Category Archives: scienza della traduzione

Gregory Rabassa: If this be treason. Il residuo traduttivo nella comunicazione interlinguistica SIMONA CLERICI

Gregory Rabassa:

If this be treason.

Il residuo traduttivo nella comunicazione interlinguistica

SIMONA CLERICI

 

 

Scuole Civiche di Milano

Fondazione di partecipazione

Dipartimento Lingue

Scuola Superiore per Mediatori Linguistici

via Alex Visconti, 18   20151 MILANO

 

Relatore: professor Bruno Osimo

Diploma in Scienze della Mediazione Linguistica

Dicembre 2009


 

© GREGORY RABASSA, New Directions, US, 2005

© Simona Clerici per l’edizione italiana 2009

 

Gregory Rabassa: If this be treason. Il residuo traduttivo nella comunicazione interlinguistica

 

(Gregory Rabassa: If this be treason. Translation loss in interlingual communication)

 

 

 

Abstract in italiano

 

Non esiste un testo che dica tutto. Nel caso della comunicazione interlinguistica, la compensazione del residuo è complicata ulteriormente dall’opera di mediazione linguistica e culturale del traduttore. Quando un testo deve essere reso accessibile a una cultura che non gli è propria, il traduttore si trova di fronte a un continuum di possibilità traduttive che ha come estremi da un lato il concetto di «adeguatezza» e dall’altro quello di «accettabilità» teorizzati da Toury. Sulla base della mia traduzione di alcuni passi di If this be treason di Gregory Rabassa ho analizzato i processi mentali che mi hanno condotto a operare alcune scelte traduttive e a escluderne altre. I numerosi esempi riportati, oltre a non fare mai perdere di vista il testo originale, contribuiscono a rendere evidente la necessità di riflettere sulle finalità della traduzione: non il tentativo destinato a fallire di voler eliminare tutti i residui traduttivi nell’illusione che si possa operare una sorta di “riproduzione interlinguistica”, ma la presa di coscienza che questi esistono, e che ogni volta se ne dovrà tenere conto stabilendo uno schema di priorità a cui attenersi nella strategia complessiva e nelle singole scelte traduttive.

 

English abstract

 

A text which says everything doesn’t exist. In the case of interlingual communication, the compensation for translation loss is further complicated by the linguistic and cultural mediation carried out by the translator. When a text is to be made accessible to a different culture, the translator can choose among a continuum of translation possibilities the extremes of which are the concepts of “acceptability” and “adequacy”, as described by Toury. On the basis of my translation of some extracts of If this be treason by Gregory Rabassa, I have analyzed the mental processes that led me to make certain translation choices instead of anothers. The numerous examples quoted, besides keeping sight of the original text, stress the need to consider what are the very aims of translation: far from being the ill-fatedattempt to remove every translation loss under the delusion that an “interlingual reproduction” is possible, it is the awareness that translation loss exists, and it has to be taken into account by setting priorities and sticking to them in the whole strategy as well as in every single translation choice.

 

 

Résumé en francais

 

Un texte qui dit tout n’existe pas. Dans le cas de la communication interlinguistique, la compensation de cette perte est compliquée davantage par la médiation linguistique et culturelle du traducteur. Quand il faut rendre un texte accessible à une culture autre, le traducteur peut choisir parmi un continuum de possibilités traductives dont les extrêmes sont, d’un côté, le concept de «adéquation», et de l’autre celui de «acceptabilité», théorisés par Toury. Sur la base de ma traduction de certains extraits de If this be treason par Gregory Rabassa, j’ai analysé les procédés mentaux qui m’ont conduite à opérer certains choix traductifs et à en exclure d’autres. Les nombreux exemples retenus, outre qu’ils ne font jamais perdre de vue le texte original, contribuent à rendre évidente la nécessité de réfléchir sur les buts de la traduction: non pas la tentative, destinée à échouer, d’éliminer toutes les pertes induites par la traduction dans l’illusion qu’on peut opérer une sorte de ˝reproduction interlinguistique˝, mais la prise de conscience qu’elles existent et qu’à chaque fois il faut s’en charger en dressant une liste de priorités auxquelles s’en tenir dans la stratégie globale comme dans chaque choix traductif.

 

Sommario

 

1.                  Prefazione  4

1.1.                  Il residuo comunicativo  5

1.2.                  Il rumore semiotico nella teoria della comunicazione di Peirce  7

1.3.                  Il duplice significato di «metatesto»: scegliere dove convogliare il residuo  9

1.4.                  Come colmare la distanza cronotopica tra il prototesto e il lettore del metatesto  14

1.5.                  La dialettica tra funzione estetica e funzione informativa del testo: l’ambivalenza di If this be treason  17

1.6.                  L’intertestualità come secondo livello di lettura  22

1.7.                  Cultura più specificante  versus cultura meno specificante: le diverse delimitazioni dello spettro cromatico  31

1.8.                  I realia: esempi e soluzioni traduttive  36

1.9.                  L’impossibilità di capire e trasporre tutto  42

1.10.                  Alcune note biografiche su Gregory Rabassa  43

1.11.                  Riferimenti bibliografici 45

2.                  Traduzione con testo a fronte  48

 

 

 

 

 

 

  1. Prefazione


1.1.       Il residuo comunicativo

«Un testo non dice mai tutto, dà sempre per scontata una parte spesso cospicua del messaggio» (Osimo 2001: 33). La parte del messaggio che non giunge a destinazione in un atto comunicativo si chiama «residuo». Un testo che abbia la pretesa di “dire tutto”, oltre a risultare estremamente ridondante, sarebbe inconcepibile; ogni testo comporta un residuo. Questo vale a maggior ragione nel caso della comunicazione interlinguistica in cui ai residui insiti nel percorso di un messaggio che parte dalla cultura propria dell’emittente per trovare posto nel materiale psichico del destinatario si aggiungono i processi traduttivi per produrre un metatesto in una lingua naturale diversa da quella del prototesto; se nello schema classico della comunicazione (emittente, ricevente, codice, residuo e messaggio) il residuo è da ricondursi, oltre alle interferenze nel canale fisico, ai processi impliciti di verbalizzazione e deverbalizzazione, nella comunicazione interlinguistica la sequenza dei processi traduttivi è molto più stratificata e la compensazione dei residui è notevolmente più difficile. Quando un emittente decide di comunicare un messaggio a un destinatario «deve attingere alla propria mente, al proprio materiale psichico, tra quelli che Peirce chiama “interpretanti”, elementi psichici soggettivi di mediazione tra un segno e un oggetto» e tradurli in un codice verbale (Osimo 2001: 75). Siamo in presenza di un processo di verbalizzazione che è anche un primo processo traduttivo se per traduzione si intende «qualsiasi processo che trasformi un prototesto in un metatesto» (Osimo 2001: 3). Dove c’è traduzione c’è residuo, perché non tutti gli interpretanti scelti dall’emittente riusciranno a essere tradotti in parole. E una volta che il messaggio è stato attualizzato, le interferenze sul canale fisico di comunicazione potrebbero impedirne parzialmente la comprensione. Un terzo residuo è rappresentato dal processo di deverbalizzazione attraverso cui il destinatario decodifica il messaggio verbale per trasformarlo in interpretanti. Un ultimo problema che contribuisce all’impossibilità di compensare del tutto il residuo comunicativo è dato dal fatto che spesso i processi descritti sono inconsapevoli e «a volte l’emittente non è consapevole nemmeno del residuo insito nel proprio messaggio verbale» (Osimo 2001:75). Nella comunicazione interlinguistica questi residui aumentano notevolmente perché ai processi di traduzione compiuti dall’emittente e dal ricevente si sommano quelli compiuti dal traduttore, che deve essere innanzitutto lettore e operare una traduzione intralinguistica (come ogni destinatario deve arrivare a trasformare in interpretanti propri gli interpretanti verbalizzati dall’emittente) prima di affrontare la traduzione interlinguistica in una lingua diversa da quella in cui il testo è stato originariamente concepito. Un altro residuo insito nella traduzione interlinguistica che si aggiunge a quelli descritti riguarda la parte di messaggio che il traduttore decide consapevolmente di convogliare nei dispositivi metatestuali perché ritiene probabile che non venga compresa in modo immediato. In questo scenario intricato il traduttore può almeno ovviare a queste difficoltà scegliendo di volta in volta la strategia traduttiva che ritiene più adatta per ottenere il metatesto più efficace possibile. Ma anche un errore di calcolo nell’elaborazione del lettore modello (quindi una strategia traduttiva sbagliata) può essere fonte di ulteriori residui comunicativi, tanto maggiori quanto più grande sarà la distanza tra il lettore modello immaginato dal traduttore e il lettore empirico.

1.2.       Il rumore semiotico nella teoria della comunicazione di Peirce

Nella teoria semiotica della comunicazione il residuo comunicativo è detto «rumore semiotico». Charles Peirce, fondatore della semiotica moderna, spiega questo concetto servendosi della triade segno, interpretante, oggetto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il processo interpretativo attraverso il quale un segno entra in relazione con un oggetto e produce nella mente del soggetto una rappresentazione che stabilisce una relazione tra segno e oggetto si chiama semiosi. Della semiosi, ovvero della significazione, si occupa la semiotica. Nel triangolo basato su Peirce un segno (qualunque cosa percettibile) non rimanda direttamente a un oggetto (ciò che esiste a prescindere dal segno), ma è mediato dal pensiero interpretante di chi codifica (o decodifica). Inoltre, «questo pensiero interpretante non è uguale per tutti, poiché è dettato dalle esperienze soggettive fatte dall’individuo con quel segno, con quell’oggetto e con segni e oggetti a loro mentalmente assimilabili» (Osimo 2004: 12). Le diverse codifiche che due interlocutori danno di uno stesso segno possono fare riferimento a oggetti mentali diversi. Ecco a cosa è dovuto in gran parte il residuo comunicativo:

 

Il segno diventa tale solo se viene interpretato come segno. L’albero resta un albero fino al momento in cui io, uomo primitivo, non lo indico per significare «rifugio dalla pioggia». Ma per il mio interlocutore può significare «luogo dove cadono i fulmini» (Osimo 2001: 35).

 

A creare il rumore semiotico però contribuiscono anche i contenuti impliciti di un messaggio, ovvero le parti di contenuto implicito il cui significato dato per scontato per il lettore modello del prototesto. Tenuto conto che ciò che in un contesto è implicito può non esserlo in un altro, risulta evidente che il traduttore deve preoccuparsi anche di questo aspetto nella scelta della strategia traduttiva. È bene ricordare infine che ogni traduzione rappresenta la visione parziale e momentanea del traduttore, dettata anche da fattori cronologici, geografici, culturali, psichici, come sottolineato da Osimo:

 

Ogni versione, a seconda del modo in cui il traduttore decide di farsi carico di ciò che non è possibile trasporre direttamente nella lingua o cultura ricevente, del “residuo intraducibile”, mette in risalto alcuni aspetti e ne tace, ahimè, altri. In altre parole, ogni versione differisce dalle altre soprattutto per il contenuto (denotativo, ma soprattutto connotativo e stilistico) che il traduttore ha deciso di sacrificare in nome della comunicabilità, della “trasportabilità” del testo in questione (Osimo 2004: 38).

 

1.3.       Il duplice significato di «metatesto»: scegliere dove convogliare il residuo

Per evitare confusioni, occorre innanzitutto fare chiarezza sul duplice significato di «metatesto»: questo termine si riferisce tanto al testo che traduce il prototesto quanto alle informazioni paratestuali che accompagnano una traduzione, ascrivibili alla funzione fatica della comunicazione, che Osimo definisce così: «in una traduzione, tutte le azioni volte a fare sì che il contatto tra emittente e ricevente non si interrompa» (Osimo 2004: 18).

Quando ci si trova di fronte a un testo da tradurre è buona abitudine documentarsi sull’autore, sul contesto culturale dell’opera, sulle altre pubblicazioni dell’autore eccetera. Nel caso di un libro, spesso buona parte di queste informazioni sono raccolte nel metatesto, inteso come «l’insieme delle parti di un libro che esulano dal testo principale» (Osimo 2004: 29). Anche le informazioni reperibili da altre fonti, persino attraverso citazioni, pubblicità, allusioni, secondo Peeter Torop rientrano nel concetto più ampio di «metatesto». Il loro denominatore comune è fornire «informazioni paratestuali sul testo principale» (Osimo 2004:29). Esistono più livelli di metatesto; per un libro, ad esempio, possiamo distinguere:

  • Le componenti direttamente reperibili al suo interno nell’apparato paratestuale: prefazione, postfazione, introduzione, commentario, note, glossario, mappe, illustrazioni, cronologia;
  • Le informazioni reperibili su altre opere di consultazione: recensioni, voci enciclopediche, biografia dell’autore, elenco delle sue opere;
  • Gli echi mediatici: pubblicità, notizie sulla pubblicazione.

Umberto Eco, nel capitolo «Perdite e compensazioni» di Dire quasi la stessa cosa (Eco 2003: 95-138) sostiene che in un testo tradotto possono intervenire alcune perdite «assolute», il cui contenuto può essere espresso esclusivamente ricorrendo alla nota a piè di pagina, l’ultima ratio di un traduttore che ne ratifica la sconfitta (Eco 2003: 95). La tesi sostenuta da Osimo è invece su questo aspetto completamente diversa:

 

Questo metodo tende alla manipolazione del testo senza che il lettore ne sia consapevole. Il lettore modello implicito in questo metodo non è degno di venire a conoscenza delle operazioni manipolatorie compiute senza precisa giustificazione dal traduttore, e non ha nessuna curiosità, si evince, per ciò che può essere tipico della cultura altrui, e diverso dalla propria. (Osimo 2004: 74)

 

Dello stesso parere è Nabókov:

 

In primo luogo, dobbiamo accantonare una volta per tutte il concetto convenzionale secondo cui una traduzione «deve essere scorrevole» e «non deve avere l’aria di una traduzione». […] Se sia di scorrevole lettura o no dipende dal modello, non dall’imitatore. (Nabókov 1984: XII-XIII in Osimo 2004: 70).

 

Secondo Eco invece dove è necessario è più conveniente intervenire direttamente all’interno del testo tradotto concedendosi alcune perdite a cui si possono far corrispondere in seguito dei tentativi di compensazione. Ma «Perdite» e «compensazioni», per quanto concordate tra l’autore e il traduttore e ritenute irrilevanti nell’economia generale del testo, devono essere fatte con parsimonia e il traduttore deve «resistere alla tentazione di aiutare troppo il testo, quasi sostituendosi all’autore» (Eco 2003: 108). Anche perché, come sottolinea lo stesso Eco, «una traduzione che arriva a “dire di più” potrà essere un’opera eccellente in sé stessa, ma non è una buona traduzione» (Eco 2003: 110). Sono quattro i motivi per cui, secondo Umberto Eco, un traduttore è tentato di intervenire direttamente sul testo originale, in modo quasi inconsapevole per una sorta di «tendenza ipertrofica alla mediazione» (Osimo 2004: 75), lasciando il lettore della traduzione all’oscuro di tutto:

  • Se un’espressione del testo originale appare ambigua. Ma ci si deve sempre chiedere se il lettore del prototesto sia davvero in grado di disambiguare le espressioni apparentemente incerte con maggiore facilità rispetto al lettore del metatesto. Spesso di fronte a una doppia possibilità interpretativa è il contesto che rende evidente la lettura corretta, che si tratti di prototesto o metatesto, e l’intervento del traduttore è del tutto superfluo.
  • Se l’autore del prototesto ha effettivamente creato un’ambiguità senza volerlo e il contesto non è sufficiente a risolverla.
  • Se l’autore non voleva essere ambiguo, ma il traduttore individua in questa ambiguità una scelta precisa dell’autore e fa il possibile per inserirla anche nel testo tradotto.
  • Se l’autore voleva espressamente risultare ambiguo.

Fatte queste concessioni, proseguendo la lettura di questo capitolo di Eco si evince che in linea di principio il traduttore non deve proporsi di “migliorare” il testo: «Se si traduce un’opera modesta mal scritta, che rimanga tale, e che il lettore di destinazione sappia che cosa aveva fatto l’autore» (Eco 2003: 118). A maggior ragione nell’ultimo caso in cui l’intervento del traduttore direttamente nel testo non è giustificato per nulla, perché chiarire significherebbe non riconoscere e non rispettare un’ambiguità voluta, e in definitiva vorrebbe dire tanto tradire le intenzioni dell’autore quanto fuorviare la ricezione dei lettori.

Quando invece un traduttore fa ricorso ad apparati metatestuali allo scopo di esplicitare e compensare un prototesto, è innegabile che siamo in presenza di una strategia consapevole. Dirk Delabastita definisce le strategie metatestuali artifici compensativi che un traduttore può adottare quando instaura un «secondo livello di comunicazione» con il metatesto che ha prodotto. Ecco una conferma dell’origine comune della duplice valenza del termine metatesto: in entrambi i casi il metatesto implica un processo di traduzione, nell’uno metalinguistica (che dà origine alle componenti paratestuali), nell’altro interlinguistica (che porta a tradurre il prototesto). A seconda della finalità dell’intervento metatestuale, Delabastita ne individua tre diversi tipi (Osimo 2004: 76):

  1. Commentare qualcosa del prototesto
  2. Commentare un modo in cui è stato tradotto il prototesto
  3. Commentare la relazione intercorrente tra prototesto e metatesto

Tornando a Peirce, è la teoria dell’abduzione che illustra sia perché un testo non può dire tutto, sia perché è proprio sul non detto che si basa il gioco abduttivo (Osimo 2001: 33) della lettura: questo tipo di logica muove da una costante nota (esempio: tutti i fagioli di questo sacco sono bianchi) per inferire una congettura su un fenomeno nuovo (se questi fagioli sono bianchi, allora forse vengono da questo sacco). L’esempio è di Peirce. Le probabilità che questa congettura sia vera sono piuttosto basse, perché l’ipotesi che sta alla base del ragionamento è un caso, e non una regola. Ecco ciò che avviene ogni volta che si è alle prese con la lettura di un testo: man mano che la lettura procede si fanno ipotesi sul non detto del testo, ipotesi che (forse) verranno confermate o smentite in una fase successiva della lettura. Un testo non dirà mai tutto perché la semiosi di un testo è illimitata: ogni lettore formula ipotesi diverse e ogni ulteriore lettura da luogo a congetture diverse; allora il traduttore deve essere prima di tutto un critico per riuscire a rileggere il testo e estrapolarne la ratio.

1.4.       Come colmare la distanza cronotopica tra il prototesto e il lettore del metatesto

La scelta della strategia traduttiva deve tenere conto delle differenze tra la cultura emittente e la cultura ricevente, tanto sul piano dell’espressione quanto su quello del contenuto, come sostiene Anthony Pym:

 

Quando si attraversa una parete culturale, si incontrano luoghi particolari che richiedono l’espansione del testo. I termini più difficili tendono a richiedere una parafrasi o una spiegazione, di solito giustificabile in quanto esplicitazione di informazioni culturali implicite (Pym 1993: 123 in Osimo 2004)

 

Secondo il teorico tedesco Schleiermacher  esistono due diversi metodi per rendere direttamente nel testo tradotto ciò che altrimenti risulterebbe un residuo comunicativo, a seconda dell’atteggiamento assunto dal traduttore nei confronti del lettore del metatesto: «a mio avviso, di tali vie ce ne sono soltanto due. O il traduttore lascia il più possibile in pace lo scrittore e gli muove incontro il lettore, o lascia il più possibile in pace il lettore e gli muove incontro lo scrittore» (Nergaard 1993: 153)

L’argomentazione continua sostenendo che le due vie sono talmente diverse che una volta scelta quella da seguire non sono ammesse eccezioni, pena lo smarrimento completo sia del lettore che dello scrittore. Personalmente non condivido questo ultimo punto, perché non credo possa esistere una norma assoluta ma ritengo che stia al buon senso e all’esperienza di un traduttore valutare di volta in volta la strategia traduttiva più efficace. Trovo invece molto valide le descrizioni dei due modi in cui, di volta in volta, un traduttore può decidere di far procedere la sua traduzione: nel primo caso il traduttore si preoccupa di compensare la mancata comprensione da parte del lettore del testo tradotto cercando di comunicargli la stessa immagine che lui, che conosce la lingua dell’originale, ha tratto dalla sua lettura. Nel secondo, se la traduzione cerca di far parlare il suo autore romano come se a parlare o a scrivere fosse un tedesco per un pubblico di tedeschi, non muove l’autore nella direzione del traduttore, perché l’autore non gli parla in tedesco ma in latino, ma  muove lo scrittore incontro ai lettori trasformandolo in uno di loro. L’esempio è di Schleiermacher.

Anche lo scienziato della traduzione Gideon Toury vede in modo dinamico il processo che porta a colmare la distanza cronotopica tra il prototesto e il lettore del metatesto: questa distanza può essere percorsa o dal lettore, che si fa carico della fatica di avvicinarsi alla cultura altrui dell’autore, oppure dal traduttore, che avvicina il prototesto al lettore trasformando gli elementi di cultura altrui che contiene in elementi di cultura propria del lettore, a lui più familiari e quindi di più immediata comprensione. Nel primo caso siamo in presenza di una traduzione «adeguata», dove il concetto di «adeguatezza è visto in funzione del prototesto», mentre nel secondo di una traduzione «accettabile», questa volta dal punto di vista del lettore (Osimo 2001: 81-84). Ecco quali sono alcuni dei parametri su cui si basano queste due strategie:

 

Caratteristiche del prototesto

Adeguatezza

Accettabilità

Straniamento culturale

  • Esotismo
  • Storicismo
Conservato Addomesticamento culturale

  • Naturalizzazione
  • Modernizzazione
Realia Conservati
  • Sostituiti con quelli della cultura ricevente
  • Standardizzati
Nomi propri Conservati Adattati
Sintassi marcata Conservata Standardizzata
Forme metriche Conservate Sostituite con altre diffuse nella cultura ricevente
Proverbi e modi di dire
  • Conservati
  • Spiegati nell’apparato critico
  • Sostituiti con altri simili
  • Aboliti
  • Esplicitati
Polifonia (registri, idioletti) Conservata Uniformata
Deittici Conservati Adattati

 

Ciascuna delle due scelte comporta dei rischi: l’adeguatezza, che pone come dominante l’integrità del testo, prende atto dell’estraneità di un testo e non gli toglie le caratteristiche che lo identificano anche a costo di produrre un testo di difficile lettura; l’accettabilità ha come dominante la facilità di accesso al testo lasciando al lettore la possibilità di accedere a quei contenuti che altrimenti sarebbero risultati estranei alla cultura ricevente. Qui il rischio è di far perdere le tracce della cultura che ha generato il prototesto illudendo il lettore che le culture siano molto simili tra loro e la traduzione intralinguistica sia sempre possibile. Come sottolinea Osimo, il traduttore non è l’unico responsabile di una o dell’altra scelta:

 

Spesso è la cultura a dettare le norme della traducibilità. Possono intervenire fattori di ordine politico, il fatto che certe culture siano dominanti o siano recessive in un dato momento storico, o il fatto che in un’area prevalga la cultura dell’appropriazione delle culture altrui versus la cultura del confronto e dello scambio (Osimo 2001: 83).

 

Ma anche la cultura editoriale dominante in un Paese influisce notevolmente su queste scelte:

 

Vi sono editori che danno credito al lettore medio offrendogli traduzioni di non facilissima lettura corredate di note e di altre spiegazioni metatestuali utili a far entrare il lettore nella cultura da cui proviene il testo; altri editori invece tendono a preparare prodotti di facile consumo postulando, come diceva Nabòkov (1984), un lettore imbecille capace soltanto di consumare testi precotti, predosati, predigeriti: per questo lettore le traduzioni accettabili sono l’ideale (Osimo 2001: 84).

 

1.5.       La dialettica tra funzione estetica e funzione informativa del testo: l’ambivalenza di If this be treason

Nel modello di Peeter Torop, tra le varie possibili attualizzazioni del processo traduttivo in funzione delle dominanti trova posto anche la discriminante espressione versus contenuto. Fissare la dominante sull’espressione significa ritenere preponderante la funzione estetica di un testo; fissarla sul contenuto significa invece accordare maggiore importanza alla funzione informativa. In una traduzione, il piano dell’espressione (la forma) viene sottoposto a ricodifica, mentre il piano del contenuto viene sottoposto a trasposizione. Nella maggior parte dei casi un processo non esclude l’altro: i testi difficilmente sono del tutto dominati da una sola di queste due funzioni. Un testo che fissi la dominante esclusivamente sulla funzione informativa non intende convogliare nessun messaggio al di là del mero valore semantico delle parole; eccone un esempio: «L’interregionale 1231 per Forlì parte alle 14.05 dal binario 20» (Osimo 2004: 19). Per quanto la decifrazione di questo messaggio comporti la comprensione di alcune implicazioni referenziali, il suo unico scopo è dare questa informazione ai viaggiatori. In altre parole, nessuna parte di questo messaggio rischia di andare persa se il destinatario comprende il valore denotativo delle singole parole che lo compongono. Un testo di questo tipo è un testo chiuso, monosemico, e anche una parola polisemica (e «binario» lo è) è molto facile da disambiguare. Di un testo simile si può dire se sia giusto o sbagliato, perché non dà adito a interpretazioni soggettive dipendenti per esempio dalla cultura, dal momento storico, in una parola dal contesto. In un testo come questo il residuo può essere ridotto quasi a zero.

Altre volte invece è la forma in cui un messaggio viene espresso a essere l’elemento portatore di senso: basti pensare alla poesia, in cui sono la fonetica, la musicalità e la metrica ad avere un’importanza preponderante rispetto al puro contenuto semantico, come dimostra Osimo: «Non avrebbe infatti senso “tradurre” ‘Nel mezzo del cammin di nostra vita’ come ‘Quando avevo trentacinque anni’ o qualcosa di simile: sarebbe una traduzione molto incompleta e per molti aspetti priva di senso» (2004: 19). Soprattutto nella poesia (ma non solo), il contenuto deve adattarsi a ciò che Eco chiama «ostacolo espressivo»: «Il principio della prosa è rem tene, verba sequentur, il principio della poesia è verba tene, res sequentur» (Eco 2003: 56).

Prendiamo ora un esempio di testo più articolato: la prosa narrativa; qui è impossibile ricondurre la dominante esclusivamente alla funzione estetica o a quella informativa. La funzione narrativa (informativa) è espletata dalla fabula, la sequenza cronologica degli eventi. Un autore può decidere (e lo fa quasi sempre) di ricostruire la fabula attraverso un racconto che non rispecchia il susseguirsi degli eventi finzionali, e in questo consiste l’intreccio. Basterebbe questo a farci comprendere quanto sia più stratificata la semiosi di un testo in cui fabula e intreccio non coincidono rispetto a quella di un testo puramente informativo. Un testo di questo tipo si chiama «aperto» e il significato di ciascuna delle sue proposizioni dipende tanto dal co-testo quanto dal contesto. Immaginiamo che l’esempio di Eco «Biancaneve ha mangiato la foglia» (Eco 2003: 50) faccia parte di un racconto più articolato; bisogna innanzitutto comprendere il senso letterale della frase per decifrarla, poi individuare le ambiguità tenendone conto nel corso della lettura e riconsiderare il significato di quella proposizione ogni volta che emergono nuovi elementi riconducibili  alle varie ipotesi interpretative.

 

[…] se leggessi che Biancaneve ha mangiato la foglia, probabilmente ricorrerei a un’altra serie di conoscenze enciclopediche in base alle quali raramente gli esseri umani mangiano foglie: di lì darei inizio a una serie di ipotesi, da controllare durante il corso della lettura, per decidere se per caso Biancaneve non sia il nome di una capretta. Oppure – come appare più probabile – attiverò un repertorio di espressioni idiomatiche, e comprenderò che mangiare la foglia è espressione proverbiale che ha un senso diverso da quello letterale (Eco 2003: 50-51).

 

Ma fabula e intreccio non esistono solo nei testi specificamente narrativi. In A Silvia di Leopardi Eco fa notare che la fabula (il poeta è innamorato di una ragazza, sua dirimpettaia, che morirà lasciando il poeta in preda alla nostalgia) non coincide con l’intreccio (il poeta entra in scena quando la ragazza è già morta, e il suo ricordo la fa rivivere nella poesia).

 

Quanto sia da rispettare l’intreccio in una traduzione ce lo dice il fatto che non ci sarebbe traduzione adeguata di A Silvia che non ne rispettasse, oltre alla fabula, anche l’intreccio. Una versione che alterasse l’ordine dell’intreccio sarebbe puro riassunto da bigino per gli esami, che farebbe perdere il senso straziante di quel rimemorare (Eco 2003: 52).

 

Pertanto in un testo è importante individuare i diversi livelli dell’espressione e i diversi livelli del contenuto. Se il traduttore fraintende la dominante, o se un testo viene interpretato in funzione di una sola delle varie dominanti del prototesto, e questa non è quella principale, manipola inevitabilmente la ricezione del testo nella cultura ricevente.

Individuare una funzione prioritaria nel testo di Rabassa non è cosa semplice. Lo scopo informativo è evidente: si tratta di un testo che ha l’obiettivo di definire che cosa significhi «tradurre» alla luce della lunga esperienza dell’autore in questo campo. Il lettore modello deve avere qualche nozione sulla traduzione per comprendere il testo. Anche le citazioni contenute sono piuttosto cólte, spesso implicite e non sempre di immediata comprensione. D’altra parte, è innegabile che questo testo abbia una spiccata vocazione letteraria e che non siamo di fronte a un manuale per addetti ai lavori ma a un testo divulgativo la cui ricerca estetica non è affatto secondaria rispetto al messaggio. Sembra piuttosto un testo che nasce con un intento didascalico e sfrutta a questo scopo moltissimi artifici retorici, primo su tutti l’ironia. Secondo Eco è proprio nella capacità di discernere non solo tra espressione e contenuto, ma anche tra i diversi livelli dell’una e dell’altro, che sta la buona riuscita di una traduzione:

 

Siccome in un testo a finalità estetica si pongono sottili relazioni tra i vari livelli dell’espressione e quelli del contenuto, la capacità di individuare questi livelli, di rendere l’uno o l’altro, (o tutti, o nessuno), e saperli porre nella stessa relazione in cui stavano nel testo originale (quando possibile), si gioca la sfida della traduzione (Eco 2003: 56).

 

1.6.       L’intertestualità come secondo livello di lettura

Per comprendere cosa sia l’intertestualità è utile introdurre il concetto di «semiosfera» di Jurij Lotman e quello di «polisistema» di Even-Zohar. La semiosfera, cioè l’universo della significazione, è un insieme di sistemi in continua evoluzione tra loro nei quali le singole culture interagiscono, arricchendosi; dato che non può esistere un testo che non porti in sé «le tracce della memoria collettiva» (Osimo 2004: 42), i testi nella semiosfera sono sempre intertesti (perché contengono inevitabilmente rimandi o allusioni, anche se impliciti, ad altri testi), e il traduttore, prima ancora di dover decidere come e quanto renderli evidenti nel metatesto, deve saperli decodificare. Il semiotico israeliano Even-Zohar chiama la semiosfera di Lotman «polisistema» e individua al suo interno «alcune leggi che regolano le relazioni tra i singoli sistemi all’interno del polisistema in funzione della loro posizione centrale o periferica e del loro atteggiamento statico o dinamico» (Osimo 2004: 43-44). Il centro del sistema dipende da fattori storici, e in definitiva dall’egemonia culturale di un’area rispetto a un’altra. I sistemi centrali sono meno ricettivi rispetto a quelli perferici perché più autosufficienti, non hanno cioè bisogno di rivolgersi all’esterno per innovarsi. Even-Zohar all’interno del polisistema isola il sistema «testi tradotti». Questo sottosistema, che ha un forte potenziale innovativo dato che si colloca al confine tra le culture e ne permette la comunicazione, acquisisce importanza maggiore o minore a seconda che i sistemi in cui la traduzione viene immessa siano centrali o marginali: «nei sistemi centrali (e quindi conservatori), i testi tradotti sono marginali, mentre nei sistemi periferici (e quindi innovativi) i testi tradotti sono centrali» (Osimo 2004: 44).

Per la decodifica di un testo particolarmente ricco di intertesti, come quello di Rabassa, la difficoltà di riconoscerli è direttamente proporzionale alla loro implicitezza. Ecco i tre parametri di implicitezza – esplicitezza individuati da Osimo:

  1. Presenza di delimitatori
  2. Implicitezza – esplicitezza della fonte
  3. Implicitezza – esplicitezza della funzione

Nella tabella seguente ho catalogato le principali citazioni testo secondo i parametri indicati.

Citazione

Pag.

“ ”

Fonte

Fonte esplicita

Funzione o esplicitazione

The treason done, the traitor is no longer needed

49

Life Is a Dream, Calderon

ü

Compito  del traduttore

Segismundo’s tower

53

No

Life Is a Dream, Calderon

Destino del traduttore che resta anonimo

Since words are only names for things […] to discourse on

53

Gulliver’s Travels, Swift

ü

Paradosso di fare a meno delle parole nella comunicazione

Babel

55

No

Bibbia

Dispersione delle lingue

 

Citazione

Pag.

“ ”

Fonte

Fonte esplicita

Funzione o esplicitazione

Mama Lucy

55

No

Scheletro di Australopithecus afarensis

Lingua originaria

Bouvard and Pécuchet

55

No

Bouvard and Pécuchet, Flaubert

Chi si applica con fervore a tutte le discipline, fino a scoprirne l’incapacità di dare risposte ai misteri del mondo

Say finay

59

No

W. C. Fields

ü

Pronuncia anglicizzata del francese c’est fini

Gregor Samsa

59

No

La metamorfosi, Kafka

ü

Tendenza all’atteggiamento centrifugo di una cultura dominante

Gordian knot

63

No

Leggenda sulla vita di Alessandro Magno

ü

Problema di intricatissima soluzione

Vital reason

63

Ortega y Gasset

ü

Esistenza di un legame di natura dinamica tra l’io e le cose

Alexander’s short sword

65

No

Leggenda sulla vita di Alessandro Magno

ü

Continua la metafora di pag. 63. Strumento per risolvere il problema

Lear

67

No

King Lear, Shakespeare

Importanza dell’umiltà per un traduttore

Old Saul

69

No

Bibbia

Insicurezza

Chico Marx as Chicolin$i

69

No

Duck Soup

ü

Inconsapevolezza infantile

 

Citazione

Pag.

“ ”

Fonte

Fonte esplicita

Funzione o esplicitazione

In the beginning was the Word […] and the Word was God

75

Vangelo secondo Giovanni

ü

Diverse traduzioni di God e Word

William James’s varieties

75

No

The Varieties of Religious Experience, William James

W.  James sostiene che le domande sull’esistenza di Dio siano irrilevanti: «God is not known, he is not understood; he is used» (James: 124)

Our father […] Howard be thy name

75

Vangelo secondo Luca

Ironia su chi interpreta male il nome di Dio

This is something up with which I will not put

85

Winston Churchill

ü

Ironia sull’ipercorrettismo

Les sanglots longs des violons de l’automne

87

Verlaine

ü

Esempio del legame tra suoni e cultura

It is too much with us

91

No

Wordsworth

Condanna all’approssimazione tipica di quest’epoca

 

Il primo parametro è il più semplice da analizzare. Si è trattato di riportare quelle parti di testo che figurano tra virgolette. Sono le citazioni più facili da individuare proprio perché graficamente riconoscibili, e anche se il lettore del metatesto non le comprende immediatamente, certamente le identifica in quanto citazioni e può rivolgersi ad altre risorse per capirne con una certa sicurezza almeno la fonte. In qualche caso, la fonte è già esplicitata all’interno del testo originale, facilitando ulteriormente il compito di chi legge. Qui il residuo dovrebbe essere piuttosto limitato, e in ogni caso l’intertesto non dovrebbe precludere la comprensione del testo. Molte delle citazioni di Rabassa sono esplicite da questi punti di vista, anche se spesso questo non basta per rendere evidente la loro funzione all’interno del testo, ma è fuor di dubbio che l’esplicitezza della fonte rende quanto meno la citazione trasparente. Ci sono casi in cui invece il rinvio non è trasparente (o almeno, non lo è per la cultura del traduttore). Secondo Eco, a volte le citazioni sono inviti aperti da parte dell’autore a cercare un rinvio equivalente nella propria cultura. Altre volte, se il traduttore non coglie il rinvio ed è l’autore che lo invita a sottolinearlo, allora:

 

(i) o l’autore ritiene che alcuni lettori possono essere più competenti dei traduttori, e invita questi ultimi a indirizzarli nel modo giusto, (ii) o l’autore sta giocando una partita disperata, in cui il testo è più ottuso di lui, e tuttavia non si vede perché i suoi affezionati traduttori non debbano compiacerlo, lasciandogli l’illusione che almeno un lettore tra un milione sia disposto a cogliere la strizzata d’occhio (Eco 2003: 215).

 

Rabassa probabilmente – facendo ciò che su un calco anglosassone si chiama «ironia ipertestuale», e cioè citando all’interno di un testo un altro testo senza darlo a vedere, in modo inatteso (ironically, appunto) – prevede una doppia lettura per suo mémoire, che può ottenere anche un successo popolare proprio perché può essere letto sia in modo ingenuo, senza cogliere i rinvii intertestuali, sia con maggiore consapevolezza. Si tratta di una doppia possibilità di lettura che dipende dalla consapevolezza enciclopedica del lettore:

 

(i) Il lettore ingenuo, che non individua la citazione, segue lo stesso lo svolgersi del discorso e dell’intreccio come se ciò che gli viene raccontato fosse nuovo e inaspettato (e pertanto, dicendogli che un personaggio trafigge un arazzo gridando un topo!, anche senza individuare il rinvio shakespeariano, può godere di una situazione drammatica ed eccezionale); (ii) il lettore colto e competente individua il rinvio, e lo sente come citazione maliziosa (Eco 2003: 213).

 

È bene ricordare che questo non è sempre vero: un’opera può abbondare in citazioni di testi altrui senza essere un esempio di ironia intertestuale. Ci sono casi in cui il lettore incolto può, certo, apprezzare il testo per il ritmo o per il suono, ma non cogliere i riferimenti significherebbe perderne il senso più importante e «godere del testo come chi origli da una porta socchiusa, cogliendo solo parte di una promettente rivelazione» (Eco 2003: 215).

L’ultima colonna della tabella riguarda l’esplicitezza della funzione della citazione. Il problema è capire quale sia la relazione tra la citazione e la cultura ricevente. A seconda della relazione possono verificarsi queste situazioni:

  • Il motivo per cui la citazione viene fatta è evidente a tutti
  • Il motivo per cui la citazione viene fatta è evidente solo all’interno della cultura emittente
  • Il motivo per cui la citazione viene fatta è evidente solo all’autore

Per concepire una strategia traduttiva adatta è necessario capire che tipo di citazione è presente nel testo.

Nel primo caso il traduttore non deve preoccuparsi di nulla, il rinvio è così trasparente che l’unica cosa sensata da fare è mantenerlo anche nella traduzione.

Sono gli altri due casi che aprono le sfide maggiori per un traduttore. In questi casi, la memoria testuale del traduttore è estremamente importante per garantire al lettore del metatesto la possibilità di cogliere gli intertesti presenti nell’originale. Ma anche il lettore è dotato di memoria testuale, e secondo Osimo «è a questi che si può delegare la decodifica degli intertesti che risultano impliciti, ma comprensibili, sia nell’originale che nella traduzione» (Osimo 2004: 42). In altre parole, esplicitare ciò che nel testo originale è implicito non rientra nei compiti di un traduttore. Per contro:

 

Tutta l’opera di addomesticamento che il traduttore non compie, è strada in più che deve essere percorsa dal lettore, e perciò, a seconda di quanto il lettore modello della cultura ricevente venga considerato capace e attrezzato per affrontare la realtà del mondo altro, il traduttore sarà nei suoi confronti più o meno paternalista, producendo un testo più o meno ghiotto di novità, più o meno liscio, scorrevole. Un testo è scorrevole non soltanto quando la sintassi e il lessico sono consueti, ma anche quando gli elementi culturali che vi si incontrano sono familiari (Osimo 2004: 56).

 

Ma come ci si deve comportare nel caso in cui il motivo per cui una citazione viene  fatta è evidente presumibilmente solo all’interno della cultura emittente o addirittura solo all’autore? Ecco un esempio estratto dal testo di Rabassa che ho tradotto:

 

Although the French sound of lingerie is not too difficult to reproduce fairy closely in English, most people will plusquam it into a hyper-Gallic lahnjeray, a sound worthy of W. C. Fields and his say finay [grassetto aggiunto].

 

Con una breve ricerca si risale facilmente a chi sia stato W.C. Fields, nome d’arte di William Claude Dukenfield (29 gennaio 1880 – 25 dicembre 1946), comico e attore statunitense. Il contesto in cui è inserita la citazione e qualche notizia in più sulla sua carriera permettono di stabilire che (forse) quel say finay non è altro che un tentativo di riportare la pronuncia all’americana dell’espressione francese c’est fini. Si tratta solo di un’ipotesi probabile. Se la citazione non è così memorabile per un lettore americano (visto che non ve n’è traccia on-line), meno ancora lo sarà per il lettore modello italiano del metatesto. Il traduttore dovrà trovare nell’apparato metatestuale lo spazio adeguato per rendere note al lettore queste considerazioni.

Un altro esempio può essere utile per evidenziare la difficoltà di inserire una citazione che l’autore fa velatamente nell’originale, quella che Eco chiama una «strizzata d’occhio al possibile lettore competente» (Eco 3003: 214), in un metatesto all’interno del quale non potrà che essere in qualche modo smascherata. Eccone la prova:

 

What makes translation seem so possible is that we live in a world of similarities and it is too much with us [grassetto aggiunto].

 

Il sospetto che l’ultima parte della frase potesse nascondere una citazione è nato dal risultato piuttosto insensato di una prima traduzione linguistica del passaggio. Una ricerca on-line mirata a verificare se si trattasse di un modo di dire o di una frase fatta mi ha immediatamente indirizzato sulla strada giusta, facendomi capire che mi trovavo di fronte a una citazione della poesia omonima di William Wordsworth. Questa citazione potrebbe passare del tutto inosservata per il lettore del prototesto, che se la individua può fruire dell’ironia ipertestuale prevista dall’autore, ma la sua lettura può proseguire senza ostacoli né rallentamenti anche se il rinvio non viene colto. Ma questo non è vero per il lettore del metatesto, che è costretto a fare i conti con l’effetto straniante della citazione che non può che essere riportata in inglese (non essendo stata mai tradotta autorevolmente). Il rinvio non potrà in alcun modo passare inosservato, ed è bene che il traduttore si preoccupi di informare il lettore che si tratta di una citazione, specificandone l’autore. Solo con una spiegazione metatestuale il lettore del metatesto potrà fruire di una traduzione adeguata e potrà stabilire un contatto autentico con la cultura da cui proviene il testo.

1.7.       Cultura più specificante  versus cultura meno specificante: le diverse delimitazioni dello spettro cromatico

Per stabilire con sicurezza se un enunciato A, it’s raining, sia equivalente a un enunciato B, espresso in un’altra lingua, piove, dovremmo poter esprimere quell’enunciato in una lingua C neutra rispetto alle altre due che serva da parametro. Esclusa la possibilità che esista una «situazione ideale» in cui al centro del processo traduttivo ci sia un oggetto concreto (o che esista una lingua naturale così flessibile da poter essere detta perfetta tra tutte), bisogna fare i conti con il fatto che al centro della mediazione ci sono due segni:

 

La struttura profonda universale [ipotizzata da Chomsky] non esiste, perché ogni lingua influenza il modo in cui viene catalogata la realtà, ogni cultura influenza il modo in cui funziona una lingua e ogni parlante ha un suo modo di esprimere uno stesso contenuto oggettivo (Osimo 2001: 41).

 

Il traduttore allora non può che partire dal segno del prototesto per scegliere un suo corrispettivo nel metatesto. Ma perfino per un semplicissimo enunciato a funzione denotativa è inevitabile incappare nell’obiezione del Terzo Uomo:

 

Per tradurre un testo A, espresso in una lingua Alfa, nel testo B, espresso in una lingua Beta (e dire che B è una traduzione corretta di A, ed equivalente per significato ad A), dovremmo confrontarci a un metalinguaggio Gamma e quindi decidere in che senso A è equivalente in significato a Γ espresso in Gamma. Ma per fare questo occorrerebbe un nuovo meta-metalinguaggio delta, tale che A sia equivalente a Δ espresso in Delta, e poi un meta-meta-metalinguaggio Ypsilon, e così all’infinito (Eco 2003: 348).

 

Il traduttore, costretto a scegliere un solo traducente, ne sceglierà uno con uno spettro semantico parzialmente sovrapponibile a quello del segno del prototesto, ma che certamente ricoprirà nella cultura ricevente anche significati diversi, non tutti previsti dall’autore del prototesto. Alcune culture infatti sono più specificanti di altre in una determinata sfera, e questo dà luogo a traduzioni più vaghe o riduttive (nel caso di traduzione da una cultura meno specificante a una più specificante) o ridondanti, quando la traduzione va nella direzione opposta. D’altra parte, Eco sottolinea che:

 

[…] se le diverse organizzazioni linguistiche possono apparire mutuamente incommensurabili, esse rimangono peraltro comparabili. […] Siamo stati ricattati per anni dalla notizia che gli eschimesi hanno diversi nomi per individuare, a seconda dello stato fisico, quella che noi chiamiamo neve. Ma poi si è concluso che gli eschimesi non sono affatto prigionieri della loro lingua, e capiscono benissimo che quando noi diciamo neve indichiamo qualcosa di comune a ciò che essi chiamano in vari modi. D’altra parte, il fatto che un francese usi la stessa parola, glace, per indicare sia il ghiaccio che il gelato, non lo porta a mettere cubetti di gelato nel proprio whisky (Eco 2003: 351).

 

Se la traduzione interlinguistica dà buoni risultati quando abbiamo a che fare con situazioni che concernono «stati fisici o azioni che dipendono dalla nostra struttura culturale» (Eco 2003: 352), diventa più complicato esprimere concetti che in altre culture non hanno un nome semplicemente perché “non esistono”. Il testo di Rabassa suggerisce un esempio particolarmente calzante e altrettanto quotidiano per poter affrontare questo aspetto della traduzione: i colori.

Si legge infatti a pagina 91: «Columbia’s blue can never reproduce Yale’s, yet both are blue and have a great many cultural concomitants in common» (Rabassa: 2005: 20).

La prima questione che il traduttore deve risolvere è capire di che colori si tratta, visto che con ogni probabilità a un traduttore italiano questi colori non dicono granché; la ricerca on-line di Yale blue rinvia immediatamente al sito della Yale University che dedica una sezione esclusivamente alla descrizione di questo colore e agli usi a cui deve essere destinato. Si tratta del colore distintivo dell’università: «Yale Blue should be used as a spot color for official stationery, banners and signage, brochures, and single-color publications». La pagina è corredata di un riquadro colorato che permette di capire a tutti gli effetti di che colore si sta parlando (del resto, basta consultare il sito della Yale University per ritrovarlo ovunque). Il referente di questo colore per chi ha una certa familiarità con l’università è evidente, per un lettore italiano invece potrebbe non rappresentare assolutamente niente.

Il significato di «Columbia’s blue» non è più chiaro. Procedendo allo stesso modo arriviamo a vedere di che colore si tratta, a capire che è il colore distintivo della Columbia University, ma non a trovare una soluzione traduttiva che renda giustizia tanto agli impliciti culturali che questi due «blue» portano con sé quanto all’esigenza di chiarezza nei confronti del lettore del metatesto (tanto più che Rabassa utilizza questi colori come esempio lampante di tonalità di «blue» tra loro diverse). È come se un italiano descrivesse un colore come «blu Inter». Anche se si tratta di una nomenclatura che non esiste, il lettore italiano non sarebbe turbato se leggendo la incontrasse, e l’idea di questo colore che formulerà un lettore di Torino sarà con ogni probabilità molto simile a quella che si farà un lettore di Agrigento, proprio perché ci troviamo di fronte a uno di quei rari casi in cui gli interpretanti di un lettore saranno verosimilmente molto simili a quelli di un altro lettore che appartiene allo stesso contesto culturale (nazionale, in questo caso) e il segno verbale «blu Inter» ha ottime probabilità di essere decifrato immediatamente e in modo corretto. La stessa nomenclatura potrebbe risultare completamente oscura per un lettore straniero poco interessato al calcio italiano o che non conosca i colori sociali dell’Inter. Probabilmente parlare a un americano di «blu Inter» è come parlare a un italiano di «Yale’s blue» o di «Columbia’s blue»: non veicola un messaggio preciso.

Una soluzione, che andrebbe nella direzione del lettore, potrebbe essere trasformare gli elementi di cultura altrui in elementi di cultura propria del lettore, lasciando il lettore ignaro della naturalizzazione compiuta: ecco un esempio di ciò che Toury chiama traduzione «accettabile». Si potrebbe procedere in questo modo: accostare le tavole con le principali gradazioni di blu e la loro nomenclatura in entrambe le lingue e selezionare degli omologhi per ciascuno dei due colori. Certo, questo procedimento oltre a non rispettare l’esotismo del testo originale va anche a scapito della precisione, ma con una certa approssimazione si può affermare che allo «Yale’s blue» corrisponde il nostro blu notte, mentre il «Columbia’s blue» è quello che noi chiamiamo semplicemente «azzurro». In definitiva, la scelta del traducente è una questione di negoziazione tra traduttore, autore e lettore.

In ogni caso, questo esempio ci conferma che:

 

(i) Esistono segmentazioni diverse del continuum spettrale e (ii) non esiste pertanto una lingua universale dei colri; tuttavia (iii) non è impossibile la traduzione da un sistema di segmentazione all’altro: […] abbiamo fatto riferimento a un parametro di riferimento, che è la divisione scientifica dello spettro, e in tal senso abbiamo certamente manifestato un certo etnocentrismo – ma in effetti abbiamo fatto l’unica cosa che potevamo fare, e cioè partire dal noto per arrivare a comprendere l’ignoto (Eco 2003: 362).

 

Ma la questione si complica, al punto che se traducessimo in questo modo provocheremmo una contraddizione in termini all’interno del testo tradotto. Ecco come sarebbe la traduzione del breve passaggio di Rabassa utilizzando questi traducenti: «L’azzurro non potrà mai riprodurre il blu notte, eppure entrambi sono blu e hanno molte concomitanze culturali». Innanzitutto è evidente che dire che l’azzurro è blu è un controsenso e il valore didascalico dell’esempio è perso. Visto che i linguaggi naturali non sono isomorfi e non esiste la corrispondenza reciproca biunivoca dei segni, è anche impossibile pensare al concetto di «equivalenza linguistica automatica» «blue» = blu, quando i traducenti di «blue» in italiano si distinguono in «blu», «azzurro» e «celeste», dal più scuro al più chiaro. Il che darebbe luogo ad assurdi, come quello descritto da Osimo:

 

Pensiamo all’esempio dei caschi “blu”. Chiunque abbia visto alla televisione le truppe dell’ONU sa che hanno il casco azzurro o celeste, ma di certo non blu. Si tratta certamente di una traduzione dall’inglese o dal francese che non ha tenuto conto della differenza di campo semantico (e spettro cromatico) e nemmeno del colore del casco (Osimo 2001: 59).

 

Non resta che propendere per la soluzione che Eco chiama «source oriented» (Eco 2003: 364) e far sentire al lettore lo straniamento di un mondo cromatico diverso dal proprio, mantenendo in traduzione Yale blue e Columbia blue e dedicando qualche riga all’interno dell’apparato di note alla spiegazione del processo traduttivo che ha portato alla scelta di questi traducenti.

1.8.       I realia: esempi e soluzioni traduttive

In traduttologia i realia, dall’aggettivo sostantivato latino che significa «le cose reali», sono «le parole che denotano cose materiali culturospecifiche» (Osimo 2004: 63). I ricercatori bulgari Vlahov e Florin ne danno questa definizione, che riporta Osimo:

 

[…] parole (e locuzioni composte) della lingua popolare che costituiscono denominazioni di oggetti, concetti, fenomeni tipici di un ambiente geografico, di una cultura, della vita materiale o di peculiarità storico-sociali di un popolo, di una nazione, di un paese, di una tribù. E che quindi sono portatrici di un colorito nazionale, locale o storico; queste parole non hanno corrispondenze precise in altre lingue (in Osimo 2004: 64).

 

Il problema della loro traduzione si inserisce nell’ambito più vasto della traducibilità culturale e rappresenta uno dei cardini su cui si costruisce una strategia traduttiva. Alle estremità del continuum delle loro possibilità traduttive ci sono «la sostituzione con un omologo locale del fenomeno della cultura emittente (“art nouveau” come resa francese di Jugendstil)», che colloca prepotentemente la traduzione nell’ambito dell’accettabilità e la «trascrizione (o traslitterazione se la parola originaria è di alfabeto diverso da quello della cultura ricevente) carattere per carattere» (Osimo 2004: 64), che invece fa andare la traduzione nella direzione opposta, quella dell’adeguatezza. Ma questi sono solo i due estremi del continuum di possibilità a disposizione di un traduttore; come fare a scegliere la strategia più adatta? Visto che non esiste una regola assoluta, è utile esaminare qualche esempio estratto dal testo di Rabassa e procedere all’analisi delle scelte caso per caso. La tabella illustra nella prima colonna l’esempio estratto dal testo originale, nella seconda colonna ho riportato le pagine di riferimento delle citazioni, nella terza le definizioni tratte dai dizionari, nella quarta il nome dei dizionari di riferimento e nella quinta una proposta di soluzione traduttiva, secondo i criteri individuati da Osimo (Osimo 2004: 64-65).

 

 

Esempio

Pag.

Definizione

Fonte

Soluzione

Felony

61

1: One of several grave crimes, such as murder, rape, or burglary, punishable by a more stringent sentence than that given for a misdemeanor.

2: Any of several crimes in early English law that were punishable by forfeiture of land or goods and by possible loss of life or a bodily part.

The American Heritage (2000)

Esplicitazione

Misdemeanor

61

A crime less serious than a felony.

Merriam-Webster (2000)

Esplicitazione

Walking the perp

61

The deliberate escorting of an arrested suspect by police in front of reporters and television cameras, especially as a means of pressuring or humiliating the suspect.

The free dictionary (2009)

Traduzione contestuale

The Village

71

Section of New York City in Manhattan on lower W side.

Merriam-Webster (2000)

Trascrizione

A good-time Charley

77

An affable, sociable, pleasure-loving man.

Dictionary.com (2006)

Trascrizione

A Johnny-come-lately

77

1: A late or recent arrival: newcomer

2: upstart <established families tend to hold themselves above the Johnny-come-latelies — William Zeckendorf †1976>

Merriam-Webster (2000)

Trascrizione

[Go to the] John

77

Informal, a toilet or bathroom.

Dictionary.com (2006)

Trascrizione

 

«Felony» e «misdemeanor» non hanno omologhi negli ordinamenti giuridici di Civil law. Il dizionario inglese-italiano (Garzanti 2009) propone il traducente «fellonia», che però copre solo parzialmente lo spettro semantico di «felony»; nello specifico, il dizionario della lingua italiana Devoto-Oli definisce «fellonia» in questo modo: «‹fel·lo·nì·a› s.f. 1. Nel mondo feudale, il delitto di tradimento della fede giurata dal vassallo al signore. 2. Estens. (arc.). Perfidia, scelleratezza. [Der. di fellone]» (Devoto, Oli 2000).

Ecco la controprova del fatto che le accezioni di «felony» e «fellonia» non solo non si sovrappongono completamente, ma l’accezione di «felony» utilizzata nel testo originale non figura tra nessuna di quelle di «fellonia». La sola possibilità che resta al traduttore che voglia collocare la sua traduzione nell’ambito dell’adeguatezza è di mantenere «felony» nel metatesto. Considerando però il tipo di testo e il tenore del riferimento intertestuale, ho ritenuto più efficace esplicitarne il contenuto («grave crimine»), perdendo il rimando culturospecifico a vantaggio della conservazione della metafora che altrimenti non sarebbe risultata altrettanto immediata per il lettore del metatesto.

Per la traduzione di «misdemeanor» vale lo stesso ragionamento. Anche questo crimine non ha un equivalente nel nostro ordinamento giuridico e al traduttore non resta che adottare le stesse scelte traduttive operate per «felony». Nella mia traduzione «misdemeanor» è stato reso con «reato minore».

Il «perp walk», dove «perp» sta per «perpetrator», e cioè «someone who has committed a crime, or a violent or harmful act», è definito come «the deliberate escorting of an arrested suspect by police in front of the news media, especially as a means of pressuring or humiliating the suspect» (The American Heritage 2000). Rabassa fa rifermento alla pratica diffusa in America di far sfilare pubblicamente gli arrestati davanti ai cittadini e ai media al fine di richiamare tutti alle umiliazioni a cui si va incontro quando si viola la legge. Si tratta anche qui di un elemento culturospecifico che non ha equivalenti in Italia (e quindi neppure in italiano). Questa volta, per coerenza con le scelte precedenti relative alla metafora estesa del “traduttore criminale”, ho scelto una traduzione contestuale («mettere alla berlina») che permettesse di convogliare l’ironia che Rabassa intendeva conferire al passaggio a scapito del riferimento preciso alla legge americana. «Mettere alla berlina» o «mettere alla gogna», nel loro significato figurato si avvicinano molto a «walk the perp», ma la differenza sostanziale è che per un americano la locuzione rimanda a una prassi diffusa e legalizzata, mentre l’italiano fa riferimento a una pena di origine barbarica in uso fino al XIX secolo, della quale oggi è rimasta solo l’accezione figurata di «esporre allo scherno generale» (Devoto, Oli 2000). In altre parole, la scelta di mantenere invariati questi realia avrebbe creato un esotismo nel metatesto che nel prototesto non c’era (fatto di per sé normale, trattandosi di una traduzione), ma avrebbe anche avuto la conseguenza di spostare il focus della metafora dall’ironia all’esotismo.

Quando Rabassa descrive brevemente la sua infanzia parla del «Village». Anche la geografia è un elemento culturospecifico, ma in questo caso il lettore italiano ha dalla sua il fatto che la cultura americana impregna di sé molta della cultura italiana. I riferimenti al «Village» sono così frequenti – basti pensare al cinema, alla televisione o alla musica – che non si rende necessario neppure chiarire di cosa si tratta.

L’ultima scelta traduttiva che ho dovuto affrontare nella resa dei realia è stata quella dei soprannomi. Rabassa cita alcuni soprannomi in un passaggio del suo libro proprio per sottolineare il fatto che questi veicolano sempre delle sfumature culturali. Vista la funzione di esempio a cui sono stati destinati ho scelto di mantenere anche nel metatesto i soprannomi così come figurano nell’originale. Per completezza si potrebbe decidere di aggiungere una nota in cui vengano tradotti letteralmente i soprannomi per mostrare al lettore italiano la logica con cui sono stati costruiti, insieme all’esplicitazione del loro contenuto. L’effetto di straniamento è evidente soprattutto nell’ultimo caso, «go to the John». L’originale dice: «For purposes of evacuation we go to the John». Rabassa fa ancora una volta appello all’ironia utilizzando il termine «evacuation» nella sua accezione più “dissacratoria”, che ho interpretato, alla luce di quanto scritto in altre pagine del suo libro, come una sorta di condanna al diffuso “perbenismo” della società contemporanea. Nella mia traduzione ho preferito rinunciare a questa sfumatura esplicitando la locuzione «for purposes of evacuation» in «per andare in bagno», “appiattendo” lo stile dell’autore in modo che al lettore italiano fosse immediatamente chiaro il significato veicolato da quel soprannome. In altre parole, ai fini della comprensione per il lettore del prototesto la spiegazione del significato del soprannome sarebbe stata solo accessoria e ridondante, mentre diventa ben più importante per il lettore del metatesto.

1.9.       L’impossibilità di capire e trasporre tutto

Alla luce di tutte le considerazioni fatte fin qui, propongo uno schema che mette in evidenza la posizione del tutto particolare del traduttore nella comunicazione scritta nel caso di un testo tradotto.

 

Autore empirico cultura emittente > Autore modello cultura emittente > Testo cultura emittente > Lettore modello cultura emittente > Lettore esempio cultura emittente = Traduttore = Autore empirico cultura ricevente > Autore modello cultura ricevente > Testo cultura ricevente > Lettore modello cultura ricevente > Lettore empirico cultura ricevente (Osimo 2004: 45; neretto aggiunto).

 

Come sottolinea Osimo «la centralità grafica della posizione del traduttore – collocato tra due impegnativi segni di uguaglianza – corrisponde alla sua centralità operativa» (Osimo 2004: 45). La sua responsabilità nei confronti del lettore del metatesto è tanto più grande quanto più le ipotesi inferenziali che compie nel corso della traduzione determinano scelte traduttive che restringono il campo delle possibili ipotesi interpretative del lettore. In questo modo il traduttore assume su di sé il ruolo che lo scrittore del prototesto affida invece al suo lettore modello. Ma il traduttore è anche autore del metatesto, e pertanto acquisisce anche tutte le responsabilità dell’autore. Se è condivisibile affermare che in un certo senso «ogni traduzione è una traduzione scorretta (mistranslation)», come suggerisce Osimo sulla scorta della logica di Harold Bloom, secondo cui «ogni lettura è una lettura scorretta (misreading)» perché altro non è che il desiderio inconscio di ogni autore di eclissare i suoi precursori, concordo nel concludere che il fenomeno della mistranslation

 

«[…] non è legato necessariamente a un desiderio inconscio, quanto a un’impotenza di cui siamo del tutto consapevoli: è impossibile capire tutto ciò che un autore vuole trasmettere con il suo testo, ed è impossibile trasporre tutto ciò che si è capito in un alta lingua, lasciando al lettore le stesse possibilità di comprensione/incomprensione e interpretazione presenti nell’originale. Si ha comunque un residuo. L’importante è tenerne conto» (Osimo 2004: 40).

 

Concetto, questo, non molto diverso da quanto espresso da Rabassa a conclusione del terzo capitolo di If this be treason, «Stringing words together by culture», l’ultimo da me tradotto: «Translation may be impossible, but it can at least be essayed» (Rabassa 2005: 21).

1.10.   Alcune note biografiche su Gregory Rabassa

Gregory Rabassa nasce a Yonkers (New York) nel 1922 da padre cubano e madre statunitense. Cresciuto nel New Hampshire, frequenta la Dartmouth University alla facoltà di lingue romanze dove studia portoghese, russo e tedesco. Nel 1942 parte come volontario dell’esercito per il Nord Africa e l’Italia, e grazie alle sue competenze linguistiche entra a far parte dell’Office of Strategic Services con l’incarico di decifrare i codici segreti militari. È questo, in un certo senso, l’inizio della sua carriera di traduttore (Bast 2004). Tornato negli Stati Uniti, nel 1947 ottiene un master in letteratura spagnola e nel 1954 consegue il dottorato presso la Columbia University con la tesi The Negro in Brazilian Fiction since 1988 (Rivera 2003). Dopo la laurea lavora come redattore per Odyssey Rewiew, una rivista letteraria dedicata alla nuova letteratura europea e latinoamericana. Occupandosi lui stesso di alcune traduzioni destinate alla pubblicazione sulla rivista, ha l’opportunità di tradurre Rayuela, un romanzo sperimentale dello scrittore argentino Cortázar che gli fa vincere il primo National Book Award per la traduzione nel 1967. È proprio su suggerimento di Cortázar che Garcia Márquez sceglie Rabassa per tradurre in inglese il suo capolavoro Cent’anni di solitudine. Da quel momento Rabassa lavora incessantemente: ad oggi ha tradotto più di sessanta opere, di una trentina di autori provenienti da dodici paesi diversi, tra cui il Premio Nobel Miguel Ángel Asturias (Deresiewicz 2005). Dal 1968 insegna presso il Queens College di New York e oggi è Distinguished Professor of Hispanic Languages and Literatures. Il 9 novembre 2006 riceve la National Medal of Arts, la più alta ricompensa per meriti artistici, consegnata dal presidente George W. Bush a nome del popolo degli Stati Uniti nello Studio Ovale della Casa Bianca (Queens college 2009).

 


1.11.   Riferimenti bibliografici

 

Bast, A. (2004). «A translator’s long journey, page by page». New York Times, 25 maggio, disponibile in internet al sito www.nytimes.com, consultato nell’ottobre 2009.

 

Deresiewicz, W. (2005). «The interpreter». New York Times, 15 maggio, disponibile in internet al sito www.nytimes.com, consultato nell’ottobre 2009.

 

Devoto, G. e Oli, G. a cura di (2000). Il dizionario della lingua italiana, Firenze: Le Monnier.

 

Dictionary.com (2006). Dictionary.com unabridged, based on the Random House Unabridged Dictionary, Random House, disponibile in internet al sito www.dictionary.com, consultato nell’ottobre 2009.

 

Eco, U. (2003). Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione, Milano: Bompiani.

 

Garzanti Garzanti (2009), Dizionario di italiano Garzanti, disponibile in internet all’indirizzo www.garzantilinguistica.it, consultato nell’ottobre 2009.

 

Gray, P. (1988). «Books: bridge over cultures». Time, 11 luglio, disponibile in internet al sito www.time.com, consultato nell’ottobre 2009.

 

Margolis, M. (2005). «Flirting with treason». Newsweek, 9 maggio, disponibile in internet all’indirizzo www.newsweek.com, consultato nell’ottobre 2009.

 

Merriam-Webster (2000). Merriam Webster’s online dictionary, Springfield (MA): Merriam-Webster. disponibile in internet all’indirizzo www.merriam-webster.com, consultato nell’ottobre 2009.

 

Nergaard, S. a cura di (1993). La teoria della traduzione nella storia. Milano: Bompiani.

 

Osimo, B. (2001). Propedeutica della traduzione: corso introduttivo con tavole sinottiche, Milano: Hoepli.

 

Osimo, B. (2004). Manuale del traduttore: guida pratica con glossario, Milano: Hoepli.

 

Queens College (2009). «Professor Gregory Rabassa, translator of Latin American literature, receives national medal of arts». News Releases – QC Queens College, disponibile in internet all’indirizzo www.qc.cuny.edu, consultato nell’ottobre 2009.

Rabassa, G. (2005). If this be treason: translation and its dyscontents, New York: New Directions.

 

Rivera, L. (2003). «The translator in his labyrinth». Fine books & collections magazine, luglio/agosto, disponibile in internet all’indirizzo www.finebooksmagazine.com, consultato nell’ottobre 2009.

 

The American Heritage (2000). The American Heritage Dictionary of the English Language, Boston: Houghton Mifflin, disponibile in internet all’indirizzo www.education.yahoo.com/reference/dictionary/ consultato nell’ottobre 2009.

 

The free dictionary (2009), The free dictionary, disponibile in internet all’indirizzo www.thefreedictionary.com, consultato nell’ottobre 2009.

Torop, P. (2010) [2009]. La traduzione totale. Tipi di processo traduttivo nella cultura, Milano: Hoepli.

 

 

 

 

 

 

 

  1. Traduzione con testo a fronte


Gregory Rabassa: If this be treason. La gestione del residuo traduttivo nella comunicazione interlinguistica

 

Gregory Rabassa

New Directions, US

If this be treason. Translation and its dyscontents 2005 pp. 3-21

I

The  Many  Faces  of  Treason

 

 

Commonplaces may come and go, but one that has held forth over the years to the dismay and discouragement of translators is the Italian punning canard traduttore, traditore (translator, traitor), leading one to believe that the translator, worse than an unfortunate bungler, is a treacherous knave. Before copping a plea and offering a nolo contendere, let me see wherein this treason lies and against whom. Then we translators can withdraw once more into that limbo of silent servitors, for, as Prince Segismundo says at the end of Calderon’s Life Is a Dream when he awards his liberator the tower where he had been imprisoned, “The treason done, the traitor is no longer needed.”

 

Gregory Rabassa: If this be treason. La gestione del residuo traduttivo nella comunicazione interlinguistica

 

Gregory Rabassa

New Directions, US

If this be treason. Translation and its dyscontents 2005 pp. 3-21

I

le  molte  facce  del  tradimento

 

 

I Luoghi comuni vanno e vengono, ma uno che ha tenuto banco nel tempo provocando lo sgomento e lo sconforto dei traduttori è il maligno gioco di parole italiano traduttore, traditore, che porta a credere che il traduttore, più che uno sventurato pasticcione, è un traditore senza scrupoli. Prima di dichiararmi colpevole e di presentare un’istanza di nolo contendere, fatemi vedere dove risiede e contro chi è questo tradimento. Dopo di che noi traduttori possiamo ritirarci ancora una volta in quel limbo di servitori silenti perché, come dice il Principe Sigismondo alla fine di La vita è sogno di Calderón quando dà come ricompensa al suo liberatore la torre in cui era stato imprigionato, «el traidor no es menester siendo la traicion pasada».

 

Let us submit the practice of translation to a judicial enquiry into its various ways and means and in this display seek out the many varieties of betrayal which might be inherent to its art. I say art and not craft because you can teach a craft but you cannot teach an art. You can teach Picasso how to mix his paints but you cannot teach him how to paint his demoiselles. There are many spots where translation can be accused of treason, all inevitably interconnected in such diverse ways that an overall view is needed to reveal the many facets of the treason the Italians purport to see.

The most elemental of these will be betrayal of the word, for the word is the very essence of language, the metaphor for all the things we see, feel, and imagine. Out of this we also have a betrayal of language, in both directions (I try to avoid the jargon of “target language”; I am an old infantryman, and we dogfaces were taught to shoot at a target and, ideally, kill it). Languages are the products of a culture, or perhaps the reverse as some bold anthropologist might have it. Treason against a culture will therefore be automatic as we betray its words and speech as well as assorted other little items along the way.

Then we come to personal betrayals, those against the peo­ple involved in the act of translation. The first victim is, of course, the author we are translating. Can we ever make a different-colored done?……

 

Sottoponiamo a un’inchiesta giudiziaria la pratica della traduzione nei suoi molteplici aspetti e metodi, e in questa dimostrazione cerchiamo di scovare le molte varietà di tradimento che potrebbero avere attinenza con quest’arte. Dico arte e non abilità perché si può insegnare un’abilità ma non un’arte. Si può insegnare a Picasso come mischiare i colori ma non gli si può insegnare come dipingere le sue demoiselles. Ci sono molti ambiti in cui la traduzione può essere accusata di tradimento, tutti inevitabilmente correlati in modi così diversi che è necessaria una visione d’insieme per rivelare le molte facce del tradimento che gli italiani sostengono di vedere.

Il più elementare sarà il tradimento della parola, perché la parola è la vera essenza della lingua, la metafora di tutto ciò che vediamo, sentiamo e immaginiamo. Oltre a questo abbiamo anche un tradimento della lingua, in entrambe le direzioni (cerco di evitare il gergo di target language; sono un ex fante, e a noi soldati di fanteria insegnavano a sparare a un target, un bersaglio, e, in teoria, ucciderlo). Le lingue sono prodotti di una cultura, o forse è il contrario, come alcuni arditi antropologi sembrano sostenere. Il tradimento di una cultura sarà quindi automatico se oltre a tradire le sue parole e il suo discorso tradiamo contemporaneamente anche altri piccoli elementi.

Veniamo poi ai tradimenti personali, quelli contro chi è coinvolto nell’atto di tradurre. La prima vittima è, naturalmente, l’autore che stiamo traducendo. Potremo mai fare un clone di un un

 

clone of what he (read he/she, as in a U.N. document) has done? Can we ever feel what the author felt as he wrote the words we are transforming? As we betray the author we are automatically betraying our variegated readership and at the same time we are passing on whatever bit of betrayal the author himself may have foisted on them in the original (unless we have left it out on some Frosty morning along with the poetry). Lastly and most subtly we betray ourselves. We will sacrifice our best hunches in favor of some pedestrian norm in fear of betraying the task we were set to do. The facelessness imposed on the translator, so often thought of as an ideal, can only mean incarceration in Segismundo’s tower in the end. This last betrayal must stand before all the treasons here delineated as the most foul.

Words are treacherous things, much moreso than any translator could ever be. As is obvious, words are mere metaphors for things. This is shown by the biting episode in Part III of Gulliver’s Travels where the traveler reaches the city of Lagado and visits the Grand Academy. Here Dean Swift has the Projectors explain a plan to save our lungs by doing away with words in oral communication, “since words are only names for things, it €would be convenient for all men to carry about them such things as were necessary to express the particular business they are to discourse on.” This solution, along

 

altro colore di quello che lui (leggi lui/lei, come in un documento dell’ONU) ha fatto? Potremo mai sentire quello che sentiva l’autore mentre scriveva le parole che stiamo trasformando? Quando tradiamo l’autore tradiamo automaticamente il nostro pubblico variegato e allo stesso tempo  gli deleghiamo anche il più piccolo tradimento che l’autore stesso potrebbe avergli rifilato nell’originale (se non lo omettiamo come succede in qualche mattino di gelo insieme alla poesia). Ultimo e più sottile dei tradimenti, quello contro noi stessi. Sacrificheremo le nostre intuizioni migliori a favore di qualche norma pedestre nel timore di tradire il compito che ci è stato assegnato. L’anonimato imposto al traduttore, così spesso ritenuto un principio intoccabile, alla fine può solo portare alla carcerazione nella torre di Sigismondo. Quest’ultimo tradimento deve venire prima di tutti i tradimenti fin qui delineati perché è il più sporco.

Le parole sono cose subdole, ancora più di quanto possa esserlo qualunque traduttore. Come è ovvio, le parole sono semplici metafore delle cose. Ne è dimostrazione il pungente episodio della terza parte dei Viaggi di Gulliver in cui il viaggiatore raggiunge la città di Lagado e visita la grande Accademia. Qui il diacono Swift fa spiegare ai progettisti un piano per salvare i nostri polmoni evitando di usare le parole nella comunicazione orale, perché «essendo le parole soltanto nomi delle cose, sarebbe più conveniente se tutti gli uomini recassero seco le cose necessarie a esprimere una certa faccenda di cui debbono discorrere». Questa soluzione, oltre a …………

 

with prolonging our lives, would also eliminate the need for all the many languages that are spoken in the world. We could even get about rebuilding Babel. More than likely Swift was also hinting at class distinctions here, as a wealthy man with a retinue of servants carrying his “things” would be much more eloquent and expressive than a poor man who would have to do with one simple rucksack. In the real world the rich man with his college education can express himself so much better and more clearly than the poor illiterate.

There is more to it than this. If a word is a metaphor for a thing, why does a single thing have so many metaphors in orbit about it? Here we have the dire consequences of Babel. If Mama Lucy had speech, her Ursprache must have spread out and scattered into more variants than the birdsongs of a single species. This has left us with a welter of words to designate one simple thing. Stone can never sound like pierre, so are the two words interchangeable simply because they represent the same object? Since Flaubert would either say or think pierre when he picked one up does stone cover his thought when we translate him? We can only say that here translation has betrayed a complete and clear sense of the stone’s thingness for the author, with no attempt in this lithic example to bring in the attendant nuances of Peter and the Papacy. That Lagadian discussion would best be left to the likes of Bouvard and Pécuchet, along with the analysis of why a diamond is a stone to the

 

prolungare la nostra vita, eliminerebbe anche la necessità di tutte le molte lingue che sono parlate nel mondo. Potremmo persino pensare di ricostruire Babele. Con ogni probabilità qui Swift stava anche alludendo alle distinzioni di classe, dato che un uomo ricco con un seguito di servitori che trasportano le sue «cose» sarebbe risultato molto più eloquente ed espressivo di uno povero che avrebbe dovuto arrangiarsi con un semplice zaino. Nel mondo reale l’uomo ricco con la sua istruzione universitaria può esprimersi molto meglio e più chiaramente del povero analfabeta.

C’è ancora altro da aggiungere. Se una parola è metafora  di una cosa, perché una singola cosa ha così tante metafore nella sua orbita? Ecco le conseguenze disastrose di Babele. Se Mamma Lucy avesse saputo parlare, il suo Ursprache avrebbe dovuto diffondersi e scindersi in varianti più numerose dei canti degli uccelli di un’unica specie. Questo ci ha lasciato con un ammasso di parole per designare solo una cosa. Stone non suonerà mai come pierre, allora le due parole sono interscambiabili solo perché rappresentano lo stesso oggetto? Dato che Flaubert avrebbe detto o pensato pierre sollevandone una, stone ricopre tutto il suo pensiero quando lo traduciamo? Possiamo solo dire che qui la traduzione ha tradito un senso completo e chiaro della cosità della pietra per l’autore, e questo esempio litico non vuole essere un tentativo  di mettere in luce la conseguente sottile differenza tra  Pietro e il Papato. Quella discussione di Lagado sarebbe meglio che venisse lasciata ai simili di Bouvard e Pécuchet, insieme all’analisi del perché un diamante è una

 

jeweler but a rock to the jewel thief.

Not only has the object been betrayed here but the word itself has also been. As it moves ahead (progresses?), a language will load a word down with all manner of cultural barnacles along the way, bearing it off on a different tangent from a word in another tongue meant to describe the same thing. Among languages there are ever so many terms used to denote the same object and by their very variety they beggar any possibility of ascertaining the unique reality of said object. The now regnant cult of indeterminacy might be happy with this, but homo sapiens likes to know as his name implies and which is what makes us what we are today and what we shall be tomorrow if we ever get that far. It may be that there is something like Heisenberg’s principle of uncertainty at work in lexicology so that every time we call a stone a pierre we have somehow made it something different from a stone or a Stein. This leaves us with the question of whether a stone can ever be a pierre or a pierre a stone and whether either of them can be that hard object we are looking at on the ground, teaching us that even if a thing can be cloned the word that designates it cannot and any attempt to reproduce it in another tongue is betrayal.

Some concepts seem to be the exclusive property of one language and cannot be rightly conceived in another. When we have trouble coming up with just the right word in English we turn to the French and say “a certain je ne sais quoi”. If we say “a certain I ……..

 

pietra per il gioielliere ma un sasso per il ladro di gioielli.

Qui non solo è stato tradito solo l’oggetto, ma anche la parola stessa. Man mano che va avanti (progredisce?), una lingua si fa carico di una parola con ogni sorta di implicito culturale, e la colloca su una tangente diversa da quella di una parola in un’altra lingua volta a descrivere la stessa cosa. In ogni lingua ci sono tantissimi termini per riferirsi allo stesso oggetto e proprio a causa della loro estrema varietà rendono vana qualunque possibilità di accertare l’unica realtà dell’oggetto in causa. Il culto dell’indeterminatezza che regna oggi forse ne sarà felice, ma all’homo sapiens piace sapere come suggerisce il suo nome e questo è ciò che ci rende quello che siamo oggi e quello che potremmo essere domani se mai arriveremo così lontano. Forse c’è qualcosa come il principio di indeterminazione di Heisenberg all’opera in lessicologia così che ogni volta che chiamiamo una pietra pierre l’abbiamo resa in qualche modo qualcosa di diverso da una stone o da una Stein. Questo ci lascia con il dubbio se una pietra potrà mai essere una pierre o una pierre una pietra, e se una di queste sia effettivamente l’oggetto duro che stiamo guardando per terra, insegnandoci che anche se una cosa può essere clonata la parola che la designa non può esserlo e ogni tentativo di riprodurla in un’altra lingua è un tradimento.

Alcuni concetti sembrano di proprietà esclusiva di una lingua e non possono essere compresi con esattezza in un’altra. Quando non riusciamo a trovare la parola giusta in inglese ci rivolgiamo al francese dicendo «a certain je ne sais quoi». Se diciamo «a certain I

don’t know what” the effect is ragged and even unnatural. As we borrow from another language to enrich our own, more often than not there is treason afoot, if not in the meaning certainly in the sound. Although the French sound of lingerie is not too difficult to reproduce fairly closely in English, most people will plusquam it into a hyper-Gallic lahnjeray, a sound worthy of W. C. Fields and his say finay. A betrayal of language is many times the betrayal of words and at the same time it is a reflection of the hurdles present in com­municating between cultures. We tend to acculturate foreign sensitivities, sensibilities, and reflexes into our own milieu with  the requisite changes. Ask a New Yorker what Kafka’s Gregor Samsa awoke as and the inevitable answer will be a giant cock roach, the insect of record in his city. What Kafka called it was simply an ungeheuern Ungeziefer, a monstrous vermin. He then goes on to describe what is obviously a hard-carapaced beetle. The pull of local reality is too strong for a New Yorker to make a closer concept or translation. This then can be seen as a betrayal by the imposition of another culture.

Most of these matters merge to form an indirect betrayal of the author. He is a compendium of all these factors: language, culture, and individual words. These are, in fact, inseparable, and the author is their product, the same as what he writes. His free will and originality only exist within the bounds of his culture. If he is to betray it, he betrays it from within, which connotes intimate …….acqu
don’t know what» l’effetto è stridente e perfino innaturale. Dato che prendiamo in prestito elementi di un’altra lingua per arricchire la nostra, il più delle volte è in corso un tradimento, se non nel significato certamente nel suono. Benché il suono francese di lingerie non sia così difficile da riprodurre piuttosto fedelmente in inglese, la maggior parte lo esagererà in lahnjeray, un ipergallicismo degno di W.C. Fields e il suo say finay. Un tradimento della lingua spesso è il tradimento delle parole e allo stesso tempo è un riflesso degli ostacoli presenti nella comunicazione fra culture. Tendiamo ad acculturare la sensibilità, la ricettività e i riflessi stranieri nel nostro stesso ambiente con i necessari cambiamenti. Chiedete a un abitante di New York come si è ritrovato Gregor Samsa di Kafka quando si è svegliato e l’inevitabile risposta sarà uno scarafaggio gigante, un insetto ben noto nella sua città. Quello che intendeva Kafka era semplicemente un ungeheuern Ungeziefer, un mostruoso parassita. Poi continua a descrivere quello che ovviamente è un coleottero con un duro carapace. Per un abitante di New York il richiamo della realtà locale è troppo forte per arrivare a un concetto o a una traduzione più rigorosi.D Questo poi può essere visto come un tradimento provocato dall’imporsi di un’altra cultura.

La maggior parte di queste difficoltà si fondono per ordire un tradimento indiretto dell’autore. L’autore è un compendio di tutti questi fattori: lingua, cultura e singole parole. Questi sono, di fatto, inseparabili, e l’autore è il loro prodotto, proprio come ciò che scrive. Il suo libero arbitrio e la sua originalità esistono solo all’interno dei confini della sua cultura. Se la deve tradire, la tradisce dall’interno,
knowledge, while the translator betrays it from without, from an acquired reflective, not reflexive, awareness.

Whitin his cultural limits the author, asan individual, can and, indeed, must extend himself as far as he can to set himself and his art apart from the commonplace, showing all the while whence he comes, doing this through language most of all. With the translator we have quite the opposite situation. He cannot and must not set himself apart from the culture laid out before him. To do so would indeed be treasonous. He must marshal his words in such a way that he does not go counter to the author’s intent. Nowhere is translation more dubious than here as we try to translate into our own language and culture something that the author is translating into words within his culture and still make it our own. Treasonous it is. The important thing is to consider whether the treason is high or low, the sin mortal or venial. There are those who, like like Nabokov, view translation as a criminal act that can only be  judged as to whether it is a felony or just a misdemeanor and there are so many critics who do enjoy walking the perp.

While all this is going on, matters of which the translator must be quite aware, there is a danger of the translator’s committing the saddest treason of all, betrayal of himself. The translator, we should know, is a writer too. As a matter of fact, he could be called the ideal writer because all he has to do is write; plot, theme, characters, and all the other essentials have already been provided,

dimostrando di averne una conoscenza approfondita, mentre il traduttore la tradisce dall’esterno, da una consapevolezza acquisita che è basata su una riflessione, non su un riflesso.

All’interno dei suoi limiti culturali l’autore, come individuo, può, e di fatto deve, estendersi il più possibile per collocare se stesso e la sua arte al di là del luogo comune, mostrando nello stesso tempo da dove viene e servendosi soprattutto della lingua. Con il traduttore si ha una situazione esattamente opposta. Non può e non deve prendere le distanze dalla cultura che si trova di fronte. Fare questo infatti sarebbe un tradimento. Deve organizzare le parole in modo da non andare contro l’intento dell’autore. Non esiste traduzione più discutibile di quella in cui proviamo a tradurre nella nostra lingua e cultura qualcosa che l’autore sta traducendo in parole all’interno della sua cultura e infine farla nostra. È un tradimento. L’importante è considerare se il tradimento è alto o basso, il peccato mortale o veniale. C’è chi, come Nabokov, vede la traduzione come un atto criminale di cui si può solo giudicare se si tratti di un grave crimine o solo di un reato minore e sono tantissimi i critici che si dilettano a puntare il dito contro questi criminali.

Mentre succede tutto questo, problemi di cui il traduttore dev’essere ben consapevole, il traduttore corre il rischio di commettere il tradimento più triste di tutti, quello verso se stesso. Il traduttore, dovremmo saperlo, è anche uno scrittore. Di fatto, dovrebbe essere chiamato lo scrittore per eccellenza perché tutto ciò che deve fare è scrivere; trama, tema, personaggi, e tutti gli altri

 

so he can just sit down and write his ass off. But he is also a reader. He has to read the text closely to know what it’s all about. Here is

where he receives less guidance or direction from the text. It is a common notion to say that if a work has 10,000 readers it becomes 10,000 different books. The translator is only one of these readers and yet he must read the book in such a way that he will be reading the Spanish into English as he goes along, with the result that his reading is also writing. His reading, then, becomes the one reading that is going to spawn 10,000 varieties of the book in the unlikely case that it will sell that many copies and will be read by that many people.

Our translator must know that this is the best he can do in this place and at this time and must still recognize that his work is, in a sense, unfinished. Although I have been satisfied with a translation when I finish it (as a translator ought to be), years later as I peruse the published text I find myself wishing I could make some changes for the better. When a translator starts an attempt at reasoning out a solution it is best to emulate Alexander before Phrygia as he sliced through the Gordian knot with his sword in a demonstration of what Ortega y Gassect called “Vital reason.” The translator must not betray his hunches. There will be carping from the critics, but he will be closer to being right that way and, in any case, he will not have betrayed himself. A careful confidence in himself is as necessary for ……..

 

elementi essenziali ci sono già, quindi deve solo sedersi e scrivere, scrivere. Ma è anche un lettore. Deve leggere il testo attentamente per sapere di cosa parla. Ecco dove riceve meno direttive o indicazioni dal testo. È opinione comune dire che se un’opera ha 10.000 lettori diventa 10.000 libri diversi. Il traduttore è solo uno di questi lettori eppure deve leggere il libro in modo tale che mentre procede sta leggendo lo spagnolo trasformandolo in inglese, con il risultato che la sua lettura è anche scrittura. La sua lettura, allora, diventa l’unica lettura che darà origine alle 10.000 varietà del libro nell’improbabile caso in cui venderà così tante copie e sarà letto da così tanta gente.

Il nostro traduttore deve sapere che questo è il massimo che può fare nella sua posizione e in questo momento e deve anche riconoscere che il suo lavoro è, in un certo senso, incompleto. Nonostante io sia soddisfatto di una traduzione una volta finita (cosa che un traduttore dev’essere), anni dopo quando esamino attentamente il testo pubblicato mi ritrovo a voler fare alcune modifiche in meglio. Quando un traduttore inizia un tentativo di escogitare una soluzione è meglio imitare Alessandro di fronte alla Frigia quando ha tagliato il nodo gordiano con la spada, a dimostrazione di quello che Ortega y Gassat  chiamavano «ragione vitale». Il traduttore non deve tradire le sue intuizioni. Riceverà critiche persistenti, ma sarà più probabile che abbia ragione in quel modo e, in ogni caso, non avrà tradito se stesso. Una prudente fiducia in se stesso è necessaria per un traduttore tanto quanto lo è

 

a translator as it is for the point man in an infantry patrol. He must have a care, however, and remember that with the addition of a slightly aspirated letter auteur  becomes hauteur.

The translator must put to good use that bugbear of timid technicians: the value judgment. In translation as in writing, which it is as we have said, the proper word is better than a less proper but standard one. Here again the translator must borrow Alexander’s short sword. Translation is based on choice and a rather personal one at that. Long ago I discovered a funny thing: if you ponder a word, any word, long enough it will become something strange and meaningless and usually ludicrous. I suppose this is some kind of verbicide, bleeding the poor word of its very essences, its precious bodily fluids, and leaving a dry remnant that could pass for a five-letter group in a cryptographic message. When we snap out of it and retrieve the meaning of the word, we have, in a sense, deciphered it. This is as far as I would go in turning translation entirely over to reason since so much of it should be based on an acquired instinct, like the one we rely on to drive a car, Ortega’s vital reason.

 

per un uomo di punta in un reparto di fanteria. Deve fare attenzione, comunque, e ricordare che con l’aggiunta di una lettera leggermente aspirata auteur diventa hauteur.

Il traduttore deve sfruttare al meglio lo spauracchio degli esperti timorosi: il giudizio di valore. Nella traduzione come nella scrittura, e come abbiamo detto la traduzione lo è, la parola adatta è meglio di una meno adatta ma accettabile. Anche qui il traduttore deve prendere in prestito la spada corta di Alessandro. La traduzione si basa sulla scelta, e per di più su una scelta piuttosto personale. Molto tempo fa ho scoperto una cosa divertente: se rifletti attentamente su una parola, qualunque parola, dopo un po’ diventerà strana e senza senso, e di solito ridicola. Suppongo si tratti in qualche modo di verbicidio, si risucchia alla povera parola la sua vera essenza, i suoi preziosi liquidi biologici, e si lascia un residuo secco che potrebbe passare per un blocco di cinque lettere in un messaggio crittografico. Quando ce ne tiriamo fuori e recuperiamo il significato della parola, in un certo senso l’abbiamo decifrata. Ecco fino a che punto arriverei a sottoporre la traduzione al controllo della ragione dato che in gran parte dovrebbe basarsi su un istinto acquisito, come quello su cui facciamo affidamento quando guidiamo l’auto, la ragione vitale di Ortega.

 

II

IN  PURSUIT  OF  OTHER  WORDS

Let me commit an act of treason against myself now by confessing that translation was not a metier I had set out to follow, nor did I prepare myself for it with any conscious training or contemplation. The Spanish have a saying that goes “El diablo sabe mas por viejo que por diablo” (The devil knows more from being old than from being the devil). I’ve come to realize lately that what I’ve been preening myself for as intelligence is simply the fact that I’ve been around too damned long as I restrain hubris and remember that Lear was old ere he was wise, I have always thought that I just stumbled into translation because it was there serendipity, but with my wiser retrovision I can see that I harbored certain traits that fit nicely in with the needs of translation and which I have honed sharp through use.

I can trace my life back to a certain moment, an epiphany, if you will, when I came into complete self-awareness. From that moment on, existence has been a more or less continuous thread of memory, something that still makes me wonder as I contemplate it from this life of ours as schedule, with its hours, days, and years. I was about three years old and was walking back down Pinneo Hill road to the family house north of Hanover in New Hampshire. I don’t

 

II

ALLA  RICERCA  DI  ALTRE  PAROLE

Ora lasciatemi commettere un atto di tradimento contro me stesso confessando che la traduzione non è stata un’occupazione che avevo previsto di seguire, né a cui mi sono preparato consapevolmente con l’esercizio o la contemplazione. Gli spagnoli hanno un detto che recita: «el diablo sabe mas por viejo que por diablo» (il diavolo sa più cose perché è vecchio più che per essere diavolo). Mi sono reso conto solo di recente che l’intelligenza di cui andavo orgoglioso non è altro che la mia esperienza così incredibilmente lunga grazie alla quale reprimo l’arroganza e ricordo che Lear è diventato vecchio prima di diventare saggio. Ho sempre pensato di essermi imbattuto nella traduzione semplicemente perché era lì, serendipità, ma ripensandoci con il senno di poi mi rendo conto che ho coltivato alcune qualità che corrispondono alle esigenze della traduzione e le ho affinate con l’uso.

Posso ripercorrere a ritroso la mia vita fino a un certo punto, un’epifania se volete, in cui mi sono sentito completamente autocosciente. Da quel momento in poi l’esistenza è stata più o meno un continuo flusso di memoria, cosa che mi stupisce ancora quando la contemplo da questa nostra vita come un’agenda con le sue ore, giorni e anni. Avevo circa tre anni e stavo percorrendo a piedi  Pinneo Hill road per tornare a casa a nord di Hannover nel New

 

know where I’d been been or why, maybe to Damascus, but I was never as sure of myself as old Saul had been. Memory before that had been quite sporadic, as it has become once more over the years, bits and pieces recalled vaguely and episodically as from a dream. This was that odd period in existence when we are as strangers to our now selves. For most of any recall of what I had seen up to before that mystical revelation on Pinneo Hill I was beholden to my parents and others for any memory of what I had been doing. The gist of that period is nicely summed up by Chico Marx as Chicolini in Duck Soup when the prosecutor, played by Charles B. Middleton, asks him when he was born and Chico explains that he can’t remem­ber, he was just a little baby.

It is in this twilight consciousness that we first begin to lis­ten and to speak. When I came into full self-awareness at three I was already endowed with speech and a fair vocabulary in English. Other tongues came later, with conscious acquisition. At that existential awakening, however, as I returned home from I know not where up the hill, I seemed to have no conscious flow of memory of what I had been doing the day before and earlier. The mysterious part of that reverse Alzheimer’s was the existence of certain words and names that I had coined during those previous days, the provenance of which was unknown to me and to everyone else. One of these has stayed with me as I have been reminded of it, and it continues to

 

Hampshire. Non so dov’ero andato o perché, forse a Damasco, ma non sono mai stato sicuro di me come il saggio Saul. I miei ricordi prima di quel momento sono piuttosto sporadici, e lo sono diventati ancor di più col passare del tempo, frammenti e pezzetti ricordati in modo vago ed episodico come in un sogno. Era quell’insolito periodo dell’esistenza in cui ci sentiamo estranei al nostro sé attuale. Per la maggior parte dei ricordi di ciò che avevo visto prima della rivelazione mistica di Pinneo Hill ero grato ai miei genitori e ad altri per qualunque ricordo di quello che avevo fatto. Il succo di quel periodo è ben riassunto da Chico Marx nelle vesti di Chicolini ne La guerra lampo dei fratelli Marx, quando il procuratore, interpretato da Charles B. Middleton, gli chiede quando è nato e Chico spiega che non lo ricorda, era ancora un bambino piccolo.

È in questa consapevolezza crepuscolare che abbiamo iniziato ad ascoltare e a parlare per la prima volta. Quando all’età di tre anni mi sono sentito pienamente autocosciente sapevo già parlare e possedevo un buon vocabolario in inglese. Le altre lingue le ho acquisite consapevolmente più tardi. In questo risveglio esistenziale, comunque, mentre tornavo a casa da non so dove sulla collina, mi sembrava di non avere un flusso di memoria consapevole di quello che avevo fatto il giorno prima e quello prima ancora. La parte misteriosa di quell’Alzheimer al contrario era l’esistenza di alcune parole e nomi che avevo coniato in quei giorni precedenti, la cui provenienza era ignota tanto a me quanto a chiunque altro. Una di queste mi è rimasta dentro finché me la sono ricordata, e continua

 

to fascinate me. The word is magotso, or however it might be spelled, and it is evidently a word I would say when passing a cemetery. I am hard put to come up with a legitimate word for a graveyard that could have been mangled into this bizarre form by infantile efforts at speech. Could it have been some atavistic throwback to Adam who, according to Genesis, was given the marvelous creative privilege of naming things? Perhaps when the sad moment came to plant Abel. Or maybe it was something left over from what Lucy said. Yet again could there have been some early intimations of mortality brought on by my anticipation of getting to know Kierkegaard?

Then there was my first cat, a fine gray tabby queen whose descendants of all colors and types, depending on the wandering torn of the moment, came to inhabit the place for years to come. I must admit that at the time I thought the word “tabby” was, like “puss,” a synonym for cat. We called that type a tiger cat. I had dubbed the animal Quidry, a nice Latinate name; where I’d got it from remains a mystery. It might have been some attempt to reproduce the cat’s meow, which  she also was. This seemingly unconscious christening was more fortunate than one that I undertook many, many years  later during my conscious period. I’d come into possession of another fine tabby to share my cramped quarters on Sullivan  Street in the Village. This one I named Catso, no doubt under the influence of the name Fatso. I should have known better, having served in Italy for two and a half years during

 

ad affascinarmi. La parola è magotso, non so se si scrive così, ed è chiaramente una parola che direi passando per un cimitero. Faccio molta fatica a trovare una parola usata legittimamente per un campo santo che possa essere stata storpiata in questa forma bizzarra dallo sforzo di parola di un bambino. Può essersi trattato di un ritorno atavico ad Adamo a cui, secondo la Genesi, fu dato lo straordinario privilegio creativo di nominare le cose? Forse quando è arrivato il triste momento di seppellire Abele. O forse si tratta di qualcosa che è rimasto di quello che ha detto Lucy. O ancora, può esserci stato qualche segno premonitore di mortalità provocato dalla mia previsione di leggere Kierkegaard?

Poi è arrivato il mio primo gatto, un soriano femmina i cui discendenti di tutti i colori e tipi, a seconda del maschio vagabondo di turno, hanno popolato la zona per gli anni a venire. Devo ammettere che pensavo che la parola tabby  fosse, come puss, un sinonimo di cat. Chiamavamo quella varietà gatto tigrato. Avevo soprannominato l’animale Quidry, un bel nome latineggiante; da dove l’abbia preso resta un mistero. Potrebbe essere stato un tentativo di riprodurre il miagolio del gatto, e lei lo era. Questo battesimo apparentemente inconsapevole è stato più fortunato di un altro che risale a molti, molti anni più tardi durante il mio periodo consapevole. Ero venuto in possesso di un altro bel gatto soriano per condividere i miei pochi metri in Sullivan Street al Village. L’ho chiamato Catso, senza dubbio influenzato dal nome Fatso. Avrei dovuto accorgermi dell’errore, avendo fatto il militare in Italia per

 

during the war. Most likely I simply wasn’t aware of what I was doing, especially since there are differences in spelling, and southern Italians tend to voice the initial consonant.

These small personal anecdotes serve to show how words have any number of possible nuances for every individual as they rest in the subconscious and relate to some early experience. Mr. Chomsky might delve further into the possibility that we may be carrying some mysterious remote lexicon in our DNA. In the translation of words, then, the problem is compounded. We now have the personal word of the author’s to be transformed into a personal word of the translator’s. As always with translation, this calls for a choice among synonyms. Ideally the author’s choice among the synonyms in his own language was made in a purposeful and conscious way. In most cases, however, and as it should be, it is made quite naturally and instinctively: “This is how I want to say it.” The translator, too, should most usually work from this natural application of meaning: “This is how we say it in English.” Nevertheless, the translator must be alert and aware of the fact that both he and the author have their “own” words. It seems easy to match like words (dog/cão) and proceed on. What dog connotes for me, however, is probably different from what cão suggests for Antonio Lobo Antunes, although in common usage he must of course be satisfied with cão as I must be with dog.

 

due anni e mezzo durante la guerra. È molto probabile che semplicemente non fossi consapevole di cosa stessi facendo, specialmente a causa delle differenze di spelling e del fatto che al sud gli italiani tendono a pronunciare molto aperta la sillaba iniziale.

Questi piccoli aneddoti personali servono a mostrare come le parole abbiano infinite possibili sfumature per ciascun individuo dato che restano nell’inconscio e si riferiscono a qualche esperienza infantile. Chomsky potrebbe indagare più a fondo sulla possibilità che forse conserviamo nel DNA un misterioso e remoto vocabolario. Nella traduzione delle parole, poi, il problema si complica. Ora dobbiamo trasformare la parola personale dell’autore nella parola personale del traduttore. Come sempre con la traduzione, ciò comporta una scelta tra sinonimi. L’ideale sarebbe che la scelta dell’autore tra i sinonimi nella sua lingua fosse fatta di proposito e con consapevolezza. Nella maggior parte dei casi, comunque, e come dovrebbe essere, si fa in modo piuttosto naturale e istintivo: «È così che voglio dirlo». Anche il traduttore di solito dovrebbe lavorare sulla base di questa naturale attribuzione di significato: «È così che si dice in inglese». Eppure il traduttore deve essere vigile e consapevole del fatto che tanto lui quanto l’autore hanno le parole “proprie”. Sembra facile far corrispondere parole simili (dog/cão) e così via. Ciò che dog connota per me, comunque, è probabilmente diverso da ciò che cão comunica a António Lobo Antunes, benché nell’uso comune si accontenti senz’altro di cão come io di dog.

 

This personal aspect of language can be extended to life itself. As far as the individual is concerned, life truly exists only as he feels it and thereby ponders it. It follows, therefore, that life is an idea, a word, in short, a metaphor for conscious exis­tence and hence a translation. We are translating our existence and our circumstance as we go along living and before we are fatally assigned the translator’s lot once the treason has been done: Segismundo’s tower or tomb. We must also remember that “In the beginning was the Word, and the Word was with find and the Word was God” (John I:i). Even God as the Word has been put down and translated variously. The pensive Greeks call Him logos while the active Romans say verbum. So that even God, like existence, is an ambiguous translation, which could explain William James’s varieties .When God’s mystical name is finally articulated it, too, will have to be translated, unless we accept it as the acronym for Guaranteed Overnight Delivery which so blasphemously appears on certain trucks. Then there are those people hard of hearing who assert that God’s name is, in fact, Howard, as in “Our Father which art in Heaven, Howard be thy name”. I can’t see how anyone could be an atheist with a God named Howard and it also might explain why the universe is such a mixed-up place.

Names are one of the bugbears of translation and usually illustrate its impossibility. Almost all Christian and Old Testament names have local versions wherever the Good

 

Questo aspetto personale della lingua può essere esteso alla vita stessa. Per quanto riguarda l’individuo, la vita esiste davvero solo nel momento in cui lui la sente e quindi la analizza. Ne segue, quindi, che la vita è un’idea, una parola, in breve una metafora dell’esistenza consapevole e quindi una traduzione. Traduciamo la nostra esistenza e la nostra circostanza man mano che viviamo e prima di essere fatalmente assegnati al destino di traduttori una volta che il tradimento è stato fatto: la torre di Sigismondo o la tomba. Inoltre dobbiamo ricordare che «In the beginning was the Word, and the Word was with God, and the Word was God» (John I: i). Anche God e Word sono stati scritti e tradotti in vari modi. I contemplativi greci Lo chiamano logos mentre gli attivi Romani dicono verbum. Così che anche God, come l’esistenza, è una traduzione ambigua, il che potrebbe spiegare le Varieties of religious experience di William James. Quando finalmente sarà articolato il nome mistico di God, anche questo dovrà essere tradotto, a meno che non lo accettiamo come l’acronimo di Guaranteed Overnight Delivery che appare in modo così blasfemo su certi camion. Poi c’è chi è duro d’orecchi e sostiene che il nome di Dio, di fatto, è Howard, come in «Our father which art in Heaven, Howard be ty name». Non capisco come si possa essere atei con un Dio di nome Howard, e questo spiegherebbe anche perché l’universo è un luogo così confuso.

I nomi sono uno degli spauracchi della traduzione e di solito illustrano la sua impossibilità. Quasi tutti i nomi cristiani e del Vecchio

 

Book is esteemed; Charles becomes Carlos; John, Juancito or Johnny, and so forth. These names are not only loaded down with ancient biblical or classical connotations but have acquired ever so many new ones along the way. Names, and especially nick- names, almost always carry some cultural nuance: a good-time Charley, a Johnny-come-lately, Pedro por su casa. For purposes of evacuation we go to the john; in Portugal one goes to have a talk with Miguel, or simply to the Miguel. This last name in familiar English is reduced to one syllable, Mike, while in Spanish it gains another, Miguelito. Can either one therefore ever be the equivalent of the other?

By not translating names we can at least maintain a certain aura of the original tongue and its culture. Spanish almost always translates royal names and sometimes those of famous commoners (Thomas More/Tomas Moro), while English is inconsistent. Shakespeare will be Guillermo in Spanish but Cervantes is always Miguel in English. English renders Carlos V and Felipe II as Charles V and Philip II although Alfonso XIII is never Alphonse. Having grown up hearing about Kaiser Wilhelm II in English I am still a bit befuddled when hearing Emperor William II from those farther removed in time from that worthy. Hitler to me was always Adolf but now I most often see Adolph and hear ay-dolf. In my own transla­tions I prefer keeping names in the original while sometimes translating nicknames if they carry some descriptive value and can be translated without doing too much mischief to the tone of the …….

 

testamento hanno versioni locali nei luoghi in cui la Bibbia è rispettata; Charles diventa Carlos; John, Juancito o Jonny, e così via. Questi nomi non solo sono sovraccarichi di antiche connotazioni bibliche o classiche ma ne hanno acquisite moltissime altre nel tempo. I nomi, e soprattutto i soprannomi, veicolano quasi sempre alcune sfumature culturali: good-time Charley, Johnny-come-lately, Pedro por su casa. Per andare in bagno noi diciamo go to the John; in Portogallo si va a fare una chiacchierata con Miguel, o semplicemente da Miguel. Quest’ultimo nome in Inglese è ridotto a una sillaba, Mike, mentre in spagnolo ne prende un’altra, Miguelito. Potrà mai quindi uno di questi essere l’equivalente dell’altro?

Se non traduciamo i nomi possiamo almeno mantenere una certa aura della lingua originale e della sua cultura. In spagnolo si traducono quasi sempre i nomi regali e a volte quelli dei comuni mortali famosi (Thomas more/ Tomás Moro), mentre l’inglese è incoerente. Shakespeare sarà Guillermo in spagnolo ma Cervantes è sempre Miguel in inglese. In inglese si traducono Carlos V e Felipe II come Charles V e Philip II, ma Alfonso XIII non è mai Alphonse. Essendo cresciuto sentendo parlare di Kaiser Wilhelm II in inglese sono ancora un po’ confuso quando sento dire Emperor William II da chi  è stato in seguito rimosso in tempo da quella carica. Hitler per me è sempre stato Adolf ma ora vedo sempre più spesso Adolph e sento ay-dolf. Nelle mie traduzioni preferisco mantenere i nomi dell’originale e tradurre qualche volta i soprannomi se veicolano qualche valore descrittivo e possono essere tradotti senza fare troppi

 

story. Laurel and Hardy better known in Spanish as El Gordo y el Flaco, corresponding to what children in my day used to call them: Fat and Skinny (I would be interested in knowing why it is in both languages that the epithets should reverse the order of the surnames). Roman names are largely maintained in English while the pronunciation is anglicized (i.e., If Julius Caesar sees her he will surely seize her), while in Spanish and French they are hispanized and gallicized (Julio César and Jules César). To my ear the English usage sounds properly alien and classical. Greek names often hold a Latinate form in English, cf. Herodotus.

I recently finished the translation of a novel by the Colombian Jorge Franco Ramos entitled Rosario Tijeras, Rosario, the main character, is nicknamed Tijeras (shears, scissors) because her earliest act of violence was to take her mother s sewing tool and geld the man who had raped her. Translating the epithet that had been hung on her would be awkward. Leaving it also followed in a certain way the old manner in which surnames were acquired. Her real name, like God s, is never revealed and everyone knew her as Rosario Tijeras. Nor does the nickname stand in need of translation as the episode wherein she acquires it is recounted early in the book.

Words, as well as certain idioms and grammatical usages, are in many ways the items most quickly subject to a kind of Darwinian evolutionary process, except that the natural selection here encountered appears to my mind to be less of a survival of the

 

torti al tenore della storia. Laurel e Hardy in Spagna sono conosciuti meglio come El Gordo y El Flaco, che corrispondono al modo in cui i bambini li chiamavano ai miei tempi: Fat e Skinny (sarei interessato a sapere perché in entrambe le lingue gli epiteti debbano ribaltare l’ordine dei cognomi). I nomi romani sono ampliamente mantenuti in inglese mentre la pronuncia è anglicizzata (esmpio: If Julius Caesar sees her he will surely seize her), mentre in spagnolo e in francese sono ispanizzati e gallicizzati (Julio César e Jules César). A orecchio l’uso inglese sembra proprio straniero e classico. I nomi greci spesso mantengono una forma latina in inglese, come Herodotus.

Ho finito da poco la traduzione di un romanzo del colombiano Jorge Franco Ramos intitolato Rosario Tijeras. Rosario, la protagonista, è soprannominata Tijeras (cesoie, forbici), perché il suo primo atto di violenza è stato quello di prendere le forbici da sarto della madre per evirare l’uomo che l’aveva violentata. Tradurre l’epiteto che le è stato attribuito sarebbe stato inopportuno. Mantenerlo seguiva in un certo senso anche il vecchio uso secondo cui i cognomi andavano acquisiti. Il suo vero nome, come quello di Dio, non è mai rivelato e tutti la conoscevano come Rosario Tijeras. Né il nome ha bisogno di essere tradotto dato che l’episodio in cui lei lo acquisisce è raccontato all’inizio del libro.

Le parole, così come alcune espressioni idiomatiche e usi grammaticali, sono da molti punti di vista gli elementi più rapidamente soggetti a una specie di processo evoluzionistico darwiniano, salvo che la selezione naturale in cui ci siamo imbattuti

 

the fittest than it is a kind of dumbing down to the lowest common denominator. This, of course, depends on what one considers the fittest to be. Populists would most likely disagree with me in this matter, but I have always maintained that vox populi, vox Dei is an open invitation to atheism. Beyond any qualitative considerations, there is the matter of changing times, autres temps, autres moeurs. As one who has established a beachhead on the isle of Octogenaria (adjacent to the island of Barataria), I have found that in many ways I am what one might call “archaically active” or “actively archaic.” Certain words and usages have changed or appeared or died out during my lifetime. I have noticed more and more that gonna has become standard usage in presidential and high-level parlance and I wonder how it would have sounded back in 1941 if FDR had said “We’re gonna win the war.” Also how is it that gonna edges out gwine (too Uncle Remus?)and gone (too Pogo?) or the British geng? There must be some answer based on sound linguistic theory.

Translators, then, are placed in the difficult position of having to be careful not to nail their translation onto the period in which they are living. If the work under way is something contemporary the effect won’t be quite so bad since the original text might well become archaic even sooner than the translation. Like the leaves on trees, words age, yellow, and drop off after a time,

 

qui mi sembra essere non tanto la sopravvivenza del più adatto quanto un modo per ridurre al minimo comun denominatore. Questo, naturalmente, dipende da cosa si considera il più adatto. Con ogni probabilità i populisti non saranno d’accordo con me su questo punto, ma ho sempre pensato che vox populi, vox Dei sia un invito aperto all’ateismo. Al di là di ogni considerazione qualitativa, c’è il problema dei tempi che cambiano, autres temps, autres moeurs. Da persona che ha costruito una testa di sbarco sull’isola di Ottuagenaria (adiacente all’isola di Barataria), ho scoperto di essere da molti punti di vista ciò che si potrebbe chiamare “arcaicamente attivo” o “attivamente arcaico”. Alcune parole e usi sono cambiati o apparsi o scomparsi nel corso della mia vita. Mi rendo conto sempre di più del fatto che gonna è diventato di uso standard nei discorsi presidenziali e di alto livello e mi chiedo che effetto avrebbe fatto se nel 1941 F. D. Roosvelt avesse detto: «We’re gonna win the war». E poi, com’è possibile che gonna vada a finire in gwine (troppo Uncle Remus?) e gone (troppo Pogo?) o nell’inglese britannico geng? Devono esserci delle risposte sulla base delle teorie linguistiche più solide.

I traduttori, poi, si trovano nella difficile posizione di dover fare attenzione a non inchiodare le loro traduzioni al periodo in cui vivono. Se il lavoro in corso è qualcosa di contemporaneo il risultato non sarà proprio così brutto dato che il testo originale potrebbe tranquillamente diventare arcaico ancora prima della traduzione. Come le foglie sugli alberi, le parole invecchiano, ingialliscono, e

 

although languages, like trees, are divided into different species and the words in one may hold their meaning longer than those in the language into which they are being translated. When I come to translate a “classic” I try to find what we might call “evergreen” words. Translating Machado de Assis, who wrote the most enduring Portuguese since Camoes (perhaps even more so, given the fact that he was a novelist), I try hard to find words that are equally valid in his time and in ours and which, we hope, will endure beyond both ages. A good translation of Cervantes, and there are quite a few, must not be so contemporary that it will eventually become archaic because Cervantes as read today in Spanish is only mildly so. Motteux can sound archaic because he was a contemporary of Cervantes. Putman cannot. Where Motteux messed up was in not finding as many evergreen words as Cervantes had used. Perhaps he didn’t let Cervantes lead him linguistically. As I discovered translating Machado de Assis and Garcia Marquez, the masters will enable you to render their prose into the best possible translation if you only let yourself be led by their expression, following the only possible way to go. If you ponder you will have lost the path.

 

dopo un po’ cadono, anche se le lingue, come gli alberi, sono divise in specie diverse e le parole di una possono mantenere il loro significato più a lungo di quelle della lingua in cui si stanno traducendo. Quando mi capita di tradurre un “classico” cerco di trovare quelle che potremmo chiamare parole “sempreverdi”. Traducendo Machado de Assis, che ha scritto nel portoghese più duraturo dai tempi di Camões (forse anche di più, dato che lui era un autore di romanzi), faccio fatica a trovare parole che siano ugualmente valide ai suoi tempi e ai nostri e che, speriamo, sopravvivano a entrambe le epoche. Una buona traduzione di Cervantes, e ce ne sono un bel po’, non deve essere contemporanea fino al punto di risultare prima o poi arcaica perché Cervantes letto oggi in spagnolo non lo è così tanto. Motteux può sembrare arcaico perché era un contemporaneo di Cervantes, Putnam no. L’errore di Motteux è stato di non trovare tante parole sempreverdi quante ne aveva usate Cervantes. Forse non si è lasciato guidare da Cervantes dal punto di vista linguistico. Come ho scoperto traducendo Machado de Assis e García Márquez, i maestri vi permetteranno di rendere la loro prosa nella miglior traduzione possibile se solo vi lasciate guidare dalla loro espressione, seguendo l’unica strada percorribile. Se vi trovate a meditare significa che avete già sbagliato strada.

 

III

STRINGING WORDS TOGETHER BY CULTURE

 

 

We have seen the wild variety of meanings, subtle and di­rect, that cling to words. We have also considered the perils and impossibilities of metaphor as we go from one language to an­other. This morass of troubles is made all the more swampy as we come to the task of joining these translated words together to make sense in the new language. This process must take into account what is called syntax, grammar, and the like, as all the pitfalls we had to confront with individual words are not only encountered here but a good many new ones as well. Cultures are at work again. Word order that seems quite logical to one people will look absurd to another. So-called dialect comedians have used this phenomenon to great advantage in their skits since so much of comedy and humor is based on absurdities. Our own language itself can seem absurd when placed under a neutral light. If we stare at a word long enough it will become strange and even foolish, to the ruination of any sense it might have had before. Absurdities exist within our own language when we become hyper-correct, as shown by Winston Churchill’s mocking of a copyeditor’s correction, commenting that ‘”This is something up with witch I will not put.”

 

III

LEGARE  LE  PAROLE  TRA  LORO  SECONDO  LA  CULTURA

 

 

Abbiamo visto la notevole varietà di significati, sottili e diretti, che si aggrappano alle parole. Abbiamo anche considerato i pericoli e l’impossibilità delle metafore quando si passa da una lingua a un’altra. Questa giungla di difficoltà è resa ancor più paludosa quando arriviamo al compito di collegare queste parole tradotte perché abbiano senso nella nuova lingua. Questo processo deve tenere conto di ciò che si chiama sintassi, grammatica e simili, dato che tutti i trabocchetti con cui dobbiamo mettere a confronto le singole parole non sono solo quelli incontrati qui ma anche un buon numero di nuovi. Sono ancora in gioco le culture. L’ordine delle parole che sembra del tutto logico a un popolo sembra assurdo a un altro. Il cosiddetto teatro dialettale ha usato questo fenomeno al meglio negli sketch dato che gran parte della sua comicità e del suo humour si basa sulle assurdità. La nostra stessa lingua può sembrare assurda se messo sotto una luce neutrale. Se fissiamo una parola abbastanza a lungo diventa strana e perfino stupida, fino alla rovina di qualunque senso potesse avere avuto prima. Le assurdità esistono all’interno della nostra stessa lingua quando diventiamo ipercorretti, come ha dimostrato la presa in giro di Winston Churchill nei confronti di una correzione del curatore, commentando: «This is something up with which I will not put».

 

For older evidence of what annoyed Churchill we have the development of the Romance languages from Latin. As schoolboys and girls we had to struggle with the makeup of Greek and Latin. I think that Latin was harder, even if Greek did have its strange first and second aorists (only matched later on by Russian and its aspects). But we were studying that noble and complex tongue of Cicero and Virgil, not the language of the marketplace. The assorted Celtic, Iberian, Italic, and other hewers of wood and drawers of water had already made the Latin language more pliable to their simple needs as evinced by the language of their church in die Vulgate. The people were well on their way to getting rid of case endings and simplifying the system of tenses as what were to be new languages evolved. It really must pain the French in their lin­guistic hubris to realize that they are really speaking bad Latin. And, yet, these various supposedly inept versions of the Latin language have produced beautiful bits of expression that can belong only to them. For all of his wonderful lines it is impossible to imagine Ovid’s coming out with something like Verlaine’s “les sanglots longs des violons de l’automne.” I contend that the sound of a language must come from the cultural expression and evolution of a people. Only a Frenchman can properly mouth the poetry of Verlaine in a way that is completely natural and even instinctive because the rendition comes from that part of his brain wherein his native language is housed. It has been claimed that a person who has lost his speech because of a stroke can still communicate in a foreign language he

 

Una prova più antica di ciò che infastidiva Churchill è lo sviluppo delle lingue romanze dal latino. Da studenti e studentesse abbiamo dovuto lottare con le strutture del greco e del latino. Penso che il latino fosse più difficile, anche se il greco aveva i suoi strani aoristi primo e secondo (emulato in seguito solo dal russo con i suoi aspetti). Ma noi studiavamo la lingua nobile e complessa di Cicerone e Virgilio, non la lingua parlata al mercato. I vari celti, iberici, italici, e altri popoli di taglialegna e navigatori avevano già reso la lingua latina più flessibile alle loro semplici esigenze come si evince dal linguaggio della loro chiesa nella Vulgata. La gente sembrava proprio essere dell’idea di volersi liberare delle desinenze dei casi e di semplificare il sistema dei tempi verbali, man mano che si evolvevano le future lingue nuove? Dev’essere davvero un dolore per i francesi con la loro hybris linguistica sapere che in realtà parlano un brutto latino. Eppure, queste varietà ritenute versioni goffe della lingua latina hanno prodotto bellissimi modi di dire che possono appartenere solo a  loro. Nonostante i suoi meravigliosi versi è impossibile immaginare Ovidio che recita qualcosa come «les sanglots long des violons de l’automne» di Verlaine. Ritengo che il suono di una lingua debba derivare dall’espressione e dall’evoluzione culturale di un popolo. Solo un francese può articolare correttamente la poesia di Verlaine in un modo che sia completamente naturale e persino istintivo perché la resa proviene da quella parte del cervello in cui risiede la sua lingua madre. È stato detto che una persona che ha perso la parola in seguito a un trauma riesce ancora a comunicare

 

may have learned because it is lodged in a different portion of his brain (a very telling argument for learning another language). If this be so, then we are faced with the possibility that when we shift into another language we become a different person by running on a different part of our brain. So the poor translator must not just go back and forth between two languages, but if he is worthy of his calling must shift between two selves, with all the perils of this induced schizophrenia.

The matter of subject, verb, and object, therefore, and their placement in a sentence will depend on the cultural instincts of the language spoken. Heavy-handed humorists often avail themselves of syntactical differences between languages in order to make fun of them. This is usually accompanied by a burst of macaronic pronunciation. But Romance languages have, in certain ways, been an improvement over classical Latin as vehicles for easier communication with their elimination of case endings and a resort to prepositions in order to denote relationships. At the same time they did away with Latin’s ability to make words fit certain poetical meters in a way that becomes a quite natural rhythmical performance. Modern attempts to follow this too closely in translation are usually clumsy and  Procrustean. It all adds up to Robert Frost’s com­monplace regarding the relationship between poetry and its translations, but that comment of his could well apply to prose as well. In even the best of examples a translation cannot get to the

 

comunicare in una lingua straniera che aveva imparato perché questa risiede in un’altra area del cervello (argomentazione molto valida a favore dell’apprendimento di un’altra lingua). Se è così, allora siamo di fronte alla possibilità che quando passiamo a un’altra lingua diventiamo una persona diversa azionando una parte diversa del nostro cervello. Così il povero traduttore non deve solo fare avanti e indietro tra due lingue, ma se è degno del suo nome deve muoversi tra due “sé”, con tutti i pericoli di questa schizofrenia indotta.

La questione di soggetto, verbo e oggetto, quindi, e la loro collocazione in una frase dipenderanno dagli istinti culturali della lingua parlata. I comici più rozzi spesso si avvalgono delle differenze sintattiche tra le lingue per prendersene gioco. Di solito ciò è accompagnato dall’esplosione di una  pronuncia maccheronica. Ma le lingue romanze, in un certo senso, sono state un miglioramento del latino classico come veicoli per semplificare la comunicazione con l’eliminazione delle desinenze e il ricorso alle preposizioni per denotare le relazioni. Allo stesso tempo hanno eliminato la capacità del latino di adattare le parole ad alcuni metri poetici in modo da produrre un andamento ritmico piuttosto naturale. I tentativi contemporanei di mantenere la metrica in traduzione in modo fin troppo preciso di solito sono goffi e procustiani. Tutto questo si aggiunge al luogo comune di Robert Frost riguardo alla relazione tra la poesia e la sua traduzione, ma questo suo commento può benissimo adattarsi altrettanto alla prosa. Anche negli esempi migliori

 

marrow of what has been said in the original. A piece of writing cannot be cloned in another language, only imitated. Like the colors of the spectrum, languages are unique and distinctive; they can approach each other but never reproduce one another. Columbia’s blue can never reproduce Yale’s,yet both are blue and have a great many cultural concomitants in common. What makes translation seem so possible is that we live in a world of similarities and it is too much with us. Languages, like the colors mentioned above, are similar and we can at least imagine how they would look in another hue. But what about those invisible colors that lurk at the ends of the spectrum? The limits of our ability to perceive show up in the fact that we are unable even to imagine what these colors might be like. We would have to be certain birds. Translation may be impossible, but it can at least be essayed.

 

una traduzione non può arrivare fino al midollo di ciò che è stato detto nell’originale. Un’opera non può essere clonata in un’altra lingua, solo imitata. Come i colori dello spettro, le lingue sono uniche e particolari; possono avvicinarsi le une alle altre, ma mai riprodursi a vicenda. Il Columbia blue non potrà mai riprodurre lo Yale blue, eppure si chiamano entrambi blue e hanno moltissime concomitanze culturali. Ciò che fa sembrare la traduzione così possibile è che viviamo in un mondo di imitazioni e «it is too much with us». Le lingue, come i colori menzionati sopra, sono simili e possiamo per lo meno immaginare come apparirebbero in un’altra sfumatura. Ma per quei colori invisibili che si annidano alle estremità dello spettro? I limiti della nostra capacità percettiva emergono chiaramente con il fatto che non siamo capaci nemmeno di immaginare a cosa questi colori potrebbero assomigliare. Dovremmo essere un certo tipo di uccelli. La traduzione può essere impossibile, ma ameno può essere tentata.

Roman Jakobson, On Linguistic Aspects of Translation, Language and Culture SIMONA CLERICI

Roman Jakobson, On Linguistic Aspects of Translation, Language and Culture

 

   

SIMONA CLERICI

 

 

Université de Strasbourg

Institut de Traducteurs, d’Interprètes et de Relations Internationales

Fondazione Milano

Master in Traduzione

 

 

Primo supervisore: Professor Bruno OSIMO

Secondo supervisore: Professoressa Valentina BESI

 

 

Master: Arts, Lettres, Langues

Mention: Langues et Interculturalité

Spécialité: Traduction et Interprétation

Parcours: Traduction littéraire

estate 2011

 

ã 1987 by The Jakobson Trust; Mouton Publishers 1985

ã Clerici Simona per l’edizione italiana 2011

Roman Jakobson, On Linguistic Aspects of Translation, Language and Culture

 

Abstract

 

Two essays, On Linguistic Aspects of Translation (1959) and Language and Culture (1967), written within eight years of each other by the Russian-born scholar Roman Jakobson, gave new impetus to the theoretical analysis of translation on the basis of the author’s semiotic approach to language. Putting aside the fallacious attempt to find translation equivalents, which used to be the central issue in translation, the notion of “equivalence in difference” implies that translation can always be carried out, regardless of the cultural or grammatical differences between the two languages involved, since any language is able to convey everything. Providing a number of examples comparing mainly the English and Russian grammatical patterns, the author demonstrates that any assumption of untranslatable cognitive data would be a contradiction in terms because the definition of our experience requires recoding interpretation; that is, translation. This thesis presents a translation into Italian and an analysis of Jakobson’s essays.

 


 

Sommario

1. Traduzione con testo a fronte_________ 1

2. Analisi traduttologica_________ 45

2.1. Roman Jakobson:_________ 46

un americano con l’indole dell’emigrato russo_________ 46

2.2. Tra innovazione e tradizione_________ 48

2.3. Peculiarità del saggio_________ 50

2.3.1. Un crogiolo di culture 50

2.3.2. Il lettore modello 53

2.3.3. Perdite e compensazioni 54

2.3.3.1. Apparati metatestuali 54

2.4. Analisi linguistica ed extralinguistica_________ 57

2.4.1. Differenze tra campi semantici: le scelte lessicali 58

2.4.1.1. Celibate 58

2.4.1.2. Cottage cheese 60

2.4.1.3. Intricacies 62

2.4.1.4. Nurture and nature 64

2.4.1.5. Creative writers 65

2.5. Metatesti a confronto:_________ 68

perché proporre una traduzione diversa del saggio_________ 68

on linguistic aspects of translation_________ 68

2.6. Riferimenti bibliografici_________ 73

3. Errata Corrige_________ 75

 



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1. Traduzione con testo a fronte


 

On linguistic Aspects of Translation

According to Bertrand Russell, “no one can understand the word ‘cheese’ unless he has a nonlinguistic acquaintance with cheese” (Russell 1950). If, however, we follow Russell’s fundamental precept and place our “emphasis upon the linguistic aspects of traditional philosophical problems,” then we are obliged to state that no one can understand the word cheese unless he has an acquaintance with the meaning assigned to this word in the lexical code of English. Any representative of a cheese-less culinary culture will understand the English word cheese if he is aware that in this language it means “food made of pressed curds” and if he has at least a linguistic acquaintance with curds. We never consumed ambrosia or nectar and have only a linguistic acquaintance with the words ambrosia, nectar, and gods – the name of their mythical users; nonetheless, we understand these words and know in what contexts each of them may be used.

The meaning of the words cheese, apple, nectar, acquaintance, but, mere, and of any word or phrase whatsoever is definitely a linguistic–or to be more precise and less narrow–a semiotic fact. Against those who assign meaning (signatum) not to the sign, but to the thing itself, the simplest and truest argument would be that nobody has ever smelled or tasted the meaning of cheese or of apple. There is no signatum without signum. The meaning of the word “cheese” cannot be inferred from a nonlinguistic acquaintance with cheddar or with camembert without the assistance of the verbal code. An array of linguistic signs is needed to introduce an unfamiliar word. Mere pointing will not teach us whether cheese is the name of the given specimen, or of any box of camembert, or of camembert in general or of any cheese, any milk product, any food, any refreshment, or perhaps any box irrespective of contents. Finally, does a word simply name the thing in question, or does it imply a meaning such as offering, sale, prohibition, or malediction? (Pointing actually may mean malediction; in some cultures, particularly in Africa, it is an ominous gesture.)

For us, both as linguists and as ordinary word-users, the meaning of any linguistic

Sugli aspetti linguistici della traduzione

Secondo Bertrand Russell «nessuno può capire la parola “cheese” se non ha un’esperienza non-linguistica del formaggio» (Russell 1950). Se però accettiamo il precetto fondamentale di Russell e mettiamo l’«enfasi sugli aspetti linguistici dei problemi filosofici tradizionali» siamo costretti ad affermare che nessuno può capire la parola «cheese» se non ha un’esperienza del significato assegnato a questa parola nel codice lessicale dell’inglese. Qualsiasi rappresentante di una cultura culinaria in cui non esista il formaggio capirà la parola inglese «cheese» se è consapevole che in questa lingua significa «alimento fatto di latte cagliato pressato» e se ha almeno un’esperienza linguistica di «latte cagliato». Noi non abbiamo mai assaggiato l’ambrosia o il nettare e abbiamo un’esperienza solo linguistica delle parole «ambrosia» [ambrosia], «nectar» [nettare], e «gods» [dèi] – il nome dei loro mitici consumatori; eppure, capiamo queste parole e sappiamo in quali contesti si può utilizzare ciascuna di esse.

Il significato delle parole «cheese», «apple», «nectar», «acquaintance», «but», «mere» [rispettivamente formaggio, mela, nettare, esperienza, ma, solo] e di qualsiasi parola o frase di qualsiasi tipo è chiaramente un fatto linguistico – o per essere più precisi e meno ristretti – semiotico. Contro chi assegna il significato (signatum) non al segno, ma alla cosa stessa, l’argomentazione più semplice e più vera sarebbe che nessuno ha mai sentito l’odore né il sapore del significato di «cheese» o di «apple». Non esiste signatum senza signum. Il significato della parola «cheese» non si può inferire da una conoscenza non-linguistica del cheddar o del camembert senza l’aiuto del codice verbale. Per introdurre una parola sconosciuta è necessaria una serie di segni linguistici. Il semplice fatto di indicarla non ci dirà se «cheese» è il nome di quel singolo campione, o di qualsiasi confezione di camembert, o del camembert in generale, o di qualsiasi formaggio, qualsiasi latticino, qualsiasi alimento, qualsiasi spuntino, o forse qualsiasi confezione indipendentemente dal contenuto. Insomma, una parola dà semplicemente un nome alla cosa in questione, oppure implica un significato, per esempio, di offerta, vendita, proibizione o maledizione? (Indicare, di fatto, può significare maledizione; in alcune culture, in particolare in Africa, è un gesto di cattivo auspicio.)

Per noi, sia come linguisti sia come normali utenti di parole, il significato di

 

sign is its translation into some further, alternative sign, especially a sign “in which it is more fully developed” as Peirce, the deepest inquirer into the essence of signs, insistently stated (Dewey 1946). The term “bachelor” may be converted into a more explicit designation, “unmarried man,” whenever higher explicitness is required. We distinguish three ways of interpreting a verbal sign: it may be translated into other signs of the same language, into another language, or into another, nonverbal system of symbols. These three kinds of translation are to be differently labeled:

  1. Intralingual translation or rewording is an interpretation of verbal signs by means of other signs of the same language.
  2. Interlingual translation or translation proper is an interpretation of verbal signs by means of some other language.
  3. Intersemiotic translation or transmutation is an interpretation of verbal signs by means of signs of nonverbal sign systems.

The intralingual translation of a word uses either another, more or less synonymous, word or resorts to a circumlocution. Yet synonymy, as a rule, is not complete equivalence: for example, “every celibate is a bachelor, but not every bachelor is a celibate.” A word or an idiomatic phrase-word, briefly a code-unit of the highest level, may be fully interpreted only by means of an equivalent combination of code units, that is, a message referring to this code unit: “every bachelor is an unmarried man, and every unmarried man is a bachelor,” or “every celibate is bound not to marry, and everyone who is bound not to marry is a celibate.”

Likewise on the level of interlingual translation, there is ordinarily no full equivalence between code units, while messages may serve as adequate interpretations of alien code units or messages. The English word cheese cannot be completely identified with its standard Russian heteronym syr, because cottage cheese is a cheese but not a syr. Russians say: prinesi syru I tvorogu (bring cheese and [sic] cottage cheese). In standard Russian, the food made of pressed curds is called syr only if ferment is used.

Most frequently, however, translation from one language into another substitutes

qualsiasi segno linguistico è la sua traduzione in un segno ulteriore, alternativo, in particolare un segno «in cui è più pienamente sviluppato», come affermava insistentemente Peirce, il più profondo indagatore nell’essenza dei segni (Dewey 1946). Il termine «bachelor» [scapolo] si può convertire in una designazione più esplicita, «unmarried man» [uomo non sposato], ogni volta che sia richiesta una maggiore esplicitezza. Si distinguono tre modi di interpretare un segno verbale: si può tradurre in altri segni della stessa lingua, in un’altra lingua, o in un altro sistema, non verbale, di simboli. Questi tre tipi di traduzione devono essere classificati in modo diverso:

  1. La traduzione intralinguistica o riverbalizzazione è un’interpretazione di segni verbali per mezzo di altri segni della stessa lingua.
  2. La traduzione interlinguistica o traduzione vera e propria è un’interpretazione di segni verbali per mezzo di un’altra lingua.
  3. La traduzione intersemiotica o trasmutazione è un’interpretazione di segni verbali per mezzo di segni di sistemi segnici non verbali.

La traduzione interlinguistica di una parola o usa un’altra parola, più o meno sinonima, o ricorre a una circonlocuzione. Però la sinonimia, di norma, non è equivalenza completa: per esempio «every celibate is a bachelor, but not every bachelor is a celibate». Una parola o una frase idiomatica, insomma un’unità di codice del livello più alto, può essere interpretata pienamente solo per mezzo di una combinazione equivalente di unità di codice, e cioè un messaggio che si riferisce a questa unità di codice: «every bachelor is an unmarried man, and every unmarried man is a bachelor» o «every celibate is bound not to marry and everyone who is bound not to marry is a celibate».

Similmente, a livello di traduzione interlinguistica di norma non c’è piena equivalenza tra diverse unità di codice, mentre i messaggi potrebbero fungere da interpretazioni adeguate di unità di codice o messaggi straneiri. La parola inglese «cheese» non si può identificare completamente con il suo eteronimo russo standard «syr» perché il «cottage cheese» [fiocchi di latte] è un «cheese» ma non un «syr». I russi dicono: «prinesi syru i tvorogu» (porta il formaggio e [sic] i fiocchi di latte). Nel russo standard l’alimento fatto di latte cagliato pressato si chiama «syr» solo se è un formaggio fermentato.

Spessissimo, comunque, la traduzione da una lingua a un’altra sostituisce


 

messages in one language not for separate code units but for entire messages in same other language. Such a translation is a reported speech; the translator recodes and transmits a message received from another source. Thus translation involves two equivalent messages in two different codes.

Equivalence in difference is the cardinal problem of language and the pivotal concern of linguistics. Like any receiver of verbal messages, the linguist acts as their interpreter. No linguistic specimen may be interpreted by the science of language without a translation of its signs into other signs of the same system or into signs of another system. Any comparison of two languages implies an examination of their mutual translatability; widespread practice of interlingual communication, particularly translating activities, must be kept under constant scrutiny by linguistic science. It is difficult to overestimate the urgent need for and the theoretical and practical significance of differential bilingual dictionaries with careful comparative definition of all the corresponding units in their intention and extension. Likewise differential bilingual grammars should define what unifies and what differentiates the two languages in their selection and delimitation of grammatical concepts.

Both the practice and the theory of translation abound with intricacies, and from time to time attempts are made to sever the Gordian knot by proclaiming the dogma of untranslatability. “Mr. Everyman, the natural logician,” vividly imagined by B. L. Whorf, is supposed to have arrived at the following bit of reasoning: “Facts are unlike to speakers whose language background provides for unlike formulation of them” (Whorf 1956). In the first years of the Russian revolution there were fanatic visionaries who argued in Soviet periodicals for a radical revision of traditional language and particularly for the weeding out of such misleading expressions as “sunrise” or “sunset.” Yet we still use this Ptolemaic imagery without implying a rejection of Copernican doctrine, and we can easily transform our customary talk about the rising and setting sun into a picture of the earth’s rotation simply because any sign is translatable into a sign in which it appears to us more fully developed and precise.

An ability to speak a given language implies an ability to talk about this language.

messaggi in una lingua non per singole unità di codice ma per messaggi completi in un’altra lingua. Una traduzione di questo tipo è un discorso riferito; il traduttore ricodifica e trasmette un messaggio ricevuto da un’altra fonte. Così, la traduzione riguarda due messaggi equivalenti in due codici diversi.

L’equivalenza nella differenza è il problema cardinale della lingua e la preoccupazione primaria della linguistica. Come ogni ricevente di messaggi verbali, il linguista funge da loro interprete. La scienza del linguaggio non potrebbe interpretare nessun campione linguistico senza tradurne i segni in altri segni dello stesso sistema o in segni di un altro sistema. Qualsiasi confronto tra due lingue implica un esame della loro reciproca traducibilità; la pratica diffusa della comunicazione interlinguistica, e in particolare le attività di traduzione, devono essere tenute costantemente sotto osservazione dalla scienza linguistica. È difficile sopravvalutare l’urgente bisogno e il significato teorico e pratico di dizionari bilingui differenziali con un’accurata definizione comparativa di tutte le unità corrispondenti nella loro intensione ed estensione. Similmente, grammatiche bilingui differenziali dovrebbero definire che cosa unifica e che cosa differenzia le due lingue nella loro selezione e delimitazione dei concetti grammaticali.

Tanto la pratica quanto la teoria della traduzione sono assai intricate, e di tanto in tanto si fa qualche tentativo di spezzare il nodo gordiano proclamando il dogma dell’intraducibilità. «Il signor Chiunque, il logico naturale» uscito dalla vivida immaginazione di B. L. Whorf, dovrebbe essere arrivato al seguente ragionamento: «I fatti sono diversi per i parlanti il cui background linguistico ne fa dare una formulazione diversa» (Whorf 1956). Durante i primi anni della Rivoluzione russa alcuni fanatici visionari dibattevano sui periodici sovietici per ottenere una revisione radicale della lingua tradizionale e in particolare per sradicare espressioni fuorvianti come il sorgere e il tramontare del sole. Eppure noi usiamo ancora questo immaginario tolemaico senza che ciò implichi il rifiuto della dottrina copernicana, e possiamo facilmente trasformare il nostro parlare abituale del sole che sorge e tramonta in un’immagine della rotazione terrestre semplicemente perché qualsiasi segno è traducibile in un segno nel quale ci sembra più pienamente sviluppato e preciso.

La facoltà di parlare una data lingua implica la facoltà di parlare a proposito di


 

Such a metalinguistic operation permits revision and redefinition of the vocabulary used. The complementarity of both levels – object language and metalanguage – was brought out by Niels Bohr: all well-defined experimental evidence must be expressed in ordinary language, “in which the practical use of every word stands in complementary relation to attempts of its strict definition” (Bohr 1948).

All cognitive experience and its classification is conveyable in any existing language. Whenever there is a deficiency, terminology may be qualified and amplified by loanwords or loan translations, by neologisms or semantic shifts, and, finally, by circumlocutions. Thus in the newborn literary language of the Northeast Siberian Chukchees, “screw” is rendered as “rotating nail,” “steel” as “hard iron,” “tin” as “thin iron,” “chalk” as “writing soap,” “watch” as “hammering heart.” Even seemingly contradictory circumlocutions, like “electrical horsecar” (èlektričeskaja konka), the first Russian name of the horseless streetcar, or “flying steamship” (jeha paraqot), the Koryak term for the airplane, simply designate the electrical analogue of the horsecar and the flying analogue of the steamer and do not impede communication, just as there is no semantic “noise” and disturbance in the double oxymoron—“cold beef-and-pork hot dog.”

No lack of grammatical device in the language translated into makes impossible a literal translation of the entire conceptual information contained in the original. The traditional conjunctions “and,” “or” are now supplemented by a new connective“and/or”—which was discussed a few years ago in the witty book Federal Prose—How to Write in and/or for Washington (Masterson, Wendell Brooks 1948). Of these three conjunctions, only the latter occurs in one of the Samoyed languages (Bergsland 1949). Despite these differences in the inventory of conjunctions, all three varieties of messages observed in “federal prose” may be distinctly translated both into traditional English and into this Samoyed language. Federal prose: (1) John and Peter, (2) John or Peter, (3) John and/ or Peter will come. Traditional English: (3) John and Peter or one of them will come. Samoyed: (1) John and/ or Peter, both will come, (2) John and/ or Peter, one of them will come.

If some grammatical category is absent in a given language, its meaning may be translated into this language by lexical means. Dual forms like Old Russian brata are


 

questa lingua. Tale operazione “metalinguistica” permette la revisione e la ridefinizione del vocabolario usato. La complementarità di entrambi i livelli – linguaggio-oggetto e metalinguaggio – è stata messa in luce da Niels Bohr: ogni evidenza sperimentale ben definita deve essere espressa nella lingua ordinaria, «nella quale l’uso pratico di ogni parola sta in una relazione complementare con i tentativi della sua rigida definizione» (Bohr 1948).

Tutta l’esperienza cognitiva e la sua classificazione è trasponibile in qualsiasi lingua esistente. Quando vi sia una deficienza, è possibile qualificare e amplificare la terminologia mediante prestiti o traduzioni di prestiti, mediante neologismi o cambiamenti semantici e, infine, mediante circonlocuzioni. Così, nella neonata lingua letteraria dei ciukci della Siberia nordorientale, «vite» diventa «chiodo rotante», «acciaio» «ferro duro», «latta» «ferro sottile», «gesso» «sapone che scrive», «orologio» «cuore martellante». Persino le circonlocuzioni apparentemente contraddittorie, come «tram a cavalli elettrico» («èlektričeskaja konka»), il primo nome russo del tram senza cavalli, o «nave a vapore volante» («jena paragot»), il termine coriaco per l’aeroplano, designano semplicemente l’analogo elettrico del tram a cavalli e l’analogo volante della nave a vapore e non impediscono la comunicazione, allo stesso modo in cui non c’è “rumore” semantico o disturbo nel doppio ossimoro «cold beef-and-pork hot dog».

Nessuna categoria grammaticale mancante nella lingua verso la quale si traduce rende impossibile una traduzione letterale dell’intera informazione concettuale contenuta nell’originale. Le congiunzioni tradizionali «and» [e] e «or» [o], ora sono state integrate da un nuovo connettivo – «and/or» [e/o] – di cui si è discusso qualche anno fa con arguzia nel libro Federal Prose – How to write in and/or for Washington (Masterson, Wendell Brooks 1948). Di queste tre congiunzioni, in una lingua samoieda esiste solo l’ultima (Bergsland 1949). Nonostante le differenze nell’inventario delle congiunzioni, tutte e tre le varietà di messaggi osservate nella “prosa federale” possono essere tradotte distintamente sia verso l’inglese tradizionale sia verso la lingua samoieda in questione. Prosa federale: 1) John and Peter, 2) John or Peter, 3) John and/or Peter will come. Inglese tradizionale: 3) John and Peter or one of them will come. Samoiedo: 1) John e/o Peter verranno entrambi, 2) John e/o Peter, uno dei due verrà.

Se una data lingua manca di una categoria grammaticale, il suo significato si può tradurre in questa lingua con mezzi lessicali. Le forme duali come «brata» in russo

translated with the help of the numeral: “two brothers.” It is more difficult to remain faithful to the original when we translate into a language provided with a certain grammatical category from a language devoid of such a category. When translating the English sentence She has brothers into a language which discriminates dual and plural, we are compelled either to make our own choice between two statements “She has two brothers”—“She has more than two” or to leave the decision to the listener and say: “She has either two or more than two brothers.” Again, in translating from a language without grammatical number into English, one is obliged to select one of the two possibilities—brother or brothers or to confront the receiver of this message with a two-choice situation: She has either one or more than one brother.

As Franz Boas neatly observed, the grammatical pattern of a language (as opposed to its lexical stock) determines those aspects of each experience that must be expressed in the given language: “We have to choose between these aspects, and one or the other must be chosen” (Boas 1938). In order to translate accurately the English sentence I hired a worker, a Russian needs supplementary information, whether this action was completed or not and whether the worker was a man or a woman, because he must make his choice between a verb of completive or noncompletive aspect—nanjal or nanimal—and between a masculine and feminine noun—rabotnika or rabotnicu. If I ask the utterer of the English sentence whether the worker was male or female, my question may be judged irrelevant or indiscreet, whereas in the Russian version of this sentence an answer to this question is obligatory. On the other hand, whatever the choice of Russian grammatical forms to translate the quoted English message, the translation will give no answer to the question of whether I hired or have hired the worker, or whether he/she was an indefinite or definite worker (a or the). Because the information required by the English and Russian grammatical pattern is unlike, we face quite different sets of two-choice situations; therefore a chain of translations of one and the same isolated sentence from English into Russian and vice-versa could entirely deprive such a message of its initial content. The Geneva linguist S. Karcevskij used to compare such a gradual loss with a circular series of unfavorable currency transactions. But evidently the richer the context of a message, the smaller the loss of information.

antico si traducono con l’aiuto dei numerali: «due fratelli». È più difficile restare fedeli all’originale quando si traduce verso una lingua che dispone di una certa categoria grammaticale da una lingua che manca di tale categoria. Traducendo la frase inglese «She has brothers» verso una lingua che distingue duale e plurale siamo costretti a scegliere tra due affermazioni: «Lei ha due fratelli» – «Lei ha più di due fratelli» oppure a lasciare la decisione a chi ascolta e dire «Lei ha due o più fratelli». Ancora, traducendo da una lingua priva della categoria grammaticale del numero verso l’inglese si è costretti a selezionare una delle due possibilità, «brother» [fratello] o «brothers» [fratelli], o a mettere il ricevente di questo messaggio di fronte a una situazione di ambiguità: «She has either one or more than one brother» [Lei ha uno o più fratelli].

Come ha acutamente osservato Boas, il modello grammaticale di una lingua (diversamente dal suo bagaglio lessicale) determina quali aspetti di ogni esperienza devono essere espressi in quella data lingua: «Dobbiamo scegliere tra questi aspetti, e uno o l’altro va scelto» (Boas 1938). Per tradurre correttamente la frase inglese «I hired a worker» [Ho assunto un/ un’ operaio/ a] a un russo occorrono altre informazioni: se questa azione è stata completata o no e se l’operaio era uomo o donna, perché deve effettuare la scelta tra un verbo di aspetto perfettivo o imperfettivo – «nanjal» o «nanimal» – e tra un nome maschile o femminile –  «rabotnika» o «rabotnicu». Se chiedessi a chi ha pronunciato la frase inglese se l’operaio in questione era un uomo o una donna, la mia domanda potrebbe essere reputata irrilevante o indiscreta, mentre nella versione russa di questa frase una risposta a questa domanda è d’obbligo. D’altro canto, qualunque sia la scelta delle forme grammaticali russe per tradurre il messaggio inglese in questione, la traduzione non darà risposta alla domanda se «I hired» o «I have hired» il lavoratore, o se lui/ lei era una persona indefinita o definita («a» [un/ un’] o «the» [il/ l’]). Dato che le informazioni richieste dal modello grammaticale inglese e russo sono diverse, ci troviamo di fronte a sequenze completamente discordanti di situazioni ambigue; perciò più traduzioni a catena di una stessa frase dall’inglese verso il russo e viceversa potrebbero svuotare completamente del contenuto iniziale un messaggio del genere. Il linguista ginevrino S. Karcevski paragonò questa perdita graduale a una serie circolare di transazioni finanziarie sfavorevoli. Ma evidentemente, più è ricco il contesto di un messaggio, minore è la perdita di informazioni.


 

Languages differ essentially in what they must convey and not in what they can convey. Each verb of a given language imperatively raises a set of specific yes-or-no questions, as for instance: is the narrated event conceived with or without reference to its completion? is the narrated event presented as prior to the speech event or not? Naturally the attention of native speakers and listeners will be constantly focused on such items as are compulsory in their verbal code.

In its cognitive function, language is minimally dependent on the grammatical pattern because the definition of our experience stands in complementary relation to metalinguistic operations—the cognitive level of language not only admits but directly requires recoding interpretation, that is, translation. Any assumption of ineffable or untranslatable cognitive data would be a contradiction in terms. But in jest, in dreams, in magic, briefly, in what one would call everyday verbal mythology, and in poetry above all, the grammatical categories carry a high semantic import. In these conditions, the question of translation becomes much mare entangled and controversial.

Even such a category as grammatical gender, often cited as merely formal, plays a great role in the mythological attitudes of a speech community. In Russian the feminine cannot designate a male person, nor the masculine specify a female. Ways of personifying or metaphorically interpreting inanimate nouns are prompted by their gender. A test in the Moscow Psychological Institute (1915) showed that Russians, prone to personify the weekdays, consistently represented Monday, Tuesday, and Thursday as males and Wednesday, Friday, and Saturday as females, without realizing that this distribution was due to the masculine gender of the first three names (ponedel’nik, vtornik, četverg) as against the feminine gender of the others (sreda, pjatnica, subbota). The fact that the word for Friday is masculine in some Slavic languages and feminine in others is reflected in the folk traditions of the corresponding peoples, which differ in their Friday ritual. The widespread Russian superstition that a fallen knife presages a male guest and a fallen fork a female one is determined by the masculine gender of nož (knife) and the feminine of

Le lingue differiscono essenzialmente in ciò che devono esprimere e non in ciò che possono esprimere. Ogni verbo di una data lingua pone imperativamente una serie di domande che prevedono le risposte sì o no, come per esempio: l’evento narrato è concepito facendo riferimento al suo compimento oppure no? L’evento narrato è presentato come antecedente all’atto discorsuale oppure no? Naturalmente l’attenzione sia attiva che passiva dei madrelingua è costantemente focalizzata sulle parti obbligatorie nel loro codice verbale.

Nella sua funzione cognitiva la lingua dipende solo in minima parte dal modello grammaticale perché la definizione della nostra esperienza è in relazione complementare alle operazioni metalinguistiche – il livello cognitivo della lingua non solo ammette, ma richiede immediatamente un’interpretazione ricodificante, e cioè, una traduzione. Qualsiasi presunzione di ineffabilità o intraducibilità dei dati cognitivi sarebbe una contraddizione in termini. Ma negli scherzi, nei sogni, nella magia, insomma, in ciò che si potrebbe chiamare mitologia verbale quotidiana e soprattutto nella poesia, le categorie grammaticali hanno una forte rilevanza semantica. In queste condizioni, la questione della traduzione diventa molto più intricata e controversa.

Anche una categoria come il genere grammaticale, spesso ritenuta meramente formale, riveste un ruolo importante negli atteggiamenti mitologici di una comunità discorsuale. In russo il femminile non può designare una persona di sesso maschile, né il maschile può specificare una persona di sesso femminile. I modi di personificare o interpretare metaforicamente nomi inanimati sono suggeriti dal genere. Uno studio condotto presso l’Istituto psicologico di Mosca (1915) ha mostrato che i russi, inclini a personificare i giorni della settimana, rappresentavano costantemente il lunedì, il martedì e il giovedì come maschi e il mercoledì, il venerdì e il sabato come femmine, senza rendersi conto che questa distinzione fosse dovuta al genere maschile dei primi tre nomi («ponedel’nik», «vtornik», «četverg») e, al contrario, al genere femminile degli altri («sreda», «pjatnica», «subbota»). Il fatto che la parola che sta per «venerdì» sia maschile in alcune lingue slave e femminile in altre si riflette nelle tradizioni folcloriche dei popoli corrispondenti, che differiscono nel rituale del venerdì. La diffusa superstizione russa secondo cui un coltello che cade è presagio di un ospite maschile e una forchetta che cade di uno femminile è determinata dal genere maschile di «nož» (coltello) e da quello

vilka (fork) in Russian. In Slavic and other languages where “day” is masculine and “night” feminine, day is represented by poets as the lover of night. The Russian painter Repin was baffled as to why Sin had been depicted as a woman by German artists: he did not realize that “sin” is feminine in German (die Sünde), but masculine in Russian (grex). Likewise a Russian child, while reading a translation of German tales, was astounded to find that Death, obviously a woman (Russian smert’, fem.), was pictured as an old man (German der Tod, masc.). My Sister Life, the title of a book of poems by Boris Pasternak, is quite natural in Russian, where “life” is feminine (žizn’), but was enough to reduce to despair the Czech poet Josef Hora in his attempt to translate these poems, since in Czech this noun is masculine (život).

What was the initial question which arose in Slavic literature at its very beginning? Curiously enough, the translator’s difficulty in preserving the symbolism of genders, and the cognitive irrelevance of this difficulty, appears to be the main topic of the earliest Slavic original work, the preface to the first translation of the Evangeliarium, made in the early 860s by the founder of Slavic letters and liturgy, Constantine the Philosopher, and recently restored and interpreted by A. Vaillant (Vaillant 1948). “Greek, when translated into another language, cannot always be reproduced identically, and that happens to each language being translated,” the Slavic apostle states. “Masculine nouns like potamos ‘river’ and astēr ‘star’ in Greek, are feminine in another language like rěka and zvězda in Slavic.” According to Vaillant’s commentary, this divergence effaces the symbolic identification of the rivers with demons and of the stars with angels in the Slavic translation of two of Matthew’s verses (7:25 and 2:9). But to this poetic obstacle, Constantine resolutely opposes the precept of Dionysius the Areopagite, who called for chief attention to the cognitive values (silě razumu) and not to the words themselves.

In poetry, verbal equations become a constructive principle of the text. Syntactic and morphological categories, roots, and affixes, phonemes and their components (distinctive features)—in short, any constituents of the verbal code—are confronted, juxtaposed, brought into contiguous relation according to the principle of similarity and contrast and carry their own autonomous signification.


 

femminile di «vilka»  (forchetta) in russo. Nelle lingue slave e nelle altre in cui «giorno» è maschile e «notte» è femminile, il giorno è rappresentato dai poeti come l’amante della notte. Il pittore russo Repin era perplesso di fronte al fatto che Peccato fosse stato raffigurato dagli artisti tedeschi come una donna: non si era reso conto che «peccato» è femminile in tedesco («die Sünde»), ma maschile in russo («grex»). Similmente, un bambino russo, leggendo alcune fiabe tedesche tradotte, si stupì nel vedere che Morte, ovviamente una donna (in russo «smert’», femm.) fosse ritratta come un vecchio (in tedesco «der Tod», masch.). Mia sorella la vita, il titolo di un libro di poesie di Boris Pasternak, è del tutto naturale in russo, dove «vita» è femminile («žizn’»), ma bastò per portare alla disperazione il poeta ceco Josef Hora nel tentativo di tradurre queste poesie, dal momento che in ceco questo nome è maschile («život»).

Quale fu il primo problema che emerse nella letteratura slava ai suoi albori? Piuttosto curiosamente, la difficoltà del traduttore nel preservare il simbolismo dei generi, e l’irrilevanza cognitiva di questa difficoltà, sembrano essere l’argomento principale della prima opera originale slava, la prefazione alla prima traduzione dell’Evangeliario, fatta poco dopo l’860 dal fondatore delle lettere e della liturgia slava, Costantino il Filosofo, e recentemente riportata alla luce e interpretata da André Vaillant (Vaillant 1948). «Il greco, quando è tradotto verso un’altra lingua, non si può sempre riprodurre in modo identico, e questo accade a ogni lingua che viene tradotta» afferma l’apostolo del mondo slavo. «I nomi maschili in greco come “potamos” (fiume) e “aster” (stella) sono femminili in un’altra lingua come “rěka” e “zvězda” in slavo». Secondo il commentario di Vaillant, questa divergenza cancella l’identificazione simbolica dei fiumi con i demoni e delle stelle con gli angeli nella traduzione slava di due versi di Matteo (7:25 e 2:9). Ma a questo ostacolo poetico, Costantino oppone con risolutezza il precetto di Dionigi l’Areopagita, che richiamava l’attenzione principale sui valori cognitivi («silě razumu») e non sulle parole stesse.

In poesia, le equazioni verbali diventano un principio costitutivo del testo. Le categorie sintattiche e morfologiche, le radici, e gli affissi, i fonemi e i loro componenti (tratti distintivi) – in breve, qualsiasi cosa costituisca il codice verbale – vengono confrontati, giustapposti, messi in relazioni contigue secondo il principio della somiglianza e del contrasto e sono dotati di una loro significazione autonoma. La

Phonemic similarity is sensed as semantic relationship. The pun, or to use a more erudite, and perhaps more precise term—paronomasia, reigns over poetic art, and whether its rule is absolute or limited, poetry by definition is untranslatable. Only creative transposition is possible: either intralingual transposition—from one poetic shape into another, or interlingual transposition—from one language into another, or finally intersemiotic transposition—from one system of signs into another, (from verbal art into music, dance, cinema, or painting).

If we were to translate into English the traditional formula Traduttore, traditore as “the translator is a betrayer,” we would deprive the Italian rhyming epigram of all its paronomastic value. Hence a cognitive attitude would compel us to change this aphorism into a more explicit statement and to answer the questions: translator of what messages? betrayer of what values?

 

 

 

Written in 1958 in Cambridge, Mass., and published in the book On Translation (Harvard University Press, 1959).


 

somiglianza fonemica è percepita come relazione semantica. Il gioco di parole, o per usare un termine più erudito, e forse più preciso, la paronomasia, regna sull’arte poetica, e, che il suo dominio sia assoluto o limitato, la poesia è per definizione intraducibile. Solo una trasposizione creativa è possibile: la trasposizione intralinguistica – da una forma poetica in un’altra, o la trasposizione interlinguistica – da una lingua in un’altra – o infine la trasposizione intersemiotica – da un sistema segnico in un altro (dall’arte verbale alla musica, alla danza, al cinema o alla pittura).

Se dovessimo tradurre verso l’inglese la formula tradizionale italiana «Traduttore traditore» come «The translator is a betrayer» priveremmo l’epigramma in rima di tutto il suo valore paronomastico. Quindi, un atteggiamento cognitivo ci costringerebbe a trasformare questo aforisma in un’affermazione più esplicita e a rispondere alle domande: traduttore di quali messaggi? Traditore di quali valori?

 

 

 

Scritto a Cambridge, Mass., nel 1958, e pubblicato nel volume On translation (Harvard University Press, 1959).


 

Language and Culture

The two speeches which have just been delivered are the first lectures in Japanese which I have heard in my life, and I shall tell you exactly what my feeling was. Around 1910, in my Moscow high-school years, I saw and heard a remarkable Japanese actress from Tokyo, Hanako. She ravished the Russian audience, was extolled by avant-garde writers and sketched by modern painters. I was deeply impressed by her performance and recounted to my parents her talks and monologues. Surprised by their question — “But what was her language?” — I answered, “Of course, it was Japanese, but we did understand it.” This is exactly what I can add to the clear-cut assertion of Professor Tsurumi.

What is needed in order to grasp the language of another? — One must have a keen feeling of intelligibility, an intuition of solidarity between the speaker and listener, and their joint belief in the capability of the message to go through, a capability which, in Russian, has found a felicitous label, doxodčivost’. If one longs for communication with his fellow man, the first step toward mutual comprehension is ensured. Because what is language? Language is overcoming of isolation in space and time. Language is a struggle against isolationism. And this fight occurs not only within the limits of an ethnic language, where people try to adjust to each other, and to understand each other within the bounds of family, town, or country; a similar striving also takes place on a bilingual or multilingual, international scale. One feels a powerful desire to understand each other. A palpable specimen is the example of neighboring Norwegian and Russian fishermen, who, during decades, or perhaps even centuries, met together for joint work and thus elaborated a common language which was called — Russians thought the label is Norwegian, and Norwegians, that this term is Russian — briefly, the common verbal code was named moyapåtvoya, which, in a Scandinavian shaping of Russian, means “mine in your way”. This may serve as a foreword to the topic of my paper.

Four decades ago, when the First International Congress of Linguists met in The Hague, all of us were struggling for the autonomy of linguistics, namely for the elaboration of its own specific methods and devices, and the very important task was to

Lingua e cultura

I due discorsi appena tenuti sono le prime conferenze in giapponese che io abbia mai ascoltato in vita mia, e vi dirò esattamente che sensazione ho provato. Attorno al 1910, all’epoca in cui frequentavo le scuole superiori a Mosca, ho visto e sentito parlare una notevole attrice giapponese di Tokio, Hanako. Rapì il pubblico russo, fu lodata da alcuni scrittori d’avanguardia e alcuni pittori moderni ne fecero degli schizzi. Io fui profondamente colpito dal suo spettacolo e ne raccontai discorsi e monologhi ai miei genitori. Sorpreso dalla loro domanda – «Ma in che lingua parlava?» – risposi: «In giapponese, naturalmente, ma lo capivamo». Questo è esattamente ciò che posso aggiungere all’affermazione esplicita del Professor Tsurumi.

Che cosa serve per cogliere la lingua altrui? – Bisogna sentire con chiarezza che c’è intelligibilità, intuire la solidarietà tra chi parla e chi ascolta e credere insieme che il messaggio possa passare, potenzialità che, in russo, ha trovato una definizione felice, «doxodčivost». Se si desidera comunicare con un altro essere umano, il primo passo verso la comprensione reciproca è assicurato. Perché, che cos’è il linguaggio? Il linguaggio è la vittoria sull’isolamento nello spazio e nel tempo. Il linguaggio è una lotta contro l’isolazionismo. E questa battaglia non avviene solo all’interno dei limiti di una lingua etnica, dove le persone provano ad adattarsi le une alle altre, e a capirsi a vicenda all’interno dei confini della famiglia, della città o della nazione; una tensione simile ha luogo anche su scala internazionale, bilingue o multilingue. Si avverte un forte desiderio di capirsi reciprocamente. Un caso concreto è l’esempio dei pescatori confinanti della Russia e della Norvegia, che, per decenni, o forse anche secoli, si incontravano per lavorare insieme ed elaborarono così un linguaggio comune che fu chiamato – i russi pensavano che il nome fosse norvegese, e i norvegesi che il termine fosse russo – insomma, questo codice verbale comune fu chiamato «moyapåtvoya», che, in una distorsione scandinava del russo, significa «mio a modo tuo». Ciò potrebbe fungere da prefazione al tema del mio intervento.

Quarant’anni fa, in occasione del Primo congresso internazionale dei linguisti a L’Aia, tutti noi ci battemmo per l’autonomia della linguistica, e cioè per l’elaborazione di tecniche e metodi specifici, e il compito più importante era quello di trovare e mostrare


 

find out  and to show where are the boundaries of linguistic science and what are the questions to which linguists must, and only linguists actually can, give an answer. Now, when we are near to the Tenth Congress of Linguists, which will begin in Bucharest at the end of this August, we stand before a completely different problem. At present, it is no longer the slogan of autonomy, but a program of integration, a plan of interdisciplinary relations, the problem of creative cooperation between diverse sciences. It is the problem of harmonious coordination for constructing a joint scientific domain, a science of mankind, and — in a far wider scope — a general science of life. Of course, integration implies autonomy, but, as it was once more neatly emphasized here by my dear friend, Professor Shirô Hattori, integration implies autonomy and excludes isolationism, because any isolationism harms our cultural life and our life in general. Obviously, there is no real integration without an autonomy which takes into account the necessity of intrinsic laws for every partial field and every discipline. There is another foe of these two creative ideas, autonomy and integration. The other dread enemy beside isolationism is heteronomy, or — if you permit me to translate this somewhat technical term into the vocabulary currently used by the newspapers — it is “colonialism” that we have to combat. Autonomy and integration: always welcome; isolationism and colonialism: henceforth inadmissible.

Now, what is the problem of language and culture? These two concepts are to be viewed in their interconnection. Then, first and foremost, what should we have in mind: language and culture or language in culture? Can we consider language as a part, as a constituent of culture, or is language something different, separate from culture? I know, many in the audience would like to ask: well, but how would one define culture? There are so many definitions, and an entire voluminous book was devoted by two outstanding American anthropologists, Kluckhohn and Kroeber, to the multifarious definitions of culture, their detailed list and discussion (Kluckhohn, Kroeber 1952). We may choose a very simple, operational definition, proposed in the instructive book Human Evolution by the biologist Campbell: “Culture is the totality of behavior patterns that are passed between generations by learning, socially determined behavior learned by imitation and instruction” (Campbell 1967). I think, one can agree with this emphasis on imitation and


dove fossero i confini della linguistica e quali fossero le domande alle quali i linguisti devono, e a cui di fatto solo i linguisti possono, dare una risposta. Ora che siamo vicini al «Decimo congresso dei linguisti», che comincerà a Bucarest alla fine di agosto, ci troviamo di fronte a un problema completamente diverso. Oggi non c’è più lo slogan dell’autonomia, ma un programma di integrazione, un progetto di relazioni interdisciplinari, il problema della cooperazione creativa tra scienze diverse. È il problema di un coordinamento armonioso per costruire un campo scientifico comune, una scienza dell’umanità, e – in un’ottica molto più vasta – una scienza generale della vita. Naturalmente l’integrazione implica l’autonomia, ma, come è già stato enfatizzato una volta con più decisione da un mio caro amico, il Professor Shirô Hattori, l’integrazione implica l’autonomia ed esclude l’isolazionismo, perché qualunque tipo di isolazionismo nuoce alla nostra vita culturale e alla nostra vita in generale. Ovviamente non c’è vera integrazione senza un’autonomia che tenga in considerazione la necessità di leggi intrinseche a ogni ramo parziale e a ogni disciplina. C’è un altro rivale di queste due idee creative, autonomia e integrazione. L’altro acerrimo nemico insieme all’isolazionismo è l’eteronimia, o – se mi consentite di tradurre questo termine, piuttosto tecnico, nel vocabolario usato normalmente dai giornali – è il “colonialismo” che va combattuto. Autonomia e integrazione: sempre gradite; isolazionismo e colonialismo: d’ora in poi inammissibili.

Ma qual è il problema della lingua e della cultura? Questi due concetti devono essere visti nelle loro reciproche relazioni. Inoltre, prima di tutto, che cosa dobbiamo avere in mente? Lingua e cultura o lingua nella cultura? Possiamo considerare la lingua come una parte, un costituente della cultura, o la lingua è qualcosa di diverso, di separato dalla cultura? Lo so, molti tra il pubblico vorrebbero chiedere: sì, ma come si potrebbe definire la cultura? Ne esistono tantissime definizioni, e due antropologi americani, Kluckhohn e Kroeber, hanno dedicato un intero volume alle molteplici definizioni di cultura, al loro elenco dettagliato e alla loro discussione (Kluckhohn, Kroeber 1952). Potremmo scegliere una definizione molto semplice e operativa, proposta nell’istruttivo libro Storia Evolutiva dell’uomo del biologo Campbell: «La cultura è la totalità dei modelli comportamentali trasmessi per apprendimento di generazione in generazione, un comportamento socialmente determinato appreso per imitazione e istruzione» (Campbell 1967). Penso


 

instruction as the basic cultural devices. But there is one gap in the passage cited and Professor Tsurumi’s lecture showed what the gap is: the diffusion of culture takes place not only in time but also in space. Learned solidarity of contemporaries cannot be disregarded. Yet if we accept the standpoint that cultural values are transmitted by learning, then what is to be said about language? Is it a cultural fact? Evidently language is transmitted by learning, and of course the acquisition of the child’s first language implies a learning contact between the infant and his parents or adults in general. If, moreover, one has to learn a second or further language, it requires a relation between people who learn one from the other. Among the definitions of culture current in anthropological literature, we also find an assertion that the principal way of diffusion for cultural goods is through the word, through the medium of language. Does this statement apply also to language itself? Of course, language is learned through the medium of language, and the child learns new words by comparing them with other words, by identifying and differentiating the new and previously acquired verbal constituents. According to the precise formula of the great American thinker Charles Sanders Peirce, verbal symbol originates from verbal symbol. Such is the way of language development.

If we define language as a cultural phenomenon, a very serious question immediately arises. In culture, we deal with the relevant notion of progress. I hardly need to add that any idea of straightforward progress is a bewildering oversimplification. We find most various and whimsical curves, and if we confront, for instance, the poetry of Dante and the pictorial masterpieces of the Italian 14th and 15th centuries with Italy’s poetry or art of the recent epochs, we could hardly view the 19th century as thoroughly advanced in comparison with works of the trecento. Many other striking examples could be adduced. When contemplating the fascinating Franco-Cantabrian cave paintings of beasts and hunters produced in the paleolithic period, sometimes we cannot but state how much more impressive and monumental they are than the so-called realistic canvases of modern Europe, and, in particular, the official art of its authoritarian powers. These observations, however, do not imply any denial of progress. In the history of art, we deal


 

che si possa essere d’accordo con l’enfasi posta sull’imitazione e sull’istruzione come meccanismi culturali di base. Ma c’è una lacuna nel passaggio citato e la conferenza del professor Tsurumi ha mostrato di quale lacuna si tratta: la diffusione della cultura ha luogo non solo nel tempo ma anche nello spazio. Non si può trascurare la solidarietà appresa dei contemporanei. Eppure, se accettiamo l’idea che i valori culturali si trasmettono per apprendimento, cosa dire allora della lingua? È un fatto culturale? È evidente che la lingua si trasmette per apprendimento e ovviamente l’acquisizione della prima lingua da parte del bambino implica un contatto di apprendimento tra il neonato e i genitori o gli adulti in generale. Se, inoltre, si deve imparare una seconda o ulteriore lingua, è necessaria una relazione tra persone che imparano le une dalle altre. Fra le definizioni di cultura diffuse nella letteratura antropologica, si dice anche che è attraverso la parola che si diffondono maggiormente le merci culturali, per mezzo della lingua. Questa affermazione vale anche per la lingua stessa? Certo, la lingua si impara per mezzo della lingua, e il bambino impara le parole nuove confrontandole con altre parole, identificando e differenziando i nuovi costituenti verbali e quelli precedentemente acquisiti. Secondo la precisa formulazione del grande pensatore americano Charles Sanders Peirce, il simbolo verbale si origina dal simbolo verbale. È questo il modo in cui avviene lo sviluppo della lingua.

Se definiamo la lingua come fenomeno culturale, sorge immediatamente una questione molto seria. Nella cultura si ha a che fare con l’importante concetto di progresso. Non c’è bisogno di aggiungere che qualsiasi idea di progresso diretto è una semplificazione eccessiva che può disorientare. Vi si trovano le curve più diverse e inaspettate, e se confrontiamo, per esempio, la poetica di Dante e i capolavori pittorici del Trecento e del Quattrocento italiano con la poesia e l’arte italiana delle epoche recenti, faremmo fatica a considerare l’Ottocento veramente avanzato rispetto alle opere del Trecento. E di esempi così lampanti se ne potrebbero citare molti altri. Quando si contemplano le affascinanti pitture rupestri franco-cantabriche di animali e cacciatori risalenti al paleolitico, qualche volta non possiamo far altro che constatare quanto siano più impressionanti e monumentali delle cosiddette tele realistiche dell’Europa moderna, e, in particolare, dell’arte officiale dei suoi poteri autoritari. Queste osservazioni, comunque, non implicano alcuna negazione del progresso. Nella storia dell’arte abbiamo a che fare


 

with a progressively developing differentiation, technical innovations, etc. Similar conclusions on gradual sophistication may be made in the history of sciences, where, likewise, no straightforward line of development can be admitted. For instance, I recollect what was said to me by the greatest specialist of our time in questions of hearing, Professor G. von Békésy, who experienced a lively pleasure when reading Latin acoustical treatises of the 16th and 17th centuries where, despite the immense technical progress of modern acoustics, he used to detect some ideas of a higher refinement; with an affable smile he added: “It is not at all surprising; Stradivarius was made, not today, but just then.” Similar things could be stated on diverse scientific, for example, linguistic problems; certain branches, especially semantics, were in some respects more deeply conceived and elaborated during the Middle Ages than at present. Nonetheless, we must not forget those general lines of development which lead us still farther and farther and open ever new vistas.

Now let us approach language itself. Vocabulary may become richer and more adapted to the newer and more complex culture. The same with phraseology and with the diversity and variability of verbal styles. But in the grammatical system, morphological and syntactic, and in the whole sound pattern, no progress whatever has been detected. We can compare languages of the most cultivated nations with those of the socalled primitive peoples and we observe analogies and parallels between the former and the latter both in their grammatical processes and concepts: morphological categories and subclasses; structure of phrases, clauses, and sentences. All attempts of diverse linguists to find here traces of progress, and divergences between peoples of different cultural levels in the grammatical and phonological structure of their languages remained vain.

Occasionally, the question was raised whether that Samoyed language which has only one conjunction, in correspondence with our two conjunctions “and” and “or”, does not reflect a more primitive ethnic mind. However, a written variety of American English has recently developed a synthetic conjunction “and/or”, which is often considered a quite useful cultural tool. Now let us discuss whether a language which has merely one conjunction “and/or” instead of our two conjunctions “and” and “or” is impoverished in


 

con una differenziazione che si sta progressivamente sviluppando, con innovazioni tecniche, eccetera. Si possono trarre conclusioni simili a proposito di una graduale sofisticazione nella storia delle scienze, dove, anche in questo caso, non si può ammettere un andamento diretto dello sviluppo. Per esempio, ricordo ciò che mi è stato detto dal maggior specialista del nostro tempo per le questioni di udito, il Professor G. von Békésy, che provava grande soddisfazione nel leggere i trattati latini di acustica del sedicesimo e diciassettesimo secolo in cui, a dispetto dell’immenso progresso tecnico dell’acustica moderna, individuava alcune idee di maggior raffinatezza; con un sorriso affabile aggiunse: «La cosa non sorprende affatto; lo Stradivari si faceva all’epoca, non oggi». Considerazioni simili si potrebbero fare a proposito di diversi problemi scientifici, per esempio linguistici. Alcune branche, soprattutto la semantica, erano sotto certi punti di vista concepite ed elaborate molto più a fondo durante il Medioevo di quanto non lo siano oggi. Eppure, non vanno dimenticate quelle linee di sviluppo generali che ci conducono ancora più lontano aprendoci prospettive sempre nuove.

Ora avviciniamoci alla lingua in senso stretto. Il vocabolario può diventare più ricco e adattarsi maggiormente a una cultura più nuova e più complessa. Vale lo stesso per la fraseologia e la diversità e variabilità degli stili verbali. Ma nel sistema grammaticale, morfologico e sintattico, e nell’intero schema sonoro, non è stato individuato nessun progresso. Possiamo mettere a confronto le lingue delle nazioni culturalmente più avanzate con quelle dei cosiddetti popoli primitivi e osservarne analogie e paralleli sia nei processi sia nei concetti grammaticali: le categorie e le sottoclassi morfologiche; la struttura di proposizioni e frasi. Tutti i tentativi di diversi linguisti di trovarvi tracce di progresso e divergenze tra popoli di diversi livelli culturali nella struttura grammaticale e fonologica delle loro lingue sono rimasti vani.

Ogni tanto qualcuno si è chiesto se quella lingua samoieda che dispone di una sola congiunzione corrispondente alle nostre due congiunzioni «and» [e] e «or» [o] non riflettesse una mente etnica più primitiva. Comunque, una varietà scritta di inglese americano ha di recente sviluppato una congiunzione sintetica «and/or» che è spesso considerata uno strumento culturale molto utile. Esaminiamo ora se una lingua che abbia una sola congiunzione «and/or» al posto delle nostre due congiunzioni «and» e «or» sia

its communicative means. Not at all! Everything can be expressed. If in this type of Samoyed language one says that “father and/or mother, one of them, will come”, we know that or is meant. If, however, the native says that “father and/or mother, both of them, will come”, then obviously and is the key: again, there is no annoying ambiguity in the message. The grammatical structure never does prevent the speaker from conveying the most complex and most exact information. If we venture to translate Albert Einstein’s or Bertrand Russell’s books into Bushmen or Gilyak languages, this task is perfectly achievable, whatever the grammatical structure of the given vernacular. Only its vocabulary must be enriched and adapted to the needs of a new scientific terminology. However, any new scientific or technical branch requires similar terminological reforms, adjustments, and innovations in languages of our civilization as well. Thus, for instance, such new fields as molecular genetics or quantum theory have generated their own, completely new dictionary, whereas the phonology, morphology, and syntax are pliable to any cultural need, with no request for modifications.

Still, there is the problem of explaining why no progress is seen in the phonological and grammatical structure of languages. The penetrating linguist Nikolaj Trubetzkoy told me once: “We should not forget that, in the age between two and five years, when we acquire the fundamentals of phonology and grammar, we do not belong to any adult culture, and the cultural level of the children’s environment plays no substantial role.” The primary orientation of infants tending to acquire the environmental language is directed towards linguistic universals. Here, we face the problem of universality in regard to languages. Yes, we search for a common language with our fellow men, and there is only one necessary prerequisite for finding a common language. Namely, we must apprehend that other human beings also speak a human language, and that, consequently, our languages are mutually translatable. Under these conditions, we may and must look for an actual accomplishment of the translation intended. Such a possibility vanishes only in the case when one of the virtual interlocutors does not realize that the other fellow is equally a human being. According to an old legendary story, after a shipwreck, the only white man who managed to reach a remote island was regarded by the natives as some kind of ape or demonic being. In either case, he was not suspected of mastering any


 

impoverita nei suoi mezzi comunicativi. Niente affatto! Si può esprimere tutto. Se in questo tipo di lingua samoieda si dice che «verrà il padre e/ o la madre, uno di loro» sappiamo che si intende «o». Se, invece, il madrelingua dice «verranno il padre e/ o la madre, entrambi» allora è evidente che la chiave è «e»: anche in questo caso non c’è alcuna fastidiosa ambiguità nel messaggio. La struttura grammaticale non impedisce mai al parlante di trasmettere l’informazione nel modo più complesso e più esatto. Se ci avventuriamo nella traduzione dei libri di Albert Einstein o Bertrand Russell nelle lingue boscimane o in gilyac, l’obiettivo è perfettamente raggiungibile qualunque sia la struttura grammaticale del vernacolo. Soltanto, il suo vocabolario deve essere arricchito e adattato alle necessità di una nuova terminologia scientifica. Del resto, qualsiasi nuova branca scientifica o tecnica richiede simili riforme, adattamenti, e innovazioni terminologiche anche nelle lingue della nostra civiltà. Così, per esempio, campi nuovi come la genetica molecolare o la teoria quantistica hanno generato i loro dizionari, completamente nuovi, mentre la fonologia, la morfologia e la sintassi si piegano a qualsiasi necessità culturale, senza richiedere alcuna modifica.

Eppure, occorre spiegare perché non si ravvisa alcun progresso nella struttura fonologica e grammaticale delle lingue. Il penetrante linguista Nikolaj Trubetzkoy una volta mi disse: «Non dovremmo dimenticare che, nell’età compresa tra i due e cinque anni, quando acquisiamo i fondamentali della fonologia e della grammatica, non apparteniamo a nessuna cultura adulta, e il livello culturale dell’ambiente che circonda i bambini non riveste un ruolo sostanziale». L’orientamento primario dei bambini che tendono ad acquisire la lingua ambientale è diretto verso gli universali linguistici. Qui ci troviamo di fronte al problema dell’universalità in relazione alle lingue. Sì, siamo alla ricerca di una lingua in comune con l’altro, e c’è un solo prerequisito necessario per trovare una lingua comune. E cioè, dobbiamo riconoscere che anche gli altri esseri umani parlano una lingua umana e che, di conseguenza, le nostre lingue sono mutuamente traducibili. In queste condizioni possiamo e dobbiamo cercare una realizzazione effettiva della traduzione desiderata. Tale possibilità svanisce solo nel caso in cui uno degli ipotetici interlocutori non comprenda che anche l’altro è un essere umano. Secondo una vecchia leggenda, dopo un naufragio, l’unico uomo bianco che riuscì a raggiungere un’isola remota fu visto dagli indigeni come una sorta di scimmione o di essere


 

intelligible language, and perished, unable to convince the aborigines that he, too, was a human being, and that, therefore, mutual comprehension was achievable.

We are faced with the fundamental fact and problem of the universally human and only human, command of language. Except in obviously pathological cases, all human beings, from their childhood, speak and understand speech. Nothing similar to human intercommunication exists outside mankind. This unique endowment must have some biological premises, namely, certain particular properties in the structure of the human brain. A further pertinent phenomenon has come to light. We observe a set of universal features in the structure of languages. Thus, all languages exhibit the same architectonic pattern, the same hierarchy of constituents from the smallest units to the widest, viz. from distinctive features and phonemes to morphemes, and from words to sentences. Any language whatever displays the same rules of implication and superposition, the same order alien to other sign systems. This structure of language turns it into an indispensable tool of thought and endows it with an imaginative and creative power. Language enables us to build ever new sentences and utterances, and to speak about things and events which are absent and remote in space and in time; to evoke nonexistent fictitious entities as well. The humane essence of language lies in the liberation of sayers and sayees from a confinement to the hic et nunc.

Now, when taking into account the universally human, and only human, nature of language, we must approach the question of boundaries between culture and nature; between cultural adaptation and learning on the one hand, and heredity, innateness on the other — briefly, to delimit nurture from nature. Once again, we are faced with one of the most intricate questions of present scholarship. It is necessary to realize and to remember that the absolute boundary which our forebears saw between culture and nature does not exist. Both nature and culture intervene significantly in the behavior of animals, and also in that of human beings. A leading expert in problems of animal behavior, the English zoologist W. H. Thorpe, showed us, on the basis of his own observations and experiments which were supported by the research of other specialists, that birds, for instance, finches, if totally isolated from all other birds even before emerging from the egg, and moreover,


 

demoniaco. In un caso o nell’altro, non si sospettò che padroneggiasse una lingua intellegibile, e morì, incapace di convincere gli aborigeni che anche lui era un essere umano e che, quindi, si poteva arrivare a una comprensione reciproca.

Ci troviamo di fronte al fatto e al problema fondamentale della padronanza universalmente umana, e solo umana, della lingua. Ad eccezione di casi ovviamente patologici, tutti gli esseri umani, fin dall’infanzia, parlano e comprendono il parlato. Non esiste nulla di simile alla comunicazione fra esseri umani al di fuori del genere umano. Questa dotazione unica deve avere alcune premesse biologiche, e cioè, alcune proprietà particolari che risiedono nella struttura del cervello umano. È emerso un ulteriore e pertinente fenomeno. Nella struttura del linguaggio è presente una serie di caratteristiche universali. Così, tutte le lingue presentano lo stesso schema architettonico: la stessa gerarchia di costituenti dalle unità più piccole a quelle più ampie, cioè dai caratteri distintivi e fonemi ai morfemi, e dalle parole alle frasi. Qualsiasi lingua presenta le stesse regole di implicazione e sovrapposizione, ordine che è estraneo a sistemi segnici di altro tipo. Questa struttura della lingua la trasforma in uno strumento indispensabile di pensiero e la dota di potere immaginifico e creativo. La lingua ci consente di costruire frasi ed enunciati sempre nuovi, e di parlare di cose ed eventi che sono assenti e lontani nello spazio e nel tempo; e anche di evocare entità fittizie inesistenti. L’essenza umana della lingua risiede nella liberazione di coloro che dicono e coloro ai quali è detto dalla reclusione nell’hic et nunc.

Ora, quando si prende in considerazione la natura universalmente umana, e solo umana, della lingua, bisogna affrontare la questione delle barriere tra cultura e natura; tra adattamento culturale e apprendimento da un lato, ed eredità e innatezza dall’altro – insomma, si devono delimitare «nurture» e «nature». Ancora una volta, siamo di fronte a una delle questioni più intricate della scienza contemporanea. È necessario comprendere e ricordare che la barriera netta che i nostri predecessori vedevano tra cultura e natura non esiste. Sia la natura sia la cultura intervengono in modo significativo nel comportamento degli animali, così come in quello degli esseri umani. Uno dei massimi esperti nei problemi di comportamento degli animali, lo zoologo inglese W. H. Thorpe, ci ha mostrato, sulla base delle sue stesse osservazioni e di esperimenti supportati dalle ricerche di altri specialisti, che gli uccelli, per esempio i fringuelli, se completamente  isolati da


 

if they are deafened after being hatched, still perform the inborn blueprint of the song proper to the habit of their species, or even to the “dialect” of the subspecies (Thorpe 1961; 1963). This is a really inborn inheritance. If these artificially isolated fledgelings, (on the condition that their hearing has not been injured), are introduced into the society of other finches, they find and imitate their tutors. No equality exists even in the song of finches: there are better and worse performances, and the fledgelings try to follow the best singers. They learn, and their song improves.

In my adolescence, I had the opportunity to observe nightingales of the Tula region. If there was a master nightingale in the surroundings, all other neighboring nightingales sought to imitate him and to sing the habitual song with its customary variations in the best and most expanded way. But, whatever happens, a nightingale performs nothing else than the nightingale’s native song, and if you put a nightingale nestling among birds of another species, he will still cling to his inborn pattern without any adaptation to the environment. It is quite different with human children. If deprived of the adults’ model, they will remain speechless, without any traces of ancestral verbal habits. What they received as a biological endowment from their ancestors is the ability to learn a language as soon as there is a model at their disposal. Any of the extant human languages may serve them as an efficient cultural model. I knew a Nordic girl who spent her early childhood in South Africa, surrounded by aborigines, whom her father, a Norwegian anthropologist, was investigating. She spoke Bantu so well that students of Bantu could use her as a perfect native informant. After the family’s return to Norway, if she at any time felt insulted by her parents, she retorted in the purest Bantu language.

We conclude that both components — nature and culture, inheritance and acculturation — are present, but that the hierarchy of both factors is different. It is primarily nature in animals; primarily culture, ergo learning, in human beings. Accordingly, how will we define the place of language? We must say that language is situated between nature and culture, and that it serves as a foundation of culture. We may go even further and state that language is THE necessary and substantial foundation of human culture.


 

tutti gli altri uccelli ancor prima di uscire dall’uovo, e assordati appena dopo la schiusa, riproducono lo schema innato del canto caratteristico del comportamento della loro specie, o perfino del “dialetto” della sottospecie (Thorpe 1961; 1963). Si tratta di un retaggio davvero innato. Se questi uccellini isolati artificialmente (a condizione che il loro udito non sia stato danneggiato) sono introdotti in un’altra società di fringuelli, trovano e imitano i loro istruttori. Non c’è uguaglianza neppure nel canto dei fringuelli: ci sono prestazioni migliori e peggiori, e gli uccellini tentano di seguire chi canta meglio. Man mano che imparano, il loro canto migliora.

Da adolescente ho avuto l’opportunità di osservare gli usignoli della regione di Tula. Se c’era un usignolo maestro nelle vicinanze tutti gli altri usignoli da quelle parti cercavano di imitarlo e di eseguire il solito canto con le consuete variazioni nel modo migliore e più esteso possibile. Ma, qualunque cosa accada, un usignolo non canta nient’altro se non il canto innato dell’usignolo, e se mettiamo una nidata di usignoli tra gli uccelli di un’altra specie, resterà comunque fedele al suo modello innato senza adattarsi in alcun modo all’ambiente. Nel caso dei bambini, la situazione è completamente diversa. Se privati del modello adulto, resteranno muti, senza alcuna traccia delle abitudini verbali ancestrali. Ciò che hanno ricevuto come dotazione biologica dai loro antenati è la capacità di imparare una lingua in presenza di un modello a loro disposizione. Qualsiasi lingua umana ancora esistente potrebbe fungere da efficace modello culturale. Ho conosciuto una ragazza nordica che ha passato i primi anni della sua infanzia in Sudafrica, circondata dagli aborigeni che suo padre, un antropologo norvegese, stava studiando. Parlava il bantu così bene che gli studiosi del bantu potevano servirsi di lei come perfetta informatrice nativa. Dopo il ritorno della famiglia in Norvegia, ogni volta che si sentiva mancare di rispetto dai genitori rispondeva nella più pura lingua bantu.

In conclusione, entrambe le componenti – natura e cultura, eredità e acculturazione – sono presenti, ma la gerarchia di ciascuno dei due fattori è diversa. È soprattutto la natura negli animali; soprattutto la cultura, quindi l’apprendimento, negli esseri umani. Di conseguenza, come definiremo la posizione della lingua? Va detto che la lingua risiede tra la natura e la cultura, e che funge da fondamento della cultura. Potremmo anche spingerci oltre e affermare che la lingua è IL fondamento necessario e sostanziale della cultura umana.


 

When we hear the exact translation of these statements into Japanese by such a connoisseur of the two languages involved as Professor Shigeo Kawamoto, once more we ascertain the wonderful possibility of transposing scientific propositions and, in general, any statement of a purely cognitive character from one language into another. We learn again that the whole problem consists in a subtle, rational adjustment of the lexical and phraseological inventory. And what about the grammatical pattern? Here we enter into a question which had been repeatedly raised and, at the beginning of the 19th century, was clearly formulated by the prominent philosopher of language, Wilhelm von Humboldt. The most challenging approach to this question has been developed by the inquisitive linguist Benjamin Lee Whorf (1897-1941), plunged in a search as to whether and to what degree differences in the grammatical structure of languages reflect various attitudes toward the universe and dissimilarities in the thought of given ethnic groups (Whorf 1956). Sometimes, such a quest for an interconnection between language and thought led to narrowly isolationist doctrines, claiming that divergences in linguistic structure predestine peoples to an inevitable failure to understand each other. It might be replied to these fallacies that in any intellectual ideational, cognitive activities, we are always positively able to overcome the, so to speak, idiomatic character of grammatical structure and to reach a complete mutual comprehensibility.

However, beside strictly cognitive activities, there exists, and plays a great role in our life, a set of phenomena which might be labeled “everyday mythology”, and which finds its expression in divagations, puns, jokes, chatter, jabber, slips of the tongue, dreams, reverie, superstitions, and, last but not least, in poetry. The grammatical patterning of language plays a significant and autonomous part in these various manifestations of such mythopoeia.

I shall limit myself to a few examples. Students whose native tongue has no grammatical division of nouns into those of feminine and those of masculine gender are inclined to believe that such a division is purely formal. They admit that in application to animates a concept of the two sexes seems to underlie and to justify the difference of the two classes in languages which distinguish the above-mentioned grammatical genders, and that in these cases, the grammatical distinction is understandable, although hardly necessary. But we are told that, in respect to inanimate nouns, the opposition of


 

Quando sentiamo la traduzione esatta di queste affermazioni in giapponese da un tale conoscitore delle due lingue coinvolte come il Professor Shigeo Kawamoto, ancora una volta constatiamo la meravigliosa possibilità di trasporre proposizioni scientifiche e, in generale, qualsiasi affermazione di carattere puramente cognitivo da una lingua in un’altra. Ancora una volta comprendiamo come l’intero problema consista in un adattamento sottile e razionale dell’inventario lessicale e fraseologico. E il modello grammaticale? Qui introduciamo una questione che è stata sollevata più volte, e, all’inizio dell’Ottocento, è stata formulata con chiarezza dall’importante filosofo del linguaggio Wilhelm von Humboldt. L’approccio più stimolante alla questione è stato sviluppato dall’intraprendente linguista Benjamin Lee Whorf (1897-1941), intento a indagare se e in quale misura le differenze nella struttura grammaticale della lingua riflettano i diversi atteggiamenti nei confronti dell’universo e le diversità nel pensiero di dati gruppi etnici (Whorf 1956). A volte, una tale ricerca delle interconnessioni tra lingua e pensiero conduce a dottrine strettamente isolazioniste, che pretendono che le divergenze nella struttura linguistica condannino le persone a un inevitabile insuccesso nel comprendersi a vicenda. A queste fallacie si potrebbe ribattere che in qualsiasi attività intellettuale, ideativa e cognitiva, siamo sempre positivamente capaci di superare il cosiddetto carattere idiomatico della struttura grammaticale e raggiungere una piena comprensibilità reciproca.

Però, oltre alle attività strettamente cognitive, esiste, e riveste un ruolo importante nella nostra vita, una serie di fenomeni che potremmo chiamare “mitologia quotidiana”, e che trova la sua espressione in divagazioni, giochi di parole, chiacchiere, pettegolezzi, lapsus, sogni, fantasticherie, superstizioni, e, da ultimo ma non per importanza, nella poesia. La schematizzazione grammaticale della lingua riveste un ruolo significativo e autonomo nelle diverse manifestazioni di questa mitopoiesi.

Mi limiterò a qualche esempio. Gli studiosi la cui lingua madre non ha la divisione grammaticale dei nomi in quelli di genere femminile e quelli di genere maschile sono inclini a pensare che tale divisione sia puramente formale. Ammettono che, se applicato a esseri animati, il concetto dei due sessi sembra sottolineare e giustificare la differenza delle due classi nelle lingue che distinguono i sopracitati generi grammaticali, e che, in questi casi, la distinzione grammaticale è comprensibile, seppure quasi superflua. Ma ci dicono che, quanto ai nomi inanimati, l’opposizione di femminile e maschile perde


 

feminines and masculines loses any semantic pertinence. Let us illustrate the latent semantic value of these opposites in such a language as Russian, where the division of all nouns into genders is a relevant grammatical process. About 1915, an experiment was made in the Moscow Psychological Institute with the purpose of investigating how the ability to personify inanimate objects and abstract notions works. Fifty people were asked whether they could attribute such a personal nature to the days of the week. Five people said that to them the question made no sense, and were asked to leave the hall. The other forty-five had to write down how they visualized any week-day. The results were that all saw Monday, Tuesday, and Thursday as males, and Wednesday, Friday, and Saturday as females. Most of them did not realize that the reason for this division lies in the fact that in Russian these first three words are masculine, while the other three are feminine.

There is a superstitious or jocular foretoken that is widespread in Russia: when a knife (designated by a masculine noun) falls off the dining table, a male visitor is to be expected, but when it happens to be a fork or a spoon, then — in view of their feminine names — a female is supposed to come. In verbal art, the category of grammatical genders creates most peculiar situations. When, in my childhood, I read Grimms’ folk tales in Russian translation, I asked my mother, “How is it possible that death is an old man while actually she is a woman?” In German, the word for death — der Tod — is masculine, whereas its Russian equivalent — smert’ — is feminine. The association between sex and gender even filters into figurative art. The Russian painter I. Repin reacted to a German picture of “Sin” represented as a naked woman by an angry remark: “What a stupidity; sin (Russian masculine grex) must be virile.” Yet for Germans, with their feminine die Sünde, a manlike image of sin looks perverted.

The question of genders causes trouble in the translation of poetry. A noted Czech poet and translator of Russian poetry, Josef Hora, once called me in Prague, and said, “I am going crazy. I have translated all the poems of Boris Pasternak’s book My Sister Life (Sestra moja žizn’), but I am unable to reproduce its title.” The word for life (žizn’) is feminine in Russian, but masculine in Czech (život). He felt that it was awkward to build an apposition between the feminine sister and the masculine name of life, or to substitute


 

qualsiasi pertinenza semantica. Illustriamo il valore semantico latente di questi opposti in una lingua come il russo, dove la divisione di tutti i nomi in generi è un processo grammaticale importante. Nel 1915 circa è stato condotto un esperimento presso l’Istituto psicologico di Mosca, nell’intento di indagare in che modo funzionasse la capacità di personificare oggetti inanimati e nozioni astratte. Fu chiesto a cinquanta persone se fossero in grado di attribuire una natura personale ai giorni della settimana. In cinque risposero che la domanda era per loro priva di senso, e a questi fu chiesto di lasciare il locale. Gli altri quarantacinque dovevano scrivere in che modo visualizzassero ciascun giorno della settimana. Il risultato fu che tutti vedevano il lunedì, il martedì e il giovedì come maschili, e il mercoledì, il venerdì e il sabato come femminili. La maggior parte di loro non si rese conto che la ragione di questa divisione risiede nel fatto che in russo le prime tre parole sono maschili, mentre le altre tre sono femminili.

In Russia è diffuso un presagio, per superstizione o per scherzo: quando un coltello (designato da un nome maschile) cade dalla tavola, ci si deve aspettare un ospite di sesso maschile, mentre quando a cadere sono una forchetta o un cucchiaio, a causa dei loro nomi femminili, dovrebbe arrivare una donna. Nell’arte verbale la categoria dei generi grammaticali crea situazioni molto peculiari. Quando, durante la mia infanzia, ho letto le fiabe dei fratelli Grimm nella traduzione russa, chiesi a mia madre: «Com’è possibile che la morte sia un vecchio quando in realtà è una donna?». In tedesco, la parola per morte – «der Tod» – è maschile, mentre il suo equivalente russo – «smert′» – è femminile. L’associazione tra sesso e genere traspare anche nelle arti figurative. Il pittore russo I. Repin, di fronte a una rappresentazione tedesca di «Peccato» raffigurato come una donna nuda, reagì con un’osservazione seccata: «Che sciocchezza; il peccato («grex» è il nome russo maschile) dev’essere virile». Eppure ai tedeschi, con il loro «die Sünde» femminile, un’immagine maschile del peccato sembra perversa.

La questione dei generi causa problemi nella traduzione poetica. Un noto poeta ceco e traduttore di poesie russe, Josef Hora, una volta mi chiamò a Praga e mi disse: «Sto impazzendo. Ho tradotto tutte le poesie del libro di Boris Pasternak Mia sorella la vita (Sestra moja žizn’), ma non riesco a riprodurne il titolo». La parola vita («žizn’») è femminile in russo, ma maschile in ceco («život»). Trovava che fosse goffo inserire un’apposizione tra il nome femminile sorella e il nome maschile di vita, o sostituire


 

Brother for Sister in Pasternak’s suggestive simile. I shall choose my last example from countless, equally embarassing, divergences. In the famous octet of one of the greatest German poets, Heinrich Heine, a fir tree, alone and surrounded by snow and darkness in the far north, dreams about a palm, also lonely in the parching heat of the south. In its German text, this succinct poem is full of lyrical, unquenchable longing and grief; the contrasting genders, the masculine Fichtenbaum and the feminine Palme, prompt an erotic symbolism. The latter vanishes upon translation into a language deprived of a similar grammatic division, and for instance, English renditions of these lines make an insipid, rhetorical impression. A different complication arises when the same poem is transposed into Russian, where the names of the two trees both belong to the feminine gender (sosna, pal’ma). Therefore, in the translation made even by such an artist of Russian verse as Lermontov, native readers feel a peculiar, let us say, sugary tinge. French readers and listeners are amused or bewildered by Heine’s octet when translated into their mother tongue, which calls both trees by masculine nouns: le pin, le palmier.

Such grammatical categories as genders obviously find a wide and multiplex employment in those varieties of language where poetic or emotive function prevails over strictly cognitive aims. But what is the role of grammatical categories in the ordinary, current language of our everyday life? How can we define the grammatical meanings which necessarily underlie those categories? The pathfinder of American linguistics and anthropology, Franz Boas (1858-1942), outlined the specific character of grammatical meanings, namely the fact that they are compulsory in our speech (Jakobson 1959). Speakers are obliged to make constant use of them. Russian distinguishes, for instance, the perfective aspect, which signalizes the completion of a given process, and the imperfective which does not. Any time a Russian verb is used, one must state whether the completion is meant, or only the process, with no regard to completion. And when such a binary selection is incessantly repeated, almost in every sentence or even clause, one has to deal with a similar choice. This constant repetitiveness furthers a latent readiness (Einstellung) to respond to the given alternative and develops a specific subliminal orientation of the speakers’ and listeners’ attention. A similar focusing of attention takes place in regard to genders.


 

«Sorella» con «Fratello» nella suggestiva similitudine di Pasternak. Sceglierò il mio ultimo esempio tra innumerevoli differenze, tutte ugualmente imbarazzanti. Nel famoso ottetto di uno dei più grandi poeti tedeschi, Heinrich Haine, un abete, solo e circondato da neve e tenebre all’estremo nord, sogna una palma, anch’essa sola nell’arida calura del sud. Nel testo tedesco questa succinta poesia è pervasa di desiderio, lirico e inappagabile, e di dolore; i generi contrastanti, il maschile «Fichtenbaum» e il femminile «Palme», suggeriscono un simbolismo erotico. Quest’ultimo svanisce in una traduzione verso una lingua priva di tale divisione grammaticale e, per esempio, le interpretazioni inglesi di questi versi danno un’impressione scialba e retorica. Una difficoltà ulteriore emerge quando si traspone la stessa poesia in russo, dove i nomi dei due alberi appartengono entrambi al genere femminile («sosna», «pal’ma»). Di conseguenza, anche nella traduzione di un artista della poesia russa come Lermontov, i lettori madrelingua sentono, per così dire, una punta di leziosità. I lettori e gli ascoltatori francesi restano divertiti o sorpresi dall’ottetto di Heine tradotto nella loro lingua madre, che chiama entrambi gli alberi con nomi maschili: «le pin», «le palmier».

Categorie grammaticali come i generi ovviamente trovano un ampio e molteplice impiego in quelle varietà della lingua in cui le funzioni poetica ed emotiva prevalgono sulle finalità strettamente cognitive. Ma qual è il ruolo delle categorie grammaticali nella lingua ordinaria e corrente della nostra vita quotidiana? Come possiamo definire i significati grammaticali che necessariamente stanno alla base di queste categorie? Il pioniere della linguistica e dell’antropologia in America, Franz Boas (1858-1942), ha delineato il carattere specifico dei significati grammaticali, cioè il fatto che sono obbligatori nel nostro discorso (Jakobson 1959). I parlanti sono costretti a farne un uso costante. Il russo distingue, per esempio, l’aspetto perfettivo, che segnala la compiutezza di un dato processo, e l’imperfettivo, che non lo segnala. Ogni volta che si usa un verbo russo, si deve esprimere se si intende l’azione compiuta, o solo il processo senza riferimenti al suo compimento. E quando tale selezione binaria è ripetuta incessantemente, quasi in ogni frase o addirittura in ogni proposizione, bisogna fare i conti con tale scelta. Questa ripetitività costante incoraggia una disposizione latente (Einstellung) a reagire alla data alternativa e sviluppa uno specifico orientamento subliminale dell’attenzione dei parlanti e degli ascoltatori. Una simile focalizzazione dell’attenzione entra in gioco anche rispetto ai generi.

Grammatically, languages do not differ in what they can and cannot convey. Any language is able to convey everything. However, they differ in what a language must convey. If I say in English (or correspondingly in Japanese) that “I spent last evening with a neighbor”, you may ask whether my companion was a male or a female, and I have the factual right to give you the impolite reply, “It is none of your business.” But if we speak French or German or Russian, I am obliged to avoid ambiguity and to say: voisin or voisine; Nachbar or Nachbarin; sosed or sosedka. I am compelled to inform you about the sex of my companion not by virtue of a higher frankness, openness, and informativeness of the given languages, but only because of a different distribution of the focal points imparting information in the verbal codes of diverse languages. If you translate the mentioned sentence from Japanese into German, and the context of this sentence remains unknown to you, then three binary selections, compulsory in German, but deprived of equivalents in the grammatical pattern of Japanese, viz. a selection between masculine and feminine, between singular and plural, and between the definite and indefinite article, constrain you to choose one of eight semantically distinct possibilities: mit dem Nachbar; mit einem Nachbar; mit den Nachbarn; mit Nachbarn; mit der Nachbarin; mit einer Nachbarin; mit den Nachbarinnen; mit Nachbarinnen. Of course, if the verbal context or the nonverbalized situation of the given sentence does not supply its translator with sufficient cues, the latter faces certain dilemmas. They disappear when the same sentence has to be translated from German into Japanese, which is devoid of such grammatical distinctions. On the other hand, similar complications arise also for a translator of a German or Russian text into Japanese, which, in turn, is rich in grammatical distinctions without equivalents in Western languages. The outlined difficulties almost come to naught when translating a scientific work written clearly, unambiguously, and with lucid contextual meanings of all its verbal constituents.

The case of poetic language is quite different. One might even say that a close, faithful translation of poetry is a contradiction in terms. What remains possible is a congenial transposition — a free, creative response of an English poet to a Russian or Japanese author, and vice versa — a performance essentially similar to an artful,


 

Grammaticalmente, le lingue non differiscono in ciò che possono o non possono esprimere. Qualsiasi lingua è in grado di esprimere tutto. Al contrario, differiscono in ciò che una lingua deve esprimere. Se dico, in inglese (o analogamente in giapponese): «I spent last evening with a neighbor», potreste chiedermi se la persona che era con me fosse maschio o femmina, e io ho il diritto di fatto di darvi la risposta sgarbata «Non è affar vostro». Ma se parliamo francese, tedesco o russo, sono obbligato a evitare l’ambiguità e dire: «voisin» o «voisine», «Nachbar» o «Nachbarin», «Sosed» o «Sosedka». Sono costretto a informarvi sul sesso della persona che era con me non in virtù di una maggiore franchezza, apertura e informatività di tali lingue, ma solo a causa di una distribuzione diversa dei punti focali che ripartiscono l’informazione nei codici verbali di lingue diverse. Se traducete la frase in questione dal giapponese al tedesco, e il contesto di questa frase resta a voi sconosciuto, tre selezioni binarie, obbligatorie in tedesco ma prive di equivalenti nel modello grammaticale giapponese, e cioè una selezione tra maschile e femminile, tra singolare e plurale, e tra articolo determinativo e indeterminativo, vi costringono a scegliere una delle otto possibilità semanticamente distinte: «mit dem Nachbar»; «mit einem Nachbar»; «mit den Nachbarn»; «mit Nachbarn»; «mit der nachbarin»; «mit einer nachbarin»; «mit den Nachbarinnen»; «mit Nachbarinnen». Naturalmente, se il contesto verbale o la situazione non-verbalizzata della data frase non forniscono al traduttore indizi sufficienti, quest’ultimo si trova di fronte a una serie di dilemmi. Questi spariscono quando la stessa frase deve essere tradotta dal tedesco al giapponese, che è privo di queste distinzioni grammaticali. D’altro canto, simili complicazioni emergono anche per un traduttore di un testo tedesco o russo verso il giapponese, che, a sua volta, è ricco di distinzioni grammaticali senza equivalenti nelle lingue occidentali. Le difficoltà evidenziate diventano quasi irrilevanti traducendo un’opera scientifica scritta in modo chiaro, senza ambiguità, e con lucidi significati contestuali di tutti i suoi costituenti verbali.

Nel caso del linguaggio poetico le cose sono completamente diverse. Qualcuno potrebbe persino dire che una traduzione accurata e fedele della poesia è una contraddizione in termini. Ciò che rimane possibile è una trasposizione congeniale – una risposta libera e creativa di un poeta inglese a un autore russo o giapponese, e viceversa – un’interpretazione essenzialmente simile a una trasposizione ingegnosa, artistica di una


 

ingenious transposition of a poem or novel into a painting, motion-picture, ballet, or a piece of music. On the futility of any literal translation of poetic works into another language, we find a charming Russian story recounted by the linguist A. Potebnja: when a Greek was weeping over a native song, and curious Russians asked him to translate it, he replied that it was about a tree with leaves on its branches and a singing bird among the leaves; he added, “It’s nothing when translated, but as long as I hear it in Greek, it makes me cry.”

Our discussion of language and culture would remain incomplete without a few concluding remarks on the culture of language. With the general development, growth, and differentiation of culture, a consistent and active attention to the culture of language in its various aspects becomes an ever more intricate, responsible, and pressing task, on which linguists must cooperate deliberately and systematically with creative writers and other efficient carriers of cultural activities. In particular, the manifold problems of language teaching and learning on its different levels demand a wise and influential intervention from linguistic science. Various questions of standardization also acquire a heightened significance, and we linguists are prompted by colleagues from diverse fields of science, for instance, physics, who realize the great instrumental role of language in scientific operations, and who envisage and welcome the decisive contribution to be brought by the science of language to an overall checking inquiry into the language of science. In this connection it is, indeed, appropriate once more to recollect Niels Bohr’s insistence on the complementarity between the formalized or semi formalized language of sciences, particularly physics, and the usual, natural language which is the final foundation, the root of such artificial superstructures. This interrelation necessitates a durable interdisciplinary work. People primarily involved in the science of language, in other words linguists, must undertake it in collaboration with those representatives of diverse sciences who pay careful attention to the make-up of the formalized languages used by the given disciplines.

As to the question of the first paper delivered today, the need and task of an international auxiliary language, we must state that this question or rather bundle of questions, which had been deliberately disregarded by most linguists and linguistic institutions of the late nineteenth century, are presently more and more discussed.


 

poesia o di un romanzo in un quadro, un film, una danza o un brano musicale. Sulla futilità di qualsiasi traduzione letterale di opere poetiche in un’altra lingua esiste una storia affascinante raccontata dal linguista A. Potebnja: un greco stava piangendo mentre ascoltava una canzone della sua terra e, quando alcuni russi incuriositi gli chiesero di tradurla, rispose che parlava di un albero con i rami ricoperti di foglie e di un uccello che cantava tra le foglie; aggiunse: «Tradotta non dice nulla, ma quando la sento in greco mi fa piangere».

La nostra discussione a proposito di lingua e cultura resterebbe incompleta senza qualche considerazione conclusiva sulla cultura della lingua. Con il generale sviluppo, la crescita e la differenziazione della cultura, un’attenzione costante e attiva verso la cultura della lingua nei suoi diversi aspetti diventa un compito sempre più intricato, carico di responsabilità e urgente, per il quale i linguisti devono collaborare deliberatamente e sistematicamente con scrittori e altri validi portatori di attività culturali. In particolare, i molteplici problemi dell’insegnamento e apprendimento della lingua nei suoi diversi livelli richiedono un vasto e influente intervento della scienza linguistica. Anche diverse questioni di standardizzazione diventano più significative, e noi linguisti siamo stimolati dai colleghi di campi scientifici diversi, per esempio la fisica, che comprendono il grande ruolo strumentale della lingua nelle operazioni scientifiche, e che prevedono e accolgono volentieri il contributo decisivo che la scienza del linguaggio porta a un’indagine globale di controllo sul linguaggio della scienza. A questo proposito, infatti, è appropriato ricordare ancora una volta l’insistenza di Niels Bohr sulla complementarità tra linguaggio delle scienze formalizzato o semi-formalizzato, in particolare la fisica, e la lingua abituale, naturale, che è il fondamento ultimo, la radice di tali sovrastrutture artificiali. Questa interrelazione necessita di un lavoro interdisciplinare duraturo. Chi è primariamente coinvolto nella scienza del linguaggio, in altre parole i linguisti, deve portarla avanti in collaborazione con quei rappresentanti di scienze diverse che prestano particolare attenzione alla composizione delle lingue formalizzate usate da tali discipline.

Tornando alla questione sollevata nel primo intervento di oggi, il bisogno e il compito di una lingua ausiliaria internazionale, bisogna dire che la questione, o piuttosto il groviglio di questioni che sono state deliberatamente trascurate dalla maggior parte dei linguisti e delle istituzioni linguistiche della fine del diciannovesimo secolo, sono oggi


 

Linguists see now, with an ever greater clarity, that the study of a language cannot stop at its limits, and that we are faced with the vital phenomenon of languages in contact. The further experience of linguistic science reveals that interlingual ties are not confined to a territorial contact, since, furthermore, there exists a cultural contact between languages, independent of geographical contiguity. Such contact becomes an ever stronger international and universalistic bent and force, both in cultural and in linguistic aspects.

 

 

 

First presented as a public lecture in Tokyo on July 27, 1967 and published in Sciences of Language (Tokyo), vol. 2, no. 3 (May 1972).


sempre più discusse. Ora i linguisti capiscono, con sempre maggior chiarezza, che lo studio di una lingua non può fermarsi davanti ai suoi limiti, e che ci troviamo di fronte al fenomeno vitale delle lingue a contatto. L’ulteriore esperienza della scienza linguistica rivela che i legami interlinguistici non si limitano al contatto territoriale, dato che, a maggior ragione, esiste un contatto culturale tra le lingue, indipendente dalla contiguità geografica. Tale contatto diventa una spinta e una forza internazionale e universalistica ancora più forte, tanto per gli aspetti linguistici quanto per quelli culturali.

 

 

 

Presentato per la prima volta in occasione di una conferenza tenuta a Tokyo il 27 luglio del 1967 e pubblicato in Sciences of Language (Tokyo), vol. 2, n° 3 (maggio 1972).


Riferimenti bibliografici

BERGSLAND K. 1949 Finsk-ugrisk og almen språkvitenskap, in Bergsland K. Norsk Tidsskrift for Sprogvidenskap, XV.

BOAS F. 1938 Language, in Boas F. (ed.) General Anthropology, Boston.

BOHR N. 1948 On the Notions of Causality and Complementarity, in Bohr N. Dialectica, I.

CAMPBELL B. G. 1967. Human Evolution – An Introduction to Man’s Adaptations, Chicago, Aldine Publishing Company. Traduzione: Storia evolutiva dell’uomo, Milano, ISEDI, 1974.

DEWEY J. 1946 Peirce’s Theory of Linguistic Signs, Thought, and Meaning, in Dewey J. The Journal of Philosophy, XLIII.

JAKOBSON R. 1959 Boas’s View of Grammatical Meaning, in Jakobson R., Selected Writings, II, The Hague, Mouton.

KLUCKHOHN C., KROEBER, A. L. 1952 Culture: A Critical Review of Concepts and Definitions, in Kluckhohn C. e Kroeber A. Papers of the Peabody Museum of Harvard Archeology and Ethnology, Cambridge (Massachusetts), Museum Press.

MASTERSON J. R., WENDELL BROOKS P. 1948 Federal Prose, Chapel Hill, University of North Carolina Press.

RUSSELL B. 1950 Logical Positivism, in Russell B. Revue Internationale de Philosophie, IV, R. V. Marsh.

THORPE W. H. 1961 Bird Song, Cambridge University Press, Cambridge.

THORPE W. H. 1963 Learning and Instinct in Animals, London, Methuen.

VAILLANT A. 1948 La Préface de l’Évangeliaire vieux-slave, in Vaillant A. Revue des Études Slaves, XXIV.

WHORF B. L. 1956 Language, Thought, and Reality, Cambridge (Massachusetss), The M.I.T. Press, 1956. Traduzione: Linguaggio, pensiero e realtà, Torino, Boringhieri, 1970.

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2. Analisi traduttologica


 

2.1. Roman Jakobson:

un americano con l’indole dell’emigrato russo

Qualche anno fa un uomo piuttosto anziano e trasandato entrò in un negozio di scarpe, a Ostia. Lo accompagnava una signora con la quale conversava fittamente in francese. Quasi senza interrompere il filo del discorso, scelse un paio di scarpe, le infilò e, lasciate quelle vecchie al centro del negozio, se ne andò. L’uomo era Roman Jakobson, ma se qualcuno si fosse preso la briga di informare il proprietario del negozio o i clienti presenti circa l’identità di quell’eccentrico personaggio, avrebbe avuto in risposta, quasi sicuramente, uno sguardo interrogativo […] (Mauri 1986).

Poco importa se le cose siano andate davvero nel modo in cui sono raccontate in questo aneddoto apparso su Repubblica il 25 novembre del 1986. Certo è che Jakobson, notissimo agli uomini di cultura del mondo intero, non è mai stato, a rigor di termini, popolare. Per questo motivo, prima di procedere all’analisi traduttologica dei due saggi cui il presente elaborato intende dedicarsi, ritengo opportuno fornire una breve nota biografica per inquadrare meglio una figura tanto eccentrica quanto schiva.

Nato nel 1896 in una famiglia benestante di Mosca, a soli diciannove anni, ancora studente presso la facoltà di storia e filologia della sua città natale, fondò insieme ad altri sei colleghi il Circolo linguistico di Mosca, la cui missione, «the study of linguistics, poetics, metrics and folklore» (Jakobson 1965: 530), gettò le basi della riflessione contemporanea non solo sulla poesia, ma, più in generale, sulla parola, sulla lingua. Nel corso degli anni Venti il progetto subì una battuta d’arresto; il nuovo assetto politico sovietico fu all’origine della diaspora del gruppo. Jakobson si trasferì a Praga, e nel 1933 gli fu assegnata una cattedra all’Università di Brno, che mantenne fino al 1939. Nel 1926 rivestì un ruolo di primo piano nella fondazione del Circolo linguistico di Praga, istituzione che influenzò enormemente lo strutturalismo europeo e la linguistica angloamericana del secondo dopoguerra. Nel 1939 l’occupazione nazista della Cecoslovacchia costrinse Jakobson alla fuga: dapprima in Danimarca, poi in Norvegia, e infine, nel 1940, in Svezia. Nel 1941 arrivò a New York, e nel corso degli anni Quaranta insegnò presso la Columbia University e l’École Libre des Hautes Études, dove ebbe modo di conoscere il padre fondatore dello strutturalismo antropologico, Claude Lévi-Strauss. Nel 1949 gli fu assegnata una cattedra alla Harvard e nel 1957 approdò all’M.I.T. Gli anni trascorsi negli Stati Uniti, dal 1941 fino alla morte avvenuta a Boston nel 1982, furono senza dubbio i più fecondi per la sua produzione. Ma l’autore non abdicò mai alle sue origini russe, e chi lo ha frequentato in America racconta che «la sua casa, la sua tavola, persino il suo funerale, celebrato secondo il rito ortodosso, erano tutt’ altro che americani» (Mauri 1986). Jakobson conservò sempre l’indole dell’emigrato, e la formazione multietnica cui fu esposto per tutta la vita riecheggia nell’intera sua opera.

Negli anni, entrando in contatto con le personalità più influenti del mondo scientifico e letterario dell’epoca, i suoi interessi si moltiplicarono: studiò i disturbi del linguaggio, grazie alla frequentazione di neurologi e psichiatri, si dedicò al linguaggio infantile e contribuì alla fondazione di una serie di discipline destinate a svilupparsi nel corso dei decenni successivi. Mauri, nell’articolo menzionato, ne riassume l’intensissima attività con queste parole: «[…] l’ uomo che era partito dalla fondazione di una scienza della poesia, dedicandosi a profondi studi anche sulla metrica cinese, oltre che sul verso russo e cèco, era arrivato infine a cercare i tratti unitari, le concatenazioni, nella apparente diversità del mondo» (Mauri 1986); una lettura a mio parere condivisibile, della quale i due saggi in esame sono una prova eloquente.


2.2. Tra innovazione e tradizione

A otto anni di distanza l’uno dall’altro, Roman Jakobson scrive due saggi destinati a dare inizio a un nuovo corso per gli studi sulla traduzione e a sgomberare il campo dai luoghi comuni che per anni li hanno assediati. On Linguistics Aspects of Translation (1959) e Language and Culture (1967) contengono, prima ancora che considerazioni sulla traduzione come attività, spunti sulla traduzione come concetto, sull’importanza che riveste nelle riflessioni in campo semiotico.

Alcuni anni prima, Benjamin Lee Whorf aveva avanzato la tesi secondo cui la nostra lingua madre restringerebbe l’ambito di ciò che siamo capaci di pensare, e che quindi «nessun individuo è libero di descrivere la natura con imparzialità assoluta ma è limitato a certe modalità interpretative anche mentre si crede assai libero» (Osimo 2002: 122). Le considerazioni di Whorf sul modellamento reciproco tra lingua e realtà stanno alla base dell’atteggiamento di Jakobson, che però affronta la questione dall’altra estremità: anziché soffermarsi su ciò che le lingue impediscono di pensare, l’attenzione è tutta rivolta a ciò che invece impongono di dire. Accantonata l’idea della presunta intraducibilità di alcuni fatti in parole, nel saggio del ’59 Jakobson giunge a una conclusione tanto semplice quanto geniale: «le lingue differiscono essenzialmente in ciò che devono esprimere e non in ciò che possono esprimere» (p. 13). In altre parole, dal momento che non ci sono prove del fatto che esistano lingue che impediscono di pensare a qualcosa, era necessario guardare in un’altra direzione per scoprire in che modo la lingua madre modelli la nostra esperienza del mondo: se lingue diverse influenzano la mente in modi diversi, ciò non dipende da quello che la lingua ci permette di pensare, ma piuttosto da ciò che ci costringe a dire.

Da queste considerazioni prende le mosse il secondo saggio, Language and Culture, in cui la riflessione sulla relazione tra lingua e cultura si fa più profonda e articolata. Con sapiente retorica l’autore rivendica la stretta interconnessione tra lingua e cultura, fino ad affermare che la lingua è il fondamento della cultura umana.

Il riferimento implicito o esplicito a Peirce, «the great American thinker» (p. 22), è costante. In particolare, il richiamo al concetto di semiosi, da cui discende la volontà di inserire la traduzione nel campo d’indagine della «semiotica», permette di allargare lo studio della traduzione a fenomeni che fino a quel momento erano considerati del tutto estranei a questo ambito.

One of the most felicitous, brilliant ideas which general linguistics and semiotics gained from the American thinker is his definition of meaning as “the translation of a sign into another system of signs” (4.127). How many fruitless discussions about mentalism and anti-mentalism would be avoided if one approached the notion of meaning in terms of translation […] The problem of translation is indeed fundamental in Peirce’s views and can and must be utilized systematically (Jakobson 1977: 251).

Anche per Jakobson, in definitiva, «il nocciolo di qualunque processo di significazione […] è un insieme di processi traduttivi» (Osimo 2002: 181).


2.3. Peculiarità del saggio

2.3.1. Un crogiolo di culture

È raro che la traduzione dei saggi venga isolata come categoria a sé stante tra le diverse tipologie di testi tradotti. Eppure, meriterebbe un discorso a parte. Un saggio è «un testo non narrativo su un argomento di carattere prevalentemente filosofico, ma non necessariamente di filosofia pura: può occuparsi di letteratura, scienza, attualità, costume, politica» (Osimo 2004: 126). E, lungi dall’escludersi reciprocamente, queste (e altre) categorie spesso coesistono all’interno del medesimo saggio, complicando ulteriormente la situazione. La traduzione saggistica rientra nel campo della non-fiction, alla stregua dei testi scientifici, ma ha anche una forte componente estetica e intertestuale, propria dei testi letterari. Da un punto di vista formale, infatti, nel saggio prevale l’aspirazione estetica sul nozionismo puro, cosa che lo rende di più ampio respiro e più elegante rispetto a un articolo scientifico. Il suo elevato grado di connotatività e intertestualità, accanto alla precisione terminologica e al rigore delle argomentazioni, rende evidente come la distinzione tradizionale fra «traduzione letteraria» e «traduzione tecnica» non esaurisca la gamma delle traduzioni possibili. Nella traduzione saggistica, insomma, alle difficoltà terminologiche della traduzione settoriale si sommano le difficoltà stilistiche della traduzione letteraria. La presenza di riferimenti dati per scontati dall’autore, rimandi intertestuali impliciti ed espliciti e riflessioni di carattere filosofico hanno ricadute molto importanti sul piano della traduzione. Una sapiente abilità retorica consente a Jakobson di avvalorare le tesi scientifiche sostenute all’interno del saggio mettendole contemporaneamente in pratica: nel rivendicare l’integrazione tra scienze diverse e l’importanza delle relazioni interdisciplinari come base per costruire «a joint scientific domain, a science of mankind, and – in a far wider scope – a general science of life» (p.20), Jakobson abbraccia svariate discipline, anche molto distanti dall’ambito della linguistica, e dimostra di conoscerle a fondo.

Si spazia dall’antropologia di Kluckhohn, Kroeber e Boas alla biologia di Campbell, dalla neurofisiologia di Békésy alla fisica di Einstein, dalla zoologia di Thorpe alla filosofia di Russell. Anche la storia dell’arte e della letteratura sono chiamate in causa per stabilire che cosa si debba intendere per «progresso»: Dante e i capolavori della pittura italiana del Trecento e del Quattrocento sono paragonati ai risultati ben più deludenti dell’arte e della poesia dell’Ottocento. Jakobson risale fino al Paleolitico per citare le pitture rupestri franco-cantabriche, ancora una volta messe a confronto con la modernità delle «so-called realistic canvases of modern Europe, and, in particular, the official art of its authoritarian powers». Non mancano i riferimenti anche ad altre letterature europee: per la tradizione tedesca compaiono i fratelli Grimm e le poesie di Heinrich Heine, mentre per la Cecoslovacchia il poeta Josef Hora. Dal mondo della religione provengono invece i cenni all’Evangeliario, a Costantino il Filosofo e a Dionigi l’Areopagita. Ovviamente, non potevano non esserci richiami alla linguistica: il linguista americano Benjamin Lee Whorf, il ginevrino Karcevskij, il tedesco Von Humboldt, il danese Bohr, l’ucraino Potebnja e l’immancabile Peirce.

Ma è il mondo russo a fare da sostrato culturale e linguistico a entrambi i saggi in esame. Benché Jakobson li abbia scritti in inglese, l’autore spesso sente la necessità di ricorrere alla sua lingua madre tanto nel lessico quanto nella scelta della cultura da cui estrarre i numerosi esempi proposti: la regione di Tula, il pittore Repin, il libro di Boris Pasternak Mia sorella la vita, il poeta Lermontov. Anche le leggende, i racconti popolari, i vissuti dell’autore che costellano queste poche pagine attingono, per la maggior parte, alla tradizione russa. La dimensione esotica, già forte nel prototesto, risulta di impatto ancora maggiore per il lettore del metatesto, che oltre a dover fare i conti con i numerosi elementi culturospecifici di cui si è detto, deve confrontarsi con il riferimento costante al modello grammaticale inglese come termine di paragone nei confronti delle altre lingue chiamate in causa. Decidere quale trattamento riservare a questi esotismi (à 2.3.3.1) è stato un elemento fondante della strategia traduttiva. Non è sembrato opportuno operare una scelta di localizzazione perché il tipo di testo non lo avrebbe consentito: si tratta di saggi sulla traduzione, in cui l’autore riflette sul modo in cui categorie grammaticali diverse influiscono sul modo in cui le varie culture segmentano la realtà. Il confronto sistematico con il modello grammaticale inglese avrebbe perso di efficacia se gli esempi tratti da quella lingua fossero stati tradotti indiscriminatamente. Anzi, una simile strategia avrebbe fatto correre il rischio di commettere errori macroscopici. In Language and Culture, per esempio, un intero paragrafo è dedicato alla dimostrazione che «Languages differ essentially in what they must convey and not in what they can convey» (p.12) e a tal proposito l’inglese e il giapponese vengono confrontati con il francese, il tedesco e il russo:

If I say in English (or correspondingly in Japanese) that “I spent last evening with a neighbor”, you may ask whether my companion was a male or a female, and I have the factual right to give you the impolite reply, “It’s none of your business”. But if we speak French or German or Russian, I’m obliged to avoid ambiguity and to say: voisin or voisine; Nachbar or Nachbarin; sosed or sosedka.

Nel caso della frase «I spent last evening with a neighbor», la traduzione verso l’italiano di «neighbor» implica necessariamente la scelta tra «vicino» o «vicina» anche laddove il contesto non fornisca elementi sufficienti per valutarlo, e questa “disambiguazione coatta” non darebbe adito a nessun equivoco sul sesso del vicino di casa. In questo senso le lingue differiscono in quello che devono esprimere, perché una traduzione della stessa frase che andasse nella direzione opposta, e cioè dall’italiano all’inglese, imporrebbe un solo traducente e ripristinerebbe l’ambiguità di fondo che solo il contesto potrebbe (forse) chiarire. Si tratta, in realtà, di un’ambiguità solo apparente, perché

Il fatto che nelle diverse culture si abbiano obblighi diversi di esprimere concetti significa che tutto ciò che non è obbligatoriamente espresso è dato per scontato, è implicito nella cultura, oppure è considerato di secondaria importanza (Osimo 2004: 33).

Peter Torop tra i parametri di traducibilità di una cultura inserisce anche il «parametro della lingua» (Torop 1995: 71) in cui rientrano le categorie grammaticali. In un esempio come quello citato sarebbe impensabile tradurre la frase esemplificativa in italiano, perché verrebbe meno la veridicità delle informazioni veicolate dal messaggio, data la diversità tra il modello grammaticale italiano e quello inglese. Per evitare simili inconvenienti e mantenere una coerenza di fondo nelle scelte traduttive si è deciso di non tradurre questi esempi e affidarne una spiegazione esaustiva al presente apparato metatestuale, con la consapevolezza che tale scelta postula un lettore modello non solo disposto ad aprirsi all’altro, ma anche «capace e attrezzato per affrontare la realtà del mondo altro» (Osimo 2004: 56).

 

2.3.2. Il lettore modello

[…] un testo è un prodotto la cui sorte interpretativa deve far parte del proprio meccanismo generativo: generare un testo significa attuare una strategia di cui fan parte le previsioni delle mosse altrui […] (Eco 1979: 54).

Dalle parole di Eco si evince che l’autore (come il traduttore) deve prevedere un «modello del lettore possibile», condizione necessaria all’attualizzazione del testo e alla sua traduzione (Eco 1979: 7). È opportuno interrogarsi sulla sua identità, immaginarne gli interessi e le motivazioni che lo hanno spinto a prendere in mano due saggi di Jakobson. A un primo esame, risulta difficile ipotizzare un lettore che possa fruire di questi testi integralmente e in tutte le loro componenti. Le «condizioni di felicità», per dirla ancora con Eco, da soddisfare perché il testo sia pienamente attualizzato vorrebbero, a prima vista, un lettore-tuttologo. Basti pensare all’immenso patrimonio linguistico che si annida fra le pagine; per quantificare, sono citate sedici lingue, con relativi esempi: l’inglese, l’inglese americano, il russo, lo slavo antico, il norvegese, il giapponese, il bantu, il tedesco, il ceco, il francese, l’italiano, il latino, il greco, il koryak, le lingue samoiede e quelle slave. Considerato l’altissimo tasso di intertestualità dei testi in esame, una robusta competenza enciclopedica è indispensabile se non altro «per rendersi conto di sapere di non sapere […] e reagire indagando, e non assumendo di essere già in grado di affrontare lo scoglio» (Osimo 2007: 21). È opportuno supporre di eleggere a lettore modello una persona di cultura medio-alta, altrimenti rischierebbe di non cogliere i molti rimandi intertestuali di cui si è detto, presumibilmente di età adulta e con una conoscenza almeno rudimentale dell’inglese. Il notevole sforzo divulgativo compiuto dall’autore, che accanto all’enunciazione di concetti scientifici molto seri non disdegna l’aneddoto, la battuta e il tono colloquiale, va incontro al lettore interessato all’argomento ma con poche conoscenze di base. Le frequenti riformulazioni, le domande retoriche volte a tenere viva l’attenzione e a rendere più chiari i rapporti di causa-effetto delle argomentazioni, le fonti scrupolosamente indicate e la precisione terminologica concorrono all’innegabile fruibilità di un testo all’apparenza così ricco di insidie.

 

 

2.3.3. Perdite e compensazioni

Prendo in prestito il titolo di questo paragrafo da un capitolo del libro di Umberto Eco Dire quasi la stessa cosa (Eco: 2003) in cui l’autore demonizza le note a piè di pagina riducendole a ultima ratio a disposizione del traduttore, del quale sancirebbero la sconfitta. Di diverso parere è Torop, che anzi identifica una relazione di complementarità tra metatesto e paratesto:

[…] la parte fondamentale del protesto viene tradotta nel metatesto, ma alcune parti o aspetti possono essere “tradotti” nel commentario, nel glossario, nella prefazione, nelle illustrazioni (figure, mappe) e così via. In una simile complementarità non si può a mio parere ravvisare un’incompletezza nel metatesto: semplicemente, per il lettore del prototesto e per il lettore del metatesto il confine tra testuale ed extratestuale non coincide (Torop 1995: 64).

Non è un caso che la scuola semiotica di Tartu chiami «metatesto» tanto il testo tradotto quanto l’insieme delle informazioni paratestuali sul testo principale: entrambi i metatesti sono frutto di un processo traduttivo, interlinguistico in un caso, metatestuale («che genera metatesti»), dall’altro (Osimo 2004: 30). Il testo scritto, qualsiasi testo scritto, si sa, è solo la punta di un iceberg. Tutto il resto, la parte più cospicua, è non-detto. Esiste uno «spazio intertestuale» all’interno del quale ogni testo nasce, e da cui un autore è necessariamente influenzato, che ne sia consapevole o meno. Per questo motivo ogni testo è sempre un intertesto, e «ogni testo che viene generato porta in sé le tracce della memoria culturale collettiva, oltre a quella dell’autore» (Osimo 2004: 42). Tale rapporto tra detto e non-detto diviene in parte razionale nel caso di un testo tradotto, e una simile razionalizzazione comporta che la sua struttura venga denudata, esposta, messa in mostra (Torop 1995: 63). Da qui l’utilità di un ricco apparato metatestuale in cui convogliare tutte quelle informazioni che potrebbero interessare al lettore più desideroso di confrontarsi con l’altro, senza né venire meno alla cura filologica per l’originale, né imporre una lettura più lunga del necessario a chi non ne mostrasse interesse.

 

2.3.3.1. Apparati metatestuali

I due saggi in esame non esulano da queste considerazioni. L’elaborazione della strategia traduttiva deve prevedere anche a quale sede destinare la compensazione del residuo. Anzi, la decisione di come gestire il residuo è stata determinante per concepire la strategia traduttiva stessa: qualora non avessi avuto a disposizione lo spazio per redigere una postfazione accurata avrei certamente fatto ricorso alle note del traduttore per rendere conto degli impliciti culturali (che inglobano, secondo un approccio semiotico, anche le differenze linguistiche) e risolvere le questioni legate alla diversa categorizzazione grammaticale delle lingue e alle conseguenti differenze nella visione della realtà. Un caso di residuo incolmabile nel corpo del testo, ma di cui è semplice fornire una spiegazione in una sede diversa, è stata la traduzione di «cold beef-and-pork hot dog» (p. 8). È evidente che il gioco di parole tra «hot dog» e «cold beef-and-pork» può funzionare solo mantenendo l’esempio in inglese, e che, per giunta, una traduzione parola per parola sortirebbe un effetto di ridicolo nonsense («cane caldo freddo di manzo e maiale»). La presente postfazione, dunque, rientra a pieno titolo tra gli «artifici compensatori ed esplicitanti testuali» (Osimo 2004: 75) in quanto cerca di comunicare al lettore ciò che verosimilmente nella lettura andrebbe altrimenti perso, rendendo esplicito ciò che nel testo è implicito. In questo modo si ovvia alla spontanea «tendenza ipertrofica alla mediazione» (Osimo 2004: 75) propria di molti traduttori adottando una strategia consapevole con un apparato metatestuale ad hoc.

Ho invece preferito inserire direttamente all’interno del testo, isolate tra le consuete parentesi quadre, le traduzioni in italiano di singole parole che sono state mantenute in inglese anche nel metatesto per coerenza con altre scelte traduttive. Trattandosi di traduzioni funzionali esclusivamente alla comprensione lessicale, che non portano con sé un residuo di cui valga la pena rendere conto in una sede separata, ho ritenuto che fosse utile per il lettore trovarne la traduzione a portata di mano. Procedendo in questo modo la lettura non viene interrotta troppo di frequente, e anche il lettore che non avesse bisogno di consultarle non ne sarebbe disturbato vista la loro estrema sinteticità.

Le note inserite da Jakobson all’interno dei due saggi sono invece di carattere esclusivamente bibliografico. Per una loro catalogazione ho preferito adottare il sistema del richiamo per autore e anno di pubblicazione, collocati all’interno del testo in modo che non interrompano ma integrino adeguatamente la lettura, mentre l’elenco dei riferimenti bibliografici è stato inserito in coda ai saggi. In quest’ultimo, per una pronta identificazione, la data segue immediatamente il nome dell’autore, conformemente alle norme UNI 10168 e UNI ISO 7144.


2.4. Analisi linguistica ed extralinguistica

Dalle considerazioni fatte fin qui (à 2.3) emerge, in sostanza, che per realizzare una comunicazione totale, e cioè «essere in grado di individuare, sia durante il processo di decodifica, sia durante il processo traduttivo, l’informazione invariante» (Lûdskanov 1967: 54) chi traduce deve essere in possesso di quella che Lûdskanov chiama «informazione traduttiva necessaria». Se ci si chiede, con Lûdskanov, in che modo e da che fonte il traduttore possa accumularla, la risposta va cercata nell’analisi linguistica ed extralinguistica del testo in questione. Può accadere, infatti, che

[…] l’informazione ricavata attraverso l’analisi linguistica non [sia] sufficiente, in quanto la scelta del traduttore deve essere condizionata anche dalla conoscenza dell’epoca, dai tratti peculiari dell’opera, dalla visione stilistica e dal punto di vista estetico dell’autore, dalla sua visione del mondo. In tutti questi casi si dice che il traduttore fa riferimento alla realtà (Lûdskanov 1967: 53).

All’analisi, che permette di estrapolare le informazioni veicolate dal prototesto, segue la fase di decodifica, e cioè la scelta dei traducenti da attualizzare. È in questa fase che entra in gioco la necessità di avere a disposizione una quantità di informazioni maggiore di quella ricavabile dal co-testo, dalla porzione di testo in questione. E a chi sostiene che questa fase interessi esclusivamente i testi di natura letteraria, l’autore ribatte che tali dinamiche coinvolgono, invece, qualsiasi linguaggio anisomorfo, in quanto la necessità di fare riferimento alla realtà è intrinseca alla natura stessa dei linguaggi naturali. Laddove, infatti, si riconosce il carattere creativo del processo traduttivo, che si manifesta «nella necessità di compiere scelte non predeterminate tra i significati degli elementi linguistici del prototesto per attualizzarne uno» (Lûdskanov 1967: 55) non si può non condividere che la necessità di far riferimento alla realtà «sussiste nella traduzione di tutti i generi testuali attualizzati nella forma dei linguaggi naturali» (Lûdskanov 1967: 63).

Anche chi traduce il saggio, e forse a maggior ragione vista la natura ibrida di questo genere testuale, deve costantemente fare i conti con le dinamiche descritte. A livello di analisi lessicale, nei due saggi in esame sono stati individuati termini, parole ed espressioni sulla cui traduzione vale la pena di soffermarsi.

 

 

2.4.1. Differenze tra campi semantici: le scelte lessicali

In questo paragrafo vengono presi in esame i problemi di traducibilità derivanti dalle «scarse possibilità di coincidenza tra campi semantici di parole diverse, sia della stessa lingua (i cosiddetti “sinonimi”) sia di lingue diverse (i cosiddetti “equivalenti”)» (Osimo 2004: 70). La scelta lessicale è uno dei punti nevralgici attorno ai quali si costruisce la coerenza di un testo, e il traduttore dev’essere sempre all’erta di fronte all’eventualità che l’autore abbia fatto ricorso ad allusioni velate realizzate proprio grazie all’ampiezza del campo semantico delle parole impiegate. Certo, non è sempre possibile conservare i riferimenti «narcotizzati» (Osimo 2001: 57), e talvolta diventa inevitabile sopprimerli: si tratta di scelte che devono essere di volta in volta dettate dalla strategia traduttiva e dal buon senso del traduttore. L’essenziale è però avere fiuto e accorgersi della loro presenza affrontando tutte le valutazioni del caso consapevoli dei limiti connaturati alla traduzione, che del resto ne fanno la miseria e lo splendore, come ebbe a dire José Ortega y Gasset.

Ecco qualche esempio che illustra alcune di queste dinamiche; i primi tre sono stati estratti dal saggio On Linguistic Aspects of Translation, mentre gli ultimi due da Language and Culture.

 

2.4.1.1. Celibate

Yet synonymy, as a rule, is not complete equivalence: for example, “every celibate is a bachelor, but not every bachelor is a celibate” (p. 4).

Riporto questa citazione perché vorrei soffermarmi sulla traduzione di «celibate». A una prima stesura l’istinto mi ha portato a tradurre «celibate» con «celibe», ma cercando la definizione di «celibate» sul dizionario monolingue per confrontarla con quella di «bachelor» e chiarire il senso della frase in esame, ho constatato che «celibate» e «celibe» hanno un significato molto diverso.

 

celibate (Merriam-Webster 2000)

celibe (Devoto, Oli 2000)

A person who lives in celibacy. Non ammogliato, scapolo.

 

Occorre a questo punto verificare la definizione di «celibacy»:

 

celibacy (Merriam-Webster 2000)

  1. the state of not being married.
  2. a: abstention from sexual intercourse; b: abstention by vow from marriage.

 

Dalle definizioni riportate si evince che il campo semantico di «celibate» coincide solo in parte con quello di «celibe», ma questo fatto del tutto normale deriva, si sa, dall’anisomorfismo delle lingue naturali. Tuttavia nel caso in esame il rischio di una traduzione solo parziale, quale potrebbe essere «celibe», non sarebbe foriera solo di un residuo traduttivo, ma precluderebbe la comprensione dell’intero messaggio veicolato dal prototesto. L’accezione che interessa a Jakobson nel suo esempio è evidentemente la seconda, quella non contemplata dal traducente «celibe», relativa a chi rinuncia a contrarre matrimonio (per motivi religiosi o di altra natura) e si astiene da ogni attività sessuale. Solo in questa accezione infatti la parola «celibate» si emancipa dalla sinonimia con «bachelor» nel contesto e fa acquisire senso all’esempio contenuto nel saggio. Ma qui il problema della scelta del traducente è ancor più rilevante se si pensa che la frase vuole essere un esempio lampante proprio del fatto che la sinonimia assoluta non esiste, e che anche all’interno della stessa lingua i presunti sinonimi non stanno in una relazione transitiva, come dimostra il fatto che «every celibate is a bachelor» ma «not every bachelor is a celibate». Di fronte a un caso simile, in assenza di un apparato metatestuale in cui convogliare il residuo in questione, ritengo che la decisione più opportuna da prendere sarebbe quella di mantenere l’esempio in inglese all’interno del testo e procedere a una sintetica spiegazione in nota del significato della frase. In questo modo non si precluderebbe l’indubbia efficacia dell’esempio in inglese a chi dispone dei mezzi linguistici adatti a comprenderlo, senza tentare di fornire una traduzione “comoda” ma fuorviante a chi ne è invece privo.

 

2.4.1.2. Cottage cheese

The English word cheese cannot be completely identified with its standard Russian heteronym syr because cottage cheese is a cheese but not a syr (p. 4):

In questo caso la difficoltà concerne la traduzione di «cottage cheese». Eccone, innanzitutto, la definizione che è stata ricavata dal dizionario monolingue Merriam-Webster:

 

cottage cheese (Merriam-Webster 2000)

a bland soft white cheese made from the curds of skim milk —called also Dutch cheese, pot cheese, smearcase.

 

Il corrispettivo italiano di tale prodotto inizialmente pareva essere la ricotta, salvo poi scoprire che il dizionario inglese distingue il cottage cheese dalla nostra ricotta, che è definita nel modo seguente:

 

ricotta (Merriam-Webster 2000)

a white unripened whey cheese of Italy that resembles cottage cheese; also: a similar cheese made in the United States from whole or skim milk.

 

La ricotta differisce dal cottage cheese innanzitutto perché si ricava dal siero avanzato dalla preparazione di altri formaggi, motivo per cui, a rigor di termini, non si tratta di un vero e proprio formaggio ma di un semplice latticino. Ai fini della traduzione nel contesto dato quest’ultima informazione è molto importante perché, se si decidesse di tradurre «cottage cheese» come «ricotta», un esperto in materia potrebbe obiettare che l’esempio riportato in traduzione sarebbe un controsenso, in quanto la ricotta non è un «cheese». La definizione data dal vocabolario in un caso così specifico non è sufficiente, ed è necessario ricorrere a testi specialistici che spieghino in modo più accurato le caratteristiche di questi formaggi per poter effettuare una scelta traduttiva sensata. L’atlante dei formaggi fa rientrare il «cottage cheese» nella famiglia dei formaggi freschi a struttura granulare, di cui fanno parte anche i «fiocchi di latte». Ecco le due descrizioni a confronto:

 

cottage cheese (Ottogalli 2001: 213)

fiocchi di latte (Ottogalli 2001: 213)

Si trova con questo nome solo nei paesi anglosassoni dove viene addizionato di panna e spesso di aromi, verdure o frutta. [Questi formaggi] in Italia non si conoscono con la dizione “Cottage”, ma come “Fiocchi di latte”, con una precisazione: vengono stabilizzati con un trattamento termico alla fine della lavorazione.

 

Indubbiamente ora siamo molto più vicini al significato di «cottage cheese» di quanto non lo fossimo prima. Certo qualche differenza c’è ancora, differenze sulle quali ritengo si possa soprassedere, considerato il tipo di testo e la funzione puramente esemplificativa per la quale sono stati chiamati in causa questi formaggi. Tuttavia, se si affronta la medesima questione da un punto di vista diverso, altre considerazioni farebbero propendere per una traduzione più «adeguata», per dirla con Toury. Per rendersene conto basta tornare per un attimo alla citazione originale, che si chiude così: «cottage cheese is a cheese but not a syr». «Syr» è il traducente russo di «cheese» più immediato, eppure un «cheese», che per di più contiene all’interno del suo nome la parola «cheese», (il «cottage cheese») non è un «syr». Altrimenti detto, la preferenza accordata a «cottage cheese» rispetto a qualunque altro traducente italiano deriva dal fatto che la ripetizione della parola «cheese» inserisce a maggior ragione il cottage cheese nella categoria dei «cheese», e quindi all’orecchio di un anglofono la frase russa tradotta in inglese suona assurda, ridondante. Da qui l’efficacia dell’esempio: Il cottage cheese è uno dei tanti cheese, ma lo tvoróg non è uno dei tanti syr, in quanto la parola «syr» rimanda, come ricorda Jakobson, soltanto ai formaggi fermentati.

È utile schematizzare questa situazione che si presta molto bene a fare luce su un problema ricorrente della traduzione:

 

Benché generalmente «cheese» (A) si traduca in russo con «syr», esisteranno sempre delle eccezioni come «cottage cheese» (Aa) che impediranno il formarsi di una relazione biunivoca automatica tra i campi semantici delle due parole.

Tornando al caso in esame, la strategia traduttiva adottata ha voluto privilegiare il principio dell’adeguatezza non censurando dunque del tutto il «cottage cheese» nel metatesto italiano. Mi sono però riservata di affiancargli la traduzione «fiocchi di latte» perché non bisogna dimenticare che Jakobson, citando il nome di alcuni formaggi ben noti al pubblico di madrelingua inglese, voleva fare un esempio che fosse lampante e spiegasse in modo molto concreto le considerazioni teoriche fatte fino a quel momento. Mi è sembrato sensato offrire anche al lettore italiano l’opportunità di fruire di questa dimensione ulteriore del testo affiancandogli una traduzione plausibile di «cottage cheese».

 

2.4.1.3. Intricacies

Both the practice and the theory of translation abound with intricacies, and from time to time attempts are made to sever the Gordian knot by proclaming the dogma of untranslability (p. 6).

Questo esempio mira a sottolineare l’importanza di riconoscere e mantenere, nel limite del possibile, i rimandi intratestuali contenuti nel saggio. Prendiamo in esame la parola «intricacy» e vediamo che definizione ne dà il dizionario monolingue:

 

 

 

intricacy (Merriam-Webster 2000)

  1. the quality or state of being intricate.
  2. something intricate.

 

 

Cerchiamo a questo punto la definizione di «intricate»:

 

intricate (Merriam-Webster 2000)

  1. having many complexly interrelating parts or elements: complicated.
  2. difficult to resolve or analyze.

 

Il significato appare subito chiaro e comprensibile. Il traducente «difficoltà», adottato in un primo momento, sembra una soluzione sufficientemente rispettosa del senso dell’originale, benché generalizzante in quanto non evoca le «interrelating parts» che la parola inglese racchiude in sé. Muovendosi allora in questa seconda direzione, dalla stessa radice di «intricacies» si risale all’aggettivo «intricato», utile punto di partenza per ragionare su un nome che rimandi allo stesso campo semantico. Motivo ulteriore della necessità di trovare un traducente che vada in questa direzione è il seguito della frase con il riferimento al «Gordian knot», il famoso nodo gordiano, mentre qualche pagina dopo la questione della traduzione è definita «entangled». Siamo quindi in presenza di una metafora estesa in cui le parole «knot», «intricacies» e «entangled», provenienti dallo stesso campo semantico, si richiamano a vicenda. Da qui l’esigenza di una soluzione che mantenga il rimando anche per il lettore del metatesto. Partendo dall’aggettivo «intricato» si risale, per associazione di idee, al sostantivo «groviglio», che è stato adottato nella versione definitiva: «Tanto la pratica quanto la teoria della traduzione sono piene di grovigli». Ecco una spiegazione efficace del perché è opportuno che il traduttore faccia tutto il possibile per conservare il maggior numero di elementi del prototesto:

La connotazione, e quindi anche il colorito, fa parte del significato, e di conseguenza è tradotta alla pari con il significato semantico della parola. Se non si è riusciti a farlo, se il traduttore è riuscito a trasmettere solo la “nuda” semantica dell’unità lessicale, per il lettore della traduzione la perdita di colorito si esprime nella incompleta percezione dell’immagine, ossia, in sostanza, nel suo travisamento (Vlahov e Florin 1986: 121 [in Osimo 2004b]).

 

2.4.1.4. Nurture and nature

Now, when taking into account the universally human, and only human, nature of language, we must approach the question of boundaries between culture and nature; between cultural adaptation and learning on the one hand, and heredity, innateness on the other – briefly to delimit nurture from nature (p. 28).

Come si è detto nel capitolo 2.3, i saggi di Jakobson sono costellati di riferimenti a concetti scientifici la cui conoscenza da parte del lettore è data, il più delle volte, per scontata. L’immensa cultura dell’autore gli consente di muoversi con agilità tra discipline diverse e molto distanti dalla linguistica, a dimostrazione della tesi, ribadita in più occasioni, che coniugare i saperi di ambiti diversi sia il solo modo proficuo di garantirne la sopravvivenza e il reciproco arricchimento.

Molto spesso però si tratta di riferimenti impliciti con i quali Jakobson strizza l’occhio al lettore competente attraverso dei piccolissimi accenni che il lettore meno colto può trascurare senza che questo intacchi in modo sostanziale la sua fruizione del testo. Il traduttore invece deve stare all’erta per individuare il maggior numero possibile di questi riferimenti nascosti, e poi decidere se e quanto andare incontro al lettore nella sua opera di decodifica del testo.

Il caso di «nurture and nature» esemplifica bene la situazione appena descritta. Una breve ricerca enciclopedica consente di comprendere che i concetti di «nurture» e «nature» non solo sono interrelati fra loro, ma costituiscono i due estremi del dibattito sull’importanza dell’eredità e dell’ambiente nello sviluppo dell’uomo. La paternità dell’espressione è da attribuire all’antropologo inglese Francis Galton, che la consacra nel libro English men of Science: their Nature and Nurture, pubblicato nel 1874, in cui si legge:

The phrase “Nature and nurture” is a convenient jingle of words, for it separates under two distinct heads the innumerable elements of which personality is composed. Nature is all that a man brings with himself into the world; nurture is every influence that affects him after his birth (Galton 1874: 12).

Come spesso avviene in ambito scientifico, dove il gusto diffuso per le parole straniere è dovuto, in parte, al fatto che gli studiosi leggono articoli scritti perlopiù in inglese, alcune espressioni si cristallizzano nella lingua in cui sono state coniate e restano tali anche lontano dalla loro terra d’origine. Ed è questo il caso di «nurture» e «nature» le quali, complice l’assonanza che le rende accattivanti anche al lettore italiano che conosca poco o nulla l’inglese, compaiono tali e quali sulle nostre pubblicazioni scientifiche di maggior rilievo. Per queste ragioni si è scelto di mantenere l’espressione in inglese anche nella traduzione italiana.

 

2.4.1.5. Creative writers

With the general development, growth, and differentiation of culture, a consistent and active attention to the culture of language in its various aspects becomes an ever more intricate, responsible, and pressing task, on which linguists must cooperate deliberately and systematically with creative writers and other efficient carriers of cultural activities (p. 40).

Il problema, qui, è la traduzione di «creative writers». La parola «writer», apparentemente priva di insidie, nasconde invece un significato molto preciso che si sovrappone solo in parte al significato di «scrittore». Procediamo con la ricerca di «writer» sul dizionario monolingue inglese, e confrontiamo i risultati con le accezioni della parola «scrittore»:


writer (Merriam-Webster 2000)

scrittore (Devoto, Oli 2000)

  1. a person who writes.
  2. a person whose work or occupation is writing; now, specif., an author, journalist, or the like.

 

  1. Chi si dedica all’attività letteraria in quanto mosso da un intendimento d’arte.
  2. Scrivano, copista.

 

In italiano, uno scrittore è primariamente chi scrive di professione, e, molto meno comunemente, un sinonimo di scrivano o copista. In inglese invece un «writer» è, nella prima accezione della parola, una persona che scrive, uno scrivente qualsiasi. Nella seconda accezione dell’inglese, che è quella che in parte si sovrappone semanticamente a quella italiana, si evince però che sono «writer» anche i giornalisti e gli scrittori di testi tecnici. Da qui nasce, per Jakobson, la necessità di accostare al nome comune e generico «writer» l’aggettivo «creative» per distinguerlo da un «writer» di testi di carattere settoriale, tecnico. In altre parole, tradurre «creative writer» con «scrittore creativo» risulterebbe fuorviante per il lettore italiano, che sarebbe portato a pensare che Jakobson non stia parlando di tutta la categoria degli scrittori, ma solo di quelli particolarmente creativi, escludendo tutti gli altri. Mantenendo invece il solo traducente «scrittore», molto probabilmente si trasmette al lettore italiano la stessa rete di significati che Jakobson attribuisce a «creative writer».

Del resto, è lo stesso Jakobson ad aver teorizzato, nel saggio On Linguistic Aspects of Translation un principio fondamentale per la traduzione:

Equivalence in difference is the cardinal problem of language and the pivotal concern of linguistics. […] All cognitive experience and its classification is conveyable in any existing language. Whenever there is a deficiency, terminology can be qualified and amplified by loanwords or loan translations, by neologisms or semantic shifts, and, finally, by circumlocutions (p. 6).

Anche se, a causa della convenzionalità dei segni linguistici e delle differenze nello sviluppo storico dei rispettivi popoli, «i diversi linguaggi naturali suddividono in maniera distinta la realtà unica e comune per tutti» (Lûdskanov 1967: 29), motivo per cui la ricerca di presunti “equivalenti” traduttivi è destinata a essere vana e infruttuosa, Jakobson dichiara che la traduzione è sempre possibile, anzi, è addirittura necessaria: si tratta solo di cercare l’«equivalenza nella differenza» operando non su singole unità di codice, ma sull’intera informazione concettuale contenuta nell’originale. Questo perché

In its cognitive function, language is minimally dependent on the grammatical pattern, because the definition of our experience stands in complementary relation to metalinguistic operations – the cognitive level of language not only admits but directly requires recoding interpretation, that is, translation. Any assumption of ineffable or untranslatable cognitive data would be a contradiction in terms (p. 12).

 


 

2.5. Metatesti a confronto:

perché proporre una traduzione diversa del saggio

on linguistic aspects of translation

 

Nel 1966 Feltrinelli pubblica la traduzione di Luigi Heilmann e Letizia Grassi degli Essais de linguistique générale, che comprendono, tra gli altri, anche il saggio On Linguistic Aspects of Translation. Quest’ultimo, scritto nel 1959, risalta per la sua importanza nell’ambito delle riflessioni sui problemi della traduzione, concentrando in poche pagine ciò che ancora oggi rappresenta una pietra miliare per chi si dedica a questa disciplina. Il limite della traduzione esistente risiede proprio nella scelta della strategia traduttiva che privilegia, per dirla con Toury, il criterio dell’accettabilità su quello dell’adeguatezza. Questo vale soprattutto per due aspetti, la standardizzazione dei realia e la localizzazione degli esotismi, che emergono principalmente nelle traduzioni sistematiche e fortemente addomesticanti delle citazioni. In un caso come nell’altro, il criterio adottato sembra essere poco efficace, tanto più a causa dello status del tutto particolare di questo tipo di testo, cui si è già accennato: una traduzione sulla traduzione. Il generale addomesticamento culturale porta il lettore a perdere la consapevolezza di essere in presenza di un testo tradotto che, di conseguenza, deve essere recepito come altrui. La traduzione di Heilmann, indubbiamente più scorrevole di quella qui proposta, risulta però priva di stimoli e in parte inefficace nella sua funzione didascalica. Per contro, la scelta di mantenere le citazioni in lingua originale è sembrata la sola praticabile per ovviare all’alternativa fuorviante di ritrovarsi a dover tradurre riflessioni sulla traduzione, riflessioni che prendono come esempi parole scelte appositamente da una certa lingua e non da un’altra. La sostituzione sistematica di tutti gli elementi esotici con elementi che appartengono alla metacultura crea, come si evince dagli esempi riportati di seguito, un forte senso di spaesamento nel lettore interessato e consapevole della cultura da cui proviene il testo.

Ecco una schematica analisi comparata del prototesto con i due metatesti in questione, limitatamente agli ambiti fin qui presi in esame, per osservarne i cambiamenti traduttivi.

PROTOTESTO

METATESTO (1)[1]

METATESTO (2)[2]

I

[…] no one can understand the word cheese unless he has an acquaintance with the meaning assigned to this word in the lexical code of English. […] nessuno può capire la parola formaggio se non conosce il significato attribuito a questa parola nel codice lessicale dell’italiano. […]  nessuno può capire la parola «cheese» se non ha un’esperienza del significato assegnato a questa parola nel codice lessicale dell’inglese.

II

Any representative of a cheese-less culinary culture will understand the English word cheese if he is aware that in this language it means “food made of pressed curds” […]. Qualsiasi membro di una collettività culinaria che ignora il formaggio capirà la parola italiana formaggio se sa che in questa lingua tale parola significa “alimento ottenuto con la fermentazione del latte cagliato” […]. Qualsiasi rappresentante di una cultura culinaria in cui non esista il formaggio capirà la parola inglese «cheese» se è consapevole che in questa lingua significa «alimento fatto di latte cagliato pressato» […].

III

There is no signatum without signum. The meaning of the word “cheese” cannot be inferred from a nonlinguistic acquaintance with cheddar or with camembert without the assistance of the verbal code. Non esiste significato senza segno, né si può dedurre il senso della parola formaggio da una conoscenza non linguistica della mozzarella o del provolone senza l’aiuto del codice linguistico. Non esiste signatum senza signum. Il significato della parola «cheese» non si può inferire da una conoscenza non-linguistica del cheddar o del camembert senza l’aiuto del codice verbale.

IV

[…] cottage cheese is a cheese but not a syr. Russians say: prinesi syru i tvorogu “bring cheese and [sic] cottage cheese.” […] il formaggio bianco è bensì un formaggio, ma non un syr. I russi dicono prinesi syru i tvorogu, “porta del formaggio e (sic) del formaggio bianco (giuncata).” […] il «cottage cheese» [«fiocchi di latte»] è un «cheese» ma non un «syr». I russi dicono: «prinesi syru i tvorogu» (porta il formaggio e [sic] i fiocchi di latte).
V When translating the English sentence She has brothers into a language which discriminates dual and plural, we are compelled either to make our own choice between two statements “She has two brothers” – “She has more than two” or to leave the decision to the listener and say: “She has either two or more than two brothers.” Quando si deve tradurre la frase italiana “essa ha dei fratelli,” in una lingua che distingue duale e plurale, siamo obbligati a scegliere fra due proposizioni: “essa ha due fratelli” / “essa ha più di due fratelli”, ovvero a lasciare la decisione all’ascoltatore dicendo: “essa ha due, o più di due, fratelli.” Traducendo la frase inglese «She has brothers» verso una lingua che distingue duale e plurale siamo costretti a scegliere tra due affermazioni: «Lei ha due fratelli» – «Lei ha più di due fratelli» oppure a lasciare la decisione a chi ascolta e dire «Lei ha due o più fratelli».

VI

Again, in translating from a language without grammatical number into English, one is obliged to select one of the two possibilities – brother or brothers or to confront the receiver of this message with a two-choice situation: She has either one or more than one brother. Allo stesso modo, se traduciamo in italiano da una lingua che ignora il numero grammaticale, siamo costretti a scegliere una delle due possibilità – “fratello” o “fratelli” – o a proporre al ricevente del messaggio una scelta binaria: “essa ha uno, o più di un, fratello.” Ancora, traducendo da una lingua priva della categoria grammaticale del numero verso l’inglese si è costretti a selezionare una delle due possibilità, «brother» o «brothers», o a mettere il ricevente di questo messaggio di fronte a una situazione di ambiguità: «Lei ha uno o più fratelli».

 

Osserviamo il primo esempio: si tratta di una citazione di Russell, che riflette sul significato della parola «cheese» nel «lexical code of English». Il metatesto (1) propone di tradurre «cheese» con «formaggio», scelta di per sé praticabile se non fosse che, per mantenere la coerenza della citazione, saremmo costretti a modificare anche il seguito della dichiarazione. E per farlo, dovremmo tradurre «English» con «italiano» mettendo in bocca a Russell parole che non ha mai pronunciato, né avrebbe mai potuto pronunciare. La piena esplicitezza della citazione nega, a maggior ragione, ogni diritto di manipolare le parole dell’autore. Lo stesso può dirsi per gli esempi II, V e VI, in cui, per coerenza, si è proceduto allo stesso modo, mentre il metatesto (1) è andato nella direzione opposta, ottenendo un risultato molto poco «traduzionale» (Popovič 1975: 48) in cui la dominante è senza dubbio la naturalizzazione, ottenuta attraverso la sistematica sostituzione degli elementi esotici con elementi propri della cultura ricevente. Un ragionamento analogo sorge spontaneo anche per la traduzione di «cheddar» o «camembert» (esempio III). È evidente che diventa piuttosto grottesco immaginare Jakobson parlare di mozzarella o di provolone. E non solo. Il lettore più attento e scrupoloso potrebbe persino pensare che Jakobson volesse in qualche modo strizzare l’occhio all’Italia e alle sue tradizioni culinarie. Niente di tutto ciò invece, e basta osservare l’originale per rendersene conto. È bene riportare fedelmente i nomi dei due formaggi citati, che sono peraltro ben noti al lettore italiano, in virtù del fatto che un testo tradotto è, e deve essere, espressione di una cultura estranea.

La strategia traduttiva adottata fino a questo punto ha subito una battuta d’arresto quando ho dovuto fare i conti con la traduzione delle frase riportata al punto IV. Per coerenza con le scelte precedenti avrei dovuto mantenere in inglese anche «cottage cheese», scelta che sarebbe stata praticabile nella prima parte della frase ma non nella seconda, dove avrei ottenuto qualcosa come: «Porta del “cheese” e del “cottage cheese”. Al fine di evitare di ridurre il testo a una serie di “mezze traduzioni” che finirebbero per richiedere al lettore uno sforzo di code switching sproporzionato rispetto alle intenzioni del prototesto, ho preferito affiancare a «cottage cheese» (à 2.4.1.2) una traduzione addomesticante, collocandola all’interno delle consuete parentesi quadre, in modo da poter utilizzare direttamente quest’ultima nell’esempio riportato alla riga successiva. In tal modo il testo guadagna in chiarezza, senza però venire meno alla precisione lessicale che un saggio di linguistica deve garantire.

Il metatesto (2) si propone, quindi, di ovviare alle difficoltà elencate proponendo una soluzione traduttiva diversa, che tenga conto dei limiti che sono stati messi in luce. Va ribadito che non esiste una soluzione corretta in assoluto, ma ogni tentativo di traduzione deve essere dettato da una strategia che necessariamente sacrifica alcuni elementi per privilegiarne altri, ritenuti, in quel determinato contesto, prioritari. La differenza di fondo tra i due risulati ottenuti è che il metatesto (1) passa (o tenta di passare) per un originale, ed è quindi molto poco traduzionale, mentre leggendo il metatesto (2) i campanelli d’allarme del fatto che si tratti di una traduzione sono molteplici. L’atteggiamento focalizzato sull’alta traduzionalità comporta molti rischi, primo su tutti quello di rendere molto ardua la fruizione da parte del lettore, e basta confrontare le due traduzioni proposte nella tabella per rendersene conto. D’altronde, se siamo concordi nell’affermare che «dal confronto matura la coscienza sia delle identità sia delle differenze» (Osimo 2010: 86), si deve riconoscere a questo canale un ruolo fondamentale nell’arricchimento della cultura.

Del resto, la traduzione è, in un certo senso, una contraddizione in termini, un ossimoro: «si presenta come copia ma in realtà è un’originale» (Osimo 2010: 109). Accantonata la pretesa di realizzare fantomatiche “traduzioni fedeli”, concetto che l’autore sfiora alla fine del saggio chiamando in causa il detto «Traduttore, traditore» per metterne a nudo l’infondatezza («traditore di quali valori? Traduttore di quali messaggi?»), Jakobson ribadisce l’importanza di definire innanzitutto i termini della questione affinché la materia trovi posto a pieno titolo tra le scienze. Per indagare su questo ossimoro, insomma, Jakobson reputa necessaria una scienza linguistica a un tempo autonoma e in grado di arricchirsi con i contributi di altre scienze, che ha dimostrato di saper integrare sapientemente come solo uno tra i più grandi ed eclettici studiosi di linguistica del secolo scorso poteva fare: con la semplicità dei geni.


2.6. Riferimenti bibliografici

 

BRADFORD R. 1994 Roman Jakobson. Life, Language, Art, London, Routledge, 1995.

DEVOTO G. e OLI G. (a cura di) 2000 Il dizionario della lingua italiana, Firenze, Le Monnier.

ECO U. 1979 Lector in fabula. La cooperazione interpretativa nei testi narrativi, Milano, Bompiani, 1991.

ECO U. 2003 Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione, Milano, Bompiani.

GALTON F. 1874 English Men of Science. Their Nature and Nurture, London, Macmillan.

JAKOBSON R. 1959 On Linguistic Aspects of Translation, in Jakobson R., Language in Literature, The Jakobson Trust, 1987.

JAKOBSON R. 1963 Saggi di linguistica generale, traduzione di L. Grassi e L. Heilmann, Milano, Feltrinelli, 2002.

JAKOBSON R. 1965 An Exemple of Migratory Terms and Institutional Models (On the fiftieth anniversary of the Moscow Linguistic Circle) in Jakobson R., Selected Writings – Word and Language (vol. II), Den Haag-Paris, Mouton, 1971: 527-538.

JAKOBSON R. 1967 Language and Culture, in Jakobson R., Selected Writings – Contributions to Comparative Mythology. Studies in Linguistics and Philology (vol. VII), Berlin-New York-Amsterdam, Mouton, 1985: 101-112.

JAKOBSON R. 1977 A Few Remarks on Peirce, Pathfinder in the Science of Language, in Jakobson R., Selected Writings – Contributions to Comparative Mythology. Studies in Linguistics and Philology (vol. VII), Berlin-New York-Amsterdam, Mouton, 1985: 248-253.

LÛDSKANOV A. 1967 Un approccio semiotico alla traduzione, a cura di B. Osimo, Milano, Hoepli, 2008.

MAURI P. Jakobson e il suo pullover in Repubblica, Milano, 25 novembre 1986

MERRIAM-WEBSTER 2000 Merriam Webster’s online dictionary, Springfield (Massachusetts), Merriam-Webster, disponibile in internet all’indirizzo: www.merriam-webster.com, consultato nel maggio 2011.

MIGLIORINI B., TAGLIAVINI C., FIORELLI P. 2011 Dizionario italiano multimediale e multilingue d’ortografia e di pronunzia, disponibile in internet all’indirizzo: www. dizionario.rai.it, consultato nel maggio 2011.

OSIMO B. 2002 Storia della traduzione. Riflessioni sul linguaggio traduttivo dall’antichità ai contemporanei, Milano, Hoepli.

OSIMO B. 2004 Manuale del traduttore. Guida pratica con glossario, Milano, Hoepli.

OSIMO B. (a cura di) 2004b Corso di traduzione online, Logos Group, disponibile in internet all’indirizzo

http://courses.logos.it/pls/dictionary/linguistic_resources.traduzione?lang=it, consultato nel maggio 2011.

OSIMO B. 2007 La traduzione saggistica dall’inglese, Milano, Hoepli.

OSIMO B. 2010 Propedeutica della traduzione, Milano, Hoepli.

OTTOGALLI G. 2001 Atlante dei formaggi. Guida a oltre 600 formaggi e latticini provenienti da tutto il mondo, Milano, Hoepli.

POPOVIČ A. 1975 La scienza della traduzione, Milano, Hoepli, 2006.

TOROP P. 1995 La traduzione totale. Tipi di processo traduttivo nella cultura, a cura di B. Osimo, Milano, Hoepli, 2010.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3. Errata corrige

 

 

Pagina

Posizione

nel testo

Metatesto 1

Metatesto 2

Note

3

cpv. 1,

riga 11

eppure,

eppure

punteggiatura

3

cpv. 2,

riga 2

[rispettivamente formaggio, mela […]

[rispettivamente: formaggio, mela […]

punteggiatura

3

cpv. 2,

riga 3

di qualsiasi tipo

di qualsiasi tipo

ridondante

3

cpv. 2,

riga 10

indicarla

indicarlo

concordanza con «cheese»

3

cpv. 2,

riga 11-12

[…] o di qualsiasi formaggio, qualsiasi latticino, qualsiasi alimento, qualsiasi spuntino o forse qualsiasi confezione […]

[…] o di qualsiasi formaggio, latticino, alimento, spuntino o forse qualsiasi confezione […]

evitare dove possibile la ripetizione di «qualsiasi»

5

cpv. 1,

riga 15

interlinguistica

intralinguistica

5

cpv. 1,

riga 18

frase idiomatica

espressione idiomatica

lessico

6

cpv. 1,

riga 1

same

some

trascrizione

7

cpv. 1,

riga 2

Una traduzione di questo tipo […]

Una simile traduzione […]

corpo sonoro (assonanza tra «tipo» e «riferito»)

8

cpv. 1,

riga 1

metalinguistic

“metalinguistic”

trascrizione

8

cpv. 2,

riga 8

jeha paraquot

jena paragot

trascrizione

9

cpv. 2,

riga 2

amplificare

ampliare

lessico

(amplificare: aumentare nella misura consentita dalla moltiplicazione dei valori o delle dimensioni iniziali: a. un suono; rappresentare in modo esagerato.

ampliare: aumentare quanto all’estensione o alle dimensioni. Fig: accrescere, aumentare) Devoto-Oli: 2000

9

cpv. 2,

riga 3

mediante neologismi

mediante neologismi

ripetizione superflua che appesantisce la frase

9

cpv. 2,

riga 7

 apparentemente

all’apparenza

corpo sonoro (assonanza con «semplicemente»)

9

cpv. 3,

riga 3

Le congiunzioni tradizionali «and» [e] e «or» [o], ora sono state integrate […]

Le congiunzioni tradizionali «and» [e] e «or» [o] ora sono state integrate […]

punteggiatura

9

cpv. 3,

riga 8

[…] possono essere tradotte […]

[…] si possono tradurre […]

forma

11

cpv. 1,

riga 1

[…] dei numerali

[…] del numerale

numero

11

cpv. 1,

riga 10

[…] lei ha uno o più fratelli.

[…] lei ha uno o più di un fratello.

11

cpv. 2,

riga 11

[…] nella versione russa di questa frase una risposta a questa domanda è d’obbligo.

[…] nella versione russa di questa frase una risposta a tale domanda è d’obbligo.

forma (evitare la ripetizione del dimostrativo)

11

cpv. 2,

riga 11

D’altro canto, qualunque sia la scelta delle forme grammaticali russe per tradurre

[…]

D’altro canto, qualunque forma grammaticale russa sia scelta per tradurre

[…]

forma

11

cpv. 2,

riga 13

il lavoratore

l’operaio

coerenza con scelte precedenti

11

cpv. 2,

riga 19

Karcevski

Karcevskij

trascrizione

11

cpv. 2,

riga 19

paragonò

paragonava

tempo verbale

12

cpv. 2,

riga 8

mare

more

trascrizione

13

cpv. 1,

riga 2-3

una serie di domande

una serie di domande specifiche

omissione di «specific»

13

cpv. 1,

riga 3

[…] le risposte sì o no […]

[…] le risposte «sì» o «no» […]

forma

13

cpv. 1,

riga 5

Naturalmente l’attenzione […]

Come è naturale, l’attenzione […]

forma (evitare l’assonanza tra «naturalmente» e «costantemente»)

13

cpv. 1,

riga 6

[…] è costantemente focalizzata […]

[…] sarà costantemente focalizzata […]

tempo verbale

13

cpv. 3,

riga 10

[…], al contrario, […]

[…], per contro, […]

lessico

15

cpv. 1,

riga 3

[…] di fronte al fatto che Peccato fosse stato raffigurato dagli artisti tedeschi come […]

[…] di fronte al fatto che alcuni artisti tedeschi avessero raffigurato Peccato come […]

forma

15

cpv. 2,

riga 5

[…] fatta poco dopo l’860 […]

[…] scritta poco dopo l’860 […]

forma

15

cpv. 2,

riga 13

Ma a questo ostacolo poetico, Costantino […]

Ma a questo ostacolo poetico Costantino […]

punteggiatura

15

cpv. 2,

riga 14

[…] richiamava l’attenzione principale sui […]

[…] richiamava l’attenzione principalmente sui […]

forma

15

cpv. 3,

riga 3

in breve

insomma

forma

15

cpv. 3,

riga 3

 qualsiasi cosa costituisca

qualsiasi costituente del

forma

17

cpv. 1,

riga 2

un termine più erudito, e forse più preciso

un termine più erudito e forse più preciso

punteggiatura

17

cpv. 1,

riga 5

− da una lingua in un’altra −

− da una lingua in un’altra,

punteggiatura

17

cpv. 2,

riga 1

«Traduttore traditore»

«Traduttore, traditore»

punteggiatura

19

cpv. 2,

riga 4

doxodčivost

doxodčivost’

trascrizione

19

cpv. 3,

riga 3

[…] e il compito più importante era quello di trovare […]

[…] e il compito più importante era trovare […]

forma

21

cpv. 1,

riga 3

«Decimo congresso dei linguisti»

Decimo congresso dei linguisti

coerenza con scelte precedenti

21

cpv. 1,

riga 6

É il problema […]

C’è il problema […]

coerenza con struttura frase precedente

21

cpv. 1,

riga 10

[…] come è già stato enfatizzato una volta con più decisione […]

[…] come è già stato enfatizzato una volta di più con decisione […]

senso

23

cpv. 1,

riga 11

[…] nella letteratura antropologica, si dice […]

[…] nella letteratura antropologica si dice […]

punteggiatura

23

cpv. 2,

riga 12

officiale

ufficiale

refuso

25

cpv. 1,

riga 4

[…] ricordo ciò che mi è stato detto dal […]

[…] ricordo ciò che mi disse il […]

forma e coerenza con tempi verbali successivi

25

cpv. 1,

riga 13

Eppure,

Eppure

punteggiatura

25

cpv. 2

riga 4

[…] non è stato individuato nessun progresso.

[…] non è stato individuato alcun progresso.

forma

25

cpv. 2,

riga 8

Tutti i tentativi di diversi linguisti di trovarvi tracce di progresso […]

Tutti i tentativi compiuti da vari linguisti per trovarvi segni di progresso […]

corpo sonoro

(evitare assonanze e la ripetizione di «diversi»)

27

cpv. 1,

riga 9

Soltanto,

Soltanto

punteggiatura

27

cpv. 1,

riga 11

[…] adattamenti, e innovazioni terminologiche […]

[…] adattamenti e innovazioni terminologiche […]

punteggiatura

27

cpv. 2,

riga 3

[…] non dovremmo dimenticare […]

[…] non dimentichiamo […]

28

cpv. 2,

riga 8

[…] pattern, […]

[…] pattern: […]

trascrizione

29

cpv. 2,

riga 7

Nella struttura del linguaggio è presente […]

Nella struttura della lingua osserviamo […]

lessico e forma

(evitare la ripetizione tra «è presente» e «presentano»)

29

cpv. 2,

riga 9

[…] dai caratteri distintivi e fonemi […]

[…] da caratteri distintivi e fonemi […]

prep. semplice

29

cpv. 2,

riga 12

[…] strumento indispensabile di pensiero […]

[…]  indispensabile strumento di pensiero […]

ordine delle parole

29

cpv. 2,

riga 14

[…] parlare di cose ed eventi che sono assenti e lontani […]

[…] parlare di cose e situazioni che sono assenti e lontane […]

corpo sonoro

29

cpv. 2,

riga 16

[…] coloro che dicono e coloro ai quali è detto […]

[…] sayers and sayees […]

riferimento implicito al saggio Thought and language (1890) di Samuel Butler, contenuto in Essays on life, art and science. In particolare: «It takes two people to say a thing – a sayer as well as a sayee».

31

cpv. 1

riga 1

[…] appena dopo la schiusa […]

[…] appena dopo la schiusa […]

aggiunta

31

cpv. 2,

riga 8

Se privati del modello adulto, resteranno muti […]

Se privati del modello adulto resteranno muti […]

punteggiatura

33

cpv. 1,

riga 13

A volte,

Talvolta

forma e punteggiatura

33

cpv. 1,

riga 14

conduce

ha condotto

tempo verbale

33

cpv. 1,

riga 17

[…] e cognitiva, […]

[…] e cognitiva […]

punteggiatura

33

cpv. 2,

riga 5

[…] riveste un ruolo significativo e autonomo […]

[…] occupa una parte significativa e autonoma […]

forma

(evitare ripetizione con frase precedente)

33

cpv. 3,

riga 2

[…] la cui lingua madre non ha la divisione grammaticale dei nomi in quelli di genere femminile e quelli di genere maschile[…]

[…] la cui lingua madre non prevede la divisione grammaticale dei nomi di genere femminile e di genere maschile[…]

35

cpv. 1,

riga 4

[…], nell’intento di […]

[…] con l’obiettivo di […]

punteggiatura e forma

35

cpv. 2,

riga 5

durante la mia infanzia

durante l’infanzia

forma (evitare il possessivo)

35

cpv. 2,

riga 5

[…] ho letto le fiabe […]

[…] lessi le fiabe […]

tempo verbale

37

cpv. 1,

riga 8

[…] le interpretazioni inglesi di questi versi danno un’impressione scialba e retorica […]

[…] la resa inglese degli stessi versi appare scialba e retorica […]

lessico, forma e corpo sonoro

37

cpv. 2,

riga 10

[…] che non lo segnala.

[…] che non la segnala.

concordanza con «compiutezza»

37

cpv. 2,

riga 10

Ogni volta che si usa un verbo russo, si deve esprimere se si intende l’azione compiuta, o solo il processo senza riferimenti al suo compimento.

Ogni volta che si usa un verbo russo si deve esprimere se si intende l’azione compiuta o solo il processo, senza riferimenti al suo compimento.

punteggiatura

39

cpv. 1,

riga 4

«[…]», potreste chiedermi […]

«[…]» potreste chiedermi […]

punteggiatura

39

cpv. 1,

riga 10

ripartiscono

trasmettono

lessico

41

cpv. 2,

riga 8

vasto e influente intervento

intervento ponderato e influente

lessico e forma

41

cpv. 2,

riga 14

[…] complementarità tra linguaggio delle scienze […]

[…] complementarità tra il linguaggio delle scienze […]

forma

41

cpv. 2,

riga 20

alla composizione

all’elaborazione

lessico

 



[1] Traduzione del 1963 di Luigi Heilmann e Letizia Grassi

[2] Traduzione proposta in questo elaborato

Corrigan: Tradurre per gli attori CLAUDIA CALIANDRO

Corrigan:
Tradurre per gli attori

CLAUDIA CALIANDRO

Scuole Civiche di Milano
Fondazione di partecipazione
Dipartimento Lingue
Scuola Superiore per Mediatori Linguistici
via Alex Visconti, 18 20151 MILANO

Relatore: professor Bruno Osimo

Diploma in Scienze della Mediazione Linguistica
primavera 2009

© Robert W. Corrigan, 1961

© Claudia Caliandro per l’edizione italiana, 2009

Abstract in italiano

Questo lavoro, che parte dalla traduzione del saggio «Tradurre per gli attori» di Robert W. Corrigan, pubblicato nel 1961 nella raccolta Craft and Context of Translation a cura di Arrowsmith e Shattuck, si propone di affrontare la disciplina della traduzione teatrale da diversi punti di vista, compresa la semiotica del teatro. Partendo da alcuni accenni storici, vengono delineate le caratteristiche proprie che distinguono la traduzione teatrale dalle traduzioni di altri tipi di testo: la dominante della recitabilità e dell’accettabilità nella cultura ricevente è la caratteristica fondamentale. Vengono poi presentate le diverse concezioni della dialettica tra testo scritto (testo drammatico) e messinscena (testo spettacolare) e le scelte che il traduttore deve fare nell’affrontare la traduzione. Infine si analizza il rapporto tra le figure principali coinvolte nel processo traduttivo: l’autore dell’opera, il traduttore, l’attore e lo spettatore.

English abstract

This work, which starts with the translation of the essay «Translating for Actors» by Robert W. Corrigan, published in the collection Craft and Context of Translation edited by Arrowsmith and Shattuck in the 1960s, deals with drama translation, focusing on different points of view, including theatre semiotics. Starting from a historical outline, the main distinctive features of drama translation as compared to other types of texts are described: the dominants are performability and acceptability in the target culture. The different views of the relationship between written text (dramatic text) and play (performance text) are shown, together with the translator’s choices. The work ends with the analysis of the relationship among the main actors of the translating process: the playwright, the translator, the actor and the spectator.

Zusammenfassung auf Deutsch

Die vorliegende Diplomarbeit beginnt mit der Übersetzung des Essays «Translating for Actors» von Robert W. Corrigan, welches im Werk Craft and Context of Translation von Arrowsmith und Shattuck im Jahr 1961 veröffentlicht wurde. Diese Arbeit befasst sich mit der Theaterübersetzung unter Berücksichtigung verschiedener Ansichten, wie z.B. der Semiotik des Theaters. Beginnend mit einigen historischen Aspekten, werden anschließend die Hauptmerkmale beschrieben, welche die Theaterübersetzung von anderen Texttypologien unterscheiden; davon sind die Umsetzbarkeit auf der Bühne und die Akzeptanz in der Ziel-Kultur am wichtigsten. Außerdem werden die verschiedenen Meinungen über die Dialektik zwischen dem „Text-Modell“ und dem „Performance-Modell“, und die Entscheidungen des Übersetzers während des Übersetzungsprozesses dargestellt. Schließlich wird das Verhältnis zwischen den Hauptakteuren der Übersetzung untersucht: dem Autor, dem Übersetzer, dem Schauspieler und dem Publikum.

Sommario

1. Prefazione
1.1. Storia della traduzione teatrale
1.2. La semiotica del teatro
1.3. Drammaturghi, traduttori, spettatori
1.4. Riferimenti bibliografici
2. Traduzione con testo a fronte
2.1. Riferimenti bibliografici

1. Prefazione
1.1. Storia della traduzione teatrale
Gli studi sulla storia della traduzione teatrale sono davvero scarsi e non è possibile rifarsi a una teoria specifica o a un manuale con linee guida fisse e imprescindibili da seguire. L’impossibilità di costituire una teoria sulla traduzione teatrale forse è riconducibile alla stessa natura poco teorica del teatro, che in quanto «arte fragile, effimera, particolarmente esposta all’influenza del momento […] [comporta che sia necessario] correggere costantemente la teoria critica deputata a descrivere il fenomeno teatro» (Pavis, 1998: 5). La labilità della disciplina teatrale, il suo essere contingente, e non eterno come invece molti tendono a pensare, si rispecchia anche nel lavoro di traduzione di testi teatrali.
In linea generale, le norme traduttive valide per la narrativa devono essere considerate valide anche per la traduzione teatrale, anzi amplificate. Per Zuber nella traduzione teatrale si dispiegano due fasi: la prima è il processo di traduzione da una lingua all’altra; la seconda è il processo di trasposizione del testo tradotto sul palcoscenico. Zuber considera la traduzione teatrale una «sottosezione» della disciplina della traduzione narrativa e la distingue da tutte le altre forme di traduzione in primis per due dominanti: la recitabilità e la parlabilità. «A play written for a performance must be actable and speakable» pertanto nella traduzione vanno presi in considerazione anche gli aspetti non verbali e culturali e i problemi sul palcoscenico (Zuber, 1988: 485). Non esisterà una traduzione giusta e una traduzione sbagliata, ma quella più o meno accettabile, che possa essere recepita dalla cultura ricevente nel migliore dei modi. «Unlike the translation of a novel, or a poem, the duality inherent in the art of the theatre requires language to be combine with spectacle, manifested through visual as well as acoustic images» (Anderman, 1998: 71).
In Europa la traduzione di opere teatrali inizia nella seconda metà del Seicento, quando la grande richiesta da parte delle compagnie teatrali porta alla produzione di numerose traduzioni affrettate e spesso poco accurate. Nell’Umanesimo nasce invece un tipo di traduzione che privilegia la lettura anziché la rappresentazione: la traduzione dei classici. Un esempio emblematico è la traduzione di Shakespeare, che nel buio della teoria sulla traduzione teatrale rappresenta il filo conduttore empirico per capire le logiche sottese alle ricerche sulla traduzione teatrale. La Routledge Encyclopedia (Baker, Malmkjaer, 1998: 222-226) dedica un capitolo alla Shakespeare Translation e paragona l’impatto che questa ha avuto sulle culture a quello avuto dalla traduzione della Bibbia. Nel caso di Shakespeare, ma ciò vale per tutte le traduzioni dei classici, si contrappongono i sostenitori dell’ortodossia filologica nella traduzione del dramma, che danno meno risalto alla recitabilità, e quelli che invece si azzardano a rivitalizzare il classico e a proporre scelte di traduzione che hanno come dominante l’accettabilità da parte della cultura ricevente. Solitamente però, questi ultimi tipi di “esperimenti” trovano poco séguito tra il pubblico e invece paradossale è sapere come traduzioni filologicamente orientate abbiano avuto così successo tra i classicisti, che vanno a teatro seguendo il testo scritto e solo di rado alzano gli occhi al palcoscenico[1]. La conseguenza estrema dell’atteggiamento classicista è considerare il testo originale qualcosa di “sacro” e rifiutare invece un approccio “relativistico”, che sappia cioè giudicare caso per caso il prototesto e la relativa traduzione.

1.2. La semiotica del teatro
Il traduttore può considerare il testo teatrale pura letteratura oppure parte integrante di una produzione teatrale, può quindi rispettivamente avere come committente un editore oppure un regista (o un teatro). Nel primo caso il frutto del lavoro del traduttore sarà un testo drammatico, nel secondo caso un testo spettacolare, cioè l’attuazione scenica.
La distinzione tra testo drammatico e testo spettacolare si deve alle riflessioni teoriche e analitiche del circolo di Praga, che agli inizi degli anni Trenta elabora la disciplina delle semiotica del teatro.
In una prima fase la semiotica del teatro punta il proprio interesse sull’elemento testuale del teatro, in particolare sul testo verbale scritto che costituisce il testo drammatico (concezione linguistico-strutturalista). La preferenza per il testo scritto, considerato l’elemento fisso e invariante del teatro, è sicuramente retaggio della concezione logocentrica, che da Aristotele fino alla fine dell’Ottocento, è stata considerata l’unica risposta valida nell’analisi teatrale. Il testo scritto sarebbe portavoce del senso e quindi struttura profonda ed elemento essenziale dell’arte drammatica e le messe in scena sarebbero solo espressioni superficiali, posteriori e subordinate al testo scritto. La concezione logocentrica pone il testo e la scena in un rapporto dialettico, associato alla teologia (In principio era il verbo), che vede il testo come anima, portatrice di senso e la scena come corpo esteriore che «distoglie il pubblico dalle bellezze della vicenda e dalla riflessione sul conflitto tragico» (Pavis, 1998: 487-488).
Dalla seconda metà degli anni Settanta, De Marinis si fa portavoce della necessità di una modifica radicale dell’approccio logocentrico: lo spettacolo concreto (il testo spettacolare) diventa vero oggetto dell’analisi semiotica. Il testo spettacolare permette di cogliere diacronicamente e sincronicamente il senso della rappresentazione. Alcuni semiotici considerano la messa in scena una traduzione intersemiotica, «una transcodifica di un sistema in un altro» e Pavis giudica ciò «una mostruosità semiologica» (Pavis, 1998: 394). Anche continuare a concepire il testo scritto come unico elemento essenziale invariante del dramma e la messa in scena come espressione, puro «allestimento di un’evidenza testuale» è secondo Pavis sbagliato. Artaud giudica un «teatro di idioti, di pazzi, di invertiti, di pedanti, di droghieri, di antipoeti, di positivisti, in una parola di Occidentali» quel teatro che si ostina a subordinare lo spettacolo al testo (Artaud citato in Pavis, 1998: 488). Meno estrema sembra l’opinione di Zuber, che vede il testo scritto come elemento irrevocabile e permanente, mentre ogni messinscena basata su quel testo è diversa, unica, assolutamente contingente e legata alle varianti di tempo e spazio in cui si realizza: «a theatre perfomance is subject to changes according to audience reaction, acting performance, physical environment, and other factors» (Zuber, 1988: 485).
Non è possibile dunque giudicare il testo scritto e il testo spettacolare in termini gerarchici: sono parti imprescindibili del testo teatrale, che esistono e funzionano reciprocamente per creare il fatto teatrale. Il testo scritto è portatore di senso e la rappresentazione è «l’enunciazione del testo drammatico in una data messa in scena che conferisce al testo un senso e non un altro» (Pavis, 1998: 395). Pavis pone l’attenzione su un’ulteriore corrente di pensiero che sostiene che tra testo e scena si creerebbe una distanza ermeneutica irriducibile, nel momento in cui non si considera più la scena subordinata al testo. La distanza che separa testo e scena permette di approcciarsi diversamente al testo e di interpretarlo con altri significati. Testo e scena diventerebbero così due componenti distinte, con significati diversi. Bernard Dort scrive che

forse a teatro il piacere è dato dal vedere un testo, per definizione estraneo al tempo e allo spazio, inscriversi nell’istante effimero e nel tempo delimitato dello spettacolo. Così, la rappresentazione teatrale non sarebbe il luogo di una ritrovata unità, ma piuttosto quello di una tensione, mai pacificata, tra eterno ed effimero, universale e particolare, astratto e concreto, testo e scena. La rappresentazione non rappresenta più o meno un testo, ma lo critica, gli fa violenza, lo interroga; si confronta con esso e lo confronta a sé: non è un accordo, ma una lotta (Dort, citato in Pavis, 1998: 488-489).

Il rapporto tra testo e rappresentazione non è d’altronde stato del tutto chiarito; le ricerche tendono a profilarsi su due binari paralleli: da una parte la semiotica del testo e dall’altra la semiotica della rappresentazione, senza individuare punti di confronto tra i risultati dei due approcci.
Boselli nel suo saggio sostiene che tra testo drammatico e testo spettacolare sono da notare elementi di convergenza tipici dell’arte teatrale, vincoli reciproci che accomunano i due livelli, costituiti da codici spettacolari e convenzioni teatrali che portano a considerare alla base di tutto una forte intertestualità. A volte alcuni critici, per identificare ciò che è puramente teatrale e ciò che è extrateatrale, hanno stabilito codici teatrali riferendosi a un caso particolare, e hanno poi preteso di usare quei codici per tutte le altre analisi di casi diversi. Questa teoria è troppo rigida per poter descrivere il teatro. Usare il codice come elemento costitutivo, ben celato, della rappresentazione è secondo Pavis sbagliato di principio. Il codice deve essere piuttosto un metodo di analisi, che il fruitore, in quanto ermeneuta, sceglie per interpretare l’elemento rappresentato, sotto la guida dell’interprete (Pavis, 1998: 394).
Secondo Tessari la caratteristica propria di un testo drammatico è l’autenticità teatrale. Anche se scritto e non deputato a una rappresentazione, il testo drammatico deve in ogni caso essere pensato per essere recitato, non deve restare parole su carta, frutto di una lettura individuale. «I personaggi, i dialoghi, i monologhi posti su carta […] nascono e prendono forma (inconfondibile forma) da ben altra inclinazione mentale: quella che guarda alle parole della pagina scritta come a segni pienamente fruibili e collettivamente fruibili soltanto se vivificati da una finzione in atto che sappia farli propri» (Tessari, 1996: 23, corsivo aggiunto).
«There is pratically no theoretical literature on the translation of drama as acted and produced», scrive Lefevere nel 1980, che individua il motivo della mancanza di teorie nell’analisi testuale fallace confinata solo al testo scritto (il testo drammatico) e nella scarsa importanza data alla pragmatica nel contesto della traduzione teatrale. E pensare che sono proprio i paradigmi pragmatici a distinguere un testo drammatico da un testo “ordinario”. Searle sosteneva che «non vi sono proprietà testuali, siano esse sintattiche o semantiche, che possano identificare un testo come opera di finzione» (Searle, citato in Pavis, 1998: 486); piuttosto un testo drammatico è tale perché circoscrivibile entro la cornice della finzione, perché pensato per essere sensorialmente percebile.
Il campo di interesse per un traduttore di testi teatrali deve essere dunque interdisciplinare. È «indispensabile che il traduttore di poesia teatrale lavori di conserva con tutti coloro che allestiscono lo spettacolo e prenda parte al vivo della sua preparazione» (Luzi, 1990: 99).

1.3. Drammaturghi, traduttori, spettatori
Mario Luzi nel suo saggio descrive il rapporto tra autore e traduttore nella lirica come un «duello» tra il primo che vorrebbe che il proprio lavoro rimanesse intonso, autentico, e il secondo che in quanto portatore di creatività e autonomia si sente legittimato alla creazione. Questo gioco tra le due parti può allo stesso modo capovolgersi, vedendo l’autore originale come vittima passiva dell’«immobilità dell’oggetto» creato, e il traduttore come l’artefice vero e proprio della creazione. La contesa sarà giocata non a cielo aperto bensì segretamente e quindi il vincitore e il vinto, i torti o le ragioni, insomma il giudizio, resterà completamente limitato ai princìpi sottesi riconosciuti solo da una delle due parti (Luzi, 1990: 97). Alcune concezioni comuni che riguardano la letteratura in generale considerano il testo originale come un «ipo-testo eterno» e autentico, e le sue traduzioni come «iper-testi caduchi» (Boselli, 1996: 66), meramente circoscritti alle varianti di tempo e spazio. Secondo tali concezioni la traduzione verrebbe vista e sentita come un rapporto padrone-servitore (senza neppure dunque considerare l’autore e il traduttore due duellanti di pari grado nella sfida!), in cui chi sopperisce alle leggi di autenticità e originalità è il traduttore, a discapito della «prerogativa del disporre e del fare» (Luzi, 1990: 97). Nell’àmbito della traduzione teatrale tali teorie immobiliste appaiono ingiustificate. A teatro la sottesa disputa tra autore e traduttore viene ufficializzata e il merito o il demerito dell’uno o dell’altro viene giudicato dal palcoscenico, che «registra come un sismografo le variazioni d’energia del linguaggio» (Luzi, 1990: 98). Anche le minuscole disattenzioni che sulla carta scritta possono considerarsi innocue irrimediabilmente trapelano nella messa in scena per la mancanza di fluidità nel dialogo o per l’assenza vera e propria di azione, come spesso nota Corrigan nel suo saggio. Stark Young a proposito della traduzione di Čehov sostiene che «the speech lives or dies […] by its precision. In the form alone lies much of its meaning and all its point» (Young, 1938: 740). Altre volte invece traduzioni corrette e dotate di senso logico non riescono a far scaturire l’azione, non assecondano la recitazione. Pirandello sostiene che

bisogna che il drammaturgo [e quindi il traduttore] trovi la parola che sia l’azione stessa parlata, la parola viva che muova, l’espressione immediata, connaturata con l’atto, l’espressione unica, che non può essere che quella, propria cioè a quel dato personaggio in quella data situazione; parole, espressioni che non s’inventano, ma che nascono, quando l’autore si sia veramente immedesimato con la sua creatura fino a sentirla com’essa si sente, a volerla com’essa si vuole (Pirandello, 1939: 235).

Nell’ambito teatrale si distinguono due scuole di pensiero che descrivono due diversi approcci che il traduttore di un’opera teatrale può assumere. La prima è quella dei traduttori “gelosi” della loro autonomia che perseguono la strada dalla traduzione “eterna”, producono testi statici che verranno solo pubblicati, e lasciano quindi libero arbitrio al regista per quanto concerne la messa in scena dell’opera. La seconda scuola invece, più saggiamente, si occupa di traduzioni in funzione di uno spettacolo che hanno quindi come dominante la recitabilità e tengono in conto soprattutto una reinterpretabilità da parte della cultura ricevente. Questa scuola si trova d’accordo con la seguente asserzione di Zuber: «as well as being a literary text, the translation of drama as a performing art is mainly dependent on the final production of the play on the stage and on the effectiveness of the play on the audience» (Zuber, 1988: 485). Tali traduzioni, pur di ottenere un’efficace ricezione dal pubblico, tralasciano il rigore e l’esattezza filologica del testo originale.
In un connubio tra immagini acustiche, visive ed emozionali, il teatro trasmette un messaggio e allo stesso tempo allieta l’animo del pubblico: quale migliore mezzo di comunicazione? Nel caso di un dramma tradotto si tratta di comunicazione interculturale. Ecco che il teatro riesce a diventare anche un eminente luogo d’intertestualità, assumendo «i connotati di una corsia preferenziale per il dialogo interculturale» (Boselli, 1996: 71). Non può esistere una traduzione definitiva ed eterna, ma solo adatta alla cultura che è pronta a riceverla. L’arte teatrale è in continua evoluzione e strettamente esposta all’influenza del momento. La lontananza temporale, linguistica, culturale sono sfide che il traduttore professionista affronta quotidianamente, sono presupposti del suo lavoro come lo è conoscere la lingua straniera. Nel teatro, chi giudica il lavoro del traduttore è il pubblico, che si aspetta, a seconda dei casi, di divertirsi o di commuoversi, ma soprattutto di trovare punti di complicità, di trarne un insegnamento, insomma di comprendere l’opera e sentirsi partecipe del fatto teatrale. Sminuire il pubblico come digiuno di senso critico, passivo, incapace di cogliere messaggi, è un grave torto che si fa al destinatario del fatto teatrale. È per lo spettatore che il traduttore deve lavorare, è per ottenere la sua ricezione dell’opera che il traduttore spesso deve scendere a patti con il rigorismo della traduzione letteraria, seguire scelte coraggiose che possano rendere la fluidità dell’opera e la sua freschezza, come se fosse nata nuovamente e per la prima volta venisse presentata a quel particolare pubblico. Cito a tal proposito Pirandello: «Nell’esecuzione si dovrebbero trovare tutti i caratteri della concezione» (1939: 234). Solo in questo modo si permette alla comunicazione interculturale di eseguirsi.
Se il teatro nega alla cultura emittente il diritto di essere rappresentata in maniera completa, con pregi e difetti, questa ne usce sconfitta, sminuita. La comunicazione si svolgerà solo in termini di chiusura tra le due culture e dà adito ai soliti pregiudizi e luoghi comuni, che purtroppo esistono proprio per una mancanza di conoscenza reciproca. Sconfitta è anche la cultura ricevente, che vede vanificato il suo andare a teatro: viene privata del diritto di giudizio spassionato di un’altra cultura, diversa e magari lontana, che il teatro avrebbe potuto rendere più vicina. Normalmente nella narrativa, in funzione dell’abbattimento della distanza spaziale e temporale che intercorre tra la cultura emittente e quella ricevente, la traduzione viene accompagnata da un apparato metatestuale, che può essere costituito da un’introduzione, da note, commenti, saggi critici che inquadrano il testo. Nel teatro un tale apparato è improbabile e poco fattibile, quindi a maggior ragione la distanza deve essere colmata nella rappresentazione, in tutto l’apparato teatrale, preceduta da un impianto teorico affidato alla collaborazione fra linguisti, letterati, comparativisti, drammaturghi e registi (Anderman, 1998: 74).
Chiaramente è impossibile ottenere l’effetto equivalente, ovvero sortire gli stessi effetti che l’autore originale voleva per il pubblico che parla la sua lingua, anche perché è difficile capire qual è. Pirandello nel suo saggio ha come leitmotiv l’impossibilità dell’interpretazione in toto. Ogni persona sente e vede alla sua maniera e quindi non esiste mai un’interpretazione perfettamente filologica, specchio di ciò che l’autore sentiva e vedeva. L’opera di mediazione tra una lingua e l’altra non è mai obiettiva perché il sentire e il vedere del traduttore non può mai venire completamente filtrato, annullato. E l’attore, che si “intromette” tra la creatura e l’autore, può solo cercare di incarnarsi nel personaggio creato dal drammaturgo e tuttavia l’immagine da lui incarnata è solo somigliante e non uguale, perché ricreata un’altra volta nel suo corpo, nella sua mente, nella sua voce, nel suo gesto. Pirandello associa il caso dell’attore a quello del traduttore: la creazione di qualcosa di altro, che pur perseguendo il fine della trasmissione di una «creatura» non sua, ha in sé l’espressività del traduttore, e non più dell’autore originale. La creazione da parte del traduttore di qualcosa di nuovo, di un altro originale si associa al pensiero elaborato da alcuni traduttori brasiliani, il «cannibalismo», secondo il quale il traduttore divora il prototesto e ne crea uno tutto suo (Boselli, 1996: 66).
Sia che si giudichi il traduttore un “cannibale” che si ciba del testo originale per crearne un altro, oppure un rigorista ortodosso e filologicamente fedele, è necessario affrontare la spinosa questione del lettore modello nella traduzione teatrale.
Il saggio di Corrigan ripete insistentemente che la traduzione deve essere fatta per gli attori. Possiamo dunque azzardare che il lettore modello del processo traduttivo di un’opera teatrale sia l’attore? E lo spettatore, il fruitore dell’opera, che ruolo assume nel processo teatrale? Probabilmente si dispiegano due passaggi traduttivi: nel primo il lettore modello del traduttore è l’attore; nel secondo il traduttore ha come lettore modello il pubblico.
Anche in questo caso non vi è purtroppo l’apporto teorico per rispondere al quesito. Le ricerche sono numerose per quanto concerne il ruolo dell’attore, il ruolo del pubblico e il lettore modello nella narrativa, ma non è ancora affiorato un confronto tra questi studi che dimostri quale sia il lettore modello nella traduzione teatrale.
Se si vuole considerare il teatro come una sorta di episodio di lettura collettiva, multimediale, possiamo ben decretare il pubblico come lettore modello a cui il traduttore si indirizza, un pubblico che però diventa entità unica. Durante la fruizione, infatti, l’individualità dei singoli spettatori si uniforma almeno parzialmente.

Non si può separare lo spettatore come individuo dal pubblico come agente collettivo. Nello spettatore-individuo passano i codici ideologici e psicologici di molti gruppi, mentre la sala costituisce, a volte, un’entità, un corpo che reagisce in blocco (Pavis, 1998: 426).

Uniformare il pubblico significa prefissarsi un pubblico ideale, che sia in grado di comprendere nell’unico modo possibile la messinscena. Questo concetto è il fulcro dell’estetica della ricezione di Jauss (Rezeptionsästethik) e Pavis ritiene assai improbabile considerare il fatto teatrale in funzione di un «ricevente onnipotente» (Pavis, 1998: 427). Il pubblico è a rigor di logica considerato in blocco perché si trova a dover interpretare in blocco nello stesso spazio e nello stesso tempo il fatto teatrale, ma non è detto che da esso scaturisca una reazione e un’interpretazione in blocco. Tale opinione però non vuole dare adito alla legittimità di molteplici interpretazioni tutte possibili, nel teatro così come nella letteratura: come Pareyson sostiene «è sempre una persona concreta quella che, dal suo punto di vista, cerca di rendere e far vivere l’opera com’essa stessa vuole» (Pareyson, 1954 [1988: 11]).

1.4. Riferimenti bibliografici

Anderman, G. 1998, «Drama translation» in Routledge Encyclopedia of Translation Studies a cura di M. Baker e K. Malmkjaer, London:Routledge: 71-74.

Artaud, A. 1968, Il teatro e il suo doppio e altri scritti, Torino: Einaudi. [princeps 1938].

Baldini Castoldi Dalai Editore 2008, La semiotica del teatro, disponibile nel sito http://delteatro.it/dizionario_dello_spettacolo_del_900/s/semiologia_teatro_e.php, Milano: Baldini Castoldi Dalai, consultato nel mese di gennaio 2009.

Baker, M., Malmkjaer, K. 1998, a cura di, Routledge Encyclopedia of Translation Studies, London, Routledge.

Boselli, S. 1996. «La traduzione teatrale». Testo a fronte. Milano: Crocetti, numero 15, ottobre: 63-80.

Delabastita, D. 1998, «Shakespeare translation» in Routledge Encyclopedia of Translation Studies, London: Routledge: 222-226.

Luzi, M. 1990. «Sulla traduzione teatrale». Testo a fronte. Milano: Guerini, numero 3, ottobre: 97-99.
Osimo, B. 2004 Manuale del traduttore, Milano: Hoepli.

Pareyson, L. 1988, Estetica. Teoria della formatività, Milano: Bompiani. Prima edizione 1954.

Pavis, P. 1998. Dizionario del teatro, edizione italiana a cura di Paolo Bosisio, Bologna: Zanichelli.

Pirandello, L. 1908 «Illustratori, attori, traduttori», in Saggi, a cura di Manlio Lo Vecchio Musti, Milano: Mondadori, 1939: 227-246.

Pisanty, V., Pellerey R. (2004). Semiotica e interpretazione, Milano: Bompiani.

Tessari, R., Alonge R. (1996). Lo spettacolo teatrale. Dal testo alla messinscena, Milano: LED.

Young, S. 1938, «On translating The Seagull», Theatre Arts Monthly in Chehkhov The critical heritage, a cura di Victor Emeljanow, London, Boston and Henley, Routledge & Kegan 1981: 418-422.

Zuber-Skerrit, O. «Toward a Typology of Literary Translation: Drama Translation Science», 1988, in Meta: journal des traducteurs, volume 3, numero 4: 485-490, disponibile nel sito www.erudit.org consultato nel febbraio 2009.

2. Traduzione con testo a fronte

Translating for Actors

Robert W. Corrigan

We are just now in this country discovering the plays of such European playwrights as lonesco, Beckett, Genet, Adamov, and Ghelderode. With a prudishness that is about par for the course, we tend to reject these plays and label their authors opprobiously as avant-garde. But somehow – in spite of our rejection – the plays keep reasserting themselves; they have a mysterious hold on our sensibilities. For all their apparent unintelligibility and simplicity, they possess a vitality we have missed in our theater. But what is the source of this vitality?
At first glance, it is the non-didactic quality which differentiates the work of these playwrights from those stereotyped forms to which we are so accustomed; there are no clear, packaged ‘morals’ or ‘inspiring’ attitudes. But we soon discover that underlying this lack of didacticism is a more central fact: each of these writers is revolting against the tyranny of words in the modern theater. The dialogue is not a monologue apportioned out to several characters; there is none of the planted line and heavy-handed cross-reference to which we are so accustomed; there are a multitude of symbols, but these symbols mean nothing in particular and yet suggest many things. In each of these plays the characters lead their own lives, talk their own thoughts. Their speeches impinge on each other and glance away. Finally, in all of these plays there is an
Tradurre per gli attori

Robert W. Corrigan

Ci troviamo ora in questo paese per scoprire le opere teatrali di drammaturghi europei quali Ionesco, Beckett, Genet, Adamov e Ghelderode. Con un certo moralismo che è quasi ciò che ci si aspetta, tendiamo a rifiutare tali opere e a qualificare oltraggiosamente i loro autori come avant-garde. Tuttavia, in un certo qual modo – nonostante la nostra avversione – le opere continuano a riaffermarsi; mantengono una misteriosa presa sulle nostre sensibilità. Nonostante la loro apparente imperscrutabilità e semplicità, possiedono una vitalità nel nostro teatro che si è persa. Ma qual è il fulcro di questa vitalità?
A una rapida osservazione, è la qualità non didascalica delle opere di questi drammaturghi a differenziarle da quelle forme stereotipate a cui siamo tanto abituati; non ci sono “princìpi morali” chiari e ben confezionati o gesta “ispiranti”. Tuttavia, sottolineando questa mancanza di didascalicità, scoviamo presto una questione più centrale: ciascuno di questi drammaturghi si sta rivoltando contro la tirannia delle parole del teatro moderno. Il dialogo non è un monologo ripartibile tra diversi personaggi; non c’è nessuna linea guida o rimando intertestuale evidente, ai quali siamo così avvezzi; sono presenti molteplici simboli, ma questi simboli non rappresentano nulla in particolare e allo stesso tempo evocano molte cose. In ognuna di queste opere i personaggi conducono la propria vita, esprimono i loro pensieri. I loro discorsi si ripercuotono l’uno sull’altro e scorrono altrove. Infine, in ogni dramma vi è

insistence upon the gestures of pantomime as the theater’s most appropriate and valuable means of expressions; an insistence that the mimetic gesture precedes the spoken word and that the gesture is the true expression of what we feel, while words only describe what we feel. In fact, these writers assert that in objectifying the feeling in order to describe it, words kill the very feeling they would describe.
It is no wonder, then, that these playwrights feel a great affinity to the mimes – Etienne Decroux, Marcel Marceau, and Jacques Tati; no wonder that they turn for inspiration to the early films of Charlie Chaplin, Buster Keaton, the Keystone Cops, Laurel and Hardy, and the Marx Brothers; no wonder, finally, that they are all under the influence of Jacques Copeau and Antonin Artaud. It is only with the recent translation into English of Artaud’s book, The Theater and Its Double (the earlier and more seminal work of Copeau has not as yet been translated), that most of us have been able to discover what the aesthetic of this whole avant-garde theater movement is.
Artaud’s basic premise was that in the theater it is a mistake to assume that ‘In the beginning was the word.’ And our theater does make just that assumption. For most of us, critics as well as playwrights, the Word is everything; there is no possibility of expression without it; the theater is thought of as a branch of literature, and even if we admit a difference between the text spoken on the stage and the text read by the eyes, we have still not managed to separate it from the idea of a performed text.

un’insistenza sui gesti della pantomima, annoverati come mezzi di espressione teatrale più appropriati e validi; un’insistenza sul fatto che il gesto mimico preceda la parola parlata e che il gesto sia la vera espressione di ciò che proviamo, mentre le parole possono soltanto descrivere ciò che proviamo. Precisamente, questi drammaturghi asseriscono che, oggettivando il sentimento nell’intento di descriverlo, le parole uccidono lo stesso sentimento che vorrebbero descrivere.
Non c’è da stupirsi, dunque, che questi autori si trovino in grande sintonia con i mimi – Etienne Decroux, Marcel Marceau e Jacques Tati; non c’è da stupirsi che traggano ispirazione dai primi film di Charlie Chaplin, Buster Keaton, Laurel e Hardy, dei Keystone Cops, e dei fratelli Marx; non c’è da stupirsi infine che siano tutti sotto l’influenza di Jacques Copeau e Antonin Artaud. È solo con la recente traduzione verso l’inglese del libro di Artaud, Le Théâtre et son double [Il teatro e il suo doppio] (il primo, fondamentale, lavoro di Copeau non è stato ancora tradotto), che la maggior parte di noi ha potuto scoprire cosa fosse l’estetica dell’intero movimento teatrale dell’avant-garde.
La premessa fondamentale di Artaud era che nel teatro è un errore sostenere che «in principio era il verbo». E il nostro teatro fa proprio quell’assunto. Per la maggior parte di noi, critici così come drammaturghi, il verbo è tutto; senza non vi è possibilità di espressione; il teatro è considerato un ramo della letteratura, e anche se ammettiamo una differenza tra il testo declamato sul palco e il testo letto con gli occhi, non siamo ancora in grado di separarlo dall’idea di un testo recitato.
Artaud and the playwrights who have followed him maintain that our modern psychologically oriented theater is denying the theater’s historical nature. For them the stage is a concrete physical place which must speak its own language – a language that goes deeper than spoken language, a language that speaks directly to our senses rather than primarily to the mind as with the language of words.
This is the most significant thing about the avant-garde theater – it is a theater of gesture. ‘In the beginning was the Gesture!’ Gesture is not a decorative addition that accompanies words; it is rather the source, cause, and director of language, and insofar as language is dramatic, it is gestural. It is this insistence upon restoring the gestural basis to theater that has resulted in the renascence of pantomime in such plays as The Chars, Waiting for Godot, Ping-Pong, Endgame, The Balcony, and Escurial. Those of you who have seen any of these plays in production know how different this pantomime is from pantomime as most moderns conceive of it. For most of us, pantomime is a series of gestures which represent words or sentences – a game of charades. But this is not the pantomime of history. For the great mimists, Artaud points out, gestures represent ideas, attitudes of mind, aspects of nature which are realized in an effective, concrete way, by constantly evoking objects or natural details much as Oriental language represents night by a tree on which a bird that has closed one eye is beginning to dose the other.

Artaud e i suoi discepoli sostengono che il nostro teatro moderno orientato psicologicamente stia sconfessando la natura storica del teatro. A loro parere, il palco è un luogo fisico concreto che deve parlare un linguaggio proprio – un linguaggio che va più in profondità rispetto alla lingua parlata, una lingua che si rivolge direttamente ai nostri sensi, invece che in primis alla nostra mente, come fa il linguaggio delle parole.
Questo è l’aspetto più significativo del teatro dell’avant-garde – è un teatro del gesto. «In principio era il gesto»! Il gesto non è un’aggiunta decorativa che accompagna le parole; è invece il fulcro, la causa e il regista della lingua, e per quanto il linguaggio sia drammatico, è essenzialmente gestuale. È questa insistenza sul ripristinare la base gestuale del teatro che ha condotto alla ripresa della pantomima in opere quali Les Chaises [Le sedie], En attendant Godot [Aspettando Godot], Le Ping Pong [Ping-Pong], Fin de partie [Finale di partita], Le Balcon [Il balcone] e Escurial. Chiunque di voi abbia assistito a un riallestimento di queste commedie sa come questa pantomima sia diversa dalla pantomima come viene intesa dalla maggior parte dei contemporanei. Per molti di noi, la pantomima è una serie di gesti che rappresentano parole o frasi – una sciarada. Ma questa non è la pantomima storica. Per i grandi mimi, sostiene Artaud, i gesti rappresentano idee, atteggiamenti mentali, aspetti della natura che sono realizzati in un modo efficace e concreto, evocando costantemente oggetti o dettagli della natura, come fa il linguaggio orientale rappresentando la notte con un albero su cui un uccello che ha

The famous director, Meyerhold, was striving for the same thing in his attempt to restore vitality to the Russian theater at the turn of the century. With the exception of Chekhov – and the affinity of Chekhov to the avant-garde is greater than one might at first think – most of the playwrights of that time were trying to transform literature for reading into literature for the theater. Meyerhold correctly saw that these playwrights were in fact novelists who thought that by reducing the number of descriptive passages and enlivening the story by increasing the characters’ dialogue, a play would result. Then this novelist-playwright would invite his reader to pass from the library into the auditorium. As Meyerhold put it in his essay, ‘Farce’:
Does the novelist need the services of mime? Of course not. The readers themselves can come onto the stage, assume parts, and read aloud to the audience the dialogue of their favorite novelist. This is called ‘a harmoniously performed play.’ A name is quickly given to the reader-transformed-into-actor, and a new term, ‘an intelligent actor,’ is coined. The same dead silence reigns in the auditorium as in the library. The public is dozing. Such immobility and solemnity is appropriate only in a library.

There has been a bit of intentional overstatement in all of this. Obviously, it is not a matter of suppressing the speech in the theater. It is not that language is not important in the theater, it is rather a matter of changing its role. Since the

un occhio sta per chiudere l’altro.
Il famoso regista Mejerhol´d al volgere del secolo si stava impegnando per raggiungere lo stesso obiettivo, nel tentativo di ridare vitalità al teatro russo. A eccezione di Čehov – e l’affinità dell’avant-garde con Čehov è maggiore di quanto si possa pensare a una prima lettura – numerosi drammaturghi di quel tempo stavano cercando di trasformare la letteratura da leggere in letteratura per il teatro. Mejerhol´d notò correttamente che questi scrittori erano in realtà romanzieri che pensavano che riducendo il numero dei passaggi descrittivi e rianimando la vicenda aumentando i dialoghi tra i personaggi, ne sarebbe risultata un’opera teatrale. Quindi questo scrittore-romanziere avrebbe invitato il lettore a passare dalla biblioteca all’auditorium. Come Mejerhol´d scrisse nel suo saggio Фарс [La farsa]:
Il romanziere ha bisogno dei servizi del mimo? Certamente no. Gli stessi lettori possono salire sul palco, assumere delle parti, e leggere al pubblico ad alta voce il dialogo del loro romanziere prediletto. Questo è ciò che viene denominato «un’opera recitata armoniosamente». Al lettore-trasformato-in-attore viene subito dato un nome e viene coniato un nuovo termine, «un attore intelligente». Lo stesso silenzio di tomba regna tra il pubblico, come in biblioteca. Gli spettatori sonnecchiano. Tale immobilità e solennità è appropriata solamente a una biblioteca.

Vi è una certa sopravvalutazione intenzionale in tutto questo. Ovviamente, non si tratta di sopprimere il discorso nel teatro. Non è che il linguaggio sia meno importante nel teatro,
theater is really concerned only with the way feelings and passions conflict with one another, and man with man, in life –
Mr. Arrowsmith hit it perfectly when he used the term ‘turbulence’ – the language of the theater must be considered as something other than a means of conducting human characters to their external ends. To change the role of speech in theater is to make use of it in a concrete and spatial sense, combining it with everything else in the theater. In short, language in the theater must always be gestural: it must grow out of the gesture, must always act and never be descriptive. The theater is dead the moment there is a substitution of statement for dramatic process.
This may seem far removed from the problems of translation, and yet I think not. If we are clearly so incapable in our time of giving an idea of Aeschylus, Sophocles, or Shakespeare that is truly expressive of what they were trying to achieve in the theater, it is very likely because we have lost the sense of their theater’s physics. It is because the directly human and active aspect of their way of speaking and moving, their whole scenic rhythm, escapes us. It is not enough to have the texts of their plays, for none of these great tragedians is the theater itself. The theater is always a matter of scenic materialization in space. Call it an inferior art if you will, but as Artaud insists, ‘theater resides in a certain way of furnishing and animating the air of the stage, by a conflagration of feelings and human sensations at a given point creating situations that are expressed in concrete gestures.’

piuttosto questione di cambiare il suo ruolo. Dato che l’unica preoccupazione del teatro è davvero il modo in cui i sentimenti e le passioni confliggono l’uno con l’altro, e l’uomo con l’uomo, nella vita – Arrowsmith lo descrive perfettamente usando il termine «turbulence» – il linguaggio del teatro deve essere considerato qualcosa di diverso da un mezzo per condurre i personaggi umani al loro compimento esteriore. Cambiare il ruolo del discorso nel teatro significa usarlo in un senso concreto e spaziale, combinarlo con qualsiasi altro elemento del teatro. In breve, il linguaggio del teatro deve essere sempre gestuale: deve scaturire dal gesto, deve sempre recitare e non deve mai essere descrittivo. Nel momento in cui la dichiarazione si sostituisce al un processo drammatico, il teatro muore.
Ciò può apparire abbastanza avulso dai problemi della traduzione, ma io non la penso proprio così. Se nel nostro tempo non siamo in grado di dare un’idea di Eschilo, Sofocle e Shakespeare che sia davvero esplicativa di ciò che stavano cercando di conseguire col teatro, è molto probabile che abbiamo perso il senso della loro concretezza nel teatro. È perché l’aspetto attivo e direttamente umano del loro modo di parlare e muoversi, tutto il loro ritmo scenico, ci sfugge. Non è abbastanza avere i testi delle loro opere, perché nessuno di questi grandi tragediografi è il teatro stesso. Il teatro è sempre questione di materializzazione scenica nello spazio. Chiamatela «arte inferiore», se volete, ma come insiste Artaud, «il teatro risiede in un certo modo di allestire e animare l’aria del palco, attraverso una conflagrazione di sentimenti e sensazioni umane
Keeping this in mind, we must take one more step before we can deal with the specific problems of translating for the theater. And for this part of the journey we will need a new Vergil – so Antonin Artaud gives way to Mr. R. P. Blackmur, that fine gentleman and critic who has guided so many in modern criticism. I refer specifically to his essay, ‘Language as Gesture.’*
In this essay Blackmur takes us into those realms where language becomes gestural. He sees beyond the simple distinction that language is made of words and gesture is made of motion, to the reverse distinction: ‘Words are made of motion, made of action or response, at whatever remove; and gesture is made of language – made of the language beneath or beyond or alongside of the language of words.’ Working from this premise it is possible for Mr. Blackmur to consider that notion which is so important for anyone writing for the theater: ‘When the language of words most succeeds it becomes gesture in its words.’ He sees that gesture is not only native to language, but that it precedes it, and must be, as it were, carried into language whenever the context is imaginative or dramatic. Without a gestural quality in language there can be no drama. This is so since ‘the great part of our knowledge of life and nature perhaps all our knowledge of their play and interplay [their drama] – comes to us as gesture, and we are masters of the skill of that knowledge before we can ever make
a un dato punto, creando situazioni espresse in gesti concreti».
Tenendo questo in mente, prima di poter affrontare i problemi specifici della traduzione per il teatro dobbiamo fare un passo avanti. E per questa parte del viaggio avremo bisogno di un nuovo Virgilio: così Antonin Artaud cede il posto a R. P. Blackmur, quel raffinato gentleman e critico cha ha guidato molti verso la critica moderna. Mi riferisco nello specifico al suo saggio, Language as Gesture*.
In questo saggio, Blackmur ci conduce in quei regni dove il linguaggio diventa gestuale. Blackmur vede oltre la semplice distinzione per cui la lingua è fatta di parole e il gesto è fatto di moto, fino ad arrivare alla distinzione opposta: «Le parole sono fatte di moto, fatte di azione o risposta, a qualsiasi distanza; e il gesto è fatto di linguaggio – fatto di un linguaggio al di sotto o oltre o in parallelo alla lingua delle parole». Partendo da questo presupposto è possibile per Blackmur considerare quel concetto così importante per chiunque scriva per il teatro: «Quando la lingua delle parole ha più successo diventa gestuale nelle sue parole». Blackmur nota che il gesto non è solo nativo della lingua, ma la precede, e dev’essere, in un certo senso, portato nella lingua che il contesto sia immaginativo o drammatico. Senza una qualità gestuale, nella lingua non esiste dramma. È così da quando «la gran parte della nostra conoscenza della vita e della natura – forse tutta la nostra conoscenza della loro opera e interrelazione – arriva a noi come gesto, e noi siamo maestri dell’abilità di quella conoscenza prima ancora di essere
a rhyme or a pun, or even a simple sentence.’ Blackmur then goes on to define what he means by gesture in language, and I quote his definition because I believe it will be helpful to the rest of my argument. It reads:

Gesture, in language, is the outward and dramatic play of inward and imaged. meaning. It is that play of meaningfulness among words which cannot be defined in the formulas in the dictionary, but which is defined in their use together; gesture is that meaningfulness which is moving, in every sense of that word: what moves the words and what moves us (Blackmur 1952)[i].

When we can capture that quality in words we will then be writing (or translating) for actors. And in the theater you write only for actors – never for readers. Even the most cursory glance at the history of the theater shows that whenever playwrights cease writing for actors the theater loses its vitality and loses its literature, too. Certainly, Shakespeare provides us with our strongest evidence on this point – but Aeschylus, Sophocles, Euripides, or Molière would do just as well. Shakespeare is the greatest dramatist in the English language and his plays are great works of literature, but he was not writing literature; he was primarily writing for actors; and, as we know, he was writing for specific actors. And this is the source of the plays’ enduring vitality. Furthermore, I would even maintain that he would never have created some of the scenes he did if he had not known the actors who were to play them and from what we know of the Greek festivals and the French theater of the seventeenth century, it is probably safe to
capaci di una rima o di un gioco di parole, o anche di una semplice frase. Blackmur poi procede definendo ciò che intende per «gesto nel linguaggio», e cito la sua definizione perché credo sarà utile al resto della mia argomentazione. Eccola:

Gesture, in language, is the outward and dramatic play of inward and imaged meaning. It is that play of meaningfulness among words which cannot be defined in the formulas in the dictionary, but which is defined in their use together; gesture is that meaningfulness which is moving, in every sense of that word: what moves the words and what moves us ( Blackmur 1952)[ii].

Quando riusciamo a catturare quella qualità nelle parole staremo così scrivendo (o traducendo) per gli attori. E nel teatro si scrive solo per gli attori, mai per i lettori. Persino lo sguardo più affrettato alla storia del teatro dimostra che questo perde vitalità, e perde persino letteratura, nel momento in cui i drammaturghi smettono di scrivere per gli attori. Certamente, Shakespeare ci dà la prova più evidente su questo punto ma Eschilo, Sofocle, Euripide o Molière andrebbero altrettanto bene. Shakespeare è il più grande drammaturgo in lingua inglese e le sue opere sono grandi opere di letteratura, ma lui non stava scrivendo letteratura; lui scriveva soprattutto per gli attori; e, come sappiamo, scriveva per attori ben precisi. E questo è il fulcro della vitalità duratura delle opere. Inoltre, vorrei persino affermare che Shakespeare non avrebbe mai creato alcune delle sue scene se non avesse conosciuto gli attori che avrebbero dovuto recitarle. E per ciò che sappiamo dei festival greci e del teatro francese del Seicento, si può
assume that Sophocles had his Burbage and Molière was his own Will Kemp.
Now, the art of writing for actors has been almost totally neglected. The idea that plays are written to be performed appears to disturb many people. This attitude is, I think, largely a reaction to the acting practices of the nineteenth century, which so often proved to be little more than the sleight-of-hand of technique. Throughout the history of the theater this kind of magic can be found. The most guilty men were usually actors; often they were what are called ‘great actors.’ Then virtuoso players cannot be wholly blamed, for, with some major exceptions, during the past 150 years actors have been given everything to act except plays: pamphlets, tracts, novels, newspaper articles, and even epic poems. This forced actors –who are animals with a strong sense of self-preservation and considerable ingenuity – to abandon literary texts altogether in favor of exciting and suspenseful situations that gave them, the opportunity to exhibit their skill. This was very poor art, but extremely good business.
Although today we tend to measure an actor by his ability to achieve the fullness of the dramatist’s intention, we nevertheless regard with suspicion any play that seems to have been written primarily for actors. This is too bad, for the actor is the playwright’s most valuable means of expression.

sostenere che Sofocle aveva il suo Burbage[iii] e Molière era il suo Will Kemp[iv]
Ora, l’arte di scrivere per gli attori è stata quasi totalmente trascurata. L’idea che delle opere siano scritte per essere recitate sembra disturbare molte persone. Questo atteggiamento è, secondo me, in gran parte una reazione agli esercizi ottocenteschi di recitazione, che così spesso hanno dato prova di essere poco più che la prestidigitazione della tecnica. In ogni momento della storia del teatro si può trovare questo tipo di magia. Gli uomini più colpevoli erano solitamente attori; spesso erano quelli che venivano chiamati «grandi attori». Questi attori virtuosisti non possono essere del tutto condannati, dato che, con alcune importanti eccezioni, durante gli ultimi centocinquant’anni agli attori è stato dato da recitare di tutto tranne opere teatrali: pamphlet, trattati, articoli di giornale, e persino poemi epici. Ciò ha costretto gli attori che sono animali con un forte istinto di autoconservazione e considerevole ingegnosità ad abbandonare del tutto i testi letterari in favore di situazioni entusiasmanti e piene di suspense che davano loro la possibilità di esibire le proprie abilità. Arte molto scadente questa, ma business estremamente buono.
Anche se oggi tendiamo a misurare un attore dalla sua abilità nel raggiungere la completezza dell’intenzione del drammaturgo, ciò nonostante consideriamo con diffidenza qualsiasi opera che sembri scritta principalmente per gli attori. Questo è estremamente sbagliato, dato che gli attori sono il

The actor’s power lies in his humanity, not – as we so often suppose – in his mind, his body, his face, or even his voice. Only in the theater can the artist call on men as men to communicate, to express, and to interpret. I have never understood why the actor’s art is so often discounted because of its transience. Surely the emotional force of the actor’s performance – that quality which moves an audience – resides in the fact that it possesses a mortality of its own, that it is gone into the past as irrevocably as any human action.
It is for this reason that the actor’s concern is to achieve, not truth, but a rightness. To perfect this rightness is his job. Movement, the costumes, make-up, even the words are subsidiary. Thus what the actor demands from a play is not words in dialogue form, but a stimulus to his imagination. It is at this point that the playwright and his actors first come together, and it is important to remember that in every way the theater is a coming together. This is true of a performance and it is true of the making of that performance. It is a playwright’s vanity to claim creation because he is the first link in the chain of a production. His play would be no play if it remained words on paper.
It is for this reason that the playwright – and also the translator – cannot really be concerned with ‘good prose’ or with ‘good verse’ in the usual sense of those terms.

mezzo di espressione più valido del drammaturgo. Il potere dell’attore risiede nella sua umanità, non come supponiamo così spesso nella sua mente, nel suo corpo, nella sua faccia o addirittura nella sua voce. Solo nel teatro l’artista può rivolgersi agli uomini in quanto uomini per comunicare, esprimersi, e interpretare. Non ho mai capito il motivo per cui l’arte dell’attore venga così spesso sminuita per la sua transitorietà. Sicuramente la forza emotiva della rappresentazione dell’attore quella qualità che commuove il pubblico risiede nel fatto che possiede una propria mortalità, che è già andata nel passato irrevocabilmente come qualsiasi azione umana.
È proprio per questa ragione che la preoccupazione dell’attore è di raggiungere, non la verità, piuttosto la correttezza. Rendere perfetta questa correttezza è il suo lavoro. Il movimento, i costumi, il trucco, e persino le parole sono accessori. Ciò che quindi l’attore chiede a un’opera non sono parole in forma di dialogo, bensì uno stimolo alla sua immaginazione. È a questo punto che il drammaturgo e i suoi attori convengono per la prima volta, ed è importante ricordare che il teatro è sempre un convenire. Questo è vero per la rappresentazione ed è vero per la creazione di tale rappresentazione. Essendo il commediografo il primo anello della catena della produzione, è una sua vanità rivendicarne la creazione. La sua opera non sarebbe mai un’opera teatrale se rimanesse solo parole su carta.
È per tale ragione che il commediografo – e anche il traduttore – non possono davvero preoccuparsi della “buona prosa” o del “buon verso” nel senso comune delle parole.
The structure is action; not what is said or how it is said but when. For example, the use of soliloquies, choral passages, stichomythia, indirect dialogue and pauses, to mention but a few of the structural uses of dramatic language. By this method it is possible to control from within the text of the play the speed and exact rhythm which are usually imposed by the director. Only by realizing the plays theatrical dynamic in this way, can the actors see the dramatic shape of an individual part within a scene and not be forced to rely on an intuitive sense which is often false and sometimes leads to distortion.
The basic, the unalterable, factor of drama is the moment ‘when,’ and the dramatist’s first concern must be with this moment of action. If he does not, as so often is the case, it will be imposed by the director or the actors. In other words, the dramatist must create not only the dialogue, but what is done and when.
Recently, playwrights and critics alike have been greatly concerned with the question of style in writing for the theater. Invariably, such inquiries deal with the form of the spoken word. This is a mistake, for words are not the starting point. The great hope for our theater is that today our new playwrights are finally sensing this. We must concern ourselves first with the gestures that supply the motives behind the words. This calls to mind that old and only partly humorous adage of the theater: Never pay attention to the playwright’s

La struttura è azione; non cosa viene detto né come viene detto, bensì quando. Per menzionare solo alcuni degli usi strutturali del linguaggio drammatico, per esempio l’uso di soliloqui,soliloqui, passaggi corali, sticomitia, dialogo indiretto e pause. Attraverso questo metodo, è possibile controllare dall’interno del testo dell’opera la velocità e il ritmo esatto che solitamente sono imposti dal regista. Soltanto capendo la dinamica teatrale dell’opera in questo modo, gli attori possono vedere la forma drammatica della parte individuale all’interno di una scena, invece di essere costretti ad affidarsi a un’intuizione che spesso è falsa e qualche volta porta a un’alterazione.
Il fattore fondamentale, inalterabile del dramma è il “quando”, e la prima preoccupazione del drammaturgo deve essere questo momento dell’azione. Se non se ne cura, ed è il caso più frequente, saranno il regista o gli attori ad imporlo. In altre parole, il drammaturgo deve creare non solo il dialogo, ma anche quello che viene fatto e quando.
Recentemente, commediografi e critici in egual misura si sono occupati della questione dello stile dello scrivere per il teatro. Invariabilmente, tali ricerche hanno a che fare con la forma della parola parlata. Questo è però un errore, dato che il punto di partenza non sono le parole. Oggi i nostri nuovi commediografi hanno finalmente questa percezione e ciò rappresenta la grande speranza per il nostro teatro. Dobbiamo noi stessi preoccuparci in primis dei gesti che producono i motivi che stanno dietro le parole. Ciò richiama alla mente quella vecchia e in parte umoristica massima del teatro:
stage directions. (In this regard it is interesting to note, and I think it is to my point, that there are no stage directions other than entrances and exits in the plays of the Greeks, or Shakespeare, or Molière. The motive, meaning, and gestures were in the words themselves.) In the modern theater those stage directions, however, are the dramatist’s first means of communication with his actors. They must never presume to take the place of the director’s ‘blocking’ by telling the actor where to move or how to sit. Nor must they instruct the actor how to read the lines – ‘pensively,’ ‘bitterly,’ ‘joyfully.’ (One is reminded at this point of Eugene O’Neill, whose ‘flat’ language had practically no emotive quality. As a result it was necessary for him to prefix nearly every speech with a stage direction to indicate how the actor should read words which had no emotional power of their own.) They must augment the words to be spoken. The stage directions are guidelines of motive and action throughout the individual parts, and when realized in performance they are as much part of the play as the words the actors speak.
By this time the reader may be wondering if I am aware that my subject is translation and not playwriting. I am, believe me; but I feel very strongly that no one can translate for the theater – just as no one can write for it – unless he knows what writing for the theater is and how it differs from literature.

Mai prestare attenzione alle indicazioni sceniche del commediografo. (In questo senso è interessante notare, e penso sia il fulcro del mio discorso, che nelle opere greche, o di Shakespeare, o di Molière non esistono indicazioni sceniche, se non entrate e uscite di scena. Il motivo, il significato e i gesti si trovano nelle parole stesse). Nel teatro moderno, comunque, le indicazioni sceniche sono il primo mezzo di comunicazione tra il drammaturgo e i suoi attori. Tali indicazioni non devono mai permettersi di sostituirsi al blocco[v] del regista dicendo all’attore dove muoversi o come sedersi. E neppure devono istruire l’attore su come leggere le battute “pensierosamente”, “amaramente”, “allegramente”. (Si ricorda a questo punto Eugene O’Neill, il cui linguaggio “piatto” non aveva praticamente nessuna qualità emotiva. Di conseguenza è stato necessario per lui aggiungere un prefisso vicino a ogni dialogo con un’indicazione di scena per indicare come l’attore avrebbe dovuto leggere le parole, che di per sé non avevano alcun potere emozionale). Le indicazioni sceniche devono aumentare le parole da dire. Sono delle linee guida di tema e azione tra le parti individuali, e qualora realizzate nella rappresentazione diventano parti dell’opera come lo sono le parole che l’attore pronuncia.
A questo punto il lettore potrebbe chiedersi se io sia consapevole del fatto che il mio argomento è la traduzione e non la stesura di opere teatrali. Lo sono, credetemi; tuttavia credo davvero fortemente che nessuno sia in grado di tradurre per il teatro – e che nessuno possa scrivere per esso – se non sa cosa significa scrivere per il teatro e come ciò si differenzia
In fact, I would go so far as to say that good translations of plays will never come from those who have not had at least some training in the practice of theater. Without such training the tendency will be to translate words and their meanings. This practice will never produce performable translations, and this is, after all, the purpose of doing the job in the first place.
This leads us to our final consideration. Granted that translating for actors is a different undertaking, what are its specific problems and techniques?
The first law in translating for the theater is that everything must be speakable. It is necessary at all times for the translator to hear the actor speaking in his mind’s ear. He must be conscious of the gestures of the voice that speaks – the rhythm, the cadence, the interval. He must also be conscious of the look, the feel, and the movement of the actor while he is speaking. He must, in short, render what might be called the whole gesture of the scene. To do this it is important to know what words do and mean, but it is more important to know what they cannot do at those crucial moments when the actor needs to use a vocal or physical gesture. Only in this way can the translator hear the words in such a way that they play upon each other in harmony, in conflict, and in pattern – and hence as dramatic. I suppose what I am saying is that it is necessary almost to direct the play, act the play, and see the play while translating it.
I first became interested in translating for the theater out of practical necessity. Several years ago I was asked to direct a

dalla narrativa. Procederei dunque a sostenere che non scaturiranno mai buone traduzioni di opere teatrali da coloro che non abbiano avuto una certa formazione nella pratica del teatro. Senza tale formazione la tendenza sarebbe quella a tradurre le parole e i loro significati. Questa pratica non produrrebbe mai traduzioni recitabili, che è, in fondo, lo scopo di questo lavoro in prima istanza.
Questo ci porta alla nostra considerazione finale. Tenuto conto che tradurre per gli attori è un’impresa diversa, quali sono le tecniche e i problemi specifici?
La prima regola della traduzione per il teatro è che ogni cosa deve essere parlabile. È sempre necessario per il traduttore udire mentalmente l’attore parlare. Deve essere consapevole dei gesti della voce che parla, il ritmo, la cadenza, l’intervallo. Deve altresì essere consapevole dell’aspetto, del sentire, del movimento dell’attore mentre sta parlando. Deve, in breve, rendere ciò che può essere chiamato l’intero gesto della scena. Per fare ciò è importante sapere cosa fanno le parole e cosa significano, ma è ancora più importante sapere cosa non possono fare in quei momenti cruciali in cui l’attore ha bisogno di usare un gesto vocale o fisico. Solamente in questo modo il traduttore riesce a sentire le parole nel modo in cui si indirizzano l’una alle altre in armonia, in conflitto, e secondo uno schema e quindi come teatrali. Quello che dico, forse, è che è necessario piuttosto che dirigere un’opera, recitare l’opera, e osservarla mentre la si sta traducendo.
Mi sono interessato alla traduzione per il teatro per necessità pratica. Diversi anni fa mi è stato chiesto di dirigere
production of Chekhov’s Uncle Vanya. I had a superb cast and decided to use what is generally regarded as the best translation of Chekhov. The initial reading rehearsals were miserable. At first I thought this was the usual thing and the actors would get over their stiffness. After all, the translation made logical sense. But soon – I had the good, but unusual, fortune to have three months in which to do the show – the actors unconsciously began revising the speeches. They sounder better; there was a flow. Now, traditionally, Chekhov plays are thought of as moody, complex, soulful, vague, and impossible to perform successfully on the American stage. But my actors were giving evidence that this was not necessarily so. It was then that I recalled Chekhov’s troubles with Stanislavski and how the playwright always insisted that the great director-actor was complicating what was very simple.*
And I realized too that the translations were not expressing this simplicity upon which Chekhov insisted. Instead of the text’s ‘But what for?’ the translation had ‘though what his provocation may be I can’t imagine.’ Or ‘There is another thing

una produzione di Čehov, Дядя Ваня [Zio Vanâ]. Avevo un cast eccellente e decisi di utilizzare quella che è generalmente considerata la traduzione migliore di Čehov. Le prove di lettura iniziali furono pietose. All’inizio credevo che ciò fosse consuetudine e che gli attori avrebbero superato la rigidità. Dopo tutto, la traduzione aveva un senso logico. Ma ben presto – avevo la grande, anche se inusuale, fortuna di contare su tre mesi per preparare lo spettacolo – gli attori inconsciamente si misero a rivedere le battute. Suonavano meglio, v’era un flusso. Ora, le opere di Čehov sono tradizionalmente pensate come volubili, complesse, profonde, vaghe e impossibili da riproporre con successo sul palcoscenico americano. Tuttavia i miei attori stavano dimostrando che non era necessariamente così. Fu allora che ricordai i problemi di Čehov con Stanislavskij e come il commediografo abbia sempre insistito che il grande regista-attore stava complicando ciò che in realtà era molto semplice*. E ho capito inoltre che le traduzioni non stavano esprimendo quella semplicità su cui Čehov insisteva. Invece del «But what for?» del testo, la traduzione riportava «though what his

too – you take a drop of vodka now,’ when all Chekhov wrote was: ‘And you drink too.’ Or finally, ‘as if the field of art were not large enough to accommodate both new and old without the necessity of jostling;’ he wrote: ‘but there’s room for all.’
Then, the light dawned. The meaning and complexity of his plays – and they are extremely dense – has to be achieved indirectly. When Chekhov wrote,

The demand is made that the hero and the heroine (of a play) should be dramatically effective. But in life people do not shoot themselves, or hang themselves, or fall in love, or deliver themselves of clever sayings every minute. They spend most of their time eating, drinking, running after women, or men, or talking nonsense. It is therefore necessary that this should be shown on the stage. A play ought to be written in which the people should come and go, dine, talk of the weather, or play cards, not because the author wants it but because that is what happens in real life. Life on the stage should be as it really is and the people, too, should be as they are and not stilted.

he was trying to tell us that his dramatic actions are all enclosed by a very simple and inconsequential frame. The surfaces of life are apparently reproduced with all their natural and familiar inanity. There is very little that is dramatic in the events themselves. What makes these episodes powerful theater is the way they are combined, the sequences, the underlying associations and complications, the contrasts and ironies. It is in this way that the profound meanings are created. But if this is true of his dramaturgy, it must be equally

provocation may be I can’t imagine». Oppure «There is another thing too you take a drop of vodka now», quando Čehov aveva
scritto semplicemente: «And you drink too». Oppure, infine, «as if the field of art were not large enough to accommodate both new and old without the necessity of jostling»; lui aveva scritto: «but there’s room for all».
Poi, ecco un’illuminazione. Il significato e la complessità delle sue opere – e ne sono estremamente – ricche devono essere raggiunti indirettamente. Quando Čehov scrisse

Si richiede che l’eroe e l’eroina (di un’opera) siano drammaticamente efficaci. Solo che nella vita reale le persone non si sparano addosso, né s’impiccano, né s’innamorano, né riportano a sé stesse proverbi ogni momento. Trascorrono la maggior parte del tempo mangiando, bevendo, rincorrendo donne, o uomini, oppure dicendo sciocchezze. È pertanto necessario che questo venga mostrato sul palcoscenico. In un’opera dev’esserci scritto che le persone vanno, vengono, cenano, parlano del tempo o giocano a carte non perché l’autore lo voglia ma perché questo è ciò che succede nella vita reale. La vita sul palcoscenico dev’essere com’è davvero, e anche le persone devono essere come sono, e non artificiose.

stava cercando di dirci che le sue azioni drammatiche sono tutte racchiuse in una cornice banale e molto semplice. I piani della vita in apparenza sono riprodotti in tutta la loro familiare e naturale stupidità. Negli eventi in sé e per sé c’è ben poco di drammatico. Ciò che fa di questi episodi un teatro ricco di forza è la peculiare combinazione di sequenze, associazioni implicite e complicazioni, contrasti e ironie. È in questo modo che si creano i significati profondi. Ma se ciò vale per la drammaturgia, deve
true of the speech. It was then that I saw that the translation must be easy and natural on the surface. The inner meanings and profundities should appear – and would only appear as theater rather than statement – through the interaction of surface simplicities and not through complex or vague lines, not through what Stark Young has called a ‘muggy, symbolic, swing-on­to-your-atmosphere sort of tone.’
Perhaps I can make my point with one example. In the third act of Uncle Vanya there is a long speech by Professor Serebryakov, that stuffy pedant who has spent a lifetime rehashing other people’s ideas about the ‘isms’ of literature, and who now projects his own inadequacy and unconscious sense of failure onto those about him with acts of cruelty. In this speech he announces his plan to sell the estate that Vanya has worked so hard to keep productive. I take what seems to me the best of the translations of this speech:
Here is maman. I will begin, friends (a pause). I have invited you, gentlemen, to announce that the Inspector-General is coming. But let us lay aside jesting. It is a serious matter. I have called you together to ask or your advice and help, and, knowing your invariable kindness, I hope to receive it. I am a studious, bookish man, and have never had anything to do with practical life. I cannot dispense with the assistance of those who understand it, and I beg you, Ivan Petroviĉ, and you, Ilâ Iliĉ, and you, maman. . . . The point is that manet omnes una nox that is, that we are all mortal. I am old and ill, and so I think it is high time to settle my

valere anche per le battute. Mi resi insomma conto che la traduzione doveva essere apparentemente facile e naturale. I significati interni e le profondità possono e devono apparire solo in forma teatrale e non dichiarativa, per mezzo di interazioni di semplicità superficiali e non battute complesse o vaghe, né di quello che Stark Young ha chiamato una «muggy, symbolic, swing-on-to-your-atmosphere sort of tone».
Forse posso arrivare al punto con un esempio. Nel terzo atto di Zio Vanâ vi è un lungo discorso del professor Serebrâkov, quel retrogrado pedante che ha trascorso tutta una vita a rimasticare le idee altrui sugli “ismi” della letteratura, e che ora proietta la propria inadeguatezza e il proprio inconsapevole senso di fallimento con atti di crudeltà contro chi gli sta vicino. In questo discorso annuncia il suo piano di vendere la tenuta che Vanâ ha lavorato così duramente per mantenere produttiva. Prendo quella che mi sembra la migliore traduzione di questo discorso:
Here is maman. I will begin, friends (a pause). I have invited you, gentlemen, to announce that the Inspector-General is coming. But let us lay aside jesting. It is a serious matter. I have called you together to ask for your advice and help, and, knowing your invariable kindness, I hope to receive it. I am a studious, bookish man, and have never had anything to do with practical life. I cannot dispense with the assistance of those who understand it, and I beg you, Ivan Petroviĉ, and you, Ilâ Iliĉ, and you, maman. . . . The point is that manet omnes una nox that is, that we are all mortal. I am old and ill, and so I think it is high time to settle my

worldly affairs so far as they concern my family. My life is over. I am not thinking of myself, but I have a young wife and an unmarried daughter (a pause). It is impossible for me to go on living in the country. We are not made for country life. But to live in town on the income we derive from this estate is impossible. If we sell the forest, for instance, that’s an exceptional measure which we cannot repeat every year. We must take some steps which would guarantee us a permanent and more or less definitive income. I have thought of such a measure, and have the honour of submitting it to your consideration. Omitting details I will put it before you in rough outline. Our estate yields on an average not more than two per cent on its capital value. I propose to sell it. If we invest the money in suitable securities, we should get from four to five per cent, and I think we might even have a few thousand roubles to spare for buying a small villa in Finland.

In the first place, even Houdini couldn’t cut through some of those constructions and no actor could say the lines convincingly. But more important, the translation misses the whole tone and meaning of the situation. Here is a bad professor giving a lecture or a talk to the Rotary Club. All the mannerisms of the podium – the bad jokes, the phrases, the outline method, the pedantic attempts not to be pedantic – are cut out or submerged in the wrong kind of verbiage. Also, the translation misses the rhetorical quality of the speech – the dramatic way the speaker sees himself. As T. S. Eliot has

worldly affairs so far as they concern my family. My life is over. I am not thinking of myself, but I have a young wife and an unmarried daughter (a pause). It is impossible for me to go on living in the country. We are not made for country life. But to live in town on the income we derive from this estate is impossible. If we sell the forest, for instance, that’s an exceptional measure which we cannot repeat every year. We must take some steps which would guarantee us a permanent and more or less definitive income. I have thought of such a measure, and have the honour of submitting it to your consideration. Omitting details I will put it before you in rough outline. Our estate yields on an average not more than two per cent on its capital value. I propose to sell it. If we invest the money in suitable securities, we should get from four to five per cent, and I think we might even have a few thousand roubles to spare for buying a small villa in Finland.

Innanzitutto, neppure Houdini sarebbe riuscito a fare tagli a questi costrutti e nessun attore sarebbe riuscito a suonare convincente. Ma, cosa più importante, alla traduzione mancavano il tono e significato della situazione nell’insieme. Qui c’è un cattivo professore che tiene una conferenza o una concione al Rotary Club. Tutti i manierismi da podio gli scherzi, le espressioni di cattivo gusto, il metodo del riassunto, i pedanti tentativi di non essere pedante, sono scartati o sottomessi a una prolissità di natura sbagliata. In più, alla traduzione manca la qualità retorica della battuta – il modo teatrale in cui

pointed out in his essay, ‘Rhetoric and Poetic Drama,’ this kind of rhetoricizing is common to us all and can be of great help to the modern dramatist in that it permits the audience to see a character not only as the other characters see him, but as the character consciously dramatizes himself. Rather the speech should read:
Here is mother. Ladies and gentlemen, let us begin. I have asked you to gather here, my friends, to inform you that the inspector-general is coming. (laughs) All joking aside, however, I wish to discuss a very important matter. I must ask you for your aid and advice, and realizing your unbounded kindness, I believe I can count on both. I am a scholar and bound to my library, and I am not familiar with practical affairs. I am unable, I find, to dispense with the help of well-informed people such as you, Ivan, and you, Ilya, and you mother. The truth is, manet omnes una nox, that is to say, our lives rest in the hands of God, and as I am old and ill, I realize that the time has come for me to dispose of my property in the interests of my family. My life is nearly finished, and I am not thinking of myself, but I must consider my young wife and daughter. (a pause) I cannot go on living in the country; we were just not meant for country life. We might sell the forests, but that would be an expedient to which we could not resort every year. We must work out some method of guaranteeing ourselves a permanent, and . . . ah, more or less fixed annual income. With this object in view, a plan has occurred to me which now I have the honour of proposing to you for your

l’oratore vede sé stesso. Come T. S. Eliot ha puntualizzato nel saggio Rhetoric and Poetic Drama, questo modo di fare retorica è comune a noi tutti e può essere di grande aiuto al drammaturgo moderno perché permette al pubblico di vedere un personaggio non solo come viene visto dagli altri personaggi, ma come lo stesso personaggio consapevolmente drammatizza sé stesso. Il discorso invece dovrebbe essere:

Here is mother. Ladies and gentlemen, let us begin. I have asked you to gather here, my friends, to inform you that the inspector-general is coming. (laughs) All joking aside, however, I wish to discuss a very important matter. I must ask you for your aid and advice, and realizing your unbounded kindness, I believe I can count on both. I am a scholar and bound to my library, and I am not familiar with practical affairs. I am unable, I find, to dispense with the help of well-informed people such as you, Ivan, and you, Ilya, and you mother. The truth is, manet omnes una nox, that is to say, our lives rest in the hands of God, and as I am old and ill, I realize that the time has come for me to dispose of my property in the interests of my family. My life is nearly finished, and I am thinking of myself, but I must consider my young wife and daughter. (a pause) I cannot go on living in the country; we were just not meant for country life. We might sell the forests, but that would be an expedient to which we could not resort every year. We must work out some method of guaranteeing ourselves a permanent, and . . . ah, more or less fixed annual income. With this object in view a plan has occurred to me which I now have the honor
consideration. I shall give you only a rough outline of it, omitting all the othersome and trivial details. Our estate does not yield, on an average, more than two per cent on the investment. I propose to sell it. If then we invest our capital in bonds and other suitable securities, it will bring us four to five per cent, and we should probably have a surplus of several thousand roubles, with which we could buy a small villa in Finland . . . .

It is only when the sense of speakability is achieved that we have theater. I am sure that this is one of the things Hamlet meant when he advised the players: ‘Speak the speech, I pray you. . . . trippingly on the tongue.’ To achieve this I think translators fail to use an important source – namely, the actors themselves. I have directed all of my translations of Chekhov and time and time again the actors have made or suggested changes that have improved the translation a great deal. First, two examples of minor changes made by actors which didn’t do much more than improve the flow of the words. Originally, I had ‘It is too stifling.’ The actor changed it to ‘The day is too hot.’ Or changing ‘will they remember us in a kindly spirit?’ to ‘will they remember us with grateful hearts?’ But actors can also make changes that alter the whole dynamic of a scene. When I directed The Three Sisters, I tried without success for three weeks to get the final scene of the third act to build properly – in fact merely to build at all. My three sisters were fine actresses and all had had good professional training and

of proposing to you for your consideration. I shall give you only a rough outline of it, omitting all the othersome and trivial details. Our estate does not yield, on an average, more than two per cent on the investment. I propose to sell it. If then we invest our capital in bonds and other suitable securities, it will bring us four to five per cent, and we should probably have a surplus of several thousand roubles, with which we could buy a small villa in Finland . . . .

Si ha teatro solo quando si ottiene il senso della parlabilità. Sono sicuro che questa è una delle cose che intendeva Hamlet quando raccomandava ai suoi attori: «Speak the speech, I pray you… trippingly on the tounge». In vista di tale obiettivo penso che i traduttori sbaglino nell’utilizzo di una risorsa importante: gli attori stessi. Ho diretto personalmente tutte le mie traduzioni di Čehov e, di volta in volta, gli attori hanno sempre fatto o suggerito modifiche che hanno migliorato molto la traduzione. Innanzitutto, due esempi di modifiche minime apportate dagli attori che non hanno fatto altro che migliorare il flusso delle parole. Originariamente avevo «It is too stifling». L’attore ha proposto «The day is too hot». Altrove «will they remember us in a kindly spirit?» è dicentato «will they remember us with grateful hearts?» Tuttavia gli attori possono fare modifiche che alterano l’intera dinamica di una scena. Quando ho diretto Три сестры [Tre sorelle], per tre settimane ho cercato invano di costruire l’ultima scena del terzo atto in modo degno, o almeno di costruirla. Le mie tre sorelle erano ottime attrici e tutte avevano avuto una buona

experience. I knew the build had to begin in one of Irina’s speeches, but nothing happened. Then on night she took the speech her way and the whole scene came to life; we achieved what we wanted. It was only afterwards that I. realized she had changed one of the lines and it was this change that made the speech and hence the rest of the scene dramatic. Originally, the line read, ‘Oh, I’m so miserable! I can’t work, I won’t work! I’ve had enough of it, enough!’ The actress changed it to: ‘I’m miserable (pause). I’ve had enough, enough, enough. I can’t, I won’t, I will not work,’ and in this way she got a structure that could be vocally built. Obviously, I am not suggesting that irresponsible changes be made or changes that alter the meaning of a speech. But an actor – in having to say the line – may be of great service to the translator in making the text more actable.
In addition to making the text speakable, the translator must also be prepared to lose things. Clearly, all translations are necessarily imperfect. As Eric Bentley said, ‘If life begins on the other side of despair, the translator’s life begins on the other side of impossibility!’ This is particularly true of Chekhov since his plays are so finely textured and depend on many peculiarly Russian traits. For example, there is the watchman’s rattle in the second act of Uncle Vanya. This is a perfectly realistic touch, but it also functions as a symbol for the action. It is used at that crucial time at the end of the act when Yelena and Sonya have just had an honest talk with each other and

esperienza e formazione professionale. Sapevo che la costruzione doveva avere inizio con uno dei discorsi di Irina, ma non ne veniva nulla di buono. Poi una sera l’attrice ha impostato il discorso a modo suo e la scena ha preso forma; era quello che volevamo. Solo in séguito mi sono reso conto che aveva cambiato una delle battute, e proprio questa modifica aveva trasformato il discorso, e quindi il resto della scena, in drammatico. La battuta originale era «Oh, I’m so miserable! I can’t work, I won’t work! I’ve had enough of it, enough!» l’attrice aveva invece detto «I’m miserable (pause). I’ve had enough, enough, enough. I can’t, I won’t, I will not work», ottenendo in questo modo una struttura che poteva essere costruita con la voce. Ovviamente, non sto suggerendo di fare modifiche azzardate o modifiche che alterino il significato del discorso. Semmai che un attore – nel dire la battuta – può essere di grande aiuto al traduttore per rendere il testo più recitabile.
Oltre a rendere il testo più parlabile, il traduttore deve anche essere disposto a lasciare un residuo. Chiaramente, tutte le traduzioni sono necessariamente imperfette. Come diceva Eric Bentley, «If life begins on the other side of despair, the translator’s life begins on the other side of impossibility!» Ciò è particolarmente vero per Čehov, dato che le sue opere sono finemente intessute e si fondano su tratti specifici della cultura russa. Per esempio, nel secondo atto dello Zio Vanâ vi è il battere del guardiano. È un tocco perfettamente realistico, ma funziona anche da simbolo per l’azione. Viene usato in quel momento cruciale della fine dell’atto, quando Elena e Sonâ si
because of it, are capable of some feeling. The windows are open, it has been raining – and everything is clean and refreshed. Yelena thinks she can play the piano again. As Sonya goes to get permission, the watchman’s rattle is heard, Yelena has to shut the window, and Serebryakov says ‘no.’ Their whole life of feeling has been protected by a watchman to the point that they have no feelings left. But in production when the rattle is used, the audience – instead of seeing its significance – thinks the pipes in the auditorium are rattling. The same kind of thing is true of the many topical allusions in The Three Sisters. The only way you can make these understandable is to write footnotes or a program note. Heaven forbid that we should de either. If the plays are done properly, however, these effects will have an impact on the audience’s senses if not their understanding.
But there are some things that are lost that need not be. For instance in all of the published translations of Uncle Vanya the shooting is botched. The typical translation reads:
Let me go, Helen, Let me go! (Looking for Serebryakov)
Where is he? Oh, here he is! (Fires at him) Missed!
Missed again! (Furiously) Damnation – damnation take it
. . . (Flings revolver on the floor and sinks onto a chair, exhausted).

Not one translator has seen that in the Russian Vanya does not fire the gun, but he says ‘Bang!’ He has become so incapable of action that even when his whole life is at stake he
sono appena parlate con franchezza, e proprio per questo sono capaci di un certo sentimento. Le finestre sono aperte, piove e tutto è pulito, rinfrescato. Elena pensa di poter riprendere a suonare il pianoforte. Quando Sonâ va a chiedere il permesso, si sente il battere del guardiano, Elena deve chiudere la finestra e Serebrâkov dice «no». Tutta la loro vita sentimentale scorre protetta da un guardiano, al punto che non è rimasto loro alcun sentimento. Tuttavia, quando nell’allestimento vengono riprodotti quei colpi, il pubblico stenta a scorgerne l’importanza pensando che il rumore venga dalle tubazioni dell’auditorium. Lo stesso vale per molte allusioni culturali di Tre sorelle. L’unico modo per renderle comprensibili è scrivere delle note a piè pagina o un programma di sala. Dio non voglia che facciamo né l’uno né l’altro. Se le opere sono allestite come si deve, questi effetti avranno comunque un impatto sui sensi del pubblico, se non la sua comprensione.
Tuttavia c’è un residuo che andrebbe evitato. Per esempio, in una delle traduzioni pubblicate di Zio Vanâ la scena dello sparo è resa male. La versione diffusa è:

Let me go, Helen, Let me go! (Looking for Serebryakov)
Where is he? Oh, here he is! (Fires at him) Missed!
Missed again! (Furiously) Damnation – damnation take it
. . . (Flings revolver on the floor and sinks onto a chair, exhausted).

Nessun traduttore s’è accorto che nel testo russo Vanâ non preme il grilletto della pistola, ma dice «Bang!». È ormai
cannot act but substitutes words.
Here is a case where the meaning of the play has been drastically changed by the translator’s failure to see that Chekhov’s conception of that ghastly moment is truer than our more simple-minded logic.
The last point I want to make is that in addition to being written for actors, translations must be good English. I do not wish to get involved in the controversy over free or literal versions, but obviously the translator must not feel he has to have a word for word correspondence. If you translate literally into French, ‘For crying out loud’ you will not have translated it. I think Bentley is right when he says:
Accuracy must not be bought at the expense of bad English. Since we cannot have everything, we would rather surrender accuracy than style. This, I think, is the first principle of translating, though it is not yet accepted in academic circles. The clinching argument in favor of this principle is that, finally, bad English cannot be accurate translation ­ unless the original is in bad German, bad French, or what have you.

But in making it good English one must always try to do it in the playwright’s way. Where he uses repetitions we must use them too and not discount him as wordy. After all, in Macbeth’s ‘Tomorrow and tomorrow and tomorrow,’ it is not at all the meaning the words have that counts, but the meaning that repetition in a given situation makes them take on. The

talmente incapace di agire che nemmeno quando è in gioco la vita riesce ad agire, e ripiega sulle parole.
È un caso in cui il senso dell’opera viene drasticamente alterato perché il traduttore non si accorge che la visione čehoviana di quel momento orrendo è più vera di qualsiasi logica semplicistica.
L’ultimo punto del mio discorso è che, oltre a essere rivolta agli attori, la traduzione dev’essere scritta in buon inglese. Non mi lascio coinvolgere nella diatriba versione libera versus versione filologica, ma è evidente che il traduttore non deve necessariamente perseguire la corrispondenza parola per parola. Se si rendesse parola per parola in francese «For crying out loud!», non lo si tradurrebbe. Credo che Bentley abbia ragione quando sostiene:

Accuracy must not be bought at the expense of bad English. Since we cannot have everything, we would rather surrender accuracy than style. This, I think, is the first principle of translating, though it is not yet accepted in academic circles. The clinching argument in favor of this principle is that, finally, bad English cannot be accurate translation unless the original is in bad German, bad French, or what have you.

Tuttavia, nel rendere un buon inglese, si deve sempre cercare di farlo alla maniera del commediografo. Quando questi usa ripetizioni, dobbiamo usarle anche noi, non screditarlo come prolisso. Dopo tutto, nel «Tomorrow and tomorrow and tomorrow» di Macbeth quello che conta non è certo il significato delle parole, ma il senso che assumono nella

same with all the other gestures of language – puns, rhymes, alliteration. Or, when a playwright wrongly paraphrases another author or a song, the translator should not correct the author’s mistake. Chekhov, for instance, constantly has his characters quote Shakespeare – but the quotation is usually wrong. The meaning is in the wrongness. But Chekhov’s well-intentioned translators have always felt that poor Anton Pavelovich didn’t know English very well and so they helped out by correcting his faulty efforts. Finally, it is important to remember that duration per se in stage speech is a part of its meaning, and stage time is based upon the breath. This means that the translator must always, whenever he can, try to keep the same number of words in each sentence.
Let me close by saying that if we always remember that the language of the stage must appear as necessity, as a result of a series of compressions. collisions, scenic frictions, and evolutions, then it will be right, for it will be gestural. ‘Language as gesture,’ as Mr. Blackmur revealed, ‘creates meaning as conscience creates judgment, by feeling the pang, the inner bite, of things forced together,’ and this is the conflict we call dramatic, the conflict most at home in the theater.

ripetizione in quel contesto. Lo stesso vale per tutti gli altri gesti della lingua, giochi di parole, rime, allitterazioni. Oppure, quando un commediografo cita un autore o una canzone sbagliando, il traduttore non deve correggere l’errore dell’autore. Čehov, per esempio, fa continuamente citare ai suoi personaggi Shakespeare ma di solito sono citazioni sbagliate. Il senso sta nella loro inesattezza. Ma i traduttori benintenzionati di Čehov hanno sempre ritenuto che il povero Anton Pavlovič non sapesse molto bene l’inglese, e gli sono quindi andati in soccorso correggendo i suoi tentativi imperfetti. Infine, è importante ricordare che nel discorso teatrale la durata fa parte del senso complessivo, e che nella scrittura teatrale i tempi sono scanditi dal respiro. Quindi potendo il traduttore deve mantenere invariato il numero delle sillabe della battuta.
Lasciatemi dire in conclusione che, se terremo sempre presente che il linguaggio teatrale deve apparire come una necessità, come risultato di una serie di compressioni, collisioni, frizioni sceniche ed evoluzioni, funzionerà, perché sarà gestuale. «Language as gesture», come rivelava Blackmur, «creates meaning as conscience creates judgment, by feeling the pang, the inner bite, of things forced together», e questo è il conflitto che noi definiamo «drammatico», il conflitto che si sente più a suo agio nel teatro.

2.1. Riferimenti bibliografici

Čehov, A. 1991 Zio Vanja, Torino: Einaudi

Osimo, B. 2004 Manuale del traduttore, Milano: Hoepli.

Pavis, P. 1998 Dizionario del teatro, edizione italiana a cura di Paolo Bosisio, Bologna: Zanichelli.

Peja, L. 2004 La supermarionetta , articolo disponibile nel sito http://www.piccoloteatro.org/elementi/articolo.php?idRub=4&news=78 Milano: Annamaria Cascetta, ultimo aggiornamento aprile 2004, consultato nel febbraio 2009.

Schino, M. 2001, «Teorici, registi e pedagoghi» in Storia del teatro Einaudi, vol. III, Torino: Einaudi.

[1] Boselli nel suo saggio riporta come esempio l’aneddoto di Peter Arnott che nel 1961 raccontava delle “triennal perfomances at Cambridge…piously attended by delegations of classicists who occasionally lift their eyes from the texts in their hands to observe the action going forward on the stage”.
* Published in Accent in 1943 and then reprinted in a book with the same title in 1952.

* Pubblicato in Accent nel 1943 e poi ristampato in un libro con lo stesso titolo nel 1952.
* In fact, I would go so far as to say that Stanislavski and the tradition of The Moscow Art Theater have probably done more to distort our ideas about Chekhov than any other person or group. Which suggests that the translator should at all times be a critic. It is no accident, it seems to me, that the best translations in the oft-mentioned ‘Chicago’ Greek tragedies were done by the two best critics of Greek tragedy in our time. And in saying this, I suddenly realize that I have just created a kind of Craig-ian Übermarionette: The translator is writer, director, actor, audience, and now he is the critic, too. What do we need a theater for? If translators will all unite, the theater can be made obsolete in a fortnight and all our problems will be solved.
* Infatti, azzarderei a dire che Stanislavskij e la tradizione del Teatro dell’arte di Mosca hanno probabilmente fatto molto più di chiunque altro individuo o gruppo per distorcere la nostra idea su Čehov. Cosa che suggerisce quanto il traduttore debba essere sempre un critico. Non è un caso, a mio parere, che le migliori traduzioni delle tragedie greche spesso menzionate “Chicago” siano state realizzate da due dei migliori critici di tragedia greca dei nostri tempi. E dicendo questo, capisco improvvisamente che ho appena creato una specie di Craig-hiana Übermarionette [Supermarionetta]: il traduttore è scrittore, regista, attore, spettatore, e ora persino critico. A cosa ci serve un teatro? Se tutti i traduttori si unissero, il teatro potrebbe essere definito desueto ogni quindici giorni e tutti i nostri problemi sarebbero risolti.

Note

[ii] Blackmur R. P. 1952, Language as Gesture, New York.

[iii] Richard Burbage (1568-1619). Figlio dell’impresario James Burbage. Amico di William Shakespeare e suo collega attore nelle compagnie delle corti elisabettiane. Fu primo attore, infatti, dei The Lord Chamberlain’s Men [“servi del Lord Ciambellano], la compagnia teatrale per la quale Shakespeare componeva.

[iv] William Kempe (1560-1603). Attore teatrale e ballerino britannico, esperto nelle parti clownesche e considerato per questo l’erede naturale di Richard Tarlton. Kempe fu danzatore comico di giga e si produsse al Globe Theatre con la compagnia teatrale di Shakespeare, The Lord Chamberlain’s Men.

[v] Si definisce «blocking» o «staging»: «the precise moment-by-moment movement and the grouping of actors on stage». Il blocco consiste nelle posizioni statuarie di forze contrapposte assunte dagli attori sul palcoscenico per raggiungere un equilibrio. Trasposto nel movimento, significa controllo assoluto di tutte le sezioni del corpo da parte dell’attore. Il concetto si rifà alla concezione di Übermarionette [Supermarionetta] di Edward Gordon Craig, che vede l’attore come una marionetta, appunto, che si affida al regista, previo studio e controllo del proprio corpo. «L’artista (o la Supermarionetta) è l’attore che si preoccupa di ricordare nei dettagli, e di ripetere sempre uguale, il proprio percorso fisico e verbale. È l’attore capace, così, di creare un materiale paradossalmente solido, su cui il regista, quando ci sarà, potrà lavorare» [Schino 2001: 71]

Sütiste, Torop: I confini processuali della traduzione Processual Boundaries of Translation

Sütiste, Torop: I confini processuali della traduzione

Processual Boundaries of Translation

 

   

IRENE CALABRIA

 

 

 

Université de Strasbourg

Institut de Traducteurs d’Interprètes et de Relations Internationales

Fondazione Milano

Master in Traduzione

 

 

 

Primo supervisore: Professor Bruno OSIMO

Secondo supervisore: Professoressa Valentina BESI

 

Master: Arts, Lettres, Langues

Mention: Langues et Interculturalité

Spécialité: Traduction et Interprétation

Parcours: Traduction littéraire

estate 2011


 

 

 

 

 

© Walter de Gruyter, 2007

© Irene Calabria per l’edizione italiana, 2011

 


Abstract

 

In their essay «Processual Boundaries of Translation: Semiotics and translation studies», Elin Sütiste and Peeter Torop analyse the evolution of translation science applying a semiotic approach to it. They start from the consideration that translation activity in culture cannot take place in isolation from experience of culture and technological environment: the progression from printed media towards hypermedia and new media is underlying the diversity of communication processes. In this new situation, the peculiarity of translation activity consists in the actualization of intralingual and intersemiotic translation alongside interlingual translation. The widening of the boundaries of translation process results in the intensified search for appropriate methodologies. One indication of this is the repeated reconceptualization or further elaboration of Jakobson’s typology of intralingual, interlingual, and intersemiotic translation at the intersection of semiotics, translation studies, analysis of culture, and communication. This dissertation presents a translation into Italian of Sütiste and Torop’s article and its analysis.


Sommario

 

 

1. Traduzione con testo a fronte. 7

2. Analisi testuale dell’originale. 9

2.1 Contenuto. 67

2.2 Struttura. 71

2.3 Qualche considerazione aggiuntiva. 72

3. Analisi traduttologica. 67

3.1 Introduzione. 74

3.2 La dominante e il residuo traduttivo: Jakobson e la semiotica della traduzione. 77

3.3 Strategia traduttiva. 79

3.3.1 Una questione d’invariante. 79

3.3.2 All’insegna della traduzionalità. 82

3.4 Conclusione. 84

3.5 Riferimenti bibliografici 88

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1. Traduzione con testo a fronte

 

Processual boundaries of translation: Semiotics and translation studies*

ELIN SÜTISTE and PEETER TOROP

 

The development of sciences –­ regarded as scientific disciplines mapping cultural terrain – is dependent on the dynamics of culture and does not take place as a linear movement. In order to see the logic of exchange and development in such disciplines, the relations both between the ways of thinking characteristic of different times as well as between the metalanguages in which the ways of thinking are expressed have to be understood. This understanding in turn is shaped by the dynamics of the cultural environment and, hence, also by the (technological) dynamics of modes of communication that influence creative processes. The technological dynamics concern primarily textual messages since the proportions of the oral, the written, the pictorial, and the aural in one and the same text depend on the environment of text consumption or generation. A written text on paper or in hyper- or multimedia form may be the same text, but its interpretation as an original text or as a translation requires taking into account the nature of the medium in which it is presented.

The arising semiotics of multimedia refreshes the study of ordinary texts (for example, a multimedia approach to a picture book) establishing a new methodological perspective for the analysis of this new type of texts. Accordingly, the concept of communication changes into ‘multimedia communication’ defined as

. . . the production, transmission, and interpretation of a composite text, when at least two of the minitexts use different representational systems in either modality. Each minitext needs to have its own organization: any of syntactic categories of individual, linguistic, schematic, temporal, or network may be used. (Purchase 1999:255)


I confini processuali della traduzione: semiotica e scienza della traduzione*

ELIN SÜTISTE e PEETER TOROP

 

Lo sviluppo delle scienze – considerate in quanto discipline scientifiche che mappano il terreno culturale – dipende dalla dinamica della cultura e non avviene secondo un movimento lineare. Per capire la logica di scambio e sviluppo in tali discipline si devono comprendere i rapporti sia tra i modi di pensare tipici di periodi diversi, sia tra i metalinguaggi in cui si esprimono i modi di pensare. Questa comprensione è, a sua volta, condizionata dalla dinamica dell’ambiente culturale e perciò anche dalle dinamiche (tecnologiche) delle modalità di comunicazione che influenzano il processo creativo. Le dinamiche tecnologiche riguardano in primo luogo i messaggi verbali, poiché le proporzioni tra orale, scritto, pittorico e uditivo nello stesso testo dipendono dall’ambiente di consumo o creazione del testo. Un testo scritto su carta, o in forma ipermediale o multimediale sarà anche lo stesso testo, ma la sua interpretazione in quanto testo originale o in quanto traduzione richiede che si prenda in considerazione la natura del medium in cui si presenta.

La semiotica della multimedialità che ne deriva rinnova lo studio dei testi ordinari (per esempio, con un approccio multimediale a un libro d’immagini) affermando una nuova prospettiva metodologica per l’analisi di questo nuovo tipo di testi. Di conseguenza, il concetto di «comunicazione» si trasforma in «comunicazione multimediale», definita come:

[…] la produzione, trasmissione e interpretazione di un testo composito, quando almeno due dei minitesti usano sistemi di rappresentazione diversi in qualsiasi modalità. Ogni minitesto deve avere la propria organizzazione: si può usare qualunque categoria sintattica, individuale, linguistica, schematica, temporale o di rete (Purchase 1999:255)[1] .


The relation of message to its medium has acquired a new meaning and the message’s dependence on and/or independence of the medium has become a methodological problem. In a discipline close to translation studies – narratology – a new branch, transmedial narratology, has arisen from the hypothesis that ‘although narratives in different media exploit a common stock of narrative design principles, they exploit them in different, media-specific ways, or rather, in a certain range of ways, determined by the properties of each medium’ (Herman 2004: 51). This hypothesis also makes it necessary to review traditional approaches and to establish a productive dialogue. In the article referred to above, this is done using the structure of thesis-antithesis. The thesis is ‘narrative is medium independent’: ‘The strong version of thesis, that all aspects of every narrative can be translated into all possible media, has enjoyed prominence in the study of narrative. But a weaker version, that certain aspects of every narrative are medium independent, forms one of the basic research hypotheses of structuralist narratology’ (Herman 2004: 51). The antithesis that opposes this thesis is ‘narrative is (radically) medium dependent’ so that ‘the basic intuition underlying antithesis is that every retelling alters the story told, with every representation of a narrative changing what is presented’ (Herman 2004: 53).

Narratology is a good example of how fast disciplinary boundaries can shift. It also demonstrates the connection between recognizing empirical narrative forms and the dynamics of the terminological field as well as points to the fact that the relationship between narrative forms and the metalanguage signifying these is specifically semiotic. In 1975, Roman Jakobson as associate of the semiotics of Charles S. Peirce, put forward the concept of ‘invariance’ relevant for scholarship in different sciences. Jakobson stated:


Il rapporto di un messaggio con il suo medium ha acquisito un nuovo significato e la dipendenza e/o l’indipendenza del messaggio dal medium è diventata un problema metodologico. In una disciplina vicina alla scienza della traduzione – la narratologia – dall’ipotesi che «anche se le narrazioni in media diversi sfruttano una scorta comune di princìpi di progettazione narrativa, li sfruttano in modi diversi, specifici del medium, o piuttosto, in una serie particolare di modi, determinati dalle proprietà di ogni medium» (Herman 2004: 51) è nata una nuova disciplina: la narratologia transmediale. Quest’ipotesi rende necessario anche rivedere gli approcci tradizionali e istituire un dialogo produttivo. Nell’articolo citato qui sopra, lo si fa usando la struttura tesi-antitesi. La tesi è «la narrazione è indipendente dal medium»: «La versione forte della tesi, ovvero che tutti gli aspetti di ogni narrazione possono essere tradotti in tutti i media possibili, ha ottenuto una certa rilevanza nello studio della narrazione. Ma una versione più debole, ovvero che certi aspetti di ogni narrazione sono indipendenti dal medium, costituisce una delle ipotesi di ricerca fondamentali della narratologia strutturalista» (Herman 2004: 51). L’antitesi è «la narrazione dipende (radicalmente) dal medium» e quindi «l’intuizione essenziale alla base dell’antitesi è che ogni nuova versione altera la storia raccontata, e ogni rappresentazione di una narrazione cambia ciò che è presentato» (Herman 2004: 53).

La narratologia è un buon esempio di quanto velocemente possano cambiare i confini di una disciplina. Dimostra anche la connessione tra il riconoscimento di forme narrative empiriche e le dinamiche in campo terminologico, oltre a mostrare che il rapporto tra forme narrative e il metalinguaggio che le esprime è specificamente semiotico. Nel 1975, Roman Jakobson, rifacendosi a Charles S. Peirce, ha introdotto nella semiotica il concetto di «invarianza», importante a livello accademico in varie scienze. Jakobson ha affermato:


Peirce belonged to the great generation that broadly developed one of the most salient concepts and terms for geometry, physics, linguistics, psychology, and many other sciences. This is the seminal idea of INVARIANCE. The rational necessity of discovering the invariant behind the numerous variables, the question of the assignment of all these variants to relational constants unaffected by transformations underlies the whole of Peirce’s science of signs. The question of invariance appears from the late 1860s in Peirce’s semiotic sketches and he ends by showing that on no level is it possible to deal with a sign without considering both an invariant and a transformational variation. (Jakobson 1985 [1977]:252)

‘Invariance’ is one of those concepts that enable different areas of study to be combined in terms of their common methodology, so that the approaches to narrative and translation can be observed together.

In order to better understand the development of cultural and communication processes, it is necessary to create a dialogue between different disciplines both on the object level and metalevel, with special attention to the dialogue between old and new ideas. Each culture develops in its own way, has its own technological environment and its own traditions of analyzing culture texts. A culture’s capacity for analysis reflects its ability to describe and to understand itself. In the process of description and understanding, an important role is played by the multiplicity of texts, by the interrelatedness of communication with metacommunication. The multiplicity of texts makes it possible to view communication processes as translation processes. But besides immediate textual transformations, the analysis of these transformations – that is, their translation into various metalanguages – has a strong significance in culture. Both in the case of textual transformations and their translations into metalanguages, an important role is performed by the addressees, their ability to recognize the nature of the text at hand, and their readiness to communicate. Just as in translation culture, there is also an infinite retranslation and variation taking place in translation studies. In order to understand different aspects of translation activity, new description languages are constantly being created in translation studies, and the same phenomena are at different times described in different metalanguages.


Peirce apparteneva alla grande generazione che sviluppò ampiamente un concetto e termine saliente per la geometria, la fisica, la linguistica, la psicologia e molte altre scienze. Si tratta dell’idea fondamentale di INVARIANZA. La necessità razionale di scoprire l’invariante dietro le numerose variabili, la questione dell’assegnazione di tutte queste varianti a costanti relazionali non influenzate dalle trasformazioni è alla base dell’intera scienza dei segni di Peirce. La questione dell’invarianza appare negli appunti semiotici dalla fine degli anni 1860 e Peirce conclude mostrando che a nessun livello è possibile prendere in considerazione un segno senza prendere in considerazione sia un’invariante sia una variazione trasformazionale (Jakobson 1985 [1977]:252).

«Invarianza» è uno di quei concetti che fanno sì che diverse aree di studio abbiano una metodologia comune, così che gli approcci alla narrazione e alla traduzione possano essere studiati insieme.

Per comprendere meglio lo sviluppo dei processi culturali e di comunicazione è necessario creare un dialogo tra discipline diverse sia a livello dell’oggetto, sia a metalivello, con un’attenzione speciale per il dialogo tra idee vecchie e nuove. Ogni cultura si sviluppa a modo proprio, ha il proprio ambiente tecnologico e le proprie tradizioni di analisi dei testi culturali. La capacità di analisi di una cultura riflette la sua abilità nel descrivere e capire sé stessa. Nel processo di descrizione e comprensione, la molteplicità di testi, l’interrelazione tra comunicazione e metacomunicazione hanno un ruolo importante. La molteplicità di testi rende possibile considerare i processi di comunicazione processi traduttivi. Ma, oltre alle trasformazioni testuali immediate, l’analisi di queste trasformazioni – ovvero la loro traduzione in vari metalinguaggi – ha una profonda rilevanza nella cultura. Nel caso sia di trasformazioni testuali, sia delle loro traduzioni in metalinguaggi, i riceventi, la loro capacità di riconoscere la natura del testo in questione e la prontezza con cui comunicano svolgono un ruolo importante. Proprio come nella cultura della traduzione, anche nello studio della traduzione ha luogo una ritraduzione e una variazione infinita. Per comprendere i diversi aspetti dell’attività traduttiva, nella scienza della traduzione si creano di continuo nuovi linguaggi descrittivi e si descrivono gli stessi fenomeni in momenti e con metalinguaggi diversi.


And just as in culture, also in disciplines studying cultural phenomena, variance has its limits and at some point an invariant is needed in order to organize the variance.

1.         On the identity of translation studies

The present-day translation studies do not form a methodologically unified discipline, although a movement into this direction takes place. The existing textbooks and readers on translation studies are either school- or problem-centered or arranged chronologically. They register metalingual variety, but do not strive to hierarchize the history of translation studies. At the same time there is also some invariance observable in this variety of metalanguages, especially if we start looking for the implicit roots of explicitly formulated views.

It is interesting to observe the dynamics that the attitudes of influential translation scholars have undergone in the course of some thirty years of modern translation studies. Eugene Nida distinguished three tendencies in the translation studies of the 1970s. Philological theories are interested in literature, in the translatability of genre and other literary characteristics; linguistic theories are engaged in the relationships between content and form found in languages and in the structural comparison of languages; sociolinguistic theories regard translation as part of a concrete communi- cation process (see Nida 1976). Two decades later, Nida also characterizes multimedial communication as natural, ordinary communication: ‘But even in printed texts, differences of typeface, format, and book covers have also carried messages’ (Nida 1999:119). At the end of this article he advises the leaders of Bible Societies to understand ‘that the use of new media is not designed to replace the printed text, but to lead people to the text’ (Nida 1999:130).


E proprio come nella cultura, anche nelle discipline che studiano i fenomeni culturali, la variante ha i suoi limiti e, a un certo punto, si ha bisogno di un’invariante per organizzare la variante.

1.         Sull’identità della scienza della traduzione

La scienza della traduzione contemporanea non è una disciplina unificata a livello metodologico, anche se si sta muovendo in questa direzione. I libri di testo e le antologie di scienza della traduzione o si concentrano su un problema o sulla scuola di appartenenza, oppure sono organizzati cronologicamente. Riconoscono la molteplicità metalinguistica, ma non si sforzano di creare una gerarchia nella storia della scienza della traduzione. Nello stesso tempo, si può anche osservare un’invarianza in questa molteplicità di metalinguaggi, in special modo se cominciamo a ricercare le radici implicite delle opinioni formulate in modo esplicito.

È interessante osservare la dinamica delle opinioni di influenti studiosi della traduzione nel corso di circa trent’anni. Eugene Nida ha individuato tre tendenze nella scienza della traduzione degli anni Settanta. Le teorie filologiche s’interessano di letteratura, della traducibilità del genere e di altre caratteristiche testuali; le teorie linguistiche si occupano dei rapporti tra contenuto e forma presenti nelle lingue e del raffronto strutturale tra lingue; le teorie sociolinguistiche considerano la traduzione parte del processo concreto di comunicazione (Nida 1976). Vent’anni più tardi, Nida descrive anche la comunicazione multimediale come comunicazione naturale, ordinaria: «Ma perfino nei testi stampati, le differenze di carattere, formato e copertina sono stati portatori di messaggi» (Nida 1999:199). Alla fine di questo suo articolo, consiglia ai coordinatori delle Bible Societies di capire «che l’uso dei nuovi media non è pensato per sostituire il testo stampato, ma per condurre le persone verso il testo» (Nida 1999:130).


Translation activities performed on cultural facts and phenomena cannot take place in isolation from experience of the whole of culture and technological environment. Underlying the diversity of communication processes is the process from printed media towards hypermedia and new media, and in the course of this process complementary text forms and modes of communication are born. Gunther Kress has formulated this new shift as follows:

I would say in relation to communication that we have come from a period in which there had been a stable constellation of the mode of writing with the medium of the book […]. The new constellation, culturally increasingly dominant, is that of the mode of the image and the medium of the screen. This will lead to quiet new representational forms, new possibilities for communicational action, and new understandings of human social meaning making. (Kress 2004:446)

The new situation also influences the study of traditional communication forms. The peculiarity of translation activity relevant in this new situation consists in the actualization of intralinguistic and intersemiotic translation alongside interlinguistic translation: first, in synthetic form, combining all three types of translation (interlinguistic translation is characterized as including intralinguistic and intersemiotic translation) and second, in analytic form, where the three autonomous types of translation produce their own types of texts. The evolution of Nida’s views reflects the attempt to accommodate the changes happening in the entire culture in one segment of culture – translation culture.

Modern translation studies (1970–1980s) are characterized by a growing tendency to (1) bring closer translation practice and theory; (2) increase the capacity of different concepts for the dialogue within translation studies; and (3) arrive at the creation of comprehensive systematic translation studies. The first tendency is represented by Wolfram Wilss who held that translation studies could escape their immanent stagnation by expanding their methodological perspective. In his pursuit of explicit analysis of translation process Wilss aimed for the study of general translation problems


Le attività traduttive compiute sui fatti e i fenomeni culturali non possono avvenire in isolamento dalla cultura e dall’ambiente tecnologico nell’insieme. Alla base della molteplicità dei processi di comunicazione vi è il processo che va dai media stampati agli ipermedia e ai nuovi media, e durante questo processo nascono forme testuali e modalità di comunicazione complementari. Gunther Kress ha così descritto questo nuovo cambiamento:

Per quanto riguarda la comunicazione, direi che veniamo da un periodo in cui c’è stata una costellazione stabile della modalità della scrittura con il libro come medium […]. La nuova costellazione, sempre più dominante a livello culturale, è quella della modalità dell’immagine e dello schermo come medium. Ciò porterà a nuove forme di rappresentazione, nuove possibilità di azione comunicazionale e una nuova concezione della creazione sociale umana di significato (Kress 2004:446).

La nuova situazione influenza anche lo studio delle forme di comunicazione tradizionali. La peculiarità dell’attività traduttiva importante in questa nuova situazione consiste nell’attualizzazione della traduzione intralinguistica e intersemiotica insieme alla traduzione interlinguistica: in primo luogo, in forma sintetica, combinando tutti e tre i tipi di traduzione (la traduzione interlinguistica è caratterizzata dal fatto che racchiude in sé la traduzione intralinguistica e quella intersemiotica) e in secondo luogo, in forma analitica, dove i tre tipi di traduzione producono i propri tipi di testo in modo autonomo. L’evoluzione dell’opinione di Nida riflette il tentativo di adeguare a un segmento della cultura, la cultura della traduzione, i cambiamenti che avvengono nell’intera cultura.

La scienza della traduzione moderna (anni Settanta-Ottanta) è caratterizzata da una crescente tendenza a (1) avvicinare la pratica e la teoria della traduzione; (2) aumentare la portata di diversi concetti per il dialogo all’interno della scienza della traduzione; e (3) arrivare alla creazione di una scienza della traduzione sistematica e completa. La prima tendenza è rappresentata da Wolfram Wills che ritiene che la scienza della traduzione possa salvarsi dalla stagnazione immanente espandendo il proprio orizzonte metodologico. Nella ricerca di un’analisi esplicita del processo traduttivo Wills punta ad avvicinare al massimo grado lo studio dei problemi traduttivi


independent of a particular language pair (competence in translation) to be brought maximally close to the study of questions rising from immediate contacts between two languages (performance in translation) (Wilss 1982).

By that time, translation studies as a discipline – methodologically still in the development phase – had arrived at a state of multidisciplinarity using disparate metalanguages (which is different from interdisciplinarity as a methodological whole). The second tendency is therefore well represented by György Radó who held that for the development of translation studies the synthesis of the existing trends and languages would be crucial. Synthesis should start from the composition of bibliographies in order to record dispersed studies (Radó 1985:305). Also characteristic of this period is the call to use general academic metalanguage, accessible to all scholars in their discussion of theory (Bassnett-McGuire 1980:134).

The third tendency is represented by James S. Holmes who, in his works, deductively created a new translation studies as a taxonomically describable hierarchical system resting on the complementarity of several theories together. He held that first of all a theory of translation process is needed in order to reflect on what happens when a person decides to translate something. Next comes a theory of translation product, which is required in order to determine the specifics of translation as a particular text type. Third, there is a need for a theory of translation function in order to understand the behavior of translation in the receiving culture. These three theories cannot be normative as they try to describe the already existing situation and do not prescribe any rules. Normativity, however, is important in the fourth, theory of translation didactics (Holmes 1988:95). Holmes has, in effect, formulated a program of interdisciplinary translation studies although different translation theories elaborate it in different ways and the development is far from being balanced.


generali, indipendenti dalla particolare coppia di lingue (competenza traduttiva), allo studio dei problemi derivanti dai contatti diretti tra due lingue (prestazione traduttiva) (Wilss 1982).

A quell’epoca la scienza della traduzione come disciplina – ancora in fase di sviluppo metodologico – era arrivata a un livello di multidisciplinarità con metalinguaggi disparati (da non confondersi con l’interdisciplinarità come insieme metodologico). La seconda tendenza è perciò ben rappresentata da György Radó che crede che per lo sviluppo della scienza della traduzione sia vitale la sintesi delle tendenze e dei linguaggi esistenti. La sintesi deve partire dalla creazione di bibliografie per documentare i vari studi (Radó 1985:305). Un’altra caratteristica di questo periodo è l’invito a usare un metalinguaggio accademico generico, accessibile a tutti gli studiosi (Bassnett-McGuire 1980:134).

La terza tendenza è rappresentata da James S. Holmes che, nei suoi scritti, ha abduttivamente creato i translation studies come sistema gerarchico descrivibile in chiave tassonomica, basandosi sulla complementarità di diverse teorie messe insieme. Sostiene che, per prima cosa, sia necessaria una teoria del processo traduttivo per poter riflettere su ciò che accade quando una persona decide di tradurre qualcosa. L’esigenza successiva riguarda la teoria del prodotto traduttivo, che serve per determinare lo specifico della traduzione in quanto tipo di testo particolare. E, come terza esigenza, una teoria della funzione traduttiva per comprendere il comportamento della traduzione nella cultura ricevente. Queste tre teorie non possono essere normative, poiché cercano di descrivere la situazione e non impongono alcuna regola. Tuttavia, la normatività è importante nella quarta teoria, quella della didattica della traduzione (Holmes 1988:95). Holmes ha, infatti, formulato il programma di una scienza interdisciplinare della traduzione, anche se le varie teorie della traduzione elaborano il programma in modi diversi e lo sviluppo è lungi dall’essere equilibrato.


Holmes did not create any illusions for himself, calling balanced translation studies a disciplinary utopia (Holmes 1988:109). Although Holmes’s taxonomy is in active use today, methodological innovation has not yet taken place and it is too early to speak of integrated translation studies. In the opinion of Edwin Gentzler who values Holmes’s model highly the enrichment of translation studies adding other cultural disciplines is still neglected: ‘With regard to the future of translation theory within the field of Translation Studies, while many date the cultural turn in Translation Studies as beginning in the 1990s, it is still in its infant stages’ (Gentzler 2003:22). Thus, before consolidation translation studies should open up. Gentzler states:

James Holmes called for a dialectical interchange among the various branches within Translation Studies. I agree with him and yet would open his directive to a broader enterprise. My hope is that a truly open, interdisciplinary, and dialectical interchange of ideas can now take place with scholars outside the discipline, from any number of other fields. (2003:23)

 

2.         The aspect of translation semiotics

Translation semiotics has its own identity but it is also closely related to translation studies. On the one hand, translation semiotics and, more generally, semiotics of culture are metadisciplines that enable translation studies to move towards the necessary methodological synthesis and provide a descriptive language. On the other hand, it can be argued that explicit translation semiotics is at the same time implicit translation studies. It is characteristic that when projecting modern translation studies on Holmes’s model of translation studies, semiotic translation theoreticians are forced to admit that the ‘pure’ theoretical branch of translation studies is still weak. This is expressed, among other things, in the incompetence of translation theory to answer the basic question what makes a translation a translation (Stecconi 2004:472-473).


Holmes non si era fatto illusioni, considerando i translation studies equilibrati un’utopia disciplinare (Holmes 1988:95). Anche se la tassonomia di Holmes è ancora in auge, non è avvenuta un’innovazione metodologica ed è troppo presto per parlare di scienza della traduzione integrata. Secondo Edwin Gentzler, che dà molta importanza al modello di Holmes, l’arricchimento dei translation studies aggiungendo altre scienze della cultura è ancora trascurato: «Per quanto riguarda il futuro della teoria della traduzione nell’ambito dei Translation Studies, anche se molti fanno risalire la svolta culturale all’inizio degli anni ’90, i Translation Studies sono ancora in una fase infantile» (Gentzler 2003:22). Perciò, prima di consolidarsi i translation studies dovrebbero aprirsi. Gentzler afferma:

James Holmes invocava uno scambio dialettico tra le varie discipline all’interno dei Translation Studies. Sono d’accordo con lui, ma amplierei il senso della sua indicazione. Ciò che spero è che possa esserci uno scambio interdisciplinare e dialettico veramente aperto con studiosi al di fuori della disciplina, provenienti da tanti ambiti diversi (2003:23).

 

2. L’aspetto della semiotica della traduzione

La semiotica della traduzione ha una propria identità, ma è anche strettamente collegata alla scienza della traduzione. Da un lato, la semiotica della traduzione e, più in generale, la semiotica della cultura sono metadiscipline che permettono alla scienza della traduzione di spingersi verso la necessaria sintesi metodologica e forniscono un linguaggio descrittivo. Dall’altro, si può sostenere che la semiotica della traduzione esplicita è allo stesso tempo la scienza della traduzione implicita. Un aspetto curioso è che nel proiettare la scienza della traduzione moderna sul modello dei translation studies di Holmes, i teorici di semiotica della traduzione sono obbligati ad ammettere che l’ambito “puramente” teorico della scienza della traduzione è ancora debole. Ciò si esprime, tra le altre cose, nell’incapacità della teoria della traduzione di rispondere alla domanda di base su cosa fa di una traduzione una traduzione (Stecconi 2004:472-473).


At the same time, the search for an answer to this question demonstrates that translation studies are essentially semiotic.

The key point for defining translation is establishing the boundaries of the translation text, which in semiotic analysis is one of the first procedural moves towards understanding something in its wholeness or as a whole. Thus, the starting point for defining translation is the question of the boundary between translation and non-translation. One possible answer to this question is ‘translation is everything called translation,’ in which case the notion of boundary has to be further specified. The result is a distinction between two more boundaries. The first one is the boundary between the translation and the original, and the second one is the boundary between the translation and the recipient culture (Torop 2000c:599).

Another option for defining translation has been suggested by Andrew Chesterman and Rosemary Arrojo. They have employed the polarity ‘essentialism versus non-essentialism’ to emphasize the complexity of the problem for translation studies in the twenty-first century, arguing:

In general, essentialism claims that meanings are objective and stable, that the translator’s job is to find and transfer these and hence to remain as invisible as possible. Non-essentialism, on the other hand, basically claims that meanings (including the meaning of the concept of ‘translation’) are inherently non-stable, that they have to be interpreted in each individual instance, and hence that the translator is inevitably visible. (Chesterman and Arrojo 2000:151)

From this polarity, a new logic for defining translation can be derived. Chesterman and Arrojo argue further:

The question ‘What is a translation?’ is closely linked to the question ‘What is a good translation?’. TS [1⁄4 translation studies] is interested in studying how opinions and criteria concerning translation quality vary within and across cultures and periods. It is also interested in seeing whether there are quality criteria that are shared across cultures and periods. (2000:154)

From this argument, we are back at the issues of invariance and variance.

By the end of the 1990s, the replacement of the concept of adequacy by the concept of acceptability had created a new need for paying close attention to the issue of translation quality (Schäffner 1998).


Allo stesso tempo, la ricerca di una risposta a questa domanda dimostra che la scienza della traduzione è essenzialmente semiotica.

Il punto chiave nel definire «traduzione» è stabilire i confini del testo tradotto, che nell’analisi semiotica è uno dei primi passi della procedura per comprendere qualcosa nella sua interezza o nell’insieme. Perciò il punto di partenza per definire «traduzione» è la questione del confine tra «traduzione» e «non traduzione». Una risposta possibile è «traduzione è tutto ciò chiamato “traduzione”», nel qual caso il concetto di «confine» dev’essere specificato ulteriormente. Il risultato è la distinzione tra altri due confini. Il primo è il confine tra la traduzione e l’originale e il secondo è il confine tra la traduzione e la cultura ricevente (Torop 2000b:599).

Un’altra opzione per definire «traduzione» è stata suggerita da Andrew Chesterman e Rosemary Arrojo, che hanno utilizzato la polarità «essenzialismo versus non essenzialismo» per evidenziare la complessità del problema della scienza della traduzione nel ventunesimo secolo, sostenendo:

In generale, l’essenzialismo afferma che i significati sono oggettivi e stabili, che il compito del traduttore è di trovarli e trasferirli e perciò di rimanere invisibile il più possibile. Il non essenzialismo, invece, praticamente afferma che i significati (compreso il significato del concetto di «traduzione») sono intrinsecamente non-stabili, che devono essere interpretati in ogni singolo caso, e perciò il traduttore è inevitabilmente visibile. (Chesterman e Arrojo 2000:151)

Da questa polarità può derivare una nuova logica per definire «traduzione». Chesterman e Arrojo continuano:

La domanda «Cos’è una traduzione?» è strettamente legata alla domanda «Cos’è una buona traduzione?» La scienza della traduzione s’interessa di studiare in che modo variano le opinioni e i criteri che riguardano la qualità della traduzione in culture e periodi diversi. S’interessa anche di scoprire se ci sono criteri qualitativi condivisi in culture e periodi diversi. (2000:154)

Da quest’argomentazione ritorniamo ai concetti d’invarianza e varianza.

Alla fine degli anni ’90, la sostituzione del concetto di accettabilità al concetto di adeguatezza aveva creato la necessità di fare molta attenzione alla questione della qualità della traduzione (Schäffner 1998).


The concerns with the quality of translation brought into focus the possibility of a theory of ‘good’ translation, which started from distinguishing two levels of questions. First, when comparing two texts, the questions that need to be asked on the first level are: ‘Is this text a translation of the other, or is it not? And if it is, is it a good translation?’ (Halliday 2001:14). On the second level, the same questions become more precise: ‘Why is this text a translation of the other? And why is it, or is it not, a good translation? In other words: how we know?’ (Halliday 2001:14).

But these new kinds of questions are really eternal questions. For a long time attempts have been made to find out the reasons why readers, given the choice between two (or more) translations of one original text, prefer certain translation(s) over others. A possible answer (the whole question is problematic) is the perceptual integrity of translation. The convincing proof is that both linguistic well-formedness and semiotic coherence are functional. It is vital for both translators as well as readers of translations that the text would activate flights of imagination, engaging all human senses. The senses include perceiving the visuality of the text, a feature difficult to pinpoint. In addition to translators’ own comments on their visualization techniques, it has also been argued within translation theory that the precondition to composing a ‘good’ translation is the translator’s recognition of the visual perceptibility of the text to be translated (Schulte 1980:82), while the failure to recreate the visual perceptibility of the text is listed among the shortcomings of translation (Caws 1986:60-61). Thus, a ‘good’ translation is perceptually an integrated whole and can be effectively visualized in the imagination of the reader.

The study of textual visuality and more broadly of all perceptibility of a verbal translation has developed in three main directions.


preoccupazioni per la qualità della traduzione hanno messo a fuoco la possibilità di una teoria della traduzione “buona”, che cominciava distinguendo due livelli di domande. Per prima cosa, nel raffrontare due testi, le domande che vanno poste al primo livello sono: «Questo testo è la traduzione dell’altro, o non lo è? E se lo è, è una buona traduzione?» (Halliday 2001:14). Al secondo livello, le stesse domande diventano più precise: «Perché questo testo è la traduzione dell’altro? E perché è, o non è, una buona traduzione? In altre parole: come facciamo a saperlo?» (Halliday 2001:14).

Ma questi nuovi tipi di domande in realtà sono domande che continueremo a porci per sempre. A lungo si è cercato di scoprire le ragioni per cui i lettori, dovendo scegliere tra due (o più) traduzioni di un testo originale, preferiscano certe traduzioni rispetto ad altre. Una possibile risposta (l’intera questione è problematica) è l’integrità percettiva della traduzione. La prova decisiva è che sia una buona struttura linguistica, sia la coerenza semiotica sono determinanti. È vitale sia per i traduttori, sia per i lettori delle traduzioni, che il testo riesca ad attivare fughe d’immaginazione, coinvolgendo tutti i cinque sensi. I sensi includono la percezione della visualità del testo, un aspetto difficile da individuare. Oltre ai commenti dei traduttori riguardo alle proprie tecniche di visualizzazione, all’interno della scienza della traduzione si è anche sostenuto che la condizione necessaria per fare una “buona” traduzione sia il riconoscimento da parte del traduttore della percettibilità visuale del testo da tradurre (Schulte 1980:82), mentre l’impossibilità di ricreare la percettibilità visuale del testo è catalogato tra i difetti della traduzione (Caws 1986:60-61). Perciò una “buona” traduzione è un tutto integrato a livello percettivo e può essere visualizzata in modo efficace nell’immaginazione del lettore.

Lo studio della visualità testuale e, in senso più ampio, dell’intera percettibilità di una traduzione verbale si è sviluppato in tre direzioni principali.


One direction is the wide uses of linguistic means including paralinguistic elements in the analysis (Poyatos 1997). This direction pays attention to the performance qualities of a text and regards narrative or other non-dramaturgic texts as framing scenes to which are added the author’s comments on the objects, movements, facial expressions, manner of speaking, and so forth. A second direction is psychological, and focuses on the interaction between the verbal and the visual, the speech and the picture both in inner speech as well as in the processes of perception and reception (cf. Osimo 2002). The third direction is comparative, displaying the broader nature of translation activity through film, especially through film adaptations of literary works. The last alternative is not only material but reveals the semiotic side of translation mechanisms and shows the division of the verbal text into audial, visual, and verbal components (Cattrysse 1992; Remael 1995; Torop 2000a).

With the introduction of multimedia studies, many authors who had so far focused on comparing translation with film adaptation of literary works, turned their attention to multimedia. The study of multimedia and of the related phenomenon of multimodality has broadened the methodological perspective towards a more accurate understanding of the semiotic nature of translation. Thus Aline Remael assures that

[…] the nature of multimodal or even multimedia texts need not require translation scholars to abandon all their trusted methods . . . I have demonstrated the usefulness of the simple application of a few concepts from a branch of socio-semiotics concerned with the production of multimodal texts which can easily be incorporated into existing methods in translation studies. (Remael 2001:21)

Whereas Patrick Cattrysse ends his article with his own proposal for a new kind of collaboration that would benefit all parties:

To me, the largest challenge for multimedia translation seems to be the new types of collaboration. Such new types of collaboration will be necessary on three levels: on the level of scientific research, on the level of education and training, and on the level of MM [multimedia] production. (Cattrysse 2001:11)


Una di queste riguarda gli ampi usi del mezzo linguistico, inclusi gli elementi paralinguistici, nell’analisi (Poyatos 1997). Questa direzione fa attenzione alle qualità della prestazione di un testo e considera le narrazioni, o altri testi non drammaturgici, cornici nelle quali vengono aggiunti i commenti dell’autore sugli oggetti, i movimenti, le espressioni facciali, i modi di parlare e così via. Una seconda direzione è quella psicologica, che si focalizza sull’interazione tra il verbale e il visivo, il discorso e l’immagine sia nel discorso interno, sia nei processi di percezione e ricezione (Osimo 2002).  La terza direzione è quella comparativa, che mostra la natura più ampia dell’attività traduttiva attraverso i film, in special modo attraverso gli adattamenti filmici di opere verbali. Quest’ultima alternativa non è solo materiale, ma rivela il lato semiotico dei meccanismi traduttivi e mostra la divisione di un testo in componenti uditive, visive e verbali (Cattrysse 1992; Remael 1995; Torop 2000a).

Con l’introduzione degli studi sulla multimedialità, molti autori, che fino ad allora si erano concentrati sul paragone tra traduzione e adattamento filmico di opere verbali, hanno rivolto la loro attenzione alla multimedialità. Lo studio della multimedialità e il relativo fenomeno della multimodalità hanno ampliato l’orizzonte metodologico verso una più accurata comprensione della natura semiotica della traduzione. Perciò Aline Remael assicura che

[…] la natura dei testi multimodali o addirittura multimediali non rende necessario che gli studiosi abbandonino tutti i loro metodi fidati. […] Ho dimostrato l’utilità della semplice applicazione di alcuni concetti, provenienti da un ramo della sociosemiotica che si occupa della produzione di testi multimodali, che possono essere facilmente compresi nei metodi esistenti nella scienza della traduzione (Remael 2001: 21).

Mentre invece Cattrysse conclude il suo articolo con la proposta di un nuovo tipo di collaborazione, di cui tutti beneficerebbero:

A me la sfida più grande per la traduzione multimediale sembrano i nuovi tipi di collaborazione. Questi nuovi tipi di collaborazione saranno necessari a tre livelli: a livello di ricerca scientifica, a livello di istruzione e formazione e a livello di produzione multimediale (Cattrysse 2001: 11).


Cattrysse links comparative communication studies (or better, comparative semiotics) with translation studies (2001:6) in order to reply to these essential questions of modern translation activity:

How can we compare messages expressed in different semiotic systems? How can we establish tertia comparationes? How can we describe and explain the different translational processes in a systemic way? How can we describe and explain the final results of the translational processes? How can we describe and explain the functioning of these results within their respective target contexts? (Cattrysse 2001:8–9)

These are just some of the fundamental questions that Cattrysse poses in his article.

Disciplines studying translation have thus reached a stage where the nature of translation text is being reinterpreted and the semiotic fidelity of the translation text to the original is being defined. Therefore, it has become important to distinguish between isosemiotic and polysemiotic texts, both on the level of autonomous texts as well as on the level of textual parameters (Gottlieb 2003:178-179). The changes that the ontology of the translation text and the status of translation activity have undergone in culture imply that the object of translation studies is equally subject to a complex semiotic treatment and that the methodology of translation studies needs to reach an agreement with the dynamics of culture.

The contacts between translation studies and translation semiotics have multiplied and created a common methodological translatability. As part of translation studies, translation semiotics has provided a different outlook on the problems of translatability, from the linguistic worldview to the functions of translation text as a text of culture. A new approach to translatability has in turn made it possible to raise the problem of semiotic coherence. As part of semiotics, translation semiotics engages in comparative analysis of sign systems and functional relations between different sign systems. As an autonomous discipline, translation semiotics is one of the primary disciplines


Cattrysse collega lo studio della comunicazione comparativa (o meglio, la semiotica comparativa) con la scienza della traduzione (2001:6) per rispondere a queste domande fondamentali sull’attività traduttiva moderna:

Come facciamo a comparare messaggi espressi in diversi sistemi semiotici? Come facciamo a stabilire i tertia comparationis? Come facciamo a descrivere e spiegare i diversi processi traduttivi in modo sistemico? Come facciamo a descrivere e spiegare i risultati finali dei processi traduttivi? Come facciamo a descrivere e spiegare il funzionamento di questi risultati all’interno dei rispettivi contesti di ricezione? (Cattrysse 2001:8-9)

Queste sono solo alcune delle domande fondamentali che Cattrysse pone nel suo articolo.

Le discipline che studiano la traduzione hanno, quindi, raggiunto uno stadio in cui si reinterpreta la natura del testo tradotto e si definisce la fedeltà semiotica del testo tradotto all’originale. Perciò è diventato importante distinguere tra testi isosemiotici e polisemiotici, sia a livello di testi autonomi, sia a livello di parametri testuali (Gottlieb 2003:178-79). I cambiamenti dell’ontologia del testo tradotto e dello status dell’attività traduttiva nella cultura implicano che l’oggetto della scienza della traduzione sia ugualmente soggetto a un complesso trattamento semiotico e che la metodologia della scienza della traduzione debba trovare un accordo con la dinamica della cultura.

I contatti tra scienza della traduzione e semiotica della traduzione si sono moltiplicati e hanno determinato una traducibilità metodologica comune. Come parte della scienza della traduzione, la semiotica della traduzione ha fornito una prospettiva diversa riguardo ai problemi di traducibilità, dalla visione linguistica del mondo alle funzioni del testo tradotto in quanto testo della cultura. Un nuovo approccio alla traducibilità ha a sua volta reso possibile sollevare il problema della coerenza semiotica. Come parte della semiotica, la semiotica della traduzione si occupa dell’analisi comparativa dei sistemi di segni e dei rapporti funzionali tra diversi sistemi di segni. Come disciplina autonoma, la semiotica della traduzione è una delle discipline primarie


of cultural analysis as it provides the means, through its semiotic approach, to distinguish and discern the degree of sign systems’ translatability, then to describe both communication and metacommunication, and subsequently to associate these communication processes with the intertextual, interdiscursive, and intermedial space in the present-day culture (Torop 2001). But the theoretical formulation of present-day problems already had its beginnings a long time ago, and the present problems of translation studies and translation semiotics have largely been formulated already in the works of Roman Jakobson. This means that the endeavor to innovate can sometimes lead us into historical perceptions.

3.         Jakobsonian perspective

The genesis of Jakobson’s translation semiotic thinking was influenced by his reading of Peirce. This aspect of genesis has been closely observed by one of the most renowned representatives of translation semiotics, Dinda L. Gorlée, in her chapter ‘Translation after Jakobson after Peirce’ (Gorlée 1994:147-168). The aim of this chapter is

[…] to discuss translation as singled out by Jakobson among Peirce’s sign- theoretical concepts, and which Jakobson utilized again in a more restricted sense than originally intended by Peirce. For Jakobson, and in contradistinction to Peirce, translation is a metalinguistic process always involving language. I will propose and argue that the three kinds of translation put forth by Jakobson (1959:233; 1971b:261) can be construed and (re)refined in terms of Peirce’s three ontological categories, or modes of being. (Gorlée 1994:148)

Thus, Jakobson can be analyzed by means of methodological back translation into the contours that had earlier inspired him, into the works of Peirce. Gorlée, as a true expert on Peirce, carries out this project. Without stopping there, Gorlée develops a concept of semiotranslation, which ‘is a unidirectional, future-oriented, cumulative, and irreversible process, a growing network which should not be pictured as a single line emanating from a source text toward a designated target text’ (Gorlée 2004:103-104).


dell’analisi culturale, poiché fornisce i mezzi, attraverso il suo approccio semiotico, per distinguere e discernere il grado di traducibilità dei sistemi segnici, poi per descrivere sia la comunicazione, sia la metacomunicazione, e di conseguenza per associare questi processi di comunicazione allo spazio intertestuale, interdiscorsivo e intermediale nella cultura contemporanea (Torop 2001). Ma la formulazione teorica dei problemi contemporanei ha avuto inizio molto tempo fa e gli attuali problemi della scienza della traduzione e della semiotica della traduzione sono stati ampiamente elaborati già negli scritti di Roman Jakobson. Ciò significa che lo sforzo verso l’innovazione talvolta può portarci verso prospettive storiche.

3. La prospettiva di Jakobson

La nascita delle riflessioni semiotiche di Jakobson intorno alla traduzione è stata influenzata dalla lettura di Peirce. Questo aspetto è stato studiato minuziosamente da uno dei più noti rappresentanti della semiotica della traduzione, Dinda L. Gorlée, nel suo capitolo «Translation after Jakobson, after Peirce» (Gorlée 1994:147-168). Lo scopo di questo capitolo è:

[…] discutere la traduzione individuata da Jakobson tra le teorie del segno di Peirce, e che Jakobson ha riutilizzato in senso più ristretto di quanto intendesse Peirce in origine. Per Jakobson, e in contraddizione con Peirce, la traduzione è un processo metalinguistico che coinvolge sempre la lingua. Io propongo e sostengo che i tre tipi di traduzione elaborati da Jakobson (1959:233; 1971b:261) possono essere interpretati e (ri)rifiniti nei termini delle tre categorie ontologiche di Peirce, o modalità dell’essere. (Gorlée 1994:148)

Perciò si può analizzare Jakobson per mezzo di una traduzione metodologica inversa nei termini degli scritti di Peirce che lo avevano ispirato. Gorlée, in quanto vera esperta di Peirce, realizza questo progetto. Ma non si ferma qui. Sviluppa, infatti, il concetto di «semiotraduzione», che è «un processo unidirezionale, orientato al futuro, cumulativo e irreversibile, una rete in espansione che non deve essere rappresentata come una linea singola che deriva da un prototesto verso un determinato metatesto» (Gorlée 2004:103-104).


Semiotranslation is a complex metadisciplinary concept, which also influences the definition of translator’s competence and defines the knowledge of the translator as follows:

[…] the professional translator must have learned and internalized a vast number of associations and combinations with reference to individual languages (intralingual translation), language pairs (interlingual translation), and the interactions between language and nonverbal sign systems (intersemiotic translation). (Gorlée 2004:129)

Other scholars associated with semiotics have developed Jakobson’s views on translation according to their own ways of thinking and aims. A good example is provided by a series of modifications based on Jakobson’s typology of three kinds of translation, proposed by Gideon Toury in 1986, Umberto Eco in 2001, 2003 and Susan Petrilli in 2003.1 All of these authors have their own interpretation of Jakobson’s typology seen from their own angle, and come with their own theoretical premises.

In Jakobson’s now classic article of 1959 ‘On linguistic aspects of translation’ he distinguishes ‘three ways of interpreting a verbal sign’ (Jakobson 1971 [1959]:261): a verbal sign may be translated into other signs of the same language (intralingual translation), into another language (interlingual translation), or into another, nonverbal system of symbols (intersemiotic translation or transmutation).2 At the time of its appearance, the victory of Jakobson’s article lay in the introduction of a wider perspective on translation (cf. Levy ́ 1974:35; Steiner 1998 [1975]:274), which made possible the introduction of intersemiotic translation (Eco 2001:67).

The first revision of Jakobson’s typology was offered by Gideon Toury in his article ‘Translation: A cultural-semiotic perspective’ written for the Encyclopedic Dictionary of Semiotics (1986). Toury tries to form a systematic view of translation-related issues as seen from a cultural-semiotic angle and is forced to admit that translation studies is short of typologies of translating processes and translating activities.


La semiotraduzione è un complesso concetto metadisciplinare, che influenza anche la definizione della competenza del traduttore e definisce la conoscenza del traduttore come segue:

[…] il traduttore professionale deve aver imparato e interiorizzato un gran numero di associazioni e combinazioni in riferimento a singole lingue (traduzione intralinguistica), coppie di lingue (traduzione interlinguistica) e le interazioni tra lingua e sistemi di segni non verbali (traduzione intersemiotica) (Gorlée 2004:129).

Altri studiosi che si occupano di semiotica hanno sviluppato le opinioni di Jakobson sulla traduzione in base ai loro modi di pensare e ai loro scopi. Una serie di modifiche basate sulla tipologia di Jakobson dei tre tipi di traduzione, proposte da Gideon Toury nel 1986, da Umberto Eco nel 2001 e nel 2003 e da Susan Petrilli nel 2003 ne offrono un buon esempio1. Tutti questi autori hanno interpretato dal proprio punto di vista la tipologia di Jakobson e sono partiti dai propri presupposti teorici.

Nell’articolo del 1959 «Sugli aspetti linguistici della traduzione», ormai diventato un classico, Jakobson distingue «tre modi di interpretare un segno verbale» (Jakobson 1971 [1959]: 261): un segno verbale può essere tradotto in altri segni della stessa lingua (traduzione intralinguistica), in un’altra lingua (traduzione interlinguistica) o in un altro sistema non verbale di simboli (traduzione intersemiotica o trasmutazione)2. Al momento della pubblicazione, la conquista dell’articolo di Jakobson stava nell’introduzione di una prospettiva più ampia sulla traduzione (Levy 1974:35; Steiner 1998 [1975]:274), che ha reso possibile l’introduzione della traduzione intersemiotica (Eco 2001:67).

Gideon Toury ha proposto la prima rilettura della tipologia di Jakobson nel suo articolo «Translation: A cultural-semiotic perspective», scritto per l’Enciclopedic Dictionary of Semiotics (1986). Toury cerca di formare un punto di vista sistematico sulle questioni inerenti alla traduzione, viste da una prospettiva semiotico-culturale ed è obbligato ad ammettere che la scienza della traduzione è a corto di tipologie per i processi traduttivi e le attività traduttive.


Jakobson’s classification, Toury maintains, is the ‘only typology which has gained some currency’ in translation studies (Toury 1986:1113), and is an elaboration of the relations between the basic types of two codes. Toury has several objections to Jakobson’s classification: his typology is obviously biased towards linguistic translating,3 and it is ‘readily applicable only to texts, that is, to semiotic entities which have surface, overt representations’ (Toury 1986:1113) adding that Jakobson’s typology is unable to account for the fact that texts, ‘when undergoing an act of translating … may have more than one semiotic border to cross’ (Toury 1986:1113). For Toury, however, the notion that ‘translating is an act (or a process) which is performed (or occurs) over and across systemic borders’ (1986:1112) is precisely the differentia specifica of translating as a type of semiotic activity and should therefore be taken account of. In his opinion, a typology of translating processes based on the relations between the underlying codes could have been rendered more general, and by way of example, he offers his own version based on Jakobson’s typology where the most general division is made between intrasemiotic and intersemiotic translating, with the first category further divided into intrasystemic and intersystemic translating. Thus, in Toury’s scheme, ways of translating that involve language (intralingual, interlingual, and translation from language to non-language) are reduced to the level of possible examples of translative processes within or between different systems (Toury 1986:1114).

Toury’s typology is constructed from a different viewpoint than Jakobson’s approach. Jakobson’s point of departure is natural language: he outlines the various possibilities of interpreting a verbal sign. Toury so-to-say steps outside the natural language, decentralizes it, and reorganizes Jakobson’s single-level tripartition into a two-level typology.

Another scholar to have taken up Jakobson’s typology and developed it according to his views is Umberto Eco


La classificazione di Jakobson, afferma Toury, è «l’unica tipologia che ha ottenuto un minimo di diffusione» nella scienza della traduzione (Toury 1986:1113), ed è un’elaborazione dei rapporti tra i tipi base di due codici. Toury contesta in vari modi la classificazione di Jakobson: la sua tipologia è ovviamente sbilanciata verso la traduzione verbale3 ed è «applicabile senza difficoltà solo ai testi, ovvero a entità semiotiche che hanno delle rappresentazioni superficiali ed evidenti» (Toury 1986:1113) e aggiunge che la tipologia di Jakobson non è in grado di giustificare il fatto che i testi «quando sono soggetti a un atto traduttivo […] possono avere più di un confine semiotico da attraversare» (Toury 1986:1113). Tuttavia, per Toury l’idea che «tradurre è un atto (o un processo) che si compie (o avviene) al di là di e attraverso confini sistemici» (1986:1112) è precisamente la differentia specifica della traduzione come tipo di attività semiotica e perciò dovrebbe essere presa in considerazione. Secondo lui, una tipologia dei processi traduttivi basata sui rapporti tra i codici coinvolti sarebbe potuta essere più generale e, con un esempio, propone la propria versione basata sulla tipologia di Jakobson, in cui la divisione più generale è tra traduzione intrasemiotica e intersemiotica e la prima categoria è a sua volta divisa in traduzione intrasistemica e intersistemica. Perciò, secondo lo schema di Toury, i modi di tradurre che coinvolgono la lingua (traduzione intralinguistica, interlinguistica o traduzione da una lingua a una non lingua) si riducono al livello di possibili esempi di processi traduttivi in o tra sistemi diversi (Toury 1986:1114).

La tipologia di Toury è costruita da un punto di vista diverso dall’approccio di Jakobson. Il punto di partenza di Jakobson è il linguaggio naturale e delinea le varie possibilità d’interpretazione di un segno verbale. Toury, per così dire, esce dal mondo del linguaggio naturale, lo decentra e riorganizza la tripartizione Jakobsoniana a un livello in una tipologia a due livelli.

Un altro studioso che ha ripreso la tipologia Jakobsoniana e la ha sviluppata secondo il proprio punto di vista è Umberto Eco,


in his book Experiences in Translation (2001) and later in its Italian and expanded version Dire quasi la stessa cosa (2003). Eco suggests, first, that Jakobson most probably meant that his three types of translation are in fact three types of interpretation, and if one did not pay closer attention, ‘it would be easy to succumb to the temptation to identify the totality of semiosis with a continuous process of translation; in other words, to identify the concept of translation with that of interpretation’ (Eco 2001:68). Eco explains Jakobson’s indifference towards clarifying the relations between translation and interpretation with the fact that Jakobson, the first linguist to discover ‘the fecundity of Peircean concepts’ (Eco 2001:68), fell prey to Peirce’s ‘notoriously protean and often impressionistic’ vocabulary (Eco 2001:69), which led to the use of the word ‘translation’ as a synecdoche for ‘interpretation.’ Eco, however, insists that the identification of the concepts of translation and interpretation should be avoided and sets out to ‘to show that the universe of interpretations is vaster than that of translation proper’ (Eco 2001:73).

Thus, Eco proposes a different classification of the forms of interpretation, a classification where ‘due importance is attached to the problems posed by variations in both the substance and the purport of the expression’ (Eco 2001:99-100). As is evident from Eco’s choice of words, his point of reference here is Louis Hjelmslev’s theory of language with the distinctions between form, substance, and purport (or continuum).4 Besides the influence of Hjelmslev and the obvious point of departure in Jakobson’s tripartition, Eco’s classification shows also some similarities with Toury’s typology as discussed above (although Toury’s name goes unmentioned in Eco). While Jakobson’s original typology distinguished between three categories and Toury’s modification resulted in four general categories divided between two levels, Eco’s classification has a total of thirteen categories divided between three levels.


nel suo libro Experiences in Translation (2001) e poi in Dire quasi la stessa cosa (2003), la versione italiana più estesa. Eco sostiene, per prima cosa, che molto probabilmente Jakobson pensava che i suoi tre tipi di traduzione fossero in realtà tre tipi di interpretazione e se non ci si prestasse particolare attenzione «sarebbe facile soccombere alla tentazione di identificare la semiosi nella sua totalità con un continuo processo di traduzione; in altre parole, di identificare il concetto di “traduzione” con quello d’“interpretazione”» (Eco 2001:68). Eco spiega l’indifferenza di Jakobson nei confronti della precisazione dei rapporti tra traduzione e interpretazione con il fatto che Jakobson, il primo linguista a scoprire «la fecondità delle idee di Peirce» (Eco 2001:68), è stato vittima del vocabolario di Peirce «notoriamente mutevole e spesso impressionistico» (Eco 2001:69), che ha portato all’uso della parola «traduzione» come sineddoche di «interpretazione». Tuttavia, Eco sostiene che si debba evitare l’identificazione dei concetti di «traduzione» e «interpretazione» e si propone «di mostrare che l’universo delle interpretazioni è più vasto di quello della traduzione vera e propria» (Eco 2001:73).

Perciò Eco propone una diversa classificazione delle forme d’interpretazione, una classificazione in cui «si dà la giusta importanza ai problemi posti dalle variazioni sia nella sostanza, sia nella portata dell’espressione» (Eco 2001:99-100). Come appare evidente dalla scelta di parole di Eco, qui il suo punto di riferimento è la teoria del linguaggio di Louis Hjelmslev e le distinzioni tra forma, sostanza e portata (o continuum)4. Oltre all’influenza di Hjelmslev e all’ovvio punto di partenza nella tripartizione di Jakobson, la classificazione di Eco mostra anche qualche somiglianza con la tipologia di Toury di cui sopra (anche se il nome di Toury non viene menzionato da Eco). Mentre la tipologia originale di Jakobson distingueva tre categorie e la variazione di Toury ha avuto come risultato quattro categorie generali divise in due livelli, la classificazione di Eco ha un totale di tredici categorie divise in tre livelli.


Similarly to Jakobson, Eco’s initial division on the highest level is tripartite, but since the first class, interpretation by transcription, is soon dismissed as taking place by automatic substitution and therefore as uninteresting for the discussion at hand (Eco 2001:100), the initial division is left essentially with two classes, intrasystemic interpretation and intersystemic interpretation.

This division is already rather similar to Toury’s typology, with the main difference lying in the fact that for Toury, the word ‘semiotic’ is more general than ‘systemic’ (e.g. in Toury’s typology, intrasemiotic translating is subdivided into intrasystemic and intersystemic translating). For Eco, on the contrary, ‘systemic’ is a wider concept than ‘semiotic.’ As already mentioned, the first class of the most general level (interpretation by transcription) has no further subdivisions at all. The second class (intrasystemic interpretation) has three subclasses (intralinguistic interpretation, intrasemiotic interpretation, and performance), and the third class (intersystemic interpretation) falls into two subdivisions (with marked variation in the substance and with mutation of continuum), the first one of which has three further subclasses (interlinguistic interpretation, rewriting, and translation between other semiotic systems) and the second has two subclasses (parasynonymy and adaptation).

Since Eco’s central concern is to single out ‘translation proper’ (that is, what is generally understood by ‘translation’ and takes place between natural languages) from among other types of interpretation, translation in natural language remains the implicit focal point of his typology. This may explain why the word ‘linguistic’ appears in Eco’s classification on the same classificatory level as ‘semiotic,’ not as a subclass of ‘semiotic.’ The semiolinguistic category is further supported by the long tradition in (anthropo)semiotics that regards natural language as the central and pri- mary means of communication, the primary modeling system.5


Similmente a Jakobson, la divisione iniziale di Eco al livello più elevato è tripartita, ma poiché la prima classe, «interpretazione per trascrizione», viene presto scartata perché avviene tramite sostituzione automatica e perciò non è rilevante per la discussione in questione (Eco 2001:100), la divisione iniziale rimane essenzialmente con due classi, l’interpretazione intrasistemica e l’interpretazione intersistemica.

Questa divisione è già piuttosto simile alla tipologia di Toury; la differenza principale risiede nel fatto che per Toury la parola «semiotico» è più generica di «sistemico» (per esempio, nella tipologia di Toury la traduzione intrasemiotica è suddivisa in traduzione intrasistemica e intersistemica). Per Eco, invece, «sistemico» è un concetto più ampio di «semiotico». Come già accennato, la prima classe del livello più generico (interpretazione per trascrizione) non ha ulteriori suddivisioni. La seconda classe (interpretazione intrasistemica) ha tre sottoclassi (interpretazione intralinguistica, interpretazione intrasemiotica e performance) e la terza classe (interpretazione intersistemica) è soggetta a due suddivisioni (in base a una variazione marcata nella sostanza o a una mutazione del continuum), la prima delle quali ha altre tre sottoclassi (interpretazione interlinguistica, riscrittura, e traduzione tra altri sistemi semiotici) e la seconda ha due sottoclassi (parasinonimia e adattamento).

Poiché l’interesse principale di Eco è selezionare la «traduzione vera e propria» (ovvero, ciò che generalmente s’intende con «traduzione» e che avviene tra linguaggi naturali) da altri tipi d’interpretazione, la traduzione in una lingua naturale rimane il punto focale implicito della sua tipologia. Questo forse spiega perché la parola «linguistico» nella classificazione di Eco appaia allo stesso livello classificatorio di «semiotico», non come sottoclasse di «semiotico». La categoria semiolinguistica è inoltre sostenuta dalla lunga tradizione dell’antroposemiotica che considera il linguaggio naturale il mezzo di comunicazione principale e più importante, il sistema di modellizzazione più importante.5


The most recently published interpretation of Jakobson’s typology comes from Susan Petrilli in her article ‘Translation and semiosis. Introduction’ (2003). Combining Jakobson’s typology with Peircean semiotics, she states at the very beginning that ‘in the first place to translate is to interpret’ (Petrilli 2003:17), that translation is constitutive of the sign and that sign activity is, in fact, a translative process. This means that, quoting Petrilli, ‘translation does not only concern the human world, anthroposemiosis, but rather is a constitutive modality of semiosis, or more exactly, of biosemiosis’ (Petrilli 2003:17) and therefore, translative processes can be said to pervade the entire living world, the biosphere.6

Petrilli proposes a comprehensive typology of translating processes, ranging from intersemiosic translation (translative processes across two or more sign systems) and endosemiosic translation (translative processes internal to a given system) in biosemiosphere to diamesic, diaphasic, and diglossic translation (translation between written and oral language, across registers, and between a standard language and a dialect, respectively) (Petrilli 2003:19-20). Petrilli prefers to use the prefix endo- instead of intra- in the terms endosemiosic, endolinguistic, endoverbal, endolingual. Usually, terms that work together belong to the same system: thus, a term with a prefix ‘endo-’ would normally assume the use of its counterpart, a term with a prefix ‘exo-,’ and similarly, ‘inter-’ would assume its counterpart ‘intra-’. Therefore the terminological field of Petrilli’s classification makes a somewhat heterogeneous and disorienting model, particularly in the case of endolingual translation which essentially corresponds to Jakobson’s intralingual translation. Also, following Petrilli’s argument, it seems that the typology could include two more categories, endosemiotic and interverbal translation, which, however, are missing.


L’interpretazione della tipologia di Jakobson di più recente pubblicazione è quella di Susan Petrilli, nel suo articolo «Traduzione e semiosi. Considerazioni introduttive» (2000). Unendo la tipologia di Jakobson con la semiotica di Peirce, afferma fin dall’inizio che «tradurre è in primo luogo interpretare» (Petrilli 2000:9), che la traduzione è una parte costitutiva del segno e che l’attività segnica è di fatto un processo traduttivo. Ciò significa che, citando Petrilli, «la traduzione non riguarda soltanto il mondo umano, l’antroposemiosi, ma è una modalità costitutiva della semiosi […], della biosemiosi» (Petrilli 2000:9) e perciò si può affermare che i processi traduttivi pervadono l’intero mondo vivente, la biosfera6.

Petrilli propone una tipologia globale dei processi traduttivi, spaziando dalla traduzione intersemiosica (processi traduttivi tra due o più sistemi di segni) e dalla traduzione endosemiosica (processi traduttivi all’interno di un sistema dato) nella biosemiosfera alla traduzione diamesia, diafasica e diglossica (rispettivamente la traduzione tra lingua scritta e orale, tra registri diversi e tra una lingua standard e un dialetto) (Petrilli 2000:10). Petrilli preferisce usare il prefisso «endo-» invece di «intra-» nei termini «endosemiosico», «endolinguistico», «endoverbale», «endolinguale». Di solito i termini collegati tra loro appartengono allo stesso sistema: perciò un termine con il prefisso «endo-» dovrebbe di norma far presumere l’uso della sua controparte, ovvero un termine con il prefisso «eso-» e, similmente, «inter-» dovrebbe avere come controparte «intra-». Di conseguenza, il campo terminologico della classificazione di Petrilli forma un modello alquanto eterogeneo e confusionario, in particolare nel caso della traduzione endolinguale che in realtà corrisponde alla traduzione intralinguistica di Jakobson. E poi, seguendo l’argomentazione di Petrilli, sembra che la tipologia possa comprendere altre due categorie, la traduzione endosemiotica e interverbale, che, tuttavia, mancano.


When compared to Jakobson’s typology and its later modifications by Toury and Eco, Petrilli’s scheme has an explicit conceptual innovation: the inclusion of translative processes outside the human world. In contrast to Eco, who tries to establish the boundaries of translation (in its ‘proper’ sense), drawing attention to the fact that ‘the variety of semiosis gives rise to phenomena whose difference is of the maximum importance for the semiologist’ (Eco 2001:73), Petrilli goes to the other extreme, maximally extending the notion of translation.

It seems natural that the search for translational processes extending beyond human verbal language would start with the generality of semiotic laws. Jakobson found in Peirce’s works fundamental rules for discussing the nature of sign and meaning as well as translation and ‘insisted that a widened definition of translation – as the interpretation of sign by another – was an essential aspect of semiotic activity’ (Rudy and Waugh 1998:2262). Peirce is naturally present in the discussions about translation of the semioticians Eco and Petrilli. Toury is the only one of the three who, commenting on Jakobson, does not mention Peirce at all (even though he is writing for a specifically semiotic encyclopedia); his semiotic background is more in line with the tradition of semiotics of culture. Surprisingly, Toury radically decentralizes natural language in his typology of translation. Eco remains centered on translation in natural language and, in fact, so does Petrilli, even though she extends the notion of translation beyond the human sphere. Petrilli’s typology unfolds into more and more detail with regard to specifically natural language, ending with a tripartite division between varieties of translational processes within a single natural language. In general, however, ‘methodologically the tradition that has its roots in Jakobson and in part also in Peirce has been characterized by bringing the concepts of meaning, interpretation and translation close to one another and viewing culture as a mechanism of translation’ (Torop 2002:598).


Se messo a confronto con la tipologia Jakobsoniana e le successive modifiche di Toury ed Eco, lo schema di Petrilli ha un’innovazione concettuale esplicita: l’inserimento dei processi traduttivi al di fuori della sfera umana. Diversamente da Eco, che cerca di stabilire i confini della traduzione (in senso “vero e proprio”) e si concentra sul fatto che «la molteplicità della semiosi dà origine a fenomeni di cui la differenza è dimassima importanza per il semiologo» (Eco 2001:73), Petrilli va verso il polo opposto e amplia al massimo grado il concetto di «traduzione».

Sembra del tutto naturale che la ricerca di processi traduttivi che si estendono al di là del linguaggio verbale umano parta dai concetti generali delle leggi semiotiche. Negli scritti di Peirce, Jakobson ha trovato le leggi fondamentali per discutere della natura sia del segno e del significato, sia della traduzione e «ha sostenuto che una definizione estesa di traduzione – come interpretazione di un segno in un altro – fosse un aspetto essenziale dell’attività semiotica» (Rudy and Waugh 1998:2262). È naturale che, nella discussione sulla traduzione dei semiotici Eco e Petrilli, sia presente Peirce. Toury è l’unico dei tre che, commentando Jakobson, non cita per nulla Peirce (anche se scrive per un’enciclopedia specificamente semiotica); la sua formazione semiotica è più in linea con la tradizione della semiotica della cultura. A sorpresa, nella sua tipologia della traduzione, Toury decentra il linguaggio naturale in modo radicale. Eco rimane concentrato sulla traduzione nel linguaggio naturale e, in effetti, anche Petrilli, anche se quest’ultima estende il concetto di traduzione al di là della sfera umana. La tipologia di Petrilli ha delle suddivisioni sempre più dettagliate riguardo al linguaggio naturale nello specifico e si conclude con una divisione tripartita tra le varietà dei processi traduttivi all’interno di una singola lingua. Tuttavia, in generale, «a livello metodologico la tradizione che affonda le proprie radici in Jakobson e, in parte, anche in Peirce è caratterizzata dall’avvicinamento dei concetti di significato, interpretazione e traduzione e dalla considerazione della cultura come meccanismo traduttivo» (Torop 2002:598).


Jakobson’s concepts of intralingual, interlingual, and intersemiotic translation as a repeatedly reconceptualized three-way typology brings the problems of the present-day translation studies as well as semiotics back to the turning point that Jakobson seems to represent. Jakobson’s interest in the issues of translation can be regarded as a quest for deeper understanding of communication processes, and his views on translation cannot be isolated from his general theory of communication. Jakobson envisioned a total science of communication within which he distinguished between linguistics as a means to study verbal messages and semiotics as a means to study any messages (Jakobson 1971:666). He anticipated that the study of communication would grow increasingly aware of the relevance of translation and related issues, for example: ‘Besides encoding and decoding, also the procedure of recoding, code switching, briefly, the various facets of translation, is becoming one of the focal concerns of linguistics and of communication theory […]’ (Jakobson 1971 [1961]:576).

Part of the complexity of the phenomenon of communication comes from the realization that ‘the nature of the signans itself is of great importance for the structure of messages and their typology. All five external senses carry semiotic functions in human society’ (Jakobson 1971 [1968]:701). From here, Jakobson starts to unfold the logic of translation: ‘Signans meant the perceptible and signatum the intelligible, translatable aspect of the signum (sign)’ (Jakobson 1985 [1974]:99). Intelligibility as translation is, however, only the first step, for understanding messages in a communication process presupposes a more elaborated approach: ‘The study of communication must distinguish between homogeneous messages which use a single semiotic system and syncretic messages based on a combination or merger of different sign patterns’ (Jakobson 1971 [1961]:705).


I concetti Jakobsoniani di traduzione intralinguistica, interlinguistica e intersemiotica in quanto tipologia a tre riconcettualizzata più volte, riportano i problemi della scienza della traduzione contemporanea e la semiotica al punto di svolta rappresentato da Jakobson. Si può considerare l’interesse di Jakobson verso la questione della traduzione la ricerca di una comprensione più profonda dei processi di comunicazione e non si possono separare le sue considerazioni sulla traduzione dalla teoria generale della comunicazione. Jakobson ha immaginato una scienza totale della comunicazione all’interno della quale distingueva tra la linguistica come mezzo per studiare i messaggi verbali e la semiotica come mezzo per studiare qualsiasi messaggio (Jakobson 1971:666). Ha previsto che lo studio della comunicazione sarebbe diventato sempre più consapevole della rilevanza della traduzione e delle questioni affini, per esempio: «Oltre alla codifica e alla decodifica, anche la procedura di ricodifica, il cambiamento di codice, in poche parole le varie sfaccettature della traduzione stanno diventando uno degli interessi fondamentali della linguistica e della teoria della comunicazione […]» (Jakobson 1971 [1961]:576).

Una parte della complessità del fenomeno della comunicazione deriva dalla presa di coscienza che «la natura del signans in sé è di grande importanza per la struttura dei messaggi e la loro tipologia. Tutti e cinque i sensi esterni hanno funzioni semiotiche nella società umana» (Jakobson 1971 [1968]:701). Da qui Jakobson comincia a sviluppare la logica della traduzione: «Il signans è percepibile e il signatum intellegibile, l’aspetto traducibile del signum (segno)» (Jakobson 1985 [1974]:99). Tuttavia, l’intelligibilità come traduzione è solo il primo passo, perché la comprensione dei messaggi in un processo comunicativo presuppone un approccio più elaborato: «Lo studio della comunicazione deve fare una distinzione tra messaggi omogenei che usano un signolo sistema semiotico e messaggi sincretici basati sulla combinazione o fusione di pattern di segni diversi» (Jakobson 1971 [1961]:705).


This means that the investigation of the functions of language must be transferred to a more semiotic framework:

The cardinal functions of language – referential, emotive, conative, phatic, poetic, and metalingual – and their different hierarchy in the diverse types of messages have been outlined and repeatedly discussed. This pragmatic approach to language must lead mutatis mutandis to an analogous study of the other semiotic systems: with which of these or other functions are they endowed, in what combinations and in what hierarchical order? (Jakobson 1971 [1961]:703)

Seeing language and other sign systems in their mutual relationship and juxtaposing them hierarchically, paying attention to both the processes of perception and of understanding as well as the processes of message production and reception, leads to a systemic view of communication, which accommodates syncretic messages and the association of (sensual) perception with (intellectual) understanding. On the other hand, an important presumption to understanding translation process as well as any communication is the realization that language as a means of communication works not only in interpersonal communication, but has an equally important role also in intrapersonal communication: ‘While interpersonal communication bridges space, intrapersonal communication proves to be the chief vehicle for bridging time’ (Jakobson 1985 [1974]:98).

These considerations form the background to Jakobson’s distinction between three kinds of translation. The interest of various outstanding scholars in a deeper examination of these kinds of translation is brought about by the need to understand in the present-day culture the ways of existence of both the inter- and intrapersonal, of the homogeneous and the syncretic, of the invariant and the variance. As the concept of translation broadens, it approaches the concept of understanding – understanding through translation and understanding the translation itself. To understand different kinds of translation means to understand both communication and autocommunication processes, and to understand


Ciò significa che l’indagine sulle funzioni del linguaggio deve essere inserita in una struttura più semiotica:

Le funzioni cardinali del linguaggio – referenziale, emotiva, conativa, fatica, poetica e metalinguistica – e la loro diversa gerarchia in diversi tipi di messaggi sono state esposte e discusse più volte. Questo approccio pragmatico al linguaggio deve portare, mutatis mutandis, a uno studio analogo degli altri sistemi semiotici: di quali tra queste o altre funzioni sono dotati, in quale combinazione e secondo quale ordine gerarchico? (Jakobson 1971 [1961]:703)

Prendere in considerazione il linguaggio e altri sistemi di segni nei loro rapporti reciproci e confrontandoli a livello gerarchico, prestare attenzione sia ai processi di percezione e comprensione, sia ai processi di produzione e ricezione dei messaggi porta a una visione sistemica della comunicazione, che concilia i messaggi sincretici e l’associazione della percezione (dei sensi) con la comprensione (dell’intelletto). D’altro canto, un presupposto importante per la comprensione sia del processo traduttivo, sia di qualsiasi (atto di) comunicazione è la consapevolezza che il linguaggio come mezzo di comunicazione non è attivo solo nella comunicazione interpersonale, ma ha un ruolo ugualmente importante anche nella comunicazione intrapersonale: «Mentre la comunicazione interpersonale crea ponti nello spazio, la comunicazione intrapersonale prova di essere il veicolo fondamentale per creare ponti nel tempo» (Jakobson 1985 [1974]:98).

Queste considerazioni formano il contesto della distinzione jakobsoniana fra tre tipi di traduzione. L’interesse di vari eminenti studiosi per un esame più profondo di questi tipi di traduzione nasce dal bisogno di comprendere le modalità di esistenza sia della componente interpersonale, sia di quella intrapersonale, di quella omogenea e di quella sincretica, dell’invariante e della varianza nella cultura contemporanea. A mano a mano che il concetto di «traduzione» si amplia, raggiunge il concetto di «comprensione»: comprensione attraverso la traduzione e comprensione della traduzione stessa. Comprendere tipi di traduzione diversi significa comprendere sia i processi di comunicazione, sia di autocomunicazione, e comprendere la


communication means to understand the infinite transformation processes of culture, including translation.

4.         Conclusion: Processual boundaries

The dynamics of the development of culture towards integrating interdiscursivity and intermediality have strongly affected the conceptions of identities. Alongside textual identity, we speak of discursive or medial identity, but also of interdiscursive and inter- or multimedial identity. Translation is no longer simply translation of a text into another text; it is also a translation of a text into a medium or a discourse. The ontological status of the text in culture has changed as well. One and the same verbal text may exist within culture simultaneously as a verbal, multi-medial, audiovisual, or audial text. These diverse texts form a simultaneous set in which causal relations, the order of original text production and translation do not play any significant role any more. More important is the influence of this set as a simultaneous semiotic whole on the processes of reception, on cultural memory, and hence on the mental existence of the text in culture. This intracultural process of translation is as important as intercultural translation for it reflects the changing of verbal language under the influence of different communication technologies and environments, but also the ways in which verbal language is related to other semiotic systems in culture.

Today, translation studies are in a difficult position, especially considering the integration of the technological aspect of cultural dynamics. However, the processes taking place within new media can be regarded as a transfer of the experiences of earlier periods in culture into new technological conditions. This means that one result of the use of new media is a better understanding of traditional interlinguistic translation, since several aspects of translation activity, which had so far remained implicit,


comunicazione significa comprendere gli infiniti processi di trasformazione della cultura, compresa la traduzione.

4. Conclusione: i confini processuali

La dinamica dello sviluppo della cultura verso l’integrazione di interdiscorsività e intermedialità ha influenzato in modo considerevole le concezioni delle identità. Insieme all’identità testuale parliamo di identità discorsiva o mediale, ma anche di identità interdiscorsiva e intermediale, o multimediale. La traduzione non è più la semplice traduzione di un testo in un altro testo; è anche la traduzione di un testo in un medium o in un discorso. Anche lo status ontologico del testo nella cultura è cambiato. Uno stesso testo verbale può esistere in una cultura contemporaneamente come testo verbale, multimediale, audiovisivo o uditivo. Questi testi diversi formano una serie simultanea in cui i rapporti causali, l’ordine della produzione del testo originale e la traduzione non hanno più un ruolo fondamentale. È più importante l’influenza di questa serie, in quanto blocco semiotico simultaneo, sui processi di ricezione, sulla memoria della cultura e perciò sull’esistenza mentale del testo nella cultura. Questo processo intraculturale di traduzione è importante quanto la traduzione interculturale poiché riflette il cambiamento del linguaggio influenzato da tecnologie e ambienti di comunicazione diversi, ma anche i modi in cui il linguaggio verbale è collegato ad altri sistemi semiotici della cultura.

Oggi la scienza della traduzione è in una posizione difficile, specie se si prende in considerazione l’integrazione dell’aspetto tecnologico della dinamica culturale. Tuttavia, si possono considerare i processi che hanno luogo all’interno dei nuovi media come trasferimento delle esperienze di periodi precedenti della cultura nelle condizioni tecnologiche nuove. Ciò significa che uno dei risultati dell’uso dei nuovi media è la migliore comprensione della traduzione interlinguistica tradizionale, poiché diversi aspetti dell’attività traduttiva, che finora erano rimasti impliciti,


have become explicit under new conditions. The visual side of a verbal (translation) text, once an invisible problem regarding the quality of the text, has become visible by the comparison of translation and film adaptations of literature. The new multimedia and new media environment has brought back the relevance of the old methods of translator training, that in the first stages of teaching placed great emphasis on intralinguistic translation in the form of either interdiscursive translation or textual manipulation (abridgement, recomposition etc.). Another new tendency in the training of translators is the introduction of intersemiotic translation, for reasons that are both pedagogical (comprehension of the visual aspect of the text) and pragmatic (translating into a visual environment, such as newspaper layout etc.). Translation pedagogy is perhaps the best indication of the changing boundaries of translation processes.

The widening of the boundaries of translation process results in the intensified search for appropriate methodologies. One indication of this is the repeated reconceptualization or further elaboration of Jakobson’s typology of intralingual, interlingual, and intersemiotic translation at the intersection of semiotics, translation studies, analysis of culture, and communication. This broadening of Jakobson’s works must be integrated into the growth of translation studies, where the signs of methodological innovation are accompanied by steps toward semiotics. Semiotics, on the other hand, seems to be undergoing an actualization of translation issues, and the concept of semiotranslation refers to the possibilities of methodological synthesis between translation studies and semiotics. Methodological innovation is needed both in translation studies as a separate discipline and within semiotics in its complex interpretation of communication processes. Translating into the totality of culture exists side by side with culture as total translation.


sono diventati espliciti alle condizioni nuove. Il lato visivo di un testo verbale (traduzione), una volta un problema invisibile che riguardava la qualità del testo, è diventato visibile grazie al confronto fra traduzione e adattamenti filmici delle opere testuali. L’ambiente dei nuovi multimedia e dei nuovi media ha reintrodotto la rilevanza degli antichi metodi di formazione del traduttore, che nelle prime fasi d’insegnamento davano grande importanza alla traduzione intralinguistica sotto forma di traduzione interdiscorsiva o manipolazione testuale (versioni ridotte, ricomposizioni, eccetera). Un’altra nuova tendenza nella formazione dei traduttori riguarda l’introduzione della traduzione intersemiotica, per ragioni sia pedagogiche (comprensione dell’aspetto visivo del testo) sia pragmatiche (tradurre in un ambiente visivo, come per esempio l’impaginazione di un giornale, eccetera). La pedagogia della traduzione è forse il segno migliore del cambiamento dei confini dei processi traduttivi.

L’ampliarsi dei confini del processo traduttivo ha come risultato una ricerca più intensa di metodologie appropriate. La riconcettualizzazione ripetuta o l’ulteriore elaborazione della tipologia Jakobsoniana di traduzione intralinguistica, interlinguistica e intersemiotica come punto d’incrocio tra semiotica, scienza della traduzione, analisi della cultura e comunicazione è indicativa di questo fenomeno. Questo patrimonio allargato delle opere di Jakobson va inserito nello sviluppo della scienza della traduzione, dove i segni dell’innovazione tecnologica sono accompagnati dal progresso verso la semiotica. La semiotica, invece, sembra sottoposta all’attualizzazione delle questioni traduttive e il concetto di «semiotraduzione» fa riferimento alle possibilità di sintesi metodologica tra scienza della traduzione e semiotica. È necessaria un’innovazione metodologica sia nella scienza della traduzione in quanto disciplina a sé stante, sia all’interno della semiotica nella complessa interpretazione dei processi di comunicazione. La traduzione della cultura nella sua totalità esiste fianco a fianco con la cultura come traduzione totale.


Notes

* Special thanks are due to the Estonian Science Foundation (ETF) for its support (Grant no. 5717), which granted us the time to devote to writing this article.

1 An affinity with Jakobson’s typology and thought is discussed in Peeter Torop’s model of total translation. As a taxonomic model of the translation process it is based on ‘the general characteristics of text and communication and leads to the conviction that a description of the translation process is applicable to other types of text communication’ (Torop 2000a:72). For further details, see Torop (1995, 2000b).

2 Although references to Jakobson’s distinction between three kinds of translation are generally made on the basis of his article published in 1959, one can be reminded here that Jakobson spoke of the three kinds of translation already in 1952 in his concluding report at the conference of anthropologists and linguists. This report was also published as an article in 1953 (Jakobson 1971 [1953]). Here, Jakobson discussed the possibilities of interpreting the word ‘pork’: it can be interpreted by using the intralingual method, that is, by circumlocution; or it can be interpreted by using interlingual method, that is, it can be translated into another language; and finally, it can be interpreted by using the intersemiotic method if, for example, non-linguistic pictorial signs are resorted to (Jakobson 1971 [1953]:566).

3 Toury softens his objection stating that Jakobson’s ‘preference [for linguistic translating] is understandable, if not to say acceptable’ (Toury 1986:1113) – perhaps especially in view of the fact that, for Jakobson, language always remained the primary communication system and linguistics, respectively, the science around which other sciences of man centered (Jakobson 1971 [1961], 1971).

4 For an overview of Eco’s interpretation of Hjelmslev, see Eco (2001:82-88).

5 In his book Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione (2003), Eco sets forth a similar classification with slight but nonetheless significant adjustments comparable to those made by Toury in his revision of Jakobson’s typology (1986). Compared to the classification presented in Experiences in Translation, in the subdivision of intrasystemic interpretation (interpretazione intrasistemica) Eco exchanges the positions of intralinguistic (intralinguistica) and intrasemiotic (intrasemiotica) interpretations. At the same time, in the subdivision of intersystemic interpretation (interpretazione intersistemica) he rearranges the order of the slightly rephrased types of interlinguistic interpretation, rewriting, and translation between other semiotic systems. Eco now gives: first, interpretazione intersemiotica, second, interpretazione interlinguistica, and last, rifacimento (Eco 2003: 236). In other words, Eco reorders his types according to the logic that ‘semiotic’ is a broader, more comprehensive category than ‘linguistic’ and should therefore come first.

Note

 

1 Nel modello di traduzione totale di Peeter Torop si discute l’affinità con la tipologia e il pensiero di Jakobson. In quanto modello tassonomico del processo traduttivo, si basa sulle «caratteristiche generali del testo e della comunicazione e porta all’idea che una descrizione del processo traduttivo è applicabile ad altri tipi di comunicazione» (Torop 2000a:72). Per ulteriori dettagli consultare Torop (1995, 2000b).

2 Anche se generalmente i riferimenti alla distinzione Jakobsoniana fra tre tipi di traduzione si fanno sulla base del suo articolo pubblicato nel 1959, in questo caso bisogna ricordare che Jakobson aveva parlato di tre tipi di traduzione già nel 1952 nella sua relazione finale a una conferenza di antropologi e linguisti. Questa relazione è stata anche pubblicata come articolo nel 1953 (Jakobson 1971 [1953]). Qui Jakobson discuteva le possibilità d’interpretare la parola «carne di maiale»: si può interpretarla usando il metodo intralinguistico, ovvero con la circonlocuzione; o si può interpretarla usando il metodo interlinguistico, ovvero si può tradurla in un’altra lingua; e infine si può interpretarla usando il metodo intersemiotico se, per esempio, si ricorre a segni pittorici non linguistici (Jakobson 1971 [1953]:566).

3 Toury smorza il suo dissenso affermando che «la preferenza» di Jakobson «[per la traduzione linguistica] è comprensibile, anche se non accettabile» (Toury 1986: 1113), forse proprio in vista del fatto che, per Jakobson, il linguaggio è sempre rimasto il sistema primario di comunicazione e la linguistica, rispettivamente, la scienza intorno a cui gravitavano la altre scienze umane (Jakobson 1971 [1961], 1971).

4 Per una panoramica dell’interpretazione di Hjelmslev da parte di Eco consultare Eco (2001:82-88).

5 Nel suo libro Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione (2003), Eco mette in atto una classificazione simile con cambiamenti minimi ma comunque significativi, paragonabili a quelli fatti da Toury nella sua revisione della tipologia Jakobsoniana (1986). Facendo un confronto con la classificazione presentata in Experiences in Translation, nella suddivisione dell’interpretazione intrasistemica Eco scambia le posizioni delle interpretazioni intralinguistica e intrasemiotica. Allo stesso tempo, nella suddivisione dell’intepretazione intersistemica, riorganizza l’ordine dei tipi – leggermente riformulati – d’interpretazione interlinguistica, rifacimento e traduzione tra altri sistemi semiotici. Ora Eco espone per prima l’interpretazione intersemiotica, per seconda l’interpretazione interlinguistica e per ultimo il rifacimento (Eco 2003:236). In altre parole Eco riordina le tipologie in base alla logica che «semiotica» è una categoria più ampia, più generale di «linguistica» e perciò deve venire per prima.


6 The idea of translational processes taking place outside human culture transpiring in the rest of the biosphere, has been dealt with in the description of biotranslation in the article written by Kalevi Kull and Peeter Torop (2003). Translation is said to mean ‘that some signs in one Umwelt are put into correspondence with some signs in another Umwelt’ (Kull and Torop 2003:318).


6 Nella descrizione della biotraduzione presente nell’articolo scritto da Kalevi Kull e Peeter Torop (2003) si affronta l’idea che i processi traduttivi che avvengono al di fuori della cultura umana si espandono nel resto della biosfera. Si dice che la traduzione significa «che alcuni segni in un Umwelt corrispondono ad alcuni segni in un altro Umwelt» (Kull e Torop 2003:318).

 

 


References

 

Bassnett-McGuire, Susan (1980). Translation Studies. London/New York: Methuen.

Cattrysse, Patrick (1992). Film (adaptation) as translation: Some methodological proposals. Target 4 (1), 53–70.

– (2001). Multimedia and translation: Methodological considerations. In (Multi)Media Translation. Concepts, Practices, and Research, Yves Gambier and Henrik Gottlieb (eds.), 1–12. Amsterdam/Philadelphia: John Benjamins.

Caws, Mary Ann (1986). Literal or liberal: Translating perception. Critical Inquiry 13 (1), 49–63.

Chesterman, Andrew and Arrojo, Rosemary (2000). Shared ground in translation studies.Target 12 (1), 151–160.

Eco, Umberto (2001). Experiences in Translation. Toronto: University of Toronto Press.

– (2003). Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione. Milan: Bompiani.

Gentzler, Edwin (2003). Interdisciplinary connections. Perspectives: Studies in Translatology 11 (1), 11–24.

Gorlée, Dinda L. (1994). Semiotics and the Problem of Translation: With Special Reference to the Semiotics of Charles S. Peirce. Amsterdam/Atlanta: Rodopi.

– (2004). On Translating Signs. Exploring Text and Semio-Translation. Amsterdam/New York: Rodopi. Gottlieb, Henrik (2003). Parameters of translation. Perspectives: Studies in Translatology 11 (3), 167–187.

Halliday, M. A. K. (2001). Towards a theory of good translation. In Exploring Translation and Multilingual Text Production: Beyond Content, Erich Steiner and Colin Yallop (eds.), 13–18. Berlin/New York: Mouton de Gruyter.

Herman, David (2004). Toward a transmedial narratology. In Narrative Across Media: The Languages of Storytelling, Marie-Laure Ryan (ed.), 47–75. Lincoln: University of Nebraska Press.


Riferimenti bibliografici

BASSNETT-MCGUIRE, S. 1980, Translation Studies, London/New York, Methuen.

CATTRYSSE, P. 1992, «Film (adaptation) as translation: Some methodological proposals», Target 4 (1):53-70.

CATTRYSSE, P.2001, «Multimedia and translation: Methodological considerations», in (Multi)Media Translation. Concepts, Practices, and Research,  a cura di Yves Gambier e Henrik Gottlieb, Amsterdam/Filadelfia, John Benjamins:1-12.

CAWS, M. A. 1986, Literal or liberal: Translating perception, Critical Inquiry 13 (1):49-63.

CHESTERMAN, A. e ARROJO, R. 2000, «Shared ground in translation studies», Target 12 (1):151-160.

ECO, U. 2001, Experiences in Translation. Toronto: University of Toronto Press.

ECO, U. 2003, Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione, Milano, Bompiani.

GENTZLER, E. 2003, «Interdisciplinary connections», in Perspectives: Studies in Translatology 11 (1):11-24.

GORLÉE, D. L. 1994, Semiotics and the Problem of Translation: With Special Reference to the Semiotics of Charles S. Peirce, Amsterdam/Atlanta, Rodopi.

GORLÉE, D. L. 2004, On Translating Signs. Exploring Text and Semio-Translation, Amsterdam/New York, Rodopi.

GOTTLIEB, H. 2003, «Parameters of translation», in Perspectives: Studies in Translatology 11 (3):167-187.

HALLIDAY, M. A. K. 2001, «Towards a theory of good translation», in Exploring Translation and Multilingual Text Production: Beyond Content, a cura di Erich Steiner e Colin Yallop, Berlin/New York, Mouton de Gruyter:13-18.

HERMAN, D. 2004, «Toward a transmedial narratology», in Narrative Across Media: The Languages of Storytelling, a cura di Marie-Laure Ryan, Lincoln, University of Nebraska Press:47-75.


Holmes, James S. (1988). Translated! Papers on Literary Translation and Translation Studies.Amsterdam: Rodopi.

Jakobson, Roman (1971 [1968]). Language in relation to other communication systems. In Selected Writings II: Word and Language, 697–708. The Hague/Paris: Mouton.

– (1971 [1961]). Linguistics and communication theory. In Selected Writings II: Word and Language, 570–579. The Hague/Paris: Mouton.

– (1971). Linguistics in relation to other sciences. In Selected Writings II: Word and Language, 655–695. The Hague/Paris: Mouton.

– (1971 [1959]). On linguistic aspects of translation. In Selected Writings II: Word and Language, 260–266. The Hague/Paris: Mouton.

– (1971 [1953]). Results of a joint conference of anthropologists and linguists. In Selected Writings II: Word and Language, 554–567. The Hague/Paris: Mouton.

– (1985 [1977]). A few remarks on Peirce, pathfinder in the science of language. In Selected Writings VII: Contributions to Comparative Mythology. Studies in Linguistics and Philology, 1972–1982, Stephen Rudy (ed.), 248–253. Berlin: Mouton.

– (1985 [1974]). Communication and society. In Selected Writings VII: Contributions to Comparative Mythology. Studies in Linguistics and Philology, 1972–1982, Stephen Rudy (ed.), 98–100. Berlin: Mouton.

Kress, Gunther (2004). Media discourse-extensions, mixes, and hybrids: Some comments on pressing issues. Text 24 (3), 443–446.

Kull, Kalevi and Torop, Peeter (2003). Biotranslation: translation between Umwelten. In Translation Translation, Susan Petrilli (ed.), 315–328. Amsterdam/New York: Rodopi.

Levý, Jiřý (1974). Iskusstvo perevoda [The art of translation]. Moscow: Progress.


HOLMES, J. S. 1988, Translated! Papers on Literary Translation and Translation Studies, Amsterdam, Rodopi.

JAKOBSON, R. 1971 [1968], «Language in relation to other communication systems», in Selected Writings II: Word and Language, The Hague/Paris, Mouton:697-708.

JAKOBSON, R. 1971 [1961], «Linguistics and communication theory», in Selected Writings II: Word and Language, The Hague/Paris, Mouton:570-579.

JAKOBSON, R. (1971), «Linguistics in relation to other sciences», in Selected Writings II: Word and Language, The Hague/Paris, Mouton:655-695.

JAKOBSON, R. 1971 [1959], «On linguistic aspects of translation», in Selected Writings II: Word and Language, The Hague/Paris, Mouton: 260-266.

JAKOBSON, R. 1971 [1953], «Results of a joint conference of anthropologists and linguists», in Selected Writings II: Word and Language, The Hague/Paris, Mouton:554-567

JAKOBSON, R. 1985 [1977], «A few remarks on Peirce, pathfinder in the science of language», in Selected Writings VII: Contributions to Comparative Mythology. Studies in Linguistics and Philology, 1972–1982, a cura di Stephen Rudy, Berlin, Mouton:248-253.

JAKOBSON, R. 1985 [1974], «Communication and society», in Selected Writings VII: Contributions to Comparative Mythology. Studies in Linguistics and Philology, 1972–1982, a cura di Stephen Rudy, Berlin, Mouton:98-100.

KRESS, G. 2004, «Media discourse-extensions, mixes, and hybrids: Some comments on pressing issues», in Text 24 (3):443-446.

KULL, K. e TOROP, P. 2003, «Biotranslation: translation between Umwelten», in Translation Translation, a cura di Susan Petrilli, Amsterdam/New York, Rodopi:315-328.

LEVÝ, J. 1974, Iskusstvo perevoda [The art of translation], Moscow, Progress.

LEVÝ, J. 1999, «Multimedia communication of the Biblical message», in Fidelity and Translation. Communicating the Bible in New Media, a cura di Paul A. Soukup and Robert Hodgson, New York, American Bible Society:119-131.


Nida, Eugene (1976). Framework for the analysis and evolution of theories of translation. In Translation: Applications and Research, R. W. Brislin (ed.), 66–79. New York: Gardner Press.

– (1999). Multimedia communication of the Biblical message. In Fidelity and Translation. Communicating the Bible in New Media, Paul A. Soukup and Robert Hodgson (eds.), 119–131. New York: American Bible Society.

Osimo, Bruno (2002). On psychological aspects of translation. Sign Systems Studies 30 (2), 607–627.

Petrilli, Susan (2003). Translation and semiosis. Introduction. In Translation Translation, Susan Petrilli (ed.), 17–37. Amsterdam/New York: Rodopi.

Poyatos, Fernando (1997). Aspects, problems and challenges of nonverbal communication in literary translation. In Nonverbal Communication and translation. New Perspectives and Challenges in literature, Interpretation and the Media, Fernando Poyatos (ed.), 17–47. Amsterdam/Philadelphia: John Benjamins.

Purchase, Helen C. (1999). A semiotic definition of multimedia communication. Semiotica 123 (3/4), 247–259.

Radó, György (1985). Basic principles and organized research of the history, theory and history of theory of translation. In Der Übersetzer und seine Stellung in der Öffentlichkeit, H. Bühler (ed.). Vienna: Wilhelm Braumüller.

Remael, Aline (1995). Film adaptation as translation and the case of the screenplay. In Translation and Manipulation of Discourse, Peter Jansen (ed.), 125–132. Leuven: CETRA.

– (2001). Some thoughts on the study of multimodal and multimedia translation. In (Multi)Media Translation. Concepts, Practices, and Research, Yves Gambier and Henrik Gottlieb (eds.), 13–22. Amsterdam/Philadelphia: John Benjamins.


NIDA, E. 1976, «Framework for the analysis and evolution of theories of translation», in Translation: Applications and Research, a cura di R. W. Brislin, New York, Gardner Press:66-79.

OSIMO, B. 2002, «On psychological aspects of translation», in Sign Systems Studies 30 (2):607-627.

PETRILLI, S. 2000, «Traduzione e semiosi: considerazioni introduttive», in La Traduzione, a cura di Susan Petrilli, Roma, Melteni:8-21.

POYATOS, F. 1997, «Aspects, problems and challenges of nonverbal communication in literary translation», in Nonverbal Communication and translation. New Perspectives and Challenges in literature, Interpretation and the Media, a cura di Fernando Poyatos, Amsterdam/Philadelphia, John Benjamins:17-47.

PURCHASE, H. C. 1999, «A semiotic definition of multimedia communication», in Semiotica 123 (3/4):247-259.

RADÓ, G. 1985, «Basic principles and organized research of the history, theory and history of theory of translation», in Der Übersetzer und seine Stellung in der Öffentlichkeit, a cura di H. Bühler, Vienna, Wilhelm Braumüller.

REMAEL, A. 1995, «Film adaptation as translation and the case of the screenplay», in Translation and Manipulation of Discourse, a cura di Peter Jansen, Leuven, CETRA:125-132.

REMAEL, A. 2001, «Some thoughts on the study of multimodal and multimedia translation», in (Multi)Media Translation. Concepts, Practices, and Research, a cura di Yves Gambier and Henrik Gottlieb, Amsterdam/Philadelphia, John Benjamins:13-22.


Rudy, Stephen and Waugh, Linda (1998). Jakobson and structuralism. In Semiotik: Ein Handbuch zu den zeichentheoretischen Grundlagen von Natur und Kultur / Semiotics: A Handbook on the Sign-Theoretic Foundations of Nature and Culture. 2. Teilband, vol. 2, Roland Posner, Klaus Robering, and Thomas A. Sebeok (eds.), 2256–2271. Berlin/New York: Walter de Gruyter.

Schäffner, Christina (1998). From ‘good’ to ‘functionally appropriate’: Assessing translation quality. In Translation and Quality, Christina Scha ̈¤ner (ed.), 1–5. Clevedon: Multilingual Matters.

Schulte, Rainer (1980). Translation: An interpretative act through visualization. Pacific Moana Quarterly 5 (1), 81–86.

Stecconi, Ubaldo (2004). Interpretive semiotics and translation theory: The semiotic condi- tions to translation. Semiotica 150 (1/4), 471–489.

Steiner, George (1998 [1975]). After Babel: Aspects of Language and Translation. Oxford: Oxford University Press.

Torop, Peeter (1995). Total’nyj perevod [Total translation]. Tartu: Tartu University Press.

– (2000a). Intersemiosis and intersemiotic translation. S: European Journal for Semiotic Studies 12 (1), 71–100.

– (2000b). La traduzione totale. Modena: Guaraldi Logos. —(2000c). Towards the semiotics of translation. Semiotica 128 (3/4), 597–609. —(2001). Coexistence of semiotics and translation studies. In Mission, Vision, Strategies, and Values, Pirjo Kukkonen and Ritva Hartama-Heinonen (eds.), 211–220. Helsinki: Helsinki University Press.

– (2002). Translation as translating as culture. Sign Systems Studies 30 (2), 593–605.

Toury, Gideon (1986). Translation: A cultural-semiotic perspective. In Encyclopedic Dictionary of Semiotics, vol. 2, Thomas A. Sebeok (ed.), 1111–1124. Berlin: Mouton de Gruyter.


RUDY, S. and WAUGH, L. 1998, «Jakobson and structuralism», in Semiotik: Ein Handbuch zu den zeichentheoretischen Grundlagen von Natur und Kultur/Semiotics: A Handbook on the Sign-Theoretic Foundations of Nature and Culture. 2. Teilband, vol. 2, a cura di Roland Posner, Klaus Robering, and Thomas A. Sebeok, Berlin/New York, Walter de Gruyter:2256-2271.

SCHÄFFNER, C. 1998, «From ‘good’ to ‘functionally appropriate’: Assessing translation quality», in Translation and Quality, a cura di Christina Schäffner, Clevedon, Multilingual Matters:1-5.

SCHULTE, R. 1980, «Translation: An interpretative act through visualization», in Pacific Moana Quarterly 5 (1):81-86.

STECCONI, U. 2004, «Interpretive semiotics and translation theory: The semiotic condi- tions to translation», in Semiotica 150 (1/4):471-489.

STEINER, G. 1998 [1975], After Babel: Aspects of Language and Translation, Oxford, Oxford University Press.

TOROP, P. 1995, Total’nyj perevod [Total translation], Tartu, Tartu University Press.

TOROP, P. 2000a, «Intersemiosis and intersemiotic translation», in S: European Journal for Semiotic Studies 12 (1):71-100.

TOROP, P. 2000b, «Towards the semiotics of translation», in Semiotica 128 (3/4):597-609.

TOROP, P. 2001, «Coexistence of semiotics and translation studies», in Mission, Vision, Strategies, and Values, a cura di Pirjo Kukkonen e Ritva Hartama-Heinonen, Helsinki: Helsinki University Press:211-220.

TOROP, P. 2002, «Translation as translating as culture», in Sign Systems Studies 30 (2):593–605.

TOROP, P. 2010, La traduzione totale. Tipi di processo traduttivo nella cultura, a cura di Bruno Osimo, Milano, Hoepli.

TOURY, G. 1986, «Translation: A cultural-semiotic perspective», in Encyclopedic Dictionary of Semiotics, vol. 2, a cura di Thomas A. Sebeok, Berlin, Mouton de Gruyter:1111-1124.


Wilss, Wolfram (1982). The Science of Translation. Problems and Methods. Tübingen: Narr.

– (2004). Translation studies — the state of the art. Meta 49 (4), 777–785.


WILSS, W. 1982, The Science of Translation. Problems and Methods, Tübingen, Narr.

WILLS, W. 2004, «Translation studies – the state of the art», in Meta 49 (4):777-785.

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2. Analisi testuale dell’originale

 

 


2.1 Contenuto

Il saggio che ho tradotto s’intitola «Processual boundaries of translation: Semiotics and translation studies» ed è stato scritto a quattro mani nel 2007 da Peeter Torop ed Elin Sütiste, allora dottoranda dell’Università di Tartu. Come si evince già dal titolo, l’articolo propone un’analisi dei confini processuali della traduzione e del rapporto tra scienza della traduzione e semiotica.

La trattazione comincia con la constatazione che, per riuscire a comprendere l’evoluzione delle scienze – di qualunque scienza, che sia la scienza della traduzione, la sociologia, o la psicologia –, bisogna per prima cosa comprendere i metalinguaggi usati e i modi di pensare che si celano dietro quest’ultimi nei diversi periodi storici. Per dirla con parole che ricordano quelle di Lyotard, bisogna analizzare le «piccole narrative» (Lyotard:74) tramite le quali si esprimono i concetti all’interno di una scienza, senza perdere di vista il medium utilizzato per esprimerli.

Nella nostra società, soprattutto nell’ultimo secolo, i mezzi di comunicazione si sono rapidamente evoluti e si è verificato un grande cambiamento nei metodi di rappresentazione, caratterizzati sempre più da una crescente presenza di multimedialità e ipermedialità. Gunther Kress ha affrontato in modo molto esaustivo questo argomento, constatando che i cambiamenti tecnologici hanno portato alla compenetrazione di diverse forme di rappresentazione – immagine e testo scritto, per esempio – e alla compresenza di diversi media in un solo testo:

Multimedia messaging is already available. […] a Californian company is developing ‘multimodality’ in the form of programs that convert gesture to writing. […] the possibility of direct voice-to-machine interaction has existed for some time now, even though with limitations. There are the major forms of transduction which already exist – in the latter case from a mode based on sound to a mode based on graphic substance. All we can do at the moment is […] to imagine the characteristics of a theory which can account for the processes of making meaning in the environments of multimodal representation in multimediated communication, of cultural plurality and of social and economic instability. Such a theory will represent a decisive move away from the assumptions of mainstream theories of the last century about meaning, language and learning. The major shifts concern a whole range of hitherto taken-for-granted understandings, for instance about stable systems of representation, about the stability (guaranteed by the force of convention) of rule-systems, about the arbitrariness of the constitution of signs (Kress 2003:245).

 

Tenendo ben presente quest’evoluzione e osservando come nella nostra quotidianità l’immagine ormai è un elemento quasi imprescindibile per un testo scritto (siti web, le icone di qualsiasi programma informatico di elaborazione testuale) appare inevitabile la graduale scomparsa delle regole fisse legate al concetto di «testo», così come a quello di «traduzione». Un metatesto (testo tradotto) non può prescindere dal prototesto, dal suo originale, ma la domanda che s’interroga su “cosa è testo” complica ulteriormente la questione: sono proprio i confini processuali analizzati da Sütiste e Torop a sfumare sempre di più e a rendere difficile l’individuazione di un confine netto tra ciò che è traduzione e ciò che non lo è. Le categorie classificatorie della narratologia di Genette non possono più esserci d’aiuto, proprio a causa di quei continui cambiamenti che rendono sdrucciolevole il terreno su cui si muove la scienza della traduzione.

Superando la questione dei media in cui si presenta una traduzione e di quanto essi possano influenzare il significato, l’unico appiglio che «enable(s) different areas of study to be combined in terms of their common methodology» (Sütiste, Torop:2) è il concetto di «invarianza»[2] che rappresenta quella costante comune a diverse discipline in grado di mettere ordine tra le numerose variabili. Nel caso della scienza della traduzione, tra il concetto di «traduzione», i media di rappresentazione, la cultura della traduzione, la ricezione del testo e tutte le trasformazioni insite nel processo traduttivo. Di questo concetto si occupa ampiamente il semiotico bulgaro Lûdskanov, mettendo in evidenza come sia inevitabile un approccio semiotico alla traduzione.

Nel saggio di Sütiste e Torop viene messo in evidenza come la scienza della traduzione non sia ancora una disciplina unificata a livello metodologico, soprattutto a causa della sua “giovane età”. Gli studi sulla traduzione – translation studies – sono una disciplina nata nel secolo scorso e sviluppatasi soprattutto negli ultimi decenni, a partire dalle tre tendenze della scienza della traduzione individuate da Nida negli anni Settanta. Le teorie di Wolfram Wills hanno poi spostato il focus verso un orizzonte puramente metodologico – la necessità di una metodologia comune sia alla teoria, sia alla pratica della traduzione, considerata anche in quanto fenomeno culturale – mentre il contributo di James Holmes ha puntato verso la creazione di una teoria del processo traduttivo tenendo conto della ricezione del testo nella cultura ricevente. Tutte queste teorie sono tutt’oggi valide, anche se quello che manca è un vero dialogo multidisciplinare, soprattutto in Italia, dove la traduzione è considerata pura letteratura e non viene analizzata da un punto di vista scientifico, e ancor meno semiotico.

Tornando alla domanda «da cosa capiamo che una traduzione è una traduzione?», la risposta non è certo semplice. Innanzitutto bisogna riconoscere un confine tra la traduzione e il testo originale, e poi la traduzione e la cultura ricevente. Una traduzione è facilmente riconoscibile da numerosi tratti della sua struttura e a questo proposito si è già espresso il teorico slovacco della letteratura Anton Popovič, teorizzando il concetto di «traduzionalità»[3]. Un metatesto – in quanto prodotto di una metacomunicazione – può presentare un livello di traduzionalità più o meno elevato, ovvero possiamo accorgerci più o meno immediatamente che il testo in questione è stato tradotto. Un elemento determinante nel riconoscere la qualità di una traduzione, inoltre, è «the perceptual integrity of translation» (Sütiste, Torop:3), ovvero una buona struttura linguistica, la coerenza semiotica e la capacità del testo di attivare delle fughe d’immaginazione, nonché il fatto che la traduzione sia «perceptually an integrated whole and can be effectively visualized in the imagination of the reader» (Sütiste, Torop:4).

Il fenomeno della multimedialità ha perciò contributo alle riflessioni sulla natura semiotica della traduzione, ma si deve fare un passo indietro per citare la preziosissima classificazione jakobsoniana[4] di traduzione interlinguistica, intralinguistica e intersemiotica, espressa nel suo famoso articolo del 1959 «Sugli aspetti linguistici della traduzione». Queste categorie sono state riviste nel corso degli anni da molti studiosi, tra cui Gideon Toury, Umberto Eco e Susan Petrilli. L’articolo di Sütiste e Torop prende in esame tutte queste rielaborazioni della classificazione traduttiva di Jakobson, evidenziandone le differenze e le premesse di base. È interessante rilevare come lo studioso israeliano consideri la «differentia specifica» della traduzione proprio il fatto che sia un’attività semiotica, ovvero che si muova tra sistemi di segni diversi:

[…] from a semiotic point of view, the differentia specifica of this type of process, is of a twofold nature:

(a) like any other semiotic entity, it is part of the system to which it belongs (namely, the “target,” or “recipient” system);

(b) unlike “ordinary” (that is, primary, underived) semiotic entities, it is also a representation of another entity, belonging to another system, in a certain way and/or to a certain extent, by virtue of the invariant common to it and to theinitial entity (Toury 1980:13).

 

Per quanto riguarda la tipologia traduttiva, Toury divide la traduzione in intersemiotica e intrasemiotica, proponendo una classificazione generale dei fenomeni interpretative di un segno verbale senza concentrarsi sul linguaggio naturale – allontanandosi, quindi, dal punto di partenza di Jakobson.

La classificazione proposta da Eco, invece, è molto più complessa e orientata verso la catalogazione dei fenomeni traduttivi “veri e propri”. Secondo il semiotico italiano, infatti, Jakobson non avrebbe compreso bene i concetti peirciani facendosi trarre in inganno dallo stile del grande semiotico americano e accostando il concetto di «traduzione» a quello più generico di «interpretazione»:

È noto come il lessico peirciano sia mutevole e non di rado impressionistico, ed è facile accorgersi che […], Peirce usi translation in senso figurato: non come una metafora, bensì come pars pro toto (nel senso che assume traduzione come sineddoche di interpretazione) (Eco 2003:227).

 

Petrilli, dal canto suo, presenta una tipologia globale dei processi traduttivi sia tra sistemi di segni diversi, sia all’interno dello stesso sistema di segni. La sua classificazione, però, risulta incoerente dal punto di vista terminologico poiché teorizza l’esistenza di alcune tipologie traduttive – come la traduzione endolinguale – senza proporne poi un corrispettivo con il prefisso opposto.

Nonostante le varie rielaborazioni successive, bisogna tener presente che le considerazioni di Jakobson sulla traduzione non prescindevano affatto dalla teoria generale della comunicazione, sia interpersonale sia intrapersonale. Ampliando l’orizzonte di analisi si può quindi arrivare ad affermare che «to understand communication means to understand the infinite transformation processes of culture, including translation» (Sütiste, Torop:17).

La summa delle riflessioni di Sütiste e Torop si può riassumere nella consapevolezza che la scienza della traduzione necessita di un approccio semiotico e di una metodologia comune per ampliarsi ed evolversi, mantenendo come punto di partenza e concetto cardine la tipologia jakobsoniana quale «intersection of semiotics, translation studies, analysis of culture, and communication».

2.2 Struttura

La struttura del saggio appare molto chiara ed efficace, rispetta i parametri del genere in cui si inscrive il testo e rende la lettura abbastanza scorrevole. L’articolo è diviso in quattro paragrafi, ciascuno dei quali affronta un aspetto specifico dell’argomento generale indicato dal titolo, ed è corredato di una breve introduzione.

Il primo paragrafo s’intitola «Sull’identità della scienza della traduzione» ed è una panoramica dell’evoluzione di questa disciplina negli ultimi decenni. Risulta scorrevole, piuttosto breve e con due sole citazioni ad altri testi.

Anche il secondo paragrafo, «L’aspetto della semiotica della traduzione», non è particolarmente lungo, ma sono presenti numerosi riferimenti ad altri testi. In questo paragrafo si affronta l’annosa questione “cosa è traduzione” e, a sostegno della tesi di fondo, sono forniti diversi estratti da pubblicazioni di altri studiosi, quali Cattrysse, Chesterman e Arrojo e Remael.

Il terzo paragrafo, intitolato «La prospettiva di Jakobson», è il più lungo tra i quattro ed è quello in cui si affronta la tipologia jakobsoniana e la sua rielaborazione nel corso degli anni da parte di diversi studiosi che si sono occupati di scienza della traduzione.

Nel quarto e ultimo paragrafo «Conclusione: i confini processuali» troviamo un breve riassunto delle riflessioni dei due autori che funge, appunto, da conclusione del saggio.

2.3 Qualche considerazione aggiuntiva

Sarebbe del tutto superfluo dilungarsi in una disquisizione sullo stile degli autori di questo saggio, poiché il testo è una pubblicazione accademica usata come parte di una tesi di dottorato. Però si può comunque riflettere sul modo in cui è stato scritto.

Il lessico appare appropriato e la ricerca terminologica è evidente, come si può facilmente intuire non solo dalla terminologia, ma anche dall’ampia documentazione fornita dalle numerose citazioni a sostegno della tesi espressa. La sintassi è caratterizzata dalla presenza di paratassi, i periodi sono di media lunghezza e non sono presenti frasi particolarmente involute o oscure. Essendo un trattato di semiotica di traduzione, però, il lessico molto specifico e la complessità dei contenuti rendono la lettura poco scorrevole. Per un testo di questo tipo, infatti, è necessaria una lettura attenta e molta concentrazione da parte del lettore.

Nonostante gli autori non siano di madrelingua inglese, mostrano una perfetta padronanza della lingua in cui scrivono e non sono presenti errori di alcun tipo.

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3. Analisi traduttologica

 

 


3.1 Introduzione

Dopo aver tradotto il saggio di Sütiste e Torop ho capito che il concetto imprescindibile alla base di tutte le riflessioni sul rapporto tra semiotica e scienza della traduzione presuppone che la traduzione – intesa come semiosi, ma a maggior ragione anche come traduzione interlinguistica – sia considerata un insieme di processi traduttivi intersemiotici. Quando facciamo associazioni mentali osservando un oggetto compiamo un atto semiotico, ma la questione si complica quando dobbiamo tradurre un testo scritto in una lingua diversa da quella dell’originale o, per usare un termine coniato da Lûdskanov, in un diverso «linguaggio d’intermediazione»:

Il traduttore deve individuare il significato facendo riferimento a qualcosa. Questo “qualcosa” è il suo “sistema di riferimenti”. Per i traduttori e per tutti i bilingui, questo sistema è un metalinguaggio in cui deve essere codificata la conoscenza della lingua della cultura emittente, della lingua della cultura ricevente e della realtà riflessa in entrambe le lingue (Lûdskanov in Osimo 2008:XIII-XIV).

Per prima cosa, durante la lettura, ogni simbolo – parola – che leggiamo scatena nella nostra mente una serie pressoché infinita di interpretanti, ovvero di segni mentali tramite i quali interpretiamo le parole scritte. Questa è una prima forma di traduzione intersemiotica, ovvero una traduzione da un codice verbale scritto al nostro codice mentale. La presenza di un «linguaggio interno» è stata teorizzata negli anni Trenta dallo psicolgo russo Lev Vygotskij durante i suoi studi sulla relazione tra linguaggio e pensiero nei bambini e negli adulti. Il linguaggio interno è un linguaggio particolare, a sé, che necessita di una traduzione nel linguaggio esterno – quello naturale, con cui ci esprimiamo in qualsiasi atto di comunicazione interpersonale – proprio per le sue caratteristiche intrinseche:

La prima e più importante caratteristica del linguaggio interno è la sua particolare sintassi. […] Questa particolarità si manifesta nella frammentarietà apparente, nella discontinuità, nell’abbreviazione del linguaggio interno rispetto a quello esterno. […] conserva il predicato e le parti della proposizione che gli sono legate a spese dell’omissione del soggetto e delle parole che gli sono legate (Vygotskij in Osimo 2002:139).

Già a questo livello, quindi, avviene una prima traduzione interlinguistica e intersemiotica spontanea, perché traduciamo automaticamente le parole di una lingua straniera in interpretanti nella nostra lingua madre. La componente intersemiotica si ha poiché si verifica un passaggio dalla parola al pensiero, ossia un processo di «volatilizzazione»:

Qui abbiamo un processo […] dall’esterno all’interno, un processo di volatilizzazione del discorso nel pensiero. Da qui la struttura di questo linguaggio e tutte le sue differenze rispetto alla struttura del linguaggio esterno (Vygotskij in Osimo 2002:138).

Quando poi ci accingiamo a produrre un metatesto scritto, la traduzione interlinguistica si compie del tutto grazie a un ulteriore passaggio di traduzione intersemiotica: dal linguaggio mentale traduciamo in linguaggio verbale scritto – ma questa volta in un’altra lingua – il materiale mentale formatosi dalla prima fase. Questa seconda fase si chiama «materializzazione del pensiero»:

[…] il linguaggio interno è una formazione particolare per la sua natura psicologica, un tipo particolare di attività linguistica, che ha caratteristiche assolutamente specifiche e sta in un rapporto complesso con gli altri tipi di attività linguistica. […] Il linguaggio esterno è un processo di trasformazione del pensiero nella parola, la sua materializzazione e oggettivazione (Vygotskij in Osimo 2002:138).

Oggi questi concetti possono sembrare scontati, soprattutto a chi si occupa da anni delle riflessioni sul rapporto tra semiotica e traduzione, ma non è sempre stato così. La scienza della traduzione è una scienza molto giovane e ancora oggi non molto diffusa in Italia, perché il nostro ambiente accademico è lungi dal considerare la traduzione – soprattutto la pratica quotidiana della traduzione – una scienza. In Italia paghiamo le conseguenze di una classe di studiosi e accademici antiquata e rigida nel sostenere l’obsoleta distinzione tra scienza e letteratura. La traduzione e gli studi riguardanti questa materia ricadono nell’ambito della “letteratura” intesa come insieme di opere letterarie, perciò non viene loro riservato un approccio scientifico. A tale proposito si è espresso lo studioso bulgaro Aleksandăr Lûdskanov nella sua pubblicazione, uscita nell’edizione italiana a cura di Bruno Osimo nel 2008, Un approccio semiotico alla traduzione:

[…] i primi passi dei fautori della concezione linguistica della traduzione hanno incontrato una forte resistenza da parte degli esponenti della concezione teorico-letteraria (soprattutto dei traduttori stessi). Questi contestavano la natura linguistica del processo traduttivo che, secondo loro, avrebbe carattere puramente letterario (o quasi) (Lûdskanov 1967:61).

Leggendo questo estratto, però, ci rendiamo subito conto che, per comprendere a fondo il significato delle parole dello studioso bulgaro, è necessario specificare che con «concezione linguistica» egli intendeva  quella che noi chiamiamo «concezione scientifica», ossia semiotica, la controparte di quella concezione che fa ricadere la scienza della traduzione all’interno del grande gruppo delle letterature comparate. In base a questa concezione, imperante nel nostro Paese, per la traduzione letteraria è necessario un approccio letterario, quindi a rigor di logica per ogni tipo di testo sarà necessario un approccio particolare:

Si pensi al punto di vista molto diffuso e in sé giusto secondo cui il traduttore di testi scientifici (per esempio un trattato di chimica organica o zoologia) deve avere conoscenze nei rispettivi àmbiti scientifici. Queste conoscenze però sono necessarie unicamente alla realizzazione dell’analisi extralinguistica. Questo incontestabile fatto ci permette di affermare che la traduzione di testi scientifici di questo tipo è di natura chimica o zoologica e richiede un approccio chimico o zoologico? (Lûdskanov 1967:62-63).

È evidente l’ironia di fondo di Lûdskanov ma, nonostante il suo prezioso contributo, in Italia l’approccio semiotico alla traduzione resta quasi inesistente e gli accademici che si occupano dell’insegnamento di questa disciplina in numerosi atenei potranno giovarsi di queste riflessioni. Considerata la natura del saggio che ho tradotto, oltre alla tradizionale analisi traduttologia in cui individuo e spiego i concetti cardine di lettore modello, dominante e strategia traduttiva, mi accingo a fornire una panoramica cronologica dell’evoluzione del rapporto tra semiotica e scienza della traduzione, che è andato sviluppandosi soprattutto negli ultimi sessant’anni grazie a numerosi contributi. Il tema è talmente ampio che sarebbe sciocco prefiggersi come scopo quello di delineare una panoramica esaustiva e approfondita di tutti i contributi dati in questo campo negli ultimi decenni. Per questo motivo mi concentrerò su alcuni autori – o su alcuni concetti elaborati da questi autori – che ho incontrato durante il mio percorso di studi e che hanno stimolato la mia curiosità.

 

3.2 La dominante e il residuo traduttivo: Jakobson e la semiotica della traduzione

Il punto di partenza delle mie riflessioni non può che essere l’opera di Roman Jakobson, personalità poliedrica e complessa, nonché pilastro in molteplici discipline: linguistica, critica letteraria, semiotica, filologia e molte altre. Ma, soprattutto, è di Jakobson la famosa tipologia della traduzione – interlinguistica, intralinguistica e intersemiotica – rielaborata più volte negli anni ed esaminata nell’articolo di Torop e Sütiste. Jakobson espone per la prima volta la sua tipologia nell’articolo del 1959 «Sugli aspetti linguistici della traduzione», che, però, non è stato del tutto compreso dagli studiosi europei: si è diffusa la convinzione che Jakobson, parlando di traduzione intralinguistica e intersemiotica, parlasse di un tipo di traduzione totalmente diverso da quella interlinguistica. Quando Jakobson parla del processo traduttivo come intersemiotico e intralinguistico, non vuole fare riferimento soltanto a processi traduttivi diversi da quello interlinguistico, ma alla traduzione vera e propria. Non bisogna dimenticare che Jakobson aveva già ampiamente studiato Peirce, e si era anche già allontanato dalla semiologia saussuriana, criticandola in termini peirceiani. Jakobson pone alla base delle sue riflessioni il secondo elemento della significazione secondo Peirce, l’interpretante, che nasce proprio nella mente soggettiva dell’individuo: l’interpretante è nella mente dell’interprete. E questo elemento è riconducibile al discorso interno di Vygotskij: si tratta di decodificare mentalmente un segno e di collegarlo a un oggetto, collegamento che ha una coincidenza solo parziale con quello operato da altre persone che parlano la stessa lingua, poiché in ognuno di noi nasce una lunga serie di interpretanti diversi:

For us, both as linguists and as ordinary word-users, the meaning of any linguistic sign is its translation into some further, alternative sign, especially a sign “in which is more fully developed”, as Peirce, the deepest inquirer into the essence of signs, insistently stated (Jakobson 1959:261).

Da queste riflessioni si evince che ogni processo traduttivo interlinguistico può essere considerato un insieme di processi traduttivi intersemiotici:

[…] intersemiotic translation or transmutation is an in interpretation of verbal signs by means of signs of nonverbal sign systems (Jakobson 1959:261).

Un altro problema che ha portato molti studiosi a interpretare in modo forse incompleto l’articolo di Jakobson è l’aggettivo «linguistic» nel titolo: Jakobson suggeriva un approccio scientifico alla traduzione, mentre nell’Europa Occidentale – a causa del’enfasi saussuriana sulla componente verbale – l’aggettivo linguistico è stato interpretato in riferimento a un testo senza alcuna implicazione extraverbale. Jakobson partiva da premesse totalmente diverse rispetto agli studiosi europei, considerava la traduzione e la lingua da un punto di vista scientifico, molto vicino a quello della matematica e della fisica:

[…] linguistics is recognized both by anthropologists and pychologists as the most progressive and precise among sciences of man and, hence, as a methodological model for the remainder of those disciplines (Jakobson 1967:656).

È abbastanza chiaro che l’approccio jakobsoniano alla traduzione, imbevuto della semiotica peirceiana e inserito in un contesto in cui la traduzione è considerata una scienza, sia stato la prima grande svolta nell’evoluzione della scienza della traduzione, senza la quale oggi non potremmo nemmeno concepire un approccio semiotico alla traduzione e baseremmo le nostre riflessioni solo sulla dicotomia signifiant-signifié di Saussure.

Alla luce di tutte queste affermazioni, la dominante applicata nella traduzione del saggio di Sütiste e Torop è sicuramente orientata verso la precisa e impeccabile trasposizione del contenuto del prototesto. Durante la traduzione è stato inevitabile considerare non solo la forma, ma anche il contenuto di ciò che stavo traducendo, e questo mi ha spinto a privilegiare scelte non addomesticanti – anche se, considerata la natura del testo, non ho incontrato frasi che necessitassero di essere “addomesticate”, ovvero rese più vicine alla cultura ricevente. La dominante nella mia traduzione si è fondata, quindi, sulla necessità di rendere chiari i concetti enunciati nel prototesto, senza però rinunciare alla precisione terminologica e all’esattezza lessicale in favore di generalizzazioni che avrebbero impoverito il testo o alterato il senso delle enunciazioni.

3.3 Strategia traduttiva

3.3.1 Una questione d’invariante

Ho potuto attuare senza difficoltà una strategia traduttiva che avesse come dominante la piena conservazione del contenuto del prototesto anche grazie al fatto che il mio lettore modello è un lettore adulto, colto e specializzato nella materia e nell’argomento di cui tratta il saggio in questione. Essendo un articolo di scienza della traduzione – nonché parte di una tesi di dottorato dell’Università di Tartu – il prototesto sarà letto da studiosi di scienza della traduzione, teorici, semiotici e, presumibilmente, accademici in generale. All’individuazione di questo tipo di lettore modello si lega anche la mancanza di un cospicuo apparato metatestuale, proprio perché la presenza di lessico specialistico in un articolo pubblicato su una rivista specializzata Semiotica fa sì che non ci sia bisogno di note esplicative che avvicinino il lettore italiano al testo. La precisione lessicale elimina casi di ambiguità nella cultura ricevente, ulteriormente ridotti dalla totale mancanza di realia o riferimenti culturali impliciti alla cultura emittente.

Perciò alla base della mia strategia traduttiva, per dirlo in termini un po’ più semiotici, c’è stato il trasferimento di un nucleo informativo necessario e per forza presente sia nel prototesto sia nel metatesto. Questo mi permette di riallacciarmi al pensiero di Aleksandr Lûdskanov, che ho già citato nel paragrafo 3.1. Bisogna per prima cosa affermare che l’intento di Lûdskanov era quello di teorizzare e riuscire a mettere in pratica la traduzione automatica: il suo scopo ha certamente contribuito a rendere il suo approccio alla traduzione il più scientifico possibile. Non si deve però fare l’errore di considerare le riflessioni di questo grande studioso pertinenti soltanto all’area della traduzione tecnico-scientifica, bensì sono utili e fondamentali per lo studio e l’approccio verso qualsiasi tipo di testo. Come ho già sottolineato nell’introduzione, la formazione dello studioso bulgaro non risente della divisione tra scienza e letteratura tipica dell’Europa occidentale: Lûdskanov rientra nel novero di quegli studiosi dell’Europa dell’Est che non considerano “scandaloso” un approccio scientifico anche alle cosiddette traduzioni “letterarie”.

Lûdskanov parla di approccio e punto di vista semiotico proprio perché crede che la semiotica, con la sua terminologia esatta e precisa, sia la scienza migliore per approcciarsi alla traduzione: la traduzione interlinguistica non è altro che la comunicazione di informazioni in codici diversi e la semiotica si occupa dello studio della trasformazione di un messaggio da un codice all’altro, ovvero della formazione del senso. Il rapporto tra semiotica e traduzione è imprescindibile, così come l’applicazione pratica delle sue teorie. La scienza della traduzione trova posto all’interno della semiotica: Lûdskanov non crede che il suo posto sia nella linguistica, nella letteratura o in altre discipline:

Una scienza della traduzione è possibile. Questa scienza deve essere una teoria generale delle trasformazioni semiotiche. (ciò definisce l’oggetto di studio di questa scienza.) Il suo posto è nella semiotica, non nella linguistica, né nella letteratura (Lûdskanov in Osimo 2008:XVII).

Dovendo riuscire a mettere in pratica la traduzione automatica, ovvero a ridurre il processo traduttivo a varianti e invarianti logiche – algoritmi traduttivi – per Lûdskanov era impensabile scindere la teoria dalla pratica. È per questo che le sue riflessioni possono esserci oggi molto utili.

Essendo la traduzione il trasferimento di informazioni da un codice all’altro, Lûdskanov teorizza un concetto fondamentale, quello di «invariante», ovvero quell’informazione che si trasmette in ogni atto di comunicazione:

Poiché lo scopo di qualsiasi atto comunicativo consiste nella trasmissione di una certa informazione, lo scopo del processo traduttivo è lo stesso, cioè trasmettere la medesima informazione. […] il processo che si è abituati a chiamare «traduzione» consiste in una trasformazione (sostituzione) di elementi linguistici del messaggio nel linguaggio naturale del prototesto con elementi di linguaggio naturale del metatesto, conservando la stessa informazione (Ludskanov 1967:41).

In ogni traduzione c’è una parte d’informazione che deve necessariamente essere trasferita da un codice in un altro. L’invariante è sicuramente un parametro molto importante per la valutazione delle traduzioni e per la pratica della traduzione stessa, perché permette un vero e proprio approccio scientifico (approccio che però non sostituisce la creatività nella traduzione). Anche nella traduzione interlinguistica, che sia traduzione di poesie, testi per il teatro, film, manuali, eccetera, bisogna essere certi che nulla si distrugga, ma qualcosa si crei, e in tutto questo resta comunque un residuo.

Il passaggio tra linguaggi naturali o tra diversi sistemi di segni implica per forza un residuo, una perdita – loss, in inglese -, ormai considerato parte integrante del processo traduttivo: «In qualsiasi forma di comunicazione, che comporti traduzione o no, si verifica una perdita» (Lefevere in Osimo 2004:104). Uno dei primi a individuare la presenza di un residuo in qualsiasi forma di comunicazione è stato John Dryden nel 1700 quando, alle prese con la traduzione di Chaucer, si è resto conto di non riuscire ad affrontare l’originale senza aiuti: «I grant that that something must be lost in all transfusion, that is, in all translations» (Dryden in Osimo 2004:33).

3.3.2 All’insegna della traduzionalità

Nel tracciare il percorso che ha portato alla formazione e consolidamento della scienza della traduzione sarebbe imperdonabile non citare il contributo apportato dallo slovacco Anton Popovič, soprattutto poiché la mia strategia traduttiva si è rivelata all’insegna di uno dei concetti coniati proprio da questo studioso, la «traduzionalità». Con «traduzionalità» Popovič intende tutte quelle caratteristiche che fanno capire che un testo è stato tradotto, che a monte della traduzione si trova un originale scritto in un diverso linguaggio naturale:

La traduzionalità è l’espressione della contraddizione proprio versus altrui nel testo, e può essere suddivisa in una serie di opposizioni come per esempio naturalizzazione (addomesticamento) versus erotizzazione, folklorizzazione versus urbanizzazione, storicizzazione (arcaizzazione) versus modernizzazione. […] parliamo di traduzionalità come norma di ricezione in una certa situazione comunicativa (Popovič 2006:48).

Nel tradurre l’articolo di Sütiste e Torop avevo bene in mente questo concetto e non temevo certo di creare un metatesto ad alta traduzionalità, anzi. Ma, come ho già spiegato nel paragrafo 3.2, il prototesto non presenta punti in cui ho dovuto ricorrere alla creazione di un apparato metatestuale, elemento che avrebbe sicuramente fatto aumentare l’indice di traduzionalità della mia traduzione.  Questo concetto non è certo qualcosa di astratto senza alcuna utilità pratica, ma si rivela molto utile nella valutazione delle traduzioni e, insieme al resto della terminologia precisa coniata da questo studioso, contribuisce a rendere sempre più scientifico l’approccio alla traduzione.

Superando e rendendo obsolete tutte le altre definizioni – testo di partenza, di arrivo, eccetera – Popovič conia i termini «prototesto» e «metatesto» per fare riferimento al testo originale e a quello tradotto. Ma la terminologia popoviciana non si ferma qui: la forte impostazione semiotica mutuata perlopiù dalla scienza sovietica della traduzione lo spinge ad aggiungere a tale terminologia termini nuovi nel caso in cui il concetto che vuole esprimere non sia ancora stato individuato. Conia, per esempio il termine «quasimetatesto» per descrivere quel tipo di metatesto che sfrutta le aspettative che ha il lettore modello per la formazione di un testo proprio, e anche il termine «metatesto conflittuale», ovvero una traduzione critica, polemica e negativa nei confronti dell’originale. Popovič approfondisce l’analisi dei concetti di «variante» e «invariante» postulati da Lûdskanov e condivide l’approccio scientifico alla traduzione:

Il tratto principale comune al testo della comunicazione primaria […] e di quella secondaria è il passaggio del nucleo semantico da un testo all’altro. Ciò che unisce i due testi viene definito «invariante intertestuale». Accanto a tale nucleo invariante nel metatesto ci sono “perdite”, o residui, e “guadagni”, che costituiscono la componente variante del testo (Popovič 2006:128).

Popovič considera controproducente la concezione di un approccio “letterario” alla traduzione, proprio perché proviene dall’Europa dell’Est come lo studioso bulgaro. In Slovacchia come in Bulgaria, tutti i tipi di traduzione prevedono un approccio scientifico, semiotico, siano essi testi chiusi o testi aperti (dal manuale d’istruzioni alla poesia). A questa concezione si ricollega la necessità di una precisione terminologica estrema da parte di Popovič , che considerava controproducente l’uso di aggettivi come «fedele» o «libero» per descrivere le traduzioni: «la contrapposizione empiricamente riconoscibile tra le cosiddette traduzioni “fedele” e “libera” non spiega le operazioni traduttive dal punto di vista funzionale, pertanto è inaccettabile» (Popovič in Osimo 2006:XVI). Dopo aver stabilito la necessità di fondamenta terminologiche solide nel campo della traduzione, Popovič va ricordato anche per le riflessioni sulle categorie dello stile, influenzate dalla stretta collaborazione con František Miko. Quest’ultimo si è distinto per la categorizzazione stilistica del testo e la sua impostazione è stata molto utile per l’analisi e la critica della traduzione di Popovič, permettendo di analizzare molti tipi di testo sulla base di categorie fisse e di raffrontarli con facilità. In questo modo, si possono raffrontare anche tutti i tipi di prototesto e metatesto, ovvero di traduzioni:

[…] tale sistema è utilizzabile nell’analisi del testo letterario, del testo scientifico e del testo di altri tipi, ossia ovunque si abbia a che fare con problemi di stile. In un certo senso la lingua del sistema dei mezzi espressivi è universale, perché possono essere utili nell’analisi di qualunque testo. […] Grazie al suo carattere universale, si può usare il sistema delle categorie stilistiche anche nel raffronto prototesto-metatesto (Popovič in Osimo 2006:XXII).

Popovič ha dato un forte contributo all’approccio semiotico della traduzione anche perché egli considera la traduzione un processo di «metacomunicazione» e sostiene che il suo aspetto semiotico riguardi tutti quei cambiamenti che ci sono in un metatesto dovuti al processo traduttivo. Questi cambiamenti sono inevitabili perché derivanti da un processo trasformativo, dalla creazione di un testo diverso sia nello spazio sia nel tempo:

(la traduzione è una) attività derivata, di secondo grado. In relazione al ricevente è metacomunicazione. L’aspetto semiotico della traduzione riguarda le differenze che occorrono nel processo traduttivo in conseguenza della diversa realizzazione spaziotemporale del metatesto (Popovič in Osimo 2006:XXIII).

 

3.4 Conclusione

Per concludere la breve panoramica dei concetti che contribuiscono a creare una scienza della traduzione e che mi hanno sicuramente influenzato durante il processo traduttivo, non mi resta che citare il co-autore dell’articolo che ho tradotto, Peeter Torop. Con la sua pubblicazione del 1995 tradotta in italiano con il titolo La traduzione totale, Torop s’inserisce in una tradizione accademica ormai consolidata, quella della semiotica nell’Europa dell’est, che dà per scontati molti concetti poco diffusi in Europa occidentale. Primo fra tutti, il concetto di linguaggio interno di Vygotskij, che non è un linguaggio verbale e di cui ho già parlato nel paragrafo 3.1. Bisogna considerare anche che in Paesi come l’Estonia (e la Finlandia) la semiotica è una disciplina molto importante, se non addirittura fondamentale, perciò un approccio semiotico alla traduzione è dato per scontato, come possiamo evincere dal saggio scritto a quattro mani con Sütiste. In Italia, invece, questa materia viene spesso considerata difficile, incomprensibile ai più e marginale. Questo rende ancora più importanti le riflessioni di Torop che, avendo come base un approccio scientifico e semiotico alla traduzione, può regalare molti stimoli allo sviluppo della scienza della traduzione anche nel nostro Paese o in altri meno “fortunati” da questo punto di vista.

Anche le riflessioni di Lotman sono considerate fondamentali da Torop, che non potrebbe prescindere dal concetto di semiosfera e dalla semiotica della cultura elaborate dal suo predecessore nonché maestro. Lotman considera la cultura come un processo di pretraduzione, ovvero un filtro imprescindibile che ogni traduttore non può fare a meno di usare quando traduce. Questo concetto è molto diffuso in Estonia e nella scuola semiotica di Tartu:

Ogni libro può essere letto, ogni film può essere visto e ogni sinfonia può essere suonata liberamente, e questa libertà di percezione (che giunge all’interpretazione arbitraria) è un fatto di qualsiasi cultura. Ma esiste anche la cultura come istruzione, memoria e percezione da parte del lettore di ciascun nuovo testo a seconda dell’esperienza culturale di chi percepisce, al punto che in un certo senso qualsiasi testo che finisca nelle mani di un lettore è già stato letto; in altre parole, viene subito convenzionalizzato (Torop 2010:70).

Un altro punto fondamentale trattato nel libro di Torop è la necessità di uniformare il metalinguaggio usato nella scienza della traduzione che, in quanto interdisciplina, non dispone di una terminologia uniforme nei vari Paesi e permette agli studiosi di rimanere nel limbo dell’indeterminatezza terminologica, creando solo caos e imprecisioni. Un approccio scientifico alla traduzione è, in questo caso, molto più difficile:

Da una parte l’abbondanza di metalinguaggi ostacola la comprensione reciproca nell’àmbito di una stessa disciplina scientifica. Dall’altra parte, lo sfruttamento eccessivo di uno-due metalinguaggi nei quali vengono tradotti i risultati di tutte le analisi, e questa stessa traduzione nel metalinguaggio semiotico, creano l’illusione di acquisire conoscenze, conferendo una parvenza di scientificità anche a risultati banali (Torop 2010:6).

Per Torop, come per gli altri studiosi già citati, l’approccio scientifico è, invece, fondamentale: bisogna abolire il «liberismo terminologico» a favore di una maggiore chiarezza, anche in questa disciplina, per eliminare ogni forma di sinonimia.

Due concetti importantissimi nella concezione di traduzione di Torop sono quello di «traducibilità», legato alla presenza imprescindibile di un residuo in ogni processo traduttivo. Torop si allontana ovviamente dalle teorie che sostengono una traducibilità assoluta dei testi. Egli analizza le singole traduzioni in termini di intraducibilità (o traducibilità) relativa e di residuo:

La traduzione senza residuo non esiste. Perciò, alla base dell’attività traduttiva, sta la «scelta dell’elemento che consideri più importante nel testo tradotto» (Brûsov 1975: 106), ossia un’analisi oggettiva del testo che faccia emergere la dominante come vertice della struttura gerarchica intorno a cui si integra il testo (Torop 2010:99).

Anche se in Estonia Peirce non è molto studiato, forse oscurato dal gigante Lotman e dalla presenza del muro di Berlino, alla base delle riflessioni di Torop si riconosce la triade peirceiana – già presente nei filtri traduttivi bilingui di Lotman – per la presenza di una componente mentale, l’interpretante, che determina l’unicità di ogni metatesto creato. Avremo quindi tante traduzioni quanti sono i traduttori: ogni traduttore sceglie una propria strategia traduttiva dettata dai propri criteri di traducibilità e questa strategia ha lo scopo di far prevalere una dominante su tutte le altre. Ritorniamo quindi al concetto di «dominante», espresso per la prima volta da Jakobson nel 1935:

Nel processo traduttivo la dominante […] può stare nel prototesto, nel traduttore o nella cultura ricevente. Nel primo caso, è il prototesto stesso a dettare la propria traducibilità ottimale (Torop 2010:79).

 

Il pensiero di Torop mi è utile per specificare ulteriormente la dominante della mia strategia traduttiva: ho deciso di individuarla nel prototesto, mettendo in atto questo primo caso enunciato da Torop. Questa riflessione, inoltre, è di fondamentale importanza per la valutazione delle traduzioni, un altro argomento affrontato da Torop nella suo libro. Ogni traduzione deve essere valutata in base alla strategia traduttiva adottata, dopo un’appropriata analisi traduttologica, tenendo ben presente che non esiste una traduzione assoluta e perfetta, ma che da ogni prototesto può nascere una serie di metatesti diversi per ogni traduttore. Tutto ciò, purtroppo, non è affatto scontato nella valutazione quotidiana delle traduzioni italiane.

Il saggio che ho tradotto parte senza dubbio dalle considerazioni che ho appena illustrato, essendo frutto di una scrittura a quattro mani di Torop ed Elin Sütiste, una sua allieva. L’articolo va sì inserito nel contesto di un’ampia riflessione sul rapporto tra scienza della traduzione e semiotica, senza però prescindere dal background degli autori.

 

3.5 Riferimenti bibliografici

DRYDEN, J. 1700, Fables ancient and modern: translated into verse, from Homer, Ovid, Boccace and Chaucher, London, Gray’s Inn Gate.

ECO, U. 2003, Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione, Milano, Bompiani.

JAKOBSON, R. 1959, «On linguistic aspects of translation», in Selected Writings – Word and Language (vol. II), The Hague-Paris, Mouton.

KRESS, G. R. 2003, Literacy in the New Media Age, New York, RoutledgeFalmer.

LOTMAN, Y. 1990, Universe of the mind. A semiotic theory of culture, New York, Tauris.

LÛDSKANOV, A. 1967, Un approccio semiotico alla traduzione, a cura di Bruno Osimo, Milano, Hoepli, 2008.

LYOTARD, J. F. 1979, La condizione postmoderna, traduzione di Carlo Formenti, Milano, Feltrinelli, 1985.

OSIMO, B. 2002, Storia della traduzione, Milano, Hoepli.

OSIMO, B. 2004, Manuale del traduttore, Milano, Hoepli.

OSIMO, B. 2006, «Jakobson: meaning as imputed similarity», in Sign System Studies 34.2, Tartu University Press.

OSIMO, B. 2007, La traduzione saggistica dall’inglese, Milano, Hoepli.

OSIMO, B. 2010, Propedeutica della traduzione, Milano, Hoepli.

POPOVIČ, A. 1975, La scienza della traduzione, traduzione di Daniela Laudani e Bruno Osimo, Milano, Hoepli.

SÜTISTE, E. e TOROP, P. 2007, «Processual boundaries of translation: Semiotics and translation studies», in Semiotica 123 (1/4), Tartu, Walter de Gruyter.

TOROP, P. 2010, La traduzione totale, a cura di Bruno Osimo, Milano, Hoepli.

TOURY, G. 1980, «Communication in Translated Texts. A Semiotic Approach», in In Search of A Theory of Translation, a cura di Gideon Toury, Tel Aviv, Porter Institute Tel Aviv University:11-18.

VYGOTSKIJ, L. S. 1990, Pensiero e linguaggio. Ricerche psicologiche, Bari, Laterza.



[1] Tutte le citazioni, ove non diversamente indicato, sono da intendersi a cura dell’autrice del Mémoire.

[2] Si veda il paragrafo 3.3.1

[3] Si veda il paragrafo 3.3.2

[4] Si veda il paragrafo 3.2

VALERIA SANNA Peircean Reflections on Psychotic Discourse Riflessioni peirciane sul discorso psicotico James Phillips

Peircean Reflections on Pyschotic Discourse Riflessioni peirciane sul discorso psicotico

VALERIA SANNA

Université Marc Bloch
Institut de Traducteurs d’Interprètes et de Relations Internationales Scuole Civiche di Milano
Corso di Specializzazione in Traduzione

primo supervisore: professor Bruno OSIMO secondo supervisore: professoressa Anna RUCHAT

Master: Langages, Cultures et Sociétés Mention: Langues et Interculturalité Spécialité: Traduction professionnelle et Interprétation de conférence
Parcours: Traduction littéraire

giugno 2008

© Forum on Psychiatry and the Humanities of the Washington School of Psychiatry 2000

© Valeria Sanna per l’edizione italiana 2008

Abstract

This dissertation consists in the translation from English into Italian of the article Peircean Reflections on Psychotic Discourse by James Phillips, a psychiatrist from Connecticut. The research focuses on Peirce’s most general notions concerning thought and sign. Particular attention is dedicated to psychotic patients who – in their relationships both to the world and to the Self – are overwhelmed by the externality of the sign and confound not only sign, object, and interpretant, but also symbols and indexes. The study also focuses on the developmental implications of Peircean semiotic notions, suggesting the need for actual embodiment of the semiotic triad in early development and the failure of the latter in the potential psychotic.

Sommario

Traduzione con testo a fronte………………………………………………………………….. 1 Commento alla traduzione ……………………………………………………………………. 69 1. Descrizione del materiale……………………………………………………………….. 70 2. Testo narrativo versus testo saggistico…………………………………………….. 70 2.1 Il testo narrativo……………………………………………………………………….. 71 2.1.1 Lo stile ……………………………………………………………………………… 71 2.1.2 Il linguaggio ………………………………………………………………………. 72 2.1.3 Elementi del testo narrativo …………………………………………………. 72 2.2 Il testo saggistico ………………………………………………………………….. 73 2.2.2. Il linguaggio ……………………………………………………………………… 74 3. Charles Sanders Peirce e il segno…………………………………………………… 75 3.1 Icona ……………………………………………………………………………………… 77 3.2 Indice……………………………………………………………………………………… 77 3.3 Simbolo ………………………………………………………………………………….. 77 4. Lo psicotico e il segno……………………………………………………………………. 78 5. Il traduttore e il segno ……………………………………………………………………. 80 6. Analisi del prototesto …………………………………………………………………….. 81 7. La strategia traduttiva ……………………………………………………………………. 82 8. I problemi traduttivi ……………………………………………………………………….. 83 8.1 Capire prima di tradurre ……………………………………………………………. 83 8.2 Il linguaggio appropriato ……………………………………………………………. 84 8.2.1 Speech, language, e discourse ……………………………………………. 85 8.2.2 Thing e Object …………………………………………………………………… 87 8.3. Eleganza formale versus aderenza all’originale …………………………… 87 8.4 Le citazioni ……………………………………………………………………………… 88 8.4.1 Alcune traduzioni a confronto ………………………………………………. 89 9. Interventi redazionali……………………………………………………………………… 92 9.1 Le citazioni di Peirce ……………………………………………………………….. 93 9.2 Un’ulteriore precisazione…………………………………………………………… 94 Riferimenti bibliografici …………………………………………………………………………. 95

Traduzione con testo a fronte

Peircean Reflections on Psychotic Discourse

It is common knowledge among readers of Peirce that his goal was to develop a general semiotics at a level of abstraction that went well beyond the domain of human psychology. Drawing his semiotic theory back into the territory of human behaviour and speech is thus clearly moving in a direction that was not Peirce’s primary concern. It is in recognition of this discordance that the current effort to apply Peircean notions to an understanding of psychotic discourse is carried out. That such an application is not where Peirce’s interest lay does not in itself gainsay the possibility and potential value of the application.

This Peircean reflection on psychosis will proceed on two levels. The first will be that of Peirce’s most general notions regarding the mind and the semiotic process. At this level, what may be said of Peirce might also be said of many other semioticians, with due acknowledgement that Peirce said most of it first. The treatment of semiotics and psychosis at this level will break into two sections dealing with the world and the self in psychosis. At a further level we then enter into the specifics of Peirce’s semiotic theory, particularly his notion of the sign as a triadic entity. At this level our discussion will move from general semiotic principles to uniquely Peircean semiotics. Finally, we will end with some suggestions concerning a Peircean contribution to developmental issues in psychosis.

Three further introductory remarks need to be made. First, this chapter is in no way intended to present a comprehensive theory or understanding of schizophrenia and the other psychotic disorders. It is intended rather to suggest what Peircean semiotics might offer for such theory or understanding. Second (and related to the first remark), with the exception of some suggestions regarding psychological development in the final section, the chapter avoids issues of etiology and remains closer to the form of psychotic process. The semiotic distortions found in psychosis may indeed be present regardless of the etiology of the particular condition.

2

Riflessioni peirciane sul discorso psicotico

È noto a tutti i lettori di Peirce che il suo scopo era sviluppare una semiotica generale a un livello di astrazione che andasse ben oltre il campo della psicologia umana. Riportare la sua teoria semiotica sul territorio del discorso e del comportamento umano significa quindi spostarsi chiaramente in una direzione che non era la principale preoccupazione di Peirce. È sulla base di questa discordanza che al momento si porta avanti lo sforzo di applicare i concetti peirciani alla comprensione del discorso psicotico. Che una tale applicazione non rappresenti il centro dell’interesse di Peirce, non contraddice di per sé la possibilità di questa applicazione né il suo valore potenziale.

Questa riflessione peirciana sulla psicosi procede a due livelli. Il primo riguarda i concetti più generali di Peirce sulla mente e sul processo semiotico. A questo livello ciò che si può dire di Peirce si potrebbe dire anche di molti altri semiotici, con il dovuto riconoscimento a Peirce per aver sostenuto la maggior parte delle cose per primo. La sezione riguardante semiotica e psicosi a questo livello si divide in due paragrafi che trattano il mondo e il Sé nella psicosi. A un livello successivo entrerò quindi nel dettaglio della teoria semiotica di Peirce, in particolare del suo concetto di «segno» come entità triadica. A questo livello, la discussione si allontana dai princìpi generali della semiotica per concentrarsi nello specifico sulla semiotica di Peirce. Esporrò infine alcune ipotesi riguardanti il contributo di Peirce alle questioni evolutive nella psicosi.

Sono tuttavia necessarie tre ulteriori precisazioni introduttive. Primo: questo capitolo non intende in nessun modo presentare una teoria esaustiva e comprensiva della schizofrenia e degli altri disturbi psicotici; intende piuttosto dare un’idea di cosa potrebbe offrire la semiotica di Peirce a una tale teoria o concezione. Secondo (e collegato al primo punto): a eccezione di alcune ipotesi nella sezione finale riguardanti lo sviluppo psicologico, l’articolo evita questioni di eziologia e resta più vicino alla forma del processo psicotico. Di fatto, le distorsioni semiotiche che si trovano nella psicosi possono essere presenti a prescindere dell’eziologia di questa condizione particolare.

3

Third and finally, this chapter ignores the differentiation of the various psychotic conditions. I attempt to look at the semiotic dimensions of psychotic thinking in general, not, for instance, of schizophrenic thinking versus manic psychotic thinking. Indeed, current research points to the nonspecificity of the thought disorders of the various psychotic conditions (Harrow and Quinlan 1985).

Sign and Psychosis

As just indicated, a first level of reflection addresses Peirce’s most general statements regarding semiosis and the human subject. In a gnomic utterance (for Short, “a dark saying . . .much beloved by semioticists [that] still passes [his] own understanding” [1992, 124]), Peirce declares that man is a sign.

It is sufficient to say that there is no element whatever of man’s consciousness which has not something corresponding to it in the word; and the reason is obvious. It is that the word or sign which man uses is the man himself. For, as the fact that every thought is a sign, taken in conjunction with the fact that life is a train of thought, proves that man is a sign; so, that every thought is an external sign, proves that man is an external sign. That is to say, the man and the external sign are identical, in the same sense in which the words homo and man are identical. Thus my language is the sum total of myself; for the man is the thought. [1868b, 854]

4

Terzo, e ultimo: questo capitolo non tiene conto della distinzione tra le diverse condizioni psicotiche. Cerco di guardare alla dimensione semiotica del pensiero psicotico in generale, e non, per esempio, del pensiero schizofrenico versus il pensiero psicotico maniacale. Questo articolo mostra piuttosto la non specificità dei disturbi del pensiero nelle varie condizioni psicotiche (Harrow e Quinlan 1985).

Segno e psicosi

Come detto, un primo livello di riflessione concerne le affermazioni più generali di Peirce riguardanti la semiosi e il soggetto umano. In una affermazione gnomica (per Short: «una dichiarazione oscura […] molto amata dai semiotici [che] va tuttora al di là [della sua] comprensione»; 1992:124) Peirce dichiara che l’uomo è un segno.

È sufficiente dire che non vi è alcun elemento della coscienza umana che non abbia qualcosa che gli corrisponda nella parola; e la ragione è ovvia. È che la parola o segno che l’uomo usa è l’uomo stesso. Poiché, come il fatto che ogni pensiero è un segno, considerato insieme al fatto che la vita è una concatenazione di pensieri, prova che l’uomo è un segno; così, [il fatto] che ogni pensiero è un segno esterno prova che l’uomo è un segno esterno. Vale a dire che l’uomo e il segno esterno sono identici, nello stesso senso in cui sono identiche le parole homo e uomo. Il mio linguaggio è pertanto la somma totale di me stesso, poiché l’uomo è il pensiero (1868b: 854)1.

1

It is sufficient to say that there is no element whatever of man’s consciousness which has not something corresponding to it in the word; and the reason is obvious. It is that the word or sign which man uses is the man himself. For, as the fact that every thought is a sign, taken in conjunction with the fact that life is a train of thought, proves that man is a sign; so, that every thought is an external sign, proves that man is an external sign. That is to say, the man and the external sign are identical, in the same sense in which the words homo and man are identical. Thus my language is the sum total for myself; for the man is the though (CP 5.314).

5

At this level we are not yet considering Peirce’s distinctive analysis of the sign as a triadic entity but rather his more global assimilation or identification of mind and semiotic process. The major implication of this identification is that our access to things (and to ourselves) is by way of signs and that we ourselves are this semiotic process. With this assertion Peirce anticipates and joins company with those of our contemporaries who have also emphasized that there is no “thought” or “mind” behind the articulated thoughts.

What is immediately striking about Peirce’s pronouncement that man is a sign is that this is not at all obvious. Indeed, the opposite would seem to be the case. Common sense would declare that we are in immediate contact with things and do not require the mediation of signs. The ordinary condition of signs is thus transparency. As we see through signs to the world, we do not take note of the signs. Paul Ricoeur reminds us of this transparency of signs: “If, with the ancients, and again with the Port-Royal grammarians, the sign is defined as a thing that represents some other thing, then transparency consists in the fact that the sign, in order to represent, tends to fade away and so to be forgotten as a thing” (1992, 41). The same phenomenon is evoked by Maurice Merleau- Ponty in describing the communicative capacity of language: “When someone — an author or a friend — succeeds in expressing himself, the signs are immediately forgotten; all that remains is the meaning. The perfection of language lies in its capacity to pass unnoticed. But therein lies the virtue of language: it is language which propels us toward the things it signifies. In the way it works, language hides itself from us. Its triumph is to efface itself and to take us beyond the words to the author’s very thoughts, so that we imagine we are engaged with him in a wordless meeting of minds” (1973, 10).

6

A questo livello non sto ancora considerando l’analisi specifica peirciana del segno come entità triadica, ma piuttosto la sua più generale assimilazione o identificazione di mente e processo semiotico. Il principale risvolto di tale identificazione consiste nel fatto che il nostro accesso alle cose (e a noi stessi) avviene per mezzo di segni e che noi stessi siamo questo processo semiotico. Con questa affermazione Peirce anticipa il gruppo di quei nostri contemporanei che hanno anche rimarcato che, dietro ai pensieri articolati, non c’è un «pensiero» né una «mente», e si unisce a loro.

Ciò che delle parole di Peirce – il quale dichiara che l’uomo è un segno – colpisce all’istante, è che questo non è affatto ovvio. Anzi, parrebbe vero il contrario. Secondo il senso comune, noi siamo in contatto diretto con le cose, e non ci occorre la mediazione dei segni. La condizione comune dei segni è quindi la trasparenza. Dal momento che noi guardiamo al mondo attraverso i segni, non prestiamo attenzione ai segni. Paul Ricoeur ci richiama alla mente questa trasparenza dei segni:

Se, con gli Antichi e ancora con i grammatici di Port Royal, si definisce il segno come una cosa che rappresenta un’altra cosa, la trasparenza consiste nel fatto che, per rappresentare, il segno tende a scomparire e a farsi, così, dimenticare in quanto cosa (2005:120).

Lo stesso fenomeno è evocato da Maurice Merleau-Ponty quando descrive la capacità comunicativa del linguaggio:

Quando qualcuno – autore o amico – ha saputo esprimersi, i segni vengono subito dimenticati; resta solo il senso, e la perfezione del linguaggio è tale da passare inosservata.
Ma proprio questa è la virtù del linguaggio: è lui a rimandarci a ciò che significa; si dissimula ai nostri occhi con la sua stessa operazione; il suo trionfo è di cancellarsi e di dare accesso, al di là delle parole, al pensiero stesso dell’autore, in modo che, poi, crediamo di esserci intrattenuti con lui senza parole, da mente a mente (1984:38).

7

If the usual fate of signs is to be transparent, to go unnoticed, where does this stop? What are the circumstances in which signs assert their presence? For Peirce they assert their presence when we reflect on the process of thought. As he says in “Questions Concerning Certain Faculties Claimed for Man”: “If we seek the light of external facts. But we have seen that only by external facts can thought be known at all. The only thought, then, which can possibly be cognized is thought in signs. But thought which cannot be cognized does not exist. All thought, therefore, must necessarily be in signs” (1868a, 24). Others have focused on the varied circumstances in which the sign quality of thought stands out. Ricoeur continues the statement just quoted: “This obliteration of the sign as a thing is never complete, however. There are circumstances in which the sign does not succeed in making itself absent as a thing; by becoming opaque, it attests once more to the fact of being a thing and reveals its eminently paradoxical structure of an entity at once present and absent” (Ricoeur 1992, 41). As examples of the opaqueness of the sign, Ricoeur highlights speech acts in which the fact of utterance is reflected in the sense of the statement.

8

Se, in genere, il destino dei segni è essere trasparenti e passare inosservati, quando non è così? Quali sono le circostanze in cui i segni asseriscono la loro presenza? Secondo Peirce asseriscono la loro presenza quando noi riflettiamo sul processo del pensiero. Come sostiene in Questions Concerning Certain Faculties Claimed for Man [Questioni concernenti certe pretese facoltà umane]:

Se cerchiamo la luce dei fatti esterni, i soli casi di pensiero che possiamo reperire sono casi di pensiero in segni. È evidente che nessun altro pensiero può essere evidenziato da fatti esterni. Ma abbiamo visto che è possibile comprendere il pensiero soltanto attraverso fatti esterni. Dunque, il solo pensiero che può forse essere conosciuto è il pensiero in segni. Ma il pensiero che non può essere conosciuto non esiste. Ogni pensiero deve pertanto essere necessariamente in segni2.

Altri si sono concentrati sulle svariate circostanze in cui emerge la qualità segnica del pensiero. Prosegue Ricoeur:

Ma questa obliterazione del segno in quanto cosa non è mai completa. Ci sono circostanze in cui il segno non riesce a rendersi tanto assente; opacizzandosi, esso si attesta nuovamente come cosa e rivela la sua struttura eminentemente paradossale di entità presente-assente (2005:121).

Come esempi di opacità del segno, Ricoeur porta gli atti discorsuali in cui nel senso dell’enunciazione si riflette il fatto stesso che è un’affermazione.

2

If we seek the light of external facts, the only cases of thought which we can find are of thought in signs. Plainly, no other thought can be evidenced by external facts. But we have seen that only by external facts can thought be known at all. The only thought, then, which can possibly be cognized is thought in signs. But thought which cannot be cognized does not exist. All thought, therefore, must necessarily be in signs (CP 5.251).

9

Thus, when the statement, “the cat is on the mat” is replaced by “I affirm that the cat is on the mat,” the sign-making “I” of the second version obtrudes itself on the transparency of the first.

For his part, Merleau-Ponty finds the opaqueness of the sign exposed in poetic language (and even more in painting), with its curious admixture of transparency, mediation, and opacity (1973, 9 – 46). In the same vein, Jakobson emphasizes that poetry as such foregoes direct referentiality in the service of lingering over the word-signs that comprise the poem (quoted in Ricoeur, 1978, 150). And, as is well known, in a movement that extends from Mallarmé to Derrida, the independence of the text from even a necessary indirect referentiality has resulted in an acute focus on the sign status of the text. In Steiner’s words, “This move is first declared in Mallarmé’s disjunction of language from external reference and in Rimbaud’s deconstruction of the first person singular. These two proceedings, and all that they entail, splinter the foundations of the Hebraic-Hellenic-Cartesian edifice in which the ratio and psychology of the Western communicative tradition had lodged” (1989, 94 – Se, 95). Finally, in certain poets we find a direct thematizing of the process of poetizing — the use of signs to muse over the use of signs. Thus, for instance, in “The Man with the Blue Guitar,” Wallace Stevens writes,

10

Quindi, quando la frase «il gatto è sullo zerbino» è sostituita da «io affermo che il gatto è sullo zerbino», l’«io» della seconda versione, che diventa un segno, s’impone sulla trasparenza della prima.

Dal canto suo, Merleau-Ponty trova esposta l’opacità del segno all’interno del linguaggio poetico (e ancora di più nella pittura), con la sua curiosa mescolanza di trasparenza, mediazione e opacità (1984:37-67). Allo stesso modo Jakobson sottolinea che la poesia, in quanto tale, rinuncia alla referenzialità diretta per soffermarsi sulle parole-segno di cui consiste il componimento poetico (citato in Ricoeur 1978:150). Inoltre, come è ben noto, in un movimento che si estende da Mallarmé a Derrida, l’indipendenza del testo è passata da una referenzialità anche solo indiretta necessaria, a una focalizzazione intensiva sullo stato del segno nel testo. Come sostiene Steiner:

Questa traslazione è dichiarata per la prima volta nella disgiunzione della lingua dal referente esterno di Mallarmé, e nella decostruzione della prima persona singolare da parte di Rimbaud. Questi due procedimenti e tutte le loro implicazioni spaccano le fondamenta dell’edificio ebraico-ellenico-cartesiano in cui risiedevano la ratio e la psicologia della tradizione comunicativa occidentale (1992:97).

Infine, in alcuni poeti troviamo una tematizzazione diretta del processo del poetare – l’uso di segni per riflettere sull’uso di segni. Quindi, per esempio, in L’uomo dalla chitarra azzurra Wallace Stevens scrive:

11

“They said, ‘You have a blue guitar, / You do not play things as they are.’ / The man replied, “Things as they are / Are changed upon the blue guitar.’ / And they said then, ‘ But play, you must, / A tune beyond us, yet ourselves, / A tune upon the blue guitar / Of things exactly as they are’” (1959, 73 – 74). And T. S. Eliot in “Four Quartets” writes, “Trying to learn to use words, and every attempt / Is a wholly new start, and a different kind of failure / Because one has only learnt to get the better of words / For the thing one no longer has to say, or the way in which / One is no longer disposed to say it. And so each venture / Is a new beginning, a raid on the inarticulate imprecision of feeling, / Undisciplined squads of emotion” (1962, 128).

These are all circumstances in which signs call attention to themselves in a productive, reflective manner. And this list of circumstances is hardly complete. Others could be mentioned, but it is time to lead the discussion in another direction, that in which the consciousness of signs betokens a crack in the normal semiotic process. Here we begin to speak of a breakdown of the everyday transparency of signs. For the schizophrenic who becomes acutely aware of his or her own words or gestures as words or gesture, they suddenly reveal their nature as signs — or semiotic things.

12

Gli dissero: «sulla chitarra azzurra / tu non suoni le cose come sono». / Egli disse: «Le cose come sono / si cambiano sulla chitarra azzurra». / Risposero: «Ma tu devi suonare / un’aria che sia noi e ci trascenda, / un’aria sopra la chitarra azzurra / delle cose così come esse sono»3 (1959:29).

E T.S. Eliot in Four Quartets [Quattro quartetti] scrive:

A cercar d’imparare l’uso delle parole, e ogni tentativo / è un rifar tutto da capo, e una specie diversa di fallimento / perché si è imparato a servirsi bene delle parole / soltanto per quello che non si ha più da dire, o nel modo in cui / non si è più disposti a dirlo. E così ogni impresa / è un cominciar di nuovo, un’incursione nel vago / con logori strumenti che peggiorano sempre / nella gran confusione dei sentimenti imprecisi, / squadre indisciplinate di emozioni4 (1986:285).

Queste sono tutte circostanze in cui i segni richiamano su di sé l’attenzione in un modo produttivo e riflessivo. Difficilmente questa lista di circostanze sarà completa. Se ne potrebbero citare altre, ma è tempo di portare la discussione in un’altra direzione, quella in cui la consapevolezza dei segni rappresenta una crepa nel normale processo semiotico. Qui cominciamo a parlare del crollo della trasparenza quotidiana dei segni. Per lo schizofrenico che diventa ben consapevole delle sue parole o dei suoi gesti in quanto parole o gesti, [questi] rivelano improvvisamente la loro natura di segni – o di cose semiotiche.

3

They said, “You have a blue guitar, / You do not play things as they are.” / The man replied, “Things as they are / Are changed upon the blue guitar.” / And they said then, “But play, you must, / A tune beyond us, yet ourselves, / A tune upon the blue guitar / Of things exaclty as they are” (1959:73-74).

4

Trying to learn to use words, and every attempt / Is a wholly new start, and a different kind of failure / Because one has only learnt to get the better of words / For the thing one no longer has to say, or the way in which / One is no longer disposed to say it. And so each venture / Is a new beginning, a raid on the inarticulate / With shabby equipment always deteriorating / In the general mess of imprecision of feeling, / Undisciplined squads of emotion (1962:128).

13

If, according to Peirce, it is the case that “we are in thought, and not that thoughts are in us” (1868b, 42), the schizophrenic is often not only in them, but engulfed by them. If the remarkable fact about semiosis is that thoughts as external signs are things and yet transport us beyond themselves, for the schizophrenic this transport often breaks down, and the patient is confronted with word-things that do not assume their usual function. The patient becomes stuck in them. They no longer transport him or her to the object or the other person. Schizophrenic ambivalence, for instance, which Bleuler attributes to loosening of associations and the attribution of both positive and negative feelings to every situation, may also be understood as a paralysis in the normal semiotic process ([1911] 1950, 53 – 55). Asked to sit on the chair, the patient puzzles, “Chair, what is a chair?” Invited to eat, he pauses over and studies the fork, whose meaning as an implement has ceased to be transparent for him, and he gets caught up in the word-things — fork, food.

For the psychotic, these are not detached reflections or musings on the semiotic understructure of human reality. They are terrifying experiences in which that very structure is breaking down. Certainly the acute anxiety that accompanies psychotic experience is at least in part explained by this collapse of the basic semiotic structuring of human experience. What Freud described as the end-of-the-world experience in psychosis and attributed to a libidinal decathexis of the world (S.E. 12:69 – 71) may thus be reinterpreted from a semiotic perspective. The familiar semiotically structured world is indeed disintegrating.

With the loss of sign transparency in psychosis, the normal semiotic structure of sign, object, and interpretant may be deeply altered. As already suggested, thoughts as sign-things bear a dimension of externality and are not the pure internal presences they are often imagined to be.

14

Se, secondo Peirce, questo è il caso in cui «noi siamo nel pensiero e non […] i pensieri sono in noi»5, lo schizofrenico spesso non soltanto è dentro loro, ma ne è sommerso. Se l’aspetto notevole della semiosi consiste nel fatto che i pensieri, in quanto segni esterni, sono cose, e tuttavia ci trasportano oltre sé stessi, per lo schizofrenico questo trasporto spesso viene meno, e il paziente si confronta con parole-cose che non svolgono le loro solite funzioni. Il paziente si ritrova incastrato al loro interno. Le parole-cose non lo trasportano più verso l’oggetto né verso l’altra persona. L’ambivalenza schizofrenica, per esempio, che Bleuler attribuisce allo scioglimento delle associazioni, e l’attribuzione di sensazioni positive e negative a ogni situazione, possono essere anche intese come paralisi del normale processo semiotico (1950:53-55). Quando è stato chiesto al paziente di sedersi sulla sedia, il paziente ha risposto disorientato: «Sedia, che cos’è una sedia?». Invitato a mangiare, si sofferma sulla forchetta e la studia; il suo significato di utensile ha cessato di essere trasparente per lui, e viene catturato dalle parole-cose: forchetta, cibo.

Per lo psicotico non si tratta di riflessioni distaccate né meditazioni sulla sottostruttura semiotica della realtà umana, ma di esperienze terrificanti in cui è proprio quella struttura ad andare in crisi. Di certo la forte angoscia che accompagna l’esperienza psicotica è spiegata almeno in parte da questo crollo della struttura semiotica alla base dell’esperienza umana. Quello che Freud descrisse come l’esperienza della fine del mondo nella psicosi e attribuì a un disinvestimento libidico dal mondo (S.E. 12:69-71) può essere quindi reinterpretato da una prospettiva semiotica. Si tratta della disintegrazione del mondo strutturato semioticamente che conosciamo.

Con la perdita della trasparenza del segno nella psicosi può essere profondamente alterata la normale struttura semiotica composta da segno, interpretante, e oggetto. Come già ipotizzato, i pensieri in quanto segni-cose portano una dimensione di esteriorità e non sono pure presenze interne, come spesso le si crede.

5

We are in thought, and not that thoughts are in us (CP 5.289).

15

Peirce emphasized this in the above-cited statement in declaring that man is an external sign (1868b, 854). In psychosis, with the disappearance of normal sign transparency, this externality is taken to its furthest extreme, and the thought- signs are materialized into entities of the external world: voices of others, commands from on high, influencing machines, recording machines in the brain, material objects that convey hidden meanings.

It is at this point that the semiotic account confronts the psychoanalytic understanding of psychosis — that is, as loss of ego boundaries in the earlier writers (e.g., Federn 1953; Freeman, Cameron, and McGhie 1958) and as a fusion of self and object representations in later ones (e.g., Kernberg 1975). The psychoanalytic understanding is based on a separation of the internal and the external — self and object, self-representation and object representation — and the blurring of these. The significant reinterpretation that semiotic theory brings to this account is the externality of the sign. If thought already possesses a dimension of externality, it is a shorter step toward full externalization of the thought. The vulnerability of any subject to psychosis is thus exposed.

Among psychoanalysts the externality of the sign has been most clearly recognized by Lacan, who, with his category of the symbolic order, has been particularly sensitive to the semiotic dimension. Working out of a framework that is both Lacanian and Peircean, Muller has explained the breakdown of normal language use in schizophrenia as a failure to use language in its mediating role between the subject and the unarticulated, unsymbolized world — what Lacan terms the Real.

16

Nell’affermazione citata in precedenza, dichiarando che l’uomo è un segno esterno (1868b:854), Peirce ha enfatizzato questo concetto. Nella psicosi, con la scomparsa della normale trasparenza del segno, questa esteriorità viene portata al suo estremo e il pensiero-segno si materializza in entità del mondo esterno: voci di altri, ordini dall’alto, macchine manipolatrici, registratori nella mente, oggetti materiali che hanno un significato nascosto.

È a questo punto che la concezione semiotica si contrappone alla comprensione psicoanalitica della psicosi – ossia una perdita dei limiti dell’Io nei primi autori (es. Federn 1953; Freeman, Cameron, e McGhie 1958) e la fusione delle rappresentazioni del Sé e dell’oggetto negli autori successivi (es. Kernberg 1975). La concezione psicoanalitica si basa sulla separazione tra ciò che è interno e ciò che è esterno – Sé e oggetto, rappresentazione del Sé e rappresentazione dell’oggetto – e il loro reciproco sconfinamento. La significativa reinterpretazione della concezione semiotica è l’esteriorità del segno. Se il pensiero possiede già una dimensione di esteriorità, è più vicino alla piena esteriorizzazione del pensiero. Si capisce quindi la vulnerabilità dei soggetti psicotici.

Tra gli psicoanalisti chi ha saputo riconoscere al meglio l’esteriorità del segno è stato Lacan che, con la sua categoria dell’ordine simbolico, è stato particolarmente sensibile alla dimensione semiotica. Al di fuori di una cornice sia lacaniana che peirciana, Muller ha spiegato il crollo dell’uso normale della lingua nella schizofrenia come un mancato uso della lingua per il suo ruolo di mediazione tra il soggetto e il mondo inarticolato e non simbolizzato – che Lacan definisce «il Reale».

17

Now what if language does not function as such a recourse against the Real? What if the Real is experienced without the mediation of language? What if words themselves lose their referential context and are experienced as in the Real? To say that words are in the Real is to say that words have become like things: whether they come from the therapist or the titles of books or the “internal tape recorder,” they can strike the patient’s ears, eyes, forehead, chest, like objects. They do not mediate and refer to objects. [1996, 97]

With his understanding of the symbolic order as above, over against, or external to the subject, Lacan offers a unique way of envisioning the externality of the sign. It is thus not surprising that, as Muller explicates, the Lacanian analysis of psychosis emphasizes the thinglike quality of psychotic language.

One patient offers a vivid illustration of the confusion that may occur in connection with the externality of the sign. On the one hand, he is acutely aware of all his mental experiences — thoughts, feelings, sensations, impulses, inclinations — and treats these as external sign-phenomena that have been placed “in” him for some reason. On the other hand, he invests indifferent external communications such as the radio or television with increased and distorted semiotic significance. The internal is thus treated as external and the external as internal. In focusing in this way on this man’s profoundly confused use of signs, we are giving a semiotic account of what in general psychiatry would be called thought insertion and ideas of reference.

Another patient illustrates the way in which the externalization of the thought-sign leads to a deeply altered experience in which the world of indifferent things becomes an inexhaustible reservoir of gesture and meaning. A young man with bipolar disorder would intermittently slip into psychotic thinking in which things everywhere would take on significance. There was not a coherent theme that could be elicited from the abundance of “meanings” and “signs” he would describe. What was paramount was simply that there were signs everywhere.

18

E se la lingua non svolgesse la funzione di riferimento al Reale? E se il Reale fosse percepito senza la mediazione della lingua? E se le parole stesse perdessero il loro contesto referenziale e fossero percepite come nel Reale? Dire che le parole sono nel Reale è dire che le parole sono diventate come delle cose: che vengano da un terapeuta o dal titolo di un libro o dal “registratore mentale” possono colpire l’orecchio del paziente, l’occhio, la fronte, il petto, come degli oggetti. Non mediano né rimandano a oggetti (1996:97).

Con questa concezione dell’ordine simbolico che si riferisce all’oggetto o che gli è esterno, Lacan propone un modo unico di figurarsi l’esteriorità del segno. Non sorprende che, come chiarisce Muller, l’analisi lacaniana della psicosi enfatizzi la cosità del linguaggio psicotico.

Un paziente mostra chiaramente la confusione che può generarsi in caso di esteriorità del segno. Da un lato è ben consapevole delle sue percezioni mentali – pensieri, emozioni, sensazioni, impulsi, inclinazioni – e le tratta come fenomeni-segno esterni che per qualche ragione sono stati posti “in” lui. Dall’altro, investe di significatività accresciuta e distorta comunicazioni esterne ricevute per esempio dalla radio o dalla televisione. L’interno è quindi trattato come esterno, e l’esterno come interno. Concentrarsi così sull’uso profondamente confuso dei segni di quest’uomo descrive, da un punto di vista semiotico, quello che la psichiatria generale chiamerebbe «inserimento di pensieri» e «idee di riferimento».

Un altro paziente mostra come l’esteriorizzazione del pensiero-segno porti a un’esperienza profondamente alterata in cui il mondo delle cose indifferenti diventa una fonte inesauribile di gesti e significati. Un giovane affetto da disturbo bipolare di tanto in tanto scivolava nel pensiero psicotico in cui ovunque cose assumono significato. Non si è presentato un tema coerente che possa essere desunto dall’abbondanza di «significati» e «segni» che ha descritto. La cosa più rilevante consiste semplicemente nel fatto che c’erano segni ovunque.

19

What is suggested in the experiences of such patients is that terror from the collapse of semiotic structure is such that the restitution must involve an overinvestment of the world with meaning.

In this discussion of the severe distortions of normal semiotic processes found in chronic psychoses, one point must be kept in mind. While the usual transparency of signs is abolished in these conditions, this does not generally represent a real self-consciousness of signs on the part of the patient. It is the observer whois made aware of the opacity and externality of signs in the patient’s speech through the latter’s odd use of them. This is of course a way of distinguishing the poet from the psychotic. In both, signs assert their presence and opacity, but it is the former who is in control of this process. That said, we may also acknowledge that the statement is an oversimplification of a more nuanced situation. First, there are the psychotics who are aware of their semiotic transformations; then there are those few, for example, Nerval, who simply cover both categories of poet and psychotic.

In this regard it should be acknowledged that in his recently published Madness and Modernism, Louis Sass has strongly opposed any poet-versus- schizophrenic polarity of the sort I suggest in this chapter. In what he calls “autonomization,” Sass describes a feature of schizophrenic language that is similar to what is being presented here: “A second characteristic of schizophrenic language involves tendencies for language to lose its transparent and subordinate status, to shed its function as a communicative tool and to emerge instead as an independent focus of attention or autonomous source of control over speech and understanding” (1992, 178). Sass does not, however, see this autonomization of language in schizophrenia as qualitatively different from what he calls the “apotheosis of the word” in figures like Mallarmé, Barthes, and Derrida.

20

Ciò che emerge dall’esperienza di questi pazienti è che il terrore derivante dal crollo della struttura semiotica è tale che, per compensare, si deve eccedere nell’investire il mondo di significato.

Nel corso di questa discussione sulle gravi distorsioni del normale processo semiotico individuate nelle psicosi croniche, è necessario tenere a mente una cosa. Anche se in queste condizioni la consueta trasparenza del segno viene meno, di solito ciò non rappresenta una vera metaconsapevolezza dei segni da parte del paziente. È chi osserva a essere consapevole dell’opacità e dell’esteriorità dei segni nel discorso del paziente attraverso l’uso bizzarro che questi ne fa. Di certo è un criterio per distinguere il poeta dallo psicotico. Per entrambi, i segni asseriscono la propria presenza e opacità, ma è solo il primo a riuscire a controllare questo processo. Detto questo, possiamo riconoscere che quest’affermazione è un’ipersemplificazione di una situazione più sfumata. In primo luogo, esistono psicotici che sono consapevoli delle loro trasformazioni semiotiche; poi ci sono quei pochi, per esempio Nerval, che semplicemente rientrano in entrambe le categorie: poeta e psicotico.

A questo proposito è bene ricordare che in Madness and Modernism, di recente pubblicazione, Louis Sass si è opposto con forza a qualsiasi polarità poeta versus schizofrenico del genere che propongo in questo capitolo. In ciò che chiama «autonomizzazione», Sass descrive una caratteristica del linguaggio schizofrenico simile a quella che è qui presentata:

una seconda peculiarità del linguaggio schizofrenico comporta la tendenza della lingua a perdere il suo status di trasparenza e subordinazione, a cedere la sua funzione di strumento di comunicazione ed emergere invece come centro dell’attenzione indipendente o come fonte di controllo autonoma sul discorso e sulla comprensione (1992:178).

Sass, a ogni modo, non considera questa autonomizzazione della lingua nella schizofrenia diversa, da un punto di vista qualitativo, da quella che chiama «apoteosi della parola» in autori come Mallarmé, Barthes e Derrida.

21

Although there are clearly similarities and overlaps between schizophrenic and deconstructionist uses of language, and although, as indicated above, a stark contrast between the two is certainly oversimplified, I would in the end argue that Sass’s argument for a lack o qualitative difference does not do justice to the disturbed, uncontrolled, and anguished quality of schizophrenic language and existence.

Signs of the Self

Thus far we have concentrated on the semiotic restructuring (or “destructuring” of the world in psychosis. Peirce’s semiotic description of the mind was pursued in its implications for how the world is encountered in health and psychosis. The emphasis was on the heightened opacity and externality of the sign in the psychotic’s encounter with the world. We must now shift our focus from the world to the subject itself. The declaration that a person is a sign was above taken to mean that the subject is in contact with a coherent world only by way of signs. But this declaration has a second meaning, namely that the subject relates to him or herself through signs. This is of course the strongly anti- Cartesian bias of Peircean semiotics. There is no direct intuition or vision of the self. While in this section we will again witness the problems inherent in the opacity and the externality of signs — now of the self — the emphasis will fall on the disorder that may follow from the sheer complexity of the range and structure of signs that define a self.

The loss of Cartesian intuition (and with it the loss of the self as substance in the traditional sense) has become a familiar theme in contemporary thought and has had varying consequences.

22

Pur essendoci evidenti somiglianze e sovrapposizioni tra l’uso del linguaggio schizofrenico e quello decostruzionista e, come indicato sopra, nonostante un forte contrasto tra i due usi del linguaggio sia sicuramente ipersemplificante, concluderei sostenendo che la tesi di Sass riguardo alla mancanza di una differenza qualitativa non rende giustizia alla qualità della lingua e non chiarisce come mai il discorso e l’esistenza dello schizofrenico siano disturbati, incontrollati e angosciati.

Segni del Sé

Fino a questo momento mi sono concentrato sulla ristrutturazione (o «destrutturazione») semiotica del mondo nella psicosi. La descrizione semiotica peirciana della mente è stata approfondita nelle sue implicazioni riguardo a come ci si confronta con il mondo in caso di salute e di psicosi. L’enfasi è stata posta sull’aumento dell’opacità e sull’esteriorità del segno nell’incontro dello psicotico con il mondo. È ora necessario spostare l’attenzione dal mondo al soggetto stesso. La dichiarazione secondo la quale una persona è un segno era stata usata in precedenza per indicare che il soggetto è a contatto con un mondo coerente soltanto per mezzo di segni. Questa dichiarazione ha tuttavia un secondo significato e precisamente: il soggetto si rapporta a sé stesso attraverso i segni. Questo è certamente un atteggiamento fortemente anticartesiano della semiotica peirciana. Non c’è un’intuizione diretta o una visione del Sé. Oltre a testimoniare i problemi inerenti all’opacità e all’esteriorità del segno – ora del Sé –, in questa sezione porrò l’enfasi sulla sindrome derivante puramente dalla complessità della gamma e della struttura dei segni che definiscono il Sé.

La perdita dell’intuizione cartesiana (e con essa la perdita del Sé come sostanza nel senso tradizionale) è diventata un tema ricorrente nelle riflessioni contemporanee e ha comportato numerose conseguenze.

23

At the opposite pole from the Cartesian self, in a movement inaugurated by Nietzsche, the loss of the intuited, substantial self has united thinkers from fields as diverse as analytic philosophy, cognitive science, and Buddhism in the conclusion that there is no self. Others, rejecting both the intuited, substantial self of Descartes and the opposite stance of an absence of self, have taken a middle ground, arguing for a self that is real albeit not a substance, a self that can be known not directly but through its effects — and its signs. It is in this company that we will locate Peirce. If his contemporary Nietzsche announced the death of the Cartesian substantial self, it was Peirce who proclaimed the birth of a self that could be known indirectly — the semiotic self.

What is this self that is known through its effects and its signs? This is the self of gender, proper name, age and stage of life, profession, avocation, religion — and further, of relationships, marital status, children, and so forth. If I attempt to know myself through pure introspection, the yield is negligible. But if I take the indirect route and approach myself through the series of signs just mentioned, the yield is considerable. I am male, married, middle aged, a psychiatrist, and so forth. To the argument that none of these signs defines the “real” me, there is only one response: With the loss of belief in substance and intuition, we will accept this modest self of indirection, this self of signs.

In addition to the list of categories that mark a typical life, there are two particular classes of verbal signs that signify an identity. The first is that of the personal pronouns. The individual must be able to indicate him or herself as “I,” and as Benveniste has spelled out, the use of “I” implies both a “you” and the implicit awareness that the “you” is also an “I” for whom I am a “you.” In his words,

24

All’estremo opposto del Sé cartesiano, in un movimento inaugurato da Nietzsche, la perdita del Sé intuìto e sostanziale ha visto concordare pensatori dei più svariati campi, dalla filosofia analitica, alla scienza cognitiva, al buddismo, nella conclusione che non esiste un Sé. Altri, rifiutando sia il Sé intuìto e sostanziale di Cartesio sia la posizione opposta di assenza del Sé, hanno scelto una strada di mezzo, sostenendo l’esistenza di un Sé reale, sebbene non si tratti di una sostanza; un Sé che può essere conosciuto non direttamente ma attraverso i suoi effetti – e i suoi segni. È all’interno di questo gruppo che va collocato Peirce. Se il suo contemporaneo Nietzsche ha annunciato la morte del Sé sostanziale cartesiano, è stato Peirce a proclamare la nascita di un Sé che potesse essere conosciuto indirettamente: il Sé semiotico.

Che cosa è questo Sé che è noto attraverso i suoi effetti e i suoi segni? È il Sé del genere, del nome proprio, dell’età e della fase della vita, della professione, degli hobby, della religione – e poi ancora, delle relazioni, dello stato civile, dei figli e così via. Se cerco di conoscere me stesso attraverso la pura introspezione, ottengo pochi risultati. Se invece intraprendo il percorso indiretto e mi avvicino a me stesso grazie alla serie di segni appena menzionati, i risultati sono notevoli. Sono maschio, sposato, di mezza età, psichiatra, e così via. C’è una sola risposta all’osservazione che nessuno di questi segni definisce il “vero” me, e cioè che con la perdita della convinzione nella sostanza e nell’intuizione accetteremo questo modesto Sé indiretto; questo Sé di segni.

Esistono due particolari classi di segni verbali, che significano identità, da aggiungere alla lista delle categorie che definiscono una vita tipica. La prima è quella dei pronomi personali. L’individuo deve essere in grado di indicare sé stesso come «io» e, come ha dichiarato Benveniste, l’uso [del pronome] «io» implica sia un «tu» sia l’implicita consapevolezza che anche il «tu» è un «io» per il quale io sono un «tu». Queste le sue parole:

25

“The consciousness of oneself is possible only if it is experienced by contrast. I only employ I in addressing someone else, who will be in my allocution a you. It is this condition of dialogue that is constitutive of the person, for it implies a reciprocity in which I become you in the allocution of the other who in his turn designates himself by I” (1966, 260). Benveniste also points out that the use of personal pronouns is always accompanied by deictic indicators that locate the speaker in space and time (253). As in the above analysis, these personal pronouns, as well the deictic indicators surrounding them, enjoy a large degree of transparency. We are generally not conscious of the sign in quality of “I,” “you,” “here,” “now,” and so forth.

The second class of self-signifying signs consists of those terms that indicate the material-psychic balance of the human person, the sense of the person as a matter and spirit, or body and mind, or as an embodied consciousness. With this class we see a predominance of metaphorical locutions. Since we do not have an adequate language of soul or mind — of our inner states — we borrow categories of the world and of our bodies to express the psychological side of our existence. For instance, Lakoff and Johnson, in a work that develops this use of metaphor in great detail, describe the use of orientation (e.g., “I’m feeling up”) and entity (e.g., “My mind isn’t operating today”) metaphors — that is, aspects of the material world — to describe states of the mental or psychic world (1980, 14, 27).

To complete this picture of a self known indirectly through its signs, we must add a final dimension to the categories of signs as just described: that of the narrative self, the self as evolved over a lifetime, with a past, present, and future.Narrativity brings to the self the dimensions of temporality and memory, and the integration of these into the more-or-less coherent story of a single destiny. Each of the categories finds its place in the life narrative: the child grows into the adult, chooses and develops in a particular profession, forms relationships and a family, and so forth.

26

La coscienza di sé è possibile solo per contrasto. Io non uso io se non rivolgendomi a qualcuno, che nella mia allocuzione sarà un tu. È questa condizione di dialogo che è costitutiva della persona, poiché implica reciprocamente che io divenga tu nell’allocuzione di chi a sua volta si designa con io (1994:312).

Benveniste precisa inoltre che l’uso dei pronomi personali è sempre accompagnato dai deittici che localizzano nel tempo e nello spazio chi parla (303). Nell’analisi precedente, questi pronomi personali, come anche i deittici che li circondano, godono di un ampio grado di trasparenza. In genere noi non siamo consapevoli della qualità segnica di «io», «tu», «qui», «ora», e così via.

La seconda classe di segni che significano il Sé consiste nei termini che designano l’equilibrio materiale-psichico di un essere umano, il senso della persona come materia e spirito, o corpo e mente, o come coscienza incarnata. In questa classe si osserva una predominanza di locuzioni metaforiche. Dal momento che non disponiamo di un linguaggio adeguato dell’anima o della mente – del nostro stato interiore –, prendiamo in prestito categorie del mondo e dei nostri corpi per esprimere il lato psicologico della nostra esistenza. Per esempio, Lakoff e Johnson, in un’opera che analizza con minuzia questo uso delle metafore, descrivono l’uso di metafore di orientamento (esempio «sono su di morale») e di entità (esempio «oggi la mia mente non funziona») – ovvero, aspetti del mondo materiale – per descrivere stati di mondo mentale o fisico (1980:14; 27).

Per completare il quadro di questo Sé, di cui si viene a conoscenza indirettamente attraverso i suoi segni, è necessario aggiungere un’ultima dimensione alle categorie di segno appena descritte: quelle di un Sé narrante, il Sé come si è evoluto nel corso della vita, con il suo passato, presente e futuro. La narratività conferisce al Sé le dimensioni di temporalità e memoria, e il loro inserimento nella storia, più o meno coerente, del destino di un signolo. Ciascuna di queste categorie trova il suo posto all’interno della narrazione della vita: il bambino cresce e diventa adulto, sceglie una certa professione e si evolve in essa, si crea legami e una famiglia, e così via.

27

Human identity as narrationial is a process, ultimately a reflective process. At a first level life is simply lived in habit and routine. Yet even here the unexamined life has, in Ricoeur’s terms, a prenarrative or prefigured quality (1984). A story is being lived, if not yet told. At a further, more reflective level, the story embodied in the life is told. The implicit narrative becomes an explicit narrative. Of course the actual process is far more complicated. The balance of the lived and the told is always changing. The average life may have many narratives, and the narrative of one’s own life intermingles with that of the narratives of others. One is thus a character in one’s own narratives as well as in those of others. In Kerby’s words:

Self-narration, I have argued, is what first raises our temporal existence out of the closets of memorial traces and routine and unthematic activity, constituting thereby a self as its implied subject. This self is, then, the implied subject of a narrated history. Stated another way, in order to be we must be as something or someone, and this someone that we take ourselves to be is the character delineated in our personal narratives. The unity of the self, where such unity exists, is exhibited as an identity in difference, which is all a temporal character can be. [1991, 109]

It should be added, finally, that metaphor is again deeply involved in the structuring of a narrated life. Such notions as story, character, and narrative are, after all, borrowed from literary genres. And locutions such as the “passage” or “flow” of life are based on such implicit metaphors as “life as a river.” Ultimately, given the polysemy of signs, most signs of the self are metaphorical, and we never really transcend this level. Such is the consequence of knowing the self through the indirection of signs.

28

L’identità umana in quanto narrativa è un processo, e sostanzialmente un processo riflessivo. A un primo livello la vita viene semplicemente vissuta nelle sue abitudini e nella sua routine. Eppure anche qui la vita non esaminata ha, come ha scritto Ricoeur, una qualità prenarrativa e prefigurata (1984). Una storia viene vissuta, anche se non ancora raccontata. A un livello avanzato e più riflessivo, la storia racchiusa nella vita viene raccontata. Il racconto implicito diventa un racconto esplicito. Di certo il processo vero e proprio è ben più complicato. L’equilibrio tra il vissuto e il detto cambia di continuo. Una vita media può avere molti racconti, e il racconto della vita di qualcuno si mescola con quello di altri. Una persona è quindi personaggio del proprio racconto e anche dei racconti di altri. Come ha scritto Kerby:

La narrazione del Sé, ho argomentato, è ciò che estrae la nostra esistenza temporale dall’armadio delle tracce di memoria, routine, e di attività atematiche, costituendo così un Sé in qualità di soggetto implicito. Questo Sé è quindi il soggetto implicito di una storia raccontata. Detto in altre parole, per poter essere dobbiamo essere in qualità di qualcosa o qualcuno, e questo qualcuno che noi decidiamo di essere è il personaggio delineato nei nostri racconti personali. L’unità del Sé, laddove esista questa unità, viene espressa come identità nella differenza, che è tutto ciò che un personaggio temporale può essere (1991:109).

Va aggiunto infine che, ancora una volta, nella strutturazione della vita raccontata la metafora ha un ruolo importante. Concetti come «storia», «personaggio» e «racconto» sono, in fondo, presi in prestito dai generi letterari. E locuzioni come «lo scorrere» o «il corso» della vita si basano su metafore implicite del tipo «la vita è un fiume». Infine, data la polisemia, la maggior parte dei segni del Sé è metaforica, e noi non riusciamo mai a trascendere veramente questo livello. È questa la conseguenza del conoscere il Sé attraverso l’azione indiretta dei segni.

29

In view of the complexity of personal identity as a self-narrated network of signs, it is not hard to imagine the difficulties of someone in the course of a psychosis. Since there never was a clear, introspected “I,” we cannot technically speak of the loss of this “I” in psychosis. What we look for, rather, is a collapse of the network of signs through which the self is constituted. We regularly see problems with the use of the personal pronouns, as with those patients who use third person locutions to avoid the use of “I” in speaking about themselves. Here the externality of the “I” as sign is transformed into the use of “he” to refer to the self. In this regard, Peirce’s remarks about the child’s learning to name him- or herself by being named by the parents (Peirce 1868a, 18 – 21) (and the child’s well-known tendency to refer to him or herself in the third person) are apposite. If the child’s first experience with the personal pronoun is a self-label learned from another, the externality of the “I” sign is highlighted from the beginning of speaking life. Muller describes a psychotic patient who avoids the use of personal pronouns and other deictic references (1996, 108), and Sass elaborates on this abandonment of deictic indicators in schizophrenia (1992, 177).

The need to use metaphoric expressions to express the psycho-body duality leads to distortions in both directions. A patient in the midst of an acute psychosis and struggling with the material and biological dimensions of his identity said over and over again that he was nothing but a hollow tube in which food entered at one end and shit exited at the other. Not able to tolerate his condition as an embodied, biological organism, he exaggerated this into his entire identity. A contrasting resolution for the same conflict was offered by a psychotically depressed man who insisted that he had no body.

The categories that serve to mark and anchor one’s identity into a narrative unity are often employed in a distorted and disorganized manner. A chronically schizophrenic man whom I have known for years has a set of categories with which he attempts to demarcate himself: good student in high school, marine, construction worker, husband, father, unable to work for many years, schizophrenic.

30

Alla luce della complessità dell’identità personale come rete di segni che narrano il Sé, non è difficile immaginarsi le difficoltà di un soggetto psicotico. Dal momento che non c’è mai stato un «Io» frutto di introspezione ben definito, nella psicosi non è tecnicamente possibile parlare della perdita di questo «Io». Ciò che invece intendo mostrare è il crollo di una rete di segni che costituisce il Sé. Di solito vediamo i problemi attraverso l’uso dei pronomi personali, come in quei pazienti che usano la terza persona per evitare l’uso [del pronome] «Io» quando parlano di sé stessi. Qui l’esteriorità di «io» in quanto segno si trasforma nell’uso di «egli» per riferirsi a sé. A questo proposito, sono appropriate le osservazioni di Peirce sul bambino che impara a nominare sé stesso quando viene nominato dai genitori (Peirce 1868:96-99) (e la nota tendenza che il bambino ha a riferirsi a sé stesso in terza persona). Se la prima esperienza che il bambino ha con il pronome personale è un’etichetta del Sé appresa da un altro, l’esteriorità del segno «Io» viene evidenziata nelle prime fasi dell’uso della parola. Muller descrive un paziente psicotico che evita di usare i pronomi personali e altri deittici (1996:108), e Sass approfondisce l’abbandono dei deittici nella schizofrenia (1992:177).

La necessità di ricorrere a espressioni metaforiche per esprimere la dualità corpo-psiche porta a distorsioni in entrambe le direzioni. Un paziente affetto da psicosi acuta e che si scontra con la dimensione materiale della sua identità e con quella biologica ha sostenuto più e più volte di non essere nient’altro che un tubo cavo in cui del cibo entrava da una estremità e della merda usciva dall’altra. Incapace di tollerare questa sua condizione di organismo biologico concreto, l’ha portata all’estremo fino a ridurre la propria identità a questo. Una soluzione opposta al medesimo conflitto è stata data da uno psicotico depresso che insisteva nel sostenere di non avere un corpo.

Le categorie necessarie a contraddistinguere e fissare l’identità di una persona in un’unità narrativa sono spesso impiegate in modo distorto e disorganizzato. Un uomo affetto da schizofrenia cronica che conosco da anni possiede una serie di categorie con le quali cerca di demarcare sé stesso: «bravo studente alle superiori», «marine», «operaio edile», «marito», «padre», «impossibilitato a lavorare per diversi anni», «schizofrenico».

31

These are, however, never ordered in a meaningful way with expectable priorities, hierarchies, and temporal layerings, nor are they narrated into an integrated life. For instance, categories that have not been relevant for decades (e.g., marine, construction worker) are placed alongside contemporary categories, with little sense of current relevance and the temporal passage from one to the other. This man also demonstrates the way in which many patients use the category of “mental patient” or “schizophrenic” as an identity tag that sums up all that is wrong with them in a way that cannot be further articulated.

Finally, the routine use of metaphors to describe aspects of the self offers endless opportunities for confused, psychotic thinking and speech. To take a simple example, Lakoff and Johnson offer the following specimens of “the mind is a machine” metaphor: “My mind just isn’t operating today”; “Boy, the wheels are turning now”; I’m a little rusty today”; “We’ve been working on this problem all day and now we’re running out of steam” (1980, 27). With each of these statements, taking the expression literally rather than figuratively will lead to the most bizarre notions about one’s own mind. Metaphor always operates through a dialectic of similarity and dissimilarity. Thus, each of the above statements has the general form of “my mind is like a machine.” If the “like” is removed, the result is literal, concrete, metaphoric, and possibly psychotic.

The Triadic Sign and Psychosis

The above discussion has focused on the implications of general principles of Peircean semiotics for an understanding of psychotic thinking and speech. It is now time to concentrate on Peirce’s unique triadic conception of the sign to see what further light it sheds on psychotic thought. The line of thought developed in this section is not intended to replace or supersede but rather to extend that developed above.

32

A ogni modo queste categorie non sono mai ordinate in modo significativo o in ordine di priorità, gerarchia, o livello temporale prevedibile, e non sono neppure raccontate dando forma a una vita integrata. Per esempio, categorie che non sono rilevanti da decenni (come «marine» e «operaio edile») vengono poste accanto a categorie contemporanee, dimostrando scarso senso di ciò che è attuale e del passaggio temporale dall’una all’altra. Quest’uomo dimostra inoltre come molti pazienti utilizzino la categoria di «paziente psichiatrico» o «schizofrenico» come etichetta che riassume tutto ciò che c’è di sbagliato in loro in un modo non ulteriormente articolabile.

Infine, l’uso consuetudinario delle metafore per descrivere aspetti del Sé offre infinite possibilità di pensieri e discorsi psicotici e confusi. Per fare un esempio semplice, Lakoff e Johnson propongono i seguenti esempi della metafora «la mente è una macchina». «Oggi la mente non mi funziona»; «Gente, ora le rotelle stanno girando»; «Oggi sono un po’ arrugginito»; «È tutto il giorno che lavoriamo a questo problema e adesso abbiamo esaurito le batterie» (1980:27). Nel caso di ciascuna di queste affermazioni, prendere l’espressione alla lettera, e non in senso figurato, porta a pensare le cose più assurde della mente di una persona. Le metafore funzionano sempre attraverso la dialettica della somiglianza e dissomiglianza. Pertanto, ciascuna delle affermazioni di cui sopra ha la forma generale di «la mia mente è come una macchina». Se viene eliminato il «come», il risultato è letterale, concreto, metaforico e, infine, psicotico.

Il segno triadico e la psicosi

La discussione precedente si è focalizzata sulle implicazioni dei principi generali della semiotica peirciana per una concezione del pensiero e del discorso psicotico. È ora il momento di concentrarsi sulla concezione triadica del segno tipica di Peirce, per vedere come ha approfondito ulteriormente il pensiero psicotico. La linea di pensiero sviluppata in questa sezione non intende sostituire quella appena sviluppata, ma intende piuttosto ampliarla.

33

In the varied definitions of the sign he offered over several decades, Peirce always included the triad of sign, object, and interpretant. In Houser’s summary:

In its most abbreviated form, Peirce’s theory of signs goes something like this. A sign is anything which stands for something to something. What the sign stands for is its object, what it stands to is the interpretant. The sign relation is fundamentally triadic: eliminate either the object or the interpretant and you annihilate the sign. This was the key insight of Peirce’s semiotic, and one that distinguishes it from most theories of representation that attempt to make sense of signs (representations) that are related only to objects. [1992, xxxvi]

The triadic nature of the sign may be illustrated with one of Peirce’s own examples, a thermometer (quoted in Deely 1990, 24). As a physical thing in the natural world, the thermometer’s column of mercury is caused to rise by an increase in the ambient temperature. As such, the thermometer is a thing among things and a part of the natural causal order. It is not yet a sign. What transforms this thermometer-thing into a sign is that it “stands for something to something.” It stands for its object, the ambient temperature, to its interpretant, the person recognizinig the thermometer as a thermometer. One reason for Peirce’s neologism, “interpretant,” as opposed to “interpreter,” is to focus on the fact that the interpretant is more precisely not the “interpreting” person but rather the thought generated in the mind of the “interpreting” person or consciousness. The interpretant of the thermometer-sign is thus the idea of such and such ambient temperature in the mind of the observer. The sign is said to mediate between object — the ambient temperature — and interpretant — the idea of the ambient temperature. In this example, then, by means of the thermometer-sign, the observer can form an idea of the ambient temperature.

34

Nelle varie definizioni di segno che ci ha donato nel corso di molti decenni, Peirce si è sempre concentrato sulla triade di segno, oggetto e interpretante. Come riassume Houser:

Nella sua forma più abbreviata, la teoria dei segni di Peirce afferma qualcosa del tipo: un segno è qualunque cosa che in base a qualcosa sta per qualcosa. Quello per cui sta il segno è il suo oggetto, l’effetto tramite il quale sta per l’oggetto. La relazione segnica è fondamentalmente triadica: eliminando l’oggetto o l’interpretante, si annienta il segno. Era questa l’intuizione chiave della semiotica di Peirce, e ciò che la distingue dalla maggior parte delle teorie della rappresentazione che cercano di dare un senso ai segni (rappresentazioni) che sono in relazione soltanto con gli oggetti (1992: XXXVI).

La natura triadica del segno può essere illustrata con uno degli esempi di Peirce: un termometro (citato in Deely 1990:24). In quanto cosa fisica nel mondo naturale, la colonnina di mercurio del termometro cresce a causa di un aumento della temperatura nell’ambiente. In quanto tale il termometro è una cosa tra le cose ed è parte dell’ordine naturale causale. Non è ancora un segno. Ciò che trasforma questa cosa-termometro in un segno è che il termometro «in base a qualcosa sta per qualcosa». In base al suo interpretante, la persona che riconosce il termometro come termometro, sta per il suo oggetto, la temperatura ambientale. La scelta di Peirce di coniare il neologismo «interpretante», in contrapposizione a «interprete» è stata dettata dal fatto che «interpretante», per essere più precisi, non è la persona «che interpreta» ma invece il pensiero che si genera nella mente o nella coscienza della persona «che interpreta». L’interpretante del segno termometro è perciò l’idea di una certa temperatura ambientale nella mente di chi osserva. Il segno si dice che faccia da mediatore tra oggetto – la temperatura ambientale – e interpretante – l’idea della temperatura ambientale. Secondo questo esempio, dunque, l’osservatore riesce a formarsi un’idea della temperatura ambientale per mezzo del segno-termometro.

35

The most commonsense understanding of the Peircean sign is that of the sign as word or gesture, not a thing as in the example of the thermometer. As word or gesture the sign structure is that of one person signifying something about the world to another person. The sign is the statement or gesture of the first person, the object is that about which this person is speaking or signifying, and the interpretant is the second person (or second person’s thought) to whom the first person is communicating. The triadic structure in this case would involve one person signifying something to another person about something. In a much-quoted letter of 1908, Peirce described the sign structure in this manner: “I define a Sign as anything which is so determined by something else, called its Object, and so determines an effect upon a person, which I call its Interpretant, that the latter is thereby mediately determined by the former” (1977, 80 – 81).

Peirce was vigorous in his insistence, however, that the sign need not involve separate individuals in this way. Specifically, the interpretant need not be another person or mind. The above quote is immediately followed by the sentence: “My insertion of ‘upon a person’ is a sop to Cerberus, because I despair of making my own broader conception understood” (ibid.). Thus, the interpretant may be the thought of another person, but may as well be simply the further thought of the first person.

36

La concezione più diffusa del segno peirciano è quella del segno come parola o gesto, e non come cosa, come nell’esempio del termometro. In quanto parola o gesto, la struttura segnica è quella di una persona che significa qualcosa riguardante il mondo comunicando con un’altra persona. Il segno è l’affermazione o il gesto della prima persona, l’oggetto è ciò di cui questa persona sta parlando o che sta significando, e l’interpretante è la seconda persona (o il pensiero della seconda persona) a cui la prima persona sta comunicando. La struttura triadica in questo caso coinvolgerebbe una persona che significa qualcosa comunicando con un’altra persona riguardo a qualcosa. In una lettera molto citata del 1908, Peirce descrive così la struttura segnica:

Definisco «segno» qualunque cosa che è così determinata da qualcos’altro, chiamato il suo «oggetto» e [che] determina così un effetto su una persona, che chiamo il suo «interpretante», che quest’ultimo è di conseguenza determinato in modo mediato dal precedente (1977:80-81)6.

Tuttavia, Peirce insisteva con vigore che il segno non deve necessariamente coinvolgere due individui distinti. Nello specifico, l’interpretante non deve essere necessariamente un’altra persona o un’altra mente. Alla citazione riportata qui sopra segue la frase:

Il fatto che abbia inserito «su una persona» è un boccone lanciato a Cerbero, perché dispero di far capire la mia concezione più ampia (ibidem)7.

L’interpretante può pertanto essere il pensiero di un’altra persona, ma può anche essere semplicemente un ulteriore pensiero della prima persona.

6

determines an effect upon a person, which I call its Interpretant, that the latter is thereby

mediately determined by the former.

I define a Sign as anything which is so determined by something else, called its Object, and so

7
broader conception understood.

My insertion of “upon a person” is a sop to Cerberus, because I despair of making my own

37

In any process of thought, for example, in any soliloquy, the succeeding thought is the interpretant of the preceding thought. That is, each thought interprets the thought that has preceded it. A particular thought is then both the interpretant of the thought that precedes it and the object of the interpretant thought that succeeds it.

This generalization of the sign relationship to a process that can take place in one mind and need not involve the participation of two minds, although clearly an abstraction from the more straightforward, two-person notion of semiotic process, is still not the level of generalization that Peirce wished to reach for the sign. In his most abstract, most general understanding of the sign, it need not involve any mind at all. As he wrote in 1902, “If the logician is to talk of the operations of the mind at all . . . he must mean by ‘mind’ something quite different from the object of study of the psychologist. . . . Logic will here be defined as formal semiotic. A definition of a sign will be given which no more refers to human thought than does the definition of a line as the place which a particle occupies, part by part, during a lapse of time” (quoted in Fisch 1986, 343).

As this statement indicates, Peirce was interested in an understanding of logic and semiotics that was wholly independent of psychology. For our purposes, however, we will have to draw him back to psychology — specifically to such questions as to how semiotic processes develop and how they actually work in human beings.

38

In ogni processo di pensiero, per esempio, in ogni soliloquio, il pensiero seguente è l’intepretante del pensiero che lo precede. Ovvero, ciascun pensiero interpreta il pensiero che lo ha preceduto. Un certo pensiero è quindi sia l’interpretante del pensiero che lo precede che l’oggetto del pensiero interpretante che lo segue.

Tale generalizzazione della relazione segnica come processo che può aver luogo nella mente di un individuo e non implica necessariamente il coinvolgimento di due menti, seppure sia chiaramente un’astrazione dal concetto di processo semiotico più diretto e che coinvolge due persone, non è comunque il livello di generalizzazione che Peirce desiderava raggiungere per il segno. Nella sua concezione più astratta e generica di segno, il segno non deve per forza coinvolgere una mente. Come ha scritto nel 1902:

Se il logico deve necessariamente parlare delle operazioni della mente […] per «mente» deve intendere qualcosa di molto diverso dall’oggetto di studio dello psicologo. […] Qui la logica verrà definita semiotica formale. Verrà data una definizione di segno che non si riferisce al pensiero umano più di quanto non lo faccia la definizione di una linea come il posto occupato da una particella, pezzo per pezzo, in un arco di tempo (citato in Fisch 1986:343)8.

Come si evince da questa affermazione, Peirce era interessato a una concezione di logica e semiotica del tutto indipendente dalla psicologia. Per i fini che mi propongo è tuttavia necessario riportarlo alla psicologia e, nello specifico, a quelle questioni riguardanti le modalità di sviluppo dei processi semiotici e il loro funzionamento effettivo negli esseri umani.

8

If the logician is to talk of the operations of the mind at all […] he must mean by “mind” something wuite different from the object of study of the psychologist. […] Logic will here be defined as formal semiotic. A definition of a sign will be given which no more refers to human thought than does the definition of a line as the place which a particle occupies, part by part, during a lapse of time.

39

For these questions the final abstraction is of limited use, while the less abstract levels of sign process — involving either one or two persons (or minds) — will prove to be of great use. Although for Peirce “the interpretant is deliberately not described as being necessarily an idea in the mind of someone” (Colapietro 1989, 7), our focus, remaining as we will at a more psychological level, will be on the interpretant as an idea in the mind of someone.

If we try to imagine actual sign use in ordinary circumstances, we must envisage a complex and changing situation in which the subject may occupy any (or all) of the positions of the sign triad at any particular moment. The subject may thus be the sign, the object (to him or herself or another), or the interpretant (of his or her own thought or that of another). In an encounter between two people, each speaker’s utterance will be the sign referring about something, the object, to the other person, the interpretant. But the speaker will at the same time also be the interpretant and object of his or her own ongoing speech, and as well the object in another sense if referring to him- or herself. The situation then quickly reverses as the other begins to speak. And as the dialogue continues and begins to take the form of a single thought process with two voices — a notion with which Peirce was highly sympathetic, referring to us as “mere cells of a social organism” (quoted in Colapietro 1989, 65) — we may say that it becomes a kind of soliloquy. In that event the sign and the interpretant (and at times the object) are at all times both of the speakers. But then recalling that for Peirce, in agreement with Plato, “all thought is dialogue” (quoted in Colapietro 1989, xiv), we conclude that the distinctions between soliloquy and dialogue — between a one-person and a two-person thought process — blur. A dialogue is always a soliloquy and a soliloquy is always a dialogue. In each case the same triadic sign process obtains.

Peirce elaborated his analysis of signs by classifyin them into three trichotomies (and then later into a tenfold classification).

40

L’astrazione definitiva è di poco aiuto per rispondere a tali domande, mentre livelli di astrazione minore del processo segnico – che coinvolgono una o due persone (o menti) – si riveleranno di grande aiuto. Sebbene secondo Peirce «l’interpretante sia deliberatamente descritto come qualcosa che non è necessariamente un’idea nella mente di qualcuno» (Colapietro 1989:7), per attenermi, come farò, a un livello più psicologico, porrò l’attenzione sull’interpretante in quanto idea nella mente di qualcuno.

Se proviamo a immaginare un uso effettivo del segno in circostanze ordinarie, dobbiamo raffigurarci nella mente una situazione complessa e in continuo cambiamento nella quale il soggetto in qualunque momento può occupare una qualsiasi posizione della triade segnica (o anche tutte). Il soggetto può quindi essere il segno, l’oggetto (per lui o per lei o per un’altra persona), o l’interpretante (del suo pensiero o di quello di qualcun altro). Nell’incontro tra due persone, ciascuna enunciazione del parlante sarà il segno che si riferisce a qualcosa, l’oggetto, per l’altra persona, l’interpretante. Ma chi parla, allo stesso tempo sarà interpretante e oggetto del suo discorso così come l’oggetto in un altro senso se fa riferimento a sé stesso. La situazione quindi si rovescia velocemente quando l’altro inizia a parlare. E dal momento che il dialogo continua e inizia a prendere la forma di un singolo processo di pensiero a due voci – concetto che Peirce condivideva parecchio, riferendosi a noi come «mere cellule di un organismo sociale» (citato in Colapietro 1989:65) – possiamo dire che diventa una sorta di soliloquio. In quel caso il segno e l’interpretante (e talvolta l’oggetto) appartengono entrambi al parlante. Se però richiamiamo alla mente Peirce che, in accordo con Platone, sosteneva che «ogni pensiero è un dialogo» (citato in Colapietro 1989:XIV), si può concludere che la distinzione tra soliloquio e dialogo – tra un processo di pensiero a una persona e a due persone – si confonde. Un dialogo è sempre un soliloquio, e un soliloquio è sempre un dialogo. In entrambi i casi si presenta lo stesso processo segnico triadico.

Peirce elaborò la sua analisi dei segni classificandoli in tre tricotomie (e poi in seguito in dieci classi).

41

For our purposes we need only focus on one of the first trichotomies, that of the relation of sign to object, and within that division only the distinction between index and symbol. The indexical sign has an actual connection with its object. As Peirce puts it, “An Index is a sign which refers to the Object that it denotes by virtue of being really affected by that Object” (1897, 102). Examples are a footprint in the sand or a rap on the door. In contrast, the symbolic sign has an arbitrary, conventional relation to its object. Again in Peirce’s words, “A Symbol is a sign which refers to the Object that it denotes by virtue of a law, usually an association of general ideas, which operates to cause the symbol to be interpreted as referring to that Object” (ibid.). The immediate examples are words, which, except for occasional onomatopoeic qualities, are associated with their referents in a wholly arbitrary, conventional manner.

Appreciating, then, the complexity of the semiotic processes in the most ordinary speech or thought, it is not hard to imagine the range of distortions these processes may undergo in psychosis. In what follows I will first describe some examples of these distortions and then suggest the developmental processes and disturbances that may be related to them.

Let us begin with the patient described above who carefully examines his mental experiences and often overinterprets and misinterprets them. For instance, he experiences a sexual sensation when in the presence of a woman at work. In Peircean terms this sensation is an index of the patient’s arousal and of the woman as the object of his desire. Further, we would say that the interpretant of the sign is the further thought that follows the patient’s sudden urge, such as a thought that he might like to go out with the woman (or whatever thought occurs in the woman, if he indicates his desire to her).

42

Considerato l’obiettivo che mi sono prefissato, è necessario che mi soffermi soltanto su una delle prime tricotomie, quella del rapporto tra segno e oggetto, e all’interno di tale divisione sulla sola distinzione tra indice e simbolo. Il segno indicale ha una connessione effettiva con il suo oggetto. Come sostiene Peirce: «Un Indice è un segno che si riferisce all’Oggetto che esso denota in virtù del fatto che è realmente determinato da quell’Oggetto» (1897:102)9. Esempi sono le impronte sulla sabbia e il bussare alla porta. Diversamente, il segno simbolico è in rapporto arbitrario e convenzionale con il suo oggetto. Utilizzando ancora le parole di Peirce: «Un Simbolo è un segno che si riferisce all’Oggetto che esso denota in virtù di una legge, di solito un’associazione di idee generali, che opera in modo che il Simbolo sia interpretato come riferentesi a quell’Oggetto» (ibidem)10. Esempi immediati sono parole che, a eccezione di occasionali qualità onomatopeiche, sono associate ai loro referenti in modo del tutto arbitrario e convenzionale.

Comprendendo pertanto la complessità dei processi semiotici nel più ordinario discorso o pensiero, non è difficile immaginare la gamma di distorsioni che questi processi possono subire nella psicosi. In quanto segue descriverò in primo luogo alcuni esempi di queste distorsioni e proseguirò poi con ipotesi sui processi evolutivi e i disturbi che possono esservi collegati.

Per cominciare riprendo l’esempio, descritto in precedenza, del paziente che esamina con attenzione le proprie esperienze mentali e che spesso le interpreta in modo esagerato ed erroneo. Il paziente ha, per esempio, una sensazione sessuale quando al lavoro si trova in presenza di una donna. In termini peirciani questa sensazione è un indice dell’eccitazione del paziente, e della donna come oggetto del suo desiderio. Direi inoltre che l’intepretante del segno è il pensiero successivo che segue l’improvviso bisogno del paziente, come per esempio che a lui potrebbe far piacere uscire con quella donna (o qualunque pensiero si presenti nella donna qualora lui le esprimesse questo desiderio nei confronti di lei).

9
that Object (CP 2.247).

An Index is a sign which refers to the Object that it denotes by virtue of being really affected by

10

A Symbol is a sign which refers to the Object that it denotes by virtue of a law, usually an association of general ideas, which operates to cause the Symbol to be interpreted as referring to that Object (CP 2.249).

43

However, things are not so simple for this patient. As soon as he experiences the sensation he quickly concludes (1) that the woman has provoked the feeling, and (2) that she was ordained to do this so that he will have sexual experience. The sensation has now shifted from an indexical to a symbolic plane. The patient is not simply affected by the object, the woman, which would make his feeling an index. There is an intention from an outside force that is being communicated to him. His feeling thus has the power of a symbolic communication, although not with the full clarity of spoken language. Furthermore, the positions of sign, object, and interpretant become increasingly complex and confused. Since he also assumes that the woman has had desire toward him placed in her, they are each both object and interpretant: objects both for each other and of the outside force, and interpretants of the other’s desire as well as of the outside intention.

Another patient asks me to uncross my legs after I have crossed them in the middle of a session. Asked to explain her request, she informs me that she takes the crossing of my legs to be a sexual pass toward her. This woman has taken a rather simple, low-level sign — the leg-crossing as an index drawing attention to me (and possibly of my discomfort or restlessness) — and treated it as a gesture of my desire toward her. Again, there is a shift from index to symbol. The leg-crossing has taken on elaborate symbolic significance. Moreover, she has completely altered the relationships of sign, object, and interpretant. The object —what is represented by the leg-crossing —is no longer my discomfort but is now herself, the object of my desire and gesture. And the interpretant has become herself as the interpreting agent with all the reactions evoked or provoked by my putative advance.

Finally, let me suggest a more complex example, that of the paranoid patient. How may he be analyzed from a semiotic perspective?

44

A ogni modo, per questo paziente le cose non sono così semplici. Non appena prova questa sensazione conclude subito (1) che la donna ha provocato quel sentimento e (2) che le era stato imposto di comportarsi così in modo che lui avesse un’eccitazione. La sensazione si è spostata ora da un piano indicale a uno simbolico. Il paziente non è semplicemente colpito dall’oggetto, la donna, il che renderebbe il suo sentimento un indice. C’è l’intenzione di una forza esterna, che gli viene comunicata. Il suo sentimento ha pertanto il potere di una comunicazione simbolica, sebbene non abbia la piena chiarezza della lingua parlata. Inoltre, la posizione di segno, oggetto e intepretante si fa sempre più complessa e confusa. Dal momento che anche lui presume che la donna abbia avuto un desiderio nei suoi confronti che le è stato imposto, sono entrambi sia oggetto che interpretante: oggetti sia l’uno per l’altro che della forza esterna, e interpretanti dell’altrui desiderio così come dell’intenzione esterna.

Un’altra paziente durante una seduta mi chiede di non tenere le gambe accavallate come le avevo appena messe. Quando le ho chiesto di spiegare la sua richiesta mi ha risposto che lei percepisce il mio accavallare le gambe come un’avance sessuale verso di lei. Questa donna ha preso un segno piuttosto semplice e di basso livello – l’accavallamento delle gambe come indice che richiama l’attenzione su di me (e possibilmente del mio disagio o della mia irrequietezza) – e lo ha considerato un segno del mio desiderio nei suoi confronti. Ancora una volta si presenta un passaggio da indice a simbolo. Accavallare le gambe ha assunto un significato simbolico elaborato. La donna ha inoltre alterato completamente le relazioni di segno, oggetto e interpretante. L’oggetto – ciò che è rappresentato dall’accavallamento delle gambe – non è più il mio disagio, ora è invece lei stessa l’oggetto del mio desidero e del mio gesto. Inoltre l’interpretante è diventato lei stessa in quanto agente interpretante con tutte le reazioni evocate o provocate dalla mia ipotetica avance.

Mi si permetta infine di ragionare su un esempio più complesso, quello di un paziente paranoide. Come potrebbe essere analizzato da un punto di vista semiotico?

45

To begin, he is someone who identifies himself as the object of the signifying and interpreting activities of others. They talk and plan about him. Sometimes they signify (so he thinks) to him. It then becomes his task to interpret their communications (about him or to him). He does not really talk to or with anyone; he is unable to assume the position of the signifying agent that would be required for this. Even in an apparent conversation, he is busy placing himself as object and interpreting the hidden meanings of his interlocutor. There is certainly a jumble of sign classes in his distorted thinking. As in the above examples, simple indexes are taken for symbolic communications. The striking effect of these shifts is the way in which he becomes the object and interpretant of signs that in fact have nothing to do with him. Caught in these distorted and exaggerated poles of the sign triad as the object and the interpretant, and never the signifying agent, he loses the freedom that goes with that position.

What emerges from these examples is the generalization that, in psychotic thinking, the specification of the precise Peircean sign category is less important than the recognition that in all cases there is an overinterpretation of simple indexes into symbols. Events in the world that do nothing but call attention to themselves (e.g., a spontaneous cry) or provide information about the object in question (e.g., a weathercock) are taken to mean more that they are. This corrupted meaning always implies some other agency generating the meaning, however anonymous that agency remains; and with that implicit agency there is an improper shuffling of the positions of sign, object, and interpretant. In this psychotic process a rustling of the trees does not remain a simple index of wind and current weather conditions. It carries the symbolic weight of hidden presence and communication, and the psychotic subject is not a neutral observer of the wind but rather the intended object and interpreter of whatever message is carried by the gesturing leaves.

46

Per iniziare, il soggetto è una persona che indentifica sé come oggetto delle attività di significazione e interpretazione degli altri. Loro parlano di lui e confabulano su di lui. Allora è suo compito interpretare quello che comunicano (su di lui o a lui). A volte loro significano (questo è quello che pensa lui) riferendosi a lui. Non parla realmente a o con qualcuno; è incapace di assumere la posizione dell’agente significante che sarebbe necessaria per farlo. Perfino in una conversazione immaginaria è impegnato a mettere sé stesso come oggetto e a interpretare i significati nascosti del suo interlocutore. Di certo nel suo pensiero distorto c’è un miscuglio di classi segniche. Come negli esempi precedenti, semplici indici sono presi per comunicazioni simboliche. L’effetto sorprendente di questi passaggi è il modo in cui il paziente diviene l’oggetto e l’interpretante di segni che in realtà non hanno niente a che fare con lui. Incastrato in questi poli di triade segnica distorti ed esagerati come l’oggetto e l’interpretante, e mai l’entità significativa, egli perde la libertà che pertiene a quella posizione.

Ciò che emerge da questi esempi è una generalizzazione, ovvero che nel pensiero psicotico la specificazione della precisa categoria segnica peirciana è meno importante rispetto al riconoscimento che in tutti i casi si ha un’iperinterpretazione di indici semplici fino a farli diventare simboli. Eventi del mondo che non fanno nient’altro che richiamare a sé l’attenzione (es. un grido spontaneo) o forniscono informazioni sull’oggetto in questione (es. una banderuola) vengono investiti di un significato maggiore rispetto a quello che hanno in realtà. Questo significato corrotto implica sempre qualche altra entità che genera il significato, per quanto anonima rimanga quell’entità, e con quell’entità implicita si ha un cambiamento improprio delle posizioni di segno, oggetto, e interpretante. In questo processo psicotico il frusciare degli alberi non resta un indice semplice del vento e delle condizioni climatiche in quel momento. Porta con sé il peso simbolico della presenza e della comunicazione nascoste, e il soggetto psicotico non è un osservatore neutrale del vento, ma piuttosto l’oggetto voluto e l’interprete di qualunque messaggio venga portato dalle foglie che gesticolano.

47

Sebeok has called attention to the importance of indexicality in Peirce’s conception of the sign:

Peirce contended that no matter of fact can be stated without the use of some sign serving as an index, the reason for this being the inclusion of designators as one of the main classes of indexes. He regarded designations as “absolutely indispensable both to communication and to thought. No assertion has any meaning unless there is some designation to show whether the universe of reality or what universe of fiction is referred to.” Deictics of various sorts, including tenses, constitute perhaps the most clear-cut examples of designations. Peirce identified universal and existential quantifiers with selective pronouns, which he classified with designation as well. [1995, 224]

Indexes are deictic indicators that anchor the speaker in the world, the world of this particular here and now and the world of this particular intersubjective situation. The psychotic may simply abandon the use of deictic references (as with Muller’s patient, whose speech contained no first-person references [1996, 108]) or, as emphasized in the above examples, confuse index with symbol. The consequence of this confusion is that, in the terminology of Peirce just cited by Sebeok, the psychotic does not offer adequate “designation to show whether the universe of reality or what universe of fiction is referred to.” But this is not for lack o designating indexes; it is rather that the psychotic, in confusing index and symbol, has thoroughly confounded the universes of reality and fantasy.

48

Sebeok ha richiamato l’attenzione sull’importanza dell’indicalità nella concezione peirciana di segno:

Peirce sosteneva che nessun fatto evidente può essere affermato senza l’uso di qualche segno che funga da indice; dal momento che i designatori sono considerati una delle classi principali di indici. [Peirce] considerava le designazioni «assolutamente indispensabili sia per comunicare che per pensare». Nessuna asserzione ha un significato a meno che non vi sia una designazione che mostri l’universo di realtà o l’universo di finzione a cui si riferisce». I deittici di ogni tipo, inclusi i tempi verbali, costituiscono forse gli esempi più limpidi di designazioni. Peirce identifica quantificatori universali e esistenziali con pronomi selettivi che ha classificato come designazioni (1995:224).

Gli indici sono indicatori deittici che ancorano al mondo chi parla, il mondo di questo particolare qui e ora e il mondo di questo particolare situazione intersoggettiva. Lo psicotico può semplicemente abbandonare l’uso dei riferimenti deittici (come nel caso del paziente di Muller, il cui discorso non conteneva nessun riferimento di prima persona (1996:108) oppure, come è stato evidenziato negli esempi precedenti, confondere l’indice con il simbolo. La conseguenza di questa confusione è che, per usare la terminologia di Peirce appena citato da Sebeok, lo psicotico non fornisce una adeguata «designazione che mostri l’universo di realtà o l’universo di finzione a cui si riferisce». Questo non avviene però per mancanza di indici di designazione, ma piuttosto perché lo psicotico, confondendo indice e simbolo, confonde del tutto gli universi di realtà e finzione.

49

Developmental Considerations

I would like to conclude with some suggestions, obviously quite speculative, concerning developmental processes that might be associated with the psychotic distortions of normal semiotic processes. In this discussion I will pass over the issue of the enormously complex relationship of constitution and development. It is common knowledge that the highly complex semiotic processes that Peirce has illuminated and that are part of ordinary adult thought and speech must be learned by children in the company of correctly thinking and speaking adults. The child development literature is replete with examples of child’s efforts to get its semiosis right. Indeed, Peirce himself offers perspicuous remarks about the way in which the child learns to recognize him- or herself through the comments made by adults about him or her. The child’s sense of self is a product of their testimony: “A child hears it said that the stove is hot. But it is not, he says; and indeed, that central body is not touching it, and only what that touches is hot or cold. But he touches it, and finds the testimony confirmed in a striking way. Thus, he becomes aware of ignorance, and it is necessary to suppose a self in which this ignorance can inhere. So testimony gives the first dawning of self-consciousness” (1868a, 20).

The seminal work in developmental semiotics has been carried out recently by Muller in Beyond the Psychoanalytic Dyad (1996).

50

Considerazioni evolutive

Desidero concludere con alcune osservazioni, decisamente teoriche, riguardanti processi evolutivi che potrebbero essere associati ai disturbi psicotici dei normali processi semiotici. In questa sezione non mi soffermerò sulla questione della relazione enormemente complessa di costituzione e sviluppo. Allo stesso modo non parlerò di quanto è generalmente noto e accettato riguardo allo sviluppo cognitivo e piscologico, ma lo terrò bene a mente. È noto a tutti che i processi semiotici altamente complessi che Peirce ha approfondito, e che fanno parte del normale pensiero e discorso adulto, devono essere appresi da bambini in presenza di adulti che pensano e parlano correttamente. La letteratura sull’età evolutiva è colma di esempi di sforzi dei bambini per capire bene la semiosi; Peirce stesso propone infatti numerose osservazioni sul modo in cui il bambino impara a riconoscere sé stesso attraverso i commenti che gli adulti fanno su di lui. La percezione di sé del bambino è il prodotto della testimonianza degli adulti:

Un bambino sente dire che la stufa è calda. Ma non è vero, dice; e, infatti, quel corpo centrale non la sta toccando, e soltanto ciò che si tocca è caldo o freddo. Tuttavia lo tocca e trova confermata la testimonianza in modo sorprendente. [Il bambino] diviene così consapevole dell’ignoranza, ed è necessario supporre un Sé a cui questa ignoranza possa inerire. La testimonianza pone le basi della coscienza di sé (1868a:20)11.

Il lavoro fondamentale nella semiotica evolutiva è stato portato avanti di recente da Muller in beyond the Psychoanalytic Dyad (1996).

11

A child hears it said that the stove is hot. But it is not, he says; and, indeed, that central body is not touching it, and only what that touches is hot or cold. But he touches it, and finds the testimony confirmed in a striking way. Thus, he becomes aware of ignorance, and it is necessary to suppose a self in which this ignorance can inhere. So testimony gives the first dawning of self-consciousness (CP 5.233).

51

Muller reviews the infant developmental literature extensively and demonstrates that the dyadic relationship of mother and infant is framed and held by the cultural system of signs to which they belong. This system is assimilated by Muller both to Peirce’s category of Third as well as to Lacan’s symbolic order. Muller shows further that it is the presence of this Third that prevents the mother-infant dyad from sliding into merger and fusion.

The Third is required to frame the dyad and thereby enable the partners to relate without merging. . . . The complexity of intersubjectivity . . . can best be understood when the dyadic processes of empathy and recognition are taken as operating in a triadic context in which a semiotic code frames and holds the dyad. It is the determining presence of such a code, shaping culture, communication, and context, that makes possible the saying of “I” and “you” whereby the human horizon is opened to reach of intimacy, both personal and perhaps also transcendent. [1996, 61 – 62]

I focus on another aspect of development that depends on a different aspect of Third. While in his most general descriptions of the categories Peirce connected Third to mediation and generality, he also applied the categories to specific domains such as that of the sign. On the one hand, the sign plays the mediating role that is associated with Third. In Greenlee’s words, “What the sign succeeds in mediating is the object-interpretant relation; for either actually or potentially the sign renders the object available to the interpreter (in whatever way available, whether for thinking, saying, acting, making, etc.)” (1973, 33 – 34).

52

Muller esamina nel dettaglio la letteratura sull’età evolutiva e dimostra come la relazione diadica di madre e neonato sia inquadrata e contenuta dal sistema di segni culturale a cui appartiene. Muller ha assimilato questo sistema sia alla categoria peirciana di «terzo» sia all’ordine simbolico di Lacan. Muller mostra inoltre che è la presenza di questo «terzo» a impedire alla diade madre- neonato di degenerare.

Il Terzo è richiesto per inquadrare la diade e permettere così ai partner di relazionarsi senza fondersi. […] La complessità dell’intersoggettività […] può essere spiegata meglio quando il processo diadico di empatia e riconoscimento viene dato per operante in un contesto triadico in cui un codice semiotico inquadra e regge la diade. È la presenza determinante di questo codice, che plasma la cultura, la comunicazione, e il contesto, a permettere di dire «io» e «tu» con i quali l’orizzonte umano si amplia fino a raggiungere la sfera intima, sia personale sia forse anche trascendente (1996:61-62).

Mi focalizzo su un altro aspetto dello sviluppo che dipende da un diverso aspetto del Terzo. Nelle sue descrizioni più generali delle categorie, Peirce collegava il Terzo alla mediazione e alla generalità; inoltre, allo stesso tempo, applicò le categorie a campi specifici come quello del segno. Da un lato il segno svolge il ruolo di mediatore associato al Terzo. Come affermò Greenlee:

Quello che il segno riesce a mediare è la relazione oggetto- interpretante; poiché effettivamente o potenzialmente il segno rende l’oggetto disponibile a chi interpreta (disponibile in qualunque modo, che sia per pensare, parlare, agire, fare, eccetera) (1973:33-34).

53

In this vein Peirce wrote, “In its genuine form, Third is the triadic relation existing between a sign, its object, and its interpreting thought, itself a sign, considered as constituting the mode of being of a sign. A sign mediates between the interpretant sign and its object” (1966, 389).

On the other hand, Peirce also brought all the categories to bear on the sign relationship: “A Sign, or Representamen, is a First which stands in such a genuine triadic relation to a Second, called its Object, as to be capable of determining a Third, called its Interpretant” (quoted in Anderson 1995, 46). In what follows I will emphasize the actual embodiment of Third in a real person in early development. While this may seem a departure from Muller’s understanding of the Third as the symbolic order, there is in fact no real departure, given Lacan’s instantiation of the symbolic order in the figure of the father.

Now what might be a Peircean reading of the early development of the triadic sign and its relation to psychosis? Let us begin by recalling that Peirce’s unique contribution to semiotics in his insistence on the triadic nature of the sign.

54

Su questa linea di pensiero Peirce scrisse:

Nella sua forma genuina, [la Thirdness]12 è la relazione triadica esistente tra un segno, il suo oggetto, e il suo pensiero interpretante, a sua volta un segno, considerato come elemento che costituisce il modo di essere di un segno. Un segno fa da mediatore tra il segno interpretante e il suo oggetto (1966:389)13.

D’altro canto, in Peirce tutte le categorie riguardano la relazione segnica:

Un segno, o Representamen, è un Primo che sta in una tale relazione triadica genuina con un Secondo, chiamato «oggetto», da essere in grado di determinare un Terzo, chiamato il suo «interpretante» (citato in Anderson 1995:46)14.

In quanto segue porrò l’accento sulla vera incarnazione del Terzo in una persona reale nelle prime fasi dello sviluppo. Sebbene possa sembrare un allontanamento dalla concezione che Muller ha del Terzo come ordine simbolico, in realtà non c’è un vero e proprio allontanamento, data l’esemplificazione di Lacan dell’ordine simbolico nella figura del padre.

Quale potrebbe essere dunque una lettura peirciana delle prime fasi dello sviluppo del segno triadico e della sua relazione con la psicosi? Per cominciare, si può richiamare alla mente quel contributo unico alla semiotica che fece Peirce insistendo sulla natura triadica del segno.

12
aveva utilizzato la parola Thirdness [terzità] N.d.T.

Nella versione originale citata dall’autore compare la parola Third [«terzo»]; Peirce, in realtà

13

interpreting thought, itself a sign, considered as constituting the mode of being of a sign. A sign

mediates between the interpretant sign and its object (CP 8.332).

14

A Sign, or Representamen, is a First which stands in such a genuine triadic relation to a Second, called its Object, as to be capable of determining a Third, called its Interpretant (CP 2.274).

In its genuine form, Thirdness is the triadic relation existing between a sign, its object, and the

55

“The sign relation is fundamentally triadic: eliminate either the object or the interpretant and you annihilate the sign. This was the key insight of Peirce’s semiotic, and one that distinguishes it from most theories of representation that attempt to make sense of signs (representations) that are related only to objects” (Houser 1992, xxxvi). The developmental question that inserts itself into this discussion is how the triadic nature of the sign is learned. The suggestion I wish to propose is that in early development — in learning semiosis —actual individuals may be important in a way that they are not in adult semiotic process. As was described above, an adult soliloquy is a triadic semiotic process in which sign, object ,and interpretant are all present in the single train of thought.(And also, as was described above, because the three components are all present, the soliloquy has qualities of a dialogue.)

The infant, however, does not begin in soliloquy; it begins in communicational interchange with its mother or care giver. What will later be the ability to have a “conversation” with itself must start with a “conversation” with its mother. It is as this conversation is internalized that the internal dialogue can take place. Now, since a dialogue must always involve the three components of the sign —in the straightforward case, one person talking to another about something — might it not be the case that not two but three real people (or more) are necessary to inculcate semiosis at the beginning of life? In other words, at the beginning, each component of the semiotic triad would be embodied in an actual person. Semiotically, the father would represent the critical third in the dialogue of mother and infant. Given Peirce’s identification of the interpretant as the third in the sign triad, the paradigmatic case would place the father as the interpretant of the mother-infant dialogue. In fact, however, the developing conversation with the infant would entail the usual alternation of roles as each of the three assumed the role of signifying agent, object, or interpretant.

56

La relazione segnica è fondamentalmente triadica: eliminando l’oggetto o l’interpretante si annienta il segno. Era questa l’intuizione chiave della semiotica di Peirce, e ciò che la distingue dalla maggior parte delle teorie della rappresentazione che cercano di dare un senso ai segni (rappresentazioni) in relazione soltanto con gli oggetti (Houser 1992:XXXVI).

La questione evolutiva che si inserisce in questa discussione riguarda la modalità di apprendimento della natura triadica del segno. Desidero osservare che nelle prime fasi dello sviluppo – nell’apprendimento della semiosi – individui reali possono essere importanti in modo diverso rispetto a quanto non lo siano nel processo semiotico adulto. Come è stato descritto in precedenza, un soliloquio adulto è un processo semiotico triadico in cui segno, oggetto, e interpretante sono tutti presenti nella singola concatenazione di pensieri. (Dal momento che, inoltre, come descritto in precedenza, sono presenti tutte e tre le componenti, il soliloquio ha le qualità di un dialogo).

A ogni modo, il neonato non inizia con un soliloquo; inizia con l’interscambio comunicativo con sua madre o con l’accuditore. Quella che in futuro sarà la capacità di fare una «conversazione» con sé stesso deve cominciare con una «conversazione» con sua madre. È quando questa conversazione viene interiorizzata che può avere luogo il dialogo interno. Ora, dal momento che un dialogo deve sempre coinvolgere i tre componenti del segno – nel caso diretto, una persona che parla di qualcosa a qualcuno – potrebbe non essere vero che siano necessarie non due ma tre (o più) persone reali per instillare la semiosi all’inizio della vita? In altre parole, all’inizio, ciascun componente della triade semiotica sarebbe rappresentato da una persona reale. Dal punto di vista semiotico, il padre rappresenterebbe il terzo critico nel dialogo tra madre e neonato. Data l’identificazione peirciana dell’interpretante con il Terzo nella triade segnica, il caso paradigmatico posizionerebbe il padre al posto dell’interpretante del dialogo madre-neonato. In effetti, comunque, la conversazione che si sviluppa con il neonato comporterebbe il solito alternarsi di ruoli ciascuno dei tre assume il ruolo di agente significativo, oggetto, o interpretante.

57

Indeed, a critical aspect of the evolution of the mother-infant dyad would be the ability of the mother and father to treat the infant as the object of their dialogue, in which case the child would experience itself as object of a semiotic process, as well as interpretant of the parental dialogue.

Whatever the apportionment of roles at a particular moment, the important point is the need for actual persons representing the three positions in the inculcation of semiosis. This would be the Peircean reading of early development and the tendency for a pathologically exclusive mother-infant relationship to promote psychosis. Adult object relationships require semiotic competence, and the development of semiotic competence depends on early object relationship. If actual people are necessary for early training in the semiotic triad, and a pathologically exclusive mother-infant relationship prevents the entrance of a third into relationship, the result will be a failure to inculcate the mastery of normal semiosis. (It should be noted, finally, that in this discussion I am not insisting on the literal presence of the child’s father but rather on the presence of another or others — or even of the father or another as a symbolic presence.)

Among the many possible failure scenarios — or aspects of what is really one failure scenario — in early semiotic development, let me mention three. The first would be that in which the mother’s interactions with the infant did not permit the presence of the father (literally or symbolically). In this case, with the father absent both as semiotic object as well as interpreter/interpretant of the mother-infant dialogue, the language would remain highly subjective, and the semiotic object would not achieve independence of subjective meaning. Conversation would never be about something truly exterior to the conversants. The second scenario would be the one in which the parents could not make the infant an object of their conversation. In this case the mother would not be sufficiently extricated from the dyadic relationship with the infant, and the infant would not experience itself wholly as object, or as interpreter/interpretant of a conversation about it.

58

In realtà, un aspetto critico dell’evoluzione della diade madre-neonato consisterebbe nella capacità della madre e del padre di trattare il neonato come oggetto del loro dialogo, caso in cui il bambino avrebbe un’esperienza di sé come oggetto di un processo semiotico, oltre che come interpretante del dialogo tra i genitori.

Qualunque sia la ripartizione dei ruoli in un momento particolare, l’aspetto importante è la necessità delle persone reali di rappresentare le tre posizioni quando instillano la semiosi. Questa sarebbe la lettura peirciana delle prime fasi dello sviluppo e la tendenza a promuovere la psicosi a relazione patologicamente esclusiva madre-neonato. Le relazioni oggettuali adulte richiedono una competenza semiotica, e lo sviluppo della competenza semiotica dipende dalle relazioni oggettuali infantili. Se per la formazione infantile alla triade semiotica sono necessarie persone reali, e una relazione patologicamente esclusiva madre-figlio impedisce l’ingresso di un terzo nella relazione, ne consegue l’impossibilità di instillare la padronanza della semiosi normale. (Va notato, infine, che in questa sezione non insisto sulla presenza letterale del padre del bambino, ma piuttosto sulla presenza di un altro o di altri – o anche del padre o di un altro come presenza simbolica).

Tra i tanti possibili scenari di tale insuccesso – o aspetti di ciò che è realmente uno scenario di insuccesso – nel primo sviluppo semiotico, permettetemi di menzionarne tre. Il primo sarebbe quello in cui l’interazione della madre con il neonato non ammette la presenza del padre (letterale o simbolico). In questo caso, con l’assenza del padre sia come oggetto semiotico che come interprete/interpretante del dialogo madre-neonato, la lingua rimarrebbe altamente soggettiva, e l’oggetto semiotico non raggiungerebbe l’indipendenza del significato soggettivo. La conversazione non riguarderebbe mai qualcosa di veramente esterno agli interlocutori. Il secondo scenario sarebbe quello in cui i genitori non sono riusciti a fare del neonato l’oggetto della loro conversazione. In questo caso la madre non viene sradicata a sufficienza dalla relazione diadica con il neonato, e il neonato non avrebbe una piena esperienza di sé come oggetto, né come interprete/interpretante di una conversazione che lo riguarda.

59

The third scenario would be one in which the infant and father could not engage in an interaction that took the mother as object. Here the infant would not have the experience of the mother as object as well as subject, and as in the second scenario, as someone fully separate from itself. Each scenario thus represents a variation on the need for embodiment of the various positions of the semiotic triad in actual persons in the early inculcation of semiosis.

Conclusion

This reflection of Peircean semiotics and psychosis has moved through three stages. In a first stage I focused on Peirce’s most general notions concerning the dependence of thought on signs and concerning the externality of the sign. In his or her relationships both to the world and to the self, the psychotic was seen as foundering on the externality of the sign. In a second stage I focused more specifically on Peirce’s triadic understanding of the sign. Here the emphasis fell, on the one hand, on the psychotic’s conflation of sign, object, and interpretant, and on the other hand, on his or her confusion of index and symbol. In a third and final stage, I questioned the developemenal implications of a Peircean analysis, suggesting the need for actual embodiment of the semiotic trad in early development and the failure of this in the potential psychotic.

60

Il terzo scenario sarebbe quello in cui il neonato e il padre non riescono a sviluppare un’interazione che abbia la madre come oggetto. In questo caso il neonato non avrebbe l’esperienza della madre come oggetto né come soggetto, né, come nel caso del secondo scenario, come qualcuno del tutto separato da sé stesso. Ciascuno scenario rappresenta pertanto una variante sulla necessità di incarnare, durante la prima fase di instillazione della semiosi, le diverse posizioni della triade semiotica con persone reali.

Conclusione

Questa riflessione sulla semiotica di Peirce e sulla psicosi ha seguito tre fasi. In una prima fase mi sono concentrato sulle più generali concezioni di Peirce riguardanti la dipendenza del pensiero dai segni e l’esteriorità del segno. Nelle sue relazioni sia con il mondo che con il Sé, lo psicotico è stato visto andare in crisi sull’esteriorità del segno. In una seconda fase mi sono concentrato più specificamente sulla concezione triadica peirciana del segno. Qui ho posto l’enfasi, da un lato, sulla fusione psicotica di segno, oggetto, e interpretante, e dall’altro, sulla confusione psicotica di indice e simbolo. In una terza e ultima fase, ho messo in questione le implicazioni evolutive dell’analisi peirciana, ipotizzando che, nelle prime fasi dello sviluppo, sia necessaria l’incarnazione della triade semiotica in persone reali, e che nello psicotico potenziale tale incarnazione sia venuta meno.

61

References

Anderson, Douglas. Strands of System: The Philosphy of Charles Peirce. West Lafayette, Ind.:Purdue University Press, 1995.

Benveniste, Émile. Problèmes de linguistiques générale. Paris: Gallimard, 1966. Bleuler, Eugen. Dementia Praecox; or, The Group of Schizophrenias (1911).

Translated by J. Zinkin. New York: International Universities Press, 1950. Colapietro, Vincent M. Peirce’s Approach to the Self: A Semiotic perspective on

Human Subjectivity. Albany: State University of New York Press, 1989. Deely, John. Basics of Semiotics. Bloomington: Indiana University Press, 1990. Eliot, T. S. The Complete Poems and Plays: 1909 – 1950. New York: Harcourt,

Brace and World, 1962.
Federn, Paul. Ego Psychology and the Psychoses. London: Imago Publishing

Company, 1953.
Fisch, Max. Peirce, Semiotic, and Pragmatism: Essays by Max H. Fisch. Edited

by K. L. Ketner and C.J.W. Kloesel. Bloomington: Indiana University Press,

1986.
Freeman, T., Cameron, J., and McGhie, A. Chronic Schizophrenia. London:

Tavistock Publications, 1958.
Freud, Sigmund. The Standard Edition of the Complete Psychological Works of

Sigmund Freud. Edited and translated by James Strachey. 24 vols. London:

Hogarth Press, 1953 – 74.
——. “Psycho-Analytic Notes on an Autobiographical Account of a Case of

Paranoia (Dementia Paranoides)” (1911), vol. 12.
Greenlee, Douglas. Peirce’s Concept of Sign. The Hague: Mouton, 1973.

62

Riferimenti bibliografici

Anderson, D. Strands of System: The Philosphy of Charles Peirce, West Lafayette (Indiana), Purdue University Press, 1995.

Benveniste, É. Problèmes de linguistiques générale. Paris, Gallimard, 1966. Trad. it.: Problemi di linguistica generale, a c. di M. Vittoria Giuliani, Milano, Il Saggiatore, 1994, ISBN: 88-428-0140-2.

Bleuler, E. Dementia Praecox; or, The Group of Schizophrenias (1911). Translated by J. Zinkin, New York, International Universities Press, 1950. Trad. it.: Dementia praecox o il gruppo delle schizofrenie, a. c. di L. Cancrini, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1985.

Colapietro, V. M. Peirce’s Approach to the Self: A Semiotic perspective on Human Subjectivity, Albany, State University of New York Press, 1989.

Deely, J. Basics of Semiotics. Bloomington, Indiana University Press, 1990. Trad. it.: Basi di semiotica, a c. di M. Leone, Bari, Laterza, 2004, ISBN: 88- 8231-298-4.

Eliot, T. S. The Complete Poems and Plays: 1909 – 1950. New York, Harcourt, Brace and World, 1962. Trad. it.: Opere, a c. di R. Sanesi, Milano, Bompiani, 1986.

Federn, P. Ego Psychology and the Psychoses. London, Imago, 1953.
Fisch, M. Peirce, Semiotic, and Pragmatism: Essays by Max H. Fisch. A c. di K.

L. Ketner e C. J. W. Kloesel, Bloomington, Indiana University Press, 1986. Freeman, T., Cameron, J., e McGhie, A. Chronic Schizophrenia. London,

Tavistock Publications, 1958.
Freud, S. Psycho-Analytic Notes on an Autobiographical Account of a Case of

Paranoia (Dementia Paranoides), in The Standard Edition of the Complete Psychological Works of Sigmund Freud. A c. di J. Strachey, 24 vol., London, Hogarth Press, 1953–74 (1911), vol. 12. Trad. it. Il presidente Schreber. Osservazioni psicoanalitiche su un caso di paranoia (dementia paranoides) descritto autobiograficamente, a c. di R. Colorni e P. Veltri, Torino, Boringhieri, 1975.

Greenlee, D. Peirce’s Concept of Sign. The Hague, Mouton, 1973.

63

Harrow, M., and Quinlan, D. Disordered Thinking and Schizophrenic Psychopathology. New York: Gardner Press, 1985.

Houser, Nathan. Introduction to Peirce (1992), xix-xli.
Kerby, Anthony. Narrative and the Self. Bloomington: Indiana University Press,

1991.
Kernberg, Otto. Borderline Conditions and Pathological Narcissism. New York:

Jason Aronson, 1975.
Lakoff, G., and Johnson, M.Metaphors We Live By. Chicago: University of

Chicago Press, 1980.
Merleau-Ponty, Maurice. The Prose of the World. Edited by C. Lefort and

translated by J. O’Neill. Evanston, Ill.: Northwestern University Press, 1973. Muller, John. Beyond the Psychoanalytic Dyad: Developmental Semiotics in

Freud, Peirce, and Lacan. New York: Routledge, 1996.
Peirce, Charles Sanders. The Essential Peirce: Selected Philosophical Writings.

Edited by Nathan Houser and Christian Kloesel. Vol. 1 (1867- 93).

Bloomington: Indiana University Press, 1992.
——. “Questions Consequences of Four Incapacities” (1868b). In Peirce (1992),

28 – 55.
——. “Logic as Semiotic: The Theory of Signs” (1897). In Philosophical Writings

of Peirce, edited by J. Buchler, 98 – 119. New York: Dover Publications,

1955.
——. Selected Writings. Edited by P. Wiener. New York: Dover Publications,

1966.
——. Semiotic and Significs: The Correspondence between Charles S. Peirce

and Victoria Lady Welby. Edited by Charles Hardwick. Bloomington: Indiana University Press, 1977.

64

Harrow, M., e Quinlan, D. Disordered Thinking and Schizophrenic Psychopathology. New York, Gardner Press, 1985.

Houser, N. “Introduction to Peirce” in Peirce, Charles Sanders. The Essential Peirce: Selected Philosophical Writings. A c. di N. Houser and C. Kloesel, Vol. 1 (1867-93), Bloomington, Indiana University Press, 1992, p. xix-xli.

Kerby, Anthony. Narrative and the Self. Bloomington, Indiana University Press, 1991.

Kernberg, Otto. Borderline Conditions and Pathological Narcissism. New York, Jason Aronson, 1975.

Lakoff, G., e Johnson, M. Metaphors We Live By. Chicago, University of Chicago Press, 1980.

Merleau-Ponty, Maurice. The Prose of the World. A c. di C. Lefort e tradotto da J. O’Neill. Evanston (Illinois), Northwestern University Press, 1973. Trad. it. La prosa del mondo, a c. di Marina Sanlorenzo, Roma, Editori Riuniti, 1984, ISBN: 88-359-2757-9.

Muller, John. Beyond the Psychoanalytic Dyad: Developmental Semiotics in Freud, Peirce, and Lacan. New York, Routledge, 1996.

Peirce, Charles Sanders. “Questions Consequences of Four Incapacities” (1868b). In The Essential Peirce: Selected Philosophical Writings. A c. di Nathan Houser e Christian Kloesel, Vol. 1 (1867-93), Bloomington, Indiana University Press, 1992. p. 28–55.

——. “Logic as Semiotic: The Theory of Signs” (1897). In Philosophical Writings of Peirce. A c. di J. Buchler, New York, Dover, 1955, p. 98–119.

——. Selected Writings. A c. di P. Wiener, New York, Dover Publications, 1966. ——. Semiotic and Significs: The Correspondence between Charles S. Peirce and Victoria Lady Welby. A c. di Charles Hardwick, Bloomington, Indiana

University Press, 1977.

65

Ricoeur, Paul. “The Metaphorical Process as Cognition, Imagination, and Feeling.” In On Metaphor; edited by Sheldon Sacks, 141 – 58. Chicago: University of Chicago Press, 1978.

——. Time and Narrative. Vol. 1. Translated by K. Mclaughlin and D. Pellauer. Chicago: University of Chicago Press, 1984.

——. Oneself as Another. Translated by K. Blamey. Chicago: University of Chicago Press, 1992.

Sass, Louis. Madness and Modernism: Insanity in the Light of Modern Art, Literature, and Thought. New York: Basic Books, 1992.

Sebeok, Thomas. “Indexicality.” In Peirce and Contemporary Thought: Philosophical Inquiries, edited by Kenneth Ketner, 222 – 42. New York: Fordham University Press, 1995.

Short, T. “Peirce’s Semiotic Theory of the Self.” Semiotica 91 (1992): 124. Steiner, G. Real Presences. Chicago: University of Chicago Press, 1989. Stevens, W. Poems. Selected by Samuel French Morse. New York: Vintage

Books, 1959.

66

Ricoeur, Paul. “The Metaphorical Process as Cognition, Imagination, and Feeling.” In On Metaphor. A c. di Sheldon Sacks, Chicago, University of Chicago Press, 1978, p. 141 – 58.

——. Time and Narrative. Vol. 1. Tradotto da K. Mclaughlin e D. Pellauer, Chicago, University of Chicago Press, 1984. Trad. it.: Tempo e racconto, vol. 1, a c. di Giuseppe Grampa, Milano, Jaca Book, 1994 [1986], ISBN: 88- 16-40165-6.

——. Oneself as Another. Tradotto da K. Blamey, Chicago, University of Chicago Press, 1992. Trad. it.: Sé come un altro, a c. di Daniella Iannotta, Milano, Jaca Book, 2005 [1993], ISBN: 88-16-40325-X.

Sass, Louis. Madness and Modernism: Insanity in the Light of Modern Art, Literature, and Thought. New York, Basic Books, 1992.

Sebeok, Thomas. “Indexicality.” In Peirce and Contemporary Thought: Philosophical Inquiries. A c. di Kenneth Ketner, 222 – 42, New York, Fordham University Press, 1995.

Short, T. “Peirce’s Semiotic Theory of the Self.” Semiotica 91 (1992), p.124. Steiner, G. Real Presences. Chicago, University of Chicago Press, 1989. Trad. it.: Vere presenze, a c. di Claude Béguin, Milano, Garzanti, 1992, ISBN: 88-

11-59881-8.
Stevens, W. Poems. A c. di Samuel French Morse. New York, Vintage Books,

1959. Trad. it.: Mattino domenicale e altre poesie, a c. di Renato Poggioli, Torino, Einaudi, 1988, ISBN: 88-06-11397-6.

67

68

Commento alla traduzione

69

1. Descrizione del materiale

Il saggio da me scelto e tradotto come elaborato finale del percorso di studi in traduzione è tratto dal volume Peirce, Semiotics, and Psychoanalysis; una raccolta di saggi che presentano i concetti fondamentali della semiotica peirciana e si concentrano sulle possibili applicazioni al campo della psicoanalisi e della filosofia. Autore del testo è l’americano James Phillips, psichiatra a New Haven, Connecticut, e docente di psichiatria alla Yale University.

In Peircean Reflections on Psychotic Discourse, James Phillips affronta in modo innovativo la semiotica peirciana focalizzando l’attenzione sulla sua possibile applicazione alla psicosi. Il testo approfondisce i più generali concetti peirciani di «segno», «interpretante» e «oggetto», e il ruolo che questi elementi svolgono nel caso di psicosi e, più precisamente, nei vari tipi di psicosi. Dopo essersi concentrato sulla triade segnica peirciana, l’autore sviluppa e approfondisce il discorso del Sé, la sua funzione all’interno della narrazione quotidiana, come si forma e come si evolve nel passaggio da neonato a adulto, e il ruolo determinante dei genitori – o delle figure di riferimento – in questo processo. Per «narrazione quotidiana» si intende il discorso umano interpersonale nella vita di tutti i giorni osservato da un punto di vista testologico.

2. Testo narrativo versus testo saggistico

Nei due anni di specializzazione in traduzione letteraria i miei studi si sono concentrati principalmente su due tipi di testo: il testo narrativo e il testo saggistico. Queste due categorie di testo sono profondamente diverse tra loro, e la loro diversità comporta un approccio particolare e mirato in fase di traduzione. È bene dunque avere un’idea chiara dei punti in comune ai due testi e, soprattutto, delle loro divergenze.

70

2.1 Il testo narrativo

Il testo narrativo è forse il testo più complesso da descrivere. Si potrebbe definire il testo narrativo una macrocategoria di testi finzionali volti a intrattenere il lettore, all’interno della quale è possibile identificare diversi generi: il racconto, il romanzo, la novella, la fiaba, la favola, il mito, la poesia, il diario. Alla voce «narrare» di un vocabolario della lingua italiana15 si legge «esporre, riferire oralmente, per iscritto nel loro svolgimento temporale, lo svolgersi di fatti reali o fantastici, in modo chiaro e dettagliato»; il testo narrativo è quindi quel testo particolare in cui viene descritto un avvenimento, reale o meno, secondo un ordine temporale.

2.1.1 Lo stile

Come ho appena affermato, lo scopo primario del testo narrativo è intrattenere; sta poi all’autore decidere come impostare il testo, che tono conferire alle proprie parole, su che elementi puntare, e come sviluppare la narrazione. Il testo narrativo è quindi un testo plastico che prende forma nelle mani dello scrittore, il quale lo modella e lo plasma a proprio piacimento. Per catturare l’attenzione del lettore, l’autore, durante la narrazione, può decidere di ricorrere a ogni sorta di espedienti: può giocare sul piano temporale, e spostarsi così dal presente al passato, o addirittura anticipare eventi; può ricorrere a salti di registro, variando così le scelte sintattiche e lessicali, o presentare personaggi ben caratterizzati e definirli attraverso descrizioni accurate. In genere il testo narrativo, se di buon livello, ha una propria eleganza formale ed è curato nei minimi dettagli. Compito del traduttore è attenersi il più possibile alle scelte dell’autore e renderle al meglio nella sua traduzione.

15

De Mauro:2000

71

2.1.2 Il linguaggio

Data la libertà che contraddistingue il testo narrativo non si può parlare di un linguaggio “tipico” o “ricorrente”. L’autore, narrando, fa un uso libero (e proprio) della parola, può coniare neologismi o utilizzare espressioni ormai cadute in disuso, qualora lo ritenesse necessario, magari per rendere al meglio l’atmosfera di tempi lontani. Il testo narrativo non contiene in genere termini, eppure in molti casi alcune parole hanno la medesima funzione, in quanto diventano parole chiave e si trasformano in rimandi intratestuali che vanno individuati e rispettati. Può inoltre capitare che all’interno di un romanzo, per esempio, compaia la descrizione di un oggetto, una macchina, un animale, e che si presentino quindi dei termini veri e propri.

2.1.3 Elementi del testo narrativo

Il testo narrativo, per essere definito tale, presenta in genere alcuni elementi fondamentali legati alla formula più semplice che sta alla base di ogni narrazione: qualcuno fa qualcosa in un certo momento; è come viene narrato questo «qualcosa» a fare la differenza. La più grande distinzione che può essere fatta all’interno di un testo narrativo è quella tra «fabula» (storia) e «intreccio» (discorso); per fabula si intende la serie di eventi secondo il normale ordine cronologico, per intreccio si intende invece la scelta dell’autore di disporre questi avvenimenti (può quindi sovvertire il normale ordine cronologico). Gli eventi seguono generalmente uno schema narrativo (pressoché standard nei romanzi tradizionali): una situazione iniziale di equilibrio viene turbata fino a raggiungere un culmine di tensione per poi risolversi in un equilibrio finale, non necessariamente positivo. All’interno dello spazio si muovono dei personaggi, più o meno definiti, che interagiscono tra loro attraverso dialoghi, è compito del narratore cedere di volta in volta la parola, e il punto di vista, ai personaggi. Ogni personaggio può essere definito caratterialmente anche attraverso alla descrizione che ne viene fatta e alle parole che escono dalla sua bocca.

72

È nel passaggio da un piano temporale all’altro, nel cambiamento del punto di vista e nella modalità di esprimere i pensieri dei personaggi e del narratore che sta la maestria dello scrittore; compito del traduttore, e in questo si riscontra la sua abilità, è riconoscere queste peripezie narrative e rispettarle.

Più valore artistico viene riconosciuto al prototesto narrativo, meno possibilità di intervento avrà il traduttore in fase di narrazione. In altri casi, quando il testo che si accinge ha tradurre non ha valenze letterarie e, anzi, è scritto frettolosamente e con poca accuratezza, può spettare al traduttore occuparsi di inserire accorgimenti per renderlo più fruibile e, possibilmente, migliore.

2.2 Il testo saggistico

Il testo saggistico spesso non viene preso abbastanza in considerazione; è infatti tendenza diffusa, generalmente, distinguere i testi in ”letterari” e “tecnici”. Dal momento che non appartiene né alla categoria dei testi narrativi, né a quella dei testi scientifici, tecnici, o comunque prettamente settoriali, il testo saggistico è da considerarsi un testo “ibrido”, con molte peculiarità simili ai tipi di testo appena nominati, e quindi con particolari ripercussioni inevitabili sulla strategia traduttiva da applicare. Un saggio può infatti avere lo stesso peso e la stessa valenza artistica di un racconto, con la stessa cura nello stile e un’estrema accuratezza per quanto riguarda lo stile e la scelta dei vocaboli. È però vero che esistono saggi che si rivolgono agli “addetti ai lavori” e che trattano quindi argomenti scientifici o tecnici con una terminologia accurata e precisa, che in traduzione va curata.

2.2.1 Lo stile

Il testo saggistico ha un’identità che cambia a seconda dello scopo che si prefigge e del lettore a cui aspira a rivolgersi. Il tema centrale del saggio è, in genere, legato a un campo del sapere; può quindi trattare di politica, filosofia, scienza, cultura. All’autore di un testo saggistico non è richiesto, solitamente, inserire citazioni o argomentare al meglio le sue teorie; spesso questi può dare

73

per scontati molti concetti, scegliendo di non esprimerli. È compito del lettore documentarsi e fare ricerche per capire al meglio quanto viene esposto nel saggio. Ciò che distingue un saggio da un testo scientifico è, spesso, la cura del linguaggio e dello stile. È pur vero che può accadere che a scrivere saggi siano quegli esperti che, per professione, non si occupano di scrittura e di conseguenza i loro scritti risultano oscuri e dalla lettura difficile.

Sebbene il testo saggistico possa assumere le più svariate forme, ed essere quindi scritto con l’estro più creativo o con rigore e freddezza scientifica, esistono punti fissi e quasi inalienabili alla base della stesura di un saggio.
Il primo punto fermo del testo saggistico è il suo obiettivo. Il saggio, infatti, non sempre mira soltanto a intrattenere il lettore, bensì a informarlo. L’autore, scrivendo, cerca di approfondire un argomento sviluppandolo con ordine e coerenza. Il saggio è pertanto un testo non finzionale caratterizzato da uno stile fortemente codificato coerente alla struttura logico-consequenziale del discorso, stile che, considerato l’elevato tasso di formalità, generalmente lo accomuna ai testi scientifici

2.2.2. Il linguaggio

Il saggio può apparire spesso freddo e “asettico”, scarsamente personalizzato e originale dal punto di vista del linguaggio; tuttavia, esistono saggi di tipo divulgativo che sono destinati a un pubblico più ampio, ed è proprio questo tipo di saggi che può contenere un maggior tasso di creatività e originalità per quanto riguarda stile e linguaggio.

Testi saggistici dalla valenza fortemente scientifica tendono a includere numerosi termini tecnici-scientifici estremamente precisi, che non possono essere sostituiti in alcun modo. In fase di traduzione, il traduttore dovrà adoperarsi per ricercare il termine, uno e uno soltanto, che gli corrisponda, avvalendosi della consultazione di glossari e memorie di traduzione. Dal momento che non si tratta di un testo esclusivamente connotativo né tanto meno evocativo, il saggio non vuole stimolare i sensi del lettore (eccezione fatta per i saggi poetici o di approfondimento su qualche esponente del mondo

74

letterario) ma si limita a esporre una tesi. Può capitare che il saggio rimandi ad altri testi, magari portando esempi e citazioni estratte da altre opere per avvalorare la tesi che l’autore vuole sviluppare. In questo caso il traduttore dovrà individuare i rimandi intertestuali impliciti o espliciti e tradurli al meglio qualora non fossero già tradotti, oppure individuare le traduzioni in circolazione nel proprio paese e riportare la versione “ufficiale”. Compito del traduttore è inoltre tradurre i riferimenti bibliografici del prototesto indicando la traduzione di cui si è servito durante il suo lavoro.

Per quanto riguarda il testo saggistico, il traduttore può impostare la propria strategia traduttiva a seconda del lettore modello che si prefigura: può scegliere infatti di conferire al saggio un tono meno solenne e più chiaro per renderlo accessibile a una potenziale vasta porzione di pubblico; può altrimenti attenersi a un linguaggio più tecnico e formale se stabilisce che il pubblico cui è destinato il saggio è costituito da esperti e uomini di scienza. Di certo, il saggio, così come il testo narrativo, non può rivolgersi alle persone non alfabetizzate, che possono fruire soltanto di testi multimediali quali film o audiolibri16.

3. Charles Sanders Peirce e il segno

L’apporto di Charles Sanders Peirce (1839-1914) alla moderna semiotica inizia a essere sempre più preso in considerazione anche da esponenti di altre discipline, sia umanistiche che scientifiche, grazie alle applicazioni che la semiotica peirciana può avere nelle più svariate discipline. È questo il caso del testo da me tradotto, in cui la teoria di Peirce riguardante il segno, e con essa il ruolo dell’interpretante, è stata applicata al discorso psicotico e, nello specifico, a casi di soggetti schizofrenici o paranoidi. Il contributo significativo di Peirce consiste proprio nel considerare il segno un elemento fondamentale attorno al quale si forma il nostro pensiero: noi siamo segni, pensiamo attraverso segni, e i nostri pensieri non sono nient’altro che un continuum di semiosi in cui un

16

Per ulteriori chiarimenti sulle caratteristiche del testo saggistico rimando a Osimo 2008.

75

oggetto (nel senso peirciano del termine) diventa il segno del pensiero successivo. Peirce sostiene infatti che:

[…] non vi è alcun elemento della coscienza umana che non abbia qualcosa che gli corrisponda nella parola; e la ragione è ovvia. È che la parola o segno che l’uomo usa è l’uomo stesso. Poiché, come il fatto che ogni pensiero è un segno, considerato insieme al fatto che la vita è una concatenazione di pensieri, prova che l’uomo è un segno; così, [il fatto] che ogni pensiero è un segno esterno prova che l’uomo è un segno esterno. Vale a dire che l’uomo e il segno esterno sono identici, nello stesso senso in cui sono identiche le parole homo e uomo. Il mio linguaggio è pertanto la somma totale di me stesso, poiché l’uomo è il pensiero17.

Peirce definisce il segno come qualcosa che secondo qualcuno sta per qualcosa e crea nella mente di quella persona un segno equivalente, o forse più evoluto, che Peirce stesso chiama «interpretante». Ciò a cui rimanda il segno è il suo «oggetto». Il segno, secondo Peirce, è quindi un elemento triadico dalla seguente struttura:

17

[…] there is no element whatever of man’s consciousness which has not something corresponding to it in the word; and the reason is obvious. It is that the word or sign which man uses is the man himself. For, as the fact that every thought is a sign, taken in conjunction with the fact that life is a train of thought, proves that man is a sign; so, that every thought is an external sign, proves that man is an external sign. That is to say, the man and the external sign

76

Peirce non si limita a questa definizione di segni ma, forse affezionato al numero tre, identifica tre classi segniche ben definite: icona, indice, e simbolo18.

3.1 Icona

Peirce definisce «icona» un segno che si riferisce all’oggetto che vuole rappresentare in virtù di una somiglianza; spetta a chi osserva (o ascolta) cogliere questa somiglianza e collegare il segno all’oggetto. Sono esempi di icona i ritratti, i disegni, gli ideogrammi.

3.2 Indice

Secondo Peirce un «indice» è un segno che si riferisce all’oggetto a cui rimanda in virtù del fatto che è realmente determinato da quell’oggetto, ne è influenzato. Il rapporto tra il segno in questione e il suo oggetto non si basa su una somiglianza. L’esempio più classico è quello del fumo (segno) che denota la presenza del fuoco (l’oggetto), che lo ha generato.

3.3 Simbolo

La definizione che Peirce dà di «simbolo» è quella di un segno che si riferisce all’oggetto che denota in virtù di una legge che stabilisce che quel simbolo deve essere interpretato come facente riferimento a quell’oggetto. La relazione tra il segno e il suo oggetto è quindi prettamente convenzionale, culturospecifica, e soggettiva.

are identical, in the same sense in which the words homo and man are identical. Thus my

language is the sum total of myself; for the man is the thought (CP 5.314).

18

Si vedano a tale proposito i paragrafi 2.247, 2.248, e 2.249 dei Collected Papers di Peirce.

77

4. Lo psicotico e il segno

Quanto ho affermato finora è valido in una situazione non patologica, ovvero nel caso di individui nel pieno delle proprie facoltà mentali. È pertanto palese il fatto che la triade segnica peirciana, il ruolo dell’interpretante, e la distinzione dei vari tipi di segni entrino in crisi nel caso di soggetti psicotici.

Secondo un accreditato dizionario di psicoanalisi, la psicosi è una

Forma di disturbo mentale caratterizzato da una notevole regressione dell’Io e della libido con conseguente grave disorganizzazione della personalità. Le psicosi si dividono in due gruppi, quelle organiche e quelle funzionali. Quelle della prima categoria sono secondarie a malattia fisica (per esempio paresi generale da sifilide, tumore del cervello, arteriosclerosi); le seconde sono connesse principalmente a fattori psicosociali, sebbene vi possano essere anche predisposizioni biologiche. Le principali psicosi funzionali sono i disturbi dell’affettività (psicosi maniaco-depressiva) e i disturbi del pensiero (schizofrenia e paranoia)19.

È possibile dare un’interpretazione semiotica della psicosi. Lo psicotico è un soggetto dall’Io non ben definito né sviluppato; come afferma Phillips, in caso di psicosi si ha «il crollo di una rete di segni che costituisce il Sé» (2000:25): lo psicotico non sa chi è, e non sa chi o cosa non è. Per confermare ulteriormente questo concetto ricordo infatti che, di frequente, accade che soggetti psicotici si esprimano in terza persona quando vogliono parlare di sé20. Questa indeterminatezza si ripercuote inoltre verso l’esterno e genera l’impossibilità del paziente di distinguere il segno da quello che intende significare (il suo oggetto). Proseguendo la lettura della definizione appena citata si legge:

19 20

Burness, E. Moore 1993 Phillips 2000:25

78

[…] La concettualizzazione freudiana della psicopatologia delle psicosi mette in evidenza una sostanziale unità tra i processi mentali delle psicosi e delle nevrosi. Tuttavia Freud mise in risalto anche certe differenze importanti. Una è che l’individuo psicotico è inconsciamente fissato a un livello precedente di sviluppo libidico, la fase narcisistica. Ciò conduce, mediante la regressione, alla caratteristica più importante nello sviluppo della psicosi: il cambiamento delle relazioni del paziente con le persone e gli oggetti del suo ambiente. In certi casi il paziente vede gli altri isolati e distaccati o anche fortemente ostili. Ciò solitamente è collegato all’idea che il mondo e le persone sono in qualche modo cambiati, e a volte la fantasia si estende fino a pensare che il mondo sia distrutto e tutti siano irreali. Freud riteneva che questi sintomi rappresentassero la rottura del paziente con la realtà e la caratteristica più tipica delle psicosi»21.

Lo schizofrenico, in quanto psicotico, si confronta quindi con parole-cose ma non riesce ad andare oltre; è il caso dell’esempio del paziente che, invitato a mangiare, si sofferma sulla cosa-forchetta e la analizza non riuscendo a passare alla fase successiva, ovvero a mangiare un boccone di cibo per mezzo della forchetta (2000:20). Un caso particolare di psicosi è quello del paranoide, il quale non solo si sofferma sulle parole-segno o sulle cose-segno ma le percepisce come elemento negativo nei suoi confronti. Il soggetto percepisce tutto ciò che lo circonda – persone, cose, animali, rumori – come un “nemico”, un elemento ostile nei suoi confronti, e si ferma a questo livello. È quindi evidente come, in caso di psicosi, non ci sia una percezione del segno come entità che svolge un ruolo di mediazione tra il suo interpretante e il suo oggetto, bensì come entità a sé stante, incomprensibile o minacciosa che sia.

Alla luce di quanto detto finora è possibile trarre una conclusione, e cioè che per innescare il processo di semiosi attraverso il segno occorre trascenderlo, e giungere così – attraverso un’entità mentale (l’interpretante) – al suo oggetto.

21

Burness, E. Moore 1993

79

Come sostiene Phillips: «La condizione comune dei segni è quindi la trasparenza. Dal momento che noi guardiamo al mondo attraverso i segni non prestiamo attenzione ai segni» (2000:17). Nella psicosi questa trasparenza viene meno: il soggetto psicotico si focalizza sul segno e non riesce a figurarsi nessun interpretante, né tanto meno riesce a comprenderne il senso. Il segno diventa opaco e il soggetto psicotico si ferma al Primo percependolo come «cosa» e facendo crollare il processo di semiosi; l’esteriorità del segno viene dunque «portata al suo estremo, e il segno-pensiero si materializza in entità del mondo esterno: voci di altri, ordini dall’alto […]» (2000:20). Una situazione di questo tipo è, per lo psicotico, un’esperienza terrificante: il soggetto è sopraffatto dalla cosa-segno. Cose del mondo che sono comunemente insignificanti vengono percepite in modo amplificato ed esagerato dal soggetto psicotico, il quale le investe di significato accresciuto (e distorto).

5. Il traduttore e il segno

Nello svolgere la sua professione capita al traduttore di ritrovarsi a riflettere a lungo su parole o termini per scegliere quale inserire nella propria traduzione. Accade dunque che, riflettendo, il traduttore si concentri sulla parola in quanto segno, e non sull’oggetto a cui rimanda. La parola-segno perde così trasparenza e il traduttore si ferma al primo elemento della semiosi: il segno vero e proprio. Come nel caso dello psicotico, nel caso di metalinguaggio, crolla il processo di significazione.

Una riflessione sulla parola in sé di questo tipo può essere esemplificata dal seguente schema distorto della famosa triade di Peirce.

80

6. Analisi del prototesto

Alla luce di quanto affermato nel paragrafo 2 posso sostenere che il testo da me tradotto appartiene alla categoria dei testi saggistici. Tuttavia, Peircean Reflections on Psychotic Discourse è da considerarsi un saggio “atipico”, dal momento che contiene numerose citazioni e rimandi ad altre opere. Il lettore modello a cui si rivolge l’autore del testo, considerato anche il volume all’interno del quale il saggio è racchiuso, è una persona istruita che si occupa di psicologia o psichiatria, che possiede inoltre delle solide basi filosofiche, o comunque umanistiche, e che conosce i fondamenti della dottrina di Peirce, dal momento che molto viene lasciato non detto. Il saggio è scritto da una persona colta e istruita ma che, tuttavia, di professione non si occupa di scrittura: l’aspetto formale soccombe dunque al contenuto; l’autore ha deciso di concentrarsi su cosa espone, e non su come lo fa. Nel testo sono infatti presenti forti salti di registro: si passa da espressioni come «inexhaustible reservoir of gesture» (2000:21) e «perspicuous remarks» (2000:31) a espressioni più colloquali come per esempio: «As Pierce puts it…» (2000:29). Molte volte, proprio per come sono espressi i concetti, è difficile comprendere cosa vuole esprimere l’autore. In questi casi non bisogna concentrarsi sulla struttura della frase in sé, ma piuttosto occorre cercare di interpretarla grazie

81

anche al co-testo22 in cui è inserita. Un altro elemento che avvalora la mia tesi sull’autore è il continuo passaggio che questi, forse inavvertitamente, compie dalla prima persona singolare alla prima persona plurale. Il testo esordisce con una forma impersonale «this Peircean reflection on psychosis will proceed on two levels» (2000:16) per poi proseguire con «at this level our discussion will move…» e «we will end…» (ibidem), e terminare dopo poche righe con «finally […] I attempt to look at the semiotic dimension of psychotic thinking» (2000:17). Questa frammentarietà nella scelta del soggetto ricorre di continuo nel testo; è compito del traduttore decidere come comportarsi e a che linea attenersi in fase di traduzione.

7. La strategia traduttiva

Dopo aver letto più volte il testo e averne bene inquadrato contenuto e lettore modello, ho stabilito una linea da seguire in fase di traduzione. Per prima cosa ho deciso di conservare il linguaggio specifico e di tradurre tutti termini con la massima accuratezza. Ho ritenuto necessario rendere il testo il più chiaro e semplice possibile, in modo che il testo, nonostante i contenuti, risultasse comprensibile a una porzione di pubblico più ampia. La mia «dominante» è stata pertanto la valenza scientifica del testo accompagnata alla sua possibile fruibilità. Il saggio presenta numerosi rimandi intertestuali a svariate discipline, con un occhio di riguardo al campo della filosofia. Il lettore mediamente istruito, o comunque specializzato in altre discipline, potrebbe trovare faticosa la lettura del testo e avere spesso l’impressione di non riuscire a coglierne il senso. Per ovviare alla presenza di questo «residuo» è possibile ricorrere a note a piè di pagina o a un qualsiasi apparato metatestuale (volendo, anche all’inserimento di un glossario); ho tuttavia scelto di lasciare inespresso il sottinteso per rispettare la scelta dell’autore. Il “lettore medio”23 italiano si trova pertanto nella stessa condizione del “lettore medio” inglese: entrambi possono decidere se

22

Per «co-testo» si intende la parte di testo che precede o segue l’enunciato in questione.

82

fermarsi a una lettura superficiale del testo o se approfondire autonomamente i concetti in esso contenuti consultando enciclopedie o manuali e ricorrendo magari alla bibliografia inserita dall’autore. Se James Phillips, infatti, avesse deciso di scrivere un testo comprensibile a tutti, allora lui stesso avrebbe inserito note a piè di pagina oppure si sarebbe forse concentrato maggiormente sulla scelta delle parole.

8. I problemi traduttivi

In fase di traduzione mi sono ritrovata a dover affrontare più problemi di quanti ne avessi individuati con la prima lettura del testo. Una prima lettura, sebbene attenta e eseguita con occhio critico, non è mai tanto approfondita quanto l’analisi del testo che si compie quando si traduce, momento in cui ci si scontra con le più diverse difficoltà: dalla scelta dei vocaboli, alla coerenza del testo, dal registro all’impaginazione.

8.1 Capire prima di tradurre

Il primo problema reale avuto confrontandomi con il testo è stato afferrare il contenuto del testo in modo che mi fosse chiaro del tutto. Il saggio concentra in poche pagine concetti di filosofia e psicoanalisi, nonché di semiotica, temi con i quali, purtroppo, non ho molta dimestichezza. Considerate quindi le mie limitate conoscenze sugli argomenti ho ritenuto necessario documentarmi ricorrendo a ogni mezzo di informazione possibile: ho infatti consultato persone esperte in materia nonché siti internet specifici, manuali, enciclopedie e dizionari settoriali. Dopo questa prima fase ho proceduto con la traduzione vera e propria, scontrandomi con i problemi che man mano mi si presentavano.

23

Per «lettore medio» intendo la persona adulta mediamente istruita che fruisce del testo.

83

8.2 Il linguaggio appropriato

Gli elementi del testo che mi hanno creato maggiori difficoltà sono stati forse i termini settoriali legati alla psicoanalisi come, per esempio, i nomi dei vari disturbi mentali e dei vari tipi di psicosi, quali psychotic disorder, bipolar disorder, psychotically depressed, o espressioni come self-representation, libidinal decathexis, e parole ricorrenti nel gergo piscoanalitico come speech, thought, discourse, language, e thinking, e la necessità di distinguerle tra loro ove possibile. In ciascuno di questi casi ho verificato sempre che fonti attendibili attestassero il traducente da me individuato. È il caso dell’espressione – in apparenza molto banale – ideas of reference, da me tradotta come «idee di riferimento». Per avere conferma della mia traduzione ho provato come prima cosa a inserire entrambe le locuzioni – quella inglese e quella italiana – e ho verificato che il mio «idee di riferimento» era stato usato per tradurre ideas of reference nel titolo di un saggio del 1962 intitolato Hallucinations, delusions, and ideas of reference treated with psychotherapy (Allucinazioni, deliri e idee di riferimento trattati con la psicoterapia) e contenuto nell’American Journal of Psychoterapy24. Per essere del tutto sicura di quanto mi accingevo a scrivere ho consultato un dizionario di psicologia25, nel quale, alla voce «idea» si legge la seguente definizione di «idea di riferimento»:

[…] interpretazione di gesti, parole, opinioni, notizie di per sé indifferenti come se contenessero riferimenti al soggetto interpretante. Queste idee non cedono alla critica e all’evidenza, e nei casi di paranoia, hanno un contenuto persecutorio, nei casi di depressione un contenuto colpevolizzante che il soggetto ritiene meritato.

Ho dunque capito che «idee di riferimento» si inseriva perfettamente nel co- testo: l’autore ha infatti utilizzato questa locuzione illustrando il caso di un paziente psicotico che «investe di significatività accresciuta e distorta

24
American Journal of Psychotherapy 16, New York, 1962, ISSN 0002-9564, p. 52-60.

Arieti, S. Hallucinations, delusions, and ideas of reference treated with psychotherapy, in

84

comunicazioni esterne» (2000:21). Phillips prosegue sostenendo che il paziente tratta l’interno come esterno, e l’esterno come interno e che «concentrarsi […] sull’uso dei segni profondamente confuso di quest’uomo, descrive, da un punto di vista semiotico, quello che la psichiatria generale chiamerebbe inserimento di pensieri e idee di riferimento» (ibidem).

8.2.1 Speech, language, e discourse

Alcune parole ricorrenti nel saggio sono speech, language, e discourse, che, a seconda dell’uso che l’autore ne fa, possono essere tradotte in modo diverso e, pertanto, meritano un approfondimento a parte.
È bene innanzitutto avere presente cosa si intende per «lingua» «linguaggio» e «discorso». Alla voce «lingua» del Dizionario della lingua italiana26 si legge:

parlata, idioma, ant. favella, loquela, talora linguaggio come facoltà umana; più spesso modo di parlare peculiare di una comunità umana, appreso dagli individui (in condizioni normali) fin dai primi mesi di vita, affiancato, per le popolazioni alfabetizzate, da modalità ortografiche e di stile connesse alla pratica dello scrivere e del leggere; nelle innumeri manifestazioni di tale modo di parlare e di scrivere si riconosce la presenza di un vocabolario comune alla generalità dei parlanti della comunità.

La «lingua» è dunque ciò che permette a ogni individuo di comunicare (scrivendo o parlando) con chi appartiene alla sua stessa comunità. E si distingue dal «linguaggio» che, secondo il Dizionario di psicologia27 è un

Insieme di codici che permettono di trasmettere, conservare ed elaborare informazioni tramite segni intersoggettivi in grado di significare altro da sé. Esso, pur essendo dislocato rispetto

25 26 27

Galimberti, U. 1994 De Mauro 2000 Galimberti, U. 1994

85

all’immediatezza sensibile del segno, da questo è richiamato mediante l’atto del denotare e del connotare. […] il linguaggio umano […] si evolve nel corso della vita dell’individuo.

Una persona, attraverso il linguaggio, può comunicare anche con persone che non appartengono alla stessa cultura. Si parla infatti anche di «linguaggio del corpo», poiché anche attraverso i gesti si può significare qualcosa a qualcuno. Con «discorso» si intende invece:

esposizione di un pensiero, di un’idea, di una tesi per mezzo della parola28.

In ambito semiotico si ricorre al termine «discorso» quando si desidera mettere in risalto che ci si occupa non del linguaggio inteso come codice, come dizionario, ma come attualizzazione pratica concreta di quel linguaggio. Quindi, così come si può dire «il discorso pronunciato da X in una certa occasione» si può anche dire «il discorso psicotico» sottintendendo che si fa riferimento non a un singolo discorso, ma al modo di attualizzare il linguaggio da parte di uno psicotico. In questo saggio non si usano in modo rigido i termini «discorso» e «linguaggio», perciò, in certi casi, si ricorre a quell’accezione di «linguaggio» che non denota tecnicamente un codice ma, più discorsivamente, si riferisce appunto al modo di esprimersi di un gruppo di persone. Alla luce di queste considerazioni ho deciso di comportarmi liberamente e di scegliere, di volta in volta, che traducente utilizzare per rendere al meglio il concetto espresso dall’autore; «discorso» traduce quindi non solo discourse, ma anche speech e language, speech viene tradotto anche come parola, e language come linguaggio.

28

De Mauro 2000

86

8.2.2 Thing e Object

Desidero soffermarmi inoltre sulle parole thing e object dal momento che più volte mi sono ritrovata a rivedere le mie scelte in proposito. Molto spesso nel testo si parla di cose comuni – sedie, forchette, termometri, eccetera – come di things. Utilizzare la parola «cosa» all’interno di un saggio scientifico di questo tipo, mi sembra uno smacco al registro scelto; avrei infatti preferito ricorrere al quasi corrispondente «oggetto». Tuttavia mi sono dovuta arrendere e ho dovuto utilizzare «cosa» dal momento che «oggetto» in alcune parti del testo avrebbe costituito una fonte di ambiguità. Dal momento che il saggio tratta anche di semiotica, nel testo ricorrono di continuo i termini peirciani «segno», «interpretante», e «oggetto», appunto. Per distinguere dunque quello che è un oggetto comune, dall’oggetto peirciano (il «Secondo» nella triade di Peirce) ho tradotto thing con «cosa». In un punto del testo in particolare questa mia scelta traduttiva ha trovato riscontro, e cioè quando l’autore, parlando di un soggetto schizofrenico, afferma che questi «diventa ben consapevole delle sue parole o dei suoi gesti in quanto parole o gesti» e che dunque le parole o i gesti «rivelano improvvisamente la loro natura di segni – o di cose semiotiche» (2000:19). In presenza dell’aggettivo «semiotico» è impossibile tradurre thing con «oggetto», poiché si verrebbe a creare una grossa ambiguità che avrebbe creato confusione nella mente del lettore.

8.3. Eleganza formale versus aderenza all’originale

Molti critici puntano il dito contro il traduttore e la sua versione attaccandosi al concetto di “fedeltà”. Partendo dal presupposto che non si può parlare di “fedeltà” posso argomentare molte mie scelte traduttive. Come ho già affermato la dominante sulla quale mi sono concentrata maggiormente è stata il rispetto del contenuto e, di conseguenza, di tutti i termini specifici, affinché non risultassero screditati i concetti espressi dall’autore. Ho tuttavia ritenuto importante conferire uniformità al testo, soprattutto per quanto riguarda il registro, in modo che avesse una maggiore dignità; a questo è dovuta la mia

87

decisione di non rispettare totalmente il modo di esprimersi dell’autore: così facendo sono intervenuta soltanto su quelle espressioni macchinose o ridondanti che si presentavano. Per tradurre parole come affirmation, statement, sentence, pronounciation, utterance, declaration, che non vanno considerate come parole chiave da conservare rigorosamente, sono ricorsa a traducenti diversi che di volta in volta meglio si adattavano al contesto, intervenendo in certi casi anche sulla sintassi.

Anche nel caso degli aggettivi actual e real, per esempio, non ho scelto a priori un traducente per l’uno e l’altro, ma di volta in volta ho deciso come tradurli; spesso il co-testo mi ha spinta a inserire ripetizioni usando lo stesso traducente per i due aggettivi.

8.4 Le citazioni

Grazie agli OPAC (online public access catalogue) delle varie biblioteche, nonché a quello del Sistema Bibliotecario Nazionale, sono riuscita a recuperare le edizioni italiane delle opere citate nel saggio, e ho potuto così inserire le traduzioni “ufficiali” esistenti. Le citazioni delle opere di Peirce hanno costituito per me la principale difficoltà. In Italia esistono infatti numerose edizioni degli scritti di Peirce, nessuna completa, ed esistono svariati volumi che comprendono una selezione di saggi diversi. Prima di scegliere quale versione inserire nel testo ho passato in rassegna tre volumi29 contenenti i saggi che mi interessavano. Dopo un’attenta analisi ho deciso di tradurre di mio pugno le citazioni riportate nel testo dal momento che in ognuna delle versioni da me esaminate presentava qualche lacuna, seppur minima a volte; lacuna che ho cercato di colmare nel massimo rispetto dell’originale.

29

Peirce, C.S. 1978; 2003; 2005

88

8.4.1 Alcune traduzioni a confronto

Di seguito riporto una tabella con la quale raffronto alcune citazioni tradotte estratte dalle tre edizioni italiane da me reperite in fase di traduzione per mostrare come differiscano tra loro. Le citazioni che riporto sono tratte dal saggio Questions Concerning Certain Faculties Claimed for Man. Per ultima inserisco la mia variante per mostare dove sono intervenuta e cosa ho modificato rispetto alle altre traduzioni, sulla base di questo piccolo estratto è possibile intuire il mio atteggiamento nel tradurre le citazioni delle opere di Peirce.

P = prototesto
M = metatesto
M1 = Scritti di filosofia, a cura di William J. Callaghan M2 = Scritti scelti, a cura di Giovanni Maddalena
M3 = Opere, a cura di Massimo Bonfantini

P

Questions Concerning Certain Faculties Claimed for Man

If we seek the light of external facts, the only cases of thought which we can find are of thought in signs. Plainly, no other thought can be evidenced by external facts. But we have seen that only by external facts can thought be known at all. The only thought, then, which can possibly be cognized is thought in signs. But thought wich cannot be cognized does not exist. All thought, therefore, must necessarily be in signs.

[…]

A child hears it said that the stove is hot. But it is not, he says; and indeed, that central body is not touching it, and only what that thouches is hot or cold. But hetouches it, and finds the testimony confirmed in a striking way. Thus, he becomes aware of ignorance, and it is necessary to suppose a self in which this ignorance can inhere. So testimony gives the first dawning of self-consciousness.

89

M1

Questioni concernenti certe pretese facoltà umane

Se cerchiamo la luce dei fatti esterni, i soli casi di pensiero che possiamo reperire sono casi di pensiero in segni. Ovviamente, nessun altro pensiero può essere evidenziato da fatti esterni. Ma abbiamo visto che si può conoscere il pensiero solo da fatti esterni. Allora il solo pensiero che sia assolutamente possibile conoscere è pensiero in segni. Ma il pensiero che non può essere conosciuto non esiste. Ogni pensiero perciò deve necessariamente essere pensiero in segni.

[…]

Un bambino ode dire che il fornello è caldo. Ma non lo è, egli dice; e, in verità, quel corpo centrale non lo sta toccando e solo ciò che quello tocca è caldo o freddo. Egli lo tocca, però, e trova confermata in maniera essenziale la testimonianza. In questo modo egli diviene consapevole dell’ignoranza, ed è necessario suppore un io a cui questo non sapere possa inerire. La testimonianza produce così il primo inizio dell’autocoscienza.

M2

Questioni riguardo a certe pretese capacità umane

Se guardiamo ai fatti esteriori, i soli casi di pensiero che possiamo rinvenire sono di pensieri in forma di segni. È chiaro chei fatti esteriori non mettono in luce alcun altro pensiero. Ma abbiamo visto che ilpensiero può essre conosciuto solo ed esclusivamente per fatti esteriori. Il solo pensiero, allora, che può essere conosciuto è il pensiero attraverso i segni. Ma il pensiero che non può essre conosciuto non esiste, quindi tutto il pensiero deve necessariamente essere per segni.

[…]

Un bambino sente dire che la stufa è calda. Non è vero, egli dice; in effetti, il corpo centrale non la sta toccando e solo ciò che esso tocca può essere caldo o freddo. Allora egli la tocca e scopre che la testimonianza viene dolorosamente confermata. Così diventa consapevole dell’ignoranza ed è necessario supporre un io al quale questa ignoranza possa inerire. In questo modo la testimonianza è all’origine dell’autocoscienza.

90

M3

Questioni concernenti certe pretese facoltà umane

Se ci basiamo sui fatti esterni, i soli casi di pensiero che possiamo trovare sono quelli di pensiero in segni. È chiaro che nessun altro pensiero può essere evidenziato da fatti esterni. Ma abbiamo visto che il pensiero si può conoscere solamente attraverso i fatti esterni. Dunque, il solo pensiero che è possibile conoscere è, senza eccezione, il pensiero in segni. Ma il pensiero che non può essere conosciuto non esiste. Perciò ogni pensiero deve necessariamente essere pensiero in segni.

[…]

Un bimbo sente dire che la stufa è calda. Ma non è vero, egli dice; e, infatti, quell’altro corpo centrale che gli sta parlando non la sta toccando, e solo ciò che si tocca è caldo o freddo. Allora il bambino la tocca, e scopre che la testimonianza è dolorosamente confermata. Così, diventa consapevole dell’ignoranza, ed è necessario supporre un io cui questa ignoranza possa inerire. In tal modo la testimonianza comporta il primo avvio dell’autocoscienza.

M4

Se cerchiamo la luce dei fatti esterni, i soli casi di pensiero che possiamo individuare sono casi di pensiero in segni. È evidente che nessun altro pensiero può essere evidenziato da fatti esterni. Ma abbiamo visto che è possibile comprendere il pensiero soltanto attraverso fatti esterni. Dunque, il solo pensiero che può forse essere conosciuto è il pensiero in segni. Ma il pensiero che non può essere conosciuto non esiste. Ogni pensiero deve pertanto essere necessariamente in segni

[…]

Un bambino sente dire che la stufa è calda. Ma non è vero, dice; e, infatti, quel corpo centrale non la sta toccando, e soltanto ciò che si tocca è caldo o freddo. Tuttavia lo tocca e trova confermata la testimonianza in modo sorprendente. [Il bambino] diviene così consapevole dell’ignoranza, ed è necessario supporre un sé a cui questa ignoranza possa inerire. La testimonianza pone le basi della coscienza di sé.

91

Risulta evidente come la prima traduzione (M1), nonché la più datata, sia molto aderente all’originale, spesso a tal punto da rendere difficoltosa la lettura. Le altre due traduzioni (M2 e M3), più recenti, sono invece più scorrevoli; tuttavia M2 sembra essere molto più appropriante e meno aderente all’originale. M3, nonostante sia la traduzione migliore tra le tre da me individuate, presenta alcune lacune (seppur minime) che ho cercato di integrare al meglio proponendo una mia traduzione (M4).

9. Interventi redazionali

Una volta ultimata la traduzione non ho ritenuto concluso il mio lavoro; mi sono infatti preoccupata di intervenire su alcuni aspetti, spesso considerati secondari, che fanno la differenza.
Il primo impatto che si ha con un prodotto è sempre un impatto visivo; è pertanto significativo intervenire sull’aspetto “estetico” del testo e assicurarsi che sia mantenuta una certa coerenza nell’aspetto formale. Per quanto riguarda questo saggio sono dovuta intervenire principalmente laddove l’autore aveva inserito citazioni. È infatti consuetudine diffusa lasciare inserite nel testo in corpo normale le citazioni corte; per quanto riguarda invece le citazioni più lunghe è buona riportare il testo in corpo minore, con un margine più ampio, e in modo che sia ben distaccato dal testo che precede la citazione e da quello che la segue. Da questo punto di vista risulta evidente come Peircean Reflections on Psychotic Discourse non sia stato rivisto accuratamente prima di essere dato alle stampe; le citazioni lunghe risultano inserite nel testo senza coerenza: a volte sono riportate in corpo minore e ben distaccate dal resto del testo, altre volte, invece, sono state lasciate inserite nel testo in corpo normale. A tale proposito si veda, per esempio, la citazione dell’opera di Maurice Merleau-Ponty (Phillips 2000:18)

Sempre a proposito delle citazioni riportate, i riferimenti di anno e pagina, che rimandano alla fonte da cui la citazione è tratta, nel testo originale sono inseriti

92

a volte in parentesi tonde e altre volte in parentesi quadre. Anche in questo caso ho optato per una soluzione omogenea, scegliendo la formula: (anno:pagina).
La mancanza di cura dell’aspetto redazionale è palese anche nel caso dei riferimenti bibliografici: spesso sono riportati secondo criteri diversi; a volte, per esempio, il nome dell’autore è trascritto per intero, altre volte viene segnata soltanto l’iniziale. Sono intervenuta quindi non solo inserendo il testo di riferimento italiano, ma anche sulla trascrizione delle fonti originali.

9.1 Le citazioni di Peirce

Nel testo di Phillips sono presenti numerose citazioni di Peirce, spesso non tratte dalla fonte primaria, bensì da altre fonti in cui sono state riportate le parole di Peirce. Ho deciso di inserire in nota a piè di pagina il testo originale e di inserire, come riferimento, il numero del paragrafo da cui sono state tratte le citazioni, in modo da agevolare il lettore che avesse intenzione di approfondire la lettura nei Collected Papers. In fase di traduzione ho però avuto un piccolo intoppo nel momento in cui l’autore ha inserito una citazione di Peirce riportata all’interno di un altro volume (in Phillips 2000:32):

In its genuine form, Third is the triadic relation existing between a sign, its object, and the interpreting thought, itself a sign, considered as constituting the mode of being of a sign. A sign mediates between the interpretant sign and its object.

In realtà, Peirce, nei Collected Papers, non ha usato la parola Third, bensì Thirdness; ho dunque deciso di correggere la citazione e segnalare il mio intervento ricorrendo a una nota a piè di pagina.

93

9.2 Un’ulteriore precisazione

Ho deciso di inserire in nota (per le citazioni di Peirce, Eliot, e Stevenson) il testo inglese di riferimento nonostante in questa tesi sia previsto il testo a fronte. Questa mia decisione è stata dettata dal fatto che il testo a fronte è inserito in questa tesi per fini meramente didattici. In una situazione professionale, in cui viene esclusa l’ipotesi di un testo a fronte, mi sarei comportata in questo modo; alla luce di questa riflessione ho agito di conseguenza.

94

Riferimenti bibliografici

Burness E. Moore, Bernard D. Fine. (a cura di), Dizionario di psicoanalisi, trad. di Bruno Osimo, Milano, Sperling & Kupfer, 1993, ISBN 88-200-1549-8.

De Mauro, Tullio (a cura di). Il dizionario della lingua italiana, Milano, Paravia, Bruno Mondadori Editori, 2000, ISBN 88-203-5023-2.

Galimberti, Umberto. (a cura di). Dizionario di psicologia, Torino, UTET, 1994 (1992), ISBN 88-02-04613-4.

Osimo, Bruno. Manuale del traduttore, Milano, Hoepli, 2004, ISBN 88-203- 3269-8.

Osimo, Bruno. Propedeutica della traduzione, Milano, Hoepli, 2005 (2001), ISBN 88-203-2935-2.

Osimo, Bruno. La traduzione saggistica dall’inglese, Milano, Hoepli, 2007, ISBN 88-203-3741-X.

Osimo, Bruno (a cura di). Corso di traduzione [online], [Modena] Logos, 2000- 2004 Disponibile dal world wide web: http://www.logos.it/pls/dictionary/linguistic_resources.traduzione?lang=it [ultima consultazione: 25 maggio 2008].

Peirce, Charles Sanders. The Collected Papers of Charles Sanders Peirce, vol. 1-6 a cura di Charles Hartshorne and Paul Weiss, vol. 7-8 a cura di Arthur W. Burks, Cambridge (Massachusetts), Harvard University Press, 1931-1935, 1958.

95

Peirce, Charles Sanders. Scritti di filosofia, a cura di William J. Callaghan, Bologna, Cappelli editore, 1978.

Peirce, Charles Sanders. Scritti scelti, a cura di Giovanni Maddalena, Torino, UTET, 2005, ISBN 88-02-06072-X.

Peirce, Charles Sanders. Opere, a cura di Massimo Bonfantini, Milano, Bompiani, 2003, ISBN 88-452-9216-9.

Phillips, James. Peircean Reflections on Psychotic Discourse, in Peirce, Semiotics, and Psychoanalysis, Baltimore and London, The Johns Hopkins University Press, 2000, a cura di John Muller e Joseph Brent, ISBN 0-8018-6288-4, p. 16-36.

96

MICHELA PALMIERI Alice in Wonderland I nomi propri e i giochi di parole: Christiane Nord

Alice in Wonderland

I nomi propri e i giochi di parole: Christiane Nord

MICHELA PALMIERI

Scuole Civiche di Milano Fondazione di Partecipazione Dipartimento Lingue
Scuola Superiore per Mediatori Linguistici Via Alex Visconti, 18 – 20151 MILANO

Relatore: professor Bruno Osimo

Diploma in Scienze della Mediazione Linguistica Marzo 2008

© Les Presses de l’Université de Montréal, 2003 © Michela Palmieri per l’edizione italiana 2008

Alice in Wonderland – I nomi propri e i giochi di parole: Christiane Nord

Alice in Wonderland – Proper Names and Puns: Christiane Nord

ABSTRACT IN ITALIANO
Oltre alla traduzione di un saggio di Christiane Nord che tratta le diverse possibilità di resa dei nomi propri e le difficoltà connesse alla loro traduzione, la tesi contiene una prefazione in cui i giochi di parole sono suddivisi per categorie a seconda del meccanismo che li fa funzionare. I giochi di parole sono strettamente legati al contesto linguistico e culturale in cui vengono creati, e per tale motivo risultano particolarmente difficili da tradurre. Ma che cosa sono i giochi di parole? Quali sono i meccanismi che li fanno funzionare? Esistono una o più strategie creative cui essi si possano ricondurre, ovvero è possibile farne una classificazione? Nel rispondere a tali interrogativi, questa tesi prende in esame un testo particolarmente ricco di giochi di parole: Alice’s Adventures in Wonderland, un testo che presenta innumerevoli difficoltà traduttive proprio a causa dell’importanza dei suoni e dei segni dell’originale, paragonabile a quella del contenuto denotativo. Tale considerazione si può fare anche per un altro elemento presente nel racconto: i nomi propri, che nascondono informazioni o riferimenti alla cultura o all’ambiente dell’autore. In definitiva però, vista l’intraducibilità del gioco di parole, ossia l’impossibilità di ricrearne uno equivalente all’originale in un’altra lingua, si ha la possibilità di apprezzare appieno un gioco di parole soltanto nell’ambito della lingua e della cultura che lo hanno creato.

ENGLISH ABSTRACT
Besides presenting a translation of an essay by Christiane Nord which deals with the different possibilities of rendering proper names and the relevant translation difficulties, this thesis contains a preface where puns are subdivided into categories according to their underlying mechanisms. Puns are strictly connected to their original linguistic and cultural background, which is the reason why it is so difficult to translate them. But what are puns? What are the mechanisms that make them work? Are there one or more creative strategies they might be traced back to, which therefore could be catalogued? This thesis aims at answering such questions by analysing a text which is particularly rich in puns: Alice’s Adventures in Wonderland. This text presents innumerable translation difficulties because sounds and signs are just as important as their meaning. The same remark can be made for another element in the story: proper names, which may hide some information or reference to the author’s culture and background. In conclusion, however, since puns are practically untranslatable – recreating a pun which is the exact equivalent of the original is usually impossible – a pun can be fully appreciated only within the framework of its original language and culture.

3

ZUSAMMENFASSUNG
Diese Diplomarbeit besteht aus der Übersetzung eines Aufsatzes von Christiane Nord, der von den verschiedenen Übersetzungsmöglichkeiten und -schwierigkeiten von Eigennamen handelt, und aus einem Vorwort, in dem Wortspiele in Kategorien unterteilt werden, je nach dem Mechanismus, der sie funktionieren lässt. Wortspiele sind mit dem Sprach- und Kulturkontext, in dem sie entstanden sind, eng verbunden; deshalb ist es besonders schwierig, sie zu übersetzen. Aber was sind eigentlich Wortspiele? Welche Mechanismen lassen sie funktionieren? Gibt es eine oder mehrere schöpferische Strategien, auf die man sie zurückführen kann? Kann man sie etwa nach Typen einteilen? Um diese Fragen zu beantworten, befasst sich die vorliegende Diplomarbeit mit einem an Wortspielen besonders reichen Text: Alice’s Adventures in Wonderland. Dieser Text weist unzählige Übersetzungsschwierigkeiten auf, gerade weil Laute und Zeichen im Originaltext genauso wichtig sind wie der denotative Inhalt. Dasselbe gilt für ein weiteres Element dieses Werks: die Eigennamen, welche Auskünfte über die Kultur oder das Umfeld des Autors oder Verweise darauf enthalten können. Wegen der Unübersetzbarkeit von Wortspielen beziehungsweise der Unmöglichkeit, in einer anderen Sprache ein dem Original völlig entsprechendes Wortspiel zu schaffen, kann man ein Wortspiel nur im Rahmen der Sprache und der Kultur, in denen es entstanden ist, vollkommen begreifen und wirklich schätzen.

4

Sommario

Abstract in italiano ……………………………………………………………….. 3 English Abstract……………………………………………………………………. 3 Zusammenfassung………………………………………………………………… 4 Sommario ……………………………………………………………………………. 5 Indice delle tabelle ……………………………………………………………….. 6 1. Prefazione: i giochi di parole in Alice in Wonderland ………………. 7

2. Giochi di parole basati sul senso………………………………………….. 7 2.1. Omonimia…………………………………………………………………………….. 7 2.2. Polisemia……………………………………………………………………………… 9

3. Giochi di parole basati sul suono ……………………………………….. 12 3.1. Omofonia……………………………………………………………………………..12 3.2. Paronimia…………………………………………………………………………….14 3.3. Paronomasia ………………………………………………………………………..16

4. Giochi di parole basati sui rimandi intertestuali……………………. 17 5. Giochi di parole basati sui pronomi…………………………………….. 18 6. Conclusioni …………………………………………………………………….. 20 7. Proper Names in Translations for Children ………………………….. 21 Riferimenti bibliografici ……………………………………………………….. 23 Traduzione con testo a fronte ……………………………………………….. 24

5

Indice delle tabelle

Tabella 1……………………………………………………………………………. 39 Tabella 2……………………………………………………………………………. 43

Tabella 3……………………………………………………………………………. 45 Tabella 4……………………………………………………………………………. 45 Tabella 5……………………………………………………………………………. 49 Tabella 6……………………………………………………………………………. 51 Tabella 7……………………………………………………………………………. 53 Tabella 8……………………………………………………………………………. 55 Tabella 9……………………………………………………………………………. 57 Tabella 10………………………………………………………………………….. 61 Tabella 11………………………………………………………………………….. 63 Tabella 12………………………………………………………………………….. 65

6

1. Prefazione: i giochi di parole in Alice in Wonderland

Alice’s Adventures in Wonderland, meglio noto con il titolo abbreviato di Alice in Wonderland, è un’opera letteraria che si basa in gran parte sul nonsense e sui giochi di parole. Sono appunto i giochi di parole, o pun, l’elemento che vorrei analizzare con questa tesi, proponendone una sorta di “catalogazione”, sebbene non sia così semplice schematizzarli in quanto sono molto vari e i confini che separano un tipo di gioco di parole dall’altro non sono sempre facili da stabilire. Ho tuttavia tentato la seguente classificazione sulla base del meccanismo che sottende ai vari pun presenti nel testo, al fine di metterne in evidenza la straordinaria varietà e quindi anche l’incredibile fantasia creativa dell’autore. Segue dunque un elenco di categorie, di modi in cui è possibile “giocare” con le parole.

2. Giochi di parole basati sul senso

Uno dei modi per creare un gioco di parole è quello di confondere più significati utilizzando una sola parola. Ciò è possibile nel caso degli omonimi o delle parole che hanno più sfumature di significato (polisemia). Il meccanismo di questo tipo di pun fa sì che la parola scelta sia collocata in un contesto in cui può essere interpretata in (almeno) due modi diversi, uscendo dalla consuetudine in quanto il contesto viene appunto usato per confonderne il significato anziché per chiarirlo.

2.1. Omonimia

Un omonimo è una parola che si scrive e si pronuncia esattamente come un’altra ma ha un significato diverso. Per comprendere il meccanismo che consente di creare giochi di parole sulla base del senso è utile in primo luogo stabilire la differenza tra la parola e il significato, in termini tecnici «significante» e «significato», se vogliamo basarci sulla dottrina di Saussure, o «segno» e «oggetto», se vogliamo basarci su quella di Peirce. Preferirei prendere in considerazione la teoria di Peirce perché comprende un terzo elemento, l’interpretante, il segno mentale attraverso il quale ogni lettore o ricevente di un messaggio interpreta un segno scritto e lo fa corrispondere a

7

un oggetto concreto o astratto (Osimo 2004:12). L’interpretante di uno stesso segno si forma di volta in volta sulla base delle conoscenze del lettore e del contesto in cui il segno appare, e proprio qui entra in gioco la confusione voluta dall’autore, per cui il contesto offre più possibilità interpretative di una sola parola creando così un gioco di parole. Nel caso dell’omonimia, dunque, a un solo segno corrispondono oggetti diversi, i quali, a differenza del caso della polisemia, non sono legati tra loro da estensioni metaforiche del significato originario e non discendono quindi da un significato fondamentale comune (Cammarata 2002). Per citare un esempio, si veda l’identità di pronuncia e di ortografia del sostantivo «corte», e dell’aggettivo «corte»; i significati delle due parole non sono in alcun modo connessi, si può anzi dire che le due parole si ritrovino ad essere pronunciate e scritte allo stesso modo per puro caso.

Ma vediamo qualche esempio concreto di giochi di parole basati sull’omonimia in Alice in Wonderland; qui, come nei prossimi paragrafi, citerò solo i più significativi, ma il libro ne contiene in tale quantità che credo non abbia precedenti né casi analoghi successivi, se non la seconda storia di Alice, Through the Looking Glass.

‘You can draw water out of a water-well,’ said the Hatter; ‘so I should think you could draw treacle out of a treacle-well—eh, stupid?’
‘But they were in the well,’ Alice said to the Dormouse, not choosing to notice this last remark.

‘Of course they were’, said the Dormouse; ‘—well in.’ (Carroll 2002:68)

Qui la parola «well» è utilizzata insieme al suo omonimo, che ha naturalmente un significato diverso: se nella prima e nella seconda battuta si parla di un pozzo, nella terza la stessa parola «well» non è più un sostantivo ma un avverbio, che sta a significare che le tre sorelle, protagoniste del racconto del Ghiro, sono ben dentro al pozzo, o ben in fondo. L’effetto che questo gioco di parole ha sul lettore, come sulla povera Alice, è quello di confonderlo momentaneamente: avendo appena letto la parola «well» con l’accezione di «pozzo», infatti, il lettore impiega qualche

8

istante ad accorgersi, grazie al contesto, che l’accezione della parola è cambiata, per poi rendersi conto di avere a che fare con un gioco di parole.

‘there’s a large mustard-mine near here. And the moral of that is—“The more there is of mine, the less there is of yours.”’ (Carroll 2002:83)

In questo passaggio è la parola «mine» ad essere citata insieme al suo omonimo. Dopo che Alice e la Duchessa hanno concluso che la senape debba essere un minerale, il che è un esempio lampante del nonsense che regna nel paese delle meraviglie, la Duchessa parla di una miniera di senape, utilizzando perciò «mine» con l’accezione di «miniera», e poi trae la morale della storia, anche questa piuttosto assurda, in cui però la parola «mine» è usata nel senso di «mio», cosa che il lettore capisce, sempre dopo qualche istante di confusione, grazie al contesto, in cui «mine» è contrapposto a «yours». Ma prima di capirlo, il lettore percepisce una frase assurda, che ha per soggetti una miniera e qualcosa di «tuo», ed è questo che rende divertente il gioco di parole.

2.2. Polisemia

Nel caso della polisemia i vari significati che si ricavano da una parola discendono da un significato fondamentale, che viene esteso per metafora o metonimia a nuovi significati (Cammarata 2002). Si distingue perciò dall’omonimia: se prendiamo di nuovo ad esempio il sostantivo «corte», vediamo che la corte può essere un cortile, ma anche la residenza di un sovrano, o l’insieme dei magistrati che formano l’organo giudicante in un processo (De Mauro 2007). L’estensione dei significati è molto frequente in tutte le lingue, e molto utile in quanto consente di ampliare il significato di una parola senza crearne di nuove, ma semplicemente attribuendo a una parola esistente molte sfumature di significato connesse a quello originario. Tale processo è decisamente culturospecifico, poiché sono proprio i parlanti che, con l’uso di una parola in un determinato senso, creano e consolidano il nuovo significato. Questo è un esempio della formazione spontanea dei codici naturali, che ne causa l’anisomorfismo, ossia la mancanza di una corrispondenza biunivoca fra una parola di una determinata lingua, con i

9

significati a essa connessi, e una parola in un’altra lingua, che difficilmente comprenderà esattamente gli stessi significati (Osimo 2004:80). Per comprendere quale sia l’accezione che la parola ha di volta in volta, il lettore necessita di competenze linguistiche e culturali e, come nel caso dell’omonimia, il contesto svolge un ruolo fondamentale nella disambiguazione del segno, ed è proprio sulla base di tale meccanismo che l’autore, fornendo due contesti diversi, riesce a cambiare il significato che il lettore attribuirà alla parola nel giro di poche righe o addirittura all’interno di una stessa frase. Per questi motivi i pun che si basano sulla polisemia, come quelli che si basano sull’omonimia, sono particolarmente difficili da tradurre, e richiedono spesso di sacrificare almeno uno dei significati espressi dal gioco di parole originale.

Un esempio interessante dell’uso di questi giochi di parole si ritrova nella descrizione del mazzo di carte di cui fanno parte i soldati, i giardinieri, i cortigiani e i figli del Re e della Regina di cuori:

First came ten soldiers carrying clubs; these were all shaped like the three gardeners, oblong and flat, with their hands and feet at the corners: next the ten courtiers; these were ornamented all over with diamonds, and walked two and two, as the soldiers did (Carroll 2002:72).

«Clubs» e «diamonds» corrispondono a due semi di carte, in italiano rispettivamente «fiori» o «bastoni» e «quadri» o «denari». E infatti è di carte che si parla, come ho detto: le carte di picche sono i giardinieri, i fiori i soldati, i quadri i cortigiani e i cuori sono i figli della Regina. Ma i soldati, secondo il gioco di parole di Carroll, portano dei bastoni, non solo nel senso del seme, ma anche nel senso di armi, se così si pò definire un bastone. E così i cortigiani: sono del seme dei quadri, ma sono ornati di «diamonds», diamanti, una parola che, associata a «ornamented» fa subito venire in mente le pietre preziose piuttosto che il seme delle carte. Perciò il lettore si trova davanti a un contesto in cui sarebbe logico pensare in primo luogo agli oggetti concreti, bastoni nel caso dei soldati, che portano sempre con sé delle armi, e diamanti nel caso dei cortigiani, se non altro perché il testo

10

dice che essi ne sono ornati. Poi, però, guardando le illustrazioni, e capendo anche dal contesto verbale che questi personaggi sono in realtà un mazzo di carte vivente, il lettore associa tali parole anche ai semi. Dunque il gioco di parole in questione crea un effetto di polisemia, appunto, ma la polisemia è un concetto che si può applicare a una parola astratta da un contesto; quando la parola non è isolata ma si trova in un testo, il lettore decide quale accezione attribuirle in quel contesto, ne sceglie una sola e, al momento di verificare l’esattezza delle proprie inferenze, decide se quell’accezione è corretta o se invece è meglio optare per un’altra (Osimo 2004:23). In questo caso, invece, due possibilità interpretative vengono confermate dal contesto, perciò la parola mantiene la sua polisemia sebbene si trovi all’interno di un testo.

Un altro esempio di pun basato sulla polisemia è menzionato anche nel saggio di Christiane Nord che ho tradotto; si parla, nel paragrafo 4.1., della «dryness» (vedi anche la nota alla traduzione) del racconto del Topo, riferendosi in particolare a questo passo:

At last the Mouse, who seemed to be a person of authority among them, called out, ‘Sit down, all of you, and listen to me! I’ll soon make you dry enough!’ They all sat down at once, in a large ring, with the Mouse in the middle. Alice kept her eyes anxiously fixed on it, for she felt sure she would catch a bad cold if she did not get dry very soon.

‘Ahem!’ said the Mouse with an important air, ‘are you all ready? This is the driest thing I know. […]’ (Carroll 2002:23)

Qui l’aggettivo «dry» è usato contemporaneamente con due accezioni diverse: se da un lato i personaggi vogliono asciugarsi dopo essere usciti dall’acqua, dall’altro il Topo propone di asciugarli raccontando loro una storia noiosa. Ciò è “possibile” grazie ai due diversi significati della parola «dry», che significa sia «asciutto» sia «noioso», perciò la cosa più noiosa che il Topo conosce può essere contemporaneamente anche la più asciutta, e quindi aiutare i personaggi a raggiungere il proprio obiettivo.

11

3. Giochi di parole basati sul suono

Ho fatto rientrare in questa categoria tutti i giochi di parole che funzionano grazie alla pronuncia simile o uguale di più parole. Con questo meccanismo si può confondere una parola con un’altra semplicemente pronunciando lo stesso suono in contesti diversi, come nel caso dell’omofonia, oppure pronunciando, in un contesto dove ci si aspetterebbe di trovare una determinata parola, una parola che ha suono simile ma significato diverso, come nel caso della paronimia, facendo così venire in mente al lettore la parola che si aspettava ma creando confusione perché quella effettivamente pronunciata non c’entra con il contesto. Si capisce dal fatto che io usi il verbo «pronunciare» che tali meccanismi funzionino più facilmente nella comunicazione orale, ma Lewis Carroll è stato molto abile nell’applicarli al suo racconto. Esistono poi dei giochi di parole basati sulla paronomasia, ossia sull’accostamento di parole dal suono simile ma dal significato diverso.

3.1. Omofonia

Un omofono è una parola che si pronuncia esattamente allo stesso modo di un’altra ma si scrive diversamente, e ha naturalmente un significato diverso, del tutto indipendente dal significato dell’altra parola, come nel caso dell’omonimia. L’omofonia è infatti una sorta di “sottocategoria” dell’omonimia: l’«omonimia piena» (Cammarata 2002) si realizza infatti quando la parola si scrive e si pronuncia esattamente allo stesso modo, mentre quando l’ortografia coincide ma la pronuncia no si parla di omografia, come nel caso delle parole «àncora» e «ancóra». Naturalmente anche l’omografia può essere funzionale alla creazione di un gioco di parole, tuttavia non ho trovato, in Alice in Wonderland, esempi di pun di questo tipo. L’omofonia è decisamente più frequente in inglese che in italiano, in quanto la pronuncia della lingua italiana ha regole molto più semplici e univoche, mentre in inglese non è raro che uno stesso gruppo di lettere si possa pronunciare in modi diversi o viceversa che più gruppi di lettere abbiano una pronuncia analoga. Riporto tuttavia uno dei rari esempi italiani di omofonia: la parola «hanno» si legge esattamente come la parola «anno», ma il rapporto che lega le due parole si limita alla coincidenza di pronuncia:

12

come per gli omonimi e gli omografi, non ci sono altri legami, né di senso né di etimologia. Un gioco di parole può far leva proprio su questa contraddizione: da una parte, le due parole si pronunciano in modo analogo, dall’altra, non sono legate in nessun modo.

In Alice in Wonderland troviamo più di una volta questo tipo di giochi di parole; qui ho scelto come esempio il racconto del Topo:

‘Mine is a long and a sad tale!’ said the Mouse, turning to Alice, and sighing.
‘It is a long tail, certainly,’ said Alice, looking down with wonder at the Mouse’s tail; ‘but why do you call it sad?’ (Carroll 2002:26)

Ciò che fa funzionare questo gioco di parole è l’omofonia che lega la parola «tale», racconto, alla parola «tail», coda. È certo che un lettore inglese, o un lettore che conosca a sufficienza la lingua inglese, si rende subito conto del motivo per cui Alice pensa che il topo stia parlando della propria coda, e non di un racconto: immaginando il dialogo in forma orale, è molto semplice figurarsi questo tipo di fraintendimento. In questo caso, però, a differenza dei giochi di parole basati sulla polisemia, il lettore non deve assegnare alla parola due significati diversi contemporaneamente, bensì rendersi conto che il topo dà a quel suono un significato mentre Alice gliene attribuisce un altro. Il meccanismo funzionerebbe invece in modo simile a quello della polisemia se il ricevente del messaggio lo ascoltasse, invece di leggerlo: in tal caso, dovrebbe attribuire due significati al medesimo suono. Invece la nostra Alice interpreta il suono esclusivamente come «tail» e, dopo aver immaginato la storia del Topo come una lunga coda, lo fraintende di nuovo:

‘You are not attending!’ said the Mouse to Alice severely. ‘What are you thinking of?’
‘I beg your pardon,’ said Alice very humbly: ‘you had got to the fifth bend, I think?’

‘I had not!’ cried the Mouse, sharply and very angrily.
‘A knot!’ said Alice, always ready to make herself useful, and looking anxiously about her. ‘Oh, do let me help to undo it!’ (Carroll 2002:28)

13

Perciò vediamo che l’immagine suscitata dal gioco di parole va ben oltre la semplice omofonia: la confusione tra i due omofoni fa sì che Alice immagini la storia del Topo proprio come una coda, in quella che si può a buon diritto definire una «poesia visiva» (Carroll 1993:123), e che la porta a pensare che l’animale parli di un nodo perché la parola «knot» si pronuncia esattamente come «not». Anche qui possiamo immaginare che l’effetto del gioco di parole su un ascoltatore possa essere paragonato a quello di un pun basato sulla polisemia. Il contesto servirebbe all’ascoltatore per capire il significato del suono [nα:t], che cambia tra la terza e la quarta battuta. Al lettore è invece sufficiente constatare la diversa ortografia e risalire al gioco di parole immaginando la pronuncia di «not» e «knot».

3.2. Paronimia

La paronimia è lo scambio di parole simili per suono ma diverse per significato. È questo un fenomeno che ha luogo solitamente tra i parlanti poco cólti; si verifica quando un parlante pronuncia una parola in luogo di un’altra, sia per presunti (e inesistenti) legami etimologici, sia per lievi errori di pronuncia che possono portare anche alla formulazione di parole inesistenti, ma fonologicamente simili a quella che si voleva pronunciare, o a miscugli di parole. In particolare, nel primo caso si parla di paretimologia: il parlante associa etimologicamente una parola a un’altra erroneamente e solo sulla base del suono. La paretimologia è molto simile al fenomeno del malapropism, la pronuncia leggermente errata di una parola, specie se cólta o appartenente ad àmbiti specialistici. Il termine malapropism deriva da un personaggio di una commedia di Sheridan, Mrs. Malaprop, particolarmente incline a commettere errori del genere. Gli esempi di malapropism fanno sorridere perché la parola errata ricorda immediatamente quella giusta, a causa del suono simile, e quindi l’errore si individua immediatamente, come nel caso di «le impronte vegetali». Un’altra possibilità è quella della metatesi, lo scambio di due lettere o di due sillabe all’interno di una parola, che acquista il nome di spoonerism quando lo scambio avviene tra i fonemi iniziali di due o più parole diverse, come potrebbe accadere se per dire «cercare un termine» si pronunciasse in realtà «termare un cerchine». In questo modo si possono quindi “creare” parole inesistenti, ma è possibile

14

che lo scambio di suoni porti a pronunciare altre parole esistenti, spesso con effetti piuttosto comici, come nell’inglese «go and shake a tower» in luogo di «go and have a shower». La metonimia e lo spoonerism sono fenomeni tipicamente involontari della lingua parlata, ma, soprattutto in inglese, grazie alla facilità con cui si possono ottenere altre parole esistenti attraverso tali meccanismi, vengono a volte utilizzati di proposito in testi scritti per sortire l’effetto comico di cui sopra. È proprio questo l’uso che ne faceva il reverendo William Archibald Spooner, che come si intuisce dà il nome al fenomeno e che pronunciò l’esempio appena citato.

Gli esempi che ho trovato in Alice in Wonderland si basano in gran parte sul secondo caso di paronimia, il malapropism.

‘no wise fish would go anywhere without a porpoise.’
‘Wouldn’t it really?’ said Alice in a tone of great surprise.
‘Of course not,’ said the Mock Turtle: ‘why, if a fish came to me, and told me he was going a journey, I should say “With what porpoise?”’ ‘Don’t you mean “purpose”?’ said Alice (Carroll 2002:93).

In questo gioco di parole, il lettore percepisce subito il collegamento fra «porpoise», focena, e «purpose», scopo. Tale collegamento è suggerito contemporaneamente dal contesto e dalla somiglianza di suono tra le due parole. Anche se Alice non ci dicesse qual è la parola che «porpoise» fa venire in mente in quel contesto, sicuramente il lettore che conosce la lingua inglese non può fare a meno di pensare a «purpose», sia nella prima battuta che, soprattutto, nella terza. È questo il meccanismo di confusione che questo tipo di gioco di parole riesce a creare: il lettore si aspetta, dato il contesto, una determinata parola, ma ne trova un’altra dal suono simile, la quale gli suggerisce ancor più la parola esatta. Nel frattempo, però, nonostante le conclusioni tratte dal lettore, il gioco di parole si realizza dando per buona la parola “sbagliata”, e lasciando così quell’atmosfera di nonsense che caratterizza tutta la storia; l’assurdo dialogo si conclude infatti con una battuta stizzita della Fintartaruga: «I mean what I say» (Carroll 2002:93). Battuta che suona anche come ironia rivolta contro le persone che, peccando di egocentrismo (o di etnocentrismo se si tratta di

15

un gruppo) non si rendono conto che quello che uno dice non ha un significato assoluto, ma solo relativo.

C’è soltanto un esempio di gioco di parole basato sulla paronimia che, invece di utilizzare il malapropism, suggerisce un legame di senso ed etimologia tra due parole dal suono simile, e che rientra quindi nella paretimologia (e non nella paronomasia, perché il legame è spiegato e in qualche modo giustificato, anche se in modo volutamente erroneo, e non semplicemente suggerito attraverso l’assonanza):

‘That’s the reason they’re called lessons,’ the Gryphon remarked: ‘because they lessen from day to day.’ (Carroll 2002:88)

Il Grifone dà per certo che il sostantivo «lessons» e il verbo «lessen» siano legati etimologicamente in quanto simili per suono, ossia che la prima parola derivi dalla seconda. È inutile dire che qui la paretimologia non è un errore involontario, ma espressamente voluto per associare due parole che Alice non avrebbe mai collegato altrimenti, per dare una spiegazione “logica” di un fenomeno che invece non lo è: anche per quanto riguarda il senso dell’affermazione citata, purtroppo non mi risulta che la durata delle lezioni abbia la tendenza generale a diminuire di giorno in giorno.

3.3. Paronomasia

Capita spesso di leggere o sentire coppie di parole di suono simile ma di significato diverso: si parla in questo caso di paronomasia. Si tratta di una figura retorica spesso utilizzata per suggerire un’associazione di senso tra le due parole, come nel famoso titolo «Fratelli coltelli». Le due parole utilizzate sono del tutto indipendenti l’una dall’altra in senso etimologico e la loro affinità si basa esclusivamente sul suono, ma l’intenzione di chi crea un tale gioco di parole è proprio quella di far pensare al lettore che esista tra loro un legame sul piano semantico al pari di quello sul piano fonetico.

But do cats eat bats, I wonder?’ And here Alice began to get rather sleepy, and went on saying to herself, in a dreamy sort of way, ‘Do cats eat bats? Do cats eat bats?’ and sometimes, ‘Do bats eat cats?’ for, you

16

see, as she couldn’t answer either question, it didn’t much matter which way she put it (Carroll 2002:9).

Qui è la stessa Alice a confondere le due parole sulla base della somiglianza sonora. Non possiamo dire che Carroll abbia avuto l’intenzione di suggerire un legame semantico tra «cats» e «bats», ma il fine sembra proprio quello di ottenere un monologo insensato da parte di Alice, una riflessione assurda che parte semplicemente dall’assonanza di due parole. C’è da dire che non sono molti, nel libro, i giochi di parole che utilizzano la paronomasia; l’unico esempio che ho trovato, oltre a quello appena citato, è una domanda del Gatto del Cheshire che come Alice confonde due parole dal significato diverso soltanto perché queste hanno suono simile: «‘Did you say pig, or fig?’» (Carroll 2002:59).

4. Giochi di parole basati sui rimandi intertestuali

Rientrano nella categoria «rimandi intertestuali» tutte quelle parole, o gruppi di parole, o frasi, che si riferiscono a elementi culturali della cultura emittente, siano essi intratesti, ossia citazioni precise di altri testi (Osimo 2004:42), oppure semplici riferimenti agli impliciti culturali propri di quella cultura. Tali rimandi non sono facili da cogliere se non si conosce la cultura in cui il testo in questione (in questo caso il racconto di Lewis Carroll) è nato. Il modo più semplice per chiarire questi concetti è esemplificarli. In Alice in Wonderland non sono rari i riferimenti impliciti (in quanto non segnalati da note o spiegazioni dell’autore) alla cultura inglese e non solo.

Molti degli esempi di tali giochi di parole riguardano i nomi propri scelti dall’autore, analizzati da Christiane Nord nel saggio che ho tradotto. Questi nomi contengono rimandi a impliciti culturali che è molto difficile mantenere nella traduzione e che quindi non saranno così immediati come nell’originale, ma più verosimilmente saranno rivelati dall’apparato metatestuale aggiunto dal traduttore. Per tali esempi rimando al paragrafo 4.2. del saggio di Nord (vedi più avanti).

La stessa difficoltà di resa si ha, per esempio, quando il Ghiro racconta ad Alice che cosa disegnavano le tre sorelline che abitavano nel

17

pozzo di melassa: «‘[…] did you ever see such a thing as a drawing of a muchness?’» (Carroll 2002:68). La parola «muchness» viene usata in inglese esclusivamente nell’espressione «it is much of a muchness», che “equivale” all’italiano «se non è zuppa è pan bagnato» (Carroll 1993:128). Da qui la difficoltà di Alice a immaginare un disegno che raffiguri un simile “oggetto”, trattandosi non semplicemente di un concetto astratto ma di una parola usata solo in un’espressione idiomatica. Ci sono poi rimandi probabilmente più difficili da cogliere, come nel caso «the Duchess was very ugly» (Carroll 2002:81). Qui l’autore fa riferimento a un dipinto, risalente al Cinquecento, del pittore fiammingo Quentin Matsys. Ciò che fa pensare al riferimento è in primo luogo l’enfasi posta sulla parola «very» per mezzo del corsivo. Sembra infatti che Carroll dia per scontato che la Duchessa debba essere brutta, commentando semplicemente che in effetti è «molto» brutta. Se andiamo a vedere il ritratto, ne scopriremo un’incredibile somiglianza con l’illustrazione di Tenniel che raffigura il personaggio della Duchessa di Alice in Wonderland.

5. Giochi di parole basati sui pronomi

Una particolare categoria di giochi di parole in cui ci si imbatte leggendo Alice in Wonderland è quella che si basa sulle particelle pronominali, particolarmente favorita dalla struttura della lingua inglese, che fa un uso molto più abbondante dei pronomi rispetto all’italiano. Tali particelle sono spesso polivalenti, ovvero possono avere valore e significato diverso a seconda della frase in cui sono inserite. È questo il meccanismo che fa funzionare certi giochi di parole presenti in Alice in Wonderland.

‘What do you mean by that?’ said the Caterpillar sternly. ‘Explain yourself!’
‘I can’t explain myself, I’m afraid, sir’ said Alice, ‘because I’m not myself, you see.’ (Carroll 2002:40)

Questo pun, per esempio, funziona grazie alla polivalenza del pronome «myself», qui usato sia per rendere il significato di «spiegarsi» che di «spiegare sé stessi». Alice è convinta di non essere più sé stessa dopo tutte

18

le trasformazioni che ha subìto da quando è entrata nel paese delle meraviglie, e per questo motivo non può spiegarsi, o meglio spiegare sé stessa. La protagonista interpreta infatti l’esortazione del Millepiedi a spiegarsi come un invito a spiegare la propria persona. Tale meccanismo è assimilabile a quello dei giochi di parole basati sulla polisemia, che danno per buone contemporaneamente due accezioni della stessa parola.

‘Take off your hat,’ the King said to the Hatter. ‘It isn’t mine,’ said the Hatter (Carroll 2002:100).

In questo passaggio il Re intima al Cappellaio di togliersi il cappello. Un parlante italiano non direbbe mai «togli il tuo cappello», ma in inglese, come già detto, i pronomi si utilizzano molto più frequentemente e, in una frase del genere, il significato di «your hat» non è tanto l’effettiva appartenenza del cappello alla persona che lo porta, quanto il fatto che è proprio lui a indossarlo. Appare dunque alquanto fuori luogo la risposta del Cappellaio, essendo assolutamente irrilevante il fatto che il cappello sia suo o no. Il gioco di parole funziona però su questa sorta di contraddizione: in inglese si esprime sempre un pronome possessivo per indicare, oltre alle parti del corpo, anche gli indumenti, o gli accessori di vario genere che si indossano; tale uso, però, non tiene conto del fatto che, a differenza delle parti del corpo, che si suppone siano di proprietà di chi le “porta”, gli indumenti e gli accessori non necessariamente lo sono. E il nonsense di Carroll fa sì che la risposta del Cappellaio influenzi anche le successive considerazioni del Re, che lo accuserà di aver rubato il cappello e in seguito dimenticherà la sua stessa richiesta di toglierlo, come se davvero la cosa importante fosse stabilire di chi sia il cappello. La differenza strutturale che abbiamo visto in questo caso tra l’inglese e l’italiano è un esempio di come la lingua influenzi il modo di pensare e di «suddividere il mondo in categorie» (Osimo 2004:30).

19

6. Conclusioni

Gli innumerevoli giochi di parole contenuti in Alice in Wonderland possono essere suddivisi nelle sette categorie sopra elencate; è tuttavia da sottolineare il fatto che perfino i pun appartenenti a una stessa categoria non si basano quasi mai su meccanismi identici, ma presentano differenze più o meno sottili, il che fa sì che ogni nuovo gioco di parole soprenda il lettore come il precedente. L’analisi effettuata vuole essere un punto di partenza per comprendere lo straordinario modo in cui Carroll riesce a trasformare la logica della lingua in un elemento generatore di confusione, di concetti, situazioni e dialoghi illogici, ottenendo effetti comici e mostrandoci nuovi punti di vista sulla realtà, quotidiana e non. L’incredibile varietà dei giochi di parole e la frequenza con cui si presentano al lettore stravolgendone ogni volta le certezze e proponendo nuovi «come» e nuovi «perché» sul mondo che lo circonda rendono questo libro un esemplare unico nel suo genere e sicuramente una sfida particolarmente ardua, ma anche particolarmente allettante, per qualsiasi traduttore. Il lavoro svolto ambisce a essere eventualmente un sostegno per chi si trovi a dover tradurre un gioco di parole, perché per tradurlo è indispensabile saperlo individuare e riconoscere, ed è utile capire qual è il meccanismo del suo funzionamento, magari per poter ricreare un gioco di parole analogo nella cultura ricevente. E in effetti trovo sia più corretto parlare di «ricreare» un gioco di parole, piuttosto che di «tradurlo», in quanto si tratta di una parte di testo che presenta particolarità culturospecifiche: abbiamo visto che la lingua, e quindi anche la cultura a cui la lingua appartiene, è un modo di vedere la realtà, e che tutte le lingue si formano spontaneamente e dunque ognuna si sviluppa in modo diverso dalle altre. Abbiamo anche visto che i pun fanno leva su determinati meccanismi della lingua e della cultura, su somiglianze di suoni e di parole, su differenze di significato, su impliciti culturali, su particolarità strutturali, sintattiche o grammaticali, insomma su molti elementi che sono propri di una lingua (e perciò di una cultura) e che sicuramente non avranno equivalenti perfetti in un’altra. Per tale motivo la resa di un gioco di parole in una lingua diversa da quella in cui è stato concepito lascerà un residuo traduttivo molto più cospicuo rispetto alle altre

20

parti di testo, costringendo il traduttore a sacrificare di volta in volta parte del senso o parte del suono, o rimandi culturali, o a cambiare una o più delle immagini evocate dal gioco di parole stesso. Perciò in primo luogo chi si assume il compito di “tradurre” i pun in un’altra lingua dovrebbe avere, oltre alle competenze traduttive, una buona dose di fantasia e di creatività, e cercare appunto di ricreare dei nuovi giochi di parole nella cultura ricevente. Data l’impossibilità di rendere un gioco di parole in un’altra lingua che corrisponda perfettamente in tutti i suoi aspetti a quello originale, il traduttore deve scegliere, come per ogni traduzione, una dominante, un aspetto a cui dare la priorità, o eventualmente più di uno, e in ogni caso cercare, più che di tradurre ogni aspetto del gioco di parole, di far sì che questo possa avere sul pubblico della cultura ricevente un effetto quanto meno simile a quello che l’originale ha sul pubblico della cultura emittente. In secondo luogo vorrei osservare che, per tutti questi motivi, l’unico modo per apprezzare appieno i giochi di parole di Alice in Wonderland o di qualsiasi altro testo ne contenga, è quello di addentrarsi, armati di una certa competenza linguistica e culturale e/o di un’edizione corredata di note, nella lettura dell’originale.

7. Proper Names in Translations for Children

Il saggio della traduttologa tedesca Christiane Nord analizza i nomi propri di Alice in Wonderland, le loro funzioni e gli eventuali rimandi culturali. L’analisi dei giochi di parole, contenuta nella mia prefazione, si propone di integrare quella di Nord sui nomi propri, prendendo in considerazione un altro aspetto particolarmente difficile da tradurre del racconto di Lewis Carroll. A differenza della prefazione, il saggio prende in esame anche le versioni che vari traduttori hanno scelto per rendere i nomi propri di Alice in Wonderland in diverse lingue. In particolare c’è un’osservazione che, in quanto madrelingua italiana, vorrei fare sull’analisi che Nord ha fatto sulla traduzione verso l’italiano di un nome che rimanda ad un implicito culturale: nel paragrafo 4.2. si parla del Ghiro, nell’originale «Dormouse». Secondo Nord, mentre nell’originale il nome dell’animale evoca un personaggio particolarmente incline alla sonnolenza, la traduzione «Ghiro» non

21

sortirebbe lo stesso effetto sul pubblico italiano. Quest’affermazione si basa sull’assenza, all’interno della parola «ghiro», di qualche suono che ricordi la parola «dormire» o qualche altra parola affine per significato (vedi esempio di Nord su «Dormouse»/«dormitory»). In realtà Nord non ha qui preso in considerazione proprio quei rimandi agli impliciti culturali che la parola «ghiro» evoca immediatamente a qualsiasi parlante italiano. Inoltre, leggendo la traduzione di Ruggero Bianchi, che Nord prende in considerazione nella sua analisi, troviamo addirittura l’esplicitazione di tale implicito culturale:

«Ecco, ad ogni modo, il Ghiro ha detto…» proseguì il Cappellaio, guardandosi attorno con ansia per vedere se anche lui si sarebbe messo a negare. Ma il Ghiro non negò nulla, perché stava dormendo come un ghiro (Carroll 1993:110).

Nell’originale invece compare soltanto il nome dell’animale e lo si descrive sì mentre dorme, ma senza fare rimandi culturali espliciti:

‘Well, at any rate, the Dormouse said—’ the Hatter went on, looking anxiously round to see if he would deny it too: but the Dormouse denied nothing, being fast asleep (Carroll 2002:101).

L’analisi di Nord è comunque molto utile per chi si trova a tradurre testi, destinati a un pubblico adulto o infantile, che contengono nomi propri, siano essi nomi di personaggi storici, di luoghi, di persone conosciute dall’autore o nomi inventati, e nascondano o no informazioni sul personaggio o rimandi culturali. In particolare, come già detto, rimando al paragrafo 4.2. per l’analisi dei rimandi culturali impliciti nei nomi propri, che a loro volta danno luogo a giochi di parole.

22

Riferimenti bibliografici

CAMMARATA, ADELE, La ricreazione di Alice, 2002, InTRAlinea – rivista online di traduttologia, disponibile in internet all’indirizzo http://www.intralinea.it/parallel/ita_more.php?id=138_0_31_0_C, consultato l’8 febbraio 2008.

CARROLL, LEWIS, Alice’s Adventures in Wonderland, DjVu, 2002.
CARROLL, LEWIS, Alice nel Paese delle Meraviglie, traduzione di Ruggero

Bianchi, Milano, Mursia, 1993.

DE MAURO, TULLIO, Il dizionario della lingua italiana per il terzo millennio, Torino, Paravia, 2007, disponibile in internet all’indirizzo http://www.demauroparavia.it/, consultato il 9 febbraio 2008.

NORD, CHRISTIANE, Proper Names in Translations for Children – Alice in Wonderland as a Case in Point, Les Presses de l’Université de Montréal, 2003, volume 48, n. 1/2, mag.

OSIMO, BRUNO, Manuale del traduttore, Milano, Hoepli, 2004.

23

Traduzione con testo a fronte

24

Proper Names in Translations for Children Alice in Wonderland as a Case in Point

Author
Christiane Nord
University of Applied Sciences Magdeburg-Stendal, Magdeburg, Germany

1. Preliminary Considerations

“Proper names are never translated” seems to be a rule deeply rooted in many people’s minds. Yet looking at translated texts we find that translators do all sorts of things with proper names: non-translation (en[1]. Ada > de., es., fr., it. Ada), non-translation that leads to a different pronunciation in the target language (en. Alice > de., fr. Alice [A’li:s], it. Alice [a’litche]), transcription or transliteration from non-Latin alphabets (es. Chaikovski vs. de. Tschaikowsky or Čaikowskij), morphological adaptation to the target language (en. Alice > es. Alicia), cultural adaptation (en. Alice > fi. Liisa), substitution (en. Ada > br. Marina, en. Bill > de. Egon) and so on. It is interesting to note, moreover, that translators do not always use the same techniques with all the proper names of a particular text they are translating.

Translations of fiction and of non-fiction seem to differ only in that there are no substitutions in the latter, unless we consider the “translation” es. Carlos I (of Spain) > de. Karl V. (of Germany) as a cultural substitution. All the other procedures are found not only in fiction, but also in non- fictional texts, where proper names refer to real-life historical persons: es. el rey Juan Carlos > de. König Juan Carlos, de. Johann Wolfgang von Goethe > es. Juan Wolfgango de Goethe, en. Prince Charles > de. Prinz Charles, es. el príncipe Carlos, en. Queen Elizabeth II. > de. Königin

25

I nomi propri nelle traduzioni per bambini
Alice in Wonderland come esempio significativo1

Autore
Christiane Nord
Università di scienze applicate di Magdeburg-Stendal, Magdeburg, Germania

1. Considerazioni preliminari

«I nomi propri non vanno mai tradotti» sembra una regola molto radicata nella mente di molte persone. Eppure osservando i testi tradotti possiamo notare che i traduttori, quando hanno a che fare con i nomi propri, trovano le soluzioni più svariate: non traduzione (en[12]. Ada > de., es., fr., it. Ada), non traduzione che comporta una pronuncia diversa nella lingua ricevente (en. Alice > de., fr. Alice [a’li:s], it. Alice [a’litche]), trascrizioni o traslitterazioni da alfabeti non latini (es. Chaikovski versus de. Tschaikowsky o Čaikovskij 2 ), adattamenti alla morfologia della lingua ricevente (en. Alice > es. Alicia), adattamenti culturali (en. Alice > fi. Liisa), sostituzioni (en. Ada > br. Marina, en. Bill > de. Egon) e così via. Inoltre è interessante notare che non sempre un traduttore usa la stessa tecnica con tutti i nomi propri di un determinato testo.

La traduzione di testi finzionali sembra differire da quella di testi non finzionali solo per il fatto che la seconda non ammette sostituzioni, a meno che non si consideri la traduzione [es. Carlos I (di Spagna) > de. Karl V. (di Germania)] una sostituzione culturale. Tutti gli altri procedimenti si trovano non solo nei testi finzionali ma anche in quelli non finzionali, in cui i nomi propri si riferiscono a personaggi storici della vita reale: es. el rey Juan Carlos > de. König Juan Carlos, de. Johann Wolfgang von Goethe > es. Juan Wolfgango de Goethe, en. Prince Charles > de. Prinz Charles, es. el príncipe Carlos, en. Queen Elizabeth II. > de. Königin Elisabeth II., es. la reina

1 NORD, CHRISTIANE, Proper Names in Translations for Children – Alice in Wonderland as a Case in Point, Les Presses de l’Université de Montréal, 2003, volume 48, n. 1/2, mag.
2 Probabilmente a causa di un’interferenza della lingua tedesca, Nord scrive quest’ultima versione del nome con la W invece che con la V [N.d.T.].

26

Elisabeth II., es. la reina Isabel II, but, illogically, es. Isabel I la Católica > de. Isabella I., die Katholische, and not *Elisabeth I., die Katholische. It is obvious that proper names are indeed translated, if we regard “translation” as a process of linguistic and/or cultural transfer.

In fictional texts, like novels or children’s books, proper names do not refer to real, existing people in a factual way. They may, however, refer to real persons indirectly, like in Alice in Wonderland. But still, the Alice of the book is a fictional character, and no reader would expect her to be a true reproduction of the “real” Alice Liddell for whom Lewis Carroll wrote the story.

To find a name for their fictional characters, authors can draw on the whole repertoire of names existing in their culture, and they can invent new, fantastic, absurd or descriptive names for the characters they create. We may safely assume, therefore, that there is no name in fiction without some kind of auctorial intention behind it, although, of course, this intention may be more obvious to the readers in one case than in another.
5In the following paper, I would like to analyse the forms and functions of proper names in Lewis Carroll’s Alice in Wonderland and the way they have been translated into German, Spanish, French, Italian, and Brazilian Portuguese.

2. Forms and Functions of Proper Names

Unlike generic nouns, proper names are mono-referential, but they are by no means mono-functional. Their main function is to identify an individual referent. It has often been claimed that proper names lack descriptive meaning:

An ordinary personal name is, roughly, a word, used referringly, of which the use is not dictated by any descriptive meaning the word may have.

Strawson 1971: 23

27

Isabel II, ma, inspiegabilmente, es. Isabel I la Católica > de. Isabella I., die Katholische, e non *Elisabeth I., die Katholische. Se guardiamo alla traduzione come a un processo di trasferimento linguistico e culturale, risulta evidente che i nomi propri vengono tradotti eccome.

Nei testi finzionali, come romanzi o libri per bambini, i nomi propri non si riferiscono esplicitamente a personaggi realmente esistenti. Capita invece che si riferiscano a persone reali in modo indiretto, come in Alice in Wonderland. Nondimeno, la Alice del libro è un personaggio di fantasia, e nessun lettore potrebbe immaginare che sia in effetti una riproduzione della “vera” Alice Liddell, per la quale Lewis Carroll scrisse la storia.

Per dare un nome ai personaggi di fantasia, gli autori possono attingere a tutto un repertorio di nomi esistenti nella loro cultura, e inventare nomi nuovi, bizzarri, assurdi oppure descrittivi per i personaggi creati. Si può perciò tranquillamente supporre che non esista nome finzionale che non nasconda una qualche intenzione da parte dell’autore, sebbene, naturalmente, quest’intenzione appaia più evidente ai lettori in alcuni casi piuttosto che in altri.

In questo articolo analizzerò le diverse forme e funzioni dei nomi propri in Alice in Wonderland di Lewis Carroll, e il modo in cui sono stati tradotti in tedesco, spagnolo, francese, italiano e portoghese brasiliano.

2. Forme e funzioni dei nomi propri

A differenza dei nomi comuni, i nomi propri sono monoreferenziali, ma non sono affatto monofunzionali. La loro funzione principale è quella di identificare un singolo referente. È un’idea diffusa che i nomi propri manchino di significato descrittivo:

Di solito un nome di persona è semplicemente una parola usata come riferimento, il cui uso non è dettato da alcun significato descrittivo che la parola possa avere (Strawson 1971).

28

In the real world, proper names may be non-descriptive, but they are obviously not non-informative: If we are familiar with the culture in question, a proper name can tell us whether the referent is a female or male person (Alice – Bill), maybe even about their age (some people name their new-born child after a pop star or a character of a film that happens to be en vogue) or their geographical origin within the same language community (e.g., surnames like McPherson or O’Connor, a first name like Pat) or from another country, a pet (there are “typical” names for dogs, cats, horses, canaries, etc., like Pussy or Fury), a place (Mount Everest), etc. Such indicators may lead us astray in real life, but they can be assumed to be intentional in fiction.

Titles and forms of address can also be problematic in translation. The protagonist of the Spanish children’s book El muñeco de don Bepo, by Carmen Vázquez-Vigo, is don Bepo, a circus ventriloquist. In the German translation, he is called Herr Beppo. The Spanish honorific title don is always combined with a first name, whereas Herr can only be used with a surname. Since German circus performers “typically” have Italian stage names, it would have been more adequate to translate don Bepo by Don Beppo.

In certain cases (like in Mount Everest or Lake Placid), a generic noun indicating the referent forms part of the name. Unless it is an internationalism (like King’s College – cf. es. Colegio – fr. Collège – de. Kolleg), the reference may be incomprehensible to someone who does not know the language, which then causes a translation problem.

Apart from names typically denoting a particular kind of referent, like pet names, authors sometimes use names which explicitly describe the referent in question (“descriptive names”). If, in a Spanish novel, a protagonist is called Don Modesto or Doña Perfecta, the readers will

29

Nel mondo reale i nomi propri saranno anche non-descrittivi, ma è evidente che non sono non-informativi: se abbiamo familiarità con la cultura in questione, un nome proprio può dirci se il referente è maschio o femmina («Alice» – «Bill»), magari può dirci qualcosa anche sulla sua età (alcune persone scelgono il nome per il proprio figlio ispirandosi a una pop star o al personaggio di un film en vogue al momento) o sulle sue origni geografiche all’interno di una stessa comunità linguistica (per esempio cognomi come «McPherson» e «O’Connor» o nomi come «Pat»); se proviene da un altro paese; se è un animale (ci sono nomi “tipici” per cani, gatti, cavalli, canarini, ecc., come ad esempio «Pussy» o «Fury»), un luogo («Monte Bianco3»), ecc. Tali indicatori possono fuorviarci nella vita reale, ma nelle opere finzionali si può presumere che siano intenzionali.

Anche i titoli e gli appellativi possono creare problemi di traduzione. Il protagonista del libro per bambini spagnolo «El muñeco de don Bepo» di Carmen Vázquez-Vigo è «don Bepo», un ventriloquo del circo. Nella traduzione tedesca viene chiamato «Herr Beppo». Il titolo onorifico spagnolo «don» si accompagna sempre al nome, mentre «Herr» si può usare solo con il cognome. Poiché chi lavora in uno spettacolo circense utilizza “tipicamente” un nome d’arte italiano, sarebbe stato più adeguato tradurre «don Bepo» con «Don Beppo».

In certi casi (come «Monte Bianco4» o «Lake Placid») il nome proprio comprende un nome comune con un riferimento preciso. A meno che non si tratti di un internazionalismo (come King’s College – cfr. es. Colegio – fr. Collège – de. Kolleg), il riferimento può risultare incomprensibile a qualcuno che non conosca la lingua, il che causa perciò un problema traduttivo.

Fatta eccezione per quei nomi che denotano tipicamente un particolare tipo di referente, come i nomi di animali, gli autori a volte utilizzano nomi che descrivono esplicitamente il referente in questione («nomi descrittivi»). Se in un romanzo spagnolo un protagonista si chiama «Don Modesto» o «Doña Perfecta», il lettore intenderà il nome come una

3 Per rendere l’esempio più efficace ho sostituito «Monte Everest» con «Monte Bianco» (in italiano il Monte Everest è spesso chiamato semplicemente «Everest», omettendo quindi la parte del nome che ci interessa in questo caso) [N.d.T.].
4 Vedi nota n.2

30

understand the name as a description of the character. In the case of the White Rabbit or the blue Caterpillar in Alice in Wonderland, the author proceeds in the opposite direction, using capital letters in order to turn the descriptive denomination into a proper name, which is bound to cause a translation problem as soon as W. Rabbit appears on the nameplate at the white rabbit’s house (see below).

In some cultures, there is the convention that fictional proper names can serve as “culture markers,” i.e., they implicitly indicate to which culture the character belongs. In German literature, for example, if a woman called Joséphine appears in a story with a plot set in Germany, she will automatically be assumed to be French. On the contrary, in Spanish literature, proper names are more generally adapted to Spanish morphology. A doctor named don Federico appearing in a Spanish setting (in the novel La Gaviota by Fernán Caballero) could be Spanish or German or French, and if the author wants him to be recognized as a German, she has to make this explicit in the context. This is a literary convention that might have to be taken into account in the analysis and translation of personal proper names in fictional texts.

Geographical names often have specific forms in other languages (exonyms), which may differ not only in pronunciation (e.g., de. Berlin > en. Berlin) or spelling (en. Pennsylvania > es. Pensilvania), but also with respect to morphology (es. Andalucía > de. Andalusien, en. Andalusia; es. La Habana > en., de. Havanna) or seem to be different lexical entities, as in de. München > es., en. Munich, it. Monaco [di Baviera]. Some are literal translations, like de. Niedersachsen > en. Lower Saxony, es. Baja Sajonia, and others go back to ancient Latin forms, like de. Aachen > es. Aquisgrán, de. Köln > en. Cologne, es. Colonia.

31

descrizione del personaggio. Nel caso del Coniglio Bianco5 o del Millepiedi blu in Alice in Wonderland, l’autore procede nella direzione opposta, utilizzando la lettera maiuscola per trasformare la definizione descrittiva in un nome proprio. Questo procedimento è destinato a causare problemi di traduzione quando sulla targhetta della porta di casa del Coniglio Bianco si legge W. Rabbit (vedi più avanti).

In alcune culture, per convenzione, i nomi finzionali possono servire come indicatori culturali, ovvero indicare implicitamente a quale cultura appartiene il personaggio. Nella letteratura tedesca, per esempio, se una donna di nome «Joséphine» compare in una storia ambientata in Germania, automaticamente si supporrà che sia francese. Nella letteratura spagnola, invece, i nomi propri vengono generalmente adattati alla morfologia spagnola. Un dottore di nome «don Federico» che compare in un’ambientazione spagnola (nel romanzo La Gaviota di Fernán Caballero) potrebbe essere spagnolo, tedesco o francese, e se l’autrice vuole far capire che è tedesco deve esplicitarlo nel contesto. Questa è una convenzione letteraria di cui a volte bisogna tenere conto nell’analisi e nella traduzione dei nomi propri di persona nei testi finzionali.

I nomi geografici hanno spesso forme specifiche nelle altre lingue (esonimi) che possono distinguersi non solo per la pronuncia (per esempio de. Berlin > en. Berlin) o per l’ortografia (en. Pennsylvania > es. Pensilvania), ma anche in relazione alla morfologia (es. Andalucía > de. Andalusien, en. Andalusia; es. La Habana > en., de. Havanna); oppure può sembrare che abbiano componenti lessicali differenti, per esempio de. München > es., en. Munich, it. Monaco [di Baviera]. Alcune sono traduzioni letterali, come de. Niedersachsen > en. Lower Saxony, es. Baja Sajonia; altre si rifanno alle antiche forme latine, come de. Aachen > es. Aquisgrán, de. Köln > en. Cologne, es. Colonia.

5 Per la traduzione italiana di tutti gli esempi presi da Alice in Wonderland ho fatto riferimento a Carroll 1990 [N.d.T].

32

3. Some Translation Problems Connected with Proper Names

In spite of the “translation rule” quoted above, there are no rules for the translation of proper names. In non-fictional texts, it seems to be a convention to use the target-culture exonym of a source-culture name, if there is one, but if a translator prefers to use the source-culture form, nobody will mind as long as it is clear what place the name refers to. Perhaps the audience will think that the translator is showing off her knowledge too much. Wherever the function of the proper name is limited to identifying an individual referent, the main criterion for translation will be to make this identifying function work for the target audience.

In fiction, things are not quite as simple as that. We have assumed that in fictional texts there is no name that has no informative function at all, however subtle it may be. If this information is explicit, as in a descriptive name, it can be translated – although a translation may interfere with the function of culture marker. If the information is implicit, however, or if the marker function has priority over the informative function of the proper name, this aspect will be lost in the translation, unless the translator decides to compensate for the loss by providing the information in the context.

Of course, there are proper names that exist in the same form both in the source and the target culture. But this causes other problems: The character changes “nationality” just because the name is pronounced in a different way. An English Richard thus turns into a German Richard, and a French Robert into an English Robert – which may interfere with the homogeneity of the setting if some names are “bicultural” and others are not. For example: In a little comic strip I translated with my students in the Spanish-German translation class, the two characters, brothers, are called Miguelito and Hugo (cf. Nord 2001: 58ff.). If we leave the names as they are, Miguelito will be clearly recognizable as a Spanish boy in the translation,

33

3. Alcuni problemi traduttivi legati ai nomi propri

Malgrado la “regola traduttiva” sopra citata, non esistono regole per la traduzione dei nomi propri. Nei testi non finzionali sembra valere la convenzione di utilizzare per il nome della cultura emittente il corrispondente esonimo della cultura ricevente, se ne esiste uno, ma se una traduttrice preferisce utilizzare la forma della cultura emittente ciò non darà fastidio a nessuno, purché sia chiaro qual è il luogo a cui il nome si riferisce. Magari il pubblico penserà che la traduttrice stia facendo sfoggio del suo sapere. Nei casi in cui la funzione del nome proprio è solo quella di identificare un singolo referente, il criterio principale di traduzione sarà quello di far sì che tale funzione identificativa si realizzi per il pubblico della cultura ricevente.

Nelle opere finzionali le cose non sono così semplici. Ci siamo basati sul presupposto che nei testi finzionali non esiste nome che non abbia una qualche funzione informativa, per quanto possa essere sottile. Se questa informazione è esplicita, come in un nome descrittivo, può essere tradotta, benché la traduzione possa interferire nella funzione di indicatore culturale. Se l’informazione è implicita o se la funzione di indicatore del nome proprio ha la priorità su quella informativa, però, questo aspetto andrà perso nella traduzione, a meno che la traduttrice non decida di compensare il residuo fornendo l’informazione nel contesto.

Naturalmente ci sono dei nomi propri che esistono nella stessa forma sia nella cultura emittente che in quella ricevente. Ma questo crea altri problemi: il personaggio cambia “nazionalità” solo perché il nome viene pronunciato in modo diverso. Così un Richard inglese diventa un Richard tedesco, e un Robert francese diventa un Robert inglese, il che può interferire nell’omogeneità dell’ambientazione se alcuni nomi sono “biculturali” e altri no. Un esempio: in un breve fumetto che ho tradotto con i miei studenti del corso di traduzione dallo spagnolo al tedesco, i protagonisti, due fratelli, si chiamano Miguelito e Hugo (cfr. Nord 2001: 58segg.). Se lasciamo i nomi come sono, nella traduzione Miguelito sarà chiaramente riconoscibile come un ragazzo spagnolo, mentre Hugo potrebbe

34

whereas Hugo may be identified as a German. In order to avoid the impression that this is a bicultural setting, the translator would have to either substitute Miguelito by a clearly German name or replace Hugo by a typical Spanish name, depending on whether the text is intended to appeal to the audience as “exotic” or “familiar.”

This is a very common problem in the translation of children’s books, especially if there is a pedagogical message underlying the plot. A story set in the receiver’s own cultural world allows for identification, whereas a story set in a strange, possibly exotic world may induce the reader to stay “at a distance.” This can be clearly shown by an analysis of the Brazilian translation of Alice in Wonderland, where all the culture markers, including the proper names, are consistently adapted to the target culture (cf. Nord 1994).

Different name conventions in literature can also lead to translation problems. If, as stated above, names are adapted to the Spanish language and culture in Spanish literature and, on the contrary, serve as culture- markers in German literature, the translator should take this into account. In a Spanish play set in France (Max Aub, El puerto), the characters are called Claudio, señora Bernard, Josefina, Andrés, Marcela, Julio and Matilde (all of them French) and Estanislao Garin Bolchenko (Polish) in the original. In the German translation (Max Aub, Der Hafen), all the French characters have French names (Claude, Madame Bernard, Joséphine, André, Marcelle, Jules, Mathilde) and the Pole is called Stanislas Garin Bolschenko (in German transcription).

In the following section, we will apply these considerations to the translation of proper names in Alice in Wonderland. We will first look at the forms and functions of the proper names appearing in the book and then discuss the translation procedures found in the various translations which constitute our corpus and their possible effects for the reception of the book. Thus, our approach is both functional and descriptive.

35

essere identificato come tedesco. Per evitare l’impressione che si tratti di un’ambientazione biculturale, la traduttrice dovrebbe sostituire Miguelito con un nome chiaramente tedesco oppure Hugo con un nome tipicamente spagnolo, a seconda che il testo aspiri a indirizzarsi al pubblico come “esotico” o “familiare”.

Questo è un problema molto diffuso nella traduzione di libri per bambini, specialmente se la trama nasconde un messaggio pedagogico. Una storia ambientata nel mondo culturale del destinatario permette l’identificazione, mentre una storia ambientata in un mondo strano, magari esotico, può indurre il lettore a “mantenere le distanze”. Ciò può essere chiaramente illustrato analizzando la traduzione brasiliana di Alice in Wonderland, in cui tutti gli indicatori culturali, compresi i nomi propri, sono costantemente adattati alla cultura ricevente (cfr. Nord 1994).

Anche convenzioni letterarie diverse riguardo ai nomi possono causare problemi traduttivi. Se, come già detto, nella letteratura spagnola i nomi vengono adattati alla lingua e alla cultura spagnola, mentre in quella tedesca servono come indicatori culturali, la traduttrice dovrebbe tenerne conto. In un lavoro teatrale spagnolo ambientato in Francia (Max Aub, «El puerto»), i personaggi nell’originale si chiamano Claudio, señora Bernard, Josefina, Andrés, Marcela, Julio e Matilde (tutti francesi), ed Estanislao Garin Bolchenko (polacco). Nella traduzione tedesca (Max Aub, «Der Hafen»), tutti i personaggi francesi hanno nomi francesi (Claude, Madame Bernard, Joséphine, André, Marcelle, Jules, Mathilde), e il polacco si chiama Stanislas Garin Bolschenko (secondo la trascrizione tedesca).

Nei seguenti paragrafi applicheremo queste considerazioni alla traduzione dei nomi propri di Alice in Wonderland. Per prima cosa analizzeremo le forme e le funzioni dei nomi propri che compaiono nel libro, poi discuteremo le procedure traduttive che si riscontrano nelle diverse traduzioni del nostro corpus e i possibili effetti che queste possono avere sulla ricezione del libro. Il nostro approccio, dunque, è sia funzionale che descrittivo.

36

4. The translation of proper names in Alice in Wonderland

As is well known, Lewis Carroll, alias Charles Dodgson, wrote Alice in Wonderland in 1862 for his little friend Alice Liddell, 10, and her two sisters Lorina Charlotte, 13, and Edith Liddell, 8 years old. Certain characters or figures of the story are explicitly or implicitly taken from the girls’ real situation, and we may assume that this must have amused them very much. Others are pure fiction.

In Alice in Wonderland, we find the following forms of proper names:

  1. names explicitly referring to the real world of author and original addressees,
  2. names implicitly alluding to the real world of author and original addressees by means of wordplay,
  3. names referring to fictitious characters.

4.1. Proper names referring to the real world of author and original addressees

The “real” world is England in the second half of the 19th century, including historical facts presupposed to be known by the first addressees of the story, namely Alice Liddell and her sisters. Apart from the first addressees A1, as soon as it is published, the book is directed at a broader audience A2, namely children and/or adults, probably sharing the same real-world knowledge. The names explicitly referring to the real world of author and A1 can be assumed to fulfil their identifying function also for A2.

In the story or in the poems quoted in the story, we find several names of persons belonging to the “real world” of the author and the audience A1 (Alice, her nurse Mary Ann, her school mates Ada and Mabel), of places (New Zealand, Australia, London, Rome, Paris, the Nile), and historical personalities (Shakespeare, Edwin, the Earl of Mercia, Morcar, the Earl of Northumbria, Stigand, the Archbishop of Canterbury, Edgar Atheling,

37

4. La traduzione dei nomi propri in Alice in Wonderland

Com’è noto, Lewis Carrol, alias Charles Dodgson, scrisse Alice in Wonderland nel 1862 per la sua piccola amica Alice Liddell, di 10 anni, e le sue due sorelle Lorina Charlotte, di 13 anni, ed Edith Liddel, di 8. Alcuni personaggi della storia sono ripresi esplicitamente o implicitamente dalla vita reale delle tre bambine, e possiamo supporre che ciò debba averle divertite molto. Altri invece sono di pura fantasia.

In Alice in Wonderland troviamo le seguenti categorie di nomi propri:

  1. nomi riferiti esplicitamente al mondo reale dell’autore e dei destinatari originali
  2. nomi che alludono implicitamente al mondo reale dell’autore e dei destinatari originali per mezzo di giochi di parole
  3. nomi riferiti a personaggi inventati

4.1. Nomi propri riferiti al mondo reale dell’autore e dei destinatari originali

Il mondo “reale” è l’Inghilterra della seconda metà dell’Ottocento, e comprende eventi storici che si presuppone fossero noti ai primi destinatari della storia, ovvero Alice Liddell e le sue sorelle. Oltre ai primi destinatari, che qui chiameremo D1, i quali avrebbero letto il libro appena pubblicato, il racconto è indirizzato a un più ampio pubblico (D2), ossia bambini e/o adulti che probabilmente condividono la stessa conoscenza del mondo reale. Si può supporre che i nomi riferiti esplicitamente al mondo reale dell’autore e dei D1 adempiano alla propria funzione di identificazione anche nel caso dei D2.

Nella storia e nelle poesie in essa citate troviamo diversi nomi di persone appartenenti al “mondo reale” dell’autore e del pubblico D1 (Alice, la sua bambinaia Mary Ann, le sue compagne di scuola Ada e Mabel), nomi di luoghi (la Nuova Zelanda, l’Australia, Londra, Roma, Parigi, il Nilo), e di personaggi storici (Shakespeare, Edwin e Morcar, conti di Mercia e di Northumbria, Stigand, Arcivescovo di Canterbury, Edgar Atheling, Guglielmo

38

William the Conqueror). These names are primarily identifying, and this function relies on the receiver’s previous knowledge. For the addressees A1, it is guaranteed, since the historical allusions are indirect quotations or travesties of schoolbook texts. This is probably true also of the reference to “Shakespeare in the pictures of him,” which is used to illustrate how the Dodo is sitting “for a long time with one finger pressed upon its forehead.” The name of the game mentioned in the third chapter, the Caucus race, too, is probably formed using a buzzword of the time – it sounds somehow funny, but it is probably incomprehensible to children.

For the audience A2, the geographical and historical references will also be clear. However, Alice, Ada and Mabel and Mary Ann will be fictitious characters for them. This would not cause a comprehension problem, since the characters are introduced in contexts where their identity is made clear. Nevertheless, the appellative function of being amused when the receivers read about themselves and their own situation, which characterizes the reception of A1, does not work for A2.

For modern readers of the translations, whom we might call audience A3, the situation is more or less the same as for A2, as far as the references to living persons and to places is concerned. They may not know the pictures of Shakespeare, but since the position is described explicitly, there will be no comprehension problem, but probably no appellative recognition of something known either.

The examples show that different techniques are used to render the names of the persons alive at the time of text production. It may not be

39

il Conquistatore). Questi nomi sono essenzialmente identificativi, e tale funzione presuppone che il destinatario abbia delle conoscenze pregresse. Per i destinatari D1 ciò è indubbio, dato che le allusioni storiche sono citazioni indirette o parodie di testi provenienti da libri scolastici. Lo stesso vale probabilmente anche per il riferimento alla «posizione in cui si vede di solito Shakespeare nei ritratti», usato per illustrare come il Dronte sta seduto «per un tempo interminabile con un dito puntato sulla fronte». Anche il nome del gioco citato nel terzo capitolo, la Corsa Caucus, deriva probabilmente da un’espressione in voga a quel tempo; sembra piuttosto buffo, ma è probabilmente incomprensibile per i bambini.

Anche per il pubblico D2 i riferimenti geografici e storici sono chiari. Alice, Ada e Mabel e Mary Ann, però, sono per loro personaggi di fantasia. Ciò non crea problemi di comprensione perché ogni personaggio viene presentato in un contesto in cui appare chiara la sua identità. Tuttavia la funzione conativa grazie alla quale i destinatari trovano divertente leggere di sé stessi e della propria situazione, che caratterizza la ricezione da parte dei D1, non funziona per i D2.

Per i moderni lettori delle traduzioni, che possiamo chiamare pubblico D3, la situazione è più o meno la stessa dei D2 per quanto riguarda i riferimenti a persone esistenti e a luoghi. Possono non conoscere i ritratti di Shakespeare ma, dal momento che la posizione è descritta esplicitamente, non ci saranno problemi di comprensione, ma probabilmente nemmeno il riconoscimento conativo di qualcosa di già noto.

Gli esempi mostrano che vengono utilizzate tecniche differenti per tradurre i nomi delle persone che erano vive quando il testo è stato

40

surprising that the name of the protagonist, Alice, is left as it is by almost all translators. The Spanish translator follows the convention of adapting the form of the name to Spanish morphology. German, French, Italian and Brazilian readers will pronounce the name according to their respective phonologies. The Brazilian translator consistently adapted all the names, so did Enzensberger (DE-ENZ), with the exception of Ada and Mabel. Ada is not a German name, nor is Mabel, which sounds rather weird in German pronunciation. In an adaptation, we might also expect “typical” names for pets (like Mimi in BR, which would be Mieze for a German cat) or housemaids.

As we have mentioned before, for A3, like for A2, the characters are fictitious anyway. Therefore, an adaptation of the names allows for easier pronunciation and does not interfere with the identifying function. However, target-culture proper names mark the setting as belonging to the target addressee’s own real world, and the translator should make sure to keep up this strategy throughout the story, in order not to produce culturally incoherent scenes.

The Brazilian translator is very consistent in this respect and omits all references to historical figures. It was a ship-wreck, and not William the Conqueror that had brought the Mouse over, and the “dry story” about the unpronounceable Earls is turned into a “very dull old story,” which is not reproduced in detail. The German translator Teutsch (DE-TEU) is not quite as radical, but she composes a new schoolbook text with many dates and references to English history, using German exonyms for the names of persons. Enzensberger (DE-ENZ) uses a cultural substitution, referring to German historical figures. This is consistent with the general procedure he uses translating proper names, but it is not always in line with his translation of other cultural references, as I have tried to show in Nord 1994.

The names of the historical persons (apart from William the Conqueror, for whom the other languages have exonyms) are rather hard to pronounce for anybody who is not familiar with the English language. If the

41

prodotto. Non sorprende il fatto che il nome della protagonista, Alice, venga lasciato così com’è da quasi tutti i traduttori. Il traduttore spagnolo segue la convenzione di adattare la forma del nome alla morfologia della lingua spagnola. I lettori tedeschi, francesi, italiani e brasiliani pronunceranno il nome secondo le rispettive fonologie. La traduttrice brasiliana adatta regolarmente tutti i nomi, è così fa anche Enzensberger (DE-ENZ), a eccezione di Ada e Mabel. Ada non è un nome tedesco, e nemmeno Mabel, che risulta piuttosto bizzarro nella pronuncia tedesca. In un adattamento è lecito aspettarsi anche dei nomi “tipici” per gli animali domestici (come «Mimi» nella traduzione brasiliana, che sarebbe «Mieze» per un gatto tedesco [l’equivalente di «Micio» in italiano, N.d.T.]) o per le governanti.

Come abbiamo già detto, per i D3, così come per i D2, i personaggi sono comunque di fantasia. Perciò l’adattamento dei nomi ne facilita la pronuncia e non interferisce nella funzione identificativa. Tuttavia i nomi propri tipici della cultura ricevente fanno apparire l’ambientazione come appartenente al mondo reale proprio del destinatario, e il traduttore dovrebbe assicurarsi di mantenere tale strategia per tutta la storia, in modo da non produrre scene culturalmente incoerenti.

La traduttrice brasiliana è molto costante da questo punto di vista e omette tutti i riferimenti ai personaggi storici. È stato il relitto di una nave naufragata, e non Guglielmo il Conquistatore, a portare con sé il Topo, e la “storia seccante” sugli impronunciabili Conti diventa una «vecchia storia molto noiosa» che non viene riprodotta nei particolari. La traduttrice tedesca Teutsch (DE-TEU) non è così radicale, ma compone un nuovo testo scolastico con molte date e riferimenti alla storia inglese, utilizzando esonimi tedeschi per i nomi delle persone. Enzensberger (DE-ENZ) opera una sostituzione culturale, riferendosi a personaggi della storia tedesca. Ciò è conforme al metodo generale che egli utilizza nel tradurre i nomi propri, ma non è sempre in linea con la sua traduzione di altri riferimenti culturali, come ho cercato di dimostrare in Nord 1994.

I nomi dei personaggi storici (fatta eccezione per Guglielmo il Conquistatore, per cui le altre lingue dispongono di esonimi) sono piuttosto difficili da pronunciare per chiunque non abbia familiarità con la lingua

42

readers cannot be expected anyway to have heard these names before, it would not undermine the functionality of the translation to replace them by others, since they are mentioned in a paragraph where the Mouse’s recites “the driest thing she knows.” So the focus is on the “dryness” of the citation and not on the historical facts related in it. Yet the reader would probably expect the facts to be historically true or, at least, consistent. The substitution of Earl by es. duque or fr. seigneur is not necessary from the point of view of addressee orientation or cultural transfer.

As far as the geographical references are concerned, all translators use exonyms either phonologically or morphologically adapted to the target languages. The Brazilian translator has also adapted the reference to the Antipodes, thus avoiding pragmatic incoherence. This shows clearly that she intended to “transfer” the story to Brazil.

43

inglese. Dal momento che non si può dare per scontato che i lettori abbiano già sentito questi nomi, sostituirli con altri non ostacolerebbe la funzionalità della traduzione, dato che essi sono citati in un paragrafo in cui il Topo recita «la cosa più seccante che [conosce]». Perciò l’attenzione si concentra sulla “dryness”6 della citazione e non sui fatti storici in essa riportati. Tuttavia il lettore si aspetta probabilmente che tali fatti siano storicamente esatti o perlomeno coerenti. La sostituzione di «Earl» con lo spagnolo «duque» o il francese «seigneur» non è necessaria dal punto di vista del trasferimento culturale o dell’orientamento al destinatario.

Per quanto riguarda i riferimenti geografici, tutti i traduttori utilizzano esonimi adattati fonologicamente o morfologicamente alla lingua ricevente. La traduttrice brasiliana adatta anche il riferimento agli «antipodi», evitando così un’incoerenza pragmatica. Ciò dimostra chiaramente l’intenzione di “trasferire” la storia in Brasile.

6 Il gioco di parole si basa sul fatto che dry significa sia «asciutto» sia «noioso», perciò i personaggi pretendono di asciugarsi ascoltando un racconto noioso [N.d.T.].

44

The reference to Shakespeare is adapted by Enzensberger (DE-ENZ) and generalized by Bublitz (DE-BUB) and Remané (DE-REM). The problem with adaptation here is that the pictures of Goethe a reader may recall do not show him in this particular posture. Therefore, the appellative function (i.e., to make the receiver remember something known) works neither with Goethe, nor with famous poets (DE-BUB) or grand philosophers (DE-REM). A translation like grand philosophers could evoke Rodin’s Penseur, but then the translator would have to substitute pictures by images. This is why Teutsch (DE-TEU) and the Brazilian translator omit the reference altogether. Comparisons are usually intended to clarify the verbal description and not to mystify it. Some researchers assume that the comparison was a private joke between the author and his first addressees (the Liddell sisters), because it is difficult to find a picture showing Shakespeare precisely in this position. Nevertheless, a translator may want to make the target text “work” for its addressees.

In the translations of Caucus race, some translators try more or less faithfully to reproduce the meaning of the word (DE-BUB, ES, IT), others

45

Il riferimento a Shakespeare viene adattato da Enzensberger (DE-ENZ) e generalizzato da Bublitz (DE-BUB) e Remané (DE-REM). Qui il problema dell’adattamento è che, nei ritratti di Goethe che un lettore potrebbe ricordare, il poeta non appare in questa particolare postura. Perciò la funzione conativa (ovvero quella che ricorda al ricevente qualcosa a lui noto) non funziona né con «Goethe», né con i «celebri poeti» (DE-BUB) o i «grandi filosofi» (DE-REM). Una traduzione come «grandi filosofi» può far venire in mente il Penseur di Rodin, ma in questo caso il traduttore dovrebbe sostituire «ritratti» con «immagini». Ecco perché Teutsch (DE-TEU) e la traduttrice brasiliana omettono del tutto il riferimento. Le similitudini hanno in genere lo scopo di chiarire la descrizione verbale, e non di creare confusione. Alcuni studiosi ipotizzano che la similitudine fosse uno scherzo personale tra l’autore e i suoi primi destinatari (le sorelle Liddell), perché è difficile trovare un ritratto in cui Shakespeare appaia precisamente in questa posizione. Ciononostante è possibile che un traduttore desideri che il metatesto “funzioni” per i nuovi destinatari.

Nelle traduzioni della corsa Caucus, alcuni traduttori cercano di riprodurre più o meno fedelmente il significato della parola (DE-BUB, ES, IT),

46

use a political term probably incomprehensible to children (DE-ENZ, DE- REM), the Brazilian translator plainly describes the “crazy race” without giving it a proper name, and Teutsch (DE-TEU) gives a pseudo-description with nice, incomprehensible latinisms. The French translator’s decision simply to use the English word seems to work just as well, since the word sounds beautiful in French pronunciation and means nothing. The example shows the importance of translating functions instead of words.

4.2. Names implicitly alluding to the real world of author and addressees by means of wordplay

An important element of the real world of author and addressees is the English language. Apart from certain proper names in Alice in Wonderland that allude to real persons in an indirect way, we find names alluding to idiomatic expressions. In both cases, the allusion will have produced a particularly appellative function for the audience A1 when detecting the hidden reference. The implicit allusions to real persons is bound to be lost for both A2 and A3, whereas the indirect reference to idioms and set phrases will probably work at least for A2. For A3, they can only fulfil an analogous function in a target-oriented translation.

The Spanish translator opts for a meta-text and adds a long list of annotations to his translation. He informs the reader that the Dodo, apart from its reference to the idiomatic expression “as dead as a Dodo,” is an allusion to Lewis Carroll’s slightly stuttering way of pronouncing his own name: Do-Do-Dodgson. The Duck refers to his friend, the reverend Duckworth, and the Lory and the Eaglet to Alice’s sisters Lorina Charlotte and Edith, respectively. The three little sisters living in the treacle well, Elsie, Lacie and Tillie, also represent the Liddell sisters: Elsie stands for Lorina

47

altri utilizzano un termine politico probabilmente incomprensibile ai bambini (DE-ENZ, DE-REM), la traduttrice brasiliana descrive chiaramente la «corsa pazza» senza attribuirle un nome proprio, e Teutsch (DE-TEU) fa una pseudo-descrizione con raffinati e incomprensibili latinismi. La decisione del traduttore francese di usare semplicemente la parola inglese sembra funzionare altrettanto bene, poiché la parola pronunciata in francese suona benissimo e non significa niente. L’esempio rivela l’importanza di tradurre funzioni anziché parole.

4.2. Nomi che alludono implicitamente al mondo reale dell’autore e dei destinatari per mezzo di giochi di parole

Un importante elemento del mondo reale dell’autore e dei destinatari è la lingua inglese. Oltre a determinati nomi propri che alludono a persone reali in modo indiretto, in Alice in Wonderland troviamo nomi che alludono a espressioni idiomatiche. In entrambi i casi si presume che le allusioni svolgessero una particolare funzione conativa per i lettori D1 nel momento in cui questi scoprivano il riferimento nascosto. Le allusioni implicite a persone reali sono destinate ad andare perse sia per i D2 sia per i D3, mentre i riferimenti indiretti a espressioni idiomatiche e frasi fatte dovrebbero funzionare almeno per i D2. Per i D3 essi possono adempiere a una funzione analoga solamente nell’ambito di una traduzione orientata al destinatario.

Il traduttore spagnolo opta per un metatesto, aggiungendo alla traduzione una lunga lista di annotazioni. Egli informa il lettore che il Dronte (Dodo), oltre a far riferimento all’espressione idiomatica «as dead as a Dodo7», è un’allusione al modo in cui Lewis Carroll pronunciava il proprio nome, balbettando leggermente: «Do-Do-Dodgson». L’anatra (Duck) fa riferimento al reverendo Duckworth, amico di Carroll, mentre la Cocorita (Lory) e l’Aquilotto (Eaglet) ricordano rispettivamente Lorina Charlotte ed Edith, sorelle di Alice. Anche le tre «sorelline» che vivono nel pozzo di melassa, Elsie, Lacie e Tillie, rappresentano le sorelle Liddell: Elsie sta per

7 «Morto e sepolto» [N.d.T.].

48

Charlotte (“L.C.”!), Tillie for Edith Mathilda, and Lacie is an anagram of Alice. Thus, independently of whether the translator adds the annotations, these names turn into purely identifying or descriptive names for the audiences A2 and A3. The Duck, the Lory, the Eaglet, the Gryphon and the Dodo are represented in the illustrations by Tenniel, so the translators are bound to establish coherence between verbal and nonverbal text. The Duck and the Gryphon remain what they are in all translations of the corpus. The Lory is substituted by a Brachvogel, a kind of snipe, by Enzensberger (DE- ENZ). This does not seem very plausible since German readers can be more easily expected to know a Lory than a Brachvogel, which, by the way, cannot be detected in the illustration reproduced in the Enzensberger edition. Enzensberger is the only one to replace the Eaglet by a Weih, a fantasy creature, whose name he needs for an adapted wordplay in the

context.

The Dodo is an interesting case since it is known as an extinct bird in the target cultures too. Dronte (DE-BUB) is another name for the same bird, and its encyclopaedic description corresponds to the creative translation given by Teutsch (DE-TEU): a gigantic bird like a mixture of pigeon and turkey. The Brazilian translator adapts to papagaio, a word which in Brazilian Portuguese is less frequent than arara, her translation for the Lory. Although it is not clear why Enzensberger and Remané replaced the Dodo by a Marabu (DE-ENZ) or a Pelikan (DE-REM), the substitution does not

49

Lorina Charlotte («L.C.»8!), Tillie sta per Edith Mathilda, e Lacie è un anagramma di Alice.

Di conseguenza, a prescindere dal fatto che il traduttore aggiunga le annotazioni o meno, questi nomi diventano nomi puramente identificativi o descrittivi per il pubblico D2 e D3. L’Anatra, la Cocorita, l’Aquilotto, il Grifone e il Dronte sono raffigurati nelle illustrazioni di Tenniel, perciò i traduttori sono costretti a mantenere una certa coerenza fra il testo verbale e quello non verbale. L’Anatra e il Grifone rimangono un’anatra e un grifone in tutte le traduzioni del corpus. Enzensberger (DE-ENZ) sostituisce la Cocorita con un Brachvogel, una specie di beccaccino. Non sembra una soluzione molto plausibile, dal momento che è più facile che i lettori tedeschi conoscano la cocorita piuttosto che il beccaccino, che, tra l’altro, non è quello che si vede nelle illustrazioni riportate nell’edizione di Enzensberger. Enzensberger è l’unico a sostituire l’Aquilotto con una creatura di fantasia da lui chiamata Weih, un nome che gli serve nel contesto per l’adattamento di un gioco di parole.

L’animale che nell’originale è chiamato Dodo costituisce un caso interessante in quanto è conosciuto come uccello estinto anche nelle culture riceventi. Un altro nome per lo stesso uccello è Dronte (DE-BUB), e la sua descrizione enciclopedica corrisponde alla traduzione creativa fornita da Teutsch (DE-TEU): un uccello gigante che sembra un incrocio tra un piccione e un tacchino. La traduttrice brasiliana lo adatta utilizzando la parola papagaio, che in portoghese brasiliano è molto meno usata rispetto ad arara, la sua traduzione di Lory. Sebbene non sia chiaro il motivo per cui Enzensberger e Remané abbiano sostituito il Dronte rispettivamente con un Marabù (DE-ENZ) e un Pellicano (DE-REM), la sostituzione non causa

8 La pronuncia delle iniziali «L.C.» in inglese risulta analoga a quella del nome «Elsie» [N.d.T.].

50

cause any inconveniences either. In the Remané edition, the illustration indeed shows a Pelican.

Like the Dodo, the Hatter and the March Hare allude to idiomatic expressions “as mad as a Hatter” and “as mad as a March Hare,” which have no direct equivalents in the other languages. Remané (DE-REM) tries to preserve the connotation by translating the March Hare by Schnapphase, explaining the name in the context: because he was übergeschnappt (“mad”). The explanation is not really convincing. According to German morphology rules, a Schnapphase is understood as a hare that snatches something away. Whereas the idea of hares which are mad (for a mate) in March may be evoked in some readers, the idea of a hatter being particularly mad will probably not come to the mind of the audiences. But since the Hatter is depicted as a rather weird figure both in the context and in the illustrations, this may not be a comprehension problem.

The Cheshire Cat is an allusion to a particular brand of Cheshire cheese which had a picture of a grinning cat on the package and seems to be the origin of the idiomatic expression “to grin like a Cheshire Cat.” This connotation does not work in the other cultures, and a substitution (e.g., by a cow in French, cf. la vache qui rit, or a honey-cake horse in German, cf. grinsen wie ein Honigkuchenpferd) would be out of place because of the illustrations which show a grinning cat. Therefore, the allusions to some

51

inconvenienti in nessuno dei due casi. Anzi, nell’edizione di Remané l’illustrazione raffigura per l’appunto un pellicano.

Come il Dronte, anche il Cappellaio (Hatter) e la Lepre Marzolina (March Hare) alludono a espressioni idiomatiche, in questo caso «as mad as a Hatter» e «as mad as a March Hare»9, che non hanno equivalenti diretti nelle altre lingue. Remané (DE-REM) cerca di mantenere la connotazione traducendo March Hare con Schnapphase, spiegando il nome nel contesto: la lepre sarebbe übergeschnappt («matta»). In realtà la spiegazione non è convincente. Secondo le regole della morfologia tedesca, una Schnapphase sarebbe intesa come una lepre che «porta via» qualcosa. Mentre ad alcuni lettori può venire in mente l’idea di una lepre che a marzo impazzisce (alla ricerca di un compagno), è meno probabile che ciò accada con l’immagine di un cappellaio particolarmente pazzo. Ma dal momento che il Cappellaio viene presentato come un personaggio piuttosto bizzarro sia nel contesto che nelle illustrazioni, non per forza questo costituisce un problema di comprensione.

Il Gatto del Cheshire (Cheshire Cat) allude a una particolare marca di formaggio del Cheshire che aveva sulla confezione l’immagine di un gatto che sogghigna, immagine che sembra aver dato origine all’espressione «to grin like a Cheshire Cat»10. Questa connotazione non funziona nelle altre culture, e una sostituzione (per esempio con «mucca» in francese, cfr. «la vache qui rit» o con «cavallo di panpepato» in tedesco, cfr. «grinsen wie ein Honigkuchenpferd») sarebbe fuori luogo visto che le illustrazioni raffigurano un gatto che sogghigna. Perciò le allusioni a un qualche tipo di formaggio

9 Entrambe le espressioni significano «matto da legare» [N.d.T.]. 10 «Ridacchiare frequentemente e scioccamente» [N.d.T.].

52

kind of cheese (DE-BUB, DE-ENZ, FR) are as pointless as the literal translation (es, br, it). This is, by the way, the only case where the Brazilian translator deviates from her adaptive strategy.

The Dormouse may evoke connotations of sleepiness in English even if the reader does not know exactly what kind of animal it is. The name sounds a bit like dorm(itory), which seems to be a rather obvious association, at least for teenage children in England. In German, there are several names for the animal in question, of which Schlafmaus (DE-BUB) and, particularly, Siebenschläfer (DE-TEU) seem the most appropriate in this context because the names refer to schlafen (“to sleep”). The name Haselmaus, although zoologically correct, seems as unmotivated as the respective equivalents in Spanish, Portuguese, French and Italian.

The Mock Turtle (which introduces itself by saying that it used to be a Real Turtle once) is a particular challenge for any translator. In Germany, where Mockturtle(suppe) seems to have disappeared from the shelves of supermarkets and delicatessen shops, the referent itself will appear extremely strange to the readers, especially to children. Teutsch (DE-TEU) therefore creates an Oxtail Turtle, which preserves the reference to soup (important in the context) and makes recognition easier. A False (Soup) Turtle (DE-ENZ, DE-REM, es, br, it) is consistent with the illustrations, which show a turtle with a calf’s head, but not quite coherent for readers who do not know that mock-turtle soup is made of veal broth. Therefore, the French translator created an ingenious compound referring precisely to this aspect.

53

(DE-BUB, DE-ENZ, FR) sono insensate così come la traduzione letterale (ES, BR, IT). Fra parentesi, questo è l’unico caso in cui la traduttrice brasiliana si discosta dalla propria strategia basata sull’adattamento.

Il Ghiro (Dormouse) può evocare in inglese connotazioni di sonnolenza anche se il lettore non sa esattamente di che specie di animale si tratti. Il nome somiglia un po’ a dorm(itory), un’associazione piuttosto ovvia, almeno per i ragazzini inglesi. In tedesco ci sono svariati nomi per l’animale in questione, tra cui Schlafmaus (DE-BUB) e, in particolare, Siebenschläfer (DE-TEU), che sembrano i più appropriati in questo contesto perché fanno riferimento a schlafen («dormire»). Il nome Haselmaus, benché zoologicamente corretto, sembra una scelta immotivata, così come i rispettivi equivalenti in spagnolo, portoghese, francese e italiano.

La Fintartaruga (Mock Turtle), che si presenta affermando di essere stata un tempo una «Tartaruga vera», rappresenta una sfida particolare per qualsiasi traduttore. In Germania, dove la Mockturtle(suppe) sembra scomparsa dagli scaffali dei supermercati e dei negozi di gastronomia, l’oggetto stesso del riferimento appare molto strano ai lettori, soprattutto ai bambini. Per questo motivo Teutsch (DE-TEU) crea una «Tartaruga con la coda di bue» (Oxtail Turtle), che mantiene il riferimento alla zuppa (importante nel contesto) e rende più facile il riconoscimento. Una «Finta (Zuppa di) Tartaruga» (DE-ENZ, DE-REM, ES, BR, IT) è coerente con le illustrazioni, le quali raffigurano una tartaruga con la testa di un vitello, ma non altrettanto coerente per i lettori che non sanno che la zuppa di finta tartaruga si fa con il brodo di vitello. Ecco perché il traduttore francese crea un’ingegnosa parola composta che fa riferimento proprio a questo aspetto.

54

Bill is a lizard. His name is used in a pun in the very title of the chapter: THE RABBIT SENDS IN A LITTLE BILL. The majority of the translators skip this pun, except Bublitz (DE-BUB), who plays with Bill and billig (“cheap”), and the Spanish translator, who uses the diminutive of Pepe, Pepito, which means “a little lump of meat.” Although it is not bits of meat but of cake that are sent in by the Rabbit, the pun will probably work for Spanish readers. Enzensberger’s solution (DE-ENZ) is in line with his general adapting strategy, but the name Egon seems completely unmotivated. This is a frequent problem with substitutions; once you have started, it is difficult to tell where to stop.

Type names, i.e., typical names for certain classes of objects, also refer to the real world of author and addressee because they are culture-specific. The only name of this kind in Alice in Wonderland is Fury. Since this name appears in the Mouse’s tale where she justifies why she hates cats and dogs, a literal translation rendering the proper name by a generic noun (as in DE- ENZ, ES and IT) destroys the coherence between the context and the tale. Bublitz (DE-BUB) uses a typical German name for a big and dangerous dog. For modern German children, Fury would refer to a famous TV horse.

There are two more instances referring to “typical” proper names in the book. One is the address of the Christmas parcel Alice thinks of sending to her foot when she has grown very tall, and the other refers to the White Rabbit’s doorplate. In both cases, it is the culture-specific form of the name which seems to cause translation problems.

In English, the author uses the conventional form of address with the addressee’s name and residence. Hearthrug, near the Fender imitates the

55

Bill è una lucertola. Il suo nome viene utilizzato in un gioco di parole proprio nel titolo del capitolo: «IL CONIGLIO SPEDISCE UN BILLETTO». La maggior parte dei traduttori omette questo gioco di parole, a eccezione di Bublitz (DE-BUB), che gioca con Bill e billig (da quattro soldi), e il traduttore spagnolo, il quale usa il diminutivo di Pepe, Pepito, che significa «un pezzettino di carne». Sebbene il Coniglio non lanci pezzetti di carne ma pasticcini, il gioco di parole probabilmente funziona anche per i lettori spagnoli. La soluzione di Enzensberger (DE-ENZ) è in linea con la sua strategia generale di adattamento, ma la scelta del nome Egon appare totalmente immotivata. Questo è un problema ricorrente quando si tratta di sostituire: una volta iniziato, è difficile decidere quando fermarsi.

Anche i nomi propri evocativi, ovvero nomi tipici per determinate classi di oggetti, essendo culturospecifici, si riferiscono al mondo reale dell’autore e dei destinatari. L’unico nome di questo tipo in Alice in Wonderland è Fury. Poiché questo nome compare nel racconto con cui il Topo spiega i motivi per cui odia cani e gatti, tradurre letteralmente il nome proprio trasformandolo in un nome comune (DE-ENZ, ES, IT) annulla la coerenza tra il contesto e il racconto. Bublitz (DE-BUB) utilizza un nome tedesco tipico per un grosso cane pericoloso. Ai bambini tedeschi di oggi, Fury ricorderebbe un famoso cavallo della TV.

Nel libro ci sono altri due esempi relativi a nomi propri “tipici”. Uno è l’indirizzo del pacco di Natale che Alice pensa di mandare al proprio piede dopo essere diventata altissima, e l’altro si ritrova sulla targhetta della porta del Coniglio Bianco. In entrambi i casi sembra che sia la forma culturospecifica del nome a causare problemi traduttivi.

In inglese l’autore utilizza lo schema convenzionale dell’indirizzo, con il nome e il domicilio del destinatario. Hearthrug, near the Fender (Tappeto Parascintille, Caminetto Presso Parafuoco) imita il nome di un paesino nei

56

name of a little village in the neighbourhood of a bigger town. In spite of the fact that Esq. used to be no more than a politeness marker which does not imply that the addressee belongs to aristocracy, almost all translators use some kind of very formal treatment. The Brazilian translator skips over the problem by avoiding the address form altogether. Teutsch, again, is the one who adapts the forms of both the name and the address in the most consistent way. She uses the abbreviation “z.Z.” (= “zur Zeit”), which is only found in letter heads or on envelopes to mark a temporary address.

In an illustration, we see a house, and beside the door a doorplate with W. Rabbit on it. In English, this combination of initial and surname seems quite natural, because White does not sound very different from Walt or William. In German, the adjective weiß (“white”) must be declined, and Weißes (DE- BUB, DE-ENZ, DE-REM) does not at all sound like a first name. Changing Kaninchen into Kanin by omitting the diminutive suffix (DE-TEU) is not very logical either. On the other hand, Weiß is a usual surname in Germany, so Weiß, K. might be an acceptable solution since people often put their first name after the surname on doorplates. In the Spanish

57

pressi di una città più grande. Sebbene Esq. (Preg.mo) non fosse, ai tempi dell’autore, nient’altro che un titolo di cortesia che non implica necessariamente l’origine aristocratica del destinatario, quasi tutti i traduttori utilizzano un certo tipo di riguardo molto formale. La traduttrice brasiliana evita il problema omettendo del tutto l’appellativo. Teutsch è di nuovo quella che trova il modo più coerente di adattare la forma del nome e dell’indirizzo. Inoltre inserisce l’abbreviazione «z.Z.» («zur Zeit») che si utilizza nelle intestazioni di lettere e buste solo per indicare un indirizzo temporaneo.

In un’illustrazione si vede una casa, e accanto alla porta una targhetta con scritto W. Rabbit. In inglese, risulta molto facile pensare a una combinazione di cognome e iniziale del nome, perché White non è molto diverso da Walt o William. In tedesco l’aggettivo weiß («bianco») deve essere declinato, e Weißes (DE-BUB, DE-ENZ, DE-REM) non suona affatto come un nome di persona. Non ha molto senso nemmeno trasformare Kaninchen in Kanin omettendo il suffisso diminutivo (DE-TEU). D’altra parte, Weiß è un cognome molto comune in Germania, perciò Weiß, K. potrebbe essere una soluzione accettabile dato che spesso sulla targhetta della porta si mette il nome dopo il cognome. Nella traduzione

58

translation, B. Conejo is not coherent with Conejo Blanco. Spaniards use two surnames, the father’s name and the mother’s name, so the whole expression Conejo Blanco would be a perfect surname, perhaps together with any initial for a first name, e.g., F. Conejo Blanco. This is the solution the Brazilian translator has chosen, and she is lucky because Coelho Branco is, indeed, a usual surname.

4.3. Names referring to fictitious characters

It is a specific characteristic of Alice in Wonderland that, with very few exceptions (like Alice, Pat, Bill), the fictitious characters have no names in the conventional sense of the word. Characters, mostly animals or fantasy creatures, are usually introduced by a description which is afterwards used as a proper name just by writing it with a capital letter. For example, at the end of chapter IV we read: “She stretched herself up on tiptoe, and peeped over the edge of the mushroom, and her eyes immediately met those of a large blue caterpillar, that was sitting on the top with its arms folded, quietly smoking a long hookah, and taking not the smallest notice of her or of anything else.” The next chapter begins as follows: “The Caterpillar and Alice looked at each other for some time in silence…” (emphasis C.N.).

White Rabbit is one of the numerous generic nouns turned into a proper name: The White Rabbit, the Mouse, the Duchess, the Gryphon. Translating into Romance languages it is easy just to follow the author’s model capitalizing the generic nouns. In German, however, all nouns are written with a capital first letter, therefore, capitalization cannot be used as a means to mark them as proper names. The only way out of the dilemma would have been to use the nouns without the definite article, but this procedure cannot be found in the German translations of our corpus.

Apart from this group of names we find personifications of playing cards: Five, Two or Three, together with the King, the Queen and the Knaves. There are no translation problems here, and the illustrations support the text, especially for readers in cultures where other kinds of playing cards are used.

59

spagnola, B. Conejo non è coerente con Conejo Blanco. Gli spagnoli usano due cognomi, quello del padre e quello della madre, perciò l’intera espressione Conejo Blanco sarebbe un cognome perfetto, magari con l’aggiunta di un’iniziale qualsiasi per il primo nome, per esempio F. Conejo Blanco. Questa è la soluzione scelta dalla traduttrice brasiliana, che è fortunata perché Coelho Branco è effettivamente un cognome diffuso.

4.3. Nomi riferiti a personaggi inventati

È tipico di Alice in Wonderland che, tranne pochissime eccezioni (come Alice, Pat, Bill), i personaggi inventati non abbiano nomi nel senso convenzionale del termine. I personaggi, per lo più animali o creature di fantasia, vengono solitamente presentati con una descrizione che più avanti viene usata come nome proprio semplicemente scrivendola con la lettera maiuscola. Per esempio, alla fine del IV capitolo si legge: «Si alzò in punta di piedi e guardò oltre il bordo del fungo, e subito i suoi occhi incontrarono quelli di un grosso millepiedi blu, che se ne stava seduto lassù con le braccia conserte, fumando placido un lungo narghilé, senza prestare la minima attenzione a lei e a tutto il resto». Il capitolo successivo inizia con la seguente frase: «Il Millepiedi e Alice si squadrarono in silenzio per un po’ di tempo […]» (corsivo di C.N.).

Coniglio Bianco (White Rabbit) è uno dei numerosi nomi comuni trasformati in nomi propri: il Coniglio Bianco, il Topo, la Duchessa, il Grifone. Traducendo verso lingue romanze è facile seguire semplicemente la strategia dell’autore di utilizzare la lettera maiuscola per i nomi comuni. In tedesco, però, tutti i sostantivi si scrivono con l’iniziale maiuscola, perciò non la si può usare per contrassegnarli come nomi propri. L’unica soluzione al dilemma sarebbe stata di usare i nomi senza l’articolo determinativo, ma nelle traduzioni tedesche del corpus questo metodo non viene utilizzato.

Oltre a questo gruppo di nomi troviamo la personificazione delle carte da gioco: Cinque, Due e Tre, insieme a Re, Regina e Fante. Qui non ci sono problemi di traduzione, e le illustrazioni facilitano la comprensione del testo, specialmente per i lettori appartenenti a culture in cui si usano tipi diversi di carte da gioco.

60

The last proper name I would like to mention is Pat. Pat appears in the same scene with Bill, the Lizard, and it does not become clear what kind of creature he is, perhaps one of the guinea pigs that are mentioned in the context. By his way of speaking, Pat is characterized as an uneducated person, perhaps a farmer. Judging by his name, he could be an Irishman. The author comments on his pronunciation of the word arm: He pronounced it “arrum.” This could also be a North England or Scottish accent.

The annotations do not say anything about Pat’s identity, but it seems to me that there would be some kind of model for Pat in the real world of author and original addressees. All translators try to give the pronunciation some kind of dialect touch. In German, Aam or Ahm (DE-BUB, DE-ENZ, DE-TEU) points to someone from North Germany, the regional connotation of Arrem (DE-REM) is not obvious to me. In Spanish, the pronunciation brasso characterizes an Andalusian or Latin American speaker. The French brraa could indicate a person from Corsica. However, according to my sources, bracco for braccio is not possible in any Italian dialect. Anyway, in none of the translations do we find a correspondence between the name and the way of speaking.

5. Conclusions

We have seen that there are various strategies for dealing with proper names in translation. It would be interesting to see whether a particular strategy correlates with addressee-orientation. Since experts are still debating whether the original Alice in Wonderland is a book for children or for adults, we have to look at the form of publication to find out whether a translation is directed at children or adults. As far as the German translations are concerned, BUB, REM and TEU are definitely books for

61

L’ultimo nome proprio che voglio citare è Pat. Pat compare nella stessa scena in cui compare Bill la Lucertola, e non è chiaro di che creatura si tratti, forse uno dei porcellini d’India citati nel contesto. Per il suo modo di parlare, Pat appare come una persona poco istruita, forse un contadino. A giudicare dal nome potrebbe essere un irlandese. L’autore commenta il suo modo di pronunciare la parola arm: lo pronuncia arrum. Questo potrebbe indicare un accento dell’Inghilterra del nord o scozzese.

Le annotazioni non dicono niente sull’identità di Pat, ma secondo me potrebbe esistere nel mondo reale dell’autore e dei destinatari un modello a cui questo personaggio è ispirato. Tutti i traduttori cercano di conferire alla sua pronuncia qualche tocco dialettale. In Tedesco, Aam o Ahm (DE-BUB, DE-ENZ, DE-TEU) vuole ricordare la pronuncia del nord della Germania; la connotazione regionale di Arrem (DE-REM) per me non salta subito all’occhio. In spagnolo, brasso è una pronuncia tipica di un parlante andaluso o latino americano. Il francese brraa potrebbe indicare una persona corsa. Tuttavia, secondo le mie fonti, in nessun dialetto italiano si pronuncerebbe «bracco» invece di «braccio». E comunque in nessuna delle traduzioni troviamo corrispondenza fra il nome e il modo di parlare.

5. Conclusioni

Abbiamo visto che esistono diverse strategie per tradurre i nomi propri. Sarebbe interessante verificare se una particolare strategia rispecchi l’orientamento al destinatario di quel traduttore. Dal momento che gli esperti non hanno ancora stabilito se l’originale Alice in Wonderland sia un libro per bambini o per adulti, dobbiamo guardare alla forma della pubblicazione per scoprire se la traduzione sia diretta ai bambini o agli adulti. Per quanto riguarda le traduzioni tedesche, BUB, REM e TEU sono

62

children, they have been published in children’s books series. REM and BUB have new illustrations, the ones in BUB following Tenniel’s footsteps, the ones in REM showing a rather modern Alice in mini-skirt and ponytail. TEU reproduces the original illustrations by John Tenniel. ENZ also uses the Tenniel pictures, but the publication of the book in the prestigious Insel Verlag points to an adult audience.

A quantitative analysis of translation procedures shows the following results. The reproduction of source-language names without any changes in the form (repro), although usually with an adaptation of the pronunciation to target-language norms, is the most frequently used technique in DE-BUB (38%), DE-REM and FR (both 48%) as well as IT (55%). The use of adaptation of source-cultural names to target-language morphology (adapt) and of exonyms (exonym) is most frequent in the Spanish translation (ES, together 58.6%), which confirms the assumption that the adaptation of proper names is conventional in Spanish literature. The substitution of source-culture names by target culture names (subst) is the favourite procedure in DE-ENZ (44.8%). Together with the proper names rendered as generic nouns, which also has an adapting effect, substitutions sum up to 65.5% in DE-ENZ. As we have seen before, the Brazilian translator has left out a large number (38%) of the proper names and substituted another 31%, which makes her translation the most target-oriented of our corpus. Actually, on the front page of the book, the text is characterized as an “adaptação.” The only translator who has no real “favourite” technique is DE-TEU, but adaptations, substitutions and translation by generic nouns represent 62% of her procedures. Therefore, her translation also has a strong target-orientation.

63

decisamente edizioni per bambini, in quanto pubblicate in collane di libri per l’infanzia. REM e BUB hanno illustrazioni nuove, quelle nell’edizione di BUB sono sulla falsariga di quelle di Tenniel, quelle nella versione di REM mostrano un’Alice piuttosto moderna in minigonna e con la coda di cavallo. TEU riproduce le illustrazioni originali di John Tenniel. Anche ENZ utilizza le immagini originali, ma la pubblicazione del libro presso la prestigiosa Insel Verlag suggerisce un pubblico adulto.

Un’analisi quantitativa dei metodi di traduzione dà i seguenti risultati. La scelta di riprodurre i nomi della lingua emittente senza modificarne la forma (repro), ma adattandone solitamente la pronuncia alle regole della lingua ricevente, rappresenta la tecnica più utilizzata da DE-BUB (38%), DE-REM e FR (entrambi 48%) e IT (55%). L’adattamento dei nomi della cultura emittente alla morfologia della lingua ricevente (adapt) e l’uso di esonimi (exonym) sono molto frequenti nella traduzione spagnola (ES, in totale 58,6%), il che conferma la tendenza convenzionale ad adattare i nomi propri nella letteratura spagnola. La sostituzione di nomi tipici della cultura emittente con nomi appartenenti alla cultura ricevente (subst) è il metodo preferito da DE-ENZ (44,8%). Le sostituzioni raggiungono il 65,5% in DE- ENZ se sommate alla trasformazione dei nomi propri in nomi comuni, la quale sortisce lo stesso effetto dell’adattamento. Come abbiamo già visto, la traduttrice brasiliana tralascia un gran numero di nomi propri (il 38%), e ne sostituisce un altro 31%, il che fa della sua traduzione quella più orientata al destinatario nell’intero corpus. E in effetti in copertina il testo è definito come un’adaptação. L’unica traduttrice che non sembra avere una tecnica “preferita” è DE-TEU, tuttavia il 62% delle tecniche da lei utilizzate è rappresentato da adattamenti, sostituzioni e trasformazioni in nomi comuni. Perciò anche la sua traduzione è decisamente orientata al destinatario.

64

Neutralizations (neutr) are cases where a culture-specific name is rendered by a culture-unspecific or “transcultural” reference. They mark neither the source nor the target culture, but it can be empirically proved that readers tend to “domesticate” such references. Calques are literal target-language translations of source-language names. As such, they preserve their semantic strangeness but lose their foreign look. Both neutralizations and calques are not found very often in the corpus.

Coming back to the question whether there is a correlation between the number of adaptive procedures and addressee orientation we have to state that the analysis of the corpus does not confirm the assumption that adaptive strategies would generally be more frequent in children’s books than in translations for adults. Both DE-REM and FR use mainly reproductive techniques although they are translating for children, and DE-ENZ uses adaptive strategies although he is translating for adults.

In several cases, adaptation was impossible because the illustrations showed the source-text referents (cf. Cheshire Cat). The W. Rabbit example shows that the pictures sometimes can cause additional translation problems where the text itself would not be difficult to translate. If the translator had an influence on the pictures, certain translation problems would be easier to solve.

65

Le neutralizzazioni sono casi in cui un nome culturospecifico viene trasformato in uno non culturospecifico o in un riferimento “transculturale”. Non rimandano né alla cultura emittente né a quella ricevente, ma è empiricamente dimostrabile che il lettore tende ad “addomesticare” questo tipo di riferimenti. I calchi sono traduzioni letterali di nomi della lingua di partenza nella lingua d’arrivo, e in quanto tali essi conservano la stranezza semantica ma perdono l’aspetto straniero. Sono rari, nel corpus, sia gli esempi di neutralizzazione che i calchi.

Tornando alla questione iniziale, ovvero se esista un collegamento tra il numero di procedure di adattamento e l’orientamento al destinatario, possiamo affermare che l’analisi del corpus non conferma il presupposto che le strategie di adattamento siano più frequenti nei libri per bambini che nelle traduzioni per adulti. Sia DE-REM che FR utilizzano per lo più tecniche di riproduzione pur avendo come destinatari i bambini, mentre DE-ENZ utilizza strategie di adattamento sebbene traduca per gli adulti.

In diversi casi non è possibile ricorrere all’adattamento poiché le illustrazioni mostrano i referenti del testo della cultura emittente (cfr. «Gatto del Cheshire»). L’esempio di W. Rabbit dimostra che a volte le immagini possono causare ulteriori problemi traduttivi quando il testo in sé non sarebbe difficile da tradurre. Se il traduttore potesse modificare le illustrazioni a sua discrezione, certi problemi di traduzione sarebbero più facili da risolvere.

66

The last aspect I would like to mention is annotation. Notes are meta- texts, and meta-texts are usually referential. In Alice in Wonderland, the notes inform the reader about the appellative function(s) of the original. The problem with the explanation of puns or jokes is that it kills them: a joke that has to be explained is as dead as a Dodo. Moreover, the reader receives two texts, i.e., a text where the names seem to be purely identifying or referential, and another text that explains why these names are not purely referential. This procedure will necessarily change the whole communicative effect of a text. To my view, the decision for, or against, annotations must be guided by addressee-orientation. For an adult readership, it may be interesting to read the two texts, either “side by side” or one after the other. For children, one text will probably be sufficient. Consequently, in our corpus, annotations and translators’ commentaries are only found in the translations for adults (DE-ENZ and ES).

67

L’ultimo aspetto che vorrei menzionare è l’annotazione. L’insieme delle note costituisce il metatesto, e quest’ultimo è solitamente referenziale. Le note di Alice in Wonderland informano il lettore a proposito delle funzioni conative dell’originale. Il problema dei giochi di parole o delle battute è che spiegandoli se ne annulla l’effetto, “uccidendole”: una battuta che ha bisogno di essere spiegata è “morta e sepolta”11. Inoltre il lettore riceve due testi: uno in cui i nomi sembrano puramente identificativi o referenziali, e un altro che spiega perché questi ultimi non sono puramente referenziali. Questo procedimento cambia necessariamente l’intero effetto comunicativo del testo. A mio avviso la decisione a favore o contro le annotazioni deve essere guidata dal tipo di orientamento al destinatario. Per dei lettori adulti può essere interessante leggere entrambi i testi, con testo a fronte oppure uno dopo l’altro. Per i bambini sarà probabilmente sufficiente un solo testo. Di conseguenza, nel nostro corpus, le annotazioni e i commenti dei traduttori si trovano solo nelle versioni per adulti (DE-ENZ e ES).

11 Nord cita l’espressione idiomatica «as dead as a Dodo» (cfr. par. 4.2), applicandola all’affermazione appena fatta [N.d.T.].

68

References

Carroll, L. (1946): Alice in Wonderland and Through the Looking Glass. New York: Grosset & Dunlap. (= EN)

Carroll, L. (1970): Alicia en el País de las Maravillas. Transl. Jaime Ojeda. Madrid: Alianza. (ES)

Carroll, L. (1973a): Alice im Wunderland. Transl. Christian Enzensberger. Frankfurt/M.: Insel. (= DE-ENZ)

Carroll, L. (1973b): Alice im Wunderland. Transl. Liselotte Remané. Munich: dtv. (= DE-REM)

Carroll, L. (1985): Alice au Pays des Merveilles suivi de De l’Autre Côté du Miroir. Transl. André Bay. Paris/Bratislava. (= FR)

Carroll, L. (1989): Alice im Wunderland. Transl. Barbara Teutsch. Hamburg: Dressler. (= DE-TEU)

Carroll, L. (1990): Alice nel Paese delle Meraviglie. Transl. Ruggero Bianchi. Milano. (= IT)

Carroll, L. s.a. Alice no Pais das Maravilhas. Adapt. M. T. Cunha de Giacomo. São Paulo. (= BR)

Nord, C. (1994): “It’s Tea-Time in Wonderland: culture-markers in fictional texts.” In: Heiner Pürschel et al. (eds.): Intercultural Communication. Proceedings of the 17th International L.A.U.D. Symposium Duisburg 1992. Frankfurt etc.: Peter Lang (1994), 523-538.

Nord, C. (2001): Lernziel: Professionelles Übersetzen Spanisch-Deutsch. Einführungskurs in 15 Lektionen. Wilhelmsfeld: Gottfried Egert.

Strawson, P. F. (1971): “On Referring.” In: id., Logico Linguistic Papers. 1- 21. London.

69

Riferimenti bibliografici

CARROLL, L., Alice in Wonderland and Through the Looking Glass, New York, Grosset & Dunlap, 1946 (= EN)

CARROLL, L., Alicia en el País de las Maravillas, traduzione di Jaime Ojeda, Madrid, Alianza, 1970 (= ES)

CARROLL, L., Alice im Wunderland, traduzione di Christian Enzensberger, Francoforte sul Meno, Insel, 1973a (= DE-ENZ)

CARROLL, L., Alice im Wunderland, traduzione di Liselotte Remané, Monaco di Baviera, dtv, 1973b (= DE-REM)

CARROLL, L., Alice au Pays des Merveilles suivi de De l’Autre Côté du Miroir, traduzione di André Bay, Parigi/Bratislava, 1985 (= FR)

CARROLL, L., Alice im Wunderland, traduzione di Barbara Teutsch, Amburgo, Dressler, 1989 (= DE-TEU)

CARROLL, L., Alice nel Paese delle Meraviglie, traduzione di Ruggero Bianchi, Milano, 1990 (= IT)

CARROLL, L., Alice no Pais das Maravilhas, adattamento di M. T. Cunha de Giacomo, San Paolo, s.a. (= BR)

NORD, C., It’s Tea-Time in Wonderland: culture-markers in fictional texts, Heiner Pürschel et al. (eds.): Intercultural Communication. Proceedings of the 17th International L.A.U.D. Symposium Duisburg 1992, 1994, Francoforte ecc., Peter Lang (1994), 523-538

NORD, C., Lernziel: Professionelles Übersetzen Spanisch-Deutsch. Einführungskurs in 15 Lektionen, Wilhelmsfeld, Gottfried Egert, 2001

STRAWSON, P. F., On Referring, id., Logico Linguistic Papers, 1971, 1-21, Londra

70

Note

[1] I will be using the ISO abbreviations to indicate language codes: br. = Brazilian, de. = German, en. = English, es. = Spanish, fi. = Finnish, fr. = French, it. = Italian. If used as a reference to the translation, the abbreviation is capitalized (BR, DE, ES, FR, IT). The four German translations are distinguished by acronyms using the first three letters of the translator’s surname: DE-BUB, DE-ENZ, DE-REM, DE-TEU.

71

Nota

[12] Per indicare i codici delle lingue uso le abbreviazioni ISO: br. = brasiliano, de. = tedesco, en. = inglese, es. = spagnolo, fi. = finlandese, fr. = francese, it. = italiano. Se usata come riferimento alla traduzione, l’abbreviazione è scritta in lettere maiuscole (BR, DE, ES, FR, IT). Le quattro traduzioni tedesche si distinguono per mezzo di una sigla composta dalle prime tre lettere del cognome del traduttore: DE-BUB, DE-ENZ, DE-REM, DE-TEU.

72

MICHELA IMPERIO I think-aloud protocol come strumento per indagare il processo mentale della traduzione

I think-aloud protocol come strumento per indagare il processo mentale della traduzione

MICHELA IMPERIO

Scuole Civiche di Milano Fondazione di partecipazione Dipartimento Lingue
Scuola Superiore per Mediatori Linguistici via Alex Visconti, 18 20151 MILANO

Relatore: Professor Bruno OSIMO

Diploma in Scienze della Mediazione Linguistica Marzo 2008

© University of Joensuu, Joensuu and Riitta Jääskeläinen 1999 © Michela Imperio 2008

I think-aloud protocol come strumento per indagare il processo mentale della traduzione.

Think-aloud protocols as a method to investigate the mental process of translation.
Michela Imperio

ABSTRACT IN ITALIANO

I processi cognitivi dell’uomo – e in particolare il processo mentale della traduzione – sono stati studiati attraverso diversi metodi di indagine, dall’osservazione di reazioni a stimoli specifici, all’analisi degli errori e dei risultati relativi a un compito svolto. Nel vasto panorama di ricerca in questo campo, think-aloud protocol (TAPs) si distinguono in quanto strumento più adeguato per indagare il complesso processo creativo del tradurre. Essi danno la possibilità di raccogliere dati sui pensieri del traduttore nello stesso momento in cui quest’ultimo li verbalizza, riducendo al minimo il rischio di ottenere informazioni errate o incomplete, dovuto ai limiti della memoria umana. La base teorica su cui poggiano i TAPs sono gli studi sul processo cognitivo umano inteso come processo di elaborazione delle informazioni. Verso la fine degli anni ottanta del novecento, alcuni studiosi pionieri hanno iniziato ad applicare TAPs all’attività traduttiva svolta da studenti di lingue straniere, con fini principalmente pedagogici. La successiva generazione di ricercatori, sulle orme dei primi esperimenti, ha applicato questo metodo con modalità diverse, proponendosi nuovi obbiettivi e avanzando nuove ipotesi (studio delle differenze tra traduttori professionali e non; confronto tra TAPs e joint translation). I TAPs continuano ad avere una grande varietà di applicazione che, se da una parte mette in luce la complessità del processo traduttivo, dall’altra non permette di mettere a confronto gli esperimenti realizzati e di controllare i risultati ottenuti.

ENGLISH ABSTRACT

Human cognitive processes – and particularly the mental process of translation – have been investigated in different ways, e.g. observing reaction to specific stimuli, analyzing the errors and the results of a task performance etc. Think-aloud protocols are the best suited method to investigate the complex and creative process of translating. This method allows to collect data about the translator’s thoughts at the same time he verbalizes them, reducing the risk of getting wrong or incomplete information caused by memory limitations. The theoretical framework for TAP experiments is provided mainly by the studies on human cognition as information processing. In the late 1980s, some pioneer scholars began to apply TAPs to translation tasks carried out by foreign language learners, with pedagogical aims. Following the early experiments, the next generation of researchers applied TAPs in different ways, investigating more specific hypotheses (the study of professional vs. non-professional translator; think-aloud protocol vs. joint translation). The different interests and backgrounds of the researchers involved have resulted in a large variety of independent approaches. TAPs involve different methods of analysis, which, from one hand sheds light on the complexity of the translation process, and from the other makes it difficult to compare different experiments and to test the data collected.

ABSTRACT EN ESPAÑOL

Los procesos cognitivos del hombre – en particular el proceso mental de la traducción –han sido estudiados con distintos métodos de investigación, de la observación de las

1

reacciones a estímulos específicos, al análisis de las faltas y de los resultados relativos a una tarea desarrollada. En el marco de la investigación en este ámbito, los protocolos de pensamiento en voz alta (TAPs) se destacan como el instrumento más adecuado para estudiar el complejo y creativo proceso traslativo. Ellos ofrecen la posibilidad de recoger datos sobre los pensamientos del traductor al mismo tiempo que éste los verbaliza. De esta manera se reduce el riesgo de obtener informaciones erradas o incompletas, debido a los límites de la memoria humana. La base teórica sobre la cual descansan los TAPs son los estudios sobre el proceso cognitivo humano como proceso de elaboración de las informaciones. Hacia la fin de los años ochenta del siglo XIX, algunos estudiosos pioneros empezaron a aplicar los TAPs a la actividad traslativa desempeñada por estudiantes de lenguas extranjeras, con fines pedagógicos. Los investigadores de la generación sucesiva, siguiendo los primeros experimentos, aplicaron este método de distintas maneras, se propusieron nuevos objetivos y propusieron nuevas hipótesis (estudio de las diferencias entre traductores profesionales y no; comparación entre TAPs y actividad en grupos). Hoy, se sigue a aplicar los TAPs en muchas maneras distintas; esto, por un lado saca a luz la complejidad del proceso traslativo, y por el otro, no permite poner en comparación los experimentos desarrollados y averiguar los resultados obtenidos.

2

SOMMARIO

Prefazione 4

  1. Problem solving 6
  2. Methods of data collection 7

    2. 1. Different verbalizing procedures 8 2. 1. 1. Introspection 8 2. 1. 2. Retrospection 8 2. 1. 3. Questions and prompting 10 2. 1. 4. Thinking aloud 10 2. 1. 5. Dialogue protocols 11

  3. Think-aloud protocols – theoretical framework 12 3. 1. The study of the human mind 12 3. 2. Ericsson and Simon’s model 13

    3. 2. 1. Implications of Ericsson and Simon’s model 14 3. 3. Goals 17

  4. TAPs in translation studies 18 4. 1. First studies on foreign language learners 20 4. 2. Further studies: different aims and hypothesis 23
  5. Thinking aloud vs. Joint translation 26 5. 1. Joint-translation’s limits 29
  6. Traduzione con testo a fronte 31
  7. Conclusion 66 Appendice: il testo di riferimento per gli esempi 68 69 70

Ringraziamenti Riferimenti bibliografici

3

PREFAZIONE

Una delle sfide più grandi con cui l’uomo, da sempre, si confronta è quella di capire come agisce la propria mente, quali sono i meccanismi che stanno alla base dei propri ragionamenti. Perché certe situazioni fanno scaturire determinate reazioni comportamentali, perché si fanno o dicono determinate cose, che cosa ci spinge ad affrontare un problema in un modo piuttosto che in un altro, da che cosa dipendono le decisioni che prendiamo? Non sempre, trovandosi di fronte a situazioni problematiche – dalla risoluzione di un’equazione matematica, alla scelta del vestito da mettersi – l’uomo reagisce ponderando tutti i pro e contro del caso in modo conscio; molte reazioni, gesti, parole, nascono da un ragionamento inconscio, che non siamo in grado di spiegare a noi stessi e agli altri, soprattutto se a distanza di tempo.

La soluzione di situazioni problematiche dipende da molti fattori: l’esperienza personale accumulata, la capacità di raccogliere e analizzare le informazioni necessarie dalla propria memoria o dall’ambiente esterno, il fattore emotivo e così via. Lo studio dei processi mediante i quali le informazioni vengono acquisite dal sistema cognitivo, trasformate, elaborate, archiviate e recuperate è affidato alla psicologia cognitiva; essa analizza principalmente processi mentali come la percezione, l’apprendimento, la risoluzione dei problemi, la memoria, l’attenzione, il linguaggio e le emozioni.

La traduzione, fra molte altre, è un’attività complessa, che comporta la risoluzione di tanti piccoli problemi; è un processo di scomposizione, comprensione e analisi del prototesto, di ricerca di strategie traduttive, di nuova sintesi per la creazione del metatesto nella lingua della cultura ricevente: attività che qualsiasi traduttore compie in modo più o meno consapevole, ma che richiedono un grande sforzo di concentrazione, in quanto parte di un’opera creativa. La traduzione, quindi, è frutto di un complicato processo mentale, soggettivo e creativo, di cui è impossibile cogliere tutti i passaggi e le sfumature, senza affidarsi a metodi di studio specifici.

È in tempi relativamente recenti (anni ottanta del novecento) che alcuni studiosi europei, insoddisfatti degli studi fino ad allora realizzati, hanno

4

iniziato a sondare più a fondo le dinamiche del processo mentale del traduttore, affidandosi a metodi di indagine induttivi ed empirici. I think- aloud protocol sono stati, finora, lo strumento più diffuso e adatto a questo tipo di indagine; si tratta, infatti, di una procedura di verbalizzazione che avviene simultaneamente al compito svolto dal traduttore, al quale viene chiesto di riferire ad alta voce ciò che avviene nella sua mente, mentre traduce.

Lo scopo di questo studio è quello di offrire una panoramica dei diversi metodi utilizzati nel corso degli anni per indagare il processo mentale della traduzione e, nello specifico, di presentare – attraverso alcuni studi esemplari realizzati negli ultimi trent’anni – la grande varietà di applicazione dei think- aloud protocol, varietà che, se da una parte apre orizzonti verso nuovi oggetti di studio e nuovi metodi di indagine, dall’altra non permette di mettere a confronto le ricerche condotte e di controllare i risultati ottenuti.

5

1. PROBLEM SOLVING

Problem solving is the process of finding solutions to complex problems for which the answer is not necessarily evident. It can be described as a goal- directed cognitive process that requires effort and concentration. This can be caused by the fact that we can’t retrieve the answer directly from memory, but we must construct it from the information available in memory or information obtained from the environment (for example, the givens of a problem or extra information that can be requested). In other cases, “finding the answer involves exploring many possible answers none of which is immediately recognized as the solution to the problem” (Someren, Barnard and Sandberg 1994: 8). Therefore, we don’t find the solution directly in a single step but via intermediate reasoning steps, some of which may later appear useless or false.

A person’s ability to solve problems relies on his innate ability to mentally organize stimuli into relevant and useful schemas that can be used to deduce a solution from a limited stock of information. People frequently have to deal with problem-solving activities, professionally as well as privately. Some of these problems are well defined, for example algebraic equations, questions in a school chemistry test, medical diagnosis problems in a standard setting; in other cases, the problem itself and its potential solution are not so well defined and it is not so easy to evaluate the solution in terms of correctness. Examples of these activities are: designing websites, buying a new house, selecting a new bass player for a band, translating a text. Such activities require the solution of many smaller problems.

In everyday life one has to solve a lot of problems. What cloths shall we put on today, what is the most efficient route to the university, how much does a kilo of apples cost given the price of a pound, how to discuss troubles with one’s friend etc. Sometimes we are well aware of the fact that we are trying to solve a problem, for instance when we are trying to calculate how much something costs in a foreign currency: we consciously try to remember the exchange rate, in order to perform the mathematical operations required. But at times problem solving goes on without noticing, i.e. we may not perceive our mental process as problem solving.

6

There can be different reasons to study problem-solving processes. For example, a psychologist may want to investigate what mechanisms underlie human reasoning, what causes errors, the character and origin of people’s different performances. An educational scientist may be interested in the effect of education or in children’s difficulties in solving exercise problems. A knowledge engineer may want to analyze how a subject carries out a task, in order to try to build a computer system that can do the same. The aim the researcher may have partly determines the nature of the procedure he follows when using protocol analysis for collecting data about the cognitive process (Someren, Barnard and Sandberg 1994).

2. METHODS OF DATA COLLECTION

One class of methods of data collection on the problem-solving process is based on observation of problem-solving behavior. The first one, product analysis, uses the results of problem solving: the solution to a problem may reveal aspects of the problem-solving behavior. It is possible to obtain further information by observing the problem-solving behavior concurrently while it takes place.

Besides simple observation of results and behavior during problem solving, properties that are not directly visible or audible may be examined by using special equipment: researchers may register eye movements during problem solving or even measure activity in various parts of the brain by special techniques, which may provide data on what information is being focused on and processed at a certain moment.

Behavioral observations are registered as action protocols. One of the few techniques that give access to data about the problem-solving process is storing a behavior trace if a person manipulates objects during problem solving (for example when using a computer).

Another class of techniques used both in psychology and in knowledge acquisition, is based on predefined forms in which the subject should express his knowledge. According to the task and the purpose of the research, it is possible to use an infinite variety of formats. One of them are questions with

7

predefined answers from which one or more is selected (Someren, Barnard and Sandberg 1994).

A final class of methods involves unstructured verbal reports of problem solving, which can be obtained in different ways.

2. 1. DIFFERENT VERBALIZING PROCEDURES

“It is assumed that those mental activities which are dealt with in working memory (i.e. which are to some degree conscious) can be verbalized” (Jääskeläinen 1999: 62).

According to Ericsson and Simon (1984) a distinction should be made between various kinds of verbal report procedures (or introspective methods), and particularly between classical introspective reports, retrospective responses to specific probes and think-aloud protocols. This distinction is crucial in determining the reliability and the validity of these methods of data collection (Jääskeläinen 1999).

2. 1. 1. INTROSPECTION

Classic introspection consists in instructing the subject to report his thoughts at intermediate points of the problem-solving task, which are chosen by him. As used by psychologists in the 1920s and 1930s, researchers also ask the subject to give an accurate, complete and coherent report on his cognitive processes. As a result, introspective reports involve the use of psychological terminology and interpretation by the subject; for this reason, they are also more subject to memory errors and misinterpretations than other methods (Someren, Barnard and Sandberg 1994).

The problem involved is that “the informant is also expected to act as the analyst/researcher. Consequently, both the data and the analysis are subjective” (Jääskeläinen 1999: 63); there is no objectivity in the sense of the object of research being independent of the researcher.

2. 1. 2. RETROSPECTION

In retrospective responses to specific probes subjects are invited to perform a task and afterwards they are asked questions about their behavior

8

during the performance. The problem-solving session can also be recorded on video; this way, the experimenter can then review the video-tape together with the subject, who can give his interpretation of what happened” (Someren, Barnard and Sandberg 1994).

“The informant is therefore no longer the analyst, which makes the analysis more objective and the findings open to falsification” (Jääskeläinen 1999: 66).

However, there seem to be some problems. In fact, a person could find it difficult to remember exactly what he did, especially if some time has passed after the task has been carried out. Sometimes even, one is not aware of what he is doing. Furthermore, subjects may tend to report their thought process as more coherent and intelligent than it originally was, giving the false impression of perfectly rational behavior (Someren, Barnard and Sandberg 1994).

This kind of post hoc rationalizing can be intentional or unintentional. In fact, humans tend to reconstruct events as more structured than they originally were, because their memory is guided by their knowledge of the result.

Some researchers have shown that the data obtained by retrospection are not always valid (Nisbett and Wilson, 1979; Ericsson and Simon, 1993). They examined closely the conditions under which reports are considered unreliable and they discovered that

all discrepancies were found in situations in which there was either a delay in time between the cognitive process and the report, or there was a question by the experimenter that required an interpretation rather than a direct report, (‘Why did you do X instead of Y?’), or both. (Someren, Barnard and Sandberg 1994: 22)

When subjects are asked for memories, explanations or motivations, they don’t answer from direct memory of the cognitive process but from an interpretation of it that can be influenced by expectations.

9

The memory model can explain why. Retrospection means that people must retrieve information from long-term memory and then verbalize it. The inconvenience is that the retrieval process may not reproduce all the information that was actually present in working memory during the problem- solving activity.

Furthermore, it is also possible that people retrieve information that was not actually in working memory as if it was. “After solving the problem, the solution will help to remember the steps that actually led to it” and to reconstruct them easily. “However, odd and fruitless steps that occurred on the way are less likely to be retrieved” (Someren, Barnard and Sandberg 1994: 22).

2. 1. 3. QUESTIONS AND PROMPTING

Another verbalizing procedure implies actually interrupting the problem- solving process: subjects are asked questions during the activity or are prompted at given intervals to tell what they are thinking or doing. Therefore, they don’t have the chance to smooth over the answer as in retrospection. The drawback of this method is that it interrupts the problem-solving process and subjects may have difficulty in taking up the thread. Moreover, prompts that require interpretation may affect the problem-solving process (Someren, Barnard and Sandberg 1994).

2. 1. 4. THINKING ALOUD

The thinking aloud method differs from classical introspection and retrospection in that it is undirected and concurrent. The verbalizations are produced simultaneously with the task performance, but the subject is not as a rule required to verbalize specific information. “Due to memory limitations concurrent and undirected reporting is likely to capture more of the process (less is forgotten) more reliably (less is distorted)” (Jääskeläinen 1999: 66).

According to Ericsson & Simon (1993), thinking aloud does not interfere with the task performance and the thought process. The subject solves a problem while the talking is executed almost automatically; in fact, almost all

10

of his conscious effort is aimed at solving the problem, and there is no room left for reflecting on what he is doing. For this reason, there is no delay and the data gathered are direct; the subject does not interpret his thoughts nor is he required to bring them into a predefined form, but he renders them just as they come to mind. However, think aloud protocols are not necessarily complete because a subject may verbalize only part of his thoughts (Someren, Barnard and Sandberg 1994).

With tasks in which thinking aloud is not possible (e.g. simultaneous interpreting), data can be collected through retrospective verbal reports.

“They ought to be elicited immediately after the task performance (immediate retrospection) and with as little interference from the experimenter as possible” (Ericsson and Simon 1984: 19).

2. 1. 5. DIALOGUE PROTOCOLS

Although monologue protocols are still predominantly the main tool for collecting data, the artificiality that still remains has led some researchers (House 1988; Hönig 1990 and 1991; Kussmaul 1989a, 1989b, 1993 and 1994; Schmid 1994) to get subjects to talk to each other. In a small-scale experiment, House compared monologue and dialogue protocols applied to translation tasks. The findings show that in monologue protocols processes as selecting target language items, weighing alternatives and choosing a particular translation equivalent remained unverbalized (House 1988). In contrast, when people collaborate they will sometimes have differing opinions. Thus they are forced to give arguments, to clarify steps of their thinking processes. In fact, when talking in pairs, subjects negotiated solutions to translation problems and each individual’s thoughts appeared to have been consistently shaped due to the necessity of having to verbalize them. House concluded that the dialogue situation provided richer data than monologue protocols (House 1988). “Later TAP experiments have shown, however, that the richness of data depends on the type of subjects and the translation brief, and, above all, on the priorities of the researcher” (Kussmaul and Tirkkonen-Condit: 180).

11

3. THINK-ALOUD PROTOCOLS – THEORETICAL FRAMEWORK

Over the last three decades, think-aloud protocols have become a widely- used method in the study of cognitive processes as problem solving, reading and writing and human-computer interactions.

As I mentioned before, the method of thinking aloud consists in organizing an experiment in which subjects are asked to carry out a task and to verbalize their thoughts while performing. The task performance is recorded on audio- or, preferably, on video-tape. The resulting recordings are then transcribed (think-aloud protocols, or TAPs) and subjected to analysis.

It is important to note, however, that “thinking aloud” as a method of eliciting data is not the same as “thinking aloud” in the everyday sense; it entails more than sitting people down next to tape-recorder and asking them to talk (Jääskeläinen 1999: 9).

3.1. THE STUDY OF THE HUMAN MIND

The think-aloud method has its roots in psychological research.

One of the hardest problems in research dealing with mental process is that the workings of the human mind cannot be observed directly the way some other objects of scientific endeavors can be. Instead, indirect means are necessary, which creates obvious problems for research (Jääskeläinen 1999: 53).

One of the first approaches to the study of the mind (in the late 19th century) was to train people to introspect upon their own thought process. Classical introspection is based on the idea that events that take place in consciousness can be observed, more or less the same way events in the outside world can be. It is a problematic research method, mainly because the events that take place in consciousness, which are to be analyzed and explained, are accessible only to a single observer, who also performs the thought process. The source of data also provides the analysis of the data; therefore the analysis is totally subjective and it is impossible to replicate empirical studies and thereby to settle scientific discussions about thought

12

processes. Due to the built-in limitation of the introspective method, psychologists turn away from it and from all associated theories. But introspection was a central method in studying cognitive processes and consequently psychological research turned away from cognitive processes too (Someren, Barnard and Sandberg 1994).

Understandable counter-reactions followed. One of them was the behaviorist paradigm (1930s) which promoted psychology as a hard positivist science. Its purpose was to limit psychological research to objectively observable behavior. This entailed abandoning subjective research methods like introspection, because “the objective, i.e. scientific, study of the human behavior could only be based on the analysis of the relationship between external stimuli and behavioral responses” (Jääskeläinen 1999: 55).

Behaviorism dominated American psychology, while European researchers, particularly representatives of the Gestalt Psychology school of thought, had a slightly different view of how to do psychology. Although they also rejected classical introspection as a research method, they wanted to study thought and not just behavioral responses to stimuli. They also developed more sophisticated methods of data collection on the thought process: phenomenological observation, phenomenological introspection, and the method of thinking aloud (Börsch 1986). The beginnings of the cognitive paradigm are usually dated in the mid 1950s and picked up where Gestalt Psychology left off (due to the beginning of the Second World War) (Jääskeläinen 1999).

3. 2. ERICSSON AND SIMON’S MODEL

Thinking aloud as a method for scientific research rests on a solid scientific foundation in cognitive psychology, a science that studies human cognition, i.e. how humans receive, store, manipulate, and use knowledge.

The theoretical framework for TAP experiments is provided mainly by the work of Ericsson and Simon (1984). These scholars base their theory of verbalization on the information-processing approach in cognitive psychology,

13

i.e. they assume that human cognition is information processing. According to Ericsson and Simon’s model, humans keep information in different memory stores, characterized by different access and storage capabilities: short-term memory (STM) present easy access but severely limited storage space, whereas long-term memory (LTM) is characterized by more difficult access and larger storage space (Bernardini 1999).

Information input will first be heeded by the STM and when its capacity and storage time is exhausted, the information is transferred to the LTM. A certain loss both prior and during this transfer is assumed, but it does not seem to be a substantial loss (M. A. Schmidt 2005: 27).

Only information present in STM, that is information which is currently being processed, can be directly accessed and reported; LTM contains information which has left consciousness, but which can later be retrieved back to STM for further processing.

The STM is also called working memory (WM); it is the primary site of the procedural memory. LTM, by contrast, serves as the vessel for the declarative memory (M. A. Schmidt 2005). As far as the translation process is concerned, it is important to consider the function and capacity of the STM because translating relies as much on procedural knowledge as on declarative knowledge. “This distinction is crucial because the cognitive processes, as well as information that is not currently being processed, cannot be reported but must be inferred by the analyst on the basis of the verbalizations” (Bernardini 1999: 2).

The implications of Ericsson and Simon’s model are manifold.

3. 2. 1. IMPLICATIONS OF ERICSSON AND SIMON’S MODEL

First of all, according to Ericsson and Simon’s model, only concurrent verbalization of thoughts exhaustively reflect the mental states of a subject carrying out a relatively long task, which takes longer than ten seconds to complete, according to Ericsson and Simon (Bernardini 1999). It is important to notice that a cognitive process takes longer when the subject thinks aloud.

14

“This means that people are able to slow down the normal process to synchronize it with verbalization” (Someren, Barnard and Sandberg 1994: 33). When the subject has completed the task, part of the information moves

on to LTM, leaving behind retrieval cues in STM: in such cases, it has been found that post hoc verbalization is difficult and often incomplete (Ericsson and Simon, 1993). Moreover, under these circumstances, it can be extremely problematic to exclude the possibility that a subject is interpreting his own thought processes or even generating them anew, instead of retrieving them from LTM.

Secondly, to make sure that the subject actually reports his mental states without distorting them, it is important that he does not feel he is taking part in a social interaction: although conversation is obviously a natural situation, it involves reworking thoughts to conform them to socially established norms; this process might sensibly alter the information attended to (Bernardini 1999). Emotional and motivational factors can produce a cognitive process different from the process that would take place without thinking aloud. “There is not much evidence that thinking aloud adds much to the effect of being studied and evaluated that is inevitable in knowledge acquisition and experimental settings” (Someren, Barnard and Sandberg 1994: 33). The interaction between subject and experimenter (or between subjects) should therefore be avoided or at least reduced to a minimum. There is one other cause for concern: if the subject keeps silent for a long time, the verbalization will become useless, because significant parts of the cognitive process in STM may not be tracked down. To avoid this, the experimenter is allowed to repeat to the subject to think aloud with a short and non-intrusive reminder; Ericsson and Simon propose to use the phrase “keep talking” (Krahmer and Ummelen 2004).

Thirdly, “practice and experience may affect the amount of processing carried out in STM, so that fewer mental states will be available for verbalization to subjects experienced in a task” (Bernardini 1999: 2). This process, known as ‘automation’ refers to the fact that “as particular processes

15

become highly practiced, they become more and more fully automated” (Ericsson and Simon 1984:15) and do not require active processing in working memory, i.e. they are executed at an unconscious level and become less accessible for verbalization. “To give a simple example, a novice driver has to focus all of his attention to driving; after most of the process involved in driving has become automatized, it is possible to engage in a conversation while driving” (Jääskeläinen 1999: 59). These kinds of processes are faster and more efficient than those under conscious control, but they are also less flexible and more difficult to modify at need. However, it is possible to bring at least some automatized processes back to conscious attention; otherwise teaching would be virtually impossible.

There exist several other obstacles on access to process, for example, a heavy cognitive load during a task performance. Due to STM’s storage limitations, subjects tend to stop verbalizing if they have to pay attention to too many things at the same time. “In some cases, processing uses all the available capacity and none is left for producing verbalizations” (Jääskeläinen 1999: 59).

For example, if reasoning takes place in verbal form, verbalizing the working memory’s contents is easy and doesn’t use memory capacity. However, if the information is non-verbal and complicated, verbalization will take time and space in working memory because it becomes a cognitive process itself. Consequently, the report of the original process will be incomplete and the process itself can even be disrupted (Someren, Barnard and Sandberg 1994).

Finally, Ericsson and Simon take into account the effects of personality and personal history over the data collected through TAPs. Individual differences in knowledge and ability to verbalize thoughts can heavily bias the data collected through TAPs. The problem here is the object of study and not the methodology used: individual differences exist, and research should not conceal them. However, it seems advisable to try to limit the effects of

16

individual differences and to take them into account when analyzing the data, in order to obtain more reliable and generalizable data (Bernardini 1999).

All these limitations imply that verbalizations represent but a minute fraction of the total amount of mental activities occurring at any moment in time. However, this does not mean that this fraction would be somehow unimportant or uninteresting for research. Moreover, the fragmentary verbal reports can be completed with other kinds of data, such as questionnaires, process-product comparisons, eye-movements, pauses, etc. (Jääskeläinen 1999).

Thinking aloud is unnatural. Therefore, Ericsson and Simon recommend an initial warm-up session in which subjects are taught to verbalize their thoughts. During this practicing phase, the experimenter should feel free to disrupt the task and talk to the subject, whereas during the experiment he should be very concerned not to interfere. During warming-up

subjects should learn the difference between describing what they are doing (“I now move a disk from here to there”) and thinking aloud (“since this disk is smaller than that one, I put it on another pin first” (Krahmer and Ummelen 2004: 3).

They are also instructed to avoid making analytic comments about their tasks. Verbalizations are non-limited: the participants are instructed to say

aloud what comes into their minds without any restrictions.

3. 3. GOALS

Think-aloud protocols have been used for three types of goals:
1. To find evidence for models and theories of cognitive processes: Newell & Simon for instance, used TAPs for collecting data to develop and support a theory of human problem solving. Many other researchers have been working at the development of models of the cognitive processes involved in writing. One of the most known is Flower and Hayes’ model, presented in 1981. It was

17

the starting point for a discussion about the use of the think-aloud method in writing research.
2. “To discover and understand general patterns of behavior in the interaction with documents or applications, in order to create a scientific basis for designing them” (Krahmer and Ummelen 2004: 1). Carroll, for example, used TAPs to investigate how learners interacted with new software. It has been found that they were annoyed by the huge quantity of irrelevant information contained in tutorial manuals. In fact, manuals appeared not to satisfy the users’ goals and questions. TAPs analyses also showed how software users learn to work with a new system; consequently, researchers were able to develop a new design for software manuals: the minimal manual.

3. To test and revise functional documents and applications such as manuals and websites. Researchers like Schriver and Nielsen used verbal protocols (usability testing, pre-testing, formative testing) to gather users’ information to support the design of a specific product (Krahmer and Ummelen 2004).

4. TAPs IN TRANSLATION STUDIES

The analysis of think-aloud protocols (TAPs) in translation studies began in Europe in the late 1980s. Scholars felt the necessity to develop empirical and inductive methods in order to complement the predominantly deductive and often also normative models of the translation process presented until then, which usually described what ideally happened or rather – with a pedagogical aim – what should happen, in translating. It was researchers like Krings, Königs and Lörscher in Germany, Dechert and Sandrock in Britain, Jääskeläinen and Tirkkonen-Condit in Finland, who began to ask what actually happens when people translate (Kussmaul and Tirkkonen-Condit).

This new trend can be partly explained by developments in the adjacent disciplines: psychology had renewed its interest in the study of the mental process (as opposed to patterns of external behavior) with the consequent choice of appropriate or legitimate methods of research. This change had an

18

impact on psycholinguistic research, including research on second language learning, and, via L2 research, on translation studies (Jääskeläinen 1999).

“There has always been a kind of empirical research, like translation criticism and error analysis, but this was product- and not process-oriented” (Kussmaul and Tirkkonen-Condit: 177). In fact, when comparing the target text with the source text or when looking at errors, one could at best speculate in retrospect about what had occurred in the translator’s mind during translation. What was needed was a way to discover what actually happens, “to get a glimpse into the ‘black box’, as it were” (Kussmaul and Tirkkonen- Condit: 178).

In this sense, viewing translation mainly as a problem-solving activity, some scholars proposed that it should be possible to study it by means of TAPs, and set up experiments to test this hypothesis. The different interests and backgrounds of the researchers involved have resulted in a large variety of independent approaches (Bernardini 1999).

This kind of analyses increases our potential for describing and explaining the translation processes, and thus our theoretical understanding; moreover, they have at least two pedagogical purposes. (1) The different strategies observed in the TAPs may serve as models for successful translating (Lörscher 1992a; Jääskeläinen 1993; Krings 1988; Kussmaul 1993). (2) If translation students are used as subjects, TAPs may be used to find out where they have problems. The data collected can then form a basis for translation pedagogy (Krings, 1988; Kussmaul, 1989a+b, 1994). It might be argued that teachers of translation, from years of experience, already know which strategies to recommend to learners. But sometimes they draw the wrong conclusions from their students’ translations. Teachers may, for instance, have the impression that students have problems with text-comprehension while, when talking to them, they find that students actually have problems expressing what they had understood. TAPs can help teachers to see matters more clearly (Kussmaul and Tirkkonen-Condit).

19

In fact, one of the first areas to apply verbal reports procedures to the study of language use was research on foreign language (FL) learning; other areas were research on writing processes and on FL reading processes. Some of the researches on L2 learning/acquisition have used translation tasks to elicit data on students’ text processing strategies (Gerloff 1986) or on the organization of cognitive planning in a translation task. Consequently, these studies may offer interesting insights and hypothesis for translation-oriented research.

The empirical investigation of the translation process, (data are collected asking subjects to think aloud during a translation task) vary in terms of subject population (language learners, translation students, professional translators), translation task (oral or written translation), text-types (news articles, advertisements, editorials, etc.); source and target languages, access to reference material, translation briefs, limited or unlimited time, etc. In addition, and more importantly, TAP studies offer a lot of definitions of translating, research interest and objectives, and methods of analysis. “Failure to recognize the variety of approaches taken by TAP researchers can lead to misleading over-generalizations (or even discarding all such studies as ‘uninteresting’ for translation studies)” (Jääskeläinen 1999: 39).

It is important to know what are the general aims and frames of reference and the experimental details of different TAP studies, in order to assess their findings and relate them to other kinds of research. The first essential distinction is to see whether the emphasis of a research is on translation studies or psycholinguistics. This means, whether the aim is to understand the nature of translating or whether translation is used as an experimental task to collect data on the nature of language processing (Jääskeläinen 1999).

4. 1. FIRST STUDIES ON FOREIGN LANGUAGE LEARNERS

The very first studies by Sandrock (1982) and Krings (1986) already show the advantages and the limitations of this method of elicitation and set the

20

standards for the design of similar studies. Kings’ extensive study of the translation process of eight advanced students of French demonstrates the immense wealth and richness of data that can be obtained by TAP as well as the necessity to choose among all the possible variables for both the aim and the analysis.

From the point of view of Translation Studies though, the research has a drawback: the participants were not involved in translation as a professional or even potentially professional activity; they were foreign language students and teachers-in-training and translated their tasks the same way they would have translated an ordinary assignment in a language class. In fact, the translation brief specified they should translate in their usual manner.

Thus, the objective of Kings’ study was translating in a pedagogical context or didactic translation, which is a rather different task than translation as a professional activity. Nevertheless, the study provided a number of research questions and categories to apply to analysis as well as