Aug 302014
 

Dmitrij P. Mirskij

Storia della letteratura russa

Gli elefanti, Garzanti 1998, p. 501, 24.000 lire

A ventun anni dalla ristampa precedente e a trentatré dalla prima edizione, Garzanti ristampa in formato ridotto questo libro, un manuale decisamente sui generis. Davanti a un titolo «manuale di letteratura» tutti noi rammentiamo con orrore le letture fatte sotto stress prima di un esame, letture forzate, con la matita nella destra per sottolineare e la sinistra sulla fronte a tenere indietro i capelli, seduti a un tavolo e non rilassati in poltrona. E a nessuno verrebbe mai in mente, per diletto, di accingersi a una lettura simile.

Ebbene, “il Mirskij”, come viene chiamato in gergo, è tutt’altro. Frutto della passione di un raffinato principe bianco, scappato dai rossi e poi tornato tra i soviét con la raccomandazione di Gor’kij per andare a finire malamente i suoi giorni in un gulag, è stato scritto in Inghilterra, dove il principe si era stabilito tra il 1921 e il 1931. E, come tutte le opere passionali, non è obbiettiva, né cerca di esserlo. È il manuale dei gusti letterari personali di un dottissimo e nobile gentiluomo russo, che proveniva dallo stesso ambiente di Nabókov e che aveva nove anni più del geniale scrittore, pure di origine nobile.

È dunque un libro che, diversamente dai manuali standard, si può e si lascia leggere con passione, come un romanzo. Pur essendo tutto documentato, non ci sono noiosi elenchi di nomi e date, che si riesce a mandare a memoria solo con stratagemmi del tipo “Ma con gran pena le reca su” ma, caso mai, ha il tono di una conversazione salottiera. Lo consiglio vivamente perciò non soltanto agli studenti di letteratura russa, ma anche a tutti quelli che bene o male qualche romanzo russo l’hanno letto, e che sarebbero curiosi di costruire intorno a questa loro esperienza una rete di relazioni e di rimandi al mondo in cui sono nati.

Rispetto alla letteratura russa, due sono gli atteggiamenti ideologici prevalenti: quello dei sovietici — diretta emanazione delle tendenze farisaiche “democratiche” alla Belinskij — che vede in ogni opera d’arte prima di tutto l’ideologia, e alla lavagna stila l’elenco dei buoni e dei cattivi. Il secondo atteggiamento è diametralmente opposto, ed è rappresentato per esempio da critici come Nabókov: è arte solo ciò che non è ideologia, perciò tutti gli autori che anche solo per sport hanno espresso un’opinione politica vanno messi nella lista dei cattivi. La vera arte vola alta sopra le diatribe ideologiche, questo glielo concediamo, ma ciò non significa che non possano esservi ottimi scrittori o poeti che pure un’idea politica l’hanno.

Il principe Mirskij ha il dono di non schierarsi né dalla parte degli sconfitti dalla rivoluzione d’Ottobre — che per partito preso possono essere portati a denigrare qualsiasi produzione anticipi quel drammatico sviluppo o ne sia il frutto — né di tagliare giù netto, bollando di alto tradimento dell’arte tutti gli scrittori impegnati. Prendiamo l’esempio di Saltykóv: pur riconoscendo che la prima parte della sua produzione è smaccatamente improntata a dimostrare tesi politiche, che è satira politica più che letteratura, Mirskij consegna il suo capolavoro I signori Golovlëv alla storia, annoverandolo tra i classici da collocare accanto a Tolstoj e Čechov. O prendiamo l’esempio di un altro scrittore assai ingiustamente negletto fuori dalla Russia: Leskóv. La sua scarsa fortuna in patria fu dovuta proprio alla sua incapacità di schierarsi con i conservatori o con i democratici, con gli slavofili o con gli occidentalisti. Mirskij però ne riconosce l’eccezionale talento e si dispiace della sua scarsa fortuna all’estero, nel momento in cui i russi invece riconoscono nella sua prosa l’espressione essenziale della vita russa ancora maggiormente che in Dostoévskij e Tolstój, grazie al fatto che Leskóv il popolo russo non lo conosceva per sentito dire, ma per esperienza diretta.

Un’opera preziosa quindi ancora oggi anche per gli studenti universitari, che non si limita a fotografare la fortuna o la disgrazia di questo o di quel letterato, ma ne propone opere magari semisconosciute ma, secondo il principe Mirskij, eccezionali, assolutamente da riscoprire, da ristampare, da ritradurre. Unico neo di questa fiammante edizione, anche abbastanza economica e leggibile nonostante il rimpicciolimento fotografico, riguarda la bibliografia. Negli ultimi vent’anni sono molte le traduzioni dei classici uscite e molti i saggi, e per lo studente così come per il lettore comune sarebbe stato di grande aiuto un aggiornamento. Contiamo di trovarlo senz’altro nella prossima, e speriamo imminente, edizione.

Bruno Osimo

(25 luglio 1998)