Interpretazione consecutiva: un’analisi semiotica, Silvia Moro

Interpretazione consecutiva:

un’analisi semiotica

SILVIA MORO

Fondazione Milano

Civica Scuola Interpreti e Traduttori “Altiero Spinelli”

Scuola Superiore per Mediatori Linguistici

via Francesco Carchidio 2 – 20144 Milano

Relatore: Professor Bruno Osimo

Diploma in Mediazione linguistica

Aprile 2018

Questa tesi è conforme alla norma UNI ISO 7144:1997

Copyright © Silvia Moro

A Susanna

Silvia Moro

Interpretazione consecutiva: un’analisi semiotica

ABSTRACT IN ITALIANO

L’interpretazione consecutiva è un processo di comunicazione che si realizza attraverso una serie di traduzioni intersemiotiche tra lingue naturali, codice della presa di note e linguaggi interni. I diversi passaggi traduttivi generano un residuo comunicativo. Per gestire tale residuo, l’interprete – che ricopre simultaneamente diverse funzioni di mittente e destinatario – deve elaborare una strategia traduttiva e sviluppare al contempo un sistema di presa di note efficace ed efficiente ai fini dell’autocomunicazione: un linguaggio personale che consiste nell’associazione di segni, oggetti e interpretanti e può essere descritto tramite la triade della significazione di Peirce.

ENGLISH ABSTRACT

Consecutive interpreting is a communication process comprising a series of passages of intersemiotic translation between natural languages, a note-taking code and I-I languages. The translation process implies a translation loss. Being an addresser and an addressee at once, an interpreter needs to handle such loss by working out a translation strategy, as well as by fine-tuning an effective, efficient note-taking system for the purpose of self-communication. Such system is the interpreter’s own note-taking language, consisting in a set of relationships between signs, objects and interpretants, thereby being described by Peirce’s semiotic triad.

RÉSUMÉ EN FRANÇAIS

L’interprétation consécutive est un processus de communication se composant d’une série de traductions intersémiotiques entre des langues naturelles, un code de prise de notes et des langages intérieurs. Ces différents passages traductifs engendrent de la perte communicative. Étant à la fois destinateur et destinataire, l’interprète doit gérer cette perte, en développant une stratégie traductive ainsi qu’un système de prise de notes efficace et efficient pour la communication Moi-Moi. Ce système constitue le langage personnel de prise de notes de l’interprète, se composant d’un ensemble de relations entre des signes, des objets et des interprétants et pouvant être expliqué par la triade sémiotique de Peirce.

Sommario

Introduzione 6

1 L’interpretazione consecutiva 8

1.1 Rozan: la presa di note 9

1.2 Allioni: le fasi dell’interpretazione consecutiva 10

2 Il linguaggio della presa di note 14

2.1 Metalinguaggio o linguaggio 14

2.2 Linguaggi naturali e linguaggi artificiali 17

2.3 Il sistema della presa di note: un linguaggio naturale? 19

2.4 Interpretazione consecutiva e creatività 21

3 La comunicazione nell’interpretazione consecutiva 23

3.1 Il modello della comunicazione di Jakobson 24

3.2 Il modello della comunicazione di Shannon e Weaver 26

4 Segni e semiosi 29

4.1 Una grammatica per l’interpretazione consecutiva 29

4.2 Peirce: la semiosi 31

5 La traduzione intersemiotica nell’interpretazione consecutiva 34

5.1 Lotman: il linguaggio interno 34

5.2 La traduzione intersemiotica 35

5.3 Informazione invariante e residuo comunicativo 38

5.4 Un modello della comunicazione per l’interpretazione consecutiva 41

Conclusioni 46

Riferimenti bibliografici 48

Introduzione

Questa tesi nasce dall’interesse suscitato dall’interpretazione consecutiva e, in particolare, dall’elaborazione di un personale sistema di segni per la presa di note, vissuta come una sfida ma anche e soprattutto come un divertissement. Poiché i manuali e i testi che si propongono come modelli guida per l’aspirante interprete alle prese con i simboli sono già numerosi e sostanzialmente esaustivi, si è pensato di considerare l’interpretazione consecutiva e la presa di note da un punto di vista semiotico. Infatti, se la scienza della traduzione (scritta) gode di ampia considerazione e studio in una prospettiva semiotica, non si può dire altrettanto dell’interpretazione consecutiva. Questa, pur ricoprendo un ruolo talvolta marginale nell’attività lavorativa di un interprete, risulta invece fondamentale nella sua formazione in quanto insegnamento propedeutico all’interpretazione simultanea. Per questa ragione appare utile proporre un’interpretazione semiotica specifica per la traduzione consecutiva.

Verranno ripercorse brevemente le peculiarità e le fasi dell’interpretazione consecutiva secondo la visione di autori scelti, in particolare Jean-François Rozan e Sergio Allioni, per poi proseguire con un’analisi degli aspetti che caratterizzano il codice della presa di note. Ci si propone, nello specifico, di sostenere la tesi della langue tierce: i segni della presa di note e le regole che li organizzano in un sistema costituirebbero un linguaggio a tutti gli effetti. Facendo riferimento ai parametri utilizzati da Lûdskanov per distinguere linguaggi naturali e linguaggi artificiali, si avanza l’ipotesi che il linguaggio della presa di note possa essere assimilato ai primi più che ai secondi.

Si considererà poi l’interpretazione consecutiva in quanto processo comunicativo secondo i modelli della comunicazione di Jakobson, da un lato, e di Shannon e Weaver, dall’altro. Una scelta in tale direzione permette di osservare attraverso una lente di ingrandimento la figura dell’interprete, che si muove tra più livelli comunicativi (il macrocontesto e il microcontesto) con destinatari e priorità diversi, e ricoprendo lui stesso diverse funzioni di produttore e ricevente del messaggio.

Si entrerà quindi nel merito della produzione dei segni per il linguaggio della presa di note, per evidenziare (ancora una volta) quanto questo linguaggio sia soggettivo e personale e spiegare questa soggettività attraverso la triade della significazione di Peirce e i suoi interpretanti, portando degli esempi concreti di segni e di alcune possibilità di significazione per i medesimi. La trattazione proseguirà quindi con il linguaggio interno di Lotman, strettamente legato al concetto di interpretante, e la traduzione intersemiotica, traduzione che interessa l’intero processo dell’interpretazione consecutiva. Si sottolineerà inoltre – facendo riferimento a Shannon e Weaver, Torop, Lûdskanov e Osimo in particolare – la costante presenza, nell’interpretazione consecutiva, di fattori che contribuiscono alla formazione di un residuo comunicativo. Di questo residuo l’interprete deve occuparsi, adottando una strategia traduttiva che contempli il ricorso a metatesti: si proporrà quindi di considerare la memoria, importantissima nel lavoro dell’interprete, un apparato paratestuale.

Si tenterà infine di formulare un modello della comunicazione per l’interpretazione consecutiva che tenga conto degli elementi analizzati, dei diversi passaggi intersemiotici e del residuo comunicativo. L’obiettivo del presente lavoro è dunque presentare l’interpretazione consecutiva in una luce che per questa disciplina è quanto meno inusuale, nella speranza di favorire una più approfondita comprensione e dunque una più consapevole padronanza dei meccanismi e degli strumenti in essa coinvolti.

1

L’interpretazione consecutiva

L’interpretazione consecutiva è «quel particolare tipo di traduzione orale di un discorso orale, da una lingua di partenza LP verso una lingua di arrivo LA […] effettuata solo dopo che l’oratore ha terminato il suo discorso» (Allioni 1998: 3). In questo processo, il traduttore (nello specifico, l’interprete) si avvale di due strumenti principali: la memoria e l’annotazione.

Diverse sono le tesi circa l’essenzialità del ruolo degli appunti (e dei simboli) nell’interpretazione consecutiva: una corrente vuole che si tratti di uno strumento secondario, talvolta superfluo, quando non addirittura d’impiccio, «una forma di masochismo» (Russo 1998: XL). Non mancano i teorici e professionisti del campo che ne sostengono, invece, l’estrema utilità e ne propongono modelli sistematici – per un excursus dei quali si rimanda alla prefazione di Mariachiara Russo in Elementi di grammatica per l’interpretazione consecutiva di Sergio Allioni (1998: XII-XXXVII). Non si vuole qui argomentare a favore di quest’ultima posizione, non si vogliono analizzare i pro e i contro del ricorso agli appunti: già molti testi hanno fornito analisi convincenti in merito. Tra questi, Manuel de l’interprète. Comment on devient interprète de conférences (1952) di Jean Herbert, La prise de notes en interprétation consécutive (1956) di Jean-François Rozan, Handbuch der Notizentechnik für Dolmetscher: ein Weg zur sprachunabhängigen Notation (Manuale di tecnica di presa d’appunti per interpreti: una via all’annotazione indipendente dalla lingua1, 1989) di Heinz Matyssek, Improved ways of teaching consecutive interpretation (1989) di Wilhelm Weber, il già citato Elementi di grammatica per l’interpretazione consecutiva (1998) di Sergio Allioni, Interpretation. Techniques and Exercises (2005) di James Nolan. L’intento è, piuttosto, quello di percorrere brevemente le peculiarità e le fasi dell’interpretazione consecutiva secondo la visione di due autori in particolare, Rozan e Allioni, per proseguire poi con un’analisi dei processi coinvolti in questa disciplina da un punto di vista semiotico.

1.1 Rozan: la presa di note

Quello di Jean-François Rozan, interprete presso l’ONU per dieci anni e professore presso l’Università di Ginevra per quattro, è senza dubbio un contributo importante. È suo infatti La prise de notes en interprétation consécutive (pubblicato nel 1956) – manuale che costituisce ancora oggi «l’ABC della presa di note nella consecutiva»2. Rozan propone un sistema elaborato grazie anche agli insegnamenti di Jean Herbert e al confronto con gli interpreti con cui collabora durante l’esercizio della professione. Nell’introduzione al suo “eserciziario”, Rozan precisa che la tecnica da lui presentata vuole essere di ispirazione per l’utente, il cui compito sarà quello di personalizzarla al fine di garantirne l’efficienza (2004: 11). L’interprete deve elaborare il proprio codice – costituito da regole e segni frutto di una personale ricerca.

Rozan propone sette principi:

  1. annotazione delle idee anziché delle parole;

  2. regole di abbreviazione;

  3. connettivi;

  4. negazione;

  5. enfasi,

  6. disposizione in verticale e

  7. décalage (Allioni 1998: 119, ovvero disposizione in diagonale dei segni)3;

e venti simboli, di cui dieci essenziali, suddivisi in:

  1. simboli di espressione,

  2. simboli di movimento,

  3. simboli di corrispondenza e

  4. simboli per i concetti che ricorrono più frequentemente4.

È importante, per Rozan, che l’attenzione dell’interprete non sia affaticata da un’eccessiva quantità di simboli da dover ricordare e decifrare, ma possa dedicarsi a una buona analisi del testo. Tale analisi non deve essere, infatti, rimandata al momento della lettura delle note, ma deve terminare prima. In questo modo, le note svolgeranno il loro compito: dare all’interprete una visione d’insieme immediata e favorire una restituzione fluente e accurata del messaggio (2004: 25).

Rozan riprende, inoltre, un’indicazione importante di Herbert: che i simboli non rappresentino degli equivalenti di singole parole delle lingue naturali, ma comprendano, invece, un più ampio numero di significati – appartenenti al medesimo campo semantico – i quali dovranno essere via via ricavati dal contesto e dal cotesto (Rozan 2004: 25; Russo 1998: XV). Come infatti si vedrà nei prossimi capitoli, nella traduzione interlinguistica non è possibile compiere una traduzione per equivalenze. Se ne desume che il codice della presa di note non è un glossario di corrispondenze biunivoche simbolo-parola: i segni che lo compongono sono (proprio come le parole delle lingue naturali) polisemici.

1.2 Allioni: le fasi dell’interpretazione consecutiva

Il secondo contributo che si vuole prendere in considerazione è quello di Sergio Allioni, interprete presso la Commissione Europea a Bruxelles. Nel suo Elementi di grammatica per l’interpretazione consecutiva, Allioni affronta le tematiche legate alla disciplina secondo la linguistica e la psicologia cognitiva, occupandosi dei «problemi connessi alla lingua, alla memoria, al pensiero e alla comunicazione» (Russo 1998: XXXVIII).

Allioni propone «il superamento della fatidica (e mitica) barriera dei “venti simboli” [...] e l’adozione di regole combinatorie complesse» (1998: 165). A sostegno di questa tesi, spiega che un interprete, essendo solito lavorare con diverse lingue naturali dal lessico ricco e dalla grammatica complicata, non incontrerà particolari difficoltà nell’apprendimento e nell’utilizzo di un ulteriore linguaggio – linguaggio, peraltro, semplificato rispetto alle lingue naturali (1998: 165). Secondo Allioni le note, descrivendo le lingue, svolgono una funzione metalinguistica (funzione che verrà messa in discussione nel prossimo capitolo): si tratta di un metalinguaggio destinato alla comunicazione dell’interprete con sé stesso (1998: IX). Del resto l’interprete – unico autore e destinatario degli appunti – è, generalmente, il solo al quale tali appunti risultino comprensibili (1998: 30). La selezione e l’organizzazione delle componenti di questo codice ha l’obiettivo di creare un sistema di presa di note che svolga la propria funzione – metalinguistica – in modo adeguato. Il codice deve permettere una scrittura rapida durante l’annotazione e una lettura scorrevole durante la resa: deve cioè essere efficiente ed efficace, in modo da ottimizzare il processo di self-communication (Allioni 1998: IX).

Allioni suddivide il processo dell’interpretazione consecutiva in tre fasi: preparazione, elaborazione e ricostruzione, suddivisione principalmente basata «sulle differenze qualitative fra i processi mentali in gioco» (1998: 3). Nella prima fase, l’interprete riceve e integra le nuove informazioni nel suo sistema di conoscenze. Prima che il discorso dell’oratore abbia inizio, l’interprete richiama alla memoria le informazioni e le conoscenze che gli saranno utili in quel frangente, informazioni inerenti l’oratore, il contesto e il tema centrale del discorso. Questo gli consentirà, inoltre, di elaborare dei simboli e/o delle abbreviazioni ad hoc, relativi a concetti e termini specialistici che si aspetta verranno trattati (Allioni 1998: 3-5). In occasione di un incontro dove è previsto che gli oratori portino esempi di scelte sostenibili per la vita quotidiana, per esempio, l’interprete dovrà assicurarsi che non manchino all’appello simboli per il clima, l’ambiente, l’impatto ambientale, lo spreco, il risparmio, le soluzioni ecosostenibili, le energie rinnovabili e così via.

Nella fase centrale dell’interpretazione consecutiva, caratterizzata da un maggior sovraccarico cognitivo, l’interprete «trasforma il discorso LP in […] una “base” strutturata di concetti e informazioni, di cui si avvarrà per sviluppare il suo discorso LA durante la ricostruzione» (1998: 5). Questa fase si articola in processi di micro- e macroelaborazione. Nella prima, che opera a livello di parole, sintagmi e proposizioni (il microlivello del discorso), Allioni distingue le operazioni di:

  1. ricezione;

  2. analisi;

  3. ristrutturazione;

  4. stoccaggio.

Queste operazioni si susseguono e concatenano, intersecandosi in una sorta di mutua cooperazione. Allioni spiega egregiamente cosa succede durante l’interpretazione:

[…] la corretta interpretazione semantica di una proposizione [operazione di analisi] può ad esempio chiarire il senso di una proposizione immediatamente successiva che sia foneticamente ambigua [operazione di ricezione], e viceversa (1998: 6).

La macroelaborazione, invece, si occupa – e preoccupa! – della coerenza globale nell’interpretazione consecutiva, operando un continuo confronto tra «input attuale e conoscenze già presenti in memoria» (1998: 7). Questo consente di costruire quello che Allioni chiama «schema globale», basato sui contenuti semantici significativi del discorso e sull’intenzione comunicativa dell’oratore (1998: 7). I due processi, micro- e macroelaborazione, si influenzano e si completano vicendevolmente: la microelaborazione fornisce infatti materiale per la costruzione dello schema globale che, a sua volta, si presterà come strumento critico durante la microelaborazione consentendo, per esempio, di colmare lacune dovute a una ricezione imperfetta.

Nella terza fase, la ricostruzione, l’interprete recupera e trasmette le informazioni immagazzinate durante la fase di elaborazione. Questa fase si articola in quattro momenti:

  1. lettura dei dati direttamente accessibili;

  2. ristrutturazione dei dati sotto forma di discorso;

  3. attualizzazione dei dati (insieme di conoscenze necessarie alla loro collocazione nel contesto);

  4. produzione di un discorso in LA, attraverso la traduzione delle informazioni e dei concetti elaborati nelle operazioni precedenti in lingua naturale (1998: 9).

L’autore degli Elementi di grammatica si interroga in merito alla forma di appunti più adeguata: quale forma garantisce al tempo stesso la massima rapidità di annotazione (massima trascrivibilità) e di lettura (massima accessibilità)? Una scelta in termini di lingua di partenza LP o lingua di arrivo LA si ripercuote sull’intero processo dell’interpretazione consecutiva. Annotare nella lingua di arrivo significherebbe infatti alleggerire la fase di ricostruzione, ma appesantire eccessivamente quella di elaborazione, durante la quale l’interprete si troverebbe a compiere una traduzione completa. Al contrario, la scelta della lingua di partenza per la presa di note consentirebbe sì una trascrizione rapida, ma lascerebbe tutta la traduzione a carico della fase di ricostruzione, con «conseguente lentezza nell’elaborazione e incertezze nella resa» (1998: 11).

Allioni rilegge la formula basilare della traduzione (segno LP → senso → segno LA) nell’ottica dell’interpretazione consecutiva e delle sue fasi di «comprensione, ritenzione e riproduzione del senso», approdando alla seguente suddivisione:

  1. segno LP → senso compreso;

  2. senso compreso → [elaborazione] → senso ritenuto;

  3. senso ritenuto → segno LA (1998: 12).

[…] la seconda parte del processo di traduzione in IC [interpretazione consecutiva] può operare fondamentalmente su unità di senso, e quindi indipendentemente dalla forma che queste possono assumere in LP o in LA (Allioni 1998: 12).

Questo significa che l’interprete, nella fase di elaborazione, opera su significati che sono svincolati da qualsiasi forma linguistica (delle lingue naturali di partenza e di arrivo) e si presentano sotto forma di materiale mentale, di interpretanti all’interno di un altro codice: il linguaggio interno. Già con la suddivisione in fasi di Allioni, ci si rende conto infatti della presenza imprescindibile – in tutto il processo traduttivo dell’interpretazione consecutiva – di fasi mentali e di traduzioni tra linguaggi verbali e linguaggio mentale interno (per un approfondimento delle quali si rimanda al quarto e al quinto capitolo).

2

Il linguaggio della presa di note

Allioni definisce il sistema della presa di note un «codice metalinguistico artificiale» (1998: 165). Il testo/appunti è una trascrizione che descrive i linguaggi naturali e, in particolare, la struttura più profonda del discorso dell’oratore – di cui sarebbe dunque una rappresentazione semantica (1998: 29; 31). Si tratta, per Allioni, di una «metalingua» che non è direttamente leggibile come possono esserlo i linguaggi naturali:«il testo/appunti è, in sé, povero di valore linguistico, che gli viene invece attribuito tramite l’interazione con la memoria» (Allioni 29).

Si vuole qui presentare tutt’altra ipotesi: che i segni usati dall’interprete nel suo testo/appunti e il relativo sistema rappresentino un vero e proprio linguaggio, linguaggio che condivide pochissimo con i linguaggi artificiali e che sembra invece condividere molto con i linguaggi naturali.

2.1 Metalinguaggio o linguaggio

Il codice della presa di note, con i suoi simboli, le sue abbreviazioni e le sue regole, non si può considerare, qui, un metalinguaggio. Un metalinguaggio descrive il linguaggio stesso: la funzione metalinguistica del discorso si verifica quando «il discorso è centrato sul c o d i c e» (Jakobson 2002b: 189). La lingua che si analizza e si descrive, che si spiega, diventa metalinguaggio (nonché linguaggio-oggetto analizzato, descritto e spiegato) e «[l]‘interpretazione di un segno linguistico per mezzo di altri segni della stessa lingua [...] è un’operazione metalinguistica» (Jakobson 2002a: 32). Quindi: un metalinguaggio è un linguaggio che parla di sé stesso con i suoi stessi segni. Questo significa che, per farsi metalinguaggio, un codice deve essere un linguaggio.

Il metalinguaggio può descrivere, analizzare e commentare anche altri linguaggi, non solo sé stesso. Il linguaggio verbale effettivamente è:

[...] il mezzo principale per tradurre la pittura, la musica, il balletto, il cinema e le altre espressioni della cultura nella memoria culturale. In questo senso, tradurre significa creare il linguaggio della comprensione e della descrizione, il metalinguaggio (Torop 2010: 2).

Esistono, secondo Louis Trolle Hjelmslev, linguaggi limitati e linguaggi illimitati. Un esempio di linguaggio limitato è quello matematico, mentre linguaggi illimitati sono i linguaggi naturali (Torop 2010: 58). È possibile effettuare una traduzione da un linguaggio illimitato a un altro linguaggio illimitato e da un linguaggio limitato a un linguaggio illimitato, ma l’operazione inversa (traduzione da linguaggio illimitato a linguaggio limitato) non è sempre possibile: «[i]l linguaggio naturale è di conseguenza l’unico sistema di segni in cui possono essere tradotti tutti gli altri sistemi di segni» (Torop 2010: 58).

Se è vero che nell’interpretazione consecutiva l’interprete utilizza il repertorio di simboli, abbreviazioni e regole che ha elaborato in un suo linguaggio, non è altrettanto vero che tale repertorio si auto-descriva svolgendo una funzione metalinguistica. Se, in ogni circostanza, gli appunti trattassero dell’interpretazione consecutiva, della creazione di un proprio modello di note e delle regole di tale modello, o se descrivessero altri linguaggi e le loro regole, ci si troverebbe senza dubbio di fronte a un metalinguaggio. Tuttavia, nel blocco di appunti di un interprete è raro (anche se non del tutto escludibile) che si possano trovare temi simili. Recentemente, il fotografo Michel Comte ha tenuto una lectio magistralis presso La Triennale di Milano, organizzata dall’Associazione Fotografi Italiani Professionisti – AFIP International. Sul palco, Compte e un’interprete con il suo blocco per gli appunti e la sua penna. Blocco che l’interprete ha usato per annotare le esperienze dell’oratore, aneddoti sulle sue fotografie e sui suoi incontri e, infine, la scelta di dedicare delle opere al tema ambientale. Nulla di tutto ciò era metalinguistico, dal punto di vista della presa di note. L’interprete ha usato gli appunti per fissare informazioni, quelle stesse informazioni che Comte esprimeva in inglese e che lei avrebbe dovuto restituire al pubblico in italiano.

Il codice della presa di note non descrive le lingue, né la lingua di partenza né la lingua di arrivo, né tanto meno descrive sé stesso: riporta invece i contenuti di un discorso – espresso in un linguaggio naturale – in un codice altro. Questo codice, talvolta, prende in prestito parole dalle lingue naturali note e condivise, per via della loro brevità (e quindi rapidità di annotazione) e per la loro capacità evocativa – l’efficienza e l’efficacia richieste al sistema cui fa riferimento Allioni. Questi prestiti però, una volta inseriti nel codice, svolgeranno una funzione simile a quella degli altri simboli ed elementi che lo compongono: non significheranno più quella sola parola ma si faranno portatori di più significati, attivati via via dal contesto specifico. Per esempio, prima del suo discorso vero e proprio, l’oratore potrebbe iniziare un incontro salutando i presenti, esprimendo la propria contentezza per l’invito e ringraziando gli organizzatori e sponsor dell’incontro: tutto questo potrebbe essere racchiuso, sul foglio dell’interprete, in un ( HI ) seguito da una rappresentazione stilizzata di un volto sorridente ( ) (ed eventualmente dai nomi degli organizzatori dell’evento o delle persone ringraziate).

Se il codice della presa di note non è un metalinguaggio, è un linguaggio? Da un punto di vista semiotico, linguaggio è ogni tipo di codice verbale e non verbale. In altre parole, linguaggi sono non solo i linguaggi naturali (le lingue), ma anche quelli «non verbali, come la musica, le arti figurative, il cinema, [...] la moda, l’ambiente naturale, i segnali stradali» (Osimo 2010a: 10). E, sempre semioticamente parlando, un testo è «qualsiasi cosa venga “letta” come insieme coerente, verbale o non» (Osimo 2011: 46). Non a caso, tra i principi che il testo/appunti dell’interprete deve rispettare, nel modello di Allioni, ci sono proprio coesione (continuità delle occorrenze nel livello superficiale) e coerenza (continuità del senso nel livello profondo) (1998: 38; 64-65). Allora, se il linguaggio non è solo quello verbale ma qualsiasi codice portatore di un significato in un processo comunicativo, e il testo è un insieme coeso e coerente di significati, una traduzione è ogni processo che esprima lo stesso contenuto di un prototesto in un metatesto (Osimo 2010a: 10). Esistono diversi tipi di traduzione e tutti si articolano in diversi passaggi traduttivi che sono riconducibili a un unico tipo di traduzione, quella che Jakobson definisce «traduzione intersemiotica» (di cui si parlerà più approfonditamente nell’ultimo capitolo).

A questo punto sembra opportuno procedere a un’analisi delle peculiarità dei linguaggi naturali e artificiali, in modo da trovare il posto della presa di note in questa suddivisione – ammesso che ciò sia possibile.

2.2 Linguaggi naturali e linguaggi artificiali

Allioni spiega che, se i linguaggi naturali sono condivisi con una comunità (e servono proprio per la comunicazione all’interno di essa), il codice della presa di note è utilizzato da una sola persona: l’interprete (1998: IX). Questo linguaggio si caratterizza in quanto linguaggio muto: si manifesta ed esprime contenuti sulla carta, contenuti che, come vedremo, l’interprete legge mentalmente, decodifica e ricodifica verbalmente nella lingua in cui deve restituire il discorso dell’oratore. Ma sono, queste, ragioni sufficienti per escludere il codice della presa di note dai linguaggi naturali e annoverarlo fra quelli artificiali? Anche i linguaggi artificiali possono essere utilizzati per la comunicazione all’interno di comunità (l’esperanto ne è un esempio) e, delle lingue naturali, la lingua dei segni è un linguaggio muto che si esprime tramite gesti e si percepisce (legge) tramite il canale visivo.

I linguaggi artificiali sono linguaggi regolati dalla convenzione e il significato dei segni di cui sono composti è predeterminato:

I linguaggi artificiali si fondano sul principio della corrispondenza biunivoca: ogni senso è riconducibile a uno e un solo mezzo linguistico e viceversa; ne consegue che i loro elementi (che non hanno mai valore connotativo) non possono essere polisemici […] (Lûdskanov 2008: 49).

I linguaggi artificiali sono isomorfi (Osimo 2010a: 13). In questo tipo di codici, basati su precise relazioni biunivoche che non dipendono dal contesto, non esiste omonimia né sinonimia: ciò rende la decodifica di testi e messaggi codificati in linguaggi artificiali molto più semplice rispetto alla decodifica di testi e messaggi codificati in linguaggi naturali (Lûdskanov 2008: 49-50). Lûdskanov definisce la decodifica degli elementi dei linguaggi artificiali «meccanica»: le associazioni sono predeterminate dal codice e dalle sue regole e questo consente la massima invarianza (concetto che si approfondirà nel quinto capitolo) nella traduzione (2008: 50). In altre parole, l’informazione contenuta nel prototesto e nel metatesto è la medesima e il residuo comunicativo è pari a zero.

Anche nei linguaggi naturali può verificarsi una situazione simile, ma solo con i «termini», quella categoria di segni linguistici che, in un contesto specialistico, hanno un significato preciso:

La terminologia diventa quindi un codice artificiale all’interno di un codice naturale, e al suo interno vige la monosemia al posto della polisemia del discorso informale; grazie alla monosemia che caratterizza questo tipo di linguaggio, nella traduzione interlinguistica si può parlare appropriatamente di «equivalenza» lessicale (Osimo 2011: 132).

Come nei linguaggi artificiali, nella terminologia non ci sono sinonimi, i termini prevedono una sola interpretazione possibile e i significati hanno valore denotativo e non connotativo (Osimo 2011: 184). Questo implica che, nella traduzione di termini, sarà possibile un alto grado di invarianza e il residuo sarà minimo se non nullo.

I linguaggi naturali non sono però composti solo da «termini», ma anche e soprattutto da «parole»: queste sono caratterizzate dalla polisemia, hanno cioè più sensi e interpretazioni possibili. Nella traduzione interlinguistica, perciò, non esiste l’equivalenza e i segni linguistici verbali non presentano corrispondenze biunivoche tra di essi: questo rende i linguaggi naturali dei linguaggi anisomorfi che, a differenza dei linguaggi artificiali, prevedono l’omonimia, la sinonimia, nonché una «diversa segmentazione della realtà» (Lûdskanov 2008: 51). Non solo: la traduzione interlinguistica esclude la possibilità di un’equivalenza segno-segno perché prevede, come si vedrà nel quinto capitolo, passaggi tra diversi tipi di codici, verbale e mentale, discreto e continuo (Osimo 2011: 63). E questi passaggi (intersemiotici) comportano inevitabilmente un residuo comunicativo. L’interpretazione degli elementi dei linguaggi naturali è di conseguenza strettamente legata al contesto:

[…] il significato di una parola o di un enunciato, che fa parte di un messaggio (testo), non è lo stesso di quello che quella parola o quell’enunciato possiede nel vocabolario, ma solo una sua parte attualizzata, specifica per un determinato contesto o per una serie ben delimitata di contesti (Straniero Sergio: 106).

La polisemia intrinseca ai linguaggi naturali mette l’interprete nella condizione di dover effettuare delle scelte. In funzione delle sue scelte, l’interprete attualizzerà un significato e non un altro, una sfumatura e non un’altra: si configura così un processo traduttivo «creativo» che è ben diverso dalla sostituzione meccanica che consentono – e a cui incatenano – i linguaggi artificiali:

[…] la traduzione verbale interlinguistica è un insieme di trasformazioni creative che un traduttore effettua dai segni del prototesto a quelli di un altro linguaggio naturale, conservando un’informazione invariante rispetto a un certo sistema di riferimento (Lûdskanov 2008: 51).

Così, le scelte di senso non sono predeterminate come nel caso dei linguaggi artificiali, ma vengono effettuate dall’interprete sulla base del contesto (Lûdskanov 2008: 51). Contesto che non è solamente quello esterno e oggettivo, ma anche quello interno al traduttore – e quindi soggettivo (Osimo 2017: 89).

2.3 Il sistema della presa di note: un linguaggio naturale?

In questa classificazione bipolare, dove si colloca il linguaggio usato nel testo/appunti dell’interprete di consecutiva? Come nei linguaggi artificiali, nel codice della presa di note i sinonimi (e gli omonimi) sono – quasi – del tutto assenti. Sarebbe controproducente pensare e utilizzare un sistema dotato di segni diversi per «Nazione», «Stato», «Paese», «State», «Country», «Nation», «Pays», «Patrie», «État», «Staat», ecc. Come esposto dal primo principio di Rozan (annotare i concetti e non le parole), sarà molto più efficiente ed efficace prevedere un solo segno per i concetti assimilabili che racchiuda tutto il campo semantico in un semplice ed evocativo ( ). O ancora, la presa di note sarà facilitata se l’interprete avrà a disposizione un segno unico ( : ) che esprima «dire», «affermare», «dichiarare», «sostenere», «precisare», «to say», «to state», «to declare», «affirmer», «déclarer», «sagen», «besagen», ecc. Un sistema efficiente ed efficace rispetterà così il principio di economia linguistica, cosa che non si potrebbe dire di un sistema di corrispondenze biunivoche segno-parola. Il codice della presa di note può essere (ed è auspicabile che sia) economico nel tempo impiegato per la scrittura, nel numero di tratti che deve compiere la mano e nello sforzo mentale richiesto per la produzione dei segni (Alexieva 1994: 203-204). Inoltre, maggiore sarà il carico informativo (semantico) dei segni, maggiore sarà il loro potere di attivazione (Alexieva 1994: 204). Per quanto riguarda l’omonimia, difficilmente l’interprete avrà un simbolo per «radio» associato sia all’osso dell’avambraccio sia all’apparecchio elettronico. Ancora più difficile è che il simbolo scelto per «vita», «esistenza», «vite», «life», «vie», «Leben» possa prestarsi a significare anche la pianta della «vite».

L’assenza (in linea di massima) di sinonimi e omonimi è forse l’unica delle caratteristiche analizzate in precedenza che si riscontra sia nei linguaggi artificiali sia nel linguaggio della presa di note. Contrariamente a quanto si sarebbe detto sulla base della definizione iniziale di Allioni, infatti, linguaggi naturali e linguaggio della presa di note hanno molto in comune.

I segni linguistici della presa di note sono polivalenti: sono associati non a singoli vocaboli ma a insiemi di significati, a campi semantici più o meno vasti. Questo vuol dire che «ogni segno potrà veicolare un contenuto estremamente ampio e differenziato» (Allioni 1998: 91). Le associazioni segno-significato possono inoltre avere sia valore denotativo che valore connotativo: quando un simbolo viene scelto provvisoriamente come portatore di un certo significato in una singola interpretazione per poi scomparire, ha carattere connotativo. Quando invece l’uso di un simbolo e della sua associazione a un dato significato viene mantenuto e consolidato, tale simbolo acquista carattere denotativo (si parlerà ancora del carattere denotativo/connotativo nel quarto capitolo). Si tratta, come per i linguaggi naturali, di un linguaggio caratterizzato dalla polisemia e, quindi, dall’impossibilità di un’equivalenza assoluta. Questo costituisce un vantaggio per l’interprete, che può disancorarsi dal singolo vocabolo, sfuggendo così al rischio di perdere il filo del discorso qualora non ricordi l’esatta e univoca traduzione di un simbolo. Un esempio di polisemia nel linguaggio della presa di note può essere il seguente: dopo aver scelto un simbolo per «concorrenza» ( ) e aver preso in prestito da un’insegnante il simbolo per «guerra» ( ), si è notato che il secondo era sì evocativo (e quindi efficace) ma non di rapida scrittura (e quindi inefficiente). Si è allora pensato di racchiudere i campi semantici dei due simboli in uno solo, o meglio, di estendere il campo semantico del primo simbolo ( ), che ora include i significati di «battaglia», «lotta», «guerra», «competizione», «concorrenza» e così via – tra cui si dovrà via via scegliere in base al contesto specifico.

2.4 Interpretazione consecutiva e creatività

Torop definisce la traduzione un processo nel quale gli elementi testuali, a seconda della loro importanza e della loro traducibilità, vengono conservati (tradotti), omessi, modificati e aggiunti:

[…] in qualsiasi processo traduttivo vi è interrelazione di elementi tradotti, omessi, modificati e aggiunti. Questa interrelazione riflette, da una parte, differenze culturali-linguistiche tra i testi, dall’altra le peculiarità del lavoro del traduttore e le funzioni della traduzione (Torop 2010: 78).

Lavoro del traduttore che – nella traduzione interlinguistica – si distingue per il suo carattere creativo. Questo deriva dal fatto che i linguaggi naturali sono anisomorfi (sono costituiti cioè da elementi polisemici) e rendono una traduzione interlinguistica molto diversa da una semplice sostituzione di equivalenti (Torop 2010: 8). Mentre i linguaggi artificiali (e la terminologia settoriale) si basano sulla convenzione e la loro traduzione è determinata da scelte predeterminate e sostituzioni meccaniche, tra i linguaggi naturali non ci sono corrispondenze biunivoche e non esiste «una traduzione assoluta o ideale» (Torop 2010: 79). Anzi, la traduzione interlinguistica tra linguaggi naturali si realizza attraverso una serie di scelte creative:

[…] il meccanismo del processo traduttivo verbale interlinguistico ha sempre, indipendentemente dal genere testuale che si traduce, un carattere creativo condizionato dalla natura linguistica di questa operazione e dallo specifico dei linguaggi naturali che presuppone scelte non predeterminate riguardo ai mezzi linguistici dovute a tutte le differenze strutturali dei linguaggi naturali (Lûdskanov 2008: 61).

Contrariamente a quanto avviene nei linguaggi artificiali, i significati del linguaggio della presa di note non sono univocamente predeterminati, ma sono di volta in volta inferiti in base al contesto (e al cotesto). Dato che i segni delle lingue naturali sono polisemici, ma lo sono anche i segni del linguaggio della presa di note, ogni passaggio traduttivo dell’interpretazione consecutiva comporta un certo grado di creatività. La decodifica del testo/appunti e la sua ricodifica nella lingua di arrivo avviene tramite una serie di scelte soggettive in base alle quali l’interprete, a seconda dei casi, attualizza uno o un altro significato. E, proprio per via della creatività insita nel processo traduttivo, non esiste una sola traduzione possibile ma «sulla base di un unico prototesto si può creare una serie di metatesti diversi potenzialmente di pari valore» (Torop 2010: 79).

L’ultima barriera che rimane a separare il linguaggio della presa di note dai linguaggi naturali è il suo utilizzo strettamente personale: se infatti le lingue si sono sviluppate spontaneamente per favorire la comunicazione interpersonale, quello della presa di note resta un linguaggio (un sistema) elaborato intenzionalmente dall’interprete per comunicare con sé stesso ai fini dell’interpretazione consecutiva.

3

La comunicazione nell’interpretazione consecutiva

Il codice e il testo della presa di note sono finalizzati esclusivamente alla comunicazione dell’interprete con sé stesso in quello che Allioni definisce «autoconsumo linguistico» (1998: 30). Nessuno oltre all’interprete legge il testo/appunti che, essendo scritto in un codice estremamente personale, risulta decifrabile a lui e lui solo.

Nell’interpretazione consecutiva coesistono due situazioni comunicative che Allioni distingue in:

    1. situazione globale o macrocontesto, che si riferisce ai passaggi della comunicazione tra oratore e interprete, e successivamente tra interprete e ricettore, e

    2. un secondo tipo di situazione comunicativa più ristretta, il microcontesto, che interessa il «processo di comunicazione con sé stesso dell’interprete» (1998: 70).

Il fine dell’interpretazione consecutiva intesa come macrocontesto è quello di favorire l’interazione comunicativa tra mittente e ricevente (oratore e suo interlocutore o pubblico), interazione dove l’interprete fa da tramite. Nel microcontesto, invece, l’interprete si rivolge a sé stesso: «emittente e ricettore coincidono nella figura dell’interprete, che scrive il testo a proprio esclusivo uso e consumo» (Allioni 1998: 30).

Come ogni evento comunicativo, anche l’interpretazione consecutiva, il macrocontesto e il microcontesto si possono analizzare dal punto di vista dei modelli che descrivono la comunicazione. In particolare, si sceglie qui di fare un confronto iniziale tra l’interpretazione consecutiva e il modello della comunicazione di Jakobson, mettendo in evidenza le diverse sfaccettature che caratterizzano il ruolo dell’interprete a seconda che si consideri il macrocontesto o il microcontesto. Seguirà un confronto con il modello di Shannon e Weaver, che permette di introdurre un elemento assente in quello jakobsoniano, ma presente nell’interpretazione consecutiva: il rumore semiotico.

3.1 Il modello della comunicazione di Jakobson

Nel saggio Linguistica e poetica, Roman Jakobson definisce i sei elementi che costituiscono la comunicazione verbale:

Il m i t t e n t e invia un m e s s a g g i o al d e s t i n a t a r i o. Per essere operante, il messaggio richiede in primo luogo il riferimento a un c o n t e s t o [...], contesto che possa essere afferrato dal destinatario, e che sia verbale, o suscettibile di verbalizzazione; in secondo luogo esige un c o d i c e interamente, o almeno parzialmente, comune al mittente e al destinatario (o, in altri termini, al codificatore e al decodificatore del messaggio); infine un c o n t a t t o, un canale fisico e una connessione psicologia fra il mittente e il destinatario, che consenta loro di stabilire e di mantenere la comunicazione (2002b: 185).

 

CONTESTO

MITTENTE MESSAGGIO DESTINATARIO

CONTATTO

CODICE

Figura 3.1 Lo schema della comunicazione di Jakobson.

Applicando il modello comunicativo di Jakobson all’interpretazione consecutiva intesa come macrocontesto, si può individuare un mittente-oratore che produce un messaggio rivolgendosi a un destinatario-interlocutore (o pubblico). Il codice in cui il messaggio è formulato non è però condiviso da mittente e destinatario ed è proprio per questo motivo che si rende necessaria la figura dell’interprete: questi si fa carico di decodificare il messaggio del mittente (formulato in LP) e di ricodificarlo in modo che sia comprensibile al destinatario (riformulandolo in LA). L’interprete permette quindi di stabilire e mantenere la comunicazione tra mittente-oratore e destinatario-interlocutore – comunicazione altrimenti impossibile – svolgendo così la funzione di canale comunicativo. Non solo: l’interprete è anche il primo ricevente del messaggio dell’oratore e, nel riportare tale messaggio al destinatario a seguito di una decodifica e di una ricodifica, diventa mittente a sua volta. La presenza di codifica e decodifica in tutti questi e nei passaggi del microcontesto indica, ancora una volta, che si tratta di processi caratterizzati da un certo residuo dovuto ai diversi cambi di codice (oggetto dell’ultimo capitolo).

Figura 3.2 Macrocontesto e microcontesto nell’interpretazione consecutiva.

Se si considera il livello del microcontesto, ai passaggi e ai ruoli considerati finora se ne aggiungono altri. All’interno della comunicazione superiore mittente-destinatario, dove l’interprete fa da tramite tra oratore e interlocutore, si configura infatti un ulteriore processo comunicativo: la presa di note, dove l’interprete usa il testo/appunti per comunicare con sé stesso. In questo processo l’interprete è mittente e destinatario al tempo stesso, e usa un linguaggio che lui solo conosce per produrre un messaggio (testo/appunti) cui lui solo avrà accesso, in una comunicazione dove il canale è rappresentato dalla penna e dal blocco per gli appunti di cui l’interprete si serve per annotare i contenuti del discorso dell’oratore e impostare la traduzione consecutiva. E, poiché «ogni comportamento verbale è orientato verso uno scopo» (Jakobson 2002b: 183), si considera la comunicazione tra oratore e interlocutore lo scopo nel macrocontesto, mentre lo scopo nel microcontesto è la comunicazione dell’interprete con sé stesso affinché possa adeguatamente svolgere il ruolo di canale comunicativo nel macrocontesto.

Nel microcontesto, l’interprete è non solo autore, ma anche lettore modello e lettore empirico del testo/appunti. In quanto autore, l’interprete opera delle scelte (creative) in funzione del suo lettore modello (ovvero lui stesso) che leggerà le note in un momento successivo per tradurle in un messaggio nella lingua dell’interlocutore (LA). Dall’interprete-lettore modello, l’interprete-autore si aspetta che abbia ben memorizzato il discorso dell’oratore e che sappia interpretare e fare buon uso del testo/appunti come supporto alla memoria, risolvendo anche eventuali parti di testo lasciate incerte in fase di annotazione a causa della fretta. Il lettore empirico (che è l’interprete-lettore reale, con le sue lacune e i suoi lapsus) condivide, in linea di massima, il codice dell’autore, ma potrà essere agitato e leggere un passaggio in maniera inaccurata, potrà non ricordare con esattezza un passaggio che non è stato ben annotato e quindi non corrispondere all’immagine ideale di lettore per cui l’interprete-autore ha scritto il testo/appunti. L‘interprete-autore deve perciò scrivere il suo testo/appunti in modo che sia quanto più comprensibile e utile al suo lettore, ricordando che il residuo comunicativo è dato anche «dall’errore di calcolo nell’elaborazione del lettore modello» (Osimo 2010a: 41). In questo senso, si sconsiglia (il più delle volte) di improvvisare, in fase di annotazione, un simbolo che poi, in fase di lettura, l’interprete-lettore empirico potrebbe non riuscire a decodificare.

Da una simile analisi risulta quindi che, nel processo comunicativo dell’interpretazione consecutiva, l’interprete ricopre il ruolo di ricevente → mittente → destinatario → mittente, in una continua mediazione tra macro- e microcontesto.

3.2 Il modello della comunicazione di Shannon e Weaver

Jakobson deriva il suo modello dal modello matematico della comunicazione di Shannon e Weaver (Osimo 2011: 24). Secondo il modello di Shannon e Weaver (1949), nella comunicazione (telefonica) sono coinvolte due figure: emittente e ricevente. La mente dell’emittente è la fonte del messaggio, che viene elaborato, codificato e trasmesso tramite un canale (il telefono). Il messaggio viene recepito dal ricevente e arriva alla sua destinazione, la mente del ricevente, dopo una sua decodifica.

Figura 3.3 Lo schema della comunicazione di Shannon e Weaver.

L’elemento importante che manca nel modello di Jakobson è il rumore semiotico, che può interferire con la trasmissione del messaggio. Il rumore semiotico è costituito da tutti quegli elementi che vanno a ostacolare la comunicazione: dalle interferenze o malfunzionamenti della linea telefonica ai rumori esterni che coprono la voce del parlante, fino alla mancata condivisione (da parte di emittente e ricevente) del bagaglio linguistico e culturale necessario per la comprensione del messaggio – quello che Lûdskanov definisce «un sistema di riferimento comune» che rispecchia un’esperienza condivisa della realtà (2008: 28).

Nell’interpretazione consecutiva, il rumore semiotico può essere dato dai rumori vari che non permettono all’interprete di cogliere tutte le parole del discorso (colpi di tosse dei presenti, una sedia che viene spostata) oppure dalla fine dell’inchiostro della penna con cui l’interprete sta prendendo appunti. O ancora, da interferenze di altro tipo come: incompetenza linguistica dell’interprete, culture diverse, interpretazioni diverse, diversi passaggi di codifica e decodifica… Ora, se il rumore semiotico è costituito da quei disturbi che alterano o possono alterare il segnale «eliminandolo, [o] rendendone difficile la captazione» (Eco 2016: 65), sicuramente interessa anche il caso in cui l’interprete (a causa di “buchi” nel testo/appunti che fatica a integrare con la memoria) non riesce a ricostruire un passaggio del discorso. Oppure il caso in cui simboli particolarmente polisemici rallentano l’interprete nella (de)codifica del significato più consono. O ancora, il caso in cui simboli tra loro simili, annotati frettolosamente, si prestano a essere confusi e interscambiati, diventando così fonte di rumore semiotico e, quindi, di un potenziale residuo. Tuttavia, è bene ricordare che l’interprete non si affida esclusivamente al supporto cartaceo, bensì a un’interazione e integrazione costanti tra appunti e memoria: questo – e la logica che mai lo deve abbandonare – gli consente di interpretare nel modo corretto gli appunti. Durante la lettura, inoltre, la mente attinge al suo repertorio di grafemi e trascura in modo automatico errori e imperfezioni presenti nel testo «a vantaggio della possibilità sensata più prossima» (Osimo 2011: 91). Nella proposizione «il cane rincore l gtto», si riconosce immediatamente che il cane rincorre il gatto. Si tratta di un esempio decisamente banale, ben lontano dai disorsi on cui si tova a che fre un itrprete. Ma di fronte ad annotazioni errate o ambigue, la mente dell’interprete attua inferenze, correzioni e scelte, aiutata dalla memoria, dalle conoscenze e dalla logica. Se nel testo/appunti l’interprete ha annotato in maniera ambigua un simbolo che potrebbe essere «Paese» ( ) o «prodotto» ( ), nella sua mente userà contesto, cotesto e corrispondenze logiche possibili (oltre alla memoria, naturalmente) per desumere l’interpretazione corretta.

4

I segni e la semiosi

Dopo aver analizzato l’interpretazione consecutiva dal punto di vista comunicativo, sembra ora opportuno entrare nello specifico della produzione dei segni che ne compongono il linguaggio (o meglio, il linguaggio personale che l’interprete elabora per l’autocomunicazione) e di come tali segni abbiano e/o acquistino significato.

4.1 Una grammatica per l’interpretazione consecutiva

La proposta procedurale di Allioni vuole essere una grammatica per l’interpretazione consecutiva, un sistema di regole per la produzione di segni e «per la loro organizzazione in sintagmi, proposizioni e frasi nell’ambito del testo/appunti» (1998: 81). I simboli e le abbreviazioni della presa di note costituiscono un linguaggio proprio perché regolati da convenzioni grammaticali e sintattiche, che ne garantiscono l’efficienza comunicativa (Russo 1998: XLII). Lo sviluppo di un linguaggio organizzato e stabile per l’interpretazione consecutiva (come organizzati e stabili sono i linguaggi naturali) non è il fine ultimo dell’interprete (Russo 1998: XLIII). Lo sforzo che la produzione e l’apprendimento del linguaggio richiede (come del resto richiede l’apprendimento di ogni nuova lingua) viene ampiamente «[ri]compensato dalla padronanza dell’interprete, in sede ufficiale di lavoro, derivante dall’affidabilità e solidità della tecnica sviluppata» (Russo 1998: XLIII).

Allioni, come Rozan, non dimentica di sottolineare che la sua proposta fornisce una serie di regole e procedure affinché l’interprete possa sviluppare il «proprio personale repertorio di segni» che, organizzati, andranno a costituire il codice (1998: 85). Queste regole non interessano soltanto l’elaborazione di un personale sistema di presa di note con le sue associazioni tra forma e contenuto dei segni, ma anche la continua verifica alla quale tale sistema deve essere sottoposto. Allioni distingue tra sistema virtuale (repertorio di segni e regole) e sistema attuale (il testo/appunti): l’interprete osserva l’uso effettivo nel testo/appunti (attualizzazione del linguaggio) dei segni scelti (sistema virtuale) e verifica l’efficacia e l’efficienza del linguaggio da lui elaborato. Efficacia ed efficienza sono i parametri necessari perché i segni soddisfino il principio di adeguatezza: i segni dovranno quindi essere quanto più prontamente «accessibil[i] in memoria, rapidamente trascrivibil[i], e direttamente riconoscibil[i] durante la rilettura» (Allioni 1998: 86). Il processo di verifica permette all’interprete di effettuare una selezione a posteriori dei segni adeguati, selezione che avviene in funzione dell’uso riscontrato nel sistema attuale (il testo/appunti) (Allioni 1998: 103).

Si può dire allora che i segni sono soggetti al «ciclo della connotazione» (Osimo 2010b: 76). Quando viene introdotto un nuovo simbolo o quando si aggiunge un significato a un simbolo già presente nel proprio repertorio, l’associazione tra il simbolo e il concetto ha carattere connotativo, ovvero non è ancora consolidata. Non tutti i significati connotativi hanno lunga vita: «alcuni hanno fortuna e si diffondono, mentre altri si spengono» (Osimo 2010b: 75). La nuova associazione attraversa una fase di verifica di adeguatezza, fase durante la quale il simbolo o la associazione hanno fortuna o sfortuna. Nel primo caso, vengono mantenuti, acquistando carattere denotativo: si perpetua così una relazione costante tra segno e contenuto che stabilisce quella che Eco chiama «convenzione semiotica» (2016: 41). Nel secondo caso l’uso di quel simbolo o di quella associazione decade, a favore di altri tipi di scelte. È comunque bene ricordare che, trattandosi di segni polisemici, gli elementi del linguaggio della presa di note rimangono caratterizzati da un certo valore connotativo.

L’interprete può ricavare segni per il suo sistema sia dai linguaggi naturali sia dai codici artificiali. Fonti utili sono il cirillico, i sinogrammi (caratteri cinesi), la punteggiatura, i segnali stradali, le emoticon e le icone delle applicazioni dei telefoni cellulari, i loghi commerciali, i simboli matematici. L’interprete metterà in atto una «parziale risemantizzazione» (Allioni 1998: 87). I segni scelti andranno infatti a costituire elementi del codice personalissimo dell’interprete e, in quanto tali, non denoteranno più ciò che denotano nel codice da cui vengono presi in prestito, ma acquisiranno nuovi significati, quelli che l’interprete – istintivamente o arbitrariamente – avrà attribuito loro. Spesso infatti la forma dei simboli è:

[…] totalmente arbitraria (ovvero culturale, legata a preferenze individuali), anche se spesso tali scelte vengono giustificate sulla base dell’iconismo: la pretesa “affinità” tra forma del segno e ciò che il segno designa, o il suo contenuto (Allioni 1998: 88).

Le associazioni tra forma e contenuto sono quindi arbitrarie e soggettive (nonché creative). Ma come avvengono queste associazioni?

4.2 Peirce: la semiosi

Quello che in semiotica viene chiamato «segno» deriva dall’interazione di un soggetto con il mondo esterno: un oggetto determina un segno che a sua volta determina un’idea nella mente di un soggetto, idea che vuole rappresentare quello stesso oggetto che ha determinato il segno. È la triade della significazione di Charles Sanders Peirce, dove l’idea nella mente del soggetto determinata dal segno (o dall’oggetto) viene chiamata «interpretante».

Figura 4.1 La triade della significazione di Peirce.

I passaggi fra i tre poli della triade di Peirce, oggetto-segno-interpretante, si realizzano tramite una mediazione creativa: «il significato non è dunque passivamente causato dall’oggetto» (Bonfantini 1980: XXXI), così come il segno non è intrinsecamente correlato all’oggetto – che esiste indipendentemente da esso – ma rappresenta una convenzione per indicarlo. Dunque il segno, che ha funzione informativa e carattere convenzionale, sta per un oggetto e «questa relazione (stare-per) è mediata da un interpretante» (Eco 2016: 38; Lûdskanov 2008: 26). Significato è quindi il contenuto, il senso di un segno, mentre il segno è il mezzo linguistico codificato per esprimere tale contenuto: entrambi – significato e segno – sono rappresentazioni (traduzioni) di un oggetto del mondo esterno (Lûdskanov 2008: 27). E, se si considera il significato (l’interpretante) alla stregua di una traduzione, il segno diventa prototesto e l’oggetto metatesto – o viceversa l’oggetto prototesto e il segno metatesto (Osimo 2011: 211).

Secondo Peirce, l’interpretante (il significato del segno) non è altro che l’«effetto» che quel segno veicola. In altre parole, è la rappresentazione emotiva, soggettiva che «stabilisce e riconosce la relazione» tra segno e oggetto nel processo semiotico (Osimo 2010a: 58). Questo significa che il soggetto è entrato in relazione con quel segno e quell’oggetto e ne ha prodotto una rappresentazione mentale. Questa rappresentazione mentale è tutt’altro che un’entità fissa e invariabile: è provvisoria e locale (Osimo 2010a: 83). Costituisce cioè una rappresentazione temporanea frutto degli affetti e delle esperienze del soggetto, rappresentazione che si evolve via via che l’individuo matura nuove esperienze, visioni ed emozioni in relazione a quel segno e a quell’oggetto, rendendo l’intero processo della significazione un processo soggettivo e in continua evoluzione:

Secondo Peirce, il segno sta per un oggetto secondo un certo punto di vista soggettivo, e in una determinata circostanza, con la mediazione di un segno mentale, l’interpretante. L’interpretante è soggettivo ed evolutivo, e quindi anche la semiosi è un processo variabile nello spazio, nel tempo, e nelle diverse culture (Osimo 2010a: 159-160).

Lo stesso segno produce quindi interpretanti diversi (soggettivi) in ogni persona: l’interpretante che media tra un oggetto e un segno in un soggetto sarà solo parzialmente assimilabile all’interpretante che media tra lo stesso oggetto e lo stesso segno in un altro soggetto (Osimo 2011: 27).

Ora, si è più volte sottolineato che il linguaggio della presa di note è particolarmente personale. E proprio nel personale meccanismo della significazione e nei personali interpretanti va ricercata la causa: ciò a cui istintivamente un segno rimanda nella mente di un interprete non è ciò a cui lo stesso segno rimanda nella mente di altri soggetti e interpreti. I segni della presa di note – ma ancor più i loro significati – derivano dalle personali esperienze dell’interprete, dagli stimoli a cui è soggetto, dagli input che accoglie (si tenga presente che si può prendere spunto da qualsiasi cosa). Derivano anche, banalmente, dalle sue conoscenze linguistiche. Ecco un esempio: nell’elenco di segni compilato per la presa di note, si è scelto di indicare «luogo», «territorio» con il simbolo di Google Maps che rappresenta la destinazione: (). Un interprete che ha tra le sue lingue attive (o passive) il tedesco potrebbe aver invece optato per la parola tedesca «Ort», che sicuramente offre altrettanta efficienza (rapidità di annotazione), ma talvolta non sufficiente efficacia (immediata significazione). O ancora: il segno che in musica rappresenta una pausa di un ottavo () può essere associato (per la somiglianza con le prime due lettere di «opportunità», «opportunity», «opportunité») a «opportunità», «possibilità», «chance», «occasion», mentre per un altro interprete potrà significare «pausa», «stallo», o qualcos’altro ancora, o nulla. O ancora: è dal logo della casa produttrice di ventilatori e climatizzatori Vortice che si è ottenuto il simbolo per «colpire», «ripercuotersi», «affecter»: ( ).

Dato che il processo di significazione tutto (ogni interpretazione di un segno in un interpretante, di un interpretante in un oggetto, di un oggetto in un interpretante e di un interpretante in un segno) è una traduzione, non potrà sfuggire a «una parziale perdita (residuo traduttivo) e [a] un’invarianza (coincidenza di senso) solo parziale» (Osimo 2017: 53). Questi passaggi semiotici e le relative perdite sono l’oggetto del prossimo e ultimo capitolo.

5

La traduzione intersemiotica nell’interpretazione consecutiva

In questo ultimo capitolo verranno introdotti il linguaggio interno di Lotman, il concetto di informazione invariante di Lûdskanov e la traduzione totale di Torop, per arrivare, infine, a una proposta di modello comunicativo per l’interpretazione consecutiva che tenga conto di tutti gli elementi utilizzati – in questo e negli scorsi capitoli – per analizzarne i meccanismi.

5.1 Lotman: il linguaggio interno

Jurij Mihailovič Lotman individua due tipi di canale comunicativo, rispettivamente determinati da due possibili direzioni della trasmissione di un messaggio: comunicazione Io-Egli e comunicazione Io-Io (2001: 112). Nella comunicazione tradizionale Io-Egli, un messaggio viene trasmesso da un soggetto Io, che possiede l’informazione, a un destinatario terzo Egli. Esiste però un secondo tipo di comunicazione, dove un soggetto Io comunica a sé stesso un’informazione già nota, ed è questo il caso della direzione Io-Io. L’annotazione in un diario dei propri stati d’animo costituisce un esempio di quella che Lotman definisce «autocomunicazione» (2001: 113). Questa autocomunicazione è resa possibile dal linguaggio Io-Io che, prima di Lotman, Vygotskij ha definito «discorso interno», un discorso muto – privo di vocalizzazione – che riduce le parole, trasformandole in segni di parole (Lotman 2001: 119-120; Osimo 2011: 68).

Riprendendo il modello della comunicazione di Jakobson, Lotman spiega che, nel sistema Io-Egli, variabili sono i due poli estremi del modello (mittente e destinatario), mentre codice e messaggio rimangono costanti. Nel sistema Io-Io, invece, il depositario dell’informazione rimane invariato – mittente e destinatario sono la stessa persona – ed è il messaggio che, riformulato, acquisisce un nuovo significato. Questo nuovo significato deriva dal fatto che il messaggio iniziale viene ricodificato in «un secondo codice supplementare, […] ricevendo così i connotati di un messaggio nuovo» (2001: 113). Ciò significa che si ha non più uno, bensì due messaggi, in due codici differenti. Inoltre, se nel sistema Io-Egli il mittente, nel trasmettere il messaggio a un altro destinatario, rimane immutato, nel sistema Io-Io il destinatario è il mittente ristrutturato (tramite l’autocomunicazione): il processo autocomunicativo trasforma l’Io (Lotman 2001: 114).

In altre parole, l’Io emittente è più giovane dell’Io ricevente, anche se può trattarsi di poche frazioni di secondo; ciò che conta è che non è più interamente la stessa persona, perché quel frammento d’esperienza in più l’ha modificata, ciò che permette l’evoluzione del senso e il dialogo intrasoggettivo. Tale dialogo, secondo Lotman, è l’unico ad aggiungere significato all’enunciato iniziale, poiché il suo scopo non è informare l’altro di qualcosa che al mittente era già noto, ma di stimolare sé stesso a formulare una visione più evoluta di qualcosa (Osimo 2011: 65).

Il linguaggio interno di Lotman è il linguaggio mentale personale che permette all’individuo di “tradurre” e comprendere la realtà esterna ed è fatto proprio delle rappresentazioni mentali di Peirce, gli interpretanti: è un «codice interno individuale e non condivisibile in quanto tale, non verbale, che permette a ciascuno di conoscere e riconoscere» (Osimo 2011: 95).

5.2 La traduzione intersemiotica

Nel suo saggio sugli aspetti linguistici della traduzione, Jakobson elabora «una concezione semiotica della traduzione» (Osimo 2010a: 14), distinguendo tre forme di interpretazione di un segno linguistico:

  1. traduzione endolinguistica o riformulazione, quando i segni linguistici sono tradotti in altri segni della stessa lingua;

  2. traduzione interlinguistica (traduzione propriamente detta), quando i segni linguistici sono tradotti in un’altra lingua;

  3. traduzione intersemiotica o trasmutazione, quando i segni linguistici sono tradotti per mezzo di sistemi di segni non linguistici (2002: 57).

Per meglio comprendere l’ultima tipologia di traduzione, basti pensare all’adattamento cinematografico di un romanzo o alla messa in musica di un componimento poetico. La traduzione intersemiotica è dunque un «processo che comport[a] un cambiamento di tipo di codice» (Osimo 2010a: 20). Cambiamento che può essere da un linguaggio non verbale a un altro linguaggio non verbale, da un linguaggio verbale a un altro linguaggio verbale, da un linguaggio verbale a un linguaggio non verbale (e allora è una traduzione «deverbalizzante») e da un linguaggio non verbale a un linguaggio verbale (e allora è una traduzione verbalizzante) (Lûdskanov 2008: 46; Torop 2010: 11).

Applicando questa distinzione ai processi coinvolti nell’interpretazione consecutiva, si può dire che in essa coesistono e si intersecano traduzione interlinguistica e traduzione intersemiotica. A livello di macrocontesto (comunicazione oratore-interlocutore) l’interprete svolge la funzione di canale comunicativo e traduce il messaggio dell’oratore da una lingua A in una lingua B perché possa essere compreso dal suo destinatario finale, effettuando così una traduzione interlinguistica. Invece, a livello di microcontesto (comunicazione interprete mittente-interprete destinatario), l’interprete traduce il messaggio dalla lingua A dell’oratore nel suo linguaggio della presa di note per poi tradurlo da quest’ultimo nella lingua B per il destinatario finale. In questo caso si hanno quindi due traduzioni intersemiotiche tra codici di tipo diverso: le lingue naturali A e B e il codice della presa di note.

La traduzione intersemiotica non comprende però solo le traduzioni tra linguaggi verbali e linguaggi non verbali, ma anche:

[…] ogni singolo atto di comprensione (passiva) o codifica (attiva), perché si dà per scontato che ciascuna codifica/decodifica necessita di una traduzione da/verso un discorso interno mentale [...] perché ciascun individuo pensi e decodifichi/produca un discorso (Osimo 2011: 215).

La traduzione intersemiotica sta dunque alla base della semiosi (che è una traduzione) e di qualsiasi processo traduttivo, comprese le prime due tipologie jakobsoniane di traduzione, endolinguistica (intralinguistica) e interlinguistica. Aleksandăr Lûdskanov afferma infatti che la traduzione interlinguistica non è altro che una serie di processi di traduzione intersemiotica, di passaggi «dal verbale al mentale e dal mentale al verbale» (Osimo 2008: XIII). E così anche la traduzione intralinguistica. Ma anche la lettura, la scrittura, l’ascolto e la produzione di un discorso sono processi traduttivi intersemiotici e tutti attraversano una fase mentale, fase fondamentale e intrinseca a «qualsiasi atto di significazione (e traduzione)» (Osimo 2017: 27; 95). Nella lettura e nell’ascolto si ha un processo di deverbalizzazione, dove il prototesto (insieme di segni scritti in un caso, orali nell’altro) è verbale e viene tradotto (decodificato) in un metatesto non verbale (fatto di interpretanti): «[l]a percezione delle parole lette [o ascoltate] diventa, in prima istanza, una serie d’interpretanti, elaborati poi nel linguaggio interno» (Osimo 2011: 94). Nella scrittura e nella produzione orale di un discorso si ha invece un processo di verbalizzazione: il prototesto è un insieme di segni mentali (non verbali), di interpretanti che vengono tradotti (codificati) in un metatesto verbale.

A questo punto, dal momento che la traduzione – qualsiasi traduzione – comporta «necessariamente un passaggio attraverso il codice mentale, non verbale, e quindi una trasmutazione semiotica» (Osimo 2011: 66), si deve riconsiderare quanto detto in merito ai passaggi traduttivi dell’interpretazione consecutiva. Questa si configura infatti come una serie di traduzioni intersemiotiche: l’interprete ascolta l’oratore e comprende il suo messaggio, effettuando una traduzione intersemiotica deverbalizzante dal linguaggio verbale A al linguaggio interno. Dopodiché produce un messaggio che annota sul blocco degli appunti, traducendo dal linguaggio interno al codice della presa di note. Quando arriva il momento di rendere il messaggio al destinatario finale, l’interprete rilegge il testo/appunti e lo traduce dal linguaggio della presa di note nel linguaggio interno. Infine compie una traduzione intersemiotica verbalizzante e, partendo dal linguaggio interno, formula il messaggio nel linguaggio verbale B del destinatario finale, l’interlocutore dell’oratore (o il suo pubblico).

La traduzione – e l’interpretazione consecutiva – consiste quindi in una serie di atti di codifica e decodifica:

Per «codifica» s’intende la rappresentazione di una certa informazione attraverso i mezzi messi a disposizione da una certa lingua, mentre per «decodifica» s’intende l’operazione opposta; in altre parole l’estrapolazione di una certa informazione da un messaggio codificato nella forma di una certa lingua (Lûdskanov 2008: 25).

Lûdskanov individua cinque livelli gerarchicamente ordinati nella struttura dei linguaggi naturali, che sono il livello grafico o fonetico (livello più superficiale), il livello semico, il livello morfologico, il livello sintattico e il livello semantico (livello più profondo) (2008: 24). La decodifica segue «passaggi successivi dal livello superficiale a quello profondo», quindi dal livello grafico o fonetico al livello semantico, mentre la codifica segue «passaggi successivi dal livello più profondo a quello superficiale», dal livello semantico al livello grafico o fonetico (Lûdskanov 2008: 55-56).

All’interno della traduzione intesa come processo, Lûdskanov distingue due fasi, una di analisi e una di sintesi. Queste due fasi rappresentano, rispettivamente, l’inizio e la fine del processo traduttivo, processo che «scorre tra due testi, [è] una relazione tra originale e traduzione» (Torop 2010: 25; 37). Va precisato che analisi e sintesi non si susseguono in modo lineare nella mente del traduttore: non rappresentano cioè «un ordine cronologico del lavoro del traduttore, ma rappresentano il suo orientamento, che ci permette di stabilire lo scopo complessivo della traduzione, la sua dominante» (Lûdskanov 2008: 55; Torop 2010: 37). Se infatti il processo di analisi è rivolto al prototesto e consiste nella sua decodifica e comprensione (significazione, attribuzione di senso), il processo di sintesi è rivolto al metatesto e al lettore della traduzione (o al consumatore del metatesto, quindi anche alla persona che ascolta un discorso) (Torop 2010: 37). Questo perché il traduttore (e quindi anche l’interprete) dovrà mettere in atto una strategia che definisca la sua dominante e il suo lettore modello, in modo da trasmettere un’informazione invariante e gestire quanto meglio possibile il residuo comunicativo.

5.3 Informazione invariante e residuo comunicativo

Peeter Torop introduce il concetto di «traduzione totale» e vi racchiude non solo la traduzione interlinguistica in senso stretto, ma tutti i tipi di traduzione (intralinguistica, metatestuale, intersemiotica, intertestuale, ecc.), aspirando a un modello unico, tassonomico e virtuale, che possa descrivere ogni processo traduttivo:

Tassonomico perché permette di descrivere tutti i tipi di traduzione possibili. Virtuale perché il processo traduttivo è sempre una relazione tra prototesto e metatesto, e l’attualizzazione concreta del modello è legata, da una parte, allo specifico del prototesto e ai fini del metatesto, e dall’altra è definita dalla presenza della personalità creativa del traduttore nel processo traduttivo (Torop 2010: 95).

Poiché non esiste traduzione – interlinguistica quanto meno – senza residuo comunicativo (senza cioè una perdita di parte del messaggio), la traduzione totale prevede una strategia traduttiva per la gestione di tale residuo: il traduttore deve in primo luogo individuare la dominante e il lettore modello del testo e della sua traduzione e, in secondo luogo, individuare quegli «elementi che, se necessario, vanno sacrificati pregiudicando quanto meno possibile l’integrità del testo» (Torop 2010: 78; 99). Gli elementi che non vengono tradotti nel metatesto (nella traduzione) andranno inseriti, per quanto possibile, nell’apparato metatestuale, ovvero nei testi che accompagnano la traduzione, completandola e agevolandone la decodifica, supplendo così «a ciò che non viene espresso direttamente nel testo tradotto» (Osimo 2010a: 27; 95). Sono esempi di metatesti le note, le postfazioni e i commentari, ma anche il titolo stesso di un testo.

Il processo traduttivo (e comunicativo) si configura quindi come processo di approssimazione il cui scopo è quello di «veicolare un’informazione invariante rispettando quella veicolata dal prototesto» (Lûdskanov 2008: 46). In altre parole, nel processo traduttivo c’è un prototesto, un messaggio fonte dell’informazione che il traduttore percepisce, decodifica, comprende, codifica e restituisce in un metatesto, e l’informazione contenuta nel metatesto «deve, per quanto possibile, essere invariante rispetto all’informazione contenuta [nel prototesto]» (Lûdskanov 2008: 41-42).

L’informazione invariante (la dominante) viene definita anche in base al lettore modello che ci si prefigura. È anche in funzione del lettore modello, infatti, che il traduttore definisce la dominante e il non-detto, l’implicito e di conseguenza il residuo:

Individuare la dominante di un testo – e decidere di conseguenza quale sia questo residuo – è legato anche alla prefigurazione del lettore modello. In funzione di un determinato lettore modello, il traduttore sceglie come dominante l’aspetto di quel dato testo che ritiene più importante, e tollera come residuo gli elementi che ritiene secondari (Osimo 2011: 102-103).

Il residuo è un dunque elemento inevitabile di qualsiasi passaggio comunicativo e traduttivo. Esso è dovuto al rumore semiotico, interferenza che si presenta potenzialmente in ogni scambio tra un mittente e un destinatario e quindi – nella traduzione interlinguistica – tra mittente e traduttore-ricevente prima e tra traduttore-mittente e lettore (destinatario finale) poi. Non solo: il semplice fatto che ogni traduzione (e comunicazione) attraversa una fase mentale con il suo linguaggio interno e la differenza stessa tra il linguaggio interno e il linguaggio verbale implicano un residuo. Il linguaggio interno infatti è «molto più veloce; molto più prontamente disponibile; molto più facilmente comprensibile dall’interno; molto più preciso» del linguaggio verbale e quindi molto più economico (Osimo 2010a: 34). Questo perché, mentre il linguaggio verbale è discreto (ha una sintassi lineare e si possono individuare i singoli elementi o unità che lo compongono), il linguaggio Io-Io è continuo: è fatto di pensieri che «sfumano uno nell’altro» e non sono circoscrivibili in singoli elementi distinti gli uni dagli altri (Osimo 2011: 20; 142). Così il linguaggio interno e il linguaggio verbale sono di «natura intrinsecamente e strutturalmente diversa» e qualsiasi traduzione tra i due linguaggi comporta inevitabilmente la perdita di una parte del messaggio, dunque un certo residuo comunicativo (Osimo 2011: 21).

Un altro aspetto da tenere in considerazione è che il linguaggio interno è fatto di interpretanti (rappresentazioni mentali della realtà esterna): questi sono per definizione personali e soggettivi e determinano, di conseguenza, la soggettività dei processi di semiosi e di interpretazione. La comunicazione (e la traduzione) presuppone la formulazione e la comprensione di un messaggio, che viene sottoposto a una codifica e a una decodifica. Codifica e decodifica vengono effettuate da due persone diverse, mittente e destinatario, che avranno ai rispettivi poli – come prototesto nel primo caso e come metatesto nel secondo caso – interpretanti soggettivi e dunque rappresentazioni mentali differenti di quello stesso messaggio:

Il residuo comunicativo è dovuto in parte – ed è una parte molto importante – proprio alla discrepanza tra le modalità di codifica dell’emittente e le modalità di decodifica del ricevente. In altre parole, il residuo comunicativo è dovuto alla discrepanza tra gli interpretanti dell’emittente e gli interpretanti del ricevente (Osimo 2011: 27).

Questo implica che ogni consumatore del metatesto, nella decodifica del messaggio avrà una perdita di informazione rispetto a quanto espresso dal mittente e quindi un residuo.

C’è poi il residuo dato dalla strategia narrativa dell’autore prima e dalla strategia traduttiva del traduttore poi, strategia volta alla scelta della dominante e del lettore modello del testo di cui si è parlato poc’anzi. Da non dimenticare infine il fatto che possono verificarsi casi in cui il traduttore ha un’insufficiente conoscenza linguistica e culturale, a causa della quale può estrapolare (in fase di analisi) solo una minore quantità d’informazione, generando così un ulteriore residuo (Lûdskanov 2008: 54).

5.4 Un modello della comunicazione per l’interpretazione consecutiva

Bruno Osimo rielabora il modello classico della comunicazione (emittente, ricevente, codice, canale, residuo, messaggio) mettendo in evidenza i vari passaggi intersemiotici e i residui via via generati nel processo traduttivo (2011: 153). Partendo da tale modello si propone qui un’analisi dell’interpretazione consecutiva che, come ogni processo comunicativo (e traduttivo), avviene tramite passaggi intersemiotici e che, come ogni processo comunicativo (e traduttivo), comporta un residuo.

Figura 5.1 Il linguaggio interno nell’interpretazione consecutiva

L’oratore ha preparato e pronuncia un discorso in una lingua A. Non è però riuscito (sia in fase di preparazione sia in fase di enunciazione) a convertire del tutto il materiale mentale in parole: si ha un primo residuo (R), dato dalla traduzione intersemiotica tra linguaggio mentale continuo e linguaggio verbale discreto (e dalla strategia comunicativa dell’oratore in funzione di una certa dominante e di un certo destinatario modello). Tra oratore e interprete-ricevente si presentano delle interferenze (rumori vari) che ostacolano la ricezione del messaggio e portano – potenzialmente – alla generazione di un secondo residuo (R₂). L’interprete-ricevente ascolta e, per comprendere il messaggio, lo decodifica: compie una traduzione intersemiotica deverbalizzante dal linguaggio verbale discreto al linguaggio interno continuo (fatto di interpretanti che differiscono dagli interpretanti dell’oratore), generando ulteriore residuo comunicativo che si decide qui di accorpare al residuo precedente (R₂). Bisogna ricordare che questa traduzione intersemiotica comprende già (almeno parzialmente) una traduzione interlinguistica in senso stretto: l’interprete svolge pur sempre la funzione di canale del macrocontesto e deve quindi trasferire i contenuti espressi nella lingua A dell’oratore in una lingua B per il destinatario finale. Ipotizzando che la lingua A sia la lingua “straniera” e che la lingua B sia la lingua madre dell’interprete, l’interprete potrebbe (in questa fase, ma anche in tutte quelle successive) avere difficoltà nella comprensione o compiere errori traduttivi, dovuti a una conoscenza incompleta della lingua “altra” (ma anche a lacune di ordine culturale), e accrescere quindi la mole del secondo residuo. Quanto detto per la traduzione da una lingua A straniera alla lingua B madre vale naturalmente anche per il processo inverso, ovvero per la traduzione dalla lingua madre a una lingua straniera.

Figura 5.2 L’interferenza nell’interpretazione consecutiva

Avendo compreso il messaggio dell’oratore per mezzo delle sue rappresentazioni mentali, l’interprete deve poi produrre un messaggio scritto per sé stesso. È l’autocomunicazione: l’interprete si fa mittente e compie una traduzione intersemiotica verbalizzante dal suo linguaggio interno (continuo) al suo linguaggio della presa di note (che è scritto e discreto). Ma poiché non tutto quello che ha elaborato nel linguaggio interno viene inserito nel testo/appunti si ha un terzo residuo (R₃) – sempre incrementato dalla discrepanza tra i suoi interpretanti e quelli dell’oratore e da una potenziale incompetenza (inter)linguistica, nonché dalla strategia traduttiva adottata. In questa fase (come in ogni atto comunicativo tra un mittente e un destinatario) si possono inoltre presentare delle interferenze (la penna mal funzionante, un foglio che si strappa inavvertitamente nel cambiare pagina) che possono andare a disturbare l’annotazione e ad accrescere ulteriormente il residuo (R₃).

Quando il discorso dell’oratore termina, giunge il momento per l’interprete di rileggere il testo/appunti, che viene sottoposto a una decodifica: l’interprete opera una traduzione intersemiotica deverbalizzante dal codice (discreto) della presa di note al linguaggio interno (continuo). Gli interpretanti che rappresentano mentalmente il messaggio in questa fase (interpretanti dell’interprete-produttore del discorso per l’interlocutore) non sono più gli interpretanti della fase di decodifica del discorso dell’oratore (interpretanti dell’interprete-ricevente del discorso). Va ricordato infatti che il linguaggio interno stesso attribuisce un nuovo significato al messaggio e che gli interpretanti sono entità provvisorie e locali: nell’ascoltare il discorso dell’oratore, l’interprete avrà approfondito in qualche modo la sua conoscenza della realtà e modificato le sue rappresentazioni mentali a riguardo. Nella fase di decodifica del testo/appunti, si possono poi presentare delle interferenze: un segno può risultare di difficile decodifica a causa dell’annotazione frettolosa o dell’impossibilità di ricordare un certo passaggio del discorso. L’interprete-lettore empirico si stacca dall’interprete-lettore modello per cui il testo/appunti è stato scritto e questo determina un quarto residuo (R₄).

Dopodiché, l’interprete effettua un’ultima traduzione intersemiotica – verbalizzante – dal suo linguaggio interno (continuo) alla lingua B (discreta) del destinatario finale, l’interlocutore (o pubblico). Ma anche qui parte del materiale mentale non arriva a essere espresso verbalmente e lascia così un quinto residuo (R₅), al quale non mancano di contribuire la potenziale incompetenza (inter)linguistica dell’interprete e le scelte determinate dalla strategia traduttiva. Tra interprete-mittente e destinatario finale del messaggio (come sempre tra un mittente e un destinatario) si possono poi interporre delle interferenze come rumori vari che coprono la voce dell’interprete, malfunzionamenti del microfono e differenze culturali. Queste interferenze generano un ulteriore residuo (R₆). Lo stesso destinatario finale della comunicazione nell’interpretazione consecutiva (l’interlocutore dell’oratore), per comprendere il messaggio, deve sottoporlo a una decodifica nel suo linguaggio mentale. Opera quindi una traduzione intersemiotica deverbalizzante dal linguaggio verbale discreto al suo linguaggio interno (continuo), accrescendo il residuo finale (R₆). Quest’ultimo residuo è dato anche, a sua volta, dalla differenza tra gli interpretanti del destinatario finale-interlocutore, gli interpretanti dell’interprete e gli interpretanti dell’oratore, nonché dallo scarto tra l’interlocutore come consumatore empirico del messaggio e l’interlocutore modello che invece l’interprete si è prefigurato nella sua strategia traduttiva.

L’interprete deve prevedere una gestione del residuo derivato da tutti i passaggi traduttivi dell’interpretazione consecutiva. Parte di questo residuo – nella traduzione scritta – può essere collocato nei metatesti, i testi che affiancano e trattano del testo principale. Nell’interpretazione consecutiva intesa a livello di macrocontesto (comunicazione oratore-interlocutore), è però difficile pensare a possibilità paratestuali per la gestione del residuo: il metatesto (testo principale) è costituito dalla traduzione orale dell’interprete, che non viene generalmente accompagnata da altri testi come avviene invece nel caso di un’opera scritta.

A livello di microcontesto (comunicazione dell’interprete con sé stesso), si può considerare invece la memoria come apparato paratestuale per la gestione di una parte del residuo. Del resto, anche la memorizzazione è un processo traduttivo, nel quale «si verificano trasformazioni di segni di un prototesto in segni di un altro codice conservando un’informazione invariante» (Lûdskanov 2008: 45). L’interprete non annota infatti tutte le informazioni del discorso nel suo testo/appunti, ma effettua una cernita sulla base delle possibilità tempistiche e anche sulla base delle sue conoscenze, individuando la dominante in funzione dell’interprete-lettore modello. Un esempio: se si parla di una decisione del Presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump, al cui noto disinteresse e ostruzionismo nei confronti delle tematiche ambientali si fa cenno in un inciso, l’interprete potrà appuntare ( Trump ) (che racchiude nel suo significato anche «Presidente degli Stati Uniti d’America») e rappresentare quell’inciso con due parentesi ( ( ) ), o inserire al più il simbolo di ambiente sbarrato tra le parentesi ( () ) (principio di negazione di Rozan) per aiutare la memoria a ricordare il tema dell’inciso. Si può dire quindi che la memoria, per l’interprete, funge da apparato metatestuale per una migliore decodifica e comprensione del testo/appunti, che viene integrato con le informazioni memorizzate e non annotate.

Conclusioni

L’interprete, nell’interpretazione consecutiva, fa affidamento su due strumenti: i suoi appunti e la sua memoria. E, considerata l’interpretazione consecutiva secondo i modelli della comunicazione, si possono distinguere due livelli comunicativi, macrocontesto e microcontesto. Nel macrocontesto, l’interprete è canale comunicativo tra oratore e interlocutore. Nel microcontesto, si può notare come l’interprete svolga diverse funzioni: è ricevente del messaggio dell’oratore, è mittente del messaggio scritto nel testo/appunti di cui è anche lettore modello e lettore empirico (quindi destinatario) ed è infine mittente del messaggio finale che verrà ascoltato dal vero destinatario del processo dell’interpretazione consecutiva, l’interlocutore o pubblico. L’interprete produce quindi due metatesti: il testo/appunti e le informazioni memorizzate. Se si considera il testo/appunti il testo principale, la traduzione, si può considerare la memoria come apparato paratestuale per esprimere ciò che non è stato riportato nel testo/appunti. Testo/appunti e testo memorizzato sono entrambi volti alla produzione del messaggio ultimo, il metatesto orale nella lingua dell’interlocutore.

Il testo/appunti è scritto in quello che si configura come un vero e proprio linguaggio, elaborato dall’interprete stesso. Malgrado l’intento iniziale di dichiarare quello della presa di note un linguaggio naturale al pari di inglese, tedesco, lingua dei segni e cinese, non si è potuto prescindere dalla caratteristica prima delle lingue naturali: il loro spontaneo sviluppo per la comunicazione tra membri di un gruppo. Il codice della presa di note condivide molti principi regolatori e strutturali con i linguaggi naturali, ne condivide la polisemia degli elementi e l’impossibilità di una traduzione interlinguistica basata su sostituzioni meccaniche tra equivalenti, ma non ne condivide il primo principio fondante: il linguaggio della presa di note resta artificiale nella sua genesi, elaborato consapevolmente dall’interprete e utile a lui solo, ai fini dell’autocomunicazione.

La creazione di questo linguaggio si spiega attraverso la semiosi peirciana e gli interpretanti, che ne determinano la singolarità – si può quasi dire che esista un linguaggio della presa di note per ciascun interprete e per ciascuno studente di mediazione linguistica. I segni del linguaggio della presa di note sono messi in relazione a oggetti della realtà esterna e alle idee mentali dell’interprete relative a quegli oggetti: sono scelti e dotati di significato proprio in funzione della loro capacità evocativa e quindi della loro stretta relazione con le esperienze dell’interprete e i suoi interpretanti.

L’interpretazione consecutiva e i passaggi in cui la medesima si articola pongono dunque il problema della distinzione tra linguaggio verbale (esterno) e linguaggio mentale (interno), tra linguaggio discreto e continuo. I ripetuti passaggi di codifica e decodifica, nonché i diversi linguaggi che si relazionano e vicendevolmente si traducono, comportano un residuo comunicativo – aumentato inoltre dal rumore semiotico e dalla strategia traduttiva dell’interprete. Il modello finale proposto, lungi dall’essere comprensivo di tutte le variabili presenti nell’interpretazione consecutiva, vuole semplicemente tirare le fila dell’analisi compiuta. Tale modello ricalca i modelli classici della comunicazione integrandoli con le figure presenti nell’interpretazione consecutiva, i concetti di residuo e interferenza, di linguaggio interno e dunque di traduzione verbalizzante e deverbalizzante.

Analizzare l’interpretazione consecutiva e la presa di note da un punto di vista semiotico potrebbe rivelarsi non solo interessante ma anche utile. Utile perché si mette in evidenza – e soprattutto si motiva – l’estrema soggettività della significazione dei simboli e delle associazioni segno-contenuto. Troppo spesso infatti lo studente, per pigrizia o per riverenza, si lascia affascinare e intimidire dai simboli proposti nei manuali e dai docenti, rinunciando allo sviluppo di un proprio sistema e sottovalutando il potenziale di segni che, elaborati e/o scelti da lui personalmente, possono rivelarsi estremamente più efficienti ed efficaci. Un linguaggio e un repertorio di segni messi a punto dallo studente in prima persona risponderebbero maggiormente al principio di adeguatezza, favorendo una più completa padronanza dell’autocomunicazione (la scrittura del testo/appunti e la sua lettura) e garantendo, di conseguenza, una migliore performance nel macrocontesto.

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1Traduzione italiana del titolo in Russo 1998: XXVI.

2Traduzione personale. In originale: «the ABC of consecutive note-taking» (Gillies 2004: 7).

3Traduzione personale. Nel testo consultato: «1. Noting the Idea Rather than the Word 2. The Rules of Abbreviation 3. Links 4. Negation 5. Emphasis 6. Verticality 7. Shift» (Rozan 2004: 15).

4Traduzione personale. Nel testo consultato: «A. The Symbols of Expression», «B. The Symbols of Motion», «C. The Symbols of Correspondence», «D. Symbols for Things» – in particolare, in merito all’ultima categoria, «symbols for concept words which recur most frequently» (Rozan 2004: 25-31).

Eh sì, anche l’autore è traduttore: Daniele Petruccioli, «Le pagine nere»

Tradurre significa non dover mai dire mi dispiace? Se siete in cerca di una raccolta di frasi fatte sulla traduzione, questo illuminante libro di Daniele Petruccioli non fa proprio per voi. Non fa per voi nemmeno se vi aspettate un testo scritto in “critichese”, il linguaggio dei critici letterari, acrobati dell’idioletto, funamboli dell’esibizionismo accademico.

Perché questo è un libro scritto da un traduttore non pretenzioso, che esprime con parole semplici concetti complessi ma alla portata di tutti. Un libro difficile da recensire perché verrebbe voglia di citarlo tutto – ma allora dove sarebbe la sintesi? Proverò dunque a proporre alle lettrici e ai lettori alcune citazioni sparse commentandole. Cominciamo da questa, tratta da pagina 35:

Lo scrittore «traduce da un mondo interiore… http://www.laltiero.it/eh-si-anche-lautore-traduttore/foto_petruccioli

Lotman: La questione dell’inquadratura, a cura di SaraBianca Mauri

Lotman: La questione dell’inquadratura

SARABIANCA MAURI

Fondazione Milano

Civica scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli»

via Francesco Carchidio 2  20144 MILANO

Relatore: professor Bruno OSIMO

Diploma in Mediazione linguistica

autunno 2017

 © Û.M. Lotman: «Semiotika kino i problemy kinoèstetiki» 1973

© SaraBianca Mauri per l’edizione italiana 2017

La traslitterazione dal russo è stata eseguita in conformità alla norma ISO/R 9:1995.

ABSTRACT IN ITALIANO

Si propone la traduzione del capitolo Problema kadra [La questione dell’inquadratura] del saggio Semiotika kino i problemy kinoèstetiki [La semiotica del cinema e le questioni dell’estetica filmica] di Ûrij Mihajlovič Lotman, in cui l’autore dà una sua definizione di «inquadratura filmica» presentandola come il mezzo grazie al quale è possibile discretizzare la realtà continua. Confermando la teoria di Lotman, nella prefazione si approfondiscono l’analisi dell’inquadratura intesa come parola del linguaggio filmico, le somiglianze tra il regista e il traduttore nell’approccio alla realizzazione di un film o alla traduzione di un testo, e l’analogia tra film e traduzione.

 

ENGLISH ABSTRACT

This work presents a translation of the chapter Problema kadra [The shot question] from the book Semiotika kino i problemy kinoèstetiki [Semiotics of the cinema and the film aesthetics questions] by Ûrij Mihajlovič Lotman, where the author gives his definition of “filmic shot”, presenting it as the way to make continuous reality discrete. Confirming Lotman’s theory, the foreword examines the notion of “shot” as word of the filmic language, the similarities between a film director and a translator when dealing with the realisation of a film or the translation of a text, and the analogy between film and translation.

 

РЕЗЮМЕ НА РУССКОМ ЯЗЫКЕ

В данной работе предоставлен перевод главы «Проблема кадра» из книги «Семиотика кино и проблемы киноэстетики» Юрия Михайловича Лотмана, где афтор представляет «кинокадр» как носитель дискретности в непрерывную реальность. Подтверждая теорию Лотмана, предисловие пересматривает понятие кадра как слово киноязыка, сходства между режиссёром и переводчиком занимающимися реализацией фильма или переводом текста, и аналогию между фильмом и переводом.

Sommario

  1. PREFAZIONE 4

1.1.  Introduzione 4

1.2.  L’inquadratura come la parola 4

1.3.  Il regista come il traduttore 6

1.4.  Il film come la traduzione di un testo 9

  1. TRADUZIONE 12
  2. RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI 31


 

1      PREFAZIONE

1.1    Introduzione

 

Il capitolo Problema kadra [La questione dell’inquadratura], oggetto di questa tesi, è tratto dal saggio Semiotika kino i problemy kinoèstetiki [La semiotica del cinema e le questioni dell’estetica filmica] di Ûrij Mihailovič Lotman, la cui prima edizione risale al 1973.

L’espressione «semiotica del cinema» fu coniata dal semiologo del film e teorico cinematografico francese Christian Metz, che la usò per la prima volta nell’articolo Le cinéma: langue ou langage?, pubblicato nel 1964 sulla rivista «Communications». In questo articolo, Metz propone un’analisi del cinema come linguaggio: le sue parole sono le immagini, che vengono scelte appositamente per trasmettere un messaggio.

In Problema kadra, Lotman si sofferma sul significato delle inquadrature nei film e sull’importanza del loro ruolo all’interno di una realtà discreta, costruita sul modello della realtà esterna.

 

«La vita filmica, a differenza della vita reale, costituisce una catena, “una serie di pezzi in fila” (Ėjzenštejn)» (Lotman 1973:45).

 

 

1.2    L’inquadratura come la parola

 

Le immagini che compongono un film sono le inquadrature. Una loro caratteristica fondamentale è la «capacità di diventare segni convenzionali, di trasformarsi da semplici impronte di una cosa a parole del linguaggio filmico» (Lotman 1973:53).

Inquadrare dà la possibilità di dare un confine alla realtà esterna, di ritagliarne un quadretto e isolarlo in modo da poterlo osservare senza essere distratti dall’ambiente che lo circonda. Il “pezzetto di mondo” viene selezionato in base all’elemento su cui è importante dirigere l’attenzione in un determinato momento, in una precisa circostanza.

Presa singolarmente, l’inquadratura «gode della libertà insita nella parola» (Lotman 1973:43): ha un significato proprio, che può variare ed essere interpretato diversamente a seconda delle inquadrature che la accompagnano e del contesto in cui è inserita. Se si unisce ad altre, può portare alla rappresentazione di una realtà che si scopre poco per volta e in cui ogni pezzetto è importante e necessario per completarla e, quindi, comprenderla. Il risultato della fusione di più inquadrature, ossia del montaggio, è «un’unità di senso complessa di livello più alto» (Lotman 1973:54), una visione d’insieme di cui si diventa consapevoli solo quando tutti i tasselli del puzzle sono stati fatti combaciare, come una frase che viene composta pian piano, soppesando ogni parola, e il cui senso è chiaro solo dopo averla letta dall’inizio alla fine.

«L’inquadratura entra nell’interezza del film conservando l’indipendenza del portatore di un significato separato» (Lotman 1973:54). Se riscriviamo questa frase sostituendo «inquadratura» con «parola», «interezza» con «contesto» e «film» con «testo», l’analogia tra il cinema e il linguaggio, proposta in primo luogo da Chirstian Metz, risulterebbe più che evidente: «La parola entra nel contesto del testo conservando l’indipendenza del portatore di un significato separato». Come le parole, quindi, le inquadrature hanno la capacità di modificare il loro significato a seconda del contesto e tramite la loro combinazione con altre.  Consideriamo, per fare un esempio, la storia, scritta, raccontata oralmente o filmica, di una donna che, per un motivo qualsiasi, recupera la vista dopo tanti anni. In un testo scritto o orale, la narrazione sarà probabilmente interrotta per dare spazio alla descrizione dettagliata della prima cosa che la donna vede, usando delle parole che diano particolare enfasi alle caratteristiche prettamente visive. In un film, invece, a meno che non si scelga di inserire una voce fuoricampo che spieghi verbalmente le immagini mostrate, il modo più efficace che si ha per far notare un dettaglio è inquadrarlo, quindi ritagliarlo e mostrare solo quello sullo schermo. Nel caso in cui la prima cosa che la protagonista vede siano le mani, si potrebbe decidere di inquadrare le mani e lo spettatore si accorgerebbe, insieme alla donna che recupera la vista, dei particolari invisibili agli altri quattro sensi (come la colorazione della pelle, le eventuali macchie senili, il colore dello smalto e così via). In questo contesto, la scelta di soffermarsi sulla descrizione verbale delle mani o di inquadrarle non conferisce importanza alle mani in quanto tali, ma al fatto che la donna sia finalmente riuscita a vederle. «Da questo deriva una conclusione essenziale: durante la trasformazione dello spazio sconfinato in un’inquadratura, le immagini diventano dei segni e possono denotare non solo quello di cui sono il riflesso visibile» (Lotman 1973:53).

L’inquadratura, come sostiene Lotman, si può dunque considerare la parola del linguaggio filmico, dal momento che è: l’«unità minima del montaggio», come la parola è l’“unità minima” della frase; l’«unità fondamentale della composizione della narrazione filmica», come la parola è l’“unità fondamentale” della composizione della narrazione scritta e orale; l’«unitarietà degli elementi intrainquadraturiali», come la parola è l’“unitarietà” degli elementi da cui è formata; l’«unità del significato filmico», come la parola è l’unità del significato verbale.[1]

 

 

1.3    Il regista come il traduttore

 

«Soltanto nel momento in cui il cinema ha posto il montaggio alla base del proprio linguaggio artistico, la scomposizione in inquadrature è diventata un elemento fondamentale senza il quale i creatori del film non possono costruire il loro messaggio e il pubblico non può recepirlo.» (Lotman 1973:47).

La trasformazione del mondo visibile continuo (senza interruzioni) nel mondo filmico discreto (scomposto in inquadrature) avviene per mano del regista.  Il regista osserva l’immenso vocabolario della realtà visibile e sceglie, nell’infinità di parole, quelle che, secondo lui, sono indispensabili alla realizzazione del “messaggio filmico” che vuole trasmettere agli spettatori. Mediante le inquadrature, compone una sua visione del mondo e, allo stesso tempo, dà allo spettatore i mezzi per comprenderla. Il regista si comporta, quindi, come un traduttore linguoculturale che seleziona accuratamente le parole da usare nella sua traduzione per far sì che i lettori del metatesto, ricevano lo stesso messaggio dei lettori del prototesto. Detto altrimenti, il suo compito – del regista come del traduttore – consiste nel trasformare un mondo, che funge da modello, in un mondo altro, sconosciuto a spettatori e lettori, cercando di farlo comprendere a un pubblico non consapevole dell’idea originaria che aveva permesso la trasfigurazione del mondo-modello. Questa “idea originaria” è la base su cui si fonda il processo di traduzione – sia da un testo all’altro che dalla realtà esterna alla realtà filmica -, poiché è, insieme, il punto di partenza e il punto d’arrivo che bisogna tenere sempre presente quando si traduce, ovvero il messaggio che si vuole trasmettere.

Un esempio concreto è quello di Inside Out, recente film d’animazione firmato Disney Pixar, la cui protagonista viene mostrata, in un flashback, nei momenti della sua infanzia in cui ha provato per la prima volta gioia, tristezza, disgusto, rabbia e stanchezza. Per la scena del disgusto, si è scelto di “inquadrare” la bambina davanti a un piatto di broccoli, una verdura di cui i bimbi americani (come si evince dai tanti film con protagonisti bambini) farebbero volentieri a meno. Nella versione del film doppiata in giapponese, però, il regista Pete Docter, proponendosi anche come mediatore culturale, ha deciso di mostrare, al posto dei broccoli, dei peperoni verdi. In Giappone, infatti, i bambini adorano i broccoli, mentre sono i peperoni verdi il cibo “più odiato dai bambini”.

Questo esempio dimostra quanto sia importante, per un regista, far arrivare il messaggio e non soffermarsi solo su un’immagine semplicemente perché “è bella da vedere”.

 

«“We learned that some of our content wouldn’t make sense in other countries […] For example, in Japan, broccoli is not considered gross. Kids love it. So we asked them, What’s gross to you? They said green bell peppers, so we remodeled and reanimated three separate scenes replacing our broccoli with green peppers” [Abbiamo saputo che alcuni dei nostri contenuti non avrebbero avuto senso in altri paesi. Per esempio, in Giappone i broccoli non sono considerati disgustosi. I bambini li adorano. Allora abbiamo chiesto loro: “Cos’è disgustoso per voi?”. Hanno detto i peperoni verdi, perciò abbiamo rimodellato e rianimato tre scene separate sostituendo i nostri broccoli con dei peperoni verdi”]» (Pete Docter a «businessinsider.com»).

 

Il regista, nel trasmettere un messaggio, diventa un mediatore culturale tanto quanto un traduttore che analizza e sceglie quale parte della realtà conosciuta dai lettori del metatesto è in grado di sostituire la parte della realtà conosciuta dai lettori del prototesto (ma non dai lettori) senza alterare il significato che l’autore del prototesto vuole conferirle. In sintesi, sia il traduttore che il regista tramite, rispettivamente, le parole e le inquadrature – adattano i contenuti di una mente a quelli di un’altra in modo che entrambe capiscano la medesima cosa. Naturalmente, questo processo di adattamento non è unico e universale, ma diverso per ogni regista o traduttore. Per adattare una realtà all’altra, infatti, i “mediatori” devono prima decodificarla e poi ricodificarla in base alle proprie esigenze, ma anche secondo i propri gusti.

Durante la decodifica, un regista scompone il mondo che vede in inquadrature; poi, durante la ricodifica, combina le inquadrature tra di loro a suo piacimento per creare il suo messaggio. Quindi, in un primo momento, il regista rende discreta la realtà continua con la suddivisione in inquadrature, dopodiché, mediante il montaggio – che «non è la somma di due inquadrature, ma la loro fusione» (Lotman 1973:54) – e, di conseguenza, tramite la realizzazione del film, “compone un puzzle” costruendo una nuova realtà sulla base della vecchia, resa discreta. Lo stesso vale per il traduttore di un testo: decodificando il testo nella cultura emittente, isola tutte le parole in modo da poterle analizzare meglio e lo rende, quindi, discreto. Successivamente, ricodifica il testo a suo piacimento creandone uno nuovo che conserva lo stesso significato del vecchio, ma non lo stesso aspetto.

Come il regista “si comporta” da traduttore, anche il traduttore si comporta da regista. Il traduttore, infatti, è il regista delle variazioni del prototesto: nella realizzazione di un film, il regista è la figura che, partendo dall’idea (solitamente) di un altro, sceglie quale parte di quel mondo inquadrare, come inquadrarla e quale escludere e, “rifondendole” tra loro, fornisce una visione propria della creazione originale. Allo stesso modo, il traduttore, durante la traduzione, seleziona le parole chiave dei concetti pensati dall’autore del prototesto, dopodiché le riunisce, secondo le regole grammaticali e di senso della sua lingua, in una sua interpretazione dei significati del prototesto.

Il frutto della creatività di un regista-traduttore è un mondo simile all’originale, una realtà che ricorda il suo modello e ne porta il messaggio, ma non presenta tutti i suoi elementi, un mondo filmico di cui «l’illusione della realtà […] è la (sua) proprietà intrinseca» (Lotman 1973:41).

 

 

1.4    Il film come la traduzione di un testo

 

«Qualsiasi immagine avente nella vita reale un’estensione spaziale nei film si può costruire come una catena temporale, spezzettandola in inquadrature e ordinandole in una sequenza» (Lotman 1973:43).

Un metatesto risultato di una traduzione – ossia una testo tradotto il cui prototesto è stato composto in una lingua e poi rielaborato in un’altra con lo scopo di consegnare ai lettori del metatesto il messaggio presente nel prototesto – è paragonabile a un film tratto da un libro. Solo una persona che vede il film dopo aver letto il libro da cui è stato tratto si accorge che alcuni episodi, alcune parti della realtà rappresentata nel libro sono state modificate e tramutate in scene somiglianti alle originali o “tagliate via” durante la realizzazione del film. In maniera analoga, solo una persona che legge un testo sia in lingua originale che in una lingua in cui è stato tradotto è in grado di rilevare le variazioni effettuate dal traduttore durante la traslazione del significato del prototesto al metatesto; può, cioè, individuare le parole il cui traducente letterale è stato sostituito con un’altra parola dello stesso campo lessicale e unita ad altre in modo da comporre una frase che avesse, nella cultura ricevente, lo stesso senso della frase nella cultura emittente.

Il metatesto sarà, quindi, per questo tipo di spettatori o lettori, una copia approssimativa del prototesto, in cui emerge comunque il senso generale originale. Al contrario, per chi conosce solo il risultato finale della traduzione – da testo A a testo B o da libro a film e così via –, tale risultato è l’unica realtà esistente. Lo stesso vale per gli “abituati al cinema”, che, pur essendo consapevoli dell’illusione della realtà, si lasciano consciamente ingannare per godersi una visione del mondo diversa dalla solita. «Solo la nostra abitudine al cinema ci induce a non notare come si trasforma il mondo visivo a cui siamo abituati sotto l’influenza del fatto che tutta la sua illimitata sconfinatezza trova posto nella superficie piatta e rettangolare dello schermo» (Lotman 1973:49).

Sulla base di quest’ultima citazione è possibile parlare di analogia tra film e traduzione anche in una comparazione tra realtà esterna e realtà filmica: in Problema kadra, Lotman mostra il mondo filmico come un versione discreta della realtà continua, poiché spezzettato in inquadrature. Quando un regista divide il mondo in quadratini per decidere quale usare nel suo film, traduce la realtà per adattarla allo schermo. Il film è quindi la traduzione della realtà esterna in una realtà altra che, pur non avendo tutte le sue caratteristiche (in primo luogo, la continuità), ne conserva la parte più importante: il significato. Grazie al film è possibile tradurre un mondo solo immaginabile in un mondo visibile che, da una parte, ricorda il mondo reale poiché per realizzarlo si usano, come modelli, gli elementi del mondo reale, e che, dall’altra, è il “portatore di significati” che nella realtà esterna non esistono o non possono esistere. «Il mondo filmico è il mondo a noi visibile, a cui è stata conferita discretezza. Il mondo, scomposto in pezzetti ognuno dei quali gode di una certa autonomia da cui scaturisce la possibilità di creare combinazioni polimorfe laddove nel mondo reale non sono possibili, diventa il mondo artistico visibile» (Lotman 1973:42).

Potrebbe essere proprio la discretezza del “mondo artistico visibile” a permettere la traduzione dalla realtà esterna nella realtà filmica. Nel mondo reale, infatti, non ci sono confini, perciò quello che vediamo quando guardiamo fuori dalla finestra è tutto quello che c’è fuori dalla finestra. L’interezza del mondo visibile può essere limitata solo da un medium che impedisce alla vista di proseguire l’esplorazione dell’immensità circostante. (Medium che potrebbe essere l’obbiettivo di una macchina fotografica, gli stipiti delle finestre o anche una persona altissima che si siede davanti a noi al cinema e ci copre metà dello schermo). Nel mondo visibile reale non c’è un’interruzione, non c’è uno “spazio vuoto” che si può sperare di riempire con un’altra parte di mondo, “interrotta” anche questa. È come è e non si può cambiare. Lo stesso vale per la versione definitiva di un testo già completo, in cui non è possibile aggiungere, togliere né cambiare qualcosa. Tuttavia, mediante la scomposizione in inquadrature della realtà visibile o la decodifica di un testo in una lingua straniera, è possibile rendere discreto il continuo “confinandolo” in rettangoli di schermo o singole parole, che, proprio come i tasselli di un puzzle, saranno successivamente riordinati uno alla volta, lasciando, nel processo, degli spazi vuoti che potranno essere colmati nel tentativo di ripristinare l’interezza, ossia la continuità.

 

«Граница — механизм ПЕРЕВОДа текстов чужой семиотики на язык «нашей», место трансформации «внешнего» во «внутреннее», это фильтрующая мембрана, которая трансформирует чужие тексты настолько, чтобы они вписывались во внутреннюю семиотику семиосферы [Il confine è un meccanismo di traduzione di testi di una semiotica altra nel linguaggio “nostro”, un luogo di trasformazione dell’“esterno” in “interno”, è una membrana di  filtraggio che trasforma testi altri in modo che si inseriscano nella semiotica interna della semiosfera] […]» (Lotman 1992:256).

 

Proprio come, durante la traduzione di un testo da una lingua all’altra, trovare il traducente adatto di alcune parole non è sempre indispensabile alla preservazione del senso generale del testo, così anche mentre si guarda un film non è necessario capire il motivo della scelta di ogni inquadratura per ricavarne il messaggio. L’importante è riuscire a cogliere il significato dell’insieme delle parole o delle inquadrature. Una volta capito questo, diventa possibile anche la graduale comprensione del valore attribuito alle singole unità del linguaggio usato.

 

But in the cinema the units—or rather, the elements —of signification that are present together in the image are too numerous and too continuous: Even the most intelligent viewer cannot discern them all. On the other hand it is sufficient to have generally understand the main elements to grasp the approximate, overall, and yet relevant meaning of the whole: Even the dimmest spectator will have roughly understood. [Tuttavia nel cinema le unità – o piuttosto, gli elementi – di significazione che sono presenti insieme nell’immagine sono troppo numerosi e troppo continui: nemmeno l’osservatore più acuto/intelligente può distinguerli tutti. Dall’altra parte, è sufficiente comprendere nel complesso gli elementi principali per cogliere il significato approssimativo, generale, eppure rilevante dell’intero: persino lo spettatore più ottuso avrà più o meno capito]» (Metz 1991:89).

 

 

2      TRADUZIONE

 

ГЛАВА ВТОРАЯ.

ПРОБЛЕМА КАДРА

CAPITOLO 2.

LA QUESTIONE

DELL’INQUADRATURA

Мир кино предельно близок зримому облику жизни. Иллюзия реальности, как мы видели, – его неотъемлемое свойство. Однако этот мир наделен одним довольно странным признаком: это всегда не вся действительность, а лишь один ее кусок, вырезанный в размере экрана. Мир объекта оказывается поделенным на видимую и невидимую сферы, и как только глаз кинообъектива обращается к чему-либо, сейчас же возникает вопрос не только о том, что он видит, но и о том, что для него не существует. Вопрос о структуре заэкранного мира окажется для кино очень существенным. То, что мир экрана – всегда часть какого-то другого мира, определяет основные свойства кинематографа как искусства. Не случайно Л. Кулешов в одной из своих работ, посвященных практическим навыкам киноработы, советовал тренировать свое зрение, глядя на предполагаемые объекты съемки через лист черной бумаги, в которой вырезано окошко в пропорции кинокадра. Так возникает существенное различие между зримым миром в жизни и на экране. Il mondo del cinema è strettamente legato all’aspetto visibile della vita. L’illusione della realtà, come abbiamo visto, è la sua proprietà intrinseca. Tuttavia questo mondo presenta un segno distintivo alquanto strano: non è mai tutta la realtà, ma un suo pezzo, ritagliato in base alle dimensioni dello schermo. Il mondo oggettuale si mostra diviso in quello che si vede e quello che non si vede, e non appena l’occhio della cinepresa viene puntato verso qualcosa, si solleva subito la questione relativa non solo a quello che vede, ma anche a quello che per lui non esiste. La questione della struttura del mondo extraschermico per il cinema è molto sostanziale. Il fatto che il mondo dello schermo è sempre una parte di qualche altro mondo determina le proprietà fondamentali del cinema come arte. Non a caso Kulešov, in una delle sue opere incentrate sulle tecniche di ripresa cinematografica, consigliava di allenare la vista guardando ipotetici oggetti di scena attraverso un foglio di carta nero in cui è stata ritagliata una finestrella delle proporzioni di un fotogramma. In questo modo emerge la differenza sostanziale tra il mondo visibile nella vita e sullo schermo.
Первый не дискретен (непрерывен). Если слух членит слышимую речь на слова, то зрение видит мир “одним куском”. Мир кино – это зримый нами мир, в который внесена дискретность. Мир, расчлененный на куски, каждый из которых получает известную самостоятельность, в результате чего s возможность многообразных комбинаций там, где в реальном мире они не даны, становится зримым художественным миром. В киномире, разбитом на кадры, появляется возможность вычленения любой детали. Кадр получает свободу, присущую слову: его можно выделить, сочетать с другими кадрами по законам смысловой, (32) а не естественной смежности и сочетаемости, употреблять в переносном – метафорическом и метонимическом – смысле. Il primo non è discreto (è continuo). Se da una parte l’udito scompone in parole il discorso ascoltato, dall’altra la vista vede il mondo “come un unico pezzo”. Il mondo filmico è il mondo a noi visibile, a cui è stata conferita discretezza. Il mondo, scomposto in pezzetti ognuno dei quali gode di una certa autonomia da cui scaturisce la possibilità di creare combinazioni polimorfe laddove nel mondo reale non sono possibili, diventa il mondo artistico visibile. Nel mondo filmico, spezzettato in inquadrature, c’è la possibilità di isolare qualsiasi dettaglio.  L’inquadratura gode della libertà insita nella parola: può essere separata, combinata con altre in base alle regole di contiguità e compatibilità di senso (32) e non naturale, e usata in senso traslato, sia metaforico che metonimico.
Кадр как дискретная единица имеет двойной смысл: он вносит прерывность, расчленение и измеряемость и в кинопространство, и в киновремя. При этом, поскольку оба эти понятия измеряются в фильме одной единицей – кадром, они оказываются взаимообратимыми. Любую картину, имеющую в реальной жизни пространственную протяженность, в кино можно построит как временную цепочку, разбив на кадры и расположив их последовательно. Только кино – единственно из искусств, оперирующих зрительными образами, – может построить фигуру человека как расположенную во времени фразу. L’inquadratura come unità discreta ha un duplice senso: introduce frammentarietà, smembramento e misurabilità sia nello spazio che nel tempo filmico. Infatti, poiché nei film entrambi questi concetti si misurano con la stessa unità – l’inquadratura –, questi concetti sono interconvertibili. Qualsiasi immagine avente nella vita reale un’estensione spaziale nei film si può costruire come una catena temporale, spezzettandola in inquadrature e ordinandole in una sequenza. Solo il cinema, l’unica arte operante con le forme spettatoriali, può costruire la figura di una persona come una frase disposta nel tempo.
Изучение психологии.восприятия живописи и скульптуры показывает, что и там взгляд скользит по тексту, создавая некоторую последовательность “чтения”. Однако членение на кадры вносит в этот процесс нечто принципиально новое. Во-первых строго и однозначно задается порядок чтения, создается синтаксис. Во-вторых, этот порядок подчиняется не законам психофизиологического механизма, а целеположенности художественного замысла, законам языка данного искусства. Lo studio della psicologia della percezione della pittura e della scultura mostra che anche in quelle arti lo sguardo scivola lungo il testo creando una sequenza di “lettura”. Tuttavia, la scomposizione in inquadrature apporta a questo processo qualcosa di nuovo in linea di principio. Innanzitutto l’ordine della lettura è stabilito in modo rigoroso e monosegnico, si crea una sintassi. In secondo luogo, tale ordine segue le leggi non di un meccanismo psicofisiologico, ma della finalità del proposito artistico, le leggi del linguaggio di quest’arte.
Одним из основных элементов понятия “кадр” является граница художественного пространства. Таким образом, еще до того, как мы определим понятие кадра, мы можем выделить самое существенное: воспроизводя зримый и подвижный образ жизни, кинематограф расчленяет его на отрезки. Это членение многообразно: для создающих ленту это членение на отдельные кадрики, которые при демонстрации фильма сливаются так же, как при чтении стихов стопы сливаются в слова (стопы, метрические единицы стиха, тоже не существуют для рядового слушателя как осознанные единицы). Для зрителя это – чередование кусков изображения, которые, несмотря на отдельные изменения внутри кадра, воспринимаются как единые. Uno degli elementi fondamentali del concetto di «inquadratura» è il confine dello spazio artistico. Quindi, ancor prima di definire il concetto di inquadratura, possiamo individuare la parte più sostanziale: riproducendo la forma visibile e mobile della vita, il cinema la articola in sezioni. Questa scomposizione è polimorfa: per i creatori della pellicola è un’articolazione in inquadrature separate che, durante la proiezione del film, si fondono proprio come, durante la lettura di una poesia, i piedi si uniscono in parole (i piedi, unità metriche della poesia, per l’ascoltatore ordinario come unità consapevoli non esistono nemmeno). Per lo spettatore è un’alternanza di pezzi d’immagine, che, nonostante le singole modifiche all’interno dell’inquadratura, sono percepiti come unici.
Границу кадра часто определяют как линию склейки режиссером одного сфотографированного эпизода с другим. Фактически именно это утверждал молодой С. Эйзенштейн, когда писал: “Кадр – ячейка (33) монтажа”. [1] И дальше: “Если уж с чем-нибудь сравнивать монтаж, то фалангу монтажных кусков “кадров” – следовало бы сравнить с серией взрывов двигателя внутреннего сгорания, перемножающихся в монтажную динамику “толчками” мчащегося автомобиля или трактора”. [3] Il confine dell’inquadratura spesso è definito come la linea dell’incollatura, da parte del regista, di un episodio fotografato a un altro. In pratica il giovane Ėjzenštejn affermava proprio questo quando scriveva: «L’inquadratura è la cellula (33) del montaggio». [2] E ancora: «Se si vuole paragonare il montaggio a qualcosa, a una falange di pezzi di “quadri”, lo si dovrebbe paragonare a una serie di esplosioni del motore a combustione interna, moltiplicate nella dinamica del montaggio dagli “scossoni” di un’automobile o di un trattore». [4]
Однако при всем огромном значении монтажа (о нем будет дальше специальный разговор) видеть границу кадра только в монтажном соединении будет преувеличением. Вернее сказать, что развитие монтажа прояснило понятие кадра, сделало явным то, что скрыто присутствовало в художественной ленте любого типа. Tuttavia, nonostante l’enorme importanza del montaggio (di cui si parlerà più avanti nello specifico), vedere il confine dell’inquadratura solo nell’unificazione del montaggio sarebbe un’esagerazione. Per meglio dire, lo sviluppo del montaggio ha chiarito il concetto di inquadratura, ha svelato quello che c’era di nascosto in una pellicola artistica di qualsiasi tipo.
Если сопоставить движение событий в жизни и на экране, то, при бросающемся в глаза и демонстративном сходстве, внимательный наблюдатель заметит ” различие: события в жизни следуют непрерывным потоком, на экране же, даже при отсутствии монтажа; действие будет образовывать как бы сгустки, между которыми окажутся пустоты, заполняемые поступками-связками. Уже на этом уровне киножизнь, в отличие от жизни действительной, представляется цепочкой “рядом стоящих кусков” (Эйзенштейн). Но этим сегментация не кончается: на то, что мы видим, накладывается сетка осмысления. Зная, что перед нами художественный рассказ, то есть цепь знаков, мы неизбежно расчленяем поток зрительных впечатлений на значимые элементы. Se si compara l’andamento degli eventi nella vita e sullo schermo, nonostante una somiglianza a occhio dimostrativa, l’osservatore attento nota una differenza: gli eventi nella vita, sullo schermo, seguono un flusso continuo persino in assenza di montaggio; l’azione formerà come dei coaguli tra cui ci saranno degli spazi vuoti che verranno riempiti con atti-copule. Già a questo livello, la vita filmica, a differenza della vita reale, costituisce una catena, “una serie di pezzi in fila” (Ėjzenštejn). Ma la segmentazione non si ferma qui: a quello che vediamo si sovrappone una rete di attribuzione del senso. Sapendo che davanti a noi c’è il racconto artistico, ovvero la catena dei segni, inevitabilmente noi smembriamo il flusso di impressioni spettatoriali in elementi significativi.
Позволим себе сравнение: возьмем некоторую фразу и запишем ее на магнитофонную ленту и при помощи букв – на бумагу. Запись на ленте будет состоять из вариантов фонем. Каждая фонема может быть нами отчетливо выделена, но границы между ними будут незаметны, смазаны (изучение осциллограмм речи убеждает, что на этом уровне вообще провести четкую границу между тем, где кончается одна фонема и начинается другая, практически невозможно). Иное дело написанная фраза: здесь границы между буквами отчетливы и бесспорны. Наше сознание на “магнитофонную ленту” мелькающего на экране изображения накладывает сетку осмысления. Это внутренне присущее всякому кинематографу членение стало осознанным, когда в результате работы ряда практиков и теоретиков кино было понято значение монтажа. Огромную роль сыграла здесь советская кинематография 1920-х годов. Facciamo un confronto: prendiamo una frase e registriamola su un nastro magnetico e, aiutandoci con le lettere, su carta. La registrazione sul nastro sarà costituita da varianti di fonemi. Ciascun fonema può essere da noi distintamente individuato, ma i confini tra loro saranno impercettibili, sfumati (lo studio degli oscillogrammi del discorso assicura che, a questo livello, tracciare un confine netto tra il punto in cui termina un fonema e quello in cui ne inizia un altro è praticamente impossibile).  La frase scritta è un’altra cosa: qui i confini tra le lettere sono distinti e indiscutibili. La nostra coscienza applica al “nastro magnetico” di immagini sfarfallanti sullo schermo una rete di attribuzione del senso. Questa scomposizione interna insita in ogni film è diventata consapevole quando, in seguito al lavoro di una serie di teorici del film e di cineasti, è stata compresa l’importanza del montaggio. Qui ha svolto un ruolo enorme il cinema sovietico degli anni Venti.
Естественное членение киноповествования на сегменты можно сопоставить с членением текста театральной постановки. Театральный текст делится на сегменты, отгороженные один от другого антрактами и занавесом, – действия. Здесь сегментация явная, выраженная перерывами в художественном времени. Современный кинематограф, с того момента как он освободился от театрального языка и выработал свой собственный, такого разделения не знает (исключение составляет лишь членение кинотекста на серии; даже если серии демонстрируются подряд, повторяющиеся в начале каждой новой серии титры привносят перерыв времени художественного повествования, аналогичный антракту). Однако театральный текст сегментируется не только на действия, но и на явления. Переход от явления к явлению на сцене происходит не скачком, а непрерывно, сохраняя видимость сходства с течением событий в жизни. Но каждое новое явление приносит сгусток действия, представляя собой организованное целое с явными структурными границами. И если на сцене эти границы выражаются лишь понижением напряжения действия, переходом к новому действию и т. д., то есть реализуются в категориях содержания, то в печатном тексте пьесы (который выступает по отношению к ней как метатекст, словесное описание несловесного действия) явления разделены графически: пробелами, типографскими заглавиями и пр. La scomposizione naturale in segmenti della narrazione filmica si può comparare con la scomposizione del testo di una messa in scena teatrale. Il testo teatrale si divide in segmenti separati l’uno dall’altro dagli entracte e dal sipario: gli atti. Qui la segmentazione è evidente, espressa dalle pause nel tempo artistico. Il cinema moderno, dal momento in cui si è liberato del linguaggio teatrale e ne ha elaborato uno proprio, non ha questa separazione (la sola eccezione è la scomposizione del testo filmico in serie; anche se le serie vengono mostrate una dopo l’altra, i titoli di testa che si ripetono all’inizio di ogni nuova serie introducono una pausa del tempo della narrazione artistica che è analoga all’entracte). Tuttavia il testo teatrale è segmentato non solo in atti, ma anche in avvenimenti. La transizione da avvenimento ad avvenimento sul palco non accade in modo brusco, ma continuo, conservando la parvenza della somiglianza con il corso degli eventi nella vita. Ma ogni nuovo avvenimento porta un coagulo d’azione che costituisce un insieme organizzato con confini strutturali netti. E se sul palco questi confini sono espressi solo abbassando la tensione dell’azione, dal passaggio all’azione successiva e così via – ovvero si realizzano in categorie di contenuto – nel testo stampato della pièce (che sta a lei come il metatesto sta al prototesto, descrizione verbale dell’azione nonverbale) gli avvenimenti sono distaccati graficamente: con spazi, titoli tipografici e così via.
Аналогия с членением киноповествования здесь прямая. Сыгранная жизнь (в интересующем нас аспекте) отличается от подлинной жизни ритмической расчлененностью. Эта ритмическая расчлененность составляет основу деления текста кино на кадры. Вместе с тем, такая расчлененность имеет скрытый, спонтанный характер. Только с того момента, как кино положило в основу своего художественного языка монтаж, (35) членение на кадры стало осознанным элементом, без которого создатели фильма не могут строить свое сообщение, а аудитория – восприятие. Однако монтаж играет в “языке кино” столь большую роль, что ему следует посвятить специальное рассуждение. L’analogia con la scomposizione della narrazione filmica qui è diretta. La vita recitata (sotto l’aspetto che ci interessa) si differenzia dalla vita autentica per la compartimentazione ritmica. Questa compartimentazione ritmica è la base della divisione del testo filmico in inquadrature. Al tempo stesso tale compartimentazione ha un carattere nascosto, spontaneo. Soltanto nel momento in cui il cinema ha posto il montaggio (35) alla base del proprio linguaggio artistico la scomposizione in inquadrature è diventata un elemento fondamentale senza il quale i creatori del film non possono costruire il loro messaggio e il pubblico non può recepirlo. Tuttavia nel “linguaggio del cinema” il montaggio svolge un ruolo talmente importante che bisognerebbe dedicargli una riflessione specifica.
Итак, во времени кадр отделен от последующего я предшествующего, и стык их образует особый, присущий, в первую очередь, именно кино, монтажный эффект. Но кадр – понятие не статическое, это не неподвижная картина, смонтированная со следующей за ней, также неподвижной. Поэтому кадр нельзя отождествить с отдельной фотографией, “кадриком” пленки. Quindi, nel tempo un’inquadratura è separata dalla successiva e dalla precedente, e il combinarle forma un particolare effetto montaggistico, peculiare – in primo luogo – proprio del cinema. L’inquadratura, però, non è un concetto statico, non è un’immagine fissa montata con dietro la seguente, fissa anche questa. Perciò l’inquadratura non si può identificare con una fotografia separata, con un “fotogramma” della pellicola.
Кадр- явление динамическое, он допускает в своих пределах движение, иногда весьма значительное. Мы можем дать кадру различные определения: “минимальная единица монтажа”, “основная единица композиции киноповествования”, “единство внутрикадровых элементов”, “единица кинозначения”. Можно указать, что для того, чтобы кадр не перешел в другой, новый кадр, динамика внутренних элементов не должна выходить за определенный предел. Можно попытаться определить допустимые соотношения изменяемого и неизменного в пределах одного кадра. Каждое из этих определений раскроет некоторый аспект понятия кадра, но не исчерпает его. Против каждого можно будет выдвинуть обоснованные возражения. L’inquadratura è un fenomeno dinamico, nei suoi limiti ammette il movimento, talvolta assai significativo. Possiamo dare all’inquadratura diverse definizioni: «unità minima del montaggio», «unità fondamentale della composizione della narrazione filmica», «unitarietà degli elementi intrainquadraturiali», «unità del significato filmico». Si può stabilire che, affinché un’inquadratura non passi a un’altra nuova inquadratura, la dinamica degli elementi interni non deve superare un determinato limite. Si può tentare di definire correlazioni ammissibili di quanto è modificabile e immodificabile nell’àmbito di un’inquadratura. Ognuna di queste definizioni rivela qualche aspetto del concetto di inquadratura, ma non lo esaurisce. Contro ciascuna si possono avanzare obiezioni fondate.
Сочетание утверждений: “Кадр – одно из основных понятий киноязыка” и “Точное определение кадра вызывает известные затруднения” – может прозвучать обескураживающе. Однако напомним, что в аналогичном положении находится, например, такая далеки продвинувшаяся сейчас наука, как лингвистика, которая признала бы справедливость наших утверждений если бы мы поставили на место “кадр” – “слово”. Совпадение это не случайно: природа основных структурных элементов раскрывается не в описании их статической материальности, а через функциональную соотнесенность их с целым. Раскрывая функции кадра, мы получим и наиболее полное его определение. Одна из основных функций кадра – иметь значение. Подобно тому, как в языке есть значения, присущие фонемам – фонологические значения, присущие морфемам – грамматические и присущие словам – лексические, (36) кадр – не единственный носитель кинозначений. Значения имеют и единицы более мелкие – детали кадра, и более крупные – последовательности кадров. Но в этой иерархии смыслов кадр – и здесь снова напрашивается аналогия со словом – основной носитель значений киноязыка. Семантическое отношение – отношение знака к обозначаемому им явлению – здесь наиболее подчеркнуто. La combinazione delle affermazioni «L’inquadratura è uno dei concetti fondamentali del linguaggio filmico» e «Una definizione precisa di inquadratura suscita note difficoltà» può suonare scoraggiante. Ricordiamo, tuttavia, che in una situazione analoga si trova, per esempio, una scienza ora molto avanzata, come la linguistica, che riconoscerebbe la giustezza delle nostre affermazioni; se mettessimo «parola» al posto di «inquadratura». La coincidenza non è casuale: la natura degli elementi strutturali fondamentali si svela non nella descrizione della loro materialità statica, ma attraverso la loro correlazione funzionale con l’intero. Svelando le funzioni dell’inquadratura otteniamo anche la sua definizione più completa. Una delle funzioni fondamentali dell’inquadratura è l’avere un significato. Similmente a come nella lingua ci sono dei significati insiti nei fonemi (i significati fonologici), insiti nei morfemi (grammaticali) e insiti nelle parole (lessicali), (36) l’inquadratura non è l’unico portatore di significati filmici. I significati hanno anche delle unità più piccole (i dettagli dell’inquadratura), e più estese (le sequenze delle inquadrature). Ma in questa gerarchia di sensi l’inquadratura – e qui sorge di nuovo l’analogia con la parola – è il portatore fondamentale dei significati del linguaggio filmico. La relazione semantica – la relazione del segno con il fenomeno da lui denotato – qui è particolarmente enfatizzata.
Но кадр отграничен не только во временной последовательности. Пространственно кадр имеет границей- для авторов – края пленки, для зрителей – края экрана. Все, что находится за пределами этой границы, как бы не существует. Пространство кадра обладает рядом таинственных свойств. Только наша привычка к кинематографу заставляет нас не замечать, как трансформируется привычный для нас зримый мир под влиянием того, что вся его безбрежная безграничность вмещается в плоскую прямоугольную поверхность экрана. Когда мы видим на экране снятые крупным планом руки, руки, занявшие весь экран, мы никогда не говорим себе: “Это руки великана, это огромные руки”. Величина совсем не обозначает, в данном случае, величину – она свидетельствует о значительности, важности этой детали. Вообще, вступая в киномир, мы должны приучить себя к совершенно особому отношению к размерам предметов. Глядя вокруг себя, мы не можем сказать про дома размером в 10 сантиметров и в 5 метров: “Это один и тот же дом”, – даже если в остальном их вид идентичен. Даже если мы будем говорить не о реальных домах, а об их фотографиях, при различии в размере перед нами будет одна фотография, а разной мере увеличенная. Но, когда мы смотрим фильм и проекция осуществляется на экраны различной величины, мы не говорим, что тем самым создаются различные варианты каждого кадра. Кадр остается самим собой, на какой бы величины экран его ни проектировали. Это тем более примечательно, что на уровне непосредственных ощущений разница, конечно, очень велика. Эйзенштейн в одной из своих работ вспоминал, как во время заграничного турне авторы советских фильмов были в 1920-е годы буквально потрясены, увидав свои ленты на значительно более крупных в ту пору зарубежных экранах. Дело здесь, конечно, еще и в том, что зрителями были авторы, которые слишком хорошо помнили каждый кадр и свое от него впечатление при просмотрах на относительно малых экранах. Обычный же зритель быстро адаптируется к той системе размера экрана, который ему предлагает данная демонстрация, и воспринимает не абсолютную величину изображений, а лишь относительную – друг к другу и к краям экранной поверхности. Такое восприятие величин предметов на экране свидетельствует о выключенности экранного пространства из окружающего его пространства реального мира. Ma l’inquadratura non è confinata solo alla sequenza temporale. Spazialmente, l’inquadratura ha il confine, per gli autori, del margine della pellicola, per lo spettatore, del margine dello schermo. Tutto quello che si trova oltre le estremità di questo confine è come se non esistesse. Lo spazio dell’inquadratura possiede una serie di proprietà misteriose. Solo la nostra abitudine al cinema ci induce a non notare come si trasforma il mondo visivo a cui siamo abituati sotto l’influenza del fatto che tutta la sua illimitata sconfinatezza trova posto nella superficie piatta e rettangolare dello schermo. Quando sullo schermo vediamo delle mani filmate in primo piano, mani che occupano tutto lo schermo, non ci diciamo mai: «Queste sono le mani di un gigante, sono mani enormi». La grandezza, in questo caso, non denota affatto la grandezza, ma testimonia la significatività, l’importanza di questo dettaglio. In generale, entrando nel mondo filmico, dobbiamo abituarci a una relazione del tutto particolare nei confronti delle dimensioni degli oggetti. Guardandoci intorno non possiamo dire di case che misurano dieci centimetri e cinque metri «Questa è la stessa casa», anche se, tutto sommato, il loro aspetto è identico. Anche se parlassimo non di case reali, ma delle loro fotografie, pur con una differenza nelle dimensioni, davanti a noi ci sarebbe una fotografia con un certo ingrandimento. Ma, quando guardiamo un film e la proiezione è effettuata su schermi di dimensioni diverse, non diciamo che in questo modo si creano varianti diverse di ciascuna inquadratura. L’inquadratura resta la stessa, qualunque sia la grandezza dello schermo su cui è proiettata. A maggior ragione è notevole il fatto che, a livello delle sensazioni immediate, la differenza è, certamente, molto grande. Ėjzenštejn, in una delle sue opere, ricordava come, durante una tournée all’estero, gli autori dei film sovietici fossero, negli anni Venti, letteralmente scioccati di vedere le loro pellicole su schermi significativamente più estesi per allora. Qui il fatto è anche che, certamente, gli spettatori erano gli autori, che ricordavano benissimo ciascuna inquadratura e l’impressione che ne avevano avuta durante le visioni su schermi relativamente piccoli. Lo spettatore ordinario si adatta velocemente a quel sistema di misura dello schermo che questa dimostrazione gli offre, e percepisce non la grandezza assoluta delle immagini, ma soltanto quella relativa, di una rispetto all’altra e rispetto ai margini dello spazio schermico. Tale percezione delle grandezze degli oggetti sullo schermo testimonia l’esclusione dello spazio schermico dallo spazio del mondo reale che lo circonda.
Стремясь отождествить мир экрана со знакомым нам пространством реального мира (ведь первый является для нас моделью второго и вне этого предназначения утратил бы всякий смысл), мы истолковываем увеличение или уменьшение размеров предмета на экране (смену плана) как увеличение или уменьшение расстояния от предмета до наблюдателя, то есть до зрителя. Это объяснение очень важно, и когда мы будем говорить о понятии плана и художественной точки зрения в кино, мы на нем остановимся подробнее. Однако сейчас для нас существенно другое: когда в реальной действительности предмет резко надвигается на нас, верхний край его не отрезается концом экрана. Увеличение предмета (приближение наблюдателя) не сопровождается тем, что часть заменяет целое, как это случается в кино. Существенно и другое: в жизни при приближении к предмету он увеличивается, но кругозор наблюдателя, его поле зрения сужается, при удалении – обзор увеличивается. В кинематографе – и в этом одна из основных особенностей его языка – поле зрения представляет собой константную величину. Экранное пространство не может уменьшиться или вырасти. Именно рост детали при приближении к ней камеры в сочетании с неизменностью величины зримого пространства (это приводит к тому, что части предмета оказываются “отрезанными” краями кадра) составляет особенность крупных планов в кино. Это раскрывает нам значение границ кадра как особой конструктивной категории художественного пространства в кино. Ambendo a identificare il mondo dello schermo con lo spazio a noi noto del mondo reale (infatti il primo è per noi il modello del secondo e se inteso diversamente si perderebbe ogni senso), interpretiamo l’ingrandimento o il rimpicciolimento delle dimensioni di un oggetto sullo schermo (il cambio di piano) come l’ingrandimento o il rimpicciolimento della distanza dall’oggetto all’osservatore, cioè allo spettatore. Questa spiegazione è molto importante, e quando parleremo del concetto di piano e del punto di vista artistico nel cinema, ci soffermeremo più nel dettaglio. Tuttavia, ora per noi è sostanziale un’altra cosa: quando nella realtà esterna l’oggetto avanza bruscamente verso di noi, il suo margine superiore non è tagliato via dalla fine dello schermo. L’ingrandimento dell’oggetto (l’avvicinamento dell’osservatore) non comporta che una parte sostituisca l’intero, come succede nel cinema. È sostanziale anche un’altra cosa: nella vita, quando ci si avvicina a un oggetto, questo si ingrandisce, ma la visuale dell’osservatore, il suo campo visivo, si restringe, quando ci si allontana, la visuale si ingrandisce. Nel cinema (e in questo una delle particolarità fondamentali è il suo linguaggio) il campo visivo stesso rappresenta una grandezza costante. Lo spazio schermico non può diminuire o crescere. Proprio la crescita di un dettaglio durante l’avvicinarsi della cinepresa unita all’immutabilità della grandezza dello spazio visibile (questo porta al fatto che le parti dell’oggetto sono “tagliate via” dai margini dell’inquadratura) è la particolarità dei primi piani nel cinema. Questo ci svela il significato dei confini dell’inquadratura come della particolare categoria costruttiva dello spazio artistico nel cinema.
Именно благодаря этой особенности, смена величины изображения (плана) может в кино быть выражением самых различных – непространственных значений. Зритель, который не владеет языком кино и не ставит перед собой вопроса: “Что значит изображение на экране только глаза, головы, руки?”, – видит куски человеческого тела и должен – как это и было с первыми зрителями эпохи изобретения крупных планов- испытывать лишь отвращение и ужас. Известный теоретик кино Бела Балаш вспоминал: “Один из моих старых московских друзей рассказывал мне однажды о своей домработнице, которая недавно приехала в город из какого-то сибирского колхоза. Это была умная молодая девушка, окончившая школу, но по разным причинам она никогда не видела ни одного кинофильма. (Этот случай произошел очень давно). Хозяева отправили ее в кинотеатр, где показывали какую-то комедию. Вернулась она бледная, с мрачным лицом. Proprio grazie a questa particolarità, il cambiamento della grandezza dell’immagine (il piano) può essere, nel cinema, espressione dei significati nonspaziali più diversi. Lo spettatore che non padroneggia il linguaggio del cinema e non si pone la domanda «Cosa significa l’immagine sullo schermo solo di un occhio, di una testa o di una mano?», vede dei pezzi del corpo umano e deve (com’era anche per i primi spettatori dell’epoca dell’invenzione dei primi piani) provare soltanto disgusto e orrore. Il famoso teorico del cinema Béla Balázs ricordava: «Uno dei miei vecchi amici moscoviti un giorno mi stava raccontando della sua domestica, che si era da poco trasferita in città da qualche kolchoz siberiano. Era una ragazza intelligente, che aveva studiato, ma per vari motivi non aveva mai visto un film. (Questo avvenimento accadde molto tempo fa).  I padroni di casa le dissero di andare al cinema, dove davano una commedia. Tornò pallida, con il viso cupo.
- Ну, как тебе понравилось? – спросили ее. Она все еще находилась под впечатлением увиденного и некоторое время молчала. «Beh, come ti è sembrato?», le chiesero. Lei si trovava ancora sotto l’impressione di quello che aveva visto e rimase zitta per un po’.
- Ужасно, – сказала она наконец возмущенно. – Не могу понять, как это здесь в Москве разрешают показывать такие гадости. – А что ты видела? «Orribile», disse alla fine indignata. «Non riesco a capire come, qui a Mosca, si permetta di far vedere certe schifezze!».

«Ma cos’hai visto?».

- Я видела людей, разорванных на куски. Где голова, где ноги, где руки. «Ho visto delle persone fatte a pezzi. Qui la testa, lì i piedi, là le mani».
Известно, что в голливудском кинотеатре, когда Гриффит впервые показал кадры, снятые крупным планом, и огромная “отрубленная” голова заулыбалась публике, началась паника. [5] Si sa che nel cinema hollywoodiano, quando Griffith mostrò per la prima volta inquadrature riprese in primo piano, e un’enorme testa “mozzata” sorrise al pubblico, si scatenò il panico. [6]
Таков результат восприятия пространства кино как натурального. И ведь девушка, о которой пишет Бела Балаш, действительно видела отрезанные головы, руки и ноги, видела их своими глазами. А поскольку изображение на экране так похоже на сами предметы, то вполне логично было предположить, что и здесь, как в жизни, зрительный образ вещи имеет значением самое вещь. Тогда крупный план руки на экране может быть обозначением только отрезанной руки в жизни. Из этого вытекает существеннейший вывод: при превращении безграничного пространства в кадр изображения становятся знаками и могут обозначать не только то, зримыми отображениями чего они являются. В дальнейшем мы остановимся на том, что могут обозначать крупные или мелкие планы. Сейчас важно другое – их способность становиться условными знаками, из простых отпечатков вещи превращаться в слова киноязыка. Questo è il risultato della percezione dello spazio del cinema come naturale. E infatti la ragazza di cui scrive Béla Balázs vide realmente teste, mani e piedi mozzati, li vide con i suoi occhi. Ma dato che l’immagine sullo schermo è così somigliante agli oggetti stessi, era del tutto logico presumere che anche qui, come nella vita, la forma spettatoriale della cosa avesse come significato la cosa stessa. Allora il primo piano di una mano sullo schermo può essere la denotazione solo di una mano tagliata via nella vita. Da questo deriva una conclusione essenziale: durante la trasformazione dello spazio sconfinato in un’inquadratura, le immagini diventano dei segni e possono denotare non solo quello di cui sono il riflesso visibile. In seguito ci soffermeremo su quello che possono denotare i primi piani o i campi lunghi. Ora è importante un’altra cosa: la loro capacità di diventare segni convenzionali, di trasformarsi da semplici impronte di una cosa in parole del linguaggio filmico.
Условность киноизображения (а только это позволяет насыщать изображение содержанием) определяется, однако, не только прямоугольной границей экрана. Изображаемый мир трехмерен, а экран располагается в двух измерениях. Двухмерность кадра создает еще одну его отграниченность. La convenzionalità dell’immagine filmica (e solo questo permette di saturare l’immagine con il contenuto) si definisce, tuttavia, non solo mediante il confine rettangolare dello schermo. Il mondo raffigurabile è tridimensionale, mentre lo schermo si estende in due dimensioni. La bidimensionalità dell’inquadratura crea un altro suo confinamento.
Тройная отграниченность кадра (по периметру – краями экрана, по объему – его плоскостью и по последовательности – предшествующим и последующим кадрами) делает его выделенной структурной единицей. В целостность фильма кадр входит, сохраняя самостоятельность носителя отдельного значения. Именно эта выделенность кадра, поддерживаемая всей структурой киноязыка, порождает встречное движение, стремление к преодолению самостоятельности кадра, включению его в более сложные смысловые единства или раздроблению на значимые элементы низших уровней. Il confinamento triplice dell’inquadratura (nel perimetro, attraverso i margini dello schermo, nel volume, mediante la sua piattezza, e nella sequenza, tramite le inquadrature precedenti e successive) la rende un’unità strutturale a sé stante. L’inquadratura entra nell’interezza del film conservando l’indipendenza del portatore di un significato separato. Proprio questa autonomia dell’inquadratura, sostenuta da tutta la struttura del linguaggio filmico, genera un movimento contrario, l’ambizione a superare l’indipendenza dell’inquadratura, la sua inclusione in unità di senso più complesse o la frammentazione in elementi significativi di livelli inferiori.
Кадр преодолевает отдельность во временном движении благодаря монтажу – последовательность двух кадров, как отмечали еще теоретики кино 1920-х годов, это не сумма двух кадров, а их слияние в сложном смысловом единстве более высокого уровня. L’inquadratura supera la separazione in un movimento temporaneo grazie al montaggio: la sequenza di due inquadrature, come sottolineavano teorici del cinema già negli anni Venti, non è la somma di due inquadrature, ma la loro fusione in un’unità di senso complessa di livello più alto.
Отграниченность художественного пространства рамкой также порождает сложное художественное чувство целого, особенно в результате смены планов, ставшей законом современного кино. Давно уже было замечено, что движение на экране порождает иллюзию объемности (особенно движение по перпендикулярной к плоскости экрана оси). Чешский теоретик искусства Я. Мукаржовский еще в 1930-е годы указал на аналогичную функцию звука. Звук, смещенный относительно своего источника, порождает объемность. Мукаржовский предлагал показать на экране несущуюся на публику повозку, а в звуке зафиксировать топот копыт лошади, которой на экране нет, для того, чтобы ясно почувствовать, что художественное пространство ушло с плоского экрана, обрело третье измерение. Anche il confinamento dello spazio artistico mediante una cornice genera un sentimento artistico complesso dell’intero, in particolare nel risultato del cambio di piani, che è diventato la legge del cinema moderno. Già da tempo si notava che il movimento sullo schermo generava l’illusione di tridimensionalità (in particolare il movimento su un asse perpendicolare alla superficie dello schermo). Il teorico dell’arte ceco Mukařovský già negli anni Trenta indicò una funzione analoga del suono. Il suono, dislocato relativamente alla sua fonte, genera tridimensionalità. Mukařovský propose di mostrare sullo schermo un carretto che si lanciava sul pubblico, e di fissare nel suono il calpestio degli zoccoli del cavallo (che sullo schermo non c’era) per far percepire chiaramente che lo spazio artistico era uscito dallo schermo piatto, aveva acquisito la terza dimensione.
Так киноязык устанавливает понятие кадра и одновременно борется с этим понятием, порождая новые возможности художественной выразительности. Così il linguaggio filmico stabilisce il concetto di inquadratura e, contemporaneamente, lotta contro questo concetto generando nuove possibilità di espressività artistica.

 

 

[1] Сергей Эйзенштейн. Избранные произведения в шести томах” т. 2, М., “Искусство”, 1964, стр. 290. В дальнейшем все цитаты по этому изданию.

 

[2] Sergej Ėjzenštejn. Izbrannye proizvedeniâ v šesti tomah, tomo 2, Moskvá: Iskusstvo, 1964:290. In seguito tutte le citazioni sono da questa edizione.

 

[3] Там же, стр. 291.

 

[4] Ibidem 291

 

[5] Бела Балаш. Кино. Становление и сущность нового искусства. М.,  ”Прогресс”, 1968, стр. 50-51. Ср.: “Когда зрители увидели первый фильм с использованием крупного плана, они решили, что стали жертвой  издевательства. Появление на экране таких кадров сопровождалось криками: “Покажите ноги!” (Айвор Монтегю. Мир фильма, стр. 76).

 

[6] Béla Balázs. Kino. Stanovlenie i suŝnostnovogo isskustva. Moskvá: Progress, 1968:50-51. Cfr.: «Kogda zriteli uvideli pervyj film s ispolzovaniem krupnogo plana, oni rešili, čto stali žertvoj izdevatelstva. Poâvlenie na èkrane takih kadrov soprovoždalos’ krikami: “Pokažite nogi!” [Quando gli spettatori videro il primo film in cui fu usato il primo piano, risolsero che erano stati vittima di una presa in giro. L’apparizione sullo schermo di queste inquadrature fu accompagnata dalle grida: “Fateci vedere i piedi!”]». (Ivor Montagu. Mir fil’ma, pagina 76)

 

 

3      RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

 

 

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Osimo B. 2010 Propedeutica della traduzione. Corso introduttivo con tavole sinottiche. Milano: Hoepli.

Roth L. 2014 Film semiotics, Metz and Leone’s trilogy. New York: Routledge

Franciscu Sedda a cura di 2006 Tesi per una semiotica delle culture. Roma: Meltemi editore.

Traini Stefano 2011 «Jurij M. Lotman e la semiotica della cultura», disponibile in internet all’indirizzo http://traini.comunite.it/Lotman.pdf, consultato nel settembre 2017.

Zaprudin Andrej Gregor’evič 2012 «Kino: Iskusstvo ili tehnika? [Cinema: arte o tecnica?]». CyberLeninka, disponibile in internet all’indirizzo https://cyberleninka.ru/article/n/kino-iskusstvo-ili-tehnika, consultato nel settembre 2017.

 



[1] Le definizioni di «inquadratura» in questo paragrafo sono tratte da Lotman 1973:47.

Dire quasi la stessa cosa: Bruno Osimo e Antón Pàvlovič Čehov

 https://giacomoverri.wordpress.com/2016/12/16/dire-quasi-la-stessa-cosa-bruno-osimo-e-anton-pavlovic-cehov/bruno-bianco-nero-terrazza-marcos-1

«Io parto», disse. «Ivàn Andréič rimanga pure, ma io parto».

«Dove andate»?

«In Russia».

«Ma là di che cosa vivrete? Voi non avete nulla».

«Farò traduzioni oppure… oppure aprirò una bibliotechina…»

Le scadenze di consegna dei cinque oscar Mondadori dedicati ai racconti di Čehov – organizzati in stretto ordine cronologico – si snodavano tra il settembre del 1994 e il giugno del 1995. Fatalità, anche questo numero finisce per cinque, un po’ come il quinto giorno della settimana, venerdì, per Laévskij, personaggio che nel Duello non vede l’ora di partire per togliersi dalle croste la donna con cui vive, che – in questo momento – trova insopportabile. Nella traduzione mi sono dovuto arrampicare sui vetri per far capire anche al lettore italiano che a un certo punto il numero cinque, che viene evocato dai voti della pagella di una bambina molto studiosa (il cinque è il voto massimo), a Laévskij fa venire in mente il venerdì:

Anche Laévskij guardò i voti e li elogiò. Catechismo, lingua russa, condotta, i cinque e i quattro gli balzavano davanti agli occhi, e tutto ciò insieme al giorno cinque che lo perseguitava, al riporto sulle tempie di Nikodìm Aleksàndryč e alle guance rosse di Kàtja gli sembrò una noia talmente immensa, invincibile, che per poco non si mise a gridare dalla disperazione e non si domandò: «Possibile, possibile che io finisca per non partire?»

Il cinque a Laévskij fa venire in mente il quinto giorno della settimana, il cui nome in russo ha la stessa radice di pât’, «cinque». E così – prendendo in prestito l’idea in parte anche dall’ebraico (dove però venerdì è il giorno sei) – ho trasformato un «venerdì» in un «giorno cinque». Mi è sembrato non troppo grave, se il lettore penserà al quinto giorno del mese anziché della settimana:

Le parole «il giorno cinque» per qualche motivo non gli andavano via di testa; non pensava a nulla, tranne che al giorno cinque, e per lui era evidente soltanto, però non nella testa, ma in un punto sotto il cuore, che sabato non era il caso di partire.

Io non c’entravo nulla con la scelta editoriale dei racconti: il progetto era di Igor Sibaldi, il curatore, e della redazione degli Oscar classici. All’epoca ero traduttore a tempo più che pieno, con due bambini piccoli e poche risorse economiche, traducevo di tutto, da Comunità virtuali di Rheingold a C’era una volta una guerra di Steinbeck, da La rivoluzione positiva di De Bono al Dizionario di psicoanalisi dell’associazione psicoanalitica statunitense. Nell’impresa čehoviana ero la manodopera salariata incaricata di tradurre, e mi era stato fornito un elenco con i titoli dei racconti da “fare” volume per volume (non i testi, ché tanto li avevo già a casa nella prestigiosa edizione dell’Accademia delle scienze). Perché li avevo? Forse, come Laévskij, per tentare di salvarmi dalla volgarità e dalla vanità della vita.

Due anni prima, quando si era innamorato di Nadéžda Fëdorovna, gli sembrava che sarebbe bastato mettersi con Nadéžda Fëdorovna e partire per il Caucaso con lei per salvarsi dalla volgarità e dalla vanità della vita.

Salvarsi dalla volgarità. Per Antón Pàvlovič, il motto di una vita. Da parte mia, a sedic’anni per il momento stavo solo cercando di imparare una lingua, a quanto mi sembrava, esotica, col suo alfabeto così strano, «quasi uguale a quello ebraico» avrebbe detto mia madre. Negli ultimi due anni di liceo, tra il 1975 e il 1977, avevo bazzicato l’Associazione per i rapporti culturali con l’Unione sovietica di via Dogana 4 a Milano, dove ero stato inserito nel gruppo della professoressa Maria Giulia Carrara, unica docente non di madrelingua russa della prestigiosa scuola. E con lei avevamo studiato tutta la grammatica (tutta) sul sovieticissimo – ma rilegato con “borghese” dorso rigido – manuale in russo della Pul’kina, tanto che poi nel 1978, al seminario di Villa Feltrinelli a Gargnano nel giugno del primo anno di letteratura russa alla Statale, il capo dell’istituto di russo Eridano Bazzarelli, innamorato perso del grande poeta Blok al punto di insegnarlo ininterrottamente per vari decenni, anziché lasciarmi nel bellissimo cortile-con-annesso-molo insieme alle altre matricole che leggevano – in italiano – i Drammi lirici tradotti da Sergio Leone e Sergio Pescatori nell’edizione Einaudi, mi metteva coi “grandi” del terzo e del quarto anno al piano disopra, in biblioteca, a leggere in originale le poesie di Blok e Roza i krest. Memore della fatica che facevo allora anch’io a indovinare la vocale su cui si posava l’accento, in italiano quando posso lo segno sempre, perché credo che una maggiore sicurezza da parte del lettore non russista nel leggere i nomi russi in modo corretto porterebbe a una confidenza migliore con tutta la cultura russa:

Un cinquecento passi dopo il duhàn, le carrozze si fermarono. Samójlenko aveva scelto un praticello su cui erano disposte rocce comode per sedersi e dove giaceva un albero abbattuto dalla bufera, con le radici pelose dissotterrate e gli aghi gialli secchi. Qui sul fiume era stato posato un instabile ponte di legno, e sull’altra riva, proprio di fronte, su quattro bassi montanti c’era un piccolo capanno, un essiccatoio per il mais che ricordava l’izbà sulle zampe di gallina delle fiabe; dalla porta scendeva una scaletta.

L’izbà (ebbene sì, non si chiama ìsba) sulle zampe di gallina tipica delle fiabe russe è una specie di palafitta, ma siccome ci abita la baba âgà, una strega cattiva, i pali sono orribili, come zampe di gallina giganti, appunto.

Magari anch’io ero un elemento poco affidabile, con zampe di gallina, in quanto proveniente dalla scuola interpreti – che volgarità, così lontana dai sacrari dove si distillava la Cultura Accademica! Per fortuna non sapevo che tra questi “grandi” del Gotha dei russisti della Statale, su in biblioteca, a cui ero stato ammesso con riserva e in via del tutto provvisoria e solo in quanto “tecnico della lingua” («Chiama Osimo che c’è un guasto alla lingua!») c’erano anche Igor Sibaldi (diciassette anni dopo curatore di questi racconti) e Monica Gattini (trentasette anni dopo – oggi – direttrice generale della Fondazione Milano di cui fa parte la Civica scuola interpreti e traduttori «Altiero Spinelli» in cui insegno oggi). Già così, ero abbastanza intimidito.

«Non capisco per che diavolo io stia venendo con voi», disse Laévskij. «Quant’è sciocco e volgare! Ho bisogno di partire per il nord, di fuggire, di salvarmi, e chissà perché invece vengo a questo stupido picnic».

Le prospettive col tempo cambiano. Bazzarelli quell’anno aveva l’esatta età mia di oggi, e a me sembrava un vecchietto. Io, invece, ero un giovane uomo, ma mi sentivo un bambino. E non capivo perché stessi andando allo “stupido picnic” della traduzione professionale. Era una scelta o un modo per non scegliere? Era una vera professione o un passatempo per casalinghe di buona famiglia annoiate? E io, ero una casalinga? Ed ero annoiata? Era una vocazione, o un espediente per non dover uscire mai di casa e non salutare nessuno, salvando le apparenze?

«E così…» continuò. «Voi studiate sempre, raggiungete il fondo del mare, distinguete i deboli dai forti, scrivete libri e sfidate a duelli – e tutto rimane al suo posto, invece in un batter d’occhio basta che uno stàrec debole blateri con spirito santo una sola parola, о dall’Arabia arrivi al galoppo un nuovo Maometto con la sciabola, e tutto viene messo sottosopra, e in Europa non resta pietra su pietra».

Nel 1977, “costretto” dalla frequenza al corso a farmi socio dell’Associazione Italia-Urss, ricevevo le offerte promozionali sovietiche su volantini prodotti – immagino – con un ciclostile del 1917 o giù di lì, e, quando vi ho letto che stavano uscendo le opere complete di Čehov in diciotto volumi, non ho resistito e le ho ordinate, per motivi legati più al design che alla reale voglia di leggerli. E così, alla convocazione sibaldo-mondadoriana, dopo avere preso polvere sullo scaffale diciassette anni, finalmente stavano tornando utili. Senza saperlo, non leggendoli avevo quasi messo in pratica il consiglio di un personaggio del Duello in quella che sembra quasi una notazione lotmaniana sull’intraducibilità tra linguaggi continui e linguaggi discreti:

«A che scopo?» domandò Laévskij. «L’impressione è meglio di qualsiasi descrizione. Di questa ricchezza di tinte e suoni, che ognuno riceve dalla natura tramite le impressioni, gli scrittori imbastiscono un blablà deforme, irriconoscibile».

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E probabilmente anche i traduttori imbastiscono qualcosa di simile. Le citazioni di cui è intriso questo mio testo sono, appunto, tratte dal Duello, che proprio un racconto magari non è, con le sue cento cartelle (duecentomila battute, 36.547 parole).

«Beh, questo, diacono, è scritto in cielo col forcone!»

Scrivere in cielo col forcone non ha da essere né particolarmente raffinato, né particolarmente duraturo. Forse l’idea di tradurre come “lavoretto estivo” dell’epigrafe pensavate che fosse uscita in un numero di inizio estate 2016 del Corriere della sera, dove si danno consigli su come arrotondare per mettere via i soldi per le vacanze. E poi le associazioni di categoria scrivono lettere di vibrante protesta. Invece è soltanto il pensiero bacato di Nadéžda Fëdorovna, classe 1869, una delle protagoniste, quando medita di lasciare il proprio concubino Laévskij, il quale però è in cerca di uno stratagemma per lasciarla, convinto che lei gli si sia accozzata e non lo voglia più lasciar vivere.

L’aria che respiro è vino, amore, insomma, finora avevo comprato la vita al prezzo della menzogna, dell’ozio e della codardia. Finora avevo ingannato gli altri e me stesso, ne ho sofferto, e le mie sofferenze erano da poco prezzo e volgari.

Volgari. Il tema per eccellenza di Čehov. Nessuno può dire di sapere cosa sia davvero la volgarità, dove si annidi, se non ha capito Čehov. Sì perché noi tendiamo a pensare che sia la pornografia, o l’oscenità, o la scatologia, e poi Antón Pàvlovič ci fa capire che è molto più insidiosa, sta nei gesti quotidiani, nei gusti conformisti, nelle abitudini, nel fatto stesso di non riuscire a capire dove sta la volgarità e nel prendere posizione in campi dove si è del tutto ignoranti, diventando dei parvenudella sapienza. In quattordici anni che traducevo, non avevo mai incontrato un autore così affascinante e formativo, sia sul piano dello stile sia su quello dei contenuti. Darwinianamente, se tutto funzionasse a dovere, i parvenu verrebbero spazzati via dalla selezione naturale. La facilità di costumi, i rapporti sessuali fuori dal matrimonio, la capacità di emanare odori ormonalmente interessanti senza essere biologicamente selezionati, sono condannati, in chiave non morale, ma biologica.

Il fatto che le ragazze soffochino i figli illegittimi e vadano poi ai lavori forzati, e che Anna Karénina si sia buttata sotto un treno, e che nei villaggi spalmino la porta di pece, e che a me e te, chissà perché, piaccia di Kàtja la purezza, e che ognuno senta confusamente l’esigenza di un amore puro, pur sapendo che un amore simile non esiste – tutto questo è forse un pregiudizio? Questo, caro mio, è l’unica cosa che ci è rimasta dalla selezione naturale e, se non ci fosse questa forza oscura che regola le relazioni tra i sessi, i vari signori Laévskij te lo farebbero vedere, dove svernano i granchi, e nel giro di un paio d’anni l’umanità degenererebbe.

Speriamo che i vari signori Laévskij non ci facciano mai vedere dove svernano i granchi, dunque! Nel Duello lo zoologo Von Koren – forse un alter ego di Antón Pàvlovič stesso – ha una filosofia di vita in chiave biologica, nella quale meritano di sopravvivere solo gli individui fit. Sul palcoscenico dell’evoluzione non esiste la pietà, vige solo la legge del più utile e del più adatto, o adattato. Persino il falangio, temibile aracnide velenoso, svolge un ruolo prezioso nella selezione naturale:

«Non so di quale animaletto stia parlando», disse von Koren, «verosimilmente di un insettivoro. Beh, e allora? L’uccello gli è capitato a tiro perché è imprudente; ha distrutto il nido con le uova perché l’uccello non è abile, ha fatto male il nido e non è stato capace di mimetizzarlo. La rana, verosimilmente, ha un vizio nella pigmentazione, altrimenti lui non l’avrebbe vista, e così via. Il tuo animaletto distrugge solo i deboli, i meno abili, gli incauti – insomma gli esemplari che hanno difetti che la natura non considera necessario trasmettere ai posteri. Sopravvivono solo i più furbi, attenti, forti ed evoluti. In questo modo il tuo animaletto, senza sospettarlo nemmeno, contribuisce agli elevati obiettivi dell’evoluzione delle specie».

Io – che la penso all’incirca come von Koren sull’utilità delle persone, me compreso – mi sono innamorato di questa novella. Mi sembra che la concezione del mondo di Čehov vi si trovi racchiusa perfettamente. Concezione del mondo nelle grandi e nelle piccole cose. È stato Čehov a farmi capire, per esempio, che la precisione terminologica va perseguita anche nelle opere d’arte. Anche annoiarsi e dire sempre di no a tutto può essere volgare, specie quando l’unico argomento a risvegliare l’interesse è il sesso: in ciò Čehov ha bisogno dello zoologo von Koren per farsi dare una mano. La sua morale è zoologica.

Ha un’aria tormentata, delusa, per lui non c’è niente di interessante, è tutto volgare e insignificante, ma non appena ci si mette a parlare di animali maschi e animali femmine, per esempio di come la femmina del ragno dopo la fecondazione mangi il maschio, – gli occhi gli si accendono di curiosità, il viso gli si schiarisce e, in poche parole, rinasce.

Se si adotta il filtro zoologico di Čehov, tante questioni prendono una luce nuova. Per esempio, è stato Čehov a farmi capire che anche le persone molto capaci di scrivere e/o di tradurre sono operai che usano mattoni e cemento e intonaco e che non si vergognano affatto all’idea di avere a che fare con una professione – un mestiere – e col suo materiale.

«Non t’indispettire, ragiona invece», disse lo zoologo. «Beneficare il signor Laévskij secondo me è stolto quanto innaffiare un’erbaccia o nutrire una locusta».

Negli ambienti intellettuali – dove in mancanza di selezione naturale erbacce e locuste non mancano – generalmente si anela alla letteratura e si aborrisce la lingua, volgare materiale da costruzione (con cui ci si “sporcano” le mani).

Laévskij aveva l’abitudine, intanto che parlava, di esaminarsi con attenzione il palmo rosa della mano, di rosicchiarsi le unghie o di lisciarsi i polsini con le dita. Ed era proprio quello che stava facendo adesso.

Vantarsi di fare un mestiere intellettuale e provare ripugnanza per quelli materiali, pratici, costruttivi non è tipico degli artisti e dei geni, ma dei presuntuosi. Quello che suggerisce Čehov darebbe loro fastidio, lo considererebbero volgare:

Le scienze umane di cui parlate soddisfaranno il pensiero umano solo quando nel loro movimento incontreranno le scienze esatte e vi si affiancheranno. Se si incontreranno al microscopio, o nei monologhi di un nuovo Amleto, o in una religione nuova, non lo so, ma credo che prima che ciò accada la terra si coprirà di una crosta di ghiaccio. La più tenace e viva di tutte le conoscenze umanistiche è naturalmente l’insegnamento di Cristo, ma guardate come persino quello viene concepito in modo diverso! Alcuni predicano di amare il prossimo, e così dicendo fanno eccezione per i soldati, i delinquenti e i matti: ai primi danno il permesso di uccidere in guerra, i secondi li si può isolare o giustiziare, e ai terzi viene vietato sposarsi. Secondo altre interpretazioni s’insegna ad amare il prossimo senza eccezioni, senza distinguere vantaggi e svantaggi.

Anche nel campo della traduzione vediamo questo principio delle eccezioni all’opera quando alcuni traduttori artistici proclamano la necessità di una disciplina tutta per sé, che non contempli al suo interno i testi “tecnici” (per usare la parola con cui sono sgradevolmente definiti).

«Può darsi…» concordò Laévskij, che era troppo pigro per ragionare e controbattere. «D’altra parte», disse dopo un po’, «che cosa sono Romeo e Giulietta, in sostanza? Un amore bello, poetico, sacro – sono rose, sotto le quali si vuole nascondere il putrido. Romeo è un animale, come tutti».

Per alcuni colleghi, mezzo secolo di semiotica della traduzione – in apparenza – è passato invano. E, soprattutto, si fa fatica a riconoscere la settorialità, la specificità, la tecnicità di tutti i tipi di traduzione. È piuttosto evidente che la traduzione di un’opera d’arte è quanto di più “tecnico” si possa immaginare, data la cospicua quantità di conoscenze settoriali indispensabili per poterla realizzare.

«Pregiatevi di continuare a vivere e avere a che fare con signori di tal fatta!» disse lo zoologo e in segno di spregio calciò in un angolo un pezzo di carta. «Cerca di capire, che questa non è bontà, non è amore, ma codardia, depravazione, veleno! Quello che la ragione fa, lo distruggono i vostri cuori fiacchi, buoni a nulla! Quando al ginnasio mi sono ammalato di tifo addominale, mia zia per compassione mi nutriva a funghi marinati, e per poco non sono morto. Tu e mia zia dovete capire che l’amore per l’uomo deve trovarsi non nel cuore, non sotto lo sterno, non alla cintola, ma qui dentro!»

per l’intervista completa:

https://giacomoverri.wordpress.com/2016/12/16/dire-quasi-la-stessa-cosa-bruno-osimo-e-anton-pavlovic-cehov/

Vado ad Harvard o ad Sapienza? Forse meglio ad Spinelli!

articolo pubblicato su L’Altiero

Stando alla versione ‘inglese’ del sito del governo italiano, per poche ore nel 2001 un ministro appena entrato in carica è risultato laureato alla ‘Mouthfuls University’. Non conoscete questa università? Ma sì, è a Milano, e ospita la più nota facoltà di economia. Normalmente la chiamano Bocconi, ma chi aveva predisposto il sito aveva deciso di tradurre anche il nome proprio. È una malattia epidemica, si chiama «traduttivite», colpisce anche cittadini al di sopra di ogni sospetto.

La falsità delle notizie riguardanti università e altre istituzioni spesso è garantita, e chi cerca di sottrarsi alle improprietà del mainstream usage viene dilavato insieme alla corrente.

Nessun madrelingua italiano penserebbe di formulare la frase ***«Si è laureato a Bocconi»*** Perché, in questa forma, sembrerebbe il nome di un luogo, mentre tutti sappiamo che è il nome di un ateneo, fondato da Bocconi Ferdinando, per ricordare il figlio Luigi.

maxresdefaultMa allora perché sentiamo dire di continuo ***«ad Harvard»***? È un’espressione che concentra in sé una certa quantità di distrazione. Cominciamo dalla pronuncia. Come si può sentire da qui https://forvo.com/word/harvard_university/#en la pronuncia della prima lettera (h) è perfettamente udibile, ciò che impedisce l’uso della preposizione eufonica ad, che si può usare solo davanti a un suono vocalico.

ladige-18-12-2015_largeUn altro problema non da poco è che si tratta di un cognome, e precisamente quello del pastore John Harvard di Charlestown, che nel 1638 alla morte ha lasciato la biblioteca e il patrimonio alla schoale perché facessero un colledge. La Harvard è situata a Cambridge, nel Massachusetts, meno di 350 chilometri a nordest di New York. Volendo usarla come complemento di luogo, perciò, sarebbe «studio a Cambridge, nel Massachusetts». Oppure «studio alla Harvard».

Più in generale, i nomi propri non si traducono. Quando ancora leggiamo, in un’edizione di cent’anni fa, che un libro è di «Leone Tolstoi», o di «Alessandro Dumas», o di «Sigismondo Freud», ci viene da sorridere, perché oggi non ci sogneremmo nemmeno di dire «Emanuele Macron», «Teresa May» o «Vladimiro Putin». Lo stesso vale per i nomi propri di cosa: di cinema (***Little Gym Theatre*** anziché Cinema Palestrina?), alberghi (***Albergo Crollalanza*** anziché Shakespeare Hotel?), navi (***Venetian Victory*** anziché Vittorio Veneto?) e istituzioni, naturalmente.la-fashion-blogger-chiara-ferragni

Per esempio, la Washington University può essere solo resa con questi caratteri esatti, né uno di più né uno di meno. Quando la incontriamo su libri e giornali come ***Università di Washington***, la falsità è addirittura raccapricciante. Innanzitutto perché si trova a Saint Louis, nel Missouri. Poi perché è intitolata non a una città ma a George (non Giorgio, come si legge sulla targa della via a Milano) Washington, e quindi è un caso simile – anche se, concedo, lievemente meno noto – alla nostra Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli».  Inoltre esistono altre tre università con nome simile: la University of Washington (che, si badi bene, non è A Washington, ma NEL Washington, a Seattle), la Washington State University (che, si badi bene di nuovo, non è A Washington, ma NEL Washington, a Pullman, città che persone affette da traduttivite rendono come «autobus») e la George Washington University, che è davvero a Washington ed è la più vecchia delle quattro, essendo del 1821.

Ragionamento simile vale per la Stanford (fondata da Leland and Jane Stanford a Palo Alto), la Yale (fondata da Elihu Yale a New Haven), la Cornell (fondata da Ezra Cornell a Ithaca) e così via.

Quando scriviamo il nostro CV in inglese, evitiamo di tradurre i nomi delle scuole in cui abbiamo studiato. Ciò che va tradotto è il titolo, che in tutto il mondo si capisce se è espresso così: BA (laurea triennale), MA (laurea specialistica), PhD (dottorato di ricerca). Per non fare la figura dei provinciali è meglio evitare anche di usare titoli onorifici tipo «dottore» all’estero: l’Italia è l’unico paese al mondo dove la qualifica di dottore si acquisisce già subito, dopo il BA, mentre nel mondo vero si deve aspettare di avere finito il dottorato.

A parte il fatto che nel resto del mondo il titolo di studio è spesso sottaciuto, quando non strettamente pertinente: «Ho mandato a quel paese il signor Einstein: fa sempre sgocciolare la biancheria sulle mie piante» non significa che non è laureato, ma che non è quello il punto. Ostentare il titolo fa parte del nostro provincialismo: se non fosse interpretato, nella nostra cultura, come status symbol, forse potremmo perfino fare a meno del CEPU e abolirne il valore legale.

Ho il sentore che qualcuno obietterà che tutti fanno così, non si può fare diversamente, ormai ***ad Harvard*** è entrato nel cosiddetto uso…

hvd1_235Lascio la risposta allo scrittore polacco Waldemar Łysiak: «Gdy tylu ludzi pochwala to samo, wtedy łatwo jest dojść do wniosku: jedzmy gówna, przecież miliony much nie mogą się mylić!» [Quando una certa cosa è apprezzata da tantissimi individui, è facile giungere alla conclusione: mangiamo gówna, in fondo, non è possibile che milioni di mosche si sbaglino!]

per la versione integrale originale:

articolo pubblicato su L’Altiero

 

Certo, certissimo, anzi… probabile (scienza o fede del mediatore)

17 maggio 2017

pubblicato su L’Altiero

Traducendo, anche i più distratti si accorgono delle differenze culturali tra diverse popolazioni e nazioni. E qualcuno si accorge anche che il nostro modo di mediare fra culture può perseguire uno di questi due scopi: confermare le certezze del lettore nostrano, fondate o infondate che siano, oppure metterle pericolosamente in dubbio.

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Ricordo la mia prof di traduzione inglese-italiano, nel 1977 all’ILI (Istituto linguistico internazionale) di corso Vittorio Emanuele 13. All’inizio dell’anno occorreva comprare la dispensa, consistente in tanti fogli quante erano le lezioni, e ogni foglio conteneva il testo da tradurre. Il che significa che la signora ogni anno faceva ritradurre alle allieve (24+me) gli stessi testi dei quali deteneva, mentalmente, le WC, ossia le Versioni Corrette. Il tutto si basava su un assioma poi risultato sbagliato, che la traduzione sia una prova a stimolo chiuso e risposta chiusa, quando noi tutti sappiamo benissimo che lo stimolo (l’originale) è sì chiuso (fisso), ma la risposta è aperta, ossia ci sono tante versioni “giuste” quante sono le persone che ci si cimentano.

Orbene, quando c’imbattemmo nella parola inglese evidence, la signora ci spiegò che è sbagliato tradurla «evidenza» – sarebbe un calco! –, perché è semplicemente il modo inglese di dire «prova». Quindi Experimental evidence for beneficial effects of Vitamin B diventerebbe secondo lei «Prove sperimentali degli effetti benefici della vitamina B». Il che, più che una traduzione, è una trasformazione disciplinare, e per la precisione è la trasformazione della scienza in religione.

karl_popperSì perché Karl Popper nel 1934 ha spiegato qualcosa che ha rivoluzionato il modo di pensare in tutto il mondo (tranne – grazie a noi traduttori beneducati attenti ai calchi – in Italia). Le ipotesi scientifiche non possono mai essere confermate o verificate, ma solo controllate mediante tentativi di falsificarle. In altre parole, non ci sono teorie vere, ma solo congetture non ancora falsificate. Lo scienziato (non solo quello col camice bianco e le provette degli spot pubblicitari per il popolo bue, ma anche il filologo, il semiotico, il critico letterario) non conosce la verità, non pensa nemmeno che esista: fa solo abduzioni e cerca di metterle alla prova.

(Sì, lo so, questa visione delle cose mette una certa ansia. Per chi non riesce a sopportarla, in alternativa alla scienza c’è sempre la religione. Lì nulla è sicuro, ma almeno tutto è certo e verificato: ne ho le prove.)

Dunque, to test e to check non si potranno mai tradurre «verificare» senza stravolgerne il senso, ed è bene renderli con «controllare» o «testare» o «mettere alla prova» o simili. Evidence – mi perdoni, prof! non lo dico per mancanza di rispetto! – va tradotto necessariamente «evidenza» e mai «prova» o «dimostrazione». E show va tradotto «mostrare», «suggerire», «far supporre», non «dimostrare». Altrmenti il nostro lettore si farà un’idea sbagliata della notizia, e della scienza.

Da questo esempio paradigmatico si capisce com’è facile, per un italiano, confondere la scienza con la fede. È anche colpa di tutti i giornalisti che, insieme a noi traduttori, hanno divulgato la scienza male, o meglio, dopo che l’hanno divulgata, non è più stata scienza. Qui non si tratta di errori di traduzione, ma di decisioni strategiche su qual è la concezione della scienza – del progresso – che si vuole diffondere in una data cultura. Tradurre evidence con «prova» equivale a tirare su generazioni di creduloni che, con la stessa faciloneria con cui credono alla Scienza-Verità, possono passare in un amen a credere alla Scienza-Complotto (in fondo si tratta solo di cambiare setta), e magari smettono di vaccinare i figli, creando per ignoranza della propria ignoranza sconquassi a catena di dimensioni galattiche.

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C’è un altro àmbito in cui la confusione tra prove ed evidenze è assai pericolosa: quello giudiziario. L’imputato, specie se innocente, preferisce che si dica che ci sono evidenze a suo carico, non prove, ed è proprio aver capito che l’evidenza non è una prova ad aver permesso la nascita della cultura dell’abolizione della pena di morte.

Si vede, a questo punto, quanto è immensa la differenza tra sapere le lingue e saper mediare, tradurre? Sapere le lingue ha a che fare con la comunicazione, con la tautologia, col saper dire quanto è già stato detto in un’altra forma. Saper tradurre ha a che fare col filtro, col lasciar passare e con lo stravolgere, col manipolare, col gestire la comunicazione, con l’evoluzione del senso. In principio, mediare non può mai essere ideologicamente neutro.

Per l’articolo completo, vedi https://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=1&ved=0ahUKEwi6udaz0ezVAhXFblAKHVkkAcIQFggrMAA&url=http%3A%2F%2Fwww.laltiero.it%2Fcerto-certissimo-anzi-probabile-scienza-fede-del-mediatore%2F&usg=AFQjCNG0h11R3ipX_uBVtBCC887yrZvqdA