criticism, theory, history) and it is possible to speak about specialization and the identity of the field. At the same time, there are fields where, either due to the fast pace of development or for other reasons, a split between creation and interpretation brings about the need to integrate the field into culture. This can be done in two main ways – by using the creators’ self-descriptions also for general interpretation, or by borrowing tools of analysis from other fields and, combining them, creating new creolized languages of description.

La seconda distinzione è basata sulla possibilità di differenziare tra statica e dinamica nei linguaggi culturali:

 

I   Statica:

(1)   linguaggi continui (iconico-spaziali, nonverbali), e

(2)   linguaggi discreti (linguaggi verbali).

 

II   Dinamica:

(1)   specializzazione di linguaggi culturali, e

(2)   integrazione di linguaggi culturali:

(a)   autodescrizioni e metadescrizioni,

(b)   creolizzazione.

 

Mentre il livello della statica è basato sulla distinzione tra linguaggi verbali e nonverbali, il livello della dinamica è legato ai differenti ritmi di sviluppo delle diverse parti della cultura. Questo significa che durante qualsiasi momento nella cultura ci sono certi campi dove c’è un equilibrio tra creazione e interpretazione (critica, teoria, storia) ed è possibile parlare di specializzazione e di identità del campo. Allo stesso tempo, ci sono campi in cui, per via del veloce ritmo di sviluppo o di altri motivi, una divisione tra creazione e interpretazione crea il bisogno di integrare il campo all’interno della cultura. Questo si può fare principalmente in due modi: usando le autodescrizioni degli autori anche per l’interpretazione generale, o facendosi prestare strumenti di analisi da altri campi e, unendoli, creare nuovi linguaggi descrittivi creolizzati.

As a result of descriptive processes, one can talk about cultural self-models. Cultural self-description can be viewed as a process proceeding in three directions. Culture’s self-model is the result of the first direction, whose goal is maximum similarity to the actually existing culture. Second, cultural self-models may emerge that differ from ordinary cultural practice and may even have been designed for changing that practice. Third, there are self-models that exist as an ideal cultural self-consciousness, separately from culture and not oriented toward it. By this formulation Lotman does not exclude conflict between culture and its self-models. But the creation of self-models reflects the creativity of culture. In the 1980s Juri Lotman described creativity, calling on the work of Ilya Prigogine. In the article ‘Culture as a Subject and Object for Itself’, Lotman maintains that: ‘The main question of semiotics of culture is the problem of meaning-generation. What we shall call meaning-generation is the ability both of culture as a whole and of its parts to put out, in the “output”, nontrivial new texts. New texts are the texts that emerge as results of irreversible processes (in Ilya Prigogine’s sense), i.e. texts that are unpredictable to a certain degree’ (2000: 640). Come risultato dei processi descrittivi, si può parlare di automodelli culturali. L’autodescrizione della cultura può essere vista come un processo che si muove in tre direzioni. L’automodello culturale è il risultato della prima direzione, il cui obiettivo è la massima somiglianza alla cultura esistente. Secondariamente, possono emergere automodelli culturali che differiscono dalla pratica culturale ordinaria e possono perfino essere stati progettati per cambiare quella pratica. Terzo, ci sono automodelli che esistono come autocoscienza culturale ideale, separati dalla cultura e non orientati verso essa. Con questa formulazione Lotman non esclude un conflitto tra la cultura e i suoi automodelli, ma la creazione di automodelli riflette la creatività della cultura. Negli anni Ottanta, Lotman ha descritto la creatività, richiamando il lavoro di Ilya Prigogine. Nell’articolo «La cultura come soggetto e oggetto per sé stessa»[7] Lotman sostiene: «La questione principale della semiotica della cultura è il problema della generazione di senso. Ciò che chiamiamo “generazione di senso” è la capacità sia della cultura nel suo insieme sia delle sue parti di produrre, come risultato, nuovi testi non banali. I nuovi testi sono quei testi che emergono come risultato di processi irreversibili (nel senso dato da Ilya Prigogine), ad esempio testi che hanno un certo grado di imprevedibilità» (2000:640).
Cultural semiotics started from the realization that in a semiotical sense culture is a multilanguage system, where, in parallel to natural languages, there exist secondary modelling systems (mythology, ideology, ethics, etc.), which are based on natural languages, or which employ natural languages for their description or explanation (music, ballet) or language analogization (language of theatre, language of movies). The next step is to introduce the concept of text as the principal concept of cultural semiotics. On the one hand, text is the manifestation of language, using it in a certain manner. On the other hand, text is itself a mechanism that creates languages. From the methodological point of view, the concept of text was important for the definition of the subject of analysis, since it denoted both natural textual objects (a book, picture, symphony) and textualizable objects (culture as text, everyday behaviour or biography, an era, an event). Text and textualization symbolize the definition of the object of study; the definition or framework allows in its turn the structuralization of the object either into structural levels or units, and also the construction of a coherent whole or system of those levels and units. The development of the principles of immanent analysis in various cultural domains was one field of activity of cultural semiotics. Yet the analysis of a defined object is static, and the need to also take into account cultural dynamics led Juri Lotman to introduce the notion of semiosphere. Although the attributes of semiosphere resemble those of text (definability, structurality, coherence), it is an important shift from the point of view of culture’s analysability. Human culture constitutes the global semiosphere, but that global system consists of intertwined semiospheres of different times (the diachrony of semiosphere) and different levels (the synchrony of semiosphere). Each semiosphere can be analysed as a single whole, yet we need to bear in mind that each analysed whole in culture is a part of a greater whole, which is an important methodological principle. At the same time, every whole consists of parts, which are legitimate wholes on their own, which in turn consist of parts, etc. It is an infinite dialogue of wholes and parts and the dynamics of the whole dimension. La semiotica della cultura è nata dalla comprensione che, in senso semiotico, la cultura è un sistema multilinguistico in cui, parallelamente ai linguaggi naturali, esistono sistemi modellizzanti secondari (mitologia, ideologia, etica, eccetera) che sono basati su linguaggi naturali, o che usano linguaggi naturali per la loro descrizione o spiegazione (musica, balletto) o per l’analogizazzione del linguaggio (linguaggio teatrale, linguaggio cinematografico). Il passo successivo è introdurre il concetto di «testo» come concetto principale della semiotica della cultura. Da un lato, il testo è la manifestazione del linguaggio, che lo usa in un certo modo. Dall’altro lato, il testo stesso è un meccanismo che crea linguaggi. Dal punto di vista metodologico, il concetto di «testo» è stato importante per la definizione del soggetto di analisi, visto che ha denotato sia gli oggetti testuali naturali (un libro, un’immagine, una sinfonia) sia oggetti testualizzabili (cultura come testo, comportamenti quotidiani e biografie, un’era, un evento). Il testo e la testualizzazione simboleggiano la definizione dell’oggetto di studio; la definizione o il quadro generale permette a sua volta la strutturazione dell’oggetto sia in livelli sia in unità strutturali, e anche la costruzione di un insieme o di un sistema coerente di questi livelli e unità. Lo sviluppo dei principi dell’analisi immanente in vari domini culturali è stato un campo di attività della semiotica della cultura. Eppure l’analisi di un oggetto definito è statica e il bisogno di tenere da conto anche la dinamica della cultura ha portato Jurij Lotman a introdurre il concetto di «semiosfera». Sebbene gli attributi della semiosfera assomiglino a quelli del testo (definibilità, strutturalità, coerenza), dal punto di vista dell’analizzabilità della cultura è un cambiamento importante. La cultura umana costituisce la semiosfera globale, ma questo sistema globale è composto da semiosfere di tempi diversi (la diacronia della semiosfera) e livelli diversi (la sincronia della semiosfera) intrecciate tra loro. Ogni semiosfera può essere analizzata come insieme indipendente, eppure bisogna ricordarsi che ogni insieme analizzato nella cultura è parte di un insieme più grande, il che è un principio metodologico importante. Allo stesso tempo, ogni insieme è composto da parti, che sono insiemi legittimi a sé stanti, anch’essi composti da parti, eccetera. È un dialogo infinito di insiemi e parti e della dinamica dell’intera dimensione.
Yet the text will remain the ‘middle’ concept for cultural semiotics, since as a term it can denote both a discrete artefact and an invisible abstract whole (a mental text in collective consciousness or subconsciousness). The textual aspect of text analysis means the operation with clearly defined sign systems, texts or combinations of texts; the processual aspect of text analysis presupposes definition, construction or reconstruction of a whole. Thus the analysis assembles the concrete and the abstract, the static and the dynamic in one concept – the text (Torop 2009). Tuttavia il testo rimarrà il concetto “centrale” della semiotica della cultura, dato che come termine può denotare sia un artefatto discreto sia un insieme astratto e invisibile (un testo mentale nella coscienza o nell’inconscio collettivo). L’aspetto testuale dell’analisi del testo sta ad indicare l’operazione con sistemi di segni, testi o combinazioni di testi chiaramente definiti; l’aspetto processuale dell’analisi del testo presuppone definizione, costruzione o ricostruzione dell’insieme. Pertanto l’analisi assembla il concreto e l’astratto, lo statico e il dinamico in un unico concetto – il testo (Torop 2009).
The space of communication can thus be further divided into communication and metacommunication. The texts in this space are autonomous and describable through the relations of prototext and metatext, and the possibility of fixing their amount assures the analysability of culture. At this level, culture can be described as a set of texts and we can determine the process of creating new texts from previous texts, which generates coherence in culture. We could say that describing this coherence is a static approach to the space of culture, based on the classification of proto- and metatexts. Another possibility is the dynamic approach, which stems from the intertextual relations between texts. Intertextuality hereby refers to textual relations on different levels: from parts of text (citation, allusion, reminiscence, paraphrase, etc.) to whole texts (parody, plagiarism, travesty, etc.). Intertextual description of culture includes the rules of operating with alien texts. Every text is bounded by many different texts through implicit or explicit references and these texts have overlappings and intertwinings as a result of which the intertextual description of culture is a dynamic network that lacks direct causal relations in contrast to the case of metacommunicational description. Therefore, intertextual space is the space of visible and invisible bonds between texts. In this space, text is a process both from the point of view of its creation (from the first to the final draft) and its reception and interpretation. Thus we have a reason to talk also about intercommunication (see Figure 12.3). Lo spazio di comunicazione può quindi essere ulteriormente diviso in comunicazione e metacomunicazione. I testi in questo spazio sono autonomi e descrivibili attraverso le relazioni di prototesto e metatesto, e la possibilità di fissare la loro quantità assicura l’analizzabilità della cultura. A questo livello, la cultura può essere descritta come un insieme di testi ed è possibile determinare il processo di creazione di nuovi testi da testi precedenti, che genera coesione nella cultura. Si potrebbe dire che descrivere questa coesione è un approccio statico allo spazio della cultura, basato sulla classificazione di proto- e metatesti. Un’altra possibilità è l’approccio dinamico, che deriva dalle relazioni intertestuali tra testi. L’intertestualità in questo contesto si riferisce alle relazioni testuali a livelli diversi: da parti di testo (citazione, allusione, reminiscenza, parafrasi, eccetera) a testi interi (parodia, plagio, travesti, eccetera). La descrizione intertestuale della cultura include le regole dell’operare con testi estranei. Ogni testo è legato da molti testi diversi attraverso riferimenti impliciti o espliciti e questi testi hanno sovrapposizioni e intrecciamenti e, come risultato di ciò, la descrizione intertestuale della cultura è una rete dinamica a cui mancano relazioni dirette causali, a differenza del caso della descrizione metacomunicativa. Perciò, lo spazio intertestuale è lo spazio di legami visibili e invisibili tra testi. In questo spazio, il testo è un processo sia dal punto di vista della sua creazione (dalla prima all’ultima versione) sia della sua ricezione e interpretazione. Abbiamo quindi motivo di parlare anche di intercomunicazione (vedi Figura 12.3).
 

                                                                                                       Prototexts

Textuality               Metacommunication             Metatexts

Text

Processuality         Intercommunication              Intexts

Intertexts

 

Figure 12.3  Metacommunication and intercommunication

 

                                                                                                       Prototesti

Testualità               Metacomunicazione             Metatesti

Testo

Processualità         Intercomunicazione              Intesti

Intertesti

 

Figura 12.3  Metacomunicazione e intercomunicazione

Describing textual relations is fruitful on at least three more levels. First, both meta- and intercommunication are possible not only between verbal texts but between texts fixed in different sign systems. This means that in the space of culture, it is possible to describe any text intersemiotically or that communication always bears an intersemiotic aspect in culture. This is expressed in the mediation of words with images in illustrated books and in ekphrasis as well as in the writing of a ballet based on a literary work or its cinematic adaptations, etc. Second, discourses are hierarchized in culture. One and the same message can be translated into different discourses and it is possible to speak of interdiscoursivity or the existence of the message in different modalities and on different levels of culture. Therefore, interdiscoursive space is also multimodal space. Third, in every culture, it is possible to observe the transfers of one message between different media and this means the necessity of using also the notion of intermediality. For instance, the screen adaptation of a novel is on the one hand describable as an intersemiotic translation and the analysis of it presumes the comparison of verbal and audiovisual sign systems. On the other hand, however, literature and cinema are two different media and, complementarily, the influence of medium on the text or the comparison of literariness and cinematicity is important. Therefore, the space of culture is simultaneously the space of different sign systems (intersemiotic), discoursive practices (interdiscoursive) and media (intermedial). These three dimensions of the space of culture allow more versatility in describing the processes of communication. From this

perspective, one possibility afforded by this holistic view of culture is to understand culture as a process of total translation (Torop 2008, 2010, 2011).

Descrivere le relazioni testuali è produttivo ad almeno altri tre livelli. Innanzitutto, sia la meta- che l’intercomunicazione sono possibili non solo tra testi verbali, ma anche tra testi fissi in sistemi segnici diversi. Questo significa che nello spazio della cultura, è possibile descrivere qualsiasi testo intersemioticamente o che la comunicazione porta sempre un aspetto intersemiotico nella cultura. Questo viene espresso nella mediazione di parole con immagini nei libri illustrati e nelle ekphrasis come anche nella stesura di un balletto basato su un’opera letteraria o nei suoi adattamenti cinematografici, eccetera. Secondariamente, nella cultura i discorsi sono gerarchizzati. Uno stesso messaggio può essere tradotto in diversi discorsi ed è possibile parlare di interdiscorsività o dell’esistenza del messaggio in diverse modalità e a diversi livelli della cultura. Perciò, lo spazio interdiscorsuale è anche spazio multimodale. In terzo luogo, in ogni cultura è possibile osservare i trasferimenti di un messaggio attraverso vari media e questo significa che è necessario usare anche il concetto di «intermedialità». Per esempio, l’adattamento cinematografico di un romanzo è da un lato descrivibile come traduzione intersemiotica e la sua analisi presuppone il paragone tra sistemi di segni verbali e audiovisivi. Dall’altro lato, tuttavia, la letteratura e il cinema sono due media diversi e, complementarmente, l’influenza del medium sul testo o il paragone tra letterarietà e cinematicità è importante. Di conseguenza, lo spazio della cultura è simultaneamente lo spazio di diversi sistemi di segni (intersemiotico), pratiche discorsive (interdiscorsivo) e media (intermediale). Queste tre dimensioni dello spazio della cultura permettono una maggiore versatilità nel descrivere i processi di comunicazione. Da questa prospettiva, una possibilità data da questa visione olistica della cultura è capire la cultura come processo di traduzione totale (Torop 2008, 2010, 2011).
The original conception of the dynamics of culture came from W. A. Koch, founder of evolutionary cultural semiotics. Koch saw culture as a phenomenon whose true integrative potentialities have not yet been fully discovered or explored. For a semiotics thus conceived, structure and process are not different phases of reality and/or sciences but rather mere faces of a unitary field. His semiotic analysis will be based on premises of macro-integration – or evolution – and of micro-integration – culture (Koch 1989: v). For evolutionary cultural semiotics evolution means the dynamics of the cultural environment as semiosis that evolves from verbal and pictorial media, to start with, towards printed media and then telemedia. Today this process is continuing in the environment of new media. It is a movement from immediate communication towards the diversification of forms of mediated communication and the understanding of communication forms, with the cultural value of technological evolution becoming a part of both the history of science and that of culture. La concezione originaria della dinamica della cultura nasce da W. A. Koch, fondatore della semiotica della cultura evoluzionistica. Koch ha visto la cultura come fenomeno le cui vere potenzialità integrative non sono ancora state interamente scoperte o esplorate. Per una semiotica così concepita, struttura e processo non sono fasi differenti della realtà e/o delle scienze, quanto piuttosto mere facce di un unico campo. La sua analisi semiotica sarà basata sulle premesse della macrointegrazione (o evoluzione) e della microintegrazione (cultura) (Koch 1989:v). Per la semiotica della cultura evoluzionistica, «evoluzione» significa dinamica dell’ambiente culturale come semiosi che si evolve prima dai media verbali e pittorici, poi verso media stampati e successivamente telemedia. Oggigiorno questo processo sta continuando nel contesto dei nuovi media. È un movimento dalla comunicazione immediata verso la diversificazione delle forme di comunicazione mediata e la comprensione di forme di comunicazione, con il valore culturale dell’evoluzione tecnologica che diventa parte sia della storia della scienza sia di quella della cultura.
On one hand, the study of culture would be possible via the semiotization of culture-studying disciplines, which would bring them closer to the essence of culture. The birth of the notion of semiotic anthropology is an example of such a development, which, together with the capability for disciplinary analysis, would increase the level of analysability of culture (see Torop 2006). On the other hand, cultural semiotics offers a systematic approach to culture and creates a complementary methodology, which ensures the mutual understanding of different disciplines studying culture. This is the developmental prospect of cultural semiotics. Da una parte, lo studio della cultura sarebbe possibile attraverso la semiotizzazione delle discipline che studiano la cultura, che le avvicinerebbe all’essenza della cultura. La nascita del concetto di «antropologia semiotica» è un esempio di un tale sviluppo che, assieme alla capacità di analisi disciplinare, aumenterebbe il livello di analizzabilità della cultura (vedi Torop 2006). Dall’altra parte, la semiotica della cultura offre un approccio sistematico alla cultura e crea una metodologia complementare, che assicura la comprensione reciproca delle diverse discipline che studiano la cultura. Questa è la prospettiva di sviluppo della semiotica della cultura.
The intersection of culture and disciplines studying culture evokes questions raised by Rastier, those about universal trans-semiotics, and differentiates between two poles with respect to the study of culture – there are the sciences of culture (sciences de la culture), represented by Ernst Cassirer, and the semiotics of cultures (sémiotique des cultures) represented by the Tartu School. Between these two poles lie the questions: one or many sciences? Culture or cultures? (Rastier 2001: 163; see also Posner 2005: 292). L’intersezione della cultura e delle discipline che studiano la cultura suscita domande espresse da Rastier, quelle riguardanti la transemiotica universale, e differenzia due poli rispetto allo studio della cultura: ci sono le scienze della cultura (sciences de la culture), rappresentate da Ernst Cassirer, e la semiotica delle culture (sémiotique des cultures) rappresentata dalla Scuola di Tartu. Tra questi due poli sorgono le domande: una o più scienze? Cultura o culture? (Rastier 2001:163; vedi anche Posner 2005:292).
Transdisciplinary effort exists between semiotics and many other disciplines. Semiotic anthropology possesses a significant methodological value: ‘A further advantage of semiotic anthropology for today’s sociocultural anthropologists is that it supports more flexible and expansive approaches to defining where and how we can do our research’ (Mertz 2007: 345). In archaeology we can also detect a similar methodological partnership with semiotics – the belief that semiotics offers ‘a common language with which we can understand the structure of contrasting interpretative approaches and communicate across these boundaries while at the same time acknowledging the validity of our different theoretical commitments’ (Preucel and Bauer 2001: 93). In cultural psychology there exists a strong interest in semiotics: ‘The whole semiotic mediation system is viewed as a hierarchical regulatory system of meanings that guarantee the person’s psychological distancing from the here-and-now setting’ (Valsiner 2005: 203). The purpose is not to show all the contacts between semiotics and other disciplines in cultural research but rather the dialogical value of semiotics. Esistono sforzi transdisciplinari tra la semiotica e molte altre discipline. L’antropologia semiotica possiede un valore metodologico notevole: «Un ulteriore vantaggio dell’antropologia semiotica per gli antropologi socioculturali di oggi è che supporta approcci più flessibili ed espansivi nel definire dove e come possiamo svolgere la nostra ricerca» (Mertz 2007:345). Anche nell’archeologia possiamo individuare una simile collaborazione metodologica con la semiotica: la convinzione che la semiotica offra «un linguaggio comune con cui possiamo capire la struttura di approcci interpretativi contrastanti e comunicare attraverso queste barriere mentre allo stesso tempo riconosciamo la validità dei nostri diversi impegni teorici» (Preucel e Bauer 2001:93). La psicologia della cultura ha un forte interesse per la semiotica: «L’intero sistema di mediazione semiotica è visto come sistema gerarchico regolatore di significati che garantiscono il distanziamento psicologico della persona dal contesto del qui-e-ora» (Valsiner 2005:203). L’obiettivo non è mostrare tutti i contatti tra la semiotica e le altre discipline della ricerca culturale, piuttosto il valore dialogico della semiotica.
In both cases of culture as an object of study and culture research sciences as objects of study – it is suitable to recall the picture that emerged from Umberto Eco’s reading of Lotman: ‘If we put together many branches and great quantity of leaves, we still cannot understand the forest. But if we know how to walk through the forest of culture with our eyes open, confidently following the numerous paths which criss-cross it, not only shall we be able to understand better the vastness and complexity of the forest, but we shall also be able to discover the nature of the leaves and branches of every single tree’ (2000: xiii). In entrambi i casi di cultura come oggetto di studio e scienze che svolgono ricerche sulla cultura come oggetti di studio, è opportuno ricordare l’immagine di Umberto Eco che emerse dalla lettura di Lotman: «Se mettiamo insieme molti rami e una gran quantità di foglie, non possiamo certo cogliere la foresta. Ma se noi sappiamo come camminare attraverso la foresta della cultura con i nostri occhi ben aperti, seguendo fiduciosamente i numerosi cammini che la incrociano, non solo saremo in grado di capire meglio la vastità e la complessità della foresta, ma saremo anche in grado di scoprire la natura delle foglie e dei rami di ogni singolo albero».[8]
Cultural semiotics is disciplinary oriented to the complex analysis of culture, where it is important to balance between the understanding of the part and the whole, statics and dynamics. The specificity of cultural semiotics lies in understanding the complementarity between processes of communication in culture and cultural autocommunication. The historical analysis of culture covers the typological research of cultural self-descriptive languages, the coexistence of these languages and the mutual translatability between them. Contemporary culture is a multilingual dynamic whole where every innovative act from a new novel, through an exhibition or movie to a big social event exists in culture as something unpredictably new. This new will become the part of culture only after being described for culture, when semiotic tools have been found for its research, and when through the adaptations and the transformations of this new component of culture into other cultural forms, a system of metalanguage has been constructed to interpret the new cultural phenomenon. Cultural semiotics serves as a tool for the complex analysis of culture and also for synthesizing the experiences gained from other culture studies disciplines. The disciplinary development of cultural semiotics is at the same time an interdisciplinary development of the dialogue between culture and humanities, on the one hand, and between different culture studies disciplines, on the other. La semiotica della cultura è orientata disciplinarmente all’analisi complessa della cultura, dove è importante trovare un equilibrio tra la comprensione delle parti e del tutto, tra statica e dinamica. La specificità della semiotica della cultura sta nel capire la complementarità tra processi di comunicazione nella cultura e autocomunicazione della cultura. L’analisi storica della cultura comprende la ricerca tipologica dei linguaggi autodescrittivi della cultura, la coesistenza di questi linguaggi e la reciproca traducibilità tra di loro. La cultura contemporanea è un insieme dinamico e multilinguistico dove ogni atto innovativo, da un nuovo romanzo, a una mostra o un film, fino a un importante evento sociale, esiste nella cultura come qualcosa di imprevedibilmente nuovo. Questo nuovo diventerà parte della cultura solo dopo essere stato descritto per la cultura, quando per la sua ricerca si troveranno strumenti semiotici, e quando attraverso gli adattamenti e le trasformazioni di questa nuova componente della cultura in altre forme culturali, si creerà un sistema di metalinguaggio per interpretare il nuovo fenomeno culturale. La semiotica della cultura serve come strumento per la complessa analisi della cultura e anche per sintetizzare le esperienze ottenute da altre discipline che studiano la cultura. Lo sviluppo disciplinare della semiotica della cultura è allo stesso tempo uno sviluppo interdisciplinare del dialogo tra cultura e discipline umanistiche, da una parte, e tra diverse discipline che studiano la cultura, dall’altra.

Related topics

culture and translation; language and culture in intercultural communication; cultural linguistics; language, culture and identity; language and cultural scripts; language, culture and spatial cognition; space, time and space–time: metaphors, maps and fusions; language, gender and context; language and culture in cognitive anthropology; ethnolinguistics.

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Cultura e traduzione; lingua e cultura nella comunicazione interculturale; linguistica della cultura; lingua, cultura e identità; linguaggio e script culturali; linguaggio, cultura e cognizione spaziale; spazio, tempo e spaziotempo: metafore, mappe e fusioni; linguaggio, genere e contesto; linguaggio e cultura nell’antropologia cognitiva; etnolinguistica.

Further reading

Capozzi, Rocco (ed.) 1997. Reading Eco. An Anthology. Bloomington, Indianapolis: Indiana University Press. (This collection provides a very good overview of Eco’s cultural semiotics and its scientific reception.)

Koch, Walter A. (ed.) 1990. Semiotics in the Individual Sciences. Vols.1–2. Bochum: Brockmeyer Universitätsverlag. (This volume gives a very good overview of different fields of cultural semiotics: literary studies, linguistics, anthropology, arts, etc.)

Lotman, Yuri M. 2000. Universe of the Mind. A Semiotic Theory of Culture. Bloomington, IN: Indiana University Press. (This book is the best source for understanding basic notions of cultural semiotics: text, semiosphere, cultural memory.)

Lotman, Juri 2009. Culture and Explosion. Berlin, New York: Walter de Gruyter. (This is an important book on cultural dynamics, unpredictability in cultural changes and search of new descriptive languages.)

Salupere, Silvi, Torop, Peeter, and Kull, Kalevi (eds) 2013. Beginnings of the Semiotics of Culture. Tartu Semiotics Library 13. Tartu: University of Tartu Press. (Overview of history of cultural semiotics and collection of programmatic texts of Tartu–Moscow semiotic school.)

 

 

 


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Letture supplementari

Capozzi, Rocco (a cura di) 1997. Reading Eco. An Anthology. Bloomington, Indianapolis: Indiana University Press. (Questa raccolta offre una visione d’insieme molto buona della semiotica della cultura di Eco e delle sua ricezione scientifica.)

Koch, Walter A. (a cura di) 1990. Semiotics in the Individual Sciences. Volumi1-2. Bochum: Brockmeyer Universitätsverlag. (Questo volume offre una visione d’insieme molto buona di campi diversi della semiotica della cultura: studi letterari, linguistica, antropologia, arte, eccetera.)

Lotman, Yuri M. 2000. Universe of the Mind. A Semiotic Theory of Culture. Bloomington, IN: Indiana University Press. (Quest’opera è la fonte migliore per capire i concetti di base della semotica della cultura: testo, semiosfera, memoria della cultura.)

Lotman, Jurij 1993. La cultura e l’esplosione: prevedibilità e imprevedibilità, Milano: Feltrinelli. (Questa è un’opera importante sulla dinamica della cultura, l’imprevedibilità nei cambiamenti della cultura e la ricerca di nuovi linguaggi descrittivi.)

Salupere, Silvi, Torop, Peeter, e Kull, Kalevi (a cura di) 2013. Beginnings of the Semiotics of Culture. Tartu Semiotics Library 13. Tartu: University of Tartu Press. (Visione d’insieme della storia della semiotica della cultura e raccolta di testi programmatici della Scuola di semiotica di Tartu-Mosca.)

 

Riferimenti bibliografici

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[1] Edizione originale: 1973, Tezisy k semiotičeskomu izučeniju kul’tur (v primenenii k slavjanskim tektstam), in Semiotyka i struktura tekstu. Studia s´wie˛cone VII mie˛dz. kongresowi slawistów, a cura di M. R. Mayenowa, Warszawa, 9-3.

Traduzione italiana: 1979, Tesi per un’analisi semiotica delle culture (in applicazione ai testi slavi), in La semiotica nei Paesi slavi. Programmi, problemi, analisi, a cura di C. Previgano, traduzione di E. Rigotti, Milano, Feltrinelli, 194-220.

[2] Traduzione italiana: Lotman, Ivanov, Toporov, Pjatigorski e Uspenskij 1980:107.

[3] Edizione originale: 1973, Tezisy k semiotičeskomu izučeniju kul’tur (v primenenii k slavjanskim tektstam), in Semiotyka i struktura tekstu. Studia s´wie˛cone VII mie˛dz. kongresowi slawistów, a cura di M. R. Mayenowa, Warszawa, pp. 9-3.

Traduzione italiana: 1979, Tesi per un’analisi semiotica delle culture (in applicazione ai testi slavi), in La semiotica nei Paesi slavi. Programmi, problemi, analisi, a cura di C. Previgano, traduzione di E. Rigotti, Milano, Feltrinelli, 194-220.

[4] Edizione originale: Metalanguage as a Linguistic Problem. Scritto nel 1956 come discorso alla società americana di linguistica e pubblicato in Különlenyomat a Nyelvtudományi Közlemények.

Traduzione italiana: “Il metalinguaggio come problema linguistico”.

[5] Edizione originale: 1968, Essai sur la signification au cinéma I.

Traduzione italiana: Semiologia del cinema: saggi sulla significazione del cinema, Garzanti, Milano 1972.

[6] Edizione originale: 1975, Trattato di semiotica generale, Milano, Bompiani.

[7] Traduzione italiana: 1989, La cultura come soggetto e oggetto per se stessa.

[8] U. Eco, “Introduction”, a J. M. Lotman, Universe of the Mind. A Semiotic Theory of Culture, I. B. Tauris, London – New York, 2001, p. XIII.

Nov 072016
 

Zuzana Jettmarová – Translating Jiří Levý’s Art of Translation

for an International Readership

civica logo spinelli

SIMONA ZANONI

 

Fondazione Milano

Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli»

via Francesco Carchidio 2 – 20144 MILANO

Relatore: professor Bruno Osimo

 

 

                        Diploma in Mediazione linguistica

Ottobre 2016

 


 

© Zuzana Jettmarová 2011

© Per l’edizione italiana: Simona Zanoni 2016 (simona.zanoni@teletu.it)

 

Abstract in italiano

La presente tesi propone la traduzione dell’articolo di Zuzana Jettmarová Translating Jiří Levý’s «Art of Translation» for an International Readership. Il suo elaborato parte dai motivi che l’hanno spinta a intraprendere questa “sfida” traduttiva, durante la quale si sono incontrati non pochi problemi. Innanzitutto, la difficoltà nel collocare Levý all’interno di una corrente, nel determinare se appartenga allo strutturalismo ceco o al formalismo russo; da qui, la necessità di fornire al lettore anglofono un contesto che egli non ha per assicurargli la comprensione del testo. In secondo luogo, gli ostacoli nel tradurre la terminologia e i concetti esposti da Levý nella sua opera.

 

English abstract

This work presents the translation of the article entitled Translating Jiří Levý’s «Art of Translation» for an International Readership written by Zuzana Jettmarová. Her essay opens with the reasons she undertook this translation, which turned out to be a major challenge for both the translator and the editor. First, they found it difficult to determine whether Levý belonged to Czech Structuralism or to Russian Formalism, and had to provide English-speaking readers with a context they would typically be unfamiliar with. Second, it was hard to translate the terms and concepts presented by Levý in his book.

 

中文摘要

本论文介绍Zuzana Jettmarová 为国际读者翻译依瑞·列维Jiří Levý所写的翻译的艺术”(Translating Jiří Levý’s «Art of Translation» for an International Readership翻译文章其内容主要说明她为什么选择了这种挑战性的翻译,或在翻译期间所遇到的不少难题。第一个就是对列维进行归类,属于捷克结构主义的流派还是俄国形式主义的流派? 然后就是给英语读者提供一个本来没有的背景,以确保专著的理解。 第二个难题就是翻译列维书中的术语和观念

INDICE

1 PREFAZIONE                  4

1.1 Il circolo linguistico di Praga e lo strutturalismo ceco                  4

1.2 Zuzana Jettmarová e Jiří Levý                  8

1.3 Riferimenti bibliografici – Prefazione                   14

2 TRADUZIONE                  15

2.1 Introduzione                  15

2.2 Supposizioni e memi                  18

2.3 Vincoli concettuali ed elusione della disintegrazione                  33

2.4 Conclusione                  44

3 RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI                  47


 

1 - PREFAZIONE

Il circolo linguistico di Praga e lo strutturalismo ceco

Il circolo linguistico di Praga fu fondato il 6 ottobre 1926, quando Vilém Mathesius si incontrò con quattro colleghi (Jakobson, Havránek, Trnka e Rypka) per discutere di una conferenza tenuta da un linguista tedesco. Mathesius sfruttò l’occasione per dare al gruppo un’organizzazione e una chiara direzione teorica. Tuttavia, si può dire che le radici della scuola di Praga risalgono al 1911, in quanto Vilém Mathesius, già prima della pubblicazione di Cours de linguistique générale di Ferdinand de Saussure, aveva parlato dello studio sincronico del linguaggio. In ogni caso, l’opera di Saussure è stata sicuramente fondamentale per la creazione del pensiero del circolo linguistico di Praga. Altrettanto importante fu il circolo linguistico di Mosca. I suoi membri si occupavano dei problemi riguardanti il linguaggio e la linguistica e, a causa degli eventi storici di quel periodo (in particolare la Rivoluzione di ottobre in Russia), molti di loro furono costretti a scappare e a continuare il loro lavoro altrove. Per questo motivo, personalità come Roman Jakobson e Nikolaj Sergeevič Trubeckoj si unirono al circolo di Praga, contribuendo in modo significativo al suo sviluppo. Nel 1928, al primo congresso internazionale di linguistica organizzato all’Aia, venne presentata la proposta 22, il manifesto del circolo di Praga, redatto da Roman Jakobson e cofirmato da Trubeckoj e Karcévsky. Questo programma cambiò lo sviluppo della linguistica europea e segnò la nascita di una nuova scienza: la fonologia.

Un anno dopo, al congresso internazionale degli slavisti tenutosi a Praga nel 1929, gli accademici di Praga pubblicarono i Travaux du cercle linguistique de Prague. A partire dal novembre 1939, però, con l’inizio della seconda guerra mondiale, i nazisti chiusero le università ceche; i membri del circolo furono costretti per anni a incontrarsi in posti nascosti e fu solo nel giugno 1945, con la sconfitta del nazismo, che ricominciarono la loro attività pubblicamente (Makarzk, 1993: 179-181). Tuttavia, il circolo di Praga aveva perso alcuni dei suoi esponenti più importanti: chi a causa di morte naturale, come Nikolaj Sergeevič Trubeckoj e Vilem Mathesius, e chi perché fu esiliato, come Roman Jakobson, che scappò negli Stati Uniti d’America. Perciò, appena tre anni dopo, nel 1948, ci fu l’ultima conferenza pubblica degli accademici del circolo linguistico di Praga. Nonostante tutto, comprese le interruzioni per via della guerra, i membri del circolo di Praga furono in grado di esplorare e analizzare tutti i campi linguistici, come dimostrano anche le loro opere. Testi quali Grundzüge der Phonologie (1939) di Trubeckoj e Remarques sur l’evolution phonologique du russe comparee a celle des autres langues slaves (1929) di Roman Jakobson furono fonte di ispirazione per le generazioni successive di linguisti. Senza gli accademici della scuola di Praga, l’immagine dello strutturalismo e della linguistica del ventesimo secolo sarebbe stata incompleta sia a livello storico, che a livello teorico, poiché essi hanno contribuito non solo allo sviluppo della linguistica, ma anche allo sviluppo della fonetica, della fonologia e della sintassi.

Una caratteristica del circolo che merita di essere menzionata è il suo multilinguismo. Infatti, come si può notare anche dalle due opere appena citate, i componenti del gruppo non utilizzavano tutti la stessa lingua; scrivevano e pubblicavano i loro lavori in ceco, tedesco, francese e russo. Questo fu un grande vantaggio per la diffusione di nuovi principi, illustrati nel primo volume dei Travaux du cercle linguistique de Prague intitolato Thèses du cercle linguistique de Prague. Non ci furono solo i principi a costituire una novità, ma anche la linguistica, che divenne strutturale e il cui nome «strutturalismo» fu coniato nel 1929 da Roman Jakobson proprio per questa sua peculiarità.

Lo strutturalismo in un certo senso prese spunto dal formalismo russo, ma allo stesso tempo ne rifiutò i principi di base. Infatti, quest’ultimo non teneva conto del contesto storico e sociale, mentre gli accademici cechi davano grande importanza ai fattori esterni, quali politica, società e geografia (Jettmarová, 2010b).

I membri della scuola di Praga condividevano con i formalisti russi l’ipotesi che la letteratura fosse un fenomeno specifico del linguaggio. Tuttavia, la loro considerazione dei fenomeni linguistici non rappresentava questi fenomeni come isolati, ma come parte di un sistema. L’idea che tutti gli elementi del linguaggio fossero reciprocamente dipendenti e che nessun fenomeno appartenente a una struttura del linguaggio potesse essere adeguatamente valutato se isolato dalla medesima struttura di cui faceva parte tracciò il profilo strutturale del movimento e con esso diventò inevitabile la comprensione della letteratura non come fatto isolato, ma come parte di un tutto più ampio. Ma qual è la definizione di struttura secondo il circolo linguistico di Praga? Mukařovský afferma:

 

Nel nostro concetto di struttura artistica sottolineiamo un tratto più specifico della mera correlazione dell’insieme e delle parti. […] Secondo la nostra concezione, può essere considerato come struttura ogni insieme di componenti il cui equilibrio interno cambia e si rimodella in continuazione e la cui unità si manifesta come un insieme di contraddizioni dialettiche. […] Ha carattere di struttura non solo l’opera artistica particolare e l’evoluzione di ogni arte come insieme, ma anche le relazioni reciproche tra le arti. Nel giudicare tutto questo come struttura (ovvero come un equilibrio instabile di relazioni), non siamo in contraddizione con la realtà, né limitiamo la varietà di possibilità nelle ricerche, ma al contrario ne indichiamo la sua varietà possibile (Mukařovský 1977: 157-161).

 

Anche il linguaggio viene presentato come una struttura e in particolare viene descritto come un sistema di segni. Trubeckoj specifica che «un sistema fonologico non è la somma meccanica dei singoli fonemi, ma un tutto organico in cui i fonemi sono i componenti e dove la struttura è sottoposta a delle leggi» (Herteg, 2003). I linguisti del circolo di Praga sottolineavano la funzione degli elementi all’interno del linguaggio, la contrapposizione degli elementi linguistici e lo schema complessivo formato da queste contrapposizioni e si distinsero per lo studio del sistema fonologico e della differenza con la fonetica in base alle loro funzioni.

La poetica della scuola di Praga considerava le opere letterarie strutture poetiche (estetiche) specifiche, perciò ottenne uno sviluppo sostanziale del modello di struttura poetica. Si trattava di un modello stratificazionale, che rappresentava la struttura letteraria come una gerarchia di strati (lo stesso accadde con il linguaggio). Tuttavia, il modello stratificazionale poetico, rispetto a quello linguistico, prevedeva che agli strati verbali (fonico e semantico) si aggiungesse lo strato extralinguistico della tematica: esso era indipendente dagli altri due, ma necessariamente collegato, poiché le tematiche, e quindi i messaggi, potevano essere espresse solo tramite mezzi linguistici. Le tematiche e il linguaggio sono il «materiale» a cui la «forma» dà una struttura esteticamente efficace. Il testo poetico, a livello semiotico, è un processo di accumulazione semantica: il lettore percepisce ogni nuovo segno e, una volta arrivato alla fine, è in grado di comprendere appieno il senso del testo.

Lo strutturalismo ceco e il formalismo russo condividevano anche l’idea dell’unione indissolubile di linguistica e poetica, che il circolo linguistico di Praga arricchì con l’adozione di una prospettiva semiotica generale per lo studio scientifico della letteratura.

La scuola di Praga dava inoltre molta enfasi sia alla funzione del linguaggio nell’atto comunicativo, sia al ruolo del linguaggio nella società. Questa caratteristica sfociò nella combinazione di strutturalismo e funzionalismo e la scuola di Praga divenne famosa per il suo interesse nell’applicazione dello studio di come gli elementi di un linguaggio portassero in sé le funzioni espressiva, conativa e referenziale (tratte dall’opera di Karl Bühler). Queste furono fondamentali soprattutto nel concetto della letteratura come forma di comunicazione, che prevedeva l’esistenza di caratteristiche specifiche nella produzione, struttura e ricezione del «messaggio» (testo) poetico. La funzione espressiva orientava il discorso verso il mittente, quella conativa verso il ricevente e quella referenziale verso il referente (Selden, 2008: 40). Sebbene distinte, tutte e tre le funzioni erano coinvolte in ogni testo, nonostante ce ne fosse sempre una a prevalere sulle altre e a determinare, in tal modo, il carattere del discorso. Una prima modifica alla teoria di Bühler venne operata da Mukařovský che, per spiegare la comunicazione poetica, ritenne necessario aggiungere una quarta funzione, quella estetica, facente riferimento alla lingua come segno linguistico. Successivamente, Mukařovský dissociò la funzione estetica dalla lingua («oggetto») e la collegò all’utente («soggetto»).

 

Zuzana Jettmarová e Jiří Levý

Zuzana Jettmarová si laureò nel 1976 in interpretariato e traduzione all’Università Carolina di Praga. Nel 1981 entrò a far parte dell’Istituto della scienza della traduzione come professoressa, mentre dal 1991 al 2006 ne fu direttrice, coordinando diversi progetti nazionali e partecipando a molti altri programmi sul piano istituzionale. Fu inoltre vice-presidente della Società europea per gli studi di traduzione e ne organizzò il primo congresso a Praga, oltre ad altre tre conferenze internazionali sempre nella capitale ceca (1992, 1995, 2003). Le sue pubblicazioni riguardano maggiormente la teoria, metodologia e ricerca empirica. Oltre a studiare l’impatto della traduzione sulla cultura ricevente, soprattutto nell’ambito pubblicitario, negli ultimi tempi si è concentrata sulla rappresentazione, sull’interpretazione e sul trasferimento delle teorie e metodologie traduttive dell’Europa orientale nella più comune scienza della traduzione occidentale. Fu lei a promuovere e curare la versione inglese dell’opera di Jiří Levý The Art of Translation, pubblicata nel 2011 e tradotta da Patrick Corness. Ci sono voluti tre anni per completare la traduzione di questo libro, poiché è stato necessario tenere conto di molti fattori: il fatto che Levý avesse scritto l’opera in ceco, ma che fosse già stata tradotta in russo e tedesco; il dover cambiare il lettore modello e adattare il focus e gli esempi al lettore anglofono; l’aver utilizzato sia la versione tedesca del 1983 che la versione ceca come base per la loro traduzione, che ha portato a omissioni, sostituzioni, aggiunte e altri problemi soprattutto con gli esempi testuali. Un ulteriore problema è stato il fatto che il background di Levý era noto soltanto in Repubblica Ceca, pertanto sono state necessarie ricerche, modifiche e note a piè di pagina per spiegarne il contesto ai lettori.

Levý fu «il fondatore della scienza della traduzione ceca» (Jettmarová, 2010a) e si concentrò soprattutto sulla sua storia, teoria, metodologia e pratica. Nei suoi studi, egli definì la traduzionalità come un fenomeno dialettico e dinamico allo stesso tempo, legato a valori socio-culturali. Ma la contrapposizione non è solo dialettico-storica e dinamica; la traduzionalità è collegata anche a un’altra contrapposizione: genericità e specificità. Il traduttore ha diverse possibilità: può decidere di mantenere la specificità straniera, può scegliere di sostituirla con quella della cultura ricevente della traduzione, o ancora di tradurla con concetti generici, che diventano un terreno comune e neutrale tra le due culture.

Per Levý, la traduzione è un mezzo potente di comunicazione di massa con due funzioni: differenziare i singoli sistemi letterari culturali e universalizzare la letteratura per costituirne una mondiale.

La traduzionalità è legata a due categorie dialettiche per delimitare il concetto e il metodo della traduzione: la compatibilità noetica (che ha a che fare con la mente e l’intelletto) e il soggettivismo/oggettivismo noetico. La compatibilità noetica porta con sé la distinzione tra traduzione illusionistica e anti-illusionistica. I lettori delle traduzioni illusionistiche, affidandosi a un “accordo” che prevede il mantenimento delle qualità dell’originale da parte della traduzione e notando che l’intermediario non ha lasciato tracce di sé, credono di leggere l’originale. Se il traduttore dovesse uscire allo scoperto per un passo falso non intenzionale (ad esempio aggiungendo romanticismo o note) e se dovesse essere scoperto dal ricevente, l’illusione scomparirebbe. Questa categoria, che lega il traduttore al ricevente, è correlata al soggettivismo/oggettivismo noetico. Le traduzioni che si basano sul soggettivismo tendono a preservare le specificità dell’originale e vengono chiamate traduzioni «fedeli». Al contrario, le traduzioni che si basano sull’oggettivismo ideologico tendono a generalizzare o sopprimere le caratteristiche straniere, sottolineando quelle condivise dalle due culture o addirittura sostituendo elementi stranieri con elementi locali; queste vengono definite traduzioni «libere» (Jettmarová, 2015).

A livello semiotico, la traduzione e la traduzionalità sono quindi collegate all’esperienza, alle aspettative e all’accettabilità del ricevente. La traduzione viene presa per rappresentazione del messaggio d’origine. La sua credibilità e verosimiglianza può essere infranta nel momento in cui il traduttore disintegra la copertura dell’illusione. Tuttavia, allo stesso tempo, ciò che in un primo momento potrebbe essere stato percepito come straniero potrebbe aver perso le caratteristiche straniere nel tempo a causa degli sviluppi linguistici e culturali (ad esempio con appropriazione e assimilazione); in ugual modo, ciò che in passato sembrava locale in un particolare genere testuale, dopo qualche decennio potrebbe sembrare obsoleto in termini di contenuto, forma, senso o comprensibilità. È il ricevente a fare da parametro; durante il processo di traduzione, il ricevente è il lettore modello, ovvero colui che completa l’atto comunicativo con la ricezione. Questo implica che il messaggio esiste solo attraverso la ricezione sociale.

In genere, a livello linguistico, il traduttore è meno creativo dell’autore e tende a utilizzare un linguaggio standardizzato nel suo uso corrente. I messaggi, però, hanno un altro aspetto, forse più importante del linguaggio: il significato.

Nello strutturalismo ceco, è l’unione di forma e contenuto a creare il significato di un messaggio. Nei discorsi non letterari, la forma è standardizzata, perciò qualsiasi discostamento voluto o non voluto dall’autore (o dal traduttore) fa sì che l’attenzione del lettore si concentri sulla forma. Nei discorsi letterari, la funzione poetica si basa non solo sulla poetica di origine (unione di forma e contenuto), ma anche su deviazioni, innovazioni e specifiche volute, che rappresentano lo stile e la creatività individuale dell’autore, sia nella forma che nel contenuto.

Nella traduzione di un testo, il traduttore concretizza una delle possibili interpretazioni dell’opera d’arte, restringendone il raggio interpretativo. Poiché il suo compito è quello di disambiguare, egli tende a colmare tutte le lacune, anche se questo potrebbe sminuire il valore artistico dell’opera. Tuttavia, considerando il lettore modello e l’ambiente ricevente della traduzione, essa rifletterà necessariamente le differenze socio-culturali tra il lettore originale e il lettore modello della traduzione.

Costruendo il modello traduttivo sulla falsariga della teoria dell’informazione, Levý rappresenta la catena di comunicazione in questo modo:

 

realtà    à selezione   stilizzazione à lettura traduzione à lettura  concretizzazione

(Jettmarová, 2015: 89)

 

La ricezione del ricevente è una combinazione di idiosincrasie individuali, norme collettive interiorizzate e contesto sociale; le interpretazioni possono comportare un cambiamento della funzione dominante, una modifica delle funzioni intenzionali portate dagli elementi della struttura, ma anche percepire come intenzionali certi elementi che l’autore potrebbe non aver mai avuto intenzione di considerare come tali. È il bisogno predominante o la rilevanza sociale in una particolare società che determina la funzione e il valore del testo.

In ogni caso, non c’è una relazione diretta tra ciò che il traduttore, soggetto a limitazioni, importa dall’originale e ciò che viene effettivamente trasferito nella traduzione, perché significati e cambiamenti nel significato vengono generati attraverso l’interazione tra il contesto interno e quello esterno – persino i significati sociali vengono riconosciuti solo attraverso la loro percezione in una società concreta. Potrebbe essere l’autore, il traduttore o addirittura il ricevente a conferire ai segni un dato significato sociale. Secondo la teoria della ricezione di Vodička, un’opera letteraria è un «segno estetico diretto al pubblico» (Selden, 2008: 54); perciò il dinamismo della ricezione e la diversità delle interpretazioni vengono analizzate a partire dalle proprietà estetiche del testo letterario e dall’atteggiamento mutevole dei lettori.

Mukařovský sottolinea che qualsiasi fossero le intenzioni dell’autore, i riceventi potrebbero percepirle in maniera diversa, in base alle loro disposizioni individuali e collettive, e potrebbero inoltre modificare la dominante prevista e la subordinazione delle unità strutturali.

La supposizione teorica, valida anche per la traduzione, è che la struttura di un messaggio corrisponda alla struttura dei bisogni del ricevente (individuale o collettiva). Ecco perché un bisogno dominante in una società in un particolare momento determina la funzione e il valore di un testo, sia esso un testo originale o una traduzione; pertanto, queste due caratteristiche vengono percepite come intenzionali.

Il testo come un oggetto materiale o artefatto è solo il portatore del messaggio (opera d’arte). In ogni caso, la genesi e il codice linguistico del messaggio sono influenzati, in maggiore o minor grado, dal materiale. In ogni traduzione, il traduttore viene posto di fronte al dilemma di ciò che è intrinseco o meno, poiché il messaggio viene trasferito, mentre il materiale viene scambiato o sostituito. Per via del legame tra materiale e messaggio si genera una tensione.

Levý ha sottolineato quali aspetti del messaggio devono rimanere invariati nel caso in cui le funzioni di base del genere testuale rimangano simili: ad esempio, nei testi tecnici si preserva il significato denotativo, nella poesia è spesso più importante preservare il significato connotativo, mentre in un libretto d’opera si mantengono le proprietà formali, come il ritmo.

Il dilemma tra traduzione «fedele» e «libera» è stato generalizzato da Levý come l’esistenza di una duplice norma nella traduzione: la norma della riproduzione (fedeltà) e la norma estetica (bellezza). Queste rappresentano gli estremi di una scala indicizzata, per cui si può dare maggior rilevanza all’una o all’altra, in modo che le traduzioni siano più fedeli o più libere. Tale duplice norma ha una validità generale per tutti i generi testuali.

Levý sottolinea che è l’idioletto passivo del traduttore/ricevente a influenzare l’interpretazione dell’originale, mentre, dall’altra parte, è l’idioletto attivo del traduttore a lasciare le sue tracce nel testo tradotto. Perciò, la traduzione può essere vista come il risultato della percezione dei valori dell’originale da parte dell’idioletto passivo del traduttore e dell’articolazione dei valori percepiti dall’originale da parte del suo idioletto attivo.

In una traduzione, è inoltre necessario riprodurre gli elementi dominanti del messaggio dell’originale (equivalenza funzionale). Si può ottenere questo risultato sostituendoli nella traduzione con elementi di valore simile (ovvero corrispondenti per funzione e non necessariamente per forma e/o contenuto) per il ricevente modello. Se il potenziale della funzione dell’intero messaggio originale dovesse rimanere uguale o simile, una tale traduzione nel suo complesso sarebbe considerata adeguata. In una traduzione di questo tipo, il nucleo semantico invariante dell’originale (l’invariante intertestuale) verrebbe trasferito, mentre la restante parte della semantica della traduzione (costituita da contenuto e forma) rappresenterebbe la componente variante. Levý ha sottolineato una tassonomia strutturale che presenta gli elementi che dovrebbero essere invariabili e variabili. Levý e Popovič puntavano a creare una categoria che potesse essere di aiuto ai traduttori, utilizzabile come strumento per migliorare la qualità della traduzione tramite la comprensione dei meccanismi coinvolti e una riflessione informata dei processi.

Le teorie fondamentali ceche e slovacche, basate sul contesto teorico-metodologico strutturalista locale, sembrano aver anticipato le svolte e i cambiamenti paradigmatici occidentali nella scienza della traduzione sin dal principio. Si può anche dire che siano più complicati, completi ed elaborati in comparazione con i modelli generali occidentali di oggi, soprattutto grazie alle metodologie su cui poggiano le loro fondamenta (Jettmarová, 2015).

Riferimenti bibliografici – Prefazione

 

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2 – TRADUZIONE

 

Introduction Introduzione
The ongoing project of translating Levý’s seminal book into English was launched almost two years ago and there had been several reasons for conceiving it. Il progetto di tradurre in inglese il libro fondamentale di Levý, tuttora in corso, è stato lanciato quasi due anni fa e i motivi per cui questo è stato concepito sono diversi.
The first and prime reason was making the book accessible to an international readership in today’s lingua franca: here Levý’s accessibility has so far been confined to his English articles, especially his Translation as a Decision Process (1967) and Will Translation Theory be of Use to Translators? (1965). Il primo e principale era quello di rendere il libro accessibile a un pubblico internazionale nella lingua franca odierna. Finora, in inglese, si è potuto accedere solo a pochi articoli di Levý: Translation as a Decision Process (1967) e Will Translation Theory be of Use to Translators? (1965).
The German translation of Levý’s Art of Translation as Die literarische Übersetzung: Theorie einer Kunstgattung (1969), based on his Czech publication (1963) rewritten as a manuscript for the German readership in 1967, is now bound to have only a limited audience for linguistic reasons. La traduzione in tedesco di Art of Translation di Levý in Die literarische Übersetzung: Theorie einer Kunstgattung (1969), basata sulla sua pubblicazione ceca (1963) e in una nuova stesura manoscritta per l’edizione tedesca del 1967, è destinata, per ragioni linguistiche, ad avere un seguito limitato.
The difficulty of penetrating the German text becomes evident in some contemporary English writings where the interpretations suggest that German may indeed pose an obstacle, unlike for e.g. Prunč whose interpretation is quite different. La difficoltà nel penetrare il testo tedesco diventa evidente in alcuni scritti contemporanei inglesi, dove le interpretazioni indicano che il tedesco può davvero risultare un ostacolo, al contrario di Prunč, per esempio, la cui interpretazione è alquanto diversa.
This may be compounded by the fact that today there are few earlier-generation scholars who may be familiar with the Czech structuralist underpinnings. Questo può essere comprovato dal fatto che oggi ci sono pochi accademici della vecchia scuola ad avere familiarità con i fondamenti dello strutturalista ceco.
Levý is seen as a Russian formalist concerned with ‘literariness’ in spite of the fact that one never encounters this word in his writings and that Czech structuralism itself represented a straightforward negation of its own domestic formalism. Levý è visto come un formalista russo che si occupa di «letterarietà», nonostante nei suoi scritti non si incontri mai questa parola e nonostante lo strutturalismo ceco stesso rappresentasse una chiara negazione del formalismo locale.
This mistaken belief had to be accounted for as a serious factor in translating Levý into English. Quando abbiamo deciso di tradurre Levý in inglese, questa erronea credenza è stata un fattore importante.
The second reason for translating Levý was the potential relevance and topicality of his theory. Il secondo motivo per tradurre Levý erano la potenziale rilevanza e attualità della sua teoria.
After the numerous paradigm shifts in western humanities and Translation Studies Levý is regarded as an early descriptivist because he chronologically preceded the polysystem theory; the latter also claims its Russian formalist roots and refers to Jakobson and Levý. Sulla scia dei numerosi cambiamenti di paradigma nelle scienze umane occidentali e in particolare nella scienza della traduzione, Levý è ritenuto uno dei primi descrittivisti perché, a livello cronologico, ha preceduto la teoria polisistemica. Quest’ultima, inoltre, rivendica le sue origini nel formalismo russo e fa riferimento a Jakobson e Levý.
Jakobson himself is yet another reason for presuming that Levý was a formalist. Jakobson stesso è un ulteriore motivo per supporre che Levý fosse un formalista.
Jakobson was originally a Russian formalist and in the 1920s – 1930s, when he lived in Czechoslovakia, a member of the Prague School. Jakobson fu originariamente un formalista russo e un membro della scuola di Praga durante il suo soggiorno in Cecoslovacchia negli anni Venti e Trenta.
In western Translation Studies, his well-known writings in English on translation (1959, 1960) have been considered representative of the Prague School, and because they pre-dated Levý’s articles in English and the German translation of his book, Levý has been regarded as his follower. Nella scienza della traduzione occidentale, i suoi scritti in inglese sulla traduzione noti al grande pubblico (1959, 1960) sono stati considerati rappresentativi della scuola di Praga e, poiché hanno precorso gli articoli di Levý in inglese e la versione tedesca del suo libro, Levý è stato ritenuto il suo successore.
Czech translation theory dates back to the turn of the 19th and 20th centuries and has been called a functional theory of translation in line with the Czech functional structuralism in which it is grounded. La teoria ceca della traduzione risale al periodo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento ed è stata definita una «teoria funzionale della traduzione», in linea con lo strutturalismo funzionale ceco su cui si fonda.
However, in anthologies and accounts of the history of the discipline written in English Levý is not considered a functionalist. Tuttavia, nelle antologie e nei resoconti sulla storia della disciplina anglofoni, Levý non è considerato un funzionalista.
Levý has been stigmatized with Russian formalism while the true theoretical-methodological basis (the semiotic or aesthetic branch of Czech structuralism which subsumed linguistics) has remained largely unknown in our discipline. Levý è stato associato al formalismo russo, ma la vera base teorico-metodologica (la branca semiotica o estetica dello strutturalismo ceco che includeva la linguistica) è rimasta per lo più sconosciuta nella nostra disciplina.
On the basis of his own extensive empirical research, Levý designed an integral theory and introduced a number of unique concepts. Sulla base delle sue ricerche empiriche di ampia portata, Levý ideò una teoria completa e introdusse numerosi concetti originali.
   
Assumptions and memes Supposizioni e memi
Perhaps the most recent, summarized image of Levý may be found in Tymoczko: Forse l’immagine più recente e riassunta di Levý si può trovare in Tymoczko:
Other important early contributions to descriptive translation studies were made by the Czech School, including Anton Popovič and Jiří Levý. Altri precedenti e importanti contributi alla traduzione descrittiva sono stati portati dalla scuola ceca, dove troviamo Anton Popovič e Jiří Levý.
These writers forged a connection between descriptive studies and Russian formalism, stressing formal aspects of translated texts and translator choice. Questi autori hanno instaurato un collegamento tra studi descrittivi e formalismo russo, sottolineando gli aspetti formali dei testi tradotti e delle scelte del traduttore.
They also developed the concept of Shift as an alternative to prescriptive language for evaluating translations. Hanno inoltre sviluppato il concetto di «cambiamento» come un’alternativa al linguaggio prescrittivo per valutare le traduzioni.
Most important for the full emergence of descriptive studies is the work of the Israeli scholars […] thus setting translation on much broader cultural contexts than had been done earlier. Estremamente importante per il pieno sviluppo degli studi descrittivi è il lavoro degli accademici israeliani [...] che hanno collocato la traduzione in contesti culturali molto più ampi di prima.
While the readers of Levý’s book will easily correct this image by themselves, their potential discouragement comes with Gentzler´s where one learns that Prague structuralism was Russian formalism, that Levý unlike Chomsky and Nida focused on form and thus that the focus of the Czech (and Slovak) translation theory was the transference of the surface form, i.e. literariness. Mentre i lettori del libro di Levý correggeranno da sé questa immagine, proveranno un possibile sconforto con quello di Gentzler, da cui si evince che lo strutturalismo di Praga coincideva il formalismo russo; che Levý, al contrario di Chomsky e Nida, si concentrava sulla forma e, di conseguenza, che la teoria ceca (e slovacca) della traduzione si focalizzava sul trasferimento della forma superficiale, ovvero la «letterarietà».
In fact, Levý never used this term as he held to the Czech structuralist thesis that form and content cannot be separated as they both make up the semantic structure of the work of art (including its translation). In realtà, Levý non ha mai usato questo termine, in quanto si atteneva alla tesi strutturalista ceca, secondo cui forma e contenuto non vanno separati, poiché insieme formano la struttura semantica dell’opera d’arte (compresa la sua traduzione).
He pointed out the role of the reader, thus stressing the interrelationship between semantics and pragmatics in phenomenological, sociological and ideological terms. Levý ha precisato il ruolo del lettore, in modo da sottolineare la relazione reciproca tra semantica e pragmatica in termini fenomenologici, sociologici e ideologici.
There are other aspects that make Czech functional structuralism quite different from Russian formalism and from western theories of translation. Ci sono altri aspetti che differenziano parecchio lo strutturalismo funzionale ceco dal formalismo russo e dalle teorie occidentali della traduzione.
This is why it may be difficult to integrate Levý into the picture of mainstream theories. È per questo che potrebbe risultare difficile inserire Levý nel quadro delle teorie principali.
Gentzler, probably in search of some links to major cultures, attaches Levý to both Russian and American cultures, suggesting that one of the reasons why Levý’s Art of Translation translated into German (1969) was so instrumental was that: Probabilmente alla ricerca di qualche collegamento con le culture importanti, Gentzler associa Levý sia alla cultura russa che a quella americana e indica che uno dei motivi per cui la traduzione in tedesco di Art of Translation di Levý (1969) è stata così strumentale è che
[…] it took the tenets of Russian Formalism, applied them to the subject of translation, and showed how Formalist structural laws were located in history and interact with at least two literary traditions simultaneously […] […] ha preso i principi cardine del formalismo russo, li ha applicati al tema della traduzione e ha mostrato come le leggi strutturali del formalismo si collocavano nella storia e interagivano con almeno due tradizioni letterarie simultaneamente […]
Levý’s Formalist roots are revealed by specific linguistic methodology that characterizes his project. Le radici formaliste di Levý emergono dalla specifica metodologia linguistica che caratterizza il suo progetto.
Levý began with the linguistic distinctions of translation that his colleague Roman Jakobson […] laid out in On Linguistic Aspects of Translation (1959) […] Egli è partito dalle distinzioni linguistiche della traduzione che il suo collega Roman Jakobson […] ha esposto in On Linguistic Aspects of Translation (1959) […]
Levý also incorporated the interpretative aspect into his translation theory basing such deduction upon Willard Quine´s hypothesis [...] Levý ha inoltre incorporato l’aspetto interpretativo nella sua teoria sulla traduzione, basando tale deduzione sull’ipotesi di Willard Quine […]
In fact, Jakobson and Quine are only mentioned in Levý’s introductory chapters on the then state-of-the-art in the discipline. In realtà, Jakobson e Quine sono menzionati solo nei capitoli introduttivi di Levý riguardanti lo stato dell’arte di allora nella disciplina.
Levý’s theory and method are different, his conception of meaning is based on the Czech reception theory drawing on phenomenology (Husserl, Ingarden), dialectic (Hegel), sociology (Durkheim,Weber), aesthetics (esp. Kant and Hegel). La teoria e il metodo di Levý sono diversi; la sua concezione del significato si basa sulla teoria ceca della ricezione che attingeva a fenomenologia (Husserl, Ingarden), dialettica (Hegel), sociologia (Durkheim, Weber) ed estetica (soprattutto Kant e Hegel).
This is why Levý uses the term ideo-aesthetic function of translation suggesting that a work of art has two communicative aspects constituting its whole – the ideological and aesthetic meaning. Questa è la ragione per cui Levý utilizza il termine «funzione ideo-estetica» della traduzione, ipotizzando che un’opera d’arte abbia due aspetti comunicativi che ne formano la totalità: il significato ideologico e quello estetico.
However, in poetry translation the semantics (sociosemiosis) of form acquires a prominent role, and poetry was Levý’s specialism where he also drew on the early Jakobson, but drawing on historical research, comparative poetology and the Czech functional substitution theory he derived his own conception presented in Part II of the book. Tuttavia, nella traduzione poetica, la semantica (sociosemiosi) della forma acquisisce un ruolo di spicco, e la poesia era la specialità di Levý, per cui egli ha anche attinto al primo Jakobson. Ma, attingendo alla ricerca storica, alla poetologia comparativa e alla teoria ceca della sostituzione funzionale, egli ha ricavato la sua concezione presentata nella seconda parte del libro.
In other words, whenever Levý treats form the treatment is not formalistic, whenever he speaks of language he sees it as linguistic material that (to a degree) preconditions the expression of thought, but this is only one aspect of many that underlie translation. In altre parole, ogni volta che Levý affronta il tema della forma, l’analisi non è formalistica; ogni volta che parla della lingua, la vede come materiale linguistico che (fino a un certo punto) precondiziona l’espressione del pensiero. Ma questo è solo uno dei tanti aspetti alla base della traduzione.
On closing his chapter on Czech and Slovak theories Gentzler notes: Alla fine del capitolo sulle teorie ceca e slovacca, Gentzler osserva:
The demand to preserve literariness determines the preferred methodology […]. La richiesta di preservare la letterarietà determina la metodologia preferita. […]
Russian Formalism defines what has to be valued in a text – aspects such as form, self-referentiality, and technical juxtaposition – and evaluates translations on the capacity of the target text to transfer those formal characteristics. Il formalismo russo definisce cosa deve essere valorizzato in un testo – aspetti come forma, autoreferenzialità e giustapposizione tecnica – e valuta le traduzioni in base alla capacità del metatesto di trasmettere tali caratteristiche formali.
Yet, different aesthetic approaches as well as different historical moments and cultures may value other aspects of a text. Eppure, approcci estetici diversi, così come momenti storici e culture diverse, possono valorizzare altri aspetti di un testo.
In many ways the translation theory deriving from Russian Formalism reflects precisely those devices – ‘defamiliarization’ devices for example – that are characteristic of the prevailing artistic norms and interpretative theories of a particular time and place, i.e. modern European society. In molti modi la teoria della traduzione che deriva dal formalismo russo riflette precisamente questi dispositivi – per esempio dispositivi di straniamento – caratteristici delle norme artistiche e delle teorie interpretative prevalenti in un dato luogo e un dato tempo, ossia la società europea moderna.
This is a historical truth, but the specifics of Czech structuralist theory, method and its origination have escaped attention: in the same period the Czech translation method and theory represented the Russian opposite as it was based on different social realities and theoretical-methodological premises. Questa è una verità storica, ma sono sfuggite all’attenzione le specifiche della teoria strutturalista ceca, del suo metodo e della sua origine: nello stesso periodo, il metodo e la teoria della traduzione ceca rappresentavano il contrario di quelli russi, poiché si basavano su realtà sociali e su fondamenti teorico-metodologici diversi.
In collapsing the Russian formalist translation method with Levý’s theory Gentzler adds further misunderstandings: Appiattendo la teoria di Levý sul metodo traduttivo del formalismo russo, Gentzler aggiunge ulteriori fraintendimenti:
Translation studies scholars avoided theorizing about the relation of form and content […] Gli accademici della scienza della traduzione hanno evitato di teorizzare in merito alla relazione tra forma e contenuto […]
Despite claims to the contrary the literary text quickly gets divorced from other socio-political factors. Nonostante si affermi il contrario, il testo letterario si allontana rapidamente dagli altri fattori socio-politici.
Words cease to refer to real life […] Le parole smettono di far riferimento alla vita reale […]
Art thus becomes autonomous as perception of a work’s literariness is tied directly to an awareness of form. In questo modo, l’arte diventa autonoma, poiché la percezione della letterarietà di un’opera è direttamente collegata a una consapevolezza della forma.
It is this quality of calling attention to itself that the theory values and asks to be translated […]

È questa qualità di richiamare l’attenzione su di sé che la teoria valorizza e chiede che venga tradotta […]

There is a hermetic, selfreferential quality in literary texts which Formalists perceive, value, and recommend be perpetuated. C’è una qualità ermetica e autoreferenziale nei testi letterari che i formalisti percepiscono, valorizzano e raccomandano di perpetuare.
Because Levý and others tended toward the prescriptive, questions remain regarding the evaluative horizon. Dato che Levý e altri erano inclini al prescrittivo, rimangono delle domande riguardo l’orizzonte valutativo.
The opposite is true as the Czech method neither divorces content from form nor structure from its socio-political context, and even if art becomes established as an autonomous system, in the Czech theory it is never treated in a vacuum as it is constantly subject to heteronomous influences, esp. those of human agency. È vero il contrario, in quanto il metodo ceco non scinde né il contenuto dalla forma, né la struttura dal suo contesto socio-politico; e, anche se l’arte si afferma come un sistema autonomo, nella teoria ceca non viene mai trattata come se fosse isolata, in quanto è sempre soggetta a influenze eteronome, soprattutto a quelle prodotte dall’uomo.
The theory and methodology of Prague aesthetics serving as the launch pad of Levý’s work were quite specific already in its Classical Period. La teoria e la metodologia dell’estetica di Praga che sono servite da trampolino di lancio per l’opera di Levý erano abbastanza specifiche già nel suo periodo classico.
In 1940 Mukařovský stated: Nel 1940 Mukařovský ha affermato:
Structural aesthetics at this stage of its development is a specific phenomenon of Czech scholarship; although partially similar phenomena may be found in other countries, none of them have methodological foundations elaborated with such consistency; moreover, the issues of artistic structure have been uniquely conceived as the issues of sign and meaning. A questo punto del suo sviluppo, l’estetica strutturale è un fenomeno specifico della scuola ceca. Nonostante si possano trovare fenomeni in parte simili a questo in altri paesi, nessuno di essi ha fondamenti metodologici elaborati in modo così coerente. Inoltre, le questioni a proposito della struttura artistica sono state concepite in maniera unica come questioni di segno e significato.
It was also the functional focus that made this structuralism specific because function represents a vector between the object and its agentive subject (user) via norm and value. È stato anche l’accento sull’area funzionale a rendere questo strutturalismo specifico, perché la «funzione» rappresenta un vettore tra l’oggetto e il soggetto che agisce (utente) tramite «norma» e «valore».
This particular difference from the Russian formal literariness may become obvious also from the following Levý’s specification encompassing style, composition and theme: Questa differenza particolare rispetto alla «letterarietà» formale russa potrebbe diventare ovvia anche grazie alla seguente specificazione di Levý che comprende stile, composizione e tema:
The aesthetic norm is a strategy leading to a whole raft of instructions for the selection of individual stylistic, compositional and thematic solutions from the set of possible alternatives permitted by the code. La «norma estetica» è una strategia che conduce a tutta una serie di istruzioni per selezionare soluzioni stilistiche, compositive e tematiche individuali a partire dalla sequenza di possibili alternative che sono permesse dal codice.
In our terminology, therefore, the code is a system of definition instructions for individual paradigms and the aesthetic norm is a set of instructions for making selections within the paradigms. Pertanto, nella nostra terminologia, il codice è un sistema di istruzioni che definiscono i paradigmi individuali e la norma estetica è una sequenza di istruzioni per fare una selezione tra i paradigmi.
The task will now be to begin work on the analysis of both these systems. (emphasis ZJ) Il compito ora sarà quello di iniziare a lavorare sull’analisi di entrambi questi sistemi (enfasi dell’autrice Zuzana Jettmarová).
It was Vilém Mathesius (1913, in Levý 1996: 211), founder and prominent leader of the Prague Linguistic Circle, who proposed the substitution theory in translation as part of the Prague functionalist approach, suggesting a functional substitution of important features to preserve their semantics and the artistic impact of the whole – a theory and practice that go against the grain of Russian formalism. È stato Vilém Mathesius (1913, in Levý 1996: 211), fondatore ed esponente autorevole del circolo linguistico di Praga, a proporre la «teoria della sostituzione» in traduzione nell’ambito dell’approccio funzionalista di Praga, proponendo una sostituzione funzionale delle caratteristiche importanti per preservare la loro semantica e l’impatto artistico del tutto – teoria e pratica che contravvengono ai principi fondamentali del formalismo russo.
Another example relates to the Russian-formalist and polysystemic vacuums devoid of people when Mukařovský (2007: 506507) in his preface to Shklovsky’s translation of Theory of Prose in 1936 points out the different Czech structuralist position: Un ulteriore esempio si riferisce ai momenti di vuoto del formalismo russo e della teoria polisistemica, quando Mukařovský (2007: 506-507) evidenzia, nella sua prefazione del 1936 alla traduzione di Teorie della prosa di Shklovsky, la diversa posizione dello strutturalismo ceco:
The difference between the positions of current structuralism and the quoted formalist thesis may be put this way: the “technique of weaving” is the focus of interest today; however, it is obvious that one must not avoid considering the “situation on the world cotton market”, because the development of weaving, even nonmetaphorically, depends not only on the development of weaving technique (i.e. the intrinsic law of the evolving structure), but also on the needs of the market, on supply and demand; mutatis mutandis the same applies to literature. La differenza tra le posizioni dello strutturalismo odierno e la già citata tesi formalista potrebbe essere spiegata in questo modo: oggi l’interesse si concentra sulla “tecnica dell’intreccio”. Tuttavia, è ovvio che non bisogna evitare di considerare la “situazione del mercato mondiale del cotone”, perché lo sviluppo dell’intreccio, anche non a livello metaforico, non dipende solo dallo sviluppo della tecnica di intreccio (la legge intrinseca della struttura in evoluzione), ma anche dalle esigenze di mercato, dalla domanda e dall’offerta. Mutatis mutandis, lo stesso principio si applica alla letteratura.
This opens new vistas in the study of the history of literature: it can consider both the continuous evolution of poetry’s structure based on constant re-grouping of elements, and external influences […] univocally shaping each of its stages. Questo dischiude nuove prospettive nello studio della storia della letteratura: può considerare sia l’evoluzione continua della struttura poetica basata sulla costante riaggregazione di elementi, sia le influenze esterne […] che plasmano univocamente ognuno dei suoi stadi.
Every literary fact thus appears as a product of two forces: the intrinsic dynamics of the structure and external intervention. Ogni fatto letterario, perciò, appare come un prodotto di due forze: le dinamiche intrinseche della struttura e l’intervento esterno.
The fault of traditional literary historical studies was that they only accounted for external interventions and so deprived literature of its autonomous evolution; the one-sided view of formalism, on the other hand, situated literary events in a vacuum […] I tried to suggest that the field of literary sociology is fairly accessible to structuralism […] La colpa degli studi storici e letterari tradizionali è stata quella di spiegare solo gli interventi esterni, depravando la letteratura della sua evoluzione autonoma; la visione unilaterale del formalismo, dall’altro lato, collocava gli eventi letterari in un vuoto […] Ho provato a ipotizzare che il campo della sociologia letteraria sia abbastanza accessibile allo strutturalismo […]
Structuralism […] is neither limited to the analysis of form nor in contradiction with the sociological study of literature […] but it insists that any scientific inquiry shall not consider its material a static and piecemeal chaos of phenomena, but that it shall conceive of every phenomenon as both a result and a source of dynamic impulses, and of a whole as a complex interplay of forces. Lo strutturalismo […] non si limita all’analisi della forma, né è in contraddizione con lo studio sociologico della letteratura […] Insiste sul fatto che nessuna ricerca scientifica deve considerare il suo materiale un caos statico e frammentario di fenomeni, ma deve concepire ogni fenomeno sia come risultato, sia come fonte di impulsi dinamici, e il tutto come una complessa interazione di forze.
While the Czech sociosemiotic conception interrelated any potential agents involved, it also developed a functional stylistics for all discourse types. La concezione sociosemiotica ceca non solo metteva in collegamento tutti i potenziali agenti coinvolti, ma sviluppava anche una stilistica funzionale per tutti i tipi di discorso.
Literary poetics was then incorporated in this discipline. La poetica letteraria è stata poi incorporata in questa disciplina.
Czech structuralists also distanced themselves from western (neo)positivism and its methodology. Gli strutturalisti cechi prendevano anche le distanze dal (neo)positivismo occidentale e dalla sua metodologia.
Levý outlines specific requirements challenging even the Czech methodology and aspiring to tackle the level of explanation: Levý delinea requisiti specifici che mettono a dura prova persino la metodologia ceca e intendono affrontare il livello di spiegazione:
Whereas the byword of positivism was ‘savoir pour prévoir’, the programme of the anti-positivist scientific phase, in which we find ourselves today, may be formulated as ‘savoir pour construire’. Mentre il motto del positivismo era «savoir pour prévoir», il programma della fase scientifica anti-positivista nella quale ci troviamo oggi potrebbe essere formulato come «savoir pour construire».
Structuralist tendencies in scientific disciplines investigating complex phenomena had one common thesis: they rejected positivist causality, replacing it with the concept of function, i.e. they do not attempt to discover the causes of phenomena, but to locate them in a higher entity […]. Le tendenze strutturaliste nelle discipline scientifiche che indagano i fenomeni complessi avevano una tesi in comune: rifiutavano la causalità positivista, sostituendola con il concetto di «funzione»; questo significa che non cercano di scoprire le cause dei fenomeni, ma cercano di collocarli in un’entità superiore […]
The functional approach is undoubtedly more appropriate for the analysis of systems, for the simple reason that it leads to the investigation of their internal structure, not merely their external relationships (their environment) […]. L’approccio funzionale è senza dubbio più appropriato per l’analisi dei sistemi, per il semplice motivo che porta a indagare la loro struttura interna e non soltanto le loro relazioni esterne (l’ambiente) […].
The functional approach in classical structuralism suffered from this drawback of a lack of testability in practice; it was not often possible to verify that the specification of the function of an element of the whole accurately represented the relationships existing in the observed phenomenon. […] L’approccio funzionale nello strutturalismo classico ha sofferto di questo inconveniente, ossia dell’impossibilità di essere testato in modo concreto. Spesso non è stato possibile verificare che la specificazione della funzione di un elemento dell’insieme rappresentasse in modo accurato le relazioni esistenti nel fenomeno osservato. […]
Thus positivism formulated genetic hypotheses and attempted to verify them, while the purpose of structuralism is to formulate and verify generative hypotheses. In questo modo, il positivismo ha formulato ipotesi «genetiche» e ha tentato di verificarle; il fine dello strutturalismo è invece quello di formulare e verificare ipotesi «generative».
Czech structuralists are not prescriptivists. Gli strutturalisti cechi non sono prescrittivisti.
However, any discipline concerned with art has an axiological branch involving normativity as the pivotal role on the axiological level is attributed to the receiver and his value system. In ogni caso, qualsiasi disciplina avente a che fare con l’arte ha un ramo assiologico normativo, in quanto il ruolo cardine a livello assiologico è attribuito al ricevente e al suo sistema di valori.
Before Levý it was Mukařovský who proposed the socio-semiotic concept of norm as a pillar of theory and methodology: Prima di Levý, è stato Mukařovský a proporre il concetto sociosemiotico di «norma» come un pilastro di teoria e metodologia:
One may speak of a genuine norm only when there are generally accepted goals in respect of which a value is upheld independently of an individual’s will and decision making; in other words when the norm exists in what is called collective awareness […] Si può parlare di norma autentica solo quando sono presenti obiettivi generalmente accettati, per cui un valore viene sostenuto indipendentemente dalla volontà e dal processo decisionale di un individuo; in altre parole, quando la norma esiste in quella che è chiamata coscienza collettiva […]
Although a norm tends to be binding [...] not only may it be violated but, conceivably – as is quite commonplace – two or more competing norms may coexist and be applied to the same specific cases sharing the same value on the scales. Sebbene una norma tenda a essere vincolante […] essa non solo può essere violata, ma due o più norme contrastanti potrebbero in modo plausibile – poiché è abbastanza comune – coesistere ed essere applicate agli stessi casi specifici che condividono lo stesso valore.
On the other hand, Mukařovský and Levý also stressed individual agency in the production and reception processes; for them individual deviations from the norm are inherent and necessary part of discourse, especially in art. Dall’altro lato, anche Mukařovský e Levý sottolineano l’azione individuale nei processi di produzione e ricezione; per loro, le deviazioni individuali dalla norma sono una parte intrinseca e necessaria del discorso, soprattutto nell’arte.
Therefore both the collective (intersubjective) and the individual (subjective) are present in the communication process (act). Perciò nel processo (atto) comunicativo sono presenti sia il collettivo (intersoggettivo), sia l’individuale (soggettivo).
This view may explain why Czech structuralism managed to avoid formalist problems, such as norms and systems existing in a vacuum, or cultural systems devoid of agents. Questa visione potrebbe spiegare il motivo per cui lo strutturalismo ceco è riuscito a evitare i problemi del formalismo, come l’esistenza di norme e sistemi nel vuoto o i sistemi culturali privi di agenti.
In Czech structuralism not even autonomous systems like literature would have human agents in the position of mere structural epiphenomena as it is human agency that influences autonomous systems by interfering with them. Nello strutturalismo ceco, nemmeno nei sistemi autonomi come la letteratura ci sarebbero agenti umani nella posizione di meri epifenomeni strutturali, dato che è l’azione umana a influenzare i sistemi autonomi interferendo con essi.
Czech translation theory, conceiving the product in a processual way (i.e. translation as an act of communication), operates a theoretical model that links the lower level of communication (as in Skopos theory) with the higher cultural level (as in Polysystem theory). La teoria della traduzione ceca, tramite la concezione del prodotto in maniera processuale (la traduzione come atto comunicativo), opera in base a un modello teorico che mette in relazione il livello più basso della comunicazione (teoria dello Skopos) e il livello culturale più elevato (teoria polisistemica).
Social value and axiology represent an integral part on three theoretical levels: the level of the lay receiver, the level of criticism and the meta-level of research. Il valore sociale e l’assiologia rappresentano una parte integrante dei tre livelli teorici: il livello del ricevente comune, il livello della critica e il metalivello della ricerca.
Conceptual constraints and avoidance of disintegration Vincoli concettuali ed elusione della disintegrazione
Levý’s concepts and terminology have turned out to be a ‘minefield’. I concetti e la terminologia di Levý si sono rivelati essere un “campo minato”.
While their incommensurability was basically due to different traditions and conceptualizations, Levý’s theory had to be re-presented as an integral structural whole, possibly avoiding generalizations and loss of specific terminology. Nonostante la loro incommensurabilità fosse fondamentalmente dovuta a diverse tradizioni e concettualizzazioni, la teoria di Levý doveva essere rappresentata come un tutto strutturale completo, possibilmente evitando le generalizzazioni e la perdita della terminologia specifica.
For example the concepts of noetic compatibility or translativity – while the former was easily calqued, the latter had to be formed by derivation accounting for the fact that Popovič (1976) coined it as translationality. Ne sono esempi i concetti di noetic compatibility [compatibilità noetica] e translativity [traduzionalità] – il primo è un semplice calco; il secondo, invece, è stato formato per derivazione, dato che Popovič (1976) l’aveva coniato come translationality.
Such concepts were easier to transfer than conceptual overlaps or other lacunae. Questi concetti erano più facili da trasmettere rispetto a sovrapposizioni o altre lacune concettuali.
For example, English does not have a cover term for reproduction arts; or přebásnění means a specific type of poetry translation based on functional substitution (Nord calls it homological translation, Jakobson creative transposition adding that this is not a translation). Per esempio l’inglese non ha un termine unico per “arti della riproduzione”; přebásnění, invece, indica una tipologia specifica di traduzione poetica basata sulla sostituzione funzionale (Nord la chiama «traduzione omologica»; Jakobson, invece, «trasposizione creativa» e aggiunge che non si tratta di una traduzione).
There are also terms related to Ingarden’s phenomenological reception – although they do exist in English translations of his writings some have not been translated with consistency (e.g. concretization or concretion) and they are mostly unknown in mainstream Translation Studies. Ci sono anche termini che si riferiscono alla ricezione fenomenologica di Ingarden – nonostante siano presenti nelle traduzioni anglofone dei suoi scritti, alcuni non sono stati tradotti in modo coerente (come concretization [concretizzazione] o concretion [concrezione]) e sono per lo più sconosciuti nella scienza della traduzione convenzionale.
Czech structuralism drew on a variety of disciplines and some of its concepts or terms were more precise than those used in western TS to this day, and perhaps more rigorously integrated in the conceptual network. Lo strutturalismo ceco ha attinto a una grande varietà di discipline; alcuni concetti e termini erano più precisi di quelli utilizzati oggi nella scienza della traduzione occidentale e forse integrati in modo più rigoroso nella rete concettuale.
We all know about the definitional problem of the original and the translation when translation may be indirect, compiled, fragmentary, plagiary or faked. Tutti noi siamo a conoscenza del problema che nasce al momento di definire l’originale e la traduzione, dato che quest’ultima può essere indiretta, compilata, frammentaria, plagiaria o falsa.
In general, we are not satisfied with the delimitation of the concept of translation. Nel complesso non siamo soddisfatti della delimitazione del concetto di traduzione.
This issue is illustrated by one term which is a key to uncovering the integrity and thoughtful elaboration of Levý’s theory. Questo problema è illustrato da un termine chiave per svelare l’integrità e l’elaborazione ponderata della teoria di Levý.
Although Levý uses předloha in synonymic variation with the original, the work under translation, the source work he always means the same concept – a prototype that served as the model (direct source) for the derived work, in our case for translation. Nonostante Levý si serva di předloha nella variazione sinonimica con “l’originale”, “l’opera in traduzione”, “l’opera sorgente”, egli si riferisce sempre allo stesso concetto – un prototipo che serviva da modello (fonte diretta) per l’opera derivata, nel nostro caso la traduzione.
This term has been taken from outside the discipline (esp. cybernetics, theory of modelling, general systems theory) in the 1920s by Czech structuralists. Questo termine è stato adottato negli anni Venti dagli strutturalisti cechi a partire da altre discipline (soprattutto cibernetica, teoria della modellizzazione e teoria generale dei sistemi).
Prototypes, master copies or models from which copies are made exist in all walks of life and are something we live by (hence the integrated concept of illusionism). Prototipi, originali o modelli di cui sono state fatte copie esistono in tutti gli aspetti della vita e sono qualcosa con cui conviviamo (da qui il concetto integrato di «illusionismo»).
Even any verbal message is a model of its prototype – i.e. of the cognitive counterpart residing in the head of the speaker, of its mental representation. Persino ogni messaggio verbale è un modello del suo prototipo – ovvero della controparte cognitiva che risiede nella mente del parlante, della sua rappresentazione mentale.
Also a translation is a model of a prototype (model); if it is not its complete representation, then it is its sample (extract, fragment). Anche la traduzione è un modello di un prototipo (modello); se non è la sua rappresentazione completa, è un campione (un estratto o un frammento).
If it has not been derived from the model and is presented as if it were so, then it is a pseudotranslation (a pseudo-ostension as representation of a non-existing model). Se non deriva dal modello ed è stata presentata come se lo fosse, si tratta di una pseudo-traduzione (una pseudo-ostensione come rappresentazione di un modello inesistente).
If it is a translation presented as an original then its derivation is concealed for whatever reason. Se si tratta di una traduzione presentata come originale, la sua derivazione risulta celata per qualche motivo.
A prototype itself may not be the original but a translation as is the case of indirect translation, or a series of models may be derived from one prototype producing a serial or multiple translation. Uno stesso prototipo potrebbe non essere l’originale, bensì una traduzione, come nel caso della traduzione indiretta; oppure una serie di modelli potrebbe derivare da un prototipo, producendo una traduzione seriale o multipla.
There are several types of relationships that hold between the prototype model and its derived model. Esistono diversi tipi di relazione tra un «modello prototipico» e il suo «modello derivato».
The two most relevant are functional and structural relationships. Le due più significative sono quella funzionale e quella strutturale.
The functional relationship means that the derived model functions for someone as the representation of the prototype which is not available for direct observation. La relazione funzionale implica che un modello derivato funzioni come la rappresentazione del prototipo che non può essere osservato direttamente.
Such presented models are normally taken at face value, without being questioned on their structural relationships with the prototype (unless the model is found to be defective in its function or there is a certain suspicion). Tali modelli in genere vengono considerati al valore nominale, senza che vengano messe in discussione le loro relazioni strutturali con il prototipo (a meno che si scopra che il modello sia carente nella sua funzione o si abbia tale sospetto).
This is the communicative basis of illusio or the category of noetic compatibility mentioned above. Questa è la base comunicativa dell’illusio [illusione] o della suddetta categoria della «compatibilità noetica».
Levý suggests we should also inquire into the structural relationships because function is not indicative of the actual structural relationships; therefore besides a functional model we need a structural one too. Levý propone di indagare anche le relazioni strutturali, perché la funzione non è indicativa delle effettive relazioni strutturali; perciò, oltre a un modello funzionale, serve anche un modello strutturale.
And we also need a processual model to understand the generation and reception of the model – they are modelling activities too: the first one (the prototype model or the original) is the verbal representation of reality (the protoprototype, we might say, as a cognitive representation in the original author’s head), the second one is the mental representation of this verbalized model by the receiver/translator, the third one is the verbal representation of the translator’s cognitive model of the prototype, and the fourth one is the mental representation of the translator’s verbalized model by the receiver. E serve anche un modello processuale per comprendere la generazione e la ricezione del modello – che sono anch’esse attività di modellizzazione: il primo (il modello prototipico o l’originale) è la rappresentazione verbale della realtà (si potrebbe definire il “proto-prototipo” in quanto rappresentazione cognitiva nella mente dell’autore originale); il secondo è la rappresentazione mentale, a opera del ricevente/traduttore, di questo modello verbalizzato; il terzo è la rappresentazione verbale del modello cognitivo che il traduttore ha dato del prototipo; il quarto è la rappresentazione mentale che il ricevente si crea del modello verbalizzato dal traduttore.
Therefore the final representation in translation is a model derived in multiple stages from the original and subject to a number of objective, intersubjective and subjective interfering variables called agents or factors. Perciò la rappresentazione finale in traduzione è un modello derivato dall’originale attraverso diverse fasi e soggetto all’interferenza di alcune variabili oggettive, intersoggettive e soggettive chiamate «agenti» o «fattori».
The structural relationships between the prototype and its type are supposed to respect the dimensions of isomorphism, isofunctionalism and homology, to one degree or another. Le relazioni strutturali tra il prototipo e il suo tipo dovrebbero rispettare le dimensioni di isomorfismo, isofunzionalismo e omologia, in una misura o nell’altra.
In translation structural representativeness or similarity depends on numerous factors. In traduzione, la rappresentatività o somiglianza strutturale dipende da molti fattori.
But if iso functionalism is upheld (i.e. translation as a representation of its model in terms of its function/s), other structural requirements may be subordinated to it. Ma se viene rispettato l’isofunzionalismo (ovvero la traduzione come rappresentazione del suo modello in termini della/e sua/e funzione/i), potrebbero esserne subordinati altri requisiti strutturali.
It does not mean that the translation has the same function(s) as the original when functioning as its substitute, i.e. as its illusionistic representation – it may have different functions. Ciò non significa che la traduzione ha la/e stessa/e funzione/i dell’originale nel momento in cui funge da sua sostituta, cioè da rappresentazione illusionistica; può avere funzioni diverse.
Therefore whenever Levý says that the translation functions as the original he means that it functions as its model (representation) and because he deals with artistic translation he also means that the translation retains its artistic denomination, i.e. the dominant function (and value) of an artistic artefact like its original, in other terms like its source work (with source not necessarily implying a culture different from the receiving one as in polysystem theory). Perciò, quando Levý afferma che la traduzione funge da originale, intende che funge da suo modello (rappresentazione) e, poiché egli si occupa di traduzione artistica, intende anche che la traduzione conserva la sua denominazione artistica, ovvero la funzione (e il valore) dominante di un artefatto artistico simile al suo originale; in altri termini, simile all’“opera sorgente” (dove con sorgente non si intende necessariamente una cultura diversa da quella ricevente, come nella teoria polisistemica).
What is representation meant to involve? Cosa dovrebbe comportare la rappresentazione?
A functional substitute operating on the social illusio and with its retrospective structural similarity derived from the contemporary translation norm – the double norm comprising the reproduction norm and the aesthetic norm; the proportion of both subnorms also depends on the historical dimension of translativity and its social value. Un sostituto funzionale che agisce basandosi sull’illusio sociale e che deriva la sua somiglianza strutturale «retrospettiva» dalla norma traduttiva contemporanea – la doppia norma che comprende la norma della riproduzione e la norma estetica; la proporzione di entrambe le sottonorme dipende anche dalla dimensione storica della traduzionalità e dal suo valore sociale.
Hence one of the two subnorms may prevail or the translator may seek their equilibrium in case of a zero value. Per questo una delle due sottonorme potrebbe prevalere sull’altra, o il traduttore potrebbe cercarne l’equilibrio nel caso di una somma zero.
These are intersubjective factors and the translator is a subjective factor; the result of applying a translation method depends on his individual dispositions and preferences. Questi sono fattori intersoggettivi, mentre il traduttore è un fattore soggettivo; il risultato dell’applicazione di un metodo traduttivo dipende dalle sue inclinazioni e preferenze personali.
However, in terms of its prospective properties, i.e. with a view to the receiver’s dispositions and the historical and situational contexts this basic representational function may be carried by different structural properties. Ad ogni modo, dal punto di vista delle sue proprietà “prospettive”, vale a dire nell’ottica delle inclinazioni del ricevente e dei contesti storici e situazionali, questa funzione rappresentativa di base può essere trasmessa attraverso numerose proprietà strutturali.
Here Levý proposes a tentative list of invariant and variant properties in several genres. Qui Levý propone un elenco provvisorio delle proprietà varianti e invarianti in molti generi testuali.
When he says that variability and invariability depend on the structure of the texts under translation and not on the intended goal of the translation, we come across yet another important distinction; the Czech conception is based on the already mentioned sociosemiotic triad of norm, function and value. Quando egli afferma che variabilità e invariabilità dipendono dalla struttura dei testi nella traduzione e non dall’obiettivo prefissato della traduzione, ci propone un’altra distinzione importante; la concezione ceca si basa sulla già citata triade sociosemiotica composta da norma, funzione e valore.
The pragmatic concept of goal or purpose of communication (i.e. teleology) is superimposed: the sender presents the functional substitute of the original to the receiver in a concrete situation in order to achieve something through communication conceived as interaction. Il concetto pragmatico di «obiettivo» o «scopo» della comunicazione (cioè la teleologia) è sovrapposto: il mittente presenta il sostituto funzionale dell’originale al ricevente in una situazione concreta, al fine di raggiungere qualcosa attraverso la comunicazione concepita come interazione.
The derived artefact is a linguistic and cultural hybrid, relating to two cultures and languages, and preferences on the scales between the domestic and the foreign (i.e. translativity) are again steered by objective, intersubjective and subjective factors involved. L’artefatto che ne deriva è un “ibrido” linguistico e culturale relativo a due culture e lingue, e le preferenze sulla bilancia tra il proprio e l’altrui (traduzionalità) sono ancora una volta guidate dai fattori oggettivi, intersoggettivi e soggettivi.
As a semiotic sign the source work has two aspects – its material form carries the artistic message or the work of art in a narrow sense, and it is the latter that undergoes translation while the linguistic material is substituted. In quanto segno semiotico, l’opera sorgente ha due aspetti – la sua forma materiale porta con sé il messaggio artistico o l’opera d’arte in senso stretto, ed è quest’ultima che viene sottoposta a traduzione, mentre il materiale linguistico viene sostituito.
This structuralist differentiation is important for understanding the distinctions or overlaps between work and text as well as the relationships between form and content. Questa differenziazione strutturalista è importante per capire le distinzioni e i punti in comune tra «opera» e «testo», così come anche le relazioni tra «forma» e «contenuto».
Czech Classical structuralists avoided rigid and essentialistic definitions as they preferred looser delimitations and explanations. Gli strutturalisti cechi evitavano definizioni rigide ed essenzialistiche, poiché preferivano delimitazioni e spiegazioni più aperte.
This advantage turned out to be a disadvantage during the translation of Levý’s book as the correct understanding and interpretation of concepts rely on the knowledge of a specific background; intertextuality was at work here too, as much that is explicitly stated by Levý elsewhere is left implicit in the book and footnotes had to be added. Questo vantaggio si è rivelato uno svantaggio durante la traduzione del libro di Levý, poiché la corretta comprensione e interpretazione dei concetti si basa sulla conoscenza di un contesto specifico; c’era in gioco anche l’intertestualità, tanto che ciò che Levý afferma in modo esplicito in un punto, nel libro viene lasciato implicito, quindi si è stati costretti ad aggiungere note a piè di pagina.
In conclusion Conclusione
There is always more to a translation than one can see from the outside as a reader. In una traduzione c’è sempre qualcosa in più rispetto a ciò che si può vedere dall’esterno come lettori.
Translating Levý was a challenge and if the translation was to serve its purpose the retrospective concern was the representation of the original and the prospective concern was the facilitation of correct understanding and interpretation on the part of the international scholarly community. Tradurre Levý è stata una sfida e, dato che la traduzione doveva raggiungere il suo obiettivo, la preoccupazione retrospettiva era la rappresentazione dell’originale e quella prospettiva era di facilitarne la corretta comprensione e interpretazione da parte della comunità accademica internazionale.
Both aspects involved concerns with the implicit and unknown background, distorted images, terminology issues and efforts to avoid disintegration of the structural network. Entrambi gli aspetti comportavano problemi a livello di contesto implicito e sconosciuto, immagini distorte, questioni di terminologia e tentativi di evitare la disintegrazione della rete strutturale.
Numerous debates between the translator and editor over interpretation of meaning and choice of words bear silent witness to the process of creating a basically illusionistic translation. Numerosi dibattiti tra traduttore e curatrice sull’interpretazione del significato e sulla scelta delle parole sono testimoni silenziosi del processo di creare una traduzione essenzialmente illusionistica.
Levý’s style of writing deserves a brief mention. Lo stile di Levý merita una breve menzione.
One may ask if it is Levý’s style that is actually presented, because the sources were translations from the unavailable Czech manuscript into German (1969) and from German back into Czech (1983/1996). Ci si potrebbe domandare se è proprio lo stile di Levý quello che viene presentato, perché le fonti erano traduzioni dall’irreperibile manoscritto ceco verso il tedesco (1969) ritradotte in ceco dal tedesco (1983/1996).
Patrick Corness, the translator of the English version, was very sensitive to the style and had to compromise between the intricacies of an amazing lightness on the one hand, and the heavy theoretical load on the other. Patrick Corness, il traduttore della versione inglese, è stato molto sensibile allo stile e ha dovuto raggiungere un compromesso tra le tortuosità di un’incredibile chiarezza da un lato e un carico pesante di teoria dall’altro.
Levý said about his book that he presented a theory of artistic translation only, but he also presented a general theory of translation, methodological guidelines for research, criticism and a recipe for translators and their trainers. A proposito del suo libro, Levý ha dichiarato di aver presentato solo una teoria della traduzione artistica; ma in realtà ha anche presentato una teoria generale della traduzione, le linee guida metodologiche per la ricerca, la critica e una ricetta per i traduttori e i loro istruttori.
Perhaps with a less pronounced ‘vivisection’ of the discipline than Holmes’ but with more deeds than words. Magari con una “vivisezione” meno marcata della disciplina di Holmes, ma con più fatti che parole.
When the book comes out we shall hopefully also preclude numerous rediscovery efforts of literary newcomers on the TS scene. Con l’uscita del libro, ci auguriamo che non capiti più che i parvenu letterari si presentino sulla scena della scienza della traduzione a presentare le loro “riscoperte”.
Supposed they read the book first. Ammesso e non concesso che prima leggano il libro.
Levý (1971: 155-156) said that universalisation (i.e. globalisation) in modern culture is not based on general spiritual values (allgemeine Kulturgut), but on the exchange of spiritual values, on the upsurge of communication between diverse cultural regions; literary translation is a force contributing to both the diversification of domestic genres and to the establishment and evolution of world literature. Levý (1971: 155-156) ha affermato che l’universalizzazione (ovvero la globalizzazione) della cultura moderna non si basa su valori spirituali «generali» (allgemeine Kulturgut), ma sullo «scambio» di valori spirituali e sul brusco aumento della comunicazione tra diverse regioni culturali; la traduzione letteraria è una forza che contribuisce sia alla diversificazione dei generi testuali locali, sia alla fondazione e all’evoluzione della letteratura mondiale.
In relation to our discipline the desideratum of this translation project has been similar. In relazione alla nostra disciplina, il desideratum di questo progetto traduttivo è stato simile.

 

 


 

3 – RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  • Even-Zohar, Itamar 1990 “Polysytem studies”. In: Poetics Today, 11.1.
  • Gentzler, Edwin 2001 Contemporary Translation Studies. London, Routledge.
  • Holmes, John 1988 «The Name and Nature of Translation Studies». In: Holmes, John 1988 Translated!. Amsterdam, Rodopi 67-80.
  • Levý, Jiří 1971 «Bude literární věda exaktní vědou?». Praha: Čs. Spisovatel. In: Králová, Jana; Jettmarová, Zuzana (et al) 2008 Tradition versus Modernity. From the Classic Period of the Prague School to Translation Studies at the Beginning of the 21st Century.  Prague, Charles University.
  • Levý, Jiří 1983 Umění překladu. Praha, Panorama 22-24.
  • Levý, Jiří 1996 České theorie překladu. Praha, Ivo Železný 186-232.
  • Mukařovský, Jan 1936 «Estetická funkce, norma a hodnota jako sociální fakt». Praha, Fr. Borový. In: Mukařovský, Jan 1966 Studie z estetiky. Praha, Odeon 27-28.
  • Mukařovský, Jan 2007 Studie I. Brno, Host 21-22.
  • Nord, Christianne 1997 Translation as a Purposeful Activity. Manchester, St. Jerome.
  • Ouriou, Susan 2010 Beyond Words: Translating the World. Banff, Alberta.
  • Prunč, Erich 2001 Einführung in die Translationswissenschaft, vol. 1. ITAT. Graz, Graz Univ.
  • Pym, Anthony 2010 Exploring Translation Theories. London, Routledge.
  • Tymoczko, Maria 2007 Enlarging Translation, Empowering Translators. Manchester, St.  Jerome.
Nov 072016
 

Lotman: Moda. Odežda


 civica logo spinelli

 

CRISTINA FERLONI

 

Fondazione Milano

Civica Scuola Interpreti e Traduttori “Altiero Spinelli”

Scuola Superiore per Mediatori Linguistici

via Francesco Carchidio 2 – 20144 Milano

 

 

Relatore: professor Bruno Osimo

Diploma in Mediazione linguistica

autunno 2016

© Û.M. Lotman: «Nepredskazuemye mehanizmy kul’tury» 2010

© Cristina Ferloni per l’edizione italiana 2016

La traslitterazione dal russo è stata eseguita in conformità alla norma ISO/R 9: 1995.

 

 

 

Lotman: Moda. Odežda

ABSTRACT IN ITALIANO

La presente tesi propone la traduzione del capitolo Moda. Odežda [Moda e abbigliamento] del saggio Nepredskazuemye mehanizmy kul’tury [Gli imprevedibili meccanismi della cultura] di Ûrij Mihajlovič Lotman, in cui l’autore descrive le due possibili alternative di evoluzione culturale: il processo graduale e quello imprevedibile edesplosivo”. Nella prefazione vengono analizzate le implicazioni di questo potente impulso alla produzione del nuovo in diversi ambiti della cultura, che Lotman illustra con abbondanza di citazioni letterarie e di reminiscenze storiche, e vengono approfonditi i meccanismi che coinvolgono il fenomeno della moda, con particolare riferimento alla figura del dandy. Infine viene proposto un breve excursus degli studi sulla moda, specialmente nella sua accezione di linguaggio.

 

ENGLISH ABSTRACT

This work presents a translation of the chapter Moda. Odežda [Fashion and Clothing] from the book Nepredskazuemye mehanizmy kul’tury [Unpredictable Mechanisms of Culture] by Ûrij Mihajlovič Lotman, where the author describes two alternative processes occurring within cultural evolution: the step-by-step process and the unpredictable and “explosive” one. The foreword examines the potential output of such a powerful boost to the production of new ideas in several cultural fields, outlined by Lotman with plenty of literary quotes and historical recollections. A further analysis deals with the mechanisms operating within fashion, focusing particularly on the figure of the dandy. Finally, a brief historical overview is given of the studies related to fashion, especially when regarded as a language.

 

PЕЗЮМЕ НА РУССКОМ ЯЗЫКЕ

В настоящей работе представлен перевод главы под названием «Мода. Одежда» из книги «Непредсказуемые механизмы культуры» Ю. М. Лотмана, в которой автор рассматривает два альтернативных пути культурного развития: постепенный и непредсказуемый, “взрывной” процесс. В первом разделе работы обсуждаются последствия такого мощного стимула к производству нового в разных областях культуры, описанные Ю. М. Лотманом с обилием литературных цитат и исторических воспоминаний. Далее анализируются механизмы, связанные с явлением моды, уделяя особое внимание образу щеголя. В заключительной части предлагается краткий исторический обзор научных исследований на тему моды, в частности, в языковом плане.

 

 

 

 

 

Sommario

1 PREFAZIONE 4

1.1 Introduzione al testo Nepredskazuemye mehanizmy kul’tury 4

1.2 Presentazione del capitolo Moda. Odežda 5

1.2.1 La figura del dandy [ŝegol’] 8

1.3 La moda e l’abbigliamento come oggetti di studio 9

2 TRADUZIONE 13

3 RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI 38

 

 

1 PREFAZIONE

1.1 Introduzione al testo Nepredskazuemye mehanizmy kul’tury

Il saggio Nepredskazuemye mehanizmy kul’tury [Gli imprevedibili meccanismi della cultura] è l’ultima opera di Ûrij Mihajlovič Lotman.

La prima edizione risale al 1994, anno in cui viene parzialmente pubblicato, postumo, sotto forma di articoli nella rivista Valgaskij Arhiv, e tradotto in italiano nello stesso anno con il titolo Cercare la strada. Modelli della cultura. Venezia: Marsilio. Nel 2010 viene pubblicato per intero nella collana Bibliotheca Lothmaniana della casa editrice Tallinn University Press. La traduzione oggetto di questa tesi fa riferimento a quest’ultima edizione.

Insieme a  Kul’tura i vzryv [La cultura e l’esplosione. Prevedibilità e imprevedibilità 1993. Milano: Feltrinelli] e a Vnutri myslȃših mirov : čelovek – tekst – semiosfera – istoriȃ 1996. Moskvà: Jazyki russkoj kul’tury [Universe of  the Mind: a Semiotic Theory of Culture 1990. London; New York: Tauris], appartiene alla produzione degli ultimi anni del grande semiotico fondatore della scuola di Tartu-Mosca e ne costituisce una sorta di testamento spirituale, in cui pone le basi per l’evoluzione ulteriore della semiotica della cultura.

In quest’ultimo lavoro, che rappresenta anche un saggio della sua abilità espositiva (la lingua è scorrevole e accessibile al vasto pubblico; numerosi sono gli esempi esplicativi, le citazioni, soprattutto dalla letteratura russa dell’Ottocento e del Novecento e i flashback storici), Lotman sviluppa in particolare la ricerca sulla storia e sull’arte.

Secondo lo studioso, l’evoluzione storica avviene secondo due distinte alternative: un lento e graduale sviluppo e un momento di radicale innovazione, di vera e propria rottura, che chiama «esplosione», e che secondo lui è alla base dell’evoluzione sociale, culturale, artistica e scientifica. Nel testo in esame, così come nel più noto Kul’tura i vzryv, Lotman concentra l’attenzione e intende farci riflettere su questo potente motore della creazione artistica e dell’evoluzione umana, che rappresenta l’irrompere dell’elemento čužoe [altrui] nell’elemento svoë [proprio].

«Lotman era interessato, in ambito storico e di evoluzione culturale, soprattutto in quei processi che producono la massima quantità di informazioni, in cui è possibile individuare la principale spiegazione dell’imprevedibilità del processo chiamato esplosione. […] Il processo attraverso cui la quantità di informazioni ricevute e trasmesse effettivamente aumenta è imprevedibile» (Ivanov 2010:13).

Per Lotman, la conoscenza profonda della realtà passa attraverso l’imprevedibilità e la conseguente esplosione di senso. Solo in questo modo si innescano dei meccanismi di comprensione di una realtà “altra”, a cui si ha accesso tramite il dialogo plurilingue e i processi traduttivi.

Si tratta di un processo dalle enormi potenzialità e dagli altrettanto enormi rischi. In Kul’tura i vzryv, lo studioso dedica alcune pagine a una riflessione sull’analogia fra la Rivoluzione Francese, con tutte le sue implicazioni binarie, e la Rivoluzione d’Ottobre, dove l’oggettiva imprevedibilità della vittoria della fazione bolscevica, meno numerosa ma più aggressiva della controparte, porrà le basi di un approccio storico deterministico e binario (distruggere il vecchio mondo e sulle sue rovine costruire il nuovo), che escluderà la possibilità di un’alternativa, imponendo all’intera cultura un corso escatologico.

Per Lotman, l’evoluzione culturale è proprio il risultato dell’azione congiunta di entrambi i processi, quello graduale e quello esplosivo.

«I processi graduali e quelli esplosivi, ricorda Lotman, vivono in un rapporto di reciprocità e l’annientamento di uno dei due porterebbe alla scomparsa dell’altro. Uno storico che studia i processi dinamici esplosivi e graduali ha davanti a sé un campo minato, con imprevedibili punti di esplosione, e un fiume, con il suo flusso orientato. […] Peraltro i due momenti dell’esplosione e dello sviluppo graduale non vanno pensati solo come fasi che si succedono l’una all’altra, ma anche come dinamiche che si sviluppano in uno spazio sincronico» (Traini 2011:9).

In questo modo il processo creativo della storia si sviluppa secondo una logica ternaria, dove una terza alternativa è posta come sintesi dell’antinomia fra due opposte eventualità, fra svoë e čužoe, fra vecchio e nuovo. Questo riguarda non solo la storia, ma anche le infinite possibilità di generazione del nuovo nella cultura, che per Lotman investe tutti i campi dell’espressione umana, dalla scienza all’arte, dal comportamento individuale alle interazioni sociali, tutti i vasti ambiti in cui si manifesta la comunicazione umana.

Un esempio di logica ternaria è rappresentato dall’antinomia uomo-donna, a cui Lotman contrappone un terzo elemento: il bambino, trasformandola così in una triade. E questa sintesi ne suggerisce un’altra: vita-morte-immortalità.

«L’uomo è individualmente una creatura finita, mortale. Ma la generazione di una nuova vita gli dà accesso all’immortalità. […] L’individualizzazione della personalità umana conduce alla morte, ma la stessa individualizzazione del sentimento di amore si rivela un meccanismo di superamento della morte» (Egorov 2010:210-211).

Nel capitolo intitolato Nauka i tehnika [Scienza e tecnica], si evidenzia ugualmente la differenza di principio fra la scienza, che procede grazie a intuizioni geniali ed esplosive, e la tecnica, che risponde alle esigenze sociali sviluppandosi in modo lento e graduale. Per essere utili all’umanità, le due discipline devono fondersi in maniera armonica, ma anche in questo caso il processo non è privo di rischi, nel momento in cui viene “intercettato” dalla politica e dalla burocrazia: si assiste per esempio al proliferare della tecnologia del nucleare: «Lo sviluppo della tecnologia nucleare ha ricevuto impulso non da problemi oggettivi che sarebbe stato impossibile risolvere senza la sua applicazione. Il processo ha avuto luogo nella direzione inversa: prima è comparsa la tecnologia nucleare, e poi le prove del fatto che fosse necessaria e imprescindibile» (Lotman 2010:74).

Il contributo di Lotman, in particolare con le sue tre ultime produzioni, è un invito alla responsabilità storica e, coerentemente con la sua linea di pensiero, non si pone come ideologia, come sistema “chiuso”, ma è al contrario aperto ai contributi delle generazioni future, e si propone come un invito a raccogliere il testimone e a proseguire l’analisi sulla cultura e i suoi segni con lo stesso approccio rigoroso.

 

1.2 Presentazione del capitolo Moda. Odežda

Il capitolo tradotto di seguito, Moda. Odežda [Moda e abbigliamento], è dedicato all’approfondimento delle dinamiche di trasformazione, legate sempre al concetto di «esplosione», dell’abbigliamento umano nel corso nei secoli, e a un’analisi delle motivazioni sottostanti il fenomeno della moda dal punto di vista semiotico.

Si tratta di un testo più di altri denso di citazioni da brani di letteratura, che contribuiscono grandemente, a mo’ di esempio, a chiarire i concetti espressi, rendendo la lettura del testo piacevole e testimoniando dell’approccio appassionato di Lotman all’arte e alla poesia, in particolare alla poesia di Puškin, uno dei suoi ambiti di studio più amati.

Il capitolo entra subito nel vivo con una citazione da L’isola dei pinguini di Anatole France, puntualizzando la caratteristica prettamente umana dell’abbigliamento, che, come altre caratteristiche del comportamento umano, non è dettato da necessità contingenti, ma «è il linguaggio delle relazioni sociali, e si distingue non solo per la mutevolezza, ma anche per la notevole varietà. Inoltre, riflette dinamicamente la natura multiforme dei significati e, a differenza di strumenti analoghi adottati dagli animali, è soggetto alla volontà e alle intenzioni personali» (Lotman 2010:77).

Si evidenzia subito il carattere polisemico della comunicazione vestimentaria, secondo Lotman «profondamente legata a diversi aspetti della cultura», tanto che «è lecito affermare che la moda si colloca al crocevia fra diversi aspetti della cultura». Ma, nonostante la sua vocazione poliedrica, nei secoli la moda non ha mai goduto di buona reputazione, anzi è spesso stata oggetto di invettive da parte della satira.

A questa considerazione, Lotman fa seguire una carrellata di citazioni dalla produzione satirica settecentesca che hanno come oggetto la moda, definita di volta in volta come «stravagante», «vacua», «insensata», «frivola», «stupida».

Fra le opere citate troviamo anche l’Evgenij Onegin, attraverso cui Lotman introduce il tema del dandismo, sviluppato approfonditamente nel corso della trattazione. Il dandy, accostato da Puškin alle figure di Rousseau e di Čaadaev, si vede restituita una dignità che va oltre il suo ruolo tradizionale: siamo di fronte a un’inversione di tendenza, a un’evoluzione dall’«univocità di significato tipica della satira del Settecento» alla «vastità su più piani che secondo lui [Puškin] investe il concetto di moda» (Lotman 2010:82). Nell’Ottocento gli schematismi culturali sono meno rigidi: i simboli e i rimandi acquisiscono importanza anche in relazione all’abbigliamento.

E soprattutto si fa strada la consapevolezza dell’abito, anzi del corpo vestito, come oggetto di osservazione. «Una delle sue particolarità è che si rivolge sempre a un destinatario specifico, che può essere di volta in volta chi indossa direttamente l’abito o chi lo osserva» (Lotman 2010:82).

Il tema del punto di vista dell’osservatore, requisito necessario all’abbigliamento in ogni forma, ritorna frequentemente nella trattazione, e mette in luce tutta la dinamicità dello scambio culturale (semiotico) che implica. L’abito è strettamente legato al ruolo che chi lo indossa vuole interpretare, ed è soggetto a un’intensa produzione di segni offerti all’interpretazione del “pubblico”.

Questo è vero (ma non solo) in relazione all’abbigliamento femminile, spesso oggetto di riprovazione “censoria”, come testimoniano le citazioni tratte da due pubblicazioni satiriche di Karamzìn, cui segue la descrizione dell’atteggiamento nei confronti della moda di derivazione francese da parte dello zar Pavel I, che attribuiva al fenomeno un forte carattere simbolico dei sentimenti rivoluzionari: il potere teme la moda per ciò che rappresenta.

Nell’excursus che segue Lotman analizza invece l’abbigliamento maschile a partire dai primi del Settecento, con un’attenzione particolare alle divise militari. Ai tempi, l’abbigliamento maschile non si differenziava sostanzialmente da quello femminile: «Anche qui imperava l’aspirazione al lusso e un’ampia libertà di scelta personale. [...] Era consentita ampia facoltà di apportare personalizzazioni. Perfino l’abbigliamento militare all’epoca della zarina Ekaterina consentiva variazioni significative». (Lotman 2010:84) Ma anche questa tendenza alla libertà di scelta individuale era mal vista dai rappresentanti del potere, che tentavano invano di uniformare i canoni di abbigliamento. Le stesse onorificenze militari erano soggette alla moda, e rivelavano «sfumature della personalità». Anche in campo militare era in atto un conflitto fra la rigida e spersonalizzante osservanza della forma e l’espressione della personalità individuale.

Paradossalmente, l’uniforme dei funzionari civili era molto più austera di quella militare, che tornava a essere rigida e formale solo in occasione delle parate: in tutte le altre situazioni (in battaglia, nei momenti di riposo, ai ricevimenti) si tollerava, anzi si favoriva, una notevole libertà di comportamento e di espressione, fino a contemplare la figura di una sorta di dandy [ŝegol'] “marziale”: «L’essenza di questo “marziale” dandismo non risiede tanto nel fatto di seguire delle regole fisse, quanto nel contrasto fra i rigidi requisiti del codice e della pratica militare e una certa libertà che nasce dall’atmosfera del campo di battaglia» (Lotman 2010:87). Anzi, la marzialità del contesto sembra uscire rafforzata dall’accostamento al dandismo: Lotman porta degli esempi tratti da Guerra e pace e dalla propria esperienza personale (aveva preso parte alla Seconda guerra mondiale). Ma non solo: la libertà da vincoli, in battaglia e nella vita civile, trascende l’uniforme, per investire altri ambiti di comportamento, come la gestualità e il consumo di alcol, come dimostrano i riferimenti, ancora una volta, all’Evgenij Onegin e a una novella di Tolstoj.

Passando a trattare l’abbigliamento borghese ottocentesco (la marsina), Lotman ne rileva paradossalmente una caratteristica di rigidità formale notevolmente superiore rispetto all’abbigliamento militare. Le occasioni di personalizzazione sono molto più ridotte, e il campo di restringe a un «ristretto gruppo di eletti» in grado di «distinguersi dai loro svariati imitatori». Qui il dandy è piuttosto uno snob, che si ritiene detentore dell’eleganza e guarda con disprezzo alle persone comuni. Questo ricorda il meccanismo di sviluppo della moda secondo il modello trickle-down [sgocciolamento verso il basso], approfondito da Thorstein Veblen (1899) e da Georg Simmel (1904), che prevede un’iniziale adozione da parte delle classi sociali agiate, e una successiva estensione “orizzontale” alle masse tramite il meccanismo dell’imitazione, a cui segue però immediatamente un nuovo ciclo, caratterizzato dalla “distinzione”.

A questo punto della narrazione, Lotman riprende un concetto chiave: l’intenzionalità del messaggio espresso dall’abbigliamento, che è rivolto a un destinatario specifico, e la necessità della presenza di un osservatore. «L’abbigliamento è sempre un testo rivolto a qualcuno. In questo senso è sostanziale la “direzione” di questo testo. [...] In questo modo, si rivolge a qualcuno di specifico e implica lo sforzo di suscitare stupore nell’osservatore» (Lotman 2010:92).

La figura dell’osservatore acquisisce un’importanza enorme, è in grado di influenzare il comportamento dell’osservato e, in un gioco di rimandi e di messaggi pieni di senso, condiziona il destino personale, sociale e politico delle persone. Lotman si sofferma per molte pagine sulle dinamiche fra abbigliamento e potere, portando ad esempio figure storiche e letterarie estremamente diverse fra loro, ma ugualmente rappresentanti del ruolo che riveste l’abbigliamento nella ricerca, sempre consapevole, del potere e del consenso.

Il personaggio introdotto per primo è Napoleone, che durante le sue comparse in pubblico indossava un’uniforme particolarmente semplice e disadorna, rispetto a quella dei suoi funzionari, che peraltro curava personalmente. Secondo Lotman, la spiegazione di questo comportamento risiede nel fatto che chi detiene il «potere supremo» è talmente sicuro del consenso di cui gode da non aver bisogno di “esibirsi”, di offrirsi allo sguardo dell’uditorio; non è osservato, bensì osserva, e il suo ruolo è quello di esaminare e controllare la sua «corte, e in senso più ampio il mondo intero».

La stessa sublime indifferenza nei confronti del giudizio del mondo si registra nel personaggio di Woland del Maestro e Margherita di Bulgakov. Detentore egli stesso del potere supremo in quanto a capo delle forze del Male, Woland si presenta agli ospiti indossando una veste da camera sudicia e rattoppata, e ai piedi un paio di logore ciabatte. Anche il suo atteggiamento dimostra totale disinteresse per la forma e nessun rispetto per l’interlocutore: «Una gamba, nuda, la teneva ripiegata sotto di sé, e l’altra era adagiata su uno sgabello. Nel frattempo Hella gli massaggiava il ginocchio della gamba distesa con un unguento fumante» (Bulgakov 1973:669). Al contrario, i suoi “luogotenenti” sono sempre abbigliati in modo impeccabile.

Infine, Lotman passa a esaminare la complessa parabola del simbolismo delle uniformi di Stalin e la differenza sostanziale fra i canoni dell’anteguerra e quelli del dopoguerra. Negli anni Venti le figure di rappresentanza indossano un’uniforme semi-militare, ma già negli anni Trenta vengono introdotte modifiche a complicare il protocollo, da cui è esentato il solo leader supremo. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, però, quando è costretto a fare un brindisi al popolo russo con l’intenzione di esprimergli gratitudine per le enormi perdite e per «la pazienza dimostrata nel non mandare via i propri governanti», Stalin rivela implicitamente tutta la sua insicurezza e la sua paura per l’imprevedibilità della possibile reazione della popolazione. Non è un caso che, proprio a partire da questo momento, Stalin prenda a indossare una vera e propria divisa “standard”, quella di maresciallo, e istituisca nuovi ordini militari, come quello della Vittoria.

Infine, nell’ultima parte del capitolo Lotman prende in esame il fenomeno dell’anti-moda, che fa la sua comparsa nella seconda metà dell’Ottocento e rappresenta un preludio alle tendenze del secolo a venire. «Il rifiuto della moda diventa di moda» (Lotman 2010:96).

Comincia a farsi strada una classe di intellettuali non appartenenti all’aristocrazia, al cui interno vengono sovvertite le regole base del canone vestimentario, sull’onda di un clima sociale di rivendicazione di istanze democratiche e di rigetto dell’autocrazia: l’abbigliamento femminile si avvicina a quello maschile, e quello maschile adotta come modello «lo studente», non in quanto tale, ma in quanto simbolo di emancipazione.

Questo dimostra, ancora una volta, che «il simbolo è neutro e può essere riempito di semantica di volta in volta diversa»: sono le interazioni umane ad attribuire significato a un segno, indipendentemente dalla sua sfera di appartenenza nell’ambito dell’inesauribile fucina della cultura.

 

1.2.1 La figura del dandy [ŝegol’]

Nel corso del testo, la narrazione si inoltra ben presto in territori ben più ampi del tema dell’abbigliamento, per approdare a un’analisi del comportamento quotidiano [bytovoe povedenie], tema già affrontato dallo studioso in alcuni saggi degli anni Settanta come La poetica del comportamento quotidiano nella cultura russa del XVIII secolo (Lotman 1977) e Il decabrista nella vita. Il comportamento quotidiano come categoria storico-psicologica (Lotman 1975).

Studiando la moda in quanto meccanismo generatore di senso, Lotman dimostra che è anch’essa un «fattore di libertà umana» (Zenkin 2012). L’espressione della personalità riveste un’importanza enorme dal punto di vista culturale, e la figura del dandy, nel suo anticonformismo e nel suo rifiuto della neutralità, ha un ruolo fondamentale nell’evoluzione culturale, in quanto elemento capace di apportare novità, rompendo gli schemi e costringendo chi lo osserva alla riflessione.

«L’essere umano, definendo il proprio aspetto esteriore attraverso l’abbigliamento e altri mezzi, è in grado di resistere, a volte con grande serietà, alle circostanze della vita che vorrebbero imporgli di uniformarsi, di non apparire, di diventare invisibile» (Zenkin 2012).

In un brano, Lotman rievoca un episodio della propria esperienza militare: durante la disastrosa ritirata dell’esercito sovietico da Har’kov nel maggio del 1942, un commilitone, il sergente Lëša Egorov, si impossessa durante la fuga di un’inutile fiaschetta di vetro, che però gli permette di mantenere una sorta di “dignità” formale in un momento di totale devastazione. Più avanti viene citato Čaadaev che, investito dallo zar di un importante incarico in occasione di un ammutinamento, “se la prende comoda” per curare il proprio abbigliamento, e per questo viene fatto oggetto di dicerie calunniose e accusato di irresponsabilità. Ma la verità è che riesce ad adempiere il suo compito in maniera impeccabile, senza rinunciare a esprimere la propria personalità.

«Il fatto è che il dandy rappresenta un soggetto di elevata semioticità, di elevata significatività. Non si comporta in maniera neutra, impercettibile, insignificante come tutti gli altri, ma si mostra e lancia dei segnali che siamo costretti a leggere nel suo aspetto esteriore, nel suo comportamento o nelle sue parole» (Zenkin 2012).

In quest’ambito di riflessione si può collocare anche l’ammirazione che Lotman aveva per Puškin, non solo per il poeta, ma anche per l’uomo. Puškin  ha dimostrato, con la sua opera e con la sua esistenza, di coltivare una vera e propria «arte di vivere»: «E ci insegnano come prima scienza l’arte di onorare noi stessi» (Puškin III:193).

«Attraverso l’arte di vivere di singoli individui si evolve la società, si sviluppa la storia. In questo senso è stata particolarmente importante per lui la figura di Puškin. Nella biografia di Puškin ha insistentemente cercato di dimostrare come Puškin sia stato l’artefice consapevole della propria vita. E questo libro si conclude con queste parole: Puškin è entrato a far parte della cultura “alta” non solo in quanto poeta geniale, ma anche in quanto maestro di vita, in grado di individuare in qualunque situazione un proprio modello creativo di comportamento e di superare le avversità circostanti, le condizioni sfavorevoli, l’ostilità» (Zenkin 2012).

La poetica del comportamento analizza il comportamento umano come libera scelta. La si può definire poetica storica del comportamento nel vero senso della parola: «storica in quanto vi si descrive la trasformazione della società a opera di singoli individui, poetica in quanto teoria del comportamento creativo, dove l’individuo non si limita a seguire ciecamente i modelli che gli vengono imposti, ma ne crea di nuovi, compie una scelta, realizza la propria libertà e quella della società» (Zenkin 2012).

 

1.3 La moda e l’abbigliamento come oggetti di studio

Del fenomeno moda si sono occupati, nei secoli, studiosi di ogni disciplina, anche se in buona parte del mondo accademico, almeno fino all’Ottocento, si registra una certa tendenza a confinare l’argomento nel campo del frivolo e dell’effimero: «una sfera ontologicamente e socialmente inferiore, non merita indagini problematiche; riguarda la superficie, dunque scoraggia l’approccio concettuale» (Lipovetsky 1989:7). Tuttalpiù, si prestava a essere oggetto di satira e di fustigazione morale, soprattutto durante il Secolo dei lumi.

Vale la pena di rilevare che il concetto di moda non riguarda solo le dinamiche vestimentiarie, ma «investe tutti i fenomeni culturali e anche quelli filosofici. Mode sono state nell’età moderna il cristianesimo, l’illuminismo, il newtonismo, il darwinismo, il positivismo, l’idealismo, il neoidealismo, il pragmatismo, ecc.: tutte dottrine che hanno avuto un’importanza decisiva nella storia della cultura. [...] Si può dire che la funzione della Moda è quella di inserire negli atteggiamenti istituzionali di un gruppo, o più in particolare nelle sue credenze, per mezzo di una rapida comunicazione e assimilazione, atteggiamenti o credenze nuove che, senza la Moda, dovrebbero combattere a lungo per sopravvivere e farsi valere» (Abbagnano 1961:572-573). Ciò non toglie che il termine sia usato principalmente in relazione all’abbigliamento, anche se «il vestito, sostiene Barthes, è come il linguaggio per Saussure: una massa eteroclita al cui interno è possibile trovare di tutto; aspetti fisici, tecnologici, economici, estetici, psicologici, sociologici, ecc., studiati ognuno dalla rispettiva disciplina» (Marrone 2006:xvi). L’abbigliamento contiene quindi in sé una serie di implicazioni che lo trascendono, e da cui è possibile partire per studiare l’evoluzione di una società a partire dal concetto di identità, e i fenomeni di moda a partire dai significati di novità e di cambiamento che tendono a esprimere nelle loro manifestazioni “esplosive”.

La moda, inoltre, è contemporaneamente espressione della personalità individuale e della cultura collettiva: questa duplicità viene ribadita da Barthes (1998) nell’ambito di una riflessione sulla dialettica fra costume e abbigliamento come estensione di quella fra langue e parole, sulla base di un’analogia già individuata dal linguista Nikolaj Trubeckoj nel saggio del 1939 Fondamenti di fonologia (Trubeckoj 1971). Si fa quindi riferimento al codice vestimentario come a un sistema paragonabile a quello linguistico. A partire dalla Rivoluzione francese, peraltro, la libertà di personalizzazione dell’abbigliamento era andata via via aumentando, rendendo rilevante anche il contributo individuale.

Come già accennato, la capostipite fra le teorie sulla diffusione della moda è quella avanzata dai sociologi Veblen e Simmel tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento: la moda nasce dalla classe agiata e da questa cala progressivamente verso il basso, sulla base di un principio di competizione sociale e di imitazione. In seguito, nel momento in cui le classi più basse si “appropriano” dei canoni di una moda, la classe agiata la abbandona, alla ricerca di nuove fonti di differenziazione e di auto-identificazione. Questo modello è stato successivamente corretto o affiancato da altri, man mano che si verificavano nel tempo profonde modifiche nel tessuto sociale, come ad esempio la perdita di autorevolezza e di prestigio da parte della classe agiata nel corso del Novecento e l’affacciarsi sulla scena di nuove categorie ed élite, influenti per cultura e non necessariamente per censo o per status sociale, in grado di “dettar legge” in fatto di mode e di stile: cambia il concetto di leadership.

Oltre alla sociologia, anche la semiotica ha contribuito ampiamente allo studio del fenomeno. Già nel 1916 de Saussure, nel suo Cours de linguistique générale (Saussure 1967), incoraggia la semiotica a non occuparsi solo del linguaggio verbale, ma anche di altri sistemi di segni: la lingua è solo il più importante fra essi, e l’arbitrarietà del suo segno linguistico è superiore a quella di altri. «Perfino la moda che fissa il nostro abbigliamento non è interamente arbitraria: non ci si può allontanare oltre un certo limite dalle condizioni dettate dal corpo umano. La lingua, al contrario, non è affatto limitata nella scelta dei suoi mezzi, perché non si vede che cosa impedirebbe di associare una qualunque idea a una qualunque sequenza di suoni» (Saussure 1967:94). In un altro passo, l’illustre linguista afferma, a proposito dei cambiamenti della moda, che «nessuno li ha spiegati: si sa solo che dipendono dalle leggi di imitazione. […] Soltanto dove sia il punto di partenza dell’imitazione, questo è il mistero, sia per i cambiamenti fonetici sia per quelli della moda» (Saussure 1967:183).

Nel corso della prima metà del Novecento si assiste a un forte interesse da parte della linguistica nei confronti della moda e del costume, in quanto fenomeni in cui è possibile individuare dei meccanismi costanti, una sistematicità che ricorda le funzioni del segno nell’ambito della lingua.

Alla fine degli anni Trenta, Nikolaj Trubeckoj, uno dei fondatori del Circolo linguistico di Praga e padre della fonologia strutturale, applica il rapporto fra langue e parole al binomio costume-abbigliamento, dove il primo rappresenta l’entità astratta e collettiva, l’istituzione riconosciuta a livello sociale (includendo in quanto tale anche la moda), mentre il secondo è un atto individuale, il vestito reale.

Nel 1937 lo storico del folklore e filologo Pëtr Bogatyrëv, anch’egli parte del Circolo linguistico di Praga, pubblica il saggio Le funzioni dell’abbigliamento popolare nella Slovacchia morava (Bogatyrëv 1982). Nel testo ribadisce la differenza sostanziale fra il costume, in questo caso popolare, conservatore per definizione e immutabile nel tempo («I nipoti devono indossare lo stesso abito dei nonni») e la moda, la cui caratteristica principale è di «cambiare rapidamente al fine di non somigliare a quello che lo ha preceduto». Il costume popolare assolve a molte funzioni, fra cui la pratica, l’estetica, la magica e la rituale: è quindi contemporaneamente oggetto e segno. Secondo Bogatyrëv, per «capire la funzione sociale degli abiti dobbiamo imparare a leggere questi segni (gli abiti), così come impariamo a leggere e a capire lingue diverse» (Bogatyrëv 1982:128).

A confermare l’interesse da parte del Circolo filologico di Praga per lo studio dei sistemi di segni extralinguistici (come la moda) ne è un suo altro illustre esponente, Roman Jakobson: in Language in Relation to Other Communication Systems (Jakobson 1970), afferma che «lo studio dei segni non può essere confinato a tale sistema [il linguaggio verbale], ma deve prendere in considerazione anche strutture semiotiche applicate, come per esempio l’architettura, gli abiti o la cucina» (Jakobson 1970:10), e che «uno studio storico e geografico delle mode e dell’arte culinaria da un punto di vista semiotico potrebbe portare a molte conclusioni tipologicamente interessanti e sorprendenti» (Jakobson 1970:11).

Ma il pioniere degli studi sistematici sulla moda, autore di numerose e approfondite opere sull’argomento, è senz’altro Roland Barthes. Il ponderoso trattato Système de la Mode [Sistema della moda] (Barthes 1967) è un testo da cui sarà impossibile prescindere a partire dal momento della sua pubblicazione. Barthes applica allo studio alcune categorie proprie della linguistica saussuriana (langue-parole, sincronia-diacronia, signifiant-signifié, sintagma-paradigma, denotazione-connotazione): il metodo di analisi della lingua può estendersi a quello del vestito, che rappresenta la sintesi fra costume e abbigliamento. Tuttavia, a causa delle difficoltà procedurali, è costretto a restringere il campo a un sottoinsieme specifico: quello della moda scritta, ovvero le didascalie delle fotografie presenti nelle riviste di moda. Del discorso di moda Barthes sceglie di analizzare l’aspetto verbale, in quanto, secondo lui, la significazione di moda è interamente affidata a esso, come se il vestito in sé fosse un oggetto “vuoto” che ha bisogno della lingua e di essere «nominato», esplicitato, per diventare significativo. «La moda, scopre Barthes dopo diverse esplorazioni, è una curiosa entità che trae la propria essenza dall’interstizio tra le parole e le cose: non propriamente linguistica, essa non può fare a meno del discorso per affermarsi; non propriamente reale, essa non può al contempo prescindere da un qualche aggancio ontologico. La Moda si produce e si sostiene solo nel processo di trasformazione, o di traduzione, che dal mondo porta alla lingua e da quest’ultima torna al mondo» (Grandi e Ceriani 1995:143).

Da parte sua Ûrij Lotman, come abbiamo visto, enfatizza in più passaggi il ruolo dell’osservatore all’interno del complesso sistema di interazioni che l’abbigliamento, come del resto ogni atto semiotico, mette in atto: in Kul’tura i vzryv afferma che «inserire un determinato elemento nello spazio della moda significa renderlo rilevante, dotarlo di significato. L’inserimento della moda è un processo di trasformazione dall’insignificante in significativo. La semioticità della moda si manifesta, in particolare, nel fatto che essa sottintende sempre un osservatore. Il parlante del linguaggio della moda è un creatore di informazione nuova, inaspettata per il pubblico e a esso incomprensibile» (Lotman 1993:103). Altrettanto fondamentale è l’apporto informativo, di senso e di crescita (o di destabilizzazione) culturale determinato dall’elemento novità che sempre accompagna l’esplodere di una nuova moda, o anche solo la personalizzazione di un canone vestimentario. La moda è eterno terreno di scontro fra le opposte tendenze della società alla continuità col passato o all’innovazione come processo esplosivo e imprevedibile: «Il regolare mutare della moda è contrassegno di una struttura sociale dinamica. Per di più, proprio la moda, con i suoi costanti epiteti “capricciosa”, “volubile”, “strana”, che sottolineano l’assenza di motivazione, l’apparente arbitrarietà del suo movimento, diviene una specie di metronomo dello sviluppo culturale [...]. Nello spazio culturale dell’abbigliamento si svolge una costante lotta fra la tendenza alla stabilità, all’immobilità e l’orientamento opposto verso la novità, la stravaganza. [...] In tal modo, la moda diviene quasi la visibile incarnazione della novità immotivata. Ciò permette di interpretarla sia come dominio di capricci mostruosi, sia come sfera della creatività innovativa» (Lotman 1993:103). Infine, come in molti suoi scritti, Lotman si sofferma a indagare sul carattere psicologico del fenomeno, riuscendo ad avvicinarci alla comprensione di dinamiche sociali apparentemente paradossali: «Il pubblico deve non capire la moda e ne deve essere indignato. In ciò consiste il trionfo della moda. […] Al di fuori di un pubblico scioccato, la moda perde il proprio senso. Per questo l’aspetto psicologico della moda è legato alla paura di passare inosservata e, di conseguenza, essa si nutre non di sicurezza di sé, ma del dubbio nel suo stesso valore. Dietro le innovazioni che Byron introdusse nella moda si nasconde la sua insicurezza» (Lotman 1993:104).

Per concludere questo breve excursus sulla moda come oggetto di studio semiotico, si segnala l’interesse dimostrato negli ultimi decenni da parte di una disciplina, la sociosemiotica, che ha avuto fra i suoi principali teorici Eric Landowski e fra i suoi massimi esponenti in Italia Umberto Eco, Gianfranco Marrone e Ugo Volli. L’obiettivo della sociosemiotica, che si propone di superare la tradizionale dicotomia fra testo e contesto responsabile di un presunto allontanamento della semiotica dagli oggetti di studio di tipica competenza sociologica (Dusi 2004), è l’analisi e l’interpretazione in base a modelli semiotici dei principali fenomeni (moda, giornalismo, pubblicità, politica) della società contemporanea. «Se pure l’opinione pubblica appare da alcuni secoli a questa parte come qualcosa di ovvio, tale per cui spesso si parla a suo nome rivendicandone le ragioni, essa è una costruzione semiotica, tanto immaginaria quanto efficace, di cui si tratta di additare, prima degli effetti ideologici, le condizioni di funzionamento. Discutere le eventuali manipolazioni che essa subisce o rivendicare criteri obiettivi per la sua misurazione può voler dire – conclude Landowski – negarsi la possibilità di comprendere che la sua stessa esistenza è frutto di una manipolazione più profonda, di cui la sociosemiotica ricostruisce le procedure sintattiche, semantiche e pragmatiche» (Marrone 2010:54).

 

2 TRADUZIONE

МОДА. ОДЕЖДА MODA E ABBIGLIAMENTO
Роман А. Франса «Остров пингвинов» начинается следующим эпизодом: святой Маэль по старческой близорукости принял населивших морское побережье пингвинов за людей и крестил их. Il romanzo di Anatole France L’isola dei pinguini comincia col seguente episodio: San Maël, a causa della sua miopia senile, scambia dei pinguini che popolano un tratto di costa per esseri umani, e li battezza.
Возникла непредвиденная в богословии ситуация: на пингвинов, как и на всех животных не распространяется грех Адама, и поэтому они не могут быть объектом прощения грехов. Si presenta un’anomalia teologica: i pinguini, come tutti gli altri animali, non sono gravati dal peccato originale, e di conseguenza non possono essere fatti oggetto di remissione dei peccati.
Лишенные свободной воли, пингвины безгрешны по определению. Для того, чтобы оправдать таинство крещения, пингвины были превращены в людей. С этого начинается роман. Essendo privi di libero arbitrio, i pinguini sono senza peccato per definizione. Per giustificare quindi la necessità del sacramento del battesimo, vengono trasformati in esseri umani. Così il romanzo ha inizio.
Превращение пингвинов в людей ознаменовано было тем, что на одну пингвиншу надето было платье. Это, конечно, пародийный вариант библейского рассказа о том, что согрешившие Адам и Ева почувствовали свою наготу. La trasformazione dei pinguini in umani coincide con l’azione, da parte di una pinguina, di indossare un vestito. Questa, naturalmente, non è che la parodia della storia biblica in cui Adamo ed Eva, dopo aver peccato, si rendono conto della propria nudità.
Но А. Франс подчеркнул другой аспект: пингвинша, которая не вызывала никакого интереса у пингвинов-самцов своей наготой, стала предметом всеобщего любопытства, лишь только покрыла свое тело одеждой. Tuttavia Anatole France sottolinea un altro aspetto: la pinguina, la cui nudità non risveglia alcun interesse nei pinguini maschi, suscita invece la curiosità generale solo nel momento in cui si copre con degli indumenti.
Одежда человека только внешне напоминает перья птиц или шкуру животных. Последние играют, конечно, не только физиологические (защита от холода и внешних воздействий), но и информационные роли: L’abbigliamento umano ricorda solo superficialmente il piumaggio degli uccelli o la pelliccia degli animali. Questi ultimi, infatti, esercitano una funzione non solo fisiologica (cioè di difesa dal freddo e dagli agenti esterni), ma anche informativa:
привлечение самцов и сообщение им о физиологическом состоянии самки, яркая окраска некоторых насекомых — предупреждение птицам об их ядовитости и несъедобности. servono ad attirare i maschi e a fornire informazioni circa lo stato fisiologico della femmina, mentre il colore brillante della corazza di alcuni insetti serve ad avvisare gli uccelli della loro tossicità e non commestibilità,
Вспышка яркого цвета, сопровождаемая громким треском, при полете саранчи играет пугающую роль. Можно привести много примеров тому, как те или иные животные подают сигналы с помощью окраски, запаха или позы. e l’esplosione di colori e il frastuono assordante che accompagnano il volo delle locuste hanno una funzione deterrente. Si possono citare molti altri esempi di come gli animali utilizzano il colore, l’odore o la mimica per lanciare dei messaggi.
Однако между этим миром зоологических сигналов, выраженных внешними средствами, и одеждой человека существует принципиальное отличие. Человеческая одежда — язык социального общения, отличающийся не только подвижностью, но и высокой вариативностью. Eppure, fra questo universo, fatto di segnali biologici manifestati con mezzi esteriori, e l’abbigliamento umano, esiste una differenza di principio. L’abbigliamento umano è il linguaggio delle relazioni sociali, e si distingue non solo per la mutevolezza, ma anche per la notevole varietà.
При этом она гибко отражает все многообразие значений и, в отличие от аналогичных средств у животных, подчинена воле и намерениям человека. Inoltre, riflette dinamicamente la natura multiforme dei significati e, a differenza di strumenti analoghi adottati dagli animali, è soggetto alla volontà e alle intenzioni personali.
Бросим взгляд на язык моды. Мы обладаем хорошими описаниями различных одежд в модных журналах разных эпох — на фотографиях, поэтому язык моды богато документирован. Рассмотрим несколько примеров. Gettiamo uno sguardo al linguaggio della moda. Disponiamo di descrizioni dettagliate e di fotografie di diversi abiti, grazie alle riviste di moda di varie epoche: il linguaggio della moda è quindi ampiamente documentato. Prendiamo in considerazione alcuni esempi.
Мода тесно связана с различными сторонами культуры. С одной стороны, она опирается на политику, торговые и культурные связи с теми или иными странами, с другой — соприкасается с техникой портняжного дела, путями торгового распространения тех или иных материалов. La moda è profondamente legata a diversi aspetti della cultura. Da un lato, dipende dalla politica e dai rapporti commerciali e culturali con questo o quel paese, dall’altro è legata agli aspetti tecnici sartoriali e alle rotte di distribuzione commerciale di questo o quel materiale.
В этом смысле можно сказать, что мода находится на перекрестке различных дорог культуры. In questo senso, è lecito affermare che la moda si colloca al crocevia fra diversi aspetti della cultura.
Эта разносторонняя мотивированность моды находится в кричащем противоречии с тем, какое впечатление она вызывает. Эпитеты «бессмысленная», «глупая» сопровождают моду на всем ее пути. Questa vocazione poliedrica della moda è in stridente contraddizione con l’impressione che suscita. Epiteti come «insensata» e «stupida» accompagnano da sempre la moda nel suo percorso.
Она неоднократно в сатирической символике изображалась как непредсказуемый каприз и ничем не оправданная игра самых бессмысленных человеческих побуждений. Più volte nel simbolismo satirico è stata rappresentata come stravagante frivolezza, e come vacua espressione di uno dei più insensati impulsi umani.
В сатирическом издании XVIII века «Переписка Моды» Н.Н.Страхова находим портрет Моды, обобщенно воссоздающий то, что повторялось многие десятки раз в самых различных вариантах. Прежде всего, Мода прибыла в Россию из Франции, но нашла здесь еще более благодатную почву. Nella pubblicazione satirica settecentesca Moda: corrispondenza [Perepiska Mody] di Nikolaj Ivanovič Stràhov, troviamo un ritratto di Moda che ripropone sinteticamente ciò che è già stato ribadito decine di volte nelle più diverse varianti. Anzitutto, Moda è arrivata in Russia dalla Francia, ma ha trovato qui da noi terreno ancora più fertile.
Мода не распространяется в народе: область ее царствования — «просвещенный», и еще более определенно — дворянский быт. Мода противоположна разуму и нравственности. Прибыв в Россию, Мода пишет к Непостоянству: Moda non si mescola al popolo: il suo regno è circoscritto al ceto “illuminato”, e più specificatamente nobiliare. Moda si contrappone alla razionalità e alla moralità. Una volta arrivata in Russia, Moda scrive una lettera a Incostanza:
Назад тому месяц я уже прибыла в землю Подражательности.Ты не поверишь, как мне здесь почти все обрадовались! Правду тебе сказать, наши Французы здешним милым жителям и в подметки не годятся. [...] Исключая мудрых людей, большая часть жителей вот имеют какие свойства: È un mese che sono qui nel paese di Imitazione.Non puoi immaginare come erano quasi tutti felici del mio arrivo! A dirti la verità, i nostri cari Francesi, ai simpatici abitanti del posto, non sono neanche degni di lustrare le scarpe. [...] Escludendo le persone di buon senso, ecco quali sono le peculiarità della maggior parte degli abitanti del luogo:
Я, Мода, составляю для жителей род некоего божества, на которое все жалуются, но все между тем повинуются, все наружно ненавидят, но внутренне идолопоклонствуют. Io, Moda, rappresento per loro una sorta di divinità, di cui tutti si lamentano, ma a cui tutti si inchinano; che tutti fanno finta di odiare, ma che intimamente idolatrano.
Ежедневно выдаваемые от меня глупости и странности чредят блистательные достоинства, утехи и блаженство жизни. В моей власти состоит повелеть признавать глупое за разумное, странное за достойное уважения, смешное за нечто мудрое, мудрое за нечто смешное, неприличное за пристойное, постыдное за похвальное, разорительное за приятное, и порочное за добродетельное, а сие за порочное. Le stupidaggini e le stranezze che propino quotidianamente costituiscono per loro pregi, gioie e delizie inestimabili della vita. Ho il potere di ordinar loro di giudicare ciò che è stupido ragionevole, ciò che è assurdo degno di rispetto, ciò che è ridicolo saggio e ciò che è saggio ridicolo, ciò che è osceno decente, ciò che è vergognoso degno di lode, ciò che è catastrofico divertente, ciò che è depravato virtuoso e ciò che è virtuoso depravato.
И потому, сообразно оному преудивительному и сильному влиянию, каковое имею я над жителями. E questo grazie alla straordinaria e potentissima influenza che esercito sui residenti.
Здесь почитается наиважнейшею наукою переделываться из людей в обезьяны.[1]Здесь достоинство носят на плечах, знание имеют в ногах, а премудрость в тупее. Qui reputano scienza eccelsa la trasformazione dell’uomo in  scimmia.[2]Qui la dignità la portano in spalla, la conoscenza la tengono nei piedi, e la saggezza nel parrucchino.
Волокитство признается честным обманом, игра   благовоспитанным грабежом и обкражею, а роскошь, обычайно клонящаяся или к пагубе детей, или не к предвидимой, но всегда последуемой обокраже тех друзей и знакомых, которые доверили нам свои деньги, почитается от всех за блистательную и любезную добродетель общества. Si giudica il dongiovannismo   un inganno, ma onesto,  il gioco   un furto e una rapina, ma beneducati, e si considera  il lusso, che solitamente conduce o alla rovina dei figli, o all’imprevedibile ma inevitabile saccheggio di tutti quegli amici e conoscenti che ci hanno affidato i loro soldi, un’amabile ed eccelsa virtù sociale.
Здесь у подвластных мне супружество есть торг, а дружба покупка. Дарования оцениваются теми монетами, которые я выдаю; достоинства взвешиваются на моих весках, а добродетель и честность измеряется на мой аршин. Qui, fra i miei sudditi, il matrimonio è una transazione commerciale, e l’amicizia si compra. I talenti si valutano in base alle monete che elargisco, la dignità si pesa sulla mia bilancia, e la virtù e l’onestà si misurano con il mio metro.
Здесь живут в сутки 11 часов, а спят 13. День разделяется на 4 упражнений, а ночь на 2. Три части века проходят в бездейственном существовании, а третья часть, составляющая жизнь, протекает в деятельных пороках и заблуждениях. Люди видят во сне, что и наяву, а наяву не лучше, что видели во сне, так что от сна пробуждаются ко сну, вся их жизнь есть только сон.(Переписка Моды 1791:7-10)[3]  Qui la giornata dura 11 ore, perché le restanti 13 le dedicano al sonno. La giornata la distribuiscono in 4 attività, e la notte in 2. Tre parti dell’esistenza da svegli la trascorrono nell’assoluta indolenza, e la quarta [nell’originale terza] parte, la vita vera e propria, in operosi vizi e misfatti. Di notte sognano la realtà che vivono da svegli, che non è migliore del sogno, cosicché è come se ogni volta si risvegliassero al sogno: tutta la loro vita non è altro che sogno.(Perepiska Mody 1791:7-10)[4]
В том же традиционном сатирическом духе говорит о моде в первой главе «Евгения Онегина» Пушкин: Nello stesso spirito della tradizione satirica Puškin parla di moda nel primo capitolo dell’Evgenij Onegin:
Изображу ль в картине вернойУединенный кабинет,

Где мод воспитанник примерный

Одет, раздет и вновь одет?

Всё, чем для прихоти обильной

Торгует Лондон щепетильный

И по Балтическим волнам

За лес и сало возит нам,

Все, что в Париже вкус голодный,

Полезный промысел избрав,

Изобретает для забав,

Для роскоши, для неги модной,-

Все украшало кабинет

Философа в осьмнадцать лет.

(I, 23)[5]

 

Riuscirò a tracciare un quadro fedeledell’appartato camerino

dove l’allievo esemplare delle mode

si veste, si sveste e si riveste?

Tutto ciò che per sfarzoso capriccio

vende la pignola Londra

e che attraverso le onde del Baltico

ci porta in cambio del legname e del sego;

tutto ciò che l’insaziabile gusto parigino,

a caccia di traffici proficui,

ha inventato per il divertimento,

per il lusso, per la voluttà della moda;

tutto questo ornava il camerino

del filosofo diciottenne.

I, 23)[6]

Однако ироническая характеристика модных вкусов Онегина неожиданно получает у Пушкина совершенно иную окраску: Ma la descrizione ironica dei gusti di Onegin in fatto di moda assume curiosamente, per Puškin, una sfumatura completamente diversa.
Второй Чадаев, мой Евгений,Боясь ревнивых осуждений,

В своей одежде был педант

И то, что мы назвали франт.

Он три часа по крайней мере

Пред зеркалами проводил.

(I, 25)

 

Novello Čaadàev, il mio Evgenij,temendo critiche gelose,

nel vestirsi era un pedante

e un dandy, come si suol dire.

Almeno tre ore al giorno

le passava davanti agli specchi.

(I, 25)

Этому вопросу Пушкин придал даже еще более расширенный смысл: рассуждение об отношении моды к политике: A questo tema Puškin attribuisce un senso ancora più esteso:una riflessione sul rapporto fra moda e politica:
Руссо (замечу мимоходом)Не мог понять, как важный Грим

Смел чистить ногти перед ним,

Красноречивым сумасбродом.

Защитник вольности и прав

В сем случае совсем неправ.

 

Rousseau (e qui faccio un inciso)non riusciva a capire come il sussiegoso Grimm

osasse pulirsi le unghie davanti a lui,

magniloquente sempliciotto.

Difensore delle libertà e dei diritti,

ma in questo caso aveva tutti i torti.

Из этого следует сделать обобщенный вывод: Da questo è d’obbligo trarre una conclusione generalizzata:
Быть можно дельным человекомИ думать о красе ногтей. [...]

(I, 25).[7]

Si può essere insieme una persona pragmaticae uno che pensa alla bellezza delle unghie. [...]

(I, 25).[8]

 

Вспомним, что имена Руссо и Чаадаева, каждое по-своему, были исполнены для Пушкина глубокого смысла: Руссо как бы воплощал в себе демократа XVIII века, смелого отрицателя всех предрассудков (не случайно первоначально Пушкин назвал его в этой строфе: «апостол наших прав»; Ricordiamoci che per Puškin i nomi di Rousseau e di Čaadàev, rivestono, ciascuno a suo modo, un senso profondo: Rousseau incarna, per così dire, il cittadino democratico del Settecento, fiero oppositore di ogni pregiudizio (non a caso, in questa strofa originariamente Puškin lo chiama «apostolo dei nostri diritti»,
апостол здесь — Предтеча, тот, кто возвещает Пришествие). Чаадаев для Пушкина в период работы над первой главой «Онегина» — идеал гражданина, тот, чье имя напишут на обломках самовластья. dove per apostolo si intende il Precursore-Battista, colui che annuncia la venuta di Cristo). Čaadàev rappresentava per Puškin, all’epoca della stesura del primo capitolo dell’Onegin, l’ideale del cittadino, colui il cui nome avrebbe campeggiato sulle rovine dell’autocrazia.
Переход от Руссо к Чаадаеву — здесь этот шаг от красноречивой риторики к действиям в эпоху приближения решающих событий. Надо, конечно, учитывать смысловую многоплановость текста «Онегина», где патетика и ирония — постоянное поле авторской игры. La transizione da Rousseau a Čaadàev segna il passaggio dalla retorica magniloquente all’azione, in un’epoca che sente l’approssimarsi di eventi decisivi. Naturalmente, bisogna considerare che il senso del testo dell’Onegin – dove l’elemento patetico e quello ironico sono gli ambiti entro cui si esercita costantemente il genio poetico dell’autore – è distribuito su più piani.
То, что патетично о Чаадаеве, иронично применительно к Онегину. Однако в любом случае пушкинская игра интонациями очерчивает то обширное и многоплановое поле, в котором для него оказывается мода. Здесь принципиальное отличие от однозначной сатиры XVIII века. Ciò che è patetico in relazione a Čaadàev diventa ironico in relazione a Onegin. Ma in ogni caso l’uso stilistico delle intonazioni da parte di Puškin delinea tutta la vastità su più piani che secondo lui investe il concetto di moda. E qui risiede la differenza di principio rispetto all’univocità di significato tipica della satira del Settecento.
Пространство моды многопланово. Прежде всего, и в интересующую нас в данном случае эпоху она членилась на мужскую и женскую. Одной из особенностей моды является то, что она всегда направлена к определенному адресату. Lo spazio della moda è su più piani. Innanzitutto, anche all’epoca la moda si distingueva in maschile e femminile. Una delle sue particolarità è che si rivolge sempre a un destinatario specifico,
Это или тот, кто носит одежду, или же тот, кто на него смотрит. Женская одежда была рассчитана на внешнего наблюдателя, потому она тесно связывалась с тем, какой дама хотела казаться этому наблюдателю. che può essere di volta in volta chi indossa direttamente l’abito o chi lo osserva. L’abbigliamento femminile è per definizione orientato all’osservatore esterno, in quanto strettamente associato al ruolo che la dama desidera assumere agli occhi di chi la guarda.
Отсюда — тесная соотнесенность одежды с внешностью, характером и ролью, которую данная дама выбирает для себя. Женская мода более индивидуальна и более динамична. Когда говорят о капризности и переменчивости моды в эту эпоху, то прежде всего имеют в виду женскую одежду. Da qui la stretta correlazione fra l’abbigliamento e l’aspetto esteriore, il carattere e il ruolo sociale che la dama in questione sceglie di interpretare. La moda femminile è più soggettiva e più dinamica di quella maschile. La stravaganza e la volubilità di cui si parla a proposito della moda dell’epoca si intendono riferite principalmente all’abbigliamento femminile.
Индивидуальность (разумеется, очень ограниченная) женской моды определила ее тесную связь с макияжем (окраска лица) и выбором прически. Заметную роль играла ориентация дамы на определенные литературные вкусы. Сравним изображение романтической прически в одном из многочисленных продолжений «Дома сумасшедших» Воейкова: La natura soggettiva (ovviamente entro certi limiti) della moda femminile ha determinato un rapporto molto stretto con il trucco e con la scelta dell’acconciatura. Un ruolo notevole giocava inoltre l’orientamento della dama verso determinati gusti letterari. Prendiamo in esame la rappresentazione dell’acconciatura romantica in una delle numerose redazioni di Dom sumasšedših [La casa dei pazzi] di Voéjkov:
Ангел дъяволом причесанИ чертовкою одет.

 

Un angelo pettinato da demonioe vestito da diavolessa.
Связь самой моды с женской одеждой обусловила, например, опубликованную в «Вестнике Европы» в 1802 году статью Н.М.Карамзина «О легкой одежде модных красавиц девятого-надесять века». Карамзин резко обличает женские моды эпохи ампира — стилизации, воспроизводящие античные одежды: Il rapporto fra la moda e l’abbigliamento femminile ha influenzato, ad esempio, l’articolo pubblicato da Karamzìn nel 1802 sul Vestnik Evropy [Messaggero d'Europa], intitolato «Sulla leggerezza nel vestire delle bellezze alla moda del secolo decimonono». Karamzìn condanna fermamente la moda femminile in stile impero, una riproduzione stilizzata degli abiti antichi:
Теперь в публичном собрании смотрю на молодых красавиц девятого-надесять века, и думаю: где я? в Мильтоновском ли раю (в котором милая Натура обнажалась перед взором блаженного Адама), или в кабинете живописца Апелла, где красота являлась служить моделью для Венерина портрета во весь рост?  Sono qui in pubblico consesso che osservo le giovani bellezze del secolo decimonono, e mi chiedo: dove mi trovo? Nel paradiso di Milton, dove la dolce Natura si denudava di fronte ad Adamo benedetto? O nello studio del pittore Apelle, dove la bellezza faceva da modella per il ritratto di Venere a figura intera? 
Одновременно он не скрывает, что вкус к античным одеждам для него слишком тесно связан с памятью Революции:Наши стыдливые девицы и супруги оскорбляют природную стыдливость свою, единственно для того, что Француженки не имеют ее, без сомнения те, которые прыгали контрдансы на могилах родителей, мужей и любовников!

(Карамзин 1802:250-251)

Allo stesso tempo non nasconde il fatto che il gusto per gli abiti antichi è strettamente legato, ai suoi occhi, al ricordo della Rivoluzione francese:Le nostre pudiche ragazze e mogli mortificano la loro naturale timidezza, per l’unica ragione che è totalmente sconosciuta alle francesi, sicuramente a quelle che hanno ballato la contraddanza sulle tombe dei padri, dei mariti e degli amanti!

(Karamzìn 1802:250-251)

 

Однако предостережения Карамзина не более эффективны, чем павловские запреты. Известно, что Мария Федоровна явилась к мужу на ужин, оказавшийся последним, в ненавистном для него французском платье. Ma gli ammonimenti di Karamzìn non furono più efficaci dei divieti dello zar Pavel I [di vestirsi secondo la moda francese]. È noto che la zarina Mariâ Fëdorovna si presentò a cena al cospetto del marito indossando uno degli abiti di foggia francese che lo zar tanto odiava.
Павел, уже потерявший психологический контроль над собой, усмотрел в этом окончательное доказательство революционных настроений своей жены, и только события этой ночи спасли ее и великих князей от репрессий. Quella cena finì per essere l’ultima. Pavel, che aveva già perso completamente il controllo su sé stesso, lo interpretò come la prova definitiva dei sentimenti rivoluzionari di sua moglie, e solo gli eventi di quella notte salvarono lei e i gran principi dalla repressione.
Иные судьбы имели в начале века мужские моды. В XVIII столетии мужская мода еще не отделилась в своих закономерностях от женской. Здесь тоже господствовало стремление к роскоши и далеко идущая свобода индивидуального выбора. Ben diverso era stato il destino della moda maschile dei primi del secolo. La moda maschile del Settecento non si differenziava ancora, nelle sue manifestazioni, da quella femminile. Anche qui imperava l’aspirazione al lusso e un’ampia libertà di scelta personale.
Так, например, штатский костюм мужчины не уступал женскому в пестроте и украшенности. Широки были возможности индивидуальных вариаций. Даже военная одежда в екатерининскую эпоху допускала значительную вариативность. Così, ad esempio, gli abiti civili maschili non avevano niente da invidiare a quelli femminili in fatto di varietà cromatica e di ornamenti. Era consentita ampia facoltà di apportare personalizzazioni. Perfino l’abbigliamento militare all’epoca della zarina Ekaterina consentiva variazioni significative.
Павел а затем его сыновья стремились положить этому конец и изгнать из военного костюма все черты индивидуальных вкусов и моды. Это не удалось. Скорее, даже наоборот: стремление к унификации военной одежды придало влиянию моды в ней только более утонченный характер. Sia Pavel che i suoi figli cercarono di sopprimere questa tendenza e di bandire dall’abbigliamento militare ogni concessione al gusto individuale e alla moda. Ma non ci riuscirono. Anzi, al contrario: lo sforzo di uniformare l’abbigliamento militare diede all’influenza della moda su di esso un carattere ancora più raffinato.
Так, например, мода распространялась на вид и ношение орденов; хотя эта сфера, казалось бы, была упорядочена самым строгим образом, но это только провоцировало ухищрения моды. Ордена в XVIII — начале XIX века изготовлялись в мастерской, но заказывали их сами награжденные, получившие лишь грамоту и распоряжение возложить на себя орден. Così, ad esempio, la moda arrivò a condizionare la foggia e il modo di indossare le onorificenze; anche se quest’ambito era apparentemente regolamentato con la massima severità, non si ottenne altro che istigare i sotterfugi della moda. Dal Settecento ai primi dell’Ottocento le decorazioni militari venivano fabbricate in laboratorio, ma l’ordine lo facevano di persona coloro che ne erano insigniti: bastava che fossero in possesso dell’attestazione ufficiale e del decreto di conferimento.
Это вызывало возможность варьировать размеры орденов и окраску крестов и звезд. Так, например, очень крупные кресты XVIII века в александровскую эпоху уже были не в моде. Questo consentiva di variarne a piacere le dimensioni, oltre al colore delle croci e delle stelle che la componevano. Così, ad esempio, all’epoca dello zar Aleksandr le croci mastodontiche tipiche del Settecento erano già fuori moda.
Когда Карамзин был приглашен ко двору Марии Федоровны и отправился было со своим «старомодным» крупным Аннинским крестом, друзья ему указали на то, что такие ордена уже не модны и он привлечет внимание. Карамзину пришлось надеть более модный крест декабриста Федора Глинки, уступив ему свой.[9] Quando Karamzìn fu invitato alla corte di Mariâ Fëdorovna, mentre si avviava alla volta del palazzo indossando la sua croce dell’ordine di Sant’Anna, massiccia e “vecchio stile”, gli amici gli fecero notare che onorificenze di tal fatta erano già fuori moda e che così avrebbe attirato l’attenzione. A Karamzìn toccò indossare la croce ben più alla moda del decabrista Fëdor Glinka, che gli cedette la sua.[10]
Известно, что среди сражавшихся на Кавказе офицеров модны были крошечные крестики (фактически не кресты, а их знаки, за ношение которых в столице великий князь Михаил посылал на гауптвахту). È noto che fra gli ufficiali di stanza nel Caucaso erano di moda delle crocette minuscole (praticamente neanche croci, ma stilizzazioni delle stesse), il cui uso nella capitale era stato bandito dal gran principe Mihail.
Существовали и другие способы проявить в ношении крестов различные оттенки индивидуальности: лихость, небрежность — или, наоборот, продемонстрировать свою любовь к строгой форму. Строгое соблюдение формы имело свою поэзию. Не случайно Пушкин упоминал: C’erano anche altri modi per rivelare, indossando una croce, varie sfumature della personalità come l’audacia o la trascuratezza, oppure, al contrario, per dimostrare il proprio attaccamento alla forma più rigorosa. La rigorosa osservanza della forma aveva una sua poesia. Non a caso Puškin accenna:
Пехотных ратей и конейОднообразную красивость.

(V:137)

 

Delle truppe e dei cavalli di fanteriala monotona bellezza.

(V:137)

Это создавало настоящую поэзию фрунта, доходившую у Николая I до мании. За этим отчетливо стояло стремление заменить в солдате человека движущейся машиной. Известно, что великий князь Александр — будущий Александр II, увлекавшийся дагерротипным фотографированием, поднес отцу, в соответствии с его вкусами, дагерротип марширующей гвардии. Император долго рассматривал новинку фотографического искусства, но обратил внимание лишь на то, что у одного из солдат не по уставу одет кивер, и сделал сыну, бывшему шефом данного полка, выговор. Ne nacque una vera e propria poetica del fronte, la stessa che condusse Nikolaj I all’ossessione. Ciò evidentemente nascondeva la tendenza a individuare nel soldato, invece che un essere umano, una macchina semovente. È noto che il gran principe Aleksandr – il futuro zar Aleksandr II –, appassionatosi di dagherrotipia, regalò al padre, sapendo che gli sarebbe piaciuto, un dagherrotipo raffigurante dei soldati di guardia in marcia. L’imperatore esaminò a lungo questa novità dell’arte fotografica, ma l’unico particolare che lo colpì fu il fatto che uno dei soldati indossasse il kiver [copricapo militare] in maniera scorretta, e per questo fece al figlio, già comandante del reggimento, una nota di biasimo.
Но эта мания к единообразию наталкивалась на мощное противоположное движение. Прежде всего, сама фрунтомания Александра I, а за ним — Николая I — парадоксально этому противоречила. Мундир — важнейшая часть того, что Пушкин называл «царей наукой» (II:85), — был предметом размышлений и даже вдохновенных порывов и душевных волнений всех Павловичей. Tuttavia, questa mania per l’omologazione incontrò un vigoroso movimento di opposizione. Anzitutto, la mania per il fronte di Aleksandr I (e, prima ancora, quella di Nikolaj I) paradossalmente si autocontraddiceva. L’uniforme, l’aspetto più importante di quella che Puškin chiamava «la scienza regale» (II:85), era stata per tutti i discendenti dello zar Pavel oggetto di riflessione e aveva dato luogo a slanci appassionati e a turbamenti mentali.
Александр I бросал проекты реформ или дипломатическую переписку с главами других государств для того, чтобы часами погружаться с Аракчеевым в размышления об окраске выпушек или петличек; не случайно о них с подлинным вдохновением говорит Скалозуб у Грибоедова. Aleksandr I sospendeva progetti di riforma e impegni di corrispondenza diplomatica con altri capi di stato solo per potersi immergere in interminabili discussioni con Arakčéev sul colore degli orli o delle asole; non a caso ne parla con autentica ispirazione anche Skalozub in Griboédov [Góre ot umà, Che disgrazia, l’ingegno!].
Это воздействие на военную одежду шло сверху вниз и стирало индивидуальность вкусов. Но оно наталкивалось на противоположную направленность. Прежде всего, пестрая, красивая военная форма оказывала сильное впечатление на сердца дам. В толпе военных щеголей дипломат или чиновник во фраке выглядел слишком невыгодно. Questo ebbe un impatto tale sull’abbigliamento militare, da provocare una caduta in basso dello stile e la cancellazione dei gusti individuali, che però si scontrava con la tendenza opposta. Anzitutto, la variopinta ed esteticamente attraente uniforme militare esercitava un fascino profondo sui cuori delle dame. In confronto ai bellimbusti che affollavano il mondo militare, i diplomatici e i funzionari in marsina apparivano decisamente svantaggiati.
Именно в дамском обществе в ношение мундира особенно вторгалась свобода. Таким образом, война и бал противостояли параду; они вносили в военную одежду черты индивидуального вкуса, делали ее выразительницей характера. В мирное время на параде одежда выражала только чин. Ed è precisamente nella società delle dame che irruppe al massimo grado la libertà nel modo di indossare l’uniforme. E così, la guerra e il ballo si contrapponevano alla parata, introducevano i gusti personali nell’abbigliamento militare e ne facevano espressione di personalità. In tempo di pace, l’abbigliamento nelle parate militari esprimeva solo il grado.
Характерно, что в александровскую эпоху бой не исключал своеобразного щегольства, а скорее требовал его. Вспомним, как в «Войне и мире» Денисов объясняет свою щегольскую осанку, тщательную выбритость и исходящий от него запах духов словами: «Нельзя, в дело иду». Выходя на парад, Денисов вряд ли бы облился духами. In epoca alessandrina, tipicamente, andare in battaglia non precludeva un certo dandismo sui generis, anzi lo incoraggiava. Ricordiamo che in Guerra e pace Denìsov spiega con queste parole il suo portamento da dandy, la sua rasatura perfetta e la fragranza del suo profumo: «Non posso: vado in battaglia». Difficilmente Denìsov si sarebbe inondato di profumo, se fosse andato in parata.
Это было особое «марциальное»[11] щегольство и модничанье. Сущность «марциального» щегольства не в том, чтобы следовать каким-то постоянным нормам, а в контрасте между жесткими требованиями устава или военной практики, с одной стороны, и определенной свободой, которая рождается в атмосфере боя, — с другой стороны. Era un modo tutto “marziale”[12] di essere dandy e modaioli. L’essenza di questo “marziale” dandismo non risiede tanto nel fatto di seguire delle regole fisse, quanto nel contrasto fra i rigidi requisiti del codice e della pratica militare e una certa libertà che nasce dall’atmosfera del campo di battaglia.
Однажды Борис Викторович Томашевский, который в конце первой мировой войны был офицером (если память не изменяет, инженером артиллерии), рассказывал мне, как во время отступления в конце войны в районе Нарвы он остался вдвоем с фельдфебелем (все солдаты разбежались), но не бросил вооружения и доставил его к полковому тылу. Una volta, Borìs Vìktorovič Tomašévskij, che alla fine della prima guerra mondiale aveva prestato servizio come ufficiale (se la memoria non m’inganna come ingegnere dell’artiglieria), mi raccontò che, mentre era in corso la ritirata delle truppe alla fine della guerra, nella regione di Narva, era rimasto da solo con il feldwebel [sergente maggiore] (tutti i soldati erano fuggiti) ma non aveva gettato le armi, anzi le aveva portate fino alle retrovie del reggimento.
При этом с раздражением, которого не смягчил тридцатилетний промежуток, он говорил о том, что «революционные» солдаты в расстегнутых шинелях носили винтовки прикладами вверх, а дулом к земле. Fra l’altro raccontava, con un’irritazione che i trent’anni trascorsi non erano riusciti a far sbollire, che i soldati “della rivoluzione”, con i loro pastrani sbottonati, portavano il fucile con il calcio rivolto verso l’alto e la canna verso terra.
А я вспомнил, что у нас в первые недели войны весь фронт носил винтовки дулами вниз. У солдат семнадцатого года винтовка дулом вниз означала «конец войне». У нас она имела прямо противоположное значение: конец тимошенковской муштре, начало подлинного дела. E anch’io mi sono ricordato che durante le prime settimane di guerra tutti i soldati al fronte portavano il fucile con la canna rivolta verso il basso. Per i soldati del Diciassette il fucile portato con la canna verso il basso stava a significare “fine della guerra”. Per noi significava esattamente l’opposto: fine delle esercitazioni di Timošénko, inizio delle ostilità vere e proprie.
Но у армии, терпящей поражение, небрежность одежды приобретает противоположный смысл. Когда в мае 1942 года мы отступали от Харькова и напоролись на брошенный тыловиками склад, наш сержант, замечательный человек, Леша Егоров захватил в складе единственную вещь — стеклянную фляжку и прикрепил себе к поясу. Ma per un esercito che subisce una sconfitta la trasandatezza nell’abbigliamento assume un senso opposto. Quando nel maggio del 1942, durante la ritirata da Har’kov, ci imbattemmo in un magazzino abbandonato dagli uomini delle retrovie, il nostro sergente Lëša Egórov, una persona straordinaria, portò via dal magazzino un solo oggetto: una fiaschetta di vetro, che si appese alla cintura.
Стеклянная фляжка — одна из наиболее нелепых вещей, которую я видел в жизни. Солдату она может пригодиться точно так же, как фарфоровая чашка. Но, видимо, где-то в тылу не хватило алюминия, и план выполняли стеклом. Una fiaschetta di vetro – una delle cose più insulse che mi era mai capitato di vedere. Per un soldato riveste la stessa utilità di una tazza di porcellana. Ma, evidentemente, da qualche parte nelle retrovie mancava l’alluminio, e avevano realizzato l’obiettivo del piano[13] grazie al vetro.
На мой вопрос: «Зачем тебе это барахло?» — Леша ответил: «Когда драпаем, форма должна быть строгая». Это был ответ настоящего солдата.Таким образом, военное щегольство включает в себя противостояние обстоятельствам и, следовательно, связано с подчеркиванием индивидуального поведения определенной нормой свободы. Alla mia domanda: «A cosa ti serve questo ciarpame?», Lëša rispose: «Mentre ce la filiamo, almeno la forma la dobbiamo rispettare». Era la risposta di un vero soldato.Così, il dandismo in ambito militare racchiude in sé la resistenza alle circostanze ed è quindi associato a un certo grado di libertà del comportamento individuale.
Вместе с тем свобода эта ориентирована на подчеркивание «марциальности», то есть мужества. «Марциальностью» отмечено и отношение к алкоголю в военном поведении. В обстановке парада, там, где выше всего дисциплина, употребление алкоголя в самых различных армиях строго карается. Allo stesso tempo, questa libertà non fa altro che sottolineare la “marzialità”, cioè il coraggio. La “marzialità” incide anche sull’atteggiamento nei confronti dell’alcol in ambito militare. In occasione di una parata, dove la disciplina regna su tutto, il consumo di alcol è severamente punito nelle forze armate di ogni ordine e grado.
Но в бою и в праздничном быту вне строя (эти противоположные виды поведения сближаются тем, что расковывают индивидуальность) вино как бы составляет ритуальный элемент. Сравним у Пушкина ироническое отождествление обычного в военной риторике той эпохи выражения «упоение битвы» и алкогольного опьянения: Ma in battaglia e nella vita civile (questi comportamenti antitetici sono dovuti al contesto che libera dai vincoli la personalità individuale) gli alcolici rappresentano una sorta di elemento rituale. Prendiamo in esame il modo in cui Puškin identifica ironicamente l’espressione tipica della retorica dell’epoca «ebbrezza della battaglia» con l’ubriachezza alcolica:
И то сказать, что и в сраженьиРаз в настоящем упоеньи

Он отличился, смело в грязь

С коня калмыцкого свалясь,

Как зюзя пьяный. [...]

(«Евгений Онегин», VI,5)

 

E raccontano anche che una volta,in preda a una vera e propria ebbrezza,

si distinse in battaglia, gettandosi valorosamente nel fango

dal suo cavallo calmucco,

come fosse ubriaco fradicio. [...]

(Evgenij Onegin, VI, 5)

К этому же ряду относится и особая «вольная» система жестов. Пастернак в «Докторе Живаго» описывает характерную сцену: группа молодых офицеров, охваченных свободолюбивым энтузиазмом, собирается после Февральской революции. Пастернак отмечает, что ни один из участников встречи не сидит на стуле так, как это делается обычно, — рассаживается верхом, положив руки на спинку, как на табуретке, и так далее. Alla stessa schiera appartiene anche un tipo particolare di gestualità “libera”. Pasternàk nel Dottor Živago descrive una scena tipica: un gruppo di giovani ufficiali, travolti dall’entusiasmo e dall’amore per la libertà, si riunisce dopo la Rivoluzione di febbraio. Pasternàk osserva che nessuno dei partecipanti all’incontro si siede come farebbe normalmente, ma piuttosto a cavalcioni della sedia come su uno sgabello, con le braccia appoggiate allo schienale.
Эту же черту подметил и Лев Толстой. В рассказе «Два гусара» один из персонажей — мирный помещик, который всю жизнь до такой степени мечтал быть лихим гусаром, что в конце концов сам в это поверил, усвоил себе «гусарские» жесты и интонации: Questa tendenza è stata notata anche da Lev Tolstoj. Nel racconto I due ussari, uno dei personaggi, un mite gentiluomo di campagna che per tutta la vita aveva sognato di essere un ardimentoso ussaro a tal punto da finire col crederci lui stesso, fa propri i gesti e i toni “da ussaro”:
«Да, кто не служил в кавалерии, тот никогда не поймет нашего брата.Он сел верхом на стул и, выставив нижнюю челюсть, заговорил басом. — Едешь, бывало, перед эскадроном: под тобой черт, а не лошадь, в ланцадах[14] вся: сидишь, бывало, этак чертом. Подъедет эскадронной командир на смотру. «Поручик, говорит, пожалуйста — без вас ничего не будет — проводите эскадрон церемониалом». Хорошо, мол, а уж тут — есть! Оглянешься, крикнешь, бывало, на усачей своих. Ах, черт возьми, времечко было!»

 

(Толстой II:242)

 

«Sì, chi non ha servito in cavalleria non potrà mai capire un nostro fratello». Si sedette a cavalcioni di una sedia e, protendendo la mascella inferiore, esordì con voce da basso: «Capitava che ti portavi alla testa dello squadrone: sotto di te un demonio tutto scatti e lançade[15], non un cavallo: capitava che ci stavi sopra come un diavolo. Si avvicina il comandante dello squadrone in sopralluogo. «Tenente, per favore», dice, «senza di voi non si farà niente: conducete lo squadrone secondo il cerimoniale». Bene, ti dici: detto, fatto! Ti guardi indietro e cominci a urlare ordini sotto i tuoi baffoni. Ah, che il diavolo mi porti, quelli sì che erano bei tempi!»(Tolstoj II:242)

 

Конь «в ланцадах», так же как и калмыцкий конь, упомянутый Пушкиным, — не парадные лошади, и герой Толстого, как подчеркивает автор для понимающих читателей, фантазирует, преувеличивая «марциальность» ситуации. Il cavallo «tutto scatti e lançade», così come il cavallo calmucco citato da Puškin, non è un animale da parata, e l’eroe di Tolstoj fantastica, come sottolinea l’autore a uso dei lettori più acuti, ingigantendo la “marzialità” della situazione.
Ту же повесть Толстой начал обобщенной картиной. Подобно тому, как А.де Мюссе предпослал повести «Исповедь сына века» обобщенный портрет эпохи от Революции до Реставрации, Толстой вводит своего героя типологизированным портретом времени, он переносит действие в 1800-е годы: La stessa novella viene introdotta da Tolstoj con un quadro generico. Così come fa Alfred de Musset, che nel preambolo al suo romanzo Confessioni di un figlio del secolo offre una descrizione sommaria dell’epoca che va dalla Rivoluzione alla Restaurazione, anche Tolstoj introduce il suo personaggio principale con un ritratto tipologizzato del tempo (l’azione si svolge durante il primo decennio dell’Ottocento):
[...] в те времена, когда не было еще ни железных, ни шоссейных дорог, ни газового, ни стеаринового света, ни пружинных низких диванов, ни мебели без лаку, ни разочарованных юношей со стеклышками, ни либеральных философов-женщин, ни милых дам-камелий, которых так много развелось в наше время, — в те наивные времена, когда из Москвы, выезжая в Петербург в повозке или карете, брали с собой целую кухню домашнего приготовления, ехали восемь суток по мягкой пыльной или грязной дороге и верили в пожарские котлеты, в валдайские колокольчики и бублики, — когда в длинные осенние вечера нагорали сальные свечи, освещая семейные кружки из двадцати и тридцати человек, на балах в канделябры вставлялись восковые и спермацетовые[16] свечи, когда мебель ставили симметрично, когда наши отцы были еще молоды не одним отсутствием морщин и седых волос, а стрелялись за женщин и из другого угла комнаты бросались поднимать нечаянно и не нечаянно уроненные платочки, наши матери носили коротенькие талии и огромные рукава и решали семейные дела выниманием билетиков; когда прелестные дамы-камелии прятались от дневного света, — в наивные времена масонских лож, мартинистов, тугенбунда, во времена Милорадовичей, Давыдовых, Пушкиных». 

(Толстой 1979, II:239)

[...] a quei tempi, quando non c’erano ancora né ferrovie, né strade carrozzabili, né illuminazione a gas, né a candele, né divanetti a molle, né mobili di legno grezzo, né giovani disillusi con gli occhiali, né libertarie donne filosofo, né soavi dame delle camelie, che tanto abbondano ai nostri tempi; a quei tempi ingenui, quando per spostarsi da Pietroburgo a Mosca con il carro o la carrozza ci si portava dietro tutto l’armamentario della cucina di casa, si viaggiava otto giorni su strade sterrate piene di polvere o di fango, e si credeva nelle polpette di carne, nelle campanelle di Vajdal e nelle ciambelle con i semi di papavero; quando nelle lunghe serate autunnali si bruciavano le candele di sego, che illuminavano gruppi familiari di venti o trenta persone, nei candelabri ai balli si mettevano candele di cera o di spermaceti[17], quando i mobili si disponevano simmetricamente, quando i nostri padri erano ancora giovani non solo per la mancanza di rughe e di capelli bianchi, si battevano in duello per una donna, e dall’angolo opposto della stanza si precipitavano a raccogliere fazzoletti caduti più o meno accidentalmente; quando le nostre madri portavano abiti con la vita alta e con le maniche enormi, e risolvevano i problemi di famiglia controllando scrupolosamente ogni spesa; quando le affascinanti dame delle camelie si nascondevano alla luce del giorno; a quei tempi ingenui di logge massoniche, dei martinisti, del Tugendbund, ai tempi dei Miloradovič, dei Davýdov, dei Puškin».(Tolstoj 1979, II:239)

 

Мужская штатская одежда отличалась гораздо меньшим разнообразием. Утвердившийся в начале века черный фрак стал на длительное время как бы обязательной формой одежды мужчины. Интересно отметить, что «неформальная» мужская одежда по сути дела была гораздо более строгой (однообразной) формой, чем «форменный» военный мундир. L’abbigliamento borghese maschile variava molto meno. Affermatasi durante i primi del secolo, la marsina nera divenne per lungo tempo una specie di divisa imprescindibile per gli uomini. È interessante notare che l’abbigliamento maschile “informale” era in realtà molto più austero e monotono della vera e propria uniforme militare.
Однако однообразие фрака лишь кажущееся, для непосвященных: «однообразный» фрак становится именно тем предметом, с помощью которого отличают подлинных денди — эту замкнутую и недоступную для посторонних группу избранных — от разнообразных подражателей. Ma la monotonia della marsina è tale solo per i profani: la “monotona” marsina può diventare proprio quell’oggetto che serve agli autentici dandy (quel ristretto gruppo di eletti inaccessibile agli estranei) per distinguersi dai loro svariati imitatori.
Столкновение этих двух типов находим в романе Бульвер-Литтона «Пелэм, или Приключения джентельмена», вызвавшем восторг Пушкина. Здесь денди — это не тот, кто следует моде, а тот, кто ее создает, но и в нарушении моды тонкий знаток отличает денди от имитатора. Ritroviamo il conflitto fra questi due tipi umani nel romanzo di Edward Bulwer-Lytton Pelham, o le avventure di un gentiluomo, che tanto affascinò Puškin. Qui il dandy non è chi segue la moda, ma chi la fa, e anche quando i canoni della moda vengono violati un fine intenditore sa distinguere il vero dandy dai suoi imitatori.
—  Верно, — согласился Раслтон, едва заметной улыбкой одобрив каламбур, несколько похожий на его собственный и задевавший портного, чьей славе он, быть может, слегка завидовал, — верно: Стульц стремится делать джентельменов, а не фраки; каждый стежок у него притязает на аристократизм, в этом есть ужасающая вульгарность. «È vero», riconobbe Russelton, approvando con un sorriso appena percettibile il gioco di parole che assomigliava abbastanza al suo e che aveva offeso il sarto, della cui fama era forse un po’ invidioso. «È vero: Stulz si sforza di produrre dei gentiluomini, e non delle marsine; con ogni punto che cuce aspira all’aristocrazia, e in questo c’è una terribile volgarità.
Фрак работы Стульца вы безошибочно распознаете повсюду. Этого достаточно, чтоб его отвергнуть. Если мужчину можно узнать по неизменному, вдобавок отнюдь не оригинальному покрою его платья — о нем, в сущности, уже и говорить не приходится. Человек должен делать портного, а не портной — человека. Una marsina realizzata da Stulz si riconosce ovunque a colpo sicuro, e basta questo per scartarla. Nel momento in cui un uomo diventa riconoscibile dal taglio immutabile e per giunta per niente originale dei suoi abiti, non vale neanche più la pena parlare di lui. È la persona che deve fare il sarto, e non il sarto la persona».
— Верно, черт возьми! — вскричал сэр Уиллоуби, так же плохо одетый, как плохо подаются обеды у лорда И***. Совершенно верно! Я всегда уговаривал моих Schneiders[18] шить мне не по моде, но и не наперекор ей; не копировать мои фраки и панталоны с тех, что шьются для других, а кроить их применительно к моему телосложению, и уж никак не на манер равнобедренного треугольника. Посмотрите хотя бы на этот фрак, — и сэр Уиллоуби Тауншенд выпрямился и застыл, дабы мы могли вовсю налюбоваться одеянием. «È vero, dannazione!», gridò sir Willoughby, vestito male come sono serviti male i pranzi a casa di lord I***. «Verissimo! Ho sempre raccomandato ai miei Schneiders[19] di farmi degli abiti non alla moda, ma neppure fuori moda; di non copiare le mie marsine e i miei pantaloni da quelli degli altri, ma di adattarli alla mia costituzione fisica, e non alla forma di un triangolo isoscele. Guardate ad esempio questa marsina», e sir Willoughby Townshend si alzò e si mise impettito in modo che potessimo osservare il suo abbigliamento nei dettagli.
— Фрак! — воскликнул Раслтон, изобразив на своем лице простодушное изумление, и брезгливо захватил двумя пальцами край воротничка. — Фрак, сэр Уиллоуби? По-вашему, этот предмет представляет собой фрак?»(Курсив Бульвера-Литтона. — Ю.Л. — 1958:194-195)  «Una marsina?», esclamò Russelton, dipingendosi sul volto un’espressione ingenua e prendendo fra due dita con ripugnanza il bordo del suo colletto. «Una marsina, sir Willoughby? Secondo lei, quest’oggetto sarebbe una marsina?»(Corsivo originale di Bulwer-Lytton – Ûrij Lotman – 1958:194-195)
Одежда — всегда обращенный к кому-либо текст. В этом смысле существенно «направление» этого текста. Роскошная форма обычно представляет собой зрелище, то есть включает в себя точку зрения того, кто на нее смотрит. Таким образом, она к кому-то направлена и предполагает стремление произвести на наблюдателя впечатление. L’abbigliamento è sempre un testo rivolto a qualcuno. In questo senso è sostanziale la “direzione” di questo testo. Un’uniforme lussuosa di solito è una rappresentazione, cioè comprende anche il punto di vista di chi guarda. In questo modo, si rivolge a qualcuno di specifico e implica lo sforzo di suscitare stupore nell’osservatore.
Красота мундира может быть обращена к дамам или к императору, но в любом случае подразумевает, что тот, на кого мундир надет, каким-либо образом зависит от впечатления, им производимого, заинтересован в этом впечатлении. La bellezza dell’uniforme può essere indirizzata alle dame o all’imperatore, ma in tutti i casi presuppone che chi la indossa dipenda in qualche modo dall’impressione che produce, che sia interessato a quest’impressione.
Подчеркнутая простота мундира Наполеона в резком контрасте с парадными мундирами его двора входила в установку императора. Наполеон тщательно обдумывал формы мундиров своих маршалов и генералов. La spiccata semplicità dell’uniforme di Napoleone, in netto contrasto con le uniformi roboanti dei suoi cortigiani, faceva parte dello stile dell’imperatore. Napoleone curava scrupolosamente la foggia delle uniformi dei suoi marescialli e dei suoi generali.
Театральность этого зрелища подчеркивалась тем, что в качестве консультанта в этих вопросах Наполеон избрал себе  знаменитого актера Тальма, который конечно, не был специалистом в теории мундира, но зато прекрасно разбирался в том, что такое театральное зрелище. La teatralità di questa rappresentazione era rimarcata dal fatto che Napoleone si era scelto come consulente in materia il celebre attore Talma, ovviamente non uno specialista in tema di uniformi, ma perfettamente competente in tema di rappresentazioni teatrali.
В этой поражающей и парижан, и иностранцев роскошной толпе маршалов и придворных Наполеон выделялся простотой костюма. Это должно было подчеркнуть, что император — этот тот, кто смотрит, что двор, и, шире, весь мир, — это зрелище для императора, а сам он, если и представляет какое-то зрелище, то только зрелище величия, равнодушного к зрелищности. In mezzo all’impressionante e sfarzosa folla di marescialli e di cortigiani, sia parigini che stranieri, Napoleone spiccava per la semplicità della sua tenuta. Bisognava rimarcare il fatto che era l’imperatore a guardare, e la corte, e in senso più ampio il mondo intero, a esibirsi per l’imperatore; quest’ultimo, semmai, si limitava a esibire la propria stessa grandezza, indifferente all’elemento scenografico.
Эту способность представителей высшей власти быть выше моды подчеркнул М.Булгаков, описывая одежду Воланда. Воланд появляется перед читателем сначала в «домашней» обстановке. 

Воланд широко раскинулся на постели, был одет в одну ночную длинную рубашку, грязную и залатанную на левом плече. Одну голую ногу он поджал под себя, другую вытянул на скамеечку. Колено этой темной ноги и натирала какой-то дымящейся мазью Гелла.

(Булгаков 1973:669)

 

È questa capacità dei rappresentanti del potere supremo di elevarsi al di sopra della moda che sottolinea Mihaìl Bulgàkov nel descrivere l’abbigliamento di Woland. Woland fa la sua comparsa al lettore inizialmente in ambiente “domestico”.Woland era mollemente allungato sul letto, vestito con una lunga camicia da notte, sudicia e con un rattoppo sulla manica sinistra. Una gamba, nuda, la teneva ripiegata sotto di sé, e l’altra era adagiata su uno sgabello. Nel frattempo Hella gli massaggiava il ginocchio della gamba distesa con un unguento fumante.

(Bulgàkov 1973:669)

Но этот же костюм остается на Воланде в момент, когда он появляется в пышно украшенной зале, причем, как и Наполеон, он идет в сопровождении безупречно одетых «маршалов»: Ma Woland indossa la stessa tenuta anche quando compare all’interno di una sala magnificamente decorata, dove, come Napoleone, si accompagna a dei “marescialli” abbigliati in maniera ineccepibile:
Он шел в окружении Абадонны, Азазелло и еще нескольких похожих на Абадонну, черных и молодых. [...] Поразило Маргариту то, что Воланд вышел в этот последний великий выход на балу как раз в том самом виде, в каком был в спальне. Era circondato da Abadonna, da Azazello e da altri individui simili ad Abadonna, neri e giovani. [...] Margherita fu colpita dal fatto che Woland facesse quest’ultima grandiosa uscita al ballo sfoggiando la stessa mise che indossava in camera da letto.
Все та же грязная заплатанная сорочка висела на его плечах, ноги были в стоптанных ночных туфлях. Воланд был со шпагой, но этой обнаженной шпагой он пользовался как тростью, опираясь на нее.(Булгаков 1973:688)  Aveva addosso la stessa sudicia camicia rattoppata, e ai piedi aveva un paio di logore ciabatte. Woland portava la spada, ma di questa spada sguainata si serviva come di un bastone, appoggiandovisi.(Bulgàkov 1973:688)

 

Престол, на который Воланд не садится, — такой же символ власти, как и его испачканный, разорванный костюм.Высшая власть не подразумевает точку зрения внешнего наблюдателя и поэтому может не подавать себя. Пушкинский Барон (в «Скупом рыцаре») может не тратить свое золото и жить в нищете («как пес цепной» VII:106) именно потому, что обладает высшей властью: Il trono, su cui Woland non si siede, è un simbolo di potere come lo è la sua lercia e lacera tenuta.Il potere supremo non presuppone il punto di vista di un osservatore esterno, e quindi può anche evitare di offrirsi. Il Barone del Cavaliere avaro di Puškin può permettersi di non spendere il proprio oro e di vivere in povertà («come un cane alla catena» VII:106) proprio perché detiene il potere supremo:
Я выше всех желаний; я спокоен;Я знаю мощь мою.

(VII:111)

 

Sono al di sopra di ogni desiderio; sono sereno;conosco il mio potere.

(VII:111)

В этом смысле не лишена интереса логика изменения одежды Сталина. Общая для всех партийных руководителей 20-х годов полувоенная форма в середине 30-х годов получала новую окраску. В предвоенные годы вместе с введением новых военных званий были внесены изменения в форму высших командных чинов. In questo senso è interessante la logica dei cambiamenti nel modo di vestire di Stalin. L’uniforme semi-militare, comune a tutti i leader di partito degli anni Venti, negli anni Trenta aveva acquistato una sfumatura diversa. Negli anni dell’anteguerra vennero istituiti nuovi ranghi militari, e contestualmente vennero introdotte delle modifiche all’uniforme dei più alti gradi di comando.
Ей была придана большая торжественность и внешняя представительность. На этом фоне высшие партийные деятели сохраняли подчеркнутую простоту полувоенной одежды. Еще резче выключен из контекста был Сталин. Подобно Воланду, он занимал позицию того, кто смотрит. Alla divisa veniva attribuita grande solennità e rappresentatività esteriore. In questo contesto, i leader supremi di partito mantenevano invece la spiccata semplicità dell’abbigliamento semi-militare. E Stalin era ancora più drasticamente fuori contesto. In maniera analoga a Woland, il suo ruolo era quello di chi guarda.
Характерные изменения произошли в самом конце войны. В тосте, провозглашенном за русский народ на торжественном заседании в честь победы, Сталин неожиданно выговорил слова, свидетельствовавшие о его глубинной внутренней неуверенности. Он провозгласил тост за терпение русского народа, за то, что тот не выгнал своих руководителей, тем самым неосторожно обнаружив, что вполне допускал такую возможность. In occasione della fine vera e propria della guerra si verificarono cambiamenti emblematici. Nel brindisi al popolo russo pronunciato durante una seduta solenne in onore della vittoria, Stalin usò inaspettatamente delle parole che rivelavano una sua insicurezza profonda. Fece un brindisi alla pazienza dimostrata dal popolo russo nel non mandare via i propri governanti, e rivelò così incautamente che considerava un’eventualità del genere pienamente plausibile.
Характерно, что именно с этого времени Сталин начал одеваться с ориентацией на зрителя: на нем появился маршальский мундир, был учрежден специальный орден Победы и тому подобное. Подчеркнутая уверенность того, кто смотрит на всех, сменилась неуверенностью человека, озабоченного своим видом. È emblematico che proprio da questo momento Stalin abbia cominciato a vestirsi in un’ottica orientata allo spettatore: addosso a lui fece la sua comparsa la divisa da maresciallo, venne fondato l’apposito ordine della Vittoria, e via discorrendo. L’evidente fiducia in se stesso di chi tiene sott’occhio tutti aveva ceduto il posto all’insicurezza di chi si preoccupa del proprio aspetto.
С этим можно было сопоставить свидетельство современника о том, как Николай I во время церковной службы постоянно делал замечания по поведению и выправке великих князей, поправлял их расположение и стойку. A questo si può ricondurre la testimonianza di un contemporaneo su come Nikolaj I durante le funzioni religiose facesse continuamente dei commenti sulla condotta e sul portamento dei gran principi, e su come ne correggesse la postura e l’atteggiamento.
Сделав свое самовластие подлинной «неподвижной» идеей, Николай выдавал свою глубоко запрятанную неуверенность в том, что постоянно контролировал себя с точки зрения воображаемого наблюдателя. Avendo ridotto la sua stessa autocrazia a una vera e propria idea “irremovibile”, Nikolaj tradiva la sua inconfessata insicurezza controllando costantemente se stesso dal punto di vista di un osservatore immaginario.
Однако «неподвижность» могла иметь и прямо противоположный смысл, поскольку культурная функция приписывается не какому-либо предмету или знаку, а его отношению к другим знакам, месту в системе. Сравним слова о Наполеоне у Лермонтова: Ma l’”irremovibilità” poteva anche leggersi nel senso opposto, poiché la funzione culturale non è tanto attribuita a un qualche oggetto o segno, quanto al rapporto con altri segni, con altre parti del sistema. Prendiamo in esame le parole usate da Lérmontov a proposito di Napoleone:
Один, — он был везде, холодный, неизменный.(Лермонтов 1954, II:183)

 

Solo, lui era ovunque, freddo, immutabile.(Lermontov 1954, II:183)
Чаадаев во время Бородинского сражения стоял под огнем в упор стрелявших французов в столь же безупречно чистом белье и идеально выглаженном мундире, как и на балу. Отправляясь к императору с ответственным и щекотливым заданием — доложить о бунте Семеновского полка, он ни в чем не изменил своим нормам и правилам бытового поведения и, в частности, в тщательности одежды. Durante la battaglia di Borodinó, sotto il fuoco incrociato dei francesi, Čaadàev indossava gli stessi indumenti perfettamente puliti e impeccabilmente stirati che avrebbe indossato a un ballo. Partendo per incontrare l’imperatore con un compito delicato e di responsabilità –  riferire dell’ammutinamento del reggimento Semënovskij – non contravvenne in alcun modo alle sue regole di comportamento quotidiano, compresa, nello specifico, la cura dell’abbigliamento.
Это дало толчок к клеветническим слухам о том, что Чаадаев в пути слишком много занимался своей одеждой и запоздал с доставкой императору экстренных сведений. В действительности, Чаадаев безупречно исполнил служебную должность, но ничем не поступился и в утонченном щегольстве. Последнее было выявлением того, что Пушкин назвал «первой наукой»: Questo diede la stura a dicerie calunniose secondo cui Čaadàev durante il viaggio sarebbe stato troppo impegnato con i suoi vestiti, e per questo avrebbe tardato a riferire all’imperatore informazioni urgenti. In effetti Čaadàev adempì l’incarico alla perfezione, ma non rinunciò in alcun modo al proprio sofisticato dandismo. Quest’ultimo non era altro che la manifestazione di quella che Puškin chiamava «la prima scienza»:
И нас они науке первой учатЧтить самого себя.

(Разрядка Пушкина. — Ю.Л. — III:193)

E ci insegnano come prima scienzal’arte di onorare noi stessi.

(Corsivo originale di Puškin. – Ûrij Lotman. – III:193)

 

Во второй половине XIX века мы сталкиваемся со стремлением «отменить моду» как порождение дворянского периода. Реально это превращается в то, что отказ от моды становится модой. Мода как бы удваивается. В разночинных кругах утверждается своя система принятой одежды, при этом особенно деформируется женская: ей свойственно стремление стилизоваться по нормам мужской. При этом если женская одежда ориентируется на мужскую, то мужская стилизует себя по образцу студенческой. Последняя по функции заменяет военную одежду в дворянском быту, как бы превращаясь в Одежду с большой буквы. Nella seconda metà dell’Ottocento ci troviamo di fronte alla tendenza ad «abolire la moda» in quanto prodotto dell’epoca nobiliare. In concreto, questo dà luogo al fenomeno per cui il rifiuto della moda diventa di moda. La moda, per così dire, si sdoppia. Nei circoli dei raznočincy [intellettuali non appartenenti all'aristocrazia] si consolida il sistema specifico dell’abbigliamento accettabile, nel cui ambito si deforma soprattutto il modo di vestire femminile: una sua caratteristica è la tendenza a stilizzarsi su quello maschile. Ma se l’abbigliamento femminile si orienta sul modello maschile, quello maschile prende a modello lo stile studentesco. Quest’ultimo prende il posto dell’uniforme militare nella funzione che ricopriva all’interno della società nobiliare, come in un’evoluzione verso un Abbigliamento con la A maiuscola.
Аналогичным образом студент как социальная фигура заменяет офицера дворянского периода. Подобно тому, как «быть офицером» значило нечто более, чем выполнять определенные армейские функции, «быть студентом» — совсем не синоним университетского или институтского учащегося.[20] Характерно стихотворение Огарева «Студент»: In modo analogo lo studente, come figura sociale, prende il posto dell’ufficiale dell’epoca nobiliare. Così come «essere un ufficiale» significava qualcosa di più che ricoprire una determinata posizione nell’esercito, «essere uno studente» non era affatto sinonimo di persona iscritta all’università o al collegio. Paradigmatica a tale proposito è la poesia di Ogarëv Lo studente:[21]
Он родился в бедной доле,Он учился в бедной школе,

Но в живом труде науки

Юных лет он вынес муки.

В жизни стала год от году

Крепче преданность народу,

Жарче жажда общей воли,

Жажда общей, лучшей доли. [...]

Era nato in una famiglia umile,aveva frequentato una scuola umile,

ma alle nobili fatiche della scienza

aveva sacrificato gli anni della gioventù.

Nel corso della vita, anno dopo anno,

sempre più si rafforzava la sua devozione al popolo,

sempre più ardente diventava la sete di libertà per tutti,

la sete di un futuro migliore per tutti. […]

Жизнь он кончил в этом мире —В снежных каторгах Сибири.Но весь век нелицемерен —

Он борьбе остался верен.

До последнего дыханья

Говорил среди изгнанья:

La sua vita terrena si spegnevanelle galere della nevosa Siberia.Ma per tutta la vita, senza ipocrisia,

è rimasto fedele alla lotta.

Fino all’ultimo respiro

dal suo esilio diceva:

«Отстоять всему народуСвою землю и свободу.»(Огарев 1956, I:342-343)

 

«a tutto il popolo di difenderela sua terra e la sua libertà».(Ogarëv 1956, I:342-343)
В стихотворении говорится о революционном разночинце, но называется он студентом. Ничего специфически студенческого в характеристике нет, не говоря уже о том, что далеко не все студенты были связаны с демократическим движением. Здесь действует закон: часть делается символом целого. Nella poesia Ogarëv parla di un raznočinec rivoluzionario, ma lo definisce  «studente». Il suo profilo non ha le caratteristiche specifiche di uno studente, per non parlare del fatto che non tutti gli studenti erano legati al movimento democratico. Qui vale la legge secondo cui una parte simboleggia il tutto.
А презумпция этого закона в относительной самостоятельности символа, в том, что сам по себе, вне контекста, он нейтрален и может наполняться различной семантикой.Эта автономность и самодостаточность символа роднит его с другими нейтральными в смысловом отношении знаками. E il presupposto di questa legge sulla relativa autonomia del simbolo è che in sé, fuori contesto, il simbolo è neutro e può essere riempito di semantica di volta in volta diversa.Queste qualità di autonomia e di autosufficienza del simbolo lo accomunano ad altri segni neutri dal punto vista del senso.

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[1] Отождествление модного человека с обезьяной — устойчивый сатирический прием XVIII века. Вольтер, возмущенный до отчаяния случаями кровавых казней на религиозной почве, называл французов смесью обезьяны и тигра. Это прозвище получило распространение. Так, в Лицее Пушкин, как известно, получил прозвище Француза:

Когда французом называли

Меня беспечные друзья,

Когда педанты предрекали,

Что век невеждой буду я.

Вместе с этой кличкой Пушкин получил и ее синоним: «Смесь тигра с обезьяной».

[2] L’identificazione della persona alla moda con la scimmia era un consolidato artificio letterario della satira settecentesca. Voltaire, indignato fino allo sconforto dalle sanguinose esecuzioni per motivi religiosi, diceva che i francesi erano un incrocio fra la scimmia e la tigre. Quest’epiteto godette di una certa diffusione. Anche a Puškin al liceo diedero, come è noto, il nomignolo di «francese»:

Quando gli amici incuranti

mi chiamavano «francese»,

quando i pedanti assicuravano

che sarei rimasto ignorante in eterno.

Insieme a questo soprannome, Puškin ereditò anche il suo sinonimo: «un incrocio fra la scimmia e la tigre».

[3]Переписка Моды, содержащая., М., 1791, С.7-10. Разрядка оригинала. — Ю.Л. Ср. Также «Мысли философа по моде» И.А.Крылова. «Философ по моде» на «модном» языке XVIII века — щеголь, который довел размышления о моде до уровня философии. Крылов.И.А. Полн. Собр. Соч. М., 1945. Т.1:329-336.

[4]Perepiska Mody, Мoskva 1791:7-10. Enfasi dell’originale – Ûrij Lotman. Vedi anche «Pensieri di un filosofo della moda [Mysli filosofa po mode]» di Ivàn Andréevič Krylóv: un «filosofo della moda», nel linguaggio della moda del Settecento, è un dandy che ha portato le riflessioni sulla moda a un livello filosofico. Ivàn Andréevič Krylóv Opere complete, Moskvà 1945 1:329-336.

[5] «Евгении Онегине» ссылки даются на главу и строфу.

[6] Le note relative all’Evgenij Onegin si riferiscono al capitolo e alla strofa.

[7] «Дельный» в условном языке либералов эпохи Союза Благоденствия синоним слова «свободолюбивый». Сравним иронически звучащие для Грибоедова слова Репетилова: «Чуть дельный разговор / Зайдет про водевиль.» (Грибоедов 1956:116)

«Дельный» по отношению к водевилю, — оксюморон, противоречащий эпитет. Сравним еще более откровенные строки в черновом варианте «Евгения Онегина»:

Во всей Европе в наше время

Между воспитанных людей (первоначально менее иронически: «между порядочных людей»)

Не почитается за бремя

Отделка нежная ногтей.

Ей, по словам Пушкина отдают дань не только «воин и придворный», но и «[поэт] и либерал задорный» (VI:234). Любопытно, что слово поэт Пушкин зачеркнул, видимо почувствовав тут возможность перенесения иронии на себя самого, а либерала оставил.

[8] «Del’nyj [pragmatico]», nel linguaggio convenzionale dei liberali dell’epoca appartenenti all’Unione della prosperità [i decabristi], è sinonimo di «amante della libertà». Consideriamo quanto suonino ironiche alle orecchie di Griboédov le parole di Repetilov: «Si faranno discorsi un po’ pragmatici / a proposito del vaudeville» (Griboédov 1956:116).

«Del’nyj», riferito al vaudeville, è un ossimoro, che contraddice l’epiteto. Prendiamo in considerazione dei versi ancora più espliciti che troviamo nella prima stesura dell’Evgenij Onegin:

In tutta Europa di questi tempi

fra la gente beneducata (originariamente, meno ironicamente: «fra la gente perbene»)

non si considera un compito gravoso

la delicata cura delle unghie.

A rendere tributo a quest’usanza, secondo le parole di Puškin, non sono solo «il guerriero e il cortigiano», ma anche «[il poeta] e il fervente liberale» (VI:234). Curioso che Puškin abbia depennato la parola poeta, evidentemente nel timore che suonasse autoironica, e abbia mantenuto la parola liberale.

[9] После этого обмена крестами Карамзин и Ф.Глинка наполовину в шутку, наполовину всерьез называли себя крестовыми братьями. Поскольку крест Святой Анны II степени носился на шее, возникала возможность в сопоставлении с ритуалом обмена шейными крестами.

[10] Dopo questo scambio di croci, Karamzìn e Glinka, un po’ per scherzo un po’ sul serio, cominciarono a chiamarsi fra loro fratelli di croce [di sangue]. Siccome la croce di Sant’Anna di secondo grado si portava al collo, questa possibilità sorse per analogia con lo scambio rituale di croci da portare al collo.

[11] Выражение Петровской эпохи, производное от слова «Марс» (бог войны).

[12] Espressione di epoca petrina, derivante da «Marte» (dio della guerra).

[13] Il piano quinquennale (in russo: pâtilétka, quinquennio) è uno strumento di politica economica utilizzato nei regimi ad economia pianificata, ovvero nei Paesi socialisti o comunisti dove l’iniziativa economica è in larga parte gestita da enti pubblici. Un piano quinquennale individua determinati obiettivi da raggiungere in un periodo di cinque anni nei vari settori dell’economia. Gli obiettivi consistono in una definita quantità fisica di beni che dovranno essere prodotti.

[14] Ланцады — прыжки, которые совершает лошадь с целью сбросить седока.

[15] Le lançade sono i salti che fa il cavallo allo scopo di disarcionare il cavaliere.

[16] Спермацет — жир, добываемый из полостей головы кашалота, употребляется в косметических целях. Спермацетовые свечи были в эпоху, упоминаемую Толстым, дорогим новшеством.

[17] Lo spermaceti è un grasso estratto dalle cavità del cranio del capodoglio, usato nel settore cosmetico. Le candele di spermaceti, all’epoca rievocata da Tolstoj, erano una novità costosa.

[18] Портных (нем.).

[19] Sarti (in tedesco).

[20] Стремление девушек-шестидесятниц стать студентками несло в себе символическое обозначение эмансипации вообще, освобождения от социальных ограничений.

[21] L’aspirazione delle sedicenni a diventare delle studentesse racchiudeva in sé una valenza simbolica di emancipazione in generale e di liberazione dai vincoli sociali.

Jul 152016
 

SAMANTHA FARINELLI

samanthafarinelli92@gmail.com

 Université de Strasbourg

Institut de Traducteurs d’Interprètes et de Relations Internationales

Civica Scuola Interpreti e Traduttori Alterio Spinelli

Master in Traduzione

 primo supervisore: professor Bruno OSIMO

secondo supervisore: professoressa Irina Simeonovna EGOROVA

Master: Arts, Lettres, Langues

Mention: Langues et Interculturalité

Spécialité: Traduction et interprétation

Parcours: Traduction professionnel

estate 2016

La traslitterazione dei caratteri cirillici usata è conforme alla norma ISO 9 del 1995 che prevede una corrispondenza biunivoca tra carattere cirillico e latino.

 © Ûrij Michajlovič Lotman, Moskva, 1996

© Samantha Farinelli per l’edizione italiana 2016

Слово

Молчат гробницы, мумии и кости,—

Лишь слову жизнь дана:

Из древней тьмы, на мировом погосте,

Звучат лишь Письмена.

И нет у нас иного достоянья!

Умейте же беречь

Хоть в меру сил, в дни злобы и страданья,

Наш дар бессмертный — речь.

Иван Алексеевич Бунин, 1915

Parola  

Tacciono sepolcri, mummie e ossa,

Solo alla parola è data la vita:

Dalle antiche tenebre, al camposanto cosmico,

Risuonano solo le Lettere.

E a noi nessun’altra fortuna rimane!

Sappiate custodire

Almeno con le forze che avete, nei giorni di cattiveria e sofferenza,

Il nostro dono immortale – il discorso.

Ivan Alekseevič Bunin, 1915

Lo spazio semiotico

Semiotičeskoe prostranstvo

ABSTRACT

 

The foreword examines the translation from Russian into Italian of an article from Vnutri myslâŝih mirov, written by Ûrij Lotman. The selected text addresses the concept of semiosphere and explains in detail the characteristics of this space, abstract yet real, that has well-defined borders, which preserve its individuality. The border of the semiosphere resembles a translator, an individual in the midst of two cultures that tries to make them interact. In the examined text there are some peculiar examples that the author has provided to clarify the argument. The translation with parallel text is followed by a glossary and a text analysis, which examines both the prototext and the metatext.

Sommario

Introduzione  9

Guida alla pronuncia  10

Traduzione con testo a fronte  11

Riferimenti bibliografici del prototesto  59

Glossario   63

Lemmi russo – italiano  64

Schede terminologiche 65

Scheda 1  65

Scheda 2  65

Scheda 3  66

Scheda 4  67

Scheda 5  68

Scheda 6  69

Scheda 7  70

Scheda 8  71

Scheda 9  72

Scheda 10  73

Scheda 11  74

Scheda 12  75

Scheda 13  76

Scheda 14  77

Scheda 15  78

Analisi testuale  80

L’autore 81

Il testo  82

Analisi traduttologica  84

Strategia traduttiva  85

Lettore modello e dominante 86

Realia  87

Terminologia  90

Forma espressiva  90

Scelte traduttive 92

Difficoltà  98

Paratesto: note, bibliografia e riferimenti bibliografici 100

Gestione del residuo traduttivo  102

Riferimenti bibliografici 104

Indice delle tabelle 105

 


 

Introduzione

 

Il presente mémoire ha come oggetto la traduzione e l’analisi dell’articolo «Semiotičeskoe prostranstvo» [Lo spazio semiotico] di Ûrij Lotman e si suddivide in cinque parti. La prima parte è dedicata alla traduzione dal russo all’italiano con testo a fronte seguita dai riferimenti bibliografici dell’originale. La seconda prevede un glossario di voci specifiche ricavate dal testo di partenza. Si tratta dei termini considerati più importanti e peculiari che sono analizzati secondo determinati fattori:

-       Contesto in cui è stata trovata la parola;

-       Dominio di appartenenza (es. semiotica, linguistica, psicologia);

-       Definizione;

-       Fonte.

Segue un’analisi testuale che fornisce informazioni più approfondite in merito a prototesto e autore. Nella quarta parte si esamina la traduzione; nella fattispecie il capitolo in questione affronta il tema del lettore modello e della dominante, esplica la strategia traduttiva adottata, elenca e spiega le difficoltà incontrate, le scelte di traduzione attuate e illustra il modo in cui è stato gestito il residuo traduttivo. Il quinto e ultimo capitolo riporta i riferimenti bibliografici.

Nel presente elaborato, quando si parla di prototesto si intende il testo originale russo, mentre con la parola metatesto ci si riferisce alla traduzione proposta, secondo la definizione di Anton Popovič (2006).

 

Guida alla pronuncia

 

Come già indicato, il presente mémoire utilizza la norma ISO/R 9:1995 per la traslitterazione dei caratteri cirillici. Di seguito alcune indicazioni per la pronuncia:

Lettera

Pronuncia

addolcisce la lettera che lo precede

rende dura la lettera che lo precede

â

ia come iato

c

zz come mazzo

č

c come cesto

è

e aperta

ë

io come occhio

g

gh come ghiro

h

c come casa pronunciato alla toscana

j

i breve

ŝ

sc come osceno pronunciato alla romana

š

sc come scena

û

iu come fiume

y

i dura, gutturale

z

s come rosa

ž

j come jour in francese

Traduzione con testo a fronte

 



Семиотическое пространство

Юрий Лотман

 

Наши рассуждения до сих пор строились по общепринятой схеме: в основу брался отдельный изолированный коммуникационный акт, и исследовались возникающие при этом отношения между адресантом и адресатом. При таком подходе полагается, что изучение изолированного факта обнаруживает все основные черты семиозиса, которые можно в дальнейшем экстраполировать на более сложные семиотические процессы. Такой подход удовлетворяет известному третьему правилу «Рассуждения о методе» Декарта: «…придерживаться определенного порядка мышления, начиная с предметов наиболее простых и наиболее легко познаваемых и восходя постепенно к познанию наиболее сложного…» (1950:272).

Кроме того, это отвечает научной привычке, ведущей свое начало со времен Просвещения: строить «робинзонаду» — вычленять изолированный объект, придавая ему в дальнейшем значение общей модели.

Однако для того, чтобы такое вычленение было корректным, необходимо, чтобы изолированный факт позволял моделировать все свойства явления, на которое будут экстраполироваться выводы. В данном случае этого сказать нельзя. Устройство, состоящее из адресанта, адресата и связывающего их единственного канала, еще не будет работать. Для этого оно должно быть погружено в семиотическое пространство. Все участники коммуникации должны уже иметь какой-то опыт, иметь навыки семиозиса. Таким образом, семиотический опыт должен парадоксально предшествовать любому семиотическому акту. Если по аналогии с биосферой (В. И. Вернадский) выделить семиосферу, то станет очевидно, что это семиотическое пространство не есть сумма отдельных языков, а представляет собой условие их существования и работы, в определенном отношении, предшествует им и постоянно взаимодействует с ними. В этом отношении язык есть функция, сгусток семиотического пространства, и границы между ними, столь четкие в грамматическом самоописании языка, в семиотической реальности представляются размытыми и полными переходных форм. Вне семиосферы нет ни коммуникации, ни языка. Конечно, и одноканальная структура есть реальность. Самодовлеющая одноканальная система — допустимый механизм для передачи предельно простых сигналов и вообще для реализации первой функции, но для задачи генерирования информации она решительно непригодна. Не случайно представить такую систему как искусственно созданную конструкцию можно, но в естественных условиях возникают работающие системы совсем другого типа. Уже то, что дуализм условных и изобразительных знаков (вернее, условности и изобразительности, в разных пропорциях присутствующих в тех или иных знаках) является универсалией человеческой культуры, может рассматриваться как наглядный пример того, что семиотический дуализм — минимальная форма организации работающей семиотической системы.

Бинарность и асимметрия являются обязательными законами построения реальной семиотической системы. Бинарность, однако, следует понимать как принцип, который реализуется как множественность, поскольку каждый из вновь образуемых языков в свою очередь подвергается раздроблению на основе бинарности. Во всякую живую культуру «встроен» механизм умножения ее языков (далее мы увидим, что параллельно работает противонаправленный механизм унификации языков). Так, например, мы постоянно являемся свидетелями количественного роста языков искусства. Особенно это заметно в культуре XX в. и типологически сопоставляемых с нею культурах прошлого. В условиях, когда основная творческая активность перемещается в лагерь аудитории, актуальным становится лозунг: искусство есть все, что мы воспринимаем как искусство. В начале XX столетия кино превратилось из ярмарочного увеселения в высокое искусство. Оно явилось не одно, но в сопровождении целого кортежа традиционных и вновь изобретенных зрелищ. Еще в XIX в. никто не стал бы всерьез рассматривать цирк, ярмарочные зрелища, народные игрушки, вывески, выкрики уличных торговцев как виды искусств. Сделавшись искусством, кинематограф сразу же разделился на кино игровое и документальное, фотографическое и мультипликационное со своей поэтикой каждое. А в настоящее время прибавилась еще оппозиция: кино/телевидение. Правда, одновременно с расширением ассортимента языков искусств происходит и его сужение: определенные искусства практически выбывают из активной обоймы. Так что не следует удивляться, если при более тщательном исследовании разнообразие семиотических средств внутри той или иной культуры окажется относительно константной величиной. Но существенно другое: состав языков, входящих в активное культурное поле, постоянно меняется, и еще большим изменениям подлежит аксиологическая оценка и иерархическое место входящих в него элементов.

Одновременно во всем пространстве семиозиса — от социальных, возрастных и прочих жаргонов до моды — также происходит постоянное обновление кодов. Таким образом, любой отдельный язык оказывается погруженным в некоторое семиотическое пространство, и только в силу взаимо- действия с этим пространством он способен функционировать. Неразложимым работающим механизмом — единицей семиозиса — следует считать не отдельный язык, а все присущее данной культуре семиотическое пространство. Это пространство мы и определяем как семиосферу. Подобное наименование оправдано, поскольку, подобно биосфере, являющейся, с одной стороны, совокупностью и органическим единством живого вещества, по определению введшего это понятие академика В. И. Вернадского, а с другой стороны — условием продолжения существования жизни, семиосфера — и результат, и условие развития культуры.

В. И. Вернадский писал, что все «сгущения жизни теснейшим образом между собою связаны. Одно не может существовать без другого. Эта связь между разными живыми пленками и сгущениями и неизменный их характер есть извечная черта механизма земной коры, проявлявшаяся в ней в течение всего геологического времени» (1960:101).

С особенной определенностью эта мысль выражена в следующей формуле: «…биосфера — имеет совершенно определенное строение, определяющее все без исключения в ней происходящее <…> Человек, как он наблюдается в природе, как и все живые организмы, как всякое живое вещество, есть определенная функция биосферы, в определенном ее пространстве — времени» (Вернадский, 1977:32).

Еще в заметках 1892 г. Вернадский указал на интеллектуальную деятельность человека (человечества) как на продолжение космического конфликта жизни с косной материей: «…законообразный характер сознательной работы народной жизни приводил многих к отрицанию влияния личности в истории, хотя, в сущности, мы видим во всей истории постоянную борьбу сознательных (т. е. „не естественных”) укладов жизни против бессознательного строя мертвых законов природы, и в этом напряжении сознания вся красота исторических явлений, их оригинальное положение среди остальных природных процессов. Этим напряжением сознания может оцениваться историческая эпоха» (1988:292).

Семиосфера отличается неоднородностью. Заполняющие семиотическое пространство языки различны по своей природе и относятся друг к другу в спектре от полной взаимной переводимости до столь же полной взаимной непереводимости. Неоднородность определяется гетерогенностью и гетерофункциональностью языков. Таким образом, если мы, в порядке мысленного эксперимента, представим себе модель семиотического пространства, все языки которого возникли в один и тот же момент и под влиянием одинаковых импульсов, то все равно перед нами будет не одна кодирующая структура, а некоторое множество связанных, но различных систем. Например, мы строим модель семиотической структуры европейского романтизма, условно отграничивая его хронологические рамки. Даже внутри такого — полностью искусственного пространства мы не получим однородности, поскольку различная мера иконизма неизбежно будет создавать ситуацию условного соответствия, а не взаимно-однозначной семантической переводимости. Конечно, поэт-партизан 1812 г. Денис Давыдов мог сопоставлять тактику партизанской войны с романтической поэзией, когда требовал, чтобы начальником партизанского отряда не назначался «методик с расчетливым разумом и со студеною душою <…> Сие исполненное поэзии поприще требует романтического во- ображения, страсти к приключениям и не довольствуется сухою, прозаическою храбростию. — Это строфа Байрона!» (1822:83).

Однако стоит просмотреть его снабженное планами и картами историко-тактическое исследование «Опыт теории партизанского действия», чтобы убедиться, что эта красивая метафора говорит лишь о сближении несопоставимого в контрастном сознании романтика. То, что единство различных языков устанавливается с помощью метафор, лучше всего говорит об их принципиальном различии.

Но ведь надо учитывать и то, что разные языки имеют различные периоды обращения: мода в одежде меняется со скоростью, несравнимой с периодом смены этапов литературного языка, а романтизм в танцах не синхронен романтизму в архитектуре. Таким образом, в то время как в одних участках семиосферы будет переживаться поэтика романтизма, другие могут уже далеко продвинуться в постромантическом направлении. Следовательно, даже эта искусственная модель не даст в строго синхронном срезе гомологической картины. Не случайно, когда пытаются дать синтетическую картину романтизма, характеризующую все виды искусств (а порой еще прибавляя другие области культуры), приходится решительно жертвовать хронологией. То же касается и барокко, и классицизма, и многих других «измов».

Однако если говорить не об искусственных моделях, а о моделировании реального литературного (или шире — культурного) процесса, то придется признать, что — продолжая наш пример — романтизм захватывает лишь определенный участок семиосферы, в которой продолжают существовать разнообразные традиционные структуры, порой восходящие к глубокой архаике. Кроме того, ни один из этапов развития не свободен от столкновения с текстами, извне поступающими со стороны культур, прежде вообще находившихся вне горизонта данной семиосферы. Эти вторжения — иногда отдельные тексты, а иногда целые культурные пласты — оказывают разнообразные возмущающие воздействия на внутренний строй «картины мира» данной культуры. Таким образом, на любом синхронном срезе семиосферы сталкиваются разные языки, разные этапы их развития, некоторые тексты оказываются погруженными в не соответствующие им языки, а дешифрующие их коды могут вовсе отсутствовать. Представим себе в качестве некоторого единого мира, взятого в синхронном срезе, зал музея, где в разных витринах выставлены экспонаты разных эпох, надписи на известных и неизвестных языках, инструкции по дешифровке, составленные методистами пояснительные тексты к выставке, схемы маршрутов экскурсий и правила поведения посетителей. Поместим в этот зал еще экскурсоводов и посетителей и представим себе это все как единый механизм (чем, в определенном отношении, все это и является). Мы получим образ семиосферы. При этом не следует упускать из виду, что все элементы семиосферы находятся не в статическом, а в подвижном, динамическом соотношении, постоянно меняя формулы отношения друг к другу. Особенно это заметно на традиционных моментах, доставшихся из прошлых состояний культуры. Эволюция культуры коренным образом отличается от биологической эволюции, и здесь слово «эволюция» часто служит плохую дезориентирующую службу.

Эволюционное развитие в биологии связано с вымиранием видов, отвергнутых естественным отбором. Живет лишь то, что синхронно исследователю. Аналогичное в чем-то положение в истории техники, где инструмент, вытесненный из употребления техническим прогрессом, находит убежище лишь в музее. Он превращается в мертвый экспонат. В истории искусства произведения, относящиеся к ушедшим в далекое прошлое эпохам культуры, продолжают активно участвовать в ее развитии как живые факторы. Произведение искусства может «умирать» и вновь возрождаться, быв устаревшим, сделаться современным или даже профетически указывающим на будущее. Здесь «работает» не последний временной срез, а вся толща текстов культуры. Стереотип истории литературы, построенной по эволюционистскому принципу, создавался под воздействием эволюционных концепций в естественных науках. В результате синхронным состоянием литературы в каком-либо году считается перечень произведений, написанных в этом году. Между тем, если создавать списки того, что читалось в том или ином году, картина, вероятно, была бы иной. И трудно сказать, какой из списков более характеризовал бы синхронное состояние культуры. Так, для Пушкина в 1824—1825 гг. наиболее актуальным писателем был Шекспир, Булгаков переживал Гоголя и Сервантеса как современных ему писателей, актуальность Достоевского ощущается в конце XX в. не меньше, чем в конце XIX. По сути дела все, что содержится в актуальной памяти культуры, прямо или опосредованно включается в ее синхронию.

Структура семиосферы асимметрична. Это выражается в системе направленных токов внутренних переводов, которыми пронизана вся толща семиосферы. Перевод есть основной механизм сознания. Выражение некоторой сущности средствами другого языка — основа выявления природы этой сущности. А поскольку в большинстве случаев разные языки семиосферы семиотически асимметричны, то есть не имеют взаимно-однозначных смысловых соответствий, то вся семиосфера в целом может рассматриваться как генератор информации.

Асимметрия проявляется в соотношении: центр семиосферы — ее периферия. Центр семиосферы образуют наиболее развитые и структурно организованные языки. В первую очередь, это — естественный язык данной культуры. Можно сказать, что если ни один язык (в том числе и естественный) не может работать, не будучи погружен в семиосферу, то никакая семиосфера, как отмечал еще Эмиль Бенвенист, не может существовать без естественного языка как организующего стержня. Дело в том, что наряду со структурно организованными языками, в пространстве семиосферы теснятся частные языки, языки, способные обслуживать лишь отдельные функции культуры и языкоподобные полуоформленные образования, которые могут быть носителями семиозиса, если их включат в семиотический контекст. Это можно сравнить с тем, что камень или причудливо изогнутый древесный ствол может функционировать как произведение искусства, если его рассматривать как произведение искусства. Объект приобретает функцию, которую ему приписывают.

Для того, чтобы воспринимать всю эту массу конструкций как носителей семиотических значений, надо обладать «презумпцией семиотичности»: возможность значимых структур должна быть дана в сознании и в семиотической интуиции коллектива. Эти качества вырабатываются на основе пользования естественным языком. Так, например, зависимость, в ряде случаев, структуры «семьи богов» и других базисных элементов картины мира от грамматического строя языка представляется очевидной.

Высшей формой структурной организации семиотической системы является стадия самоописания. Сам процесс описания есть доведение структурной организации до конца. Как стадия создания грамматик, так и кодификация обычаев или юридических норм подымают описываемый объект на новую ступень организации. Поэтому самоописание системы есть последний этап в процессе ее самоорганизации. При этом система выигрывает в степени структурной организованности, но теряет те внутренние запасы неопределенности, с которыми связаны ее гибкость, способность к повышению информационной емкости и резерв динамического развития.

Необходимость этапа самоописания связана с угрозой излишнего разнообразия внутри семиосферы: система может потерять единство и определенность и «расползтись». Идет ли речь о лингвистических, политических или культурных аспектах, во всех случаях мы сталкиваемся со сходными механизмами: какой-то один участок семиосферы (как правило, входящий в ее ядерную структуру) в процессе самоописания — реального или идеального, это уже зависит от внутренней ориентации описания на настоящее или будущее — создает свою грамматику. Затем делаются попытки распространить эти нормы на всю семиосферу. Частичная грамматика одного культурного диалекта становится метаязыком описания культуры как таковой. Так, диалект Флоренции делается в эпоху Ренессанса литературным языком Италии, юридические нормы Рима — законами всей империи, а этикет двора эпохи Людовика XIV — этикетом дворов всей Европы. Возникает литература норм и предписаний, в которой последующий историк видит реальную картину действительной жизни той или иной эпохи, ее семиотическую практику. Эта иллюзия поддерживается свидетельствами современников, которые действительно убеждены, что именно так они и поступают. Современник рассуждает приблизительно так: «Я человек культуры (т. е. эллин, римлянин, христианин, рыцарь, esprit fort, философ эпохи Просвещения или гений эпохи романтизма). Как человек культуры я реализую поведение, предписываемое такими-то нормами.

Только то в моем поведении, что соответствует этим нормам, может считаться поступком. Если же я, по слабости, болезни, непоследовательности и т. д., в чем-то отклоняюсь от данных норм, то это не имеет значения, нерелевантно, просто «не существует». Список того, что в данной системе культуры «не существует», хотя практически происходит, всегда является существенной типологической характеристикой принятой системы семиотики. Так, например, известный Андрей Капеллан, автор «De arte amandi» (между 1175 и 1186 г.) — трактата о нормах fin amors, — подвергая благородную любовь тщательной кодификации и требуя от влюбленного верности даме, молчания, тщательного servir, целомудрия, куртуазности и т. д., спокойно допускает насилие по отношению к поселянке, поскольку в этой картине мира она «как бы не существует», действия по отношению к ней находятся вне семиотики, то есть их «как бы нет».

Созданная таким образом картина мира будет восприниматься современниками как реальность. Более того, это и будет их реальностью в той мере, в какой они приняли законы данной семиотики. А последующие поколения (включая исследователей), восстанавливающие жизнь по текстам, усвоят представление о том, что и бытовая реальность была именно такой. Между тем отношение такого метапласта семиосферы к реальной картине ее семиотической «карты», с одной стороны, и бытовой реальности жизни, лежащей по ту сторону семиотики, с другой, будет достаточно сложным. Во-первых, если в той ядерной структуре, где создавалось данное самоописание, оно действительно представляло идеализацию некоторого реального языка, то на периферии семиосферы идеальная норма противоречила находящейся «под ней» семиотической реальности, а не вытекала из нее. Если в центре семиосферы описание текстов порождало нормы, то на периферии нормы, активно вторгаясь в «неправильную» практику, порождали соответствующие им «правильные» тексты. Во- вторых, целые пласты маргинальных, с точки зрения данной метаструктуры, явлений культуры вообще никак не соотносились с идеализованным ее портретом. Они объявлялись «несуществующими». Начиная с работ культурно-исторической школы, любимым жанром многих исследователей являются статьи под заглавиями «Неизвестный поэт XII века» или «Об еще одном забытом литераторе эпохи Просвещения» и пр. Откуда берется этот неисчерпаемый запас «неизвестных» и «забытых»? Это те, кто в свою эпоху попали в разряд «несуществующих» и игнорировались наукой, пока ее точка зрения совпадала с нормативными воззрениями эпохи. Но точка зрения сдвигается — и вдруг обнаруживаются «неизвестные». Вспоминают, что в год смерти Вольтера «неизвестному философу» Луи Клоду Сен-Мартену уже было 35 лет; что Ретиф де Ла Бретонн написал более 200 томов, которым историки литературы так и не найдут места, называя их автора то «маленьким Руссо», то «Бальзаком XVIII века»; что в эпоху романтизма в России жил Василий Нарежный, написавший около двух с половиной десятков томов романов, «не замеченных» современниками, поскольку в них уже обнаруживались черты реализма.

Таким образом, на метауровне создается картина семиотической унификации, а на уровне описываемой им семиотической «реальности» кипит разнообразие тенденций. Если карта верхнего слоя закрашена в одинаковый ровный цвет, то нижняя пестрит красками и множеством пересекающихся границ. Когда Карл Великий в исходе VIII столетия понес меч и крест саксам, а Владимир Святой через сто лет крестил Киевскую Русь, великие варварские империи Запада и Востока сделались христианскими государствами. Однако их христианство отвечало самохарактеристике и располагалось на политическом и религиозном метауровне, под которым кипели языческие традиции и различные бытовые компромиссы. Иначе и не могло быть при условиях массовых, а порой и насильственных, крещений. Страшная резня, учиненная Карлом над пленными саксами-язычниками под Верденом, вряд ли могла способствовать распространению в среде варваров принципов Нагорной проповеди.

И между тем было бы неправильным полагать, что даже простая перемена самоназвания не оказала влияния на «ниже лежащие» уровни, не способствовала превращению христианизации в евангелизацию, не унифицировала культурное пространство этих государств уже на уровне «реальной семиотики». Таким образом, смысловые токи текут не только по горизонтальным пластам семиосферы, но и действуют по вертикали, образуя сложные диалоги между разными ее пластами.

Однако единство семиотического пространства семиосферы достигается не только метаструктурными построениями, но, даже в значительно большей степени, единством отношения к границе, отделяющей внутреннее пространство семиосферы от внешнего, ее в от вне.

Понятие границы

Внутреннее пространство семиосферы парадоксальным образом одновременно и неравномерно, асимметрично, и едино, однородно. Состоя из конфликтующих структур, оно обладает также индивидуальностью. Самоописание этого пространства подразумевает местоимение первого лица. Одним из основных механизмов семиотической индивидуальности является граница. А границу эту можно определить как черту, на которой кончается периодичная форма. Это пространство определяется как «наше», «свое», «культурное», «безопасное», «гармонически организованное» и т. д. Ему противостоит «их-пространство», «чужое», «враждебное», «опасное», «хаотическое».

Всякая культура начинается с разбиения мира на внутреннее («свое») пространство и внешнее («их»). Как это бинарное разбиение интерпретируется — зависит от типологии культуры. Однако само такое разбиение принадлежит к универсалиям. Граница может отделять живых от мертвых, оседлых от кочевых, город от степи, иметь государственный, социальный, национальный, конфессиональный или какой-либо иной характер. Поразительно, как не связанные между собой цивилизации находят совпадающие выражения для характеристики мира, лежащего по ту сторону границы. Так, киевский монах-летописец XI в. описывал жизнь других восточнославянских, еще языческих, племен: «…древляне живяху звЪриньскимъ образомъ, живуще скотьски: убиваху другъ друга, ядяху вся нечисто, и брака у них не бываше, но умыкиваху у воды дЪвиця. И радимичи, и вятичи, и съверъ одинъ обычай имяху: живяху в лЪсЪ, якоже и всякий звЪрь, ядуще все нечисто, и срамословье в них предъ отьци и предъ снохами, и браци не бываху въ них, но игрища межю селы, схожахуся на игрища, на плясанье и на вся бЪсовьская пЪсни…» (Дмитриев, Лихачев, 1978:30).

А вот как в VIII в. хронист-франк, христианин, описывал нравы язычников-саксов: «Свирепые по своей натуре, приверженные бесовскому культу, враги нашей религии, не уважают они ни человеческих, ни божьих правил, считают дозволенным недозволенное».

В последних словах хорошо выражена зеркальность «нашего» и «их» мира: что у нас недозволено, у них дозволено.

Всякое существование возможно лишь в формах определенной пространственной и временной конкретности. Человеческая история — лишь частный случай этой закономерности. Человек погружен в реальное, данное ему природой пространство. Константы вращения земли (движения солнца по небосклону), движения небесных светил, временных природных циклов оказывают непосредственное влияние на то, как человек моделирует мир в своем сознании. Не менее важны физические константы человеческого тела, задающие определенные отношения к окружающему миру. Размеры тела человека определяют то, что мир механики, ее законов представляется для человека «естественным», а мир частиц или космических пространств он может представить себе лишь умозрительно и совершив над своим сознанием известное насилие. Соотношение среднего веса человека, силы притяжения земли и вертикального положения тела привели к возникновению универсального для всех человеческих культур противопоставления верх/низ с разнообразными содержательными интерпретациями (религиозными, социальными, политическими, моральными и т. д.). Можно сомневаться, что выражение: «он достиг вершин», понятное человеку любой культуры, было бы столь же не нуждающимся в комментарии для мыслящей мухи или человека, выросшего в условиях невесомости.

«Верх», «вершина» не требует объяснений. Выражение: «Qui: ne vole au sommet tombe au plus bas degré»[1] (Буало. «Сатиры») — так же понятно, как «La lutte elle-même vers les sommets suffit à remplir un coeur d’homme. Il faut imaginer Sisyphe heureux»[2] (Камю. «Миф о Сизифе»).

Как ни велико временное и пространственное расстояние между Камю и начальником военной экспедиции против язычников на Руси XI в. Янем Вышатичем, но понимание семантики верха и низа у них было одинаковым. Прежде чем казнить языческих волхвов (шаманов), Янь спросил их, где находится их бог, и получил (в изложении монаха-летописца) ответ: «СЪдить в безднЪ». На что Янь им авторитетно разъяснил: «Какый то богь, коли съдя в безднЪ? То есть бЪсъ, а богь есть на небеси…» (Дмитриев, Лихачев, 1978:190-192).

Формула эта полюбилась летописцу, и он почти в тех же словах заставил ее повторить языческого жреца из Чудской земли (эста): «Он же [новгородец] рече: „То каци суть бози ваши, кде живуть?” Онъ же [кудесник] рече: „В безднахъ. Суть же образом черни, крилата, хвосты имуще; всходять же и подъ небо, слушающе вашихъ боговъ. Ваши бо бози на небеси суть”» (Дмитриев, Лихачев, 1978:190-192).

Асимметрия человеческого тела явилась антропологической основой его семиотизации, семиотика правого/левого имеет столь же универсальный для всех человеческих культур характер, как и противопоставление верх/низ. Такова же исходная асимметрия мужского/женского, живого/мертвого, то есть подвижного, теплого, дышащего и неподвижного, холодного, не дышащего (рассмотрение холода и смерти как синонимов подтверждается огромным числом текстов в разных культурах, столь же обычно отождествление смерти и окаменения, превращения в камень; ср. многочисленные легенды о происхождении тех или иных гор и скал).

В. И. Вернадский отмечал, что жизнь на Земле протекает в особом, ею же созданном пространственно-временном континууме: «…логически правильно построить новую научную гипотезу, что для живого вещества на планете Земля речь идет не о новой геометрии, не об одной из геометрий Римана, а об особом природном явлении, свойственном пока только живому веществу, о явлении пространства — времени, геометрически не совпадающем с пространством, в котором время проявляется не в виде четвертой координаты, а в виде смены поколений» (1965:201).

Сознательная человеческая жизнь, то есть жизнь культуры, также требует особой структуры «пространства — времени». Культура организует себя в форме определенного «пространства — времени» и вне такой организации существовать не может. Эта организация реализуется как семиосфера и одновременно с помощью семиосферы.

Внешний мир, в который погружен человек, чтобы стать фактором культуры, подвергается семиотизации — разделяется на область объектов, нечто означающих, символизирующих, указывающих, то есть имеющих смысл, и объектов, представляющих лишь самих себя. При этом разные языки, заполняющие семиосферу — этого стоглазого Аргуса, — выделяют во внележащей реальности различное. Появляющаяся таким образом стереоскопическая картина присваивает себе право говорить от имени культуры в целом. Одновременно, при всем различии субструктур семиосферы, они организованы в общей системе координат: на временной оси — прошедшее, настоящее, будущее, на пространственной — внутреннее пространство, внешнее и граница между ними. По этой системе координат перекодируется и внесемиотическая реальность — ее пространство и время — для того, чтобы она сделалась «семиотизабельной», способной стать содержанием семиотического текста. Об этой стороне вопроса смотри далее.

Как уже было сказано, распространение метаструктурного самоописания из центра культуры на все ее семиотическое пространство, унифицирующее для историка весь синхронный срез семиосферы, на самом деле создает лишь видимость унификации. Если в центре метаструктура выступает как «свой» язык, то на периферии она оказывается «чужим» языком, не способным аде- кватно отражать лежащую под ней семиотическую практику. Это как бы грамматика чужого языка. В результате в центре культурного пространства участки семиосферы, поднимаясь до уровня самоописания, приобретают жестко организованный характер и одновременно достигают саморегулировки. Но одновременно они теряют динамичность и, исчерпав резерв неопределенности, становятся негибкими и неспособными к развитию. На периферии — чем дальше от центра, тем заметнее — отношения семиотической практики и навязанного ей норматива делаются все более конфликтными. Тексты, порожденные в соответствии с этими нормами, повисают в воздухе, лишенные реального семиотического окружения, а органические создания, определенные реальной семиотической средой, приходят в конфликт с искусственными нормами. Это — область семиотической динамики. Именно здесь создается то поле напряжения, в котором вырабатываются будущие языки. Так, например, давно замечено, что периферийные жанры в искусстве революционнее тех, которые расположены в центре культуры, пользуются наиболее высоким престижем и воспринимаются современниками как искусство par excellence. Во второй половине XX в. мы стали свидетелями бурной агрессии маргинальных форм культуры. Одним из примеров этого может служить «карьера» кинематографа, превратившегося из ярмарочного зрелища, свободного от теоретических ограничений и регулируемого лишь своими техническими возможностями, в одно из центральных искусств и, более того, особенно в последние десятилетия, в одно из наиболее описываемых искусств. То же можно сказать и об искусстве европейского авангарда в целом. Авангард пережил период «бунтующей периферии», стал центральным явлением, диктующим свои законы эпохе и стремящимся окрасить всю семиосферу в свой цвет, и, фактически застыв, сделался объектом усиленных теоретизирований на метакультурном уровне.

Те же закономерности могут проявляться даже в пределах одного текста. Так, например, известно, что в ранней ренессансной живописи именно на периферии полотна и в дальних пейзажных планах накапливают жанровые, бытовые элементы, при строгой каноничности центральных фигур. Вершины этот процесс достигает в загадочной картине Пьеро делла Франческа «Бичевание Христа» (Урбино, Герцогский дворец), где периферийные фигуры смело вышли на передний план, а сцена бичевания отнесена вглубь и колористически приглушена, давая как бы смысловой фон красочному тройному портрету на первом плане. Аналогичные процессы могут развертываться не в пространстве, а во времени, в движении от наброска к окончательному тексту. Многочисленны случаи, когда предварительные варианты, как в живописи, так и в поэзии, смелее связаны с эстетикой будущего, чем «нормированный» и прошедший автоцензуру окончательный текст. О том же говорят и многие примеры кадров, исключенных режиссерами в процессе монтажа.

Аналогичным примером в другой сфере может быть активность семиотических процессов в период европейского средневековья в тех областях, где христианизация «варваров» не отменила народных языческих культов, а как бы прикрыла их своей официальной мантией, от труднодоступных горных районов Пиренеев и Альп до лесов и болот, где обитали саксы и тюринги. Именно на этой почве позже зарождались «народное христианство», ереси и, наконец, реформационные движения.

Бурная семиотическая деятельность, стимулируемая подобной ситуацией, приводит к ускоренному «созреванию» периферийных центров и к выработке ими своих метаописаний, которые могут, в свою очередь, выступить в качестве претендентов на универсальную структуру метаописания для всей семиосферы. История культуры дает много примеров подобной конкуренции. Практически, внимательный историк культуры обнаруживает в каждом синхронном ее срезе не одну систему канонизирующих норм, а парадигму конкурирующих систем. Характерным примером может быть одновременное существование в Германии XVII в. «языковых обществ» (Sprachgesellschaften) и «Плодоносящего общества» (Fruchtbringende Gesellschaft), ставившего перед собой задачу пуристического толка — очистку немецкого языка от варваризмов, особенно галлицизмов и латинизмов, и грамматическую нормализацию языка (грамматика Ю. Г. Шоттеля), и «Благородной академии верных дам» (она же — «Орден золотой пальмы»), преследующей прямо противоположную цель — пропаганду французского языка и прециозного стиля поведения. Можно также указать на соревнование между Французской Академией и Голубым салоном г-жи Рамбуйе. Последний пример особенно показателен: оба центра активно и сознательно работают над созданием своего «языка культуры». Если при основании Французской Академии (король подписал патент 2 января 1635 г.) среди первостепенных задач было указано «épurer et fixer la langue», то и для «галантной культуры» вопрос языка оказался на первом месте. Поль Таллеман писал: «Si le mot de jargon ne signifiait qu’un mauvais langage corrompu d’un bon, comme peut-estre celuy du bas peuple, on ne pourrait guaires bien dire jargon Précieuses, parce que les Précieuses cherchent le plus joli, mais ce mot signifie aussi langage affecté, et par conséquent jargon de Précieuses est une bonne manière de parler, ce n’est pas la vraye langue que parlent les personnes qu’on appelle Précieuses, ce sont des Fhrases recherchée, faites exprès».[3]

Последнее признание особенно ценно: оно прямо указывает на искусственный и нормативный характер langage des Précieuses. Если в сатирах на прециозниц дело представлялось как критика испорченного употребления с позиций высокой нормы, то, с точки зрения самих сторонников галантной культуры, речь шла о возведении употребления в норму, то есть о создании абстрактного образа реального употребления.

В равной мере интересна контроверза в отношении к пространству: вдохновитель идеи Академии Ришелье видел пределы распространения очищенного и упорядоченного французского языка в границах абсолютистской идеальной Франции, предела его государственных мечтаний. Салон Рамбуйе создавал свое идеальное пространство: поразительно количество документов «прециозной географии», начиная с «Карты Страны Нежности» м-ль Скюдери, «Карты Королевства Прециозниц» Молеврие (1659), «Карты ухаживаний» Г. Гере (1674), «Езды в Остров любви» П. Таллемана (1663). Создается образ многостепенного пространства: реальный Париж превращается путем серии условных переименований в Афины. Но на еще более высоком уровне создается идеальное пространство «Страны нежности», которое отождествляется с «истинной» семиосферой. С этим можно сопоставить утопическую географию времен Ренессанса, причем в последнем случае характерно стремление, с одной стороны, создавать «над» реальностью образ идеального города, острова или государства, включая его географическое и картографическое описание (ср. «Утопию» Т. Мора и «Новую Атлантиду» Фрэнсиса Бэкона), а с другой, реализовать метаструктуру на практическом уровне, создавая проекты идеальных городов и опыты реализации таких проектов. Ср., например, гениальные рисунки идеальных городов Лючиано Лаурана (Урбино, Герцогский дворец). Такие сочинения, как «Краткое описание государства Евдемонии, острова страны Макарии» (1553) Каспара Штиблина, «Город Солнца» Кампанеллы, подготовляли многочисленные проекты построения идеальных городов. В основе ренессансного градостроительного утопизма лежали идеи Альберти. Планы городов, начертанные Дюрером, Леонардо да Винчи, план Сфорцинды, созданный Филарете, план идеального города Франческо ди Джорджо Мартини представляли непосредственное вторжение метаструктуры в реальность, так как были рассчитаны на реализацию, «…un succès dont il reste encore aujourd’hui de multiples témoins, depuis Lima (ainsi que Panama et Manille au XVII siècle) jusqu’à Zamosc en Pologne, depuis La Valette (à Malte) jusgu’à Nancy, en passant par Livourne, Gattinara (en Piémont), Vallauris, Brouage et Vitry-le-François»[4] (Delumeau, 1984:264-265).

Однако наиболее «горячими» точками семиообразовательных процессов являются границы семиосферы. Понятие границы двусмысленно. С одной стороны, она разделяет, с другой — соединяет. Она всегда граница с чем-то и, следовательно, одновременно принадлежит обеим пограничным культурам, обеим взаимно прилегающим семиосферам. Граница би- и полилингвистична. Граница — механизм перевода текстов чужой семиотики на язык «нашей», место трансформации «внешнего» во «внутреннее», это фильтрующая мембрана, которая трансформирует чужие тексты настолько, чтобы они вписывались во внутреннюю семиотику семиосферы, оставаясь, однако, инородными. В Киевской Руси был термин для обозначения кочевников, которые осели на рубежах русской земли, стали земледельцами и, входя в союзы с русскими князьями, вместе ходили в походы против своих кочевых соплеменников. Их называли «наши поганый» (поганый — одновременно «язычник» и «чужой», «неправильный», «нехристь»). Оксюморон «наши поганые» очень хорошо выражает пограничную ситуацию.

Для того, чтобы Байрон вошел в русскую культуру, должен возникнуть его культурный двойник — «русский Байрон», который будет одновременно лицом двух культур: как «русский» он органически вписывается во внутренние процессы русской литературы и говорит на ее (в широко- семиотическом смысле) языке. Более того, он не может быть изъят из русской литературы без того, чтобы в ней не образовалась не заполненная ничем зияющая пустота. Но одновременно он и Байрон — органическая часть английской литературы, и в контексте русской он выполнит свою функцию, только если будет переживаться именно как Байрон, то есть как английский поэт. Только в этом контексте понятно восклицание Лермонтова: Нет, я не Байрон, я другой…

Не только отдельные тексты или авторы, но и целые культуры, для того чтобы межкультурные контакты были возможны, должны иметь такие образы — эквиваленты в «нашей» культуре, подобные словарям — билингвам.[5] Двойная роль этого образа проявляется в том, что он одновременно и средство, и препятствие коммуникации. Показателен пример: ранние романтические поэмы Пушкина, бурная биография его молодости, ссылка создали в сознании его читателей стереотипный образ поэта-романтика, через призму которого воспринимались все его тексты. Сам Пушкин в эти годы активно участвовал в формировании «мифологии своей личности», что входило в общую систему «романтического поведения». Однако в дальнейшем этот образ встал между творчеством эволюционировавшего поэта и его читателями. Строгое, ориентированное на жизненную правду, отвергнувшее романтизм творчество воспринималось читателями как «падение» и «измена» именно потому, что в их сознании еще жил образ раннего Пушкина.

Подобно тому, как при смене метаязыковой структуры семиосферы появляются работы о «неизвестных» и «забытых» деятелях культуры, при смене образов-стереотипов возникают работы типа: «неизвестный Достоевский» или «Гёте, каков он на самом деле», внушающие читателю, что до сих пор он знал «не того» Достоевского или Гёте, час подлинного понимания которых только наступает.

Нечто аналогичное наблюдается, когда тексты одного жанра вторгаются в пространство другого. Новаторство в том и состоит, что принципы одного жанра перестраиваются по законам другого, причем этот «другой» жанр органически вписывается в новую структуру и одновременно сохраняет память об иной системе кодирования. Так, когда Пушкин вставляет в ткань повести «Дубровский» подлинный текст судейской кляузы XVIII в., а Достоевский включает в «Братьев Карамазовых» тщательно составленную имитацию подлинных речей прокурора и адвоката, то тексты эти одновременно выступают как органическая ткань романного повествования, и как чужеродные документы — цитаты, выпадающие из эстетического ключа художественного повествования.

Представление о границе, отделяющей внутреннее пространство семиосферы от внешнего, дает только первичное, грубое деление. Фактически все пространство семиосферы пересечено границами разных уровней, границами отдельных языков и даже текстов, причем внутреннее пространство каждой из этих субсемиосфер имеет некоторое свое семиотическое «я», реализуясь как отношение какого-либо языка, группы текстов, отдельного текста (при учете того, что языки и тексты располагаются иерархически на разных уровнях) к некоторому их описывающему метаструктурному пространству. Пронизанность семиосферы частными границами создает многоуровневую систему. Определенные участки семиосферы могут на разных уровнях самоописания образовывать семиотическое единство, некоторое непрерывное семиотическое пространство, ограниченное единой границей, или группу замкнутых пространств, дискретность которых будет отмечена границами между ними, или, наконец, часть некоторого более общего пространства, отграниченную с одной стороны фрагментом границы, а с другой открытую. Естественно, этому будет соответствовать иерархия кодов, активизируются в единой реальности семиосферы разные уровни значимости.

Важным критерием здесь является вопрос, что в данной системе воспринимается как субъект, например субъект права в юридических текстах данной культуры или «личность» в той или иной системе социокультурного кодирования. Понятие «личности» только в определенных культурных и семиотических условиях отождествляется с границами физической индивидуальности человека. Оно может быть групповым, включать или не включать имущество, быть связанным с определенным социальным, религиозным, нравственным положением. Граница личности есть граница семиотическая. Так, например, жена, дети, несвободные слуги, вассалы могут включаться в одних системах в личность хозяина, патриарха, мужа, патрона, сюзерена, не имея самостоятельной «личностности», а в других — рассматриваться как отдельные личности. Ситуация возмущения и бунта возникает при столкновении двух способов кодирования: когда социально-семиотическая структура описывает данного индивида как часть, а он сам себя осознает автономной единицей, семиотическим субъектом, а не объектом.

Когда Иван Грозный казнил вместе с опальными боярами не только семьи, но и всех их слуг, и не только домашних слуг, но и крестьян их деревень (или же применялись переселения крестьян, переименование названий деревень и сравнивание с землей построек), то это было — при патологической жестокости царя — продиктовано не соображениями опасности (как будто холоп провинциальной вотчины мог быть опасен царю!), а представлением о том, что все они — одно лицо, части личности караемого боярина и, следовательно, разделяют с ним ответственность. Такой взгляд, видимо, не был чужд и Сталину с его психологией восточного тирана.

С европейской юридической точки зрения, воспитанной на постренессансном индивидуальном правосознании, казалось необъяснимым, почему за вину одного человека страдает другой. Еще в 1732 г. жена английского посла в Петербурге леди Рондо (совсем не враждебная русскому двору и даже склонная его идеализировать: в своих посланиях она восхваляет «чувствительность» и «доброту» грубой как провинциальная помещица царицы Анны Иоанновны и «благородство» ее жестокого фаворита Бирона), сообщая своей европейской корреспондентке о ссылке семьи Долгоруковых, писала: «Вас, можеть быть, удивляетъ ссылка женщин и дЪтей; но здъсь, когда глава семейства впадает в немилость, то все семейство подвергается преслЪдованию…» (Шубинский, 1874:46).

То же понятие коллективной (в данном случае — родовой), а не индивидуальной личности лежит, например, в основе кровной мести, когда весь род убийцы воспринимается как ответственное лицо. Историк С. М. Соловьев убедительно связал местничество[6], являвшееся в глазах свято верящего в прогресс просветителя XVIII в. лишь проявлением «невежества», с особым коллективным переживанием рода как единой личности. «Понятно, что при такой крЪпости родового союза, при такой отвЪтственности всЪхъ членовъ рода одинъ за другого, значение отдельного лица необходимо исчезало предъ значениемъ рода; одно лицо было немыслимо безъ рода; извЪстный Иванъ Петровъ не былъ мыслимъ какъ одинъ Иванъ Петровъ, а былъ мыслимъ какъ только Иванъ Петровъ съ братьями и племянниками. При таком слиянии лица съ родомъ, возвышалось на службЪ одно лицо — возвышался цЪлый родъ, съ понижением одного члена рода — понижался цълый родъ» (Соловьев, 1893-1895:679).

Так, например, при царе Алексее Михайловиче (XVII в.) стольник боярин Матвей Пушкин, принадлежавший к тридцать одному знатнейшему роду, отказался ехать по дипломатическому поручению вторым лицом после видного государственного деятеля и царского любимца, но менее знатного Нардин-Нащокина, предпочел пойти в тюрьму, стойко снес угрозы конфискации всего имущества и царский гнев, с достоинством отвечая: «…хотя вели, государь, казнить, смертью, Нащокинъ передо мною человЪкъ молодой и не родословный» (Соловьев, 1893-1895:682).

Пространство, которое в одной системе кодирования выступает как единая личность, в другой может оказаться местом столкновения нескольких семиотических субъектов.

Пересеченность семиотического пространства многочисленными границами создает для каждого движущегося в нем сообщения ситуацию многократных переводов и трансформаций, сопровождающихся генерированием новой информации, которое приобретает лавинообразный характер.

Функция любой границы и пленки (от мембраны живой клетки до биосферы как — по Вернадскому — пленки, покрывающей нашу планету, и до границы семиосферы) сводится к ограничению проникновения, фильтрации и адаптирующей переработке внешнего во внутреннее. На разных уровнях эта инвариантная функция реализуется различным образом. На уровне семиосферы она означает отделение своего от чужого, фильтрацию внешнего, которому приписывается статус текста на чужом языке, и перевод этого текста на свой язык. Таким образом происходит структуризация внешнего пространства.

В случаях, когда семиосфера включает и реально-территориальные черты, граница обретает пространственный смысл в прямом значении. Многократно отмечался изоморфизм разного вида поселений — от архаических селений до проектов идеальных городов Ренессанса и Просвещения — с представлениями о структуре космоса. С этим связано тяготение центра застройки к наиболее важным — культовым и административным — зданиям. На периферии же располагаются наименее ценимые социальные группы. Те, кто находятся ниже черты социальной ценности, располагаются на границе предместья, сама этимология русского слова «предместье» означает «перед местом», то есть перед городом, на его пограничной черте. В смысле вертикальной ориентации это будут чердаки и подвалы, в современном городе — метро. Если же центром «нормального» жилья делается квартира, то пограничным пространством между домом и вне-дома становится лестница, подъезд. Не случайно именно эти пространства становятся «своими» для «пограничных» (маргинальных) групп общества: бездомных, наркоманов, молодежи. К пограничным местам относятся места общественного пользования в городах, стадионы, кладбища. Не менее показательна и перемена принятых норм поведения при движении от границы такого пространства к его центру.

Однако определенные элементы вообще располагаются вне. Если внутренний мир воспроизводит космос, то по ту сторону его границы располагается хаос, антимир, внеструктурное иконическое пространство, обитаемое чудовищами, инфернальными силами или людьми, которые с ними связаны. За чертой поселения должны жить в деревне — колдун, мельник и (иногда) кузнец, в средневековом городе — палач. «Нормальное» пространство имеет не только географические, но и временные границы. За его чертой находится ночное время. К колдуну, если он требуется, приходят ночью. В антипространстве живет разбойник: его дом — лес (антидом), его солнце — луна («воровское солнышко», по русской поговорке), он говорит на анти-языке, осуществляет анти- поведение (громко свистит, непристойно ругается), он спит, когда люди работают, и грабит, когда люди спят, и т. д.

«Ночной мир» города также расположен на границе пространства культуры или за ее чертой. Этот травестированный мир ориентирован на антиповедение.

Мы уже останавливали внимание на процессе перемещения периферии культуры в центр и оттеснении центра на периферию. С еще большей силой сказывается движение этих противонаправленных потоков между центром и «периферией периферии» — пограничной областью культуры. Так, после Октябрьской революции 1917 г. в России процесс этот получал многообразную неметафорическую реализацию: беднота из пригородов массами вселялась в «буржуазные квартиры», из которых выселяли их прежних жителей или «уплотняли» их. Конечно, символический смысл имело перенесение высокохудожественной кованой решетки, до революции окружавшей царский сад вокруг Зимнего дворца в Петрограде, на рабочую окраину, где ею был обнесен сквер в пригороде, царский же сад остался вообще без ограды — «открытым». В утопических проектах социалистического города будущего, в изобилии создававшихся в начале 1920-х гг., часто повторялась идея о том, что в центре такого города — «на месте дворца и церкви» — будет стоять гигантская фабрика.

В этом же смысле характерно перенесение Петром I столицы в Петербург — на границу. Перенесение политико-административного центра на географическую границу было одновременно перемещением границы в идеино-политический центр государства. А последующие панславистские проекты перенесения столицы в Константинополь перемещали центр даже за пределы всех реальных границ.

В равной мере мы можем наблюдать перемещение норм поведения, языка, стиля одежды и т. д. из пограничной сферы культуры в ее центр. Примером этого могут служить джинсы: рабочая спецодежда, предназначавшаяся для людей физического труда, сделалась молодежной, поскольку молодежь, отвергнув ядерную культуру XX в., увидела свой идеал в периферийной культуре, а затем джинсы, распространившись на всю сферу культуры, сделались нейтральной, то есть «общей» одеждой — важнейший признак ядерных семиотических систем. Периферия ярко окрашена, маркирована — ядро «нормально», то есть не имеет ни цвета, ни запаха, оно «просто существует». Поэтому победа той или иной семиотической системы есть перемещение ее в центр и неизбежное «обесцвечивание». С этим можно сопоставить «обычный» возрастной цикл: бунтующие молодые люди с годами становятся «нормальными» респектабельными джентльменами, совершая одновременно эволюцию от вызывающей «окрашенности» к «обесцвечиванию».

Усиление интенсивности семиотических процессов в пограничной полосе семиосферы связано с тем, что именно здесь происходят постоянные вторжения в нее извне. Граница, как мы уже сказали, двусторонняя, и одна сторона ее всегда обращена во внешнее пространство. Более того, граница — это область конституированной билингвиальности. Это получает, как правило, и прямое выражение в языковой практике населения на границе культурных ареалов. Поскольку граница — необходимая часть семиосферы и никакое «мы» не может существовать, если отсутствуют «они», культура создает не только свой тип внутренней организации, но и свой тип внешней «дезорганизации». В этом смысле можно сказать, что «варвар» создан цивилизацией и так же нуждается в ней, как и она в нем. Внешнее запредельное пространство семиосферы — место непрерывающегося диалога. Безразлично, видит ли данная культура в «варваре» спасителя или врага, носителя здоровых моральных качеств или развращенного каннибала, она имеет дело с конструктом, построенным как ее собственное перевернутое отражение. Так, в насквозь рациональном позитивистском обществе Европы XIX в. неизбежно должны возникнуть образы «пралогического дикаря» или иррационального подсознания — антисферы, лежащей вне пределов рационального пространства культуры.

Поскольку реально любая семиосфера не погружена в аморфное «дикое» пространство, а соприкасается с другими семиосферами, обладающими своей организацией (с точки зрения первой, они могут казаться не-организациями), здесь возникает постоянный обмен, выработка общего языка, койне, образование креолизированных семиотических систем. Даже для того, чтобы вести войну, надо иметь общий язык. Известно, что если, с одной стороны, в последний период римской истории солдаты-варвары возводили на трон императоров Рима, то, с другой, многие военные вожди «варваров» проходили в свое время «стажировку» в римских легионах. На границах Китая, Римской империи, Византии мы наблюдаем одну и ту же картину: технические достижения оседлых цивилизаций переходят к кочевникам, которые повертывают их против источников получения. Однако эти столкновения неизбежно приводят к культурному выравниванию и созданию некоей новой семиосферы более высокого порядка, в которую включаются обе стороны уже как равноправные.

 

 

Lo spazio semiotico

Ûrij Lotman

 

Finora i nostri ragionamenti erano costruiti secondo uno schema generalmente riconosciuto: alla base era fissato un atto comunicativo singolo e isolato e venivano esaminate le relazioni createsi di conseguenza tra mittente e destinatario. Con un tale approccio si crede che lo studio di un caso isolato metta in mostra tutti i tratti fondamentali della semiosi che in seguito è possibile estrapolare durante processi semiotici più complessi. Un tale approccio va incontro alla famosa terza regola del Discorso sul metodo di Cartesio: «[...] condurre con ordine i […] pensieri iniziando dagli oggetti più semplici e più facili a conoscersi, per salire progressivamente, come per gradi, fino alla conoscenza di quelli più complessi [...]». (2010:21)

 

Inoltre, questo risponde all’usanza scientifica che ha inizio ai tempi dell’Illuminismo: costruire la «Robinsonade»[7] – individuare l’oggetto isolato dandogli in seguito il significato di modello generale.

Tuttavia, affinché l’individuazione avvenga correttamente, è necessario che il caso isolato permetta di modellizzare tutte le proprietà del fenomeno dal quale saranno estrapolate le conclusioni. In questo caso non è così. Il meccanismo, composto di mittente, destinatario e dell’unico canale che li collega, non sarà ancora in grado di funzionare. Per farlo deve essere immerso nello spazio semiotico. Tutti i partecipanti alla comunicazione devono già avere una certa esperienza, avere abilità di semiosi. Pertanto l’esperienza semiotica deve paradossalmente precedere qualsiasi atto semiotico. Se per analogia con la biosfera (Vernadskij) si divide la semiosfera, sarà evidente che questo spazio semiotico non è la somma dei singoli linguaggi, ma rappresenta la condizione della loro esistenza e del loro funzionamento, per certi versi, li precede e vi interagisce costantemente. In questo senso il linguaggio è una funzione, un coagulo di spazio semiotico, e i confini tra loro [i linguaggi], che appaiono così chiari nell’autodescrizione grammaticale della lingua, nella realtà semiotica sembrano incerti e pieni di forme transitorie. Al di fuori della semiosfera non c’è né comunicazione, né linguaggio. Ovviamente anche la struttura monocanale è realtà. Il sistema monocanale autonomo è un meccanismo valido per trasmettere segnali estremamente semplici e in generale per realizzare la prima funzione, ma per il compito di generare informazione è del tutto inadatto. Non a caso è sì possibile presentare un tale sistema come una costruzione creata in maniera artificiale, ma in condizioni naturali si trovano sistemi funzionanti di tutt’altro tipo. Il dualismo dei segni convenzionali e figurativi (o meglio, di convenzione e di raffigurazione, presenti in misura diversa in questi o in quei segni) è l’universale della cultura umana e può dunque essere considerato l’esempio lampante del fatto che il dualismo semiotico è la forma minima di organizzazione di un sistema semiotico funzionante.

 

 

 

 

Binarismo e asimmetria sono leggi obbligatorie per costruire un sistema semiotico reale. Il binarismo, tuttavia, va inteso in quanto principio che si realizza come molteplicità, poiché ogni nuovo linguaggio è soggetto a sua volta a una separazione sulla base del binarismo. In ogni cultura vivente è “incorporato” il meccanismo di moltiplicazione dei linguaggi (più avanti vedremo che in parallelo è all’opera il meccanismo opposto di unificazione). Così, ad esempio, assistiamo costantemente alla crescita quantitativa dei linguaggi d’arte. Questo è evidente in particolare nella cultura novecentesca e in quelle del passato, paragonabili per tipo alla prima. Nelle condizioni in cui la principale attività creativa si sposta verso il pubblico, acquista rilevanza lo slogan: l’arte è tutto ciò che percepiamo come arte. All’inizio del Novecento il cinema è passato dall’essere un passatempo fieristico a una grande arte. Non era solo, bensì era seguito da un intero corteo di spettacoli tradizionali e reinventati. Nell’Ottocento nessuno avrebbe mai iniziato seriamente a considerare forma d’arte il circo, gli spettacoli fieristici, le sagre, i giocattoli della tradizione popolare, le insegne o le grida dei venditori ambulanti. Fattasi arte, la cinematografia si è subito divisa in cinema di svago e documentaristico, fotografico e animato, ognuno dei quali con una propria poetica. E a oggi cresce ancora la dialettica cinema/televisione. È vero, in concomitanza con l’estensione della gamma dei linguaggi d’arte avviene la sua riduzione: determinate arti, in pratica, sono tagliate fuori dalla serie attiva. Quindi non deve sorprendere se a un esame più accurato la varietà di mezzi semiotici all’interno di questa o quella cultura si rivelerà di grandezza relativamente costante. Ma è sostanzialmente diversa: la composizione dei linguaggi che entrano nel campo culturale attivo è in continua evoluzione e ancora maggiori sono i cambiamenti cui sono soggette la valutazione assiologica e la posizione gerarchica degli elementi che vi entrano.

 

 

Nel contempo in tutto lo spazio della semiosi – dai gerghi sociali, generazionali e altri, fino alla moda – avviene anche il continuo aggiornamento dei codici. In questo modo, ogni linguaggio singolo è immerso in uno spazio semiotico e solo in virtù di interazioni con questo spazio è in grado di funzionare. Meccanismo indivisibile – unità di semiosi – va considerato non il singolo linguaggio ma tutto lo spazio semiotico inerente a tale cultura. Questo spazio lo definiamo anche «semiosfera». Una simile denominazione è giustificata, poiché simile alla biosfera che è, da un lato, l’insieme e l’unità organica delle sostanze viventi – secondo la definizione che l’accademico Vernadskij dà di questo concetto – e dall’altro, la condizione di esistenza della vita; la semiosfera è sia il risultato, sia la condizione di sviluppo della cultura.

 

 

 

Vernadskij ha scritto che tutte «le concentrazioni di vita sono legate tra loro in modo saldo. Una non può esistere senza l’altra. Il loro carattere immutabile e questo legame tra i vari tipi di rivestimenti e le concentrazioni viventi sono un’antica peculiarità del meccanismo della crosta terrestre che si è sviluppata al suo interno nel corso di tutto il periodo geologico» (1960:101).

Questo pensiero è espresso con particolare precisione nella seguente formula: «[...] la biosfera ha una struttura perfettamente determinata che determina senza eccezioni tutto quello che accade al suo interno [...]. L’uomo, come lo si osserva in natura, come anche tutti gli organismi viventi, come ogni sostanza vivente, è una determinata funzione della biosfera, nel suo spaziotempo determinato» (Vernadskij, 1977:32)

E ancora, negli appunti del 1892 Vernadskij ha indicato l’attività intellettuale dell’uomo (dell’umanità) come continuazione di un conflitto cosmico tra vita e materia inerte: «[…] il carattere figurativo di un lavoro consapevole di vita popolare ha portato molte persone a negare l’influenza della personalità nella storia, anche se, in sostanza, vediamo, in tutta la storia, una lotta costante di stili di vita coscienti (cioè “non naturali”) contro un regime inconsapevole di leggi della natura morte, e in questa tensione di coscienza c’è tutta la bellezza dei fenomeni storici, la loro posizione originale tra i restanti processi della natura. Con questa tensione di coscienza si può valutare l’epoca storica» (1988:292).

La semiosfera è caratterizzata da disomogeneità. I linguaggi che riempiono lo spazio semiotico sono di natura diversa e si rapportano l’uno con l’altro in uno spettro che va dalla completa traducibilità reciproca, fino alla completa intraducibilità reciproca. La disomogeneità è determinata dall’eterogeneità ed eterofunzionalità dei linguaggi. Pertanto, se attraverso un esperimento mentale ci immaginiamo un modello di spazio semiotico in cui tutti i linguaggi sono comparsi nello stesso momento e sotto l’influenza di impulsi identici, è indifferente se di fronte a noi vi saranno, anziché una sola struttura codificata, alcune moltitudini di sistemi collegati ma diversi. Ad esempio, costruiamo il modello della struttura semiotica del Romanticismo europeo, a condizione di circoscrivere la sua cornice cronologica. Anche all’interno di questo spazio completamente artificiale non otterremo omogeneità, in quanto la diversa misura dell’iconismo creerà inevitabilmente una situazione di corrispondenza condizionata e non di traducibilità semantica biunivoca. Ovviamente, il poeta-guerrigliero del 1812, Denis Davydov, riusciva a paragonare la tattica di guerriglia alla poesia romantica quando chiedeva che a capo del gruppo guerrigliero non fosse nominato un «metodista con giudizio prudente e anima gelida [...] Questo campo pieno di poesia richiede inventiva romantica, passione per l’avventura e non si accontenta dell’arida audacia prosaica. – È una strofa di Byron!» (1822:83).

 

 

 

Tuttavia, vale la pena di esaminare la sua ricerca storico-tattica «Opyt teorii partizanskogo dejstviâ» [L’esperienza della teoria d’azione di guerriglia] provvista di piani e mappe, per convincersi che questa bella metafora parla solo dell’accostamento dell’incomparabile nella coscienza contrastante del romantico. Il fatto che con l’aiuto di metafore si stabilisca l’unità di linguaggi differenti spiega meglio di ogni altra cosa la loro differenza di principio.

Ma bisogna anche considerare che linguaggi diversi hanno periodi d’utilizzo differenti: la moda dei vestiti cambia a una velocità non paragonabile al periodo di trasformazione delle fasi del linguaggio letterario, mentre il Romanticismo nei balli non è sincronizzato con il Romanticismo in architettura. Così, mentre in alcune zone della semiosfera sopravvivrà la poetica del Romanticismo, altre possono già progredire nella direzione del Post-romanticismo. Di conseguenza, perfino questo modello artistico non darà, in una sezione rigorosamente sincrona, un dipinto omologo. Non a caso, quando si cerca di restituire un quadro sintetico del Romanticismo, in grado di caratterizzare tutti i tipi di arte (talvolta aggiungendo altre aree della cultura), si deve sacrificare con decisione la cronologia. Lo stesso vale anche per il Barocco e il Classicismo e tanti altri “ismi”.

 

Tuttavia, se non si parla di modelli artificiali, bensì della modellizzazione di un processo letterario reale (o in senso più ampio – culturale), è necessario riconoscere che – continuando il nostro esempio – il Romanticismo conquista solo una determinata parte della semiosfera in cui continuano a esistere strutture tradizionali varie che talvolta riconducono a una profonda arcaicità. Inoltre, nessuna delle fasi di sviluppo è libera da scontri con testi provenienti dall’esterno da parte di culture che prima generalmente si trovavano al di fuori dell’orizzonte di quella semiosfera. Queste irruzioni – a volte testi separati, altre volte interi strati culturali – provocano molteplici reazioni perturbatrici nell’ordinamento interno della «visione del mondo» della cultura. In questo modo, in ogni sezione sincrona le semiosfere si scontrano con linguaggi diversi, fasi diverse del loro sviluppo, alcuni testi si ritrovano immersi in linguaggi che non li corrispondono, mentre i codici che li decifrano possono mancare del tutto. Immaginiamo la sala di un museo come fosse un mondo unico qualsiasi – contenuto in una sezione sincrona – all’interno della quale in vetrine diverse sono esposti reperti di epoche diverse, scritte in lingue conosciute e non, istruzioni per la decifrazione, testi esplicativi composti da specialisti in vista della mostra, schemi dei percorsi delle visite guidate e regole di comportamento per i visitatori. Inseriremo in questa sala anche guide e visitatori e immagineremo il tutto come un unico meccanismo (che, per certi versi, non è altro che questo). Otterremo l’immagine della semiosfera. Per questo non bisogna perdere di vista il fatto che tutti gli elementi della semiosfera non si trovano in una correlazione statica, bensì dinamica e che le formule di relazione tra loro cambiano di continuo. Questo in particolare è evidente nei momenti tradizionali, ereditati dalle condizioni passate della cultura. L’evoluzione della cultura differisce in maniera radicale dall’evoluzione biologica, e qui la parola «evoluzione» rende spesso un servizio cattivo e disorientante.

 

 

Lo sviluppo evolutivo in biologia è collegato all’estinzione delle specie scartate dalla selezione naturale. Vive solo chi è in sincronia con il ricercatore. Una condizione simile avviene nella storia della tecnica, dove uno strumento, reso obsoleto dal progresso tecnico, non può più essere utilizzato e trova rifugio solo in un museo. Si trasforma in un pezzo da esposizione morto. Nella storia dell’arte le opere appartenenti a epoche culturali di un lontano passato continuano a partecipare attivamente al suo sviluppo come fattori viventi. Un’opera d’arte può “morire” e rinascere, pur essendo obsoleta, può diventare moderna o persino predire il futuro in maniera profetica. Qui non è l’ultima sezione temporale che “è all’opera”, ma tutta la massa di testi di una cultura. Lo stereotipo della storia della letteratura, costruita secondo il principio evoluzionistico, si è creato sotto l’influenza dei concetti evolutivi nelle scienze naturali. Ne risulta che si considera condizione sincrona della letteratura di un anno l’elenco di opere composte in quell’anno. Invece, se si creassero delle liste di quello che si è letto in questo o quell’anno, il quadro molto probabilmente risulterebbe diverso. Ed è difficile dire quale delle liste caratterizzerebbe di più la condizione sincrona della cultura. E così, per Puškin tra il 1824 e il 1825 lo scrittore più rilevante era Shakespeare, Bulgakov viveva Gogol’ e Cervantes come scrittori a lui contemporanei, l’attualità di Dostoevskij si faceva sentire alla fine del Novecento non meno che alla fine dell’Ottocento. In sostanza, tutto ciò che è contenuto nella memoria attuale della cultura, direttamente o indirettamente, fa parte della sua sincronia.

 

 

La struttura della semiosfera è asimmetrica. Questo si manifesta in un sistema di flussi direzionali di traduzioni interne, di cui è intrisa tutta la massa della semiosfera. La traduzione è il principale meccanismo della coscienza. L’espressione di una certa entità con i mezzi di un’altra lingua è la base di identificazione della natura di questa entità. E poiché nella maggior parte dei casi i diversi linguaggi della semiosfera sono semioticamente asimmetrici, cioè non hanno corrispondenze di senso biunivoche, tutta la semiosfera, in generale, può essere vista come un generatore di informazioni.

L’asimmetria si manifesta nel rapporto tra il centro della semiosfera e la sua periferia. Il centro della semiosfera è formato dai linguaggi più sviluppati e organizzati a livello strutturale. In primo luogo si tratta della lingua naturale di una cultura. Si può dire che se nessun linguaggio (compreso quello naturale) può funzionare, se non è immerso nella semiosfera, nessuna semiosfera, come osservava anche Emile Benveniste, può esistere senza una lingua naturale che funge da perno organizzatore. Il fatto è che, accanto ai linguaggi organizzati a livello strutturale, nello spazio della semiosfera si affollano linguaggi particolari, linguaggi in grado di garantire solo singole funzioni culturali e formazioni simil-linguistiche semistrutturate che possono essere portatrici di semiosi se inserite in un contesto semiotico. Tutto questo può essere paragonato al fatto che una pietra o un tronco dalla bizzarra curvatura possono essere un’opera d’arte, se li si vede come un’opera d’arte. L’oggetto assume la funzione che gli è attribuita.

 

 

Per comprendere tutta questa mole di concezioni come portatrici di significati semiotici si deve far proprio il «principio di semioticità»: la possibilità delle strutture significative deve essere data nella coscienza e nell’intuizione semiotica del gruppo. Queste qualità sono elaborate sulla base dell’utilizzo della lingua naturale. Ad esempio, in alcuni casi, appare evidente che la struttura della «famiglia degli dei» e di altri elementi base della visione del mondo dipende dall’ordinamento grammaticale della lingua.

La fase di autodescrizione è una forma superiore di organizzazione strutturale del sistema semiotico. Il processo stesso di descrizione conduce l’organizzazione strutturale verso il suo compimento. Come la fase di creazione delle grammatiche, anche la codifica di consuetudini o di norme giuridiche eleva l’oggetto descritto a un nuovo livello di organizzazione. Pertanto l’autodescrizione del sistema è l’ultima tappa nel processo della sua autoorganizzazione. Per questo il sistema guadagna in termini di organizzazione strutturale, ma perde quelle riserve interne di indeterminatezza a cui sono associate la sua flessibilità, la facoltà di aumentare il volume di informazioni e la scorta di sviluppo dinamico.

 

La necessità di una fase di autodescrizione è collegata alla minaccia di un’eccessiva diversità all’interno della semiosfera: il sistema può perdere unità e determinatezza e “dissolversi”. Che si tratti di aspetti linguistici, politici o culturali, in tutti i casi siamo di fronte a meccanismi simili: una parte della semiosfera (di solito inclusa nella sua struttura nucleare) nel processo di autodescrizione – reale o ideale che sia, il che dipende dall’orientamento interno della descrizione al presente o al futuro – crea la propria grammatica. Poi tenta di estendere queste norme a tutta la semiosfera. La grammatica parziale del dialetto di una cultura diventa metalinguaggio di descrizione della cultura in quanto tale. Così, il dialetto di Firenze si forma in epoca rinascimentale dai linguaggi letterari d’Italia, le norme giuridiche di Roma dalle leggi di tutto l’impero, e il galateo di corte all’epoca di Luigi XIV dal galateo delle corti di tutta Europa. Compare una letteratura di norme e prescrizioni in cui lo storico a posteriori vede il quadro reale della vita effettiva di questa o quell’epoca, la sua pratica semiotica. Questa illusione è supportata dalle testimonianze dei contemporanei che sono davvero convinti di agire così. Il contemporaneo ragiona più o meno in questo modo: «Io sono un uomo di cultura (cioè elleno, romano, cristiano, cavaliere, esprit fort, filosofo dell’Illuminismo o genio del Romanticismo). In quanto uomo di cultura, io metto in atto il comportamento prescritto da tali norme.

 

 

 

Solo quello che nel mio comportamento corrisponde a queste norme può essere considerato agire. E se io per debolezza, malattia, incoerenza ecc. devio da tali norme, non significa niente, è irrilevante, semplicemente “non esiste”. La lista di ciò che in un certo sistema di cultura “non esiste”, anche se in pratica accade, risulta sempre essere la caratteristica tipologica sostanziale del sistema di semiotica adottato. Così, ad esempio, il noto Andrea Cappellano, autore di De arte amandi (tra il 1175 e il 1186) – trattato sulle norme del fin amors – sottoponendo il nobile amore a una codificazione approfondita ed esigendo dall’innamorato fedeltà alla donna, silenzio, un attento servir, castità, cortesia ecc., ammette tranquillamente la violenza nei confronti della paesana, poiché in questa visione del mondo lei è «come se non esistesse», le azioni nei suoi confronti si trovano fuori dalla semiotica, quindi è “come se non ci fossero”.

 

Creato in questo modo, la visione del mondo sarà compresa dai contemporanei come realtà. Per di più, è e sarà la loro realtà nella misura in cui hanno adottato le leggi di tale semiotica. E le generazioni successive (ricercatori compresi), che ricostruiscono la vita secondo i testi, impareranno il concetto secondo cui la realtà di tutti i giorni era proprio così. Nel frattempo il rapporto tra, da una parte, questo metastrato della semiosfera e il vero quadro della sua «mappa» semiotica e, dall’altra, la realtà della vita di tutti i giorni che si trova da quel lato della semiotica, sarà abbastanza complicato. In primo luogo, se in quella struttura nucleare, dove si era creata una certa autodescrizione, questa presentava davvero un’idealizzazione di un linguaggio reale qualsiasi, alla periferia della semiosfera la norma ideale contraddiceva la realtà semiotica “al di sotto di lei”, ma non nasceva da essa. Se al centro della semiosfera la descrizione di testi generava delle norme, in periferia le norme, irrompendo attivamente in una pratica “sbagliata”, generavano testi “giusti” a loro corrispondenti. In secondo luogo, interi strati di fenomeni di cultura marginali, dal punto di vista di tale metastruttura, non si rapportavano con il suo ritratto idealizzato. Erano dichiarati «inesistenti». A partire dalle opere della scuola di cultura e storia il genere preferito di molti ricercatori sono gli articoli dai titoli: Poeta sconosciuto del XII secolo o Su un altro letterato dimenticato dell’Illuminismo, ecc. Da dove viene questa inesauribile riserva di «sconosciuti» e «dimenticati»? Si tratta di persone che nella loro epoca sono cadute nella categoria degli «inesistenti» e sono state ignorate dalla scienza, quando invece il loro punto di vista era uguale alle opinioni normative dell’epoca. Ma il punto di vista muta – e improvvisamente si ritrovano a essere «sconosciuti». Si ricorda che nell’anno della morte di Voltaire un “filosofo sconosciuto”, Louis Claude Saint Marten, aveva già trentacinque anni; che Retief de La Bretogne aveva scritto più di 200 volumi, per cui gli storici della letteratura non troveranno spazio, chiamando il loro autore chi «piccolo Rousseau», chi «Balzac del Settecento»; che nell’epoca del Romanticismo in Russia è vissuto Vasilij Narežnyj, il quale ha scritto circa una trentina di volumi di romanzi “non notati” dai contemporanei, dal momento che vi sono stati trovati già accenni di Realismo.

 

 

Pertanto, al metalivello si crea un quadro di unificazione semiotica, mentre al livello della realtà semiotica descritta ribolle una varietà di tendenze. Se la mappa dello strato superiore è di colore unico e uniforme, quella inferiore è resa variegata da tinte diverse e da una moltitudine di confini che si intersecano. Quando Carlo Magno alla fine dell’VIII secolo ha portato la spada e la croce ai Sassoni, e Vladimir il Santo cent’anni dopo ha battezzato la Rus’ di Kiev, i grandi imperi barbarici d’Oriente e Occidente sono diventati stati cristiani. Tuttavia, il loro cristianesimo rispondeva a un’autocaratterizzazione e si trovava su un metalivello politico e religioso sotto il quale fervevano la tradizione pagana e i vari compromessi di tutti i giorni. Non poteva essere altrimenti alle condizioni dei battesimi di massa, talvolta anche forzati. Il terribile massacro, commesso da Carlo Magno nei confronti dei prigionieri sassoni-pagani nei pressi di Verdun, a stento permetteva la diffusione tra i barbari dei principi del Discorso della montagna.

 

E nel contempo sarebbe sbagliato credere che anche solo un semplice cambiamento in termini di autonominazione[8] non abbia influito sui livelli “sottostanti”, non abbia contribuito a trasformare la cristianizzazione in evangelizzazione, non abbia uniformato la dimensione culturale di questi paesi già al livello di una «semiotica reale». In questo modo, le correnti di senso scorrono non solo negli strati orizzontali della semiosfera, ma agiscono anche in verticale, formando dialoghi complessi tra i suoi diversi strati.

Tuttavia, l’unità dello spazio semiotico della semiosfera si ottiene non solo con costruzioni metastrutturali ma, ancor più, con l’unità del rapporto con il confine che separa lo spazio interno della semiosfera dall’esterno, il suo dentro dal suo fuori.

 

Il concetto di confine

La dimensione interna della semiosfera in maniera paradossale è allo stesso tempo non uniforme e asimmetrica, unica e omogenea. Essendo costituita da strutture in conflitto, possiede anche una propria individualità. L’autodescrizione di questa dimensione implica un pronome di prima persona. Uno dei meccanismi principali dell’individualità semiotica è il confine. E questo confine si può definire come un limite su cui la forma periodica finisce. Questo spazio è definito come «nostro», «proprio», «culturale», «sicuro», «organizzato armoniosamente» e così via. A questo si oppone «il loro spazio», «l’altrui», «l’ostile», «il pericoloso», «il caotico».

 

Ogni cultura inizia con la suddivisione del mondo in una dimensione interna («propria») ed esterna («loro»). L’interpretazione di questa suddivisione binaria dipende dalla tipologia della cultura. Tuttavia la stessa suddivisione appartiene agli universali. Il confine è in grado di separare i vivi dai morti, i sedentari dai nomadi, la città dalla steppa, e di avere carattere civico, sociale, nazionale, religioso o qualsiasi altro carattere. È sorprendente come civiltà non collegate tra loro trovino espressioni corrispondenti in merito a una caratterizzazione del mondo che giace al di là del confine. Un monaco-annalista di Kiev dell’XI secolo descriveva la vita dei popoli slavi orientali e di quelli pagani in questo modo: «[…] i Drevlâni vivono in modo bestiale, da bruti: si uccidono tra loro, mangiano tutte le cose impure, non contemplano il matrimonio, ma rapiscono le fanciulle. I Radimiči, i Vâtiči e i nordici hanno costumi simili: vivono nel bosco, proprio come bestie, mangiano tutte le cose impure, dicono parole vergognose di fronte a padri e figli, ma fanno feste tra tribù, si radunano alle feste, ai balli e per cantare canzoni demoniache…» (Dmitriev, Lihačev, 1978:30).

 

 

Ed ecco come nell’VIII secolo un cronista franco cristiano descriveva i costumi dei sassoni-pagani: «Feroci per natura, devoti al culto demoniaco, nemici della nostra religione, non rispettano né le regole dell’uomo, né quelle di Dio, ritengono lecito l’illecito».

Nelle ultime parole è espressa la specularità tra il «nostro» e il «loro» mondo: quello che per noi è illecito, per loro è lecito.

Ogni esistenza è possibile solo nella forma di una determinata concretezza spaziale e temporale. La storia dell’uomo non è altro che un caso particolare di questa regola. L’uomo è immerso in un vero spazio naturale a lui dato. Le costanti di rotazione della terra (il movimento del sole nella volta celeste), i movimenti dei corpi celesti, dei cicli naturali transitori hanno un impatto immediato sul modo in cui l’uomo modellizza il mondo nella sua coscienza. Non meno importanti sono le costanti fisiche del corpo umano che definiscono determinati rapporti con il mondo circostante. Le dimensioni del corpo umano determinano che il mondo della meccanica, delle sue leggi, si presenta all’uomo come «naturale», mentre il mondo delle particelle o della dimensione spaziale si può presentare solo in modo speculativo e avendo esercitato sulla sua coscienza una certa violenza. Il rapporto tra peso medio di una persona, forza di attrazione della terra e posizione verticale del corpo ha portato alla nascita di una contrapposizione universale, valida per tutte le culture umane, tra su/giù con una varietà di interpretazioni significative (religiose, sociali, politiche, morali, ecc.). Si può mettere in dubbio il fatto che l’espressione «ha raggiunto la vetta», comprensibile all’uomo di qualsiasi cultura, sia altrettanto necessaria per fare un’osservazione a delle mosche pensanti o a un uomo cresciuto in condizioni di assenza di peso.

 

 

«Su» e «vetta» non hanno bisogno di spiegazioni. L’espressione: «Qui : ne vole au sommet tombe au plus bas degré»1 (Boileau, 1776) – è comprensibile quanto «La lutte elle-même vers les sommets suffit à remplir un coeur d’homme. Il faut imaginer Sisyphe heureux»2 (Camus, 1942).

Era enorme anche la distanza temporale e spaziale tra Camus e il capo di una spedizione militare contro i pagani nella Rus’ dell’XI secolo, Ân’ Vyšatič, ma entrambi comprendevano la semantica di su e giù allo stesso modo. Prima di giustiziare i maghi pagani (gli sciamani), Ân’ ha chiesto loro dove si trovasse il loro dio e (nei riepiloghi di un monaco-annalista) ha ricevuto la risposta: «Si trova nell’abisso». A tal proposito Ân’ ha spiegato loro con autorevolezza: «Quale dio si trova nell’abisso? Quello è il demonio, dio invece è in cielo…» (Dmitriev, Lihačev, 1978:190-192).

Questa era una formula molto amata dall’annalista che ha quasi costretto un sacerdote pagano della terra dei Ciudi (Estonia) a ripeterla con le stesse parole: «Egli [abitante di Novgorod] disse: “Che esseri sono le vostre divinità, dove vivono?” Egli [il mago] disse: “Negli abissi. Sono neri, hanno le ali, la coda; si elevano fin sotto al cielo e ascoltano i vostri dei. I vostri dei sono esseri celesti”» (Dmitriev, Lihačev, 1978:190-192).

L’asimmetria del corpo umano era la base antropologica delle sue semiotizzazioni, la semiotica destra/sinistra per tutte le culture umane aveva lo stesso carattere universale della contrapposizione su/giù. E così l’asimmetria di base maschio/femmina, vivo/morto, cioè mobile, caldo, che respira e immobile, freddo, che non respira (il fatto che «il freddo» e «la morte» siano considerati sinonimi è confermato da un gran numero di testi di culture diverse, così come di solito si identifica la morte con la fossilizzazione, la trasformazione in pietra; vedi le numerose leggende sull’origine di queste o quelle montagne e rocce).

 

Vernadskij osservava che la vita sulla Terra si svolge in un particolare continuum spazio-temporale da essa stessa creato: «[…] stando alla logica è giusto costruire una nuova ipotesi scientifica che sul pianeta Terra per la sostanza vivente non si tratta di una nuova geometria, né di una geometria di Riemann, bensì di un particolare fenomeno naturale, finora proprio solo della sostanza vivente, di un fenomeno dello spaziotempo, il quale non corrisponde geometricamente allo spazio, ma in cui il tempo si manifesta non nella forma di quattro coordinate ma nella forma di un cambiamento generazionale» (1965:201).

La vita umana cosciente, cioè la vita di cultura, richiede anche una particolare struttura di «spaziotempo». La cultura si organizza nella forma di un determinato «spaziotempo» e al di fuori di tale organizzazione non può esistere. Questa organizzazione si realizza in quanto semiosfera e allo stesso tempo con l’aiuto della semiosfera.

Il mondo esterno, in cui è immerso l’uomo, per diventare un fattore di cultura si espone alla semiotizzazione – si divide nella sezione degli oggetti che significano, simboleggiano e indicano qualcosa, ovvero che hanno un senso, e degli oggetti che rappresentano solo sé stessi. Per questo motivo i vari linguaggi che riempiono la semiosfera – questo Argo dai cento occhi – evidenziano il diverso nella realtà esterna. Pertanto il quadro stereoscopico che appare si arroga il diritto di parlare a nome della cultura in generale. Allo stesso tempo con tutte le differenze tra le sottostrutture della semiosfera, [i linguaggi] si sono organizzati in un sistema di coordinate comune: sull’asse temporale – secondo passato, presente, futuro, sul quello spaziale – secondo spazio interno, esterno e il confine tra loro. In questo sistema di coordinate si ricodifica anche la realtà semiotica esterna – il suo spazio e tempo – in modo che diventi «semiotizzabile», capace di farsi contenuto di un testo semiotico. Su questo lato della questione vedi di seguito.

Come è già stato detto, la diffusione di un’autodescrizione metastrutturale dal centro della cultura in tutto il suo spazio semiotico, che unifica per lo storico l’intera sezione sincrona della semiosfera, in realtà crea solo una parvenza di unificazione. Se al centro della metastruttura agisce come lingua «propria», alla periferia dimostra di essere una lingua «altrui», non in grado di riflettere in modo adeguato la pratica semiotica che giace sotto di essa. È come se fosse la grammatica di un linguaggio altrui. Di conseguenza, al centro dello spazio culturale le parti della semiosfera, salendo a un livello di autodescrizione, acquistano con rigidità un carattere organizzato e, allo stesso tempo, raggiungono l’autoregolazione. Ma nel contempo perdono dinamismo e, dopo aver esaurito la riserva di indeterminatezza, diventano inflessibili e incapaci di sviluppo. Alla periferia – più ci si allontana dal centro, tanto più è rilevante – il rapporto tra la pratica semiotica e l’insieme di norme imposto da questa si fa sempre più conflittuale. I testi, generati conformemente a queste norme, sono sospesi nell’aria, privi di un ambiente semiotico reale, mentre le opere organiche, determinate da una natura semiotica reale, entrano in conflitto con le norme artificiali. Questa è un’area di dinamismo semiotico. È qui che si crea quel campo di tensione in cui vengono prodotti i linguaggi futuri. Così, ad esempio, è stato a lungo osservato che i generi di periferia in arte sono più rivoluzionari di quelli che si trovano al centro della cultura, godono di un prestigio maggiore e vengono percepiti dai contemporanei come arte par excellence. Nella seconda metà del Novecento abbiamo assistito a una turbolenta aggressione da parte di forme marginali di cultura. Un esempio può essere la “carriera” del cinematografo, trasformatosi da spettacolo fieristico quale era, libero da limiti teorici e regolato solo dalle sue capacità tecniche, in una delle arti centrali e, per di più, in particolare negli ultimi decenni, in una delle arti più descritte. Lo stesso si può dire dell’arte avanguardistica europea in generale. L’avanguardia ha vissuto un periodo di “periferia ribelle”, è diventata un fenomeno centrale che dettava all’epoca le sue leggi e che cercava di tingere tutta la semiosfera del suo colore, e di fatto, essendosi arrestato, si è fatto oggetto di teorizzazioni maggiori a livello metaculturale.

 

 

 

 

Le stesse regolarità possono manifestarsi anche entro i limiti di un testo. Così, ad esempio, è noto che nella pittura del primo Rinascimento esattamente alla periferia della tela e nei lontani piani paesaggistici si accumulano elementi di genere testuale, di uso domestico, con una rigorosa canonicità delle figure centrali. Questo processo raggiunge la vetta nel misterioso dipinto di Piero della Francesca «La flagellazione di Cristo» (Urbino, palazzo Ducale), dove le figure periferiche escono con coraggio in primo piano, mentre la scena della flagellazione è riportata in profondità e attenuata in modo pittoresco, come se facesse da sfondo di senso ai tre ritratti colorati in primo piano. Processi simili non possono dispiegarsi nello spazio, ma nel tempo, nel movimento dallo schizzo al testo finale. Sono numerosi i casi in cui versioni non definitive, sia in pittura, sia in poesia, vengono associate con più coraggio all’estetica del futuro, rispetto a un testo finito che “regola” e, normalizzato, passa attraverso l’autocensura. Molti esempi di fotogrammi esclusi dai registi in fase di montaggio ci dicono lo stesso.

 

Un esempio analogo riguardante un’altra sfera può essere l’attività dei processi semiotici nel periodo medievale europeo in quelle aree dove la cristianizzazione dei «barbari» non ha cancellato i culti pagani popolari, ma è come se li avesse nascosti con il suo mantello ufficiale dalle difficili regioni montane dei Pirenei e delle Alpi, fino alle foreste e alle paludi dove vivevano Sassoni e Turingi. È proprio su questo terreno che più tardi nascevano il «cristianesimo popolare», le eresie e, infine, i movimenti riformatori.

Un’accesa attività semiotica, stimolata da una situazione simile, porta a una rapida “maturazione” dei centri periferici e alla produzione da parte loro di metadescrizioni che possono, a loro volta, agire in qualità di aspiranti alla struttura universale della metadescrizione per tutta la semiosfera. La storia della cultura fornisce molti esempi di competizioni simili. In pratica, in ogni sezione sincrona della semiosfera un attento storico della cultura non rileva un solo sistema di norme canonizzate, bensì un paradigma di sistemi in competizione. Un esempio tipico può essere l’esistenza contestuale nella Germania del Seicento sia delle «società linguistiche» (Sprachgesellschaften), sia della «società dei Carpofori» (Fruchtbringende Gesellschaft), che si è assunta il compito della corrente purista – pulire la lingua tedesca dai barbarismi, soprattutto da gallicismi e latinismi, e normalizzare la grammatica della lingua (la grammatica di Schottelius) e della «Nobile accademia delle dame fedeli» (che è poi l’«Ordine della palma d’oro») che persegue proprio lo scopo opposto – diffondere la lingua francese e lo stile di comportamento prezioso. Si può anche indicare la sfida tra l’Accademia Francese e il Salone blu della signora Rambouillet. Quest’ultimo esempio è particolarmente eloquente: entrambi i centri lavorano in modo attivo e consapevole per creare la propria «lingua della cultura». Se al momento della fondazione dell’Accademia Francese (il re ha firmato l’ordinanza il 2 gennaio 1635) tra i suoi principali obiettivi è stato indicato «épurer et fixer la langue», anche per la «cultura galante» la questione della lingua è risultata di primaria importanza. Paul Talleman ha scritto: «Si le mot de jargon ne signifiait qu’un mauvais langage corrompu d’un bon, comme peut-estre celuy du bas peuple, on ne pourrait guaires bien dire jargon Précieuses, parce que les Précieuses cherchent le plus joli, mais ce mot signifie aussi langage affecté, et par conséquent jargon de Précieuses est une bonne manière de parler, ce n’est pas la vraye langue que parlent les personnes qu’on appelle Précieuses, ce sont des Fhrases recherchée, faites exprès» (1698).1

 

Quest’ultimo riconoscimento è particolarmente importante: indica in modo diretto il carattere artificiale e normativo del langage des Précieuses. Se nelle satire sui preziosi si criticava l’uso difettoso secondo la norma alta, dal punto di vista degli stessi sostenitori della cultura galante si parlava invece di fare dell’uso una norma, cioè creare un’immagine astratta dell’utilizzo reale.

 

Ugualmente interessante è la controversia relativa allo spazio: colui che ha ispirato l’idea dell’Accademia di Richelieu ha visto i limiti della diffusione di una lingua francese raffinata e regolata nei confini di una Francia assolutista e ideale, del limite dei suoi sogni statali. Il salone di Rambouillet creava il suo spazio ideale: è incredibile il numero di documenti di «geografia preziosa», a partire dalla Carte du pays de tendre di Madeleine de Scudéry, dalla Carte de l’empire des Precieuses di Maulévrier (1659), alla Carte de la Cour di G. Gueret (1674) e ai Voyages de l’isle d’Amour P. Tallemant (1663). Si va a creare un’immagine di spazio a più livelli: la vera Parigi si trasforma in Atene attraverso una serie di cambiamenti convenzionali del suo nome. Ma a un livello ancora più alto si crea lo spazio ideale del pays de tendre [paese della tenerezza] che si identifica con la semiosfera “pura”. A questo è possibile paragonare la geografia utopica del Rinascimento, e in quest’ultimo caso è tipico il desiderio, da un lato, di creare l’immagine della città, dell’isola o dello stato ideale “al di sopra” della realtà, compresa la descrizione geografica e la mappatura (vedi L’utopia di T. More e La nuova Atlantide di Francesco Bacone), e dall’altro, di realizzare una metastruttura a livello pratico, creando progetti di città ideali ed esperienze di attuazione di tali progetti. Prendiamo come esempio i brillanti disegni delle città ideali di Luciano Laurana (Urbino, palazzo Ducale). Tali opere, come De Eudaemonensium republica (1553) di Kaspar Stiblin, La città del Sole di Campanella, predisponevano numerosi progetti di costruzione di città ideali. Alla base dell’utopismo urbanistico rinascimentale vi sono le idee di Alberti. Le piantine di città tracciate da Dürer e Leonardo da Vinci, la piantina di Sforzinda creata da Filarete, la piantina della città ideale di Francesco di Giorgio Martini, tutte rappresentavano un’incursione diretta della metastruttura nella realtà perché erano state destinate a essere realizzate, «…un succès dont il reste encore aujourd’hui de multiples témoins, depuis Lima (ainsi que Panama et Manille au XVIIe siècle) jusqu’à Zamosc en Pologne, depuis La Valette (à Malte) jusgu’à Nancy, en passant par Livorno, Gattinara (en Piémont), Vallauris, Brouage et Vitry– le– François»1 (Delumeau, 1984:264-265).

 

 

 

 

Tuttavia, i punti più “caldi” dei processi di formazione del significato sono i confini della semiosfera. Il concetto di confine è ambiguo. Da un lato divide, dall’altro collega. È sempre il confine con qualcosa e, di conseguenza, appartiene allo stesso tempo a entrambe le culture confinanti, a entrambe le semiosfere che sono adiacenti l’una all’altra. Il confine è bilinguistico e polilinguistico. Il confine è un meccanismo di traduzione dei testi della semiotica altrui nella lingua della «nostra» semiotica, un luogo di trasformazione dell’«esterno» in «interno», è una membrana filtrante che trasforma i testi altrui in modo che si inseriscano nella semiotica interna della semiosfera, rimanendo però allogeni. Nella Rus’ di Kiev c’era un modo per indicare i nomadi che abitavano sul conf